di Guido Salerno Aletta
Non c'è quasi niente che accomuni la crisi finanziaria in cui versa già da anni il settore immobiliare cinese con la crisi economica delle famiglie americane che determinò il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008, scatenando conseguentemente il caos sui mercati finanziari di mezzo mondo.
In Cina, si è determinata una bolla speculativa: programmi di sviluppo immobiliare enormemente ambiziosi, con milioni di vani d'abitazione e decine di migliaia di immobili ad uso commerciale ancora solo progettati, oltre a quelli in via di realizzazione, hanno attirato l'interesse crescente degli investitori interni ed internazionali.
Gli investitori, a fronte del finanziamento versato agli sviluppatori, usando risorse proprie o spesso prese a prestito, contavano sulla futura vendita a prezzi estremamente vantaggiosi delle costruzioni una volta che fossero state realizzate: la crescita continua dei prezzi degli immobili avrebbe consentito loro guadagni sicuri ed enormi.
Da una parte, sul mercato interno cinese alcuni operatori, soprattutto soggetti privati già molto abbienti, hanno comprato direttamente "sulla carta" immobili di prestigio o centri commerciali ancora da costruire, anticipando percentuali molto elevate sul prezzo, nella convinzione di poterli rivendere una volta realizzati ad un prezzo maggiorato, tale da consentire un ampio margine di guadagno. Molte famiglie, poi, hanno finanziato i costruttori per comprare la casa di abitazione, usando i propri risparmi.
Dall'altra parte, gli operatori stranieri hanno sottoscritto i bond da queste compagnie cinesi di sviluppo immobiliare, emessi prevalentemente sul mercato americano con la promessa di incassare tassi di interesse molto elevati, magari indebitandosi ai tassi più bassi che erano correnti sui prestiti erogati in dollari o in euro sulle piazze finanziarie occidentali per via delle politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decisi dalle varie Banche centrali (Fed, BCE, BoE).
Taluni giganti del settore cinese delle costruzioni, come Evergrande, sono da tempo in difficoltà, in quanto non riescono a far fronte agli impegni assunti sia nei confronti dei creditori interni e dei finanziatori internazionali che degli stessi acquirenti "sulla carta": il mercato immobiliare è saturo.
Visto che non ci sono abbastanza acquirenti e che i prezzi di vendita calano rispetto alle previsioni, sono saltati tutti i piani finanziari: gli sviluppatori non hanno né le risorse necessarie per pagare le rate ai finanziatori né quelle occorrenti per completare le realizzazioni degli immobili. Pur cercando di liquidare gli asset, smembrando le società stesse o vendendo le partecipazioni azionarie in altri settori, gli incassi che ne derivano non consentono di fronteggiare gli impegni: questa è la situazione di crisi strutturale che caratterizza il mercato immobiliare cinese.
Le situazioni sono assai diverse: ci sono le famiglie cinesi che hanno versato anticipi per compare la loro prima casa usando il proprio risparmio; ci sono operatori privati sempre cinesi che hanno investito per comprare seconde o terze case da dare in affitto o da rivendere; ci sono gli investitori internazionali che hanno sottoscritto bond emessi prevalentemente sulla piazza di Wall Street.
La crisi cinese ha dunque natura finanziaria: i piani di sviluppo si sono dimostrati troppo aggressivi, ottimistici, perché hanno stimato un mercato potenziale superiore a quello reale. Questo accade sempre quando un numero troppo ampio di operatori si affolla in un singolo settore che cresce in modo assai promettente: la torta diventa più grande, ma non abbastanza grande per soddisfare gli appetiti e le scommesse di tutti.
La crisi americana del 2008 fu completamente diversa: derivò dal default delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa in cui abitavano, sottoscrivendo mutui senza avere il reddito sufficiente a ripagarne le rate in condizioni di tensione sui tassi. Erano i mutui concessi ai cosiddetti debitori "sub prime": le banche americane si arricchivano erogando questi mutui ad alto rischio per poi cartolarizzarli subito dopo in appositi veicoli finanziari, il cui asset era rappresentato dal valore del mutuo che era stato conferito.
Questo sistema di finanziamento dei mutui era stato denominato "originate to distribute": in pratica, le banche americane e gli altri operatori finanziari, come Lehman Brothers, erogavano i mutui alle famiglie americane per rivenderli il prima possibile all'estero. Il rischio era dunque traslato agli operatori stranieri che compravano le quote di queste MBs' (Mortgage Backed Security): le rate mensili dei mutui fronteggiavano il pagamento agli investitori degli interessi ed il rimborso delle quote di capitale.
Anche in questo caso, ci fu un elemento speculativo a determinare la bolla dei valori immobiliari: i valori delle case esistenti erano in crescita per via dello sviluppo esponenziale di questo meccanismo di finanziamento, che si alimentava erogando sempre più mutui a famiglie sempre meno abbienti. La costruzione dei nuovi immobili cresceva ad un ritmo più basso rispetto a quello di erogazione dei mutui.
Per bloccare questa dinamica dei prezzi delle case che crescevano in continuazione e soprattutto quella dei mutui concessi a creditori sempre meno affidabili, la Federal Reserve decise di aumentare i tassi di interesse, senza sosta: ma, così facendo, non bloccò solo la erogazione dei nuovi mutui ma soprattutto rese più care le rate di quelli già in corso, stipulati a tasso variabile.
In America, il valore delle case smise di crescere continuamente: coloro che si erano indebitati pensando di trovarsi con una casa di maggior valore da rivendere, cominciarono a metterle su mercato col mutuo ancora in piedi, ma senza trovare acquirenti visto che i tassi erano in crescita. Molte famiglie cominciarono a non pagare le rate e ad abbandonare le case comprate: visto che l'acquisto era stato finanziato integralmente dal mutuo bancario, non perdevano neanche un centesimo. Avrebbero affittato un alloggio assai più piccolo, risparmiando.
In America, fu la mancanza di risparmio interno delle famiglie ad innescare un modello malsano di erogazione dei mutui e la crescita del mercato e dei valori immobiliari: il rialzo dei tassi di interesse, deciso dalla Fed per bloccare la speculazione finanziaria che si era sviluppata ed i rischi per la stabilità del sistema finanziario che stava determinando, portò al default delle famiglie che non erano in grado di pagare mutui più cari. Mentre gli investitori stranieri, che avevano comprato quote delle MBs' ebbero perdite enormi, il mercato interbancario si bloccò perché nessuno si fidava di erogare prestiti anche di 24 ore a chi chiedeva liquidità: avrebbe potuto avere in portafoglio titoli illiquidi e senza valore.
La Lehman Brothers, che era un operatore finanziario e non uno sviluppatore immobiliare, fallì perché aveva ancora molte quote di MBs' in portafoglio: non era stata abbastanza lesta a rivenderle all'estero, prima del default delle famiglie americane meno abbienti.
La differenza tra le due speculazioni in campo immobiliare è palese.
In America, dove c'è poco risparmio interno, furono indebitate le famiglie sempre meno abbienti, illudendo gli investitori finanziari stranieri che sarebbero state comunque in grado di onorare le rate dei mutui. Il rialzo dei tassi di interesse fece da detonatore.
In Cina, dove al contrario c'è un risparmio interno enorme, il sistema bancario e finanziario interno, sia quello ufficiale che quello ombra, ha pensato di cavalcare la crescita del settore immobiliare per fare enormi profitti. Gli investitori internazionali si sono aggregati a loro volta, approfittando della immensa liquidità immessa dalle Banche centrali e dai tassi a zero.
Il rialzo dei tassi di interesse e la riduzione della liquidità da parte della Fed e della Bce, oltre che dalla BoE, mette in difficoltà gli operatori stranieri, soprattutto quelli che si sono indebitati per avventurarsi nel settore immobiliare in Cina: si devono preparare ad una ristrutturazione dei debiti degli sviluppatori immobiliari cinesi.
La riduzione dei tassi di interesse e la immissione di liquidità, decise dalla PBoC, favoriscono sul piano interno il riequilibrio dei piani finanziari degli sviluppatori immobiliari, il completamento delle costruzioni in corso e l'acquisto degli immobili già realizzati.
La prospettiva potrebbe essere quella trasformare il colossale risparmio precauzionale detenuto dalle famiglie cinesi in asset immobiliari, sgravandone così le banche e gli investitori finanziari che lo intermediano, riducendo le perdite operative ed i write-down del valore gli impieghi. La Cina eviterebbe così la deflazione decennale che colpì l'economia giapponese dopo il crollo del Nikkei nel 1991, causato dallo scoppio della bolla di valori immobiliari ed azionari su cui si era riversato l'ingente surplus commerciale con l'estero maturato a partire dal 1986.
Da grandi risparmiatori, i cinesi diventerebbero un popolo di piccoli proprietari: questo assicurerebbe loro maggiore serenità, facendo aumentare i consumi.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/01/2023
Il sistema finanziario e le sue degenerazioni
La finanza è la disciplina economica che studia i processi e le scelte di investimento e di finanziamento soffermando la sua analisi sul lato tecnico delle attività di investimento.
I prodotti finanziari comprendono i mezzi di pagamento quali il contante, gli assegni, le carte di credito, che non sono considerati strumenti finanziari.
Gli strumenti finanziari si suddividono in:
- titoli di massa;
- contratti derivati.
Le obbligazioni sono titoli di debito (per il soggetto che li emette) e di credito (per il soggetto che li acquista), e costituiscono un debito acceso da una società o da un ente pubblico per finanziarsi. Esse vengono emesse allo scopo di recepire, direttamente dai risparmiatori e a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle dei prestiti bancari, capitali da investire.
Il fondo d’investimento, che è costituito da quote che vengono collocate presso i risparmiatori, può investire in strumenti monetari (quali i Bot e i CCT), in obbligazioni di medio/lunga durata, in azioni e anche in strumenti derivati. Percepisce dai risparmiatori, in via ordinaria, commissioni piuttosto elevate per la gestione degli investimenti.
I fondi ETF, originati negli USA, sono fondi passivi che percepiscono di norma delle commissioni più basse e sono quotati nelle Borse valori. Un’operazione di finanza strutturata comporta la messa in “pool” di attività patrimoniali e la susseguente vendita agli investitori di titoli di credito suddivisi in tranche emessi a fronte dei flussi monetari generati dalle attività stesse.
Tale pratica ha assunto importanza crescente come mezzo per il trasferimento del rischio creditizio tant’è che il volume delle emissioni è aumentato rapidamente negli ultimi anni, di pari passo con i progressi compiuti nella tecnica finanziaria.
Il mutuo è un contratto mediante il quale una parte, detta mutuante, eroga all’altra, detta mutuataria, una somma di denaro che l’altra parte si obbliga a restituire alla scadenza più gli interessi.
La garanzia del mutuo è l’ipoteca che permette al creditore, in caso di insolvenza del debitore, di espropriare il bene del debitore e rivalersi, con preferenza sugli altri creditori non ipotecari sul ricavato della vendita coattiva dell’immobile.
Un mutuo può essere cartolarizzato: quando parliamo di cartolarizzazione intendiamo parlare della trasformazione del mutuo stesso in titoli finanziari tramite un determinato processo.
I prodotti finanziari comprendono i mezzi di pagamento quali il contante, gli assegni, le carte di credito, che non sono considerati strumenti finanziari.
Gli strumenti finanziari si suddividono in:
- titoli di massa;
- contratti derivati.
Le obbligazioni sono titoli di debito (per il soggetto che li emette) e di credito (per il soggetto che li acquista), e costituiscono un debito acceso da una società o da un ente pubblico per finanziarsi. Esse vengono emesse allo scopo di recepire, direttamente dai risparmiatori e a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle dei prestiti bancari, capitali da investire.
Il fondo d’investimento, che è costituito da quote che vengono collocate presso i risparmiatori, può investire in strumenti monetari (quali i Bot e i CCT), in obbligazioni di medio/lunga durata, in azioni e anche in strumenti derivati. Percepisce dai risparmiatori, in via ordinaria, commissioni piuttosto elevate per la gestione degli investimenti.
I fondi ETF, originati negli USA, sono fondi passivi che percepiscono di norma delle commissioni più basse e sono quotati nelle Borse valori. Un’operazione di finanza strutturata comporta la messa in “pool” di attività patrimoniali e la susseguente vendita agli investitori di titoli di credito suddivisi in tranche emessi a fronte dei flussi monetari generati dalle attività stesse.
Tale pratica ha assunto importanza crescente come mezzo per il trasferimento del rischio creditizio tant’è che il volume delle emissioni è aumentato rapidamente negli ultimi anni, di pari passo con i progressi compiuti nella tecnica finanziaria.
Il mutuo è un contratto mediante il quale una parte, detta mutuante, eroga all’altra, detta mutuataria, una somma di denaro che l’altra parte si obbliga a restituire alla scadenza più gli interessi.
La garanzia del mutuo è l’ipoteca che permette al creditore, in caso di insolvenza del debitore, di espropriare il bene del debitore e rivalersi, con preferenza sugli altri creditori non ipotecari sul ricavato della vendita coattiva dell’immobile.
Un mutuo può essere cartolarizzato: quando parliamo di cartolarizzazione intendiamo parlare della trasformazione del mutuo stesso in titoli finanziari tramite un determinato processo.
Procedura di cartolarizzazione di un mutuo
La cartolarizzazione del mutuo consiste nella vendita dei mutui a una società detta “società veicolo” che corrisponde alla banca la liquidità equivalete al valore dei mutui comprati ed emette dei titoli obbligazionari riferiti ai mutui stessi, trasformando di fatto i crediti in “carta”. La società veicolo mette poi in vendita sul mercato i titoli emessi con l’obiettivo di recuperare quanto pagato alla banca. Con questa operazione, la banca ottiene dei validi vantaggi dato che trasforma attività illiquide (come un finanziamento di lungo termine) in attività liquide ed immediatamente scambiabili sul mercato. Infatti, trasferendo i finanziamenti al soggetto cessionario la banca ottiene il corrispettivo in denaro e rientra in possesso dei capitali prestati, conseguendo anche significative commissioni.
Intervista all’esperto Raffaele Picarelli
Per approfondire meglio alcuni aspetti particolarmente complessi abbiamo posto alcune domande al Dr. Raffaele Picarelli, profondo conoscitore della disciplina.
Domanda: perché alle persone a basso reddito vengono applicati tassi d’interesse più alti?
Risposta: Perché tali persone, dal punto di vista della banca, sono meno affidabili e, pertanto, più incerta è la restituzione del capitale mutuato più gli interessi. Viceversa alle persone economicamente più rispondenti vengono applicati tassi d’interesse più bassi.
Domanda: che cosa è il Bond tedesco (detto Bund)?
Risposta: Il bond tedesco è un’obbligazione pubblica che può essere a varia scadenza.
Quando parliamo di obbligazione intendiamo un debito che assume lo stato tedesco nei confronti dei cittadini tedeschi o di altri Paesi e questo comporta due diversi tipi di impegni:
- restituire il capitale alla scadenza;
- corrispondere gli interessi che normalmente maturano ogni 6 mesi (cedola).
La differenza dei Bund rispetto ai vari titoli italiani dello stesso tipo è soltanto il tasso di interesse perché la Germania, essendo un Paese considerato dai mercati molto più solvibile dell’Italia, offre tassi minori. La Germania avendo una situazione di bilancio pubblico buona, con certezza rimborserà gli interessi e il capitale al momento della scadenza dei titoli.
Ad esempio: le agenzie di rating classificano il debito tedesco con la tripla A (AAA) invece il debito italiano lo classificano con la tripla B (BBB) perciò siamo diversi gradini sotto visto che la tripla A è il massimo livello dello scalino A e noi siamo al livello più basso dello scalino B. Perciò è evidente che quando emettono questi titoli la correlazione è la seguente: basso rischio bassa resa, rischio medio resa più alta. Come nel 2001 quando si verificò la crisi delle obbligazioni argentine. Lo stato argentino non fu in grado di rimborsare il debito. Chiese quindi un incontro con i creditori nel quale propose una soluzione. Le agenzie di rating avevano classificato con “D”, cioè default, il rischio argentino.
Facendo, però, un accordo con i vari creditori e chiedendo dei finanziamenti al Fondo Monetario Internazionale, prestiti che in parte furono concessi, si trovò un’intesa in base alla quale di quelle obbligazioni doveva essere restituito solo il 35%. I cosiddetti “fondi avvoltoio”sono quei fondi che pongono in essere operazioni speculative sui titoli dei paesi in default. Chi ha utilizzato questi fondi ha speculato e ha fatto profitti eccezionali.
Le obbligazioni sono emesse da:
- società private;
- enti pubblici o stato (diventano titoli di stato).
Lo Stato di solito emette obbligazioni (Titoli di stati) per finanziare il debito pubblico, mentre le società private ricorrono al mercato per ottenere finanziamenti a medio-lungo termine. Ad esempio, la mia azienda va bene, voglio ampliare la produzione. Allora ci sono due diverse possibilità:
- chiedere un prestito alla banca;
- per le aziende più grandi, rivolgersi direttamente al mercato ed emettere un prestito obbligazionario. In questo caso il tasso d’interesse è più basso rispetto a quello chiesto dalla banca.
Domanda: come funziona e cosa significa “cartolarizzazione dei mutui”?
Risposta: Abbiamo visto che il mutuo è un prestito che la banca eroga a una persona o a una società con una garanzia reale che è l’ipoteca. Abbiamo pure visto che l’ipoteca permette di espropriare l’immobile in caso di insolvenza e sul ricavato soddisfarsi con preferenza rispetto agli altri creditori. Per la banca l’ipoteca costituisce un titolo di prelazione.
