Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Banca Etruria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Banca Etruria. Mostra tutti i post

02/01/2020

La mia banca è differente...

Il mondo è dei banchieri, si dice ed è vero. Ma non del tutto. O almeno non dappertutto.

Mettiamo in fila tre notizie. La prima riguarda l’Italia e una storia ormai “stagionata”: il crack di Banca Etruria – l’istituto dove Licio Gelli aveva aperto il conto per le iscrizioni alla Loggia P2.

La novità sta nel rinvio a giudizio, davanti al giudice monocratico del tribunale di Arezzo per bancarotta colposa, di Pierluigi Boschi e altri tredici ex dirigenti e consiglieri dell’ultimo cda dell’istituto di credito prima del fallimento. Secondo l’accusa tutti costoro non avrebbero vigilato su consulenze ritenute “inutili e ripetitive”. In pratica delle elargizioni senza alcun corrispettivo, mascherate come incarichi con parcelle per 4,5 milioni di euro affidati a Mediobanca e Bain e agli studi legali Zoppini di Roma e Grande Stevens di Torino (il cui titolare, Franzo, è stato famoso come “l’avvocato dell’Avvocato”, ossia di Gianni Agnelli).

Un reato minore, per il padre dell’ex ministra iper-renziana Maria Elena, dopo esser stato prosciolto per ben due volte, che non comporta particolari rischi (massimo della pena due anni e mezzo, ma col beneficio della condizionale e della “non menzione” al casellario giudiziario; ossia con la fedina penale che resta “pulita”).

Il caso di Banca Etruria è diventato famoso – oltre che per l’evidente collegamento politico con il “giglio magico” e per l’iperattivismo della ex ministra nel cercare qualche “salvatore” – per le migliaia di normali correntisti che sono rimasti truffati dopo esser stati “convinti” ad acquistare “obbligazioni secondarie” emesse dalla stessa banca, invendibili sul mercato e di valore zero al momento del fallimento.

Per tutto questo, insomma, non pagherà nessuno,

Effettivamente, dunque, si può dire che “il mondo è dei banchieri”. Qui da noi.

*****

Seconda notizia, sempre italiana: il crack della Popolare di Bari, controllata e diretta dalla famiglia Jacobini, che occupava tutti i ruoli dirigenti (presidente, vice, direttore generale, vice, ecc.) di una banca anch’essa guidata consapevolmente verso il fallimento.

Scrive il Corriere della Sera nell’articolo “Popolare di Bari, la girandola di ville e immobili degli Jacobini”, a firma di Federico Fubini: “In quel maggio 2016 il più giovane dei figli del banchiere Jacobini, il rampollo considerato più abile nelle operazioni finanziarie, deve compierne una delicata: trasferisce sette immobili in un fondo patrimoniale intestato a se stesso e alla moglie Amalia Alicino, che ha sposato cinque anni prima. L’intenzione dichiarata è di «far fronte ai bisogni della famiglia». La natura dei beni è sicuramente in grado di garantire il futuro di questo ramo degli Jacobini. I primi quattro immobili costituiscono un complesso di circa duemila metri quadri nella splendida cornice di Polignano a Mare. C’è poi la parte di Gianluca della nuda proprietà di un appartamento in un quartiere elegante di Bari che il padre aveva comprato vent’anni prima intestandolo ai figli; e la proprietà pro-quota di un altro appartamento di sette vani non lontano dall’ateneo cittadino.”

