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23/08/2023

Evergrande vs. Lehman Brothers: speculazioni immobiliari a confronto

di Guido Salerno Aletta

Non c'è quasi niente che accomuni la crisi finanziaria in cui versa già da anni il settore immobiliare cinese con la crisi economica delle famiglie americane che determinò il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008, scatenando conseguentemente il caos sui mercati finanziari di mezzo mondo.

In Cina, si è determinata una bolla speculativa: programmi di sviluppo immobiliare enormemente ambiziosi, con milioni di vani d'abitazione e decine di migliaia di immobili ad uso commerciale ancora solo progettati, oltre a quelli in via di realizzazione, hanno attirato l'interesse crescente degli investitori interni ed internazionali.

Gli investitori, a fronte del finanziamento versato agli sviluppatori, usando risorse proprie o spesso prese a prestito, contavano sulla futura vendita a prezzi estremamente vantaggiosi delle costruzioni una volta che fossero state realizzate: la crescita continua dei prezzi degli immobili avrebbe consentito loro guadagni sicuri ed enormi.

Da una parte, sul mercato interno cinese alcuni operatori, soprattutto soggetti privati già molto abbienti, hanno comprato direttamente "sulla carta" immobili di prestigio o centri commerciali ancora da costruire, anticipando percentuali molto elevate sul prezzo, nella convinzione di poterli rivendere una volta realizzati ad un prezzo maggiorato, tale da consentire un ampio margine di guadagno. Molte famiglie, poi, hanno finanziato i costruttori per comprare la casa di abitazione, usando i propri risparmi.

Dall'altra parte, gli operatori stranieri hanno sottoscritto i bond da queste compagnie cinesi di sviluppo immobiliare, emessi prevalentemente sul mercato americano con la promessa di incassare tassi di interesse molto elevati, magari indebitandosi ai tassi più bassi che erano correnti sui prestiti erogati in dollari o in euro sulle piazze finanziarie occidentali per via delle politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decisi dalle varie Banche centrali (Fed, BCE, BoE).

Taluni giganti del settore cinese delle costruzioni, come Evergrande, sono da tempo in difficoltà, in quanto non riescono a far fronte agli impegni assunti sia nei confronti dei creditori interni e dei finanziatori internazionali che degli stessi acquirenti "sulla carta": il mercato immobiliare è saturo.

Visto che non ci sono abbastanza acquirenti e che i prezzi di vendita calano rispetto alle previsioni, sono saltati tutti i piani finanziari: gli sviluppatori non hanno né le risorse necessarie per pagare le rate ai finanziatori né quelle occorrenti per completare le realizzazioni degli immobili. Pur cercando di liquidare gli asset, smembrando le società stesse o vendendo le partecipazioni azionarie in altri settori, gli incassi che ne derivano non consentono di fronteggiare gli impegni: questa è la situazione di crisi strutturale che caratterizza il mercato immobiliare cinese.

Le situazioni sono assai diverse: ci sono le famiglie cinesi che hanno versato anticipi per compare la loro prima casa usando il proprio risparmio; ci sono operatori privati sempre cinesi che hanno investito per comprare seconde o terze case da dare in affitto o da rivendere; ci sono gli investitori internazionali che hanno sottoscritto bond emessi prevalentemente sulla piazza di Wall Street.

La crisi cinese ha dunque natura finanziaria: i piani di sviluppo si sono dimostrati troppo aggressivi, ottimistici, perché hanno stimato un mercato potenziale superiore a quello reale. Questo accade sempre quando un numero troppo ampio di operatori si affolla in un singolo settore che cresce in modo assai promettente: la torta diventa più grande, ma non abbastanza grande per soddisfare gli appetiti e le scommesse di tutti.

La crisi americana del 2008 fu completamente diversa: derivò dal default delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa in cui abitavano, sottoscrivendo mutui senza avere il reddito sufficiente a ripagarne le rate in condizioni di tensione sui tassi. Erano i mutui concessi ai cosiddetti debitori "sub prime": le banche americane si arricchivano erogando questi mutui ad alto rischio per poi cartolarizzarli subito dopo in appositi veicoli finanziari, il cui asset era rappresentato dal valore del mutuo che era stato conferito.

Questo sistema di finanziamento dei mutui era stato denominato "originate to distribute": in pratica, le banche americane e gli altri operatori finanziari, come Lehman Brothers, erogavano i mutui alle famiglie americane per rivenderli il prima possibile all'estero. Il rischio era dunque traslato agli operatori stranieri che compravano le quote di queste MBs' (Mortgage Backed Security): le rate mensili dei mutui fronteggiavano il pagamento agli investitori degli interessi ed il rimborso delle quote di capitale.

Anche in questo caso, ci fu un elemento speculativo a determinare la bolla dei valori immobiliari: i valori delle case esistenti erano in crescita per via dello sviluppo esponenziale di questo meccanismo di finanziamento, che si alimentava erogando sempre più mutui a famiglie sempre meno abbienti. La costruzione dei nuovi immobili cresceva ad un ritmo più basso rispetto a quello di erogazione dei mutui.

Per bloccare questa dinamica dei prezzi delle case che crescevano in continuazione e soprattutto quella dei mutui concessi a creditori sempre meno affidabili, la Federal Reserve decise di aumentare i tassi di interesse, senza sosta: ma, così facendo, non bloccò solo la erogazione dei nuovi mutui ma soprattutto rese più care le rate di quelli già in corso, stipulati a tasso variabile.

In America, il valore delle case smise di crescere continuamente: coloro che si erano indebitati pensando di trovarsi con una casa di maggior valore da rivendere, cominciarono a metterle su mercato col mutuo ancora in piedi, ma senza trovare acquirenti visto che i tassi erano in crescita. Molte famiglie cominciarono a non pagare le rate e ad abbandonare le case comprate: visto che l'acquisto era stato finanziato integralmente dal mutuo bancario, non perdevano neanche un centesimo. Avrebbero affittato un alloggio assai più piccolo, risparmiando.

In America, fu la mancanza di risparmio interno delle famiglie ad innescare un modello malsano di erogazione dei mutui e la crescita del mercato e dei valori immobiliari: il rialzo dei tassi di interesse, deciso dalla Fed per bloccare la speculazione finanziaria che si era sviluppata ed i rischi per la stabilità del sistema finanziario che stava determinando, portò al default delle famiglie che non erano in grado di pagare mutui più cari. Mentre gli investitori stranieri, che avevano comprato quote delle MBs' ebbero perdite enormi, il mercato interbancario si bloccò perché nessuno si fidava di erogare prestiti anche di 24 ore a chi chiedeva liquidità: avrebbe potuto avere in portafoglio titoli illiquidi e senza valore.

La Lehman Brothers, che era un operatore finanziario e non uno sviluppatore immobiliare, fallì perché aveva ancora molte quote di MBs' in portafoglio: non era stata abbastanza lesta a rivenderle all'estero, prima del default delle famiglie americane meno abbienti.

La differenza tra le due speculazioni in campo immobiliare è palese.

In America, dove c'è poco risparmio interno, furono indebitate le famiglie sempre meno abbienti, illudendo gli investitori finanziari stranieri che sarebbero state comunque in grado di onorare le rate dei mutui. Il rialzo dei tassi di interesse fece da detonatore.

In Cina, dove al contrario c'è un risparmio interno enorme, il sistema bancario e finanziario interno, sia quello ufficiale che quello ombra, ha pensato di cavalcare la crescita del settore immobiliare per fare enormi profitti. Gli investitori internazionali si sono aggregati a loro volta, approfittando della immensa liquidità immessa dalle Banche centrali e dai tassi a zero.

Il rialzo dei tassi di interesse e la riduzione della liquidità da parte della Fed e della Bce, oltre che dalla BoE, mette in difficoltà gli operatori stranieri, soprattutto quelli che si sono indebitati per avventurarsi nel settore immobiliare in Cina: si devono preparare ad una ristrutturazione dei debiti degli sviluppatori immobiliari cinesi.

La riduzione dei tassi di interesse e la immissione di liquidità, decise dalla PBoC, favoriscono sul piano interno il riequilibrio dei piani finanziari degli sviluppatori immobiliari, il completamento delle costruzioni in corso e l'acquisto degli immobili già realizzati.

La prospettiva potrebbe essere quella trasformare il colossale risparmio precauzionale detenuto dalle famiglie cinesi in asset immobiliari, sgravandone così le banche e gli investitori finanziari che lo intermediano, riducendo le perdite operative ed i write-down del valore gli impieghi. La Cina eviterebbe così la deflazione decennale che colpì l'economia giapponese dopo il crollo del Nikkei nel 1991, causato dallo scoppio della bolla di valori immobiliari ed azionari su cui si era riversato l'ingente surplus commerciale con l'estero maturato a partire dal 1986.

Da grandi risparmiatori, i cinesi diventerebbero un popolo di piccoli proprietari: questo assicurerebbe loro maggiore serenità, facendo aumentare i consumi.

