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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/08/2025

Evergrande cancellata dalla borsa: ascesa e caduta del gigante cinese dell’immobiliare

Ora è ufficiale: 18 mesi dopo la sospensione del titolo, la borsa di Hong Kong ha ufficialmente cancellato dal proprio listino Evergrande, il colosso delle costruzioni cinese la cui crisi nel 2021 diede inizio a un lungo terremoto nell’economia della Repubblica Popolare, mostrò la criticità della sua bolla immobiliare e avviò una delle più ampie operazioni di ingegneria finanziaria della storia recente.

Evergrande è espulsa dalla borsa del Porto Profumato e questo significa che è davvero arrivata la fine per un gruppo che nei fatti aveva terminato la sua corsa già nel gennaio 2024, quando le contrattazioni sul suo titolo erano state sospese, mentre Evergrande collassava sotto il fardello di un debito da 300 miliardi di dollari accumulato per gestire una serie di progetti immobiliari riguardanti quasi 46 milioni di metri quadri di terreno in tutta la Cina.

L’azienda fondata dal magnate Hui Ka Yan a Guangzhou, nella Cina meridionale, nel 1996, è stata protagonista degli anni ruggenti della crescita del Dragone. Come uno dei maggiori gruppi privati cinesi, è diventato un conglomerato di grande peso: da Wuhan a Chongqing, da Xi’an a Tianjin, era l’egemone dell’immobiliare nei centri ad alta crescita dell’economia industriale e della conoscenza.

Divenuta nel 2018 la società immobiliare più capitalizzata al mondo, nota in Occidente principalmente per aver associato il suo nome a quello della squadra di calcio di Guangzhou, guidata dall’ex allenatore della nazionale italiana Marcello Lippi alla conquista della Champions League asiatica nel 2013, Evergrande è andata in crisi sotto il peso del suo debito a settembre 2021. La causa? Una stretta del governo cinese sull’urbanizzazione selvaggia e sulla corsa delle autorità locali a usare il real estate e le costruzioni come leva per raggiungere i target di crescita del Pil attesi.

Nel 2020, infatti, il governo di Xi Jinping fece propria la linea guida del Segretario del Partito Comunista Cinese che, nel quadro della ridefinizione della politica economica nazionale per il post-Covid sottolineò che “la proprietà è fatta per essere abitata, non per essere oggetto di speculazione”, ribaltando un trend trentennale.

La stretta della Cina sulla speculazione immobiliare

Il governo di Pechino obbligò tra il 2020 e il 2021 i gruppi immobiliari a conformarsi alle cosiddette “tre linee rosse” volte a frenare la speculazione immobiliare.

Gli operatori del real estate dovevano contenere al 70% il rapporto tra i debiti contratti e asset detenuti, un indebitamento netto non superiore al capitale di rischio dei soci e una liquidità sufficiente a coprire l’intera somma tra debiti finanziari e debiti verso i fornitori.

Questa stretta, che contrasse di un terzo l’immobiliare cinese nel 2021, fu orientata alla ricerca di una spinta maggiormente qualitativa e meno quantitativa sulla crescita, ma causò lo schianto di Evergrande. Nel settembre 2021 il crollo del titolo in borsa, presto tagliato da 45 a 1 miliardo di dollari di valore, aprì la strada a una crisi di liquidità della borsa cinese e al declino del colosso privato più noto in Cina.

Il resto è la storia di un declino: nel 2022 Evergrande dichiarò debiti pari a 340 miliardi di dollari, quasi cinque volte il fatturato, e il 17 agosto 2023 Evergrande ha presentato istanza di fallimento negli Usa dopo che diversi processi di ristrutturazione del debito promossi a Hong Kong erano risultate inefficaci. Il fatto che il 90% degli asset fosse stanziato in Cina rendeva difficile un pignoramento volto a ripagare le passività accumulate negli anni, e inoltre il governo di Pechino intendeva regolare i conti col settore immobiliare. Evergrande fu accusata di aver manipolato i dati finanziari e i ricavi, la Cina procedette alla “demolizione controllata” del gruppo per evitare uno schianto del settore immobiliare.

La “demolizione” di Evergrande

Progetti in corso sono stati dati ad altri costruttori e l’idea di un default immediato lasciata cadere, ma ciononostante l’escamotage della sospensione temporanea poi divenuta definitiva oggi, 18 mesi dopo, da Hong Kong, equivaleva a una condanna all’oblio per l’ex colosso. La Cina ha subito danni dal caso Evergrande: il Financial Times ricorda che “su 150 miliardi di dollari di obbligazioni immobiliari in default emesse al di fuori della Cina continentale, è stato recuperato meno dell’1%” in un contesto in cui “il settore immobiliare continua a pesare sul sentiment nella Cina continentale, dove gran parte della ricchezza delle famiglie è detenuta nel mattone” e “i prezzi delle nuove case sono stati sotto pressione negli ultimi mesi”.

La stretta di Xi, 5 anni dopo, influenza ancora un Paese in cui la spinta a una crescita più sostenibile ha prodotto crisi e travagli inevitabili nel passaggio di Pechino allo status di economia pienamente moderna. La fine di Evergrande è stato un passaggio forse necessario ma indubbiamente doloroso. Capace di svelare una pagina critica della corsa allo sviluppo della Repubblica Popolare.

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01/10/2023

Cina - Il governo pronto a intervenire per impedire il crollo di Evergrande

Giovedì 28 settembre Evergrande ha ottenuto la sospensione della contrattazione delle sue azioni alla borsa di Hong Kong.

Il giorno precedente, Bloomberg aveva pubblicato lo scoop del fermo di Xu Jiayin (Hui Ka Yan in cantonese), il presidente del colosso immobiliare cinese gravato da 327 miliardi di dollari di debito, e i titoli di proprietà di Evergrande avevano perso il 19% (il ribasso del valore ha toccato l’81% dalla ripresa della loro contrattazione a fine agosto, dopo 17 mesi di stop).

Sempre giovedì 28 Evergrande ha comunicato che Xu è sottoposto a “misure restrittive” perché «sospettato di aver commesso azioni illegali».

Di fatto, il fermo del sessantacinquenne che nel 1996 fondò Evergrande, a Guangzhou, segnala che il governo intende intervenire direttamente in una vicenda che rischia di avere ulteriori ripercussioni negative sull’economia e la finanza cinese.

Nei mesi scorsi Evergrande ha discusso un piano per ristrutturare il suo debito di 31,7 miliardi di dollari dovuti a creditori internazionali (offshore), proponendo soprattutto lo scambio dei vecchi titoli di debito con nuovi bond con scadenza più lunga, dai dieci ai 12 anni.

Ma, lo scorso fine settimana, Evergrande ha annunciato di non poter emettere nuove obbligazioni, a causa di un’inchiesta sulla sua principale unità cinese, Hengda Real Estate. Lunedì scorso Hengda Real Estate non è riuscita a rimborsare bond per 4 miliardi di yuan (547 milioni di dollari).

La Reuters ha anticipato che un gruppo di creditori internazionali, che detiene gran parte dei bond offshore, sarebbe pronto a unirsi all’istanza di liquidazione avanzata nel giugno 2022 da Shine Global, uno degli investitori in Evergrande, se quest’ultima non pubblicherà entro la fine di ottobre un piano di ristrutturazione del debito aggiornato.

Secondo Gary Ng, economista senior dell’Asia Pacifico presso Natixis: “Non è chiaro il motivo per cui Xu sia sotto sorveglianza della polizia, ma ciò potrebbe segnalare alcune negoziazioni richieste dal governo.

Gli ultimi sviluppi hanno interrotto la speranza di una ristrutturazione. Nessun costruttore è troppo grande per fallire in Cina, e quindi è difficile immaginare un piano di salvataggio completo. Tuttavia, quando si tratta di stabilità, è possibile vedere una maggiore influenza del governo in diversi modi”
.

Il mattone in Cina produce circa 1/4 del prodotto interno lordo. Per le sue dimensioni e i suoi legami con tanti settori economici e finanziari il crollo di Evergrande potrebbe rappresentare per Pechino una minaccia per il mantenimento della stabilità sociale.

Se la società fosse messa in liquidazione, con conseguente stop ai cantieri e vendita dei suoi asset, che ne sarebbe delle centinaia di migliaia di appartamenti pagati in anticipo, parte di 800 progetti non ancora completati da Evergrande in 200 città della Cina?

La crisi di Evergrande (come quella di altri grandi gruppi immobiliari cinesi, da Country Garden a Sino Ocean) è nata dall’insostenibilità di un modello di business basato su debiti continui per l’acquisto dei terreni edificabili e margini di profitto ridotti, che si è retto finché la richiesta di nuovi immobili ha continuato a crescere a ritmo ultra-accelerato, grazie alla combinazione di una serie di fattori: la mancanza di alternative di investimento per i risparmiatori cinesi; i massicci risparmi delle famiglie; i salari crescenti; l’urbanizzazione accelerata.

Questi ultimi due fattori si stanno progressivamente esaurendo, e le misure restrittive all’acquisto volute da Xi Jinping negli ultimi anni – riassunte nello slogan “gli appartamenti servono per viverci non per speculare” – hanno contribuito a deprimere ulteriormente il mercato.

Uno dopo l’altro i governi locali si stanno muovendo per implementare le misure “correttive” (mutui più facili e meno limiti all’acquisto di appartamenti) varate dal partito comunista l’estate scorsa. Basterà?

