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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/02/2026

Il crollo demografico e la riduzione dei salari in Italia

Il crollo demografico in Italia è una realtà che abbiamo documentato in un precedente articolo. Ci sono diverse cause ed una di queste, a nostro avviso, è la riduzione dei salari reali e della quota di reddito del lavoro dipendente.

Per dirla in modo molto semplice: chi non guadagna in modo adeguato è difficile che decida di fare un figlio o se è giovane di mettere su famiglia. Se è giovane ed ha buone competenze è anzi molto probabile che se ne vada a lavorare in un paese che gli offra una buona retribuzione. È sulla riduzione dei salari che ci vogliamo qui soffermare.

Partiamo dai dati della quota di reddito e della sua distribuzione negli ultimi 25 anni incrociando due fonti fondamentali che confermano la stessa tendenza: l’Istat e l’Area Studi Mediobanca.

Il confronto
Le differenze tra Istat e Mediobanca nella rilevazione dei dati
Dall’analisi macroeconomica dell’Istat, che copre l’intera platea delle imprese italiane, emerge che la quota dei profitti (il rapporto tra Risultato Lordo di Gestione e Valore Aggiunto) ha raggiunto il suo picco storico nel 2023, superando il 46%. In termini assoluti, il Risultato Lordo di Gestione delle società non finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.

Questi dati trovano conferma “sul campo” nei report annuali di Mediobanca, che aggregano i bilanci di circa 2.200 grandi e medie aziende italiane.

Entrambe le fonti confermano che, nonostante lo shock energetico e l’inflazione, le imprese hanno saputo proteggere (e in molti casi aumentare) i propri margini. Il dato Mediobanca sull’EBIT Margin spiega il dato ISTAT: le aziende hanno “traslato” i costi sui prezzi finali, mantenendo alta la quota di valore aggiunto che resta nelle casse societarie. Mentre l’ISTAT certifica che la quota salari è scesa al minimo storico (~39%), Mediobanca mostra aziende “più robuste che mai”, confermando che la ricchezza prodotta non si è distribuita verso il basso.

Non siamo di fronte a un’economia in crisi se la si guarda dal lato dei profitti; la crisi è interamente sul lato dei salari, che, come mostra la tabella, sono scesi al loro minimo storico (~39% del PIL) proprio mentre i profitti toccavano il record.

Il trend
Andamento di quota profitti e quota salari dal 2000 al 2025
Di solito, quando si parla di salari che sono calati in Italia in termini reali negli ultimi decenni la spiegazione data è la bassa produttività del lavoro. Ma innanzitutto, se la quota dei profitti è ai massimi evidentemente questo lavoro è produttivo nel generare margini per le imprese. L’export italiano è arrivato sugli 850 miliardi e in percentuale del PIL è aumentato da circa 26% a circa 35%, il che indica alta produttività. Il confronto però che i prof. di economia fanno sempre è quello della produttività del lavoro, con gli Usa e Germania e le statistiche ufficiali di output per lavoratore risultano più alte che in Italia. 

Invece, ad esempio, non si cita mai il Regno Unito, dove molti giovani italiani vanno a lavorare per via degli stipendi più alti, perché confrontato all’Italia la produttività risulta uguale o leggermente inferiore. Senza contare che l’export e la produzione industriale inglese sono ancora adesso molto più bassi di quelli italiani. Eppure, nel Regno Unito gli stipendi sono più alti.

Se prendiamo la Francia, la produttività risulta più alta, simile alla Germania, più alta di quella italiane e inglese. Ma la Francia ha meno produzione industriale e meno export dell’Italia e ha un deficit strutturale con l’estero, mentre l’Italia sono otto anni che è tornata in surplus. Questi dati sono contraddittori, perché la produttività viene misurata nel settore manifatturiero, dove l’Italia è più forte del Regno Unito e della Francia, mentre la misura della produttività nel resto dell’economia, settore servizi o finanziario è molto discutibile.

La produttività del lavoro nel Mondo
Confronto produttività del lavoro. Pil per ora lavorata
Il problema risiede nel modo in cui misuriamo la produttività. Le statistiche ufficiali (PIL / Ore Lavorate) non misurano l’efficienza fisica (quanti pezzi escono), ma il valore aggiunto monetario. Come mostrano i dati sui paesi asiatici, che non vengono mai confrontati con l’Italia perché altrimenti tutta l’ipotesi “bassa produttività” cadrebbe, l’Italia (~74-75$) ha una produttività statistica molto più alta di Giappone (~51-69$) e Corea del Sud (~47-64$). Siamo quasi pari a Taiwan, leader mondiale dei semiconduttori. 

Inoltre, secondo le statistiche, abbiamo una produttività cinque volte maggiore alla Cina, il paese dove tutto viene robotizzato e dove gli stipendi nelle maggiori città sono ora intorno a 1.200 dollari al mese (con costo della vita più basso). La Cina, che ora è il primo paese al mondo nell’automazione, nei robot, nell’impiego della intelligenza artificiale, nelle infrastrutture perfette, dove tutto funziona senza ritardi, nelle statistiche appare cinque volte meno produttiva dell’Italia. La spiegazione è che le statistiche della produttività del lavoro fuori dalle fabbriche, dove puoi misurarla in termini di quanti pezzi escono in quanto tempo, misura essenzialmente i margini di profitto delle aziende. Questa discrepanza esiste sostanzialmente perché la “produttività del lavoro” riflette in realtà (fuori dal manifatturiero) i margini di profitto e il potere di mercato.

Se un’assicurazione, una società di viaggi, una società del gas o elettricità, una società farmaceutica, una banca, una catena di alberghi o supermercati, una società che fa cioccolato o patatine guadagna molto, come margini, allora risulta che la “produttività” è alta.

Banalizzando, Louis Vuitton e Ferrari sono dieci volte più produttivi di Benetton e Stellantis. La Francia, ad esempio, ha meno produzione industriale e meno esportazioni dell’Italia, ma risulta più produttiva perché ha un settore del lusso e un settore finanziario molto estesi. La produttività del lavoro, a livello macroeconomico, non misura l’efficienza fisica (quanti bulloni stringi), ma il valore aggiunto monetario.

Il calcolo standard è $PIL / Ore Lavorate. Ma poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà “produttiva”, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente.

In secondo luogo, il Giappone e la Corea del Sud risultano meno produttive dell’Italia perché hanno un tasso di disoccupazione bassissimo e questo si spiega con il fatto che le aziende operano spesso come ammortizzatori sociali. Preferiscono tenere tre persone a fare il lavoro di una (bassa produttività statistica) piuttosto che avere disoccupati in strada. Questo abbassa il PIL per ora lavorata, ma mantiene la coesione sociale.

In Asia vogliono in sostanza dare lavoro a tutti e avere zero disoccupazione, conquistare anche i mercati esteri a qualunque costo. Hanno anche più concorrenza interna e nel settore finanziario e nelle costruzioni molta regolamentazione, così pure nel settore energetico. Per cui i profitti in percentuale del PIL sono più bassi. In Giappone per avere la disoccupazione all'1% hanno molti lavori “improduttivi”, perché non massimizzano i profitti a livello di sistema economico. La Cina ha una produttività statistica molto “bassa” perché per decenni ha operato con margini di profitto ridottissimi per distruggere la concorrenza globale. Se vendi un prodotto a 10$ che agli USA costa 50$ produrre, la tua “produttività monetaria” sembrerà 5 volte inferiore, anche se hai prodotto lo stesso oggetto. Se la produttività italiana risulta alta rispetto all’Asia significa che alto è il Valore Aggiunto che viene generato. Il problema sociale dell’Italia è che questo valore va a coprire costi energetici folli, rendite immobiliari, tasse sul lavoro o rimane nei margini aziendali, invece di finire nella busta paga dei lavoratori.

Questa è una discussione che può essere condotta a livello teorico, citando l’opera di Sraffa sulla “misurazione del capitale” che ha mostrato che non esiste una misura “fisica” della produttività che sia indipendente dai prezzi. Se i prezzi sono influenzati da monopoli, posizioni di rendita o bolle finanziarie, la produttività diventa un numero che riflette solo la capacità di estrarre valore dal mercato, non di crearlo.

Volendo rimanere al livello pratico dei dati empirici il caso più eclatante sono le banche italiane che vivono una fase di straordinaria redditività, utili totali netti sui 45 miliardi l’anno. Sono utili generati non da un aumento del credito, che per le imprese italiane era di 940 mld nel 2008 e oggi è di 750 miliardi. Le banche italiane risultano però tra le più “produttive” al mondo se si misura l’efficienza in termini di ricavi e profitti per dipendente.

Questo è spiegato dalle politiche di QE che le hanno direttamente sostenute e dalla forbice tra conti correnti e prestiti creata dall’aumento successivo dei tassi con l’inflazione post lockdown. Oltre a questo, ad esempio le banche italiane detengono circa 350-400 miliardi di euro di liquidità in eccesso, parcheggiata presso la Banca d’Italia, risultato degli anni del Quantitative Easing (quando la BCE iniettava moneta nel sistema acquistando titoli) e dei prestiti agevolati alle banche. Su questa liquidità in eccesso, la BCE paga alle banche un tasso (il Deposit Facility Rate) che oggi si aggira tra il 2,00% e il 2,50%. Dopo il picco del 4% del 2023, questo rimane un rendimento garantito e privo di qualsiasi rischio. Il vero boom degli utili bancari nasce anche dal fatto che le banche ricevono il 2,5% dalla BCE sui loro depositi, ma continuano a pagare interessi quasi nulli (spesso lo 0,1% o meno) sui conti correnti dei propri clienti.

Quello delle banche, su cui ci siamo dilungati perché clamoroso (ma si potrebbe parlare anche delle assicurazioni e delle società della luce e gas), aiuta a spiegare l’espansione continua dei profitti in Italia a scapito della quota del lavoro dipendente, che abbiamo mostrato nella prima tabella.

In sostanza, il problema dei bassi salari e della quota di reddito del lavoro dipendente non è spiegato dalla scarsa produttività del lavoratore italiano, ma da meccanismi di estrazione dei profitti a livello del sistema economico. 

Non abbiamo un’economia in crisi, se la si guarda dal lato dei profitti. La crisi è tutta sul lato dei salari. Dato però che il crollo demografico e il crollo della quota di reddito dei salari vanno assieme, bisognerebbe cominciare a parlare di come redistribuire il reddito a beneficio del lavoro, se vogliamo seriamente contrastare il calo demografico.

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20/07/2025

La sanità privata continua ad arricchirsi e le liste di attesa continuano ad allungarsi

Vi ricordate il grande dibattito pubblico sulle liste d’attesa per fare una visita, che ha tenuto banco per settimane, più o meno un anno fa, ma solo perché il governo Meloni aveva deciso di strumentalizzare il tema per le elezioni europee? Ovviamente, non è cambiato nulla da allora, e anzi forse la situazione sta pure peggiorando.

L’ultimo rapporto che annualmente Mediobanca produce per studiare i dati finanziari dei principali operatori sanitari privati in Italia, cioè quelli con fatturato individuale superiore a 100 milioni, associa oltre alle informazioni in merito anche alcune analisi sulle dinamiche e sulle prospettive della sanità italiana dentro un quadro internazionale.

Il primo numero che spicca è quello dei ricavi del 2023: 12 miliardi di euro, in aumento del 5,7% sul 2022 e del 15,5% sul 2019. Com’è immaginabile, le entrate hanno subito grandi turbolenze nell’era Covid, ma ora sembrano tornare a crescere stabilmente. Torna a crescere anche la redditività, anche se rimane inferiore a quella del 2019.