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La crisi immobiliare morde anche in Germania

“Si sta preparando una tempesta. Dopo un lungo boom, ora i tassi d’interesse più alti e il drastico aumento dei costi di costruzione stanno bloccando le nuove attività”. Ad affermarlo è Klaus Wohlrabe, dirigente dell’Ifo, l’indicatore dell’economia curato dall’omonimo istituto tedesco.

La crisi immobiliare e il possibile effetto domino dell’esplosione di una bolla speculativa si va palesando anche nella “locomotiva d’Europa”. Secondo le ultime stime sta proseguendo il crollo dell’edilizia residenziale in Germania. Aumentano le aziende edilizie che segnalano una contrazione della domanda: a luglio il 40,3% delle aziende ha registrato una mancanza di ordini, dato in aumento rispetto al 34,5% di giugno. Un anno fa la percentuale era solo del 10,8%, secondo l’ultima indagine dell’Ifo, istituto tedesco di ricerca economica tra i più influenti del paese.

L’esperto tedesco, citato dal quotidiano economico Milano Finanza afferma che “Dalla primavera del 2022 si è registrato un numero impressionante di cancellazioni di ordini nell’edilizia residenziale” si legge nel comunicato dell’Ifo. “Recentemente, il 18,9% delle aziende ha registrato cancellazioni di progetti, in calo rispetto al 19,2% del mese precedente. La media di lungo periodo era di appena il 3,1%. E se si considerano solo gli anni fino 2021, la percentuale è solo dell’1,5%”.

“Le imprese di costruzioni residenziali sono sottoposte a una pressione tremenda. Da un lato gli ordini esistenti vengono continuamente cancellati, dall’altro i nuovi ordini sono sempre meno”, sottolinea l’esperto dell’Ifo.

“Molte aziende stanno tirando avanti grazie agli ordini arretrati che sono riuscite ad accumulare in tempi migliori”, prosegue. “La situazione, tuttavia, sta già mettendo a rischio diverse imprese. Nell’ultimo sondaggio, il 10,5% delle imprese di edilizia residenziale ha segnalato di avere difficoltà finanziarie. Si tratta di un numero doppio rispetto all’anno precedente. Date le nuove condizioni, molti progetti non sono più redditizi per gli investitori e sta diventando sempre più difficile ottenere finanziamenti anche per l’edilizia privata”, continua Wohlrabe. “Guardando ai mesi a venire, la maggioranza delle aziende intervistate prevede un ulteriore peggioramento della situazione” conclude l’esperto tedesco.

I rischi dell’esplosione di una nuova bolla immobiliare globale, questa volta sono stati innescati da una società cinese: la Evergrande. Questa non sembra in grado di pagare 31,7 miliardi di dollari di obbligazioni e garanzie che aveva raccolto tra gli investitori ed ha fatto ricorso a News York al chapter 15 della legge fallimentare americana. In teoria questa scelta le dovrebbe consentire di proteggersi da una pioggia di richieste di restituzioni da parte dei creditori mentre la società si appresta a ristrutturare il suo debito. Ma il ricorso al chapter 15 di un colosso come Evergrande ha fatto tremare i mercati perché è arrivata a sorpresa. Il prossimo 28 agosto era previsto l’incontro per discutere del piano di rientro con i creditori ma le garanzie che la società avrebbe onorato gli impegni non sembrano bastare agli investitori. Il mercato immobiliare in Cina è in forte rallentamento e le conseguenze si riverberano sul sistema finanziario con le banche che hanno prestato i soldi alle imprese edilizie che si ritrovano adesso con le case invendute.

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18/05/2016

Las Vegas, gli effetti della bolla immobiliare e le ragioni dei "demagoghi"

La città di Las Vegas sembra essere una di quelle in cui gli effetti dello scoppio della bolla immobiliare che ha scatenato la crisi del 2008 appaiono più evidenti: interi quartieri si sono svuotati e chi ne percorre le vie può riconoscere le case abbandonate dai giardini incolti e dalle finestre rotte. Secondo il New York Times queste abitazioni sono diventate una riserva di caccia per le tribù degli squatter che arrivano qui dalle zone più povere della Las Vegas Valley, o anche da luoghi assai più lontani, per prenderne possesso.

L’autore dell’articolo avrebbe potuto interrogarsi su chi è questa gente (spesso si tratta di intere famiglie, come quelle che attraversavano gli Stati Uniti per sfuggire ai morsi della crisi del 1929, un’epopea descritta da John Steinbeck nel romanzo “Furore”), avrebbe potuto intervistarli, raccontarci le loro storie, farci capire come si sono ridotti in queste condizioni. Ma si sa: l’etica americana (o meglio, l’etica delle classi dirigenti americane e quindi anche quella dei media mainstream) dà per scontato che se qualcuno cade in miseria la colpa è solo sua.

Quindi il servizio in questione si occupa di tutt’altro: racconta le paure degli onesti e bravi cittadini che si lamentano dell’insicurezza causata da questi ingombranti vicini che si allacciano all’elettricità dei loro box e rubano l’acqua dei loro impianti di irrigazione, che compiono piccoli furti, che si aggirano malvestiti e maleodoranti per le strade (così si abbassa il valore degli immobili della zona!); raccoglie le proteste dei poliziotti che sostengono di non avere abbastanza uomini e mezzi per ricacciare in strada quella marmaglia (e si vantano di alcune “imprese” andate a buon fine); asciuga infine le lacrime di una agente immobiliare che, quando è andata a visitare una di queste proprietà per verificarne le condizioni allo scopo di rimetterla in vendita (probabilmente lei stessa l’aveva venduta qualche anno fa a un disgraziato, convincendolo ad accendere un mutuo che non sarebbe mai riuscito a pagare e, dopo averlo torchiato, si è riappropriata della casa), si è vista aprire la porta da un paio di arroganti marmocchi che le hanno sventolato sotto il naso un falso contratto di affitto.

I falsi contratti sono uno degli espedienti con cui gli squatter si oppongono agli sgomberi, costringendo banche e immobiliari a offrire loro dei soldi per andarsene (un modo per evitare costosi procedimenti legali). Leggendo questa accorata perorazione sulla necessità di riportare l’ordine e la legalità a Las Vegas, non ho trovato una sola parola che descrivesse il punto di vista e le ragioni degli occupanti. Del resto è tempo di campagna elettorale e non a caso il NYT sostiene la candidatura di Hillary Clinton – paladina delle élite finanziarie – contro la “demagogia populista” dei Sanders e dei Trump.

Tuttavia ogni tanto anche sulle sue pagine si infiltra qualche notizia che corrobora gli argomenti dei “demagoghi”. Per esempio: sappiamo che mentre Sanders si batte per l’introduzione di un servizio sanitario pubblico per tutti cittadini, la Clinton sostiene un’estensione – limitata ad alcune fasce di età e di reddito – dei benefici del cosiddetto Obamacare, la modesta riforma che il presidente uscente ha introdotto, evitando accuratamente di ledere gli interessi delle assicurazioni private. Ebbene, un altro articolo rivela che sta crescendo il numero dei cittadini che, avendo aderito al programma Obamacare, si sentono rifiutare prestazioni da medici e ospedali, devono affrontare attese di settimane o mesi per poter effettuare certi esami, e finiscono così per rendersi conto che quella assicurazione li qualifica come pazienti di serie B.

Capito perché, secondo una recente ricerca promossa dall’Università di Harvard, risulta che la maggioranza dei giovani americani si definisce critica del capitalismo, se non francamente anticapitalista?

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12/11/2015

Le premesse dell’attuale crisi cinese

Mi è ricapitato fra le mani un pezzo che scrissi a fine 2010 sulle nuvole che si addensavano sul cielo dell’economia cinese. Mi sembra utile riproporlo (non lo scrissi per il web) per capire le premesse dell’attuale crisi dell’economia cinese. Mi sembra che, a distanza di cinque anni, l’analisi esca confermata dai fatti (salvo gli inevitabili discostamenti), semmai si riveli meno drammatica degli attuali sviluppi. Affido al vostro giudizio il pezzo.

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“Tutti i paesi che hanno affrontato in ritardo, rispetto ad altri, il passaggio alla modernità (Germania, Russia, Giappone) hanno dovuto farlo a ritmi sempre più veloci, per recuperare terreno, ma questo ha sempre significato una crescita con squilibri interni e non poche fragilità.

La Cina non sta sfuggendo a questa regola: il paese cresce (ormai è condannato a crescere) rapidissimamente, ma lasciandosi alle spalle zone di arretratezza, problemi irrisolti, debolezze crescenti.

