Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/02/2025
I banchieri pronti “a cogliere l’occasione” della pace in Ucraina
Dopo tre anni di conflitto in Ucraina ed ora che la pace con la Russia pare un’ipotesi più concreta, le banche – ma anche le grandi multinazionali – si stanno attrezzando per coglierne i vantaggi e magari aumentare i loro dividendi.
Ad esempio la banca d’affari Goldman Sachs registra “flussi sproporzionati verso i settori e i titoli legati al tema del cessate il fuoco in Ucraina”.
Milano Finanza commenta questo come “Un fatto che porta a supporre che sempre più investitori stanno iniziando a prevedere in portafoglio un calo progressivo del rischio Ucraina. Detto in una parola: i mercati sentono profumo di pace”.
La stessa Goldman Sachs ha creato di recente un paniere di società quotate dedicato appositamente a questo scenario con il lancio dell’indice Ukraine Ceasefire (GSXECEAS Index) che comprende le 50 società europee più sensibili alla risoluzione del conflitto fra Ucraina e Russia. Un paniere di azioni che vale, nel complesso, quanto a capitalizzazione aggregata, 1,5 trilioni di dollari e comprende titoli specializzati nella (ri)costruzione, alcune banche, compagnie aeree e titoli rivolti ai consumatori che potrebbero beneficiare di un accordo di pace.
Per quanto sia salito del 5,5% subito dopo la notizia di un possibile accordo di pace in Ucraina, l’indice “continua a essere scambiato con uno sconto del 30% rispetto al mercato e ben al di sotto dei massimi storici del 2021, offrendo punti di ingresso interessanti”, commentano gli analisti della banca d’affari.
Emblematicamente anche la seconda banca italiana – Unicredit – sembra voler trarre vantaggio dalla possibile fine del conflitto in Ucraina. Il gruppo bancario – il più attivo nei paesi dell’Est – è stato uno dei pochi rimasto in Russia nonostante le sanzioni.
Unicredit in questi anni si era rifiutata di cedere la sua controllata russa se non ad un «prezzo equo», fra mille difficoltà normative e legali e soprattutto pressioni della Russia a cedere la sua controllata russa a valori irrisori.
“Se il quadro politico cambia, la nostra capacità di vendere la banca in Russia a condizioni più interessanti è destinato a migliorare, perché, la situazione si normalizzerà per entrambe le parti”, ha affermato Orcel nel corso dell’intervista al Financial Times. “Quindi potremo uscire a prezzi decisamente migliori”.
Altre grandi banche europee come Société Générale e Ing ad esempio avevano scelto di uscire subito dalla Russia ma subendo forti svalutazioni. Diversamente Unicredit ha invece continuato a operare in Russia nonostante le pressioni da parte della Ue e della Bce di accelerare l’uscita dal mercato russo.
“La banca si è «impegnata seriamente negli ultimi tre anni con un numero significativo di controparti nell’esplorazione di tutte le opzioni di uscita dalla Russia”, ha aggiunto Orcel, “ma date le diverse complessità e sanzioni in atto, non siamo stati in grado di andare avanti col processo».
Il problema è che nonostante le sanzioni la Russia ha inciso per il 5% dei ricavi totali del gruppo Unicredit lo scorso anno. Non solo. Questi ultimi sono saliti del 9% a 1,3 miliardi di euro nel 2024 e la Russia ha contribuito con 577 milioni di euro di utile netto annuale su 9,3 miliardi totali.
Milano Finanza sottolinea come Unicredit abbia nel frattempo ridotto di molto i prestiti e i depositi in Russia e si aspetta quindi che i profitti derivanti dalle attività russe saranno “marginali” entro il 2027.
Ma con gli scenari che cambiano anche gli interessi della banca li potrebbero trovare interessanti. A meno che non sia costretto, Orcel afferma che non venderà la propria controllata in Russia “per un euro o a un valore che non sia un prezzo equo”.
Nell’intervista al Financial Times il boss di Unicredit afferma di ritenere che il potenziale recupero dell’economia europea dalla fine della guerra in Ucraina sia stato sottovalutato. “La fine della guerra, che spero avvenga alle giuste condizioni, eliminerà l’incertezza geopolitica... e i livelli di investimento e rimbalzo saranno davvero significativi. I mercati lo hanno ignorato per ora, ma lo vedremo”.
Tra le righe emerge piuttosto nitidamente la soddisfazione di un banchiere che se ne è “impippato” delle sanzioni alla Russia durante la guerra ed ora pensa di poterne ricavare guadagno, come tutti i banchieri del resto.
Fonte
25/09/2024
Unicredit-Commerzbank, scontro tra Scholz e Tajani nella cornice della UE
Ripercorriamo i fatti. Un paio di settimane fa Unicredit aveva acquistato il 9% delle azioni dell’istituto tedesco, per poi proseguire nella scalata con la sottoscrizione, lunedì scorso, di una serie di strumenti finanziari per prendere il controllo di un ulteriore 11,5%: una fetta della banca del valore di 3,9 miliardi, che l’avrebbe resa la prima azionista.
La transizione sarà finalizzata solo una volta che sarà stato ottenuto il via libera da parte delle autorità finanziarie europee. Ma Unicredit non si vuole fermare qui, e ha già dichiarato l’interesse ad arrivare al 29,9% in breve tempo, ottenendo così il controllo di Commerz, che tra gli azionisti conta anche il governo tedesco.
Berlino, che con le suo quote esercitava una sorta di golden share, ora si attesta al 12% delle azioni, ma è qui che è intervenuta la politica, contraria alla scalata dell’istituto italiano. Lo stesso cancelliere Scholz, come accennato, è intervenuto sulla questione.
“Attacchi non amichevoli, acquisizioni ostili non sono una buona cosa per le banche”, ha detto. Ha poi aggiunto anche: “il governo si è posizionato in modo netto e dice chiaramente: noi riteniamo che non sia adeguato in Europa e in Germania procedere con metodi non amichevoli, senza alcuno spirito di cooperazione e senza concordare nulla, per partecipare ad un’impresa”.
A rispondergli è stato Antonio Tajani: “in Europa c’è il libero mercato. Non capisco perché quando qualcuno viene ad acquistare in Italia si dice che siamo in un sistema europeo, poi se un italiano acquista non è più mercato unico”. Una dichiarazione che mostra il nodo sotteso della questione.
Il problema di fondo, infatti, è la contraddizione tra il processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali nell’area UE e gli interessi nazionali. Il primo continua a guidare l’evoluzione della cornice comunitaria, ma fino ad oggi la Germania l’aveva sempre fatta da padrona in questa dinamica.
Ora Berlino scopre che nella costruzione di un ‘campione europeo’ in ambito bancario può anche perdere (date le condizioni tutt’altro che rosee del sistema tedesco), e allora interviene la politica per cercare di mettere una pezza. Ma la fusione in grandi agglomerati bancari è una cosa che è stata auspicata anche nei rapporti di Letta e Draghi.
La BCE e persino la BaFin, un’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, si sono detti favorevoli a questa operazione di acquisizione. Il vicepresidente della Banca Centrale, Luis de Guindos, ha dichiarato in un’intervista: “il consolidamento a livello trans-frontaliero è importante e speriamo che continui a fare progressi nel breve termine”.
Il banchiere ha poi continuato: “il contrasto fra le valutazioni di Borsa delle banche europee è un segnale dei nostri problemi. Credo che una delle ragioni sia la mancanza di una vera unione bancaria, e gli approcci nazionali che ancora esistono nel settore bancario. A causa di ciò, gli investitori considerano le banche americane come dotate di un maggiore valore intrinseco rispetto a quelle europee”.
De Guindos approfitta dell’occasione per ricordare che, sul piano strategico, lo sguardo nazionale mette i bastoni fra le ruote a quel salto di qualità che la UE deve fare, anche nel settore finanziario, per poter competere con i colossi statunitensi. Il problema non è mai stato il libero mercato, che non esiste (almeno non secondo la definizione da manuale), ma è chi comanda.
Che alla fine una fusione vada portata a termine per fare i conti con il quadro attuale della competizione globale è indubbio. Che sia una banca ‘italiana’ è il tema che non va già a Scholz, che apre un braccio di ferro tutto interno alla concorrenza interna comunitaria.
Fonte
22/09/2024
Le banche non si toccano, se sono di Berlino
Tanto più che Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, aveva fatto chiaramente capire di voler puntare al 30%, quota azionaria “di controllo” che conferirebbe alla banca italiana la guida della banca tedesca. Una fusione di fatto, insomma, a guida italica...
Non ci sarebbe nulla da stupirsi, in una regime capitalistico liberista, dove i capitali fanno quello che vogliono, senza che i governi provino neanche a “dar fastidio alle imprese” (copyright di Giorgia Meloni). Gran parte del patrimonio industriale italiano, costruito peraltro dallo Stato nei decenni dell’IRI, è passato di mano in mano fino a scomparire quasi del tutto (Italsider-Ilva, Alitalia, Telecom, le cinque banche di interesse nazionale, ecc.).
Facile a dirsi, più complicato farlo se – come nel caso di Commerzbank – un governo, quello di Berlino, detiene il 12% dell’istituto, esercitando di fatto la “golden share”, ossia un potere di veto o orientamento (pubblico) che i trattati europei teoricamente vietano, se non per casi eccezionali come crisi improvvise.
E infatti, dopo la sorpresa iniziale (pare che l’acquisto del 9% non fosse stato comunicato preventivamente, anche se le “manifestazioni di interesse” da parte Unicredit erano partite già dal 2017, sull’onda della profonda crisi che ha colpito le banche tedesche alle prese con le conseguenze di mosse speculative azzardate sui “derivati” statunitensi) il governo di Berlino ha fatto molto chiaramente capire di non essere disposto a vendere il proprio 12% ad un solo investitore, per di più già presente in modo così forte nella banca.
Teoricamente la preferenza andrebbe per una vendita frammentata a più investitori, impedendo così – almeno per qualche tempo – una eccessiva concentrazione di potere in una sola mano.
Il niet del governo ha smosso anche il management di Commerzbank, con l’attuale amministratore delegato che annuncia la volontà di non restare dopo la fine del suo mandato (nel 2025), mentre la responsabile finanziaria Bettina Orlopp – incaricata di condurre i colloqui con UniCredit, nonché potenziale successore dell’attuale a.d. Manfred Knof – avrebbe detto chiaramente che la banca tedesca “non ha bisogno di UniCredit” anche perché sul piano della ristrutturazione “c’è ancora molto da fare, vogliamo generare il costo del capitale al massimo entro il 2027 e siamo più che mai convinti di poterlo fare”.
Per essere ancora più chiara, Orlopp ha aggiunto che vorrebbe che lo Stato tedesco rimanesse per il momento nella banca con il suo 12%. “È importante, perché credo che prima ci sia bisogno di un po’ di pace e tranquillità”.
Insomma: la seconda banca tedesca deve restare in mani tedesche.
Le ragioni addotte sono diverse. Si va dai timori di esporre un istituto importante ai sempre sbandierati problemi del debito pubblico italiano (Unicredit, come quasi tutte le banche di questo paese, possiede grandi quantità di titoli di stato emessi dal Tesoro), fino alle maggiori difficoltà che potrebbe incontrare le imprese tedesche bisognose di prestiti (fin qui evidentemente concessi con manica larga e secondo un criterio “nazionalistico”).