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04/09/2023

[Contributo al dibattito] - Gli spettri del debito cinese

In questa estate infuocata, una possibile tempesta (non solo meteorologica) potrebbe abbattersi sul sistema finanziario globale. Christian Marazzi analizza i rischi connessi al possibile scoppio di una bolla immobiliare in Cina. Il crescente indebitamento di alcuni colossi del real estate evidenziano le difficoltà dell’economia cinese a riprendersi dopo i lock-down del Covid. Anche se il sistema finanziario cinese è chiuso e non vi è libera circolazione dei capitali (per loro fortuna), le ripercussioni sui mercati finanziari globali potrebbero essere rilevanti. Tutto ciò si inquadra in un processo di ridefinizione degli assetti geopolitici, stretti tra il tentativo Usa di mantenere l’egemonia economica-finanziaria (sempre più in difficoltà) e l’aspirazione dei paesi Brics di costruire un mondo multipolare

*****

di Christian Marazzi

Il superciclo del debito

Intervistato da Eugenio Occorsio sulla crisi cinese (La Repubblica, 19 agosto), l’economista americano Kenneth Rogoff (Harvard) fissa così i termini della questione: “Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il ‘superciclo del debito’, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti”. Il premio Nobel Robert Shiller, intervistato sempre da Occorsio il 21 agosto, introduce un altro fattore nella spiegazione della crisi in Cina, per ora circoscritta al settore immobiliare: “A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione. Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia”. Simone Pieranni, su il manifesto del 20 agosto (“Il vero pericolo per la Cina è un popolo disilluso”), sviluppa ulteriormente questo aspetto: “Dato che i problemi sono sempre gli stessi e che il PCC ogni volta sembra mettere una pezza alla crisi del momento, bisogna concentrarsi su un terzo aspetto [dopo l’auspicio da parte dell’Occidente di un crollo economico e soprattutto politico, del regime cinese, e dopo il pericolo della deflazione già manifestatosi sul finire degli anni ’90]: che cosa c’è di diverso oggi e perché questa odierna traballante situazione economica potrebbe essere più pericolosa o meno che in passato. E questo aspetto si incrocia con un soggetto che spesso nelle analisi (tutte geopolitiche o finanziarie) si dimentica: il popolo cinese. Nel 2001, così come nel 2011, i cinesi erano spinti dalla crescita e da quello che alla fine consente all’economia di andare bene: erano fiduciosi nel futuro (…). E così è stato fino al periodo pre-Covid. Dopo, per il popolo cinese, è cominciato un periodo strano: il Covid ha abbattuto l’ottimismo, ha instillato il dubbio che forse non tutto sarebbe stato come prima. E così un popolo risparmiatore di suo ha aumentato questa propensione e oggi è chiaro a tutti: i cinesi non spendono in beni per il futuro (come la casa) ma per l’oggi, per l’ora. Aumentano le spese sanitarie, quelle per l’educazione, ma diminuisce la sensazione di poter programmare il proprio futuro”.

Sintetizzando: i giganti dell’immobiliare cinese per decenni hanno costruito a debito, sperando di ripagare i creditori con la vendita degli appartamenti. La ripresa post-pandemia, però, stenta ad ingranare, importazioni ed esportazioni sono in calo, si è entrati in deflazione, la disoccupazione giovanile è in forte crescita (“Imparate a mangiare amarezza”, pare abbia detto Xi Jinping ai suoi giovani)[1], aumentano i pignoramenti di immobili e il rischio d’insolvenza dei mutui. Si parla di “zombificazione” del settore immobiliare, cioè il mancato avanzamento dei progetti di costruzione a causa dell’impossibilità di pagare i costi di costruzione (si prevede che per almeno i prossimi due decenni vi sarà una contrazione dell’attività di costruzione, che rappresenta oltre un terzo del Pil cinese). Si allunga la lista dei grandi gruppi in difficoltà finanziaria, tanto che il Wall Street Journal, forse incautamente, ha parlato di “momento Lehman”. Sta di fatto che in due giorni, i due colossi immobiliari per antonomasia, Evergrande (entrata in crisi nel 2020-22) e Country Garden, hanno svelato i loro debiti accumulati, anche se il primo ha puntualizzato di aver “solo” chiesto la protezione dei creditori in America tramite il Capitolo 15 (un quarto dei suoi 340 miliardi di “attivi” sono stati venduti a investitori americani). La Zhongrong, un venditore di prodotti finanziari con l’equivalente di 108 miliardi di attivo, traballa, così come diversi altri fondi finanziari nascosti nel settore bancario ombra. Sembra di ricordare quanto successo in Giappone negli anni ’90, con la crisi scoppiata nel settore immobiliare che diede avvio a un lungo periodo di stagnazione e deflazione (definito il “decennio perduto”).

In generale, è il modello di business immobiliare cinese che è entrato in crisi. “Secondo questo modello le società immobiliari o di costruzioni prendevano nuovo debito per finanziare lo sviluppo. Il debito, a sua volta, veniva rimborsato vendendo appartamenti alla classe media [molti costruttori si affidavano ai clienti che pagavano in anticipo prima ancora che il loro appartamento fosse completato]. Lo spazio abitativo medio in Cina era così cresciuto da 7 a quasi 50 metri quadri pro-capite e ha costituito una delle basi del “sogno cinese” promosso da presidente Xi. Ma quando la crisi della classe media ha cominciato a mordere, le vendite di immobili hanno ovviamente rallentato e i debitori non sono più riusciti a ripagare le cedole del debito” (Domenico Siniscalco, “I rischi del dominio cinese”, La Repubblica, 20 agosto). È il superciclo del debito di Rogoff, forse anche il cosiddetto Minsky moment, il crollo improvviso dei valori degli attivi alla fine di un ciclo del credito particolarmente espansivo. La crisi è partita dalla classe media, dissanguata dalle politiche zero-Covid, si è poi propagata al debito eccessivo delle società immobiliari e di costruzioni, e ora retroagisce sulla classe media.

Come sempre in questi casi, il governo si trova a un bivio. Lasciare fallire Country Garden, ad esempio, potrebbe scatenare un panico più ampio, innescando una catena di default. Tuttavia – sostiene l’Economist – intervenire con un pacchetto di salvataggio metterebbe i funzionari nella condizione di dover effettuare molti altri salvataggi e di sostenere un’industria insostenibile. Per il momento, la Banca centrale cinese, cogliendo tutti di sorpresa, ha abbassato di molto poco (0,10%) il tasso di interesse a un anno (riferimento del credito al consumo), senza però toccare quello a cinque anni (il tasso di riferimento dei prestiti ipotecari), e ha affermato di voler attuare misure di intervento finanziario a sostegno del settore immobiliare solo a partire dal 2024. Il governo ha mandato in venti province squadre di ispettori per esaminare quanto sia grave la situazione del debito delle amministrazioni locali, che proprio dalla vendita dei terreni ai colossi dell’immobiliare avevano fatto una delle voci più importanti delle loro entrate[2]. Insomma, sono ancora poche le misure di stimolo, per il momento sembra prevalere la linea dura contro i responsabili della bolla immobiliare.

Disaccoppiamento?

Ci si chiede quali possano essere le conseguenze di questa crisi sull’economia mondiale. Dal punto di vista della finanza, ci si è affrettati a dire, i rischi di contagio sono limitati o addirittura inesistenti, dato che il settore finanziario cinese è isolato dal resto del mondo. Ad esempio, il renminbi non è convertibile fuori dai confini nazionali e come riserva internazionale conta meno del 3%. E in Cina è vietata la libera circolazione dei capitali. Resta il fatto che i grandi colossi cinesi dell’immobiliare si sono indebitati anche in dollari a Wall Street. Ma, soprattutto, la Cina è un grande (il secondo, dopo il Giappone) acquirente di Treasury Bond americani[3] e dall’inizio del 2023 questi acquisti si sono già ridotti del 12%. “Una crisi conclamata in Cina – sostiene Robert Shiller – non passerebbe inosservata né indolore su tutti i mercati azionari mondiali, così come non lo è stata nessuna delle crisi del passato: dai subprime agli attacchi speculativi contro le tigri asiatiche del 1997, una crisi che tra l’altro per contagio portò al fallimento dei bond russi e al crollo del rublo. In tutto questo non dimentichiamoci che gli investitori cinesi, in massima parte statali, detengono mille miliardi di Treasury Bond americani e consistenti tranche di titoli azionari e obbligazionari di altri Paesi. Ecco, i mercati azionari potrebbero essere la prima vittima se la crisi si aggravasse”.

Sono anche gli effetti sui rapporti di scambio a far paura, in particolare per la Germania (grande esportatore verso la Cina) e, di conseguenza, per paesi come l’Italia, dove la mancata crescita tedesca si propagherebbe rapidamente. Insomma, la crisi cinese potrebbe dare il colpo finale all’Eurozona che secondo alcuni economisti è già di per sé a rischio recessione (come sostiene sul Sole 24 Ore di domenica 20 agosto Isabella Bufacchi, “Dopo la pandemia, guerra e inflazione: Eurozona in autunno a rischio recessione”). Anche se Paul Krugman[4] cerca di relativizzare il possibile impatto della crisi cinese sull’economia statunitense, è un fatto che per Pechino l’America resta il primo partner commerciale, con esportazioni negli Usa per 583,6 miliardi nel 2022 e 179 miliardi di import cinese dall’America (in calo del 14% da inizio anno). Importante, soprattutto sotto il profilo geopolitico, è il rapporto commerciale tra la Cina e la Russia: l’interscambio era aumentato del 27% l’anno scorso, e quest’anno è già cresciuto del 41%.

Paradossalmente, visto che a Jackson Hole, al summit delle tre banche centrali (la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra), la strategia di lotta contro l’inflazione è rimasta identica a quella decisa a marzo dello scorso anno, con tassi d’interesse elevati fino a riportare l’inflazione al 2% (con effetti pesanti sul costo dei mutui e sul credito alle imprese), la crisi cinese potrebbe perlomeno raffreddare le quotazioni delle materie prime come petrolio e gas. Comunque, un colpo alla crescita globale, che andrebbe rovesciato in critica al paradigma della globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni.

In un certo senso questa crisi rappresenta un test della globalizzazione, soprattutto del rapporto conflittuale tra interessi del capitale globale e interessi politici statuali. Da una parte risulta evidente che ci troviamo tutti in un arcipelago complesso e fortemente interconnesso, in cui i tentativi di disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, avviati da Trump e reiterati da Biden, si sono per ora rivelati poco efficaci, a tratti autolesionisti[5]. Dall’altra parte, in un quadro cinese di minor crescita, con problemi crescenti di governabilità politica interna, si capisce come la Cina stia spostando la strategia di competizione con gli Stati Uniti dall’arena economica a quella politica. Regolazione economica e governabilità politica sono due facce della stessa medaglia, e oggi queste due facce del potere si declinano necessariamente sul piano globale.

È all’interno di questo quadro contraddittorio, in cui le esigenze del capitale globale confliggono con la ricerca di un’autonomia del politico all’altezza dei conflitti sociali, che vanno lette la riconciliazione protettiva nippo-coreana realizzata dagli USA a Camp David il 20-21agosto (difesa anti-missilistica e accordi di intelligence) e, di contro, la sfida lanciata subito dopo dai paesi del gruppo Brics a Johannesburg sotto l’egida della Cina. Si tratta a tutti gli effetti di un nuovo ordine geopolitico, se è vero che il Brics allargato uscito dal summit consterà di 11 paesi, rappresenterà il 32% del Pil mondiale[6] e il 46% della popolazione del pianeta (il Pil del G7 è prossimo al 44% del Pil mondiale. La Cina oggi vale il 16% dell’economia globale contro il 22% degli Stati Uniti). Quanto basta per rimettere seriamente in discussione istituzioni del vecchio ordine mondiale quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite e per procedere sulla via della de-dollarizzazione (qualunque essa sia. Vedi Diario della crisi 2)[7]. Proprio quest’anno le esportazioni della Cina verso i paesi in via di sviluppo – rappresentati dai paesi della Belt and Road Initiative – hanno superato le esportazioni verso Stati Uniti, Unione europea e Giappone messi assieme. Attraverso l’indebitamento di una parte importante di questi paesi in via di sviluppo, la Cina è riuscita a “fidelizzarli” politicamente, rafforzando il suo potere di voto all’interno delle più importanti istituzioni internazionali, dall’ONU all’Organizzazione mondiale del commercio[8].