Per il bilancio di una banca un deposito di denaro di un risparmiatore o di una società rappresenta un passivo, mentre un prestito ad un cliente un attivo.
Il patrimonio è rappresentato dal capitale sociale e dagli utili che sono stati portati a patrimonio. Esso è costituito dal capitale sociale e utili oppure anche da aumenti di capitale.
Sulle banche vigila adesso la BCE (Banca Centrale Europea). Per andare oltre la vigilanza e guadagnare di più, le banche hanno inventato la cartolarizzazione: una banca cede i mutui già erogati ad una società gestita da lei stessa che però è formalmente autonoma che viene chiamata SPV (Special purpose vehicle) ovvero società veicolo. Queste società veicolo comprano i mutui dalle banche emettendo carta commerciale. A questo punto la società veicolo cartolarizza i mutui ovvero li trasforma in titoli di credito come un’obbligazione e poi li vende sul mercato. Nel loro bilancio le società veicolo hanno quindi il mutuo all’attivo e i titoli creati dalla cartolarizzazione al passivo. Adesso con quei titoli ci costruiscono un titolo strutturato che realizzano impacchettando vari prodotti finanziari tra cui quelli affidabili e quelli non affidabili.
La finanza strutturata è quindi una finanza costruita.
A questo punto mettiamo tutti i titoli insieme e facciamo una grande scatola (contenitore) con dentro titoli che hanno come sottostanti i mutui. Naturalmente i titoli più rischiosi non sappiamo dove finiscono. Quindi il mutuo subprime che è il sottostante non si sa dove è.
Qualche anno prima della crisi dei mutui subprime del 2007 (vale a dire erogati a persone che offrono scarse garanzie) era scoppiata la crisi della New Economy (2000-2001). Per combattere quella crisi la FED (Banca Centrale Americana) abbassò i tassi. Ciò favorì soprattutto il settore dell’edilizia residenziale: i mutui aumentarono di numero, la domanda di case nuove crebbe anch’essa. Ad un certo punto si fecero mutui anche a clientela non primaria, cioè a soggetti con basso merito di credito.
Per raffreddare l’economia Usa che stava rischiando un rialzo dell’inflazione, la Fed dal 2004 iniziò gradualmente ad aumentare i tassi e ciò inevitabilmente si riversò sulle rate dei mutui, causando una crescita delle insolvenze. Inevitabilmente la bolla immobiliare, sorta negli anni precedenti, scoppiò. Da qui la perdita di valore dei titoli frutto delle cartolarizzazioni.
Conseguentemente chi aveva comprato i titoli, soprattutto i mutui subprime, ha cominciato ad avere paura e quindi, ha venduto in fretta questi titoli ed è cominciato il crack.
Furono vendite, come si dice, sotto stress, cioè vendite in preda al panico.
Conclusioni
Comincia da qui la crisi finanziaria del 2007 che porta al fallimento di diverse banche che avevano in portafoglio una grande quantità di questi prodotti finanziari, fra cui il 15 settembre la Lehman Brothers, una delle principali a livello mondiale. Il default della banca d’investimento statunitense diventa così cinghia di trasmissione della crisi dal settore finanziario all’economia reale e spinge in recessione le economie occidentali, causando la chiusura di numerose aziende, l’aumento della disoccupazione e della povertà. Così gli azzardati giochi speculativi del settore finanziario statunitense, ormai colpevolmente deregolamentato in toto, vengono pagati dai lavoratori e dai ceti sociali più bassi anche in Europa.
Fonte
28/02/2019
Crisi Usa. 7 milioni non pagano le rate della macchina
Come si misura una condizione di crisi economica e sociale? Gli indicatori statistici “neutri” sono pressoché infiniti, e hanno il grave difetto di nascondere sofferenze e sangue dietro lunghe sequenze econometriche alla fin fine leggibili solo dagli specialisti.
Per avere il polso della situazione, perciò, preferiamo partire da un dato – statistico anch’esso, non “a naso” – che può restituire anche visivamente la situazione reale.
Il Washington Post, un paio di giorni fa, segnala un “piccolo problema”. Le ultime statistiche della Federal Reserve (la banca centrale Usa) registrano che 7 milioni di cittadini statunitensi hanno smesso di pagare le rate dell’automobile. Non lo fanno per “furbizia” (le regole Usa sono alquanto più severe delle nostre), ma perché proprio non hanno i soldi.
Sette milioni sono tanti, specie se li si moltiplica per la cifra che ognuno di loro dovrebbe pagare (da qualche decina di dollari al mese a 2-300). Anche ad occhio si nota che, per quanto grande sia la necessità di possedere un’auto negli Stati Uniti, così tanta gente non riesce più ad accantonare mensilmente una cifra piuttosto modesta, pur avendo un lavoro retribuito (altrimenti non avrebbero avuto accesso al finanziamento).
Ma la seconda – che preoccupa di più il giornale statunitense – è che un ritardo di tre mesi nel pagamento delle rate potrebbe causare un crack finanziario per alcuni istituti di credito.
L’articolo cita esplicitamente l’analogia tra questa situazione e quella che portò all’esplosione della bolla dei mutui subprime. Anche in quel caso (agosto 2007) un gran numero di persone che si era comprata casa smise quasi all’improvviso di pagare il mutuo. Per la legge americana, basta che il mutuatario consegni le chiavi alla banca creditrice e perde tutto quel che ha versato fin lì.
Ma anche per le banche specializzate in quel settore cominciano i problemi, perché si ritrovano con una valanga di case da rivendere in un mercato che “non tira”. Quindi prezzi immobiliari in discesa, perdite gigantesche, fallimenti, ecc.
In quel caso i “prestatori” avevano davvero esagerato. I mutui “subprime” infatti erano mutui di bassa entità e qualità, tanto da venir concessi – in un momento di irrazionale euforia finanziaria – anche a persone “senza reddito, senza lavoro, senza patrimonio” (venivano chiamati infatti ninja, ossia not income, not job, not asset).
Quel piccolo ago (dimensionalmente le cifre complessive dei subprime erano una frazione quasi marginale del capitale finanziario), grazie al meccanismo dei “prodotti derivati” che impastavano debiti di diversa origine con “garanzie” anche incerte, bucò la bolla finanziaria con un effetto a cascata che divenne esplosivo con il fallimento della banca Lehmann Brothers (ottobre 2008). Di lì il big bang che ha oggettivamente posto fine all’era della “globalizzazione”.
Sembrava storia chiusa.
Che i lavoratori americani vadano in crisi per una spesa assai minore del mutuo sulla casa, indica una condizione salariale molto deficitaria. Ma che alcune banche rischino il dissesto per questa ragione segnala uno stato critico della finanza Usa, soprattutto di quella locale.
Per le banche, stesso problema dei subprime. Si ritrovano con un parco auto usato di grandissime dimensioni, svalutato e sostanzialmente invendibile, se non a prezzi di realizzo. Ed è immediato, come si vede nella foto in apertura, il riflesso nel mercato: qui non si fa credito a nessuno. Ma solo con le vendite in contanti, lo sanno tutti, non si va lontano.
Guardandola dal punto di vista sociale, un americano senza auto è come quel suo antenato senza cavallo nel West: immobilizzato e destinato a perire. Basta guardare questa foto di una classica zona residenziale periurbana per rendersene conto: trasporto pubblico zero, distanze lunghissime, uguale impossibilità di andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, restare un membro attivo della società.
Tanto più che quei 7 milioni di appiedati sono già ora un milione in più rispetto a quelli del 2009, nel momento più acuto della crisi finanziaria. Non proprio benaugurante, diciamo...
E allora per capirci qualcosa di più siamo andati a guardare le statistiche ufficiali sulla disoccupazione, direttamente sul Bureau of Labour statistics. Come potete leggere, la forza lavoro civile non institutional (non residente in caserme, ospizi, prigioni, ecc) a gennaio 2019 ammontava a 258 milioni e spiccioli. Di questi, solo 163 milioni circa hanno un lavoro.
Strano, il tasso di disoccupazione ufficiale – a gennaio 2019 – è appena al 4%... Com’è possibile?
La spiegazione sta nelle righe sottostanti. Quelli che non hanno un lavoro sono oltre 95 milioni; quelli che lo vanno cercando appena più di 5 milioni. In totale 100 milioni di senza lavoro, oltre un terzo delle risorse esistenti; ma il tasso di disoccupazione tiene conto solo di quelli che “lo cercano”. Trucchetti statistici per imbellettare un quadro da tragedia.
Perché quei 100 milioni di cittadini della superpotenza, in qualche modo, devono pur procacciarsi da vivere. E anche quegli oltre due milioni di detenuti in carcere “spiegano” qualcosa...
Agli opinion maker de noantri che ogni giorno ci invitano a “fare come in America” forse è il caso di cominciare a rispondere: MANCO MORTI!
Fonte
Per avere il polso della situazione, perciò, preferiamo partire da un dato – statistico anch’esso, non “a naso” – che può restituire anche visivamente la situazione reale.
Il Washington Post, un paio di giorni fa, segnala un “piccolo problema”. Le ultime statistiche della Federal Reserve (la banca centrale Usa) registrano che 7 milioni di cittadini statunitensi hanno smesso di pagare le rate dell’automobile. Non lo fanno per “furbizia” (le regole Usa sono alquanto più severe delle nostre), ma perché proprio non hanno i soldi.
Sette milioni sono tanti, specie se li si moltiplica per la cifra che ognuno di loro dovrebbe pagare (da qualche decina di dollari al mese a 2-300). Anche ad occhio si nota che, per quanto grande sia la necessità di possedere un’auto negli Stati Uniti, così tanta gente non riesce più ad accantonare mensilmente una cifra piuttosto modesta, pur avendo un lavoro retribuito (altrimenti non avrebbero avuto accesso al finanziamento).
Ma la seconda – che preoccupa di più il giornale statunitense – è che un ritardo di tre mesi nel pagamento delle rate potrebbe causare un crack finanziario per alcuni istituti di credito.
L’articolo cita esplicitamente l’analogia tra questa situazione e quella che portò all’esplosione della bolla dei mutui subprime. Anche in quel caso (agosto 2007) un gran numero di persone che si era comprata casa smise quasi all’improvviso di pagare il mutuo. Per la legge americana, basta che il mutuatario consegni le chiavi alla banca creditrice e perde tutto quel che ha versato fin lì.
Ma anche per le banche specializzate in quel settore cominciano i problemi, perché si ritrovano con una valanga di case da rivendere in un mercato che “non tira”. Quindi prezzi immobiliari in discesa, perdite gigantesche, fallimenti, ecc.
In quel caso i “prestatori” avevano davvero esagerato. I mutui “subprime” infatti erano mutui di bassa entità e qualità, tanto da venir concessi – in un momento di irrazionale euforia finanziaria – anche a persone “senza reddito, senza lavoro, senza patrimonio” (venivano chiamati infatti ninja, ossia not income, not job, not asset).
Quel piccolo ago (dimensionalmente le cifre complessive dei subprime erano una frazione quasi marginale del capitale finanziario), grazie al meccanismo dei “prodotti derivati” che impastavano debiti di diversa origine con “garanzie” anche incerte, bucò la bolla finanziaria con un effetto a cascata che divenne esplosivo con il fallimento della banca Lehmann Brothers (ottobre 2008). Di lì il big bang che ha oggettivamente posto fine all’era della “globalizzazione”.
Sembrava storia chiusa.
Che i lavoratori americani vadano in crisi per una spesa assai minore del mutuo sulla casa, indica una condizione salariale molto deficitaria. Ma che alcune banche rischino il dissesto per questa ragione segnala uno stato critico della finanza Usa, soprattutto di quella locale.
Per le banche, stesso problema dei subprime. Si ritrovano con un parco auto usato di grandissime dimensioni, svalutato e sostanzialmente invendibile, se non a prezzi di realizzo. Ed è immediato, come si vede nella foto in apertura, il riflesso nel mercato: qui non si fa credito a nessuno. Ma solo con le vendite in contanti, lo sanno tutti, non si va lontano.
Guardandola dal punto di vista sociale, un americano senza auto è come quel suo antenato senza cavallo nel West: immobilizzato e destinato a perire. Basta guardare questa foto di una classica zona residenziale periurbana per rendersene conto: trasporto pubblico zero, distanze lunghissime, uguale impossibilità di andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, restare un membro attivo della società.
Tanto più che quei 7 milioni di appiedati sono già ora un milione in più rispetto a quelli del 2009, nel momento più acuto della crisi finanziaria. Non proprio benaugurante, diciamo...
E allora per capirci qualcosa di più siamo andati a guardare le statistiche ufficiali sulla disoccupazione, direttamente sul Bureau of Labour statistics. Come potete leggere, la forza lavoro civile non institutional (non residente in caserme, ospizi, prigioni, ecc) a gennaio 2019 ammontava a 258 milioni e spiccioli. Di questi, solo 163 milioni circa hanno un lavoro.
Strano, il tasso di disoccupazione ufficiale – a gennaio 2019 – è appena al 4%... Com’è possibile?
La spiegazione sta nelle righe sottostanti. Quelli che non hanno un lavoro sono oltre 95 milioni; quelli che lo vanno cercando appena più di 5 milioni. In totale 100 milioni di senza lavoro, oltre un terzo delle risorse esistenti; ma il tasso di disoccupazione tiene conto solo di quelli che “lo cercano”. Trucchetti statistici per imbellettare un quadro da tragedia.
Perché quei 100 milioni di cittadini della superpotenza, in qualche modo, devono pur procacciarsi da vivere. E anche quegli oltre due milioni di detenuti in carcere “spiegano” qualcosa...
Agli opinion maker de noantri che ogni giorno ci invitano a “fare come in America” forse è il caso di cominciare a rispondere: MANCO MORTI!
Fonte
29/11/2018
Crisi economica e sistema bancario italiano
Per le banche italiane la crisi del 2007 si inserisce in un processo di concentrazione del capitale iniziato con le riforme bancarie a partire dal 1990 (si pensi alla legge Amato). Le direttive europee sono funzionali all’emersione di un capitale finanziario sovranazionale e dunque l’adeguamento legislativo deve consentire il superamento dell’istituto di diritto pubblico, lo sganciamento dalla norma costituzionale che prevede la tutela del risparmio, l’aumento di capitale (tramite ricorso ai mercati finanziari) necessario per trasformare le banche italiane in soggetti che competano a livello europeo e dunque la pressione sulle fondazioni (che garantiscono il rapporto della banca con il territorio su cui essa si proietta) affinché perdano la maggioranza dei pacchetti azionari. Nello stesso tempo si eliminano quelle norme legislative che impediscono il formarsi di banche che siano di deposito (rastrellando il risparmio delle famiglie) e d’investimento. Quest’ultimo processo sarà un fattore d’instabilità dal momento che implicitamente trasformerà i risparmiatori in investitori che di fatto sono sottoposti al rischio di perdere i loro risparmi.
Non a caso già in questi anni le banche italiane cominciano a piazzare alla loro clientela certificati di deposito e obbligazioni proprie invece che titoli del debito pubblico. Questo drenaggio farà sì che la percentuale di titoli del debito pubblico distribuita tra i cittadini tenderà a diminuire mentre aumenterà quella in possesso delle stesse banche (soggetti che contrariamente ai piccoli risparmiatori considerano questi titoli merce di scambio come tutte le altre rendendo così il debito pubblico più precario).
Tuttavia nel 2007, se il processo di concentrazione porta i cinque maggiori gruppi bancari italiani ad avere più del 50% del mercato italiano, l’integrazione delle banche italiane nel sistema finanziario internazionale è ben lungi dall’aver raggiunto livelli considerati soddisfacenti dagli opinion makers che si sprecano nel criticare un sistema che si ostina a vivere ancora di intermediazione bancaria. Sarà questo relativo arretramento (e le conseguente minore esposizione delle banche italiane) ad evitare un eccessivo coinvolgimento del sistema bancario nella crisi dei subprime. Piuttosto a rendere difficile la vita alle banche italiane saranno le ripercussioni sull’economia reale che, indebolendo la solvibilità di imprese e famiglie, aumenteranno la quantità di crediti deteriorati nella pancia degli istituti italiani e renderà questi ultimi più selettivi nel venire incontro alla richiesta di prestiti e mutui. Questo genera un circolo vizioso che assieme alle politiche economiche austeritarie aggraverà la portata stessa della crisi.
La concentrazione del capitale bancario in Italia forse è andata più avanti di quella del capitale industriale per cui sarebbero le grandi banche a dover fare credito alle piccole e medie imprese, ma la raccolta delle informazioni relative a queste ultime è troppo complessa e costosa per cui il razionamento del credito diventa eccessivo. A questo punto saranno le restanti banche popolari o di credito cooperativo a venire incontro alle esigenze delle piccole e medie imprese soprattutto nel Nord-Est. Questa rafforzata alleanza avrà piena rappresentazione politica nel rilancio della Lega di Salvini che fa propria l’istanza delle comunità locali della parte più ricca del paese a difendersi in un Europa che mette spesso a repentaglio il loro stesso benessere. Il razionamento del credito trova giustificazione anche in una minore presunta tutela giuridica del creditore (rispetto ad altri paesi) che disincentiva le banche a prestare soldi.
Negli altri paesi infatti il maggiore controllo del creditore sul debitore consente al tempo stesso una maggiore disponibilità del creditore a fare un prestito (se il miserabile non scappa da sotto il tavolo il ricco epulone gli può concedere le briciole).