Un primo segnale di affaticamento lo si coglie ora, con l’emergere di seri problemi economici, a cominciare dal debito pubblico. Il problema non riguarda tanto lo Stato (che ha una situazione debitoria invidiabile, pari solo al 17% del Pil), quanto le amministrazioni locali. Nel luglio 2011 Moody’s avvertì di un “buco contabile” di ulteriori 3.500 miliardi di yuan (375 miliardi di Euro) rispetto agli altrettanti già stimati. Alla verifica ordinata un mese dopo dalle autorità centrali, emerse una realtà ancora peggiore: debiti per 10.700 miliardi di yuan, il triplo del previsto (pari al 27% del Pil cinese ed al 180% del patrimonio netto di tutte le istituzioni finanziarie del paese).

A preoccupare, al di là dello stock, è la rapidità con cui esso è cresciuto: dal 1997 al 2010, il debito delle amministrazioni locali si è moltiplicato per 36 volte in termini nominali e di 5 volte in relazione al Pil. Per legge, il governo cinese garantisce per il 90% i debiti degli enti locali, per cui il debito dello Stato sale dal 17% all’81% del Pil.

Roubini ritiene che il 30% delle amministrazioni locali sia a rischio default, per far fronte ai quali occorrerebbe un intervento di 700 miliardi di dollari da parte dello stato centrale. Certamente la Cina ha fortissimi crediti – soprattutto verso gli Usa – che potrebbe usare per far fronte alla situazione, ma se lo facesse provocherebbe un sisma valutario senza precedenti: quei crediti sono in larga parte inesigibili, pena il tracollo delle esportazioni.

D’altro canto, la Cina deve fare i conti con l’inflazione seguita all’emissione di 600 miliardi di dollari a tassi irrisori, nel dicembre 2008. In effetti questo contribuì a sostenere la domanda aggregata a livello mondiale. Dopo, tuttavia questa forte liquidità ha iniziato a produrre una vampata inflazionistica che, secondo i dati ufficiali, è salita al 6% nel 2011 (oltre il 10%  reale secondo stime indipendenti). L’inflazione ha colpito in particolare i due principali beni alimentar dei cinesi, il riso ed il maiale che ha registrato un rincaro, su base annua, del 39% nel 2011 provocando forti agitazioni sociali.

L’iniezione di aiuti statali all’economia, per le particolari regole creditizie cinesi che le avvantaggiano rispetto alle imprese private, si incanalò verso le imprese di stato (Soe: State Owened Enterprise) che impiegarono il denaro per investimenti infrastrutturali e per operazioni finanziarie, prevalentemente nel settore immobiliare; quel che ha prodotto una bolla, gli immobili sono cresciuti di circa il 10% nel solo mese di aprile 2011 (distruggendo il sogno del ceto medio urbano di acquistare una casa).

Per fare fronte ad una crisi che rischiava di sfuggire di mano, la banca centrale cinese, nel 2011, ha ripetutamente alzato i tassi, operando una vistosa stretta creditizia ottenendo qualche risultato in autunno: l’inflazione che a settembre era al 6,1% a novembre era al 4,2%.

Ma questo ha rallentato la produzione industriale, favorendo processi di deindustrializzazione in parti del paese. Ad esempio il centro industriale di Wenzhou è diventato un’economia “fittizia” di speculazione: nel 2001 c’erano 4000 imprese da cui veniva l’80% della produzione mondiale di mattoni, dieci anni dopo ne sono restate solo 100. I capitali sono stati reinvestiti nella speculazione immobiliare. Inoltre, negli ultimi due anni i pur limitati aumenti salariali (concessi dopo gli scioperi del 2010) hanno provocato la fuga di diverse aziende che hanno spostato la produzione verso Vietnam e India. La stretta creditizia ha avuto effetti inevitabili sul settore immobiliare dove la bolla è esplosa: a settembre, fra le principali 70 città cinesi, in 17 si segnalavano cali dal 30% al 70% del prezzo degli immobili e cali meno forti si manifestavano in altre 23 città. Ad Hong Kong ci sono 250.000 case sfitte ed anche il “Quotidiano del popolo” parla di una “crisi dei subprime in stile cinese”.

Roubini prevede un crak cinese ma non prima del 2013-14, dopo il congresso del partito, ma altri, come Jim Chanos, fondatore dell’hedge fund Kynkos, ritengono che il crak sia già iniziato con la forte flessione immobiliare.

C’è stata, poi, un’altra conseguenza indesiderabile: la ripresa dell’endemico fenomeno della “finanza grigia” (usura) favorito anche da pratiche malversatorie: in Cina la corruzione è molto diffusa, tanto nelle struttura politiche quanto nelle banche ed assorbe circa il 25% del Pil. Le autorità monetarie di Pechino parlano di finanziamenti bancari per circa 350 miliardi di euro girati dai beneficiari a terzi, ma ovviamente ad interessi ben maggiori. Il fenomeno si è rapidamente esteso e già nell’autunno del 2011 ha dato risultati assai preoccupanti:
"Un uomo d’affari del Fujian sparisce nel nulla lasciandosi alle spalle 300 milioni di yuan (35 milioni di euro) di debiti. Un altro imprenditore del Jiangsu, dopo aver accumulato un passivo di oltre 100 milioni di yuan, fa nottetempo le valige e scappa  in Indonesia. Hu Fulin, presidente di Zhejiang Center Group, dopo aver rastrellato due miliardi di yuan di prestiti (230 milioni di Euro) molla tutto e se la svigna alla chetichella negli Stati Uniti... Molti iniziano seriamente a preoccuparsi perché la stangata e fuga sta diventando una pratica sempre più diffusa tra gli uomini d’affari strangolati dai debiti. A lanciare l’allarme è stato Liu Minkiang, il presidente della China Banking Regulatory Commission (l’organismo di vigilanza bancaria) ha poi aggiunto un particolare inquietante: 64 aziende non operanti nel settore finanziario quotate in Borsa,  hanno nei loro bilanci 17 miliardi di yuan (2 miliardi di Euro) di crediti privati erogati a terzi."
L’incremento delle esportazioni, che nell’ottobre 2010 era del 26,1% è sceso esattamente alla metà nell’ottobre 2011, una crescita pur sempre a due cifre, ma che resta al di sotto delle necessità. In Cina, ogni anno si riversano 15 milioni di contadini nelle città, per dar lavoro ai quali, occorre un incremento del Pil non inferiore all’8%  con una percentuale di reinvestimento della metà sul totale del Pil stesso. La modernizzazione accelerata impone ritmi che non possono essere rallentati senza rischiare un crollo generalizzato.

Tutto questo sta determinando una serie di effetti a catena.

Nel settembre 2011, per la prima volta in assoluto, si è registrato un deflusso di capitali dalla Cina verso l’estero. I segnali di pericolo di un crak cinese si sono moltiplicati: ad esempio l’aumento di valore assoluto dei Cds (Credit Default Swaps): per la Cina ora ammontano a 8,3 miliardi di dollari, nella graduatoria mondiale il decimo più elevato (più del Portogallo e della Bank of America), ma, solo due anni fa il totale di Cds sulla Cina era solo di 1,6 miliardi di dollari e la Cina era al 227° posto nella graduatoria mondiale. Ancora: l’indice elaborato dalla Deutsche Bank riferito alle aziende internazionali molto esposte alla Cina, in un anno è sceso del 40% segnalando una fuga dal rischio cinese o “sindrome di Pechino”. La recessione nei paesi occidentali, già nell’autunno 2011, ha iniziato a propagare la sua onda verso i Bric, oltre che la Cina, anche India e Brasile hanno iniziato ad accusare il colpo.

Secondo l’Ocse, il Pil cinese nel 2012 crescerà meno del 9%, la percentuale più bassa da dieci anni in qua. Tutto questo accade mentre si estende la protesta sociale: la stima degli scontri fra polizia e manifestanti è passata da 100.000 del 2010 a 150.000 nel 2011; nelle città del sud della costa si è verificata una nuova ondata di scioperi in estate e nel Tibet si è riacceso il movimento indipendentista.”

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28/10/2015

Di denaro facile si può morire

Due “stranezze” nella stessa giornata segnalano che stiamo vivendo tempi davvero ab-normal, come avrebbe spiegato Igor-Marty Feldman. Ci siamo occupati del dilemma che attanaglia la Federal Reserve, che coglie un lato del problema “tassi di interesse-iniezioni di liquidità”. Quello dell'inefficacia di questa strategia di politica monetaria, che ha fin qui impedito esplosioni traumatiche ma non è affatto riuscita a riportare inflazione e crescita del Pil su binari “normali” (il +2%, almeno nel primo caso).

L'altro lato del problema sono le distorsioni paradossali che la liquidità in eccesso provoca. E l'esempio, attualissimo, arriva dalla Danimarca. Un paese fuori dall'euro, ma dentro l'Unione Europea, più piccolo ma più produttivo della Grecia, con un welfare incommensurabilmente più avanzato (e dispendioso) di quasi tutti i partner continentali. Un paese che dunque avrebbe la possibilità teorica di giocare sul tasso di cambio – svalutando, all'occorrenza – per facilitare le esportazioni. Ma che invece cerca disperatamente di mantenere una certa quotazione rispetto all'euro per non pagare uno sproposito sul fronte delle importazioni (dalla Germania, in primo luogo).