Una riprova che l’Unione Europea, così come è stata costruita – e in base agli interessi sui cui è stata costruita – non solo funziona male e in modo nazionalisticamente selettivo (con l’ovvia differenza tra “chi pesa” e chi no), ma entra sempre più di frequente in contraddizione con i “valori” che dice di voler difendere/affermare. Addirittura con la “libertà di impresa” – l’architrave fondamentale dell’ideologia liberista – se è in ballo il suo controllo.
Figuriamoci cosa può accadere quando sono in gioco gli interessi e la sopravvivenza delle classi popolari...
Fonte
17/09/2024
I grandi capitali nel risiko draghiano
Capitalisti italiani che mangiano capitalisti tedeschi? Può accadere anche questo nelle odierne sommosse del potere economico internazionale. Andrea Orcel, capo di Unicredit, ha reso noto che la banca italiana ha acquisito il nove percento della tedesca Commerzbank.
E non intende fermarsi: l’istituto con sede a Milano vorrebbe comprare il restante pacchetto di azioni che il governo di Berlino sta mettendo sul mercato per completare la privatizzazione.
Se l’acquisizione andrà avanti, la Bce darà il suo placet [l’ok è poi arrivato, prima che noi riprendessimo questo articolo, che esce quindi pienamente confermato nella sua analisi, ndr]. Il direttorio di Francoforte condivide infatti l’allarme del Rapporto Draghi sulla competitività. Gelosi di preservare le rispettive proprietà nazionali, gli stati membri dell’Unione europea hanno finora ostacolato le acquisizioni transfrontaliere tra capitali, col risultato che le aziende europee sono oggi “nane” nella lotta globale con i giganti americani e cinesi.
La ricerca scientifica in effetti conferma. La centralizzazione dei capitali in sempre meno mani procede in Europa a ritmi ancora blandi. L’ottanta percento del capitale azionario è controllato in Italia e in Germania da circa il 2 percento degli azionisti. Sembrano pochi, ma in realtà sono ancora dieci volte troppi rispetto allo 0,2 percento degli Stati Uniti. Per Draghi e i suoi, un cambio di passo è dunque urgente. Bisogna subito apparecchiare un nuovo banchetto di mergers europei, a partire proprio dal settore bancario.
Commerzbank sembra l’antipasto ideale. Durante la crisi dell’eurozona si rivelò una delle banche più avventuriste nel prestare alla Grecia e agli altri paesi debitori, le svalutazioni dei suoi crediti fecero più volte tremare i mercati e alla fine fu salvata solo con una partecipazione statale. Oggi la banca viene rimessa sul mercato ma vale appena 14 miliardi, troppo minuta per sopravvivere in un sistema continentale egemonizzato da UBS con 97 miliardi, BNP Paribas con 70, Santander con 65, Intesa Sanpaolo con 67. E, per l’appunto, Unicredit con 59 miliardi e tanta voglia di allargarsi.
Per realizzare il sogno della banca italiana che fa shopping in Germania c’è però da superare qualche ostacolo. Il primo scoglio è posto da vari esponenti del governo e dei lander tedeschi.
La Germania vive infatti un paradosso. Pur essendo il centro indiscusso dell’economia europea, a livello di settore bancario ha evitato di favorire capitalizzazioni eccessive, privilegiando il più delle volte dimensioni regionali o poco più. Conseguenza è che oggi l’istituto tedesco più capitalizzato è Deutsche Bank con appena 27 miliardi in dote, ben sotto i principali concorrenti svizzeri, francesi, spagnoli, italiani e olandesi.
Il risultato, ironico, è che adesso persino tra le file dei rigorosi liberisti tedeschi c’è chi teme il risiko draghiano delle acquisizioni europee. L’idea prevalente a Berlino è che bisogna avviare una determinata politica di fusioni tra banche tedesche, in modo da raggiungere un minimo di massa critica nazionale prima di aprirsi alle lotte sul mercato europeo.
L’altro scoglio è l’opposizione dei sindacati tedeschi, ostili a un tentativo di acquisizione estera che per la prima volta potrebbe creare esuberi in Germania piuttosto che nelle consuete periferie europee. In passato, vari esponenti del mondo sindacale tedesco avevano accusato gli omologhi degli altri paesi di frenare la modernizzazione europea con richieste di protezioni statali ritenute ormai desuete. Stavolta tocca a loro subire gli effetti della modernizzazione.
Anziché esser serviti sul solito piatto, stavolta i capitalisti italiani potranno dunque sedere al banchetto delle fusioni bancarie europee? È presto per dirlo, siamo solo al primo libar nei calici.
La cosa certa è che Marx trova di nuovo conferma: la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani è la forza che muove il mondo. I capitalisti di tutte le nazioni in certi casi assecondano il processo e in altri lo ostacolano, spingendo a seconda delle circostanze sul libero scambio, sul protezionismo e talvolta su guerre sanguinose, se serve. Dipende solo dal posto che ogni volta si trovano a occupare: dal lato degli invitati o del pasto in tavola.
Fonte
15/09/2024
La guerra tra capitali nel sistema finanziario euroatlantico
La prima, ampiamente preannunciata, è la scelta della Fed in materia di regolamentazione bancaria di dimezzare il capitale aggiuntivo che gli otto maggiori istituti statunitensi sono obbligati a detenere nelle proprie casse.
Queste banche, tra cui Citigroup, Bank of America e JP Morgan, dovranno aumentare il capitale, secondo le modifiche, del 9% anziché del 19% come in origine previsto dall'accordo Basilea III.
Secondo Michael Barr, vicepresidente della Fed, le modifiche apportate “dovrebbero alleviare le preoccupazioni delle banche, scaturite dalla presentazione delle proposte iniziali, avvenuta nel luglio 2023”.
In soldoni, è il caso di dire, alle banche statunitensi è concesso disporre di maggiore liquidità per aggredire il mercato e di presentare minori garanzie a copertura di quest’aggressione rispetto a quanto stabilito in fase negoziale internazionale dell’accordo.
Vale la pena ricordare che Basilea III è il terzo round di accordi di regolamentazione bancaria internazionale stipulato per affrontare le ricadute della crisi finanziaria del 2007/08 e che dovrebbe garantire le norme tramite cui gli istituti di credito possano mantenere un livello di capitale e liquidità sufficiente per adempire ai loro obblighi e non fallire in caso di perdite inattese.
La sua implementazione è stata prima rimandata dalla Commissione europea al gennaio 2026 e ora disattesa dal partner a stelle e strisce, manifestando una certa “inquietudine concorrenziale” tra le due sponde dell’Atlantico.
La seconda notizia, che ha colto invece di sorpresa gli addetti ai lavori, è il blitz con cui Unicredit, banca italiana più importante assieme a Intesa San Paolo, ha acquisito il 9% di Commerzbank, secondo istituto tedesco dietro solo allo zombie Deutsche Bank.
L’istituto guidato da Andrea Orcel ha dichiarato in una nota che la metà della quota è stata acquisita direttamente dal governo tedesco, che sta cedendo le sue quote di Commerz, mentre l’altra metà è stata rastrellata sul mercato.
La manovra ha provocato l’ira del governo Scholz (ma non quello dei vertici dell’istituto, almeno pubblicamente), preoccupato della scalata operata da un istituto straniero ai vertici di un importante operatore finanziario nazionale.
Nei prossimi 90 giorni infatti il governo metterà sul mercato il restante 12% delle quote ancora detenute di Commerz, con Unicredit pronta a presentare di nuovo l’offerta più alta su piazza per salire al 20% della banca e dare vita così al più grande “campione europeo” del sistema finanziario al pari di BNP Paribas (comunque ben lontani dai colossi statunitensi).
“Draghi ordina e Orcel ubbidisce”, suggerisce l’editoriale di Repubblica, a proposito della partita per il futuro dell’Ue.
La terza notizia riguarda l’attesissima riunione odierna del Consiglio direttivo della Bce che dovrebbe allentare la politica monetaria dopo mesi di strangolamento dell’economia e dei salari nel nome della lotta all’inflazione.
I dubbi aleggiano sull’entità dei tagli (25 o 50 punti base), ossia sul peso della riduzione del costo del denaro che ha effetti a cascata per esempio su mutui e prestiti, su cui a gran voce soprattutto dall’Europa mediterranea si chiede di intervenire per alleviare le sofferenze generate dal lungo ciclo di politica restrittiva imposta da Francoforte.
Ma se “l’esito della lunga attesa dovrebbe deludere”, ammonisce Angelo De Mattia su Milano Finanza, “il disorientamento sarebbe rilevante”, dando ulteriore corda ai miopi falchi europei in rappresentanza anche di “una Germania prossima alla stagnazione” su cui aleggiano dubbi se possa davvero “continuare a non sostenere un mutamento del governo della moneta in chiave meno restrittiva”.
Insomma, nel rimodellamento dell’ordine mondiale su scala multipolare, i maggiori attori del capitale finanziario occidentale portano avanti la loro personale “guerra tra capitali”, manifestando una inquietudine ben maggiore di quanto non farebbe pensare la sbandierata coesione del blocco euroatlantico.
Fonte
20/02/2024
Tassi alle stelle: le banche ringraziano la BCE
Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca? (Bertold Brecht)
Chiunque abbia provato, negli ultimi mesi, a chiedere un mutuo o un prestito, ha scoperto sulla sua pelle cosa significa dover pagare una quantità enorme di interessi. L’onere per un mutuo per acquistare una casa nel corso del 2022 e del 2023 è cresciuto così intensamente da risultare uno degli elementi determinanti dell’impoverimento delle famiglie in Italia e altrove in Europa.
Una scelta pienamente politica quella dell’aumento dei tassi stabilita dalla BCE con la scusa di voler combattere l’inflazione sulla base di fantasiose interpretazioni del fenomeno come se fosse legato ad una tensione dal lato della domanda e richiedesse quindi manovre di tipo restrittivo per calmierare l’economia. Una lettura delirante e in evidente malafede che è servita essenzialmente a due cose:
1) da un lato a deprimere le economie contribuendo ad aggravare crisi e disoccupazione depotenziando così – per questa via – il potere contrattuale dei lavoratori (che è inversamente proporzionale al livello di disoccupazione esistente e di sicurezza del lavoro). Quest’obiettivo implicito è stato persino reso esplicito da recenti dichiarazioni del capo economista della BCE Philippe Lane che ha spiegato che, pur essendo decisamente calata l’inflazione, prima di abbassare eventualmente i tassi di interesse servono garanzie che i salari dei lavoratori non stiano aumentando;
2) la seconda funzione dell’aumento dei tassi è stata quella di incrementare in modo vistoso i profitti bancari. Ed è proprio di questi profitti che vogliamo parlare.
La scorsa estate la boutade di facciata della tassa sugli extraprofitti bancari, (con i suoi effetti praticamente nulli) aveva reso chiare le intenzioni del governo rispetto al bengodi delle banche.
Dopo la chiusura dei bilanci a fine 2023, negli ultimi giorni sono usciti i dati sui profitti delle principali banche italiane:
8,6 miliardi Unicredit e 7,7 Intesa San Paolo. Numeri così importanti
che secondo le notizie di stampa rappresenterebbero il “miglior anno di
sempre” per le due banche più grandi del sistema italiano. È evidente
che la decantata tassa sugli extraprofitti non è servita a molto. Per
avere una visione delle cifre in ballo ricordiamo che il Reddito di
cittadinanza, abolito dal Governo Meloni nel 2023, è costato meno di 8 miliardi nel 2022.
