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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/01/2022

Il “caporalato digitale”. Una indagine sui lavoratori delle piattaforme

I lavoratori delle piattaforme (da Glovo a Uber etc.) sono per tre quarti uomini. Sette su dieci hanno un’età compresa tra 30 e 49 anni, con i giovani tra 18 e 29 anni concentrati soprattutto nella categoria dei lavoratori occasionali. Ma non si tratta più di “lavoretti”.

Per l’80,3%, infatti, il lavoro tramite le piattaforme è una fonte di sostegno importante o addirittura essenziale, mentre per circa la metà (48,1%, pari a 274mila soggetti) rappresenta l’attività principale.

Uno su due sceglie di lavorare per le piattaforme in mancanza di alternative occupazionali (50,7%). Oltre il 31% non ha un contratto scritto e solo l’11% ha un contratto di lavoro dipendente. Si tratta, dunque, di un lavoro povero, fragile. In altri termini, di una nuova precarietà digitale.

A rivelarlo è il rapporto “Lavoro virtuale nel mondo reale: i dati dell’Indagine Inapp-Plus sui lavoratori delle piattaforme in Italia”, che ha cercato di fornire un quadro più articolato su chi sono i lavoratori delle platform work in Italia.

Le piattaforme digitali ormai somigliano sempre più a forme di lavoro rigidamente controllate da un algoritmo (nei tempi e nei modi), pagate spesso a cottimo (nel 50,4% dei casi) e il cui guadagno risulta fondamentale per chi lo esercita.

L’indagine, ampiamente riassunta sul quotidiano economico Italia Oggi, ha coinvolto oltre 45mila intervistati. Nel periodo 2020/21 i lavoratori delle piattaforme digitali sono cresciuti fino 570.521 unità. E non si tratta solo dei rider, ma di un insieme piuttosto eterogeneo di attività che vanno dalla consegna di pacchi o pasti a domicilio allo svolgimento di compiti on line (traduzioni, programmi informatici, riconoscimento immagini).

I lavoratori delle piattaforme digitali rappresentano l’1,3 della popolazione tra i 18 e i 74 anni, ovvero il 25,6% del totale di chi guadagna tramite internet. Ma ai platform worker vanno aggiunti anche coloro che vendono prodotti (piattaforme pubblicitarie) o affittano beni di proprietà (piattaforme di prodotto) per un totale di 2.228.427 persone (il 5,2% della popolazione tra i 18 e i 74 anni) che dichiarano di aver ricavato un reddito attraverso le piattaforme digitali tra il 2020 e il 2021.

Come abbiamo visto il 75% dei lavoratori delle piattaforme sono maschi. Il titolo di studio vede una maggiore presenza di diplomati. Chi lavora tramite piattaforme come attività principale presenta livelli di istruzione più elevati (dal diploma in su), mentre chi lo fa occasionalmente presenta titoli di studio più bassi.

Il 45,1% dei lavoratori delle piattaforme appartiene alla tipologia “coppia con figli” ma la quota sale al 59,1% nel caso di occupati che considerano quella delle piattaforme un’attività secondaria. Al contrario, le persone che occasionalmente collaborano con una piattaforma sono invece più frequentemente single (37,9%).

Il lavoro tramite piattaforma si presta a condizioni di ridotta autonomia dei lavoratori e a rapporti irregolari, che per molti aspetti richiamano fenomeni di “caporalato digitale”.

Circa 3 lavoratori su 10 non hanno un contratto scritto, il 26% dei lavoratori non gestisce direttamente l’account di lavoro per accedere alla piattaforma e nel 13% dei casi il pagamento viene gestito da un ulteriore soggetto esterno. Inoltre, si segnala che il 72% ha dovuto sottoporsi a un test valutativo per poter lavorare con la piattaforma.

Il rapporto sottolinea come il sistema più diffuso per la valutazione del lavoro svolto sia quello legato al numero di impegni o incarichi portati a termine (59,2% dei casi) seguito dal giudizio dei clienti (42,1%).

Questo conferma la centralità del sistema del cottimo orario nella valutazione effettuata dagli algoritmi sui lavoratori e nell’organizzazione produttiva della piattaforma e indica come per molti lavoratori delle piattaforme non si tratti affatto di lavoro autonomo, ma di lavoro dipendente.

A una valutazione negativa o a una mancata disponibilità nello svolgimento degli incarichi corrisponde in quattro casi su dieci un peggioramento del tipo di incarichi assegnati, con la riduzione nelle occasioni di lavoro più redditizie rispetto al complesso degli incarichi (40,7%).

Inoltre, la valutazione negativa determina per il 4,3% dei lavoratori il mancato pagamento della prestazione svolta, fino ad arrivare nel 2,8% dei casi alla disconnessione forzata dalla piattaforma, una sorta di licenziamento occulto.

Fonte

29/12/2021

Come Netflix e la finanza hanno cambiato il cinema

«I film non mi interessano», diceva il personaggio interpretato da Lindsay Lohan protagonista di The Canyons di Paul Schrader: un film che non a caso iniziava con una sequela di sale cinematografiche abbandonate, vuote e in rovina. Le immagini – sosteneva Schrader implicitamente in quel film – oggi non vivono più nei cinema, ma tra gli smartphone, nei social network, nel variegato mondo della riproduzione visiva del digitale. E basterebbe provare a chiedere a un ventenne di oggi quale sia la sua esperienza delle sale cinematografiche per verificare come la realtà sia ormai universalmente questa: per la maggior parte delle persone il cinema è un’esperienza saltuaria, che viene fatta massimo due o tre volte all’anno, magari per vedere il nuovo film della Marvel o il sequel (o spin-off) di Guerre Stellari. L’esperienza delle immagini in movimento viene ormai fatta per la stragrande maggioranza dei casi individualmente o comunque in uno spazio privato, attraverso uno dei molti servizi di video on demand in streaming, come YouTube o Netflix.

A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento quasi naturale, dovuto a trasformazioni tecnologiche astratte e inevitabili, come le connessioni internet a banda larga e la diffusione degli smartphone. E invece c’è dietro una storia tutta politica – come sempre avviene nelle trasformazioni tecnologiche – che ha avuto un momento di accelerazione negli ultimi anni quando una delle tante aziende dot-com della Silicon Valley è riuscita a conquistare sempre più larghe fette di mercato e ha finito per ristrutturare completamente tutta la filiera della distribuzione audio-visiva.
In realtà non tutto è iniziato con Netflix. La sua premessa necessaria è stata la trasformazione del mercato cinematografico dall’immagine analogica supportata da pellicole in 35mm all’immagine digitale.
Le trasformazioni tecnologiche non sempre avvengono in modo indipendente e poi vengono sfruttate a fini capitalistici: più spesso vengono pensate e progettate direttamente per risolvere alcuni problemi dell’accumulazione capitalistica. E il problema degli studios di Hollywood negli anni Novanta era che la rete di distribuzione dei film in pellicola nelle sale cinematografiche (soprattutto americane) era diventato troppo oneroso: questo perché la vita dei film si andava accorciando sempre di più e c’era bisogno di cambiare l’offerta in modo sempre più rapido e efficiente. Film che venivano stampati in 3-4mila copie, diventavano per lo più inutili dopo un mese di passaggi in sala. Anzi, ormai il grosso dei guadagni dipendeva quasi soltanto dalle proiezioni del primo weekend.

Bisognava passare dalle grandi e pesanti “pizze” di bobine in 35mm, costose da trasportare e da smaltire, a dei semplici file digitali (Digital Cinema Package), da proiettare in modo per altro molto più agile da proiettori per immagini digitali. Per riuscire a trasformare tutte le multisale degli Stati Uniti (e poi del mondo) in sale di proiezioni digitale – scaricando i costi sugli esercenti naturalmente – bisognava inventarsi qualcosa: fu così che vennero lanciati i film in 3D (in realtà un tentativo di ringiovanimento di una vecchia tecnologia già usata negli anni Cinquanta e Ottanta). Avatar di James Cameron fu proprio questo: un cavallo di Troia – come l’ha definito David Bordwell – per ristrutturare il ciclo della distribuzione facendo adattare gli esercenti a quello che da lì in poi divenne un nuovo standard dell’immagine.
Una volta fissato lo standard nell’immagine digitale, era solo questione di tempo perché i film venissero portati dalle sale alle case, e dalla visione collettiva a quella individuale.
Il risparmio dei costi sarebbe servito a includere un’enorme fetta di persone che al cinema ormai non andava più. Netflix nacque infatti nel 1997 come un’impresa di noleggio di DVD per corrispondenza (una tecnologia che in futuro ricorderemo come un periodo di transizione verso lo streaming on-line). Nel libro autobiografico e agiografico dove si racconta la storia del fondatore di Netflix, la leggenda vuole – in realtà tutte le leggende della Silicon Valley non sono altro che la reiterazione della solita storia – che a partire da un garage e muniti solo di una grande idea, Reed Hastings e Marc Randolph siano riusciti in pochissimo tempo a cambiare il mondo e liberare gli spettatori televisivi dalla dittatura del palinsesto e della pubblicità. Il 23 maggio 2002, Netflix è già molto più che un’idea: viene quotata al Nasdaq come società di e-commerce, con azioni che valgono poco più di un dollaro e una capitalizzazione di 300 milioni di dollari. Meno di vent’anni dopo la sua capitalizzazione è di 215 miliardi di dollari e gli utenti paganti 190 milioni in tutto il mondo (a esclusione della Cina) con un valore medio delle sue azioni si aggira attorno ai 500 dollari. Ma che cosa è successo nel frattempo per permettere un successo tanto clamoroso?

Senz’altro la tempistica dell’inaugurazione del servizio in streaming on-line nel 2007 – lo stesso anno in cui viene lanciato sul mercato l’iPhone – è più che fortunata. E l’idea di trasmettere una serie di “premium TV” nel 2013 con House of Cards, su una piattaforma che all’epoca costava meno della metà di quello che facevano pagare HBO o Showtime, ha sbaragliato i concorrenti.
Netflix ha avuto anche un impatto culturale rivoluzionario visto che è stata la prima a lanciare una serie TV tutta intera, senza aspettare che le puntate venissero trasmesse settimana per settimana, inventando quello che poi verrà definito il “binge-watching”. E tuttavia nulla di tutto questo riesce a spiegare fino in fondo il suo successo.
Come riporta “Variety” alla fine di marzo 2020 Netflix aveva un debito di quasi 15 miliari di dollari: 2,2 di essi erano appena stati sottoscritti l’autunno precedente. Ma quello che colpisce è la sproporzione del budget per gli investimenti che garantiscono una crescita sempre più accentuata: nel 2016 Netflix spendeva 5 miliardi di dollari all’anno per le proprie produzioni. Nel 2018 erano già diventati 12, nel 2019 15, nel 2020 17: nonostante ricavi da più di 20 miliardi ma con un utile netto che non ha mai superato i 2 miliardi negli ultimi anni, Netflix sembra essere un’azienda dalla crescita inarrestabile ma che dipende sempre di più da un indebitamento elefantiaco. In molti si sono iniziati a chiedere se la crescita di questo gigante dai piedi d’argilla fosse davvero sostenibile.