Bene, la Danimarca è stato il primo paese la cui banca centrale ha adottato tassi negativi, all'incirca tre anni fa. Capitalisticamente parlando è un assurdo: si prestano soldi con la certezza di riceverne di meno, anche a prescindere dall'eventuale inflazione.

Che fine fa la centralità del profitto, signora mia? Sia chiaro: le banche commerciali non ci rimettono affatto, perché prendono in prestito dalla Banca centrale al -0,75% e prestano ai clienti a un tasso superiore, ancorché negativo (-0,20, per esempio). A rimetterci è solo la Banca centrale, che però fa un altro mestiere e comunque spera che questo incubo finisca presto.

È chiaro, dal nostro punto di vista, che la Danimarca non può risolvere questo problema da sola. L'avvitamento in cui è entrata può essere interrotto solo da una “ripresa” continentale, dall'afflusso di capitali di rischio che per qualche motivo dovrebbero trovare “conveniente” investire tra Copenhagen e lo Skagerrat. Persino la ben più solida Svizzera, qualche tempo fa, ha dovuto rinunciare a manovrare il valore del franco rispetto all'euro (bloccato arbitrariamente intorno all'1,20) per il buon motivo che si sarebbe svenata nel tentativo. Ed anche la Svizzera ha ripiegato sui tassi negativi (in una forchetta tra -0,25% e -1,25%).

L'articolo di Enrico Marro, qui di seguito, spiega bene il problema e anche la sua conseguenza relativamente inattesa: i bassi tassi hanno fato esplodere una bolla immobiliare pazzesca (+60%) in pochissimo tempo. Il valore della casa vola, dà l'impressione di ricchezza crescente e solida, incrementa persino un po' di xenofobia (non vogliamo immigrati che ci farebbero svalutare gli asset immobiliari nelle zone in cui li mandiamo a vivere). Ma è l'altra faccia della deflazione salariale. I salari nominali danesi infatti restano molto alti, per il nostro metro di misura, mentre quasi tutte le merci non aumentano di prezzo (c'è inflazione zero anche da quelle parti). Ma se vuoi comprare una casa, oltretutto col mutuo a tasso zero o sottozero, il prezzo diventa inarrivabile. Di fatto sei più povero, ma tene accorgi solo al momento dell'acquisto. O dell'affitto, perché la “cultura del mattone” non è da quelle parti così plebiscitaria come da noi.

Ma anche per il capitale finanziario, sempre in cerca di rendimenti appetibili (con il mercato dei titoli di stato “congelato” dalle mosse della Bce), non è rimasto altro che gettarsi in questo segmento apparentemente poco rischioso. Probabilmente fatale, invece. Più investimenti immobiliari speculativi alzano ancora di più il prezzo delle case, stimolano attività costruttive non in relazione con le dinamiche demografiche (si fanno pochi figli e si cerca di limitare l'immigrazione). È matematico che prima o poi la “razionalità del mercato” presenti un conto salatissimo, sotto forma di perdite colossali.

E la Bce, come spiega Marro, non può essere in questo caso di nessun aiuto. Anzi, le mosse che sarà costretta a fare da qui ad un mese scaricheranno sui malcapitati danesi un'ulteriore abbassamento dei tassi.

Certo, la Federal Reserve può interrompere questa spirale, rialzando i tassi. Ma allora i problemi danesi sarebbero nulla di fronte a quelli del mondo...

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Fai un mutuo? La banca ti paga. Ecco come in Danimarca i tassi sottozero hanno gonfiato la bolla del secolo

di Enrico Marro
Nel luglio del 2012, per la prima volta in circa 200 anni, la banca centrale danese (DNB) ha portato i tassi di interesse in negativo. Da allora le banche che depositano fondi presso la DNB non solo non ricevono più alcuna remunerazione, ma vengono costrette a pagare per il “parcheggio”. Intanto i tassi sono scesi ancora più sottozero. In evidente difficoltà per cercare di difendere il cambio quasi fisso con l’euro, tra gennaio e febbraio di quest’anno la DNB è stata costretta a tagliare il tasso di riferimento ben quattro volte in due settimane, portandolo a -0,75%. Uno -0,75% condiviso ora con la Norvegia (che ha abbassato i tassi a settembre, per far fronte al calo del petrolio) e Svizzera (che li ha inseriti in un “corridoio” tra -0,25% e -1,25%).

La Bce ha già tassi leggermente negativi (-0,2%), la stessa Fed americana per ammissione della Yellen ha esaminato la possibilità di adottarli. Ma cosa comporta, in concreto, essere nel mondo della finanza sottozero? I tre anni di esperienza danese forniscono interessanti indizi al riguardo.

Avere tassi negativi significa per esempio che, quando vai a chiedere un mutuo, è la banca - e non tu mutuatario - a pagare gli interessi. Wow, bello, almeno in un primo momento. Ma prima o poi arriva la resa dei conti. Sì, perché i tassi negativi hanno gonfiato una bolla immobiliare che fa impallidire persino quella cinese: in appena tre anni i prezzi del mattone a Copenaghen sono aumentati tra il 40% e il 60%, stima Blooomberg, poiché la politica ultraespansiva della DNB ha generato inflazione finanziaria. Il delirio della corsa al mattone è iniziato quando la Danimarca aveva appena finito di leccarsi le ferite per l’esplosione della bolla precedente, quella del 2008, un piccolo disastro stile mutui subprime Usa quanto a lacrime e sangue.

«Ci sono segnali molto pericolosi», spiega oggi Joachim Borg Kristensen, economista esperto di real estate a Nykreditthe, perché se i prezzi degli appartamenti dovessero continuare a galoppare a questo ritmo «potrebbero raggiungere un livello insostenibile in un periodo relativamente breve».

Ma non è tutto. Con Draghi che si prepara a varare nuove misure espansive per scongiurare il rischio deflazione (e per indebolire l’euro), la DNB potrebbe portare i tassi in territorio ancora più negativo, per difendere il cambio della corona danese. Tutto questo mentre PFA, il maggior fondo pensione privato danese, ha appena annunciato che investirà 4 miliardi di corone (536 milioni di euro) nel mercato immobiliare nazionale.

A cosa porteranno tassi ulteriormente negativi combinati a massicci investimenti dei fondi pensione nel mattone? A una probabile accelerazione dei prezzi delle case, con aspettative esagerate di ulteriori aumenti delle quotazioni da parte di chi acquista. Una corsa sfrenata che prima o poi troverà un bel muro di cemento a fermarla. Ricordate la maxi bolla immobiliare gonfiata nei Paesi mediterranei (Spagna, ma anche Italia) dall’adozione dell’euro? Tutti sanno bene come è andata a finire. In Danimarca rischia di finire pure peggio.

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10/11/2013

Demoliscono le case per impedire che vengano utilizzate

Si pensa di distruggere le case per continuare a tenerci fuori da esse. Succede in Spagna. Già fatto in Irlanda. Ci si sta pensando in Italia, mentre i movimenti urbani lottano contro l’uso capitalistico della città.

In questi ultimi anni le gru hanno iniziato, in numero sempre maggiore, a far parte del panorama urbano. Nelle nostre città è stato frequente, ovunque, incontrare torri e braccia di acciaio. Sembravano sfidarsi tra loro a sollevare e posare materiali edilizi. Si è costruito così, tanto. Andando a vedere da vicino scopriamo che il numero delle abitazioni, in Italia, raggiungere quota 25 milioni. Ognuna di queste risulta, statistiche alla mano, occupata da 2,42 persone. Una percentuale, in Europa, seconda solo al Portogallo. Molte delle finestre di queste case non sono state, però, mai aperte. Un dato fuori dall’indicatore statistico. Le case vuote rendono evidente, oggi, di cosa sono fatte le città colpite dalla crisi. L’invenduto e l’inoccupato edilizio è divenuto il loro panorama distintivo.

Un enorme e indefinito patrimonio immobiliare fatto da case che, saltando fuori dal terreno, addossandosi tra loro, quasi a vergognarsi per l’effetto che tirandosi su sapevano di provocare, ha dilatato le periferie urbane, facendone luoghi desolati. Case su case. Senza servizi e infrastrutture. Senza abitanti. A Roma questo bilancio “conta” 250 mila alloggi invenduti. Mentre è stimato in 50 mila il numero delle famiglie in difficoltà abitativa. Che farne di tante case vuote?

A Roma, come nelle altre città europee, occuparle e chiedere di usarle, oltre ad essere una risposta sociale assolutamente “compatibile” per assicurare a tutti il diritto alla casa, è uno degli obiettivi che caratterizza la lotta dei movimenti per l’abitare. Un tema diventato “centrale” se riferito alle trasformazioni in atto nelle nostre città e a quanto sta succedendo negli spazi ridefiniti dallo strapotere del capitale finanziario in cui ci condannano a vivere. In quegli spazi politici in cui circondano la nostra vita con case che, pur esistendo, in realtà sono diventate oggi gli indicatori di veri e propri deserti sociali e urbani. In quegli spazi politici in cui lottiamo per affermare il diritto alla città.

