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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/05/2025

Il declino dello SWIFT

Gli USA hanno trasformato SWIFT in un’arma per punire i nemici, ma ora alleati e avversari stanno costruendo vie di fuga dal sistema finanziario globale dominato dal dollaro.

La militarizzazione della finanza globale è diventata un pilastro della politica estera americana. Al centro di tutto c’è il controllo di Washington sul Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT), un servizio di messaggistica finanziaria un tempo considerato neutrale, ma oggi apertamente utilizzato per imporre sanzioni occidentali e isolare i rivali.

Mentre il presidente Donald Trump minacciava punizioni economiche per i Paesi che abbandonavano il dollaro, i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca hanno registrato il crollo più forte della valuta dall’era Nixon. Quel momento simbolico ha coinciso con un cambiamento globale già in atto: l’accelerazione degli sforzi delle nazioni per ridurre la dipendenza dalle infrastrutture finanziarie controllate dagli USA.

Oggi, una coalizione sempre più ampia di Stati – alcuni sanzionati, altri semplicemente cauti – si sta allontanando dal dollaro e dalla rete SWIFT, abbracciando nuovi sistemi finanziari che promettono di operare fuori dalla portata di Washington.

Uno strumento di guerra economica

SWIFT non è una banca né un processore di pagamenti, ma una piattaforma di messaggistica che consente alle istituzioni finanziarie di inviare istruzioni di transazione transfrontaliera in modo sicuro. Il suo vantaggio principale risiede nella velocità, nella crittografia e nell’adozione quasi universale. Per decenni, banche di Paesi diversi, che operano con lingue e valute differenti, hanno fatto affidamento su di essa per lavorare senza intoppi.

Quell’immagine ha subito un duro colpo nel 2006, quando si scoprì che SWIFT aveva segretamente condiviso dati con la CIA e il Tesoro americano nell’ambito del Terrorist Finance Tracking Program (TFTP). Quel monitoraggio continua ancora oggi, con la NSA che intercetta i messaggi SWIFT.

Poi, nel 2012, i falchi bipartisan di United Against Nuclear Iran (UANI) hanno fatto pressioni su SWIFT per interrompere i legami con Teheran, accusando il Paese di violare le sanzioni USA e UE. SWIFT obbedì prontamente. Ma quando attivisti palestinesi chiesero lo stesso trattamento per Israele per crimini di guerra, la richiesta fu ignorata. Con il precedente stabilito, SWIFT ha espulso la Corea del Nord nel 2017 e la Russia nel 2022.

Il messaggio era chiaro: SWIFT non era più neutrale. Era diventata un’arma per la guerra economica.

Una nuova architettura emerge

L’esclusione da SWIFT può paralizzare un’economia in una notte: le banche restano isolate, incapaci di inviare o ricevere pagamenti persino con partner non occidentali. Il commercio si blocca. Ma questa tattica si sta rivelando controproducente.

Dopo le minacce di disconnessione seguite all’annessione della Crimea nel 2014, la Russia ha sviluppato la sua piattaforma: il System for Transfer of Financial Messages (SPFS), lanciato nel 2017. Oggi SPFS include 177 istituzioni straniere da 25 Paesi.

L’Iran, che nel 2023 ha annunciato l’integrazione dei suoi sistemi di comunicazione e trasferimento interbancario con quelli russi, sta lavorando alla propria infrastruttura di messaggistica, chiamata Automated Currency Management and Exchange Reporting (ACUMER).

Ma la sfida più grande a SWIFT non viene dagli Stati sanzionati, bensì dalle potenze emergenti che anticipano future ostilità americane.

La Cina ha lanciato il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS) nel 2015. Sebbene utilizzi ancora SWIFT per molte transazioni, CIPS ha il suo livello di messaggistica, permettendo scambi fluidi con Russia e altri partner. Quasi 4.800 banche partecipano a CIPS – circa la metà di quelle su SWIFT, nonostante sia attivo da meno di un decennio.

Consapevoli della necessità di un’alternativa unificata, i BRICS nel 2018 hanno iniziato a sviluppare “BRICS Pay”. Con il blocco che oggi supera il G7 in dimensioni economiche (oltre un terzo del PIL mondiale), BRICS Pay ha avviato pagamenti pilota nel 2019 e ha ottenuto il pieno sostegno cinese nell’ottobre 2024. Sebbene sia ancora in fase sperimentale, il suo potenziale lo rende il rivale più serio di SWIFT.

Addio (rapido) al dollaro

Ma l’abbandono di SWIFT non riguarda più solo i rivali degli USA.

Nel 2022, l’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) – un blocco di 10 Paesi per lo più filo-USA, con 600 milioni di abitanti – ha lanciato l’iniziativa Regional Payment Connectivity (RPC), che sfrutta sistemi nazionali di pagamento istantaneo come PayNow (Singapore) e PromptPay (Thailandia) per consentire trasferimenti diretti senza SWIFT.

In precedenza, le transazioni tra Paesi ASEAN richiedevano la conversione in dollari. Ad esempio, un bonifico da Singapore alle Filippine vedeva i dollari singaporiani convertiti in USD e poi in pesos filippini. Con RPC, questi passaggi vengono eliminati, riducendo costi e tempi.

Lo stesso anno, l’Unione Africana ha lanciato il Pan-African Payment and Settlement System (PAPSS), che bypassa anch’esso SWIFT e il dollaro.

Questa rivoluzione silenziosa tra i partner di Washington segnala un cambiamento più profondo: persino gli alleati diffidano della politicizzazione di SWIFT.

La fine del monopolio

Nonostante tutto, SWIFT non scomparirà domani. Molte istituzioni lo usano insieme ad alternative per massimizzare l’accesso ai mercati. Ma la diffusione di nuovi sistemi offre ai Paesi opzioni senza precedenti per affermare la sovranità economica.

Nel 2012, l’Iran doveva ricorrere al baratto e al contrabbando d’oro per aggirare le sanzioni. Oggi può commerciare con la Cina via CIPS e con la Russia via SPFS. Man mano che più Stati adottano sistemi simili, l’impatto di eventuali future esclusioni da SWIFT si riduce drasticamente.

Questo erode i punti di forza di SWIFT. Sicurezza? Compromessa dalla sorveglianza USA e dal furto di 81 milioni di dollari alla Banca del Bangladesh nel 2016. Velocità? Superata da piattaforme come RPC e PAPSS. Universalità? Minata da ogni Paese espulso.

Il vero vantaggio di SWIFT è l’effetto rete: funziona perché tutti lo usano. Ma con ogni disconnessione politica, quella rete si restringe. Al contrario, il CIPS cinese non ha mai imposto sanzioni estese, rendendolo un’opzione più sicura per chi cerca stabilità finanziaria.

Il dominio del dollaro si indebolisce

Il declino di SWIFT va di pari passo con l’indebolimento del ruolo globale del dollaro. Poiché SWIFT funge da guardiano, Washington può punire chi cerca alternative. Ma una volta che sistemi paralleli eliminano questo vantaggio, i Paesi possono sperimentare l'uso di valute diverse. Inoltre, piattaforme come RPC riducono la dipendenza dalle valute intermediarie.

Cina e Arabia Saudita stanno esplorando scambi in renminbi, una mossa impensabile nell’era del dollaro dominante.

La supremazia finanziaria USA non svanirà da un giorno all’altro. Ma l’ascesa di sistemi paralleli dimostra che le potenze globali – sia nemiche che alleate – si stanno aprendo la strada fuori dall’orbita finanziaria occidentale.

Fonte

19/10/2023

Swift, lo specchio deformante della crisi USA

Tutti catturati dalle guerre in corso, converrà non perdere d’occhio i sommovimenti economici (finanziari e monetari) che in genere spingono le dinamiche belliche più delle retoriche patriottarde.

Da anni andiamo registrando – non solo noi, ma i principali analisti del pianeta – una diminuita centralità del dollaro nelle transazioni internazionali, compensata da un aumento del peso dell’euro e dall’ingresso dello yuan cinese, seppure con percentuali ancora minime.

Merito, o colpa, non solo della centralità strategica statunitense, ma anche del monopolio della piattaforma Swift riguardo ai pagamenti internazionali. Piattaforma controllata dagli Usa e quindi con la “vocazione” a privilegiare il biglietto verde.

Tanto più che, come si ripete ormai a mesi alterni, tutte le “sanzioni” unilateralmente decise dagli Usa e dai camerieri della UE – nei confronti della Russia, del Venezuela, dell’Iran e di a-chi-tocca-tocca – sono applicabili davvero solo attraverso questa piattaforma.

Ora, ci spiega Guido Salerno Aletta su TeleBorsa, utilizzando i dati forniti da Bloomberg, sulla piattaforma Swift le transazioni in euro sono improvvisamente crollate, mentre quasi tutto lo spazio perso è stato “riconquistato” dal dollaro.

Possibile che nessuno avesse capito nulla e abbia(mo) tutti preso lucciole per lanterne sulla diminuita centralità del dollaro?

L’analisi dei dati conferma, invece di smentire, questa crisi del biglietto verde. Che appare “relativamente più forte” (rispetto all’euro) solo perché lo Swift non è più l’unica piattaforma per le transazioni internazionali.

E, come dialettica vuole, il sorgere di piattaforme alternative è stato stimolato proprio dall’eccesso di prepotenza della Casa Bianca e dei suoi camerieri.

In altri termini, chi non poteva più effettuare le sue transazioni su Swift ha cominciato a farlo su altre piattaforme (una cinese, l’altra russa), costruite per tempo quando è iniziato ad esser chiaro che non conveniva più giocare con regole e carte “americane”. E che commerciare in dollari, tra paesi dotati di proprie monete, era un concedere agli Usa un vantaggio competitivo immeritato.