Corollario. Le conclusioni di Christian Marazzi mettono in evidenza le problematiche legate alla transizione da un ordine mondiale unipolare (a guida Usa) ad uno multipolare, in grado di inglobare oltre Usa, Europa, UK anche i paesi BRICS. Contemporaneamente, si sono svolti gli incontri del gruppo BRICS a Johannesburg e delle Banche Centrali occidentali (FED, BCE, BoE), che hanno di fatto prodotto un confronto a distanza. Se è chiara la strategia BRICS di puntare appunto ad un ordine multipolare, la riunione delle Banche Centrali vuole confermare il primato del dollaro sui mercati creditizi e finanziari, l’ultimo ambito (avendo perso quello logistico e militare) che rimane agli Usa per ribadire la sua supremazia economica. In quest’ottica, la decisione di mantenere alti, se non aumentare ulteriormente, i tassi d’interesse sembra essere più finalizzata a mantenere elevato il valore del dollaro (condizione, anche, necessaria per far fronte all’indebitamento interno ed esterno dell’economia Usa) più che a raffreddare un’inflazione già declinante. (Andrea Fumagalli)

Note

[1] “No data. No problem. La Cina ha deciso di sospendere la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile dopo mesi di record allarmanti che hanno visto il tasso di disoccupazione dei residenti dei centri urbani nella fascia tra i 16 e i 24 anni raggiungere il 21,3% lo scorso giugno”. Zhang Dandan, professoressa di Economia presso l’Università di Pechino, ha calcolato che includendo i giovani che non stanno studiando, facendo formazione o attivamente cercando lavoro (contando dunque i cosiddetti neet) il livello di disoccupazione tra gli under 24 in Cina arriverebbe al 46,5% (vedi, di Lucrezia Goldin, “Lavoro, casa, auto: per i giovani il sogno cinese è un miraggio”, il manifesto, 19 agosto 2023).

[2] Vedi Gianluca Modolo, “La bolla ora spaventa Xi. No ai salvataggi di Stato”, la Repubblica,

[3] Si veda Limes, Il bluff globale, 4/2023, p. 48-49.

[4] P. Krugman, “How scary is China’s crisis?”, New York Times, 21 agosto 2027. Pur riconoscendo la gravità della crisi cinese, paragonabile per genesi e caratteristiche alla grande crisi del 2008, Krugman sostiene che l’impatto sull’economia americana dovrebbe essere marginale, vista la scarsa esposizione degli Stati Uniti verso la Cina sia dal punto di vista finanziario che dell’export. Krugman sembra però relativizzare l’esposizione del debito pubblico americano agli effetti della crisi sulla moneta cinese.

[5] Sulla natura e la maggiore o minore efficacia delle politiche di decoupling, vedi Fabrizio Maronta (“Cronaca di un decoupling annunciato”, Limes 4/2023, pp. 39-50): “Il carattere esasperatamente transnazionale delle filiere del valore rende sovente difficile fotografare con accuratezza statisticale dinamiche del commercio internazionale. Gli iPhone, esempio banale ma lampante, sono assemblati in gran parte a Zhengzhou, in Cina, poi spediti negli Stati Uniti da Shangai al prezzo di circa 240 dollari l’uno. Il valore aggiunto ascrivibile a Pechino non raggiunge tuttavia i 10 dollari a pezzo, in quanto la Cina assembla componenti prodotte in gran parte da Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che insieme fanno oltre il 50% del costo di fabbrica. Quando Washington impone alla Repubblica Popolare dazi su singoli prodotti o categorie merceologiche, finisce dunque per imporli anche ai propri alleati”. L’anno scorso gli Stati Uniti agirono in modo molto aggressivo per limitare l’abilità cinese di sviluppare intelligenza artificiale per scopi militari, bloccando la vendita dei chips più avanzati alla base dei sistemi di intelligenza artificiale. Ebbene, a un anno di distanza gli ordini di acquisto cinesi dei più sofisticati processori americani sono addirittura aumentati (vedi Richard Waters (San Francisco), Quianer Liu (Hong Kong), “Chinese demand for hobbled AI chip stays buoyant despite US restrictions”, Financial Times, 22 agosto 2023). Sulle difficoltà del decoupling riferite alle catene del valore dei semiconduttori e delle tecnologie dell’energia pulita, vedi Rana Foroohar, “Inconvenient truths about the green transition”, Financial Times, 7 agosto 2023.

[6] Oltre ai membri storici, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a partire dal primo gennaio 2024 entreranno Argentina, Egitto, Etiopia, Iran Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Altri 40 paesi sono in lista d’attesa. “I nuovi Brics hanno economie compatibili, desideri politici collimanti, ambizioni geopolitiche convergenti? Neanche per sogno, naturalmente, né il loro accordo è blindato, la campagna acquisti è già iniziata e l’India è corteggiatissima. Un tratto unitario ce l’hanno: si sono irrimediabilmente stancati della supremazia predatoria dell’Occidente democratico, dei paesi che lo guidano (gli Usa), delle istituzioni che ne esercitano le prerogative (il G7, la Banca mondiale, il Fondo monetario). Raramente sono democrazie, praticano le disparità sociali come e meglio di noi, sono robustamente nazionalisti e sviluppisti…” (Roberto Zanini, “Il sud globale si è finalmente stancato di noi”, il manifesto, 25 agosto.Vedi Alec Russell, “The à la carte world: our new geopolitical order”, Financial Times, 22 agosto 2023.

[7] È utile precisare che, almeno nel breve periodo, non si vuole affatto creare una moneta concorrente con il dollaro. A un tale proposito si oppongono sia l’India sia la Cina, che non vuole aprirsi alla libera circolazione dei capitali. In discussione è invece l’ulteriore allargamento degli accordi swap tra le banche centrali che già permettono il pagamento degli scambi commerciali bilaterali nelle monete locali con una regolazione del saldo (positivo o negativo) ad una determinata scadenza. Questa prassi già molto diffusa permette di aggirare le sanzioni occidentali e riduce sensibilmente il ruolo del dollaro quale moneta di scambio. Infatti, a queste misure si affiancano i forti acquisti di oro, soprattutto di Cina, Russia ed India, che sostituiscono il dollaro nelle riserve delle loro banche centrali. E infatti il ruolo del dollaro, come moneta di riserva, sta leggermente calando anche perché le banche centrali occidentali tendono a preferirgli monete terze come in won sudcoreano e il franco svizzero” (Alfonso Tuor, “È l’ora del Grande sud globale”, Corriere del Ticino, 19 agosto.

[8] Vedi James Kynge, “China’s blueprint for global governance”, Financial Times, 23 agosto 2023.

Fonte

23/08/2023

Evergrande vs. Lehman Brothers: speculazioni immobiliari a confronto

di Guido Salerno Aletta

Non c'è quasi niente che accomuni la crisi finanziaria in cui versa già da anni il settore immobiliare cinese con la crisi economica delle famiglie americane che determinò il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008, scatenando conseguentemente il caos sui mercati finanziari di mezzo mondo.

In Cina, si è determinata una bolla speculativa: programmi di sviluppo immobiliare enormemente ambiziosi, con milioni di vani d'abitazione e decine di migliaia di immobili ad uso commerciale ancora solo progettati, oltre a quelli in via di realizzazione, hanno attirato l'interesse crescente degli investitori interni ed internazionali.

Gli investitori, a fronte del finanziamento versato agli sviluppatori, usando risorse proprie o spesso prese a prestito, contavano sulla futura vendita a prezzi estremamente vantaggiosi delle costruzioni una volta che fossero state realizzate: la crescita continua dei prezzi degli immobili avrebbe consentito loro guadagni sicuri ed enormi.

Da una parte, sul mercato interno cinese alcuni operatori, soprattutto soggetti privati già molto abbienti, hanno comprato direttamente "sulla carta" immobili di prestigio o centri commerciali ancora da costruire, anticipando percentuali molto elevate sul prezzo, nella convinzione di poterli rivendere una volta realizzati ad un prezzo maggiorato, tale da consentire un ampio margine di guadagno. Molte famiglie, poi, hanno finanziato i costruttori per comprare la casa di abitazione, usando i propri risparmi.

Dall'altra parte, gli operatori stranieri hanno sottoscritto i bond da queste compagnie cinesi di sviluppo immobiliare, emessi prevalentemente sul mercato americano con la promessa di incassare tassi di interesse molto elevati, magari indebitandosi ai tassi più bassi che erano correnti sui prestiti erogati in dollari o in euro sulle piazze finanziarie occidentali per via delle politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decisi dalle varie Banche centrali (Fed, BCE, BoE).

Taluni giganti del settore cinese delle costruzioni, come Evergrande, sono da tempo in difficoltà, in quanto non riescono a far fronte agli impegni assunti sia nei confronti dei creditori interni e dei finanziatori internazionali che degli stessi acquirenti "sulla carta": il mercato immobiliare è saturo.

Visto che non ci sono abbastanza acquirenti e che i prezzi di vendita calano rispetto alle previsioni, sono saltati tutti i piani finanziari: gli sviluppatori non hanno né le risorse necessarie per pagare le rate ai finanziatori né quelle occorrenti per completare le realizzazioni degli immobili. Pur cercando di liquidare gli asset, smembrando le società stesse o vendendo le partecipazioni azionarie in altri settori, gli incassi che ne derivano non consentono di fronteggiare gli impegni: questa è la situazione di crisi strutturale che caratterizza il mercato immobiliare cinese.

Le situazioni sono assai diverse: ci sono le famiglie cinesi che hanno versato anticipi per compare la loro prima casa usando il proprio risparmio; ci sono operatori privati sempre cinesi che hanno investito per comprare seconde o terze case da dare in affitto o da rivendere; ci sono gli investitori internazionali che hanno sottoscritto bond emessi prevalentemente sulla piazza di Wall Street.

La crisi cinese ha dunque natura finanziaria: i piani di sviluppo si sono dimostrati troppo aggressivi, ottimistici, perché hanno stimato un mercato potenziale superiore a quello reale. Questo accade sempre quando un numero troppo ampio di operatori si affolla in un singolo settore che cresce in modo assai promettente: la torta diventa più grande, ma non abbastanza grande per soddisfare gli appetiti e le scommesse di tutti.

La crisi americana del 2008 fu completamente diversa: derivò dal default delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa in cui abitavano, sottoscrivendo mutui senza avere il reddito sufficiente a ripagarne le rate in condizioni di tensione sui tassi. Erano i mutui concessi ai cosiddetti debitori "sub prime": le banche americane si arricchivano erogando questi mutui ad alto rischio per poi cartolarizzarli subito dopo in appositi veicoli finanziari, il cui asset era rappresentato dal valore del mutuo che era stato conferito.