Di questo ha parlato il Workshop “le lotte per il diritto alla casa” all’european meeting Agora 99 (Roma 1-3 novembre) ipotizzando strategie per riappropriarsi di case da cui un sempre maggior numero di famiglie viene cacciata o tenuta fuori; di come opporsi alle modalità accaparratrici messe in atto nella gestione della crisi dal dominio del capitalismo finanziario. Tutto questo demolisce la stessa idea di città in tutta Europa. Una prima risposta comune, e le lotte in Spagna come in Italia o Grecia lo hanno dimostrato molto bene, sta nel pensare come il problema della casa non possa essere affrontato in modo disgiunto da quello della città.

E’, infatti, intorno al “costruito”, a questi nuovi panorami edilizi, messi su privando masse sempre più numerose di persone di ogni diritto alla città, che si sviluppa il conflitto. Anche in Italia.

Tra i movimenti sociali che puntano al suo utilizzo e, con esso, ad un grande progetto di riconversione delle nostre periferie, con l’utilizzo di spazi e immobili per nuovi servizi, attività produttive e culturali e chi, attraverso il Governo quale esecutore di ordini altrui, vuole continuare a non interrompere i processi di rendita privata, a dismettere il patrimonio pubblico consegnando al mercato, insieme agli immobili, il decidere di cosa fare delle città.

E’ così che la domanda iniziale "che farne di tante case vuote?" va ora precisata. Se l’invenduto edilizio fosse destinato a dare un tetto a tutti quelli che ne hanno la necessità, resterebbero molti immobili, ancora, vuoti. Cosa farne? E soprattutto, avremo il tempo per farlo?

Infatti, è quello che sta iniziando ad avvenire in Spagna - ed già è avvenuto in Irlanda - si pensa a distruggere le case private che non si possono vendere. Per continuare a tenere fuori dalle case un sempre maggior numero di persone e mantenere l’esclusione abitativa coatta di larghi segmenti della popolazione. Distruggere quelle case che, con la loro presenza, non permettono di far crescere una domanda diviene ora la nuova modalità operativa nella gestione della crisi. Sta succedendo, per ora, in Spagna che, da ormai oltre cinque anni, vive una fase di pesante crisi in seguito allo scoppio della bolla del mattone. Si è arrivati ad avere circa 800 mila case invendute. Le banche si sono ritrovate nei loro portafogli circa 150 mila case che, dopo aver strappato a chi aveva disinvoltamente circuito per farle comprare e aver condannato gli stessi ex proprietari a risarcire “a vita” quella parte del mutuo che non erano riusciti a pagare, per altro valutato con i prezzi “gonfiati” del tempo della vendita e non del valore crollato di oggi, non riescono a vendere.

Per salvare il sistema bancario spagnolo che rischiava di venire travolto, il Frob (fondo statale per la ristrutturazione del sistema bancario) alla fine del 2012 ha creato una ''Bad Bank'' , la Sareb (Sociedad de Gestión de Activos procedentes de la Reestructuración Bancaria), alla quale trasferire gli attivi bancari in sofferenza, in gran parte costituiti proprio da mutui su immobili già pignorati e con chi quelle case abitava gettato per strada. Per assicurare alla Sareb di agire in condizioni di assoluta prudenza e assicurarle comunque ulteriori profitti durante i 15 anni previsti per la propria attività, gli attivi le sono stati trasferiti dalle banche con uno sconto medio del 63% sul valore stimato in bilancio. La Banca di Spagna stima che gli attivi bancari da trasferire ammontino a 61 miliardi. Oggi la Sareb gestisce 107 miliardi di crediti immobiliari (76 miliardi relativi ad alloggi vuoti, 6,3 a immobili in affitto e 14,9 per suoli edificabili) e ha nel suo portafoglio 106.000 proprietà: 55.700 sono appartamenti, 30.000 garage e magazzini, 15.000 terreni. Di questi l'80% è considerato di possibile trasformabilità urbana. Fanno parte del tesoretto inoltre: alberghi, magazzini, centri commerciali e uffici.

Un ingente patrimonio che, tuttavia, non riesce a garantire la redditività prevista. La crisi e le difficoltà di concessione dei mutui stanno mettendo in seria difficoltà l’attività della “bad bank”, che non può concedere prestiti. Le banche, poi, non erogano mutui. La dirigenza di Sareb, ribattezzato dalla Piattaforma abitativa come “malo banco”, sta pensando a nuove formule per contenere i costi di gestione, compresi quelli relativi alle manutenzioni degli immobili e dei condomini. Oltre a quella di sviluppare il settore delle locazioni, tra le ipotesi che vengono fatte vi è anche la cessione dei crediti a grandi investitori, come le assicurazioni. Poiché sono centinaia di migliaia gli immobili invenduti in Spagna, la concorrenza è, quindi, enorme.

Contemporaneamente, attratti dagli affari a prezzi di sconto, arrivano nei paesi del bacino del Mediterraneo - oltre alla Spagna quindi anche Italia e Portogallo - fondi internazionali e investitori istituzionali. Nel primo semestre 2013 gli investitori internazionali hanno dominato le operazioni per almeno il 60% dei volumi in Spagna, Italia e Irlanda contro il 40% di un anno prima. Questi investitori sono interessati a proprietà immobiliari di lusso. Per quanto riguarda la Spagna, la Sareb si prepara a mettere sul mercato un portafoglio selezionato di proprietà immobiliari di lusso. Si tratta di ville e abitazioni di prestigio del valore complessivo di 38 milioni di euro. La denominazione dell’operazione è Paramount. Le proprietà si trovano a Madrid, Barcellona, Costa del Sol, Costa Blanca, alle Baleari e nell'isola di Maiorca. Si tratta di location turistiche ambite dai compratori internazionali, nonché di abitazioni nelle due principali città spagnole. Nella provincia di Huesca è in vendita un castello ristrutturato di 900 metri quadri. 500 mila euro per una costruzione, dell’XI secolo, che è considerata di interesse culturale nella Regione di Aragona e comprende quattro torri fortificate. A Málaga una villa di 400 metri quadri, composta da sei camere da letto, tre salotti, cucina, terrazze e piscina si vende a 485 mila euro. Accanto a queste dimore di lusso resta però lo spettro dei volumi di immobili parcheggiati sul mercato abitativo in attesa di un acquirente. Si stima che sia fra le 675 mila e le 815 mila unità, a cui va aggiunto circa mezzo milione di nuove case in costruzione.

E qui la Sareb ha avuto un’idea “rivoluzionaria” per risolvere la crisi del settore edilizio: le case invendute, nuove, non ancora completamente ultimate vengono demolite! Sono state stanziate risorse per 103 milioni di euro per procedere con le demolizioni. La loro ubicazione è mirata chirurgicamente a individuare quelle che non trovino domanda sul mercato e i cui costi di manutenzione sono per i contribuenti più gravosi di quelli di demolizione.

Fra le sue rivendicazioni, la Plataforma de Afectados por la Hipoteca (Pah) propone che la Sareb ceda gli alloggi ai Comuni, per gli affitti a canone sociale, soprattutto nelle località dove è forte la necessità di case per la popolazione colpita dalla crisi economica. La Sareb sembra intenzionata a tirare dritto, forte di quanto già sperimentato in Irlanda.

In questo paese, già nel 2009, si era ricorsi ad una bad bank per ripulire il sistema bancario dai titoli spazzatura. L’agenzia Nama (National Asset Management Agency) una bad bank statale, aveva acquistato 81 miliardi di euro di asset tossici con uno sconto del 47%. Contemporaneamente si imponeva alle banche irlandesi stringenti vincoli sulla qualità del proprio patrimonio. I responsabili sono gli stessi che altrove: le banche, che hanno prestato soldi tossici, il governo, che ha permesso che la bolla immobiliare si gonfiasse a dismisura e i grandi imprenditori edili, che si sono messi in tasca un gruzzolo enorme costruendo case che rimarranno per lo più disabitate, «ghost estates» complessi abitativi fantasma vengono chiamati. Fra il 1995 e il 2005 in Irlanda, paese di 4 milioni e mezzo di abitanti, si sono costruite 553 mila nuove abitazioni, attualmente il 15% di esse risulta vuoto. Ecco così che si ricorre ad un programma di demolizione delle “eccedenze” ad iniziare da un gruppo di 1850 edifici fra quelli che erano stati affidati alla Nama.