Mentre le due principali banche italiane hanno fatto profitti per oltre
16 miliardi nel 2023. Solamente le due banche principali, poi ci sono
tutte le altre...
Comunque, da cosa derivano questi super profitti? Principalmente dal fatto che, quando la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi d’interesse nell’estate del 2022, le banche italiane hanno pensato bene di alzare sì i tassi d’interesse sui prestiti, ma di non alzarli sui depositi. Le banche, come noto, guadagnano dalla differenza tra il tasso d’interesse sugli impieghi (come i prestiti) e quello che pagano sulla raccolta (come i depositi). Aumentando il differenziale, a parità delle altre condizioni, il profitto aumenta. Per esempio, con un conto molto grossolano, considerando che la giacenza media dei conti correnti degli italiani è poco più di 20.000 euro e i tassi di interesse riconosciuti sui depositi si aggirano ad oggi attorno allo 0,1%, considerando che i correntisti Italiani sono circa 47 milioni, otteniamo una spesa di circa 9 miliardi e mezzo. Se per il singolo cliente la quota interessi su un deposito può apparire una cifra esigua, in sommatoria non si tratta certo di un ammontare trascurabile per le banche e le oscillazioni di questa cifra in alto o in basso evidentemente determinano in modo rilevante i margini di profitto di ciascuna banca.
In teoria la concorrenza dovrebbe spingere i tassi sui depositi ad alzarsi, ma la presenza di meccanismi collusivi che portano le banche a fare cartello in un mercato molto concentrato dominato dallo strapotere delle due banche principali del paese (Intesa SanPaolo e Unicredit) che detengono insieme il 35% di quote di mercato,[1] ha permesso che ciò non accadesse, alla faccia della libera concorrenza così decantata dai liberisti di turno.
Da rilevare inoltre che durante la pandemia e il periodo dei tassi negativi e del quantitative easing, le banche lamentavano pochi profitti e hanno quindi iniziato ad alzare i costi su operazioni e commissioni. Questi costi non sono stati abbassati successivamente nel momento in cui vi è stato il rialzo dei tassi. A salari nominali dei lavoratori stagnanti (o cresciuti assai meno del livello generale dei prezzi) tutto questo ha implica per le banche (così come per tutte le altre imprese) un aumento dei margini di profitto.
La messinscena dell’imposta sugli extraprofitti bancari dell’estate 2023, come visto, si è risolta in un nulla di fatto. Lo Stato italiano ha ottenuto un gettito irrisorio poiché alle banche è stata garantita una via di fuga dall’imposta tramite la possibilità di accantonare i fondi per rinforzare il patrimonio. Le banche così continuano allegramente a macinare profitti sulla nostra pelle gravando le famiglie di oneri insostenibili per l’acquisto della casa e scoraggiando il credito alle imprese e quindi gli investimenti, dando in cambio ai correntisti che gli prestano soldi misere briciole.
Quali conclusioni trarre da questa triste storia? In primis il punto non è tassare gli extraprofitti come mossa estemporanea (e per di più, nella fattispecie, puramente di facciata), ma occorre invece tassare i profitti in generale. Tassarli tutti e tassarli di più e tassarli in forma progressiva. Bancari e di tutte le imprese.
Allo stesso tempo occorre ripristinare un controllo pubblico serrato sul sistema bancario tramite la sua almeno parziale e graduale nazionalizzazione che comporti la presenza importante e capillare dello Stato nel settore del credito, come del resto fu fino al principio degli anni ’90 (prima dell’ondata delle grandi privatizzazioni in Italia il 70% di capitale bancario aveva natura pubblica). Questo eviterebbe l’ulteriore estrazione di profitti dai salari dei lavoratori per due motivi. Perché le banche pubbliche aumenterebbero subito i tassi sui depositi e se le altre banche non seguissero questa scelta i clienti si sposterebbero verso le prime; e perché le banche pubbliche non orientate in prima battuta al profitto, riuscirebbero a imporre tassi più bassi sui prestiti calmierando così il mercato.
Infine, la presenza di banche pubbliche bloccherebbe la propagazione e l’insorgere di molte crisi finanziarie e permetterebbe di finanziare più facilmente sia il diritto all’abitare sia una politica industriale volta alla piena occupazione, allo sviluppo dei settori strategici e alla tutela dell’ambiente, ripristinando e imponendo quel necessario controllo pubblico dell’economia che passa anche attraverso il sistema creditizio.
Note
[1] Per quota di mercato si intende la percentuale di clientela (nel caso delle banche le imprese e le famiglie che prendono denaro a prestito) intercettata da un’impresa sul totale della domanda di mercato.
03/03/2023
Banchieri da scandalo
L’anno scorso erano stati “solo” 2,5 milioni. Ma non basta: se la banca supererà gli obiettivi del 2023 otterrà anche un compenso variabile fino a 6,5 milioni, mentre l’importo scenderà a “soli” 4,25 milioni di euro nel caso in cui Unicredit raggiunga gli obiettivi previsti.
Per ora si tratta di anticipazioni visto che la politica di Unicredit per il 2023 in materia di remunerazioni verrà decisa dell’assemblea degli azionisti del 31 marzo. Nel frattempo Unicredit ha già versato a Orcel un bonus di 5 milioni per lo scorso anno, portando il suo compenso totale nel 2022 a 7,5 milioni.
Occorre anche sapere che Orcel non è l’unico ad essersi arricchito in misura così impressionante. Nelle tasche degli azionisti di Unicredit, tra dividendi e buyback, nel 2022 sono infatti entrati 1,5 miliardi in più, ovvero una remunerazione cresciuta del 40 per cento destinata a restare, secondo gli analisti “elevata, ricorrente e sostenibile” anche nei prossimi anni.
In Borsa in un anno il titolo Unicredit si è apprezzato di oltre il 78% e oggi viene scambiato a 18,87 euro ad azione.
Chi sono i principali azionisti di Unicredit che hanno incassato 1,5 miliardi in più nel 2022?
Parvus Asset Management Europe Ltd. (quota di azioni)
4,99%
Allianz SpA (quota di azioni)
3,60%
Norges Bank Investment Management (quota di azioni)
2,92%
The Vanguard Group, Inc. (quota di azioni)
2,67%
Mubadala Investment Co. (quota di azioni)
2,33%
Fondazione Cassa di Risparmio Torino (quota di azioni)
1,90%
Capital Research & Management Co. (quota di azioni)
1,79%
Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno (quota di azioni)
1,72%
BlackRock Investment Management Ltd. (quota di azioni)
1,62%
Causeway Capital Management LLC (quota di azioni)
1,33%
Dunque, 1,5 miliardi agli azionisti, 7,5 milioni di euro al solo amministratore delegato. Si tratta decisamente di cifre scandalose in un paese alle prese con un boom della povertà, del lavoro povero e dei bassi salari.
Il fatto che Unicredit sia una banca privata (sarebbe meglio dire “privatizzata”, perché era una banca di interesse nazionale fino al 1993, ndr) non assolve i suoi dirigenti e i suoi azionisti da una decisione che appare scandalosa nei confronti del paese.
Fonte
17/08/2021
Monte dei Paschi, una acquisizione finanziata dallo Stato
Unicredit ha recentemente manifestato l’intenzione di acquisire il Monte dei Paschi di Siena (MPS) dallo Stato, che ne detiene la quota di maggioranza. L’acquisizione-privatizzazione dovrebbe essere finalizzata a settembre, se tutto andrà secondo i desiderata di Unicredit. Si tratta di una notizia importante per molte ragioni, se non altro perché riguarda l’assetto complessivo del sistema bancario. L’operazione è di grande rilievo, dal momento che coinvolge Unicredit e MPS, rispettivamente la seconda banca e la quarta banca italiane. Da tempo, infatti, si è manifestata da parte dei centri economici dominanti in Italia e della Banca d’Italia l’intenzione di procedere ad una nuova tornata di centralizzazioni nel settore bancario attraverso l’incentivo statale nei confronti di fusioni e acquisizioni. La nomina di Draghi a Presidente del Consiglio ha, fra le sue motivazioni, oltre a quelle relative alla conferma dell’adesione italiana alla Ue e alla Nato, anche quella di portare a compimento tale processo di centralizzazione. Il segnale che è stato dato è eloquente: da parte del governo c’è la volontà di accelerare un processo di aggregazione che è fondamentale per la ripresa dell’accumulazione capitalistica, dal momento che il sistema bancario è uno dei principali centri di potere in Italia e svolge un ruolo fondamentale nel finanziamento delle imprese e dei processi di fusione e acquisizione che si svolgeranno a seguito della riorganizzazione generale del sistema economico italiano a fronte della crisi del Covid-19 e del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Il generale “Reset” teso a restituire maggiore competitività e produttività all’economia italiana e a superare la sovraccumulazione di capitale e la caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui da tempo si dibatte il sistema produttivo italiano, non poteva non coinvolgere il sistema bancario. Gli stessi processi di digitalizzazione e innovazione e di sviluppo di nuovi settori e produzioni “verdi”, contemplati nelle prime due e maggiormente finanziate “missioni” del PNRR, presuppongono per la loro implementazione il ruolo centrale delle banche.
La risistemazione degli assetti proprietari coinvolge tutto il sistema bancario. Unicredit, dopo l’acquisizione di MPS, potrebbe rivolgersi ad altri obiettivi: BancoBpm, se vorrà puntare sul ruolo di banca retail (rivolta ad una clientela vasta ed eterogenea), o Mediobanca, se vorrà privilegiare il ruolo di banca d’investimento (rivolta alle imprese). L’acquisizione di Mediobanca avrebbe un valore tutto particolare, perché questa banca ha rappresentato per decenni il “salotto” buono del capitalismo privato italiano, al centro di importanti operazioni di fusione e acquisizione. Anche se Mediobanca non è più quella di un tempo, ricopre pur sempre un ruolo notevole. L’acquisizione di MPS da parte di Unicredit, non lascerebbe indifferente la prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, che potrebbe rivolgersi verso nuove acquisizioni anche fuori dall’Italia. Inoltre, dovrebbe essere rispolverata l’idea di costruire un terzo polo bancario italiano, dopo quelli attorno a Intesa e a Unicredit, che potrebbe ruotare attorno a Bper, che prossimamente dovrebbe acquisire la banca popolare di Sondrio. C’è anche l’idea di un polo del Sud attorno a Mediocredito centrale, che, dopo aver rilevato lo scorso anno la Banca popolare di Bari, potrebbe inglobare le filiali nel Mezzogiorno di MPS a cui Unicredit non è interessata.