Nel 2019 Aswath Damodaran, professore di finanza alla Stern School of Business della New York University, sosteneva sul “Financial Times” che Netflix «per un decennio, ha investito sempre più soldi in nuove produzioni per attirare utenti e aumentare la capitalizzazione di mercato. E per ora ha funzionato. La domanda è: come è possibile scendere da questo tapis roulant? A un certo punto, spendere il 75% di ogni dollaro in contenuti non sarà sostenibile. Il prossimo anno sarà la grande sfida».

L’anno dopo però c’è stato un evento che nessuno poteva immaginare: la pandemia Covid-19. E mezzo mondo è stato costretto a passare molto più tempo a casa di quanto non facesse di solito: Netflix ha quindi avuto un boom di abbonamenti che nemmeno nelle sue più rosee previsioni era concepibile, conquistando nei primi tre mesi dell’anno oltre 15 milioni di nuovi abbonati, per la maggior parte dall’Europa e dall’Asia.
Tuttavia, qualche domanda su questo modello di crescita è lecito farsela. Netflix, come le altre piattaforme globali, ha la caratteristica di esasperare alcuni tratti fondamentali dell’impresa finanziarizzata, così come l’abbiamo conosciuta nella fase ascendente del money manager capitalism, dalla General Motors nel settore manifatturiero, alla General Electric nel comparto delle utilities, passando per le multinazionali della logistica. Il modello di business di Netflix può essere approssimato in pochi passaggi.
La piattaforma di intrattenimento condivide con le più tradizionali imprese manifatturiere, il fatto che l’enorme crescita è stata resa possibile, innanzitutto, da un accesso al credito senza precedenti. L’elevato indebitamento, come si è visto, è la precondizione necessaria per avviare le proprie produzioni autonome e rinnovare continuamente la propria offerta. La raccolta di ingenti quantità di dati dagli utenti, unita all’uso di algoritmi di apprendimento automatico, consentono di analizzare le preferenze e isolare oltre duemila “cluster di gusto”, in modo che l’offerta possa rivolgersi a nicchie di mercato abbastanza precise. L’analisi dei Big Data ha ovviamente la funzione principale di orientare le produzioni di contenuti, adattandosi just in time alle richieste del mercato. Una volta che uno spettacolo è pronto per la consegna, un reparto dell’azienda si occuperà di capire come deve arrivare il nuovo contenuto agli abbonati, perfezionando l’algoritmo che seleziona i 40-50 titoli che appaiono sulla schermata iniziale di Netflix, oppure stabilendo diverse campagne di lancio con trailer differenziati secondo i cluster di destinatari. Sul lato delle entrate, il circuito non si chiude con gli abbonamenti.

Perché nonostante l’aumento degli utenti il cash-flow è strutturalmente negativo (tranne il flusso di cassa trimestrale di quest’anno, dopo oltre sei anni dalla prima volta), nel conto economico i ricavi da vendite non superano quasi mai i costi di produzione. Ciò che chiude il circuito economico-finanziario sono piuttosto le enormi plus-valenze registrate a Wall Street, che tamponano lo squilibrio “reale”, mettendo al riparo l’azienda dalla tendenza cronica all’insolvenza e facendo del profitto una grandezza (quasi) indistinguibile dalla rendita.

Sullo sfondo della fortuna di Netflix c’è la svolta espansiva della politica monetaria delle principali banche centrali, dopo la crisi finanziaria del 2007. Ha inizio la lunga fase del Central Bank-Led Capitalism. Arriva sui mercati finanziari un’enorme quantità di moneta, il rendimento dei titoli pubblici inizia a calare, gli operatori finanziari ricercano spasmodicamente rendimenti più alti, aumentando gli acquisti dei titoli delle Big Tech.
Nel pieno dello shock economico della prima ondata di pandemia, a partire dalla fine di marzo, il valore dello S&P 500 esplode, trainato dalle aziende tecnologiche che oramai corrispondono al 20% del valore dell’indice, dopo che la FED aveva annunciato un programma di acquisti delle azioni corporate, alimentando ciò che l’”Economist” ha soprannominato il dangerous gap, ovvero il divario tra Wall Street e Main Street.
Da quando è quotata in borsa nel 2002, il prezzo delle azioni dell’azienda è aumentato di ben cinquecento volte, collocandosi ampiamente nella top ten delle neo-quotate degli ultimi diciotto anni. Non mancano osservatori che nell’ultimo periodo hanno ipotizzato una nuova bolla speculativa delle dot-com ai tempi del platform capitalism. Altri, invece, a partire dal 9 novembre, dopo l’annuncio del vaccino da parte della Pfizer, hanno scommesso su una possibile rotazione dei mercati, con un ri-orientamento dei flussi finanziari verso altri settori, attendendosi un relativo ridimensionamento progressivo della cosiddetta stay at home economy.

Comunque vadano le cose, non cambia di certo il nocciolo della questione. Netflix nel 2019 contava circa 8.600 addetti diretti (quasi il doppio del numero registrato nel 2016), ognuno genera in media 2,6 milioni di dollari di entrate annuali (nove volte di più rispetto ai dipendenti Disney). Il salario orario base dei dipendenti (Administrative assistant, Editor, Audio Engineer, Technician, Reserach analyst etc.) in media è pari a circa 30$, a cui si aggiungano i bonus in base ai risultati raggiunti (con importi non trascurabili, soprattutto per le professionalità più alte). La società californiana è al comando di una catena globale di sub-fornitura molto articolata (le ultime stime parlano di oltre 2.200 sub-fornitori di primo livello) e dispersa geograficamente (in Italia, ad esempio, a parte le produzioni che vengono realizzate direttamente nel paese, diversi contractor lavorano tra Roma e Milano per le post-produzioni di serie realizzate altrove o risultano sub-fornitori di secondo livello di società di post-produzione di altri paesi europei a cui Netflix affida il doppiaggio, sottotitolazione, mixaggio ecc.).

È inutile dire che nei gradini più bassi della catena la pressione sui salari è ancora più intensa. Basti pensare che il comparto degli animatori e delle altre maestranze tecniche impegnate nella serie Bojack Horseman si è dovuta organizzare sindacalmente, per strappare un accordo migliorativo con l’azienda di Los Gatos. Si tratta di dati che confermano quanto sia abnorme il tasso di sfruttamento nelle Tech Giants, la conseguenza della mobilitazione di una enorme quantità di lavoro vivo (potenziale) gratuitamente reso dagli utenti.
L’altra faccia di come l’affermazione del capitalismo delle piattaforme riduca ancor di più gli “effetti di percolamento” dalla finanza all’economia reale.
Netflix, al pari degli altri giganti del web, è un “ecosistema coordinato” che massimizza a vantaggio della proprietà le relazioni di mercato tra gli utenti, i fornitori e gli investitori finanziari, ma è anche una “macchina economico-finanziaria” intrinsecamente crisis prone come si è visto, che per svilupparsi ha bisogno di acquisire sempre nuovi abbonati (vincendo la competizione con gli altri competitor, come Apple, Amazon, Disney ecc.), alimentando nel contempo quella tendenza interna alla “concentrazione” monopolistica, che contraddistingue questa nuova forma di innovazione tecnologica.

Le conseguenze di questo fenomeno sono state e saranno devastanti per tutto il settore dell’audiovisivo. Oggi è diventato ormai normale spendere 9.90$ al mese per vedere decine di film e serie Tv per diversi device di un’intera famiglia. È evidente che un business model come quello delle Premium Cable Tv di una volta, come HBO e Showtime (che infatti si sono affrettati ad aprire a loro volta dei servizi in streaming on-demand a prezzi stracciati) sia totalmente insostenibile. Così come è insostenibile per una sala cinematografica poter pensare di entrare in competizione con un servizio che ormai riesce ad attrarre anche registi da premio Oscar (Roma di Cuarón) o grandi autori (Scorsese) così come serie Tv da blockbuster come Stranger Things o fenomeni trash dall’alto potenziale virali sui social network come Tiger King.
Netflix, come per altro è avvenuto anche per altre piattaforme come Amazon, dovrebbe essere analizzata non soltanto per la sua organizzazione aziendale interna o per le sue strategie di crescita e investimento, ma come un dispositivo di ristrutturazione di un intero settore, come è quello dell’audiovisivo.
Così come Amazon è stata capace di evitare di ripartire i dividendi ai propri azionisti per anni per riuscire ad avere capitali sufficienti per implementare strategie di crescita e acquisizione sempre più aggressive (come nel caso di Amazon Prime, uno dei grandi “salti di scala” nella storia di quell’azienda) così Netflix è stata capace di trasformare le abitudini di centinaia di milioni di persone e di rivoluzionare per sempre il loro modo di consumare contenuti audiovisivi. L’enorme capitale finanziario mobilitato da quest’azienda è stato in grado – come spesso è avvenuto nella storia del capitalismo – di ristrutturare completamente un settore industriale.

In questo senso Netflix è riuscita anche a diventare uno dei grandi player in quella che è una delle più centrali battaglie economiche di questi anni: quella dell’economia dell’attenzione (e che si stanno combattendo in modo sempre più aggressiva sia nel mercato dei capitali che in quello delle strategie aziendali Facebook, Google, Apple, ecc.). Quasi duecento milioni di persone passano ore della propria settimana consumando contenuti audiovisivi sul sito di Netflix. È interessante infatti notare come Netflix non abbia mai acconsentito a divulgare i dati sugli ascolti dei propri prodotti: fenomeno bizzarro dato che decenni di ricerca sugli studi audiovisivi hanno sempre considerato come un dato empirico fondamentale il numero di spettatori che un film riusciva ad accaparrarsi.
Oggi noi non sappiamo più quanti sono stati gli spettatori di The Irishman o di Mank. Molti si sono chiesti che cosa Netflix volesse nascondere e perché non volesse rendere pubblici questi dati. Con buona pace dei dipartimenti universitari di studi sul cinema forse la risposta è molto più semplice di quello che sembra.
Netflix non è un’azienda di contenuti audiovisivi – e infatti non è un caso che venga quotata in borsa nel Nasdaq. Netflix è un’azienda che usa il cinema e le serie Tv come esca: la vera posta in palio sono i comportamenti, le abitudini e i gusti dei quasi 200 milioni di persone che passano ore della propria giornata a interagire con quel sito.