L’eccesso d’offerta è un problema anche per il mercato italiano dove sono presenti gli stessi sintomi. Le compravendite quest’anno si sono attestate intorno alle 400 mila unità. Mai così basse dagli anni 90. Il legame fra le nostre banche e gli immobili in sofferenza fa si che anche in Italia stia prendendo piede l’idea di una bad bank per assorbire i crediti in stato di insolvenza. Un’ idea, che si sta studiando per rispondere agli “inviti” di Banca Italia che pressa sugli istituti bancari per spingerli a “svalutare” gli immobili che gravano sui loro bilanci. L’esempio di Sareb sembrerebbe fare anche al loro caso perché, conferendo un patrimonio edilizio ad un terzo che ha come compito d’istituto quello di venderlo, in un colpo solo si “salvano” i bilanci, si possono ricomprare dalla bad bank quegli stessi immobili a un prezzo stracciato, demolirli e costruire sulle loro macerie quello che si vuole. Per continuare ancora a strangolare, a forza di finanza creativa, la nostra vita urbana.

Con buona pace di chi ancora parla di urbanistica, partecipata o dispotica che dir si voglia, i movimenti, lottando contro l’uso capitalistico della città, che si vuole distruggere per farne uno spazio per l’espandersi di una crescita economica che non intende fare prigionieri, usando le trasformazioni urbane, hanno preso un altro passo. In Italia come in Spagna. Il 9 novembre Roma e Madrid si parlano.

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25/08/2013

Crisi immobiliare. Lo sballo del mattone

È un sogno la casa dell'ineffabile Roberto Carlino che da mesi incombe sugli schermi nazionali per reclamizzare le "sue" abitazioni. Niente di male: ognuno è libero di spendere i soldi guadagnati con i folli livelli delle quotazioni immobiliari come vuole. Soltanto che il nostro eroe esagera spudoratamente. Con inequivocabile accento all'amatriciana per invogliare all'acquisto afferma infatti che «...del resto la risalita del mattone è fenomeno inevitabile e fisiologico».
Scherza, il nostro, inducendo alla confusione tra un suo legittimo auspicio e un principio della fisica. Non è affatto detto che nel prossimo futuro sia inevitabile e fisiologica la crescita delle quotazioni immobiliari. Molti operatori di settore temono anzi un nuovo calo in autunno. Perché si è costruito troppo in questi anni di deregulation e la quota dell'invenduto continua ad aumentare perché nel frattempo si costruisce ancora molto.
Roberto Carlino ha avuto una fugace (per colpa di Renata Polverini) incursione nella politica regionale: è stato presidente della commissione urbanistica, eletto nel vasto arcipelago berlusconiano. Così dal sogno di una casa passiamo all'incubo che perseguita il leader della destra che proprio sul sogno di far arricchire tutti gli italiani con il mattone ha fondato molta parte delle sue fortune. Dal 1994 è iniziata l'offensiva condotta sulla parola d'ordine «padroni a casa propria»: legge dopo legge dalla semplificazione edilizia alla cancellazione del falso in bilancio - che c'entra molto con questa storia come ci insegna il caso Ligresti - i valori immobiliari sono saliti vertiginosamente per quindici anni. Molti italiani hanno continuato a dare a Berlusconi il loro consenso, nonostante il crescente disgusto, proprio perché anche il loro piccolo salvadanaio cresceva.
Dal 2008 quel castello di carte è stato spazzato via dal fallimento del neoliberismo e inizia la fase dell'inarrestabile caduta dei prezzi delle case. Ci sono famiglie che hanno acquistato dieci anni fa una casa che oggi vale dal 20 al 40% in meno di quanto l'hanno pagata. Il decremento non è omogeneo, è molto più accentuato al sud rispetto al nord; nelle aree interne rispetto alle grandi città; ma interessa tutti ad eccezione degli immobili di pregio dei centri storici accaparrati dai vampiri che dominano l'economia di rapina. Il sogno berlusconiano era dunque un azzardo: ha fatto credere in un paradiso per tutti e ha fatto arricchire senza misura solo pochissimi speculatori e immobiliaristi.
Il rischio della perdita del consenso era così evidente che Berlusconi ha giocato d'azzardo, strumento in cui eccelle anche perché l'opposizione parlamentare al suo ultimo governo fu talmente inesistente che il gioco gli è riuscito alla perfezione. All'inizio del 2009, pochi mesi dopo la crisi dei mutui subprime statunitensi, lancia il piano casa. Il mattone continuerà a girare, avrete una stanza in più e diventerete ancora più ricchi. Un flop miserevole, oggi ammesso da tutti. Allora tutti ci credettero, comprese le regioni guidate dal centro sinistra che con la loro dabbenaggine coprirono la finzione berlusconiana.
A volte, poi, il destino è imprevedibile e proprio nel momento in cui era chiaro il fallimento del piano casa ecco un vero amico, Supermario. E' il governo dei professori a togliere le castagne dal fuoco al centro destra imponendo una tassa immobiliare iniqua e contraria al criterio costituzionale della progressività che invece di tassare i grandi patrimoni immobiliari accumulati in venti anni ha colpito indiscriminatamente il ceto medio, spesso proprietario di un'unica abitazione. Il paradosso italiano è che la bandiera di questo grande segmento di società non è stata presa in mano dalla sinistra ma dalla stessa destra che con la sua follia cementizia ha posto le basi per la discesa dei valori immobiliari.
Il Pdl urla di togliere l'Imu. Per tutti, compresi i possessori di ville e di grandi patrimoni immobiliari. Pochi urlano più forte che essa va tolta solo ai piccoli proprietari e aumentata per tutti coloro che detengono la stragrande maggioranza del patrimonio immobiliare italiano. Del resto il governo Letta non ha mai affermato che ci sarà un provvedimento progressivo che rimetta un poco a posto la bilancia dell'equità. Ciò di cui si sente parlare in questo scorcio di agosto è una furbesca evoluzione dell'Imu, camuffata nella tassa sui marciapiedi e di altri servizi urbani.
Così la compagine berlusconiana si avvia a portare a casa qualche prezioso risultato per le lobby che la sostengono. A meno che il Parlamento abbia un sussulto e accenda i riflettori sulla folle politica che ha favorito il cemento negli ultimi venti anni. Non c'è da essere ottimisti. Del resto, e lo affronteremo in un prossimo articolo, nel decreto del "fare" strenuamente difeso dal Pd c'è un'ulteriore spinta alla deroga edilizia. Per curare il declino del comparto immobiliare si usano le stesse ricette che lo hanno portato al fallimento. Favorendo ancora la rendita e intaccando l'ultimo salvadanaio, la casa, delle famiglie italiane sempre più povere e senza rappresentanza.

di Paolo Berdini, urbanista - Il Manifesto

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01/08/2013

Immobiliare, un mattone ci seppellirà. Per la gioia della criminalità organizzata

Il settore è nel pieno di una crisi nerissima. E non sarà certo aiutato dal fatto che la crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese sta portando sul mercato, via aste giudiziarie, una marea di case e palazzi. Una "bolla" che rischia di scoppiare sulle fragili fondamenta del sistema bancario italiano, già alle prese con la restituzione dei prestiti ricevuti dalla Bce. Mentre chi ha bisogno di ripulire il denaro aspetta pazientemente il crollo

Per l’ex re del mattone, Salvatore Ligresti, l’inizio ufficiale della fine è partito da qui. Alla torre Velasca, ventisette piani in centro a Milano, simbolo del boom economico che non c’è più. Appartamenti in cima, uffici ai livelli più in basso. Per metà sono inutilizzati e sfitti, ammettono in portineria dopo un po’ di insistenza. La messa in vendita della torre, annunciata nell’estate del 2010, aveva certificato il malandato stato di salute del gruppo del costruttore siciliano che, con un ultimo colpo di coda prima della resa, aveva cercato di fare cassa mettendo sul mercato i gioielli di famiglia. A distanza di tre anni il fardello della proprietà, rimasta invenduta, è passato sul groppone della Unipol delle coop, che un anno fa ha rilevato dai costruttori siciliani oggi dietro le sbarre tutto il gruppo Fondiaria Sai. Mattone e debiti con le banche inclusi. E mentre le intercettazioni degli inquirenti portano a galla affermazioni inquietanti come quella dell’ex ad di FonSai, Fausto Marchionni, sul fatto che se dovesse venire a galla “tutta la storia della parte immobiliare e della corruzione viene fuori un casino”, il settore immobiliare, a Milano come in tutta Italia, è nel pieno di una crisi nerissima. E l’andamento non sarà certo aiutato dal fatto che la crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese (3.500 le procedure avviate in Italia nel primo trimestre 2013 secondo il Cerved, con un aumento annuo del 12%) sta portando sul mercato, via aste giudiziarie, una marea di immobili. Che rischia di abbattersi come uno Tsunami sulle fragili fondamenta del sistema bancario italiano, sempre più vicino a un doloroso confronto con il crollo vertiginoso del valore delle garanzie immobiliari ricevute per i prestiti. Come ben sa la Banca d’Italia che sta da tempo passando al lentino il portafoglio di crediti degli istituti italiani. E mentre via Nazionale ispeziona, la criminalità organizzata aspetta pazientemente alla finestra.

