Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/06/2026

Padroncini in casa d’altri

Un colonialista è per sempre. Una volta assaggiato il gusto del disporre a piacimento delle vite di interi popoli per portar via gratis le loro risorse, pare impossibile tornare indietro. Neanche quando quel potere – perso perché qualche altro colonialista ti ha sostituito, oppure certi popoli sono cresciuti al punto da farti passare la voglia di stuzzicarli – di fatto non ce l’hai più.

A margine del “memorandum” firmato per ora elettronicamente da Usa e Iran, gli ex colonialisti europei si sono messi in moto come un sol uomo per mostrare di “contare qualcosa”, spinti da antichi furori imperiali.

È appena il caso di notare che quell’accordo, come confessa lo stesso vicepresidente Usa che l’ha firmato, “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa”. Una serie di princìpi, dunque, o di slogan, che andranno concretizzati nel dettaglio nell’arco di almeno 60 giorni. Un testo peraltro fin qui secretato, al punto che Washington e Teheran sembrano averne stesure diverse.

Sorvoliamo per il momento sull’ostacolo rappresentato dai nazisionisti israeliani – praticamente tutte le forze politiche interne, sia di governo che di “opposizione” – che hanno spiegato chiaramente come per loro quell’accordo “non esiste” e dunque continueranno a far guerra su tutti i fronti che hanno aperto (Gaza, Libano, Siria, Iran, Yemen, Cisgiordania, ecc.).

La minaccia diretta all’Iran, in modo quasi esplicito, è di usare anche armi nucleari – di cui Tel Aviv è fornita a dispetto di tutte le convenzioni e i trattati internazionali: “Non scenderemo a compromessi sugli interessi di sicurezza di Israele e sulla protezione dei nostri cittadini, e non ci ritireremo dalle zone di sicurezza”, ha ribadito il ministro del genocidio, Israel Katz, avvertendo che “se l’Iran attacca Israele a causa degli eventi in Libano, lo colpiremo con tutta la nostra forza” in modo da “far capire la disparità di potere” – ossia di armi – tra i due paesi.

In questo quadro quanto meno incerto, il solito gruppetto dei “volenterosi” (Francia, Gb, Germania, cui si sono aggiunti Giappone e Canada, oltre l’Italia) si è immediatamente attivato per andare a “sminare lo Stretto di Hormuz”. Di fatto il G7, ossia la Nato più Tokyo, è in piena frenesia di riarmo.

Sulla riapertura del braccio di mare – consensualmente decisa da Usa e Iran con il memorandum fin qui ignoto – pesa tra l’altro il deposito di mine di profondità. Nulla che impedisca il passaggio delle navi, finché questo avviene con l’accordo dei “padroni delle mine” (gli iraniani). Ma evidentemente ostativo a qualsiasi transito fatto a dispetto dei “padroni di casa”. Navi militari della Nato in primo luogo.

La circostanza richiederebbe insomma qualche prudenza e molta diplomazia.

Invece il massimo delle “precondizioni” poste alla “missione di sminamento”, almeno stando alle intenzioni del governo italiano, sono quelle interne: ossia l’autorizzazione del Parlamento. Sul piano pratico le due navi dragamine della Marina militare “Crotone” e “ Rimini” sono già in porto a Gibuti, per la missione UE Aspides nel Mar Rosso a protezione dagli Houthi. Farle arrivare davanti Hormuz richiederebbe pochissimo tempo...

Completamente ignorata, invece, una “precondizione” che a prima vista risulta decisiva: l’Iran è d’accordo oppure no?

La questione presenta due aspetti piuttosto diversi. Sul piano “legale” – del diritto internazionale – il problema è semplice: il punto di passaggio più stretto rientra completamente nelle acque territoriali di Iran e Oman. Ogni attraversamento richiede il loro consenso (a seconda della rotta che si sceglie, più vicina all’uno o all’altro Paese).

Ma “chissenefrega del diritto internazionale”, dicono nelle capitali europee quando sono loro ad infrangerlo. Facciamo dunque finta che il problema legale – con il voto dei Parlamenti nazionali – non esista; e che non sia d’ostacolo neanche l’assenza di un mandato emesso da una fonte internazionale legittima (l’Onu, in casi come questo). Il G7, notoriamente, non è una “fonte di diritto onnilaterale”, ma un semplice “gruppo di interesse”.

Rimossa dalla mente la questione legale, dunque, resta pur sempre quella militare. Molto concreta. Una piccola flotta della Nato, composta da dragamine, accompagnata da corvette o cacciatorpediniere, potrebbe “operare liberamente” nelle acque internazionali iraniane senza che da Teheran arrivi un permesso o uno sciame di droni e missili?

Possiamo fare un paragone ipotetico con lo Stretto di Messina... Come reagirebbe il governo italiano a una missione militare iraniana (o russa, cinese, ecc.) in quei tre chilometri di mare che separano Sicilia e Calabria?

Il rischio di arrivare alle mani sembra evidente...

Ma ai colonialisti di altri tempi non passa neanche per la testa che la propria presenza in casa d’altri, senza invito e senza bussare educatamente alla porta, possa risultare sgradita. E incontrare resistenza.

Sono abituati così, non sanno far altro.

Si son visti passare sotto il naso due guerre in cui il loro ruolo è stato secondario (l’Ucraina, da rifornire ma lasciando la “direzione politica” agli Usa, persino nelle “trattative di pace”) oppure nullo (quella in Medio Oriente, fatta e decisa da Israele e Stati Uniti, peraltro con finalità piuttosto diverse).

Per recuperare “l’onore perduto” ora cercano una funzione, sia pur piccola ma rischiosa, per rientrare in gioco a livello globale.

La logica che li spinge è la stessa con cui Mussolini “premier” entrò nella Seconda guerra mondiale – considerata già vinta da Hitler – attaccando una Francia di fatto occupata dalla Wermacht: “mi servono 2.000 morti [italiani, ndr] da gettare sul tavolo delle trattative”.

Sappiamo com’è finita. E abbiamo anche imparato che l’Iran attuale è decisamente più “rognoso” di quella Francia debilitata, che peraltro risultò osso indigesto per le truppe fasciste.

Ma vagli a spiegare, ai nostalgici dell’Impero e delle Colonie, che a fare i “padroncini in casa d’altri” – oggi – si finisce in modo simile.

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14/02/2026

Sul piano inclinato. Il mondo visto dalla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco

Da oggi prende il via a Monaco di Baviera la 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco alla quale, come spiegano gli organizzatori tedeschi, prenderanno parte “centinaia di decisori e leader di opinione provenienti da diverse regioni del mondo che discuteranno delle sfide delle politiche di sicurezza”.

Ci saranno quasi cinquanta tra capi di Stato e di Governo da tutto il mondo, tra questi ci sono leader della maggior parte dei paesi europei, insieme a una numerosa delegazione del Governo federale tedesco, guidata dal cancelliere Friedrich Merz.

“Con alleanze di lunga data messe in discussione, l’ordine internazionale basato sulle regole che si è eroso, l’instabilità crescente e l’escalation dei conflitti in tutto il mondo, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si svolge in un punto di svolta fondamentale”, recita la presentazione di quest’anno che ha scelto come slogan il decisamente pessimista “Under Destruction”. Un evidente segno dei tempi.

Per capire che aria tira nelle relazioni internazionali e come questo si ripercuota all’interno delle società, appare abbastanza inquietante l’introduzione del documento preparatorio della Conferenza di quest’anno.

Secondo gli analisti e gli esperti che hanno curato il rapporto, “Il mondo è entrato in un periodo di demolizione della politica. In molte società occidentali, i leader che preferiscono la distruzione al cambiamento incrementale sono saliti alla ribalta. Le loro agende dirompenti si basano su un diffuso disincanto verso il rendimento delle istituzioni democratiche e su una perdita diffusa di fiducia in riforme significative”.

In pratica c’è l’identikit degli “uomini al comando” in modalità Trump o Milei, grotteschi ma spesso presi come riferimento o interlocutori a cui ispirarsi anche nel nostro paese. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che le democrazie e gli assetti democratici che abbiamo conosciuto siano oggi a rischio, soprattutto nei paesi dell’Occidente capitalistico.

“La politica del bulldozer di Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere la risoluzione di problemi su sfide precedentemente segnate da stalli” – sottolinea l’introduzione del rapporto – “I critici, a loro volta, temono che questa politica distruttiva stia minando la capacità della comunità internazionale di affrontare le sfide più difficili dell’umanità”. Sembra esserci una sorta di rassegnazione al fatto che la governance oggi sia perseguibile solo, appunto, con la politica del bulldozer.

Ma i temi trattati alla Conferenza 2026 affronteranno soprattutto la sicurezza e la difesa europea, il futuro delle relazione transatlantiche, la rivitalizzazione del multilateralismo, le visioni contrastanti dell’ordine globale, i conflitti regionali e le implicazioni per la sicurezza dei progressi tecnologici, solo per citarne alcuni.

Secondo Wolfgang Ischinger, Presidente della Conferenza, l’incontro di questo 2026 “offrirà uno slancio unico per approfondire le discussioni strategiche e rafforzare la cooperazione necessaria ad affrontare le sfide globali più urgenti di oggi”

Gli Stati Uniti di Trump percepiti come un fattore di rischio

Presentando i risultati del Munich Security Index per quest’anno (una sorta di sondaggio su 32 parametri di sicurezza con interviste condotte in 11 paesi strategici, quelli del G7 più quattro dei Brics escludendo la Russia e come tali indicati nel rapporto come BICS, ndr), il rapporto scrive che “Riflettendo gli sviluppi attuali della politica estera statunitense, gli intervistati di quasi tutti i paesi del G7 e BICS – eccetto Giappone e Cina – vedono ora gli Stati Uniti come un rischio più serio rispetto all’anno scorso. Questo rappresenta una continuazione di una tendenza già evidente nell’edizione dello scorso anno del Munich Security Index (MSI) dopo l’elezione di Donald Trump, quando la percezione della gravità degli Stati Uniti come rischio è aumentata”

La Russia inquieta sempre meno

Può sembrare un paradosso – ma non lo è – al contrario degli USA, la Russia nel mondo viene percepita sempre meno come un rischio. È una percezione che fa letteralmente a sportellate con quella che invece viene diffusa a piene mani dai governi europei, incluso il nostro.

Una contraddizione che viene rilevata anche nel rapporto per la Conferenza di Monaco: “Gli intervistati in tutti i paesi vedono gli Stati Uniti come più minacciosi rispetto all’anno scorso. Eppure, in termini assoluti, la Russia continua a essere vista come una minaccia considerevolmente maggiore rispetto agli Stati Uniti in tutti i paesi esaminati – con chiare eccezioni tra Cina e India”.

Eppure nel rapporto sui rischi – cioè quello rilevato con le interviste – è scritto testualmente che “Pur essendo ancora considerato un rischio significativamente maggiore rispetto al 2021, la percezione della gravità della Russia come rischio è diminuita in tutti i paesi intervistati dall’indagine dello scorso anno – in particolare tra i paesi del G7. Tra i paesi del G7, la Russia è scesa dal secondo all’ottavo rischio più grave tra tutti i 32 rischi valutati dagli intervistati. Nel gruppo BICS dei paesi, la Russia è sempre stata classificata come uno dei rischi meno gravi in qualsiasi delle iterazioni del Monaco Security Index dal 2021”

Nell’Occidente capitalista si minimizzano i rischi ambientali

Così come emerso anche al World Economic Forum di Davos, nei paesi occidentali del G7 è in netta diminuzione l’attenzione ai rischi ambientali e ai cambiamenti climatici. Una sensibilità totalmente inversa a quella dei paesi Brics e decisamente distante dalla “sensibilità” sulle emergenze ambientali che fino al 2021 era al primo posto anche in Occidente.

“Gli intervistati nei paesi BICS continuano a classificare i rischi ambientali come i principali rischi per il loro paese – un modello invariato dal 2021. Al contrario, tra i paesi del G7, i rischi ambientali sono gradualmente diminuiti nella loro classifica negli ultimi anni” – scrive il rapporto – “Invece, attacchi informatici, crisi economiche o finanziarie e campagne di disinformazione da parte dei nemici sono stati classificati come i rischi più gravi nei paesi del G7”.

L’autonomia strategica dell’Europa, difficile a farsi

Il capitolo sull’Europa mette i piedi nel piatto nelle contraddizioni che continuano a imbrigliarne le ambizioni all’autonomia strategica e la realtà sul campo.