L’acquisizione di MPS da parte di Unicredit si presenta come un classico spezzatino. Infatti, Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, è stato chiaro: la sua banca non è interessata a tutte le attività di MPS ma solo alle parti che si adattano meglio e sono complementari. Sicuramente non rientrerebbero nell’acquisizione i contenziosi e i crediti problematici, di cui MPS è piena. Non a caso MPS è stata l’unica delle quattro banche italiane che, inserite nel campione delle principali 50 banche europee, non ha superato lo stress test della Bce, che si poneva il compito di verificare le capacità di resistenza delle singole banche in caso di crisi acuta. Quello che rimarrebbe fuori dalla acquisizione sarebbe pari a 6,2 miliardi di contenzioso legale, 2-2,5 miliardi di crediti deteriorati (inesigibili) e 1,5 miliardi di crediti ad alto rischio, cioè che si apprestano a diventare deteriorati. Tutte le attività rifiutate da Unicredit andrebbero in una “bad company” che rimarrebbe in capo al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), cioè al privato andranno le parti profittevoli, mentre allo Stato rimangono le parti in perdita. Privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite. Ma non basta. Come abbiamo accennato sopra, resterebbero esclusi dalla acquisizione circa 150 sportelli bancari soprattutto nelle regioni del Sud (in maggioranza in Sicilia e Puglia). Inoltre, ed è uno degli aspetti più importanti della privatizzazione, la profonda ristrutturazione delle attività di MPS porterà a prepensionamenti e pensionamenti di circa 5-7 mila addetti, che rappresentano un quarto dell’organico della banca. Gli esuberi verranno finanziati attraverso il fondo esuberi e saranno anche questi a carico del pubblico per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno a 1-1,2 miliardi.
Lo Stato è entrato in MPS dopo una lunga agonia della banca, che è cominciata nel 2008 con l’acquisizione di Antonveneta per circa 10 miliardi, più 7 miliardi di indebitamento infragruppo con la banca spagnola Santander, la precedente proprietaria. Una cifra esagerata rispetto al reale valore di Antonveneta, anche alla luce di ispezioni della Banca d’Italia che ne mettevano in luce le debolezze. Da quell’acquisizione la banca senese, incappata nel 2008 anche nella crisi dei subprime e nel 2012 nella crisi dei debiti sovrani, non si è più ripresa, “bruciando” in tutto questo periodo ben 23,5 miliardi di euro. Negli ultimi dieci anni ci sono state ben quattro ricapitalizzazioni per un totale di 18,5 miliardi, in gran parte pagate dallo Stato. Nel 2017 lo Stato, viste le difficoltà della banca, ne ha rilevato il controllo, attraverso il MEF, erogando 5,4 miliardi, di cui 3,9 miliardi per assumere la quota del 64,2% di Mps che ai prezzi di Borsa valeva appena 700 milioni.
All’epoca a capo del MEF era Pier Carlo Padoan, che più tardi fu eletto in Parlamento nelle liste del Pd a Siena, e che ora siede come presidente nel consiglio d’amministrazione di Unicredit. Per Unicredit il guadagno è assicurato: la Borsa ha visto segnare un aumento del 2,8% delle azioni Unicredit il giorno dell’annunzio dell’avvio della acquisizione. Ad ogni modo, il MEF metterà in sicurezza l’architettura dell’intera operazione. Lo Stato devolverà a MPS oltre 2 miliardi in crediti d’imposta, a cui si aggiungono 2 miliardi di ricapitalizzazione (1,5 miliardi a carico del MEF), resisi necessari dopo lo stress test dei giorni scorsi, gli oneri per le uscite volontarie dei lavoratori, e infine le cause legali e i crediti inesigibili, che, come abbiamo detto, resteranno in capo al MEF. La somma degli oneri per lo Stato non si può ancora calcolare, ma dovrebbe oscillare tra i 5 e i 10 miliardi, che rappresentano un cospicuo regalo al futuro proprietario di quanto rimane di profittevole di MPS. In cambio è probabile che il MEF entrerà nell’azionariato di Unicredit con una quota del 4-5%, che è un pacchetto ininfluente sugli equilibri dell’azionariato e sulla governance dell’istituto di credito.
Il MPS è una realtà molto importante per Siena, il cui Pd locale è sempre stato legato alla banca. Oggi questo legame è più tenue, ma fino al 2012 il Pd, attraverso la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, controllava MPS. Padoan, eletto a Siena, ha dovuto abbandonare il suo seggio parlamentare quando è diventato presidente di Unicredit e a ottobre ci saranno le elezioni suppletive a cui per il Pd sarà candidato lo stesso segretario, Enrico Letta. L’acquisizione di MPS dovrà essere finalizzata a settembre e Letta rischia molto, per i contraccolpi che l’acquisizione avrà sulla città in termini di ruolo economico e di occupazione. Unicredit ha già detto di non essere interessata a mantenere la direzione della Banca a Siena perché sarebbe un inutile e costoso duplicato di funzioni. Quindi, le vicende di MPS potrebbero essere un rischio per l’elezione di Letta, anche perché Siena è già terreno di conquista del centro-destra che esprime il sindaco attuale.
Non bisogna dimenticare, infine, il ruolo che la Ue svolge nella vicenda di MPS. Nel 2014 MPS entra nel novero delle banche che sono sotto la vigilanza della Bce, cosa che implica la partecipazione agli stress test, che MPS non supera mai e che comportano le ricapitalizzazioni a catena che abbiamo visto. Inoltre, la privatizzazione di MPS è richiesta dalla Commissione europea che ha fissato come limite per l’uscita dello Stato dal capitale della banca il 31 dicembre di quest’anno. Obiettivo di Draghi è, quindi, chiudere l’operazione di vendita nel più breve tempo possibile, rispettando i dettami della Ue e superando le resistenze dei partiti. La filosofia dell’operazione è molto chiara. Le banche italiane, se vogliono essere competitive, devono ingrandirsi e internazionalizzarsi. Non a caso il recente stress test ha dimostrato che ad avere una maggiore resistenza e capacità di reazione sono le banche più internazionalizzate e grandi. Per andare all’estero, bisogna però, avere le dimensioni giuste e il processo di concentrazione in atto va in questa direzione. Lo Stato in questo processo ha un suo ruolo importante, tramite gli incentivi alle fusioni e, come nel caso del MPS, tramite l’accollamento delle perdite e degli oneri per i futuri disoccupati. Insomma, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.
Fonte
06/08/2021
Cessione di Mps a Unicredit, un regalo di Stato che esautora “la politica”
Un’affermazione categorica che dimostra, una volta di più, quanto “la politica” e le sue istituzioni tradizionali stiano subendo una rapida quanto profonda trasformazione di fronte all’incedere della competizione tra potenze economiche e poli imperialisti a livello internazionale.
Nella fattispecie, “maggioranza e opposizione” avevano richiesto con urgenza al ministro di riferire in Parlamento sull’operazione portata avanti dal Mef, la quale, a dispetto della sbornia da doppio oro olimpico nei 100 metri e nel salto in lungo, bucava l’opinione pubblica come un “regalo” per l’istituto di piazza Gae Aulenti.
La risposta di Franco, braccio destro di quel Mario Draghi con cui l’Unione europea vuole adeguare il sistema-Italia alle sfide che verranno, è imperativa e in piena continuità con il corso del governo in carica: i soldi li muoviamo noi (riforme della giustizia, concorrenza, fisco), a voi, “partiti tradizionali”, triturati da anni di pilota automatico, le gazzarre (a costo zero) buone per la finta contrapposizione in chiave elettorale, ma in questo gioco non toccate più palla.
I “due governi in uno” si mettono in riga e marciano spediti, con buona pace dei Salvini di turno – fai fatica ad attaccare in modo credibile il governo se sei il governo – e soprattutto della classe lavoratrice, che anche da questa operazione subirà, per stessa ammissione del ministro, licenziamenti a grappoli.
Il resto sono i dettagli che emergono anche dai maggiori organi d’informazione. Il piano di uscita del Tesoro da Mps (titolare ad oggi del 64,2% della banca senese) era in origine previsto per il 2022, e quella data deve essere rispettata, onde evitare esposizione a “rischi ed incertezze considerevoli e a seri problemi di competitività”.
La strategia di sviluppo della banca “ha obiettivi non conformi a quelli stabiliti dalla Commissione europea”, che prevede la riduzione costi fissata al 51% dei ricavi, mentre in base al piano si prevede il 74% nel 2021 e ancora il 61% al 2025.
Da qui, l’annuncio dei 2.500 esuberi su un parco dipendenti di poco più di 20.000 unità, numero di licenziamenti che potrebbe addirittura aumentare (raddoppiare, secondo alcuni analisti) “nel caso probabile in cui la Commissione Ue ponesse un obiettivo più ambizioso” nel rapporto costi-ricavi.
Dunque, che cessione sia, con tutta la tipica sottomissione delle istituzioni pubbliche/statali ai voleri della classe dominante – nella fattispecie, la borghesia transnazionale europea.
Già nel 2017, il ministero di via XX settembre aveva messo sul piatto 5,4 miliardi di denaro pubblico per salvare il Montepaschi, di cui 3,9 per il 64,2% delle azioni, crollate a circa 700 milioni di valore di mercato ai prezzi odierni.
Per rendere appetibile Mps serve allora una nuova iniezione miliardaria, la cui cifra esatta sapremo solo tra un mese e poco più, ma che Il Sole 24 Ore stima tra i 5 e i 10 miliardi di euro, tra crediti d’imposta (ossia mancate entrate fiscali per le casse statali) a favore di Unicredit (2 mld?), aumento di capitale a carico dello Stato (2,5 mld?), penali assicurative (1 mld?), oneri dei licenziamenti, cause legali.
In cambio, il Tesoro potrebbe ricevere una quota delle azioni di Unicredit, che nel caso di soluzione ritenuta più favorevole dalla banca potrebbe arrivare al 4-5%, un pacchetto considerevole, ma ininfluente sulla governance del gruppo.
Su cosa verte la contrattazione? Sui famigerati 4 miliardi di non performing loans, o Npl, acronimo che indica i crediti deteriorati, ossia quei debiti che molto difficilmente saranno onorati.
Di questi, Unicredit non vuole neanche sentir parlare, per cui la parte della banca senese che dovrebbe finire nella pancia del gruppo con sede a Milano è, guarda caso, solo quella buona, con valore di mercato. Gli Npl invece dovrebbero finire ad Amco, Spa controllata al 100% dal Mef specializzata proprio nella gestione e nel “recupero” dei crediti deteriorati.
Sull’operazione arriva anche il “benestare” dell’altro grande gruppo bancario operante in Italia, Intesa Sanpaolo, che per voce dell’ad Carlo Messina ha dichiarato che non opporrà “nessun ostacolo” all’eventuale acquisizione.
E ci mancherebbe, la concentrazione e la centralizzazione del capitale permette la formazione di quegli oligopoli in grado di aggirare il meccanismo concorrenziale su cui, formalmente, si muove il capitalismo, e di questi oligopoli Messina rappresenta una delle due facce della medaglia (l’altra è proprio Unicredit).
Tendenza al monopolio, avrebbe scritto un saggio filosofo, guidata proprio dalla concorrenza nel “passaggio al suo negativo”. Quella concorrenza che in questi giorni ha inondato le analisi del paese e non solo, rilanciata dalle parole di Biden, e su cui comunque l’antitrust dell’Ue giura di vigilare per i mesi avvenire sugli aiuti di Stato.
Nel frattempo, tutto sembra mettersi in posizione per l’ennesimo regalo di Stato. Che i partiti si adeguino.
Fonte
02/03/2021
Migrazioni per ricchi. Dalla politica ai veri centri di potere
La Fondazione in questione viene presentata come “un ponte attraverso il quale far circolare idee, programmi e progetti”, ed opererà per trasferimento di tecnologie tradizionali ed innovative e per l’alta formazione ed il trasferimento capacitivo.