Il peso dei crediti deteriorati diminuirà la redditività delle banche e consentirà a queste una patrimonializzazione comunque inferiore alle altre banche europee. Il tentativo di recupero consisterà o nell’acquisto e incorporazione di altre banche o nella capitalizzazione attraverso il ricorso ai mercati finanziari e alla pletora dei clienti. Questi tentativi porteranno però anche ad esiti indesiderati: per il Gruppo Monte Paschi l’acquisto di Antonveneta in un quadro di crisi e di flessione degli asset sarà il classico passo più lungo della gamba e nel suo caso sarà lo Stato ad intervenire direttamente. Quella che però è più significativa è la vicenda delle quattro banche interessate da parentele interne allo stesso governo Renzi.
Qui assistiamo alla capitalizzazione degli istituti di credito tramite obbligazioni acquistate dalla clientela al dettaglio, obbligazioni subordinate che sono sequestrabili nel caso di fallimento della banca. Così il bail in europeo (modalità di risoluzione di una crisi bancaria che esclude il ricorso all’intervento dello Stato), in nome della libera concorrenza, trasforma (come abbiamo detto) i risparmiatori in investitori che si assumono un rischio nel momento stesso in cui versano i propri risparmi o acquistano azioni e obbligazioni bancarie. Il suicidio del pensionato correntista di Banca Etruria è l’effetto collaterale che denuncia la natura classista di queste politiche.
Ancora più grave è il processo d’incorporazione del debito pubblico da parte delle banche italiane. Avviato come si è visto negli anni Novanta, esso si è accelerato in quest’ultimo decennio. Nel 2009 il controvalore era di ben 220 mld di euro. Nel 2015 però era raddoppiato (445 mld di euro) giungendo a più del 20% dell’ammontare dell’intero debito pubblico. Un abbraccio mortale tra Stato e sistema bancario in cui apparentemente non si capisce chi sia il carnefice e chi la vittima. Si potrebbe dire anche che la politica economica di un governo potrebbe mettere in crisi il bilancio delle banche (ad es. in presenza di un aumento dello spread). Tuttavia si capisce che il sistema bancario se in prima istanza ha comprato questi titoli perché considerati sicuri sta in realtà esercitando il suo diritto di creditore e con questo diritto condiziona la politica economica italiana.
La presenza nel governo Monti del già amministratore delegato di Intesa San Paolo Corrado Passera è il modo con cui il creditore mette i piedi nel piatto e detta allo Stato italiano (assieme allo stesso Monti, delegato del capitale sovranazionale) cosa fare e cosa non fare.
Questo intreccio vischioso viene criticato in Germania per ragioni di competizione tra sistemi bancari e sistemi paese. La sua persistenza costituisce una relazione pericolosa che ci suggerisce che il tunnel del divertimento per l’Italia non è ancora finito.
Fonte
Non a caso già in questi anni le banche italiane cominciano a piazzare alla loro clientela certificati di deposito e obbligazioni proprie invece che titoli del debito pubblico. Questo drenaggio farà sì che la percentuale di titoli del debito pubblico distribuita tra i cittadini tenderà a diminuire mentre aumenterà quella in possesso delle stesse banche (soggetti che contrariamente ai piccoli risparmiatori considerano questi titoli merce di scambio come tutte le altre rendendo così il debito pubblico più precario).
Tuttavia nel 2007, se il processo di concentrazione porta i cinque maggiori gruppi bancari italiani ad avere più del 50% del mercato italiano, l’integrazione delle banche italiane nel sistema finanziario internazionale è ben lungi dall’aver raggiunto livelli considerati soddisfacenti dagli opinion makers che si sprecano nel criticare un sistema che si ostina a vivere ancora di intermediazione bancaria. Sarà questo relativo arretramento (e le conseguente minore esposizione delle banche italiane) ad evitare un eccessivo coinvolgimento del sistema bancario nella crisi dei subprime. Piuttosto a rendere difficile la vita alle banche italiane saranno le ripercussioni sull’economia reale che, indebolendo la solvibilità di imprese e famiglie, aumenteranno la quantità di crediti deteriorati nella pancia degli istituti italiani e renderà questi ultimi più selettivi nel venire incontro alla richiesta di prestiti e mutui. Questo genera un circolo vizioso che assieme alle politiche economiche austeritarie aggraverà la portata stessa della crisi.
La concentrazione del capitale bancario in Italia forse è andata più avanti di quella del capitale industriale per cui sarebbero le grandi banche a dover fare credito alle piccole e medie imprese, ma la raccolta delle informazioni relative a queste ultime è troppo complessa e costosa per cui il razionamento del credito diventa eccessivo. A questo punto saranno le restanti banche popolari o di credito cooperativo a venire incontro alle esigenze delle piccole e medie imprese soprattutto nel Nord-Est. Questa rafforzata alleanza avrà piena rappresentazione politica nel rilancio della Lega di Salvini che fa propria l’istanza delle comunità locali della parte più ricca del paese a difendersi in un Europa che mette spesso a repentaglio il loro stesso benessere. Il razionamento del credito trova giustificazione anche in una minore presunta tutela giuridica del creditore (rispetto ad altri paesi) che disincentiva le banche a prestare soldi.
Negli altri paesi infatti il maggiore controllo del creditore sul debitore consente al tempo stesso una maggiore disponibilità del creditore a fare un prestito (se il miserabile non scappa da sotto il tavolo il ricco epulone gli può concedere le briciole).
Il peso dei crediti deteriorati diminuirà la redditività delle banche e consentirà a queste una patrimonializzazione comunque inferiore alle altre banche europee. Il tentativo di recupero consisterà o nell’acquisto e incorporazione di altre banche o nella capitalizzazione attraverso il ricorso ai mercati finanziari e alla pletora dei clienti. Questi tentativi porteranno però anche ad esiti indesiderati: per il Gruppo Monte Paschi l’acquisto di Antonveneta in un quadro di crisi e di flessione degli asset sarà il classico passo più lungo della gamba e nel suo caso sarà lo Stato ad intervenire direttamente. Quella che però è più significativa è la vicenda delle quattro banche interessate da parentele interne allo stesso governo Renzi.
Qui assistiamo alla capitalizzazione degli istituti di credito tramite obbligazioni acquistate dalla clientela al dettaglio, obbligazioni subordinate che sono sequestrabili nel caso di fallimento della banca. Così il bail in europeo (modalità di risoluzione di una crisi bancaria che esclude il ricorso all’intervento dello Stato), in nome della libera concorrenza, trasforma (come abbiamo detto) i risparmiatori in investitori che si assumono un rischio nel momento stesso in cui versano i propri risparmi o acquistano azioni e obbligazioni bancarie. Il suicidio del pensionato correntista di Banca Etruria è l’effetto collaterale che denuncia la natura classista di queste politiche.
Ancora più grave è il processo d’incorporazione del debito pubblico da parte delle banche italiane. Avviato come si è visto negli anni Novanta, esso si è accelerato in quest’ultimo decennio. Nel 2009 il controvalore era di ben 220 mld di euro. Nel 2015 però era raddoppiato (445 mld di euro) giungendo a più del 20% dell’ammontare dell’intero debito pubblico. Un abbraccio mortale tra Stato e sistema bancario in cui apparentemente non si capisce chi sia il carnefice e chi la vittima. Si potrebbe dire anche che la politica economica di un governo potrebbe mettere in crisi il bilancio delle banche (ad es. in presenza di un aumento dello spread). Tuttavia si capisce che il sistema bancario se in prima istanza ha comprato questi titoli perché considerati sicuri sta in realtà esercitando il suo diritto di creditore e con questo diritto condiziona la politica economica italiana.
La presenza nel governo Monti del già amministratore delegato di Intesa San Paolo Corrado Passera è il modo con cui il creditore mette i piedi nel piatto e detta allo Stato italiano (assieme allo stesso Monti, delegato del capitale sovranazionale) cosa fare e cosa non fare.
Questo intreccio vischioso viene criticato in Germania per ragioni di competizione tra sistemi bancari e sistemi paese. La sua persistenza costituisce una relazione pericolosa che ci suggerisce che il tunnel del divertimento per l’Italia non è ancora finito.
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28/02/2018
L’Europa dei popoli non esiste, esiste quella delle élite. Chi è de Guindos?
Chi è Luis de Guindos, indicato come il prossimo numero due della Banca Centrale Europea? Sebbene sia un comprimario che lavorerà all’ombra del più influente Governatore, si tratta di una figura emblematica: nel suo piccolo, la parabola di de Guindos fornisce una perfetta rappresentazione di quella élite che tiene le redini dell’Europa. La sua storia è un affresco della crisi che parte dal crack finanziario globale del 2008 e giunge fino alle più drammatiche conseguenze dell’austerità in Europa. Come vedremo de Guindos, una vita dalla parte dei più forti, si è conquistato il posto di vicepresidente della BCE lavorando alacremente a quella lotta di classe dall’alto verso il basso che ha consentito ad una ristretta cerchia di affaristi, banchieri e speculatori edilizi di mettere in ginocchio l’intera Europa.
Il primo capitolo di questa storia ci porta a New York, nella notte del 15 settembre 2008, quando la Lehman Brothers – la quarta banca d’affari degli Stati Uniti – dichiara il fallimento scatenando una serie di insolvenze che farà crollare le borse statunitensi ed europee: è l’inizio della grande crisi. Nel fallimento della Lehman Brothers culminava la cosiddetta crisi dei subprime, mutui immobiliari concessi ai più poveri cittadini americani, debitori privi di alcuna garanzia (nè un reddito stabile, nè un lavoro sicuro per assicurare la restituzione del prestito). Questi mutui vengono successivamente impacchettati, attraverso alchimie contabili e con il beneplacito delle più autorevoli agenzie di rating, in succulenti prodotti finanziari diffusi in tutto il mondo. Nello specifico, stiamo parlando di particolari titoli derivati chiamati ABS (asset backed securities), spacciati ai risparmiatori come imperdibili affari ma in realtà una opaca trappola ad orologeria, pronta ad esplodere di lì a poco. Non appena la massa di working poors americani – soffocati dai debiti e impoveriti dallo scoppio di una bolla immobiliare – ha smesso di pagare le rate del proprio mutuo, come era facilmente prevedibile, il castello di carte costruito su quei prestiti spericolati è crollato, portando con sé una miriade di società finanziarie che si erano avventurate, con profitti straordinari, nella complessa galassia dei derivati. Bear Stearns, Freddie Mac, Fannie Mae, State Streets, Wells Fargo, il colosso assicurativo AIG, le banche internazionali Morgan Stanley, Citigroup e Merrill Lynch, in una parola l’intero sistema finanziario statunitense viene investito dal disastro dei subprime. Eppure, solo Lehman Brothers viene lasciata fallire dalle autorità statunitensi, che arrivano a spendere quasi 8.000 miliardi di dollari per salvare tutte le altre società coinvolte. Tutti salvi tranne la Lehman Brothers, perché? Tra le varie ipotesi c’è quella del “contagio strategico”: il colosso dei derivati sarebbe stato lasciato fallire strategicamente, per trasmettere alla finanza europea una crisi fino ad allora confinata negli Stati Uniti.
Il contagio si è effettivamente realizzato, in virtù delle profondissime connessioni emerse tra la Lehman Brothers ed alcuni nodi nevralgici del sistema finanziario europeo: dopo il più grande fallimento della storia statunitense, infatti, importanti banche anglosassoni, tedesche, francesi, olandesi e belghe entreranno in crisi a causa delle perdite inflitte dal crollo delle quotazioni dei derivati promossi anche in Europa dalla Lehman Brothers. Il salvataggio delle banche europee richiederà interventi pubblici per oltre 1.000 miliardi di euro (quando si tratta di difendere i propri interessi, i capitalisti non si mostrano troppo schizzinosi nei confronti dell’intervento pubblico in economia), costringendo i rispettivi governi ad uno sforzo finanziario che è il preludio della crisi del debito pubblico. In questo passaggio cruciale dal tracollo finanziario statunitense alla crisi europea fa la sua comparsa il nostro Luis de Guindos, che dal 2006 era il responsabile di Lehman Brothers per la Spagna e il Portogallo. Lo spagnolo non avrà certo ricoperto un ruolo fondamentale nelle vicende che abbiamo raccontato, ma il suo posizionamento è indicativo della sfera di interessi che rappresenta, e che si pongono tra l’altissima finanza – capace di veicolare l’instabilità finanziaria da un continente all’altro – e la grande speculazione edilizia: secondo uno schema identico a quello dei subprime statunitensi, si diffondono in Spagna in quegli anni mutui considerevoli privi di particolari garanzie che alimentano uno straordinario incremento dei prezzi degli immobili, una bolla speculativa che monta nel cuore dell’Europa mentre l’incendio divampa a Wall Street. Nel clamore del fallimento della Lehman Brothers rischiamo di perdere di vista il piccolo de Guindos, che ha la fortuna di essere assunto immediatamente dopo il crack come consulente dalla multinazionale Pricewaterhouse Coopers, proprio la società che si stava occupando della liquidazione del ramo europeo, con sede a Londra, della Lehman Brothers.
La storia continua in Spagna, dove nel 2011 Rajoy chiama de Guindos a ricoprire la carica di Ministro dell’Economia nel nuovo governo di centrodestra, che porterà avanti lo smantellamento dello stato sociale e la precarizzazione del mercato del lavoro, in piena continuità trasversale con i precedenti governi Aznar e Zapatero. Siamo in piena crisi del debito pubblico europeo con Grecia, Irlanda, Portogallo e Italia in balia della speculazione finanziaria e degli spread alle stelle. Dopo pochi mesi dall’insediamento del governo Rajoy la Spagna finisce nell’occhio del ciclone: esplode la bolla immobiliare e, scena già vista, il peso dei mutui nel portafoglio finanziario delle banche determina il crollo del sistema finanziario del paese coinvolgendo tre delle maggiori istituzioni creditizie di Spagna: Bankia, quella più esposta ai mutui immobiliari, NCG Banco e Catalunya Banc. In questa fase de Guindos svolge un ruolo fondamentale, perché tramite la sua regia si procede ad un salvataggio del sistema finanziario spagnolo attraverso il combinato disposto di aiuti europei e dell’intervento dei due giganti della finanza iberica, Caixa e Santander. Nel piano ideato da de Guindos la Spagna accetta un prestito di 100 miliardi di euro dalle istituzioni europee ed impiega quelle risorse per aiutare le banche più forti del sistema ad acquistare gli istituti travolti dalla bolla immobiliare. Si tratta di uno straordinario processo di centralizzazione del settore creditizio del paese condotto a tappe forzate dal governo sotto l’impulso ed il monitoraggio delle autorità europee. La centralizzazione è quel fenomeno per cui il capitale finanziario, inizialmente diffuso su una moltitudine di banche, tende a trasferirsi dalle unità periferiche al centro per effetto di un mutamento nei rapporti di forza: pochi grandi colossi finiscono così per spartirsi una torta prima contesa da tante banche minori. Il settore creditizio spagnolo si allontana così dai territori concentrandosi nelle mani di poche, potentissime, istituzioni finanziarie di respiro internazionale: chiudono più di 6.000 sportelli, spariscono decine di banche minori e viene letteralmente spazzato via, tra acquisti e fusioni, quel tessuto di casse di risparmio (le storiche cajas) che, pur tra mille contraddizioni, alimentava lo sviluppo locale.
Questa storica ristrutturazione del sistema finanziario spagnolo è una resa dei conti interna al capitalismo iberico in cui, approfittando della tempesta della crisi, i pesci grandi hanno divorato i piccoli, anche grazie alla rete dell’intervento europeo gettata da de Guindos. Gli aiuti europei, lungi dal tutelare la stabilità delle banche in crisi, sono serviti essenzialmente a favorirne l’assorbimento da parte dei grandi gruppi. La Spagna ne esce con un sistema bancario proiettato più sui mercati globali che non sull’economia reale del paese. Per de Guindos è un successo senza precedenti: le élite europee hanno trovato in Spagna un brillante interprete dei loro progetti di transizione da un’economia mista, appesantita dallo stato sociale e da un’invadente sfera pubblica, ad una moderna economia di mercato orientata al profitto della loro ristretta oligarchia.
Nel suo ruolo di alfiere del disegno europeo, de Guindos si distinguerà qualche anno dopo ai tavoli negoziali sulla crisi greca. Con la vittoria del No al referendum del 2015 sulle nuove misure lacrime e sangue richieste dalla troika, il popolo greco aveva costretto i governanti europei a discutere della rigida applicazione dell’austerità imposta al paese. Come riportato dall’allora Ministro dell’Economia greco, Varoufakis, il nostro de Guindos – nonostante la Spagna fosse a tutti gli effetti tra i paesi della periferia che stavano pagando il prezzo più alto per il rigore europeo – si dimostra in quell’occasione il più acerrimo oppositore di qualsiasi alternativa alla cieca austerità, ostacolando ogni possibile concessione alla Grecia. L’esito di quella trattativa è noto: le autorità europee decideranno di punire il popolo greco ed il suo No all’austerità imponendo al paese condizioni addirittura peggiori di quelle che erano state rifiutate con il referendum.
Sembra forse possibile, giunti a questo punto, capire quali siano le ragioni che hanno condotto de Guindos ai piani alti dell’Eurotower di Francoforte, da dove potrà controllare la stabilità finanziaria europea. Più arduo comprendere chi ancora si ostina a sognare un’Europa dei popoli senza rendersi conto che l’unica Europa che esiste è fatta di speculatori e banchieri.