“Di fronte a segnali mutevoli da Washington, le nazioni europee rimangono divise tra negazione e accettazione, cercando di mantenere gli Stati Uniti coinvolti mentre si muovono cautamente verso una maggiore autonomia” – scrive il rapporto – “Le nazioni europee hanno risposto forgiando coalizioni di leadership flessibili, aumentando la spesa per la difesa e fornendo all’Ucraina i mezzi per sostenere il suo sforzo bellico. Tuttavia, persistono dubbi sul fatto che questi sforzi siano sufficienti a compensare l’erosione della Pax Americana”.

Di fronte a quella indicate come “la minaccia più significativa e diretta ai membri della NATO e alla sicurezza europea” da parte della Russia, il rapporto della Conferenza di Monaco assume le stime di alcune agenzie di intelligence secondo le quali “la Russia potrebbe riorganizzare le proprie forze per una ‘guerra regionale’ nell’area del Mar Baltico entro due anni da un possibile cessate il fuoco in Ucraina – e per una “locale” contro un singolo vicino entro sei mesi”.

In pratica, il rapporto dà per acquisito che, in un periodo quantificabile tra sei e ventiquattro mesi, potremmo trovarci coinvolti in un conflitto regionale sul suolo europeo. Uno scenario che mette i brividi ma che mette i decisori di Bruxelles (e anche quelli di Palazzo Chigi) di fronte a scelte che avranno comunque conseguenze pesanti: “L’Europa ora si trova ad affrontare la sfida di scoraggiare proattivamente ulteriori provocazioni evitando un’escalation involontaria”.

Colpisce il fatto che vengano dipinti gli stati europei come agenti involontari di una eventuale escalation, mentre negli atti concreti e nelle dichiarazioni pubbliche sono riusciti invece a essere i volontari – anzi, “volenterosi” – artefici dell’escalation politico-militare contro la Russia. Ma l’Europa, come si sa, riesce sempre ad assolversi. Lo ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale e lo ha fatto con il genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.

Si desume, da queste righe e dalle cose che sentiremo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco in questi tre giorni, che l’illusione sull’Europa come soggetto di pace, su cui molti si sono trastullati in questi anni, è andata ormai a farsi benedire.

L’Unione Europea è una macchina da smontare per vedere se ne rimane qualche raro pezzo di ricambio ancora utilizzabile per cause migliori. Se si vuole salvare l’Europa e le sue popolazioni occorre demolire l’Unione Europea e sganciarsi dalla Nato, ovviamente.

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17/06/2025

Un G7 pro Israele, anche se userà “la bomba”

Il G7, formato da Regno Unito, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti, era il “salotto buono” di un branco di guerrafondai terrorizzati dalla prospettiva di non essere più i padroni del Mondo. La rapidissima riunione in Canada ha confermato che sono e restano sette guerrafondai, ma che chi conta è soltanto uno. Ed è Washington.

Il comunicato finale, steso di corsa mentre Trump già saliva sulla scaletta dell’aereo, sfida la logica, prima ancora che la verità. Accusa infatti l’Iran di essere “la principale fonte di instabilità e terrorismo” in Medio Oriente (!) e ha ribadito che Teheran “non deve, in nessuna circostanza, acquisire un’arma nucleare”.

Per quanto riguarda il “terrorismo” ci sarebbe quasi da ridere, a pochi giorni dall’ammissione di Netanyahu di star usando l’Isis – l’Isis, ricordate? – per provocare divisioni e più morti tra i palestinesi a Gaza.

Per quanto riguarda “l’atomica”, invece, che è argomento tecnicamente più complesso, rimandiamo ai contributi illuminanti di uno scienziato nucleare che ha partecipato ai controlli internazionali nei siti nucleari di Tehran e spiega come l’Iran non stia costruendo “la bomba” (anche se indubbiamente la sua sicurezza sarebbe migliore se l’avesse).

I leader del G7, magnanimamente, hanno chiesto una soluzione della crisi e una de-escalation che includa un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Ma la dichiarazione congiunta ha affermato soprattutto che “Israele ha diritto a difendersi”. E quindi tutto potrà andare avanti, compreso il genocidio.

Le loro vere preoccupazioni sono tutt’altre: “le possibili ripercussioni sui mercati energetici internazionali”, per cui sono pronti a coordinare misure “per salvaguardare la stabilità del mercato”.

La fretta e la guerra hanno fatto mettere da parte le innumerevoli divisioni interne al G7 – dai dazi all’obbligo di riarmarsi a tutti i costi – fino al colpo di scena finale, che ha tagliato via ogni discussione.

Dopo la cena, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dovuto lasciare Kananaskis per rientrare a Washington con un giorno di anticipo rispetto al programma, rendendo oltretutto inutile l’arrivo di Zelenskij, come sempre a chiedere più soldi e più armi.

La Casa Bianca ha giustificato il ritorno anticipato e inaspettato con i cinque giorni di attacchi missilistici reciproci tra Israele e Iran.

Trump ha però anche dichiarato: “Devo tornare il prima possibile. Vorrei poter restare anche domani, ma capiscono: è una questione molto seria. Appena andrò via da qui, faremo qualcosa”.

Tanta fretta sarebbe già stata sospetta, ma la frase principale uscita di bocca a The Donald è un’altra: “Tutti dovrebbero evacuare immediatamente Teheran”. Chiaramente rivolta ai “soci” del G7 perché allontanino quanto prima il personale diplomatico dalla capitale iraniana.

Sul perché di questo “consiglio” si possono solo fare ipotesi. Ma non occorre essere veggenti per capire che da Tel Aviv qualcuno preme per poter usare l’atomica (che nega di possedere e che ha costruito in spregio di tutti i trattati internazionali, senza che i guerrafondai del G7 trovino nulla da eccepire), presumibilmente perché le cose militari si stanno rivelando un po’ meno facili del previsto e del “narrato”.

Se è così, inutile dirlo, si avvicina – ma in tutt’altro senso rispetto a Fukuyama – “la fine della Storia”.

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29/10/2024

Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale

L’avanzata e soprattutto l’allargamento dei paesi Brics sono un problema ormai molto consistente per la propaganda che deve vendere la storica “superiorità occidentale”. Soprattutto sul piano economico.

L’ingresso, un anno fa, di altri quattro paesi (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti), ha portato quell’area a rappresentare il 35% del Pil e quasi la metà della popolazione mondiali, mentre il G7 (Usa, Giappone, Gran Bretagna, Canada, Italia, Francia e Germania) è sceso ormai al 30% del Pil, con appena un sedicesimo della popolazione. Particolari decisivi: la quota del Pil “occidentale” continua a scendere velocemente e l’età media nei Brics (e nei candidati) è molto bassa, mentre l’area G7 sente il morso del calo demografico, con popolazioni che invecchiano e fisiologicamente escono dalla produzione (nonostante il costante aumento dell’età pensionabile).

Anche il fatto di controllare il 42% della produzione di petrolio chiarisce l’importanza di questo insieme, forte nella produzione industriale e nelle materie prime. Soprattutto tenendo presente che alcuni paesi già oggi sulla porta dell’organizzazione potranno solo aumentare di molto queste caratteristiche: a cominciare da Arabia Saudita, Malesia, Algeria, Venezuela, Indonesia, Cuba.

Detto in estrema sintesi, economie sovradimensionate dalle attività finanziarie, con una popolazione in calo, contro economie “fisiche” che possono contare su una massa di giovani che – una volta migliorate le condizioni per il loro protagonismo in tutti gli ambiti del lavoro (istruzione, formazione, sviluppo industriale, ecc.) – non potranno che moltiplicare la distanza che già ora separa i Brics dall’“Occidente collettivo”.

Questa situazione è nota a tutti gli analisti ed anche ai semplici propagandisti di complemento che abitano nelle redazioni. Si possono distinguere facilmente questi ultimi perché ogni volta che aprono bocca o scrivono un pezzo cercano di convincervi che il problema in realtà non esiste, se non come “preoccupazione” per le aspirazioni “egemoniche” dei paesi più grandi e forti, come Russia e Cina (e Iran). Agitando davanti ai vostri occhi lo straccio rozzo dell’“asse del male”.

Oppure provando a ridicolizzare quelle ambizioni – in primo luogo lo svincolo del proprio commercio globale dall’ostacolo chiamato dollaro (e dal sistema di pagamenti Swift, controllato dagli Stati Uniti) – con la creazione di un’altra moneta e di un altro sistema di pagamenti.

Un esempio classico sono i molti “Rambini” che descrivono i Brics come un “insieme di mattoni” (giocando sulla parola inglese “bric”) ma “senza cemento”. Instabile e non resistente, insomma, che basta una buona spallata per far cadere.

Bambinate, certo, ma che possono confondere chi non ha tempo e infarinatura economica per farsi un giudizio da solo.

Ma fortunatamente ci sono anche analisti seri, che magari hanno la fortuna di lavorare o collaborare con giornali che hanno il compito di “informare gli investitori”, non un pubblico generico (l’“opinione pubblica manipolata” nella sua accezione orwelliana). E che dunque devono dire la verità per permettere a chi ha soldi da mettere sui mercati di avere notizie valide, altrimenti la funzione di quel giornale salta.

Sul recente vertice dei Brics a Kazan, e sui risultati raggiunti (“nulli” per i propagandisti meno attrezzati) il giornale economico MilanoFinanza ci ha offerto un lucidissimo contributo di Guido Salerno Aletta, che evidenzia come il processo di costruzione di una moneta comune e di un sistema di pagamenti alternativo abbia questa volta fatto un passo avanti forse decisivo.

Dopo di che bisogna sapere – e capire – che la “moneta unica” dei Brics non sarà e non può essere un equivalente dell’euro, con tutte le sue costrizioni invalidanti che hanno azzoppato la crescita europea. Né potrà ovviamente essere un equivalente del dollaro, ovvero di una “moneta imperiale” che obbliga ogni attività economica a passare per la sua mediazione e a lasciare, nel passaggio, una fettina di plusvalore prodotto altrove; ma soprattutto a subire le ondate di “finanziamento facile” e quelle opposte di “rientro veloce dal debito” che hanno incatenato per decenni una valanga di paesi alle decisioni del Fmi (di Washington, di fatto).

Sarà invece una sorta di “unità di conto”, con meccanismi completamente diversi e tali da proteggere anche i paesi meno forti dall’emergere di un “imperatore valutario”. Potendo contare peraltro su un “sistema dei pagamenti” diverso dall’americano Swift, che fin qui era servito a dare efficacia concreta alle “sanzioni” unilaterali decise da Washington.

Ma vi lasciamo volentieri al testo di Salerno Aletta, certamente più preciso...

*****

Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale

Guido Salerno Aletta – MilanoFinanza

Via libera all’uso delle valute nazionali nelle transazioni tra i Paesi Brics+, che saranno effettuate attraverso i rispettivi sistemi bancari su una piattaforma autonoma rispetto allo Swift: è questo il passo operativo e decisivo che emerge dalle conclusioni del summit tenuto a Kazak sotto la presidenza della Russia nel nuovo formato a nove Paesi, nel lungo e complesso cammino verso l’obiettivo ambiziosissimo di sottrarsi all’egemonia del dollaro.

Dettagli del summit

Sfrondando i documenti finali del vertice dalle consuete affermazioni di principio che si ripetono invariabilmente altisonanti insieme agli impegni confermati per il futuro, il punto decisivo viene dettagliato ai paragrafi 5.1 e 12 del Joint Statement dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali, che utilizza una gergalità tecnica indistinguibile rispetto a quella utilizzata nei documenti elaborati dell’analogo organismo del G7.

Questa forma di mimesi linguistica punta a due obiettivi: dimostrare che il sistema messo a punto parte dalla perfetta conoscenza teorica e tecnica del sistema occidentale oggi diffuso dappertutto a livello globale; sottolineare che è più vantaggioso sia dal punto di vista economico che delle libertà che garantisce.

Il documento parte dal riconoscimento del vantaggio derivante dall’uso di strumenti di pagamento transfrontalieri a basso costo, più rapidi e più efficienti di quelli attuali, trasparenti, sicuri e inclusivi, basati sul principio di minimizzazione delle barriere e di un accesso non discriminatorio: quest’ultima è una chiara risposta a favore della Russia e dell’Iran, che hanno subito pesanti limitazioni attraverso sanzioni sempre più severe per quanto riguarda l’accesso ai sistemi internazionali di pagamento.