Che cosa c’è di strano o illegale? Nulla, secondo la legge. “Costituire un fondo patrimoniale per Gianluca Jacobini è un’operazione legittima per cercare di proteggere i beni di una famiglia, anche se a volte le giovani coppie ci pensano al momento di sposarsi e non anni dopo. Ma stavolta l’atto notarile cade in un momento particolare. Due settimane prima l’assemblea della Popolare di Bari si era rivelata la più dolorosa nella storia della banca: il bilancio approvato riporta per il 2015 una perdita molto pesante, 295 milioni, mentre i requisiti patrimoniali subiscono un’erosione di circa l’uno per cento. Per la prima volta la crisi inizia a farsi conclamata. Soprattutto, l’assemblea era stata il primo innesco del panico fra i quasi 70 mila azionisti della Popolare di Bari: delibera la riduzione da 9,53 a 7,5 euro del titolo della banca, dopo che nei due anni precedenti la banca aveva piazzato azioni alla clientela per 330 milioni. Migliaia di piccoli risparmiatori che cercavano di vendere le proprie quote, senza riuscirci, iniziano a capire che rischiano di perdere molto, o tutto. Proprio nella prima metà del 2016 la Banca d’Italia chiede alla Bari di indagare sulle operazioni “baciate” (prestiti concessi in contropartita di sottoscrizioni azionarie) e da giugno la vigilanza avvierà una nuova ispezione il cui esito sarebbe stato «parzialmente sfavorevole»".

Qui il meccanismo della truffa è molto simile a quello usato da Etruria: titoli non commerciabili venduti a clienti inconsapevoli (e non ben informati sui rischi), mentre i dirigenti della banca “si tutelano” da possibili richieste di risarcimento trasferendo le proprie (ricchissime) proprietà immobiliari in un “fondo patrimoniale” formalmente sganciato dalla famiglia stessa.

L’esperto Fubini capisce benissimo il senso e infatti scrive: “il risultato di fatto dell’operazione è che il banchiere rafforza le proprie difese contro eventuali azioni di responsabilità e richieste di risarcimenti – fondate o no, lo diranno i giudici — anche con le mosse successive. Nell’autunno 2018 la Consob sanziona infatti venti dirigenti della Bari, fra cui Gianluca Jacobini, per come hanno piazzato a clienti spesso ignari e impreparati dei titoli oggi di fatto azzerati. Il 2018 della banca si chiuderà con la perdita-monstre di 430 milioni. E il 4 gennaio 2019 l’uomo che in quel momento era ancora condirettore della Bari, presieduta da suo padre, ottiene dallo stesso istituto un mutuo ipotecario trentennale da 300 mila euro garantito dalla favolosa residenza di Polignano a Mare già messa nel fondo patrimoniale. La tenuta di conseguenza diventa ancora più difficile da aggredire con azioni risarcitorie”.

Insomma: anche se la magistratura dovesse infine processare gli Jacobini e condannarli, ai clienti truffati non verrà da loro restituito neanche un centesimo, perché si sono messi al sicuro molto prima che la situazione della banca precipitasse ufficialmente.

Anche in questo caso, dunque, si può dire che “il mondo è dei banchieri”. Qui da noi.

*****

La terza notizia è simile, ma con esito molto diverso. Scrive sempre il Corriere della Sera: il banchiere “Jiang Xiyun, è stato condannato a morte dal tribunale, con una ‘grazia’ temporanea di due anni, per aver incassato illecitamente una somma superiore ai 100 milioni di dollari.”

Cosa ha fatto, concretamente? “L’ex banchiere è stato ritenuto colpevole di aver trasferito 754 milioni di yuan (108 milioni di dollari) in azioni della Hengfeng sui suoi conti personali in un periodo che va dal 2008 al 2013. Avrebbe inoltre incassato mazzette per altri 60 milioni di yuan insieme a un altro manager della stessa banca”.

Le leggi cinesi sono ovviamente molto diverse da quelle italiane, ma il caso concreto non è molto differente. Un banchiere bastardo si carica sul conto personale somme che avrebbero dovuto restare nelle casse della Hengfeng Bank, compromettendone la funzionalità – insieme ad altre operazioni “spericolate” – fino al punto da dover essere salvata dallo Stato.

L’esito finale è però decisamente opposto: in Italia i banchieri “felloni” quasi sempre riescono ad evitare la galera e addirittura cercano di non rimetterci nemmeno un soldo proprio, in Cina vengono condannati a morte.