Fonte
Il primo capitolo di questa storia ci porta a New York, nella notte del 15 settembre 2008, quando la Lehman Brothers – la quarta banca d’affari degli Stati Uniti – dichiara il fallimento scatenando una serie di insolvenze che farà crollare le borse statunitensi ed europee: è l’inizio della grande crisi. Nel fallimento della Lehman Brothers culminava la cosiddetta crisi dei subprime, mutui immobiliari concessi ai più poveri cittadini americani, debitori privi di alcuna garanzia (nè un reddito stabile, nè un lavoro sicuro per assicurare la restituzione del prestito). Questi mutui vengono successivamente impacchettati, attraverso alchimie contabili e con il beneplacito delle più autorevoli agenzie di rating, in succulenti prodotti finanziari diffusi in tutto il mondo. Nello specifico, stiamo parlando di particolari titoli derivati chiamati ABS (asset backed securities), spacciati ai risparmiatori come imperdibili affari ma in realtà una opaca trappola ad orologeria, pronta ad esplodere di lì a poco. Non appena la massa di working poors americani – soffocati dai debiti e impoveriti dallo scoppio di una bolla immobiliare – ha smesso di pagare le rate del proprio mutuo, come era facilmente prevedibile, il castello di carte costruito su quei prestiti spericolati è crollato, portando con sé una miriade di società finanziarie che si erano avventurate, con profitti straordinari, nella complessa galassia dei derivati. Bear Stearns, Freddie Mac, Fannie Mae, State Streets, Wells Fargo, il colosso assicurativo AIG, le banche internazionali Morgan Stanley, Citigroup e Merrill Lynch, in una parola l’intero sistema finanziario statunitense viene investito dal disastro dei subprime. Eppure, solo Lehman Brothers viene lasciata fallire dalle autorità statunitensi, che arrivano a spendere quasi 8.000 miliardi di dollari per salvare tutte le altre società coinvolte. Tutti salvi tranne la Lehman Brothers, perché? Tra le varie ipotesi c’è quella del “contagio strategico”: il colosso dei derivati sarebbe stato lasciato fallire strategicamente, per trasmettere alla finanza europea una crisi fino ad allora confinata negli Stati Uniti.
Il contagio si è effettivamente realizzato, in virtù delle profondissime connessioni emerse tra la Lehman Brothers ed alcuni nodi nevralgici del sistema finanziario europeo: dopo il più grande fallimento della storia statunitense, infatti, importanti banche anglosassoni, tedesche, francesi, olandesi e belghe entreranno in crisi a causa delle perdite inflitte dal crollo delle quotazioni dei derivati promossi anche in Europa dalla Lehman Brothers. Il salvataggio delle banche europee richiederà interventi pubblici per oltre 1.000 miliardi di euro (quando si tratta di difendere i propri interessi, i capitalisti non si mostrano troppo schizzinosi nei confronti dell’intervento pubblico in economia), costringendo i rispettivi governi ad uno sforzo finanziario che è il preludio della crisi del debito pubblico. In questo passaggio cruciale dal tracollo finanziario statunitense alla crisi europea fa la sua comparsa il nostro Luis de Guindos, che dal 2006 era il responsabile di Lehman Brothers per la Spagna e il Portogallo. Lo spagnolo non avrà certo ricoperto un ruolo fondamentale nelle vicende che abbiamo raccontato, ma il suo posizionamento è indicativo della sfera di interessi che rappresenta, e che si pongono tra l’altissima finanza – capace di veicolare l’instabilità finanziaria da un continente all’altro – e la grande speculazione edilizia: secondo uno schema identico a quello dei subprime statunitensi, si diffondono in Spagna in quegli anni mutui considerevoli privi di particolari garanzie che alimentano uno straordinario incremento dei prezzi degli immobili, una bolla speculativa che monta nel cuore dell’Europa mentre l’incendio divampa a Wall Street. Nel clamore del fallimento della Lehman Brothers rischiamo di perdere di vista il piccolo de Guindos, che ha la fortuna di essere assunto immediatamente dopo il crack come consulente dalla multinazionale Pricewaterhouse Coopers, proprio la società che si stava occupando della liquidazione del ramo europeo, con sede a Londra, della Lehman Brothers.
La storia continua in Spagna, dove nel 2011 Rajoy chiama de Guindos a ricoprire la carica di Ministro dell’Economia nel nuovo governo di centrodestra, che porterà avanti lo smantellamento dello stato sociale e la precarizzazione del mercato del lavoro, in piena continuità trasversale con i precedenti governi Aznar e Zapatero. Siamo in piena crisi del debito pubblico europeo con Grecia, Irlanda, Portogallo e Italia in balia della speculazione finanziaria e degli spread alle stelle. Dopo pochi mesi dall’insediamento del governo Rajoy la Spagna finisce nell’occhio del ciclone: esplode la bolla immobiliare e, scena già vista, il peso dei mutui nel portafoglio finanziario delle banche determina il crollo del sistema finanziario del paese coinvolgendo tre delle maggiori istituzioni creditizie di Spagna: Bankia, quella più esposta ai mutui immobiliari, NCG Banco e Catalunya Banc. In questa fase de Guindos svolge un ruolo fondamentale, perché tramite la sua regia si procede ad un salvataggio del sistema finanziario spagnolo attraverso il combinato disposto di aiuti europei e dell’intervento dei due giganti della finanza iberica, Caixa e Santander. Nel piano ideato da de Guindos la Spagna accetta un prestito di 100 miliardi di euro dalle istituzioni europee ed impiega quelle risorse per aiutare le banche più forti del sistema ad acquistare gli istituti travolti dalla bolla immobiliare. Si tratta di uno straordinario processo di centralizzazione del settore creditizio del paese condotto a tappe forzate dal governo sotto l’impulso ed il monitoraggio delle autorità europee. La centralizzazione è quel fenomeno per cui il capitale finanziario, inizialmente diffuso su una moltitudine di banche, tende a trasferirsi dalle unità periferiche al centro per effetto di un mutamento nei rapporti di forza: pochi grandi colossi finiscono così per spartirsi una torta prima contesa da tante banche minori. Il settore creditizio spagnolo si allontana così dai territori concentrandosi nelle mani di poche, potentissime, istituzioni finanziarie di respiro internazionale: chiudono più di 6.000 sportelli, spariscono decine di banche minori e viene letteralmente spazzato via, tra acquisti e fusioni, quel tessuto di casse di risparmio (le storiche cajas) che, pur tra mille contraddizioni, alimentava lo sviluppo locale.
Questa storica ristrutturazione del sistema finanziario spagnolo è una resa dei conti interna al capitalismo iberico in cui, approfittando della tempesta della crisi, i pesci grandi hanno divorato i piccoli, anche grazie alla rete dell’intervento europeo gettata da de Guindos. Gli aiuti europei, lungi dal tutelare la stabilità delle banche in crisi, sono serviti essenzialmente a favorirne l’assorbimento da parte dei grandi gruppi. La Spagna ne esce con un sistema bancario proiettato più sui mercati globali che non sull’economia reale del paese. Per de Guindos è un successo senza precedenti: le élite europee hanno trovato in Spagna un brillante interprete dei loro progetti di transizione da un’economia mista, appesantita dallo stato sociale e da un’invadente sfera pubblica, ad una moderna economia di mercato orientata al profitto della loro ristretta oligarchia.
Nel suo ruolo di alfiere del disegno europeo, de Guindos si distinguerà qualche anno dopo ai tavoli negoziali sulla crisi greca. Con la vittoria del No al referendum del 2015 sulle nuove misure lacrime e sangue richieste dalla troika, il popolo greco aveva costretto i governanti europei a discutere della rigida applicazione dell’austerità imposta al paese. Come riportato dall’allora Ministro dell’Economia greco, Varoufakis, il nostro de Guindos – nonostante la Spagna fosse a tutti gli effetti tra i paesi della periferia che stavano pagando il prezzo più alto per il rigore europeo – si dimostra in quell’occasione il più acerrimo oppositore di qualsiasi alternativa alla cieca austerità, ostacolando ogni possibile concessione alla Grecia. L’esito di quella trattativa è noto: le autorità europee decideranno di punire il popolo greco ed il suo No all’austerità imponendo al paese condizioni addirittura peggiori di quelle che erano state rifiutate con il referendum.
Sembra forse possibile, giunti a questo punto, capire quali siano le ragioni che hanno condotto de Guindos ai piani alti dell’Eurotower di Francoforte, da dove potrà controllare la stabilità finanziaria europea. Più arduo comprendere chi ancora si ostina a sognare un’Europa dei popoli senza rendersi conto che l’unica Europa che esiste è fatta di speculatori e banchieri.
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13/04/2016
Goldman Sachs patteggia sui “subprime”
di Michele Paris
Goldman Sachs e il Dipartimento di Giustizia di Washington hanno annunciato questa settimana il raggiungimento di un accordo per il pagamento di una sanzione di circa 5,1 miliardi di dollari a causa del comportamento fraudolento tenuto dal colosso bancario americano alla vigilia dell’esplosione della crisi finanziaria del 2008. Più che una punizione, tuttavia, si tratta appunto di un “accordo” tra le due parti che, nel concreto, risulterà decisamente meno gravoso di quanto appaia per una delle banche più coinvolte nella truffa dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti.
Goldman Sachs, secondo i termini dell’accordo, ha dovuto ammettere le proprie responsabilità nella vendita ai propri clienti – tra il 2005 e il 2007 – di prodotti finanziari legati a mutui non solvibili, per i quali la banca aveva proposto una “immagine falsa e fuorviante”.
Emblematico della condotta di Goldman Sachs è stato un episodio riportato da vari giornali negli USA e non solo. Un rapporto del 2006 che raccomandava agli investitori di acquistare titoli della banca Countrywide, i cui mutui problematici erano finiti nei prodotti finanziari di Goldman Sachs, era stato commentato in questo modo da un dipendente di quest’ultima: “se solo sapessero”.
Una speciale commissione era stata inoltre creata dalla stessa banca per valutare l’affidabilità dei titoli legati ai mutui da proporre ai clienti, ma tra il 2005 e il 2007 essa non ne aveva bocciato nemmeno uno. I vertici di Goldman Sachs sostengono ora che alla commissione erano state fornite solo informazioni parziali sui prodotti che avrebbero poi contribuito ad affondare l’intero sistema finanziario americano.
L’ammissione di colpa, prevedibilmente, non ha comunque portato né a misure punitive adeguate né, tantomeno, all’incriminazione di un solo dirigente di Goldman Sachs. I termini del patteggiamento rendono dunque risibili le dichiarazioni sull’esemplarità della sanzione rilasciate da vari esponenti del Dipartimento di Giustizia americano, come quelle del numero uno della divisione che si occupa delle cause civili, Benjamin Mizer. Secondo quest’ultimo, “l’accordo odierno è un altro esempio della determinazione del Dipartimento [di Giustizia] di mettere di fronte alle proprie responsabilità quanti, a causa della loro condotta illegale, hanno provocato la crisi finanziaria del 2008”.
Sulla carta, la sanzione “esemplare” imposta o, meglio, concordata e approvata da Goldman Sachs prevede il pagamento di 2,4 miliardi di dollari in sede civile, a cui vanno aggiunti 1,8 miliardi sotto forma di iniziative destinate a investitori e sottoscrittori di mutui penalizzati dalle pratiche della banca, ma anche a comunità negli Stati Uniti gravemente colpite dalla crisi immobiliare. 875 milioni, infine, dovrebbero coprire le richieste di danni avanzate da altre agenzie federali e statali.
Di per sé, le cifre in questione andrebbero a pesare solo in maniera relativamente minima sui profitti di Goldman Sachs. Per il Financial Times, i 5,1 miliardi di dollari totali sarebbero coperti dalla maggior parte degli utili registrati dalla banca solo nel terzo trimestre del 2015.
In realtà, solo una parte di questo importo verrà effettivamente pagato da Goldman Sachs. Come ha spiegato il fondatore dell’organizzazione Better Markets, che si batte per una più severa regolamentazione dell’industria finanziaria, le parti hanno “gonfiato enormemente l’importo della sanzione per scopi di propaganda”. Cioè, sostanzialmente, per “ingannare l’opinione pubblica, mentre i dettagli dell’accordo permetteranno a Goldman Sachs di risparmiare tra il 50% e il 75%” della cifra annunciata.
Il New York Times
ha scritto martedì che la banca “godrà di considerevoli concessioni” in
particolare nell’adottare le iniziative destinate ai consumatori
ingannati. Infatti, “in linea di massima, il denaro che Goldman spenderà
[a questo scopo] potrà essere detratto dal proprio carico fiscale”. Se
la banca dovesse ad esempio sborsare 2,5 miliardi per far fronte ai
problemi provocati da essa stessa agli investitori e l’aliquota teorica a
cui è soggetta sarà del 35%, vale a dire quella nominalmente prevista
per le corporation negli USA, potrà ottenere un credito fiscale pari a
875 milioni di dollari.
In definitiva, Goldman Sachs avrà di fatto la possibilità di pagare una cifra molto inferiore rispetto a quella che sembrerebbe essere stata fissata dall’accordo, a detta del Times non più di 4 miliardi. Tutte le condizioni che consentono un simile risparmio sono descritte in vari allegati che di solito accompagnano i patteggiamenti tra il Dipartimento di Giustizia e i grandi istituti finanziari.
Le stesse banche che negli anni scorsi sono state colpite da sanzioni hanno beneficiato di “sconti” vari, prevalentemente sotto forma di crediti d’imposta. Goldman Sachs, però, sembra essere riuscita a spuntare condizioni migliori rispetto ad altre, con ogni probabilità grazie a legali più capaci o con legami più importanti all’interno del governo.
Goldman Sachs, ad esempio, ha ottenuto un credito d’imposta di 1,5 dollari per ogni dollaro di debito cancellato entro i primi sei mesi dalla firma dell’accordo, mentre JPMorgan Chase nel 2013 dovette accontentarsi di 1,15 dollari.
Un anonimo esponente del Dipartimento di Giustizia ha spiegato sempre al New York Times che Goldman Sachs ha avuto questo trattamento di favore per avere accettato di impegnarsi in “attività incoraggiate dal governo, come il finanziamento di abitazioni destinate ai redditi più bassi o il sostegno ad aree colpite da calamità naturali”. La stessa fonte ha però anche ammesso che i termini dell’accordo sono stati in larga misura il risultato delle trattative tra la banca e il governo, ovvero della capacità della prima di convincere quest’ultimo a non imporre misure eccessivamente gravose.
Quello con Goldman Sachs è il quinto patteggiamento raggiunto dal Dipartimento di Giustizia dal 2012, quando il presidente Obama creò una commissione (“Residential Mortgage-Backed Securities Working Group”) incaricata precisamente di far luce sulla condotta delle grandi banche di Wall Street responsabili del disastro finanziario scoppiato nel 2008.
L’amministrazione Obama ha in realtà fatto di tutto da allora per salvare gli istituti e i loro vertici dalle conseguenze legali di pratiche criminali descritte qualche anno fa nel dettaglio e con toni molto duri anche da una commissione di indagine del Senato. Le iniziative prese dal governo di Washington servono e sono servite più che altro a placare l’avversione popolare nei confronti degli istituti finanziari.
Oltre a Goldman Sachs, hanno già patteggiato sanzioni con il Dipartimento di Giustizia per gli abusi legati ai “subprime” anche JPMorgan Chase (13 miliardi di dollari), Bank of America (16,6 miliardi), Citibank (7 miliardi) e Morgan Stanley (3,2 miliardi). In questi e altri casi, relativi a crimini finanziari di diversa natura, le ammende sono state concordate con i colpevoli e gli importi dichiarati sono sempre risultati di molto superiori a quelli effettivamente pagati o da pagare.
Quella
finanziaria è d’altra parte una delle industrie che ha la maggiore
influenza sulla politica americana e, di conseguenza, sulle agenzie di
regolamentazione del settore in cui operano. Le dimensioni raggiunte
dalle principali banche, come ammise qualche anno fa l’allora ministro
della Giustizia, Eric Holder, le rende inoltre agli occhi del governo e
del Congresso “too big to fail” – troppo grandi per fallire – così che i
provvedimenti nei loro confronti non possono in nessun modo
comprometterne la stabilità.
Le sanzioni modeste – in relazione ai loro profitti – che sono chiamate a pagare, per lo meno quando viene scongiurata la totale impunità, cioè nella maggior parte dei casi, corrispondono così sostanzialmente a una sorta di tassa da corrispondere di quando in quando per poter continuare a fare affari (enormi) senza preoccuparsi delle regole o della sorte di decine di milioni di persone.
Fonte
Goldman Sachs e il Dipartimento di Giustizia di Washington hanno annunciato questa settimana il raggiungimento di un accordo per il pagamento di una sanzione di circa 5,1 miliardi di dollari a causa del comportamento fraudolento tenuto dal colosso bancario americano alla vigilia dell’esplosione della crisi finanziaria del 2008. Più che una punizione, tuttavia, si tratta appunto di un “accordo” tra le due parti che, nel concreto, risulterà decisamente meno gravoso di quanto appaia per una delle banche più coinvolte nella truffa dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti.
Goldman Sachs, secondo i termini dell’accordo, ha dovuto ammettere le proprie responsabilità nella vendita ai propri clienti – tra il 2005 e il 2007 – di prodotti finanziari legati a mutui non solvibili, per i quali la banca aveva proposto una “immagine falsa e fuorviante”.
Emblematico della condotta di Goldman Sachs è stato un episodio riportato da vari giornali negli USA e non solo. Un rapporto del 2006 che raccomandava agli investitori di acquistare titoli della banca Countrywide, i cui mutui problematici erano finiti nei prodotti finanziari di Goldman Sachs, era stato commentato in questo modo da un dipendente di quest’ultima: “se solo sapessero”.