Un assetto monetario multilaterale

C’è un secondo aspetto del documento, ancor più significativo rispetto alla stessa indipendenza della nuova piattaforma dal punto di vista tecnologico e politico, in quanto definisce la prospettiva davvero multilaterale del nuovo assetto monetario, in quanto evita il prefigurarsi di una nuova egemonia in via di fatto: si accoglie con favore l’uso delle valute locali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i Brics e i loro partner commerciali, e si incoraggia il rafforzamento delle reti bancarie dei paesi Brics consentendo regolamenti nelle valute locali in linea con la Bcbpi (Brics Cross-Border Payments Initiative).

Quest’ultima affermazione ci riporta indietro nel tempo, al regolamento in oro degli sbilanci valutari, un onere che incombeva alle banche centrali che dovevano pagare con le proprie riserve e ridurre la circolazione della corrispondente moneta ritirata dal Paese creditore: un rimedio insufficiente, assunto a posteriori.

Rischi legati al debito

Abbandonata la base aurea, il pagamento viene ora effettuato o acquistando preliminarmente sul mercato la valuta del venditore o quella di riserva internazionale; in alternativa, si contrae un credito così denominato: mentre acquisti massicci di monete straniere indeboliscono di continuo il cambio rendendo più costose le importazioni, nel secondo caso il problema viene spostato in avanti nel tempo sul piano della affidabilità finanziaria del singolo debitore o dell’intero Paese nel caso di debito pubblico.

Quando la prospettiva del default dei debitori privati diviene sistemica, viene affrontata liberandosi velocemente dei bond da loro emessi che perdono conseguentemente di valore ed innescano una crisi di borsa; il pericolo di default del debito sovrano viene invece affrontato con la svalutazione e con le politiche restrittive della domanda di importazioni e di sostegno alle esportazioni.

Ebbene, sono queste le tipologie di squilibri dei conti con l’estero che vengono affrontate sia dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che dalle diverse istituzioni regionali come la Latin American Reserve Fund (Flar), l’Arab Monetary Fund (Amf), l’Esm (European Stability Mechanism), e dallo stesso Contingent Reserve Arrangement (Cra) stipulato dai cinque Paesi fondatori dei Brics, ma che non è mai stato operativo.

Commercio tra i Paesi Brics

Nei rapporti commerciali intrattenuti tra i diversi Paesi Brics e verso terzi gli squilibri sono spesso cospicui e talora strutturali: ad esempio, commerciando nelle rispettive valute, la Russia e l’India si trovano la prima ad accumulare continuamente rupie che non sa come utilizzare e la seconda a doversi continuamente indebitare in rubli.

Se, dunque, il debito emesso nella propria valuta espone lo straniero che lo detiene al rischio di una svalutazione, e quello emesso nella valuta del creditore rappresenta un vincolo assai rilevante, il ricorso al finanziamento in dollari inchioda chi lo contrae alle dinamiche della politica monetaria di Washington, con repentini rialzi dei tassi di interesse e del rapporto di cambio che più di una volta hanno creato immense difficoltà ai Paesi indebitati, in particolare quelli sudamericani.

Il Brasile ne sa qualcosa, di questo tsunami della valuta americana che prima inonda l’economia di credito e poi si ritira con altrettanta devastante violenza.

La nuova valuta «R5»

L’obiettivo di commerciare e indebitarsi in una moneta di riserva internazionale che sia scevra da questi pericoli di egemonia, rappresenta l’ambizione dei Brics: se la Russia teme il sopravvento dello yuan, neppure l’India accetterebbe mai di replicare con Pechino le relazioni valutarie e finanziarie che le vennero imposte da Londra ai tempi in cui era la Perla dell’Impero.

E se, nell’ambito dei Brics, l’adozione di una moneta unica come l’euro non è minimamente ipotizzabile, sembra assai più plausibile che venga presa in considerazione una prospettiva analoga a Hard Ecu che venne abbandonata per il concorso di una triplice concomitanza di interessi: l’ambizione sfrenata della Germania di imporre la propria costituzione monetaria al resto del Continente; l’illusione della Francia di eliminare così dalla scena monetaria il marco che spadroneggiava sui tassi; la assoluta indisponibilità del Regno Unito ad abbandonare la sterlina, per rimanere davvero sovrana.

La valuta dei Brics di cui da tanto tempo si parla, e di cui Putin ha mostrato a Kazak una maquette, prenderebbe il nome «R5» dalle iniziali delle valute nazionali dei Paesi fondatori (Reais, Rublo, Rupia, Renminbi e Rand) e circolerebbe in parallelo alle valute esistenti ma solo in forma digitale. Sarebbe una moneta internazionale finalmente partecipata, non egemonizzata da nessun Paese: né adespota, né straniera.

Fonte

24/10/2024

Prestito UE da 35 miliardi a Kiev, coperto coi soldi russi

Due giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato un prestito da 35 miliardi all’Ucraina per sostenere lo sforzo bellico contro la Russia. Con 518 voti favorevoli, 56 contrari e 61 astenuti, l’Aula di Strasburgo ha detto sì a questa erogazione straordinaria, che ora passerà al Consiglio Europeo per il via libera definitivo (ma c’è già l’accordo informale dei governi).

Le coperture di questo prestito verranno dagli interessi generati dai beni e capitali russi congelati in Europa. E per questo rimane un’incognita la stabilità del programma, perché le sanzioni vanno rinnovate ogni sei mesi e Orban si è opposto a qualsiasi modifica delle loro regole fino alle elezioni statunitensi.

A lungo, il cosa fare con quelle ricchezze poste sotto sequestro, ha tenuto banco tra gli esecutivi occidentali, poiché usarle significava andare contro ogni regola dei mercati, mostrando che non c’è “tutela della proprietà privata” se non si è allineati con gli interessi strategici euroatlantici. Questi ultimi hanno infine prevalso, aprendo pesanti incognite sulla stabilità di asset e investimenti extrauropei nella UE.

Se, infatti, i fondi investiti all’interno dell’Unione Europea diventano “sequestrabili” a seconda della stagione politica e del mobile “giudizio” sul paese di provenienza, nessun investitore – tranne gli statunitensi – potrà più essere sicuro di restare proprietario e beneficiario dei propri beni. E quindi sarà “incentivato” a trovare destinazioni più sicure…

Le sovvenzioni a Kiev arriveranno fino a fine 2025. Il prestito ha come clausola il costante impegno dell’Ucraina a sostenere “meccanismi democratici efficaci” (per un paese che ha messo fuorilegge quasi tutti i partiti di opposizione e ha annullato le elezioni presidenziali…), a “rispettare i diritti umani” e ad ulteriori condizioni che devono essere ancora stabilite tramite un apposito memorandum d’intesa.

Considerato che proprio ieri Andriy Kostin, procuratore generale dello stato, si è dimesso in relazione alla corruzione dilagante nel paese (senza neanche specificare se per incapacità di affrontare il problema o se per ombre riguardanti lui stesso), ci sono poche aspettative che Kiev implementi davvero misure del genere. Ma anche per la UE, del resto, questo non è nemmeno il nodo principale.

Il prestito è stato considerato un po’ come un assegno in bianco a Zelensky e compagnia, e per questa motivazione la Lega si è astenuta. La questione sollevata dai leghisti girava però intorno ai controlli e alle condizionalità sull’acquisto degli armamenti: la guerra va anche secondo Salvini portata avanti, il dubbio era solo se lasciare a una giunta golpista la possibilità di fare come gli pare e piace.

Il Partito Popolare Europeo, i Socialdemocratici e i centristi di Renew Europe, così come i Conservatori, avviati senza freni nell’abisso bellico, non si sono posti nemmeno questa preoccupazione e hanno votato in maniera compatta per il sì. Quasi tutti i Patrioti per l’Europa si sono espressi favorevoli o si sono astenuti sul pacchetto: grande unità dal centrosinistra fino all’estrema destra.

Il pacchetto finanziario è una parte di quello più grande approvato dal G7 a giugno di quest’anno, e i trasferimenti effettivi potrebbero essere più bassi, a seconda di quanto daranno prossimamente i membri non UE. Il 25 ottobre si riuniranno a Washington, e l’Ucraina sarà uno dei principali dossier sul tavolo.

In una bozza di dichiarazione congiunta che potrebbe essere approvata dal G7, resa pubblica dal quotidiano giapponese Nikkei, viene scritto: “riaffermiamo che i beni sovrani della Russia nelle nostre giurisdizioni rimarranno immobilizzati sino a quando la Russia avrà posto fine alla sua guerra di aggressione e pagato per i danni causati all’Ucraina”.

Il concetto è quello ribadito all’Europarlamento da Didier Reynders, Commissario Europeo uscente alla Giustizia, secondo cui la UE ha “due obiettivi: la lotta contro l’impunità ma anche che la Russia paghi per i danni provocati dalla sua aggressione all’Ucraina”.

Un discorso che non si sente invece fare per il Libano, ad esempio. E nemmeno per i caschi blu dell’Unifil.

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06/10/2024

G7 contro i trafficanti di uomini, ma il modello è quello Meloni in Albania

Alla riunione interministeriale del G7, in corso vicino Avellino, il padrone di casa Piantedosi ha spinto per l’approvazione di un piano sulla gestione dei migranti. Questo è il cavallo di battaglia del governo italiano, a cui si è associato il “contrasto al pericolo terrorismo”, considerato legato alle tensioni internazionali.

Invitati alla sessione dedicata alla questione migrazioni pure i rappresentanti di Libia, Algeria e Tunisia, i quali, ha sottolineato Piantedosi, hanno compiuto importanti passi avanti nel contrasto ai trafficanti di uomini. Con essi, i membri del G7 si sono confrontati anche sui cinque pilastri del programma approvato.

Al primo punto è stata prevista la creazione di una rete di unità specializzate per le indagini riguardanti la tratta di esseri umani. In secondo luogo, il rafforzamento della cooperazione internazionale, giudiziaria e di polizia, e poi l’intensificazione della cooperazione con i paesi di origine e transito dei flussi migratori regolari, in collaborazione con le organizzazioni internazionali.

Il quarto pilastro del piano del G7 prevede campagne di informazione e sensibilizzazione, ancora in rapporto con le istituzioni internazionali. Infine, l’idea è quella di implementare a livello collettivo la conoscenza e il monitoraggio dei flussi, così da anticipare le tendenze dei flussi migratori stessi.

In questa cornice, il ministro Piantedosi ha inserito anche il sistema dei centri per migranti in Albania, che “è destinato a non restare un caso isolato”. Infatti, il responsabile del Viminale ha ricordato che altri 15 paesi “hanno sottoscritto una richiesta formale alla Commissione Europea di guardare con attenzione a questo modello”.

C’è però una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che dice altro rispetto alla retorica del ministro. I migranti accettati nell’accordo con Tirana, che saranno sottoposti a procedure con tempi ridotti e minori garanzie, sono solo quelli che provengono da paesi designati come “sicuri”, in questo caso sulla base di un decreto interministeriale aggiornato lo scorso 7 maggio.

Ma lo stesso ministero degli Esteri ha fatto notare che quei paesi, considerate alcune categorie di persone, tanto sicuri non sono. La Corte UE ha dunque chiarito come debba essere interpretato l’articolo 37 della direttiva europea 2013/32 che regola la materia, impedendo di trattenere chi proviene da paesi parzialmente sicuri.

Inoltre, la Corte ha sancito l’obbligo di rilevare d’ufficio le violazioni del diritto UE relativo alla designazione dei paesi di origine sicuri. Insomma, i magistrati del Tribunale di Roma, competenti nel caso dei centri in Albania, dovranno seguire necessariamente quello che ha stabilito la Corte europea.

“In riferimento agli scenari di alimentazione di circuiti terroristici”, ha detto Piantedosi, “confermo che sono sempre in nostra massima considerazione ma non ci sono rilievi di intelligence o di forze di polizia che ci facciano segnare che ci sia qualcosa di particolare che possa destare il nostro allarme”.

L’esplosione del conflitto in Medio Oriente, dal punto di vista di Piantedosi, “ha determinato una radicalizzazione delle posizioni di discussione nel dibattito interno, legittime in quanto tali ma che in alcuni casi hanno visto compiere alcune azioni, una pratica di fare manifestazioni che poi non sempre fossero immuni da preoccupazioni su disordini”.