Aree geografiche di interesse della formazione per i fini anzi detti saranno l’Africa mediterranea oltre a Medio ed Estremo Oriente, ovvero “l’orto di casa nostra” e l’area geografica di maggior espansione economica in questo momento storico.
Si può proprio dire l’uomo giusto al posto giusto! Minniti, per i passati incarichi politici ricoperti sia alla giuda politica delle nostre strutture informative, sia al Ministero degli Interni, conosce bene i paesi mediterranei, e le loro dinamiche interne ed internazionali, sia palesi sia nascoste, mentre per l’estremo oriente si presenta comunque come interlocutore presentabile e, soprattutto, affidabile.
Dovrà presumibilmente curare l’incremento della vendita delle armi italiane in quei paesi, ma soprattutto creare, mantenere e curare, contatti di tipo politico ad alto livello per incrementare le relazioni economiche: vuoi mettere Minniti con Di Maio?
Alcuni mesi fa anche l’On. Maurizio Martina, pure lui esponente del Partito Democratico e già ministro dell’agricoltura si è dimesso da parlamentare, per andare a ricoprire il ruolo di Vice Direttore Generale aggiunto della FAO (mica roba da poco), un ruolo fatto apposta per lui, infatti se è “aggiunto” vuol dire che un titolare della carica già c’era, e c’è tuttora. Chi di dovere ha creato appositamente una casella per lui.
Il ruolo è di primaria importanza non solo a livello internazionale, ma anche interno, eventuali eccedenze produttive della nostra agricolture, tipo il riso, eventualmente potrebbero essere ora acquistate dalla FAO con più facilità rispetto a prima.
A completare il quadro delle dimissioni da parlamentare di eletti nelle file del PD c’è Pier Carlo Padoan, già ministro dell’economia e delle finanze nei governi Renzi e Gentiloni, dal 22 febbraio 2014 al 1 giugno 2018, che è stato nominato componente del CdA di Unicredit e che ne diventerà presidente.
Sinceramente non credo che la nave stia affondando, evento da cui i topi scappano, ma ritengo che stiamo assistendo ad un ricollocamento mirato di esponenti del PD in posti chiave di altissimo potere, sia a livello nazionale che sovranazionale, atti a garantire, oltre alle fortune personali, anche un reale peso di una parte del ceto politico del così detto centro-sinistra per il dopo Draghi.
Si dà evidentemente per scontato che le prossime elezioni saranno vinte dal così detto centro-destra, ma piazzando propri uomini in alcuni posti chiave ci si assicura di contare nel “potere reale” molto di più di quanto i risultati elettorali possano poi assicurare in quello politico.
Tra pochi mesi si aprirà la partita delle nomine in 500 consigli di amministrazione di importantissimi enti economici controllati, in tutto o in parte, dallo Stato. Le nomine le farà Draghi, ed oltre a nomi di diretta emanazione del mondo e degli interessi che lui rappresenta sarà interessante vedere, e capire, chi e dove le varie “bande” che operano oggi nel palcoscenico politico nazionale metteranno i loro uomini.
Il potere reale di questo nostro paese si sta ridisegnando, il mondo e l’Italia post pandemia non saranno come prima, i cambiamenti stanno già avendo luogo, in molti casi senza che ce ne rendiamo conto; il futuro sembra campo di battaglia di ristrettissime oligarchie internazionali, come sempre pronte a governare politica ed economia, in difesa dei loro interessi di classe e gettando sempre più ai margini economici e sociali vaste masse di esseri umani (quanto sta succedendo nell’agricoltura indiana ne è un esempio paradigmatico).
Contro tutto questo è sempre più necessario che tutte le forze comuniste ed anticapitaliste, con tutti i loro attuali limiti, facciano fronte comune.
Fonte
06/11/2019
Quelle banche che lavorano per il declino del paese
Banca Intesa, uno dei due principali istituti di credito italiani, ha presentato la sua trimestrale rivelando di aver conseguito utili superiori alle attese degli analisti (3,3 miliardi, nei primi nove mesi dell’anno), ma di certo non si accontenta.
Il suo amministratore delegato, Carlo Messina, ha infatti contestualmente illustrato un piano per aumentare vertiginosamente gli introiti. Come? “Mobilizzando” i 240 miliardi di risparmi degli italiani – di tutte le classi sociali che hanno un conto in banca, magari anche solo per ricevere stipendio o pensione –, convincendo quei correntisti timorosi ad affidarsi al “risparmio gestito”. Ossia alle Sgr controllate dalle banche.
In tal modo, va da sé, ci sarebbe un aumento delle entrate da commissioni e la banca potrebbe evitare di trasferire sui clienti i tassi di interesse negativi che da qualche tempo vanno scontando grazie ai quantitative easing della Bce.
Unico problema: per “convincere” davvero i prudentissimi risparmiatori italiani ad affidarsi alla speculazione finanziaria c’è necessità che lo spread tra Btp e Bund scenda sotto i 100 punti.
Su questo Messina è esplicito: “Se il governo farà il lavoro giusto di portare lo spread sotto i 100 punti base ci sarà una crescita significativa delle masse gestite e quindi un aumento delle commissioni”.
Cosa deve fare un governo per far scendere lo spread sotto quella quota? Ma è semplice! Deve superare le stesse richieste dell’Unione Europea e del Fiscal Compact, “sorprendere i mercati” con politiche di austerità severissime che riducano davvero il debito pubblico, et voilà... quei soldi “dormienti” sui conti correnti prenderanno a svolazzare in giro per il mondo, all’interno di “portafogli gestiti” da professionisti del settore.
L’a.d. Messina non sembra cogliere il lato debole della sua pensata. Per attuare quelle politiche di austerità bisogna tagliare la spesa pubblica, i servizi sociali (sanità, pensioni, istruzione, ecc), tenere bassi i salari e moltiplicare la precarietà del lavoro. Insomma, fare “politiche deflazionistiche” che comprimono la domanda interna e anche il “risparmio”.
Peggio ancora. Tagliando la spesa sociale, molti di quegli anonimi “correntisti” saranno costretti a metter mano ai risparmi per pagarsi cure mediche, istruzione per i figli, ecc. Insomma, a svuotare i conti, altro che darli in gestione alle banche...
Messina, che sa fare il suo mestiere, obbietterebbe che – in fondo – la quota di risparmi dormienti in mano a lavoratori dipendenti è poca roba. Il grosso di quei 240 miliardi appartiene infatti a titolari di imprese che hanno preferito “tesaurizzare” i profitti invece di investirli in attività produttive.
E qui è il punto. Se le imprese hanno raccolto – o sottratto – valore nella produzione in questo paese, le banche dovrebbero (secondo la funzione che dicono di assolvere) “convincerle” a investire in un incremento delle attività. Facendo così crescere l’economia del paese, aumentare la domanda interna e anche la massa dei profitti.
Invece no. Le banche dicono ai proprietari/azionisti delle imprese “date quei soldi a noi, li porteremo noi all’estero investendo in attività finanziarie anziché produttive”. Di fatto, lavorano per il degrado accelerato del paese e per la crescita dei propri profitti.
Borghesia compradora, viene definita di solito. Pirati arricchiti che sognano soltanto di scappare con il proprio “tessoro” in qualche paradiso fiscale e turistico.
Gente da spazzare via al più presto, per riprenderci in mano il nostro destino.
Fonte
23/07/2019
Unicredit - Aumentati gli utili ma vuole licenziare 10mila dipendenti
Sulla notizia dell’ulteriore “taglio di teste” (la professione preferita dagli odiosi e ricchissimi manager) per ora c’è il prevedibile no comment, da parte della banca. Sabato in una intervista a Milano Finanza l’amministratore delegato di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, aveva spiegato che dettagli e strategia del nuovo piano saranno comunicati a dicembre. “Transform 2019 è stato un piano di ristrutturazione nell’ambito del quale ci siamo concentrati sulla pulizia dell’attivo, sul controllo dei costi e sul rafforzamento dei ratio di capitale” – aveva annunciato il numero uno di Unicredit – “Nel nuovo piano invece “lavoreremo molto di più sulla trasformazione di Unicredit”.
Eppure il gruppo Unicredit ha chiuso il primo trimestre del 2019 con un utile netto di 1,39 miliardi, in rialzo del 24,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il risultato è superiore agli 1,19 miliardi previsti dagli analisti, anche se è influenzato da voci “congiunturali” legate a cessioni immobiliari (258 milioni) e al rilascio di accantonamenti per la liquidazione delle sanzioni Usa (320 milioni). L’utile rettificato escludendo le vendite di immobili è stato comunque in crescita dell’1,5% annuo a 1,1 miliardi.
UniCredit conferma per fine 2019 gli obiettivi di ricavi a 19,8 miliardi, costi a 10,4 miliardi, utile netto a 4,7 miliardi. Per raggiungerli sono disponibili a far fuori 10mila persone in carne ed ossa dai propri organici. E poi qualcuno si domanda perché odiare i ricchi e i banchieri?
Fonte
18/02/2019
Crisi in atto. I mercati finanziari chiedono più droga monetaria
Così, mentre tutti gli opinion maker davano per sostanzialmente superato lo choc sistemico del 2007-2008 – per quanto in modo molto diseguale (l’Italia, per esempio, non ha mai recuperato i livelli pre-crisi) – ecco che la recessione è tornata a soffiare sui mercati globali. In Italia è anche “tecnicamente” ufficiale (due semestri con Pil negativo, seppure di poco), nel mondo è ormai alle viste.
I grandi attori (Usa, Cina e Unione Europea), quelli in grado di condizionare in parte il processo critico, stanno seguendo strade diverse. E già questo, come si sente dire, “preoccupa i mercati”. In dettaglio: i cinesi hanno varato un piano di stimoli finanziari e fiscali di dimensioni ciclopiche, puntando soprattutto su infrastrutture globali (Via della Seta e oltre); gli statunitensi puntano a ridiscutere in modo unilaterale tutti gli accordi commerciali, e intanto la banca centrale (Federal Reserve) ha stoppato il suo piano di progressivo rialzo dei tassi d'interesse, che aggraverebbe la recessione alle porte; la Bce è immobile e sembra incerta sul da farsi (tra fine dell’espansione monetaria e del mandato dell’attuale presidente, Mario Draghi, e ritorno alla “normalità” prevista dai dogmi ordoliberisti).
In questa empasse, che non può durare a lungo, entra a piedi uniti Erik Nielsen, capo economista globale di Cib Research (Unicredit).
La richiesta è semplice: la Bce deve contrastare questa tendenza “naturale”, anche a costo di portare a zero i tassi ed essere espansiva senza limiti di tempo.
Non si parla ovviamente del significato profondo di una simile politica. Che è banale quanto sconvolgente per le “certezze” liberiste: i mercati, da soli, non possono reggere, occorre una quantità infinita di droga monetaria perché restino nella situazione attuale.
Non si tratta insomma neanche di una “soluzione”, ma del semplice mantenimento dello statu quo. Ovvero della “stagnazione secolare” che data in pratica dall’inizio del millennio (esplosione della bolla della .net economy, nel 2000).