Una speciale commissione era stata inoltre creata dalla stessa banca per valutare l’affidabilità dei titoli legati ai mutui da proporre ai clienti, ma tra il 2005 e il 2007 essa non ne aveva bocciato nemmeno uno. I vertici di Goldman Sachs sostengono ora che alla commissione erano state fornite solo informazioni parziali sui prodotti che avrebbero poi contribuito ad affondare l’intero sistema finanziario americano.
L’ammissione di colpa, prevedibilmente, non ha comunque portato né a misure punitive adeguate né, tantomeno, all’incriminazione di un solo dirigente di Goldman Sachs. I termini del patteggiamento rendono dunque risibili le dichiarazioni sull’esemplarità della sanzione rilasciate da vari esponenti del Dipartimento di Giustizia americano, come quelle del numero uno della divisione che si occupa delle cause civili, Benjamin Mizer. Secondo quest’ultimo, “l’accordo odierno è un altro esempio della determinazione del Dipartimento [di Giustizia] di mettere di fronte alle proprie responsabilità quanti, a causa della loro condotta illegale, hanno provocato la crisi finanziaria del 2008”.
Sulla carta, la sanzione “esemplare” imposta o, meglio, concordata e approvata da Goldman Sachs prevede il pagamento di 2,4 miliardi di dollari in sede civile, a cui vanno aggiunti 1,8 miliardi sotto forma di iniziative destinate a investitori e sottoscrittori di mutui penalizzati dalle pratiche della banca, ma anche a comunità negli Stati Uniti gravemente colpite dalla crisi immobiliare. 875 milioni, infine, dovrebbero coprire le richieste di danni avanzate da altre agenzie federali e statali.
Di per sé, le cifre in questione andrebbero a pesare solo in maniera relativamente minima sui profitti di Goldman Sachs. Per il Financial Times, i 5,1 miliardi di dollari totali sarebbero coperti dalla maggior parte degli utili registrati dalla banca solo nel terzo trimestre del 2015.
In realtà, solo una parte di questo importo verrà effettivamente pagato da Goldman Sachs. Come ha spiegato il fondatore dell’organizzazione Better Markets, che si batte per una più severa regolamentazione dell’industria finanziaria, le parti hanno “gonfiato enormemente l’importo della sanzione per scopi di propaganda”. Cioè, sostanzialmente, per “ingannare l’opinione pubblica, mentre i dettagli dell’accordo permetteranno a Goldman Sachs di risparmiare tra il 50% e il 75%” della cifra annunciata.
In definitiva, Goldman Sachs avrà di fatto la possibilità di pagare una cifra molto inferiore rispetto a quella che sembrerebbe essere stata fissata dall’accordo, a detta del Times non più di 4 miliardi. Tutte le condizioni che consentono un simile risparmio sono descritte in vari allegati che di solito accompagnano i patteggiamenti tra il Dipartimento di Giustizia e i grandi istituti finanziari.
Le stesse banche che negli anni scorsi sono state colpite da sanzioni hanno beneficiato di “sconti” vari, prevalentemente sotto forma di crediti d’imposta. Goldman Sachs, però, sembra essere riuscita a spuntare condizioni migliori rispetto ad altre, con ogni probabilità grazie a legali più capaci o con legami più importanti all’interno del governo.
Goldman Sachs, ad esempio, ha ottenuto un credito d’imposta di 1,5 dollari per ogni dollaro di debito cancellato entro i primi sei mesi dalla firma dell’accordo, mentre JPMorgan Chase nel 2013 dovette accontentarsi di 1,15 dollari.
Un anonimo esponente del Dipartimento di Giustizia ha spiegato sempre al New York Times che Goldman Sachs ha avuto questo trattamento di favore per avere accettato di impegnarsi in “attività incoraggiate dal governo, come il finanziamento di abitazioni destinate ai redditi più bassi o il sostegno ad aree colpite da calamità naturali”. La stessa fonte ha però anche ammesso che i termini dell’accordo sono stati in larga misura il risultato delle trattative tra la banca e il governo, ovvero della capacità della prima di convincere quest’ultimo a non imporre misure eccessivamente gravose.
Quello con Goldman Sachs è il quinto patteggiamento raggiunto dal Dipartimento di Giustizia dal 2012, quando il presidente Obama creò una commissione (“Residential Mortgage-Backed Securities Working Group”) incaricata precisamente di far luce sulla condotta delle grandi banche di Wall Street responsabili del disastro finanziario scoppiato nel 2008.
L’amministrazione Obama ha in realtà fatto di tutto da allora per salvare gli istituti e i loro vertici dalle conseguenze legali di pratiche criminali descritte qualche anno fa nel dettaglio e con toni molto duri anche da una commissione di indagine del Senato. Le iniziative prese dal governo di Washington servono e sono servite più che altro a placare l’avversione popolare nei confronti degli istituti finanziari.
Oltre a Goldman Sachs, hanno già patteggiato sanzioni con il Dipartimento di Giustizia per gli abusi legati ai “subprime” anche JPMorgan Chase (13 miliardi di dollari), Bank of America (16,6 miliardi), Citibank (7 miliardi) e Morgan Stanley (3,2 miliardi). In questi e altri casi, relativi a crimini finanziari di diversa natura, le ammende sono state concordate con i colpevoli e gli importi dichiarati sono sempre risultati di molto superiori a quelli effettivamente pagati o da pagare.
Le sanzioni modeste – in relazione ai loro profitti – che sono chiamate a pagare, per lo meno quando viene scongiurata la totale impunità, cioè nella maggior parte dei casi, corrispondono così sostanzialmente a una sorta di tassa da corrispondere di quando in quando per poter continuare a fare affari (enormi) senza preoccuparsi delle regole o della sorte di decine di milioni di persone.
Fonte
21/07/2015
Il debito è diventato il motore del mondo
Mentre tutti parlano della crescita prossima ventura, che immancabilmente dovrà arrivare come conseguenza della “sistemazione dei conti pubblici”, almeno qui in Europa. Mentre si sbrana la Grecia privandola platealmente della possibilità di darsi un governo liberamente scelto (o meglio: della possibilità che qualsiasi governo possa attuare una politica economica liberamente scelta)... Il rapporto McKinsey sull'andamento del debito globale ci descrive una realtà completamente diversa.
Precisiamo che non si tratta di un'organizzazione sovversiva, ma di una multinazionale della consulenza finanziaria, con più di 9.000 consulenti, presente in più di 60 paesi, circa 2.000 ricercatori e professionisti dell'informazione. E che ha sfornato in febbraio, dopo cinque anni, un secondo rapporto sull'andamento del debito globale.
Un'altra precisazione iniziale è fondamentale: il debito esistente non è soltanto pubblico, ovvero degli Stati spendaccioni e frivoli. Anzi, esistono ben quattro categorie ufficiali di debito: familiare, societario, statale e finanziario. Prima scoperta: quello degli Stati era la parte più piccola nel 2007, al momento della crisi finanziaria globale accesa dall'esplosione dei mutui subprime statunitensi. In quel momento, infatti, il debito pubblico globale assommava a 33.000 miliardi di dollari, tanti quanti il debito delle famiglie e meno del debito societario (38.000 miliardi) e finanziario (37.000).
Con la necessità di “salvare le banche”, esposte in modo folle verso tutti i “prodotti finanziari derivati” – creature dal contenuto misterioso e liberamente scambiati su mercati “non regolamentati” (over the counter) – il debito degli Stati è salito molto più rapidamente della altre tre categorie. Per la precisione, del 9,3% l'anno nel periodo 2007-2014. Il grafico di McKinsey lo illustra con chiarezza:
Ci sembrano da sottolineare due cose: nel periodo precedente l'inizio della crisi (2000-07) la situazione era esattamente rovesciata. Il debito finanziario cresceva annualmente del 9,4%, mentre quello pubblico del 5,8; dopo di che quello finanziario è crollato a un ritmo di crescita del 2,8%. Nonostante ovunque, nei sistemi capitalistici occidentali, Giappone compreso, si sia corso a tagliare la spesa pubblica “improduttiva” (stipendi pubblici, pensioni, sanità, assistenza, istruzione, ecc), il debito pubblico è cresciuto rapidamente per compensare le voragini aperte dal moral hazard finanziario.
Se ne potrebbe già qui dedurre che non si taglia affatto la spesa per ridurre il debito pubblico perché così l'economia funziona meglio, ma solo per sostenere il più possibile le esigenze dei mercati finanziari.
Ma è solo uno dei punti rilevanti.
Nello stesso periodo post-crisi tutte le voci del debito globale sono comunque aumentate, fino a passare dal 246 al 286% del prodotto interno lordo del pianeta. Quasi il triplo della ricchezza che viene prodotta, quindi. In termini assoluti, il debito è cresciuto di 57.000 miliardi di dollari, quasi quanto il Pil mondiale annuale. La conseguenza sembra evidente: il pianeta, pur tra grandi differenze di competitività e redditività degli investimenti, nel corso di questi anni ha attraversato la recessione e poi recuperato un filo di crescita economica solo perché tutti i soggetti rilevanti hanno continuato ad indebitarsi. Anzi, hanno accelerato questa dinamica.
Gli editorialisti della stampa mainstream non mancano di tranquillizzarci: “una volta partita la ripresa in modo solido, si potrà ridurre il debito complessivo”. Ovvero ridurre la leva finanziaria abnorme che sostiene questa precaria instabilità. Il deleveraging, insomma, dopo gli eccessi degli anni scorsi.
Peccato – davvero peccato – che fin dall'inizio il rapporto McKinsey avverta: “Nel nostro primo rapporto, pubblicato nel gennaio 2010, abbiamo esaminato la crescita del debito nelle dieci economie più grandi del mondo, e abbiamo identificato 45 episodi storici di deleveraging a partire dal 1930. Abbiamo scoperto che gli episodi di deleveraging durano 5-7 anni, e sono accompagnati da bassa o negativa crescita economica, una scoperta che è stata ora resa dolorosamente evidente”.
Ogni tentativo di riduzione del debito complessivo (imprese, famiglie, Stati, finanza) si traduce sempre in indebolimento della crescita economica. Si può dire in altro modo, forse più chiaro: la crescita esiste se aumenta il debito complessivo, altrimenti non si regge sulle gambe.
Anche la distribuzione del debito tra i vari paesi risulta abbastanza sorprendente. Tra i paesi che presentano il maggiore indebitamento complessivo troviamo non solo la povera Grecia, ma soprattutto paesi Piigs considerati ”virtuosissimi”, perché i loro governi hanno obbedito in tutto ai diktat della Troika: Irlanda, Portogallo, Spagna. Ma anche Singapore e Cina, che certo non consideriamo tra quelli “cicale”; oppure Olanda, Francia, Finlandia, Belgio, che sono stati in prima fila nel waterboarding mentale nei confronti del governo greco.
In particolare Irlanda e Spagna risultano in testa alla lista degli stati che hanno dovuto far volare il debito pubblico per coprire i buchi delle banche: e se non sorprende che nella lista ci siano gli Stati Uniti e l'Australia, certo fa scalpore trovarci Germania e Austria, campioni del rigorismo in casa altrui.
Basta guarda i paesi che presentano il segno “meno” nell'ultima colonna, che riporta il mutamento percentuale del peso del debito finanziario.
Una molla potente per l'esplosione del debito complessivo è venuta dai numerosi quantitative easing delle principali banche centrali (Usa, Gran Bretagna, Giappone, Bce). Pensati per garantire liquidità a un sistema che andava bloccandosi sotto il peso di crediti (debiti, visti dal lato opposto) diventati inesigibili, sono andati talmente avanti da produrre un fenomeno speculativo particolare: il costo del denaro è stato azzerato e quindi tutti i vari soggetti economici (stati, famiglie, finanza, imprese) si sono indebitati più facilmente – chi per alimentare i consumi, chi per concretizzare investimenti, chi per fare un po' di speculazione supplementare.
Si dice: in questo modo si è impedito all'economia globale di collassare quando, nel 2008, il fallimento della Lehmann Brothers – e quello evitato per un soffio a forza di soldi pubblici di numerose altre – aveva azzerato l'emissione di prestiti e quindi congelato grossa parte delle attività economiche “reali”.
Vero. Ma al prezzo di ingigantire la massa di debito non restituibile. Le operazioni di salvataggio, fu scritto allora, hanno semplicemente scaricato sugli Stati le “sofferenze” in carico al sistema finanziario e le emissioni di liquidità hanno reso possibile la ripresa di tutte le dinamiche speculative peggiori, senza fare nessuna pulizia nel sistema. Non è del resto più possibile, perché gli Stati hanno ormai un'influenza marginale sui mercati finanziari globali (anche quelli più forti, come Stati Uniti e Cina). Soprattutto su quelli over the counter, fuori da ogni regolazione, dove gli scambi raggiungevano – prima dell'inizio della crisi – la folle cifra di 650.000 miliardi di dollari, ossia 10 volte il Pil mondiale. Mercati che stampano autonomamente denaro mediante la creazione di “prodotti finanziari derivati” – letteralmente: pezzi di carta – che hanno come pseudo-garanzia... il debito altrui.
Il capitalismo contemporaneo ha reso il debito un prodotto scambiabile, qualcosa che ha un prezzo e ovviamente un rischio. Esiste da decenni addirittura un settore di mercato dedicato alle “assicurazioni” contro il fallimento degli Stati (i credit default swap). Un mercato che esiste solo fin quando uno Stato non fallisce davvero, perché nessuno è in grado di ripagare i creditori di uno Stato di dimensioni medio-grandi.
Il meccanismo è ormai completamente istituzionalizzato. Dunque vanno esorcizzati i fallimenti per tenere in piedi la baracca – e il business – del debito. Lo si vede con la povera Grecia. Non si può tagliare (ossia annullare) buona parte dei suoi debiti, al massimo si possono congelarli e contemporaneamente aumentarli con nuovi prestiti (semplice liquidità “garantita” da altri soggetti). Perché altrimenti si aprirebbero buchi consistenti nei bilanci dei creditori. Buchi reali, da riempire in qualche modo, in tempi stretti.
Si spazza il debito non ripagabile sotto il tappeto. Ma il cumulo aumenta di giorno in giorno. E alla fine, per un motivo qualsiasi, per un evento che giungerà come sempre “inatteso”, esploderà una delle tante “bolle” sistemiche che metterà in pericolo una economia globale che cresce già ora – e da molti anni – solo grazie all'aumento del debito.
Con una sottolineatura finale decisiva: una crescita (quando c'è) sempre più lenta a fronte di un debito sempre più veloce. Dite voi quanto può durare...
Fonte
07/09/2014
Crisi e dintorni – Lehman Brothers, l’estate della Grande Peste
È notte. Il capo della quarta banca degli Stati Uniti giunge in elicottero sul tetto del grattacielo che ospita la direzione generale. Sceso nella stanza riunione, di fronte al rischio della bancarotta imminente, chiede ai “suoi” giovani matematici finanziari di spiegargli, “come lo spieghereste a un bambino piccolo, o a un golden retriver”, cosa sta succedendo. La scena è tratta da Margin Call, film del 2011 in cui viene ricostruita in pura fantasia l’ultima notte di una banca (la Lehman Brothers, fallita veramente il 15 settembre del 2008). Il gran capo del film si chiama John Tuld, quasi come il leader della Lehman, Richard Fuld, soprannominato “Il gorilla” (si veda anche il libro Quasi un romanzo di Leonardo Martinelli).
Spiegalo a un bambino
Spiegata a un “bambino piccolo” la storia della Grande crisi, la più grande di sempre, scoppiata nel 2008, è questa: la prolungata stagnazione dell’economia Usa ha prodotto nel corso degli anni 2000 un boom senza precedenti dell’economia di carta, della finanza. Questa si è servita, in particolare, di strumenti come i mutui subprime, venduti a debitori senza solide garanzie o redditi consistenti, contando sulla crescita costante dei valori immobiliari. A causa della stagnazione economica e degli alti tassi di interesse, però, quei debitori non ce l’hanno fatta a pagare quei mutui, le banche hanno iniziato a non riscuotere i loro crediti, i titoli in cui quei crediti erano stati impacchettati e riassicurati sono precipitati e tutto il castello di carta finanziario è venuto giù travolgendo gli Usa e il mondo intero. Con conseguenze, come vedremo, disastrose.
Questa filastrocca, però, la sera del 15 settembre 2008, Richard Fuld la conosceva bene. E con lui la conoscevano tutti i protagonisti della storia. Che non è finita nel 2009, come annunciato, con troppa improvvisazione, dall’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke. Non è finita nemmeno nel 2011 e, come dimostrano i dati sul Pil di tutta Europa, non finirà domani mattina.
Fuld conosceva la verità perché la crisi era stata annunciata molto chiaramente già a inizio del 2007. L’8 marzo, Donald Tomnitz, amministratore della D.R. Horton, la prima società immobiliare degli Usa dichiara: “Non voglio metterla sul difficile ma il 2007 sarà uno schifo, ogni singolo mese dell’anno”. La svizzera Ubs, nel mese di maggio, chiude il mercato dei subprime negli Usa. Il 3 maggio al Senato viene presentato il primo piano di aiuti per i proprietari di case che rischiano il pignoramento.
La storia, dunque, comincia prima che Bear Stearns, il 17 luglio, dichiari falliti i due hedge funds che investono in mutui. Prima delle difficoltà europee dichiarate dalla francese Bnp o dalla britannica Northern Rock. Prima dell’anno fatidico, il 2008, in cui succederà di tutto. Anche l’inimmaginabile.