A rimetterci, nell’immediato, è naturalmente il “vaso di coccio”, ossia la “superpotenza erbivora” chiamata Unione Europea (e la sua moneta), improvvisamente privata – causa guerra e relative sanzioni – di una parte consistente dei propri partner non occidentali.

Almeno ufficialmente, certo. Sappiamo bene che, per esempio, gas e petrolio russi arrivano lo stesso in Europa sotto altre bandiere. Così come una quota rilevante di esportazioni continentali viaggiano in direzione contraria, verso il “pianeta Brics”.

Ma, appunto, le relative transazioni internazionali non possono più avvenire tramite lo Swift, ma devono utilizzare quelle altre piattaforme, diventando “invisibili” all’occhio del ‘Washington consensus’.

Ne risulta che “è lo Swift che non rispecchia più l’universo”.

Ma chi, come la presidenza Biden, come ogni altra “regina cattiva”, in quello specchio continua a vedere la conferma della propria “superiorità” non può che prendere – lei sì – lucciole per lanterne. Ossia decisioni sbagliate che aumentano i terremoti che vanno sconvolgendo il mondo che credeva di aver “globalizzato”, ossia asservito.

Le guerre non cadono dal cielo. Ma arrivano sempre sui piedi di chi le provoca.

*****

De-eurizzazione e Ri-dollarizzazione o New platforming?

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Hanno destato grande sorpresa i dati relativi all’andamento delle transazioni internazionali sulla piattaforma SWIFT, la più utilizzata in assoluto: l’utilizzo dell’euro sta letteralmente crollando a favore del dollaro.

Mentre nel maggio del 2021 questo rapporto era stato addirittura favorevole alla moneta unica europea, con il 39% della quota delle transazioni effettuate in euro rispetto al 38,3% effettuate in dollari, da allora il rapporto si è andato invertendo, per precipitare nel luglio scorso: appena il 24,4% delle transazioni era denominata in euro, rispetto al 46,5% denominate in dollari.

Il grafico diffuso in un articolo pubblicato da Bloomberg mostra una accelerazione improvvisa a partire dal precedente mese di giugno, quando le quote delle transazioni in euro erano ancora del 31,2% rispetto al 42% del dollaro: in un solo mese le transazioni in euro sono diminuite sul totale del 6,8%.

Se si prendono come base le transazioni rilevate a gennaio 2023, quando la quota di quelle effettuate in euro rappresentava ancora il 37,9% del totale, la riduzione è stata del 13,5%: il fenomeno è stato interpretato come una sorta di de-eurizzazione da una parte e di re-dollarizzazione dall’altra.

Sarebbe in corso una sorta di abbandono della moneta unica europea a favore di un ritorno alla dominanza assoluta del dollaro: il processo di progressiva ed inarrestabile de-dollarizzazione negli scambi commerciali internazionali non solo si sarebbe arrestato, ma addirittura invertito.

Le quote delle transazioni in yuan, sempre registrate sulla piattaforma Swift, per quanto raddoppiate, rimangono assolutamente irrisorie: a luglio scorso ammontavano al 3% del totale rispetto allo 0,03% del 2010. Non è certo lo yuan ad erodere sullo Swift la quota dell’euro.

Su Scenari Economici è stato rilevato che a danno dell’euro avrebbero giocato le minori transazioni commerciali con la Russia, derivanti dalle sanzioni che sono state rese molto più severe rispetto a quelle già irrogate dopo l'annessione della Crimea: le importazioni di gas, che venivano pagate in euro, sono state praticamente azzerate.

Eurostat conferma questo dato: nel periodo gennaio-agosto 2023, le importazioni dell’Unione europea dalla Russia sono ammontate ad appena 36,1 miliardi di euro mentre erano state di 154,1 miliardi di euro nel corrispondente periodo del 2022, con una riduzione del 76,6%.

C’è da dire, al riguardo, che il totale delle importazioni della Ue da Paesi extra Ue nel periodo gennaio-agosto 2023, fa riferimento ad un periodo di tempo che comprende anche le rilevazioni delle transazioni commerciali effettuate su Swift che arrivano al mese di luglio di quest’anno.

Il totale di queste importazioni della Ue è passato dai 1.968 miliardi di euro del periodo gennaio-agosto 2022 ai 1.701 miliardi del corrispondente periodo di quest’anno, con una riduzione di 267 miliardi di euro. In particolare, quelle di prodotti energetici, che è ragionevole ritenere siano state pagate in dollari e non più in euro come quelle che in precedenza erano provenienti dalla Russia, si sono ridotte da 542 miliardi a 371 miliardi di euro (-31,5%).

Sembra quindi che la maggior quota di transazioni in dollari registrata di recente su Swift rispetto a quelle in euro non dovrebbe dipendere dall’andamento delle importazioni europee, e soprattutto di quelle per prodotti energetici, pagate in dollari, che sono drasticamente diminuite.

C’è una altra ipotesi da prendere in considerazione per giustificare gli andamenti di ri-dollarizzazione e di de-eurizzazione delle transazioni rilevate sullo Swift: il processo di deplatforming, di abbandono di questa tradizionale piattaforma da parte dei Paesi BRICS.

In pratica, se questi Paesi avessero già cominciato ad usare massicciamente le nuove piattaforme di transazione commerciale internazionale in alternativa allo Swift per regolare le loro transazioni commerciali bilaterali, si spiegherebbero sia il maggior peso del dollaro sia il minor peso dell’euro: se fosse stato abbandonato dai BRICS, è lo Swift che non rispecchia più l’universo.

Il divieto di utilizzare la piattaforma Swift, che è stato comminato come sanzione prima nei confronti dell’Iran e poi della Russia, ha accelerato il processo di creazione e l’utilizzo di due piattaforme alternative:

- CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), gestito dalla People’s Bank of China e basato sulla valuta cinese, che è usato da circa 1.300 banche, soprattutto in Africa, Giappone e Russia;

- SPFS (System for Transfer of Financial Messages) un sistema russo usato, prevalentemente sul mercato interno, cui aderiscono 400 banche russe e altre straniere di Armenia, Bielorussia, Germania, Kazakistan, Kirghizistan e Svizzera.

In pratica, i BRICS diventerebbero progressivamente autonomi: non solo per quanto riguarda le transazioni bancarie internazionali con piattaforme alternative allo Swift, ma anche per la regolazione delle transazioni valutarie mediante sistemi di swap tra le rispettive Banche centrali che si scambierebbero vicendevolmente dotazioni di moneta da usare per il commercio.

In Argentina, un apposito Accordo di swap tra il Banco National e la Banca del Popolo cinese, consente al primo di avere la disponibilità di yuan da cedere alle proprie banche per finanziare le importazioni di merci dalla Cina, così come consente alla seconda di avere a disposizione peso da cedere alle proprie banche per finanziare le importazioni di merci dall’Argentina.

In pratica, non solo non si ricorrerà al dollaro come valuta per regolare le rispettive transazioni, ma non ci si dovrà neppure indebitare in dollari per finanziarle. Alla fine del periodo biennale, se le importazioni dei due Paesi saranno state bilanciate, gli yuan saranno ritornati in Cina ed i peso saranno tornati in Argentina.

Una eventuale differenza, nel caso di un commercio non perfettamente bilanciato, sarà regolata tra le due Banche centrali alle condizioni già predeterminate.

Questa sarebbe la spiegazione: se i BRICS abbandonano la piattaforma Swift per usare quelle alternative per gestire le loro transazioni bilaterali ed anche i Paesi europei iniziano ad usarle per gestire i loro rapporti commerciali con i BRICS, ne deriva l’effetto di de-eurizzazione e di re-dollarizzazione delle transazioni rilevato sullo Swift.

Fonte

09/07/2023

Il G7 studia nuove sanzioni alla Cina: avranno un impatto devastante sull’economia globale

Almeno 3.000 miliardi di dollari andrebbero subito in fumo se i paesi del G7 sanzionassero la Cina in caso di crisi su Taiwan. L’economia globale perderebbe una cifra equivalente al Pil del Regno Unito nel 2022. Il dato è al centro di una ricerca congiunta pubblicata da Atlantic Council e Rhodium Group, Sanctioning China in a Taiwan Crisis, Scenarios and Risks. Lo studio del think tank con sede a Washington che si occupa di «stimolare la leadership degli Stati Uniti nel mondo» e del centro di ricerca con focus sul settore privato in Cina muove da un confronto in corso tra policymaker e aziende dei sette paesi pesi più avanzati (ufficialmente non se ne parla all’interno dei governi). Tuttavia queste discussioni rivelano che un’ennesima crisi dello Stretto (sarebbe la quarta, dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1995-96) rappresenta uno scenario tutt’altro che fantapolitico.

Secondo il rapporto, il coordinamento costante tra funzionari statunitensi ed europei ha evidenziato che «l’invasione russa dell’Ucraina ha rimodellato i contorni di ciò che era possibile nel regno della politica economica».

Quando parliamo di “crisi” intendiamo non solo uno scontro militare, ma anche altri due scenari, che a Taipei ritengono più probabili: un blocco dell’Isola da parte della marina e dell’aviazione cinese, e/o un grande attacco informatico contro le sue infrastrutture. Entrambi metterebbero in ginocchio l’economia di Taiwan, fortemente dipendente dall’export.