Di nuovo viene evocato lo spettro dell’antisemitismo, di cui viene accusata ogni legittima protesta contro il genocidio dei palestinesi e il sostegno euroatlantico alla politica di occupazione israeliana. Di nuovo, viene promossa una politica securitaria, collegando migranti, terrorismo e la difesa delle mire imperialistiche occidentali.

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17/09/2024

La crisi climatica non conviene all’economia, parola di Panetta

Sembra paradossale che bisogni affidarsi ai calcoli su entrate e uscite quando si parla se continuare ad avere un pianeta abitabile o meno, ma è questa la logica che guida questo sistema, come ha reso piuttosto esplicito Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia.

Ieri, infatti, si è svolta proprio a Palazzo Koch, sede dell’istituto, una G7-International Energy Agency (IEA) Conference, ovvero uno dei tanti eventi all’interno della cornice della presidenza italiana del G7. Il titolo dell’evento, tradotto, era “Garantire una transizione energetica ordinata”.

Si è trattato di un evento che voleva essere di alto profilo, con la presenza anche del ministro dell’Economia Giorgetti. A fare gli onori di casa, comunque, è stato proprio Panetta, di cui l’intervento completo è stato reso disponibile sul sito della Banca d’Italia.

Risulta evidente già dal titolo e dagli ospiti che lo scopo dell’evento era quello di dare delle indicazioni su come i paesi raccolti nel G7 devono affrontare concretamente, a livello economico, i nodi e le sfide di una “transizione verde” non più rimandabile.

Non più rimandabile, ma sempre meno attrattiva per i grandi investitori, pubblici e privati, in particolare dopo gli eventi degli ultimi anni. La crisi ucraina e palestinese hanno influenzato pesantemente anche vari settori economici (ad esempio, quello delle materie prime), e hanno accelerato la frammentazione del mercato mondiale.

Panetta, tuttavia, sottolinea come siano le stesse ragioni del mercato a spingere verso la transizione. La sua necessità “trascende le preferenze personali, poiché ora esiste un consenso nella comunità scientifica che il danno economico a lungo termine derivante dal cambiamento climatico supera di gran lunga i costi di attuazione degli Accordi di Parigi”.

Il governatore della Banca d’Italia invita dunque le autorità del G7 a non far deviare la strada dei loro paesi dalla riduzione dell’impatto sul disastro climatico che viviamo. Lo fa, però, con la logica dei costi e dei benefici che, a quanto pare, è l’unica che questa classe dirigente riesce a comprendere.

Non è solo una questione economica, ma di controllo politico delle filiere fondamentali di questa nuova “economia verde”. Infatti Panetta evidenza come la crisi con Mosca abbia imposto all’Europa di scollegarsi dalle fonti fossili russe, rendendo le rinnovabili una soluzione utile anche per le mire belliche occidentali.

Allo stesso tempo, quello che però va evitato è che ciò porti a un’altra dipendenza, quella sui minerali critici usati nelle nuove tecnologie verdi. Se parliamo di terre rare, la Cina è il paese che ne estrae più di tutti, “controllando circa il 70% della produzione mondiale, e detiene una quota ancora maggiore nella loro lavorazione”.

Pechino controlla le filiere delle terre rare, e la paura è che la transizione verde si trasformi in una dipendenza strategica dal Dragone. Cosa che il G7 non si può permettere, in questa fase di acceso scontro anche con la Cina (peraltro voluto dagli Usa).

Una delle soluzioni proposte è quella di rafforzare i rapporti con i paesi ricchi di materie utili, ma facenti parte, in sostanza, del Sud Globale e incapaci di sfruttarle. Di nuovo, si affaccia l’ombra di un rapporto di sfruttamento dai tratti coloniali, anche se mitigata dall’idea di compensazioni.

Compensazioni che, secondo Panetta, devono essere pensate anche nella redistribuzione dei costi che i vari soggetti della collettività dovranno affrontare in questa transizione, ben diversi tra grandi imprese, famiglie e così via. Ciò è fondamentale per ottenere l’approvazione pubblica delle politiche verdi.

Quello del consenso è un tema che sta sicuramente a cuore a Giorgetti, intervenuto dopo il governatore della Banca d’Italia. La sfida che aspetta i politici nel settore riguarda il “ripensamento delle nostre politiche, il riorientamento dei flussi finanziari, la riprogettazione e lo sviluppo delle infrastrutture e la diversificazione delle nostre catene di approvvigionamento”.

Il ministro dice poi alcune cose molto interessanti. Nella stessa frase parla della necessità della “pianificazione” (parola usata per criticare il PNRR, definito ‘sovietico’ nello stabilire i tempi delle riforme) degli interventi, funzionali anche a utilizzare “in modo efficiente le scarse risorse pubbliche”.

Le parole di Giorgetti sono perfettamente dentro la logica del “più stato per il mercato” esposta in passato da Draghi. Ma allo stesso tempo, ci ricorda, come in pratica ha fatto anche Panetta, che lasciare al mercato la direzione della società verso le sfide del futuro significa andare incontro alla catastrofe.

Una direzione pubblica e centralizzata rimane l’unica alternativa, anche nella transizione verde, affinché si realizzi – questo un nodo fondamentale – senza gravare sui settori popolari e non sulle compagnie che sono le maggiori artefici di emissioni globali.

Questo emerge tra le righe della G7-IEA Conference, anche se, ovviamente, Panetta e Giorgetti continuano a professare una visione centrata sul privato. Nonostante dalla Banca d’Italia abbiano dovuto ricordare che persino le proiezioni economiche mostrano come la transizione ecologica sia più conveniente della devastazione dell’ambiente.

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12/07/2024

Guerra in Ucraina - Il sequestro degli assets finanziari russi potrebbe innescare reazioni a catena contro l’Europa

L’Arabia Saudita potrebbe rifiutarsi di comprare titoli del debito francese e di altri Paesi europei (Italia inclusa), se il G7 e l’Unione Europea sequestreranno le ricchezze della Russia.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, l’Arabia Saudita avrebbe avvertito che potrebbe vendere alcune partecipazioni nel debito europeo come ritorsione alla decisione del G7 di sequestrare quasi 300 miliardi di dollari di beni russi congelati. La velata minaccia era stata trasmessa all’inizio dell’anno dal ministero delle Finanze dell’Arabia Saudita ad alcune controparti del G7, mentre le potenze occidentali valutavano la possibilità di sequestrare i beni russi per sostenere l’Ucraina.

Secondo Bloomberg l‘Arabia Saudita aveva avvertito “privatamente” che potrebbe vendere le partecipazioni del debito europeo se il G7 avesse proceduto con il sequestro di quasi 300 miliardi di dollari di beni russi congelati per aiutare l’Ucraina, l’Arabia Saudita ha specificamente indicato il debito in euro emesso dalla Francia.

Il ministero delle finanze saudita ha negato questo resoconto in una dichiarazione inviata a Bloomberg, dicendo che “non sono state fatte minacce di questo tipo”.

Un funzionario saudita ha detto però a Bloomberg che, sebbene non fosse “stile” di Riad fare minacce come questa, potrebbe aver delineato ai membri del G7 le conseguenze di eventuali sequestri degli assets russi. Riad è seriamente preoccupata da mesi per gli sforzi occidentali tesi a sequestrare i beni del Cremlino. Ad aprile, il giornale statunitense Politico ha riferito che l’Arabia Saudita, insieme a Cina e Indonesia, stava facendo pressioni private sull’UE contro la confisca.

Ma la minaccia dell’Arabia Saudita di scaricare il debito dei membri dell’Unione Europea rappresenterebbe una seria dimostrazione di forza e la volontà del regno di far leva sul proprio peso economico per influenzare i politici occidentali.

Non è chiaro quanto debito europeo detenga l’Arabia Saudita, ma le riserve valutarie nette della sua banca centrale ammontano a 445 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita detiene 135,9 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano, collocandosi al 17° posto tra gli investitori in obbligazioni statunitensi.

È un segnale ulteriore che il resto del mondo si è stancato delle sanzioni e dei ricatti delle potenze occidentali.

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24/06/2024

Nato, Zelensky, G7. Pechino respinge le accuse di connivenza con il nemico

La guerra in Ucraina e la quasi-alleanza Pechino-Mosca agitano le relazioni tra la Cina e l’Occidente. L’ultimo attacco contro la “neutralità” professata da Pechino è arrivato da Jens Stoltenberg, che ha spiegato così l’espansione all’Asia orientale delle attività dell’Alleanza atlantica: «Il crescente allineamento tra la Russia e i suoi amici autoritari in Asia rende ancora più importante la nostra stretta collaborazione con i nostri amici nell’Indo-Pacifico».

Durante il suo intervento al Wilson Center di Washington (il 17 giugno scorso), il segretario generale della Nato ha inoltre sostenuto che «la realtà è che la Cina sta alimentando il più grande conflitto armato in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. E allo stesso tempo vuole mantenere buoni rapporti con l’Occidente».

Dichiarazioni pesanti, alla vigilia del summit della Nato che andrà in scena nella capitale statunitense dal 9 all’11 luglio, al quale (come al precedente vertice annuale a Madrid) parteciperanno anche Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, i cosiddetti “Quattro dell’Indo-Pacifico”, paesi con i quali la Nato sta rafforzando il coordinamento in un’ottica di contenimento della Cina.

Secondo Stoltenberg, le esportazioni cinesi di semiconduttori a doppio impiego (civile-militare) e di capacità satellitari stanno consentendo alla Russia di «infliggere più morte e distruzione all’Ucraina, rafforzare la sua base industriale di difesa ed eludere l’impatto delle sanzioni e dei controlli sulle esportazioni».

Martedì il ministero degli esteri di Pechino ha replicato che «la Nato è un prodotto della Guerra Fredda e la più grande forza militare del mondo. La Nato dovrebbe riflettere un po’ sul ruolo che ha avuto nella crisi ucraina, invece di diffamare e attaccare arbitrariamente la Cina». «Vorrei consigliare alle parti interessate di smettere di spostare le responsabilità e di seminare discordia, di astenersi dal versare benzina sul fuoco e dall’istigare lo scontro tra blocchi, e di fare qualcosa di concreto allo scopo di risolvere politicamente la crisi», ha aggiunto il portavoce, Lin Jian.

Nel fine settimana aveva fatto rumore l’assenza della Cina dalla conferenza di pace sull’Ucraina che si è svolta a Lucerna, in Svizzera, alla quale la Russia non era stata invitata.

«Raggiungere la pace richiede il coinvolgimento e il dialogo tra tutte le parti», si legge nel comunicato finale del vertice.

Il documento ha inoltre riaffermato l’impegno per la «sovranità, indipendenza e integrità territoriale di tutti gli stati, compresa l’Ucraina, entro i loro confini riconosciuti a livello internazionale».

Nessun paese fondatore del gruppo Brics (Brasile, Russia non invitata, India, Cina non partecipante, Sud Africa) così come nemmeno l’Arabia Saudita, ha firmato il comunicato congiunto sottoscritto da 79 stati. In sostanza è fallito il tentativo del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di accrescere l’isolamento internazionale della Russia tra i paesi del Sud globale che tuttora rifiutano di appoggiare Kiev.

Alla vigilia dell’incontro di Lucerna, Pechino ha chiesto colloqui di pace diretti tra Russia e Ucraina “il più presto possibile”. «La Cina invita le parti in conflitto a dimostrare volontà politica, a riunirsi e ad avviare colloqui di pace il prima possibile per raggiungere un cessate il fuoco e fermare le azioni militari», ha dichiarato Geng Shuang, vice rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite.

E lunedì scorso la Cina ha risposto anche ai leader del G7, che nel vertice in Puglia del fine settimana avevano esortato Pechino a smettere di fornire tecnologia a doppio uso che verrebbe utilizzata nelle armi russe, affermando che la loro dichiarazione di fine vertice è «piena di arroganza, pregiudizi e bugie».

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha affermato che la dichiarazione «ha calunniato e attaccato la Cina», utilizzando «cliché che non hanno basi fattuali, basi legali e giustificazioni morali, e sono pieni di arroganza, pregiudizi e bugie». Il comunicato finale del G7 (Stati Uniti, Giappone, Francia, Germania, Canada, Gran Bretagna e Italia) ha inoltre stigmatizzato quelle che ha definito incursioni “pericolose” della Cina nel Mar cinese meridionale.