In attesa di cosa? Non viene detto da Nielsen, ma è già stato spiegato da molti decision maker, in modo obliquo e mai esplicito: si attende che la competizione globale tra macro-aree continentali produca, per selezione naturale, il tracollo di una o più di queste economie, riaprendo dunque la dinamica della “ricostruzione” e assorbimento dentro un mercato diversamente configurato.
Più o meno quello che è avvenuto con la prima e la seconda guerra mondiale, e poi con il crollo del “socialismo reale”. Possibilmente senza guerra guerreggiata, perché altrimenti è un compito che passerebbe ai topi...
Il candidato più accreditato, al momento, sembra proprio l’economia europea, gestita in modo criminale – negli ultimi 30 anni – dall’ordoliberismo inscritto nei Trattati Ue.
A voi l’articolo da Milano Finanza *, che dà conto dell’allarme lanciato da Nielsen.
La politica commerciale di Trump ha portato a danni concreti all’economia globale e l’Europa sta soffrendo. I Paesi periferici non investono, i colossi Usa li evitano. E lo spettro ora è di una Grande Recessione, che la Bce potrebbe fermare, a costo di portare a zero i tassi ed essere espansiva senza limiti di tempo.
Elena Dal Maso *
L’Europa ha bisogno di stimoli di politica fiscale e monetaria a causa anche del danno concreto e visibile che sta facendo il presidente Usa, Donald Trump, sul fronte della politica commerciale. Lo scrive Erik Nielsen, capo economista globale di Cib Research (UniCredit Bank, Londra) nel suo ultimo Morning Wrap.
Il sentiment è in calo in tutto il mondo e ha cominciato a danneggiare gli investimenti, con effetti concreti sul commercio globale in calo nelle principali economie quali Ue, Cina e Stati Uniti. Pechino, dal canto suo, spiega Nielsen, sta mettendo a punto un programma di stimolo impressionante e persino la Fed ha cambiato i suoi orientamenti di politica monetaria in materia di rialzo dei tassi. Ma, sottolinea l’economista, mentre la Bce ha espresso preoccupazione, non ha finora dato indicazioni chiare di voler cambiare direzione, per non parlare di muoversi nel concreto, determinando uno stato di attuale incertezza.
Secondo Nielsen, a questo punto Francoforte dovrebbe agire sia con aggiustamenti attraverso politiche mirate a debolezze congiunturali, sia a strumenti in grado di agire sui problemi strutturali. A questo si aggiunga che viviamo in un ambiente globale competitivo, in cui la digitalizzazione richiede un approccio molto più mirato agli investimenti e all’istruzione.
Durante gli anni di austerità, molti Paesi periferici dell’Ue hanno tagliato gli investimenti pubblici fino a due punti base del pil, portandoli al 2,0%-2,5%, mentre la Germania ha limitato i suoi investimenti ai livelli attuali al 2% del prodotto interno lordo. Si tratta della metà di ciò che hanno fatto i Paesi scandinavi, in termini di nuove tecnologie e globalizzazione. E i loro investimenti rappresentano uno degli impegni più limitati rivolti alle infrastrutture pubbliche dell’area Ocse. Non sorprende che la Scandinavia ora abbia il più alto livello di digitalizzazione del settore pubblico nell’Ue.
Un’altra questione di una certa rilevanza è la tassazione in Europa, che dovrebbe essere armonizzata. L’economista di Unicredit cita una ricerca di Brad Setser di CFR secondo cui le aziende statunitensi hanno investito otto volte più in Olanda che in Germania, otto volte più in Lussemburgo che in Francia, e dieci volte più in Irlanda che in Italia. La Bce deve reagire a questo, anche perché sono trascorsi ormai anni di inflazione al di sotto dei target previsti dalla Banca centrale europea. E oggi le aspettative inflazionistiche tedesche a 10 anni (misurate dalle obbligazioni indicizzate all’inflazione) sono inferiori all’1% per la prima volta dal 2016.
E’ un’altra ragione per cui la Bce dovrebbe annunciare un altro round di Tltro a 3 anni con un tasso fisso pari a zero (anche se la versione a tasso variabile che dovrebbe essere annunciata andrà bene lo stesso.) Il programma di Targeted Long Term Refinancing Operation è importante, perché interviene come strumento per affrontare il meccanismo di trasmissione del denaro ancora mal funzionante.
Tuttavia questo meccanismo di trasmissione è compromesso fin dalla nascita dai tassi negativi (-0,4% il costo del denaro nell’Eurozona). E i tassi negativi non vengono trasferiti ai clienti delle banche (in alcuni Paesi per motivi legali), quindi agiscono come una semplice imposta sulle banche. E qui Niesel si chiede: in un momento in cui la Bce vuole che le pmi e le altre società dell’economia reale ricevano credito a condizioni allettanti, perché tassano gli intermediari?
Per l’economista “la sensazione è che la maggior parte delle persone a Francoforte capisca questa contraddizione, ma, in un momento in cui anche meccanismi complessi di politica monetaria devono essere spiegati al pubblico generale attraverso la stampa, i membri della Bce faticano a trovare un ragionamento semplice e concreto per far capire l’importanza di riportare i tassi a zero”.
Invece la Bce dovrebbe parlare “in maniera più aggressiva sugli obiettivi di inflazione, promettendo di reinvestire l’intero portafoglio per tutti gli anni che serviranno in modo da far rialzare finalmente il costo della vita secondo gli obiettivi di Francoforte. E, se necessario, aggiungere un altro round di Quantitative Easing”, conclude Nielsen.
Fonte
11/08/2018
Turchia - Crolla la Lira. Gli effetti arrivano in Europa
La crisi si è riflessa anche sui titoli di Stato con rendimenti che sono schizzati ai massimi storici. Il titolo con scadenza a un anno mostra un rendimento del 21%, il triennale ha superato il 23%. L’effetto Turchia si è abbattuto anche sulle borse europee (in modo particolare Milano, Francoforte, Parigi, in misura minore Londra). La Borsa di Milano ha accusato una caduta del 2,80%. Lo scivolone della Borsa di Milano è alimentato dal comparto bancario con UniCredit che lascia sul terreno oltre il 6% per la sua esposizione in Turchia, ma ribassi rilevanti si sono verificati anche per Intesa Sanpaolo con un -4,95% e Ubi -4,65%. Unicredit possiede il 41% della banca turca Yapi Credi Bank.
Il contagio turco non ha risparmiato i titoli di Stato con il rendimento del Btp a 10 anni in salita al 2,96% mentre si allarga lo spread con il Bund a 260 punti per effetto della corsa agli acquisti sul decennale tedesco.
Sulla crisi turca pesano indubbiamente le aspettative sull’inflazione che, dopo aver già raggiunto il 15% nel mese di luglio, potrebbe continuare a salire se – come pare – la presidenza eserciterà pressione sulla banca centrale affinché i tassi restino bassi. Ciò porterebbe ad un ulteriore surriscaldamento dell’economia turca. La corsa dei prezzi rischia di erodere, inoltre, la crescita reale del Pil: il governo ha già tagliato le previsioni della crescita annua dal 5,5% al 4%.
Ma la crisi finanziaria in Turchia sembra avere anche un evidente “agente esterno”: gli Stati Uniti. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato via Twitter l’inasprimento dei dazi verso Ankara: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”.
L’acciaio turco è una delle maggiori voci delle esportazioni, con un valore di 11,5 miliardi di dollari, pari al 7% delle esportazioni totali. Fino all’anno scorso erano proprio gli Stati Uniti il primo importatore dell’acciaio turco, prima che i precedenti dazi riducessero gli scambi fra i due Paesi, portando gli Usa al terzo posto.
Il 2 agosto scorso, il dipartimento del Tesoro Usa ha sanzionato il ministro dell’Interno e quello della Giustizia della Turchia per il rifiuto di quest’ultima di liberare il pastore statunitense Andrew Brunson, arrestato nel 2016 con l’accusa di aver partecipato al fallito colpo di stato del 2016 contro Erdogan. Il Congresso ha inoltre temporaneamente bloccato la vendita degli F-35 alla Turchia.
Il presidente turco Erdogan ha dichiarato che la Turchia “non perderà la guerra economica”. Già ieri sera Erdogan aveva parlato di una “campagna contro la Turchia”, esortando i connazionali a non temere le conseguenze della crisi della valuta nazionale. E oggi li ha poi invitati a vendere la valuta straniera di cui dispongono in modo da rafforzare la lira turca.
Fonte
21/12/2017
Una buona notizia. Boschi affossa Renzi e il Pd
Ma le conseguenze della deposizione di Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, sono un fatto politico. Dunque dobbiamo prenderne tutti atto.
La vicenda è nota, l’hanno ripetuta tutte le televisioni e i siti per una giornata intera: Ghizzoni ha riferito che Maria Elena Boschi, allora ministro “per le riforme costituzionali”, era andata da lui a chiedergli se la sua banca potesse assorbire Banca Etruria. Ovvero l’istituto vice-presieduto dal padre del ministro. “Mi chiese di valutare l’acquisizione della banca di Arezzo”.
E’ stata così confermata la “rivelazione scandalosa” contenuta nel libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore – fra l’altro – del Corriere della Sera e de IlSole24Ore. Circostanza prima negata dalla “signorina Meb” e ora ammessa sotto la rassicurante qualifica di “normale interesse all’economia del proprio territorio”.
Già questo, in una normale democrazia parlamentare, sarebbe sufficiente per pretendere – non “chiedere” – le dimissioni della signorina Meb da qualsiasi carica pubblica.
Peggio ancora. Ghizzoni ha dato conto anche delle pressioni fatte da Marco Carrai, con una mail in cui candidamente scriveva: “Ciao, Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti”. Come si fa in certi ambienti per caldeggiare l’assunzione di un raccomandato in qualità di scopino...
Carrai, però, non è un personaggio qualsiasi. Amico d’infanzia di Renzi, era anche colui che gli aveva messo a disposizione un appartamento quando era solo sindaco di Firenze. E quello che Renzi voleva investire della delega ai servizi segreti, visto che la sua attività imprenditoriale è nel campo della cyber security, ossia intercettazioni, controllo, controspionaggio (tra privati), blindatura di sistemi informatici, ecc. Non arrivò su quella sedia per l’opposizione compatta di tutti i corpi militari – “servizi” compresi – perché prefigurava una situazione intollerabile: le agenzie di spionaggio al servizio diretto di un singolo cittadino momentaneamente presidente del consiglio senza mai esser stato investito di un voto popolare. Magari non era questa la vera motivazione (i servizi hanno molto pelo sullo stomaco), magari c’erano altri interessi da tutelare, ma già solo il fatto di provare un colpo simile certifica da parte di Renzi una “cultura di governo” incompatibile con l’assetto costituzionale del paese.
Si aggiunga il fatto – reso noto in queste ore – che tra le “amicizie” (non feisbukkiane) di Carrai c’è gentaccia come Tony Blair o Michael Ledeen (romanziere ed ex capostazione della Cia in Italia), e il quadro assume contorni davvero horror...
Insomma: se Carrai riferisce “mi hanno chiesto di sollecitarti” significa “Renzi me l’ha chiesto”. Ma se è un Carrai a ricordartelo, puoi sentire tutto il peso di “poteri molto forti” sulle tue spalle (e dire che l’ad di Unicredit non è esattamente un “potere debole”). E, come riferisce Il Fatto, “sarà un caso, ma dopo il no all’acquisto della banca aretina la legge sui crediti fiscali – che interessava anche Unicredit – si arenò” in Parlamento. Senza spiegazioni. Risultato: un danno da 300 milioni per la prima banca italiana. Diciamo che quelli del “giglio magico” sanno come farsi capire...