Prima di esaminare i risultati del paper, è importante riflettere sulle sue conclusioni. Secondo Atlantic Council e Rhodium Group, contro queste eventuali mosse di Pechino le contromisure economiche non basterebbero: esse sono «complementari, piuttosto che sostitutive, degli strumenti militari e diplomatici per mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan». Tuttavia a chi abbia analizzato l’ascesa di Xi Jinping e la riorganizzazione alla quale ha sottoposto negli ultimi dieci anni il partito e l’esercito appare evidente che nella “Nuova era” proclamata dal presidente cinese la questione taiwanese ha assunto una rinnovata centralità. In questo quadro, nessuna pressione militare e diplomatica potranno far recedere Pechino dalla “riunificazione” del territorio che considera una provincia ribelle. Pertanto, ciò che servirebbe con urgenza è una soluzione politica, basata su un nuovo accordo complessivo tra la potenza egemone e quella in ascesa.

Al contrario, si studiano le sanzioni, che colpirebbero tre ambiti principali: le banche (divieto di utilizzare il sistema SWIFT; limitazioni delle transazioni; mercato internazionale precluso ai titoli di debito cinesi); le élite politiche e militari (blocco dei beni e restrizioni ai visti); le compagnie legate all’esercito (restrizioni al commercio e agli investimenti; su obbligazioni e azioni; controlli sull’export).

Tuttavia, date le dimensioni (dieci volte quella russa) e i legami dell’economia cinese, per i governi del G7 sarebbe molto più difficile approvarle rispetto alle punizioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina. I due think tank evidenziano «gli interessi nazionali differenti, la diversa disponibilità a sopportare le ripercussioni economiche e le sfaccettature uniche delle loro relazioni con Washington». In effetti, se al Congresso Usa è già stato introdotto (il 29 marzo scorso) un progetto di legge ad hoc (lo “STAND with Taiwan Act”) per sanzionare la Cina se «l’Esercito popolare di liberazione avvia un’invasione di Taiwan», il presidente francese, Emmanuel Macron, pochi giorni dopo (il 9 aprile), ha avvertito in un’intervista a Politico che «la cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei su questa questione (Taiwan, ndr) dobbiamo seguire l’agenda degli Stati Uniti a una reazione eccessiva cinese». Per Washington Taiwan rappresenta una questione di sicurezza nazionale, per le capitali europee no. Le divergenze politiche riflettono quelle dell’opinione pubblica, con l’83 per cento degli statunitensi che ha un’idea “negativa” della Cina (Pew Research Center, aprile 2023), mentre il 62 per cento degli europei vorrebbe rimanere neurale in caso di conflitto tra Cina e Stati Uniti su Taiwan (European Council on Foreign Relations, giugno 2023).

Anche se l’ultimo vertice, a Hiroshima, ha ostentato unità sulla Cina, raggiungere un accordo tra i paesi del G7 per applicare eventuali sanzioni contro Pechino richiederebbe tempo e difficili compromessi. Un embargo contro la Cina equivarrebbe secondo alcuni alla “distruzione reciproca assicurata” immaginata in caso di impiego in guerra degli ordigni nucleari. Si tratta certamente di un’iperbole: in realtà quella delle punizioni e delle rappresaglie è una strada che Stati Uniti, Unione Europea e Cina hanno imboccato già da qualche tempo. Con il dialogo politico che si è fatto difficile e intermittente, avanzano le sanzioni. Come, ad esempio, quelle varate il 22 marzo 2021 da Bruxelles (in base al nuovo EU Global Human Rights Sanctions Regime) contro quattro funzionari e un’entità cinese per la repressione dei musulmani nella provincia del Xinjiang, reciprocate il giorno stesso da Pechino – uno scontro che ha contribuito alla sospensione del Comprehensive Agreement on Investiment (Cai) negoziato per sette anni tra la Cina e l’UE. Oppure le tre compagnie cinesi (di Hong Kong) colpite, per la prima volta, da un pacchetto di sanzioni dell’UE sulla guerra in Ucraina, l’undicesimo, approvato il 21 giugno scorso (Asia Pacific Links Ltd; Tordan Industry Limited; Alpha Trading Investments Limited) per il loro contributo finanziario o tecnologico allo sforzo bellico russo.

L’esposizione del sistema finanziario globale nei confronti di quello cinese è relativa soprattutto ai flussi commerciali internazionali: le banche cinesi mantengono conti (in dollari e in euro) presso istituti di credito internazionali per facilitare i pagamenti cross border. Stando così le cose, il G7 avrebbe due opzioni: sanzionare solo alcune banche con legami con il settore militare e tecnologico, senza alcun impatto sostanziale sui flussi finanziari complessivi del paese, oppure colpire le grandi banche di stato, causando i succitati 3.000 miliardi di ammanco al commercio e agli investimenti globali.

Punire alti funzionari del governo e dell’Esercito popolare di liberazione rappresenta invece un’eventualità alla quale i soggetti presi di mira si sono già preparati, rendendo molto complicato identificare i loro patrimoni detenuti all’estero.

C’è infine il controllo sulle esportazioni di componenti chiave, che potrebbe avere anch’esso un effetto boomerang sui paesi del G7. Prendiamo ad esempio il settore aerospaziale, predestinato alle sanzioni in caso di scontro su Taiwan. Sarebbero interessati 2,2 miliardi di dollari di export dei paesi del G7 verso la Cina, la quale potrebbe mettere in campo una rappresaglia da 33 miliardi di dollari, attraverso il blocco dell’acquisto di aerei e componenti dai paesi più avanzati.

Col ricorso sempre maggiore alle sanzioni contro la Cina, il governo di Pechino ha iniziato ad affinare gli strumenti per contrastarle. Anzitutto spingendo i paesi amici a utilizzare la sua divisa, in luogo del dollaro, nei commerci bilaterali. Lo yuan – che rappresenta tuttora una percentuale trascurabile delle riserve valutarie internazionali, il 2,7% – è sempre più utilizzato da paesi come Argentina, Brasile, oltre alla Russia, che hanno firmato con Pechino accordi ad hoc per regolare in yuan i loro commerci con la Cina.

In conseguenza di questo cambiamento, a marzo le banconote con l’effigie di Mao (48,4%) hanno superato il biglietto verde (46,7%), diventando la valuta più utilizzata dalla seconda economia del pianeta nei suoi scambi con l’estero. Non solo, a Pechino ritengono che in futuro lo yuan potrà essere impiegato sempre di più nelle transazioni tra paesi terzi, proprio in risposta a quella che stigmatizzano come l’“utilizzo del dollaro come arma” da parte degli Stati Uniti che i paesi non allineati stanno osservando contro la Russia (espulsa dal sistema interbancario SWIFT) e la Cina.

In secondo luogo Pechino sta spingendo per la promozione a livello globale del CIPS. L’alternativa “made in China” allo SWIFT, lanciata nel 2015 dalla Banca centrale, nel 2022 ha “processato” transazioni pari a 96.700 miliardi di yuan (oltre 14.000 miliardi di dollari) con 1.420 istituzioni finanziarie connesse in 109 paesi e regioni del mondo. Il sud del mondo ha iniziato a vedere sempre più il CIPS come una alternativa al CHIPS (utilizzato per le grandi transazioni, in dollari) proprio in seguito alle sanzioni imposte contro la Russia. Infine, la Cina sta sperimentando anche lo yuan digitale (e-CNY), che l’anno scorso è stato il gettone digitale (token) più utilizzato nelle transazioni internazionali.

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01/04/2022

Il gas russo si paga in rubli e svuota le sanzioni

Diceva Franco Bernabè, qualche giorno fa, che “il dollaro è una moneta che gli Usa utilizzano come un’arma”. Aggiungiamoci il controllo dello Swift (il sistema di registrazione dei pagamenti internazionali) e abbiamo il “dispositivo militare” che permette a Washington di decidere sanzioni per singole persone o interi paesi, in barba a qualsiasi legge internazionale.

Già, perché secondo quelle leggi – invocate ma evidentemente non conosciute – c’è una sola organizzazione internazionale abilitata ad erogare sanzioni: l’Onu. Che ovviamente non ne ha erogato alcuna verso la Russia; anzi nessun paese (neanche gli Stati Uniti) ha avanzato una richiesta del genere in quella sede. Ovvio che se il paese da sanzionare possiede il diritto di veto (e anche la Cina), nessuna perde tempo a chiedere qualcosa di irrealizzabile.

Sta di fatto, dunque, che le “regole internazionali” di cui si parla sui media occidentali sono semplicemente le “regole dell’Occidente”, unilaterali e arbitrarie, che si impongono solo grazie alla forza politica e militare. Anche in questo caso, però, se “il diritto” è solo l’abito elegante vestito dalla forza, allora l’efficacia di qualsiasi sanzioni unilaterale dipende dal rapporto di forza che esiste tra le parti.

Una cosa è, insomma, sanzionare la Libia o l’Iraq, tutt’altra è fare lo stesso con Cina e Russia.

L’idea di fondo di Biden & Co. nel decidere sanzioni per Mosca era in fondo semplice: far crollare il rublo e l’economia russa, in modo da facilitare un cambio ai vertici del Cremlino o comunque ridurlo a più miti consigli, usando le armi del dollaro e dello Swift.

Il problema, dicevamo, è che davanti non hai un piccolo paese, ma una potenza nucleare. Un po’ decaduta, certo, ma non proprio defunta. Una potenza capitalistica, per di più, che ragiona esattamente come gli Usa, ma con interessi chiaramente contrastanti.

Una potenza che usa le armi che possiede, la prima delle quali è il gas. E in questi giorni abbiamo visto che il rublo – precipitato da 80 a 140 in cambio di un dollaro – è risalito ai suoi livelli normali (81 per dollaro) in base al solo annuncio di Putin di voler ricevere rubli invece che euro o dollari in cambio del suo gas. Era prevedibilissimo... Solo la stupida iattanza da colonialisti impediva di vedere che quel potere di determinare ogni cosa in base ai propri interessi stava evaporando.

Il principale effetto delle sanzioni occidentali è insomma svanito come neve al sole. Restano innumerevoli problemi per l’economia russa, certo, ma lo squilibrio principale – una moneta che non vale nulla e uno sbilancio impressionante nell’import-export – è stato annullato.