Come i nostri lettori sanno, siamo decisamente contrari alla pena di morte e persino all’”ergastolo ostativo” (che comunque non è mai stato comminato a nessun banchiere). Però l’impunita dei banchieri ci sembra decisamente inaccettabile.

La diversità di “sistema sociale”, oltre che giuridico, tra mondo occidentale e Cina emerge qui con notevole nettezza. Nonostante un per molti versi utopico tentativo di “utilizzare il capitalismo per creare la ricchezza su cui edificare il ‘socialismo con caratteristiche cinesi’”, che prevede un ruolo importante per le attività delle banche private, il mondo non è lì dei banchieri.

O perlomeno non lo è al punto da garantire loro l’impunità totale. Anzi...

Inutile castellarci sopra lunghi ragionamenti sulle “società di transizione”. Ci sembra sufficiente, per ora, sapere che c’è una certa differenza. E pure abbastanza importante.

P.s. Per chi si dovesse commuovere anzitempo per la sorte del banchiere condannato a morte, riportiamo la precisazione fornita dallo stesso Corriere: “secondo il diritto cinese una condanna a morte con un periodo di “grazia” può essere trasformata in una condanna a vita se la persona colpita dimostra, nel frattempo, una buona condotta”.

Resterà vivo, insomma, ma sconterà l’ergastolo.

Fonte

29/11/2018

Crisi economica e sistema bancario italiano

Per le banche italiane la crisi del 2007 si inserisce in un processo di concentrazione del capitale iniziato con le riforme bancarie a partire dal 1990 (si pensi alla legge Amato). Le direttive europee sono funzionali all’emersione di un capitale finanziario sovranazionale e dunque l’adeguamento legislativo deve consentire il superamento dell’istituto di diritto pubblico, lo sganciamento dalla norma costituzionale che prevede la tutela del risparmio, l’aumento di capitale (tramite ricorso ai mercati finanziari) necessario per trasformare le banche italiane in soggetti che competano a livello europeo e dunque la pressione sulle fondazioni (che garantiscono il rapporto della banca con il territorio su cui essa si proietta) affinché perdano la maggioranza dei pacchetti azionari. Nello stesso tempo si eliminano quelle norme legislative che impediscono il formarsi di banche che siano di deposito (rastrellando il risparmio delle famiglie) e d’investimento. Quest’ultimo processo sarà un fattore d’instabilità dal momento che implicitamente trasformerà i risparmiatori in investitori che di fatto sono sottoposti al rischio di perdere i loro risparmi.

Non a caso già in questi anni le banche italiane cominciano a piazzare alla loro clientela certificati di deposito e obbligazioni proprie invece che titoli del debito pubblico. Questo drenaggio farà sì che la percentuale di titoli del debito pubblico distribuita tra i cittadini tenderà a diminuire mentre aumenterà quella in possesso delle stesse banche (soggetti che contrariamente ai piccoli risparmiatori considerano questi titoli merce di scambio come tutte le altre rendendo così il debito pubblico più precario).

Tuttavia nel 2007, se il processo di concentrazione porta i cinque maggiori gruppi bancari italiani ad avere più del 50% del mercato italiano, l’integrazione delle banche italiane nel sistema finanziario internazionale è ben lungi dall’aver raggiunto livelli considerati soddisfacenti dagli opinion makers che si sprecano nel criticare un sistema che si ostina a vivere ancora di intermediazione bancaria. Sarà questo relativo arretramento (e le conseguente minore esposizione delle banche italiane) ad evitare un eccessivo coinvolgimento del sistema bancario nella crisi dei subprime. Piuttosto a rendere difficile la vita alle banche italiane saranno le ripercussioni sull’economia reale che, indebolendo la solvibilità di imprese e famiglie, aumenteranno la quantità di crediti deteriorati nella pancia degli istituti italiani e renderà questi ultimi più selettivi nel venire incontro alla richiesta di prestiti e mutui. Questo genera un circolo vizioso che assieme alle politiche economiche austeritarie aggraverà la portata stessa della crisi.

