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16/01/2024

Etf sui bitcoin. La miccia è stata accesa

Il capitalismo finanziario non impara mai. Al massimo elabora nuovi trucchi riciclando quelli vecchi, con l’aiuto e l’illusione della tecnologia, che consente al tempo stesso di massimizzare i guadagni e ovviamente le perdite.

Il tracollo dei mercati finanziari, all’indomani del crack sui mutui subprime statunitensi, quando la follia dei “prodotti derivati” inciampò sull’incertezza del “sottostante” a prodotti favolosi, creati da matematici e non in fabbrica, sembrava avesse insegnato che il moral hazard alla fine si paga. Sempre.

La soluzione, com’è noto, fu tutta a carico degli Stati e delle banche centrali principali, che dovettero a loro volta farsi carico dei salvataggi di banche, assicurazioni, istituti di credito di vario tipo (quando non ce la fecero più, il botto – con Lehmann Brothers – fu epocale), oppure iniettare nei mercati liquidità di dimensioni mai viste, portando ad azzerare per molti anni il costo del denaro (tassi di interesse a zero o anche negativi).

Ora, in pieno caos di guerre in corso, con la crescita che già zoppicava dopo la pandemia, con la frammentazione dei mercati globali a seconda di schieramenti geopolitici mutevoli, con l’intelligenza artificiale che minaccia direttamente il 40% dei posti di lavoro al mondo (il 60% nelle economie “avanzate”), si ritorna a fare follie. Che si pagheranno.

La miccia è stata piazzata dalla Sec (l’autorità di controllo della borsa Usa, l’equivalente onnipotente della nostarna Consob), che ha autorizzato il primo Etf sui bitcoin. Persino i massimi esperti di MilanoFinanza gridano al pericolo mondiale...

La questione è relativamente semplice, al di là delle indubbie contorsioni della finanza creativa: chi garantisce il valore dei bitcoin? O, in parole antiche, chi è il pagatore di ultima istanza?

Nel caso dei “prodotti derivati”, in effetti, c’era sia un “sottostante” (titoli azionari impacchettati a loro volta con obbligazioni entro prodotti finanziari “salsiccia”, e così via in un gioco di scatole cinesi praticamente senza fine), sia un “pagatore”. In genere una banca o un fondo di investimento, che magari poteva fallire sotto lo sforzo, ma comunque esisteva in quanto soggetto responsabile.

Nel caso dei bitcoin e di tutte le altre cryptomonete private non c’è letteralmente nulla. Neanche un responsabile noto. Provate a cercare il Satoshi Nakamoto che l’ha creata...

Il problema non sta nello strumento crypto, ma nel soggetto che ne risponde. Se uno Stato o un gruppo di stati crea una o più cryptomonete, sarà quel soggetto a pagare il corrispettivo (anche gli Stati falliscono, certo, ma un po’ più raramente...). Nel caso del bitcoin nessuno.

Ma fin quando le transazioni in crypto private sono fuori dal circuito finanziario “regolato e legale” qualsiasi esplosione di una crypto privata sarà fondamentalmente un affare di coloro che non hanno fatto in tempo a liberarsene.

Se invece, come ha fatto la Sec, cominciano ad esistere prodotti finanziari “regolati” con un “sottostante” che non ha un responsabile e tecnicamente non è nulla, ecco che il “contagio” si diffonde immediatamente dal circuito dei matti a quello “legale”. Gli effetti speculativi nel mondo dell’immaginazione diventano così reali.

Non siamo solo noi a dirlo. Come potete leggere qui di seguito...

*****

Etf bitcoin, perché la decisione della Sec rischia di legalizzare il gioco d’azzardo e mette a rischio il risparmio

Roberto Sommella – MilanoFinanza

La decisione della Sec di autorizzare gli Etf sul bitcoin rischia di legalizzare il gioco d’azzardo. E questo per tre ordini di motivi, che in un Paese ricco di risparmio come l’Italia devono essere presi nella massima considerazione dal governo Meloni e da tutte le autorità finanziarie. In primo luogo, va ricordato che la criptomoneta più famosa al mondo, che ha messo a segno negli ultimi dodici mesi un rialzo del 162%, è un investimento ad alto rischio che a fronte di un creditore non ha un debitore accertato, come ha ricordato giovedì 11 su MF-Milano Finanza il presidente della Consob Paolo Savona.

A differenza di altri strumenti monetari il bitcoin non risponde alle regole delle banche centrali quando emettono moneta e non ha un vigilante. È stato lo stesso Savona a ricordarlo con la nettezza che lo contraddistingue. E in modo inequivocabile.

Le crypto, questo il ragionamento del numero uno della commissione che vigila in Italia sulla borsa e il risparmio, compresi i bitcoin anche se di importo limitato, quando nascono sono «il nulla creato su un computer facendo uso di un metodo matematico e assumono un valore di mercato se qualcuno le acquista, versando di norma moneta legale che, come noto e come ci ha ricordato Keynes, quando nasce ha sempre un debitore (Stato, banca centrale o istituto di emissione, o banche di deposito)».

L’assenza invece di un debitore per le crypto legittima la posizione delle autorità monetarie che esse non sono moneta legale, ossia mezzo liberatorio dei pagamenti-debiti, senza però che le autorità finanziarie e i legislatori siano in grado di collocare le valute digitali nell’assetto istituzionale oggi vigente per le attività tradizionali. Una situazione che genera un vuoto normativo clamoroso.

Così aumenta il rischio di una bolla

In secondo luogo, visto che l’organismo di controllo americano dei mercati finanziari (la Sec) ha autorizzato l’acquisto di Etf – fondi o sicav che replicano indici azionari e obbligazionari – anche legati alle criptomonete, c’è da aspettarsi che queste ultime vengano recepite dalle banche d’affari e dai gestori del risparmio alla pari di strumenti regolati e vigilati: una sorta di legittimazione di un prodotto ad alto rischio, per di più utilizzato spesso dalla malavita per transazioni illecite, come molti casi, anche in Italia, dimostrano.

Non serve illudersi che questo caso sia limitato al mercato statunitense, perché ormai si è imparato che la finanza è globale, con tutti i suoi pregi e i suoi pericolosi difetti.

In terzo luogo, sempre seguendo il filo logico dell’allarme del presidente della Consob, che andrebbe ascoltato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, gli Etf sui bitcoin possono accendere una miccia pericolosa su una nuova bolla finanziaria, come accaduto nel 2007 con i mutui sub prime, i quali proprio non basandosi su collaterali solidi innescarono una serie di default per poi deflagrare anche nell’economia reale, con le conseguenze che tutti hanno conosciuto, dopo il fallimento della Lehman Brothers, anche da questa parte dell’Atlantico.

A questo proposito giova ancora ricordare quanto scritto su MF-Milano Finanza da Savona a proposito dell’incesto di prodotti reali con prodotti virtuali: «Se si permette l’ibridazione tra vecchie e nuove monete e vecchi e nuovi strumenti il funzionamento del mercato mobiliare diventa complesso, la vigilanza pubblica sempre meno efficace e più costosa, la trasmissione degli effetti delle scelte politiche sempre meno prevedibili e la creazione di ricchezza sempre meno connessa con la crescita reale».

A rischio il risparmio

Il distacco di un prodotto finanziario dal mondo reale, senza i dovuti accorgimenti e accordi tra banche centrali e controllori mondali, non potrà che aumentare i rischi per il risparmiatore medio, soprattutto in una situazione in cui la ricchezza è concentrata in poche mani e sta per affidarsi anche all’immenso potere che l’Intelligenza Artificiale può sviluppare per manipolare i mercati finanziari, come è stato segnalato recentemente dalla Consob e dalla Banca d’Inghilterra.

Un’ultima considerazione va fatta per il caso italiano. Il nostro Paese è molto ricco del petrolio di carta, la ricchezza delle famiglie, che supera ampiamente il pur enorme debito pubblico giunto a 3.000 miliardi di euro.

Cosa potrebbe accadere se anche in Italia verrà autorizzata la vendita di Etf sui bitcoin senza i dovuti controlli e le necessarie campagne di informazione e di educazione finanziaria?

Già oggi le criptomonete, seppur in piccoli importi, sono detenute mediamente da un numero di italiani pari a coloro che possiedono titoli di Stato, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia e della stessa Consob, senza considerare che dall’aprile del 2023 sono vendute liberamente e senza alcun controllo in cinquemila tabaccherie presenti sul territorio nazionale.

Una nuova Bretton Woods

Non si tratta di demonizzare il nuovo che avanza e la tecnologia, così come dimostra il dibattito sull’AI, ma occorre raggiungere subito un accordo a livello mondiale su cosa si può vendere e cosa no senza che sia vigilato da un organo finanziario di controllo.

Finora le autorità si sono rimpallate il problema, le une sostenendo che non spetta alle banche centrali vigilare sui bitcoin perché non sono valute, le altre, gli organi di controllo delle borse, perché non sono strumenti finanziari.

Ma se diventano investimenti replicabili a dismisura si pone il tema della tutela del risparmio, come previsto dalla nostra Costituzione e come spesso ricorda lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale da tempo mette in guardia sui rischi legati al dilagare dei nuovi monopoli digitali che ormai si muovono anche con la forza dell’innovazione artificiale.

Oggi il sistema monetario e finanziario è in mezzo al guado e non sa verso quale sponda si va indirizzando, quando appare chiaro che servirebbe invece una nuova Bretton Woods per stabilire cosa sia convertibile in moneta legale e cosa no.

Alle autorità finanziarie, ai governi e alla politica spetta quindi un compito di programmazione istituzionale impegnativo e immediato al pari di una comprensione del problema, che decisioni come quelle della Sec rendono ancora più difficile.

Fonte

30/03/2023

Le monete digitali delle banche centrali potrebbero mettere fine al sistema bancario come lo conosciamo

Una Central Bank Digital Currency (CBDC) può essere definita come la rappresentazione digitale di una moneta fiat nazionale, intesa come moneta a corso legale, emessa e gestita da un’istituzione sovrana (cioè, una banca centrale).

Si tratta quindi di una passività bancaria denominata in un’unità di conto esistente, accessibile a tutti, che funge sia da mezzo di scambio sia da riserva di valore. In pratica, la versione «virtuale» di una banconota.

La differenza principale tra una CBDC e il denaro che tutti noi abbiamo nel conto corrente o nel conto deposito (la cosiddetta «moneta-debito») è che, mentre la prima è sostenuta direttamente dalla banca centrale e, proprio come una banconota, è esente da rischi di credito o di mercato, la seconda è nei fatti generata dal sistema bancario e dipende da questo per la sua circolazione.

Di conseguenza, l’attuale moneta elettronica è legata alla fallibilità delle istituzioni finanziarie che la gestiscono e, in un clima di sfiducia generalizzata nei confronti del sistema bancario, la più classica delle corse agli sportelli può compromettere seriamente il funzionamento dei sistemi di pagamento.

È questo il «frutto avvelenato» del sistema bancario a riserva frazionaria, ovvero il regime monetario in vigore praticamente in tutto il mondo. La centralità strategica del settore bancario nelle moderne economie capitaliste ha generato l’orribile moloch che è l’attuale sistema del credito, ovvero un sistema «progettato per fallire».

Un sistema che, da un lato, genera profitti sfruttando una regolamentazione ampiamente insufficiente, cavalcando bolle speculative e favorendo l’indebitamento del settore pubblico e delle famiglie. Dall’altro, socializza le perdite chiedendo bail out a gran voce quando, una volta ogni dieci o quindici anni, il giochino si rompe e c’è bisogno di togliere le castagne dal fuoco.

Il problema è che, ad oggi, non esiste alternativa: il sistema delle banche private ha monopolizzato la creazione e la circolazione della moneta. Una delle principali motivazioni alla base dello sviluppo delle CBDC è proprio quella di affrontare l’instabilità finanziaria e diversi articoli hanno esplorato questo tema di recente, alla luce della difficoltà in cui stanno incorrendo diverse banche su entrambi i lati dell’Atlantico.

Già nel 2012, in un working paper dell’FMI intitolato “The Chicago Plan Revisited”, Jaromir Benes e Michael Kumhof (oggi senior research advisor della Banca d’Inghilterra) esplorano una proposta avanzata per la prima volta da Frederick Soddy, Frank Knight, Henry Simons and Irving Fisher negli anni Trenta.

Il “Piano di Chicago” proponeva un sistema bancario a riserva integrale, in cui le banche sarebbero state obbligate a detenere il 100% dei loro depositi in riserva presso la banca centrale. In questo sistema, le banche non sarebbero più state in grado di creare denaro attraverso il processo di prestito, come avviene sotto il sistema a riserva frazionaria.

Invece, sarebbe stata la banca centrale a essere responsabile della creazione di nuovo denaro e della sua iniezione nell’economia. Benes e Kumhof sostengono che un sistema bancario a riserva integrale, unito all’emissione di CBDC, potrebbe fornire numerosi vantaggi:

Innanzitutto, impedirebbe alle banche di creare e distruggere i propri fondi durante i boom e i crolli del credito basati sul sentiment, cioè sull’umore dei mercati finanziari, consentirebbe un controllo molto migliore dei cicli economici.