Il cerino è ora in mano ai paesi europei. Gli Usa, infatti, non hanno bisogno del gas o del petrolio russi, anzi hanno da guadagnare vendendo il loro – il gnl, molto più caro – agli europei. I quali, tra loro, hanno anche interessi diversi, in proporzione alla quantità di gas russo importato e, al momento, insostituibile (abbiamo spiegato più volte il perché).

Le prime risposte al decreto firmato ieri da Putin – “dal primo aprile i paesi ostili dovranno pagare il nostro gas in rubli” – sono state quelle tipiche del gioco delle parti (“inaccettabile”, “un ricatto”, ecc.).

La più ridicola è quella che ripete anche Mario Draghi: “è una violazione del contratto”. Cui la Russia potrebbe rispondere, perculando un po’, “fateci causa” (in quale tribunale?). Oppure, più seriamente, spiegando che anche le sanzioni occidentali sono una violazione del diritto internazionale (se l’unico soggetto legittimo è l’Onu, ogni altro provvedimento è arbitrario e “illegale”).

Ma, appunto, in una dinamica di guerra – di rapporti di forza su ogni aspetto delle relazioni – discutere di “diritto” è menare il can per l’aia. Contano i fatti concreti.

E qui casca l’asino neoliberista. La centralità del dollaro e lo Swift sono sistemi tutto sommato virtuali, dunque sostituibili (è quanto sta avvenendo da tempo, anche se con grande lentezza).

Il gas (e il petrolio, i fertilizzanti, molti metalli, ecc.) è fisico; materia, non righe di codice su un computer. Se non ti arriva più, e nelle quantità che sei abituato a consumare per far girare tutto il tuo sistema di vita (elettricità, autotrazione, riscaldamento, cucina, ecc.), semplicemente smetti di funzionare. Ti fermi, o rallenti moltissimo razionando quel che ricevi da altri fornitori che non possono – fisicamente – soddisfare il tuo fabbisogno (pure la promessa Usa – 15 miliardi di metri cubi l’anno – è appena il 10% delle importazioni europee dalla Russia).

Sarà per questo che molti interpretano le piccole smagliature nel decreto di Putin (tempi dilazionabili, conti correnti in doppia valuta, ecc) come il risultato di una trattativa sotterranea tra Mosca e le capitali europee: “io non vi taglio le forniture, ma voi vedete di smarcarvi da Washington quel tanto che basta a concludere un accordo sull’Ucraina”.

L’economia reale prevale sempre, alla fin fine, su quella di carta. Con buona pace delle chiacchiere ideologiche sui “diritti”, la “libbbertà”, “un paese sovrano” e via cianciando.

Fonte

27/02/2022

In Ucraina Putin si avvicina alla vittoria e controlla la catena di approvvigionamento della tecnologia occidentale, quindi di chi è il bluff?

Ambrose Evans Pritchard pubblica sul Telegraph due articoli in stretta successione che offrono una visione approfondita e chiarificatrice sulla vicenda Ucraina e il contesto economico in cui si muovono le parti in causa.

Nel primo articolo, intitolato In Ucraina Putin è vicino alla vittoria, pubblicato il 15 febbraio, Pritchard mostra come la Russia in realtà non abbia motivo di temere le sanzioni occidentali. Nel secondo, pubblicato il 22 febbraio e intitolato Putin controlla la catena di approvvigionamento della tecnologia occidentale, quindi di chi è il bluff?, focalizza l'attenzione su un aspetto meno noto: la capacità della Russia di ostacolare gli approvvigionamenti di materie prime indispensabili alle industrie del mondo occidentale.

Partiamo dal primo, In Ucraina Putin è vicino alla vittoria.

Per cominciare Pritchard descrive l'economia russa come un sistema ordinato, dotata di un ingente ammontare di riserve valutarie, un debito estero tra i più bassi al mondo, un sistema bancario solido e una valuta dal cambio flessibile che consente all'economia di adattarsi bene alle vicende degli scambi internazionali, oltre ad una finanza pubblica in avanzo che non dipende dagli investitori stranieri per il proprio finanziamento.

In contrasto con i sistemi economici dell'occidente, che si reggono sull'helicopter money delle banche centrali e sui grandi debiti pubblici, come afferma Christpher Granville, di TS Lombard, questo si può definire "il paradosso del mandato di Vladimir Putin, che dirige uno dei regimi politici più ortodossi del pianeta, con un team macroeconomico, presso la banca centrale e il tesoro, decisamente esemplare".

Ma che peso e che conseguenze potrebbero avere le sanzioni sulla Russia? E quali sarebbero invece le conseguenze sui paesi europei? Per le articolate risposte a queste domande riportiamo direttamente le parole di Pritchard:
"Il Cremlino potrebbe interrompere tutti i flussi di gas verso l'Europa – il 41% della fornitura dell'UE – per due anni o più senza incorrere in gravi problemi finanziari.

L'Occidente parla di sanzioni 'devastanti' se Putin invaderà l'Ucraina. Martedì è il turno del cancelliere tedesco Olaf Scholz di rilanciare gli avvertimenti a Mosca, ma nel suo caso con una certa umiltà. È un rituale, nella migliore delle ipotesi l'espressione di un pio desiderio, che a volte maschera l'interesse economico.

La verità più dura è stata riassunta dall'ambasciatore russo in Svezia. 'Scusate il mio linguaggio, ma non ce ne frega un cazzo delle sanzioni occidentali', ha detto al quotidiano Aftonbladet.

Washington afferma che infliggerà una punizione molto più dura rispetto al 2014, iniziando dalla cima della scala dell'escalation. Ma il Cremlino potrebbe aver già calcolato – secondo me con precisione – che l'impatto sarà in effetti minimo.

Le sanzioni successive all'annessione della Crimea hanno coinciso con un grande crollo delle materie prime, il motivo principale per cui il reddito disponibile reale russo è diminuito del 12%. Questa volta coincidono invece con un boom secolare delle merci.

La Russia oggi ha un'economia semi-autarchica e il suo principale partner commerciale è la Cina. Il voluminoso documento firmato da Putin e Xi Jinping alle Olimpiadi Invernali di Pechino – Entrare in una nuova era globale – stabilisce un'alleanza de facto tra i due Paesi.

Dovremmo prendere la retorica con le pinze. Sono pur sempre due scorpioni in una bottiglia, amorosi come gli amanti Ribbentrop-Molotov. Ma in questo momento la Cina ha l’appoggio della Russia contro l'Occidente, e questo rende impossibile applicare sanzioni significative.

Il Cremlino sa che l'Europa ha posto il veto all'espulsione della Russia dalla rete SWIFT dei pagamenti internazionali. 'L'Occidente deve fare qualcosa per salvare la faccia, ma non ci aspettiamo altro che sanzioni su due o tre grandi banche russe. Sarebbe un fatto dirompente, ma i russi ci sono abituati. L'unica sanzione che avrebbe un impatto reale sarebbe cercare di estromettere del tutto la Russia dal sistema finanziario globale', ha affermato Granville.

'Ovviamente la Russia crescerebbe più velocemente se fosse integrata nelle catene di approvvigionamento occidentali, ma in un certo senso il danno è già avvenuto in seguito agli eventi della Crimea. Ulteriori misure non cambierebbero molto le cose'.

È chiaro che non ci sarà alcun blocco definitivo del condotto energetico russo. La dipendenza della Germania dal gas è così totale che Scholz fa ancora fatica ad affermare inequivocabilmente che il gasdotto Nord Stream 2 verrebbe definitivamente abbandonato in seguito a un'invasione in piena regola.

Qualunque decisione richiede l'unanimità di tutti i 27 stati e quindi graviterà sul minimo comune denominatore.

"L'Europa non può fare a meno dell'energia russa e non ha nessun altro a cui rivolgersi. Non si tratta solo di gas: ci sono oleodotti, oltre a 2,5 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati come carburante per aviazione e diesel", ha affermato Weafer di Macro-Advisory.

Le consegne di gas naturale liquefatto, principalmente dagli Stati Uniti, hanno rallentato il tasso di esaurimento delle riserve di gas europee nell'ultimo mese, con l'aiuto del clima mite.

Ma le riserve sono spiacevolmente basse – Austria (19%), Paesi Bassi (24%), Francia (28%) – e la portata globale del GNL è al limite. Un taglio totale delle forniture da parte del Cremlino metterebbe l'Europa in ginocchio in poche settimane.


La Casa Bianca pensa che Putin non potrà realizzare il suo piano di investimenti da 400 miliardi di dollari per diversificare l'economia nel prossimo decennio senza la tecnologia occidentale, ma la Cina può colmare molte lacune e non c'è alcuna possibilità di sostenere un regime di sanzioni ermeticamente sigillato su scala globale.

Putin ha un'opportunità irripetibile di distruggere l'accordo post-Guerra Fredda e riaffermare l’egemonia russa sul suo vicinato estero. Niente nell'attuale menu di sanzioni può modificare il suo calcolo."
Quindi le sanzioni secondo quanto afferma Pritchard non hanno alcuna probabilità di far retrocedere la Russia dai suoi obiettivi. Vi sono soltanto due ragioni che potrebbero farla desistere:
"La prima è che Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia hanno spedito in Ucraina armi sufficientemente sofisticate per spostare gli equilibri sul campo: missili anticarro e antiaerei e droni.

Gli stati della Nato dell'Europa orientale hanno tenuto duro. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno mobilitato la loro capacità di guerra informatica per conto dell'alleanza. Washington ha chiarito che sosterrà una resistenza per aumentare i costi dell'occupazione militare russa.