La concentrazione del capitale bancario in Italia forse è andata più avanti di quella del capitale industriale per cui sarebbero le grandi banche a dover fare credito alle piccole e medie imprese, ma la raccolta delle informazioni relative a queste ultime è troppo complessa e costosa per cui il razionamento del credito diventa eccessivo. A questo punto saranno le restanti banche popolari o di credito cooperativo a venire incontro alle esigenze delle piccole e medie imprese soprattutto nel Nord-Est. Questa rafforzata alleanza avrà piena rappresentazione politica nel rilancio della Lega di Salvini che fa propria l’istanza delle comunità locali della parte più ricca del paese a difendersi in un Europa che mette spesso a repentaglio il loro stesso benessere. Il razionamento del credito trova giustificazione anche in una minore presunta tutela giuridica del creditore (rispetto ad altri paesi) che disincentiva le banche a prestare soldi.

Negli altri paesi infatti il maggiore controllo del creditore sul debitore consente al tempo stesso una maggiore disponibilità del creditore a fare un prestito (se il miserabile non scappa da sotto il tavolo il ricco epulone gli può concedere le briciole).

Il peso dei crediti deteriorati diminuirà la redditività delle banche e consentirà a queste una patrimonializzazione comunque inferiore alle altre banche europee. Il tentativo di recupero consisterà o nell’acquisto e incorporazione di altre banche o nella capitalizzazione attraverso il ricorso ai mercati finanziari e alla pletora dei clienti. Questi tentativi porteranno però anche ad esiti indesiderati: per il Gruppo Monte Paschi l’acquisto di Antonveneta in un quadro di crisi e di flessione degli asset sarà il classico passo più lungo della gamba e nel suo caso sarà lo Stato ad intervenire direttamente. Quella che però è più significativa è la vicenda delle quattro banche interessate da parentele interne allo stesso governo Renzi.

Qui assistiamo alla capitalizzazione degli istituti di credito tramite obbligazioni acquistate dalla clientela al dettaglio, obbligazioni subordinate che sono sequestrabili nel caso di fallimento della banca. Così il bail in europeo (modalità di risoluzione di una crisi bancaria che esclude il ricorso all’intervento dello Stato), in nome della libera concorrenza, trasforma (come abbiamo detto) i risparmiatori in investitori che si assumono un rischio nel momento stesso in cui versano i propri risparmi o acquistano azioni e obbligazioni bancarie. Il suicidio del pensionato correntista di Banca Etruria è l’effetto collaterale che denuncia la natura classista di queste politiche.

Ancora più grave è il processo d’incorporazione del debito pubblico da parte delle banche italiane. Avviato come si è visto negli anni Novanta, esso si è accelerato in quest’ultimo decennio. Nel 2009 il controvalore era di ben 220 mld di euro. Nel 2015 però era raddoppiato (445 mld di euro) giungendo a più del 20% dell’ammontare dell’intero debito pubblico. Un abbraccio mortale tra Stato e sistema bancario in cui apparentemente non si capisce chi sia il carnefice e chi la vittima. Si potrebbe dire anche che la politica economica di un governo potrebbe mettere in crisi il bilancio delle banche (ad es. in presenza di un aumento dello spread). Tuttavia si capisce che il sistema bancario se in prima istanza ha comprato questi titoli perché considerati sicuri sta in realtà esercitando il suo diritto di creditore e con questo diritto condiziona la politica economica italiana.

La presenza nel governo Monti del già amministratore delegato di Intesa San Paolo Corrado Passera è il modo con cui il creditore mette i piedi nel piatto e detta allo Stato italiano (assieme allo stesso Monti, delegato del capitale sovranazionale) cosa fare e cosa non fare.