In secondo luogo, un sistema di riserva al 100% eliminerebbe completamente la possibilità di instabilità causata dalle corse agli sportelli.

In terzo luogo, consentire al governo di emettere denaro direttamente a zero interesse, invece di costringerlo a prendere in prestito lo stesso denaro dalle banche a interessi, porterebbe a una riduzione drammatica del fardello degli interessi sulle finanze governative. Inoltre, il debito netto del governo diventerebbe negativo, perché sotto il Piano di Chicago il governo acquisirebbe una posizione di credito a interesse elevato nei confronti delle banche. Questa posizione sarebbe creata quando le banche prendono in prestito per pagare il backing di riserva precedentemente inesistente.

In quarto luogo, dato che la creazione di denaro non richiederebbe più la creazione simultanea di debito, l’economia potrebbe anche assistere a una riduzione drammatica dei debiti privati. Ciò contribuirebbe evidentemente a ridurre la fragilità finanziaria a livello dell’intera economia.

In quinto luogo, il “Piano di Chicago” genererebbe grandi guadagni a lungo termine in termini di output, perché un debito inferiore e maggiori ricavi non inflazionistici di signoraggio porterebbero a grandi riduzioni dei tassi di interesse reali, delle tasse distorsive e dei costi di monitoraggio del credito.

In sesto luogo, le “trappole di liquidità” sarebbero una cosa del passato, perché il denaro sarebbe direttamente sotto il controllo del governo mentre il tasso di interesse controllato dalla politica non avrebbe un limite inferiore di zero. Ciò renderebbe anche molto più facile ridurre l’inflazione media a zero.

Benes e Kumhof non sono i soli a proporre l’utilizzo delle CBDC: la nuova fase di tensione nel settore bancario aperta dal fallimento di SVB ha fatto tornare all’ordine del giorno questo tipo di dibattito. Sulla rivista online “Project Syndacate” due economisti di rilievo come Jan Eeckhout e Yanis Varoufakis si trovano a sostenere prospettive molto simili a quella delineata nel progetto di Chicago.

Il fil rouge in questi contributi, che provengono da economisti di affiliazione ideologica diversa, è che il sistema della «moneta-debito» che ha dominato l’economia monetaria mondiale almeno sin dai tempi della fine di Bretton Woods (ma in realtà da molto prima) sta diventando rapidamente obsoleto.

Beninteso, ci sono diverse sfide che devono essere superate prima che le CBDC possano diventare realtà. Queste sfide includono questioni tecniche, come garantire la sicurezza e la resilienza dei sistemi CBDC, nonché questioni legali e regolatorie, come garantire che le CBDC non compromettano la stabilità finanziaria o la privacy.

Tuttavia, la strada è aperta: secondo un’indagine effettuata nel 2021 dalla Bank of International Settlements, l’86% delle 66 banche centrali intervistate hanno condotto attivamente ricerche sulle Central Bank Digital Currencies e il 14% si è dichiarato vicino al lancio di una propria valuta digitale.

Nel giugno 2021 l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano ha mappato 85 progetti CBDC, sviluppati da 65 banche centrali (il 36% del totale delle banche centrali nel mondo). La Cina, che ha recentemente pubblicato un white paper sullo stato di avanzamento dello yuan digitale, è in una fase di sperimentazione relativamente avanzata.

Non è possibile prevedere quali saranno le tempistiche e le modalità con cui le CBDC saranno introdotte nel sistema finanziario mondiale, né tanto meno tutte le implicazioni nel lungo termine.

È difficile pensare che nel breve periodo si possa affermare un sistema a riserva integrale, se non altro perché la classe sociale che ha accumulato una quantità incalcolabile di ricchezza attraverso l’intermediazione finanziaria ha tutto l’interesse a rallentare o fermare questo processo.

Ciò che rileva però è che la possibilità tecnica di un «divorzio» tra la gestione del credito e la capacità di creare moneta – la prima nelle mani del settore bancario privato, la seconda restituita a pieno titolo alle banche centrali – è a portata di mano.

Quante altre crisi bancarie serviranno per trasformarla in una volontà politica?

Fonte

26/09/2022

Bolle, ovvero l’eterno ritorno

Una quarantina di anni fa, nelle “stanze dei bottoni” delle società occidentali si affermò l’idea che per sradicare l’inflazione e favorire la stabilità del Pil e dell’occupazione occorresse smantellare l’apparato di regolazione pubblica e lasciare gli aggiustamenti macroeconomici a mercati finanziari deregolamentati. Quest’idea era destinata ad avere ripercussioni profonde sul funzionamento delle nostre società. Per comprenderne il motivo occorre qualche informazione sulla natura e il funzionamento dei mercati finanziari. I mercati finanziari sono i luoghi dove si negoziano i diritti sui redditi derivanti dalla produzione di merci che non esistono ancora, e poiché non possono esserci informazioni attendibili su ciò che ancora non è, gli operatori tendono a surrogare l’informazione di cui non dispongono con l’osservazione dei comportamenti altrui. Come ebbe a scrivere Keynes in uno dei suoi brani più noti, «sapendo che il nostro giudizio individuale non vale nulla, cerchiamo di ricorrere al giudizio del resto del mondo, che (forse) è meglio informato. Cioè cerchiamo di conformarci al comportamento della maggioranza o della media».[1]

Questa caratteristica propensione all’imitazione ha l’effetto di produrre “bolle”, ossia tendenze al movimento cumulativo dei prezzi alimentate esclusivamente dalle aspettative degli operatori e del tutto sganciate dai fondamentali economici delle attività sottostanti: un aumento dei prezzi delle attività viene interpretato come segnale della generalizzata fiducia in ulteriori aumenti futuri, e induce quindi una massa di nuovi operatori all’acquisto, rafforzando la tendenza all’aumento dei prezzi. Tuttavia, i rialzi non possono continuare all’infinito. Man mano che la bolla si gonfia, infatti, gli operatori diventano progressivamente più consapevoli della mancanza di basi oggettive del fenomeno, e quindi diventano via via più timorosi di una improvvisa inversione della tendenza. Non appena appare una nuova notizia ritenuta suscettibile di modificare in maniera significativa le aspettative (e quindi l’atteggiamento) della maggioranza degli operatori, essi tentano di anticipare la prossima inversione della tendenza, vendendo le attività in portafoglio in modo da evitare perdite. In tal modo, essi finiscono per innescare una caduta cumulativa dei prezzi, autorealizzando la “profezia” che ne ha orientato le decisioni.[2]

Durante il processo di caduta dei prezzi, gli operatori cercano di vendere le attività finanziarie in loro possesso e “stoccano” nei propri portafogli la moneta ricevuta in cambio. Non avrebbe infatti alcun senso reinvestirla in attività finanziarie, date le diffuse aspettative di ulteriori cadute dei prezzi. In breve tempo la moneta scompare, e senza moneta i mercati finanziari rischiano di collassare: infatti, chi si è indebitato per comprare attività contando sulla possibilità di rifinanziarsi sul mercato non riesce a far fronte ai propri debiti, e l’insolvenza di un operatore finisce per rovesciarsi a catena sugli altri. Le economie occidentali si sono trovate di fronte a questa situazione varie volte nell’ultimo trentennio: la crisi asiatica, il crollo dei titoli tecnologici, la crisi dei mutui subprime, la crisi del debito sovrano in Europa. Fenomeni apparentemente diversi, ma legati da questa matrice genetica comune.

Di fronte al rischio del collasso dei mercati finanziari, la soluzione adottata dalle autorità monetarie è stata sempre “stampare” nuova moneta e iniettarla nell’economia. Al di là della varietà delle denominazioni adottate nel linguaggio mediatico (Greenspan put, Quantitative Easing), la sostanza è identica: comprare le attività finanziarie che nessuno vuole più con moneta creata con un mero “tratto di penna”. Del resto, se si attribuisce ai mercati finanziari il potere di vita o di morte sull’economia, è giocoforza che i mercati finanziari vadano salvati ad ogni costo, anche al costo di creare moneta che non ha alcun riscontro nella ricchezza reale esistente.

Il problema è che quando si crea moneta che non ha riscontro nella ricchezza reale esistente, non si risolve il problema, ma semplicemente si prende tempo e si sposta la contraddizione su un altro punto del sistema. Gli operatori finanziari (in particolare grandi banche, istituzioni di credito immobiliare, hedge funds) immagazzinano la moneta creata dalle banche centrali e aspettano una nuova occasione propizia per investirla, e non appena si crea una nuova bolla utilizzano quella liquidità “stivata” nei loro forzieri per cavalcare l’onda.[3] La storia finanziaria degli ultimi venti anni è in gran parte fatta della reiterazione circolare di questo schema: ogni volta che le banche centrali (in particolare la Fed, dato il ruolo del dollaro nell’economia globale) hanno iniettato moneta nel sistema, quella moneta è rimasta “dormiente” per un po', fino a quando non si è materializzata una nuova opportunità speculativa da sfruttare: che si trattasse della bolla dei titoli tecnologici, della bolla immobiliare, del rastrellamento di terre coltivabili in Africa e Asia sud-orientale (land grabbing) o dell’acquisto di scorte di petrolio e gas non fa alcuna differenza per gli investitori, interessati soltanto ai guadagni realizzabili sfruttando il movimento cumulativo dei prezzi.

Tuttavia, dal punto di vista macroeconomico una differenza c’è, ed è anche molto rilevante: fino a che la liquidità precedentemente stoccata viene impiegata su mercati in cui si negoziano titoli di proprietà di imprese o immobili, l’inflazione dei prezzi che ne risulta rimane a sua volta confinata dentro quel “recinto”; quando invece quella liquidità si riversa su mercati in cui si negoziano scorte di materie prime (o diritti sulla produzione futura di materie prime), gli aumenti dei prezzi che ne conseguono si “incorporano” nei prezzi delle merci la cui produzione richiede l’impiego di quelle materie prime. Questo è il motivo per cui la bolla dei tecnologici e la bolla degli immobili hanno prodotto fasi di espansione economica senza inflazione, mentre la bolla del gas sta determinando aumenti generalizzati dei prezzi dei beni di consumo.

La scommessa delle autorità di regolazione nel trentennio alle nostre spalle è stata che la liquidità creata per sostenere i mercati finanziari rimanesse sempre lontana dai mercati delle materie prime. Alla luce delle vicende recenti appare tuttavia evidente come l’esito di quella scommessa dipendesse crucialmente dall’assenza di tensioni geopolitiche significative. Non appena le tensioni geopolitiche hanno creato aspettative di future restrizioni dell’offerta di alcune materie prime cruciali per la produzione industriale, la liquidità rinchiusa nei forzieri delle banche si è riversata sui relativi mercati, alimentando una bolla di dimensioni significative.[4] L’inflazione dei prezzi che osserviamo in queste settimane non è dunque niente altro che il risultato della sovrapposizione dell’occasione speculativa creata delle tensioni geopolitiche e dell’abbondanza di liquidità derivante da venti anni di Greenspan Put e Quantitative Easing.[5]

Dovrebbe quindi apparire evidente – alla luce dell’attuale congiuntura geopolitica – che lo schema della regolazione macroeconomica andrebbe ripensato in maniera radicale. In assenza di significativi sforzi diplomatici in direzione di un raffreddamento delle tensioni internazionali, è infatti inevitabile che le aspettative si orientino nel senso di una crescita dei prezzi delle materie prime e che le tendenze conformistiche degli operatori finanziari ne accentuino la dinamica ben oltre i ritmi giustificati dai fondamentali. Pertanto, in questo contesto, piuttosto che frenare l’inflazione, i mercati finanziari deregolamentati finiscono per accentuarla.

Sembrano pertanto sussistere argomenti abbastanza seri in favore di una significativa restrizione del ruolo allocativo dei mercati finanziari. Purtroppo, pare che i governatori delle banche centrali abbiano in mente un modello diverso, che coniuga una rinnovata centralità dei mercati finanziari con un’intonazione restrittiva della politica monetaria. Un paio di settimane fa, nell’ormai tradizionale simposio di Jackson Hole promosso dalla Federal Reserve Bank di Kansas City, il presidente della Fed Jerome Powell ha esplicitamente indicato ai suoi colleghi la consueta ricetta per il contrasto all’inflazione basata su correlativi movimenti dei tassi di interesse.[6] La Banca centrale europea si è rapidamente adeguata a tali indicazioni, aumentando di uno 0,75% i principali tassi di rifinanziamento.[7]

Che si possa contrastare l’inflazione con la sola politica monetaria restrittiva è un’antica illusione dell’ortodossia. Le sue radici affondano nella proposizione nota come teoria quantitativa, idea che periodicamente si ripresenta nel dibattito sotto abiti sempre nuovi. L’evidenza empirica sull’argomento è tuttavia abbastanza concorde nel considerare le restrizioni monetarie sostanzialmente inefficaci allo scopo, soprattutto quando le tensioni inflazionistiche originano dalla lievitazione dei costi.[8] Le banche centrali possono comprimere la dinamica dei costi solo indirettamente, ossia provocando una recessione di intensità tale da restringere violentemente la domanda di risorse produttive. Inoltre, nel caso di specie l’efficacia di queste misure è resa ancora più aleatoria dalla dinamica caratteristicamente speculativa che è all’origine della lievitazione dei costi: finché gli speculatori rimangono convinti delle propensioni “belliciste” dei governi implicati a vario titolo nelle tensioni geopolitiche in corso, essi potrebbero continuare a credere nella tendenza al rialzo dei prezzi delle materie prime, e quindi ad alimentarne la crescita a dispetto delle restrizioni monetarie.