L’Ebit Margin, che tradotto sarebbe il guadagna su ogni singola ‘unità’ di ricavo, o per farla ancora più semplice la differenza tra i costi sostenuti per ogni vendita e quanto si è incassato, è passato al 3,7% del 2023 dal 2% del 2022. Ovviamente, i valori cambiano molto a seconda del comparto considerato: l’Ebit Margin maggiore si ha nella diagnostica, ad esempio (11%).

C’è poi il nodo liste d’attesa “che, insieme a motivi economici, hanno spinto quasi una persona su dieci nel 2024 a rinunciare a prestazioni sanitarie. Secondo l’IPSOS, i tempi di attesa hanno spinto l’80% degli italiani a rinunciare più di una volta alle cure del SSN, con l’84% di essi che si rivolge a un privato e il 13% che rinuncia del tutto a curarsi, quota che sale al 19% tra chi è in ristrettezze economiche”.

In sostanza, Mediobanca ci sta dicendo che lo smantellamento della sanità pubblica è stato costruito ad arte per costringere chi può a pagare il privato per accedere in tempi sensati al diritto alla salute. Chi non può, semplicemente, non si cura. Gli analisti dell’istituto lo mettono quasi nero su bianco, quando scrivono: “Queste dinamiche contribuiscono al rialzo della spesa privata pari a circa 74 miliardi di euro nel 2023 tra accreditamento, spesa intermediata e spesa diretta delle famiglie, ovvero 59 miliardi al netto degli acquisti di farmaci e altri presidi sanitari a carico delle famiglie”.
È grazie a queste dinamiche che, tolti farmaci e altre voci di spesa che sarebbero comunque a carico delle famiglie, la sanità privata si arricchisce.

Infatti, le previsioni fatte con i dati ad oggi disponibili per il 2024 stimano una crescita aggregata del giro d’affari pari al 4,8% nello scorso anno. E intanto, l’Italia è sotto la media OCSE nella spesa sanitaria pro-capite (pubblica e privata insieme) sia dal punto di vista nominale, sia dal punto di vista della percentuale del PIL (nel 2023 la media è 5.573 dollari e il 9,2% sul PIL, in Italia il dato si ferma a 4.800 dollari e all’8,4%).

Un ultimo numero, giusto per chiudere il quadro: nell’offerta di letti per lungodegenza, “l’Italia è nelle retrovie, considerando i circa 21 posti letto disponibili ogni mille abitanti over 65, nemmeno la metà della media OCSE”. Qualcuno si ricorda ancora il dibattito sulle liste dello scorso anno, o è stato dimenticato come dalla politica?

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12/02/2025

Mediobanca agli investitori: “L’industria militare fa fare quattrini”

Da un rapporto di Mediobanca dedicato all’industria militare presentato a fine anno, è arrivata una fotografia delle 100 maggiori aziende italiane della Difesa. È una piramide con in testa Leonardo e Fincantieri, entrambi controllate dallo Stato, che ha generato utili netti cumulati nel triennio 2021-2023 pari a 4,5 miliardi e profitti record l’anno scorso per 1,6 miliardi (+11,2% sul 2021).

ll sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, ha fatto appello agli investitori privati affinché mettano i loro capitali nelle imprese del comparto, con la sicurezza che non rimarranno delusi visti i profitti che producono.

Il rapporto di Mediobanca stima che le 100 maggiori aziende italiane della Difesa, ognuna con fatturato maggiore di 19 milioni di euro e con una forza lavoro superiore alle 50 unità nel 2023, sono tipicamente dual use, ovvero produttrici di beni e servizi sia nel mercato civile che in quello della difesa e sicurezza.

Il loro fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro nel 2023, non è quindi attribuibile interamente alla Difesa, ma solo in una porzione stimabile nel 49 per cento del totale e pari a circa 20 miliardi (+6,6 per cento sul 2022 e + 14,7 per cento sul 2021).

L’occupazione nel settore dell’industria militare ammonta complessivamente a oltre 181 mila persone nel 2023. Secondo il rapporto Mediobanca la quota riferita alla sola Difesa e basata in Italia si stima si attesti a oltre 54mila unità. Ma questo dato appare sicuramente in difetto. Infatti sul piano dei lavoratori occupati dal maggiore gruppo del complesso militare-industriale italiano – Leonardo – si è passati dai 110mila (di cui 29mila della Leonardo e 81mila della filiera) ai 128mila del 2021 (anche qui 31mila nell’azienda madre e 97mila nella filiera).

In pratica Leonardo è solo la capofila di un sistema di oltre 4.000 imprese con quasi centomila persone che ci lavorano. Di queste ce ne sono 67 in funzione di aziende fornitrici principali con 7.500 dipendenti e una fatturato di 1,3 miliardi.

Presentando il suo Rapporto, Mediobanca si è posta anche il problema di rendere appetibile gli investimenti nel settore dell’industria militare italiana.

“Cominciamo a fare gli eurobond che sarebbe già un primo passo, poi vediamo anche le economie più avanzate dal punto di vista degli investimenti e del capital market come l’America per trovare spunti” ha detto il Ceo di Mediobanca Nagel, riferendosi agli strumenti per sostenere il settore della Difesa, in occasione del convegno durante il quale è stato presentato il rapporto.

Il banchiere Nagel si è assicurato di garantire che quello militare è “Settore di assoluta rilevanza. Tanto più se si considera che l’analisi economica appare relativamente concorde nel ritenere che l’industria della Difesa sortisca spillover positivi sull’intera economia in termini di R&S e formazione del Capitale Umano, date le elevate competenze che essa richiede e che contribuisce ad affinare”.

Adesso forse è più chiaro il perché in Parlamento sull’aumento delle spese militari, le missioni militari all’estero e la partecipazione alla guerra in Ucraina ci sia sempre stata perfetta convergenza tra la destra e il PD.

Questa crescente e consolidata rete di interessi materiali produce anche consenso politico bipartisan ed è questo il mostro che dobbiamo combattere, non solo per fermare la guerra adesso ma per modificare radicalmente la collocazione e la visione internazionale del nostro paese oggi solidamente ingabbiata nel blocco euroatlantico.

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01/02/2025

La conquista di Mediobanca e l’illusione del nazionalismo bancario

di Emiliano Brancaccio

Alle ipotesi di alleanze internazionali, malviste dalla politica, risponde Mps: un’offerta pubblica di scambio che punta a Generali per realizzare il terzo polo italiano. La banca moderna è ormai avvinghiata al mercato finanziario. L’obiettivo è mobilitare il risparmio in ogni dove, purché siano garantiti i rendimenti

«Il peccato veniale di un banchiere è fuggire con la cassa, quello mortale è parlare». Enrico Cuccia, antico dominus di Mediobanca, poco avrebbe gradito la ridda di rumors di queste ore intorno alla sua «magnifica creatura». Che in verità tanto magnifica non è più.

Centro nevralgico del capitalismo italiano per quasi mezzo secolo, Mediobanca ha ormai un po’ sporcato il suo pedigree cimentandosi anche nella finanza di minor pregio, tra raccolta del piccolo risparmio e credito al consumo. Tuttavia, nel risiko bancario nazionale l’istituto di piazzetta Cuccia resta decisivo, soprattutto come primo azionista di Generali, la «cassaforte del risparmio degli italiani».

Gli attuali vertici dei due istituti guardano con favore alle alleanze internazionali. Esempio recentissimo è l’annuncio di un’intesa tra Generali e la francese Natixis, per la creazione di una piattaforma di gestione della ricchezza «di stazza globale».

Ma l’accordo coi francesi non trova sostegni nel parlamento italiano. Maggioranza e opposizioni, stavolta unite nella lotta, agitano il pericolo che il risparmio nazionale prenda la via dei mercati esteri. Il francese Philippe Donnet, attuale capo di Generali, l’ha definita una «bufala». Uscita improvvida, che ha ulteriormente acceso gli animi dei patrioti d’Italia.

Ecco allora che giunge la controffensiva tricolore. Mediobanca riceve dal Monte dei Paschi un’offerta pubblica di scambio, ossia una proposta di acquisizione basata su scambio di azioni anziché di contanti. Ispiratori della manovra sono gli attuali comproprietari dell’istituto senese: la famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Una diade capitalista che da anni punta a conquistare Mediobanca per governare Generali e realizzare così la grande ambizione di un terzo polo bancario-assicurativo italiano.

L’impresa del terzo polo, tuttavia, non è semplice. Le due famiglie miliardarie hanno finora sbattuto il muso contro un muro di ostacoli. Nell’ambiente, c’è chi sussurra che in fondo siano inadeguate. Qualcuno le invita a tornare ai vecchi affari, degli occhiali e del cemento, per lasciare l’alta finanza ai competenti.

Il clima politico, tuttavia, pare propizio per tentare ancora una volta la giocata del terzo polo. L’altro grande azionista di Montepaschi è infatti lo Stato, attraverso il Mef. Per Giorgetti e il governo, dare via libera al terzo grande gruppo bancario per fermare gli usurpatori esteri del risparmio nostrano sarebbe un gagliardetto nazionalista di non poco conto. Se l’operazione andasse in porto, le opposizioni dovrebbero riconoscere l’intelligenza patriottica dell’esecutivo. Meloni pregusta il boccone.

Gli esiti sono per adesso imprevedibili. Ma quel che conta, in questo risiko, è che resta in sospeso una domanda scientifica, prima ancora che politica: è proprio vero che affidare il controllo delle banche e delle assicurazioni italiane a famiglie di capitalisti nazionali garantisce che il risparmio sia reinvestito nel paese? Siamo sicuri cioè che banchieri privati nazionali favorirebbero il territorio nazionale?

Un tempo era così. L’avvento del banchiere «straniero» comportava drenaggio di risparmio dalle sedi originarie degli istituti verso centri d’affari lontani. Una cosa simile avvenne anche dentro i nostri confini. La vendita del Banco di Napoli al gruppo San Paolo trasferì i risparmi dei clienti meridionali verso le imprese del Nord.

Oggi però il mondo è cambiato. La centralizzazione dei capitali ha ormai avvinghiato la banca moderna al mercato finanziario, in un abbraccio che ne muta radicalmente la natura. Il banchiere contemporaneo ha certo ancora le sue aderenze territoriali, le sue contropartite con questo o quel centro di potere locale. Ma non può privilegiare il territorio d’origine. Il suo obiettivo vitale, infatti, è creare per i clienti un valore almeno pari a quello che offrono le altre attività sul mercato. E a tale scopo deve mobilitare il risparmio in ogni dove, purché siano garantiti i rendimenti.

Che si tratti dell’italianissimo Caltagirone o di chiunque altro, finché vige libera circolazione internazionale dei capitali la meccanica bancaria non muta.

Si dice con spregio che il banchiere è apolide. La realtà è che egli è mero servitore del capitale, l’apolide di ultima istanza.

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26/11/2024

Evento Mediobanca su “L’era della Difesa”, altrimenti detta tendenza alla guerra

In occasione dell’evento “The Defence era: capital and innovation in the current geopolitical cycle”, l’Area Studi Mediobanca ha presentato l’edizione 2024 del rapporto su “Sistema Difesa nel mondo e in Italia”. Con esso vengono esaminati i dati finanziari di 40 multinazionali e 100 aziende italiane che operano nel comparto della sicurezza.

A presenziare all’evento c’erano sia il sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago sia Glenn McCartan, rappresentante della Defence Innovation Unit del comando europeo USA: a ricordare come la difesa è un affare euroatlantico, nel quadro dello scontro con i paesi emergenti.

Questo tipo di lavori, spesso prodotti da Mediobanca, sono di straordinario interesse, perché condensano in maniera sintetica tutta una serie di informazioni necessarie a capire che strada sta prendendo il nostro paese. E in questo caso, appare chiaro sia quella di un’economia improntata alla guerra.

Nel comunicato stampa rilasciato per l’occasione, si legge che, nel caso della difesa, i governi “devono bilanciare le risorse tra gli investimenti per la sicurezza nazionale e altri beni pubblici più orientati al benessere economico e sociale della popolazione come il welfare”.