Torniamo alle scene dal vivo. Stavolta ci assiste il film Too big to fail, “Troppo grande per fallire”, diretto da Curtis Hanson. Richard Fuld, nel film (in questo caso con il suo vero nome e interpretato da James Woods), fa di tutto per evitare il fallimento della Lehman Brothers. Accusa il governo del presidente Bush jr., e il Segretario al Tesoro, Henry Paulson, di trattarlo “come un trafficante di droga” e, spavaldo, di fronte ai dati di borsa che spingono sempre più giù una banca da 600 miliardi di crediti immobiliari inesigibili, grida: “Le tempeste passano sempre”. Quindi passerà anche questa.
La tempesta che non passa
Pensava di essersela cavata il 4 agosto del 2008 con il licenziamento del presidente della banca ma nel luglio di quell’anno il governo era stato costretto a correre in salvo di due istituti con un nome da cartone animato: Freddie Mac e Fannie Mae. Si tratta dei due colossi del credito ipotecario che gestiscono il 55% dei mutui americani. La seconda, guarda caso, fu fondata nel 1938 da Franklin Delano Roosvelt durante la Grande depressione proprio per garantire l’acquisto di immobili a un largo pubblico. Il governo è costretto a nazionalizzarle dimostrando di voler intervenire. Ma la bolla scoppierà lo stesso in faccia alla Lehman Brothers i cui dipendenti, il 15 settembre, vengono immortalati dai fotografi di mezzo mondo, mentre abbandonano la propria sede con gli scatoloni in mano e nessuna liquidazione in tasca. Paulson e l’amministrazione Bush lasciano affondare la quarta banca del Paese – c’è chi scriverà che Paulson, avendo diretto la rivale Goldman Sachs, ha deciso di fare un favore alla “sua” società – per mostrare il volto “duro” del governo. Interverranno di lì a poco, però, per strutture ben più potenti, “troppo grandi per fallire”. Come nel caso dell’American International Group. L’Aig è un colosso assicurativo a cui tutte le banche e gli istituti finanziari zeppi di mutui subprime e di altri derivati si sono rivolti nel tempo per riassicurarsi e liberarsi così da ogni pericolo. È la cassaforte dei titoli tossici, una grande latrina il cui fallimento preoccupa anche la Cina e la Russia. Il governo deve intervenire. E lo farà, con un piano da 85 miliardi di dollari iniettati nelle casse dell’Aig che, così, diventa di Stato.
Il salvataggio dell’Aig, il primo di una lunga serie, non basta a riparare i danni. Mentre la Lehman fallisce la Merryl Linch viene rilevata dalla Bank of America (con il conseguente taglio di 35 mila posti di lavoro) e la Goldman Sachs annuncia il calo dei profitti del 70%.
Il 15 settembre l’indice Dow Jones perde 504 punti. I fallimenti si susseguono, le banche centrali di tutto il mondo mettono a disposizione del sistema 180 miliardi di dollari nel sistema bancario. Vengono bandite le vendite allo scoperto delle società finanziarie. Il tasso di disoccupazione negli Usa balza dal 4,7% del 2007 al 6,1% un anno dopo. Per utilizzare ancora le parole di Tuld-Fuld nel film Margin Call, “la musica sta per fermarsi. E a noi resterà la più grossa quantità di escrementi puzzolenti mai messi insieme nella storia del capitalismo”.
A cercare di far ingoiare quegli escrementi ai contribuenti mondiali saranno i governi degli Usa e della Ue, in primo luogo, che d’ora in avanti cercheranno di trovare gli strumenti per un salvataggio mai operato prima. È ancora Henry Paulson, insieme al presidente della Fed, Bernanke, a varare il Tarp, il Trouble Asset Relief Program. Con i suoi 700 miliardi di dollari di denaro pubblico è il più grande intervento statale di sempre che mira a rifinanziare le banche in modo da mantenere viva l’erogazione del credito. Mentre in Europa Olanda, Belgio e Lussemburgo sono costretti a intervenire a sostegno del colosso assicurativo Fortis, negli Usa il Congresso, soprattutto per la contrarietà dei Repubblicani, boccia il piano Tarp.
Sui mercati finanziari è il panico. L’indice di Wall Street crolla in un giorno di 777 punti, il massimo nella sua storia. Crolla anche la borsa di Londra e i tassi interbancari, quelli con cui le banche si prestano i soldi tra di loro, schizzano alle stelle. Di fronte alla catastrofe imminente, il Congresso Usa approverà il 2 ottobre il piano da 700 miliardi di dollari.
Una massa di escrementi
In Europa, nel frattempo, si brancola nel buio. I governi si muovono come tanti topolini chiusi in scatola, incapaci di misure drastiche come quella presa dagli Stati Uniti. I quali avranno garantito la ripresa degli utili e degli affari della loro banche private ma si sono fatti carico, anche grazie a una Banca centrale attiva, della crisi. In Europa, invece, solo la Francia – governata da Nicolas Sarkozy e che vede all’Economia l’attuale presidente del Fmi Christine Lagarde – chiede politiche comuni. Respinte puntualmente dalla Germania.
Il 7 ottobre crollano le azioni bancarie, l’8 ottobre i prezzi delle materie prime. Il 9 ottobre il Dow Jones scende ancora di 7 punti percentuali mentre il 10 ottobre i mercati azionari mondiali crollano del 20%. L’11 ottobre i governi europei decidono di presentare un piano di salvataggio da 1800 miliardi di euro ma è sulla carta. Da qui in avanti, però, la Bce si muove per garantire iniezioni di liquidità. Gli Usa, invece, sembrano non avere più freni. Il 13 ottobre viene annunciato un nuovo piano da 250 miliardi di dollari di cui la metà, 125, andranno alle prime nove banche del paese in cambio di azioni privilegiati senza diritto di voto remunerate al 5%. La caduta delle borse, però, non si arresta. Il 15 ottobre è un’altra giornata nera per tutti i mercati azionari. Fed e Bce avviano una progressiva e significativa riduzione dei tassi di interesse. L’obiettivo, a questo punto, è quello di stabilizzare il sistema bancario preso d’assalto dallo sfarinamento dei titoli tossici. Si riducono i tassi di interesse per facilitare l’approvvigionamento delle banche e garantire liquidità al sistema industriale. Si pompano risorse pubbliche tramite i circuiti privati nella speranza di poter ripristinare un sistema che sembra stia per spegnersi. Dopo le banche, infatti, si intravedono i segni di una recessione generalizzata che colpisce l’economia reale, già stagnante negli anni precedenti la crisi.
Arriva la recessione
Una mano la darà la Cina, che il 6 novembre, vara un piano da 586 miliardi di dollari di stimoli all’economia. Il 12 novembre si svolge il vertice del G20. Qualche giorno dopo la Ue stanzia 200 miliardi di aiuti all’economia e pacchetti di aiuti vengono varati da quasi tutti i singoli paesi. Prosegue anche il processo di riduzione dei tassi di interesse. Qualcosa si muove e il 29 ottobre, per la prima volta, si realizza un significativo rimbalzo in borsa con il Dow Jones che recupera 900 punti. Ma è solo un bagliore. La crisi è appena cominciata. L’Eurozona entra ufficialmente in recessione il 14 novembre; a dicembre gli Usa segnalano che la disoccupazione è salita ancora al 6,7% ed entrano anch’essi ufficialmente in recessione. Il 3 dicembre le tre case automobilistiche chiedono un prestito di emergenza da 34 miliardi di dollari. Nel corso dell’anno l’indice borsistico di Londra ha perso il 31%, quello tedesco il 40 e quello francese il 42,7%. L’indice Dow Jones è sprofondato del 51%.
La crisi è esplosa per il boom della finanza a debito come antidoto alla stagnazione dell’economia. Visti i bassi utili prodotti da una produzione che arranca da decenni – si vedano le analisi del Nobel Paul Krugman – l’economia è stata trainata dalla bolla finanziaria e dai consumi attivati da questa. Gli attivi finanziari del 2007, ad esempio, superavano di quattro volte il Pil mondiale (240 mila miliardi contro 60 mila). Nel 2008 i capitali gestiti da fondi di investimento e compagnie finanziarie, ammontavano a 60 mila miliardi di dollari, 600 volte di più che nel 1990.
Quando il castello è venuto giù, il re è rimasto nudo. E lo dimostra quello che è accaduto in seguito. Il professor Luciano Gallino stima in 20mila miliardi di dollari (un terzo del Pil mondiale) l’intervento pubblico complessivo operato per salvare il sistema finanziario mondiale, 4mila miliardi di euro sono stati stanziati nei Paesi europei. A distanza di sette anni dallo scoppio della crisi, però, solo la borsa di New York ha recuperato i valori del 2007. Cosa che non hanno fatto la borsa di Londra, quella italiana o quella tedesca. Il supporto alle banche, invece, ha garantito a queste ultime di salvarsi dalla crisi. Non tutte, però. Il numero delle grandi banche mondiali, infatti, è sceso da 90 a 61 con una serie di fusioni tutte difensive – fatte scambiando azioni contro azioni – che ha ridotto le grandi banche Usa di 16 unità e quelle europee di 10. Ma grazie agli aiuti e a una gigantesca riduzione del costo del denaro gli utili negli Usa sono saliti dal 12 al 17% anche se i titoli “dubbi” detenuti dalle banche statunitensi ammontano al 48% contro il 9% della Ue. Gli utili europei, invece, sono passati dal 26% di prima della crisi al 4,2% del 2013 (dati Mediobanca). Comunque in territorio positivo, considerando i grandi problemi di ricapitalizzazione, i nuovi meccanismi di vigilanza, la recessione e tutto il resto.
Quel che resta della crisi
L’impatto di questa operazione, però, si è scaricato sull’andamento, opposto, dei Pil e dei debiti pubblici. Gli Stati Uniti hanno visto salire il loro Pil dell’8,8% in sette anni ma il loro debito pubblico è raddoppiato passato dal 64 al 105% del Pil (Fmi). Boom del debito anche per la Francia (dal 64 al 95%) che ha visto il Pil crescere solo dell’1,7%. Mentre la Germania ha fatto meglio con un Pil in crescita del 5,9% e un debito salito dal 65 al 74%. L’Italia può consolarsi solo perché viene prima della Grecia: il debito è cresciuto dal 103 al 134% e il Pil è sceso del 7% (in Grecia, a un debito cresciuto dal 107 al 174% corrisponde un Pil in ribasso del 23%). Lo squilibrio di una crisi che si è preoccupata solo di curare il bubbone finanziario senza aver mai degnato di uno sguardo l’economia reale si riflette nell’andamento dei tassi di disoccupazione. Tra il 2007 e il 2013 i senza lavoro in Italia sono passati dal 6,2 al 12,4%; crescita più contenuta in Francia, passata dall’8 al 9,9% e in Gran Bretagna, dal 5,3 al 7,8%. Peggio negli Usa con i senza lavoro cresciuti dal 4,7 al 7,5% mentre la Germania è andata controcorrente: il tasso di disoccupazione nel 2007 era dell’8,7%, nel 2013 era al 5,4% (dati Ocse).
A sette anni di distanza, il refrain preferito dai vari governanti è che dalla recessione prima o poi usciremo così come dopo l’inverno viene la primavera. In realtà, l’economia mondiale, a eccezione dei paesi asiatici e/o emergenti, che era già in una fase di stagnazione con punte massime di crescita del 2%, è ancora là. Ma, a differenza di allora, porta sulle spalle il peso enorme dei salvataggi finanziari continuando a restare senza ossigeno. Nel frattempo, i vari Richard Fuld sono tutti a piede libero. Della più grande crisi dopo quella del ‘29, l’unico a essere finito in carcere e il truffatore Bernard Madoff.
Un po’ poco.
Fonte
16/07/2014
Un altro Lazzaro dei subprime
di Carlo Musilli
Il mostro dei mutui subprime genera l'ennesimo patteggiamento. Citigroup ammette le proprie colpe nella più grave truffa del nuovo millennio e per archiviare le accuse accetta di pagare sette miliardi di dollari in tutto: una multa da 4,5 (di cui quattro al dipartimento di Giustizia degli Usa e 0,5 alle altre autorità coinvolte), più altri 2,5 in rimborsi ai clienti.
Alla luce di questo accordo, il colosso bancario statunitense archivia il secondo trimestre con oneri straordinari per circa 3,8 miliardi di dollari, al lordo delle tasse. Fra aprile e giugno l'utile netto di Citigroup scende così del 96% su base annua, a quota 181 milioni. Tuttavia, l'utile adjusted della Banca - ovvero al netto degli oneri straordinari - sale da 3,89 a 3,93 miliardi di dollari, battendo le stime degli analisti. I profitti per azione arrivano a 1,24 dollari, appena sotto gli 1,25 dollari registrati nel terzo trimestre 2013 e molto più degli 1,05 dollari attesi dal mercato.
"L'intesa annunciata oggi - ha commentato Michael Corbat, amministratore delegato della Banca - risolve tutte le indagini civili in corso legate alla sottoscrizione, strutturazione ed emissione di Rmbs e Cdo", rispettivamente i Residential mortgage-backed security, titoli garantiti da mutui residenziali, e le Collateralized debt obligation, pacchetti di prodotti derivati sempre garantiti dai subprime. "Riteniamo che questo accordo sia nel migliore interesse degli azionisti - ha chiosato l'ad - e che ci consenta di andare oltre, concentrandosi sul futuro e non sul passato".
Rimane da capire se l'intesa raggiunta sia anche "nel migliore interesse" dei cittadini americani truffati, molti dei quali con la crisi del 2008 hanno perso tutto e ancora oggi faticano davvero a "concentrarsi sul futuro", mentre le banche sono già da tempo tornate a macinare utili. Certo è che se un istituto accetta di pagare multe e risarcimenti, lo fa nella consapevolezza che la somma pattuita è largamente inferiore a quella che avrebbe meritato di sborsare (all'inizio Citigroup aveva offerto appena 363 milioni e il dipartimento di Giustizia aveva risposto chiedendo 12 miliardi). Il patteggiamento fa sempre comodo a chi è nel torto e non rende mai piena giustizia alle vittime, ma è solo questa la strada che l'amministrazione Obama ha deciso di percorrere per ripulire la macchia vergognosa dei subprime. Sembra che il Tribunale non sia un'opzione disponibile.
Eppure il materiale non sarebbe mancato, visto che lo schema della truffa è noto ormai da anni. I piani da analizzare sono due. Il primo è quello della vita reale, in cui le banche americane spingevano i loro clienti a usare le case come bancomat, accendendo mutui immobiliari in serie.
A
ogni prestito che ottenevano (bastava chiedere), i debitori
estinguevano il mutuo precedente e, avendo ottenuto dagli istituti un
importo superiore (perché nel frattempo il prezzo delle case era
salito), intascavano la differenza. Appena i prezzi delle case hanno
smesso di crescere, naturalmente, il giochino non ha più funzionato.
Milioni di americani si sono ritrovati con debiti impossibili da
ripagare e sono stati sfrattati.
Il secondo piano è quello assai più complicato della finanza. Mentre concedevano mutui a profusione, le banche emettevano titoli derivati garantiti proprio da quei prestiti e li vendevano con l'inganno: sapevano che prima o poi i subprime sarebbero scoppiati, ma facevano credere agli investitori che si trattasse di prodotti sicurissimi.
Il tutto con la complicità delle agenzie di rating, che, in un clamoroso conflitto d'interessi (perché erano pagate dalle banche stesse) assegnavano a quei derivati il giudizio d'affidabilità più alto, la famosa tripla A. In sostanza, si vendeva spazzatura come fosse oro.
Di fronte a colpe del genere, la giustizia americana ha fallito, sconfitta dall'ostruzionismo delle lobby. La maggior parte delle banche ha patteggiato sanzioni lontane anni luce dalla ricchezza bruciata per colpa della loro malafede (e parliamo di cifre anche tre volte superiori a quella concordata da Citigroup: dai 13 miliardi di JP Morgan ai 9,5 di Bank of America, che presto potrebbe accettare di versarne altri 12).
Quanto ai singoli responsabili, continuano a vivere nel loro mondo dorato. Un esempio su tutti è quello di Dick Fuld, ex presidente e Ceo di Lehman Brothers, la banca da cui è partito il crack, che si è messo in tasca fra il 2000 e il 2007 qualcosa come 457 milioni di dollari. Contro di lui non è mai stata nemmeno aperta un'azione penale.
Fonte
Il mostro dei mutui subprime genera l'ennesimo patteggiamento. Citigroup ammette le proprie colpe nella più grave truffa del nuovo millennio e per archiviare le accuse accetta di pagare sette miliardi di dollari in tutto: una multa da 4,5 (di cui quattro al dipartimento di Giustizia degli Usa e 0,5 alle altre autorità coinvolte), più altri 2,5 in rimborsi ai clienti.
Alla luce di questo accordo, il colosso bancario statunitense archivia il secondo trimestre con oneri straordinari per circa 3,8 miliardi di dollari, al lordo delle tasse. Fra aprile e giugno l'utile netto di Citigroup scende così del 96% su base annua, a quota 181 milioni. Tuttavia, l'utile adjusted della Banca - ovvero al netto degli oneri straordinari - sale da 3,89 a 3,93 miliardi di dollari, battendo le stime degli analisti. I profitti per azione arrivano a 1,24 dollari, appena sotto gli 1,25 dollari registrati nel terzo trimestre 2013 e molto più degli 1,05 dollari attesi dal mercato.