Per sortire effetti significativi, l’azione delle banche centrali dovrebbe quindi essere talmente energica da convincere gli speculatori della sua intenzione di frenare la crescita dei prezzi delle materie prime anche a costo di desertificare il paesaggio industriale. Una prospettiva decisamente inquietante, soprattutto per economie come quelle dell’Europa mediterranea, il cui tessuto produttivo è stato già messo a dura prova da un quindicennio particolarmente difficile.

Note

[1] Cfr. J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Quarterly Journal of Economics, 51 (2), Febbraio 1937, trad. it. in G. Lunghini (a cura di), La fine del laissez-faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 126.

[2] Sul processo di formazione delle aspettative sui prezzi delle attività finanziarie e sul modo in cui queste interagiscono con la dinamica dei prezzi effettivi, cfr. A. Orléan, De l’euphorie à la panique. Penser la crise financiére, Éditions Rue d’Ulm, Paris, 2009.

[3] Secondo due autorevoli commentatori, nel ventennio della sua presidenza della Fed, Greenspan avrebbe sistematicamente «attenuato gli effetti di una bolla creandone una del tutto nuova». Cfr. N. Roubini e S. Mihm, La crisi non è finita, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 93.

[4] Circa la natura “speculativa” dell’inflazione dei prezzi delle principali materie prime nell’ultimo semestre, si veda A. Fumagalli, La dittatura della finanza e il mercato del gas, Effimera, 3 settembre 2022, http://effimera.org/la-dittatura-della-finanza-e-il-mercato-del-gas-di-andrea-fumagalli/.

[5] In tal senso propendono alcune interpretazioni delle pur lievi tensioni inflazionistiche del primo decennio del nuovo millennio. Cfr. ad esempio M. Amato, L. Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo, Donzelli, Roma, 2012, pp. 107-110.

[6] J.H. Powell, Monetary Policy and Price Stability, intervento al simposio “Reassessing Constraints on the Economy and Policy”, Federal Reserve Bank of Kansas City, Jackson Hole, Wyoming, 26 August 2022, https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20220826a.htm.

[7] Banca Centrale Europea, comunicato stampa dell’8 settembre 2022, consultabile al sito https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ecb.mp220908~c1b6839378.it.html.

[8] Al riguardo, si rinvia al ben noto dibattito sugli effetti degli esperimenti monetaristi degli anni ’70. Si tratta di una letteratura sterminata, di cui è quindi impossibile rendere conto in maniera esaustiva. Solo a titolo indicativo, si segnalano N. Kaldor, The Scourge of Monetarism, Oxford University Press, 1982; R. Dornbusch, Sound Currency and Full Employment, in J. Shields (ed.), Conquering Unemployment: The Case for Economic Growth, Palgrave Macmillan, London, 1989; A. Glyn, Capitalismo scatenato, Brioschi, Milano, pp. 53-62. Per una rassegna ragionata del dibattito, cfr. N.M. Healey, L’esperimento monetarista del 1979-1982 nel Regno Unito: perchè gli economisti continuano a non essere d’accordo, Moneta e Credito, 41, 1988.

di Salvatore D'Acunto - Università della Campania “L. Vanvitelli”. Desidero ringraziare Emiliano Brancaccio per gli utili suggerimenti ad una versione preliminare di questo scritto.

Fonte

29/12/2021

Come Netflix e la finanza hanno cambiato il cinema

«I film non mi interessano», diceva il personaggio interpretato da Lindsay Lohan protagonista di The Canyons di Paul Schrader: un film che non a caso iniziava con una sequela di sale cinematografiche abbandonate, vuote e in rovina. Le immagini – sosteneva Schrader implicitamente in quel film – oggi non vivono più nei cinema, ma tra gli smartphone, nei social network, nel variegato mondo della riproduzione visiva del digitale. E basterebbe provare a chiedere a un ventenne di oggi quale sia la sua esperienza delle sale cinematografiche per verificare come la realtà sia ormai universalmente questa: per la maggior parte delle persone il cinema è un’esperienza saltuaria, che viene fatta massimo due o tre volte all’anno, magari per vedere il nuovo film della Marvel o il sequel (o spin-off) di Guerre Stellari. L’esperienza delle immagini in movimento viene ormai fatta per la stragrande maggioranza dei casi individualmente o comunque in uno spazio privato, attraverso uno dei molti servizi di video on demand in streaming, come YouTube o Netflix.

A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento quasi naturale, dovuto a trasformazioni tecnologiche astratte e inevitabili, come le connessioni internet a banda larga e la diffusione degli smartphone. E invece c’è dietro una storia tutta politica – come sempre avviene nelle trasformazioni tecnologiche – che ha avuto un momento di accelerazione negli ultimi anni quando una delle tante aziende dot-com della Silicon Valley è riuscita a conquistare sempre più larghe fette di mercato e ha finito per ristrutturare completamente tutta la filiera della distribuzione audio-visiva.
In realtà non tutto è iniziato con Netflix. La sua premessa necessaria è stata la trasformazione del mercato cinematografico dall’immagine analogica supportata da pellicole in 35mm all’immagine digitale.
Le trasformazioni tecnologiche non sempre avvengono in modo indipendente e poi vengono sfruttate a fini capitalistici: più spesso vengono pensate e progettate direttamente per risolvere alcuni problemi dell’accumulazione capitalistica. E il problema degli studios di Hollywood negli anni Novanta era che la rete di distribuzione dei film in pellicola nelle sale cinematografiche (soprattutto americane) era diventato troppo oneroso: questo perché la vita dei film si andava accorciando sempre di più e c’era bisogno di cambiare l’offerta in modo sempre più rapido e efficiente. Film che venivano stampati in 3-4mila copie, diventavano per lo più inutili dopo un mese di passaggi in sala. Anzi, ormai il grosso dei guadagni dipendeva quasi soltanto dalle proiezioni del primo weekend.

Bisognava passare dalle grandi e pesanti “pizze” di bobine in 35mm, costose da trasportare e da smaltire, a dei semplici file digitali (Digital Cinema Package), da proiettare in modo per altro molto più agile da proiettori per immagini digitali. Per riuscire a trasformare tutte le multisale degli Stati Uniti (e poi del mondo) in sale di proiezioni digitale – scaricando i costi sugli esercenti naturalmente – bisognava inventarsi qualcosa: fu così che vennero lanciati i film in 3D (in realtà un tentativo di ringiovanimento di una vecchia tecnologia già usata negli anni Cinquanta e Ottanta). Avatar di James Cameron fu proprio questo: un cavallo di Troia – come l’ha definito David Bordwell – per ristrutturare il ciclo della distribuzione facendo adattare gli esercenti a quello che da lì in poi divenne un nuovo standard dell’immagine.
Una volta fissato lo standard nell’immagine digitale, era solo questione di tempo perché i film venissero portati dalle sale alle case, e dalla visione collettiva a quella individuale.
Il risparmio dei costi sarebbe servito a includere un’enorme fetta di persone che al cinema ormai non andava più. Netflix nacque infatti nel 1997 come un’impresa di noleggio di DVD per corrispondenza (una tecnologia che in futuro ricorderemo come un periodo di transizione verso lo streaming on-line). Nel libro autobiografico e agiografico dove si racconta la storia del fondatore di Netflix, la leggenda vuole – in realtà tutte le leggende della Silicon Valley non sono altro che la reiterazione della solita storia – che a partire da un garage e muniti solo di una grande idea, Reed Hastings e Marc Randolph siano riusciti in pochissimo tempo a cambiare il mondo e liberare gli spettatori televisivi dalla dittatura del palinsesto e della pubblicità. Il 23 maggio 2002, Netflix è già molto più che un’idea: viene quotata al Nasdaq come società di e-commerce, con azioni che valgono poco più di un dollaro e una capitalizzazione di 300 milioni di dollari. Meno di vent’anni dopo la sua capitalizzazione è di 215 miliardi di dollari e gli utenti paganti 190 milioni in tutto il mondo (a esclusione della Cina) con un valore medio delle sue azioni si aggira attorno ai 500 dollari. Ma che cosa è successo nel frattempo per permettere un successo tanto clamoroso?

Senz’altro la tempistica dell’inaugurazione del servizio in streaming on-line nel 2007 – lo stesso anno in cui viene lanciato sul mercato l’iPhone – è più che fortunata. E l’idea di trasmettere una serie di “premium TV” nel 2013 con House of Cards, su una piattaforma che all’epoca costava meno della metà di quello che facevano pagare HBO o Showtime, ha sbaragliato i concorrenti.
Netflix ha avuto anche un impatto culturale rivoluzionario visto che è stata la prima a lanciare una serie TV tutta intera, senza aspettare che le puntate venissero trasmesse settimana per settimana, inventando quello che poi verrà definito il “binge-watching”. E tuttavia nulla di tutto questo riesce a spiegare fino in fondo il suo successo.
Come riporta “Variety” alla fine di marzo 2020 Netflix aveva un debito di quasi 15 miliari di dollari: 2,2 di essi erano appena stati sottoscritti l’autunno precedente. Ma quello che colpisce è la sproporzione del budget per gli investimenti che garantiscono una crescita sempre più accentuata: nel 2016 Netflix spendeva 5 miliardi di dollari all’anno per le proprie produzioni. Nel 2018 erano già diventati 12, nel 2019 15, nel 2020 17: nonostante ricavi da più di 20 miliardi ma con un utile netto che non ha mai superato i 2 miliardi negli ultimi anni, Netflix sembra essere un’azienda dalla crescita inarrestabile ma che dipende sempre di più da un indebitamento elefantiaco. In molti si sono iniziati a chiedere se la crescita di questo gigante dai piedi d’argilla fosse davvero sostenibile.

Nel 2019 Aswath Damodaran, professore di finanza alla Stern School of Business della New York University, sosteneva sul “Financial Times” che Netflix «per un decennio, ha investito sempre più soldi in nuove produzioni per attirare utenti e aumentare la capitalizzazione di mercato. E per ora ha funzionato. La domanda è: come è possibile scendere da questo tapis roulant? A un certo punto, spendere il 75% di ogni dollaro in contenuti non sarà sostenibile. Il prossimo anno sarà la grande sfida».

L’anno dopo però c’è stato un evento che nessuno poteva immaginare: la pandemia Covid-19. E mezzo mondo è stato costretto a passare molto più tempo a casa di quanto non facesse di solito: Netflix ha quindi avuto un boom di abbonamenti che nemmeno nelle sue più rosee previsioni era concepibile, conquistando nei primi tre mesi dell’anno oltre 15 milioni di nuovi abbonati, per la maggior parte dall’Europa e dall’Asia.
Tuttavia, qualche domanda su questo modello di crescita è lecito farsela. Netflix, come le altre piattaforme globali, ha la caratteristica di esasperare alcuni tratti fondamentali dell’impresa finanziarizzata, così come l’abbiamo conosciuta nella fase ascendente del money manager capitalism, dalla General Motors nel settore manifatturiero, alla General Electric nel comparto delle utilities, passando per le multinazionali della logistica. Il modello di business di Netflix può essere approssimato in pochi passaggi.
La piattaforma di intrattenimento condivide con le più tradizionali imprese manifatturiere, il fatto che l’enorme crescita è stata resa possibile, innanzitutto, da un accesso al credito senza precedenti. L’elevato indebitamento, come si è visto, è la precondizione necessaria per avviare le proprie produzioni autonome e rinnovare continuamente la propria offerta. La raccolta di ingenti quantità di dati dagli utenti, unita all’uso di algoritmi di apprendimento automatico, consentono di analizzare le preferenze e isolare oltre duemila “cluster di gusto”, in modo che l’offerta possa rivolgersi a nicchie di mercato abbastanza precise. L’analisi dei Big Data ha ovviamente la funzione principale di orientare le produzioni di contenuti, adattandosi just in time alle richieste del mercato. Una volta che uno spettacolo è pronto per la consegna, un reparto dell’azienda si occuperà di capire come deve arrivare il nuovo contenuto agli abbonati, perfezionando l’algoritmo che seleziona i 40-50 titoli che appaiono sulla schermata iniziale di Netflix, oppure stabilendo diverse campagne di lancio con trailer differenziati secondo i cluster di destinatari. Sul lato delle entrate, il circuito non si chiude con gli abbonamenti.

Perché nonostante l’aumento degli utenti il cash-flow è strutturalmente negativo (tranne il flusso di cassa trimestrale di quest’anno, dopo oltre sei anni dalla prima volta), nel conto economico i ricavi da vendite non superano quasi mai i costi di produzione. Ciò che chiude il circuito economico-finanziario sono piuttosto le enormi plus-valenze registrate a Wall Street, che tamponano lo squilibrio “reale”, mettendo al riparo l’azienda dalla tendenza cronica all’insolvenza e facendo del profitto una grandezza (quasi) indistinguibile dalla rendita.

