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28/02/2022

Il separatismo in Ucraina e la “mina bolscevica” di Putin


Scrivendo delle Repubbliche popolari del Donbass, quasi tutti i mezzi di apostolato euroatlatico italici ricorrono spesso all’appellativo di “separatisti filo-russi”, o semplicemente “separatisti”, volendo far intendere che l’unica motivazione che spinge le milizie e gran parte della popolazione del Donbass sia esclusivamente quella dell’unione alla Russia e che dietro di loro ci sia necessariamente l’ombra del Cremlino.

Ora, tralasciamo per un attimo i rapporti attuali, consolidatisi negli ultimi tempi (non quelli del periodo immediatamente seguente al 2014) tra leadership di L-DNR e della Russia e guardiamo invece quali fossero le motivazioni ideali che spinsero «minatori e trattoristi» – l’espressione fu del leader della DNR, Aleksandr Zakharčenko, assassinato in un attentato a Donetsk nell’agosto 2018 – a ribellarsi, otto anni fa, prima contro il golpe a Kiev e, poi, quando la junta attaccò militarmente le regioni che resistevano alla nazificazione del Paese, a prendere le armi per difendere la propria terra.

Proprio in quel primo periodo, e ancora per almeno due-tre anni, accanto ad alcune spinte indubbiamente nazionaliste (e in alcuni casi “grandi-russe”), le ragioni di gran parte delle milizie e della popolazione che li sosteneva convintamente avevano uno spiccato senso antifascista, con motivazioni ideali socialiste e rivendicazioni che prevedevano anche la nazionalizzazione di industrie e miniere di proprietà degli oligarchi post-sovietici, ucraini e russi.

Solo in malafede si può dunque parlare di “separatismo”, nel senso gretto del termine, se non per denigrare la lotta di una popolazione che si opponeva e si oppone al nazismo di un potere centrale sponsorizzato, addestrato e diretto da ben precisi poteri, al di qua e al di là dell’Atlantico.

Non a caso, tra le centinaia e centinaia di “analisi” dedicate all’Ucraina dagli evangelizzatori europeisti, solo raramente si prendono in considerazione i focolai di “irredentismo” – questo sì, separatista – che esistono nelle regioni occidentali e sudoccidentali del Paese.

Quando lo si fa, è quasi per inserire un corollario alla “tesi” che si intende inculcare, di un separatismo tout court delle regioni del sudest; per “dimostrare” cioè come, a ovest, le ambizioni alla separazione da Kiev e all’unione alle entità statali di cui quelle minoranze si sentono parte, siano cosa accettabile, a differenza delle aspirazioni del sudest, “colpevoli” di volere la disintegrazione dell’Ucraina, ma, soprattutto, di aver dato vita a un movimento di massa, di popolo, che non ha nulla a che vedere con il separatismo di piccoli gruppi animati da localismi e da un “patriottismo” puramente nazionalistico.

E anche in certa “sinistra”, quando si mettono in rilievo le differenziazioni nazional-territoriali ai “quattro angoli” dell’Ucraina, lo si fa quasi alla maniera putiniana, per “dimostrare” quale «mina» avessero «messo i bolscevichi» non solo «sotto l’edificio che si chiama Russia... sotto l’edificio dello Stato unitario», ma anche sotto tutta una serie di ex Repubbliche sovietiche, sconvolte da reciproche rivendicazioni territoriali, eccessi di nazionalismo, ecc.


Si infioretta la storia, transitando fluidamente dall’impero russo, al periodo sovietico e poi alla Russia borghese, mitizzando le “conquiste” zariste, canonizzando le famiglie imperiali che fecero stragi di rivoluzionari e di operai (per tutti: il massacro del Lena nel 1912, quando i gendarmi zaristi, così fedeli alla “madre Russia”, agirono a difesa di proprietà straniere) le “riforme” stolypiniane e la “democratizzazione” della nuova Russia, in modo da accusare di ogni male i malvagi e sanguinari bolscevichi, che turbarono, come un “corpo estraneo”, il fluido corso storico russo.

Si fa questo, eludendo ogni mutamento (e che mutamenti) nei rapporti di classe tra feudalesimo e servitù della gleba zaristi, dittatura del proletariato, controrivoluzione borghese.

In questo modo, si evita di dire che quella “mina” è stata innescata non dai bolscevichi, non da Lenin per il sudest dell’Ucraina, non da Stalin per il sudovest, ma da chi si era posto l’obiettivo di affossare il socialismo e, con ciò, l’Unione Sovietica.

A frantumare il tanto mitizzato impero russo, non furono i bolscevichi, ma i borghesi Costituzional-Democratici, Ottobristi, Menscevichi, Social-Rivoluzionari. I bolscevichi non fecero che rovesciare il regime borghese sostenuto dagli “Alleati” per la continuazione della guerra.

Ad affossare l’Unione Sovietica furono i Gorbačëv, gli Ševardnadze, gli Eltsin, i Sobčak (“padrino” politico di Putin) & Co.

Quanto alla frantumazione dell’Impero russo, basti dire che se nella guerra civile avessero prevalso i generali “bianchi” che, a detta di Putin, «sostenevano una Russia indivisibile» e ai quali si innalzano oggi monumenti a ogni angolo del paese, non solo non sarebbe esistita nessuna URSS, ma la stessa Russia già 100 anni fa sarebbe stata spezzettata in tanti “protettorati”, fornitori di materie prime per i monopoli mondiali.