"L'intesa annunciata oggi - ha commentato Michael Corbat, amministratore delegato della Banca - risolve tutte le indagini civili in corso legate alla sottoscrizione, strutturazione ed emissione di Rmbs e Cdo", rispettivamente i Residential mortgage-backed security, titoli garantiti da mutui residenziali, e le Collateralized debt obligation, pacchetti di prodotti derivati sempre garantiti dai subprime. "Riteniamo che questo accordo sia nel migliore interesse degli azionisti - ha chiosato l'ad - e che ci consenta di andare oltre, concentrandosi sul futuro e non sul passato".
Rimane da capire se l'intesa raggiunta sia anche "nel migliore interesse" dei cittadini americani truffati, molti dei quali con la crisi del 2008 hanno perso tutto e ancora oggi faticano davvero a "concentrarsi sul futuro", mentre le banche sono già da tempo tornate a macinare utili. Certo è che se un istituto accetta di pagare multe e risarcimenti, lo fa nella consapevolezza che la somma pattuita è largamente inferiore a quella che avrebbe meritato di sborsare (all'inizio Citigroup aveva offerto appena 363 milioni e il dipartimento di Giustizia aveva risposto chiedendo 12 miliardi). Il patteggiamento fa sempre comodo a chi è nel torto e non rende mai piena giustizia alle vittime, ma è solo questa la strada che l'amministrazione Obama ha deciso di percorrere per ripulire la macchia vergognosa dei subprime. Sembra che il Tribunale non sia un'opzione disponibile.
Eppure il materiale non sarebbe mancato, visto che lo schema della truffa è noto ormai da anni. I piani da analizzare sono due. Il primo è quello della vita reale, in cui le banche americane spingevano i loro clienti a usare le case come bancomat, accendendo mutui immobiliari in serie.
Il secondo piano è quello assai più complicato della finanza. Mentre concedevano mutui a profusione, le banche emettevano titoli derivati garantiti proprio da quei prestiti e li vendevano con l'inganno: sapevano che prima o poi i subprime sarebbero scoppiati, ma facevano credere agli investitori che si trattasse di prodotti sicurissimi.
Il tutto con la complicità delle agenzie di rating, che, in un clamoroso conflitto d'interessi (perché erano pagate dalle banche stesse) assegnavano a quei derivati il giudizio d'affidabilità più alto, la famosa tripla A. In sostanza, si vendeva spazzatura come fosse oro.
Di fronte a colpe del genere, la giustizia americana ha fallito, sconfitta dall'ostruzionismo delle lobby. La maggior parte delle banche ha patteggiato sanzioni lontane anni luce dalla ricchezza bruciata per colpa della loro malafede (e parliamo di cifre anche tre volte superiori a quella concordata da Citigroup: dai 13 miliardi di JP Morgan ai 9,5 di Bank of America, che presto potrebbe accettare di versarne altri 12).
Quanto ai singoli responsabili, continuano a vivere nel loro mondo dorato. Un esempio su tutti è quello di Dick Fuld, ex presidente e Ceo di Lehman Brothers, la banca da cui è partito il crack, che si è messo in tasca fra il 2000 e il 2007 qualcosa come 457 milioni di dollari. Contro di lui non è mai stata nemmeno aperta un'azione penale.
Fonte
13/05/2014
Geithner: "Ciechi sulla crisi del 2008. E la Ue voleva far saltare Berlusconi"
Complotto, complotto! I grandi poteri sovranazionali hanno brigato per far cadere Berlusconi nel 2011!
Scusate: dov'è la novità? Il giorno in cui fu costretto alle dimissioni – scrivemmo già allora noi poveretti di un giornalino online appena agli inizi – lo spread tra Bund decennali tedeschi e Btp italiani era arrivato (fatto arrivare) a 575 punti (oggi è a 148). Una cappa di piombo sul debito pubblico del paese e quindi sull'esborso di interessi da pagare. Affinché il Caimano capisse bene il messaggio, o perché non gli venisse la tentazione di pensare che in fondo erano cavoli del paese e non suoi, in sole due ore il titolo Mediaset perse il 12% in borsa.
Silvio certe cose le capisce. Uscì dal bunker di palazzo Chigi con le mani alzate e le dimissioni firmate da consegnare a Napolitano. Gli imbecilli “di sinistra” intanto festeggiavano sotto al Quirinale, come fosse stata una loro vittoria e non una decisione dei “mercati internazionali”.
Bene. Cosa c'è di nuovo? Che Tim Geithner, a quel tempo ministro dell'economia per conto di Barack Obama ha scritto il solito libro di memorie in cui ricorda che «in quell’autunno, alcuni funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il premier italiano Berlusconi a cedere il potere; volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti Fmi all’Italia, fino a quando non se ne fosse andato». L’Amministrazione Usa, a suo dire, rifiutò di essere coinvolta nell’eventuale iniziativa (si era scritto spesso che Berlusconi fosse in realtà “l'uomo di fiducia” dell'America). Preferirono – dice Geithner – puntare su Mario Draghi per salvare l’Eurozona. «Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente; ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo coinvolgerci in un complotto come quello. “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani”, io dissi».
Tutto qui. La “caduta” del Cavaliere andò in scena lo stesso e tutto il mondo – meno Renato Brunetta – se n'è fatto una ragione.
Più seria e grave – per degli osservatori seri delle cose del mondo – è l'ammissione di non aver capito nulla della crisi economica globale. Geithner, infatti, non era un “politico ciarlone”, ma uno degli uomini di punta della Federal Reserve (presidente della filiale di New York, non di una città del midwest), prima di diventare segretario del Tesoro.
Peggio. Ammette di non aver nemmeno visto arrivare la “crisi dei mutui subprime” e di non aver capito la gravità del problema fino a quando non è scoppiato. Il libro si intitola decisamente non a caso Stress Test. L'unica “rivelazione” vera riguarda il momento clou della crisi, ovvero il fallimento di Lehman Brothers. Ricostruendo quel giorno di settembre, da presidente della Fed newyorkese, Geithner rivela infatti per la prima volta divergenze su Lehman e ammette che lui avrebbe appoggiato un prestito della Fed a Barclays per acquistare la banca di investimento americana. Una cessione agli inglesi, dolorosa anche finanziariamente, ma che avrebbe salvato lo storico istituto di credito.
"Alla fine ritengo che la Fed avrebbe dovuto finanziare un accordo con un possibile acquirente, e ritengo anche che Hank Paulson", allora segretario al Tesoro, ''avrebbe appoggiato l'iniziativa a dispetto di quello che il suo partito avrebbe detto. Ma l'assistenza della Fed non avrebbe eliminato i rischi per Barclays e non avrebbe evitato il requisito di un voto degli azionisti. Non vedo come avrebbe potuto cambiare la posizione inglese” afferma Geithner, difendendo la strategia dell'amministrazione Obama durante la crisi.
Una ricetta "non perfetta", la definisce, che però ha "evitato una nuova Depressione": era "l'opzione migliore e più ragionevole".
L'unica cosa non smentita è dunque l'assoluta incapacità dei “controllori del mondo” di controllare la cosa più importante: l'evoluzione della crisi economica. Forse perché devono dar retta agli interessi dei privati più forti, anziché delle poche leggi funzionanti nella “scienza triste”.
Fonte
Scusate: dov'è la novità? Il giorno in cui fu costretto alle dimissioni – scrivemmo già allora noi poveretti di un giornalino online appena agli inizi – lo spread tra Bund decennali tedeschi e Btp italiani era arrivato (fatto arrivare) a 575 punti (oggi è a 148). Una cappa di piombo sul debito pubblico del paese e quindi sull'esborso di interessi da pagare. Affinché il Caimano capisse bene il messaggio, o perché non gli venisse la tentazione di pensare che in fondo erano cavoli del paese e non suoi, in sole due ore il titolo Mediaset perse il 12% in borsa.
Silvio certe cose le capisce. Uscì dal bunker di palazzo Chigi con le mani alzate e le dimissioni firmate da consegnare a Napolitano. Gli imbecilli “di sinistra” intanto festeggiavano sotto al Quirinale, come fosse stata una loro vittoria e non una decisione dei “mercati internazionali”.
Bene. Cosa c'è di nuovo? Che Tim Geithner, a quel tempo ministro dell'economia per conto di Barack Obama ha scritto il solito libro di memorie in cui ricorda che «in quell’autunno, alcuni funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il premier italiano Berlusconi a cedere il potere; volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti Fmi all’Italia, fino a quando non se ne fosse andato». L’Amministrazione Usa, a suo dire, rifiutò di essere coinvolta nell’eventuale iniziativa (si era scritto spesso che Berlusconi fosse in realtà “l'uomo di fiducia” dell'America). Preferirono – dice Geithner – puntare su Mario Draghi per salvare l’Eurozona. «Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente; ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo coinvolgerci in un complotto come quello. “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani”, io dissi».
Tutto qui. La “caduta” del Cavaliere andò in scena lo stesso e tutto il mondo – meno Renato Brunetta – se n'è fatto una ragione.
Più seria e grave – per degli osservatori seri delle cose del mondo – è l'ammissione di non aver capito nulla della crisi economica globale. Geithner, infatti, non era un “politico ciarlone”, ma uno degli uomini di punta della Federal Reserve (presidente della filiale di New York, non di una città del midwest), prima di diventare segretario del Tesoro.
Peggio. Ammette di non aver nemmeno visto arrivare la “crisi dei mutui subprime” e di non aver capito la gravità del problema fino a quando non è scoppiato. Il libro si intitola decisamente non a caso Stress Test. L'unica “rivelazione” vera riguarda il momento clou della crisi, ovvero il fallimento di Lehman Brothers. Ricostruendo quel giorno di settembre, da presidente della Fed newyorkese, Geithner rivela infatti per la prima volta divergenze su Lehman e ammette che lui avrebbe appoggiato un prestito della Fed a Barclays per acquistare la banca di investimento americana. Una cessione agli inglesi, dolorosa anche finanziariamente, ma che avrebbe salvato lo storico istituto di credito.
"Alla fine ritengo che la Fed avrebbe dovuto finanziare un accordo con un possibile acquirente, e ritengo anche che Hank Paulson", allora segretario al Tesoro, ''avrebbe appoggiato l'iniziativa a dispetto di quello che il suo partito avrebbe detto. Ma l'assistenza della Fed non avrebbe eliminato i rischi per Barclays e non avrebbe evitato il requisito di un voto degli azionisti. Non vedo come avrebbe potuto cambiare la posizione inglese” afferma Geithner, difendendo la strategia dell'amministrazione Obama durante la crisi.
Una ricetta "non perfetta", la definisce, che però ha "evitato una nuova Depressione": era "l'opzione migliore e più ragionevole".
L'unica cosa non smentita è dunque l'assoluta incapacità dei “controllori del mondo” di controllare la cosa più importante: l'evoluzione della crisi economica. Forse perché devono dar retta agli interessi dei privati più forti, anziché delle poche leggi funzionanti nella “scienza triste”.
Fonte
17/11/2013
Megamulta per JPMorgan, manipolava i mutui subprime
Fuori d'Italia il capitalismo funziona in un altro modo. E' in crisi lo stesso, ci mancherebbe, ma riesce a sembrare ancora un sistema "funzionante". Come fa? Beh, qualche volta - non sempre, anche lì stanno regalando centinaia di miliardi di dollari freschi di stampa alle banche - costringono uno speculatore a risarcire i suoi incauti clienti (in questo caso, però, speculatori come il primo; dev'essere per questo che li risarciscono).
JPMorgan Chase ha annunciato di aver raggiunto un accordo con 21 investitori in base al quale verserà 4,5 miliardi di dollari, mettendo così fine a una causa relativa alla crisi dei mutui subprime. La cifra servirà a compensare le perdite che gruppi come Fannie Mae, Freddie Mac, Goldman Sachs, Ing e BlackRock hanno subito per colpa di 330 titoli immobiliari ad alto rischio che JP Morgan e la sua filiale Bear Stearns vendettero tra il 2005 e il 2008.
Ma non è finita qui. Il gruppo - guidato da Jamie Dimon - sta ancora negoziando con il governo federale americano e alcuni Stati Usa un accordo per chiudere un'altra causa, sempre risalente alla crisi dei subprime, che però riguarda il "pubblico", non il "privato". Si parla di almeno 13 miliardi di dollari, ma vi sono compresi i 5,1 miliardi di dollari che la banca ha già pattuito di versare nelle casse di Fannie Mae e Freddie Mac (due società "pubbliche" che gestiscono i mutui immobiliari).
JpMorgan, comunque, sta solo restituendo parte dei soldi pubblici avuti durante e dopo l'esplosione della crisi finanziaria, in seguito al fallimento della quarta banca d'affari del pianeta, Lehmann Brothers. Anche per incorporare Bearn Sterns, evitandone il fallimento, aveva avuto fortissimi aiuti federali. E da oltre un anno, come le altre banche Usa, sta ottenendo una quota degli 85 miliardi mensili che la Federal Reserve inietta sui mercati.
Fonte
JPMorgan Chase ha annunciato di aver raggiunto un accordo con 21 investitori in base al quale verserà 4,5 miliardi di dollari, mettendo così fine a una causa relativa alla crisi dei mutui subprime. La cifra servirà a compensare le perdite che gruppi come Fannie Mae, Freddie Mac, Goldman Sachs, Ing e BlackRock hanno subito per colpa di 330 titoli immobiliari ad alto rischio che JP Morgan e la sua filiale Bear Stearns vendettero tra il 2005 e il 2008.
Ma non è finita qui. Il gruppo - guidato da Jamie Dimon - sta ancora negoziando con il governo federale americano e alcuni Stati Usa un accordo per chiudere un'altra causa, sempre risalente alla crisi dei subprime, che però riguarda il "pubblico", non il "privato". Si parla di almeno 13 miliardi di dollari, ma vi sono compresi i 5,1 miliardi di dollari che la banca ha già pattuito di versare nelle casse di Fannie Mae e Freddie Mac (due società "pubbliche" che gestiscono i mutui immobiliari).
JpMorgan, comunque, sta solo restituendo parte dei soldi pubblici avuti durante e dopo l'esplosione della crisi finanziaria, in seguito al fallimento della quarta banca d'affari del pianeta, Lehmann Brothers. Anche per incorporare Bearn Sterns, evitandone il fallimento, aveva avuto fortissimi aiuti federali. E da oltre un anno, come le altre banche Usa, sta ottenendo una quota degli 85 miliardi mensili che la Federal Reserve inietta sui mercati.
Fonte
21/10/2013
J.P. Morgan, la banca del buco
di Michele Paris
I problemi legali del colosso bancario americano JPMorgan Chase non sembrano avere fine. Come diretta conseguenza delle modalità con cui opera l’intera industria finanziaria d’oltreoceano, la principale banca d’investimenti degli Stati Uniti ha infatti collezionato l’ennesima indagine aperta dalle autorità federali, con le quali avrebbe però raggiunto un accordo di massima nel fine settimana per pagare ancora una volta una sorta di tassa sulle proprie attività illegali ed evitare in gran parte i guai giudiziari che ne dovrebbero conseguire.
Il Dipartimento di Giustizia aveva in questa occasione messo sotto accusa JPMorgan per la truffa dei titoli legati ai mutui “subprime”, venduti agli investitori senza informarli dei rischi connessi. Come è noto, questo genere di prodotti finanziari ad alto rischio fu al centro della crisi esplosa nell’autunno del 2008. Molti dei titoli in questione erano stati ereditati da altri due istituti bancari - Bear Stearns e Washington Mutual - acquistati da JPMorgan nel 2008 a condizioni estremamente favorevoli.
Il procedimento ai danni di JPMorgan era scaturito, tra l’altro, dalla denuncia presentata dai giganti dei mutui controllati dal governo federale - Fannie Mae e Freddie Mac - e da un’indagine proprio su Bear Stearns del procuratore generale dello Stato di New York, Eric Schneiderman.
Per risolvere la questione che, assieme agli altri guai giudiziari, rappresenta un ostacolo alla conduzione degli affari di JPMorgan, la banca di Wall Street è in trattativa da tempo con le autorità del Dipartimento di Giustizia. Secondo i giornali americani, a sbloccare la situazione sarebbe stata una telefonata avvenuta nella serata di venerdì tra il Ministro della Giustizia, Eric Holder, e il presidente e amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon.
L’accordo con il governo dovrebbe così risolversi in una sanzione-record da 13 miliardi di dollari che, pur essendo la cifra più alta mai pagata da un’azienda privata, ammonta solo a poco più della metà dei profitti raccolti da JPMorgan nel solo 2012.
Secondo il New York Times, l’accordo potrebbe ancora saltare completamente e la sua finalizzazione dipende soprattutto da quanto i vertici di JPMorgan saranno disposti ad ammettere circa le proprie responsabilità sulla truffa dei mutui “subprime”. Se dovesse infatti riconoscere il comportamento illegale di dirigenti e dipendenti, la banca potrebbe assistere ad una valanga di cause legali ai propri danni da parte degli investitori truffati.
La
questione più problematica sarebbe legata ad un procedimento criminale
parallelo aperto dalle autorità federali della California che, secondo i
termini dell’accordo, non verrebbe fermato dalla chiusura della causa
civile con il pagamento della sanzione.
Lo stesso Dimon avrebbe insistito in prima persona con Holder al fine di far chiudere il caso aperto a Sacramento, ma il ministro di Obama, almeno per il momento, continua a ritenere necessaria una simile azione legale di fronte all’estrema impopolarità di JPMorgan.