Il vero oggetto insomma, è l’uso economico-finanziario dei dati: la vera materia prima che il capitalismo delle piattaforme utilizza per ristrutturare il capitale della sfera della circolazione e rendere sempre più fluida e senza frizioni la realizzazione di valore. Non dobbiamo fare l’errore di guardare il dito (i film) e non la Luna (le strategie di accumulazione capitalistiche). Netflix è solo una delle tante maschere dietro cui si sta trasformando il capitalismo contemporaneo tutto. Purtroppo, non solo al cinema.

Fonte

26/12/2021

I mostri del liberismo e come combatterli

Di seguito proponiamo un testo interessante non tanto per le tesi che produce quanto perchè costituisce un esempio - il primo in cui incappiamo noi - in cui il sistema cinese, con i propri isultati assume un ruolo propulsivo nei confronti dell'organizzazione capitalista della produzione.

È un piccolo evento che entro quest'ottica va considerato e analizzato.

*****

La recente condanna di Amazon da parte dell’anti-trust italiano (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) è qualcosa di più di una grande multa, equivalente a circa il 10% del fatturato annuo della multinazionale nel nostro paese. È, in primo luogo, la dimostrazione dettagliata ed evidente del perché la retorica del liberismo come unica forma efficiente di organizzazione economica si fonda su un grande equivoco. In secondo luogo l’indagine dell’Autorità ha esposto in maniera limpidissima il dilemma dei governi rispetto alle grandi imprese del web: come limitarne il potere senza perdere gli enormi vantaggi che offrono. In questo articolo riassumiamo come le politiche liberiste orientate a favorire la concorrenza continua hanno creato le condizioni esattamente opposte a quelle desiderate: monopoli inattaccabili da qualsiasi concorrente. Vedremo anche come la Cina gestisce il problema e concluderemo con una proposta di regolamentazione che ottiene il risultato di favorire la vera concorrenza senza perdere i vantaggi forniti dalle grandi piattaforme.

Efficienza e concorrenza: una falsa associazione

Ormai da decenni è universalmente accettato, anche dai movimenti politici che si autodichiarano “di sinistra”, una visione economica del mondo secondo la quale la libera concorrenza garantisce sempre e comunque il risultato più efficiente in qualsiasi contesto. La concorrenza fra imprese garantisce che le imprese sopravvissute adotteranno le pratiche produttive più efficienti. La concorrenza tra lavoratori garantisce che i redditi saranno adeguati al loro apporto alla produzione. La concorrenza tra paesi garantisce che chi attua politiche errate venge punito dai mercati finché non si riallinea. Ma da cosa nasce questa convinzione che la competizione produce migliori risultati? La fiducia incondizionata nell’onnipotenza della concorrenza come mezzo Darwiniano di raggiungimento dell’efficienza nasce da un modello economico vecchio di secoli basato su ipotesi adatte al sistema produttivo prevalente all’epoca, cioè quello agricolo. In particolare il modello considera che la tecnologia produttiva sia caratterizzata da diseconomie di scala, cioè che il costo unitario della produzione aumenta con la quantità assoluta prodotta. Ipotesi molto realistica in campo agricolo (e in assenza di innovazioni tecnologiche) ma semplicemente assurda rispetto a quanto avviene nella produzione industriale. Inoltre si ipotizza l’assenza di interazioni tra produzioni e mercati diversi, quindi chi produce A non ha alcun vantaggio rispetto alla produzione di B. Infine, come quasi tutti i modelli economici, il modello di concorrenza ipotizza la neutralità del sistema finanziario, secondo la quale un buon investimento viene sempre finanziato indipendentemente dalle condizioni del proponente. Secondo il modello, insegnato in tutte le università e considerato la pietra angolare della teoria economica, in queste condizioni il prezzo scenderà spontaneamente fino al livello minimo consentito dalle conoscenze tecnologiche grazie ad un gran numero di imprese che si fanno concorrenza tra loro. Questo risultato non è invece raggiungibile nel caso lo Stato intervenga con limitazioni di prezzo, tasse o incentivi. Da questo deriva, secondo i fedeli al pensiero unico liberista, che lo Stato deve evitare ogni intervento per permettere alla concorrenza di compiere la magia. L’analisi della Autorità sul caso Amazon dimostra in modo illuminante cosa succede nel mondo reale quando si applica il dogma del liberismo nel contesto contemporaneo quando siamo in presenza di economie di scala (costi unitari che si riducono con l’aumento della produzione) in produzioni fortemente integrate (se produco anche A il costo di produzione di B si riduce) con un mercato finanziario distorto (l’acquisto di una auto stressa le mie finanze personali quanto a Bezos costa colonizzare Marte). Nella sostanza Amazon ha fatto il suo dovere: battere la concorrenza offrendo servizi di qualità migliore ed a prezzo più competitivo. Per farlo ha investito cifre gigantesche, equivalenti alla ricchezza di intere nazioni, su progetti privi di un piano economico talmente ambizioso e fuori dagli schemi che non avrebbe mai ottenuto l’approvazione di un qualsiasi ente finanziatore. Ha poi sfruttato la sua popolarità di rivenditore online per entrare su tutti i mercati anche lontanamente collegati, dai servizi di cloud alla logistica, sfruttando le enormi sinergie tecniche e di rapporto con i clienti tra i diversi mercati. Data la dimensione del suo giro di affari ha sempre potuto godere di un enorme vantaggio rispetto a qualsiasi concorrente su qualsiasi mercato. Ha abusato della sua posizione? Lo decideranno i giudici, ma sicuramente se non si fosse comportata come ha fatto lo avrebbe potuto fare qualche altra impresa. Per quanto mi riguarda il problema non è (solo) l’eventuale abuso ma, sopratutto, che una fetta enorme di attività economica del paese (anzi, del mondo) sia controllata da una sola azienda. Gli interessi di Jeff Bezos non sono necessariamente gli stessi dei miliardi di persone che dipendono in qualche modo dai servizi della sua azienda. Ci si può domandare se esista un modo di controllare i giganti del web senza danneggiare l’economia ormai basata sui loro servizi.

Monopoli ed efficienza economica: il modello Cinese

Tralasciando la beffa per cui il risultato della esaltazione della concorrenza come regola universale è la creazione di pochissimi monopoli planetari privi di concorrenti, i danni prodotti dalla concentrazione di potere economico sono molto gravi, anche se difficili da valutare per mancanza di dati. Alcuni indizi sono comunque evidenti, il principale dei quali è l’enorme flusso di startup che vengono acquistate dalle multinazionali del web prima di diventare potenziali concorrenti. È notorio che spesso le imprese acquirenti spendono centinaia di milioni di dollari, a volte anche miliardi, con l’unico obiettivo di non rendere disponibile il nuovo servizio. La politica di acquisizione delle multinazionali ha anche effetti geostrategici riducendo la possibilità del sistema europeo di competere nel mercato. È evidente che la disponibilità virtualmente illimitata di fondi e la possibilità di acquisire qualsiasi azienda crea dei centri di potere economico talmente grandi che nessun concorrente sarà mai in grado di scalfire per non dire di battere, indipendentemente dalle sue capacità. Questo potere economico genera, come è ovvio, crescente diseguaglianza economica tra i pochissimi che hanno accesso ai benefici generati e la massa che dipende dalla volontà di chi, per puro caso, ha avuto l’idea giusta al momento giusto, e da quel momento in poi ha solo il problema di come impiegare le sue risorse virtualmente infinite. È interessante comparare il panorama delle multinazionali americane con quello delle imprese equivalenti cinesi (Huawei, Alibaba, TenCent, ecc.). Anche nel paese orientale il sistema politico ha permesso (anzi, favorito) la creazione di imprese gigantesche che dominano interi settori cruciali dell’economia. La grande differenza è che il potere politico ha mantenuto un enorme potere di controllo, sia formale (leggi, autorità ecc.) sia, sopratutto, non formalmente codificato. Il risultato è che invece di finanziare capricci fantascientifici come colonizzare Marte le enormi risorse generate dai monopoli tecnologici sono indirizzate dallo Stato a perseguire obiettivi strategici ben definiti. Il primo dei quali, ormai raggiunto, è di colmare il divario industriale e nelle alte tecnologie con i paesi occidentali (l’unico neo è la produzione di chip di ultima generazione monopolio di Taiwan...). Il secondo è di acquisire la leadership nelle tecnologie del futuro, ed anche questo sembra a portata di mano considerando la superiorità produttiva e tecnologia cinese in ambito di telefonia mobile, energie rinnovabili, mobilità elettrica, innovazioni finanziarie (“fintech”), ecc. Sembra quindi che dentro la Grande Muraglia si sia riusciti a coniugare l’efficienza delle grandi imprese tecnologiche con le necessità della società, o almeno quelle definite dal suo governo.