IL MATTONE VA A PICCO. Soltanto a Milano nuovi maxi quartieri stanno nascendo come funghi in tutta la città. Il caso del capoluogo lombardo è un esempio piuttosto calzante di una tendenza che fa pensare, mentre la città per ora si limita a prendere atto del fatto che i padroni del mattone non sono più i costruttori di un tempo, ma le banche e le grandi assicurazioni che in passato li hanno finanziati a piene mani o più semplicemente affiancati. E che, con il loro tracollo, sono rimaste imbrigliate in progetti che oggi sembrano essere stati concepiti non pochi anni fa, ma ere geologiche lontane nel tempo, quando si pensava che il mattone fosse una pietra filosofale. Poco importa che il sogno si sia rivelato un incubo: tra un fallimento e l’altro, le gru continuano a sollevare i loro carichi di cemento.

Anche se a Milano e provincia ci sono già 12 milioni di metri quadri di uffici. E a fine 2012 ben 1,3 milioni, l’11 per cento, erano vuoti, come spiega uno studio di Urban Land Institute e Bnp Paribas Real Estate. E’ così nell’hinterland e in periferia, ma anche all’interno della Cerchia dei Bastioni. E pure in pieno centro, dove i metri quadri che il settore terziario non riesce più a utilizzare sono oltre 140mila. Interi piani vuoti, insomma, non solo nella torre Velasca. Non va meglio per il residenziale, con gli appartamenti che si vendono sempre meno complice la stretta sui mutui (-47% nel 2012 e -16,8% nel primo trimestre 2013 il dato nazionale secondo l’ultimo Osservatorio sul Credito al Dettaglio realizzato da Assofin, Crif e Prometeia). I numeri del rapporto realizzato dall’Agenzia della entrate in collaborazione con l’Associazione bancaria italiana (Abi), parlano chiaro: in Italia nel 2012 le compravendite di appartamenti sono state 448.364, il 25,7% in meno dell’anno precedente. Ancora più marcato, poi, il crollo degli incassi con il controvalore delle operazioni che si è fermato a quota 75,4 miliardi, il 26,4% in meno del 2011. A Milano la musica è la stessa: l’anno scorso le compravendite sono state 14.645, in calo del 23,7 per cento. E il primo squarcio del 2013 non fa pensare meglio, visto che il dato nazionale dell’Agenzia delle Entrate indica per tutto il comparto 212.215 unità immobiliari compravendute (-13,8%). Una frenata che si riduce al 4% per il solo residenziale milanese dove sono passati di mano 3.616 immobili e che sale al -21,5% per il resto della Provincia (5.159 unità).

EPPURE SI CONTINUA A COSTRUIRE. A scapito dell’andamento del business, però, nel capoluogo lombardo, sempre più aree vengono sacrificate al mattone. Centinaia di migliaia di metri quadri in più che nei prossimi anni verranno messi sul mercato attraverso investimenti complessivi che il Corriere della Sera a inizio luglio stimava in 9-10 miliardi di euro, per circa due terzi finanziati dalle banche. Gli esempio più noti spaziano da Santa Giulia a Citylife passando per Garibaldi-Porta Nuova-Isola e Porta Vittoria. Uffici e alloggi, da affittare e da vendere. Spesso appartamenti di target elevato, con prezzi che in certi casi superano i 10mila euro al metro quadrato cui andrà aggiunto tutto il cemento che l’Expo 2015 porterà con sè.

GRANDI OPERE A MILANO: COSTRUTTORI E FINANZIATORI (GUARDA LA SCHEDA)
Cantieri che, una volta conclusi, potranno portare altri problemi. “Alcuni dei grandi progetti che sono riusciti a sopravvivere alla crisi – ammette Stefano Boeri, ex assessore alla Cultura del comune e a lungo architetto di fiducia dei re decaduti del mattone milanese – rischiano oggi di creare un’offerta che non trova destinatari. Quindi il numero già importante di sfitto e invenduto rischia di essere incrementato ulteriormente”. Aggiunge Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia: “Oggi l’unico vero bisogno di residenze è legato alle fasce deboli della popolazione”. Ada Lucia De Cesaris, vicesindaco di Milano con delega all’Urbanistica, conferma: oggi, più che di alloggi di target elevato, “c’è molta richiesta di acquisto per edilizia convenzionata e agevolata”. Inutile dire che però, per questa tipologia di domanda, l’offerta manca. La soluzione è recuperare e riconvertire gli spazi abbandonati e sfitti. La giunta due mesi fa ha approvato una delibera per favorire le imprese nei lavori di demolizione e ricostruzione, visto che le due operazioni non dovranno più essere contestuali, ma dalla prima alla seconda potranno passare fino a tre anni. Dopo l’estate, inoltre, arriverà in consiglio comunale il nuovo regolamento edilizio, che conterrà norme per stimolare gli operatori a recuperare le loro proprietà sfitte e abbandonate, prima di costruire nuovi edifici.

Restano da convincere i nuovi re del mattone impegnati nei lavori in corso. Intanto la giunta Pisapia ha già tagliato di 4 milioni di metri quadri la capacità edificatoria del faraonico Pgt dell’era Moratti, riducendola di metà. Ma i progetti dei nuovi maxi quartieri arrivano da lontano, quando nessuno ancora immaginava la crisi. Secondo De Cesaris i cantieri in corso “devono essere seguiti e chiusi per evitare che si crei abbandono sull’abbandono”. Perché una delle facce della crisi sono i lavori lasciati a metà e quelli mai partiti: Palazzo Marino quest’anno ha restituito oltre 20 milioni di euro di oneri di urbanizzazione. Un’altra è la fame di tempo delle banche creditrici alle quali conviene posticipare il più possibile la resa dei conti con il valore delle proprietà immobiliari.

LA ZAVORRA NEI CONTI DELLE BANCHE. Ma la minaccia del mattone che potrebbe mandarci a fondo è sempre lì, come ricorda l’economista Alberto Bagnai docente di Politica economica all’Università di Pescara. “La riduzione del reddito pro capite ai livelli del 1997, e l’aumento del carico fiscale sulla casa, stanno mettendo in seria difficoltà le famiglie. Molte non riescono più a rimborsare i mutui, o sono costrette a vendere seconde o prime case – ricordava poche settimane fa al Fatto Quotidiano -. Di conseguenza l’indice dei prezzi delle abitazioni (fonte Bce), stazionario dallo scoppio della crisi, è in caduta libera dall’autunno 2011 (sei trimestri)”. Un fenomeno che avrà ovvie conseguenze sull’attivo delle banche italiane, dove molti crediti sono appunto garantiti da immobili. “A valle della crisi immobiliare, seguirà quindi, inevitabile, una crisi bancaria, che metterà gli italiani di fronte alla necessità di ricapitalizzare gli istituti di credito”, sottolinea.

LA MINA DIETRO L’ANGOLO. La prima mina è già dietro l’angolo. Si chiama Basilea III, la direttiva comunitaria che, seppure in termini più morbidi rispetto alle previsioni iniziali, a partire dal 2014 porterà gradualmente in vigore i nuovi requisiti patrimoniali per gli istituti di credito. Inevitabile, quindi, il faro sui finanziamenti al settore immobiliare, un comparto trasversale che, nei bilanci delle banche, mette insieme i prestiti concessi ai palazzinari negli anni d’oro del mattone (fra il 2004 e il 2008) e i mutui alle famiglie. Due voci che, con le nuove regole europee, non potranno più pesare così tanto nei conti degli istituti di credito, chiamati dall’Autorità bancaria europea (Eba) al rispetto di paletti più stringenti nella contabilità, sulla scia di crescenti preoccupazioni circa la qualità degli asset e il peso dei Non performing loan. Ovvero i finanziamenti che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti e la cui riscossione è incerta sia rispetto alla scadenza, sia all’ammontare dell’esposizione.

La verifica per giunta avverrà in un contesto per le banche nostrane assai complicato almeno per tre ragioni. La prima è una crescente disoccupazione che si affianca ai fallimenti delle imprese e che ha un impatto anche sui pagamenti delle rate dei mutui da parte di famiglie e aziende. La seconda è la pesante flessione del mercato immobiliare che, qualora il debitore sia moroso, non consente di rifarsi dalla vendita dell’immobile a prezzi soddisfacenti, come ben testimoniano i casi che transitano per i Tribunali Fallimentari. “Abbiamo tanti casi in cui si arriva alla vendita a metà prezzo rispetto al valore originario stimato dell’immobile”, ricorda per esempio Roberto Fontana, giudice del Tribunale fallimentare di Milano, metre secondo Carlo Bianco, commercialista esperto in procedure fallimentari, nei loro bilanci le banche dovrebbero “esporre il rischio del mancato realizzo di questi beni, perché questi beni oggi non valgono”.