Le prime pagine dei giornali americani usciti nella giornata di domenica hanno sottolineato l’eccezionalità della multa, così come la presunta ritrovata fermezza del Dipartimento di Giustizia nel punire gli eccessi di Wall Street. In realtà, tutte le sanzioni pagate finora e quelle a cui dovrà far fronte JPMorgan non hanno alterato significativamente la condotta della banca e, soprattutto, hanno fatto in modo che i suoi massimi dirigenti venissero risparmiati da qualsiasi procedimento penale.
Per stessa ammissione delle autorità di governo, d’altra parte, istituti come JPMorgan sono considerati di fatto al di sopra della legge e l’eventuale processo o arresto dei loro top manager produrrebbe pericolose scosse per l’intero sistema finanziario.
Con la connivenza dello stesso Dipartimento di Giustizia, perciò, JPMorgan e altre grandi compagnie private operanti in svariati settori utilizzano le sanzioni economiche emesse nei loro confronti come un contributo necessario da assolvere per continuare a fare affari spesso al di fuori della legalità.
La sola JPMorgan si è trovata implicata in questi anni in numerose indagini non solo negli Stati Uniti ma anche oltreoceano, come in Gran Bretagna, dove è in corso un’indagine relativa ad una perdita da 6 miliardi di dollari della propria filiale di Londra. Per far fronte a questi fastidi, la banca con sede in Park Avenue, a Manhattan, ha appena stanziato qualcosa come 9,2 miliardi di dollari per coprire le proprie spese legali. Ciò ha determinato il primo trimestre in rosso da quando alla sua guida è stato nominato Jamie Dimon alla fine del 2006.
Dei
13 miliardi di dollari che JPMorgan potrebbe pagare, 9 consisterebbero
in sanzioni, mentre 4 andrebbero a risarcire sottoscrittori di mutui in
difficoltà. Se confermata, la multa sarebbe di gran lunga la più pesante
mai concordata con una singola azienda privata negli Stati Uniti,
superando quella da 4,5 miliardi ai danni della compagnia petrolifera BP
per il disastro nel Golfo del Messico nell’aprile del 2010.
La condotta di JPMorgan, in ogni caso, è tutt’altro che un’eccezione per Wall Street, anche se le vicende ad essa legate hanno puntualmente maggiore risalto viste le dimensione e l’influenza dell’istituto. Le autorità federali americane sono infatti impegnate in una lunga serie di indagini contro i giganti finanziari responsabili della crisi del 2008 e di molti altri crimini.
Meno di tre mesi fa, ad esempio, l’FBI e la procura federale di Manhattan avevano annunciato l’apertura di un procedimento penale ai danni dell’hedge fund SAC Capital, accusato di avere operato un sistematico schema di “insider-trading” tra il 1999 e il 2010. Anche in questo caso, però, i suoi vertici verrano risparmiati, come conferma la trattativa già in corso con il governo per il pagamento di una sanzione da oltre un miliardo di dollari.
Fonte
I problemi legali del colosso bancario americano JPMorgan Chase non sembrano avere fine. Come diretta conseguenza delle modalità con cui opera l’intera industria finanziaria d’oltreoceano, la principale banca d’investimenti degli Stati Uniti ha infatti collezionato l’ennesima indagine aperta dalle autorità federali, con le quali avrebbe però raggiunto un accordo di massima nel fine settimana per pagare ancora una volta una sorta di tassa sulle proprie attività illegali ed evitare in gran parte i guai giudiziari che ne dovrebbero conseguire.
Il Dipartimento di Giustizia aveva in questa occasione messo sotto accusa JPMorgan per la truffa dei titoli legati ai mutui “subprime”, venduti agli investitori senza informarli dei rischi connessi. Come è noto, questo genere di prodotti finanziari ad alto rischio fu al centro della crisi esplosa nell’autunno del 2008. Molti dei titoli in questione erano stati ereditati da altri due istituti bancari - Bear Stearns e Washington Mutual - acquistati da JPMorgan nel 2008 a condizioni estremamente favorevoli.
Il procedimento ai danni di JPMorgan era scaturito, tra l’altro, dalla denuncia presentata dai giganti dei mutui controllati dal governo federale - Fannie Mae e Freddie Mac - e da un’indagine proprio su Bear Stearns del procuratore generale dello Stato di New York, Eric Schneiderman.
Per risolvere la questione che, assieme agli altri guai giudiziari, rappresenta un ostacolo alla conduzione degli affari di JPMorgan, la banca di Wall Street è in trattativa da tempo con le autorità del Dipartimento di Giustizia. Secondo i giornali americani, a sbloccare la situazione sarebbe stata una telefonata avvenuta nella serata di venerdì tra il Ministro della Giustizia, Eric Holder, e il presidente e amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon.
L’accordo con il governo dovrebbe così risolversi in una sanzione-record da 13 miliardi di dollari che, pur essendo la cifra più alta mai pagata da un’azienda privata, ammonta solo a poco più della metà dei profitti raccolti da JPMorgan nel solo 2012.
Secondo il New York Times, l’accordo potrebbe ancora saltare completamente e la sua finalizzazione dipende soprattutto da quanto i vertici di JPMorgan saranno disposti ad ammettere circa le proprie responsabilità sulla truffa dei mutui “subprime”. Se dovesse infatti riconoscere il comportamento illegale di dirigenti e dipendenti, la banca potrebbe assistere ad una valanga di cause legali ai propri danni da parte degli investitori truffati.
Lo stesso Dimon avrebbe insistito in prima persona con Holder al fine di far chiudere il caso aperto a Sacramento, ma il ministro di Obama, almeno per il momento, continua a ritenere necessaria una simile azione legale di fronte all’estrema impopolarità di JPMorgan.
Le prime pagine dei giornali americani usciti nella giornata di domenica hanno sottolineato l’eccezionalità della multa, così come la presunta ritrovata fermezza del Dipartimento di Giustizia nel punire gli eccessi di Wall Street. In realtà, tutte le sanzioni pagate finora e quelle a cui dovrà far fronte JPMorgan non hanno alterato significativamente la condotta della banca e, soprattutto, hanno fatto in modo che i suoi massimi dirigenti venissero risparmiati da qualsiasi procedimento penale.
Per stessa ammissione delle autorità di governo, d’altra parte, istituti come JPMorgan sono considerati di fatto al di sopra della legge e l’eventuale processo o arresto dei loro top manager produrrebbe pericolose scosse per l’intero sistema finanziario.
Con la connivenza dello stesso Dipartimento di Giustizia, perciò, JPMorgan e altre grandi compagnie private operanti in svariati settori utilizzano le sanzioni economiche emesse nei loro confronti come un contributo necessario da assolvere per continuare a fare affari spesso al di fuori della legalità.
La sola JPMorgan si è trovata implicata in questi anni in numerose indagini non solo negli Stati Uniti ma anche oltreoceano, come in Gran Bretagna, dove è in corso un’indagine relativa ad una perdita da 6 miliardi di dollari della propria filiale di Londra. Per far fronte a questi fastidi, la banca con sede in Park Avenue, a Manhattan, ha appena stanziato qualcosa come 9,2 miliardi di dollari per coprire le proprie spese legali. Ciò ha determinato il primo trimestre in rosso da quando alla sua guida è stato nominato Jamie Dimon alla fine del 2006.
La condotta di JPMorgan, in ogni caso, è tutt’altro che un’eccezione per Wall Street, anche se le vicende ad essa legate hanno puntualmente maggiore risalto viste le dimensione e l’influenza dell’istituto. Le autorità federali americane sono infatti impegnate in una lunga serie di indagini contro i giganti finanziari responsabili della crisi del 2008 e di molti altri crimini.
Meno di tre mesi fa, ad esempio, l’FBI e la procura federale di Manhattan avevano annunciato l’apertura di un procedimento penale ai danni dell’hedge fund SAC Capital, accusato di avere operato un sistematico schema di “insider-trading” tra il 1999 e il 2010. Anche in questo caso, però, i suoi vertici verrano risparmiati, come conferma la trattativa già in corso con il governo per il pagamento di una sanzione da oltre un miliardo di dollari.
Fonte
09/08/2013
BofA, l'eterno ritorno dei subprime
di Carlo Musilli
La sua assenza era quasi una stonatura. Proprio lei, la seconda banca degli Stati Uniti, tenuta fuori da uno dei club più esclusivi della finanza internazionale. Una vera ingiustizia. Ora però è entrata almeno in lista d'attesa per ottenere l'iscrizione. Il circolo in questione riunisce i responsabili della truffa del secolo, quella dei mutui subprime, da cui nel 2008 è partito l'effetto domino che ha generato la crisi globale. L'istituto in attesa di tesseramento è Bank of America (BofA).
Ieri il dipartimento di Giustizia degli Usa e la Sec (la Consob americana) hanno avviato in sede civile due cause parallele per frode nei confronti di BofA e di due sue controllate, accusate di aver ingannato gli investitori nel 2008. Il copione è lo stesso già sentito varie volte negli ultimi cinque anni: le banche avrebbero nascosto agli investitori i rischi connessi all'acquisto di titoli derivati legati ai mutui immobiliari subprime. In particolare, non sarebbe stato comunicato alla clientela che oltre il 70% di quei prodotti proveniva da intermediari esterni al gruppo bancario e quindi era molto più esposto al rischio default. I titoli nel mirino delle autorità americane valevano in tutto 850 milioni di dollari.
La replica di Bank of America non si è fatta attendere. Secondo l'istituto - che promette battaglia in tribunale - quei derivati erano rivolti a investitori "sofisticati" e avrebbero perfino garantito un ritorno migliore rispetto a titoli analoghi. L'autodifesa si riassume in una frase: “Non siamo responsabili del crollo del mercato immobiliare”.
Il caso riguarda oltre mille mutui venduti tra gennaio e febbraio 2008 a cinque investitori, tra cui la Federal Home Loan Bank di San Francisco e Wachovia, banca rilevata durante la crisi da Wells Fargo. Il dipartimento di Giustizia ritiene però che il numero di mutui finiti in default sia troppo alto e "non possa essere spiegato solo con la crisi del mercato immobiliare degli ultimi anni".
Intanto, il Presidente in persona è intervenuto nel dibattito sulla riforma del sistema di finanziamento e di garanzia dei mutui. Secondo Barack Obama, bisogna ridurre il coinvolgimento pubblico e aumentare al contempo i capitali privati: sarebbe "inaccettabile" tornare "al sistema della bolla destinata a scoppiare, che ha causato la crisi finanziaria" ed è necessario "mettere fine all’era del salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac", ovvero i due colossi del credito ipotecario nazionalizzati durante la crisi.
Ma come funziona(va) il sistema (suicida) della bolla? La truffa dei subprime va analizzata su due piani. Il primo è quello della vita reale, in cui le banche americane spingevano i loro clienti a usare le case come bancomat, accendendo mutui immobiliari in serie. Ad ogni prestito che ottenevano (bastava chiedere), i debitori estinguevano il mutuo precedente e, avendo ottenuto dagli istituti un importo superiore (perché nel frattempo il prezzo delle case era salito), intascavano la differenza. Appena i prezzi delle case hanno smesso di crescere, naturalmente, il giocattolo si è rotto. Milioni di americani si sono ritrovati con debiti impossibili da ripagare e sono stati sfrattati.
Il
secondo piano è quello della finanza più rarefatta. Mentre concedevano
mutui a profusione, le banche emettevano titoli derivati garantiti
proprio da quei prestiti e li vendevano con l'inganno: sapevano che
prima o poi i subprime sarebbero scoppiati, ma facevano credere agli
investitori che si trattasse di prodotti sicurissimi. Il tutto con la
complicità delle agenzie di rating che, in un clamoroso conflitto
d'interessi (erano pagate dalle banche stesse) assegnavano a quei
derivati il giudizio d'affidabilità più alto, la mitica tripla A. Il
vero capolavoro, tuttavia, è arrivato quando gli istituti hanno iniziato
a scambiare fra loro i titoli legati ai mutui: invogliati dai facili
guadagni (e dai maxi-bonus) garantiti dal trading, hanno finto di non
vedere che stavano gonfiando il palloncino come una mongolfiera.
Ora, le azioni legali sono notizia recente, ma è scorretto pensare che fin qui Bank of America sia stata immune allo tsunami dei subprime. Anzi, lo scorso inverno l'istituto ha accettato di pagare qualcosa come 11,6 miliardi di dollari a Fannie Mae per archiviare un pesantissimo contenzioso. La grana era iniziata con l'acquisto della Countrywide Financial, vera regina della truffa dei mutui, che è già costata a BofA circa 40 miliardi di dollari.
Ma non basta. A gennaio Bank of America figurava anche nella lista dei 10 colossi di Wall Street (fra cui anche JP Morgan, Citibank e Wells Fargo) che hanno siglato un accordo con le autorità americane, accettando di pagare in tutto 8,5 miliardi come risarcimento per i pignoramenti facili a danno delle famiglie americane.
Entrambi i precedenti si sono risolti quindi in un patteggiamento. Forse anche le nuove cause avranno il medesimo epilogo, ma non è questo il punto cruciale. I risarcimenti sono importanti per gli americani e per gli investitori. Al resto del mondo, invece, interessa che gli Stati Uniti riescano finalmente a varare una riforma seria per evitare che negli anni si gonfino nuove bolle assassine. Anche se i membri del club, lungimiranti come al solito, non saranno d'accordo.
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La sua assenza era quasi una stonatura. Proprio lei, la seconda banca degli Stati Uniti, tenuta fuori da uno dei club più esclusivi della finanza internazionale. Una vera ingiustizia. Ora però è entrata almeno in lista d'attesa per ottenere l'iscrizione. Il circolo in questione riunisce i responsabili della truffa del secolo, quella dei mutui subprime, da cui nel 2008 è partito l'effetto domino che ha generato la crisi globale. L'istituto in attesa di tesseramento è Bank of America (BofA).
Ieri il dipartimento di Giustizia degli Usa e la Sec (la Consob americana) hanno avviato in sede civile due cause parallele per frode nei confronti di BofA e di due sue controllate, accusate di aver ingannato gli investitori nel 2008. Il copione è lo stesso già sentito varie volte negli ultimi cinque anni: le banche avrebbero nascosto agli investitori i rischi connessi all'acquisto di titoli derivati legati ai mutui immobiliari subprime. In particolare, non sarebbe stato comunicato alla clientela che oltre il 70% di quei prodotti proveniva da intermediari esterni al gruppo bancario e quindi era molto più esposto al rischio default. I titoli nel mirino delle autorità americane valevano in tutto 850 milioni di dollari.
La replica di Bank of America non si è fatta attendere. Secondo l'istituto - che promette battaglia in tribunale - quei derivati erano rivolti a investitori "sofisticati" e avrebbero perfino garantito un ritorno migliore rispetto a titoli analoghi. L'autodifesa si riassume in una frase: “Non siamo responsabili del crollo del mercato immobiliare”.
Il caso riguarda oltre mille mutui venduti tra gennaio e febbraio 2008 a cinque investitori, tra cui la Federal Home Loan Bank di San Francisco e Wachovia, banca rilevata durante la crisi da Wells Fargo. Il dipartimento di Giustizia ritiene però che il numero di mutui finiti in default sia troppo alto e "non possa essere spiegato solo con la crisi del mercato immobiliare degli ultimi anni".
Intanto, il Presidente in persona è intervenuto nel dibattito sulla riforma del sistema di finanziamento e di garanzia dei mutui. Secondo Barack Obama, bisogna ridurre il coinvolgimento pubblico e aumentare al contempo i capitali privati: sarebbe "inaccettabile" tornare "al sistema della bolla destinata a scoppiare, che ha causato la crisi finanziaria" ed è necessario "mettere fine all’era del salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac", ovvero i due colossi del credito ipotecario nazionalizzati durante la crisi.
Ma come funziona(va) il sistema (suicida) della bolla? La truffa dei subprime va analizzata su due piani. Il primo è quello della vita reale, in cui le banche americane spingevano i loro clienti a usare le case come bancomat, accendendo mutui immobiliari in serie. Ad ogni prestito che ottenevano (bastava chiedere), i debitori estinguevano il mutuo precedente e, avendo ottenuto dagli istituti un importo superiore (perché nel frattempo il prezzo delle case era salito), intascavano la differenza. Appena i prezzi delle case hanno smesso di crescere, naturalmente, il giocattolo si è rotto. Milioni di americani si sono ritrovati con debiti impossibili da ripagare e sono stati sfrattati.
Ora, le azioni legali sono notizia recente, ma è scorretto pensare che fin qui Bank of America sia stata immune allo tsunami dei subprime. Anzi, lo scorso inverno l'istituto ha accettato di pagare qualcosa come 11,6 miliardi di dollari a Fannie Mae per archiviare un pesantissimo contenzioso. La grana era iniziata con l'acquisto della Countrywide Financial, vera regina della truffa dei mutui, che è già costata a BofA circa 40 miliardi di dollari.
Ma non basta. A gennaio Bank of America figurava anche nella lista dei 10 colossi di Wall Street (fra cui anche JP Morgan, Citibank e Wells Fargo) che hanno siglato un accordo con le autorità americane, accettando di pagare in tutto 8,5 miliardi come risarcimento per i pignoramenti facili a danno delle famiglie americane.
Entrambi i precedenti si sono risolti quindi in un patteggiamento. Forse anche le nuove cause avranno il medesimo epilogo, ma non è questo il punto cruciale. I risarcimenti sono importanti per gli americani e per gli investitori. Al resto del mondo, invece, interessa che gli Stati Uniti riescano finalmente a varare una riforma seria per evitare che negli anni si gonfino nuove bolle assassine. Anche se i membri del club, lungimiranti come al solito, non saranno d'accordo.
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