Innovazione ed efficienza: una proposta

Il modello di sviluppo economico cinese è poco auspicabile in Europa in quanto incompatibile con i principi politici fondamentali scaturiti dalla sconfitta dei totalitarismi, ed è inoltre da dimostrare se il popolo cinese sarà disposto a lungo a tollerare le forti limitazioni alla libertà personale in cambio di un relativo benessere economico. Si può però immaginare una via intermedia tra il completo dominio delle economie di mercato (o forse è meglio dire “di piattaforma”) delle imprese private da un lato ed una qualche forma di totalitarismo politico dall’altro. L’Europa sembra avviata a cercare il modo di spingere le imprese a produrre le innovazioni richieste dagli obiettivi socialmente definiti (ad es. transizione ecologica, digitale, ecc). Ma queste iniziative composte di finanziamenti pubblici e incentivi, pur auspicabili e positive, rischiano di non produrre alcun risultato se non si pongono le condizioni per assicurare la collaborazione, o almeno la non ostilità, delle grandi imprese che, direttamente o indirettamente, dovranno collaborare al raggiungimento degli obiettivi posti dalla Commissione Europea. Il motivo è semplice da dimostrare: l’intero budget stanziato dall’Europa per indirizzare l’economia verso gli obiettivi prefissati per i prossimi sette anni è equivalente al fatturato annuale di tre/quattro multinazionali americane. Se quindi si dovessero mantenere le imprese libere di agire come vogliono i finanziamenti europei andranno, nel migliore dei casi, ad arricchire ancora di più le grandi imprese monopoliste. Nel peggiore dei casi, le imprese useranno una frazione delle loro risorse per contrastare gli obiettivi europei. L’ovvia conclusione è che non è possibile limitarsi a offrire incentivi economici, che saranno comunque bruscolini rispetto al fatturato delle grandi imprese, ma è necessario usare strumenti di regolazione che non possono essere contrastati dai muscoli finanziari delle multinazionali. Ma come è possibile assicurare i vantaggi forniti dalle piattaforme senza concedere loro il potere economico che attualmente godono? La teoria economia tradizionale definisce i monopoli dannosi quando imprese hanno dimensioni eccessive su un mercato. La natura dei servizi tecnologici impedisce di usare questa definizione senza eliminare, con l’acqua sporca dell’eccesso di potere, anche il bambino delle innovazioni continue, bassi prezzi, affidabilità ecc. È necessario quindi aggiornare la definizione di eccesso di potere considerando, come ha fatto l’Autorità, la dimensione verticale delle imprese, cioè il grado di potere economico su mercati distinti ma collegati. È necessario cioè impedire che una impresa si trovi sia ad essere fornitrice di servizi ad altre imprese sia concorrente delle stesse imprese. Nel caso delle piattaforme online si può stilare il seguente elenco, forse incompleto, dei mercati rilevanti:

a) Reti trasmissione dati (cavi, server di comunicazione);

b) Infrastruttura elaborazione dati (server farm, cloud, ecc.);

c) Piattaforme di sviluppo applicativi;

d) Applicativi;

e) Servizi di vendita;

f) Servizi di raccolta dati privati (social media);

g) Servizi agli inserzionisti;

h) Servizi di informazione;

i) Servizi di consulenza.

Per evitare che imprese private raggiungano un eccesso di potere è necessario quindi che sia impedito loro di operare in più mercati verticalmente collegati. Se un’impresa vende sul mercato x non potrà vendere sul mercato y. Se ad esempio Amazon opera come rivenditore web non può offrire anche servizi di logistica. Facebook può raccogliere dati dai suoi utenti ma non può vendere spazi agli inserzionisti, attività che sarà svolta dagli acquirenti dei suoi dati. Anche Google dovrà separare le sue diverse attività di raccolta dati dalla vendita di pubblicità. In sostanza, le autorità di controllo devono introdurre il concetto di “anti-trust verticale” da affiancare al tradizionale potere di mercato orizzontale dovuto alle eccessive dimensioni di una impresa su un dato mercato. Questa scelta ha ovviamente delle implicazioni. Le autorità dovranno garantire la definizione di standard comuni per lo svolgimento di alcuni servizi, ad esempio il formato dei dati personali raccolti da alcune aziende ed usati da altre, così come esistono gli standard di comunicazione sul web. Assicurando che ogni impresa si limiti ad operare su un solo mercato si raggiungono diversi risultati:

– si assicura la parità tra tutte le aziende in un settore in modo che la concorrenza permetta effettivamente al migliore di fare maggiori profitti, e non semplicemente remunerando un potere economico acquisito in passato;

– si garantisce il rispetto delle normative (privacy, ambientali, fiscali, ecc.) in quanto gli standard comuni utilizzati da imprese distinte renderanno più facile identificare le violazioni;

– in caso di innovazioni sarà semplice diffondere i benefici tra tutte le parti interessate semplicemente aggiornando gli standard.

Fonte

03/12/2021

Culture e pratiche di sorveglianza. Costruzione identitaria e privacy tra rassegnazione digitale e datificazione forzata

di Gioacchino Toni

Riferendosi all’età contemporanea, le scienze sociali tendono ad assegnare una certa importanza al ruolo dei social media nella “costruzione del sé”, nella “costruzione antropologica della persona”. Nel recente volume di Veronica Barassi, I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita (Luiss University Press, 2021) [su Carmilla], l’autrice evidenzia come, nell’era del capitalismo della sorveglianza, con la possibilità offerta dalle piattaforme digitali di raccontare storie personali negoziando la posizione che si occupa in società, sorgano alcune importanti questioni su cui vale la pena riflettere.

Innanzitutto si opera nell’impossibilità di controllare il contesto in cui le informazioni personali vengono condivise e ciò, sottolinea la studiosa, determina il collasso dell’integrità contestuale, dunque la perdita di controllo nella costruzione del sé in quanto non si padroneggiano più le modalità con cui ci si presenta in pubblico. Si tenga presente che alla creazione dell’identità online concorrono tanto atti coscienti (materiali caricati volontariamente) che pratiche reattive (like lasciati, commenti ecc.) spesso in assenza di un’adeguata riflessione.

Nel costruire la propria identità online si concorre anche alla costruzione di quella altrui, come avviene nello sharenting, ove i genitori, insieme alla propria, concorrono a costruire l’identità online dei figli persino da prima della loro nascita. In generale si può affermare che manchi il pieno controllo sulla costruzione della propria (e altrui) identità online visto che si opera in un contesto in cui ogni traccia digitale può essere utilizzata da sistemi di intelligenza artificiale e di analisi predittiva per giudicare gli individui sin dall’infanzia.

Se a partire dalla fine degli anni Ottanta la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha posto l’accento su come i bambini non debbano essere intesi come individui subordinati agli adulti e bisognosi di protezione ma piuttosto come soggetti autonomi dotati di specifici diritti, il capitalismo della sorveglianza [su Carmilla], evidenzia Barassi, li ha nei fatti privati della loro autonomia. Sia perché il “consenso dei genitori” diviene il grimaldello per trattare i loro dati sia perché le loro tracce digitali sono prodotte, raccolte e condivise da altri soggetti ben al di là del consenso e del controllo genitoriale. Ciò avviene in svariati ambiti – istruzione, intrattenimento, salute... – e le tracce digitali dei bambini prodotte tanto da loro stessi quanto da altri [su Carmilla] vengono utilizzate per indagare i loro modelli comportamentali, per fare ipotesi circa le loro tendenze psicologiche e per costruire storie pubbliche relative alla loro identità.

Essendo che le tracce digitali hanno a che vedere con l’identità sociale, nell’era del capitalismo digitale, sostiene Barassi, i social media sono divenuti un terreno di conflitto e negoziazione per le famiglie. Insistere tuttavia quasi esclusivamente sulle responsabilità dei genitori smaniosi di condividere dati sui figli rischia di mettere in secondo piano le responsabilità delle multinazionali della raccolta-elaborazione dei dati. Piattaforme dedicate all’infanzia come Messanger Kids di Facebook condividono le informazioni raccolte con terzi e ciò avviene perché tutte le principali Big Tech stanno investendo parecchio nella profilazione dell’infanzia e lo stanno facendo davvero con ogni mezzo necessario aggirando facilmente le legislazioni in materia.

Sebbene a proposito dell’impatto dei social media sul benessere psicologico dei bambini vi siano posizioni differenti all’interno dell’ambito accademico, non è difficile immaginare come tali piattaforme possano perlomeno contribuire a rafforzare culture e stereotipi negativi. Alcuni studi hanno mostrato, ad esempio, come le bambine siano indotte a conformarsi a stereotipi sessualizzati al fine di essere accettate socialmente. Trattandosi di strumenti espressamente realizzati per facilitare la raccolta, il tracciamento e la cessione dei dati ad altri soggetti, non è difficile immaginare come tutto questo materiale raccolto ed elaborato possa incidere sulla vita degli individui.

In una società ad alto tasso di digitalizzazione sono molteplici le modalità con cui si raccolgono dati sui bambini. La studiosa mette in evidenza come dietro ad alcune pratiche, spesso fruite come del tutto innocue e non intrusive, si nascondano vere e proprie strategie di profilazione. Si pensi non solo ai dati raccolti sui bambini dalle piattaforme didattiche utilizzate nelle scuole, di cui non è affatto chiara la gestione da parte delle aziende fornitrici del “servizio”, al tracciamento facciale a cui sono sottoposti sin da piccoli negli aeroporti e persino all’ingresso di parchi giochi come Disneyland, ove vengono loro fotografati i volti all’ingresso motivando blandamente tale pratica, nei rarissimi casi in cui i genitori ne chiedano il motivo, come un’operazione volta alla sicurezza, come ad esempio facilitare il loro rinvenimento in caso di smarrimento. Sebbene cosa ne faccia il colosso Disney delle foto scattate ai volti dei bambini non è dato a sapere, certo è che si tratta di dati estremamente sensibili essendo la fotografia del volto a tutti gli effetti un dato biometrico unicamente riconducibile all’identità di un individuo al pari dell’impronta digitale e della voce.

Altri sistemi di profilazione con cui entrano in contatto facilmente i bambini sono i giochi scaricati sugli smartphone o su altri dispositivi – che in alcuni casi, nota la studiosa, continuano a carpire immagini tramite la la videocamera dell’apparecchio anche quando il gioco non è in funzione – i dati raccolti da piattaforme di intrattenimento come Netflix che, non a caso, lavorano sulla creazione di profili ID univoci. Persino le ricerche effettuate dai genitori attraverso i motori di ricerca online a proposito di disturbi o malattie dei figli concorrono all’accumulo di dati sensibili utili alla costruzione della loro identità digitale sin da bambini.

Tutto ciò non può che porre importanti interrogativi circa il concetto di privacy tenendo presente come questo derivi da uno specifico contesto politico, sociale e culturale. Buona parte del dibattito attorno alla privacy rapportata alle nuove tecnologie ruota attorno all’idea di una necessaria e netta distinzione tra una sfera pubblica (visibile) e una privata (riservata). Se l’avvento dei social media, su cui si è indotti a esibire/condividere tutto di se stessi [su Carmilla], sembra annullare sempre più la distinzione tra pubblico e privato, conviene secondo Barassi soffermarsi sull’importanza di tale dicotomia in quanto «consente di capire la filosofia individualista – e problematica – che definisce l’approccio occidentale verso la privacy e la protezione dei dati» (p. 89). La dicotomia tra ciò che è pubblico e ciò che è privato nella cultura occidentale «suggerisce che c’è una chiara differenza tra la sfera collettiva e quella personale, tra Stato e individuo, tra ciò che è visibile e ciò che è segreto» (p. 89).