Putin deve soppesare il rischio che i riservisti ucraini temprati dalla battaglia possano opporre una resistenza più rigida del previsto e che un attacco lampo su Kiev possa rivelarsi più difficile di quanto sembri."
A questo proposito, Pritchard sottolinea invece come l'Europa centrale arrivi completamente impreparata di fronte a queste sfide strategiche. Ossessionata dalla sua complicata architettura istituzionale e dalla necessità di salvare l'unione monetaria dalle sue stesse contraddizioni, ha tagliato la spesa per ammodernare la difesa, seguendo obiettivi di austerità arbitrari e prociclici, e questi sono stati enormi errori di governo.

L'altro motivo per cui Putin potrebbe desistere sarebbe questo:
"una possibile promessa a porte chiuse di Germania e Francia di dargli ciò che vuole ottenere senza una guerra: offrirgli l'Ucraina su un piatto d’argento, spogliata della sua sovranità e rinchiusa nell'orbita strategica di Mosca.

Scopriremo abbastanza presto cosa è successo in queste riunioni private, ma è stato rivelatore vedere il volto cinereo e il sussulto involontario dell'ucraino Volodymyr Zelensky mentre il cancelliere tedesco parlava a Kiev.

Il signor Scholz è sembrato davvero tirargli il tappeto da sotto i piedi, raffreddando la speranza dell'Ucraina di una vera indipendenza con parole pacate e con un'attenta precisione da avvocato del lavoro, ex professione del Cancelliere.

I mercati stanno implicitamente scommettendo che il probabile risultato sarà una resa occidentale alle condizioni di Putin e che l'Ucraina sarà spinta verso un riallineamento "volontario" – come i cechi nel 1938 – consentendo agli affari di continuare come al solito.

Il cinismo assoluto è di solito la scommessa più sicura."
Il secondo articolo, Vladimir Putin controlla la catena di approvvigionamento della tecnologia occidentale, quindi di chi è il bluff?, mostra come la Russia sia in realtà in grado di ostacolare le industrie chiave negli Stati Uniti e in Europa limitando le forniture per loro indispensabili.

Riportiamo nelle parti essenziali le parole di Pritchard:
"È già ben chiaro che l'Europa è prigioniera del gas russo e non osa espellere la Russia dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT perché subirebbe una crisi più immediata della Russia stessa.


Meno compreso è invece l'aspetto della tecnologia.

Washington afferma di avere un'arma killer per evitare il rischio di un simile contraccolpo (il blocco delle forniture da parte della Russia, ndt) e far quindi indietreggiare Putin: minaccia di tagliare l'accesso russo al mercato globale dei semiconduttori.

Questo sarebbe l'equivalente moderno di un embargo petrolifero del 20° secolo, dal momento che i chip sono il carburante fondamentale dell'industria elettronica.

Gradualmente asfissierebbe le industrie avanzate della Russia e, in teoria, ridurrebbe il regime di Putin a un rachitico nano tecnologico.

Eppure questo è un gioco pericoloso. Putin ha i mezzi per tagliare i minerali e i gas necessari per sostenere la catena occidentale di approvvigionamento di semiconduttori, alzando la posta nel bel mezzo di una crisi mondiale dei chip.

Inoltre, potrebbe ostacolare l'industria aerospaziale e degli armamenti negli Stati Uniti e in Europa limitando la fornitura di titanio, palladio e altri metalli.

Se controllasse l'Ucraina, il suo controllo sui minerali strategici chiave sarebbe ancora più dominante, dandogli una leva simile alla stretta energetica dell'Opec nel 1973.

Il Cremlino potrebbe scatenare uno shock inflazionistico violento quanto la prima crisi petrolifera, con relativa recessione.

La Casa Bianca è stata lenta a rendersi conto della capacità di contrattacco della Russia. Non ha indagato sul rischio per le società di semiconduttori statunitensi fino a quando la società di materiali critici Technet non ha rivelato l'entità della dipendenza degli Stati Uniti dalla fornitura russa di gas C4F6, neon, palladio e scandio.


Circa il 90% della fornitura mondiale di neon, utilizzato come gas laser per la litografia su chip, proviene dalla Russia e dall'Ucraina. Due terzi del neon vengono purificati per il mercato globale da un'azienda a Odessa. Ci sono altre fonti di neon a lungo termine in Africa, ma sono irrilevanti nel breve periodo.

Il più grande produttore mondiale di titanio è VSMPO-AVISMA, situato nella "Valle del Titanio" della Siberia occidentale.

È di proprietà di Rostec, il conglomerato statale controllato da Sergey Chemezov, un ex agente del KGB che ha servito con Putin nella Germania dell'Est. Russia e Ucraina insieme rappresentano il 30% della fornitura globale di titanio.

VSMPO-AVISMA fornisce il 35% del titanio utilizzato da Boeing, principalmente per i jet 737, 767, 777 e 787. Viene utilizzato in motori, ventole, dischi e telai, apprezzato per la sua resistenza al calore e alla corrosione e per il suo rapporto peso/resistenza.

Lo scorso ottobre il Bureau of Industry and Security degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto secondo il quale VSMPO-AVISMA stava fornendo spugna di titanio ai clienti negli Stati Uniti a prezzi "artificialmente bassi", con il sostegno dello stato russo, al fine di acquisire una "quota significativa degli affari di Boeing".

Questo avrebbe dovuto far suonare un allarme. Settimane dopo Boeing si è impegnata in rapporti ancora più stretti con l'azienda.

In effetti, la Russia ha fatto ciò che già la Cina aveva fatto in precedenza con i metalli delle terre rare: vendere sottocosto per eliminare la catena di approvvigionamento occidentale. Il rapporto afferma che la Russia è sempre più in grado di utilizzare questo suo potere "come strumento di leva geopolitica".

Il Bureau ha avvertito che gli Stati Uniti sono ridotti a un solo vecchio impianto in grado di produrre spugne di titanio su larga scala e non hanno più alcuna riserva di titanio nelle scorte della difesa nazionale.

Devono contare sulla fornitura di una società controllata da uno stato ostile per costruire caccia, razzi, missili, sottomarini, elicotteri, satelliti e armi avanzate. Il rapporto chiedeva misure urgenti per ricostruire la produzione interna e acquisire riserve strategiche. Un disastro.

Airbus è ancora più vulnerabile. Metà della sua spugna di titanio proviene dalla Russia.

L'industria aerospaziale britannica dipende dalla fornitura russa. VSMPO-AVISMA ha una sede vicino a Birmingham, dove si producono leghe commerciali per l'aerospaziale, la tecnologia medica e l'esercito."
Ma qual è il reale potere degli USA per quanto riguarda la fornitura dei microchip alla Russia?
"Ma la questione è più profonda. La Russia non può essere strangolata, perché è sistematicamente centrale per l'economia mondiale. E nemmeno Washington può rifiutare facilmente i chip semiconduttori russi a lungo termine. Il paese ha le proprie società di chip, guidate da Baikal e Micron.

Possono produrre chip di fascia media fino a 28 nanometri (nm), adeguati per telefoni cellulari e simili. Queste aziende potrebbero senza dubbio alzare il tiro se fosse una priorità nazionale assoluta.

Ma la Russia non può produrre wafer da 5 nm e 7 nm necessari per dispositivi mobili 5G, intelligenza artificiale o tecnologia CPU e GPU

Gli Stati Uniti controllano l'ecosistema globale di chip avanzati e potrebbero impedire a TSMC di Taiwan o alla Samsung coreana di rifornire la Russia. Ma la catena dei semiconduttori è notoriamente complessa e popolata da intermediari.

'Ci sarebbero molti tipi di soluzioni alternative: la Russia non sarebbe in grado di ottenere prodotti all'avanguardia, ma potrebbe cavarsela con chip intermedi per la maggior parte delle sue armi', ha affermato James Lewis, direttore della tecnologia presso il Center for Strategic and International Studies di Washington.

'Possono sempre ripiegare sui cinesi, e questo diluirebbe l’impatto delle sanzioni. Non sarebbe facile per la Russia, perché non è semplice cambiare. Tutto deve essere riprogettato per utilizzare i chip cinesi, che non sono nemmeno i migliori. Questo li farebbe tornare indietro di due o tre anni'.

Le aziende cinesi erano riluttanti a violare le sanzioni statunitensi dopo l'annessione della Crimea nel 2014. Oggi è un mondo diverso. Xi Jinping ha dichiarato illegale rispettare le sanzioni extraterritoriali statunitensi.

Anche se l'accordo strategico tra Russia e Cina alle Olimpiadi invernali di Pechino fosse sopravvalutato, Xi deve aver dato a Putin una sorta di via libera sull'Ucraina.

Altrimenti la Russia non avrebbe ritirato la maggior parte delle sue forze militari dall'Estremo Oriente per fare la guerra in Occidente, lasciando scoperto il confine cinese.
Queste, per ora, le conclusioni di Pritchard:
"Una volta che si approfondisce il menu delle sanzioni occidentali, diventa dolorosamente chiaro che il deterrente economico non rende, o perché le misure sono inferiori a quanto sembrano o perché il rischio di ritorsioni le rende inutilizzabili.

La conferenza di Monaco è stata tre giorni di fumo negli occhi su questi problemi, un rituale di negazione collettiva, una pretesa che niente tranne il fornire le armi all'Ucraina conti davvero.