Questo intreccio vischioso viene criticato in Germania per ragioni di competizione tra sistemi bancari e sistemi paese. La sua persistenza costituisce una relazione pericolosa che ci suggerisce che il tunnel del divertimento per l’Italia non è ancora finito.

Fonte

25/12/2017

Dalle necropoli a Yalta: le volte in cui MEB tentò di piazzare la banca

L’elenco delle persone importanti con cui Maria Elena Boschi ha parlato di Banca Etruria verrà pubblicato a dispense: sono centoottantasei volumi di quattrocento pagine l’uno, elegantemente rilegati, ma consiglio di tenere un po’ di posto nella libreria per quando usciranno gli aggiornamenti, come una volta l’Enciclopedia Britannica. Tutti gli incontri sono stati smentiti dall’interessata, anche con roboanti annunci di querele. Nella grande opera non mancano spunti storici, di costume, le ricostruzioni testimoniali, alcune tavolette di cera, papiri, molti sms, che – come dice la stessa Maria Elena al Corriere – lei cancella raramente e quindi può usare per sputtanare o intimorire qualcuno di qui e di là, se dovesse servire.

Già in alcune necropoli etrusche sono state rinvenute iscrizioni e figure evocative che rivelano l’incessante zelo di Maria Elena Boschi. Su monete e vasellame si ritrova spesso l’effigie di questa donna bionda che tenta di vendere a tutti una banca fallita. Alcuni storici del primo secolo avanzano l’ipotesi che le ultime parole di Giulio Cesare non fossero dedicate al tradimento di Bruto, ma alla visita di una misteriosa dama, per cui prima di spirare pare abbia detto: “Oh, no, ancora quella che vuol vendermi Banca Etruria!”.

Per questioni storiografiche è difficile tornare più indietro nel tempo, anche se in alcune pitture rupestri si vede chiaramente una donna che offre una banca decotta in cambio di sette pelli di mammuth, due punte di freccia e il segreto del fuoco.

Per venire a tempi più vicini, sembra che intorno al 1530 Cortés, deciso a sterminare gli Aztechi, avesse con sé una determinatissima conquistadora che lo consigliava: “Aspetta, Hernàn, prima del vaiolo proviamo a smollargli Banca Etruria”. Non si sa come andò a finire, cioè se la scomparsa di alcune civiltà precolombiane vada addebitata anche a questa misteriosa spacciatrice di banche, in ogni caso lei ha tutti gli sms di Montezuma e se serve li mostrerà alla stampa.

Il Medioevo è sicuramente il periodo più difficile da ricostruire: i funzionari delle agenzie, authority, banche centrali, ministri del tesoro, consiglieri cambiavano spesso. Le testimonianze si fanno numerose, confuse, contraddittorie e sono molte le domande che restano senza risposta. Corrisponde a verità che il rogo di Giovanna d’Arco fosse alimentato, oltre che da fascine di legna, da prospetti per gli azionisti di Banca Etruria? E’ vero che Bonifacio VIII era interessato all’offerta?

Di sicuro c’è che Maria Elena Boschi contattò Luigi XVI – anche grazie alla mediazione del gentiluomo uomo di corte Verdini – e che la trattativa stava per andare in porto: Banca Etruria in cambio di un bilocale a Parigi, due cavalli alsaziani e un servizio di porcellane custodito a Versailles, ma quei gufi della rivoluzione francese fecero saltare l’accordo.

Pochi sanno che la famosa foto di Yalta, quella con Roosevelt, Churchill e Stalin, è un abile montaggio, e dall’inquadratura è stata cancellata Maria Elena Boschi che offriva Banca Etruria al nuovo ordine mondiale. Roosevelt e Churchill non ci cascarono nemmeno per un secondo, ma Stalin ci fece un pensierino inaugurando così la tradizione dei comunisti che dicono speranzosi: “Abbiamo una banca?”. Poi non se ne fece nulla per colpa della guerra fredda. Quanto ai verbali e ai documenti custoditi nell’Area 51, in Nevada, sono secretati, ma qualcosa trapela, e sembra che una giovane donna abbia chiesto agli alieni di acquisire Banca Etruria, ma senza fare pressioni.