Questo sistema di finanziamento dei mutui era stato denominato "originate to distribute": in pratica, le banche americane e gli altri operatori finanziari, come Lehman Brothers, erogavano i mutui alle famiglie americane per rivenderli il prima possibile all'estero. Il rischio era dunque traslato agli operatori stranieri che compravano le quote di queste MBs' (Mortgage Backed Security): le rate mensili dei mutui fronteggiavano il pagamento agli investitori degli interessi ed il rimborso delle quote di capitale.

Anche in questo caso, ci fu un elemento speculativo a determinare la bolla dei valori immobiliari: i valori delle case esistenti erano in crescita per via dello sviluppo esponenziale di questo meccanismo di finanziamento, che si alimentava erogando sempre più mutui a famiglie sempre meno abbienti. La costruzione dei nuovi immobili cresceva ad un ritmo più basso rispetto a quello di erogazione dei mutui.

Per bloccare questa dinamica dei prezzi delle case che crescevano in continuazione e soprattutto quella dei mutui concessi a creditori sempre meno affidabili, la Federal Reserve decise di aumentare i tassi di interesse, senza sosta: ma, così facendo, non bloccò solo la erogazione dei nuovi mutui ma soprattutto rese più care le rate di quelli già in corso, stipulati a tasso variabile.

In America, il valore delle case smise di crescere continuamente: coloro che si erano indebitati pensando di trovarsi con una casa di maggior valore da rivendere, cominciarono a metterle su mercato col mutuo ancora in piedi, ma senza trovare acquirenti visto che i tassi erano in crescita. Molte famiglie cominciarono a non pagare le rate e ad abbandonare le case comprate: visto che l'acquisto era stato finanziato integralmente dal mutuo bancario, non perdevano neanche un centesimo. Avrebbero affittato un alloggio assai più piccolo, risparmiando.

In America, fu la mancanza di risparmio interno delle famiglie ad innescare un modello malsano di erogazione dei mutui e la crescita del mercato e dei valori immobiliari: il rialzo dei tassi di interesse, deciso dalla Fed per bloccare la speculazione finanziaria che si era sviluppata ed i rischi per la stabilità del sistema finanziario che stava determinando, portò al default delle famiglie che non erano in grado di pagare mutui più cari. Mentre gli investitori stranieri, che avevano comprato quote delle MBs' ebbero perdite enormi, il mercato interbancario si bloccò perché nessuno si fidava di erogare prestiti anche di 24 ore a chi chiedeva liquidità: avrebbe potuto avere in portafoglio titoli illiquidi e senza valore.

La Lehman Brothers, che era un operatore finanziario e non uno sviluppatore immobiliare, fallì perché aveva ancora molte quote di MBs' in portafoglio: non era stata abbastanza lesta a rivenderle all'estero, prima del default delle famiglie americane meno abbienti.

La differenza tra le due speculazioni in campo immobiliare è palese.

In America, dove c'è poco risparmio interno, furono indebitate le famiglie sempre meno abbienti, illudendo gli investitori finanziari stranieri che sarebbero state comunque in grado di onorare le rate dei mutui. Il rialzo dei tassi di interesse fece da detonatore.

In Cina, dove al contrario c'è un risparmio interno enorme, il sistema bancario e finanziario interno, sia quello ufficiale che quello ombra, ha pensato di cavalcare la crescita del settore immobiliare per fare enormi profitti. Gli investitori internazionali si sono aggregati a loro volta, approfittando della immensa liquidità immessa dalle Banche centrali e dai tassi a zero.

Il rialzo dei tassi di interesse e la riduzione della liquidità da parte della Fed e della Bce, oltre che dalla BoE, mette in difficoltà gli operatori stranieri, soprattutto quelli che si sono indebitati per avventurarsi nel settore immobiliare in Cina: si devono preparare ad una ristrutturazione dei debiti degli sviluppatori immobiliari cinesi.

La riduzione dei tassi di interesse e la immissione di liquidità, decise dalla PBoC, favoriscono sul piano interno il riequilibrio dei piani finanziari degli sviluppatori immobiliari, il completamento delle costruzioni in corso e l'acquisto degli immobili già realizzati.

La prospettiva potrebbe essere quella trasformare il colossale risparmio precauzionale detenuto dalle famiglie cinesi in asset immobiliari, sgravandone così le banche e gli investitori finanziari che lo intermediano, riducendo le perdite operative ed i write-down del valore gli impieghi. La Cina eviterebbe così la deflazione decennale che colpì l'economia giapponese dopo il crollo del Nikkei nel 1991, causato dallo scoppio della bolla di valori immobiliari ed azionari su cui si era riversato l'ingente surplus commerciale con l'estero maturato a partire dal 1986.

Da grandi risparmiatori, i cinesi diventerebbero un popolo di piccoli proprietari: questo assicurerebbe loro maggiore serenità, facendo aumentare i consumi.

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20/08/2023

Esplode una nuova “bolla immobiliare”?

La “bolla” stavolta potrebbe arrivare dalla Cina ma, come sempre, esplode a New York. Evergrande, il colosso cinese del settore immobiliare, ha dichiarato bancarotta e giovedì ha presentato istanza di fallimento a New York.

Evergrande era andata in insolvenza nel 2021 a causa del forte indebitamento, scatenando un’enorme crisi immobiliare nell’economia cinese, che continua a risentirne ancora oggi.

Il quotidiano economico Milano Finanza spiega che il colosso immobiliare ha presentato istanza di protezione dal fallimento ai sensi del Capitolo 15, che permette a un tribunale fallimentare statunitense di intervenire quando un caso di insolvenza coinvolge un altro Paese.

Il Chapter 15 ha lo scopo di promuovere la cooperazione tra i tribunali statunitensi, i debitori e i tribunali di altri Paesi coinvolti in procedure fallimentari transfrontaliere.

Il primo default di Evergrande, avvenuto nel 2021, aveva provocato un’onda d’urto nei mercati immobiliari cinesi. Il default della società è arrivato dopo che Pechino ha iniziato a dare un giro di vite all’eccessivo indebitamento dei costruttori, con l’obiettivo anche di contenere l’impennata dei prezzi delle abitazioni.

Di recente, un altro colosso immobiliare cinese, Country Garden, ha avvertito che “prenderà in considerazione l’adozione di varie misure di gestione del debito“, alimentando le speculazioni sul fatto che l’azienda potrebbe prepararsi a ristrutturare il proprio debito mentre lotta per raccogliere liquidità.

Il mese scorso, Evergrande ha dichiarato in un documento di Borsa di aver perso 81 miliardi di dollari di denaro degli azionisti nel 2021 e nel 2022. All’inizio di quest’anno, la società ha presentato il suo piano di ristrutturazione del debito. Il colosso immobiliare ha dichiarato di aver raggiunto “accordi vincolanti” con i suoi obbligazionisti internazionali sui termini chiave del piano.

Ma non c’è solo Evergrande a preoccupare. Infatti la principale società cinese del settore, Country Garden, ha sospeso la negoziazione di 11 obbligazioni onshore (titoli in yuan che circolano solo sul territorio nazionale, a differenza dei titoli offshore) per problemi relativi al loro rimborso, tracollando del 18% alla Borsa di Hong Kong.

Il Sole 24 Ore parla di “Campanelli di allarme che continuano a risuonare, ma che il resto del mondo finanziario per il momento fa quasi finta di non sentire”. Non a caso ieri le Borse europee hanno aperto in rosso. Vedremo lunedì se l’onda lunga dalla Cina impatterà anche sulla finanza in occidente.

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30/12/2021

L’Occidente sta perdendo la lotta di classe

Iniziò tutto nel 1973, quando Agnelli disse: “Profitti zero”. La lotta di classe operaia era incontrollabile, l’onda lunga dell’”autunno caldo” ancora viva.

La Trilaterale passò all’offensiva, iniziando dal Cile. L’asset inflation prendeva piede contro il profitto industriale perduto. Le delocalizzazioni facevano il resto.

Con il Piano Werner prima, e poi Thatcher e Reagan poi, la lotta ai salariati raggiunse il suo apice. Lotta contro il salario diretto e il salario globale di classe, smantellamento del Welfare, criminalizzazione del dissenso, carcere, eroina e torture per chi non si adeguava.

Negli anni '90 pensavano di aver raggiunto lo scopo, con le delocalizzazioni in Cina. Pensavano: questi saranno i nostri nuovi schiavi e da noi aumenteremo la disoccupazione per colpire il salario, fino a farlo diventare da fame.

Nel 2008 il giocattolo su ruppe, ma l’Occidente continuò imperterrito nella stessa onda contro la classe lavoratrice, nel mentre la Cina passava al mercato interno e al plusvalore relativo con la Legge sul Lavoro.

Obiettivo cinese: raggiungere risultati di produttività totale dei fattori produttivi vicini o eguali all’Occidente, con fortissime spese per istruzione e ricerca, oltre che investimenti infrastrutturali (le marxiane “condizioni generale della produzione”).

La pandemia ha fatto il resto, l’Occidente si ritrova senza componenti fondamentali per la produzione.

Ieri la Cina ha pubblicato un Libro Bianco in base al quale limiterà le esportazioni di diversi beni industriali, per soddisfare l’enorme mercato interno.

Mercato interno invece distrutto in 50 anni in Occidente, che ora si trova, specie in Europa, senza salari, senza beni industriali, senza mercato interno.

La lotta alla classe lavoratrice condotta in questi decenni mostra il suo lato paradossale: il capitale ha distrutto la sua base, appunto il salario, e non gli rimane che l'asset inflation.

Carta, e non altro.

*****

A conferma della opposta dinamica esistente tra decisione politica e “attività di impresa” – in Cina e nell’Occidente neoliberista – due notizie di questi giorni possono aiutare a comprendere meglio.

A) I “mercati finanziari” internazionali da diversi mesi sono in attesa del fallimento di Evergrande, la seconda azienda di sviluppo immobiliare in Cina. La speranza esplicita è che questo possibile default rappresenti la “Lehman cinese”, un colpo equivalente a quello del 2008 sull’’economia mondiale, ma concentrato soprattutto nel sistema di Pechino.

Grande sorpresa ha perciò registrato l’annuncio da parte della società “moribonda” di aver riattivato il 92% dei propri progetti (all’inizio di settembre, momento più acuto della sua crisi, si era fermato il 50% dei cantieri).

Il ministro per la Casa e lo Sviluppo urbano-rurale, Wang Menghui, ha confermato l’impegno di Pechino “per una stabilizzazione dei prezzi e del mercato. Il tutto, però, senza utilizzare la politica abitativa come strumento di stimolo a breve termine.”