La sede di Monaco era fin troppo adatta. Il destino del popolo ucraino non è così diverso dalla storia dei cechi del settembre 1938."
Fonte

26/02/2022

Combattimenti a Kiev. Trattative e cessate il fuoco ancora da definire

Combattimenti a Kiev e in altre città ucraine

Secondo quanto riferito dall’agenzia Nova, le truppe russe stanno attaccando da nord e sud nell’area occidentale di Kiev. Da nord si segnala il tentativo di prendere il controllo di una base militare situata in Viale della Vittoria che, secondo quanto riferito dalle forze armate ucraine, sarebbe stato respinto. Da sud ovest, invece, si sono segnalati duri scontri nel sobborgo di Vasylkiv e un attacco missilistico che ha danneggiato un palazzo residenziale. Il bilancio degli scontri nella capitale è di 35 persone ferite, fra cui due bambini. Il ministro degli Esteri ucraino, ha affermato invece che non ci sono state vittime in seguito all’attacco missilistico che ha colpito un edificio residenziale nell’area sud occidentale di Kiev. L’amministrazione comunale di Kiev, inoltre, riferisce di un altro missile che sarebbe caduto sempre nella zona sud occidentale della città.

Sono almeno 198 gli ucraini, inclusi 3 bambini, rimasti uccisi a seguito delle operazioni. Lo ha confermato il ministro della Salute ucraino, Viktor Liashko, su Facebook. Il ministro ha aggiunto che ci sono 1.115 ucraini feriti, di cui 33 minori.

Le forze armate russe hanno annunciato di essere riuscite a penetrare nella città di Melitopol, centro di circa 150 mila abitanti situato nel sud della regione di Zaporozhye, a 50 chilometri dal Mar d’Azov. Per i servizi di intelligence britannici la città invece non sarebbe caduta.

“Le forze armate ucraine hanno segnalato nove attacchi contro sette insediamenti della Repubblica di Luhansk. Cinque case sono state danneggiate nell’insediamento di Donetskiy, due persone, residenti locali, sono state uccise”. È quanto si apprende in una dichiarazione diffusa dall’ufficio di rappresentanza della Repubblica popolare di Luhansk nel Centro congiunto per il controllo e il coordinamento, e rilanciato dai media locali. La milizia popolare della LPR ha stabilito il controllo sul posto di blocco di Stanitsa Luganskaya sulla linea di demarcazione e il controllo sull’omonimo villaggio, ha affermato Ivan Filiponenko, portavoce della milizia popolare.

L’esercito russo ha diramato un proprio bollettino dove fa il bilancio dei primi due giorni di guerra. Il maggiore generale Igor Konashenkov afferma che le forze armate russe hanno distrutto 821 obiettivi delle infrastrutture militari ucraine, utilizzando armi ad alta precisione. “Tra questi ci sono 14 aeroporti militari, 19 posti di comando e centri di comunicazione, 24 sistemi missilistici antiaerei S-300 e Osa, 48 stazioni radar. Inoltre 7 aerei da combattimento, 7 elicotteri, 9 velivoli senza pilota sono stati abbattuti. Sono stati distrutti 87 carri armati e altri aerei da combattimento, veicoli corazzati, 28 sistemi di lancio multiplo di razzi, 118 unità di veicoli militari speciali”, ha aggiunto Konashenkov.

Trattative e cessate il fuoco

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente russo Vladimir Putin stanno discutendo di un luogo e una giornata dove poter tenere i colloqui per una tregua: lo ha riferito un portavoce di Zelensky. Il portavoce ha anche aggiunto che l’Ucraina è pronta a parlare di un possibile cessate il fuoco riferisce l’agenzia Reuters.

Il portavoce del governo ucraino ha dichiarato intorno all’una di questa notte: “Devo smentire le dichiarazioni secondo cui ci siamo rifiutati di tenere colloqui. Abbiamo accettato l’offerta del presidente russo: e proprio in questo momento, le parti si stanno consultando sul luogo e l’orario di svolgimento del processo negoziale. Prima inizieranno i colloqui, maggiori saranno le possibilità di tornare a una vita normale”.

Il ministero degli Esteri russo ha detto in precedenza di aver preparato una delegazione per i colloqui di pace con Kiev, che la Bielorussia ha accettato di ospitare a Minsk. Il dialogo dipende dal “comportamento responsabile di Kiev”, ha ammonito la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Spostare i colloqui a Varsavia presenterebbe un problema, poiché la Polonia ha annunciato venerdì che chiuderà il suo spazio aereo a tutti i voli russi.

Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come prevedibile, la Russia ha posto il veto sulla bozza di risoluzione che chiedeva il ritiro delle sue truppe dall’Ucraina: sui 15 membri i voti a favore sono stati 11. Hanno votato a favore della risoluzione USA, Albania, Gran Bretagna, Francia, Irlanda, Norvegia, Gabon, Messico, Brasile, Ghana, Kenya, ci sono state tre astensioni tra cui quella di Cina, India ed Emirati Arabi Uniti, un dato quest’ultimo che ha sorpreso molto l’amministrazione USA.

Le sanzioni. Contrasti sul codice SWIFT per le transazioni

L’agenzia Agi riferisce che gli gli Stati Uniti stanno valutando se chiedere l’espulsione della Russia dal sistema di transazioni finanziarie Swift. Lo riporta Bloomberg. La Casa Bianca, secondo quanto riporta l’agenzia Usa, sta valutando se insistere per una direttiva dell’Unione Europea utile a bandire la Russia da SWIFT, anche se una decisione degli Stati Uniti e dell’Ue sul tema non è imminente. La Casa Bianca sta discutendo la questione con la Federal Reserve.

Il Consiglio Europeo invece ha deciso per ora di non escludere la Russia dal circuito interbancario Swift. Diverse le posizioni tra i vari paesi europei. Alcuni hanno sottolineato che la scelta potrebbe penalizzare coloro che per esempio acquistano gas da Mosca; altri si sono chiesti se non valesse la pena tenere da parte il provvedimento per rispondere a eventuali contro-sanzioni russe.

Nella giornata di ieri è circolata la notizia che l’Italia (e la Germania) volesse ostacolare questa specifica sanzione. Una presa di posizione del ministro Di Maio è giunta dopo che durante la giornata l’ambasciatore ucraino a Roma aveva chiesto al governo Draghi di esprimersi chiaramente sulla possibilità di bloccare l’accesso della Russia a Swift. Nel frattempo, anche Palazzo Chigi aveva assicurato: «Non vi è alcuna richiesta di eccezione sulle sanzioni da parte dell’Italia. La posizione italiana è allineata a quella dell’Unione europea».

Sempre a questo riguardo il ministro dell’Economia Daniele Franco ha precisato a Parigi che «la preoccupazione riguarda la possibilità di continuare a pagare il gas naturale russo». È una preoccupazione, ha detto il ministro, che concerne l’Italia e altri Paesi. «Non vi è nessuna divergenza d’opinione. Dobbiamo solo stare attenti» a non bloccare con eventuali sanzioni i pagamenti e quindi le forniture di gas russo.

L’agenzia russa Ria Novosti riferisce che i cittadini russi hanno ritirato 111 miliardi di rubli in contanti il 24 febbraio. La gente temeva la chiusura dei sistemi di pagamento Visa e Mastercard. La domanda di cartamoneta è aumentata di 58 volte durante la notte.

Già nel pomeriggio, molti bancomat, soprattutto nelle regioni, avevano finito il contante. Il sistema di pagamento elettronico PayPal funzionava a intermittenza.

Il secondo pacchetto di sanzioni varato dall’Unione Europea è assai più variegato del primo, adottato martedì 22 febbraio. Oltre a riguardare due massimi dirigenti della Russia e varie altre persone, va a colpire il settore finanziario, quello petrolifero (nel campo della raffinazione), quello dei trasporti (il 75% delle parti di aereo proviene dall’Europa e dal Canada), e quello high-tech (blocco all’export dei semiconduttori).

Fonte

22/02/2022

Ucraina, Putin rovescia il tavolo

In attesa della mediazione francese, del colloquio tra Putin e Biden, delle prese di distanze tedesche, delle paure italiane, delle incertezze spagnole e della contrarietà dell’ex blocco dell’Est, delle scadenze regolarmente sbugiardate di improbabili invasioni russe, la guerra sempre annunciata e mai cominciata ha avuto un primo esito. Con una decisione che ha spiazzato le cancellerie occidentali, Vladimir Putin ha firmato il protocollo diplomatico che riconosce le repubbliche indipendenti di Lugansk e Donetsk. Al riconoscimento ha fatto immediatamente seguito la firma di un accordo di cooperazione e reciproca assistenza, il che comporterà la presenza militare russa a difesa delle due repubbliche e, contestualmente, un avvertimento chiaro a Kiev e ai suoi suggeritori interessati.

Finisce così la guerra sporca, l’unica che si stava davvero combattendo nonostante il sistema mediatico internazionale la nascondesse: ovvero il tiro al bersaglio ucraino sulla popolazione civile del Donbass, che da anni ha reso 4 milioni di cittadini ostaggio di Kiev, con abitanti che diventano sfollati, scuole che diventano bersagli, territorio che diventa cimitero. È stato questo, fino a ieri, il risultato della recente offensiva dell’esercito ucraino in Donbass, che racconta meglio di mille bugie cosa davvero stia succedendo al confine tra Russia e Ucraina e chi, davvero, lavora incessantemente per la guerra.

La controffensiva politica russa smentisce la sequela pesante di imbarazzanti previsioni con tanto di date di immaginarie invasioni russe, che hanno generato una nuova crepa profonda nella credibilità degli Stati Uniti e dei loro maggiordomi inglesi che, dopo le armi di distruzione di massa in Iraq, i Talebani responsabili delle Torri Gemelle e le armi chimiche siriane, entrano di diritto nel girone dei ridicoli.