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17/06/2024

Oxfam: meno del 3% della spesa militare del G7 per eliminare la fame nel mondo

Mentre il G7 ha trovato l’accordo politico per fornire ulteriori 50 miliardi allo sforzo bellico dell’Ucraina, Oxfam ha diffuso, alla vigilia del vertice appena concluso, una nuova analisi. In essa si afferma che basterebbe appena il 2,9% delle spese militari dei sette paesi per combattere la fame nel mondo.

Verrebbero infatti liberati appena 35,7 miliardi sui 1.200 spesi annualmente (meno di ciò che a Bari si è deciso di dare a Kiev). La maggior parte di essi sarebbero sufficienti a contribuire in maniera sostanziale a eliminare la fame nel mondo, in tutte le sue forme.

Nel mondo vi sono oltre 280 milioni di persone che soffrono di malnutrizione acuta, molto spesso perché vivono in paesi vittime di gravi crisi, anche militari. Oxfam ha chiesto al G7 di “non rendersi complice” della situazione nella Striscia di Gaza, “stretta tra una carestia imminente e il rischio di genocidio“.

Dei 35,7 miliardi, 4 aiuterebbero a ridurre considerevolmente i debiti del Sud del mondo, che dalle potenze occidentali e dagli istituti multilaterali che esse comandano (FMI e Banca Mondiale) sono legati a politiche neoliberiste. I paesi del G7 ricevono 291 milioni di dollari al giorno in rimborsi del debito e interessi.

I paesi a basso e medio reddito spendono circa un terzo dei loro bilanci per ripagare i debiti. Si tratta di un ammontare pari a tutto quello che investono in istruzione, sanità e protezione sociale.

Con quei 4 miliardi si potrebbero dunque rendere disponibili ingenti risorse che i paesi più in difficoltà potrebbero usare per le spese sociali. È stato calcolato che almeno 20 Paesi in via di sviluppo versano più interessi sul debito di quanto non spendano in istruzione, e 45 più di quello che spendono in sanità.

Sempre da Oxfam fanno sapere che un segnale positivo è “che i ministri delle Finanze del G7 abbiano concordato meno di un mese fa di lavorare in maniera costruttiva con la presidenza brasiliana del G20 [...] verso una tassazione progressiva ed equa“. L’organizzazione sostiene l’ipotesi di una tassa sui super-ricchi, che potrebbero generare oltre 1.000 miliari l’anno.

Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, ha affermato: “se si tratta di aumentare gli stanziamenti che alimentano le guerre, i Governi del G7 trovano sempre le risorse necessarie, ma quando si tratta di reperire risorse per contribuire ad azzerare la fame nel mondo improvvisamente sono al verde“.

Da una distribuzione più equa della ricchezza si potrebbero trovare i fondi necessari, anche se il G7 non si è mosso in questa direzione. Gli interessi degli speculatori e delle imprese delle armi pesano ancora troppo negli indirizzi politici, almeno finché non ci sarà una reale opposizione in grado di combatterli.

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14/06/2024

Festa finita per il G7

Sono passati quasi quaranta anni dal primo vertice dei paesi più industrializzati che si tenne a Rambouillet nel 1975 e ispirato sostanzialmente dalle ambizioni di restaurazione globale del capitalismo della Commissione Trilaterale (per l’Italia c’era Aldo Moro).

Solo l’anno dopo, con l’ammissione del Canada, il vertice dei G7 ha assunto la conformazione attuale dopo la parentesi del 1997, in cui venne ammessa la Russia, dando così vita al G8. La Russia ne fu espulsa nel 2014 per l’annessione della Crimea e il G8 tornò un “club a sette”.

Ma in questi ultimi tre anni il mondo è cambiato molto ed anche la pretesa di supremazia delle maggiori potenze capitaliste su tutti gli altri, appare ormai contrastata punto su punto dai paesi emergenti.

In realtà già la nascita nel 2008 del vertice del G20 – esteso quindi alle economie dei paesi emergenti – era stato il segnale che qualcosa stava cambiando nei rapporti di forza mondiali. Inoltre quel vertice avveniva dentro la pesante crisi finanziaria dell’Occidente apertasi nel 2007. In quegli anni in cui grande banche statunitensi ed europee facevano crack e la crisi terrorizzava le economie occidentali, non era affatto raro sentirsi dire nel resto del mondo “la crisi è da voi, qui non c’è alcuna crisi, anzi stiamo crescendo”.

Ed è stato in quegli anni che le economie capitaliste avanzate dell’Occidente hanno cominciato a scoprire che non rappresentavano più la condizione e gli interessi di tutti ma solo del loro “Giardino” e che la globalizzazione era finita per essere sostituita dalla competizione globale.

Con l’apertura di questo G7 in Puglia a guida italiana, il resto del mondo si è fatto sentire su diversi dossier e con toni niente affatto concilianti.

In contemporanea con il vertice del G7 in Italia, a Nizhni Novgorod, in Russia, si sono infatti riuniti i ministri degli Esteri dei Paesi Brics, per la prima volta nella loro versione recentemente allargata (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Etiopia) che vede la presenza di altri Paesi invitati o di quelli che hanno già avanzato richiesta di adesione. Ovviamente non ci sarà l’Argentina del demo-dittatore Milei.

Negli incontri è emerso che i governi di Russia e Venezuela hanno siglato un memorandum contro le sanzioni unilaterali; Russia e India hanno siglato un accordo per il trasporto di carbone russo attraverso la rete ferroviaria iraniana; la Cina ha chiesto ai suoi partner di fare di più per contrastare le misure occidentali, e la Turchia ha ventilato pubblicamente l’idea di aderire al blocco dei Brics.

Insomma alla faccia delle sanzioni, anzi, proprio alla faccia delle sanzioni!

Proprio la Turchia, tra l’altro invitata come ospite al vertice del G7 in Italia, ha fatto sapere che il presidente turco Erdogan chiederà oggi ai leader presenti al G7 in Puglia di intervenire per porre fine all’intervento militare israeliano in corso a Gaza. Secondo la televisione di stato turca per Erdogan l’invito al G7 costituirà l’occasione per lanciare un appello e mobilitare i leader di tutto il mondo “per giungere alla fine di un massacro in corso da 8 mesi”. Nell’intervento del leader turco, sempre in base a quanto riporta TRT, Erdogan parlerà anche di Ucraina e di collaborazioni economiche. Erdogan è atteso nella località di Borgo Egnazia, dove arriverà direttamente dalla Spagna, in cui ha incontrato il premier spagnolo Pedro Sanchez.

Dal canto suo la Cina – già impegnata in un braccio di ferro con l’Unione Europea sui dazi contro le automobili cinesi – ha fatto sapere di non avere intenzione “di accettare alcuna sanzione unilaterale illegale: la normale cooperazione economica e commerciale tra Cina e Russia non sarà interrotta da alcun soggetto terzo”.

Il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian è stato esplicito sulle ipotesi che il G7 di Borgo Egnazia possa “mettere in guardia i piccoli istituti finanziari cinesi sulle transazioni relative alla Russia” per scoraggiare la copertura finanziaria a più ampio raggio. Pechino, ha aggiunto Lin, “adotterà tutte le misure necessarie per difendere i diritti e gli interessi legittimi delle imprese cinesi”.

Relativamente alla decisione di utilizzare i profitti degli assets russi sequestrati in Occidente per finanziare l'acquisto di armi per l’Ucraina, la Russia ha replicato che questo è “un passo che non porterà l’Occidente a niente di buono”. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato l’accordo raggiunto a livello negoziale nel G7 per fornire a Kiev un prestito da 50 miliardi di dollari garantendolo con i futuri profitti dai capitali russi congelati. Secondo la portavoce, citata dall’agenzia Interfax, “iniziative illegali come questa rischiano di provocare uno sbilanciamento del sistema finanziario e crisi devastanti”.

Un articolo dell’agenzia Ria-Novosti sottolinea invece come “l’atteggiamento del mondo nei confronti dell’Occidente è peggiorato nell’ultimo anno – e questo non è merito di Mosca e Pechino (anche se ci stanno lavorando), ma dell’Occidente stesso”. Secondo Ria-Novosti l’operazione israeliana contro Gaza ha assunto il carattere di genocidio e ha messo a nudo tutta la doppiezza delle democrazie occidentali.

“Il Sud del mondo accusa apertamente l’Occidente di usare due pesi e due misure e di assecondare Netanyahu e ridicolizza tutti i tentativi di dipingere Putin come un assassino e Netanyahu come un combattente contro il terrorismo” – scrive Petr Akpokov sulla Novosti – “L’Occidente non è già riuscito ad attirare i paesi del Sud del mondo in una coalizione anti-russa e, sullo sfondo di ciò che sta accadendo a Gaza, gli appelli ad “aiutare Zelensky” rimangono senza risposta”.

Anche il leader indiano Modi sarà ospite al vertice del G7 in Italia, ma gli analisti ritengono che l’India si atterrà in gran parte alla sua consolidata politica estera, compresi i propri legami di lunga data con Mosca. Spinto dagli acquisti di petrolio russo, nonostante le sanzioni dichiarate dalle potenze occidentali, il commercio totale tra India e Russia si è avvicinato ai 50 miliardi di dollari (46,3 miliardi di euro) tra il 2022 e il 2023, superando l’obiettivo fissato nel 2019 di raggiungere i 30 miliardi di dollari entro il 2025. Dal 2023 al 2024, le forniture di greggio russo, insieme a prezzi internazionali complessivamente più bassi, hanno fatto risparmiare all’India oltre 25 miliardi di dollari in valuta estera, riferisce il giornale indiano Hindustan Times che cita dati governativi.

Diciamo che l’India sta usufruendo di quel trattamento privilegiato sui beni energetici di cui aveva usufruito la Germania col gas russo fino a quando si è suicidata decidendo di rinunciare alle forniture di Mosca. Molti fattori della recessione economica tedesca sono anche dovuti a questa decisione.

Insomma per le potenze del G7 la festa è finita, o comunque non ci saranno più pasti gratis nelle relazioni con il resto del Mondo. I toni bellicosi e guerrafondai che affiancano le riaffermazioni di unità dell’Occidente sembrano più consolatorie che ispiratrici di un nuovo destino manifesto che dà per scontata la supremazia mondiale esercitata nei decenni scorsi.

E forse il rischio della guerra nasce proprio dal non voler prendere atto di questo cambiamento epocale.

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Assets russi per finanziare l’Ucraina. Ma c’è aria di tempesta tra USA e UE

Il presidente francese Macron ha anticipato Giorgia Meloni nell’annunciare che, al G7 di Bari presieduto dal governo italiano, sarà ufficializzato l’accordo per l’utilizzo degli assets russi congelati in favore dell’Ucraina.

Cosa che non è andata giù ai delegati del governo italiano che lavorano sul dossier, che hanno visto l’uscita di Macron come un segno di debolezza. Hanno fatto notare che “il G7 non dovrebbe essere utilizzato per fare campagna elettorale”... o almeno, vorrebbero la facesse solo la Meloni.

Ad ogni modo, si parla concretamente di un prestito di 50 miliardi a Kiev, per sostenere lo sforzo bellico. Dall’Eliseo specificano che il contributo è “essenzialmente statunitense”, e che “questo prestito sarà rimborsato con i proventi dei beni russi congelati”.

Allo stesso tempo, però, viene evidenziato come, “se per un motivo o per un altro i beni russi vengono sbloccati o se i profitti dei beni russi non producono più ciò che è necessario per finanziare il prestito, allora si pone la questione della condivisione degli oneri”.

Infatti, le incognite sono tante: l’andamento della guerra, la riduzione dei tassi che potrebbe ripercuotersi sugli extraprofitti generati dai beni russi, la possibile elezione di Trump e le sue scelte in merito. E ovviamente, anche i rischi di una rottura epocale rispetto alle regole della finanza.

La preoccupazione che si legge tra le righe è che, se d’ora in poi i capitali potranno essere congelati e usati a piacimento a seconda dell’allineamento con i dettami euroatlantici, la fiducia nel sistema imperniato sulle grandi piazze occidentali e sul dollaro verrebbe meno.

Ma ormai a Washington e Bruxelles sembrano convinti di proseguire su questa strada. Non senza però contrasti che mostrano una certa difficoltà nel mettere d’accordo in tutto e per tutto le due sponde dell’Atlantico.

