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22/02/2022

Ucraina, Putin rovescia il tavolo

In attesa della mediazione francese, del colloquio tra Putin e Biden, delle prese di distanze tedesche, delle paure italiane, delle incertezze spagnole e della contrarietà dell’ex blocco dell’Est, delle scadenze regolarmente sbugiardate di improbabili invasioni russe, la guerra sempre annunciata e mai cominciata ha avuto un primo esito. Con una decisione che ha spiazzato le cancellerie occidentali, Vladimir Putin ha firmato il protocollo diplomatico che riconosce le repubbliche indipendenti di Lugansk e Donetsk. Al riconoscimento ha fatto immediatamente seguito la firma di un accordo di cooperazione e reciproca assistenza, il che comporterà la presenza militare russa a difesa delle due repubbliche e, contestualmente, un avvertimento chiaro a Kiev e ai suoi suggeritori interessati.

Finisce così la guerra sporca, l’unica che si stava davvero combattendo nonostante il sistema mediatico internazionale la nascondesse: ovvero il tiro al bersaglio ucraino sulla popolazione civile del Donbass, che da anni ha reso 4 milioni di cittadini ostaggio di Kiev, con abitanti che diventano sfollati, scuole che diventano bersagli, territorio che diventa cimitero. È stato questo, fino a ieri, il risultato della recente offensiva dell’esercito ucraino in Donbass, che racconta meglio di mille bugie cosa davvero stia succedendo al confine tra Russia e Ucraina e chi, davvero, lavora incessantemente per la guerra.

La controffensiva politica russa smentisce la sequela pesante di imbarazzanti previsioni con tanto di date di immaginarie invasioni russe, che hanno generato una nuova crepa profonda nella credibilità degli Stati Uniti e dei loro maggiordomi inglesi che, dopo le armi di distruzione di massa in Iraq, i Talebani responsabili delle Torri Gemelle e le armi chimiche siriane, entrano di diritto nel girone dei ridicoli.

La mossa di Putin apre uno scenario politico-diplomatico e militare inedito. Politico perché da inizio alla controffensiva politica russa, che ha nella messa in sicurezza della sua popolazione e delle sue frontiere la leva fondamentale. Il riconoscimento delle repubbliche indipendenti della regione del Donbass priva ora di una porzione di territorio l’Ucraina, certo; ma è un territorio che si era reso indipendente dal 2014, così come la Crimea. Nulla di strano, in effetti: un popolo che si sente russo per appartenenza storica, religiosa, politica, linguistica e culturale, non ha nessuna smania di vedersi inglobato nel modello da terzo reich vestito da Mc Donald che governa Kiev grazie ad un colpo di stato.

Dal punto di vista militare e diplomatico rappresenta un doppio successo per Mosca: crea una zona-cuscinetto tra la Russia e l’Ucraina e copre ulteriormente la frontiera con Kiev e sfida apertamente Ucraina e Stati Uniti a proseguire la guerra contro il Donbass indipendente. Disconosce la sicurezza ucraina come unico tema a trattarsi nella vicenda geopolitica e riporta la questione della sicurezza dei russi al centro di una possibile trattativa politico-diplomatica con i padroni occidentali dell’Ucraina. Lascia peraltro intravvedere come una eventuale risposta militare ucraina contro il Donbass potrebbe portare ad una controffensiva su scala locale che coinvolgerebbe anche il porto di Mariupol e quello di Odessa, strategico per Kiev.

Le reazioni

La risposta della NATO appare al momento molto più prudente delle minacce profferite fino a ieri. Sul piano politico serve una discreta sfacciataggine per non accettare il riconoscimento delle due repubbliche indipendenti, visto che nel 1992, l’intero Occidente, sotto la spinta di Germania, Austria, Vaticano e Stati Uniti riconobbe immediatamente la secessione croata e bosniaca dalla Jugoslavia e la armò, finanziò e sostenne politicamente e militarmente contro la Serbia. Addirittura arrivò all’obbrobrio etico e giuridico di riconoscere la secessione su base etnica. Lo stesso fece anni dopo con il Kosovo che si staccò dalla Serbia. Non si capisce perché in questo caso il principio della legittima secessione non dovrebbe valere.

Sul piano militare, non essendo (ancora) l’Ucraina un paese NATO, la controffensiva russa non permette l’invocazione dell’art.5 del Patto Atlantico. La UE, come sempre, non ha una politica e resta in attesa di obbedire a quello che faranno gli USA. Eccezion fatta per Borrel, (un modesto impasto di franchismo e narcisismo che la UE ha scelto per farsi rappresentare internazionalmente, ottenendo così di farsi disprezzare più di quanto già meritasse) i commenti europei che contano sono orientati ad incassare la mossa di Putin auspicando che possa chiudersi con l’accettazione dello stato di fatto e l’imposizione di sanzioni mirate solo alle due repubbliche indipendenti. Sono sanzioni prive di reale efficacia e servono solo a salvare la faccia già consumata di una NATO incapace di unire se stessa persino sulla fattibilità di un ingresso di Kiev nell’Alleanza, figurarsi sulla risposta a Mosca.