Ospedali e cannoni vengono posti sullo stesso piano, quello dei beni pubblici. E viene poi sottolineata una sorta di competizione, tra lo stato sociale e le spese belliche, e va da sé che in questa fase di crescenti tensioni, le secondo prendono il sopravvento per rispondere alla “domanda di sicurezza”.

Non vogliamo qui parlare di un mondo astratto, in cui non esistono eserciti o armi. È chiaro che nel mondo così come lo conosciamo uno stato deve avere delle forze di difesa, ma è proprio questo il punto: il complesso militare-industriale occidentale è usato per sostenere e scatenare conflitti dove servono, non per difendersi da aggressioni.

Tornado al rapporto Mediobanca, in esso viene calcolato che il 2023 è stato l’anno con il massimo storico di spese militari a livello globale, 2.443 miliardi di dollari. Si tratta di 306 dollari a persona nel mondo, e ciò si è tradotto in un irrobustimento dei bilanci e della solidità delle imprese della difesa.

Il giro d’affari delle società del settore con ricavi pari ad almeno mezzo miliardo di euro si aggira sui 615 miliardi di euro, lo scorso anno in aumento di quasi il 10% rispetto al 2022. La classifica delle prime 40 multinazionali impegnate nella produzione di materiale bellico è dominata dagli Stati Uniti, ma anche l’Europa gioca un ruolo importante.

Se delle 40 aziende 16 sono a-stelle-e-strisce e rappresentano il 68% dei ricavi 2023, quelle europee – UE e Regno Unito – sono 17 e pesano per il 27% dei ricavi aggregati. In questo quadro, l’Italia esprime una fetta importante: Leonardo e Fincantieri contano per il 14% del giro d’affari europeo e per il 4% di quello mondiale.

Viene poi ripetuto il mantra della necessità quasi vitale di una Difesa UE. “Rendere più competitive le imprese del Vecchio Continente”, si legge nel comunicato stampa, “comporta un consolidamento industriale e una visione sovranazionale di appartenenza a un “tutto” europeo”.

Quello che serve è focalizzarsi maggiormente sull’innovazione, aumentare gli investimenti e risolvere l’estrema frammentazione, “con il baricentro decisionale che rimane in mano ai singoli Stati membri”. Insomma, partecipare a quel processo di fusione e acquisizione che creai i grandi trust industriali e finanziari tipici dell’imperialismo.

Non può dunque che preoccupare ancor di più il fatto che per il 2024 si prevede un ritmo degli aumenti dei ricavi maggiori per gli attori europei che per quelli statunitensi. Questo è il risultato della corsa al riarmo, che amplierà anche la base industriale continentale.

Su questo elemento, di fronte alla crisi irrisolvibile delle economie europee, si fonderà la legittimazione delle classi dominanti europeo per questo avvitamento continuo verso la guerra. E il tutto verrà alimentato dal lancio di strali sempre più duri verso nemici esterni, contro cui si invoglierà allo scontro ideologico, alla mobilitazione sociale, e forse anche a quella armata.

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28/09/2023

L’inflazione ha gonfiato i profitti e ha abbattuto il potere d’acquisto

L’Area Studi di Mediobanca ha pubblicato da pochi giorni lo studio annuale sui “Dati Cumulativi” di grandi e medie aziende dei settori industriale e dei servizi, con riferimento al 2022. Al solito, il verdetto è che l’inflazione ha aiutato la più importante imprenditoria italiana, mentre a farne le spese sono stati i lavoratori.

Le 2150 imprese esaminate hanno visto un aumento nominale del proprio fatturato del 30,9%, per un totale superiore a mille miliardi di euro (mezzo PIL italiano, per intendersi). Nell’industria, le cui vendite sono aumentate del 36,2%, a fare la parte del leone sono state ovviamente le attività legate al petrolio e all’energia, che valgono più della metà dell’aumento.

Una bella illusione creata dall’inflazione perché, calcolando la variazione dei prezzi per la produzione, la crescita delle vendite sale di un misero 0,6%, con il secondario che va un po’ meglio del terziario.

Eppure, gli utili sono schizzati del 26,2% con risultati positivi sulla redditività, soprattutto per la manifattura, paragonata anche al quinquennio pre-Covid.

Parlando di investimenti, l’aumento a prezzi costanti in moneta del 2013 è pari a un irrisorio 0,3%. Ancora una volta, è il manifatturiero delle società più grandi e del made in Italy a trainare i dati, mentre il terziario ha ridotto gli investimenti del 4,6% rispetto al 2021.

Tuttavia, il valore aggiunto è aumentato del 7,7% ed è migliorato anche il ritorno sugli investimenti e sul capitale. Ma qualche buon risultato non cancella quel che anche Mediobanca dice tra le righe, cioè che i ricavi e la stabilità finanziaria che sta facendo reggere le aziende viene dal ladrocinio sui salari.

Questo è l’atteggiamento dei “prenditori” italiani: rischio d’impresa neanche a parlarne, sussidi a pioggia, rara innovazione e sfruttamento intensivo. Nel documento si legge che l’incidenza del costo del lavoro è passata dal 18,2% dei fatturati nel 1980 all’8,4% di oggi.

La forza lavoro è aumentata di poco e niente (1,7%) e il costo medio unitario del personale del 2% su base annua. Ma il potere d’acquisto è crollato del 22%; i lavoratori hanno insomma perso poco meno di un quarto del proprio salario.

Sentiamo da mesi demonizzare qualsiasi aumento salariale, con la paura che ci sia una “rincorsa sui prezzi“. Eppure, da mesi i prezzi aumentano e a subirne il contraccolpo sono solo i settori popolari, da cui la ricchezza è drenata per garantire profitti e dividendi.

L’idea che un indirizzo del genere, con la continua compressione dei salari e la loro svalutazione con l’inflazione, possa reggere all’infinito si scontra con il fallimento del modello export-oriented della UE, di matrice tedesca.

Le filiere continentali e il PIL soffrono, ma la domanda interna continua a essere mortificata, sperando di recuperare sulle tasche dei lavoratori. Ma proprio questo “recupero” ad un certo punto diventa impossibile, visto che viene a mancare l’unica “clientela” possibile, quella interna.

Il salario minimo a 10 euro, indicizzato al costo della vita, avrebbe l’effetto di far respirare chi è sottopagato e di fissare una soglia da cui rilanciare la lotta sul piano economico. Ma rappresenterebbe anche un elemento programmatico su cui costruire una visione politica alternativa a chi continua imperterrito sulla strada della crisi e ce ne fa pagare il conto.

Fonte

17/04/2023

Mediobanca certifica l’avanzare della sanità privata a discapito della pubblica

È appena uscito il report dell’Area Studi di Mediobanca, che analizza gli andamenti economici dei 24 gruppi principali (fatturato sopra i 100 milioni) della sanità privata italiana. Nel documento non manca uno sguardo alle dinamiche generali del paese e a quelle internazionali.

L’immagine che ne esce dell’Italia è quella che andiamo raccontando da tempo: un sistema sanitario pubblico devastato per lasciare spazio al privato. Già il censimento delle quasi 29 mila strutture sanitarie certifica che al 2021 il 57% di queste appartiene al privato, e solo il restante al pubblico.

Se guardiamo al nome e alla storia dei principali operatori studiati, risulta un forte sbilanciamento della presenza verso il centro-nord della penisola, e in particolare verso la Lombardia, «epicentro» della privatizzazione della tutela sanitaria. Un terzo dei gruppi considerati ha interessi anche all’estero, seppur per lo più marginali.

L’Italia conta una spesa per la salute pro-capite inferiore alla media OCSE 2020, mentre è in linea con essa in rapporto al PIL. Se però guardiamo al solo contributo pubblico, che ammonta al 7,3% del PIL, troviamo il paese dietro a Germania, Francia, Regno Unito e anche Spagna.

La crescita dell’impegno economico pubblico ha rallentato dal 2006, fino a quasi fermarsi con la crisi dei debiti sovrani dal 2012. Solo con la pandemia si è tornati a tassi di crescita sostanziosi, che hanno sopravanzato quelli delle strutture convenzionate, da sempre maggiori nell’ultimo ventennio.

Non c’è bisogno di ricordare come, tuttavia, queste spese siano inficiate da una logica emergenziale e come il sistema presenti ancora tante carenze, in particolare di organico. È vero che nel 2021 il totale del personale medico è aumentato rispetto al 2019, ma quello a tempo indeterminato è diminuito e i medici di famiglia hanno singolarmente sempre più assistiti.

I dati più interessanti sono quelli sul giro d’affari. Si parla di 8,8 miliardi di euro, in crescita del 15,2% sul 2020, su cui ha pesato però una flessione di 7,8 punti dovuta a sospensioni o differimento di attività per la pandemia. Sul 2019 si tratta comunque di un aumento del 6,3%.

La redditività è ancora inferiore ai livelli pre-pandemici, soprattutto per un corposo aumento dei costi di produzione coperto solo parzialmente da vari sussidi. Anche a causa delle assunzioni pandemiche, il costo aggregato dei lavoratori del settore si è incrementato per le società private del 13,6%.

Alcuni settori si sono ripresi meglio di altri. Sono soprattutto i ricavi che provengono dalla riabilitazione e dalle RSA – per le quali si prevede di tornare al numero di posti letto occupati nel 2019 solo nel 2025 – a stagnare ancora. Ad ogni modo, per il 2022 le prime proiezioni permettono di stimare un ulteriore aumento dei fatturati del 4% sull’anno precedente.

La sanità privata si sta dunque riprendendo dagli shock di questi anni, e lo farà sempre più a detrimento di quella pubblica. Eppure, col Covid abbiamo visto che un reale tutela della salute proviene solo da una sanità pubblica, la cui attività deve essere debitamente pianificata e centralizzata. Con la proposta di autonomia differenziata si andrà invece in direzione opposta, accentuando differenze e disuguaglianze.

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21/10/2021

Le multinazionali della rete in Italia pagano briciole di tasse

Il Rapporto annuale di Mediobanca rivela che nel 2020 le filiali italiane delle corporation del web e del software – definite come società WebSoft – hanno versato al fisco italiano meno di 80 milioni di euro (erano 70 mln nel 2019), per un tax rate effettivo del 31,4%. Se si considerasse anche la Digital Service Tax, per la quale solo due società hanno stanziato un fondo, si arriverebbe a un totale di tasse da versare nel 2020 di oltre 101 milioni, pari a un tax rate del 40%.

“Le WebSoft presidiano l’Italia tramite società controllate ubicate in gran parte nelle province di Milano e Monza-Brianza. Il fatturato aggregato delle filiali italiane nel 2020 ha raggiunto i €4,6 mld occupando oltre 13mila lavoratori. Rispetto al 2019 si calcolano quasi tremila dipendenti in più, in massima parte assunti dalle società del Gruppo Amazon che vanta il maggior numero di occupati in Italia (8.193 unità nel 2020)” – scrive Mediobanca.

“E il fisco italiano? Nel 2020 le filiali dei giganti del WebSoft hanno versato al fisco italiano quasi €80 mln per un tax rate effettivo del 31,4%. Considerando anche l’accantonamento per il pagamento della Digital Service Tax, il tax rate salirebbe al 40%”.

Il Sole 24 Ore sottolinea come sulla Webtax, ci sia stato tanto rumore per nulla (o comunque per poco) ma non per il Fisco italiano che “dai giganti digitali potrebbe ottenere almeno sette volte di più delle tasse sugli utili incassate oggi“.

Lo scorso anno circa il 40% dell’utile ante imposte delle 25 multinazionali del web e del software è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale di 10,7 miliardi di euro nel 2020 e di 24,5 miliardi nel 2018-2020.