Il contrario di quanto avviene dalle nostre parti, detto in altri termini. Un giornale economico italiano sintetizza così la differenza: “niente superbonus, da quelle parti”.

B) Molto più importante è la decisione del governo di riunificare tre delle più importanti aziende del comparto delle terre rare del Paese, creando di fatto una powerhouse statale del settore che si tramuterà nel principale produttore al mondo di risorse strategiche.

China Minmetals Rare Earth Co. si è unita a Chinalco Rare Earth and Metals Co. e Ganzhou Rare Earth Group, assumendo la nuova denominazione di China Rare Earth Group e dando vita a un conglomerato in grado di controllare il 70% dell’intera produzione cinese di terre rare. Si tratta dei 17 minerali decisivi per la cosiddetta industria 2.0, fondamentali per gli ambiti produttivi più diversi, dai prodotti di elettronica alle auto elettriche fino alle turbine eoliche.

L’obiettivo del governo cinese è consolidare un’industria di punta, ma soprattutto impedire gli scostamenti furiosi dei prezzi dovuti alle “oscillazioni del mercato”, altamente speculative oppure dovute a improvvisi aumenti della domanda.

Uno dei dirigenti del neo gigante delle terre rare è stato ancora più esplicito: “Non possiamo lasciare che le forze di mercato determinino quanto dovrebbero costare le terre rare, questo alla luce della loro importanza strategica. Dobbiamo mantenere le valutazioni stabili, cosi che gli utilizzatori finali possano controllare i costi e muoversi lungo la catena di valore”.

Sintetizzando: un possibile elemento di crisi (Evergrande) viene per il momento neutralizzato senza che lo Stato debba farsi carico dei debiti di una società privata e senza neanche “distorcere” la politica economica seguita dal governo. E un comparto strategico di prima grandezza, centrale per le nuove tecnologie, viene di fatto nazionalizzato sottraendolo alle dinamiche speculative “dei mercati”.

È la differenza tra una linea di sviluppo decisa politicamente, che obbliga le imprese private a rispettare determinati obiettivi e standard, e un regime in cui prevale l’interesse individuale delle imprese private, cui gli Stati – come qui da noi – debbono fare i ponti d’oro altrimenti se ne vanno da un’altra parte.

Ed è anche, non per caso, la differenza tra prevalenza dell’economia reale e dominio della finanza.

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20/10/2021

La Cina è a un punto di svolta?

di Michael Roberts[1]

Questa settimana si sono aggravati i problemi del debito che affliggono il mercato immobiliare cinese dopo il default di un’altra agenzia immobiliare causato dalle sue obbligazioni e dopo che Evergrande, il gruppo immobiliare più fortemente indebitato al mondo[2], ha protratto per un secondo giorno la sospensione delle sue azioni senza dare spiegazioni. Fantasia Holdings, un’agenzia di medie dimensioni, che solo poche settimane fa ha rassicurato gli investitori di non avere "problemi di liquidità", ha dichiarato in una presentazione effettuata in Borsa che lunedì "non ha effettuato il pagamento" di un'obbligazione da 206 milioni di $ in scadenza quel giorno, innescando un default formale. L'insolvenza si aggiunge ai timori che la crisi di Evergrande possa diffondersi includendo un numero elevato di agenzie immobiliari cinesi, che rappresentano gran parte del mercato obbligazionario asiatico ad alto rendimento.

Il 23 settembre Evergrande non ha pagato degli interessi su un'obbligazione off-shore, innescando una proroga di 30 giorni prima di un default formale, e non ha ancora fatto alcun annuncio in merito. Ma anche prima che la crisi del debito del China Evergrande Group mandasse in tilt il settore immobiliare del paese, le società immobiliari cinesi erano impegnate nel tentativo di guadagnare abbastanza per pagare gli interessi sul loro debito. Alla fine di giugno, secondo i calcoli di Reuters basati sui dati Refinitiv, la quota aggregata di copertura degli interessi dei 21 grandi gruppi immobiliari cinesi quotati a Hong Kong è sceso a 0,94, il peggior risultato da almeno un decennio[3].

Quota di copertura degli interessi dei gruppi immobiliari cinesi quotati a Hong Kong

In altre parole, il settore immobiliare privato cinese è ora composto da società "zombie" proprio come il 15-20% delle società nelle principali economie capitaliste[4]. La domanda ora è se le autorità cinesi consentiranno a queste aziende di fallire. All'inizio di quest'anno le azioni di Huarong, il più grande gestore di crediti inesigibili della Cina, sono state sospese per mesi dopo che la società ha ritardato i suoi rapporti finanziari prima di svelare finalmente una perdita record ad agosto. I ritardi hanno acceso un dibattito sulla misura in cui Pechino interverrà per aiutare le aziende in difficoltà.

Il settore immobiliare subisce pressioni da Pechino per ridurre la leva finanziaria dopo decenni di espansione guidata dal debito che ha contribuito ad alimentare la rapida crescita economica del paese. Le autorità finanziarie del governo hanno fissato tre "punti fermi" che le società finanziarie e immobiliari non possono superare. Nel 2020, la People's Bank of China e il Ministero dell’edilizia abitativa hanno annunciato di aver redatto nuove regole per il finanziamento destinato alle società immobiliari. I gruppi immobiliari che intendono rifinanziarsi vengono valutati rispetto a tre soglie:
1. un tetto del 70% delle passività sugli asset, esclusi gli anticipi su progettati contratti di vendita ;
2. un massimale del 100% sull'indebitamento netto del patrimonio netto;
3. un rapporto tra liquidità e indebitamento a breve termine pari ad almeno uno.
Le agenzie verranno classificate in base a quante soglie saranno violate e di conseguenza verrà limitato l’aumento del loro debito. Attualmente sono molte le grandi società immobiliari che si trovano in quella situazione.

Il governo si trova di fronte a un dilemma. Se consente ad Evergrande e ad altre società immobiliari di fallire, allora potrebbero non essere costruite milioni di case per le famiglie e le perdite subite dai finanziatori e dagli investitori in queste società potrebbero avere un effetto a cascata su tutta l'economia. D'altra parte, se le autorità dovessero salvare le società, allora la speculazione potrebbe continuare poiché il settore immobiliare potrebbe pensare di avere il sostegno del governo per tutti i propri progetti speculativi essendo "troppo grandi per fallire" – questo è il cosiddetto "rischio morale"[5]; lo stesso dilemma che hanno dovuto affrontare le autorità statunitensi nel 2008, quando i mercati immobiliari andavano a gonfie vele e gli istituti di credito ipotecario e le banche andarono a rotoli.

Molto probabilmente, il governo farà una cosa intermedia. Garantirà che le case promesse a 1,8 milioni di cinesi da agenzie del calibro di Evergrande saranno costruite rilevando i progetti; già le autorità locali si sono mosse per rilevare i progetti di Evergrande a livello locale. Allo stesso tempo, il governo centrale e la Banca Popolare Cinese consentiranno ad Evergrande di spostare il default sugli investitori e i detentori delle obbligazioni (in una certa misura). Se queste perdite si ripercuotono sul settore finanziario, il governo cinese avrà molto da fare per assorbire il colpo, come ha fatto in passato. Ad esempio, il debito di Evergrande pari a 300 miliardi di $ dovrebbe essere messo a confronto con il credito totale in essere della Cina pari a 50 trilioni di $, una cifra non molto grande. Inoltre, se il conto finale dovesse ricadere sullo stato e sulle banche statali, le riserve potrebbero digerire facilmente le perdite.

Il vero problema è che negli ultimi dieci anni (e anche prima) i leader cinesi hanno permesso una massiccia espansione degli investimenti improduttivi e speculativi da parte del settore capitalistico dell'economia. Nel tentativo di costruire abbastanza case e infrastrutture per la popolazione urbana in forte aumento, il governo centrale e quelli locali hanno lasciato il lavoro ai gruppi privati. Invece di costruire case in affitto, hanno optato per la soluzione del "libero mercato" dei gruppi privati che costruiscono per la vendita. In Cina, uno sviluppo simile a quello di Evergrande non era solo un capitalismo che faceva il suo mestiere, ma un capitalismo favorito dai funzionari governativi per i loro scopi. Pechino voleva case e i funzionari locali volevano guadagnarci, così i progetti di edilizia abitativa hanno contribuito a garantire entrambe le cose. Il risultato fu un aumento enorme dei prezzi delle case nelle principali città e una massiccia espansione del debito. In effetti, il settore immobiliare ha ormai raggiunto oltre il 20% del PIL cinese.

Questa crescita del settore immobiliare e di altre attività improduttive nella finanza e nei media di consumo ha caratterizzato il tasso di crescita annuale ufficiale della Cina. Poiché il settore produttivo dell'industria, della manifattura, delle comunicazioni hi-tech, ecc. cresceva più lentamente, le autorità si illudevano di poter affermare che erano stati raggiunti gli obiettivi di crescita del PIL reale del 6-8% annuo, ma ciò era dovuto sempre più al mercato immobiliare. Certo, le case devono essere costruite, ma come ha affermato tardivamente il presidente Xi, "le case servono per viverci, non per speculare”.

Il settore immobiliare della Cina in miliardi di Remimbi (prezzi 2010)

Non c'è modo di sottrarsi al fatto che verrà inferto un colpo immediato alla crescita a causa di Evergrande e dalle ripercussioni ad essa associate. La ripresa della Cina dalla crisi provocata dalla pandemia era già traballante, in parte a causa delle nuove epidemie della variante COVID che hanno causato mini blocchi, ma principalmente perché la crescita degli investimenti e del commercio è stata limitata dalla ripresa irregolare nelle principali economie capitaliste. Quindi la Cina sarà fortunata se raggiungerà un tasso del 2% per il resto di quest'anno.

Cina, previsioni del PIL reale, in percentuale

Ancora più preoccupante, anche se una spirale più caotica nel mercato immobiliare potrebbe essere evitata, la fine del modello immobiliare alimentato dal credito (o anche una sua riduzione) significherà una crescita inferiore. Questo è il problema. Gli "esperti occidentali della Cina" sono convinti o che la Cina stia per avere finalmente un'implosione finanziaria (qualcosa che si prevede quasi ogni anno negli ultimi 20 anni); o che l'economia entrerà in una fase di crescita bassa del 2-3% all'anno, di poco superiore alle economie capitaliste "mature".