Sullo sfondo della fortuna di Netflix c’è la svolta espansiva della politica monetaria delle principali banche centrali, dopo la crisi finanziaria del 2007. Ha inizio la lunga fase del Central Bank-Led Capitalism. Arriva sui mercati finanziari un’enorme quantità di moneta, il rendimento dei titoli pubblici inizia a calare, gli operatori finanziari ricercano spasmodicamente rendimenti più alti, aumentando gli acquisti dei titoli delle Big Tech.
Nel pieno dello shock economico della prima ondata di pandemia, a partire dalla fine di marzo, il valore dello S&P 500 esplode, trainato dalle aziende tecnologiche che oramai corrispondono al 20% del valore dell’indice, dopo che la FED aveva annunciato un programma di acquisti delle azioni corporate, alimentando ciò che l’”Economist” ha soprannominato il dangerous gap, ovvero il divario tra Wall Street e Main Street.
Da quando è quotata in borsa nel 2002, il prezzo delle azioni dell’azienda è aumentato di ben cinquecento volte, collocandosi ampiamente nella top ten delle neo-quotate degli ultimi diciotto anni. Non mancano osservatori che nell’ultimo periodo hanno ipotizzato una nuova bolla speculativa delle dot-com ai tempi del platform capitalism. Altri, invece, a partire dal 9 novembre, dopo l’annuncio del vaccino da parte della Pfizer, hanno scommesso su una possibile rotazione dei mercati, con un ri-orientamento dei flussi finanziari verso altri settori, attendendosi un relativo ridimensionamento progressivo della cosiddetta stay at home economy.

Comunque vadano le cose, non cambia di certo il nocciolo della questione. Netflix nel 2019 contava circa 8.600 addetti diretti (quasi il doppio del numero registrato nel 2016), ognuno genera in media 2,6 milioni di dollari di entrate annuali (nove volte di più rispetto ai dipendenti Disney). Il salario orario base dei dipendenti (Administrative assistant, Editor, Audio Engineer, Technician, Reserach analyst etc.) in media è pari a circa 30$, a cui si aggiungano i bonus in base ai risultati raggiunti (con importi non trascurabili, soprattutto per le professionalità più alte). La società californiana è al comando di una catena globale di sub-fornitura molto articolata (le ultime stime parlano di oltre 2.200 sub-fornitori di primo livello) e dispersa geograficamente (in Italia, ad esempio, a parte le produzioni che vengono realizzate direttamente nel paese, diversi contractor lavorano tra Roma e Milano per le post-produzioni di serie realizzate altrove o risultano sub-fornitori di secondo livello di società di post-produzione di altri paesi europei a cui Netflix affida il doppiaggio, sottotitolazione, mixaggio ecc.).

È inutile dire che nei gradini più bassi della catena la pressione sui salari è ancora più intensa. Basti pensare che il comparto degli animatori e delle altre maestranze tecniche impegnate nella serie Bojack Horseman si è dovuta organizzare sindacalmente, per strappare un accordo migliorativo con l’azienda di Los Gatos. Si tratta di dati che confermano quanto sia abnorme il tasso di sfruttamento nelle Tech Giants, la conseguenza della mobilitazione di una enorme quantità di lavoro vivo (potenziale) gratuitamente reso dagli utenti.
L’altra faccia di come l’affermazione del capitalismo delle piattaforme riduca ancor di più gli “effetti di percolamento” dalla finanza all’economia reale.
Netflix, al pari degli altri giganti del web, è un “ecosistema coordinato” che massimizza a vantaggio della proprietà le relazioni di mercato tra gli utenti, i fornitori e gli investitori finanziari, ma è anche una “macchina economico-finanziaria” intrinsecamente crisis prone come si è visto, che per svilupparsi ha bisogno di acquisire sempre nuovi abbonati (vincendo la competizione con gli altri competitor, come Apple, Amazon, Disney ecc.), alimentando nel contempo quella tendenza interna alla “concentrazione” monopolistica, che contraddistingue questa nuova forma di innovazione tecnologica.

Le conseguenze di questo fenomeno sono state e saranno devastanti per tutto il settore dell’audiovisivo. Oggi è diventato ormai normale spendere 9.90$ al mese per vedere decine di film e serie Tv per diversi device di un’intera famiglia. È evidente che un business model come quello delle Premium Cable Tv di una volta, come HBO e Showtime (che infatti si sono affrettati ad aprire a loro volta dei servizi in streaming on-demand a prezzi stracciati) sia totalmente insostenibile. Così come è insostenibile per una sala cinematografica poter pensare di entrare in competizione con un servizio che ormai riesce ad attrarre anche registi da premio Oscar (Roma di Cuarón) o grandi autori (Scorsese) così come serie Tv da blockbuster come Stranger Things o fenomeni trash dall’alto potenziale virali sui social network come Tiger King.
Netflix, come per altro è avvenuto anche per altre piattaforme come Amazon, dovrebbe essere analizzata non soltanto per la sua organizzazione aziendale interna o per le sue strategie di crescita e investimento, ma come un dispositivo di ristrutturazione di un intero settore, come è quello dell’audiovisivo.
Così come Amazon è stata capace di evitare di ripartire i dividendi ai propri azionisti per anni per riuscire ad avere capitali sufficienti per implementare strategie di crescita e acquisizione sempre più aggressive (come nel caso di Amazon Prime, uno dei grandi “salti di scala” nella storia di quell’azienda) così Netflix è stata capace di trasformare le abitudini di centinaia di milioni di persone e di rivoluzionare per sempre il loro modo di consumare contenuti audiovisivi. L’enorme capitale finanziario mobilitato da quest’azienda è stato in grado – come spesso è avvenuto nella storia del capitalismo – di ristrutturare completamente un settore industriale.

In questo senso Netflix è riuscita anche a diventare uno dei grandi player in quella che è una delle più centrali battaglie economiche di questi anni: quella dell’economia dell’attenzione (e che si stanno combattendo in modo sempre più aggressiva sia nel mercato dei capitali che in quello delle strategie aziendali Facebook, Google, Apple, ecc.). Quasi duecento milioni di persone passano ore della propria settimana consumando contenuti audiovisivi sul sito di Netflix. È interessante infatti notare come Netflix non abbia mai acconsentito a divulgare i dati sugli ascolti dei propri prodotti: fenomeno bizzarro dato che decenni di ricerca sugli studi audiovisivi hanno sempre considerato come un dato empirico fondamentale il numero di spettatori che un film riusciva ad accaparrarsi.
Oggi noi non sappiamo più quanti sono stati gli spettatori di The Irishman o di Mank. Molti si sono chiesti che cosa Netflix volesse nascondere e perché non volesse rendere pubblici questi dati. Con buona pace dei dipartimenti universitari di studi sul cinema forse la risposta è molto più semplice di quello che sembra.
Netflix non è un’azienda di contenuti audiovisivi – e infatti non è un caso che venga quotata in borsa nel Nasdaq. Netflix è un’azienda che usa il cinema e le serie Tv come esca: la vera posta in palio sono i comportamenti, le abitudini e i gusti dei quasi 200 milioni di persone che passano ore della propria giornata a interagire con quel sito.

Il vero oggetto insomma, è l’uso economico-finanziario dei dati: la vera materia prima che il capitalismo delle piattaforme utilizza per ristrutturare il capitale della sfera della circolazione e rendere sempre più fluida e senza frizioni la realizzazione di valore. Non dobbiamo fare l’errore di guardare il dito (i film) e non la Luna (le strategie di accumulazione capitalistiche). Netflix è solo una delle tante maschere dietro cui si sta trasformando il capitalismo contemporaneo tutto. Purtroppo, non solo al cinema.

Fonte

05/12/2017

Goldman Sachs: - Una situazione simile non si vedeva da prima della Grande Crisi

Persino leggendo tra le righe degli ultimi rapporti Goldman Sachs si legge chiaramente che l’attuale situazione di esagerati rendimenti finanziari non è sostenibile. La grande banca d’investimenti, che per definizione ha un approccio spregiudicatamente ottimista verso gli effetti miracolosi del mercato, rivela seppur con messaggi contraddittori e fumosi che nel mercato si registrano segni preoccupanti, storicamente visti solo alla vigilia della Grande Crisi del ’29. Un monito da non sottovalutare, per chi insiste ostinatamente a dire che la crisi sia ormai alle spalle e persista solo come percezione alimentata dalle cosiddette “fake news”.

di Tyler Durden, 29 novembre 2017

Alla Goldman Sachs non cambiano mai.

Il principale stratega azionario di Goldman, David Kostin, aveva recentemente previsto tre anni di mercato in rialzo da “esuberanza razionale“, alzando il target di riferimento per il 2018 dell’indice S&P da 2.500 a 2.850 fino a raggiungere 3.100 nel 2020, e aveva affermato che, qualora l’esuberanza fosse diventata “irrazionale”, il prezzo base S&P sarebbe potuto arrivare fino a 5.300 entro la fine del 2020. Una settimana dopo Christian Mueller-Glissmann, un altro stratega Goldman, ha deciso che fosse invece meglio vestire i panni del poliziotto cattivo e prepararsi ad ogni evenienza.

Così, in un rapporto pubblicato martedì scorso e intitolato “The Balanced Bear – Part 1: Low(er) returns and latent drawdown risk” [L’orso equilibrato – Parte 1: Rendimenti (più) bassi e potenziali rischi di declino, ndt] questo tipico rappresentante della Goldman, ora improvvisamente divenuto ribassista, avverte che, nel medio periodo, si profilano due possibili scenari: i) uno di “lenta sofferenza” deflazionistica, caratterizzato da bassi rendimenti e valutazioni elevate “persistenti a causa della stabilità macroeconomica, ma con meno guadagni imprevisti dati da aumenti delle valutazioni e con minori trasferimenti – e di conseguenza, con rendimenti da attività probabilmente inferiori”, oppure ii) uno svalutativo a “rapida sofferenza” dove “una crescita reale negativa o uno shock inflazione/tassi d’interesse, o una combinazione di entrambi, trainerebbe una svalutazione nei portafogli 60/40“.

Se siete confusi, non preoccupatevi – non siete i soli. Mentre da un lato Goldman non prevede nient’altro che cieli sereni nel “medio periodo” per i prossimi tre anni, esclude qualsiasi recessione e prospetta un rialzo a doppia cifra dei guadagni azionari, dall’altro lato la stessa Goldman prevede anche uno scenario di sofferenze “lente” o “rapide”, che pur essendo due cose diverse, hanno in comune un elemento fondante (come suggerisce il nome): “la sofferenza”.

Se il fatto che la Goldman si contraddica da sola non è una novità, restano comunque delle perplessità. Tenendo conto che gli “studi” rivolti alla clientela sono ovviamente risibili e volti a far sì che i clienti facciano l’opposto di quello che fanno i trader interni della Goldman, non è però ben chiaro da quale lato la Goldman abbia scelto di scommettere per i propri investimenti interni. Non è chiaro, insomma, se la banca stia puntando su una CDO e stia mettendosi in posizione short su tutte le attività vendute ai propri clienti, oppure se abbia assicurato un ulteriore rialzo del S&P, anche se le valutazioni “non hanno ormai più senso”, per citare la stessa Goldman.

Noi non siamo in posizione di, né siamo interessati a, rispondere. Per chi lo fosse, questo è un sunto delle parole di Mueller-Glissmann:

Riteniamo che un periodo di rendimenti bassi o decrescenti (scenario 1) sia più probabile di un mercato fortemente in ribasso nei portafogli 60/40 (scenario 2), almeno nel breve periodo. Ma probabilmente vi sarà un periodo di riequilibrio, caratterizzato da crescita rallentata e aumento dell’inflazione. Ed ai bassi livelli di rendimento attuali, oltre al fatto che ci troviamo ormai al ‘principio della fine del QE’, i titoli di Stato potrebbero essere meno efficaci per la copertura delle azioni, e costituire un peso maggiore sui portafogli bilanciati. Inoltre, l’aumento dell’inflazione potrebbe spingere la banca centrale a emettere “più out of the money“, il che richiederebbe alle banche centrali un maggiore “shock di crescita” per facilitare politiche espansive. Anche le attuali misure espansive a disposizione delle banche centrali sono più limitate poiché i tassi sono ancora bassi e gli acquisti di QE sono appena stati ridotti.

E in caso di ribasso bilanciato, potrebbero acuirlo e velocizzarlo. Il rischio di duration nei mercati obbligazionari è molto più alto durante questo ciclo e il volatility of volatility del volume azionario è aumentato a partire dalla metà degli anni ’80. Anche se si ritiene che gli investitori dovrebbero ridurre la duration e gestire allocazioni azionarie più elevate nello scenario 1, allo stesso tempo essi dovrebbero prendere in considerazione garantire almeno il rischio di riduzioni azionarie minori nel breve periodo. Gli spread S&P 500 a scadenza più breve sembrerebbero un segnale positivo. Nella seconda parte vengono analizzate diverse strategie per migliorare i rendimenti di portafoglii bilanciati, gestendo al tempo stesso il rischio di drawdown in caso di un mercato in ribasso.