Se si osserva il triennio 2018-2020 emerge che la tassazione in paesi con fiscalità agevolata ha consentito per Tencent, Microsoft e Alphabet un risparmio fiscale rispettivamente di 7,7, 5,4 e 4,5 miliardi.

L’aliquota media effettiva delle WebSoft nel 2020 è stata pari al 12,8%, inferiore a quella media teorica del 22,4%. Facendo una simulazione con l’applicazione della Global Tax, il tax rate effettivo nel 2020 salirebbe solamente al 13,9%.

L’aspetto qualificante della riforma fiscale applicata alle WebSoft, sottolinea Mediobanca, consiste infatti più nella redistribuzione delle basi imponibili fra i Paesi (+3,6%) che nell’effettivo aumento della pressione fiscale.

Mediobanca sottolinea poi che l’incremento del valore in Borsa delle società WebSoft è stato del +87,8% nel 2018-2020 e del +20,7% dal dicembre 2020 al 15 ottobre 2021.

A fine 2020 la loro capitalizzazione aggregata valeva quasi dieci volte l’intera Borsa italiana. Al 15 ottobre 2021 il podio della Borsa è occupato da Microsoft (€1.969 mld), seguita daAmazon (€1.488 mld) e – a molta distanza – da Alphabet (€733 mld).

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15/10/2020

I giganti del Web hanno “guadagnato” 46 miliardi in tasse non pagate



Secondo Mediobanca, in 5 anni grazie ai paesi con fiscalità agevolata, le multinazionali dell'hi-tech hanno risparmiato 46 miliardi di dollari in tasse non pagate.

Circa la metà degli utili ante imposte dei giganti del web e del software è infatti tassato in paesi a fiscalità agevolata, come l’Irlanda e Singapore, con un conseguente risparmio fiscale di oltre 46 miliardi nel quinquennio 2015-2019.

Il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft (Software & WebCompanies), come le ha ribattezzate il report di R&S Mediobanca nella sua ricerca sul settore, è pari al 16,4%, al di sotto di quello teorico che si attesterebbe al 22,2%. Per citare solo alcuni dei big Microsoft, Alphabet (Google) e Facebook hanno potuto pagare meno tasse rispettivamente per 14,2 miliardi, 11,6 e 7,5 miliardi a testa sfruttando tra l’altro, al pari degli altri giganti, il fisco più favorevole anche in Usa e Cina.

Il report di Mediobanca analizza poi anche i bilanci dei 25 giganti del WebSoft valutando l’impatto del Covid-19 sui risultati del primo semestre 2020.

Nel quinquennio 2015-2019 le WebSoft – si rileva nel report – hanno più che raddoppiato il fatturato aggregato, con una performance complessiva superiore a quella delle multinazionali manifatturiere. Aumentano anche utili, forza lavoro e valore di Borsa. A fine 2019 i giganti del WebSoft valevano oltre otto volte l’intera Borsa italiana e quasi il triplo di quella tedesca. E hanno chiuso l’anno con 520 miliardi di euro di liquidità.

In Italia le società WebSoft hanno generato nel 2019 un fatturato aggregato pari a 3,3 miliardi di euro (lo 0,3% del totale globale) occupando però solo 11mila lavoratori (lo 0,5% del totale), con Amazon a vantare il maggior numero di lavoratori (circa 6mila a fine 2019). Ed hanno versato al fisco italiano solo 70 milioni di euro. Praticamente una petecchia!

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14/05/2020

Recessione da Covid-19. Anche alcune multinazionali piangono


La pandemia di Covid-19 ha riscritto anche la geografia delle grandi multinazionali. Nella recessione abbattutasi sui paesi a capitalismo avanzato alle prese con le conseguenze economiche della pandemia, c’è chi si è arricchito e chi ha visto precipitare vendite e profitti.

L’area studi di Mediobanca ha analizzato l’impatto della crisi pandemica su 150 grandi multinazionali con un fatturato superiore ai 3 miliardi di dollari all’anno e ne ha ricavato una fotografia che ha cambiato parecchi connotati rispetto alla fase precedente.

A crollare più pesantemente sono state le multinazionali nel settore dei produttori di aeromobili, quelle dell’Oil & Energy e quelle della Moda. Il confronto è stato fatto con i dati dello stesso periodo nel 2019.

Alcune corporation hanno registrato bruschi cali in tutte le principali voci di bilancio, mentre i cambiamenti nelle abitudini di acquisto hanno, al contrario, prodotto un forte incremento di ricavi per i giganti del Web, della Grande Distribuzione e del Big Pharma. In generale, gli effetti della pandemia nel primo trimestre del 2020 sono stati pesanti specialmente per le aziende che fatturano maggiormente in Asia, in modo particolare nel mercato cinese.

Avendo come parametro il fatturato, nell’emergenza pandemica sono state le multinazionali del WebSoft a crescere maggiormente (+17,4% rispetto al 2019), seguite da quelle della Grande Distribuzione (+9,1%), dalle società farmaceutiche (+6,1%), dal settore dei Pagamenti Elettronici (+4,7%), dell’Elettronica (+4,5%) e dal Food (+3,4%).

Le multinazionali che sono state più penalizzate sono quelle del settore aerospaziale, soprattutto nel settore aeromobili (-22,1%), seguite da quelle dell’energia e del petrolio (-15,9%), da quelle del fashion (-14,1%). Ma brutte cadute si registrano anche nell’automotive (-9,1%), un po' meno nelle telecomunicazioni (-2,6%). Sono rimasti stabili invece i grandi network dei settori Media & Entertainment (-0,5%).

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20/12/2019

I ricchi ci odiano, vanno contraccambiati. Un rapporto di Mediobanca spiega perchè

La retribuzione media lorda di un amministratore delegato di una società quotata in Borsa con sede in Italia nel 2018 è stata di 849.300 euro nel 2018. Inferiore del 10,8% rispetto a quella del 2017 (952.400 euro), dove però si era registrato un aumento medio del 14,5% rispetto al 2016 (831.700 euro).

I valori sono stati calcolati dall’Area Studi di Mediobanca, ed equivalgono a 14,4 volte il costo medio del lavoro delle imprese quotate (erano 18,5 volte nel 2017). Ma il rapporto aumenta a 24,4 volte (32,8 nel 2017) nel caso di società con una capitalizzazione superiore a un miliardo.

Lo studio di Mediobanca ha analizzato la campagna compensi dell’anno 2017 di 230 imprese con sede in Italia quotate all’Mta (Mercato telematico azionario), il listino principale della Borsa.

C’è poi un dettaglio. Il rapporto curato da Mediobanca rileva le retribuzioni pagate per ogni carica, ma senza fare il cumulo per le cariche eventualmente ricoperte dalla stessa persona (ci sono casi di amministratori delegati che sono anche direttori generali).

Il rapporto non fa i nomi dei manager superpagati, ma qualcosa in più si riesce a sapere. Secondo Mediobanca l'amministratore delegato più pagato per la singola carica ha guadagnato 5,986 milioni lordi (9,132 milioni lordi nel 2017): è Philippe Donnet delle Generali. Tra i presidenti il compenso più alto è 7,006 milioni (4,068 milioni nel 2017) ed è quello di Massimo Della Porta, della Saes Getters.

Se invece si fa il cumulo di tutte le cariche manageriali, il più pagato risulta essere Carlo Cimbri, (che è appunto amministratore delegato e direttore generale del gruppo Unipol) con 7,917 milioni lordi nel 2018. Il secondo è Giovanni Tamburi, anche lui presidente e amministratore delegato di Tip, con 7,7 milioni. Il terzo è il già citato Della Porta, il quarto è Remo Ruffini, presidente e a.d. di Moncler, con 6,515 milioni. Il quinto è Claudio Descalzi, presidente e a.d. dell’Eni, con 6,456 milioni. Il sesto è Donnet. Il settimo è Pierroberto Folgiero, a.d. e d.g. di Maire Tecnimont, con 5,952 milioni. L’ottavo è Giovanni Castellucci, ex a.d. e d.g. di Atlantia, con 5,688 milioni. Il nono Carlo Messina, a.d. e d.g. di Intesa Sanpaolo, con 5,658 milioni. Il decimo è Pietro Salini, a.d. di Salini Impregilo, con 5,608 milioni.

La ricerca di Mediobanca esclude però le società “italiane” che hanno trasferito la sede legale all’estero, come Fca, Ferrari, Cnh Industrial, Exor (domiciliate in Olanda), o quotate su mercati esteri (Prada a Hong Kong, Luxottica quotata a Parigi dopo la fusione con Essilor). Altra differenza rilevante è che questo studio non considera le somme percepite per inizio o cessazione carica, mentre include i benefici non monetari (i cosiddetti benefit). Nello studio di Mediobanca non appaiono i guadagni dello scomparso Sergio Marchionne, ex numero uno di Fca, Ferrari, Cnh, che secondo il bilancio di Exor ha percepito 28,27 milioni lordi nel 2018. Non viene rilevato neanche il presidente e a.d. di Exor e presidente di Fca, John Elkann, con 8,95 milioni nel 2018. Tra i presidenti, considerando anche la somma erogata per la risoluzione del rapporto di lavoro, si segnala Fedele Confalonieri (Mediaset) che nel 2018 ha totalizzato 9,55 milioni, più di Della Porta.

Il Sole 24 Ore precisa poi che ci sono i compensi variabili basati su strumenti finanziari, come azioni gratuite o stock option, i «compensi equity». Per questi ultimi, fa notare Mediobanca, «la logica di computo» delle Relazioni sulla remunerazione «non segue un criterio di cassa ma uno basato sulla competenza contabile delle componenti equity anche relative a esercizi precedenti e valorizzate in base al fair value. Quest’ultimo non rappresenta il valore effettivamente pagato o ottenuto dai beneficiari dei piani basati su strumenti finanziari, quanto invece il costo contabilizzato dalla società secondo un criterio di competenza durante il periodo di maturazione».

Inutile sottolineare come il settore con il compenso medio più elevato per l’amministratore delegato sia quello finanziario (assicurazioni) con 4,34 milioni, rispetto a 1,97 milioni per le banche e a 1,05 milioni per l’industria.

La ricerca ha raccolto informazioni su 3.543 amministratori, direttori generali e sindaci. Il 66% sono uomini, il 34% donne. Il totale generale dei compensi è pari a 605,5 milioni, inferiore al monte compensi di 666,9 milioni del 2017. I compensi medi sono calcolati sulle cariche ricoperte per 12 mesi (2.371 posizioni). La ricerca evidenzia una «discriminazione dei compensi per genere». Le donne sono pagate meno degli uomini, perché hanno accesso inferiore alle cariche esecutive. Il compenso medio di un a.d. per un uomo è 874mila euro, per una donna 474.400. Il divario salariale tra uomini e donne è diminuito (-31,1% per l’a.d.), ma rimane elevato.

E sul versante delle retribuzioni delle lavoratrici e dei lavoratori, invece, com’è la situazione?

Secondo il Sole 24 Ore, la retribuzione media annua lorda dei dipendenti pubblici è di 34.491, euro ma il valore cambia a seconda dei comparti passando dai 28.440 euro della scuola (in calo di circa 800 euro rispetto al 2008) ai 137.294 medi della magistratura (in aumento di 11.000 euro sul 2008). Insieme alla scuola risultano al di sotto dei 30mila euro i dipendenti di regioni ed autonomie locali (28.632) e di poco superiori a 30mila sono quelli dei dipendenti dei ministeri.

Lo stipendio medio di un operaio è invece di 1.300 euro netti al mese (circa 23.300 € lordi all’anno), inferiore di 250 euro (-16%) rispetto alla retribuzione mensile media in Italia. Ma è appunto una retribuzione media tra quella di un operaio con meno di 3 anni di esperienza lavorativa che può aspettarsi uno stipendio medio complessivo di circa 980 euro netti al mese. Un operaio con 4-9 anni di esperienza, può avere uno stipendio medio di circa 1.230 euro, mentre un operaio esperto con 10-20 anni di esperienza guadagna in media 1.600 €.