L’idea che soprattutto Francia, Germania ed Italia coltivano, infatti - e che dà seri grattacapi a Washington - è che aldilà di generiche dichiarazioni di unità, la parte più importante della UE voglia far ripartire un negoziato complessivo tra l’Occidente e la Russia. Un negoziato in parte diverso da quello immaginato fino a ieri, perché la mossa di Putin ha già posto una linea chiara alla trattativa: siamo in grado di operare in qualunque scenario, sia esso di pace come di guerra; se si pensa di minacciare Mosca puntandogli contro batterie missilistiche, si garantirà in ogni modo che esse non possano essere dispiegate.

Dunque serve un tavolo che rimetta in agenda le politiche di sicurezza regionale, sapendo che il rifiuto a considerare giuste le esigenze di sicurezza russe otterrà il solo risultato di far procedere autonomamente Mosca alla difesa delle stesse. Il che porrebbe le questioni sul terreno che l’Europa vuole evitare ad ogni costo, ovvero quello militare. Putin, del resto, ha già dimostrato lungo tutta la sua carriera presidenziale, dalla Cecenia al Donbass, passando per Georgia e Bielorussia, Kazhakistan e soprattutto Siria, che non è disposto a vedersi accerchiare dalla NATO, né a farsi minacciare militarmente. Che sulla sicurezza nazionale non accetta minacce e non esita a muoversi in maniera rapida ed efficace per difendere gli interessi nazionali russi.

Sanzioni: chi minaccia chi ?

Si dice che le sanzioni occidentali che seguirebbero ad una eventuale “invasione” sarebbero durissime per la Russia (che già ne subisce ingiustamente). Non vi è dubbio che, a breve termine, altererebbero gli investimenti stranieri e obbligherebbero Mosca a misure di ritorsione prima e alla differenziazione del suo mercato di import/export poi. Ma le sanzioni, pur rappresentando un grande business per gli USA, sarebbero un danno serissimo anche per la UE: ad esempio, bloccare l’entrata in funzione del gasdotto North Stream 2 significherebbe per la UE rinunciare alle forniture di gas ad un prezzo calmierato.

La Ue importa circa il 40% del suo fabbisogno di gas dalla Russia, dunque un blocco delle forniture più che risultare minaccioso verso Mosca lo sarebbe verso Bruxelles, perché sarebbe autopunitiva. Peraltro Mosca ha già autorizzato la realizzazione di un nuovo gasdotto che, attraverso la Mongolia, porterà il gas russo in Cina, che di energia ha bisogno per sostenere la sua crescita.

Dunque il problema sarebbe tutto europeo. Dove comprarne la quantità, qualità e al costo identico altrove? Nel caso di una ulteriore riduzione del gas disponibile il prezzo aumenterebbe a livelli inaccettabili per i paesi UE, che si vedrebbero costretti a procedere in ordine sparso e non con una comune politica, date le diverse opzioni. Non a caso già Draghi ha fatto presente come l’Italia non aderirebbe a sanzioni che riguardino il settore energetico. La stessa Germania, che ha nel gas russo la prima fonte di approvvigionamento energetico, sarebbe costretta a ricorrere al carbone, il che farebbe saltare tutti i vincoli ambientali e non fornirebbe a breve termine la soluzione del problema.

Anche sul piano finanziario, sebbene Mosca avrebbe una fase di difficoltà, nascerebbero problemi strutturali per l’Europa, vista l’esposizione di diversi paesi con Mosca (quinto partner commerciale della UE), ammontanti a 56 miliardi di Euro che, ovviamente non rientrerebbero più. Crediti non più esigibili le cui ricadute sulle banche sarebbero durissime. Di rimando, essendo l’esposizione statunitense minima, gli USA non avrebbero problemi nel breve-medio termine a interrompere i flussi finanziari con la Russia.

C’è poi la minaccia di far uscire Mosca dal sistema di trasmissioni finanziarie SWIFT (che collega 11.000 banche in 200 paesi). La decisione danneggerebbe Mosca, certo, ma non al punto da paralizzarla, essendo preparata dal 2014 a questo scenario. E per lo stesso motivo nemmeno l’inserimento delle banche russe nella “black list” avrebbe effetti particolarmente gravi per Mosca.

Escludere Mosca dallo SWIFT sarebbe il più classico dei boomerang, giacché comporterebbe una serie di reazioni a catena da parte dei paesi ostili agli USA che rischierebbero di trasformare l’economia internazionale in uno scontro tra blocchi. La prima e più importante conseguenza sarebbe l’accelerazione del progetto di “infrastruttura finanziaria indipendente” decisa da Mosca e Pechino e, visto il peso e l’emergere delle economie non allineate con Washington e Bruxelles, ormai leader intercontinentali del debito e non certo delle politiche espansive, il rischio di una implosione sistemica nel breve periodo appare fondato.

La domanda, ineludibile, è la seguente: davvero l’Occidente è pronto ad un reset che castiga duramente anche i suoi interessi? A dare forza e prospettiva strategica ancora maggiore all’alleanza tra Pechino e Mosca? E tutto questo per l’Ucraina e il suo governo nazista?

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