Alla fine, come ogni altra previsione partorita dalla Goldman, si tratta di spazzatura: chi preferisce un mercato al rialzo legge Kostin; chi lo preferisce in ribasso – di poco o molto – preferisce Glissman. L’importante è che si rivolga comunque ai simpatici consulenti Goldman, che incasseranno volentieri le commissioni di qualunque operazione si scelga di fare.

Detto questo, il pdf di 26 pagine offre quantomeno un dato interessante: un grafico che mostra che non solo questo è il più lungo periodo in ribasso 60/40 senza un drawdown di ritorno del 10%, ma anche che l’ultima volta che ciò si è verificato è stato più o meno alla fine anni ’20... e la Grande Depressione sarebbe seguita di lì a pochi mesi.


Nelle parole della Goldman: “ci stiamo avvicinando al più lungo periodo di mercato in ribasso 60/40 della storia – dal 2009 non c’è stato un drawdown del 10% in termini reali. I portafogli passivi bilanciati long-only hanno prodotto interessanti rendimenti ponderati per il rischio dagli anni ’90. Un favorevole contesto macroeconomico ideale, sostenuto dalla “Grande moderazione” e dalle banche centrali, ha incrementato i rendimenti sia azionari che obbligazionari, tuttavia, dopo il recente “mercato al rialzo totale”, le valutazioni su tutte le attività sono le più alte mai viste questo secolo, il che riduce il potenziale di rendimento e diversificazione nei portafogli equilibrati.

Altri dati:

Ci stiamo avvicinando al più lungo periodo di mercato al rialzo per i portafogli bilanciati in titoli azionari/obbligazionari in oltre un secolo: nessun portafoglio standard 60/40 (60% S&P 500, 40% titoli di Stato a 10 anni) ha sperimentato un drawdown di oltre il 10% dal punto più basso del GFC (8,7 anni), e da allora i rendimenti prodotti sono stati su una media del 143% (11% annuo)”.

E quando è stata l’ultima volta che portafogli bilanciati hanno sperimentato rendimenti così straordinari? Goldman risponde ancora:

“Il periodo più lungo è stato durante i ruggenti anni ’20, poi terminato con la Grande Depressione, Il secondo periodo più lungo è stato il boom del dopoguerra negli anni ’50 – il periodo degli anni ’90 era al terzo posto, ma oggi è passato al quarto, dopo quello corrente.”

Il altre parole, per vedere rendimenti simili a quelli generati oggi da un portafoglio bilanciato “60/40” bisogna tornare all’inizio dell’anno 1929. Attualmente ci troviamo in periodo ininterrotto di rendimenti sbalorditivi senza un drawdown totale del 10% da 8.7 anni. E quanto è durato il simile periodo di riferimento degli anni ’20? 9,1 anni. Il che significa che, se la storia ci insegna qualcosa, una nuova, spaventosa Grande Crisi è appena dietro l’angolo.

Fonte

10/10/2017

Banche, finanziarizzazione e tecnologia nell’orgia del capitale

Nella galassia antagonista uno tra gli argomenti d’attualità meno dibattuti riguarda i cambiamenti epocali che sta vivendo il settore bancario.

Si tratta di uno sconquassamento paragonabile alla transizione della fabbrica fordista ad alta produttività e tasso di lavoro umano a quella a produttività ancor più elevata, in cui il lavoro umano è stato quasi del tutto espunto dall’automazione.

Il riferimento visivo più lampante è quello delle catene di montaggio dell’industria automobilistica e, probabilmente – se non fossimo un paese in stato di dismissione industriale da ormai 3 decenni – il gigantismo di questo passaggio potrebbe essere compreso anche dall’uomo comune, che per altro è il candidato naturale a subirne gli effetti nefasti, come si verificò appunto negli anni della trasformazione del modello produttivo fordista.

Le intellettualità di sinistra, ai tempi, risultarono impreparate a cogliere nella giusta ottica quella metamorfosi; purtroppo a quarant’anni da quei fatti, la desertificazione di pensiero è diventata ancor più vasta, dunque l’ipotesi di trovarci completamente disarmati rispetto al dipanarsi degli eventi è quasi una certezza.

Val dunque la pena provare ad approfondire un minimo la questione, inserendola nella cornice delle trattazioni sulla “rivoluzione industriale 4.0” cui Contropiano sta riservando ampio spazio.

Anzitutto va stabilito che il modo in cui la tecnologia sta innervando il settore produttivo (materiale) non è speculare ai suo riverberi nell’ambiente finanziario. Anzi a dispetto di una base comune – la tecnologia, appunto – i due mondi sembrano instradati su una dicotomia dai risvolti laceranti, data la facoltà della finanza di “ammazzare” l’economia reale.

Se la cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, infatti, si può sintetizzare come un nuovo, radicale capitolo del processo di automazione produttiva in atto dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, la tempesta che si sta abbattendo sull’universo del credito minaccia di sconvolgere completamente la percezione che ancora conserviamo di quel mondo.

Nonostante il radicale processo di privatizzazione e il contemporaneo spostamento del core business di settore dalla gestione del risparmio alla speculazione volta a generare denaro dal denaro, finanza e banche conservavano ancora una percezione, anche fisica – reti capillari di sportelli, impiegati, consulenti, ecc. – solida nell’immaginario collettivo. Percezione che ha ricevuto una prima, violenta, picconata dal fallimento Lehman del 2008 cui è seguito un vorticoso stravolgimento del settore generato dal cosiddetto shadow banking.

Il credito ombra è un caso da manuale nell’ambito delle soluzioni interne al modo di produzione capitalista che generano più problemi di quelli che vorrebbero sanare.

Esso nasce come risposta alla stretta creditizia con cui il mercato finanziario istituzionale (ricordiamoci sempre che si parla di soggetti privati) ha cercato di tamponare le perdite derivanti dall’esplosione della bolla dei sub-prime.

Com’è risaputo, dopo anni di vacche grasse in cui il credito veniva concesso a chiunque – dal più improbabile imprenditore a stuoli di consumatori palesemente insolventi – le banche, rimpinguati i forzieri con i piani pubblici di salvataggio, decisero di attendere il passaggio della tempesta leccandosi le ferite e riducendo drasticamente i finanziamenti, più banalmente la liquidità, messa a disposizione di consumatori e aziende.

La situazione ha ovviamente falcidiato il “mercato” che, dagli anni ’80 in poi, è di fatto sopravvissuto a se stesso grazie all’accesso al credito estremamente facilitato. Gli acquisti rateali sono scolpiti nella memoria di un interno emisfero, così come, almeno in Italia, l’istantanea di un tessuto produttivo che per dimensioni degli attori che lo popolavano non poteva avere altro interlocutore che non fosse la fideiussione bancaria.

E’ a questo punto che il credito ombra entra in scena andando a colmare il vuoto lasciato dai creditori istituzionali, operazione che svolge, capitalisticamente parlando, anche con maggiore efficienza dal momento che le realtà operanti nell’ombra, non devono sottostare alle seppur blande regolamentazioni legislative in materia, perché non sono classificabili tra gli operatori istituzionali.

Questo vantaggio competitivo ha consentito allo shadow banking di generare un giro d’affari valutato in 149mila miliardi di dollari, di cui 34mila miliardi considerabili a rischio (fonte: IlSole24Ore). A fronte di numeri di questa entità, va tenuto a mente che gli operatori del credito ombra non sono tenuti nemmeno all’accantonamento di una riserva frazionaria, quindi se qualcuno di loro dovesse saltare non ci sarà nemmeno la possibilità di fare retorica pretendendo che i buchi siano coperti, seppur in minima parte date le cifre in gioco, con il contenuto dei forzieri di lor signori.

Le criticità fin qui esposte sono trattate a livello politico da un lustro scarso e per altro solo in quegli ambienti che hanno mantenuto percezione del ruolo strategico giocato dal mondo bancario nell’odierna competizione globale. Mi riferisco alla Germania, che tuttavia ha gatte da pelare probabilmente eccedenti le capacità della propria classe dirigente, e la Cina, al momento seduta su un’autentica polveriera e c’è da scommettere che l’attuale dirigenza del PCC si giocherà una larga fetta del proprio futuro sulla gestione della faccenda, oltre che sulla realizzazione della “nuova via della seta” la cui impostazione, molto probabilmente, non è estranea anche alla necessità di governare, almeno in chiave ridimensionamento, la bolla montata dal credito ombra.

Per altro l’intersezione tra bolla shadow banking, nuova via della seta e investimenti cinesi all’estero andrebbe seriamente analizzata a sinistra, non soltanto per scandagliare l’anomalia costituita dal “socialismo con caratteristiche cinesi”, ma anche per tenere i piedi ben saldi a terra ogni qual volta s’invoca l’allineamento al celeste impero per evadere dalla gabbia economica impostaci dalla UE. Scritto altrimenti, il passo dalla padella dei project financing nostrani, alla brace di quelli con “caratteristiche cinesi”, può lasciare sulla pelle di un’economia ampiamente disastrata come quella italiana, ustioni insanabili.

Finora la questione tecnologica associata agli sconvolgimento del mondo bancario è rimasta sullo sfondo, ma soltanto nella mia esposizione. Se lo shadow banking è risultante pratica della stretta al credito, la sua crescita mostruosa, infatti, va tecnicamente imputata agli strumenti informatici che hanno consentito di strutturare e processare con rapidità crescente algoritmi finanziari sempre più complessi (banalmente, operazioni matematiche con cui gli strumenti d’investimento si impacchettano in forme diverse per essere rivenduti sul mercato), che fattivamente contribuiscono alle difficoltà di regolamentazione nella cornice del libero mercato.

Anche questo argomento è assurto al dibattito con ritardo e limitato riscontro anche tra gli addetti ai lavori. La questione tuttavia è dirimente, in particolare circa la diffusione delle cosiddette criptovalute, tra cui il Bitcoin è la più conosciuta.

Sulle pagine di Contropiano si è già trattata la logica perversa e criminale che ne determina il funzionamento; quello che in questa sede si vuole sottolineare è, ancora una volta, l’impossibilità per la tecnologia di costituire un fattore strutturalmente progressista all’interno della cornice di mercato, quindi entro logiche che intendono valorizzare esclusivamente il profitto privato.

Su queste pagine tale asserzione è stata trattata in un pezzo tradotto dal Guardian in cui l’autore, con un pizzico di provocazione, sostiene la necessità di nazionalizzare le grandi multinazionali del digitale. Il testo con grande merito rileva come queste ultime siano divenute piovre che mettono a valore ogni istante delle nostre vite compresi, soprattutto, quelli più personali. Infatti, oltre l’immateriale – con la finanziarizzazione declinata in chiave shadow banking e criptovalute – l’ultima frontiera dell’accumulazione è l’estrazione di profitto da tempo libero, gusti, inclinazioni personali dei singoli, catalogati entro big data virtualmente infiniti e sottratti a qualsiasi controllo pubblico, figuriamoci democratico.

Il prossimo passo del capitale non è ancora dato sapere quale sarà, ma forse ripassando Ghost in the shell o Matrix qualche qualche ipotesi in merito potremmo farla...

Scenari distopici a parte, a livello teorico le alternative possono essere quanto meno discusse. Ad opinione di chi scrive, nella questione il fattore dirimente può identificarsi nell’infrastruttura. Mi spiego meglio: quando parliamo di economia digitale tendiamo inconsapevolmente a considerarla come qualcosa di ineluttabile perché sottratta alla fisicità. Il motore di ricerca di Google, piuttosto che la nostra pagina Facebook, non li possiamo toccare, tuttavia ciò che osserviamo attraverso un display a cristalli liquidi fa quello che deve perché alle sue spalle c’è un’infrastruttura fisica che gli consente di operare. Sono consapevole di scrivere ovvietà, che tuttavia sono talmente scontate da essere spesso espunte dal dibattito.

Ora, per quanto i server che eseguono il codice di Google piuttosto che Facebook, Amazon, ecc. siano proprietà delle rispettive società e risiedano in altri paesi, quindi non possano essere nazionalizzati, è pur vero che senza l’infrastruttura di rete che veicola i dati da e per l’utente ai server della multinazionale digitale di turno, tutto il sistema non potrebbe funzionare. Ecco quindi che se parlare di nazionalizzazione di Google è evidentemente una boutade volta a stimolare la riflessione, decisamente più fattibile è l’ipotesi di nazionalizzare una rete di telecomunicazioni e stabilire chi può operarci e a quali condizioni.

Questo è ne più ne meno ciò che fa la Cina, a scopo censorio, con il proprio Golden Shield project. Un approccio simile, dunque, potrebbe essere tecnicamente fattibile anche nell’ottica di porre un freno, entro i confini nazionali, allo strapotere che le multinazionali digitali hanno assunto nella società odierna.

Certo prima – molto prima – bisognerebbe disintossicarsi dal cosmopolitismo borghese con cui le sinistre occidentali degli ultimi decenni hanno sostituito il più concreto internazionalismo proletario, ma insomma... citando Gene Wilder “sì può fare!”.