Sulle retribuzioni dei lavoratori pesano poi le disuguaglianze territoriali. La Lombardia è in cima alla classifica delle regioni italiane in cui si percepisce lo stipendio più alto. La media è di 31.692 € all’anno (lieve calo rispetto al 2017 quando la retribuzione media era di 31.711 € annui). Seguono Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. In Emilia Romagna siamo a 30.455 euro lordi all’anno. A Messina la retribuzione media è 23.668, a Palermo di 27.646 euro lordi all’anno. Inoltre nelle retribuzioni dei lavoratori dipendenti si stima in quasi 3.000 euro lordi annui il differenziale tra le buste paga di maschi (30.521 euro di ral) e femmine (26.634).

Questa ridda di numeri dice molto e spiega ancora meglio la “contraddizione” di classe sulla quale insistiamo. Un mese fa insieme a Potere al Popolo abbiamo dato vita ad una giornata nazionale di lotta per la redistribuzione della ricchezza. Provocatoriamente abbiamo sostenuto di “non essere in debito ma in credito”. Ai 32mila euro a testa di debito pubblico con cui ci minacciano e ricattano ogni giorno, abbiamo rivendicato il credito di 141mila euro di ricchezza privata esistente nel nostro paese.

Di fronte alle argomentazioni messe in campo la gente ha smesso di guardarci come marziani. Probabilmente non ha letto lo studio di Mediobanca sulle altissime retribuzioni dei manager ma sa farsi con molta precisione i conti in tasca e valutare la situazione, un po’ come la Cuoca di Lenin.

L’odio di classe non è affatto disdicevole, è salutare.

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16/02/2017

La partita intorno a Generali: specchio del declino italiano

Intorno a Generali si sta consumando una partita assai importante, se non esiziale, per i futuri assetti finanziari nazionali e, più in generale, per l’intero capitalismo italiano.

Perché Generali non è solo la prima impresa di assicurazioni italiana, non è soltanto il detentore di circa il 3% del debito pubblico italiano, è, ed è stata, il vero architrave del sistema finanziario italiano (insieme alla Comit, ora Banca Intesa e al Credit, ora Unicredit).

Quando le Generali diventarono italiane (insieme alla RAS), nel 1918, con l’annessione di Trieste, di fatto furono una delle prime e principali multinazionali italiane; negli anni successivi, poi, complice l’arrivo in Europa della crisi nei primi anni Trenta, il loro ruolo divenne assai importante nel panorama finanziario nazionale; a differenza delle banche che vennero travolte e quindi nazionalizzate dall’IRI, le principali imprese di assicurazione uscirono rafforzate dalla crisi dei primi anni Trenta poiché non avevano impieghi in aziende industriali ma solo titoli di stato pubblici, che non persero alcun valore per effetto della crisi. Così negli anni successivi, le Generali (e la RAS) parteciparono al capitale della maggior parte dei cosiddetti enti Beneduce e di tutte le iniziative del nuovo stato imprenditore.

Dopo il Secondo conflitto mondiale, nel modello italiano di economia mista, sotto la guida di Mediobanca (e di Enrico Cuccia) le Generali assunsero un ruolo decisivo di architrave del sistema finanziario italiano, ruolo che hanno mantenuto fino ad oggi. Anzi, semmai, negli ultimissimi anni, questo ruolo è cresciuto: dalle continue ricapitalizzazioni di Alitalia, agli interventi su Montepaschi il potere politico ha sempre bussato alla porta di Mogliano Veneto, chiedendo sostegno attraverso capitali freschi. Generali ha quasi sempre risposto alle richieste della politica, impegnando consistenti capitali in operazioni di dubbio tornaconto finanziario o industriale, ma che venivano sistematicamente presentate dalla politica come esigenze di «supremo interesse nazionale».

Si può dire che dagli anni Trenta in poi, la perizia degli amministratori del Leone di Venezia si è misurata soprattutto nella loro capacità di resistere alle decine di richieste di intervento che puntualmente arrivavano da parte di politici e azionisti e dalla capacità di opporsi ad acquisizioni spesso troppo onerose.

Enrico Cuccia le amava definire mainmises, e le temeva, e aveva sempre cercato di difendere Mediobanca e Generali da questo tipo di ingerenze. Ma dopo la scomparsa di Cuccia e complice il declino italiano, sono diventate soverchianti.

Questo ruolo di polmone finanziario e di compagnia di assicurazioni di sistema se non ha compromesso la solidità finanziaria delle Generali, ha però certamente asciugato le sue radici e colpito la sua capacità di crescere nel suo core business.

E in questo risiede la principale differenza tra le Generali e i suoi maggiori competitor europei. AXA e Allianz non si sono mai avventurate in territori estranei al loro core business, perseguendo pervicacemente l’obiettivo di una crescita dimensionale in campo assicurativo. Negli anni Settanta AXA era ai suoi esordi ed è diventata un colosso mondiale in soli 30 anni, mentre Allianz seppur dimensionalmente già grande, negli anni Ottanta era esclusivamente una compagnia tedesca ed è diventata un campione internazionale grazie all’acquisizione della italiana RAS. Negli ultimi decenni, quindi, mentre Generali era impegnata in decine di interventi di sistema, le sue concorrenti, ormai avvedute predatrici, si preparavano alla sfida globale.

Così nel volgere di venti anni, le Generali sono diventare una preda.

La morsa di AXA intorno a Generali ha iniziato a stringersi almeno 4 o 5 anni fa, con una lenta manovra di avvicinamento nei confronti di Mediobanca. Stretta un’alleanza inespugnabile con Piazzetta Cuccia, gli uomini di AXA hanno infiltrato le Generali, tanto che oggi la francesizzazione della compagnia del leone è in fase già molto avanzata. E l’intervento di Banca Intesa appare tardivo e difficilmente destinato al successo. Anche se il progetto di un asse Generali-Banca Intesa ha solide prospettive industriali e tutt’altro che campato per aria. Del resto, storicamente Comit e Generali sono state sempre strette alleate e hanno condotto congiuntamente decine di operazioni: dagli anni Cinquanta quando Camillo Giussani fu presidente sia di Generali che di Comit passando per gli anni Ottanta quando le due società costituirono la Genercomit, società per il collocamento di prodotti finanziari.

La partita che si sta consumando intorno a Generali era quasi inevitabile, uno specchio del declino italiano. Le (poche) grandi e sane imprese nazionali scontano i problemi italiani e in borsa hanno valori sottostimati, e sono così più appetibili. Axa probabilmente non vorrà accelerare la presa su Generali, non ne ha bisogno e non vuole spaventare la politica, del resto il tempo gioca a suo favore. Intesa San Paolo avrebbe buone ragioni per tentare di creare un campione nazionale nel credito e nelle assicurazioni, ma arriva in gran ritardo e l’operazione ha margini di rischio per il suo management, legate principalmente al costo economico da sopportare in un contesto ostile. È probabile che Messina e Bazoli, per differenti ragioni e motivazioni, non avranno il coraggio di tentare una simile impresa.

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29/01/2017

Italexit. Cosa rivelano un rapporto Mediobanca e i sondaggi


Uscendo dall’Eurozona i conti pubblici potrebbero guadagnarci ben 8 miliardi di euro all’anno. A scriverlo nero su bianco è uno studio di Mediobanca riservato ai suoi clienti, ma finito sulle pagine de Il Giornale. L’analisi di Mediobanca si basa su ragioni essenzialmente di tipo economico, quindi del tutto alieno a considerazioni di carattere politico sulla necessità di una Italexit per recuperare anche spazi di democrazia e sovranità popolare sul futuro del paese. “La prima questione è che la moneta conta. Eccome, quando si parla di produttività italiana. Il nostro differenziale con la Germania e la Francia è del 20 per cento. Una roba da pazzi: è come correre una gara con Bolt, e per di più azzoppati (…) Negli ultimi quindici anni la ricchezza italiana (il Pil) non è cresciuta di un euro. Dal 2008 ad oggi il Pil è sceso di sette punti percentuali. Le conseguenze si vedono nei portafogli delle banche pieni zeppi di crediti inesigibili”.

In questo contesto c’è da considerare che l’Italia è stata aiutata dal basso livello di tassi di interesse, ma ora tutto rischia di finire per tre motivi.

“Il primo è l’andamento generale dell’economia nel mondo. Mentre in Italia, ad esempio, i prezzi sono calati dello 0,1 per cento, in Europa sono mediamente cresciuti dell’1,1 per cento (…) Un secondo motivo deriva dal fatto che Mario Draghi non può continuare all’infinito a comprare i nostri Btp, comprimendone così il prezzo (…) Terzo fattore: le nostre banche. Sono gli acquirenti storici e più fedeli dei Btp. Ma i nuovi regolamenti europei, le obbligheranno ad alleggerire i propri portafogli di carta pubblica italiana, per ridurre la concentrazione del rischio su un solo emittente. Il combinato disposto di queste tre situazioni comporterà un aumento dei tassi di interesse sul nostro debito. E saranno guai. Nel solo 2017 dovremmo rinnovare più di 200 miliardi di prestiti e gli attuali tassi all’1,5 per cento per Mediobanca rischiano di essere un sogno”.

La soluzione per Mediobanca? Ridenominare il debito in lire che in soldoni significa uscire dall’euro, con il conseguente deprezzamento della lira. Tutti fattori che, come scrivono da Mediobanca, possono “supportare una decurtazione del debito e insieme ad una politica monetaria ritornata sovrana, possono creare le condizioni per un genuino rilancio dell’economia italiana”. “Il conto finale è che il passaggio dall’euro alla lira ci farebbe subito avere un risparmio di 8 miliardi”.

Ma se anche quello che era il salotto buono della finanza comincia a ragionare sulla Italexit, sul piano politico si manifesta una guerra di sondaggi con risultati contrastanti. Secondo il rapporto “Italia 2017” dell’Eurispes, nel 48,8% dei casi gli italiani si dicono contrari all'ipotesi di uscire dall'Unione Europea, mentre i favorevoli sono il 21,5%. Un terzo (29,7%) non sa esprimersi in merito o preferisce non farlo. L'ipotesi di un referendum per uscire dell'Ue vede prevalere il No con il 39,1% contro il 29,5% di Si e un altissimo numero di "non so" (31,4%). Un risultato che appare molto diverso rispetto al rapporto Eurispes del 2015 quando alla domanda "l'Italia dovrebbe uscire dall'Euro?" il 40% dei cittadini aveva risposto di Si. Alla vigilia della Brexit, nel giugno 2016, ad esempio, un sondaggio dell’istituto Ipos Mori, certificava che tra gli italiani consultati, il 58% chiedeva un referendum sulla possibilità di uscire dall’Ue se il 23 giugno la maggioranza dei britannici avesse per la Brexit e di questi il 48% si dice intenzionato a votare per una “Italexit”, per portare fuori il nostro Paese dall’Unione.

Insomma la contraddizione con l’Unione Europea sembra destinata ad accentuarsi rapidamente. Il rischio è che tale contraddizione venga maneggiata ed egemonizzata da settori della borghesia e dalle forze di destra. A meno che, come emerso con forza nell’assemblea di Eurostop di sabato, un movimento politico, popolare e radicale non entri in campo declinando l’obiettivo dell’Italexit dandogli il dovuto segno progressista e di classe.

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18/02/2016

"Tanto non accade nulla". Vertigine del potere della moneta, Unicredit banca europea più a rischio ed altre vicende

 "Voi banchieri siete un covo di vipere e ladri. Con l'aiuto di Dio, vi sconfiggerò"
(Andrew Jackson, settimo presidente Usa, 1815)

"La verità è che la finanza è proprietaria del governo fin dai giorni di Andrew Jackson“
(F.D. Roosevelt, 1933)

1.