La mossa di Putin apre uno scenario politico-diplomatico e militare inedito. Politico perché da inizio alla controffensiva politica russa, che ha nella messa in sicurezza della sua popolazione e delle sue frontiere la leva fondamentale. Il riconoscimento delle repubbliche indipendenti della regione del Donbass priva ora di una porzione di territorio l’Ucraina, certo; ma è un territorio che si era reso indipendente dal 2014, così come la Crimea. Nulla di strano, in effetti: un popolo che si sente russo per appartenenza storica, religiosa, politica, linguistica e culturale, non ha nessuna smania di vedersi inglobato nel modello da terzo reich vestito da Mc Donald che governa Kiev grazie ad un colpo di stato.

Dal punto di vista militare e diplomatico rappresenta un doppio successo per Mosca: crea una zona-cuscinetto tra la Russia e l’Ucraina e copre ulteriormente la frontiera con Kiev e sfida apertamente Ucraina e Stati Uniti a proseguire la guerra contro il Donbass indipendente. Disconosce la sicurezza ucraina come unico tema a trattarsi nella vicenda geopolitica e riporta la questione della sicurezza dei russi al centro di una possibile trattativa politico-diplomatica con i padroni occidentali dell’Ucraina. Lascia peraltro intravvedere come una eventuale risposta militare ucraina contro il Donbass potrebbe portare ad una controffensiva su scala locale che coinvolgerebbe anche il porto di Mariupol e quello di Odessa, strategico per Kiev.

Le reazioni

La risposta della NATO appare al momento molto più prudente delle minacce profferite fino a ieri. Sul piano politico serve una discreta sfacciataggine per non accettare il riconoscimento delle due repubbliche indipendenti, visto che nel 1992, l’intero Occidente, sotto la spinta di Germania, Austria, Vaticano e Stati Uniti riconobbe immediatamente la secessione croata e bosniaca dalla Jugoslavia e la armò, finanziò e sostenne politicamente e militarmente contro la Serbia. Addirittura arrivò all’obbrobrio etico e giuridico di riconoscere la secessione su base etnica. Lo stesso fece anni dopo con il Kosovo che si staccò dalla Serbia. Non si capisce perché in questo caso il principio della legittima secessione non dovrebbe valere.

Sul piano militare, non essendo (ancora) l’Ucraina un paese NATO, la controffensiva russa non permette l’invocazione dell’art.5 del Patto Atlantico. La UE, come sempre, non ha una politica e resta in attesa di obbedire a quello che faranno gli USA. Eccezion fatta per Borrel, (un modesto impasto di franchismo e narcisismo che la UE ha scelto per farsi rappresentare internazionalmente, ottenendo così di farsi disprezzare più di quanto già meritasse) i commenti europei che contano sono orientati ad incassare la mossa di Putin auspicando che possa chiudersi con l’accettazione dello stato di fatto e l’imposizione di sanzioni mirate solo alle due repubbliche indipendenti. Sono sanzioni prive di reale efficacia e servono solo a salvare la faccia già consumata di una NATO incapace di unire se stessa persino sulla fattibilità di un ingresso di Kiev nell’Alleanza, figurarsi sulla risposta a Mosca.

L’idea che soprattutto Francia, Germania ed Italia coltivano, infatti - e che dà seri grattacapi a Washington - è che aldilà di generiche dichiarazioni di unità, la parte più importante della UE voglia far ripartire un negoziato complessivo tra l’Occidente e la Russia. Un negoziato in parte diverso da quello immaginato fino a ieri, perché la mossa di Putin ha già posto una linea chiara alla trattativa: siamo in grado di operare in qualunque scenario, sia esso di pace come di guerra; se si pensa di minacciare Mosca puntandogli contro batterie missilistiche, si garantirà in ogni modo che esse non possano essere dispiegate.

Dunque serve un tavolo che rimetta in agenda le politiche di sicurezza regionale, sapendo che il rifiuto a considerare giuste le esigenze di sicurezza russe otterrà il solo risultato di far procedere autonomamente Mosca alla difesa delle stesse. Il che porrebbe le questioni sul terreno che l’Europa vuole evitare ad ogni costo, ovvero quello militare. Putin, del resto, ha già dimostrato lungo tutta la sua carriera presidenziale, dalla Cecenia al Donbass, passando per Georgia e Bielorussia, Kazhakistan e soprattutto Siria, che non è disposto a vedersi accerchiare dalla NATO, né a farsi minacciare militarmente. Che sulla sicurezza nazionale non accetta minacce e non esita a muoversi in maniera rapida ed efficace per difendere gli interessi nazionali russi.

Sanzioni: chi minaccia chi ?

Si dice che le sanzioni occidentali che seguirebbero ad una eventuale “invasione” sarebbero durissime per la Russia (che già ne subisce ingiustamente). Non vi è dubbio che, a breve termine, altererebbero gli investimenti stranieri e obbligherebbero Mosca a misure di ritorsione prima e alla differenziazione del suo mercato di import/export poi. Ma le sanzioni, pur rappresentando un grande business per gli USA, sarebbero un danno serissimo anche per la UE: ad esempio, bloccare l’entrata in funzione del gasdotto North Stream 2 significherebbe per la UE rinunciare alle forniture di gas ad un prezzo calmierato.

La Ue importa circa il 40% del suo fabbisogno di gas dalla Russia, dunque un blocco delle forniture più che risultare minaccioso verso Mosca lo sarebbe verso Bruxelles, perché sarebbe autopunitiva. Peraltro Mosca ha già autorizzato la realizzazione di un nuovo gasdotto che, attraverso la Mongolia, porterà il gas russo in Cina, che di energia ha bisogno per sostenere la sua crescita.

Dunque il problema sarebbe tutto europeo. Dove comprarne la quantità, qualità e al costo identico altrove? Nel caso di una ulteriore riduzione del gas disponibile il prezzo aumenterebbe a livelli inaccettabili per i paesi UE, che si vedrebbero costretti a procedere in ordine sparso e non con una comune politica, date le diverse opzioni. Non a caso già Draghi ha fatto presente come l’Italia non aderirebbe a sanzioni che riguardino il settore energetico. La stessa Germania, che ha nel gas russo la prima fonte di approvvigionamento energetico, sarebbe costretta a ricorrere al carbone, il che farebbe saltare tutti i vincoli ambientali e non fornirebbe a breve termine la soluzione del problema.

Anche sul piano finanziario, sebbene Mosca avrebbe una fase di difficoltà, nascerebbero problemi strutturali per l’Europa, vista l’esposizione di diversi paesi con Mosca (quinto partner commerciale della UE), ammontanti a 56 miliardi di Euro che, ovviamente non rientrerebbero più. Crediti non più esigibili le cui ricadute sulle banche sarebbero durissime. Di rimando, essendo l’esposizione statunitense minima, gli USA non avrebbero problemi nel breve-medio termine a interrompere i flussi finanziari con la Russia.

C’è poi la minaccia di far uscire Mosca dal sistema di trasmissioni finanziarie SWIFT (che collega 11.000 banche in 200 paesi). La decisione danneggerebbe Mosca, certo, ma non al punto da paralizzarla, essendo preparata dal 2014 a questo scenario. E per lo stesso motivo nemmeno l’inserimento delle banche russe nella “black list” avrebbe effetti particolarmente gravi per Mosca.

Escludere Mosca dallo SWIFT sarebbe il più classico dei boomerang, giacché comporterebbe una serie di reazioni a catena da parte dei paesi ostili agli USA che rischierebbero di trasformare l’economia internazionale in uno scontro tra blocchi. La prima e più importante conseguenza sarebbe l’accelerazione del progetto di “infrastruttura finanziaria indipendente” decisa da Mosca e Pechino e, visto il peso e l’emergere delle economie non allineate con Washington e Bruxelles, ormai leader intercontinentali del debito e non certo delle politiche espansive, il rischio di una implosione sistemica nel breve periodo appare fondato.

La domanda, ineludibile, è la seguente: davvero l’Occidente è pronto ad un reset che castiga duramente anche i suoi interessi? A dare forza e prospettiva strategica ancora maggiore all’alleanza tra Pechino e Mosca? E tutto questo per l’Ucraina e il suo governo nazista?

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21/02/2022

Sanzionare la Russia sul sistema dei pagamenti potrebbe diventare un problema

“Le sanzioni che gli Stati Uniti stanno preparando nei confronti della Russia nel caso in cui dovesse invadere l’Ucraina sono tra le più grandi, se non le più grandi, che abbiamo mai emesso”, ha detto la vice presidente degli Stati Uniti Kamala Harris intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, in Germania.

“Le sanzioni colpiranno duramente anche la nostra economia”, ha affermato nella stessa sede il ministro tedesco dell’economia Robert Habeck.

Nell’annunciare le sanzioni contro la Russia, quella di intervenire sul sistema dei pagamenti internazionali presenta parecchie controindicazioni, anche per le potenze occidentali. In particolare l’esclusione della Russia dal sistema di pagamento SWIFT viene vissuto con estremo timore dai paesi europei.

Abbiamo intervistato sull'argomento Luciano Vasapollo, economista e autore di molti lavori proprio sulle monete e i possibili sistemi di transazioni finanziarie alternativi all’uso del dollaro.

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Gli Stati Uniti, la Nato e l’Unione Europea minacciano di ricorrere a nuove e più pesanti sanzioni contro la Russia. Una di queste riguarderebbe l’esclusione dal sistema di pagamento internazionale Swift. Che cosa significa concretamente?

Il codice più diffuso nel mondo della finanza per i trasferimenti di denaro internazionali, come il codice SWIFT o il codice BIC, è in realtà uno standard ISO, ISO 9362.

Il principale promotore del codice SWIFT, acronimo di “Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication” sono gli Stati Uniti, anche se per motivi di immagine la sede della società che gestisce i codici è stata fondata nel 1973 in Belgio, con il supporto di 239 banche in 15 paesi, mentre lì rimane il quartier generale.