La terza e più importante ragione è che tra fine 2014 e inizio 2015 scadrà anche il prestito ponte da oltre mille miliardi (Ltro) varato dalla Bce fra dicembre 2011 e febbraio 2012 al tasso dello 0,75 per cento. Una cifra enorme cui le banche italiane, seconde solo a quelle spagnole nella corsa alle aste di liquidità europee, hanno attinto conquistando ben 255 miliardi. Denaro che, finora, ha controbilanciato nello stato patrimoniale degli istituti la grossa presenza di finanziamenti e che, se dovesse essere restituito, porterebbe necessariamente ad una verifica degli asset e delle perdite, tanto che il tema è annoverato tra le critiche di Bruxelles al piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi di Siena. “L’effetto congiunto dell’applicazione delle nuove regole di Basilea e della fine dell’Ltro nel 2014 potrebbe essere letale per le banche italiane – spiega un banchiere – Il sistema, già debole, non potrebbe mai tenere ad uno scenario simile. A questo poi si aggiunga che la questione della flessione dell’occupazione potrebbe generare nuovi cattivi pagatori contro i quali le banche avrebbero la sola arma dell’esecuzione sull’immobile che tuttavia verrebbe immesso sul mercato via aste a prezzi ridicoli”.

RICICLATORI ALLA FINESTRA. E’ proprio al momento di criticità massima che guarda la criminalità organizzata che sta alla finestra in attesa del crollo per poter ripulire denaro sporco a bassissimo costo investendo in un business relativamente semplice. Almeno, è questa la sensazione di Gian Gaetano Bellavia, esperto di diritto penale dell’economia. “Quello che si vede oggi è un coacervo di situazioni, alcune certamente dovute alla follia del sistema bancario che ha finanziato gli speculatori immobiliari per centinaia di milioni di euro, e che si riassumono in un disastro totale di mercato, di burocrazia, di politica, eccetera e in qualche operazione che stanno facendo per convertire denaro in mattone, ma il bello deve ancora arrivare”, spiega al fattoquotidiano.it. Mille le variabili in gioco: l’acquirente non può/non vuole/non se la sente di comprare, la banca non può/non vuole finanziare, l’impresa non può/non vuole/non riesce a costruire. Oppure è costretta a costruire perché è in mezzo al guado e cerca di uscirne perché sa che l’acqua crescerà e rischia di affogare. “E’ in questo contesto estremamente complesso che si possono innestare delle situazioni che riguardano la criminalità organizzata – continua Bellavia precisando che al momento non è tutto così – Su 100 cantieri magari in 10 sono entrati i soldi della droga, ma 90 sono lì inchiodati in attesa di fallire. Certo, ci sono delle situazioni tali per cui chi ha del denaro definiamolo a costo zero e ha interesse a modificarne la natura trasformandolo da denaro a rischio di identificazione di provenienza illecita in denaro investito in attività lecite, ha tutto il vantaggio di fare delle operazioni immobiliari. La mia sensazione però è che questo intervento della criminalità organizzata non sia ancora massicciamente avvenuto. Dal loro punto di vista ancora non è il momento”. Quando sarà, allora? “Il momento arriverà probabilmente l’anno prossimo, a seconda di quello che succederà quest’estate o quando cadrà il governo o quando faranno il prelievo sui conti o se e quando usciremo dall’euro – continua – Allora, quando ci sarà un casino assolutamente ingovernabile, gli imprenditori normali saranno costretti a svendere e nel giro di pochi mesi si riverseranno sul mercato operazioni immobiliari a prezzi stracciati. Io credo che quando ci saranno questi grandi sconvolgimenti, allora sì che arriveranno i soldi della criminalità organizzata che si comprerà qualunque cosa da tenere lì e tramuterà il denaro in beni immobili”. Uno scenario inquietante, ma per ora sono solo sensazioni.

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04/04/2013

La bufala (interessata) del debito pubblico

Il debito pubblico non c'entra niente con la crisi. Certo, è una variabile che ha il suo peso, ma è tutt'altro che una “causa”.

Piuttosto, è una conseguenza necessaria di un modello di sviluppo che ha fatto della finanza allegra l'unico modo di proseguire con l'accumulazione dopo l'emergere della sovrapproduzione.

Un esempio, per farci capire, viene dalla Danimarca. Come ricorda un ottimo pezzo del Sole24Ore, “una delle pochissime triple A dell'Unione europea. E paga per finanziare il debito a 10 anni l'1,49%, poco più della Germania con il suo Bund (1,28%). Ha un tasso di disoccupazione pressoché fisiologico (4,6%) e un rapporto debito/Pil del 45,6 per cento. L'inflazione a marzo si è attestata all'1,2 per cento. La Danimarca, numeri alla mano, è un'economia modello.”

Uno di quei paesi, insomma, che spiegano ai Piigs che devono sputare sangue per mettere ordine nei propri conti mentre, nello stesso momento, guadagnano dalla loro crisi (potersi finanziare a costo quasi zero è un bel “vantaggio competitivo”, non c'è che dire).

Eppure anche qui il cancro della crisi sta per esplodere. E nel solito modo: bolla immobiliare, mutui inesigibili, banche che vanno in rosso, Stato chiamato a risolvere i problemi creati dagli imprenditori privati più speculativi.

In Danimarca, infatti, si è risposto alla crisi immobiliare nel modo più idiota che si potesse immaginare (dal punto di vista del sistema, non certo da quello individuale degli speculatori e neppure dei “consumatori”): incentivando i mutui “interest only”. Cosa sono? Citiamo ancora l'ottimo Vito Lops: “Prestiti che prevedono per i primi anni il pagamento dei soli interessi, rinviando il momento in cui iniziare ad ammortare il capitale. Per questo motivo vanno bene in tutte le fasi, comprese quelle recessive, in quanto consentono anche a categorie meno abbienti di sobbarcarsi il peso di un mutuo (perlomeno nei primi anni). Non a caso la diffusione di questo prodotto - il cui boom è iniziato nel 2003 - ha contribuito all'impennata del debito privato in Danimarca che oggi è pari al 322% del reddito delle famiglie”.

E qui, come si intuisce, le cose diventano molto complicate. Si può infatti avere un debito pubblico bassissimo, ma se quello privato – e soprattutto quello delle “famiglie” – arriva a queste cifre, un paese diventa comunque “a rischio”. Non esiste infatti, in natura, quella separazione ideologica tra pubblico (sempre “inefficiente e burocratico”) e privato (sempre “intelligente e dinamico”) che i liberisti e i loro servi stupidi hanno propagandato per oltre venti anni: il debito è debito, chiunque lo abbia contratto. E se i privati cittadini “falliscono” (ossia si impoveriscono, perdono la casa, non pagano più i mutui, ecc), anche lo Stato va a rotoli (deve intervenire per salvare le banche, ma anche i cittadini privati per impedire che esplodano crisi sociali devastanti, ecc).

Il meccanismo dei mutui “interest only” è quanto più di simile ad una bomba ad orologeria si potesse inventare, in campo finanziario. Le rate da pagare finché il conto riguarda i “soli interessi” sono molto basse. Quindi invogliano soprattutto i giovani e i ceti meno abbienti, perché in fondo – specie nel “grande Nord” europeo – ci si era abituati a pensare che “ora ho poco, ma tra qualche anno andrà meglio”. Poi, a scadenza prefissata, entra in ballo anche la restituzione di una quota di capitale. E la rata diventa imemdiatamente molto più alta. Se nel frattempo il mutuatario non ha incrementato il suo reddito corrente (un lavoro migliore, una qualifica più alta) ecco che si ritrova improvvisamente “povero”, quindi incapace di far fronte al pagamento delle rate.

La crisi ha i suoi tempi, esplode quando le pare e se ne frega delle scadenze contrattuali. Le quali riguardano invece “famiglie” e banche. Il meccanismo che si mette in moto automaticamente in questi casi è molto conosciuto e studiato: non si paga più il mutuo, si perde la proprietà della casa, la banca se la prende e la mette all'asta per recuperare il prestito. Ma se il fenomeno riguarda decine di migliaia di famiglie ecco che le case non vengono vendute per mancanza di acquirenti, i prezzi crollano, le banche si trovano delle voragini di crediti inesigibili là dove pensavano di avere un patrimonio solido come un mattone.

È quello che sta avvenendo in Danimarca. Dove si stima che 100.000 famiglie (in un paese di 5,5 milioni di abitanti...) avranno presto bisogno di aiuti per non finire per strada.

Ora il Fondo monetario internazionale lancia l'allarme, molti paesi hanno dichiarato illegali questo tipo di mutui, ecc. Si corre a chiudere le stalle, la dove i buoi – sotto forma di crediti inesigibili – sono già scappati e non torneranno indietro. Altro carburante per il fuoco della crisi, altri paesi che entrano nel cerchio infernale, altro contagio bancario che incrina le “certezze” e mina la “fiducia”.

Ma trovateci un “opinionista” di vaglia che abbia mai fustigato in anticipo il “debito privato” facile...

Fonte

Analisi impietosa che ha il maggior merito di mettere sotto la lente d'ingrandimento il fatto che la crisi è anche colpa di quell'enorme fetta di ceti medio bassi che si sono fatti infinocchiare da prospettive di vita e consumo insostenibili.