Nella ritualità dell'opposizione politica, qualunque veste questa assuma, la questione bancaria ricopre tre ruoli: quello dell'indifferenza, verso un fatto "tecnico", comunque risolvibile quando emergerà un qualche tavolo di trattativa sul problema; quello della protesta che cerca di evidenziare l'uso sacrificale dei risparmiatori nella crisi ma non indica verso quale sistema bancario si debba andare; quello del calcolo superficiale, quello del "tanto non accade nulla" perché, in qualche modo, le banche sistemeranno il problema tra di loro appena sfiorando la politica.

Ognuno di questi ruoli è contenuto nel rituale di metabolizzazione della crisi bancaria da parte di ogni sorta di opposizione politica. Rituale che deve condurre, come tutti i riti, alla metabolizzazione ma non alla risoluzione del problema. Si parla di una opposizione che, qualsiasi sia l'atteggiamento o la colorazione che la caratterizza, conta su due elementi di fiducia: quello che vuole che l'allargamento della platea dei partecipanti alla democrazia deliberativa non sia un metodo ma una soluzione (di tutto, anche della crisi bancaria), quello che vuole la propria base sociale, o il settore di opinione pubblica di riferimento, magari in difficoltà oggi ma con un sicuro avvenire. Una volta allargata la platea dei partecipanti alle decisioni democratiche, s’intende.

E qui il problema non sta nello scoprirsi antidemocratici ma di indicare le attuali retoriche sulla democrazia taumaturgica come un atteggiamento di cui non si sa se è più fuori dal tempo o dallo spazio. Chiedere, ad esempio, l’allargamento della platea nelle decisioni di qualsiasi natura è eticamente indiscutibile. Il punto è che le richieste di maggiore democrazia deliberativa sono diventate un feticcio, agitato più o meno dignitosamente, che non fa presa, non sposta di un millimetro nessun oggetto sulla superficie in un mondo irreversibilmente mutato. Il capitalismo è arrivato ad un punto di separazione tra la sfera dell’etica (e con lei quella della democrazia deliberativa) e della performatività, tale da rendere quest’ultima materialmente inafferrabile alla prima. Anche perché siamo tornati dai tempi del capitalismo visto da Hilferding ma in modo nuovo: il sovrano è, come allora, la moneta solo che questa oggi gode di un livello, ed una complessità, di potere tecnomorfo e comunicativo impensabile nel passato.

La moneta ha subito infatti molte evoluzioni, e non solo perché si è digitalizzata, nel corso dell'ultimo quarto di secolo. Tanto più con l'evaporazione, dovuta alla sua crisi materiale, della società disciplinare e dello stato. E con la crisi degli stessi istituti di controllo e governance (dei flussi di popolazione, dell'economia, della finanza) che sembravano, in qualche modo, surrogare la presa di potere politico sulla società persa dallo stato e dai dispositivi disciplinari.

La moneta ha assunto, o assunto di nuovo a seconda delle prospettive storiche con cui si guarda la questione, il ruolo di diretto strumento di governo. Come il capitale finanziario ha assunto il comando di quello economico, la moneta ha assunto il comando dei livelli di governo. Il comando del capitale finanziario sull'economia era chiarissimo già ad Hilferding, quello della moneta sulla politica appare abitualmente meno chiaro. Ancora oggi la moneta è considerata solo uno strumento di pagamento e non uno che incorpora la funzione politica.

Una crisi bancaria è quindi una crisi politica. Ma non nel senso tradizionale del termine. Quello che chiama la politica istituzionale a farsi carico delle degenerazioni di un sistema di circolazione del denaro. Questo genere di politica è azzerata da tempo, annichilita dall’evoluzione giuridica, tecnologica e delle modalità di codificazione del valore monetario. Quindi la politica oggi o la fa la moneta o non la fa nessuno. Se è in crisi la moneta lo è anche la politica da lei governata. Il resto è opinione pubblica. Un esempio? La politica, nazionale ed europea, delle infrastrutture è condizionata direttamente dalle difficoltà del capitale di concentrarsi in masse sufficienti a riprodurre profitto tramite piani industriali. Dalla governance, i cui livelli e dispositivi di decisione sono subordinati ai piani finanziari, al governo che può solo spostare qualche voce nelle leggi di stabilità, è il livello di potere presente nella moneta che governa le decisioni. L’arte di governo oggi è saper interrogare la moneta per i margini decisionali che contiene. Il resto è marketing.

Per non parlare della politica sanitaria che è, prima di tutto, una politica di bilancio: in questo modo il biopotere risponde al potere in ultima istanza dei project-financing (a loro volta prodotto dell’incrocio di produzione di valore tra immobiliare e moneta). O della microfisica del potere: la disponibilità del credito, dai fidi bancari ai mutui, condiziona e disciplina i comportamenti in modo più efficace della vecchia società disciplinare. Della quale si ricordano la tendenza all'insubordinazione e alle rivolte mentre oggi, quando la moneta regola da sola la microfisica dei comportamenti, la docilità regna sovrana sulla superficie delle nostre società. La moneta non è quindi un fatto tecnico, risolvibile con qualche decreto magari spinto dalla foga di Facebook, per chi vive o nel passato o in un mondo costruito a colpi di fantasia. La moneta è valore che si è annesso la funzione politica. Senza l’incomodo delle primarie o del doppio turno o dei colpi di stato. Per questo le banche centrali più che essere regolate dalle costituzioni, le regolano. Come in Italia, quando l’obbligo del pareggio di bilancio è stato messo in costituzione. Da istituzioni bancarie che appaiono intoccabili dalla democrazia deliberativa perché detengono il potere, in ultima istanza, su ciò che accade nelle tasche dei deliberanti. Ad un solo dio sono sottomesse le banche centrali: una sorta di ircocervo fatto di fondi pensione ed hedge fund. Ma si tratta di una relazione di sottomissione che, vista nella sua interezza, detiene potere monetario e politico assieme. Too big to fail, troppo grandi per fallire non è l’eccezione del 2008. Ma la norma imposta dalla filiera del potere monetario che si è sussunto quello politico. E‘ la norma a partire dagli anni 90, la norma fondamentale che regola la subordinazione della politica alla moneta. Poi che la norma si regoli con i canoni del bail-out o del bail-in è altro tema. Mentre il resto è per i sondaggi.

Ma andiamo allo specifico della questione bancaria. Sapendo che quella italiana fa parte delle crisi bancarie planetarie, delle convulsioni globali della moneta di una currency war planetaria senza esclusione di colpi. Sapendo anche che il potere di governo della moneta è diverso da quello politico. Dove quest'ultimo, assieme al potere disciplinare, tendeva ad essere universale, il potere di governo della moneta tende ad essere differenziale. Si esercita e si concentra solo dove c'è estrazione e circolazione di valore. Per questo ampie fasce di società ne solo escluse. Nel momento in cui la moneta assume direttamente potere di governo lo esercita solo dove c'è valore. Ciò che rimane è terra di nessuno. Siamo infatti di fronte ad una crisi di un governo che conosce già molte terre di nessuno. Vediamone alcuni aspetti europei ed italiani.

2.

Si tratta prima di tutto, di entrare in analisi come queste.

Nello specifico, l’istituto Bruegel, che si occupa di governance europea e finanziaria da anni in senso mainstream ma di alto livello, pone alcune questioni che riguardano il quantitative easing europeo. Ovvero l’iniezione di liquidità che la banca centrale di Francoforte fa, dallo scorso anno, per sostenere la finanza, le banche e, in ultima istanza, il credito alle imprese. Da un quarto di secolo, ovvero dallo scoppio della bolla immobiliare giapponese, queste politiche hanno sortito effetti molto simili: hanno allargato la liquidità disponibile per gli attori finanziari, gonfiato le bolle speculative a giro per il pianeta e congelato l’economia. Si tratta dell'interpretazione contemporanea della trappola della liquidità di Keynes: chi ha i soldi li accumula e li fa circolare nelle borse e non li investe nell’economia. Anche perché, va aggiunto in senso marxiano, è dall’economia che partono le criticità sistemiche: inutile metterci i soldi. Il punto specifico, però, qui è la crisi bancaria come crisi politica, di un potere politico, nuovo e vecchissimo assieme. Un potere che fatti fuori i poteri politici tradizionali (compagni di strada di lunghe epoche), non solo è instabile ma anche governa, con le proprie instabilità, a macchia di leopardo, già escludendo a priori l’intervento su ampie fasce di società. La moneta domina sul politico, ma la sua rete logistica (le banche) è in difficoltà. Almeno in Europa.

Infatti non a caso Bruegel scrive, al punto 2.4 del documento, che, secondo le regole che si è data la Bce, è possibile un estensione del programma di quantitative aasing. A copertura delle banche che siano troppo esposte con i loro bond intesi come collaterali. Cosa vuol dire? Semplice, che c’è un vasto mare di debiti, a giro nella finanza globale, garantiti da bond delle banche europee. Se salta la solidità dei bond delle banche europee, assieme salta il debito che si serve di questi bond come garanzia. Quindi salta tanta spina dorsale finanziaria del pianeta. In termini contemporanei: roba che fa più danni economici prima, e sociali poi, di un bombardamento su larga scala. E per questo, la Bce prevede, nel quantitative easing, acquisto di bond bancari presso banche europee. Infatti, per avere un’idea di cosa accade quando le crisi finanziarie si fanno estreme, ecco una simulazione degli effetti, sulla distruzione economica di un paese, di una guerra finanziaria. Solo che, a differenza della simulazione che riguarda la guerra finanziaria tra stati, oggi gli stessi effetti li fa il mercato. E in Italia dovremmo sapere qualcosa della capacità distruttiva delle crisi finanziarie e bancarie visto il calo di circa il 25 per cento della produzione nazionale in meno di nove anni.

In altre parole: per stare sul piano di comando di tutti i poteri la moneta, assieme ai suoi derivati, ha pagato il prezzo di una seria instabilità distruttiva. Il comando e la vertigine. La crisi dei titoli bancari europei dal primo gennaio è parte del prezzo, pagato in termini di instabilità, di cui è composta questa vertigine. La crescita degli indici di rischio delle banche continentali certifica il tutto. E la Bce, nel Quantitative easing, ha cercato di costruirsi un'arma preventiva verso più grosse catastrofi bancarie, fatta di acquisti di bond dalle banche.

Ma quando Draghi dice "le banche europee non hanno bisogno di capitalizzazione" vuol sortire due effetti: il primo non ammettere che la crisi del sistema bancario è arrivata al punto limite, altrimenti si scatenerebbero panico e speculazione. Il secondo non trovarsi di fronte a un programma che, di fatto, negherebbe la politica che si è data l’Unione Europea dal primo gennaio 2016. Mentre il quantitative easing, come visto da Bruegel, prevede comuque acquisto di bond bancari da parte della banca centrale europea, il bail-in della banche europee prevede il sanzionamento di azionisti e risparmiatori. Due politiche diverse, una prevede l’intervento pubblico, che pagheranno poi i cittadini come tassa, mentre l’altra il sanzionamento dei privati, che pagheranno i cittadini come risparmio evaporato. Cose comunque difficilissime da coordinare se la situazione precipita. Inoltre, devono essere chiare le proporzioni materiali di ciò di cui si sta parlando: la sola Deutsche Bank, entrata di nuovo in crisi, detiene titoli tossici pari a 20 volte il Pil tedesco. Coordinare politiche contradditorie con giganti dei titoli tossici che si agitano in preda a convulsioni non è uno scherzo.