Gli ultimi due giorni di audizioni in Commissione stanno insomma producendo un risultato opposto a quello voluto da Renzi quando ha preteso l’istituzione della Commissione stessa. Doveva servire ad addossare a Ignazio Visco e alla Banca d’Italia i fallimenti di un buon numero di banche italiane, sta affossando questa banda di provincia investita di poteri troppo grandi per i loro circuiti neuronali.
Basta guardare la preoccupazione con cui il dirttore di Repubblica, stamattina, arriva a chiedere alla Boschi di “farsi da parte per salvare i Dem”. Troppo poco e troppo tardi, perché è mediaticamente impossibile – dopo quattro anni di ammiccamenti e tacchi a spillo – disgiungere l’immagine della signorina Meb da quella di Renzi e dunque dal capo assoluto del Pd.
L’effetto politico è dunque evidente a tutti. I sondaggi vedono il Pd crollare di un punto a settimana. Per il 4 marzo – probabile data delle elezioni – rischia di finire addirittura sotto il 15%, il che finirebbe per eliminare l’asse portante del sistema politico degli ultimi dieci anni.
E’ una buona notizia.
Fonte
11/12/2017
[Roma] Chi pagherà lo Stadio del(la) capitale?
In questo modo si chiude una vicenda dalla lunghissima gestazione. Primo proponente di uno stadio di proprietà dell’ASRoma fu infatti Dino Viola, indimenticato Presidente della Roma scudettata 1982-83, ma anche imprenditore degli armamenti e senatore della Democrazia Cristiana fra il 1983 e il 1987. Ne parlò nel 1985, ma non se ne fece nulla. Arriviamo così al settembre 2014, quando l’attuale Presidente James Pallotta e il Sindaco Marino raggiungono un accordo definitivo per realizzare il nuovo stadio presso l’ex ippodromo di Tor di Valle. La scelta dell’area non è un caso: essa appartiene a Luca Parnasi, ultimo erede di una delle più importanti famiglie di costruttori romani, partner di Pallotta nel progetto stadio nonché esposto per oltre 450 milioni di euro verso Unicredit – va da sé che l’istituto bancario è uno dei più grandi sponsor dell’operazione.
Il progetto viene gestito dall’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo, che autorizza da un parte il cambio di destinazione d’uso dell'area (da parco attrezzato a luogo in cui sorgeranno, insieme allo stadio, centri commerciali e uffici) e un fortissimo incremento delle cubature; dall’altra, però, vincola Pallotta e soci al finanziamento di opere pubbliche per oltre 200 milioni di euro (circa il 30% dell’investimento totale) da realizzare prima dell’apertura dello stadio. Da questo punto di vista, questa operazione rappresenta un enorme passo avanti rispetto gli ultimi 30 anni di urbanistica romana, in cui i privati si accordavano in maniera informale con il Comune per limitare le opere pubbliche da finanziare a meno del 10% dell’importo totale dell’opera, da realizzare solo successivamente al completamento degli edifici privati. Certo, anche in questo caso la giunta Marino è rimasta fedele alla sua impostazione legalista e liberale, non rinunciando a delegare al privato l’iniziativa urbana e lasciando nelle sue mani la gestione e i profitti del bene pubblico. Nonostante ciò, il Movimento 5 Stelle è riuscito nell’ardua impresa di farcela rimpiangere!
Quando nel 2016 arriva in Campidoglio, il Movimento 5 Stelle promette discontinuità e cambiamento. E all’inizio un cambiamento sembra esserci davvero, con il neo-assessore all’urbanistica Paolo Berdini che denuncia l’operazione stadio come un’enorme speculazione edilizia, utile solo agli interessi del capitalismo finanziario e immobiliare. Ma come sappiamo dopo pochi mesi Berdini viene allontanato dalla Giunta, e lo stadio viene rilanciato in pompa magna dalla Sindaca, che nel febbraio 2017 presenta il nuovo progetto, in cui a furor di popolo sono stati eliminati i tre edifici più alti. In questo modo la Raggi riesce a tagliare le cubature del 40% circa, ma insieme a queste riduce anche le infrastrutture che il privato si era impegnato a realizzare di oltre il 70%.
Ovviamente l’ASRoma non poteva che gioire di questo cambiamento, che la alleggeriva di oneri di costruzione per oltre cento milioni di euro; ma questa modifica non costituisce solo un gigantesco favore all’ASRoma, ma anche un drammatico problema per l’urbanistica cittadina: infatti, anche un bambino capisce che riducendo le cubature destinate ad uffici, non si riducono le infrastrutture di cui ha bisogno uno stadio moderno. Esattamente come nella prima versione del progetto, più di 50.000 tifosi si riverseranno tutti insieme e nell’arco di poche ore nell’area di Tor Valle; ma mentre nel primo caso Pallotta era obbligato a costruire, fra le altre cose, il prolungamento della Metro B, lo svincolo dell’autostrada Roma-Fiumicino e l’unificazione della vie del Mare-Ostiense, nel progetto del M5S il suo contributo è limitato a una mancetta di circa 50 milioni di euro, da spendere in nuovi treni per la Roma-Lido e poco altro.
Di fronte a una visione così miope, in cui a vincere sono solo Pallotta, Parnasi e Unicredit, inizialmente il gruppo PD regionale, capeggiato da Nicola Zingaretti, aveva bloccato il progetto M5S per l’evidente carenza di infrastrutture; per una volta, sembrava che il PD potesse schierarsi dalla parte della cittadinanza, non tanto per credo politico quanto almeno per convenienza elettorale. Ma purtroppo i nostri eroi proprio non ce l’hanno fatta a dire no al grande capitale del nostro paese; anzi è stato proprio il Ministro dello Sport Luca Lotti, renziano della prima ora, a sbloccare la situazione, impegnandosi a finanziare insieme al Ministro dei Trasporti Graziano Del Rio con circa 100 milioni di euro di soldi pubblici il secondo ponte previsto nel progetto della Roma, alla cui creazione il PD regionale aveva vincolato il proprio assenso. E così, senza nuove linee metro ma con due nuovi ponti entrambi a carico dell’erario statale, si conclude una vicenda istituzionale in cui vediamo ancora una volta come anche in Italia, quando c’è una precisa volontà politica, esista la possibilità di sfondare il vincolo del debito e finanziare opere strategiche; peccato che questo processo sia sempre a vantaggio di poche aziende, e mai di chi ne ha veramente bisogno.
Oggi tutti festeggiano, il capitalismo, la politica, l’informazione ma anche la maggioranza dei tifosi della Roma, convinti che il nuovo stadio spalancherà loro le porte del successo sull’onda del tanto decantato modello inglese. Ma in cosa consiste questo modello inglese? Se lo stadio di proprietà è diventato l’unico strumento possibile per mantenere in attivo i bilanci di una società sportiva e garantirne la competitività internazionale, bisognerebbe allora farsi una domanda: come si produrranno, concretamente, questi nuovi introiti? Basta guardare l’Inghilterra per scoprire la risposta: a pagare saranno i tifosi stessi, quelli che vivono il calcio come uno sport popolare, con passione e attaccamento. Quest’anno chi vuol vedere una partita del Chelsea o dell’Arsenal, paga per biglietti “economici” circa 100 €: quanti dei giallorossi che oggi celebrano il nuovo stadio se lo potrebbero permettere? Dietro il modello inglese c’è quindi un preciso progetto di sostituzione sociale, che mira a fare degli stadi dei luoghi di divertimento a cui solo la classe medio-alta può permettersi l’accesso. Sciaguratamente i tifosi della Roma, i più grandi promotori di quest’opera, sono anche le prime vittime di questo raggiro.
Forse l’aspetto più inquietante di tutta questa storia è l’ennesima dimostrazione che oggi in Italia il modello economico, sociale, ambientale e sportivo sia sempre lo stesso, un modello per cui imprenditori, costruttori e banche fanno profitti milionari pagati dalla collettività. In questo senso lo stadio dell’ASRoma non è così diverso dalle più famose vicende di cronaca di questi anni, in cui si privatizzano le risorse e si socializzano i debiti attraverso la progressiva distruzione di diritti, comunità e territorio.
Fonte
23/06/2017
La grande truffa delle banche venete
Ideologia? Giudicate voi...
Da circa tre anni le due principali banche venete – Veneto Banca e Popolare di Vicenza – navigano in acque pessime, pure avendo centinaia di sportelli, migliaia di dipendenti e centinaia di migliaia di correntisti. Colpa delle “sofferenze”, dei “crediti incagliati” o peggio ancora “inesigibili”. Ovvero di prestiti concessi e non restituiti, né restituibili.
Non stiamo parlando di poveri lavoratori che hanno acceso un mutuo presso questi istituti – per loro non c’è possibilità di fuga o di non restituzione, grazie all’ipoteca che grava sull’immobile – ma di imprese più o meno grandi, di imprenditori, faccendieri e truffatori ben ammanicati. Una parte delle imprese è stata travolta da dieci anni di crisi, che hanno dissanguato anche gli “eroi” delle mitiche filiere del Nordest, i distretti, ecc., ora costretti a diventare contoterzisti (fabbricanti di componenti che poi verranno assemblati altrove) per conto delle filiere tedesche. Ma una parte ancora più grande delle “sofferenze” riguarda un mondo di magliari più o meno legato alla politica o alle varie massonerie locali, tutti naturalmente travestiti da imprenditori.
Queste due banche avrebbero ormai dovuto prendere la strada obbligata delle imprese fallite: liquidazione coatta amministrativa, nomina di uno o più commissari da parte del governo, vendita delle attività in positivo per soddisfare almeno in parte i creditori.
Strada certamente dolorosa, per i dipendenti che avrebbero perso il lavoro, ma ancora di più per gli azionisti e gli “obbligazionisti senior”, quelli professionali. In alternativa, secondo le infami regole fissate di recente dall’Unione Europea, si sarebbe potuto ricorrere al bail in, massacrando anche in questo caso azionisti e obbligazionisti, ma anche i normali correntisti con più di 100.000 euro depositati (e solo per la quota eccedente, visto che fino a quella cifra c’è la garanzia dello Stato). E’ la strada fatta percorrere a Banca Etruria e altri tre istituti regionali (CariChieti, Banca Marche, CariFerrara), rifilando una clamorosa sòla ai tanti ignari “obbligazionisti subordinati” – ossia “non garantiti” – cui le banche in genere rifilano carta straccia aziendale.
Ma, come spiega anche Luigi Zingales: “In un sistema ideale, dove i bond vengono venduti solo agli investitori istituzionali, il bail-in è corretto. In Italia, dove sono stati rifilati alle famiglie, no”. Dunque Pier Carlo Padoan e Gentiloni hanno preferito non bissare la pessima esperienza renziana su Etruria e le altre, preferendo attendere che arrivasse un “cavaliere bianco” in grado di salvare il salvabile.