Il concetto di privacy occidentale ha le sue radici nell’idea «che dobbiamo proteggere il nostro interesse personale e le nostre famiglie nucleari prima di pensare alla dimensione pubblica/collettiva» (p. 89). Ed è in tale filosofia individualista della privacy che secondo la studiosa si annida il vero problema:

rapportare il concetto di privacy a quello di interesse individuale porta sempre a una riduzione del suo valore una volta che la privacy viene posta di fronte all’interesse collettivo. Questo è chiaro se pensiamo ai dibattiti sul riconoscimento facciale, sul contact tracing o su altre tecnologie implementate in nome dell’interesse collettivo. Dall’altra parte, intendere la privacy come fenomeno individuale ci porta a cercare soprattutto soluzioni individualiste a problemi che sono invece di natura collettiva (p. 90).

Circa la privacy dei bambini, dall’indagine svolta da Barassi emerge con forza nei genitori una sorta di “rassegnazione digitale”, dettata dall’impressione di non aver altra scelta, di cui approfitta il capitalismo della sorveglianza che però, nota la studiosa, si avvale anche della “partecipazione digitale forzata”. I soggetti fornitori di servizi a cui ricorrono quotidianamente le famiglie, dai servizi sanitari alle istituzioni educative, sempre più si affidano alla raccolta e all’analisi dei dati personali.

È attraverso la partecipazione digitale forzata a una pluralità di istituzioni, private e non, che i bambini vengono datificati, ed è per questa ragione che dobbiamo andare oltre la privacy come interesse privato dei bambini per studiare invece cosa voglia dire crescere in una società dove siamo continuamente costretti ad accettare termini condizioni di utilizzo, e dove i dati dei nostri figli vengono raccolti e condivisi in modi che sfuggono alla nostra comprensione e a l nostro controllo. Solo così riusciremo a fare luce sulle ingiustizie e sulle ineguaglianze della nostra società datificata, e sul fatto che il mondo in cui pensiamo al valore della privacy nella vita di tutti i giorni dipende spesso dalla nostra posizione sociale [...] C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel diverso impatto che queste trasformazioni hanno avuto sulle famiglie altamente istruite o ad alto reddito da un lato, e su quelle a basso reddito o meno istruite dall’altro (pp. 94-95).

La diseguaglianza sociale in effetti, sottolinea la studiosa, gioca un ruolo importante nelle modalità in cui viene vissuta e affrontata la datificazione a cui si è sottoposti quotidianamente. I sistemi automatizzati di intelligenza artificiale tendono ad amplificare tale ingiustizia. Nelle società a forte datificazione i dati raccolti ed elaborati finiscono per essere utilizzati per profilare e indirizzare le vite degli individui. Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul problema della privacy, occorrerebbe piuttosto indagare quanto «la sorveglianza digitale e la datificazione di massa [siano] strettamente interconnesse con la giustizia sociale» (p. 97).

Sebbene spesso si parli di profilazione riferendosi al ricorso a tecnologie e algoritmi per l’analisi predittiva, in realtà, sottolinea Barassi, si tratta innanzitutto di «un processo antropologico che si estende oltre il mondo digitale e che ha a che vedere con la classificazione e la creazione di categorie, di raggruppare persone, animali, piante e cibi sulla base delle loro similitudini e differenze. È attraverso la creazione di categorie che definiamo le regole sociali» (p. 103). Tale pratica viene utilizzata anche per identificare il rischio. «Nella società moderna la profilazione è anche storicizzatone connessa al controllo della popolazione e all’oppressione razziale e sociale» (p. 103). La profilazione ha finito per far parte della vita quotidiana tanto nel farvi ricorso quanto nell’esservi sottoposti [su Carmilla]; «la profilazione è per definizione una pratica di correlazione di dati che serve per formare un giudizio» (p. 104).

Sebbene la profilazione sia un fenomeno sociale, antropologico e personale in atto da ben prima della trasformazione digitale, è nel passaggio di millennio che si determinano cambiamenti sostanziali: l’avvento di nuove tecnologie ha comportato tanto un aumento spropositato della quantità di informazioni personali che possono essere raccolte e intrecciate, quanto di strumenti utili a ottenerle al fine di realizzare profilazioni sempre più sofisticate. Nel saggio Big Other: Surveillance Capitalism and the Prospects of an Information CIvilization (2015) pubblicato sul “Journal of Information Technology” (30 gennaio 2015), Shoshana Zuboff ha spiegato come a suo avviso sia più efficace indicare tale contesto come “Big Other”, piuttosto che “Big Data”, in quanto tale dicitura rende meglio l’idea dell’architettura globale – composta da computer, network, sistema di accordi e relazioni... – di cui si avvale il capitalismo della sorveglianza nello scambiare, vendere e rivendere i dati personali.

Barassi evidenzia come un ruolo centrale all’interno di tale Big Other sia svolto dai “data broker”, aziende che raccolgono informazioni personali sui consumatori, le aggregano sotto forma di profili digitali per poi venderli a terzi. La raccolta di dati avviene sia dai registri pubblici sia dalle piattaforme digitali e dalle ricerche di mercato, oltre che acquistandole dalle aziende che gestiscono app e social media. Un data broker può identificare, ad esempio, un individuo anche in base al suo aver manifestato interesse all’argomento diabete non solo per vendere l’informazione a produttori di alimenti senza zucchero, ma anche alle assicurazioni che, in base a ciò, lo classificheranno come “individuo a rischio” alzando il prezzo della sua polizza. Analogamente gli individui vengono profilati sulla base del reddito, dello stile di vita, dell’etnia, della religione, dell’essere o meno socievoli o introversi e così via agendo di conseguenza nei loro confronti. La raccolta di questi dati avviene in un regime da Far West a partire dalla più tenera età così da poter aggiornare costantemente e affinare il profilo individuale.

La studiosa sottolinea anche come i dati raccolti dalle Big Tech in ambito domestico non siano soltanto personali/individuali ma raccontino anche la famiglia intesa come gruppo sociale a partire dai contesti socioeconomici, valoriali e comportamentali e tutto ciò può condurre a gravi forme di discriminazione. Un’inchiesta di ProPublica, organizzazione no-profit statunitense, ha rivelato come Facebook consentisse pubblicità mirate discriminatorie rivolte alle sole “famiglie bianche”. Barassi sottolinea come tali meccanismi possano imprigionare i bambini in stereotipi discriminatori e riduzionisti limitandone la mobilità sociale; si rischia di divenire sempre più prigionieri delle classificazioni assegnate al proprio profilo digitale.

Dal 2019 Amazon raccoglie informazioni fisiche ed emotive degli utenti attraverso la profilazione della voce, mentre Google ed Apple stanno lavorando da tempo a sensori in grado di monitorare gli stati emotivi degli individui e tutti questi dati vanno ad aggiungersi a quelli raccolti a scopo di profilazione quando si cercano informazioni sulla salute su un motore di ricerca. Come non bastasse, le Big Tech affiancano alla raccolta dati sulla salute ingenti investimenti nell’ambito dei sistemi sanitari. Qualcosa di analogo avviene nel sistema scolastico-educativo ed anche in questo caso le grandi corporation tecnologiche hanno saputo approfittare dell’emergenza sanitaria per spingere sull’acceleratore della loro entrata in pompa magna nel sistema dell’istruzione.

I media occidentali da qualche tempo danno notizia con un certo allarmismo del sofisticato sistema di sorveglianza di massa e di analisi dei dati raccolti sui singoli individui e sulle aziende messo a punto dal governo cinese tra il 2014 e il 2020 al fine di assegnare un punteggio di “affidabilità” fiscale e civica in base al quale gratificare o punire i soggetti attraverso agevolazioni o restrizioni in base al rating conseguito. All’interesse per il sistema di sorveglianza cinese non sembra però corrispondere altrettanta attenzione a proposito di ciò che accade nei paesi occidentali, ove da qualche decennio «governi e forze dell’ordine stanno utilizzando i sistemi IA per profilarci, giudicarci e determinare i nostri diritti» (p. 122), impattando in maniera importante soprattutto sul futuro delle generazioni più giovani.

Sebbene non sia certo una novità il fatto che governi e istituzioni raccolgano dati o sorveglino i comportamenti dei cittadini, la società moderna ha indubbiamente “razionalizzato” tale pratica soprattutto in funzione efficientista-produttivista rafforzando insieme alla burocrazia statale gli interessi aziendali. In apertura del nuovo millennio, scrive Barassi, anche sfruttando l’allarmismo post attentati terroristici che hanno colpito gli Stati Uniti e l’Europa, molti governi hanno iniziato ad integrare le tecnologie di sorveglianza quotidiana dei dati con i sistemi di identificazione e autenticazione degli individui.

Alcuni studi hanno dimostrato come le pratiche di profilazione digitale messe in atto in diversi paesi, oltre ad essere discriminatorie, minino alle fondamenta i sistemi legali in quanto determinano in segreto quanto un cittadino sia da considerare “un rischio” per la società senza concedergli la possibilità di usufruire di un’adeguata tutela legale. Altro che “giusto processo”; soprattutto grazie alle leggi anti-terrorismo emanate dopo l’11 settembre 2001 ci si può ritrovare “condannati” senza nemmeno conoscerne il motivo.

Barassi riporta il caso della Palantir Technologies, vero e proprio colosso privato della sorveglianza e profilazione dei cittadini, capace di offrire servizi di raccolta e analisi dei dati ai governi e alle aziende private soprattutto occidentali. Ai sevizi di tale azienda, creata nel 2003, ricorrono le principali agenzie governative statunitensi (dall’FBI alla CIA, dal’Immigration and Customs Enforcement al Department of Homeland Security ed al Department of Justice). Attiva in oltre 150 paesi nel 2010, la Palantir Technologies ha saputo sfruttare abilmente l’attuale pandemia per diffondere i sui servizi in Europa.

La profilazione digitale dei cittadini si rivela strategica per molti paesi occidentali in cui istituzioni governative e apparati di polizia ricorrono sempre più a sistemi di IA, il più delle volte gestiti direttamente da aziende private, per prendere decisioni importanti sulla vita dei cittadini. Barassi sottolinea anche come numerosi studi abbiano dimostrato come le tecniche per il riconoscimento facciale, ad esempio, siano tutt’altro che attendibili e come le stesse tecnologie per l’analisi predittiva, oltre che non affidabili, tendano ad amplificare i pregiudizi e ad alimentare la diseguaglianza sociale. Una ricerca del 2019 pubblicata su “Science”, ad esempio, ha rivelato come il sistema sanitario statunitense ricorra ad algoritmi razzisti nel prendere decisioni in merito alla salute pubblica.

