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24/02/2022

Su Kiev la nemesi di Belgrado

Viene da pensare con compassione a quel propagandista embedded di Francis Fukuyama, noto solo per aver dichiarato “la fine della Storia” all’indomani dello scioglimento – pacifico – dell’Unione Sovietica.

Da quel giorno in poi, complice un neoliberismo occidentale la cui ottusità è stata pari solo al senso di onnipotenza, la Storia ha invece semplicemente preso un’altra piega e oggi si chiarisce quale.

Non è una bella Storia, certamente. L’azzeramento delle difese aeree ucraine da parte della Russia non ha niente a che vedere con le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. Segnala solo – ma è un fatto oggettivamente enorme – che l’espansione ad Est della Nato, e dunque dell’imperialismo di marca occidentale, è finita.

Il fatto che lo stop sia stato imposto da quello che Lenin avrebbe chiamato uno “sciovinista grande russo” dà la misura della gravità della situazione. A confrontarsi sono due “soggettività” egualmente negative, ma con ragioni storiche fondamentalmente opposte.

Come ricorda Alberto Negri su il manifesto di ieri, “gli Stati Uniti hanno lasciato degradare i rapporti con la Russia fino ai minimi termini: sono quasi tre anni che si sono ritirati dal trattato sui missili intermedi in Europa e hanno rifiutato di negoziare un altro accordo che tenesse conto di una Russia ben diversa da quella in disfacimento di trent’anni fa.

Le stesse richieste di Mosca per contenere l’allargamento della Nato sono state trattate in maniera sprezzante, come se gli Usa e l’Alleanza Atlantica avessero inanellato gloriose vittorie militari invece di una serie di disfatte, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia, per finire recentemente con il Mali, dove Bamako ha preferito affidarsi alla Compagnia di mercenari russi Wagner piuttosto che agli ex colonialisti francesi e all’Europa”
.

Una supponenza che ripeteva all’infinito lo schema seguito ai tempi della dissoluzione dell’ex Jugoslavia, in cui il sacrosanto principio di autodeterminazione dei popoli è stato pervertito in pura giustificazione dell’ingerenza imperialista nell’evoluzione politica di un paese sovrano.

Lo stesso bombardamento di Belgrado fu mediaticamente giustificato con il diritto all’autodeterminazione del Kosovo – regione da secoli serba, ma con prevalenza di una popolazione di origine albanese – e “liberare il popolo serbo dalla dittatura di Milosevic”, nonostante le proteste russe.

Nel 1999 l’Occidente era sotto il pieno dominio dell’“Ulivo mondiale”, sedicente alleanza “progressista” che vedeva come capofila i democratici Bill Clinton, Tony Blair, Lionel Jospin, Gerard Schroeder, Massimo D’Alema (sostenuto al governo da Cossutta e Marco Rizzo insieme a Cossiga).

Un bombardamento “umanitario” che non aveva alcuna legittimazione Onu; era la manifestazione pura e semplice di una “superiorità militare” che s’ammantava di superiorità anche “etica”.

Sono seguiti oltre 30 anni di “autoproclamazioni” nazionali che l’impero Usa ha appoggiato quando tornavano utili ai propri interessi oppure ignorate o contestate se di segno contrario. Anni in cui il “riconoscimento” degli oppositori altrui ha superato il ridicolo, come quando tale investitura ha beatificato un alleato dei narcotrafficanti come Juan Guaidò, utilissimo però nei tentativi di attacco al Venezuela bolivariano.

Putin oggi applica lo stesso schema. La legittima volontà di indipendenza dal governo nazista di Kiev delle repubbliche popolari del Donbass è stata ignorata da Mosca per otto anni, nonostante un referendum popolare contemporaneo a quello avvenuto in Crimea, conclusosi con l’identico risultato.

Otto anni in cui le forze naziste ucraine – il battaglione Azov e Pravij Sektor – hanno condizionato i governi (come ricorda anche il Corriere della Sera) ed hanno funzionato da avanguardia-stimolo dell’esercito regolare di Kiev con attacchi quotidiani che hanno provocato centinaia di morti tra i civile e diversi attentati contro i comandanti di sinistra delle milizie di autodifesa delle Repubbliche del Donbass.

Solo oggi arriva il “riconoscimento” ufficiale, e soltanto perché oggi torna utile alla Russia putiniana per marcare definitivamente l’arresto dell’espansione occidentale ad Est.

Ma arriva anche con la definizione di una ambizione avventurista di Putin che nega i principi anti-nazionalisti su cui era nata l’URSS, soprattutto negando che proprio l’aver voluto la dissoluzione dell’URSS ha aperto un baratro interno e internazionale di cui l’imperialismo Usa ha approfittato per anni.

Come abbiamo provato a spiegare nei giorni scorsi, questa scelta – sicuramente rischiosa – certifica che la “superiorità” dell’Occidente neoliberista è apertamente messa in discussione. L’imperialismo Usa, supportato con sofferenza da un imperialismo europeo ambizioso ma ancora debole militarmente (solo ora comincia a prendere forma un “esercito europeo”, ma da sperimentare su teatri più “alla portata”, come nel Sahel), poggia manifestamente su basi molto più fragili.

Decenni di delocalizzazioni industriali ne hanno minato la capacità produttiva autonoma. Le principali esportazioni di merci Usa sono da paese del terzo mondo: prodotti agricoli e petrolio.

La finanziarizzazione ha coperto con sempre più difficoltà le voragini di un’economia fondata essenzialmente sul debito e la centralità internazionale del dollaro.

Gli oltre 100 milioni di disoccupati – su 328 milioni di abitanti – minano alla radice la credibilità sociale del “sogno americano”.

L’impoverimento del “ceto medio” anche bianco-anglosassone-protestante – il blocco centrale storico del paese – ha dato gambe robuste alle follie di Donald Trump e degli allucinati di Qanon.

La primazia tecnologica in molti settori strategici è stata erosa o addirittura superata, in questo caso dalla Cina.

Resta una forte struttura militare, tenuta in allenamento da decine di guerre in tutto il pianeta.

Ma si tratta di una struttura allenata alla guerra asimmetrica, ossia contro avversari troppo deboli sul piano tecnologico da poter rappresentare un problema. Ma persino quei paesi, alla lunga, si sono rivelati ingestibili dagli occupanti, nonostante la superiorità militare. Iraq e Afghanistan ne sono gli esempi più chiari.

Una guerra simmetrica è però oltre il limite del pensabile. Usa e Russia sono le due potenze con i maggiori arsenali nucleari e missilistici al mondo. Roba da garantire molte volte la reciproca distruzione.

Dunque – nonostante la violenta rottura delle relazioni diplomatiche – l’imperialismo occidentale non ha grandi possibilità di alzare il livello di scontro militare. La guerra si fa anche con altri strumenti, ormai.

Siamo in tempi di guerre ibride, in cui tecnologia, finanza, apparati mediatici e “agenti di influenza” salgono in primo piano.

Il mondo, insomma, non è più unipolare. Ma chi con più convinzione si è rifiutato di accettare e gestire con altri un mondo multipolare – l’imperialismo Usa – si trova ora davanti all’obbligo di doverlo fare. O rischiare tutto.

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