Fonte

23/08/2017

Bitcoin, la catastrofe ecologica

E’ la tendenza finanziaria del momento.
E’ il modo in assoluto più inefficiente ed idiota di usare l’energia elettrica. Consuma l’equivalente di due centrali nucleari dedicate e continua a crescere esponenzialmente.

da https://aspoitalia.wordpress.com

Un mondo di meraviglie

Oggi parliamo di un mondo meraviglioso. Un mondo in cui è possibile guadagnare trasferendo via internet 20€, con una spesa elettrica di 20€ (si, avete capito bene), mentre si consuma l’energia che impiega un’auto elettrica per percorrere 1000km.

Oggi parliamo della bolla finanziaria del momento: il Bitcoin.

Ne avrete sentito parlare in qualche modo.

E’ nato nel 2009 ed è la prima di tantissime monete digitali ad avere mostrato al mondo come si possa fare a meno di una banca centrale. Usa una tecnologia chiamata ‘Blockchain’ (catena di blocchi, è una sorta di registro pubblico dei trasferimenti di valuta) che, mediante tecniche di cifratura ben consolidate, permette il trasferimento sicuro di una somma in Bitcoin da un ‘wallet’ (portafoglio o conto) virtuale ad un altro, evitando che un malintenzionato ‘bari’ in qualche modo. Il tutto avviene mediante protocolli informatici decentralizzati, per cui il singolo utente può fare tutto dal proprio pc, senza nessun intermediario: acquistare Bitcoin, trasferirli, spenderli per pagare beni e servizi, convertirli in altre valute. Può persino ‘crearli’ o ‘perderli’ per sempre, nel caso che perda la chiave segreta che permette l’accesso al portafogli su cui sono depositati.

Per l’uomo della strada i Bitcoin sono uno strumento poco comprensibile. Innanzitutto, non avendo un corrispettivo fisico in banconote e monete, non capisce come possano avere un valore. Non gli è chiaro a cosa possano servire e come possano essere spesi. Quando prova ad informarsi, scopre che il loro funzionamento è piuttosto complicato e hanno caratteristiche inaspettate[1]. Se ne osserva il prezzo, rimane stupito e spaventato dall’estrema volatilità. Infine, non si fida perché dai media sono spesso accostati alla pirateria informatica (i cosiddetti ‘hacker’, in realtà si dovrebbe dire ‘cracker’) e ad attività illegali che hanno rapidamente creato alcune leggende urbane. Una tra tutte è il perfetto anonimato che sarebbe garantito ai proprietari di Bitcoin[2].

L’uomo della strada però non è l’investitore tipico che investe in Bitcoin e altre criptovalute. Tecnologico, curioso, propenso al rischio e non di rado asiatico (Cina e Corea del Sud la fanno da padrone), non si fida delle istituzioni finanziarie sia perché non gradisce che sappiano tutto del suo conto, sia perché non si fida della loro solidità e della continua emissione di nuova moneta. Non per niente il Bitcoin è figlio della crisi del 2009.


Figura 1. Prezzo storico del Bitcoin in dollari statunitensi. Fonte: Blockchain.info.

L’investitore tipo in Bitcoin potrebbe aver iniziato la sua avventura anche solo nell’estate del 2015, acquistando 100 Bitcoin per l’equivalente di un 250 dollari l’uno, spendendo così 25.000$. Per 2 anni potrebbe essersi dimenticato del suo investimento ed ora potrebbe ritrovarsi con 400.000$ (vedi Figura 1). Se fosse stato un investitore della prima ora, diciamo nel 2011, avrebbe raggiunto la stessa cifra investendo solo 25$, perché all’epoca un Bitcoin costava solo un quarto di dollaro. Stiamo parlando di qualcosa come un aumento di 16.000 volte (1.600.000%) del capitale investito. Solo dall’inizio di quest’anno, il suo valore è cresciuto di 4 volte.

Pazzia speculativa?

Forse. Anche.

In realtà c’è una ragione precisa per cui il valore del Bitcoin ha una tendenza naturale all’aumento. E’ stato progettato in modo tale che il numero di Bitcoin circolanti non potrà mai superare i 21 milioni [3]. I Bitcoin sono quindi una risorsa virtuale scarsa, che nel tempo è soggetta naturalmente ad un effetto deflazionario, sia per l’aumento di popolarità e quindi della domanda, sia per la continua perdita effettiva di Bitcoin da parte di chi perde le chiavi del proprio conto.

Questa è una caratteristica sin dalla nascita dei Bitcoin molto apprezzata dagli investitori ed è la causa principale dell’esplosione del consumo elettrico associato.

Il Bianconiglio

Per capire quello che sta succedendo, è necessario entrare nel funzionamento del protocollo che governa i Bitcoin, spiegandolo senza tecnicismi.

Il grande merito attribuito al mitico Satoshi Nakamoto, l’inventore anonimo del Bitcoin, è di aver risolto un problema spinoso in un sistema monetario senza un’autorià centrale: evitare che una somma di denaro sia spesa due volte perché ciò equivarrebbe di fatto alla creazione di nuova moneta.
Facciamo un esempio classico: avete 1 Bitcoin sul vostro conto virtuale e volete provare a spenderlo due volte, inviandolo ad Alibaba in Cina per comprare un PC ultimo modello e, quasi in contemporanea, inviandolo anche ad Amazon negli Stati Uniti per comprarvi l’ultimo grido in fatto di robot giardinieri.

In un sistema come quello delle carte di credito non sarebbe un problema: essendoci un’autorità centrale che presiede a tutte le transazioni, la prima spesa che viene ricevuta è quella che viene registrata e la seconda viene rifiutata.

Il sistema che governa le transazioni dei Bitcoin invece è decentralizzato e coinvolge server e pc distribuiti su tutto il pianeta che, per normali problemi di latenza della rete Internet, possono essere in disaccordo su quale delle due spese sia quella legittima. Nel caso in oggetto supponiamo che per campanilismo la parte del sistema Bitcoin in Asia potrebbe essere convinta che la spesa lecita sia quella ad Alibaba, mentre quella in America che sia quella ad Amazon. Quale delle due ha ragione?
Per uscire da questa empasse il protocollo Bitcoin prevede un ingegnoso e devastante stratagemma, chiamato proof-of-work (prova-di-lavoro) che, per registrare (quindi rendere effettive) un certo numero di operazioni di transazione di Bitcoin, prevede che prima venga compiuto un lavoro ‘faticoso’. In termini informatici è un lavoro che prevede una enorme quantità di calcoli da parte di molti processori (da qui si origina il consumo spaventoso di elettricità) che gareggiano per scoprire un segreto matematico. La ricerca di questo segreto viene definita ‘mining‘ (estrazione mineraria) e viene svolta dai miners, in teoria qualunque utente abbia a disposizione un dispositivo intelligente. Chi trova il segreto per primo è quello che registra definitivamente un blocco di nuove transazioni nel registro pubblico (la Blockchain). Nell’esempio precedente sarà un miners in Asia o uno in America, derimendo così la questione su quale delle due spese vada accettata e quale rifiutata. Questo meccanismo inoltre evita che un miners disonesto possa accettare entrambe le spese registrandole nella Blockchain, perché per farlo dovrebbe scoprire il segreto prima di tutti gli altri utenti onesti e l’unico modo per avere qualche possibilità sarebbe avere a disposizione più processori (ed elettricità) di tutti gli altri.

Per chi volesse approfondire un poco di più il funzionamento, che ripeto è ingegnoso, più complesso di come l’abbiamo sinora spiegato (e appunto incredibilmente devastante), è invitato a leggersi la nota [4].

Il mining è un’attività, che garantisce il corretto funzionamento del sistema Bitcoin, ma che è onerosa in termini economici (hardware ed elettricità impiegati) per chi la compie e deve essere incentivata. Ecco quindi che i ‘miners’ sono ricompensati con nuovi Bitcoin ogni volta che individuano un segreto ‘chiudendo’ un blocco. In pratica l’attività di mining è l’unica che garantisce l’immissione controllata di nuovi Bitcoin. La quota immessa in questo modo si dimezza ogni quattro anni e attualmente è di 12,5 Bitcoin ogni dieci minuti(l’ultimo dimezzamento c’è stato nel 2016, quindi il livello dell’attuale ricompensa durerà sino al 2020). Ciò garantisce che ci sia un numero massimo teorico di Bitcoin (i 21 milioni citati sono il risultato di una serie geometrica convergente), sia un continuo incentivo per i miners che sostengono il sistema.

La corsa del Bianconiglio

Ora possiamo spiegare l’effetto perverso nei consumi elettrici in tutta la sua grandezza.
Il sistema Bitcoin è regolato internamente in modo tale che ogni 10 minuti parta una nuova corsa per registrare le ultime transazioni di Bitcoin ed individuare il nuovo segreto associato. La regolazione avviene modificando automaticamente la difficoltà del segreto: se la potenza di tutti i calcolatori che fanno mining aumenta, la difficoltà nell’individuare il segreto aumenta, per compensare ed evitare che venga in media trovato prima dello scadere dei 10 minuti; viceversa se cala la potenza di calcolo, cala anche la difficoltà.



Figura 2: in blu e verde, la potenza globale stimata di mining per il Bitcoin, calcolata in hash rate (il numero di tentativi al secondo per individuare il segreto) e, in rosso, la difficoltà automaticamente impostata negli ultimi nove mesi. Fonte: Bitcoinwisdom.com.

Ecco allora mostrato l’effetto perverso a catena:
1. se il valore del Bitcoin aumenta, a parità della ricompensa in nuovi Bitcoin immessi, aumenta il valore della retribuzione per i miners;
2. ai miners conviene allora comprare più hardware di calcolo e consumare più energia elettrica per unità di tempo;
3. il sistema Bitcoin individua l’aumento della potenza di calcolo del mining e cerca di compensarlo aumentando la difficoltà della ricerca del segreto, in modo da mantenere costante l’intervallo dei 10 minuti;
4. l’aumento della difficoltà del segreto, compensa l’aumento della potenza di calcolo e fa si che venga impiegata sempre al 100%, quindi al massimo consumo energetico possibile.

Questo fenomeno ha il punto chiave nell’aumento del valore dei Bitcoin. Dato un certo aumento, il fenomeno continua sino a quando l’attività di mining diventa svantaggiosa per il continuo aumento dei costi per l’hardware e l’elettricità, annullando il guadagno medio dalla ricompensa dei nuovi Bitcoin ottenuti scoprendo i segreti dei blocchi.

Purtroppo, questo punto di equilibrio sembra adesso assai lontano. La velocità con cui continua ad aumentare il valore del Bitcoin è tale che gli stessi miners faticano a scalare la propria capacità di calcolo per stare al passo. Dalla figura 2 si osserva che da febbraio a fine luglio la potenza complessiva impiegata nel mining è raddoppiata, passando da 4TH/s (migliaia di miliardi di hash, cioé di tentativi di indovinare il segreto, al secondo) a 8TH/s. Stiamo parlando di un tempo di raddoppio di meno di 6 mesi, avvenuto nonostante che la quota di Bitcoin immessi fosse stata appena dimezzata. Come abbiamo già osservato, il valore del Bitcoin nello stesso periodo è infatti quadruplicato. L’arretrato di lavoro dei miners nell’installare nuova capacità di calcolo (e di consumo elettrico) si sta quindi accumulando. Senza dimenticare che la crescita del valore dei Bitcoin è iniziata da anni e potrebbe continuare ancora, continuando ad aumentare l’incentivo per installare più potenza di calcolo.

Quanto è profonda la tana del Bianconiglio

Ma quanta energia elettrica consuma attualmente il sistema Bitcoin?

Innanzitutto la potenza di calcolo (hash rate, ogni hash è un singolo calcolo per tentare di indovinare il segreto) e il consumo elettrico sono fortemente correlati, quindi sono possibili un paio di metodi di stima.

La prima, potrebbe essere ricostruire il parco installato dei calcolatori dedicati al mining per determinare l’efficienza media di calcolo e moltiplicare per l’hash rate globale. L’ultima stima disponibile per fine luglio 2017 si attesta così sui 7-8TWh all’anno di elettricità, più o meno quanto produce una centrale nucleare da 1000MW. Si osservi che solo 5 mesi prima questo valore era esattamente la metà.

Un secondo metodo prevede di fare i conti in tasca ai miners con un modello economico. In tal caso l’ordine di grandezza non cambia, anche se si ottiene una stima doppia, attualmente intorno ai 16TWh/a. Per dare un’idea, è quanto consuma la Tunisia o la Corea del Nord, ed è pari a circa il 5% del consumo nazionale Italiano.

Se il sistema Bitcoin fosse una nazione, sarebbe la 78esima (su 195+1) per consumi di energia elettrica.



Figura 3: raffronto tra i consumi elettrici annuali di vari stati e il sistema Bitcoin, in TWh. Fonte: Digiconomist.net.