Altro che missili: il problema di salvataggio delle banche rischia così di avviare l’implosione stessa del sistema bancario continentale e dell’Unione Europea. Ma non è finita: si è aperto il conflitto in Europa, da tempo, su come comportarsi nei confronti della crisi dei debiti dei singoli stati. Le modalità di questo salvataggio possono essere esplosive, e sono ricalcate dal modello del bail-in bancario che, entrato in vigore dal primo gennaio, ha contribuito ad accelerare la crisi delle banche europee.

In materia di debito dei singoli stati, Draghi ha detto che è presto per parlare di debito dei singoli stati. Fa bene a non alimentare tensioni perché l’Europa è di fronte ad una crisi bancaria che può alimentare quella del debito europeo, e quindi della stessa Ue. Oppure di fronte a una crisi materiale della Ue, e quindi del debito europeo, che può alimentare quella delle banche.

L’aspetto da non trascurare, per niente, è che in questo scenario la speciale classifica delle banche a rischio vede in testa due italiane: Unicredit e Mediobanca.

Certo, Unicredit, pur non essendo una piccola banca, detiene di gran lunga meno titoli tossici di Deutsche Bank. Ma non ha dietro il grande fratello del sistema tedesco (finanziario e politico). E quindi è la prima a rischio secondo la classifica che guarda al costo delle assicurazioni (i famigerati Cds che hanno scatenato la crisi del 2008). Insomma, in questa crisi seria, sistemica europea, l’Italia è particolarmente a rischio e la politica, e qui si testa la consistenza delle opposizioni, non realizza questo problema. Oppure nasconde, dietro una cortina di banalità anche perchè non saprebbe cosa fare. Il comando è altrove.

La crisi bancaria italiana è quindi una crisi politica in questo senso: la crisi del vero livello di comando della politica. Quello in cui il ceto politico della prima repubblica si è silenziosamente infiltrato, con la riforma Amato, dall’inizio degli anni '90. Se il comando passava dalla politica alle banche, come avvenne, allora il ceto politico si infiltrò nelle fondazioni bancarie. Testimonianza di quel passaggio è il fatto che l’attuale segretario dell’ABI, associazione bancaria italiana, è stato segretario del PLI, partito della prima repubblica.

Il comando del ceto di potere italiano nelle banche, già devalorizzato dai poteri della banca centrale delegati a Francoforte, è oggi seriamente minacciato, nella sua consistenza materiale, dalla possibile portata di questa crisi. Stiamo parlando del livello di comando nel quale si intrecciano i soliti poteri corporativi di questo paese (clientelari, tecnici, professionali magari denominati in inglese). Ma lo stesso potere corporativo e clientelare italiano è subordinato al potere della moneta contemporanea. E quando la sua circolazione, la sua rete logistica bancaria entra in crisi, entrano in crisi i poteri di sempre, quelli che si sono adattati alle mutazioni tanto da sembrare immmutabili. Eppure abbiamo la forte crisi di Unicredit, ufficialmente innominabile come tale, come abbiamo quella di Mediobanca e quella del Monte dei Paschi che, però, è diventata proverbiale. Ma, nonostante questo, nonostante le dimensioni e la portata di quanto sta rischiando questo paese, il livello di riposta alla crisi è da parodia.

Lo si vede dalla riforma del credito corporativo, da tempo richiesta da Bruxelles e Francoforte. La si fa, mantenendo delle eccezioni ovvero dando la possibilità di rimanere come sono alle banche cooperative presenti nei feudi di potere dell’attuale governo.

E‘ chiaro il profilo: nella crisi, violenta, in Italia c’è il tentativo di mantere il capitalismo di relazione, dove il potere della moneta si intreccia con ciò che rimane del ceto politico. Dove la fine della prima repubblica ha disegnato i contorni del potere che, dall’inizio degli anni '90, è arrivato fino ad oggi. Solo che qui non c’è alcuna risposta alla crisi ma il tentativo di tenere qualche feudo, qualche ridotta, qualche riserva dei vecchi poteri. Di cui il renzismo, marketing a parte, rappresenta un tentativo di sopravvivenza. Il "tanto non accade nulla“ è il mantra anche di questo settore di società, che si fida delle proprie mosse. Intendiamoci, non che il capitalismo anglosassone non sia, o sia stato, di relazione. Dove la componente relazionale ha un peso nelle evoluzioni del mercato. L’unica differenza è che il capitalismo globale, erede del capitalismo di stampo anglosassone, è un capitalismo di relazione di chi comanda.

Gli scenari, in questa situazione europea di nuovo piena di rischi sono due: il botto stile 2008, dovuto alle gravi contraddizioni del mercato globale, o un nuovo congelamento alla giapponese (tanto che la Bce e la Bank of Japan hanno cominciato ad adottare politiche simili): immissione di liquidità in modi nuovi, magari che sciolgono, o differiscono nel tempo le forti contraddizioni interne al sistema bancario europeo. Occhio però ad un dettaglio: il Giappone ha congelato una situazione di piena occupazione, nel calo dei consumi in un quarto di secolo, l’Europa congelerebbe qualche generazione di disoccupati, di precari e distruzione dello stato sociale. Occhio anche ad un altro dettaglio: il differimento della crisi prepara solo l’immediato futuro di tutti noi. E noi oggi siamo il frutto del differimento delle crisi degli anni '90. Se ci sarà il differimento alla giapponese il "tanto non è accaduto nulla“ sarà tantomai errato. E non solo perchè un sovrano che non ha alcun interesse a curare i sudditi, come la moneta, sarò rimasto in piedi. Quando all’ipotesi di un nuovo crack sistemico, semmai la scopriremo vivendo.

Non siamo di fronte a problemi che i sondaggi rilevano, che si risolvono con i flash mob, la democrazia deliberativa, con i referendum o su facebook. Non si risolveranno con una conferenza concertativa. E' un nuovo livello della politica, e della crisi, che farà soffrire molto, su tutti i piani, chi non è in grado di arrivare su quel piano di complessità. Quello in grado di rivaleggiare con la dimensione performante e tecnomorfa del capitalismo. Oltretutto c’è il rischio di soffrire senza avere punti di riferimento. Perchè la moneta è un sovrano che punisce, a differenza del potere politico classico che per farlo ha bisogno di cerimonie che lo rendano riconoscibile, senza bisogno di evidenziare che il potere politico è in mano sua. Mentre buona parte della società vive di fantasie proprie, di suggestioni da social network attribuendo cause immaginarie o mitologiche a questioni che invece sono straordinariamente terrene. Pur abitando nel mondo invisibile dei mercati finanziari.

Per Senza Soste, nique la police


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28/10/2013

Mediobanca fa la radiografia delle società italiane

Come ogni anno sono stati pubblicati i libri bianchi con il rapporto su 'Le principali società italiane', messo a punto dall'Ufficio Studi di Mediobanca sulla base dei bilanci presentati.

E' ancora una volta l'Eni la maggiore delle società italiane che si conferma al primo posto della classifica nazionale sia per fatturato che per utile netto. Tra le novità spicca come Poste Italiane si sia piazzata in seconda posizione anche nel 2012 per gli utili netti ma scivola in undicesima posizione per ricavi. L'Enel scivola invece al terzo posto per gli utili.

Il primo gruppo privato per utile netto è Prada, che nel 2012 ha fatto registrare, su un fatturato vicino a quota 3,3 miliardi, utili superiori al miliardo, davanti a Luxottica (994 milioni).

Relativamente al numero di lavoratori occupati, a guidare la classifica è ancora Poste Italiane, con oltre 146.500 dipendenti impiegati sul territorio nazionale. In realtà al primo posto, per numero di dipendenti, si piazza la Exor, ma la holding della famiglia Agnelli impiega oltre il 70% dei propri 287 mila dipendenti all'estero e quindi si piazza in seconda posizione dopo Poste. Terzo classificato il gruppo Ferrovie dello Stato nelle quali lavorano quasi 72 mila persone.

Tra i gruppi più indebitati figurano Enel, Exor e Telecom Italia. Da precisare tuttavia che il totale dei debiti finanziari del gruppo di telecomunicazioni sono sì inferiori rispetto a quelli registrati da Enel ed Exor, ma ammontano al 129% del fatturato e al 162% dei mezzi propri della società. Ed è sempre Telecom a guidare la classifica del gruppi che hanno messo a segno le maggiori perdite nette (-1.627 milioni nel 2012), seguita da Finmeccanica ed Rcs.

Il rapporto Mediobanca sulle principali realtà industriali del Paese analizza anche i vari settori. Nel settore moda Prada è davanti ad Armani per fatturato (anche se il colosso italiano della moda resta Gucci che tuttavia non è stata presa in considerazione perché consolidata nel gruppo francese Kering).

Nel settore editoria la parte del leone la fa ancora il gruppo Rcs (Corriere della Sera) il quale nonostante nel 2012 si sia piazzato al terzo posto della classifica italiana di società che hanno registrato maggiori perdite nette a bilancio e malgrado il crollo a due cifre sul fronte dei ricavi (-23% nel 2012), resta il primo gruppo editoriale italiano per fatturato, con Mondadori che si avvicina e la incalza al secondo posto. Nel settore televisivo malgrado un crollo del fatturato del 12,5%, imputabile soprattutto al crollo degli investimenti pubblicitari, Mediaset resta il primo gruppo televisivo italiano. In questo caso la novità si trova nelle posizioni successive, dove Sky (+0,3% dei ricavi a 2.813 milioni) supera la Rai (-7,5% a 2,677 milioni) e diventa il secondo operatore televisivo italiano dopo Mediaset.

Nella grande distribuzione il primo operatore nazionale e' Supermarkets Italiani. La holding di Bernardo Caprotti, a capo della catena Esselunga, e' l'unica che nel 2012 fa segnare un aumento dei ricavi (+4,5%), mentre i diretti concorrenti perdono terreno: Carrefour -5,8% e Auchan -1,3%. La classifica Mediobanca non prende in considerazione l'aggregato delle Coop che rappresenta entità giuridiche diverse. 

Infine il settore siderurgico dove la mancata presentazione del bilancio del gruppo Riva ha fatto schizzare in prima posizione il gruppo Marcegaglia.

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13/08/2013

Ma sono proprio le Toghe Rosse i nemici di Berlusconi?

Come ci aspettavamo tutti, Berlusconi ed i suoi hanno attribuito la conferma della condanna alla solita cricca di giudici sovversivi che lo odiano. L’argomento è logoro ed è facile smontarlo: i magistrati della Cassazione non erano affatto di sinistra ed, anzi, ce ne era qualcuno non distante dal suo ambiente. Insomma, è proprio sfortunato questo Cavaliere: c’è solo un piccolo gruppo di magistrati eversivi, ma li incontra tutti lui! In primo, secondo grado, Cassazione, sia per il processo Mills, che per quello Mediaset, o Ruby… Ma possibile che non gli capiti mai un magistrato normale? Ferrara parla di attentato alle libertà politiche (sempre da parte di una magistratura ideologizzata), Brunetta ripete ossessivamente “Ho paura…Ho paura!”: sembra Cocorito (Melopsittacus undulatus), la Santanchè  lancia lo slogan: “Siamo tutti pregiudicati!”. Non ancora signora, un po’ di pazienza…

Il punto è che la gens berlusconia riduce tutto ad un complotto fra De Benedetti, il Pd e le “toghe rosse”.  Ve l’immaginate Bersani ed Epifani che vanno alla Cassazione? Al massimo parlano con qualche usciere…

Le dinamiche sono molto più ampie e complesse e non sono solo italiane. Oddio, non credo che siano stati molti i magistrati, in tutta Italia, che abbiano pianto alla notizia della condanna definitiva e penso siano stati molti di più quelli che si sono messi a ballare. E’ ragionevole pensare che la maggioranza dei magistrati non ami affatto il Cavaliere ma, d’altra parte, sarebbe strano il contrario, date le caterve di insulti che Silvio gli scarica addosso e le sue proposte di “riforma” della giustizia. Ed è altrettanto ragionevole pensare che la maggioranza di essi voti per il Pd; ma non perché siano ideologicamente di sinistra (ammesso che il Pd lo sia), quanto per una reazione ai suoi attacchi.