L’associazione ha stabilito uno standard comune per le transazioni finanziarie, nonché un sistema condiviso di elaborazione dei dati e una rete di telecomunicazioni mondiale. Le procedure operative fondamentali, le regole per la definizione delle responsabilità, etc., furono stabilite nel 1975 e il primo messaggio SWIFT fu inviato nel 1977.

La rete SWIFT non trasferisce fondi, ciò che fa è inviare ordini di pagamento tra conti degli istituti, utilizzando i codici SWIFT che sono regolati nella rete di pagamento automatica. SWIFT possiede e gestisce il sistema BIC (Bank Identifier Codes), il che significa che è possibile identificare rapidamente una banca e inviare un pagamento in modo sicuro.

La Russia non sembra molto preoccupata di queste sanzioni. Qualora venisse sanzionata su questo sistema di pagamento internazionale, esistono altre possibilità di accesso alle transazioni internazionali?

La Cina possiede il CIPS (Sistema di pagamento interbancario transfrontaliero) come sistema di pagamento, che offre servizi di compensazione e regolamento per i suoi partecipanti ai pagamenti e ai trasferimenti transfrontalieri in valuta cinese (RMB reminmbi, yuan).

È un’infrastruttura di base per i mercati finanziari in Cina. Il sistema di organizzazione dei pagamenti in altre valute sarà probabilmente esteso nel tempo, diventando così una vera alternativa ai sistemi SWIFT (Stati Uniti) e IBAN (Europa).

Il 25 marzo 2016, CIPS ha firmato un memorandum di intesa con SWIFT, con la comprensione reciproca dell’implementazione di SWIFT come canale di comunicazione sicuro, efficiente e affidabile per la connessione CIPS con i membri SWIFT, il che costituirebbe una rete che consentirebbe agli istituti finanziari di inviare e ricevere informazioni finanziarie e transazioni in un ambiente sicuro, standardizzato e affidabile.

Il CIPS è talvolta noto come Sistema di pagamento interbancario cinese.

La Russia, da parte sua, ha il sistema PESA (Sistema per il trasferimento di messaggi finanziari), sviluppato dalla Banca centrale russa. Il sistema è in fase di sviluppo dal 2014 ed è stato sviluppato dopo che il governo degli Stati Uniti aveva minacciato di disconnettere la Russia dal sistema SWIFT.

Nel marzo 2018, oltre 400 istituzioni (principalmente banche) facevano parte della rete. Il sistema funziona solo in Russia, anche se ci sono progetti per integrare la rete con il CIPS.

In questi anni hai spiegato spesso che diversi paesi sottoposti a sanzioni e ritenuti “nemici” dagli Stati Uniti si sono organizzati per commerciare tra loro con sistemi alternativi. A che punto sono, se ci sono, queste alternative?

Il sistema di interscambio tra banche SWIFT non funziona e i tentativi di mettere in piedi un sistema alternativo non hanno avuto successo. Di conseguenza i pagamenti avvengono con difficoltà o devono essere conclusi attraverso triangolazioni con paesi terzi, con rischi significativi, tali da scoraggiare iniziative imprenditoriali per timore di ritorsioni sul mercato degli Stati Uniti.

Questi eventi incideranno ancora di più sui rapporti già indeboliti da anni e che neanche la pausa della presidenza Obama aveva rinsaldato davvero negli scambi.

Un problema ulteriore deriva dalle nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti, a Cuba, Venezuela e Iran dopo il bombardamento iraniano delle basi USA in Iraq, in risposta all’uccisione del generale Qasem Soleimani; infatti la strategia USA è quella di creare un blocco di paesi isolati finanziariamente, chiarendo così lo scopo delle sanzioni: isolare economicamente gli Stati “canaglia e terroristi”, che nella verità sono semplicemente quelli che non si allineano alle imposizioni del dominio imperialista, al di là di quanto prevedano le singole sanzioni.

Le quali, prima dei paesi, hanno colpito individui ed enti operanti nei settori delle costruzioni, del manifatturiero, del tessile e del minerario come acciaio, alluminio, e petrolio.

Dall’esclusione della Russia dal sistema Swift sembrano molto preoccupati anche alcuni paesi dell’Unione Europea che infatti stanno frenando l'ipotesi. Questo spiega a tuo avviso la loro riluttanza a seguire gli Stati Uniti nell’escalation contro la Russia?

La triade europea (Germania, Gran Bretagna e Francia), non è da meno in questa vicenda del riassetto dello scacchiere della geopolitica internazionale.

Affrontando il conflitto USA con l’Iran, Trump aveva invitato gli europei ad abbandonare l’accordo nucleare del 2015, come già è stato fatto dagli Stati Uniti nel maggio 2018.

Qualsiasi paese che fornisse assistenza finanziaria alla Russia potrebbe infrangere gli accordi internazionali e rischiare di incorrere in sanzioni stesse.

Ma sia la Russia che la Cina hanno trovato il modo di acquistare petrolio iraniano e venezuelano con specifici accordi commerciali.

Alcuni paesi europei hanno proposto soluzioni alternative per mantenere relazioni commerciali con la Russia, pur nel rispetto dei diktat della politica americana. Alcuni paesi europei affermano che un provvedimento sanzionatorio di questo tipo contro la Russia potrebbe essere contro i loro interessi nazionali e hanno spinto a non conformarsi.

Il controllo degli Stati Uniti sul sistema dei codici di identificazione bancari, sebbene di per sé non sia un problema molto grave, ha tuttavia portato i maggiori poteri a creare i propri sistemi di identificazione.

Pertanto, l’Unione Europea ha sviluppato il codice IBAN (International Bank Account Number), che è uno standard (EBS204) dell’European Banking Standards Committee, che a sua volta è conforme allo standard ISO 13616. In questo caso, IBAN è stato sviluppato in conformità con lo SWIFT.

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29/10/2019

Russia, Cina e India hanno trovato un modo per aggirare il sistema SWIFT e le sanzioni USA

Secondo il quotidiano russo Izvestia, che fa riferimento a fonti vicine alla Banca Centrale Russa, Mosca, Pechino e Delhi avrebbero trovato un modo per aggirare il problema dell'accesso alla rete SWIFT.

Esperti russi, cinesi e indiani stanno lavorando per organizzare un sistema alternativo a SWIFT per rispondere a un possibile blocco dell'accesso di questi paesi alla più grande rete interbancaria, ha riferito il quotidiano russo Izvestia che cita due fonti vicine alla Banca centrale della Russia.

Il presidente della commissione per i mercati finanziari della Duma di Stato, Anatoly Aksakov, ha anche affermato che l'argomento è stato discusso dai partner BRICS.

Secondo il giornale, si prevede di collegare il sistema russo di messaggistica finanziaria (PSSA) con il sistema cinese di pagamenti internazionali (CIPS). Al contrario, l'India non ha un sistema nazionale di comunicazione finanziaria, si prevede di unire la piattaforma della Banca centrale russa con il promettente progetto di una struttura indiana indipendente, ha affermato una fonte sul mercato finanziario.

Come ha spiegato la fonte a Izvestia, i paesi stanno prendendo in considerazione la possibilità di connettere piattaforme utilizzando un sistema gateway transcodificando i messaggi dal formato originale al formato finale.

SWIFT come strumento di pressione

SWIFT è un sistema interbancario internazionale che fornisce servizi di messaggistica e trasferimento interbancario standardizzati nonché interfacce a oltre 10.800 istituzioni in oltre 200 paesi.

Nell'ottobre 2014, la società ha annunciato che sarebbe stata sotto pressione da parte di diversi Stati affinché si unissero senza successo alle sanzioni anti-russe.

Nel 2018, la direzione SWIFT non è riuscita a resistere alle pressioni degli Stati Uniti e ha deciso di disconnettere dal suo sistema la Banca centrale dell'Iran e altre istituzioni finanziarie iraniane soggette alle sanzioni statunitensi.

"Il fatto che Donald Trump abbia intimidito i dirigenti di SWIFT e li abbia costretti a disconnettere l'Iran dal suo sistema ha spinto il resto del mondo a capire che "se l'America può farlo con l'Iran, la stessa cosa un giorno potrebbe succedere a noi, abbiamo bisogno di un sistema alternativo ", ha detto a Sputnik Steve Keen, professore di economia alla Kingston University di Londra.

Fonte

14/09/2019

Russia e Iran lavorano ad alternative al sistema SWIFT per evitare le sanzioni USA

La Russia e l'Iran stanno lavorando all'interazione tra il sistema di trasferimento russo e il Sepam iraniano in sostituzione del sistema SWIFT per evitare sanzioni da parte di paesi terzi.

"Al fine di proteggere il commercio bilaterale e i legami economici dalle sanzioni dei paesi terzi, vengono adottate misure per l'espansione dei pagamenti diretti, l'uso delle valute nazionali, il miglioramento dell'interazione del sistema russo di trasferimenti finanziari e il Sepam iraniano in alternativa a pagamenti tramite SWIFT ", ha annunciato il consigliere presidenziale russo per gli affari internazionali, Yuri Ushakov.

Il sistema internazionale di comunicazione interbancaria SWIFT, utilizzato da oltre 10.800 organizzazioni in oltre 200 paesi, ha dichiarato nell'ottobre 2014 di essere sotto pressione da parte di diversi Stati che si stavano aggiungendo alle sanzioni contro la Russia, ma ha affermato che non prevede di arrendersi.

Tuttavia, la Banca di Russia ha creato il proprio sistema di transazione in alternativa a SWIFT per garantire servizi finanziari privi di intermittenza.

Lo scorso novembre SWIFT ha sospeso l'accesso di un certo numero di banche in Iran al suo sistema di transazioni.

L'Iran è stato colpito dalle sanzioni statunitensi dopo che Washington ha abbandonato unilateralmente l'accordo sul nucleare iraniano.

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