Il problema è che il sistema Bitcoin è ancora marginale nell’economia, e gestisce un numero basso di transazioni rispetto ai sistemi tradizionali: con circa 300.000 transazioni al giorno, per una sola transazione di Bitcoin si consumano ben 146kWh elettrici, per un costo che in Italia sarebbe di circa 20€ ed equivale al consumo giornaliero di 20 famiglie [5]. In altri termini, siccome un’auto elettrica percorre circa 100km con 15kWh, per consumare la stessa energia di una sola transazione di Bitcoin dovrebbe percorrere 1000km!

La beffa è che una transizione di bitcoin può essere di qualunque entità, anche di una frazione di Bitcoin. Ad esempio se si scorre le transazioni contenute nell’ultimo blocco creato nella Blockchain, se ne possono trovare alcune del valore di 0,005Bitcoin, cioé, ai prezzi attuali circa 20€. Quindi per trasferire 20€ in Bitcoin, se ne consumano 20€ in elettricità (in Italia), anche se mediamente per i miners un costo più verosimile si attesta sui 6-7€[6].

L’unica notizia leggermente positiva in tutta questa ordalia energetica, in cui utenti in giro per il mondo letteralmente gareggiano nel consumare più rapidamente l’elettricità, è che il consumo complessivo di energia non dipende dal numero di transazioni inserite in un blocco (e quindi evase al giorno), ma dal valore raggiunto dal Bitcoin, almeno sino al 2020.

Il Bianconiglio fa molta, molta paura

Ciò che relamente spaventa di più è che questa follia energetica non dia segni di rallentamento. Uno studio di Aprile del Cambridge Centre for Alternative Finance, individua un guadagno di due miliardi di dollari per i miners nel solo 2016. Il costo per il consumo di energia elettrica viene invece stimato ora in circa 1 miliardo di dollari (in realtà meno, ma stiamo conservativi). Nel frattempo nel 2017 i profitti per i miners sono ulteriormente aumentati come da figura 4.



Figura 4: indice di profitto per i miners, che tiene conto sia della retribuzione in nuovi Bitcoin, sia delle fees che vengono pagate dagli utenti per dare priorità all’esecuzione delle transazioni. Fonte: Blockchain.info.

Quindi, in modo approssimativo, si può concludere che per i miners il 2017, in assenza di un calo del valore del Bitcoin, sarà profittevole almeno 3 volte di più rispetto al 2016. Avendo già un margine netto nel 2016 ben 2 volte superiori ai costi, il punto di equilibrio già menzionato oltre al quale i miners perdono la profittabilità sarà raggiunto solo dopo un incremento di 3×3=9 volte dei consumi elettrici! Ci possiamo aspettare spannometricamente un aumento delle potenza installata di almeno altre 8 volte ai prezzi attuali del Bitcoin.

Se l’attuale valore del Bitcoin dovesse aumentare ancora, se non altro per la spinta deflazionaria dovuta alla sua natura di risorsa scarsa e alla sua popolarità, la situazione sarebbe ancor più disastrosa in pochissimo tempo, visto che il consumo di energia elettrica attualmente ha un tempo di raddoppio di soli 6 mesi. Con un aumento del valore del Bitcoin nei prossimi due anni ad un tasso dimezzato rispetto a quello dei primi 6 mesi del 2017, il consumo di energia elettrica potrebbe raggiungere quello dell’Italia (314TWh nel 2016) al più tardi verso l’inizio del 2020 (Figura 5).



Figura 5: semplice proiezione del consumo in TWh elettrici all’anno del sistema Bitcoin, considerando un tempo di raddoppio di 6 mesi, messo a confronto con la produzione elettrica (non il consumo) di vari paesi. Gli anni si riferiscono in realtà al dicembre di quell’anno e il consumo di quest’anno è stato preso dalla stima più conservativa tra le due citate, supponendo un ulteriore raddoppio da qui alla fine del 2017. Fonte: autore con dati BP Statistical Review 2017.

Certo, da una parte è impossibile che questa crescita esponenziale dei consumi continui sino a saturare tutta la produzione elettrica mondiale. Come la crescita esponenziale dei batteri in una piastra di Petri, prima o poi collasserà e lo farà probabilmente in modo clamoroso. Ci sono alcuni motivi, almeno di speranza di un rallentamento nel prossimo futuro:
-) un calo del valore del Bitcoin dopo il 2020 (ma potrebbe essere troppo tardi!), un ulteriore dimezzamento dei nuovi Bitcoin immessi e guadagnati dai miners la continua sostituzione delle schede di calcolo (ASIC) usate dai miners con modelli via via più efficienti, anche se ormai i margini di miglioramento sono assai ridotti su questo fronte;
-) l’abbandono della follia energetica del proof-of-work, in favore di altre strategie che non prevedono di far lavorare a vuoto milioni di processori, come ad esempio il proof-of-stake; la seconda criptovaluta per capitalizzazione del mercato, l’Ethereum, si sta (troppo) lentamente muovendo proprio in questa direzione, anche se nel frattempo a sua volta consuma quasi 5TWhe;

In merito a questo ultimo punto c’è però da dire che per la sua natura decentralizzata, ogni modifica al protocollo Bitcoin è lenta e molto difficile [7] e nella community del Bitcoin il problema del consumo di energia... semplicemente non pare essere un problema. Quindi avanti così.

Anche la tendenza a lasciare inalterato il sistema Bitcoin e a sviluppare in sinergia nuovo sistemi di servizi basati su di esso (es. Lightenig Network) sarà del tutto inutile, anzi probabilmente dannosa, se favorirà ulteriori aumenti di popolarità del sistema Bitcoin e quindi di aumento del suo prezzo.
A peggiorare il quadro c’è poi l’esistenza di centinaia di criptovalute oltre al Bitcoin, che stanno crescendo addirittura più rapidamente: ormai hanno strappato al Bitcoin al 54% della capitalizzazione del mercato, quando solo nel marzo di un anno fa detenevano il 20%. La quasi totalità di queste criptovalute è un clone del Bitcoin per quanto riguarda il mining e l’esplosione dei consumi di energia. Ecco quindi che tutte le stime energetiche sinora qui presentate, appaiono fortemente sottostimate se si considera l’intero mercato.

Certo, prima o poi si arriverà ad un punto di equilibrio o almeno ad un rallentamento di questa folle corsa allo spreco elettrico, ma è improbabile che capiti nei prossimi due anni visti gli altissimi margini dei miners e l’enorme ecosistema di imprese e servizi che stanno costruendo il loro business sulle criptovalute. Quando un mercato arriva a capitalizzare quasi 150 miliardi di dollari, piaccia o meno, non è pensabile che si fermi da un giorno all’altro, se non altro a causa degli enormi guadagni che genera e che vi vengono reinvestiti almeno in parte.

Nel frattempo ogni aumento del valore del Bitcoin, o di una qualsiasi altra tra le centinaia di criptovalute che sono nate sulla sua falsa riga, spingerà i miners a comprare sempre più hardware in futuro e a spostarsi in segreto dove l’elettricità costa di meno (particolarmente gettonati sono i grandi invasi idroelettrici sottoutilizzati). Addirittura stanno nascendo criptovalute che cartolarizzano (e quindi finanziano), la nascita di nuove installazioni per il mining dei Bitcoin. Potremmo definirla come un esempio di “creativa distruzione ambientale“.

Un aspetto paradossale è che l’intero meccanismo del mining è stato pensato per evitare che qualcuno potesse prendere il controllo della rete Bitcoin e mantenerla distribuita. Nella realtà l’estremo successo del meccanismo ha spinto in parte verso l’esatto contrario: ha permesso favolosi guadagni ai miners, che hanno favorito la creazione di grande imprese specializzate, marginalizzando la possibilità per un privato di accedere con profitto a questa attività. Questo a partire già dalla fine del 2013. In pratica il mito della decentralizzazione della valuta pur non essendo caduto, è parziale, criticato e costantemente a rischio.

Insomma il Bitcoin è una totale follia, sfuggita completamente di mano, che garantisce grandi guadagni e attira enormi capitali per perpetuare una crescente ordalia energetica nel nome del Dio della decentralizzazione della sovranità monetaria, sulla cui reale esistenza c’è qualche dubbio.
E pensare che il circuito delle carte di credito VISA, nato nel 1958, gestisce un numero di transazioni al giorno che supera di 700 volte quello del Bitcoin e consuma complessivamente 30 volte di meno[8].

Viva la tecnologia!

Note
[1] Nell’era dei pagamenti istantanei con lo smartphone ci si aspetterebbe che per trasferire denaro con i Bitocin bastino pochi secondi, ed invece servono alcune decine di minuti a causa del funzionamento intrinseco del sistema.

[2] Tutte le transazioni da quando esistono i bitcoin devono essere pubbliche per garantire il funzionamento del sistema delle transazioni, solo i conti cui fanno riferimento sono anonimi avendo un codice identificativo. A meno che non vengano usati altri espedienti, tracciare il flusso di denaro è quindi piuttosto agevole e capire chi è l’intestatario di un conto è possibile non appena i Bitcoin vengono spesi in cambio di beni reali.

[3] In realtà è un valore asintotico che non verrà mai raggiunto, come spieghiamo più avanti.

[4] In pratica, tutte le richieste di transazioni di Bitcoin che ancora non sono state registrate vengono scritte in un unico documento pubblico (un blocco della Blockchain già menzionata) e parte immediatamente un corsa contro il tempo per indovinare un segreto legato a quel documento. L’utente che riesce a trovare il segreto per primo, ‘firma’ il documento(blocco) e vi inserisce il segreto mostrando al resto del sistema di essere stato il primo. Il Blocco è così aggiunto alla Blockchain e non può essere alterato da terzi successivamente perché è legato ai blocchi precedenti e sarà legato a quelli sucessivi, quindi alterarne uno in modo che sia riconosciuto pubblicamente valido dal resto del sistema Bitcoin vorrebbe dire ricalcolare tutti i segreti da quel blocco in poi, il che è impossibile perché nel frattempo continuano ad essere aggiunti nuovi blocchi. Come sarà spiegato più avanti, è necessario che l’intervallo di tempo con cui viene mediamente calcolato il segreto di un blocco sia mantenuto in un trade off (compromesso) tra la necessità di rendere il lavoro abbastanza difficile per evitare un attacco e permettere tempi di transazione della valuta intorno alla decina di minuti. Per progettazione è mantenuto sui 10 minuti. Blocco dopo blocco, tutte le transazioni di Bitcoin tra i conti vengono così man mano registratate e pubblicate in una lunga catena di blocchi che prende appunto il nome di Blockchain. Nell’esempio della doppia spesa, l’unico modo per ‘barare’, sarebbe quello di registrare entrambe le spese nello stesso blocco o in blocchi consecutivi, e, d’ora in poi, trovare il segreto di tutti i futuri blocchi sempre prima di tutti gli altri utenti, cioé si dovrebbe avere la Blockchain più lunga rispetto al resto del sistema Bitcoin ‘onesto’. Il che vorrebbe dire avere a disposizione almeno la stessa potenza computazionale (numero di processori che cercano contemporaneamente il segreto) di tutti gli altri utenti, cosa ovviamente praticamente impossibile. Nella realtà capiterà che un utente onesto in giro per il mondo troverà sempre il segreto prima inserendo nella Blockchain un nuovo blocco in cui è registrata la spesa ad Alibaba (e quindi non anche ad Amazon) oppure viceversa quella ad Amazon (scartando quella ad Alibaba), controllndo quindi che non avvenga una doppia spesa tra le transazioni che sta registrando con questo Blocco.

[5] Siccome nel periodo estivo in cui è uscito questo articolo il numero di transazioni di Bitcoin al giorno cala, vengono considerate le 300.000 transazioni medie del periodo gennaio-giugno 2017, mentre per il consumo elettrico si è fatto riferimento alla stima economica di Digiconomist.net che pone il consumo elettrico a 44GWh/d. Per il costo del kWh in Italia si assume 15 centesimi per le imprese. Per il consumo medio di una famiglia tipo si fa riferimento all’AEEG con 2700kWhe/a, cioé 7,4kWhe/g.

[6] Il costo del kWh è spesso intorno ai 5c€ per i miners, in quanto cercano di spostarsi in segreto in paesi a basso costo dell’energia e vicino a centrali idroelettriche di grandi dimensioni, in luoghi remoti e quindi poco utilizzate.

[7] Proprio a fine luglio 2017 si è assistito ad un aumento programmato della capacità del sistema Bitcoin di gestire le transizioni che non ha messo d’accordo tutti gli attori e ha portato allo sdoppiamento del Bitcoin in due valute (Bitcoin e Bitcoin Cash). Curiosamente queste due valute ora insieme valgono il doppio di quanto valeva prima il solo Bitcoin. Alla faccia del presunto effetto inflazionario nel creare nuova moneta! Così ora c’è spazio per i miners per guadagnare su due valute invece che su una, con tutti gli aumenti di consumi di energia conseguenti.

[8] Calcoli approssimativi ottenuti dai dati pubblicati da Digiconomist.net: 82G transazioni VISA all’anno con un consumo di 50.000/1486000 volte quello del Bitcoin.