«Nell’era del capitalismo della sorveglianza non esistono più dati “innocui”, perché i dati che offriamo come consumatori molto spesso vengono utilizzati per determinare i nostri diritti di cittadini» (p. 133). Il software CLEAR, ad esempio, attinge dati di oltre 400 milioni di consumatori da un’ottantina di società che si occupano di bollette domestiche di vario tipo per poi rivenderli ad istituzioni governative che si occupano di frode fiscale e sanitaria, di immigrazione e riciclaggio di denaro o di prendere decisioni relative all’affidamento di bambini. «Senza che se ne rendano conto, i dati che gli utenti [...] producono in qualità di consumatori domestici possono venire incrociati, condivisi e utilizzati per investigazioni federali» (p. 134). Altro inquietante caso riportato da Barassi riguarda Clearview AI, società produttrice di software per il riconoscimento facciale. Un inchiesta del “New York Times” del 2020 ha evidenziato come in alcune giurisdizioni statunitensi le forze di polizia utilizzassero tale software per confrontare le fotografie di individui ritenuti sospetti con gli oltre tre miliardi di immagini presenti online, soprattutto sui social.

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È di questi giorni la notizia delle sanzioni comminate in Italia dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato a due tra le maggiori Big Tech

Tra gli utenti di Apple e Google e le due aziende esiste “un rapporto di consumo, anche in assenza di esborso monetario“. Perché “la controprestazione”, cioè il pagamento, “è rappresentata dai dati che essi cedono utilizzando i servizi di Google e di Apple”. È con questa premessa che l’Antitrust ha multato i due gruppi per un totale di 20 milioni di euro – 10 ciascuno, il massimo edittale – per due violazioni del Codice del Consumo, una per carenze informative e un’altra per pratiche aggressive legate all’acquisizione e all’utilizzo dei dati dei consumatori a fini commerciali (Apple e Google, multa Antitrust da 20 milioni: “Informazioni carenti sull’uso dei dati personali degli utenti e pratiche aggressive”, “Il Fatto Quotidiano”, 26 novembre 2021.

Nel Comunicato stampa emesso dall’AGCM il 26 novembre 2021 viene evidenziato come nella fase di creazione dell’account, Google «l’accettazione da parte dell’utente al trasferimento e/o all’utilizzo dei propri dati per fini commerciali» risulti pre-impostata consentendo così «il trasferimento e l’uso dei dati da parte di Google, una volta che questi vengano generati, senza la necessità di altri passaggi in cui l’utente possa di volta in volta confermare o modificare la scelta pre-impostata dall’azienda». Nel caso di Apple, prosegue il Comunicato stampa, l’architettura di acquisizione «non rende possibile l’esercizio della propria volontà sull’utilizzo a fini commerciali dei propri dati. Dunque, il consumatore viene condizionato nella scelta di consumo e subisce la cessione delle informazioni personali, di cui Apple può disporre per le proprie finalità promozionali effettuate in modalità diverse». Nel dettaglio si vedano: Testo del provvedimento Google – Testo del provvedimento Apple

Alla luce di quanto detto in precedenza, è difficile immaginare che tutti questi dati sugli utenti raccolti subdolamente, legalmente o meno, vengano sfruttati “solo” a livello commerciale. Intanto si accumulano, poi potranno essere messi sul mercato ed essere elaborati e utilizzati per gli scopi più diversi.

È il capitalismo della sorveglianza, bellezza. E tu non ci puoi far niente! Se ci si deve per forza rassegnare a tale ennesimo adagio impotente, occorrerebbe allora riprendere anche l’efficace titolo di un recente film italiano: E noi come stronzi rimanemmo a guardare (2021, di Pierfrancesco Diliberto “Pif”).

Fonte

25/11/2021

Culture e pratiche di sorveglianza. Tracciati e profilati fin da prima della nascita

di Gioacchino Toni

«Dal momento in cui i bambini vengono concepiti, le loro informazioni mediche sono spesso condivise su app di gravidanza o sui social media, e dopo essere venuti al mondo tutti i loro dati sanitari e educativi vengono digitalizzati, archiviati e molto spesso gestiti da società private. A man mano che crescono, ogni istante della loro vita quotidiana viene monitorato e trasformato in un dato digitale […] I dati dei nostri bambini vengono aggregati, scambiati, venduti e trasformati in profili digitali, e verranno sempre più utilizzati per giudicarli e per decidere aspetti fondamentali della loro vita» (p. 10)

Così scrive Veronica Barassi nell’ambito di una  sua ricerca, pubblicata originariamente da MIT Press in lingua inglese, volta ad approfondire come la trasformazione digitale in atto, grazie anche all’apporto degli sviluppi dell’intelligenza artificiale, stia conducendo alla datificazione di ogni traccia lasciata dall’individuo sin da prima della sua nascita. Per comprendere meglio la portata di tale trasformazione secondo la studiosa conviene concentrarsi sulla prima generazione che ha subito il processo di datificazione digitale sin da prima di venire al mondo. Tale ricerca è stata tradotta e pubblicata in italiano nel volume da poco disponibile in libreria: Veronica Barassi, I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita (Luiss University Press, 2021).

Se è difficile individuare un momento preciso in cui tutto ciò ha preso il via, secondo l’autrice si possono tuttavia individuare due momenti chiave che hanno permesso l’avvio di tale processo. Un primo momento può essere individuato nella svolta neoliberista thatcher-reaganiana a cavallo tra anni Settanta e Ottanta nel suo porsi alla base di quei processi di globalizzazione che, con le relative ricadute economiche, politiche e sociali, hanno fatto da premessa al secondo fenomeno che ha determinato la trasformazione di cui si sta parlando, ossia la nascita negli anni Novanta di quel capitalismo della sorveglianza di cui ormai si palesano gli effetti in termini di controllo e sfruttamento [su Carmilla].

Nonostante le tecnologie Internet siano nate nel corso degli anni Settanta da reti militari, universitarie, scientifiche, ludiche e alternative, il vero e proprio punto di svolta è riconducibile all’avvento del World Wide Web a metà anni Novanta che ha radicalmente cambiato e influenzato il modo di organizzare e rendere accessibili le informazioni in rete. È tale trasformazione ad aver permesso la nascita di quel capitalismo digitale che, con lo spostamento della produzione industriale nei paesi con un costo della forza lavoro più contenuto, ha dato vita nei paesi tecnologicamente più avanzati a un’economia sempre più incentrata sul marketing, sulla pubblicità e sulla distribuzione supportata da una sempre più marcata flessibilità dei rapporti di lavoro e da un’evidente erosione della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero.

Nonostante gli intenti utopistici che avevano accompagnato la nascita del web, il processo di privatizzazione non ha tardato ad arrivare sotto forma di browser e business dot.com. È dall’implosione di tale economia, naufragata con la bolla speculativa al passaggio di millennio, che è nato il web 2.0 costruito sulla partecipazione attiva degli utenti; non a caso le prime grandi piattaforme 2.0 sono state i social media (Facebook dal 2004, YouTube dal 2005, Twitter dal 2006 ecc.) e a tali standard si sono presto adeguate le piattaforme tradizionali di Google e Amazon a cui si sono poi aggiunte Airbnb (dal 2007) [su Carmilla] e Uber (dal 2009).

Sebbene a ridosso del passaggio tra primo e secondo decennio del nuovo millennio le piattaforme social hanno oggettivamente svolto un ruolo importante nel supportare numerose proteste, l’entusiasmo nei confronti delle nuove tecnologie della connettività ha dovuto fare i conti sia con il palesarsi del loro operare nella raccolta e nello sfruttamento dei dati personali sia con l’inadeguatezza di queste allo sviluppo duraturo di esperienze di antagonismo sociale [su Carmilla].

Se il web 2.0 ha permesso la raccolta di una quantità di dati prima inimmaginabile, occorre sottolineare come parallelamente a tutto ciò siano avanzate le ricerche nell’ambito dell’intelligenza artificiale, ed è dall’intrecciarsi di questi due ambiti che è scaturita quella vera e propria riformulazione della vita quotidiana di cui forse soltanto ora ci si accorge, anche alla luce dell’emergenza pandemica.

Non è azzardato affermare che per il capitalismo della sorveglianza Google ha avuto un ruolo non dissimile da quello esercitato dalla Ford Motor Company e dalla General Motors nello sviluppo del capitalismo industriale [su Carmilla] ed è proprio attraverso colossi come Google che si è diffusa l’analisi predittiva in tutti gli ambiti dell’esistenza; dalle scuole alle banche, dalle assicurazioni alle agenzie interinali, dall’assistenza sociale agli apparati di polizia.

Nell’era del capitalismo della sorveglianza non c’è più confine tra i dati del consumatore, raccolti per proporre pubblicità personalizzate, e i dati del cittadino, raccolti per decidere se possiamo avere accesso o meno a determinati diritti […] Il Capitalismo della sorveglianza ci sta trasformando tutti in cittadini datificati e se davvero vogliamo capire questa trasformazione dobbiamo concentrarci sui bambini nati nell’ultima decade: la prima generazione datificata fin da prima della nascita (p. 19).

È pertanto sui nativi datificati che si concentra la ricerca di Veronica Barassi. Sui bambini datificati cioè sin da prima di nascere anche a causa della condotta dei genitori che condividono sui social informazioni circa il futuro nascituro, dai resoconti sull’attesa alle loro ecografie, proseguendo poi, una volta venuti al mondo, con la diffusione di immagini e racconti dettagliati dei loro istanti di vita quotidiana a cui si aggiungono i dati raccolti dalle tante app utilizzate dai genitori per monitorare la salute e la crescita dei bambini e dalle apparecchiature smart sempre più diffuse all’interno delle abitazioni [su Carmilla]. Poi il profilo dei bambini sarà aggiornato delle piattaforme educative e da tutto l’armamentario di cui dispone il capitalismo della sorveglianza.

In particolare la studiosa si sofferma su quattro tipologie principali di raccolta dati relativi ai bambini: quelli raccolti dagli “assistenti virtuali” presenti nelle abitazioni in cui vivono; quelli immagazzinati dalle scuole attraverso le piattaforme educative on line; quelli relativi alla salute aggregati tanto attraverso app private quanto attraverso l’informatizzazione del sistema sanitario pubblico; quelli raccolti dai social media. Risulta pertanto palese la volontà delle Big Tech di raccogliere il maggior numero di dati personali per poterli aggregare in profili digitali riconducibili a singoli individui attraverso sistemi, anche biomedici, di identificazione e profilazione.

La recente pandemia, ricorda Barassi, ha di certo spinto sull’acceleratore del capitalismo della sorveglianza già in atto, palesando il livello di dipendenza dalle tecnologie digitali e la sempre più difficile distinguibilità tra ambiti privati e pubblici e tra tempi e spazi lavorativi e ricreativi.