Una delle ragioni che vengono avanzate è che la popolazione attiva sta diminuendo[6] (anzi, viene affermato che il tasso di fecondità della Cina sia ora inferiore a quello del Giappone) al punto che la popolazione si potrebbe dimezzare entro la fine del secolo. Un altro motivo molto diffuso tra gli esperti è che si sia esaurito il modello di crescita cinese guidato dagli investimenti e dalle esportazioni. Invece degli investimenti, la Cina dovrebbe ora fare affidamento sull'aumento dei consumi di massa, come negli Stati Uniti e nella maggior parte del G7, cosa che comporta una riduzione delle dimensioni dello stato attraverso le privatizzazioni ed aprire maggiormente l'economia ai "mercati di consumo". Inoltre, le esportazioni potrebbero non garantire più un grande contributo al tasso di crescita della Cina a causa delle barriere commerciali e tecnologiche erette dagli Stati Uniti e dai suoi alleati per isolare e frenare i progressi della Cina. Il governo cinese[7] ne è consapevole. Per questo la dirigenza di Xi parla di un modello di sviluppo a “doppia circolazione”[8], dove il commercio e gli investimenti all'estero si fondono con la produzione per il grande mercato interno.

Come ho sostenuto in un articolo precedente: “Dal 2009 gli investimenti lordi hanno superato in media il 47% del PIL; ma la crescita del PIL reale sta rallentando, quindi sta diminuendo il rendimento della produttività cinese sui nuovi investimenti (o la produttività dell'input di capitale). Già nel 2006, prima della crisi globale, occorrevano 2,9 unità di investimento per aumentare di 1 unità il PIL reale. Nel 2014, ce ne vogliono 6,6 unità, per cui la Cina, per sostenere una crescita del PIL reale del 7%, deve tornare al suo tasso medio della TFP [produttività totale dei fattori] di lungo termine di oltre il 2,5% all'anno”. Negli articoli precedenti[9] ho attaccato le argomentazioni degli esperti occidentali secondo cui la Cina sta per avere un crollo finanziario come quello del 2008 nelle maggiori economie capitaliste; o che il suo tasso di crescita si ridurrà quasi a zero a causa dei fallimenti del suo modello economico guidato dallo stato.

L’aumento del PIL reale dipende da due fattori: aumento delle dimensioni della forza lavoro e aumento della produttività della forza lavoro esistente. Se il primo rallenta o addirittura diminuisce, una crescita abbastanza rapida della produttività può compensare o addirittura superare il primo. La crescita della produttività dipende principalmente da maggiori investimenti di capitale in tecnologia; una tecnologia superiore che consente di risparmiare tempo di lavoro e una forza lavoro meglio addestrata in grado di fornirne di più in meno tempo. Il problema per la Cina da quel momento in poi è che al suo settore capitalista è stato permesso di espandersi (in modo "disordinato", afferma Xi) al punto in cui le contraddizioni della produzione capitalista stanno iniziando a danneggiare l'ascesa in precedenza spettacolare della Cina[10].

In effetti, l'appello di Xi alla "prosperità comune"[11] è un riconoscimento che il settore capitalista, tanto promosso dai leader cinesi (e dal quale ottengono molti vantaggi personali) è sfuggito di mano a tal punto da minacciare la stabilità del controllo del Partito Comunista. Prendiamo il commento del miliardario Jack Ma prima che venisse "rieducato" dalle autorità: “In Cina i consumi non vengono spinti dal governo ma dall'imprenditorialità e dal mercato. Negli ultimi 20 anni, il governo era molto forte. Ora si stanno indebolendo. È la nostra opportunità; è arrivato il nostro momento di entrare in scena, per vedere come l'economia di mercato, l'imprenditorialità, possano sviluppare il consumo reale.”The Guardian[12], 25 luglio 2019.

La profittabilità del settore capitalista è in calo da tempo, così come nelle maggiori economie capitaliste. Quindi i capitalisti cinesi hanno cercato maggiori profitti in settori improduttivi come quello immobiliare, il credito al consumo e i media: è lì che si trovano i miliardari. Questi settori oggi stanno esplodendo in faccia ai leader cinesi.

Cina: saggio di profitto interno
Dal grande balzo in avanti, alla “rivoluzione culturale”- dalla crisi industriale alla riforma di Deng- Dalla privatizzazione di alcune imprese statali alla Depressione globale

In Cina gli investimenti del settore statale sono sempre stati più solidi degli investimenti privati. La Cina è sopravvissuta, anzi ha prosperato, durante la Great Recession, non a causa di un aumento della spesa pubblica in stile keynesiano[13] verso il settore privato, come sostenevano alcuni economisti, sia in Occidente che in Cina, ma a causa degli investimenti diretti dello stato. Questi hanno svolto un ruolo cruciale nel mantenere la domanda aggregata, prevenire le recessioni e ridurre l'incertezza per tutti gli investitori. Quando in Cina rallentano gli investimenti nel settore capitalista, e di conseguenza rallenta o diminuisce la crescita dei profitti, interviene il settore statale.

Gli investimenti delle imprese statali sono cresciuti in maniera particolarmente rapida nel 2008-09 e nel 2015-16, quando è rallentata la crescita degli investimenti delle imprese private. Come ha mostrato David Kotz in un recente articolo[14]: “La maggior parte degli studi più recenti ignora il ruolo delle imprese statali nella stabilizzazione della crescita economica e nella promozione del progresso tecnico. Sosteniamo che le imprese statali stanno svolgendo un ruolo nel favorire la crescita in diversi modi. Le imprese statali stabilizzano la crescita nei periodi di recessione economica effettuando massicci investimenti, promuovono inoltre importanti innovazioni tecniche investendo in aree più a rischio del progresso tecnico. Inoltre, le imprese pubbliche adottano un approccio di alto livello nel trattare i lavoratori, che si dimostrerà favorevole alla transizione verso un modello economico più sostenibile. La nostra analisi empirica indica che in Cina le imprese statali hanno promosso la crescita a lungo termine e compensato l'effetto negativo del declino economico”.

Crescita annuale nominale degli investimenti delle imprese statali (linea punteggiata %) rispetto agli investimenti di quelle non statali (linea scura %) 2004-2017

Fonte NBS (2018)
Nota La crescita annuale nominale degli investimenti è la crescita degli investimenti mensili rispetto agli investimenti operati nello stesso mese dello scorso anno. Il grafico rappresenta l’andamento medio trimestrale della crescita annuale nominale.


Ciò che occorre non è un'ulteriore espansione del settore dei consumi aprendoli al "libero mercato", ma investimenti statali in tecnologia per stimolare l’aumento della produttività. Inoltre che gli investimenti del settore statale vengano diretti verso obiettivi ambientali e lontano dall'espansione incontrollata delle industrie di combustibili fossili che emettono carbonio. Come ha affermato Richard Smith: “I cinesi non hanno bisogno di uno standard di vita più elevato basato su un consumismo senza fine. Hanno bisogno di uno stile di vita migliore: aria, acqua e suolo puliti e non inquinati, cibo sicuro e nutriente, assistenza sanitaria pubblica completa, alloggi sicuri e di qualità, un sistema di trasporto pubblico incentrato sulle biciclette urbane e sui trasporti pubblici anziché su auto e tangenziali”. L'aumento dei consumi personali e la crescita dei salari seguiranno, come sempre, tali investimenti.

Ma ciò significa che è tempo per il governo cinese di tornare indietro verso investimenti statali e la pianificazione degli alloggi, della tecnologia e dei servizi pubblici coinvolgendo in tale pianificazione i lavoratori industriali e urbanizzati altamente qualificati della Cina. Sfortunatamente, i leader cinesi non vogliono alcun cambiamento in questa direzione, quindi continuerà a permanere il pericolo di un declino economico di lungo periodo.

Note

1) Tradotto da Antonio Pagliarone

2) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/09/19/not-so-evergrande/

3) https://www.reuters.com/world/china/chinese-property-developers-ability-repay-debt-hits-decade-low-2021-10-04/

4) https://thenextrecession.wordpress.com/2017/01/23/beware-the-zombies/

5) Ossia la tendenza a perseguire i propri interessi a spese della controparte, confidando nell'impossibilità, per quest'ultima, di verificare la presenza di dolo o negligenza.

6) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/05/23/china-demographic-crisis/

7) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/08/08/chinas-crackdown-on-the-three-mountains/

8) Explainer: What we know about China's 'dual circulation' economic strategy https://www.weforum.org/agenda/2020/09/chinas-dual-circulation-economic-strategy/

9) https://thenextrecession.wordpress.com/2020/10/28/chinas-growth-challenge/

10) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/08/08/chinas-crackdown-on-the-three-mountains/

11) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/09/11/china-and-common-prosperity/

12) https://www.theguardian.com/world/2019/jul/25/china-business-xi-jinping-communist-party-state-private-enterprise-huawei

13) https://thenextrecession.wordpress.com/2018/08/06/chinas-keynesian-policies/

14) The Impact of State-Owned Enterprises on China's Economic Growth https://thenextrecession.files.wordpress.com/2021/10/kotz-on-state-enterprises.pdf

Fonte

23/09/2021

Per “tornare alla normalità” non c’è fretta

Neanche il tempo di pensarlo, ed ecco che la Federal Reserve aggiunge il caso Evergrande – colosso cinese dell’immobiliare, sull’orlo del crack – alla lista dei rischi sistemici. E dunque rinvia l’inizio del tapering (diminuzione progressiva delle immissioni di liquidità nel sistema finanziario) a tempi migliori.

Ma il “pericolo cinese” è solo una parte dei problemi che hanno sconsigliato di intraprendere fin d’ora la strada del “ritorno alla normalità” sui mercati, con un rialzo dei tassi di interesse (confermati ieri sera nella forchetta tra zero e 0,25%).

Gli altri dati con cui la Fed deve fare ora i conti sono una crescita del Pil meno forte di quanto previsto qualche mese fa (+5,9% invece del +7, come rimbalzo dopo la grande frenata imposta dalla pandemia) e la recrudescenza dei contagi in parecchi Stati con basse percentuali di popolazione vaccinata.

Neanche il forte aumento dell’inflazione (+4,2% invece del 3,4 stimato in precedenza) ha fatto cambiare l’orientamento “tollerante” del presidente della Fed, Jerome Powell, confortato dall’opinione prevalente degli analisti che considerano questo aumento solo temporaneo, dovuto alla difficoltà di far fronte alla domanda crescente in molti settori (petrolio, energia in genere, semiconduttori, costo dei noli marittimi, ecc).

In più è arrivata anche l’attesa “iniezione di liquidità” da parte di Pechino, che ha voluto così tranquillizzare i mercati interni (e indirettamente quelli mondiali) sulla capacitò di gestire i problemi creati da Evergrande. Quasi 14 miliardi di dollari come “segnale”.

La società immobiliare cinese, da parte sua, assicura di aver fatto fronte alla scadenza di un bond (appena 83 milioni di dollari) e di poter fare altrettanto con la scadenza del 29 settembre (altri 47). Cifre relativamente piccole, a fronte di debiti accertati per quasi 300 miliardi, ma che se non fossero state pagate avrebbero significato che Evergrande è ormai insolvente.