Peccato che il cavaliere in questione si sia presentato con le fattezze di avvoltoio di Banca Intesa, che ha offerto un euro – 1 euro – per “comprare” soltanto le parti buone delle due banche venete. Ossia sportelli, conti correnti e dipendenti. Mentre pretende che le “sofferenze” – quantificate dal Sole24Ore in almeno 20 miliardi – vengano comprate da qualcun altro. In più, pretende anche un fondo di risoluzione per sistemare i dipendenti che riterrà eccedenti, dunque da licenziare (fondendo tre banche radicate nel territorio andranno come minimo smaltiti i doppioni che prima si facevano concorrenza).
Diciamo la verità: a fare i banchieri così sono buoni tutti, anche noi. Anzi, potremmo offrire anche 2 euro – il doppio! – per fare esattamente la stessa operazione e magari salvare qualche posto di lavoro in più.
Fin qui tutto sembra andare secondo le famose “regole di mercato”: due banche vanno verso il fallimento, una terza è disposta a prendersele, naturalmente buttando a mare tutto quello che non le serve e potrebbe provocare danni (sofferenze, debiti, cause legali, ecc). Il problema è però: chi diavolo mai dovrebbe farsi avanti per “comprare” le parti deteriorate che non valgono più nulla, pagandole per di più a “valore di libro” (gli importi esatti dei prestiti non restituiti e fin qui tenuti tra le “attività”)?
Solo un imbecille patentato, ovvio, un pollo da spennare.
E questo imbecille si sta facendo avanti. Si chiama Stato italiano e intende mettere 20 miliardi per tappare un buco immenso da cui non tornerà mai indietro un euro.
Ovviamente si tratta di soldi nostri, pagati con le tasse oppure dirottati verso questo scopo, anziché verso la spesa pubblica sociale (sanità, pensioni, istruzione, prevenzione calamità naturali, ecc).
Il governo aveva fiutato l’aria che spirava nelle banche già da tempo, e dunque a Natale 2016 aveva previsto un “fondo di garanzia” – guarda le coincidenze – da 20 miliardi, con cui eventualmente affrontare le prevedibili crisi nel sistema bancario. Il triplo netto di quanto speso in 15 anni per privatizzare Alitalia. Ci venne detto che si trattava solo di “garanzie”, ossia promesse di muovere soldi veri solo in casi straordinarissimi.
Il caso è ora qui. E basta da solo a fagocitare tutto quel tesoretto che sarebbe dovuto servire a coprire l’intero sistema bancario nazionale. E neanche va bene, così com’è.
Il governo dovrà infatti varare un decreto correttivo del vecchio fondo di garanzia, perché quello prevedeva solo due modalità di intervento pubblico: a) “l’acquisto di azioni delle banche per rafforzare patrimonialmente” gli istituti, oppure b) “garanzie su passività di nuova emissione”. Traduciamo: o per entrare nelle banche come azionista, per risanarle e magari guadagnarci qualcosa se l’operazione fosse andata a buon fine, oppure per consentire alla banca di reperire sul mercato nuova liquidità (le garanzie statali servono in questo caso a restituire credibilità operativa a un istituto che l’ha persa).
Qui, invece, si stratta di buttare soldi in un pozzo senza fondo, per soddisfare la marea di creditori che si presenteranno a riscuotere qualcosa che le due banche non potrebbero mai dare.
Si regalano soldi pubblici a operatori finanziari privati, insomma, che sarebbero stati altrimenti “bastonati” dal fallimento delle due banche.
Dov’è l’interesse pubblico, statuale, nell’operazione? Non c’è. Lo Stato non ottiene nulla in cambio, neanche la salvaguardia dell’occupazione. Le parti in attivo delle due banche, infatti, verrebbero prese da Intesa a gratis. Tutto il resto è fare da ufficiale pagatore verso privati.
Confermiamo l’offerta precedente. Anzi, l’alziamo: offriamo 10 euro per ognuna delle due banche, invece del misero euro dell’”offerta” di Intesa. Ce le date?
Come dite? Non siamo abbastanza delinquenti? Lo sospettavamo...
Fonte
20/05/2017
Boschi non querela De Bortoli, sconfitta certa
Ricordate l’intemerata di Maria Elena Boschi contro Ferruccio De Bortoli – ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 ore, 17 anni distribuiti in entrambe le cariche – reo di aver scritto nel suo ultimo libro che l’ex ministra (ora sottosegretaria, contestata, alla presidenza del Consiglio) aveva chiesto alll’a.d. di Unicredit Luigi Ghizzoni di salvare Banca Etruria? "La misura è colma – disse – ho già dato mandato ai miei avvocati"...
Non se ne fa più nulla. La querela non partirà. Almeno fino a quando l’avvocato difensore della giovine promessa aretina sarà Paola Severino, ex ministro della Giustizia, uno dei principali civilisti italiani. Lette le carte e studiato il caso, l’avvocato Severino ne ha concluso che sarebbe un suicidio, giudiziario e politico.
Fin quando la querela non parte, infatti, non ci sarà alcuna indagine. Intercedere per la banca vicepresieduta dal proprio genitore, infatti, non è un reato penale. E’ sicuramente un gesto rivelatore di un insanabile conflitto di interessi tra la funzione pubblica ricoperta e l’interesse privato, ancorché filiale. Ma questo riguarda la “coscienza istituzionale”, come si usa dire, dell’ex ministro/a. In altre parole, in un paese come la Francia o la Germania sarebbe stata costretta alle dimissioni... Ma se la Boschi decide di “adire alle vie legali” contro De Bortoli, allora ci sarà per forza un giudice obbligato ad ascoltare le parti (Maria Elena Boschi e lo stesso De Bortoli), oltre – ovviamente – all’unico testimone “terzo” di quel colloquio. Ossia Ghizzoni. Il quale, deponendo come “persona informata sui fatti” – ovvero come teste – sarebbe obbligato a dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Pena l’imputazione.
Per la Boschi questa eventuale deposizione non costituirebbe dunque un generico “rischio”, ma la certezza di una sconfitta giudiziaria.
Che porterebbe con sé, naturalmente, la sua fine politica.
Fonte
10/05/2017
Boschi-Etruria e la fogna in cui sguazza la politichetta italica
Una serie di “scandali” sembrano originare da informazioni riservate, rilevabili solo da organismi autorizzati ad intercettare chiunque – anche in proprio, senza autorizzazione della magistratura – ma fornite ad una parte politica per azzoppare gli avversari; oppure da avversari interni allo stesso partito. E’ il caso dei “fondi Addiopizzo”, su cui circola un audio “rubato” nel 2016, in cui un membro dello staff del Movimento Cinque Stelle palermitano accusa il candidato Ugo Forello – avvocato e attuale candidato sindaco del M5S – di aver messo in piedi un “circuito meraviglioso” in cui “si convincono gli imprenditori a denunciare, si portano in questura e gli avvocati diventano automaticamente uno tra Forello e Salvatore Caradonna”. Chiunque dei due ottenga l’incarico, l’altro viene nominato da Addio pizzo (un’associazione antiracket) come difensore di parte civile. In pratica, i due avrebbero costituito un mini-racket monopolizzando per via politica il piccolo ma remunerativo “mercato” degli imprenditori insidiati dalla mafia. Non proprio il massimo, in vista delle elezioni comunali...
Di genere appena diverso, ma diventato quasi “normale” nel corso dei decenni, è invece la messa in stato d’accusa davanti al Csm (Consiglio superiore della magistratura) del pm napoletano Henry John Woodcock – titolare dell’inchiesta su Romeo e la Consip, che ha coinvolto anche Tiziano Renzi, padre di cotanto figlio – per un’intervista in realtà mai data. Woodcock, infatti viene imputato per frasi dette parlando con altri magistrati e da qualcuno di questi riferite alla stampa. Coincidenza vuole, però, che il procedimento sia stato aperto dal procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo, uno dei trenta magistrati “salvati” dalla pensione grazie ad un decreto del governo Renzi. Una voce non certo “di sinistra” come quella di Pier Camillo Davigo – in quel momento presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex pm di “Mani pulite” – si alzò per dire che “questo governo vuole scegliersi i giudici”. Era accaduto anche ai tempi di Berlusconi e tutti avevano annuito...
Del resto, che al governo si facciano affari privati invece che pubblici – o addirittura contro gli interessi pubblici – non è una novità sconvolgente. Solo infame. Un esempio? L’inchiesta che ha portato in carcere Guido Fanelli, primario dell’ospedale di Parma, estensore della legge del 2010 che regola l’applicazione delle terapie del dolore. Un medico di grande livello, ben dentro il livello politico, tanto da essere chiamato a scrivere leggi, esprimere pareri decisivi nella promozione o bocciatura di un farmaco. Funzione importante e doverosa, se fosse fatta secondo scienza e coscienza. Purtroppo Fanelli – e dalle intercettazioni appare assolutamente consapevole di “muovere milioni” – preferiva farsi pagare dalle case farmaceutiche ogni giudizio, arrivando persino ad utilizzare i pazienti dell’ospedale come cavie inconsapevoli per testare i farmaci. "L’accordo lo facciamo io e te, facciamo come dici tu un carotaggio su 15/20 malate, le osserviamo, vediamo come va, pubblichiamo – nel senso che la cosa che interessa è che una volta quando abbiamo finito il carotaggio, facciamo un report ad uso interno”. O più rapidamente: “Facciamo noi lo studio di validazione (del farmaco, ndr), tanto i più forti siamo noi (...), venga da noi che le faccio vendere quella roba lì”. Scientifico, vero? Come corrotto, certamente...
Avete voglia di respirare aria pura? Beh, la notizia più normale viene da un maestro del giornalismo economico come Ferruccio De Bortoli, per 12 anni direttore del Corriere della Sera, per cinque anche de IlSole24Ore. Sta per uscire un suo libro – Poteri forti (o quasi) – in cui ad un certo punto, quasi distrattamente scrive: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.
E’ il momento in cui il caso della banca di papà Boschi (era il vicepresidente, non un impiegatuccio) sta per esplodere, con la richiesta della Banca d’Italia di commissariarla. Non che in Italia manchino i modi, alla classe politica, di trovare soluzioni alle crisi bancarie, ma la procedura istituzionale è ormai codificata, come ricorda l’ottimo Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano: “Nei momenti di difficoltà di una banca è normale che i vertici del sistema, cioè il governo e la Banca d’Italia, chiedano riservatamente a un istituto più grande e più sano di intervenire per salvare la banca in crisi. Lo fanno di regola (non sempre) seguendo uno specifico galateo istituzionale. Le moral suasion emergenziali vengono fatte, con formale delicatezza, dal ministro dell’Economia e dal governatore della Banca d’Italia. Nei casi più drammatici scende in campo il presidente del Consiglio. Nei casi tragici può scendere in campo, in modo riservatissimo, anche il Quirinale. Non è un mistero che seguendo questo specifico cerimoniale il governo ha cercato a lungo e invano di convincere Intesa Sanpaolo a intervenire sul Monte dei Paschi”.
Tutt’altra cosa, ovviamente, è una figlia ministro che intercede per la banca di papà... Anche nel capitalismo più sfrenato, infatti, si cerca di stabilire un confine ai conflitti di interesse.
Per la cronaca, Maria Elena Boschi ha annunciato querela contro De Bortoli. Federico Ghizzoni tace (è prassi, per un banchiere). Voi a chi credereste?
Il fotomotaggio è di Dagospia
Fonte