Se il tracciamento medico del nascituro non è una novità, scrive Barassi, esistono però almeno due grandi differenze rispetto al passato: un’inedita possibilità di concentrazione dei dati raccolti dalle famiglie (informazioni mediche, psicologiche e relative alla routine quotidiana, agli stili di vita e di consumo ecc.) e una altrettanto inedita diffusione di tali dati attraverso condivisioni su app e social con ciò che ne consegue in termini di profilazione aziendale. Non a caso, come ha esplicitato l’ONG Electronic Frontier Foundation nel report di Quintin Cooper, The Pregnancy Panopticon (2017), Facebook e Google stanno investendo sulla compravendita dei dati raccolti delle app che accompagnano la gravidanza.

In generale, sostiene Barassi, le Big Tech, oltre a raccogliere dati da terzi, stanno investendo in settori pubblici come la salute e l’educazione (es. Google for Education, che la recente emergenza pandemica ha enormemente contribuito a diffondere anche nel sistema educativo italiano). Sebbene negli USA e in Europa vi siano leggi che proibiscono alle aziende private di vendere a terzi dati raccolti nell’ambito dell’educazione, non è poi così difficile per tali piattaforme aggirare i vincoli legislativi e aggregare i dati sotto un unico profilo ID in grado di seguire l’individuo lungo la sua intera esistenza.

Una ricerca del 2019 pubblicata dal “British Medical Journal” ha mostrato come buona parte delle app relative alla salute condividano i dati raccolti con fornitori di servizi che a loro volta li girano soprattutto a società di ambito tecnologico, pubblicitario e persino ad agenzie di credito: anche i dati raccolti prima della nascita possono concorrere all’ottenimento o meno di un credito in età adulta.

Circa i motivi che spingono tante famiglie a ricorrere a tali app di tracciamento, le interviste sul campo condotte da Veronica Barassi indicano come l’entusiasmo per tali applicazioni derivi soprattutto dalla sensazione di sicurezza e controllo che esse sembrano offrire. Il fenomeno del sharenting, ossia l’ossessione dei genitori di condividere sui social informazioni relative ai figli, spiega la studiosa, sembra derivare dal tentativo di sconfiggere tutte quelle ansie e quelle paure che si proiettano sull’essere genitori per la prima volta attraverso la creazione di un’identità digitale dei figli il più possibile idilliaca. Durante l’inchiesta è emerso come le medesime motivazioni di controllo e sicurezza siano alla base anche del ricorso volontario a tecnologie di tracciamento reciproco, ad esempio tramite smartphone, tra i genitori.

Alla luce dell’incremento esponenziale nell’ultimo decennio di tecnologie di intelligenza artificiale tra le pareti di casa, Barassi invita a chiedersi quale tipo di valori culturali questi dispositivi incorporino e come vengano trasmessi. «Cosa vuol dire far crescere i nostri figli con dispositivi di intelligenza artificiale che insegnano loro a relazionarsi con un oggetto come se fosse una quasi-persona? Che tipo di dati vengono raccolti da queste tecnologie e che impatto hanno sulla privacy dei nostri figli?» (p. 46).

L’idea di intelligenza artificiale, ricorda la studiosa, è nata negli anni Cinquanta del Novecento con riferimento alla possibilità di far eseguire alle macchine cose che necessiterebbero dell’intelligenza umana. Oggi si tende a parlare di intelligenza artificiale tanto in maniera “hollywoodiana” (che la vuole dotata di coscienza e autonomia, in grado di provare emozioni e ingannare l’essere umano), quanto rapportandola all’apprendimento automatico da dati esistenti, alle reti neurali e all’analisi predittiva, cioè a tutto ciò che sta realmente trasformando la realtà quotidiana. «Se davvero vogliamo capire il ruolo dell’intelligenza artificiale nelle nostre case dobbiamo cominciare proprio dalle sensazioni e dalle emozioni che proviamo quando interagiamo con “macchine intelligenti”, e da come molto spesso le nostre interazioni con queste tecnologie siano definite dall’illusione dell’intimità artificiale» (p. 52).

Diverse ricerche sul campo hanno dimostrato come gli individui si relazionino con queste tecnologie come se si trovassero di fronte a esseri umani (ad es. vi si rivolgono con forme di cortesia del tipo “per favore”, “grazie” ecc.) e si rapportano con gli “assistenti virtuali” avendo la sensazione di dialogare confidenzialmente con una persona amica. Sebbene tale sensazione venga maggiormente percepita confrontandosi con robot antropomorfici, è comunque ben presente anche nel rapporto con gli assistenti virtuali con cui sono possibili soltanto forme di interazione vocale.

A partire da tali premesse diviene importante chiedersi che tipo di relazione strutturino i bambini con agenti dotati di intelligenza artificiale. Sebbene non vi sono al momento risposte univoche da parte degli studiosi a proposito del tipo di interazione che i bambini sviluppano con l’intelligenza artificiale, quanto il rapporto possa divenire intimo e personale, di certo però occorre non dimenticare che tali tecnologie domestiche sono pianificate con preconcetti culturali e sociali, dunque è importante domandarsi quale tipo di valori trasmettano ai bambini. Di certo Alexa e Google Assistant sono progettati per incentivare e facilitare il consumo, ma quali preconcetti culturali trasmettono? La scelta della voce femminile in molto tecnologie smart, ad esempio, rafforza il pregiudizio culturale che vuole la donna “assistente” e “servizievole”.

Uno dei casi che più hanno fatto discutere, e su cui si sofferma l’autrice, riguarda Hello Barbie: una bambola rivelatasi in grado di registrare le conversazioni casalinghe per la profilazione dei bambini e dei famigliari. Non meno inquietante è stato l’uso e lo stoccaggio da parte di Amazon dei dati raccolti dai bambini attraverso Echo Dot Kids. Al di là dei prodotti appositamente realizzati per raccogliere dati sui bambini, occorre tener presente anche il rapportarsi di questi ultimi con tecnologie domotiche presenti nelle abitazioni – la studiosa ha in particolare monitorato l’uso di Amazon, Google, Apple e Samsung – che hanno accesso a informazioni relative al contesto socio-economico e agli aspetti valoriali e comportamentali della famiglia. Si tratta di raccolte che avvengono sempre più anche sfruttando la ricognizione vocale.

Un’impronta vocale è esattamente come un’impronta digitale, è un dato biometrico che può essere facilmente associato all’individuo. Questo significa che le aziende che raccolgono i dati dalle nostre case possono integrarli con informazioni biometriche da utilizzare per la creazione di profili ID unici che [...] possono essere utilizzati per trarre una varietà di conclusioni sensibili sull’individuo: dal contesto socio-economico in cui vive al suo stato di salute mentale (p. 61).

Oltre a soffermarsi sull’inchiesta del 2019 condotta dalla tv belga VRT NWS venuta in possesso di un migliaio di registrazioni di Google Assistant che includevano conversazioni in camera da letto registrate senza che fosse stato pronunciato “Hey Google”, dunque all’insaputa degli utenti, Barassi riporta le inquietanti ammissioni di un impiegato di Apple rilasciate all’inglese “Guardian” nel 2020 a proposito della pratica diffusa in azienda di far ascoltare ai dipendenti le registrazioni di Siri.

Negli Stati Uniti vi sono già stati diversi casi in cui le registrazioni ottenute tramite Alexa sono state utilizzate in tribunale mentre il “Washington Post” ha ricostruito come l’Immigration and Customs Enforcement (la polizia di controllo dell’immigrazione) si avvalga del database CLEAR di proprietà di una multinazionale canadese contenente oltre 400 milioni di nominativi, indirizzi e dati vari raccolti da un’ottantina di aziende che si occupano di utenze domestiche, internet, telefonia ecc.

Il volume I figli dell’algoritmo di Veronica Barassi dedica uno spazio importante anche al ruolo dei social media nella costruzione contemporanea del sé e alla questione della privacy mettendo in luce, in quest’ultimo caso, come tale concetto sia contingente al contesto politico, sociale e culturale e come il grande limite del concetto di privacy in Occidente derivi dall’essere inteso come fenomeno individuale che induce a cercare soluzioni individualiste a problematiche in realtà di natura collettiva. Occorrerà tornare su questi ultimi aspetti affrontati dalla studiosa.

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25/10/2021

La dittatura dell’algoritmo

La dittatura dell’algoritmo è un documentario estremamente curato nell’estetica, nella fotografia, nella selezione degli intervistati e nella linea narrativa. Affronta argomenti che molti di noi hanno provato ad analizzare sia dal punto di vista politico che da quello sociale e psicologico. È un contributo imprescindibile per comprendere i meccanismi e le dinamiche delle reti sociali digitali.

Il documentario di Javier Gómez Sánchez, che ha debuttato su una rete televisiva cubana la sera del 5 giugno 2021, scorre in modo agile e piacevole snocciolando in 52 minuti tutte le analisi e le proposte degli analisti di età e formazione diverse. Senza alcun dubbio, è un documento di grande valore che dovrebbe essere diffuso e visto da tutti.

Tra gli intervistati si trovano giornalisti e scrittori molto noti a Cuba come Iroel Sanchez o Rosa Myriam Elizalde; e poi psicologi, giovani studenti di giornalismo, giovani artisti cubani, eccetera. Insomma, punti di vista diversi della Cuba di oggi su Internet e sui social network digitali.

Si parla dell’inizio dell’informatizzazione a Cuba e dell’effetto bolla dei gruppi e dei “follower” su Facebook, del modo in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata per mostrarci ciò che un certo gruppo di interesse politico ed economico vuole che vediamo.

Alcune persone potrebbero decidere di smettere di guardare il documentario già nei primi minuti. Tra queste potrebbe esserci chi ha visto la serie Netflix “The great hack” o “Nothing is private”, dove si analizza il modo in cui vengono utilizzati i dati di Facebook e le emozioni degli utenti per mostrare loro cosa devono consumare.

Sicuramente, ne “La dittatura dell’algoritmo” si troverà un’analisi approfondita di come l’introduzione di Internet e dei social network digitali abbia impattato sul popolo cubano. “I cellulari sono il mezzo di comunicazione di massa più importante per le persone”, esordisce Jorge Luis Perdomo, oggi vice Primo Ministro della Repubblica di Cuba.

Ma nel resto del mondo? Come influiscono o hanno influito i cosiddetti “influencer” nei cambiamenti culturali e politici latinoamericani degli ultimi 10 anni?

Quanti utenti, dopo la massificazione di Internet, sono ancora convinti di scrivere e leggere quello che vogliono e per questo di essere liberi? Quanti – come spiega Rosa Míriam Elizalde – hanno la consapevolezza che nei social network digitali si generano “bolle di conforto” e che gli algoritmi generano camere di risonanza in cui alcune idee rimbalzano all’infinito generando scenari di disinformazione?