Fonte

26/01/2016

ZeroHedge: la fine dell’era delle bolle finanziarie

tratto da www.vocidallestero.it

ZeroHedge riporta un interessante articolo scritto a dicembre da David Stockman, ex politico e uomo d’affari americano. Secondo Stockman l’economia mondiale è di fronte ad un periodo di deflazione almeno decennale (la ‘stagnazione secolare’) causato dalla politica di tassi bassi in vigore dagli anni ’90; questi tassi hanno alimentato, oltre alle bolle speculative degli ultimi 25 anni, un’enorme bolla sugli investimenti in beni capitali che ha enormemente ampliato la capacità produttiva mondiale oltre la capacità della domanda di assorbirla, rubando capacità produttiva al futuro. Dopo 84 mesi di zero lower bound e con la liquidità indotta con i QE sui mercati degli asset che ha causato investimenti sempre più speculativi, la risalita dei tassi, già avviata, innescherà la distruzione di questa capacità in eccesso per via deflattiva. L’alternativa – con i tassi ancora a zero – è il crollo del sistema finanziario.

di David Stockman, 13 dicembre 2015


Ci stiamo avvicinando a un punto di svolta cruciale nel ciclo globale delle bolle finanziarie che è in corso da più di due decenni. Vale a dire, le banche centrali del mondo hanno finalmente finito la polvere da sparo. Saranno incapaci di fermare l’implosione del credito, che inesorabilmente seguirà la nuova bolla.

Finiremo col parlare della Fed che si appresta ad un cambiamento epocale alzando i tassi di interesse, ma prima è fondamentale delineare il contesto macroeconomico globale.

In una parola, stiamo entrando in una grandiosa deflazione. Il precipizio si manifesta nel rinnovato massacro che si sta svolgendo nei mercati delle materie prime.

Questa settimana l’indice Bloomberg delle materie prime, che comprende tutto, dal petrolio greggio a soia, rame, nichel, cotone e bestiame, è affondato sotto quota 80 per la prima volta dal 1999. Adesso è inferiore quasi del 70% rispetto al suo massimo storico, alla vigilia della crisi finanziaria, e del 55% dal suo picco durante la ripresa del 2011.


I rialzisti di Wall Street e gli apologeti keynesiani della Fed vogliono farvi credere che non c’è molto da dire. Sostengono che è solo un temporaneo eccesso di petrolio e qualche eccessiva esuberanza di investimenti in conto capitale nel settore dei metalli e dell’industria mineraria.

Ma le loro rassicurazioni che, in un anno o giù di lì, l’attuale eccessiva offerta di rame, greggio, minerali di ferro e altre materie prime sarà assorbita da un’economia globale in espansione non potrebbero essere più lontane dalla verità. In realtà, questo errore è al centro del mio punto di vista sugli investimenti.

Noi riteniamo che l’economia globale sia enormemente rigonfia di spesa basata su debito che non può essere sostenuta. E che questa distorsione sia aggravata sul lato dell’offerta da un incredibile surplus di capacità produttiva in eccesso. A cui si sommano antieconomici e cattivi investimenti che sono stati innescati dal credito a bassissimo costo offerto dalle banche centrali.

Di conseguenza, l’economia mondiale in realtà sta per contrarsi per la prima volta dagli anni ’30. Questo perché il prezzo in caduta delle materie prime è solo il preludio a quella che sarà una depressione degli investimenti in conto capitale in tutto il mondo – proprio il genere di cose che non è più successo dagli anni ’30.

C’è stato così tanto eccesso di investimenti nel settore energetico, minerario, in quello della lavorazione, produzione e stoccaggio dei materiali, che nulla di nuovo sarà costruito negli anni a venire. Il boom degli ultimi due decenni, in sostanza, [anticipando gli investimenti] ha rubato al futuro molto della sua capacità di produzione.

Quindi ci sarà una seria riduzione nella produzione di macchine per miniere e movimento terra, di impianti di perforazione per i giacimenti di petrolio, di autocarri pesanti e vagoni ferroviari, di navi cargo e portacontainer, di macchinari per la movimentazione e lo stoccaggio di materiali, di macchine utensili e apparecchiature per il trattamento chimico e molto, molto altro.

Il punto cruciale, però, è che la netta riduzione dell’industria dei beni capitali ha implicazioni molto più distruttive per la macroeconomia rispetto ad una riduzione delle vendite di elettrodomestici di consumo o del numero di posti in bar e ristoranti.

I servizi sono praticamente senza scorte di lavoro e le catene di approvvigionamento di beni di consumo durevoli come lavastoviglie e automobili in genere hanno forse da 50 a 100 giorni di scorte a portata di mano. Così, quando si accumulano investimenti eccessivi in scorte, l’alleggerimento delle stesse e la conseguente riduzione della catena di approvvigionamento sono relativamente di breve durata.

Ma quando si tratta di beni strumentali il metro importante per la misura dell’inventario è la capacità in essere. Ecco dove le politiche pro-bolle finanziarie da parte della Fed e delle altre banche centrali hanno fatto tanti danni.

Lunghi periodi di costo sotto mercato del capitale inducono la aziende a sopravvalutare drasticamente il rendimento degli investimenti. E quindi alla fine ad accumulare l’equivalente di anni e anni di eccesso di capacità.

Questo è molto diverso dalle recessioni dei beni di consumo vissute dai nostri nonni negli anni ’50 e ’60. Quelle tipicamente implicavano tagli moderati di produzione e diversi trimestri di riduzione delle scorte. Questa volta l’aggiustamento dei beni capitali richiederà anni, forse più di un decennio.

Ecco perché.

Quando le miniere di ferro sono ampiamente sovradimensionate, per esempio, i nuovi ordini per le grandi macchine gialle da miniera della Caterpillar (CAT) possono scendere quasi a zero. Ecco perché CAT sta già vivendo il più lungo periodo di calo delle vendite al dettaglio – 35 mesi di fila e non è ancora finita – nella sua storia centenaria.


Questo è anche il motivo per cui la recessione globale in arrivo sarà così prolungata e ostinata. Quando il credito a buon mercato genera un boom di beni capitali longevi e costosi, dà luogo ad una “conduttura” di nuove capacità.

Questa conduttura non è facile da chiudere e spesso ha senso completarla – diciamo portacontainer, acciaierie o nuovi campi minerari – anche se i prezzi e la redditività sono già in declino. Questo è noto come il problema dei “costi irrecuperabili“.

Gli ordini di macchine da miniera rischiano di restare profondamente depressi per il resto del decennio. E questa sindrome si presenterà anche nella maggior parte degli altri settori, come per camion pesanti, cantieri navali, impianti di perforazione petrolifera, ecc.

Questa depressione nelle industrie di beni capitali, a sua volta, significa la scomparsa di migliaia di posti di lavoro altamente qualificati e ben remunerati in aziende come Caterpillar. Lo stesso accadrà per le loro vaste catene di rifornimento di componenti, materiali e fornitori di servizi in outsourcing. E la cascata di queste contrazioni lungo la catena alimentare dell’economia intensificherà ed espanderà ulteriormente la dinamica deflazionistica.

Il grafico sottostante da qualche suggerimento sulla crisi massiccia che si sta parando davanti al mondo intero.

Nel corso degli ultimi 25 anni gli investimenti in conto capitale da parte delle società quotate in borsa del mondo sono cresciuti di un incredibile 500%. Gran parte di questo fenomeno è accaduto in Cina e nelle economie dei mercati emergenti (EM), e nelle infrastrutture di trasporto e di distribuzione che li collega.


Eppure questa massiccia esplosione della spesa per investimenti non si è verificata perché diversi miliardi di contadini asiatici improvvisamente hanno deciso di mettere da parte un’infinità di nuovi capitali.

In realtà, questa campagna senza precedenti di costruzioni e investimenti in conto capitale è stata finanziata quasi interamente dall’emissione massiccia di credito a tasso di interesse reale virtualmente nullo.

Ciò significa che il capitale è stato drasticamente sotto-prezzato facendo abbondare sprechi, eccessi e inefficienze.

Alla fine, l’economia globale si è pericolosamente sbilanciata. E queste conseguenze negative del falso boom di credito delle banche centrali mettono infatti in evidenza le opportunità di investimento future.

Il sano investimento capitalistico basato sui prezzi di mercato e sull’accantonamento del risparmio dal reddito corrente può andare avanti all’infinito, alimentando l’aumento di efficienza, produzione e ricchezza.

Ma gli investimenti in conto capitale basati sul credito a basso costo consentono solo temporaneamente all’economia mondiale di allargare la sua torta, e mangiarsela anche. Ora è il tempo del conto.

Inutile a dirsi, durante la fase di espansione della bolla finanziaria innescata dalle banche centrali, regna l’ottimismo e rialzisti e speculatori insistono sul fatto che “questa volta è diverso”.

Eppure le solide leggi della finanza e dell’economia di mercato non cambiano mai. Spesso ci vuole un tempo prolungato prima che tutti gli eccessi facciano il proprio lavoro e infine la bolla scoppi.

Il grafico sottostante riassume questa grande deformazione.

Nel corso degli ultimi due decenni, il debito da rimborsare nel mercato globale del credito è salito da 40 trilioni di dollari a 225 trilioni di dollari. Questo rappresenta un’incredibile espansione del debito di 185 trilioni di dollari. Questa eruzione sarebbe semplicemente inimmaginabile senza l’aiuto delle banche centrali che stampano denaro.

Al contrario, il PIL globale è cresciuto soltanto di 50 trilioni di dollari nello stesso periodo, e anche questo risultato è un’esagerazione. Gran parte di questa crescita rappresenta soltanto il pass-through del credito facile, e non risparmi reali investititi efficientemente nella produzione.

Di conseguenza, è probabile che l’economia globale abbia accumulato più di $ 4 di nuovo debito per ogni $ 1 di PIL incrementale.

Non solo questa è evidentemente un’equazione finanziaria insostenibile, ma significa anche che quando si ferma la crescita del credito, il debito si ritira dal PIL. Non era nuova ricchezza, solo produzione rubata al futuro.


E questo ci porta alla prossima mossa della Fed di alzare i tassi di interesse per la prima volta in 10 anni. Sarà pari a un cambiamento di rotta che a tempo debito frantumerà l’intero regime delle bolle finanziare che ha dato origine al falso credito e al boom degli investimenti in conto capitale descritto sopra.

Come ho detto spesso, la Fed è diventata dipendente dalla “Soluzione Semplice”. Durante più dell’80% degli oltre 300 mesi nel corso dell’ultimo quarto di secolo o ha tagliato i tassi o li ha lasciati invariati.


Di conseguenza, i giocatori d’azzardo professionisti nell’odierno casinò di Wall Street non hanno alcuna vera esperienza di un periodo in cui l’adagio “la Fed è tua amica” non funziona. Hanno sperimentato essenzialmente mercati fittizi a senso unico, sapendo che l'”opzione” Greenspan/Bernanke/Yellen sarebbe venuta in soccorso su azioni e altri asset rischiosi.

Ma ecco il punto. Dopo 84 mesi di tassi di interesse a zero – gente, questa sì che è pura follia secondo tutti gli standard storici – la Fed ha esaurito tempo e scuse.

Se alla fine non comincia a normalizzare i tassi, come più volte promesso, la sua credibilità sarà fatta a pezzi. E accadrà quello che ha a lungo mortalmente temuto. Cioè, il mercato crollerà in un attacco sibilante che frantumerà la fiducia in quello che è essenzialmente un gigantesco schema Ponzi basato sul credito.

E le altre principali banche centrali del mondo sono nella stessa barca.

Proprio la scorsa settimana abbiamo visto la BCE fermata bruscamente dalla potente rappresentanza tedesca che essenzialmente ha detto a Draghi che 1.3 trilioni di euro stampati sono abbastanza.

Allo stesso modo, anche la Banca popolare della Cina (PBOC) ha esaurito la polvere da sparo. E questo è di monumentale importanza.

L’epicentro del boom globale di materie prime, investimenti in conto capitale e industriale era in Cina. Grazie alla frenesia con cui la PBOC ha stampato la più grande quantità di denaro nella sua storia, un eccezionale debito pubblico e privato è esploso da 500 miliardi di dollari nel 1994 a 30 trilioni di dollari oggi.

Questa è una crescita di 60 volte. C’è da meravigliarsi che i grafici sui beni e gli investimenti in conto capitale mostrati sopra sono andati quasi verticali durante il picco del boom globale?

Ma ora la Cina è di fronte al crollo del suo schema Ponzi, e il capitale è in fuga dal paese ad un ritmo prodigioso.

Soltanto negli ultimi 15 mesi, quasi 1 trilione di dollari è volato a Londra, New York, in Australia, a Vancouver e in altri luoghi sicuri per la fuga di capitali.

Così la PBOC è costretta a fermare le sue macchine da stampa, al fine di evitare che il tasso di cambio dello yuan crolli e che il deflusso di capitali vada completamente fuori controllo.

Anche in Giappone, la stampa della Banca del Giappone non sta più accelerando. Questo perché nonostante migliaia di miliardi di nuovi capitali creati dal nulla negli ultimi anni, il Giappone è sull’orlo della sua quinta recessione in sette anni. Anche in Giappone, la bolla finanziaria sta perdendo la sua credibilità.

25 gennaio 2016

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