Nella guerra totale alla Russia, a perderci di più è stata sicuramente la UE, mentre gli USA ci hanno solo guadagnato. Questo prestito all’Ucraina potrà essere integrato anche con finanziamenti europei o contributi nazionali, ma il nodo delle garanzie rimane in discussione.

Quando l’Eliseo ha parlato del nodo della “condivisione degli oneri”, si riferiva a ciò che un alto diplomatico europeo ha rivelato prima dell’inizio del G7 al giornale statunitense Politico, con formule assai meno diplomatiche:

“Quello che Washington propone è: ‘Noi [gli Stati Uniti] prendiamo un prestito, l’Europa si assume tutti i rischi, voi [l’Europa] pagate gli interessi e noi [gli Stati Uniti] usiamo i soldi per un fondo USA-Ucraina’. Forse siamo stupidi, ma non così tanto”.

Il timore dei governi UE è che, di fronte a possibili contrattempi, si trovino da soli a garantire questo prestito. Mentre a guadagnarne potrebbero essere per lo più le compagnie a-stelle-e-strisce, ricevendo la maggior parte dei contratti militari e per la futura ricostruzione.

Per questo, anche se è stato ufficializzato un accordo politico sul tema, presente sui tavoli occidentali da mesi, la vera partita comincerà dietro le quinte, quando i tecnici dovranno definire ogni dettaglio del prestito. Anche attraverso quale strumento verrà erogato.

C’è molta più aria di tempesta di quanto appaia al tavolo del G7.

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12/06/2024

Il G7 delle “anatre zoppe”

Domani, giovedì, nella lussuosissima location di Borgo Ignazia in Puglia inizierà il vertice del G7 a guida italiana.

Le sette maggiori potenze economiche e militari occidentali – includendo il Giappone che da sempre fa parte della partita – riuniscono annualmente i propri capi di stato dopo che ministri e sherpa hanno già lavorato il terreno sui dossier da discutere e sui quali concordare le possibili azioni comuni. Almeno tre dossier pesano come macigni: le guerre in corso in Europa e in Medio Oriente, i cambiamenti climatici, la recessione economica nei paesi a capitalismo avanzato in contrasto con la crescita dei paesi emergenti.

Il problema è che in questo vertice abbondano i capi di stato in condizione di evidente difficoltà. Nel linguaggio politico statunitense possiamo definirli come “lame ducks”, anatre zoppe. Diciamo che la coincidenza con un “anno elettorale” non ha portato affatto fortuna ai capi di stato del “Giardino” occidentale.

Biden è ormai alle prese con una campagna elettorale che, nonostante tutto, vede Trump in vantaggio. Ma se anche dovesse rivincere, si comprende bene come un uomo anziano già piuttosto rincoglionito difficilmente potrebbe – o dovrebbe – gestire altri quattro anni di mandato presidenziale a capo della maggiore potenza imperialista del mondo.

I due capi di stato delle principali potenze imperialiste europee – Francia e Germania – sono usciti con le ossa rotta dalle recenti elezioni europee. Macròn è da tempo in brutale calo di consensi e, mostrando lo stesso avventurismo che ha dimostrato sulla guerra in Ucraina, ha giocato allo sfasciatutto convocando elezioni anticipate a fine giugno di fronte ai risultati crescenti della destra, con il rischio di consegnarle il governo e mettere qualche pezza con tre anni di convivenza tra la presidenza e l’esecutivo. Sempre che Macron, come tutti i liberali, alla fine non senta il richiamo della foresta del passaggio di consegne ai neofascisti, come avvenuto sistematicamente in Europa nel secolo scorso.

Il cancelliere tedesco Sholz ha subito la più pesante sconfitta politica-elettorale della socialdemocrazia in Germania, rafforzando i democristiani e facendosi superare dalla destra di AfD. Non è stato avventurista come Macron invocando il salto nel buio delle elezioni anticipate ma ha esagerato in senso opposto. La linea del finto tonto di Sholz non lo mette di certo al riparo dal fatto che sul piano dei consensi i partiti che sostengono il suo governo oggi contano solo un terzo dell’elettorato tedesco. La linea guerrafondaia di Sholz e del suo esecutivo insieme a Verdi e Liberali ha fatto cortocircuito con le conseguenze sociali della recessione economica in cui da tempo si dibatte la ex locomotiva economica d’Europa.

Infine c’è il primo ministro britannico Sunak che è stato costretto a convocare le elezioni anticipate a luglio a causa del logoramento e della crisi politica del governo conservatore ,che ha visto dimettersi e succedersi ben tre primi ministri in un solo mandato tra il 2019 e oggi: prima Johnson poi Liz Truss e infine lo stesso Sunak.

Non risultano grandi rogne per i capi di stato di Canada e Giappone. Il primo Trudeau, è un esponente anche lui “liberale”, è al suo terzo mandato consecutivo ma non ha più la maggioranza ed è stato costretto alla coalizione con un altro partito.

Il premier giapponese Kishida è al governo dal 2021 e non sembra avere particolari problemi interni se non quello di aver subito un attentato ad aprile dello scorso anno. Qualche problema in più continuano a darlo l’economia dove il motore della recessione batte ancora in testa e le periodiche azioni di disturbo nella regione da parte della Corea del Nord.

Al momento sembra salvarsi solo Giorgia Meloni, per ora saldamente al governo e leader del primo partito italiano, anche se nelle elezioni europee ha sì aumentato la sua percentuale ma ha anche perso più di 600mila voti rispetto alle elezioni politiche di due anni fa. Un segnale che le bugie e l’enfasi sui consensi in crescita hanno le gambe corte. In prospettiva c’è poi l’ipoteca della legge di stabilità su cui tanti trucchi non saranno più possibili e le lacrime e il sangue delle misure di austerity da adottare si affacciano ormai con inquietante insistenza.

Su sette capi di stato che si riuniscono al vertice del G7, dunque almeno quattro sono “lame duck” ossia anatre zoppe. Non possono prendersi impegni sul futuro perché di futuro potrebbero non averne. Tutti e quattro sono dei guerrafondai in Ucraina, complici di Israele in Medio Oriente e convinti della supremazia occidentale da riaffermare a tutti i costi – e con tutti i mezzi – nella competizione con i paesi emergenti.

Questa debolezza interna della maggioranza dei leader del G7 dovrebbe indurre alla cautela, ma in un contesto in cui l’avventurismo delle classi dirigenti sembra dilagare, appare invece un ulteriore motivo di preoccupazione.

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13/03/2024

Il G7 minaccia Cina, Iran e Corea del Nord

Per mantenere la loro egemonia sul mondo, i 7 Stati occidentali hanno discusso dell’invio di truppe europee in aiuto all’Ucraina, in difficoltà dopo due anni di guerra con la Russia. Del tutto indifferente al genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il G7 ha anche minacciato sanzioni economiche contro Cina, Iran e Corea del Nord, colpevoli, secondo il club dei ricchi, di “sostenere materialmente la Russia“.

Pochi giorni dopo il vertice dell’Unione Africana, il 24 febbraio, si è tenuto un altro vertice, quello del G7, nella capitale ucraina Kiev. Il G7 riunisce le principali potenze occidentali: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Giappone, Italia e Canada, così come i presidenti del Consiglio europeo e della Commissione europea.

L’obiettivo del G7 è di “riunire i leader dei sette Paesi membri, che condividono i valori fondamentali della libertà, della democrazia e dei diritti umani, per scambiare opinioni sull’economia globale, sulle questioni regionali e su una serie di sfide internazionali“, come si può leggere sul sito ufficiale.

Nessuna sorpresa per il fatto che i temi che hanno dominato questo vertice siano stati nettamente diversi da quelli affrontati dall’Unione Africana. La preoccupazione principale di questo summit dei ricchi non è stata la Palestina e il genocidio che sta subendo il suo popolo, ma piuttosto quella di riaffermare “il nostro incrollabile sostegno all’Ucraina e di omaggiare ancora una volta il coraggio del popolo ucraino che sta combattendo instancabilmente per la libertà e il futuro democratico dell’Ucraina“.

Sempre più guerra

Lungi dal prendere iniziative per promuovere un accordo di pace, il vertice del G7 sta usando la sua retorica per aumentare la tensione bellica:

“Continueremo a sostenere il diritto dell’Ucraina all’autodifesa. Riaffermiamo il nostro impegno per la sicurezza a lungo termine per l’Ucraina, anche concordando e attuando impegni e accordi bilaterali sulla sicurezza, basati sulla Dichiarazione congiunta di sostegno all’Ucraina che abbiamo adottato a Vilnius lo scorso luglio. Stiamo aumentando l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina e rafforzando le nostre capacità di produzione e consegna per darle manforte”.

Due giorni dopo il vertice, il presidente Macron ha rivelato l’atmosfera e il contenuto delle discussioni. Parlando a una conferenza a sostegno dell’Ucraina all’Eliseo, a cui erano presenti 27 capi di Stato e di governo, ha sollevato la possibilità di inviare truppe occidentali sul fronte ucraino:

“La sconfitta della Russia è essenziale per la sicurezza e la stabilità dell’Europa. Gli alleati dell’Ucraina creeranno una coalizione per fornire all’Ucraina missili a medio e lungo raggio. Abbiamo deciso di muoverci su cinque tipi di azioni: la difesa informatica; la produzione congiunta di armamenti, capacità militari e munizioni sul territorio ucraino; la difesa dei Paesi direttamente minacciati dall’offensiva in corso, come la Moldavia; la ‘capacità di sostenere l’Ucraina al confine con la Bielorussia con forze non militari’ e le operazioni di sminamento.

Non c’è ancora un accordo sull’invio di truppe sul terreno in maniera ufficiale, accettata e approvata, ma non si deve escludere nulla come ovvio. Faremo tutto il necessario per garantire che la Russia non possa vincere questa guerra.”

Emmanuel Macron, quindi, solleva la possibilità di una guerra aperta da parte dei Paesi occidentali contro la Russia. Il presidente francese conferma così che questa ipotesi viene effettivamente discussa e dibattuta nelle riunioni del G7.

Lo confermano anche le dichiarazioni e le preoccupazioni del primo ministro slovacco, Robert Fico: “Un documento confidenziale suggerisce che alcuni Paesi della NATO e dell’Unione Europea stanno considerando l’invio di truppe in Ucraina su base bilaterale”.

Tripla minaccia di sanzioni

Gli stessi Paesi che stanno discutendo dell’invio di truppe direttamente sul territorio ucraino, criticano e minacciano le altre nazioni che continuano ad avere scambi commerciali con la Russia: la dichiarazione del G7 annuncia ritorsioni per i paesi terzi che commerciano con la Federazione russa. Così è formulata la minaccia: “Continueremo a prendere provvedimenti contro gli attori di Paesi terzi che sostengono materialmente la guerra della Russia, anche imponendo misure ulteriori a questi Paesi terzi, come appropriato“.

La dichiarazione del G7 nomina la Cina, la Corea del Nord e l’Iran. Per quanto riguarda la Cina, si legge: “Siamo preoccupati per i trasferimenti alla Russia da parte di imprese della Repubblica Popolare Cinese di materiali e componenti a duplice uso per la produzione militare di armi ed equipaggiamenti“.

La posizione di Pechino è rimasta invariata dall’inizio del conflitto: una politica di neutralità e l’assunzione dell’iniziativa di aprire colloqui di pace tra i due belligeranti. Pechino ha ribattuto che gli scambi commerciali tra Cina e Russia sono cresciuti ben prima dell’inizio della guerra, sottolineando che “la Cina ha il diritto di sviluppare i suoi legami con la Russia nella sua piena sovranità“.

Il Congresso degli Stati Uniti ha fatto eco a queste minacce. Il senatore democratico Gerard Conolly, membro della commissione Affari esteri, ha dichiarato il giorno stesso del vertice del G7:

“La Cina deve capire che lo stesso tipo di sanzioni che stanno iniziando a minare la produttività, le prestazioni economiche e la qualità della vita in Russia possono essere applicate anche alla Cina. E francamente, la Cina ha molto più da perdere della Russia. Queste sanzioni possono essere decise molto rapidamente.