Con un tocco magico, con la pura enumerazione cronologica della storia, vista attraverso un idealistico “continuum statale” – la “statualità”, di cui parla così spesso Vladimir Putin, come a voler esorcizzare, con tale termine, l’essenza di classe dello Stato, trasformato in una entità astratta – si transita naturalmente dal XII al XXI secolo, con una sola parentesi di 70 anni di “sciagure”.

Scompaiono i rapporti tra le classi, l’evoluzione sociale, l’emancipazione da feudalesimo e servitù della gleba al nascente capitalismo russo, da quella grandiosa pietra miliare nella storia mondiale che fu il potere operaio e contadino, alla restaurazione capitalistica, così che rimane la pura e mistica idea di uno Stato della “madre Russia” e della “Russia storica”, soggetto astratto in cui le classi svaniscono nel vuoto.

Ora, tornando alla questione del separatismo in Ucraina, questo esiste per davvero. In epoca sovietica, i separatisti chiedevano il distacco dall’URSS, tanta era la “spinta ideale” dei nazionalisti ucraini. Oggi, paradossalmente, è alimentato dalla volontà accentratrice di Kiev, che rifiuta ogni accenno a ipotesi confederative.

Ma, ovviamente, si tende a nasconderne le vicende, dirottando l’attenzione esclusivamente sul “separatismo filo-russo”. Ad esempio, a intervalli regolari, scoppi di separatismo si ripetono in Transcarpazia, alimentati da piccoli gruppi, con debolissimi o nessun legame con la popolazione.

Tendenze separatiste esistono in varie aree dell’Ucraina, così come le minacce al loro indirizzo da parte delle organizzazioni neo-naziste e nazionaliste.

Opinione diffusa in Ucraina è ad esempio quella secondo cui più attivamente Vladimir Zelenskij si sbraccia per l’euro-integrazione e l’adesione alla NATO, più forte risuona l’opposizione di Polonia, Ungheria, Romania, che non desiderano affatto vedere l’intera Ucraina nella NATO, ma vorrebbero vedervi solo i territori che loro fanno più gola: regione di L’vov, Bukovina, Transcarpazia.

Quelli in cui, alla massiccia ucrainizzazione proclamata da Kiev, la risposta di Varsavia, Budapest o Bucarest è quella di alimentare il separatismo, con la concessione di passaporti, la sponsorizzazione di Centri, scuole, comunità etnico-linguistiche che contano “minoranze” del 12-13% e, in alcuni casi, agglomerati urbani abitati al 100% da tali minoranze.

In molti casi, si assiste a una contrapposizione “inter-nazista”, tra squadracce locali dei diversi battaglioni ucraini e i vari “Lager della Grande Polonia”, “Nuove destre” rumene, “Legioni ungheresi”, ecc.: in molti casi, su entrambi i fronti, si contrappongono riedizioni di raggruppamenti nazionalisti e filo-nazisti degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso.

Quello di cui si manca quasi completamente di far cenno è, ad esempio, il nazionalismo e il separatismo della Galizia, sempre attivo – in maniera aperta ora, per ovvi motivi, in periodo sovietico, più mascherata – a partire dall’opposizione alla Rivoluzione d’Ottobre, tra il 1917 e il 1922.

Poi con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e, quindi ancora negli anni ’60-’80, facendo sì che proprio l’Ucraina occidentale – maggiormente influenzata dal nazionalismo più gretto – dai richiami del patriarcato ucraino (contrapposto a quello russo) e dai rimandi alla cosiddetta Repubblica popolare dell’Ucraina occidentale, nettamente anti-sovietica, sia stata l’area del più aperto separatismo, autoproclamatasi “locomotiva ucraina” per l’euro-integrazione.

Ma, secondo Vladimir Putin, sono stati i bolscevichi a minare, in vari modi, la “Russia storica”: in particolare, quando dettero vita alla Repubblica socialista sovietica d’Ucraina.

Il fatto è che Putin sembra dimenticare che la RSSU vide la luce solo nel gennaio 1918 (quattro anni prima della nascita dell’URSS) in contrapposizione alla Repubblica popolare ucraina (RPU), borghese, nata nella primavera 1917 sulla scia della “rivoluzione” borghese di febbraio in Russia.

E se Putin parla del nazionalismo che sarebbe stato provocato dai bolscevichi e sarebbe alle origini della disgregazione della “Russia storica”; se sostiene che approvando il «diritto per le repubbliche a separarsi liberamente dall’Unione... gli autori hanno piazzato alla base della nostra Statualità la più pericolosa bomba a orologeria, che è esplosa nel momento in cui è svanito il meccanismo di sicurezza fornito dal ruolo guida del PCUS, cioè quando il partito stesso è imploso», allora è il caso di ricordare che, in generale, il partito non è «imploso» per cause sovrannaturali, ma affossato da chi sapeva che, togliendo di mezzo il partito, si sarebbe sfilacciato il legame ideale che univa gli operai, i kolkhoziani, gli intellettuali delle 15 Repubbliche sovietiche,

Da chi insomma sapeva – molte delle figure tutt’oggi vicine o direttamente ai vertici russi – che, dove sorge il mercato, crescono anche il nazionalismo, il separatismo, la lotta per le sfere di influenza, per le risorse, ecc.

Ed è anche il caso di ricordare che, nello specifico dell’Ucraina, proprio la RPU di cent’anni fa scaturiva dal nazionalismo delle élite locali, di latifondisti e capitalisti, sconfitti solo dall’internazionalismo dei bolscevichi, ucraini e russi, dal potere operaio e contadino.

L’unica eredità della “Russia storica” rimasta nella RSSU dopo il 1917 furono la miseria e l’analfabetismo dell’osannato impero russo: quelle sì “minate”, anzi deflagrate con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e liquidate completamente dalla “dittatura staliniana”.

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