Un articolo di Caixin Global, giornale cinese specializzato in economia, è andato a ricostruire il modo in cui Evergrande “ha nascosto il suo debito”, facendolo sparire dai bilanci. Grande fantasia tecnica (finanza creativa, si diceva qualche anno fa), un’incredibile faccia tosta, “schemi Ponzi” da capogiro, una serie di “scatole cinesi” da perderci la testa, ma niente di diverso da quanto fatto per decenni negli Stati Uniti o in Europa con i “derivati” e i magheggi delle banche d’affari.

E si comprende bene perché il governo cinese, da qualche anno, stia stringendo sulle regole in modo anche brusco – chiedere a Jack Ma per avere un esempio – in modo da non ritrovarsi in casa un problema “sistemico” che ha tagliato le gambe all’egemonia Usa sul pianeta.

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Come Evergrande ha nascosto il suo debito

Wang Jing, Chen Bo, Yu Ning, Zhu Liangtao, Wang Juanjuan e Zhou Wenmin

A giudicare dal suo bilancio, il gruppo cinese Evergrande è un colosso.

Alla fine della prima metà del 2021, Evergrande aveva attività totali per 2,37 trilioni di yuan (367,3 miliardi di dollari) e passività totali di quasi 2 trilioni di yuan. Aveva 571,7 miliardi di yuan di passività fruttifere, una cifra che era effettivamente in calo di circa 145 miliardi di yuan dalla fine del 2020.

Evergrande è riuscita ad abbassare questo numero principalmente rinviando i pagamenti ai suoi fornitori. Ma questo ha solo spostato le passività in un’altra parte del suo bilancio. I suoi debiti commerciali e altri debiti sono aumentati di 122 miliardi di yuan nella prima metà del 2021, rispetto alla fine del 2020.

L’azienda ha ancora seri problemi finanziari. Non è un segreto che le società immobiliari di solito hanno grandi passività fuori bilancio. Evergrande ha dimostrato di essere maestra nel nascondere i suoi debiti sia in bilancio che fuori bilancio. Ha impiegato una varietà di metodi, come il debito mascherato da capitale e le acquisizioni che devono ancora essere pagate. Il gruppo non è stato trasparente sulle sue passività fuori bilancio, rendendo difficile valutare la portata del problema.

Secondo una fonte del settore immobiliare, gli sviluppatori come Evergrande hanno bisogno di investire molto denaro in un progetto nelle sue fasi iniziali, e consolidare i bilanci a questo punto porterà ad un aumento delle loro passività a bilancio. Pertanto, le aziende hanno escogitato una varietà di metodi per escludere i progetti in costruzione dai loro bilanci. Una volta che un progetto apre le prevendite o dopo che il suo flusso di cassa diventa positivo, lo sviluppatore lo riporta in bilancio tramite un trasferimento di capitale.

Il rapporto di Caixin sulle controversie del piano di investimento Chaoshoubao di Evergrande, che era orientato verso i dirigenti e gli impiegati, offre uno sguardo alle pesanti passività fuori bilancio di Evergrande. Secondo il piano di Evergrande, il fondo Chaoshoubao da 40 miliardi di yuan, che ha raccolto denaro vendendo prodotti di gestione patrimoniale, è stato incanalato in diversi progetti immobiliari attraverso piani fiduciari. Il primo lotto di capitale è stato messo in due progetti di ristrutturazione a Shenzhen.

Uno sguardo da vicino a uno di questi progetti ha mostrato come Evergrande è riuscita a mantenere il denaro fuori dal suo bilancio. Evergrande ha fornito a Shenzhen Liang Yang Industrial Co. Ltd. una somma di 10,7 miliardi di yuan per acquisire una partecipazione del 100% nella Shenzhen Duoji Investment Co. Ltd., una società interamente controllata da Chang’an International Trust Co. Ltd., in un accordo che includeva l’assunzione delle relative passività. Secondo il piano di Evergrande, la costruzione e la gestione di questo progetto sono state affidate a Evergrande Real Estate Group (Shenzhen), il che significa che Evergrande non ha avuto bisogno di includere il progetto nel suo bilancio, in quanto non c’era una relazione di capitale nominale tra lei e il progetto quando l’iniezione di capitale ha avuto luogo.

Caixin ha ottenuto i documenti della settima fase di Chaoshoubao, che hanno mostrato che Evergrande ha fatto leva sul capitale per acquisire il capitale di altre 10 società di progetto in modo simile. Anche questi progetti sono stati temporaneamente esclusi dai bilanci di Evergrande.

Inoltre, gli investimenti di debito mascherati da investimenti azionari sono stati anche una fonte importante delle passività implicite di Evergrande.

Dal 2017, Evergrande ha effettuato tre cicli di espansione intensiva del capitale e delle azioni, per un totale di 130 miliardi di yuan. L’obiettivo della raccolta di fondi era quello di rimborsare 112,9 miliardi di yuan in obbligazioni perpetue che la società aveva emesso dal 2013.

Queste obbligazioni perpetue avevano facilitato lo spostamento strategico di Evergrande dal concentrarsi su città di terzo e quarto livello a città di primo e secondo livello come Pechino e Shanghai. In pochi anni, Evergrande ha aumentato la proporzione dei suoi progetti nelle città di primo e secondo livello a più del 70% del totale.

Tuttavia, le obbligazioni perpetue sono arrivate con un pesante tasso d’interesse del 13%, una cifra che è aumentata di anno in anno, provocando una compressione dei profitti di Evergrande. Nel 2016, l’utile netto di Evergrande ha raggiunto 17,62 miliardi di yuan, di cui ben 10,6 miliardi di yuan erano attribuibili ai possessori di obbligazioni perpetue. L’espansione azionaria da 130 miliardi di yuan era destinata a risolvere questo problema.

Evergrande era ansiosa di liberarsi dell’onere finanziario rappresentato dalle obbligazioni perpetue. Dei 130 miliardi di yuan di investimenti strategici in Evergrande, Shandong Hi-Speed Group Co. Ltd. Ltd. (SDHS) ha contribuito alla maggior parte – circa 23 miliardi di yuan. Diverse fonti vicine alla questione hanno detto che SDHS ha anche offerto altre forme di prestito a Evergrande per circa 60 miliardi di yuan, con tassi di interesse fino al 15%.

“Era raro che una società statale fornisse un prestito così grande a una singola impresa privata, quindi il mercato stava prestando molta attenzione all’affare”, ha detto una fonte. “Come tale, SDHS si è ritirata dal piano di investimento di Evergrande nel dicembre 2020”.

Gli operatori di mercato ritengono generalmente che l’investimento strategico iniziale di 130 miliardi di yuan fosse in realtà un investimento di debito mascherato da investimento azionario.

Fangchebao di Evergrande, un’agenzia immobiliare e una società di concessionarie auto, ha condotto pratiche simili.

Nel marzo 2021, Fangchebao ha portato un certo numero di investitori strategici, che insieme hanno acquisito 16,35 miliardi di HK$ del suo capitale. Inoltre, Fangchebao ha promesso pubblicamente che se non fosse riuscita a quotarsi in borsa entro un anno, gli investitori avrebbero avuto il diritto di chiedere a Evergrande di riacquistare le loro azioni con un premio del 15%.

Le passività implicite di Evergrande includono anche i pagamenti dovuti agli azionisti originari delle società che ha acquisito.

Un avvocato che rappresenta una società immobiliare locale che ha fatto causa a Evergrande ha detto a Caixin che Evergrande ha posto numerose precondizioni per effettuare i pagamenti per i trasferimenti di capitale nei contratti di M&A.

“Per esempio, se la società acquisita non riusciva a ottenere i certificati dei terreni e le approvazioni di pianificazione entro il tempo specificato, non riusciva a offrire la quantità di terreno promessa o non riusciva a mantenere i costi di demolizione entro un intervallo concordato, Evergrande si rifiutava di effettuare i pagamenti con la motivazione che le condizioni di pagamento non erano soddisfatte. Oppure potrebbe rifiutarsi di pagare la seconda e la terza rata dopo aver effettuato il pagamento iniziale”
, ha detto la fonte.

Secondo le indagini di Caixin e i risultati della ricerca su China Judgments Online, almeno alcune dozzine di piccole società immobiliari hanno fatto causa a Evergrande, chiedendo che il tribunale annulli gli accordi di trasferimento di capitale che hanno firmato con Evergrande o ordini a Evergrande di pagare. Molte di loro hanno vinto la prima istanza in tribunale.

Queste cause dimostrano che Evergrande di solito paga i trasferimenti di capitale sotto forma di “commissioni forfettarie”, ma spesso si rifiuta di pagare le rate successive dopo aver versato un acconto del 30% – anche se le proprietà immobiliari corrispondenti sono già state vendute.

Inoltre, Evergrande deve soldi a diversi governi locali per acquisizioni di terreni non pagate. A luglio, il Dipartimento delle risorse naturali della città nordoccidentale di Lanzhou ha emesso un avviso in cui si richiede che 41 società immobiliari paghino al più presto le tasse di acquisizione dei terreni non pagate. Tra le società, 20 sono affiliate a Evergrande, comprese 19 che sono coinvolte nel progetto “Lanzhou Evergrande Cultural Tourism City”.

Una fonte che ha familiarità con il mercato dei capitali a Hong Kong ha detto che Evergrande ha raccolto molto denaro all’estero a tassi d’interesse superiori al 15%, che una fonte ha trovato perplessi. “Come potrebbe Evergrande realizzare un profitto prendendo in prestito a tassi d’interesse così alti?”, ha chiesto la fonte.

Fonte

21/09/2021

Evergrande, il mondo balla sempre sul mattone

Ancora una bolla immobiliare, ancora la speculazione sull’“asset più sicuro”, a minacciare di far esplodere le borse mondiali. Solo che stavolta il demonio scassatutto è cinese.

Detta così, sembra la solita accusa scaricata su Pechino, come è successo per il Covid-19 (di cui l’unica cosa certa è l’incertezza dell’origine). E invece il problema, molto serio, riguarda entrambi i sistemi economici – quello iper-liberista occidentale e quello relativamente pianificato-programmato cinese – proprio nel punto di intersezione più pericoloso: quello finanziario.

Da giorni i mercati stanno scontando la corsa al ribasso di Evergrande, secondo maggiore gruppo immobiliare di Pechino, che è arrivato a perdere quasi il 90% del suo valore azionario.

Stiamo parlando di imprese di dimensioni insolite, in questo caso con 305 miliardi di debiti (pari al Pil della Finlandia), messe in difficoltà dalle restrizioni decise dal governo di Xi Jinping, proprio per combattere il pericolo che fossero i colossi finanziari a determinare le scelte strategiche della Repubblica Popolare, stravolgendo il percorso verso “una società moderatamente prospera” prevista dal “socialismo con caratteristiche cinesi”.