“Non ti stanno leggendo nel pensiero. Sei tu che istruisci gli algortimi con il tuo comportamento”, dice qualcuno, e mi ricorda quante volte ho sentito (e a un certo punto anche pensato) questa frase quando Facebook, Instagram, Google o Twitter ci mostrano la pubblicità dopo aver consultato un articolo che cercavo o un sito che parlava dell’argomento di cui sto discutendo.

Siamo davvero sempre pienamente coscienti, e che quindi non saremo bombardati da un’ideologia strisciante che a poco a poco ci indurrà a votare per qualcuno inventato apposta da qualche interesse colonizzatore del pensiero?

Nei paesi in cui viviamo nel più puro e duro capitalismo, anche se chi ci governa sembra abbia uno sguardo progressista o addirittura più vicino al socialismo, la strategia non mira direttamente e pienamente alla colonizzazione ideologica (ormai questa battaglia è parzialmente o totalmente vinta), ma più subdolamente mira a perfezionare strategie commerciali che permettano, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale e analizzando le informazioni che diamo loro affinché sappiano come riescono a farci consumare i prodotti e i servizi che non erano o non dovrebbero essere nella nostra lista di priorità.

Sì, avete letto bene: ho detto “gli diamo” perché nessuno ci obbliga a dire alle multinazionali che stanno dietro ai social network digitali cosa abbiamo mangiato, quali vestiti ci piace indossare o come ci sentiamo: lo pubblichiamo noi stessi sfruttando le supposte enormi libertà di fare e dire ciò che vogliamo. “Vedo, leggo e interagisco solo con chi scelgo”, dicono milioni di utenti.

Il controllo sociale esercitato dai social network digitali viene analizzato in modo molto chiaro e approfondito. Indubbiamente, alla fine del documentario restiamo con più domande che risposte. Penso che questo sia l’obiettivo più importante che il suo regista si fosse prefissato, e devo dire che ha colto molto bene nel segno.

Se cerco di portare a queste latitudini parte dell’analisi fatta ne “La dittatura dell’algoritmo”, devo dire che proprio come a Cuba, si dirigono risorse materiali e umane in modo che, con il supporto dell’intelligenza artificiale e dei metadati ricavati dai nostri profili, nella testa degli utenti si formi un’opinione “critica” sul governo e sulle libertà individuali.

A Cuba questo lavoro si svolge da molto tempo con l’obiettivo di insinuare l’idea che la gente non sia completamente libera, che il brutale blocco economico dell’isola non esiste. Questo vale per Cuba, ma anche per il Venezuela, per la Bolivia o per qualsiasi altro paese in cui sorgono movimenti sociali o governi che possono infastidire la cultura o l’ideologia egemonica che l’imperialismo vuole imporci.

Come già detto in altre occasioni, credo che oggi non basti mettere una “faccia pulita” o, al contrario, l’immagine del vecchio con la barba e il cilindro con lo slogan “I want you” dell’imperialismo.

Le cinque grandi aziende tecnologiche GAFAM – Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft – sono l’imperialismo di questo secolo. Gestiscono più soldi dei Paesi più ricchi e potenti, praticano politiche monopolistiche ancora più dure di quelle degli stessi Paesi imperialisti e hanno la capacità potenziale di decidere chi occuperà il seggio presidenziale in un determinato Paese.

Ovviamente, non si può ignorare il potere degli Stati Uniti, della CIA, la sua ingerenza nell’agenda dei governi in gran parte del mondo. Le GAFAM sono al suo servizio e viceversa.

La battaglia contro-egemonica delle idee ci pone in enorme svantaggio, ma non abbiamo altra scelta che combatterla se vogliamo essere veri attori e costruttori del nostro futuro, se vogliamo vivere in una società dove la giustizia sociale non sia una mera teoria politica, un mondo dove ognuno di noi sia costruttore del nostro destino.

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22/10/2021

La Web Tax? Abbiamo scherzato. Ritirata l’imposta sulle multinazionali del Big Data

L’imposta sugli affari in Europa e in Italia dei giganti della rete ha già fatto marcia indietro. Infatti Italia, Austria, Francia, Spagna e Gran Bretagna si sono impegnate con gli Stati Uniti al ritiro dell’imposta unilaterale sui servizi digitali, la Digital services tax (Dst). In cambio verranno ritirati i dazi degli Usa su alcuni prodotti europei.

L’Italia e gli altri quattro paesi europei hanno definito ieri i termini dell’accordo transitorio per il passaggio dalle attuali web tax verso la nuova proposta fiscale avanzata dall’Ocse che permetterà di tassare i giganti del digitale attraverso principi condivisi.

L’accordo su questo argomento era stato già raggiunto lo scorso ottobre impegnando 136 paesi sulla riforma delle fisco internazionale relativi ai grandi monopoli del web, da attuare entro il 2023.

Le attuali web tax resteranno in vigore fino a quando sarà operativo il primo pilastro della riforma fiscale dell’Ocse sulla tassazione dei giganti digitali. Ma per non strappare lacrime alle multinazionali del web, i paesi aderenti hanno stabilito che sarà loro offerto un credito fiscale per rimborsare l’ammontare della tassa raccolta in eccesso se l’accordo Ocse dovesse essere implementato prima.

In cambio, gli USA hanno accettato di abbandonare i dazi di ritorsione che avevano emanato, e poi temporaneamente sospeso, contro Italia, Austria, Francia, Spagna e Regno Unito. A fine marzo gli Stati Uniti avevano minacciato dazi del 25% sui prodotti della moda Made in Italy per un ammontare di 140 milioni di dollari.

Gli USA avrebbero preferito che l’abrogazione delle Web Tax europee fosse immediata a partire dall’8 ottobre 2021, data in cui è stato raggiunto l’accordo politico rispetto al Primo Pilastro della riforma fiscale dell’Ocse. Tuttavia, l’accordo raggiunto prevede che “tutti paesi che hanno adottato Misure Unilaterali prima dell’8 ottobre 2021, non sono tenuti ad abrogare le proprie Misure Unilaterali fino all’effettiva applicazione del Primo Pilastro”.

È quindi stabilito un rimborso “nella misura in cui le imposte maturate” nei cinque paesi europei in relazione alle Web Tax prima dell’effettiva applicazione del Primo Pilastro, eccedono l’importo dovuto ai sensi del Primo Pilastro nel primo anno intero di attuazione. L’eccedenza sarà quindi detratta “dalla porzione di imposta sul reddito delle società dovuta ai sensi del Primo Pilastro rispettivamente in questi paesi”.

Sulla base di questi presupposti l’Italia non dovrebbe restituire grosse somme alle multinazionali digitali, visto gli scarsi risultati della web tax nel nostro paese. In totale, 49 società digitali straniere hanno versato in Italia solo 233 milioni di euro nel 2021, ben al di sotto le aspettative di 700 milioni dell’imposta del 3% sul fatturato sui servizi digitali offerti dalle multinazionali del settore in Italia.

Amazon, in Italia ha versato poco più di 10,4 milioni di euro di imposte, mentre Google 11,5. L’imposta è dovuta da tutte le imprese, anche non residenti, con ricavi globali di almeno 750 milioni di euro, e con almeno 5,5 milioni di euro di fatturato derivanti da determinate attività digitali in Italia. Il versamento dell’imposta è avvenuto il 17 maggio scorso in relazione ai servizi del 2020.

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21/10/2021

Le multinazionali della rete in Italia pagano briciole di tasse

Il Rapporto annuale di Mediobanca rivela che nel 2020 le filiali italiane delle corporation del web e del software – definite come società WebSoft – hanno versato al fisco italiano meno di 80 milioni di euro (erano 70 mln nel 2019), per un tax rate effettivo del 31,4%. Se si considerasse anche la Digital Service Tax, per la quale solo due società hanno stanziato un fondo, si arriverebbe a un totale di tasse da versare nel 2020 di oltre 101 milioni, pari a un tax rate del 40%.

“Le WebSoft presidiano l’Italia tramite società controllate ubicate in gran parte nelle province di Milano e Monza-Brianza. Il fatturato aggregato delle filiali italiane nel 2020 ha raggiunto i €4,6 mld occupando oltre 13mila lavoratori. Rispetto al 2019 si calcolano quasi tremila dipendenti in più, in massima parte assunti dalle società del Gruppo Amazon che vanta il maggior numero di occupati in Italia (8.193 unità nel 2020)” – scrive Mediobanca.

“E il fisco italiano? Nel 2020 le filiali dei giganti del WebSoft hanno versato al fisco italiano quasi €80 mln per un tax rate effettivo del 31,4%. Considerando anche l’accantonamento per il pagamento della Digital Service Tax, il tax rate salirebbe al 40%”.

Il Sole 24 Ore sottolinea come sulla Webtax, ci sia stato tanto rumore per nulla (o comunque per poco) ma non per il Fisco italiano che “dai giganti digitali potrebbe ottenere almeno sette volte di più delle tasse sugli utili incassate oggi“.

Lo scorso anno circa il 40% dell’utile ante imposte delle 25 multinazionali del web e del software è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale di 10,7 miliardi di euro nel 2020 e di 24,5 miliardi nel 2018-2020.

Se si osserva il triennio 2018-2020 emerge che la tassazione in paesi con fiscalità agevolata ha consentito per Tencent, Microsoft e Alphabet un risparmio fiscale rispettivamente di 7,7, 5,4 e 4,5 miliardi.

L’aliquota media effettiva delle WebSoft nel 2020 è stata pari al 12,8%, inferiore a quella media teorica del 22,4%. Facendo una simulazione con l’applicazione della Global Tax, il tax rate effettivo nel 2020 salirebbe solamente al 13,9%.

L’aspetto qualificante della riforma fiscale applicata alle WebSoft, sottolinea Mediobanca, consiste infatti più nella redistribuzione delle basi imponibili fra i Paesi (+3,6%) che nell’effettivo aumento della pressione fiscale.

Mediobanca sottolinea poi che l’incremento del valore in Borsa delle società WebSoft è stato del +87,8% nel 2018-2020 e del +20,7% dal dicembre 2020 al 15 ottobre 2021.

A fine 2020 la loro capitalizzazione aggregata valeva quasi dieci volte l’intera Borsa italiana. Al 15 ottobre 2021 il podio della Borsa è occupato da Microsoft (€1.969 mld), seguita daAmazon (€1.488 mld) e – a molta distanza – da Alphabet (€733 mld).

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