Berlusconi si lamenta di aver avuto 41 processi da quando è sceso in politica, il che sarebbe il segno certo della persecuzione di cui è stato vittima. Può darsi, ma può anche darsi che sia il segno della frequenza con cui fa reati… Lui si difende dicendo che è stato assolto in tutti i processi (che però non cita mai e di cui, per circa la metà, non si ha notizia) salvo gli ultimi, dove sono prevalsi i giudici cattivi. Peccato che, sui 18 processi maggiori (quelli che si conoscono):

- 6 si siano conclusi per prescrizione per le apposite leggi che abbreviavano i termini processuali (casi All Iberian, Lentini, Fininvest 1988-92, consolidato Fininvest, Lodo Mondadori, Mills)

- 2 si sono conclusi con assoluzione perché il reato di cui era stato accusato (falso in bilancio) è stato appositamente depenalizzato (All Iberian 2, Sme 2)

- 2 si sono conclusi in quanto il reato era estinto per amnistia (Terreni di Macherio e appartenenza alla P2)

- 2 sono in attesa di appello e c’è condanna di primo grado (Ruby e Nastri Unipol)

-1 sia in fase istruttoria (compravendita di senatori)

e solo 4 sono le assoluzioni vere e proprie (Tangenti Gdf, Medusa cinema, Ame 1, Mediatrade).

Il che non è proprio il curriculum della “beata Imelda”, come direbbe Bergoglio.

Gli concediamo volentieri che buona parte dei reati di falso, evasione ed elusione fiscale, tangenti ecc potrebbero benissimo essere contestati a quasi tutti i grandi gruppi finanziari del nostro paese e verso i quali la magistratura si mostra assai più svogliata. Però, questo non dipende dal fatto che i grandi gruppi finanziari siano diventati improvvisamente di sinistra (ci mancherebbe!), ma dal fatto che, mentre fra il potere finanziario e la magistratura le relazioni sono decisamente ottime, lui è in pessimi rapporti con tutti e due.

Mi spiego meglio: il capitalismo tradizionale (quello dell’alleanza fra Cuccia e Agnelli, per intenderci) non ha mai digerito l’arrivo del Cavaliere sul palcoscenico. Per consuetudine, l’accesso al “salotto buono” del capitalismo italiano, Mediobanca, era riservato ai gruppi finanziari consolidati e non di prima generazione, ma, soprattutto, vi si accedeva su invito e con il consenso dei “soci anziani”.

Al contrario, Berlusconi ha sostanzialmente imposto la sua presenza con la potenza di fuoco finanziaria che gli veniva da affari assai chiacchierati. Il Cavaliere ha fatto anche un’altra cosa assolutamente indigesta: entrare in politica. Fra le norme della nostra costituzione non scritta – quella scritta è un’altra cosa – c’è quella per cui un grande finanziere non entra direttamente in politica, ed i primi ad esigerlo sono proprio tutti gli altri finanzieri. Non per una qualche speciale sensibilità democratica (figurarsi!) ma perché un incarico di governo e peggio ancora di Presidente del Consiglio, assegna al vincitore un rapporto di forze eccessivo, per cui finisce per accaparrarsi tutti gli affari migliori. E, infatti, il gruppo Mediaset, all’ingresso in politica del Cavaliere, aveva un buco pari a 1.000 miliardi (e fu salvato dal provvidenziale intervento del banchiere più contiguo alla politica, Cesare Geronzi), ora, dopo 20 anni di “discesa in campo” e quasi 10 da Presidente del Consiglio, Berlusconi ha fatto del suo gruppo il secondo o terzo polo finanziario del paese. Una realtà semplicemente intollerabile per i vecchi ed aristocratici membri del club, che iniziano a pensare al dopo-Berlusconi. Beninteso, non tanto al dopo-Cavaliere in politica, di cui gli importa relativamente poco, ma di quello in casa Mediaset, un impero troppo vasto, che non può restare così come è, ma deve essere spacchettato. E questo, anche perché nessuno può immaginare chi salti fuori alle spalle dei due patetici eredi Marina e Piersilvio (Putin? Tamim bin Hamad Al Thani? Messina Denaro? Fate voi). E qui anche le sentenze civili fanno la loro parte.

Peraltro i grandi gruppi finanziari godono di relazioni buone come non mai con l’apparato giudiziario per una serie di ragioni di cui ci occuperemo nel prossimo articolo.

Ed a questo occorre aggiungere che il nostro uomo dà ai suoi avversari abbondante materia per essere azzannato. Lasciamo perdere il caso della recente condanna, parliamo del caso Ruby: ma vi pare che uno che aveva già molti guai su quel terreno, non solo coinvolga nelle sue “cene eleganti” una minorenne, ma per di più, quando questa viene beccata per storie sue dalla polizia, si mette a telefonare personalmente in questura? O che venga fuori che una prostituta abbia il suo cellulare diretto e lo chiami in piena riunione internazionale? Sia sul piano penale che su quello politico ce n’è abbastanza per massacrarlo.

Dunque, vi pare che tutto questo possa essere ridotto al complotto delle toghe rosse? Direi che il Cavaliere ha nemici molto più potenti e feroci. Ma che uno di essi è proprio lui stesso con le sue incredibili fesserie.

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22/06/2013

Rapporto riservato di Mediobanca "Italia in bancarotta: è rischio default"

Crisi, “Peggiore del ’92 e potrebbe costringere l’Italia a richiesta salvataggio”. Lo scrive l’analista Antonio Guglielmi in un report di Mediobanca Securities, la controllata di Londra di Mediobanca specializzata in intermediazione finanziaria, che è stato consegnato soltanto ai clienti. A parte la bassa crescita la grande minaccia è il debito pubblico, arrivato a 2.041 miliardi di euro. Servono subito 75 miliardi.

Entro sei mesi tutto sarà chiaro: o l’Italia ritrova un po’ di crescita sfruttando le riforme iniziate dal governo Monti, oppure il peggioramento della crisi, nell’economia reale e sui mercati finanziari, “potrebbe costringere il Paese alla richiesta di salvataggio”. Lo scrive l’analista Antonio Guglielmi in un report di Mediobanca Securities, la controllata di Londra di Mediobanca specializzata in intermediazione finanziaria, che è stato consegnato soltanto ai clienti. Le banche sono restie a divulgare analisi pessimistiche sullo stato della situazione italiana per non creare allarme. Ma il Fatto Quotidiano ha avuto modo di leggere il report di Guglielmi, le cui analisi nei mesi scorsi hanno suscitato vivaci polemiche.

Enrico Letta e i suoi ministri continuano a rimandare i problemi, dall’Iva all’Imu, ma secondo il report di Guglielmi non c’è più tempo: la situazione “è peggiore” che nel 1992, il contesto macroeconomico “sta colpendo l’economia italiana più pesantemente” e l’Italia “non può più contare sulla leva della svalutazione”. E quindi? Il rapporto di Guglielmi sottolinea un fenomeno inquietante: di recente sul mercato in vari momenti (anche l’altro ieri) il rendimento dei Btp ha superato quello dei Bot di pari durata. Perché i mercati chiedono un interesse più basso per un Bot che dovrà essere rimborsato tra sei mesi rispetto a un Btp ventennale emesso 19 anni e sei mesi fa? “Questa differenza di rendimento non ha alcuna ragione di esistere a meno che i mercati non stiano facendo differenza tra i bond a rischio ristrutturazione (Btp) e quelli che non sono soggetti a ristrutturazione (Bot e strumenti di mercato monetario )”. Traduzione: gli investitori si aspettano che nei prossimi sei mesi l’Italia possa dichiarare una parziale bancarotta sul suo debito. Come ha fatto la Grecia. La fuga dei grandi fondi dai Paesi mediterranei è ricominciata.


I detonatori possibili sono tanti: la Federal Reserve che comincia ad asciugare liquidità, la Slovenia che chiede aiuto per le sue banche, l’Argentina che è a un passo da una nuova bancarotta. Lo spread, e questo è uno degli aspetti meno rassicuranti dell’analisi di Guglielmi, dipende quasi esclusivamente da variabili che non controlliamo. Se torna a salire, come sta succedendo, l’Italia potrà fare molto poco.

A parte la bassa crescita, che deriva dalle riforme, la grande minaccia per il Paese è il debito pubblico, arrivato a 2.041 miliardi di euro. Guglielmi scarta l’idea della maxi-patrimoniale che ogni tanto riaffiora nel dibattito: il governo Monti non ha realizzato la mappatura della ricchezza degli italiani che è la premessa per rendere equo un simile intervento. Introdurre una tassa straordinaria sulla casa sembra politicamente poco fattibile. E con l’Imu, l’imposizione sugli immobili ha già superato la media europea (1,6 per cento del reddito disponibile totale contro l’1 per cento di media). Però, e questa è la parte interessante, si possono recuperare 75 miliardi “senza danneggiare i consumi”: 3-7 miliardi alzando le aliquote sulle rendite finanziarie (esclusi i titoli di Stato), applicando alla finanza lo stesso carico fiscale che oggi grava sugli immobili. Altri 43 miliardi applicando un prelievo una tantum al 10 per cento più ricco della popolazione, sopra 1,3 milioni di euro di patrimonio, sul modello di quella francese. Dai capitali nascosti in Svizzera (solo qui il report indulge a un po’ di ottimismo) possono arrivare 20 miliardi di euro, altri 2, se proprio necessario, da un condono edilizio.

Una cura che darebbe un segnale al mercato, rendendo più credibile la nostra posizione. Ma non basterebbe. Perché Mediobanca Securities identifica un’altra emergenza che la politica italiana finge di non vedere: le banche. Nota Antonio Guglielmi che il tasso di copertura cash dei crediti problematici nelle banche italiane si è ridotto dal 51 per cento del 2007 al 40 del 2013. Significa che se un prestito non viene rimborsato, in tutto o in parte, le banche sono molto più dipendenti dalle garanzie reali. Che di solito sono immobili. Problema: i prezzi delle case stanno crollando, “dal picco del 2008 si sono ridotti del 12 per cento contro il 25 per cento della Spagna”. Nella simulazione di Mediobanca Securities le banche italiane potrebbero correggere al ribasso del 45 per cento il valore degli immobili che hanno in bilancio e comunque la copertura dei crediti (contanti più garanzia) resterebbe al 100 per cento. Ma se invece volessero mantenere il tasso di copertura attuale, 125 per cento, basterebbe un calo dei prezzi immobiliari del 10 per centro per spazzare via il 17 per cento del capitale calcolato secondo i parametri di Basilea 2.

Le banche, insomma, sono fragili. E abbiamo perso l’occasione di farle salvare all’Europa: ora si è affermato il “modello Cipro”. L’Eurogruppo ha deciso che se una banca ha bisogno di aiuto, l’Esm (il fondo Salva Stati) ci metterà parte dei fondi, massimo 60 miliardi. Gli altri li dovrà recuperare lo Stato nazionale. Convertendo obbligazioni in azioni, prelevando dai depositi, tassando i cittadini. Tre mesi fa Guglielmi suggeriva di fare una bad bank, e l’Abi si è molto risentita. Oggi la situazione è peggiorata. Possiamo solo sperare che l’Italia non debba mai porsi il problema, ma dal rapporto di Guglielmi l’approccio “wait and see”, aspetta e spera, pare il più pericoloso di tutti.

Fonte

Di questo passo finisce che Grillo farà nuovamente la parte della Cassandra come nel caso Parmalat, solo che a sto giro il crack sarà sistemico.
Mi suona totalmente nuova, invece, la possibile bancarotta dell'Argentina. Al solito si buttano le cose senza argomentarle un minimo.