I giornali occidentali si sono commossi per giorni sulla sorte di Jack Ma, vulcanico imprenditore addirittura iscritto al Partito comunista, fondatore di Alibaba (l’Amazon asiatica) e Tencent (servizi per intrattenimento, mass media, internet e telefoni cellulari), il cui tentativo di quotare in borsa Ant (divisione finanziaria del suo gruppo) è stato alcuni mesi fa stoppato definitivamente dal governo.

Per dirla in breve, questa mossa veniva dopo le pubbliche critiche di Jack Ma al sistema bancario cinese, descritto spregiativamente come “un sistema da banco dei pegni”. Fin troppo chiaro, a quel punto, che la funzione pensata per Ant era quella di stravolgere dall’interno il sistema finanziario cinese, rendendolo più simile a quello occidentale, ultra-speculativo e sostanzialmente senza regole.

È seguita la “scomparsa” di Jack Ma, rientrato nel suo villaggio natio, a meditare su suoi errori fino ad offrire 13 miliardi di dollari per “lo sviluppo sociale” del paese.

Questo aneddoto serve per illustrare in pochi tratti il passaggio che Xi Jinping e le autorità di Pechino hanno imposto all’economia cinese negli ultimi anni, almeno a partire dalla crisi del 2007-2008 (iniziata proprio nel settore immobiliare, con la crisi dei mutui subprime e il crollo di Lehmann Brothers), accentuando la programmazione centralizzata, lo sviluppo dell’economia reale (industria, servizi, ecc.) rispetto a quella finanziaria, il mercato interno – i consumi, trainati dalla fortissima crescita dei salari – rispetto alle esportazioni.

Il segreto della crescita cinese sta proprio in queste scelte, diametralmente opposte a quelle occidentali. Ma le interconnessioni tra le economie mondiali non sono per questo cessate, e il settore finanziario – le sue diverse caratteristiche nei diversi “continenti” o aree di influenza – è certamente quello centrale per questo tipo di legami.

Evergrande è diventata così la società che non poteva continuare ad operare come prima (era cambiato “l’ambiente regolativo”), ma non ha saputo o potuto cambiare modello di business. Il mattone, in questo senso, non consente grandi “riconversioni” a tappe forzate.

Aggiungiamoci alcuni clamorosi errori anche di pianificazione (intere città costruite e rimaste di fatto disabitate) e abbiamo il contesto di una crisi inevitabile.

Ma perché la crisi di un’enorme società immobiliare cinese rischia di essere lo spillo che “buca il pallone” della speculazione finanziaria mondiale?

La consueta, eccellente, disamina di Guido Salerno Aletta, questa volta su TeleBorsa, fornisce le chiavi per capire l’essenziale.

Abbiamo da questa parte i “mercati” euro-atlantici, gonfiati e sostenuti da anni di immissioni di liquidità da parte delle banche centrali (Federal Reserve, Bce, Bank of England), per sostenerli a dispetto delle crisi successive dal 2008 ad oggi, esaltate infine dalla pandemia e dalle drastiche diminuzioni del Pil sui due lati dell’Atlantico.

E abbiamo il momento delicatissimo in cui queste economie occidentali provano a ritrovare “la via della crescita” – nella speranza che la pandemia sia in fase calante – seguendo strade anche molto diverse tra Europa e Usa.

Qui si prova a usare la crisi pandemica e gli investimenti necessari per imporre “riforme” che consolidino lo strapotere delle imprese, diminuendo salari, diritti e servizi sociali pubblici. Negli Usa si prova a raggiungere lo stesso obbiettivo con quasi 4.000 miliardi di dollari di investimenti pubblici e aumento del salario minimo (qualcuno deve pur comprare quello che viene prodotto, o no?).

Perché l’operazione ripresa possa avere possibilità di successo il sistema finanziario deve restare in condizioni di tranquillità, evitando nuove crisi di grandi dimensioni.

Di tutto hanno bisogno, “i mercati” occidentali, tranne che dell’esplosione di una supernova delle dimensioni di Evergrande. Ma non possono farci nulla. È fuori della loro area di competenza. E hanno anche finito gli strumenti di contenimento delle crisi finanziarie (il denaro è a costo zero da anni, e prestarlo significa regalarne una parte).

Buona lettura.

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Se Pechino buca il Pallone a Wall Street

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Siamo su un crinale sottilissimo: la ripresa economica è sostenuta solo dalla fiducia che i cittadini, le imprese ed ancor di più gli investitori ripongono nella capacità dei Governi e delle Banche di sostenerli nel superare le difficoltà e le complessità di una situazione davvero senza precedenti a memoria d’uomo.

Negli Usa ed in Europa si assiste, ormai da oltre un anno e mezzo, da quando è iniziata una crisi sanitaria e poi economica, al completo disaccoppiamento tra gli andamenti dell’economia reale e quelli del sistema finanziario: le immense iniezioni di liquidità immesse dalle banche centrali hanno sostenuto e gonfiato le quotazioni azionarie ed evitato che i tassi di interesse sui debiti crescessero esponenzialmente per via dell’aumento dei rischi per la stabilità delle imprese.

I massicci interventi di spesa in deficit dei governi e le garanzie apprestate sui nuovi debiti delle imprese, hanno consentito di superare le fasi più critiche.

Prosegue intanto il riposizionamento strategico statunitense nei confronti della Cina, che ormai viene vista come il principale competitore sul piano geopolitico e non solo su quello economico.

Di converso, a Pechino si stanno regolando i conti pesantissimi di un intero decennio di iniziative economiche d’emergenza che furono assunte, in particolare nel settore immobiliare ed infrastrutturale, per contrastare gli effetti straordinariamente gravi, gli spill-over, della crisi americana del 2008 che aveva fatto collassare il commercio mondiale.

Un intero sistema economico basato sulla produzione di merci destinate all’esportazione si trovò improvvisamente di fronte ad un blocco della domanda internazionale: lo Stato, le Autorità politiche locali, il sistema bancario lanciarono una serie di iniziative senza precedenti per la costruzione di immobili ad uso abitativo e per la realizzazione di ogni genere di infrastrutture, dalle autostrade alle ferrovie ad alta velocità.

Questa nuova domanda interna, destinata ad assorbire la disoccupazione, ha messo in moto una serie di vettori difficilmente controllabili: la scelta delle aree su cui costruire gli immobili o delle infrastrutture pubbliche era decisa a livello locale dagli stessi dirigenti politici che avevano anche la possibilità di spingere le banche a finanziarne la realizzazione.

Tutto questo ha assorbito enormi capitali, anche speculativi, così come è stato effettuato spesso a fini speculativi l’acquisto di immobili. Si è creata una bolla immobiliare, sia in termini di nuove costruzioni fisiche che di maggior valore delle case, tutto finanziato a debito da parte delle banche e degli “sviluppatori”.

Le banche usavano per queste iniziative parecchio del risparmio depositato, sottoscrivendo i titoli di debito emessi dagli “sviluppatori”, entità finanziarie che facevano da intermediari con i costruttori degli immobili e poi con i compratori di questi.

E molti cinesi, soprattutto gli imprenditori benestanti, non solo hanno usato i propri risparmi per comprare una prima casa, ma ne hanno comprato anche una seconda e a volte altre ancora, magari indebitandosi, contando sul fatto che i prezzi salivano in continuazione: si erano indebitati per una casa che inizialmente valeva cento, ma questa cresceva rapidamente di valore.

Arricchimento facile e speculazione, a tutti i livelli: un po’ come accadde negli Usa fino alla crisi dei sub-prime.

Anche in Cina si sentono gli effetti indiretti della recessione causata dalla crisi sanitaria: sono cominciati a venir meno sia i presupposti di solidità finanziaria e di crescita economica che erano stati riacquistati dopo gli interventi straordinari di cui si è detto, considerando soprattutto la ripresa della domanda mondiale.

Mentre gli spill-over della crisi americana del 2008 erano stati superati, la gran parte dei debiti contratti per superarli era rimasti ancora da pagare: la nuova crisi sanitaria del 2020 ha fatto da detonatore. Ecco da dove nasce la crisi potenzialmente sistemica che viene affrontata in questi mesi dalle autorità cinesi, a livello sia politico che di sorveglianza finanziaria: gli speculatori che si sono arricchiti non riescono a far fronte ai propri impegni, il valore di carico degli asset immobiliari che avevano dato come garanzia agli investitori che avevano comprato i loro bond è troppo alto per il mercato.

Non riescono dunque a vendere e ad incassare per onorare gli impegni: questo è il pericolo di default sistemico che si intravede.

Le autorità politiche di Pechino e la sorveglianza finanziaria non hanno nessuna intenzione di dare un colpo di spugna, con un intervento di salvataggio pubblico: farebbero un regalo agli speculatori, che sarebbe socialmente indigeribile.

È in corso un regolamento di conti interno, una sorta di processo politico, che taglia le unghie ai tanti, forse troppi, che si sono arricchiti in questa maniera. Non solo, ma diversamente dagli Usa e dall’Europa, in Cina non c’è stata l'immane immissione di liquidità che ha fatto salire enormemente i valori azionari delle imprese, nonostante la profonda recessione: c’era già troppo debito in giro, e la nuova liquidità avrebbe fatto da acceleratore, se non da detonatore, di una crisi finanziaria davvero devastante.

Le quotazioni del sistema finanziario ed industriale cinese non sono gonfiate come quelle americane e gran parte di quelle europee: tendono anzi al ribasso, a mano a mano che la crisi di assestamento si prolunga.

È dunque Pechino che ora ha in mano la tenuta del sistema finanziario globale: se lascia fallire un operatore finanziario sistemico, come Evergrande, sa di scatenare delle reazioni incontrollabili soprattutto in Occidente, ed in particolare a Wall Street: crollerebbe innanzitutto il valore delle centinaia di imprese cinesi che sono quotate anche negli Usa, e questa caduta si porterebbe appresso il resto del listino.

Sono tanti gli investitori globali, americani in primo luogo, che hanno in portafoglio titoli di emittenti cinesi: hanno un portafoglio a rischio di write-down e sono assai avari di notizie al riguardo, nessuno sa con esattezza su chi e che cosa abbiano puntato.

Questa opacità, questa riservatezza che finora ha protetto affari assai lucrosi in Cina, rischia ora di trasformarsi in un boomerang: se i Fondi di investimento dichiarano le singole esposizioni in Cina devono immediatamente dichiarare le eventuali perdite; ma se non le dichiarano è peggio, perché alimenterebbero i peggiori sospetti, anche se ingiustificati.

Visto che i valori azionari negli Usa ed in Europa sono arrivati molto in alto, il rischio di una forte correzione può venire dalla Cina.

Pechino ha in mano una intera scatola di fiammiferi, e sa di avere il potere di controllare all’interno della Cina gran parte delle conseguenze che sarebbero provocate dalle sue decisioni.

Rischi di spill-over sistemici, mentre Fed e Treasury hanno poche munizioni.

Fonte