Spero che la semplice minaccia [di queste sanzioni] e il fatto che gli europei facciano sul serio […] possano chiarire le idee a Pechino. Se venissero imposte ampie sanzioni alla Cina, sarebbe davvero doloroso. Ma la sua performance economica è già debole. Spero quindi che la Cina faccia attenzione e che tenga in conto che ci saranno conseguenze per il suo sostegno alla violenza della Russia in Ucraina“.

La Cina non è l’unica nazione bersaglio delle minacce del G7. La dichiarazione finale del vertice è ancora più diretta contro l’Iran e la Corea del Nord: “Condanniamo fermamente le esportazioni della Corea del Nord e l’acquisto da parte della Russia di missili balistici nordcoreani, una violazione diretta delle risoluzioni prese in merito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e li invitiamo a cessare immediatamente queste attività. Chiediamo all’Iran di smettere di aiutare l’esercito russo e la sua guerra in Ucraina“.

Il confronto tra il vertice dell’Unione Africana e il vertice del G7 riassume da solo le contraddizioni del mondo contemporaneo, caratterizzato da un’egemonia occidentale che vuole imporsi con tutti i mezzi, compresa la guerra, sulle nazioni che rifiutano questo egemonismo.

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08/02/2024

Il bond del G7 per pagare l’Ucraina con i soldi della Russia

Un mese fa Alexander De Croo, il primo ministro belga, aveva affermato che l’Occidente avrebbe dovuto lavorare a un meccanismo per utilizzare gli assets russi congelati. All’intenzione non ha fatto tardare una proposta, fatta circolare tra i paesi del G7, che già all’incontro del maggio scorso avevano espresso la volontà di far pagare alla Russia i danni della guerra in Ucraina.

Diversi funzionari del gruppo dei sette hanno informato il Financial Times di questa proposta, e due di loro hanno dichiarato che si sta valutando seriamente questa opportunità. Il che sarebbe un’altra seria ipoteca su qualsiasi soluzione diplomatica al conflitto nell’est Europa.

Il sostegno economico e militare all’Ucraina vacilla da mesi, tra difficoltà materiali e dirigenti politici sempre meno convinti della sua utilità – ma anche di ottenerne qualche vantaggio tra gli elettori dei propri paesi. Però, prima di abbandonare Kiev al proprio destino, vogliono cercare di allungare il più possibile il suo dissanguamento per indebolire Mosca.

L’idea di Bruxelles è appunto quella di utilizzare i quasi 270 miliardi di euro di assets russi congelati come garanzia per emettere dei «bond zero coupon», ovvero dei titoli i cui interessi saranno pagati tutti insieme alla fine del prestito. All’Ucraina potrebbero così arrivare un po’ di fondi, senza che i suoi sostenitori sborsino un solo centesimo.

Nessuno nasconde che, data la situazione ucraina, è difficile che il debito venga ripagato, portando così a un vero e proprio esproprio (parola proibita solo se si tratta di qualche patrimonio nostrano, a quanto pare) dei beni russi, dilazionato nel tempo.

Non c’è nessuna sentenza o trattato internazionale a legittimare una tale opzione, ma si sa che per l’Occidente il diritto internazionale vale solo se gli è favorevole.

Ma qui si trova la falla di tutta la questione. Quale investitore è disposto a dare soldi a un sicuro insolvente, le cui garanzie non sono legalmente a sua disposizione? È difficile che l’operazione vada in porto, ma ciò che infatti è davvero interessante è il dibattito interno alla filiera euroatlantica che la proposta ha portato allo scoperto.

È lo stesso Financial Times a dire che Washington sta spingendo per espropriare gli assets russi: da chi ha fatto lo stesso con più di 3 miliardi di riserve valutarie dell’Afghanistan, dopo averlo ridotto in macerie, non ci si può aspettare altro.

Molto più cauti sono i paesi UE, e non solo per i motivi legali, ma anche per nodi economici che metterebbero in crisi proprio uno degli strumenti principe dei suoi vincoli imperialistici.

Circa 191 miliardi del totale sono gestiti da Euroclear, un depositario che gestisce e smista i profitti e che ha sede a Bruxelles (da qui l’interessamento del suo esecutivo, che probabilmente spera di ottenerne qualche beneficio).

Tali beni sono per lo più in euro proprio perché, prima che la UE si riallineasse alla NATO, quando Macron la dava per morta, i russi trovavano nella divisa europea maggiori sicurezze (ossia meno decisioni politicamente arbitrarie “a sorpresa”) e l’euro poteva crescere come valuta internazionale.

È stato proprio Macron, insieme a Scholz, ad opporsi già in passato a una soluzione del genere, e le motivazioni sono chiare. Dalla Germania fanno sapere che sono disposti a trovare una formula per tassare i profitti generati dagli assets congelati (quasi 4 miliardi e mezzo di euro lo scorso anno), ma ci sono vari contenziosi in corso nei tribunali russi.

La proposta belga, dicono al Financial Times, è stata pensata come un compromesso, ma è di difficile attuazione e rimanda solo per un po’ il problema di cosa fare con i beni bloccati. E l’unico risultato che sembra produrre è quello di aumentare la tensione anche tra gli alleati occidentali, mentre cercano un modo per continuare a usare gli ucraini per indebolire Mosca.

Un’altra contraddizione in seno euroatlantico, in questo caso marginale – almeno per ora – ma sintomo delle difficoltà che la sua egemonia sta incontrando sempre più diffusamente.

P.S. Il tutto senza neanche considerare i problemi di “credibilità internazionale” del sistema euro in caso di sequestro degli asset russi. Perché mai, insomma, altri paesi – magari oggi alleati dell’Occidente, ma domani chissà... – dovrebbero depositare somme presso istituti europei che un giorno o l’altro, per decisione politica, potrebbero decidere di confiscarli? Ne aveva parlato, in relazione al dollaro, anche il premio Nobel Robert Shiller. Ma i dirigenti europei sembrano decisamente più stupidi...

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04/09/2023

[Contributo al dibattito] - Gli spettri del debito cinese

In questa estate infuocata, una possibile tempesta (non solo meteorologica) potrebbe abbattersi sul sistema finanziario globale. Christian Marazzi analizza i rischi connessi al possibile scoppio di una bolla immobiliare in Cina. Il crescente indebitamento di alcuni colossi del real estate evidenziano le difficoltà dell’economia cinese a riprendersi dopo i lock-down del Covid. Anche se il sistema finanziario cinese è chiuso e non vi è libera circolazione dei capitali (per loro fortuna), le ripercussioni sui mercati finanziari globali potrebbero essere rilevanti. Tutto ciò si inquadra in un processo di ridefinizione degli assetti geopolitici, stretti tra il tentativo Usa di mantenere l’egemonia economica-finanziaria (sempre più in difficoltà) e l’aspirazione dei paesi Brics di costruire un mondo multipolare

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di Christian Marazzi

Il superciclo del debito

Intervistato da Eugenio Occorsio sulla crisi cinese (La Repubblica, 19 agosto), l’economista americano Kenneth Rogoff (Harvard) fissa così i termini della questione: “Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il ‘superciclo del debito’, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti”. Il premio Nobel Robert Shiller, intervistato sempre da Occorsio il 21 agosto, introduce un altro fattore nella spiegazione della crisi in Cina, per ora circoscritta al settore immobiliare: “A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione. Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia”. Simone Pieranni, su il manifesto del 20 agosto (“Il vero pericolo per la Cina è un popolo disilluso”), sviluppa ulteriormente questo aspetto: “Dato che i problemi sono sempre gli stessi e che il PCC ogni volta sembra mettere una pezza alla crisi del momento, bisogna concentrarsi su un terzo aspetto [dopo l’auspicio da parte dell’Occidente di un crollo economico e soprattutto politico, del regime cinese, e dopo il pericolo della deflazione già manifestatosi sul finire degli anni ’90]: che cosa c’è di diverso oggi e perché questa odierna traballante situazione economica potrebbe essere più pericolosa o meno che in passato. E questo aspetto si incrocia con un soggetto che spesso nelle analisi (tutte geopolitiche o finanziarie) si dimentica: il popolo cinese. Nel 2001, così come nel 2011, i cinesi erano spinti dalla crescita e da quello che alla fine consente all’economia di andare bene: erano fiduciosi nel futuro (…). E così è stato fino al periodo pre-Covid. Dopo, per il popolo cinese, è cominciato un periodo strano: il Covid ha abbattuto l’ottimismo, ha instillato il dubbio che forse non tutto sarebbe stato come prima. E così un popolo risparmiatore di suo ha aumentato questa propensione e oggi è chiaro a tutti: i cinesi non spendono in beni per il futuro (come la casa) ma per l’oggi, per l’ora. Aumentano le spese sanitarie, quelle per l’educazione, ma diminuisce la sensazione di poter programmare il proprio futuro”.

Sintetizzando: i giganti dell’immobiliare cinese per decenni hanno costruito a debito, sperando di ripagare i creditori con la vendita degli appartamenti. La ripresa post-pandemia, però, stenta ad ingranare, importazioni ed esportazioni sono in calo, si è entrati in deflazione, la disoccupazione giovanile è in forte crescita (“Imparate a mangiare amarezza”, pare abbia detto Xi Jinping ai suoi giovani)[1], aumentano i pignoramenti di immobili e il rischio d’insolvenza dei mutui. Si parla di “zombificazione” del settore immobiliare, cioè il mancato avanzamento dei progetti di costruzione a causa dell’impossibilità di pagare i costi di costruzione (si prevede che per almeno i prossimi due decenni vi sarà una contrazione dell’attività di costruzione, che rappresenta oltre un terzo del Pil cinese). Si allunga la lista dei grandi gruppi in difficoltà finanziaria, tanto che il Wall Street Journal, forse incautamente, ha parlato di “momento Lehman”. Sta di fatto che in due giorni, i due colossi immobiliari per antonomasia, Evergrande (entrata in crisi nel 2020-22) e Country Garden, hanno svelato i loro debiti accumulati, anche se il primo ha puntualizzato di aver “solo” chiesto la protezione dei creditori in America tramite il Capitolo 15 (un quarto dei suoi 340 miliardi di “attivi” sono stati venduti a investitori americani). La Zhongrong, un venditore di prodotti finanziari con l’equivalente di 108 miliardi di attivo, traballa, così come diversi altri fondi finanziari nascosti nel settore bancario ombra. Sembra di ricordare quanto successo in Giappone negli anni ’90, con la crisi scoppiata nel settore immobiliare che diede avvio a un lungo periodo di stagnazione e deflazione (definito il “decennio perduto”).

In generale, è il modello di business immobiliare cinese che è entrato in crisi. “Secondo questo modello le società immobiliari o di costruzioni prendevano nuovo debito per finanziare lo sviluppo. Il debito, a sua volta, veniva rimborsato vendendo appartamenti alla classe media [molti costruttori si affidavano ai clienti che pagavano in anticipo prima ancora che il loro appartamento fosse completato]. Lo spazio abitativo medio in Cina era così cresciuto da 7 a quasi 50 metri quadri pro-capite e ha costituito una delle basi del “sogno cinese” promosso da presidente Xi. Ma quando la crisi della classe media ha cominciato a mordere, le vendite di immobili hanno ovviamente rallentato e i debitori non sono più riusciti a ripagare le cedole del debito” (Domenico Siniscalco, “I rischi del dominio cinese”, La Repubblica, 20 agosto). È il superciclo del debito di Rogoff, forse anche il cosiddetto Minsky moment, il crollo improvviso dei valori degli attivi alla fine di un ciclo del credito particolarmente espansivo. La crisi è partita dalla classe media, dissanguata dalle politiche zero-Covid, si è poi propagata al debito eccessivo delle società immobiliari e di costruzioni, e ora retroagisce sulla classe media.

Come sempre in questi casi, il governo si trova a un bivio. Lasciare fallire Country Garden, ad esempio, potrebbe scatenare un panico più ampio, innescando una catena di default. Tuttavia – sostiene l’Economist – intervenire con un pacchetto di salvataggio metterebbe i funzionari nella condizione di dover effettuare molti altri salvataggi e di sostenere un’industria insostenibile. Per il momento, la Banca centrale cinese, cogliendo tutti di sorpresa, ha abbassato di molto poco (0,10%) il tasso di interesse a un anno (riferimento del credito al consumo), senza però toccare quello a cinque anni (il tasso di riferimento dei prestiti ipotecari), e ha affermato di voler attuare misure di intervento finanziario a sostegno del settore immobiliare solo a partire dal 2024. Il governo ha mandato in venti province squadre di ispettori per esaminare quanto sia grave la situazione del debito delle amministrazioni locali, che proprio dalla vendita dei terreni ai colossi dell’immobiliare avevano fatto una delle voci più importanti delle loro entrate[2]. Insomma, sono ancora poche le misure di stimolo, per il momento sembra prevalere la linea dura contro i responsabili della bolla immobiliare.

Disaccoppiamento?

Ci si chiede quali possano essere le conseguenze di questa crisi sull’economia mondiale. Dal punto di vista della finanza, ci si è affrettati a dire, i rischi di contagio sono limitati o addirittura inesistenti, dato che il settore finanziario cinese è isolato dal resto del mondo. Ad esempio, il renminbi non è convertibile fuori dai confini nazionali e come riserva internazionale conta meno del 3%. E in Cina è vietata la libera circolazione dei capitali. Resta il fatto che i grandi colossi cinesi dell’immobiliare si sono indebitati anche in dollari a Wall Street. Ma, soprattutto, la Cina è un grande (il secondo, dopo il Giappone) acquirente di Treasury Bond americani[3] e dall’inizio del 2023 questi acquisti si sono già ridotti del 12%. “Una crisi conclamata in Cina – sostiene Robert Shiller – non passerebbe inosservata né indolore su tutti i mercati azionari mondiali, così come non lo è stata nessuna delle crisi del passato: dai subprime agli attacchi speculativi contro le tigri asiatiche del 1997, una crisi che tra l’altro per contagio portò al fallimento dei bond russi e al crollo del rublo. In tutto questo non dimentichiamoci che gli investitori cinesi, in massima parte statali, detengono mille miliardi di Treasury Bond americani e consistenti tranche di titoli azionari e obbligazionari di altri Paesi. Ecco, i mercati azionari potrebbero essere la prima vittima se la crisi si aggravasse”.

Sono anche gli effetti sui rapporti di scambio a far paura, in particolare per la Germania (grande esportatore verso la Cina) e, di conseguenza, per paesi come l’Italia, dove la mancata crescita tedesca si propagherebbe rapidamente. Insomma, la crisi cinese potrebbe dare il colpo finale all’Eurozona che secondo alcuni economisti è già di per sé a rischio recessione (come sostiene sul Sole 24 Ore di domenica 20 agosto Isabella Bufacchi, “Dopo la pandemia, guerra e inflazione: Eurozona in autunno a rischio recessione”). Anche se Paul Krugman[4] cerca di relativizzare il possibile impatto della crisi cinese sull’economia statunitense, è un fatto che per Pechino l’America resta il primo partner commerciale, con esportazioni negli Usa per 583,6 miliardi nel 2022 e 179 miliardi di import cinese dall’America (in calo del 14% da inizio anno). Importante, soprattutto sotto il profilo geopolitico, è il rapporto commerciale tra la Cina e la Russia: l’interscambio era aumentato del 27% l’anno scorso, e quest’anno è già cresciuto del 41%.

Paradossalmente, visto che a Jackson Hole, al summit delle tre banche centrali (la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra), la strategia di lotta contro l’inflazione è rimasta identica a quella decisa a marzo dello scorso anno, con tassi d’interesse elevati fino a riportare l’inflazione al 2% (con effetti pesanti sul costo dei mutui e sul credito alle imprese), la crisi cinese potrebbe perlomeno raffreddare le quotazioni delle materie prime come petrolio e gas. Comunque, un colpo alla crescita globale, che andrebbe rovesciato in critica al paradigma della globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni.

In un certo senso questa crisi rappresenta un test della globalizzazione, soprattutto del rapporto conflittuale tra interessi del capitale globale e interessi politici statuali. Da una parte risulta evidente che ci troviamo tutti in un arcipelago complesso e fortemente interconnesso, in cui i tentativi di disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, avviati da Trump e reiterati da Biden, si sono per ora rivelati poco efficaci, a tratti autolesionisti[5]. Dall’altra parte, in un quadro cinese di minor crescita, con problemi crescenti di governabilità politica interna, si capisce come la Cina stia spostando la strategia di competizione con gli Stati Uniti dall’arena economica a quella politica. Regolazione economica e governabilità politica sono due facce della stessa medaglia, e oggi queste due facce del potere si declinano necessariamente sul piano globale.

È all’interno di questo quadro contraddittorio, in cui le esigenze del capitale globale confliggono con la ricerca di un’autonomia del politico all’altezza dei conflitti sociali, che vanno lette la riconciliazione protettiva nippo-coreana realizzata dagli USA a Camp David il 20-21agosto (difesa anti-missilistica e accordi di intelligence) e, di contro, la sfida lanciata subito dopo dai paesi del gruppo Brics a Johannesburg sotto l’egida della Cina. Si tratta a tutti gli effetti di un nuovo ordine geopolitico, se è vero che il Brics allargato uscito dal summit consterà di 11 paesi, rappresenterà il 32% del Pil mondiale[6] e il 46% della popolazione del pianeta (il Pil del G7 è prossimo al 44% del Pil mondiale. La Cina oggi vale il 16% dell’economia globale contro il 22% degli Stati Uniti). Quanto basta per rimettere seriamente in discussione istituzioni del vecchio ordine mondiale quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite e per procedere sulla via della de-dollarizzazione (qualunque essa sia. Vedi Diario della crisi 2)[7]. Proprio quest’anno le esportazioni della Cina verso i paesi in via di sviluppo – rappresentati dai paesi della Belt and Road Initiative – hanno superato le esportazioni verso Stati Uniti, Unione europea e Giappone messi assieme. Attraverso l’indebitamento di una parte importante di questi paesi in via di sviluppo, la Cina è riuscita a “fidelizzarli” politicamente, rafforzando il suo potere di voto all’interno delle più importanti istituzioni internazionali, dall’ONU all’Organizzazione mondiale del commercio[8].

Corollario. Le conclusioni di Christian Marazzi mettono in evidenza le problematiche legate alla transizione da un ordine mondiale unipolare (a guida Usa) ad uno multipolare, in grado di inglobare oltre Usa, Europa, UK anche i paesi BRICS. Contemporaneamente, si sono svolti gli incontri del gruppo BRICS a Johannesburg e delle Banche Centrali occidentali (FED, BCE, BoE), che hanno di fatto prodotto un confronto a distanza. Se è chiara la strategia BRICS di puntare appunto ad un ordine multipolare, la riunione delle Banche Centrali vuole confermare il primato del dollaro sui mercati creditizi e finanziari, l’ultimo ambito (avendo perso quello logistico e militare) che rimane agli Usa per ribadire la sua supremazia economica. In quest’ottica, la decisione di mantenere alti, se non aumentare ulteriormente, i tassi d’interesse sembra essere più finalizzata a mantenere elevato il valore del dollaro (condizione, anche, necessaria per far fronte all’indebitamento interno ed esterno dell’economia Usa) più che a raffreddare un’inflazione già declinante. (Andrea Fumagalli)

Note

[1] “No data. No problem. La Cina ha deciso di sospendere la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile dopo mesi di record allarmanti che hanno visto il tasso di disoccupazione dei residenti dei centri urbani nella fascia tra i 16 e i 24 anni raggiungere il 21,3% lo scorso giugno”. Zhang Dandan, professoressa di Economia presso l’Università di Pechino, ha calcolato che includendo i giovani che non stanno studiando, facendo formazione o attivamente cercando lavoro (contando dunque i cosiddetti neet) il livello di disoccupazione tra gli under 24 in Cina arriverebbe al 46,5% (vedi, di Lucrezia Goldin, “Lavoro, casa, auto: per i giovani il sogno cinese è un miraggio”, il manifesto, 19 agosto 2023).

[2] Vedi Gianluca Modolo, “La bolla ora spaventa Xi. No ai salvataggi di Stato”, la Repubblica,

[3] Si veda Limes, Il bluff globale, 4/2023, p. 48-49.

[4] P. Krugman, “How scary is China’s crisis?”, New York Times, 21 agosto 2027. Pur riconoscendo la gravità della crisi cinese, paragonabile per genesi e caratteristiche alla grande crisi del 2008, Krugman sostiene che l’impatto sull’economia americana dovrebbe essere marginale, vista la scarsa esposizione degli Stati Uniti verso la Cina sia dal punto di vista finanziario che dell’export. Krugman sembra però relativizzare l’esposizione del debito pubblico americano agli effetti della crisi sulla moneta cinese.

[5] Sulla natura e la maggiore o minore efficacia delle politiche di decoupling, vedi Fabrizio Maronta (“Cronaca di un decoupling annunciato”, Limes 4/2023, pp. 39-50): “Il carattere esasperatamente transnazionale delle filiere del valore rende sovente difficile fotografare con accuratezza statisticale dinamiche del commercio internazionale. Gli iPhone, esempio banale ma lampante, sono assemblati in gran parte a Zhengzhou, in Cina, poi spediti negli Stati Uniti da Shangai al prezzo di circa 240 dollari l’uno. Il valore aggiunto ascrivibile a Pechino non raggiunge tuttavia i 10 dollari a pezzo, in quanto la Cina assembla componenti prodotte in gran parte da Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che insieme fanno oltre il 50% del costo di fabbrica. Quando Washington impone alla Repubblica Popolare dazi su singoli prodotti o categorie merceologiche, finisce dunque per imporli anche ai propri alleati”. L’anno scorso gli Stati Uniti agirono in modo molto aggressivo per limitare l’abilità cinese di sviluppare intelligenza artificiale per scopi militari, bloccando la vendita dei chips più avanzati alla base dei sistemi di intelligenza artificiale. Ebbene, a un anno di distanza gli ordini di acquisto cinesi dei più sofisticati processori americani sono addirittura aumentati (vedi Richard Waters (San Francisco), Quianer Liu (Hong Kong), “Chinese demand for hobbled AI chip stays buoyant despite US restrictions”, Financial Times, 22 agosto 2023). Sulle difficoltà del decoupling riferite alle catene del valore dei semiconduttori e delle tecnologie dell’energia pulita, vedi Rana Foroohar, “Inconvenient truths about the green transition”, Financial Times, 7 agosto 2023.

[6] Oltre ai membri storici, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a partire dal primo gennaio 2024 entreranno Argentina, Egitto, Etiopia, Iran Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Altri 40 paesi sono in lista d’attesa. “I nuovi Brics hanno economie compatibili, desideri politici collimanti, ambizioni geopolitiche convergenti? Neanche per sogno, naturalmente, né il loro accordo è blindato, la campagna acquisti è già iniziata e l’India è corteggiatissima. Un tratto unitario ce l’hanno: si sono irrimediabilmente stancati della supremazia predatoria dell’Occidente democratico, dei paesi che lo guidano (gli Usa), delle istituzioni che ne esercitano le prerogative (il G7, la Banca mondiale, il Fondo monetario). Raramente sono democrazie, praticano le disparità sociali come e meglio di noi, sono robustamente nazionalisti e sviluppisti…” (Roberto Zanini, “Il sud globale si è finalmente stancato di noi”, il manifesto, 25 agosto.Vedi Alec Russell, “The à la carte world: our new geopolitical order”, Financial Times, 22 agosto 2023.

[7] È utile precisare che, almeno nel breve periodo, non si vuole affatto creare una moneta concorrente con il dollaro. A un tale proposito si oppongono sia l’India sia la Cina, che non vuole aprirsi alla libera circolazione dei capitali. In discussione è invece l’ulteriore allargamento degli accordi swap tra le banche centrali che già permettono il pagamento degli scambi commerciali bilaterali nelle monete locali con una regolazione del saldo (positivo o negativo) ad una determinata scadenza. Questa prassi già molto diffusa permette di aggirare le sanzioni occidentali e riduce sensibilmente il ruolo del dollaro quale moneta di scambio. Infatti, a queste misure si affiancano i forti acquisti di oro, soprattutto di Cina, Russia ed India, che sostituiscono il dollaro nelle riserve delle loro banche centrali. E infatti il ruolo del dollaro, come moneta di riserva, sta leggermente calando anche perché le banche centrali occidentali tendono a preferirgli monete terze come in won sudcoreano e il franco svizzero” (Alfonso Tuor, “È l’ora del Grande sud globale”, Corriere del Ticino, 19 agosto.

[8] Vedi James Kynge, “China’s blueprint for global governance”, Financial Times, 23 agosto 2023.

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