Gli storici, com’è ovvio, studiano alacremente i molti volumi dell’opera, e cercano riscontri, anche se per una ricostruzione dei fatti sarebbero di grande importanza i numerosi sms “del mondo del credito e del giornalismo” che Maria Elena Boschi, come se fosse un avvertimento, dice di conservare.

Fonte

21/12/2017

Una buona notizia. Boschi affossa Renzi e il Pd

Come spesso ci accade di dire, avremmo fatto volentieri a meno di occuparci di certe cose maleodoranti. C’è sempre la sensazione che ti si appiccichino addosso, anche se ovviamente sei solo un osservatore (molto) esterno.

Ma le conseguenze della deposizione di Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, sono un fatto politico. Dunque dobbiamo prenderne tutti atto.

La vicenda è nota, l’hanno ripetuta tutte le televisioni e i siti per una giornata intera: Ghizzoni ha riferito che Maria Elena Boschi, allora ministro “per le riforme costituzionali”, era andata da lui a chiedergli se la sua banca potesse assorbire Banca Etruria. Ovvero l’istituto vice-presieduto dal padre del ministro. “Mi chiese di valutare l’acquisizione della banca di Arezzo”.

E’ stata così confermata la “rivelazione scandalosa” contenuta nel libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore – fra l’altro – del Corriere della Sera e de IlSole24Ore. Circostanza prima negata dalla “signorina Meb” e ora ammessa sotto la rassicurante qualifica di “normale interesse all’economia del proprio territorio”.

Già questo, in una normale democrazia parlamentare, sarebbe sufficiente per pretendere – non “chiedere” – le dimissioni della signorina Meb da qualsiasi carica pubblica.

Peggio ancora. Ghizzoni ha dato conto anche delle pressioni fatte da Marco Carrai, con una mail in cui candidamente scriveva: “Ciao, Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti”. Come si fa in certi ambienti per caldeggiare l’assunzione di un raccomandato in qualità di scopino...

Carrai, però, non è un personaggio qualsiasi. Amico d’infanzia di Renzi, era anche colui che gli aveva messo a disposizione un appartamento quando era solo sindaco di Firenze. E quello che Renzi voleva investire della delega ai servizi segreti, visto che la sua attività imprenditoriale è nel campo della cyber security, ossia intercettazioni, controllo, controspionaggio (tra privati), blindatura di sistemi informatici, ecc. Non arrivò su quella sedia per l’opposizione compatta di tutti i corpi militari – “servizi” compresi – perché prefigurava una situazione intollerabile: le agenzie di spionaggio al servizio diretto di un singolo cittadino momentaneamente presidente del consiglio senza mai esser stato investito di un voto popolare. Magari non era questa la vera motivazione (i servizi hanno molto pelo sullo stomaco), magari c’erano altri interessi da tutelare, ma già solo il fatto di provare un colpo simile certifica da parte di Renzi una “cultura di governo” incompatibile con l’assetto costituzionale del paese.

Si aggiunga il fatto – reso noto in queste ore – che tra le “amicizie” (non feisbukkiane) di Carrai c’è gentaccia come Tony Blair o Michael Ledeen (romanziere ed ex capostazione della Cia in Italia), e il quadro assume contorni davvero horror...

Insomma: se Carrai riferisce “mi hanno chiesto di sollecitarti” significa “Renzi me l’ha chiesto”. Ma se è un Carrai a ricordartelo, puoi sentire tutto il peso di “poteri molto forti” sulle tue spalle (e dire che l’ad di Unicredit non è esattamente un “potere debole”). E, come riferisce Il Fatto, “sarà un caso, ma dopo il no all’acquisto della banca aretina la legge sui crediti fiscali – che interessava anche Unicredit – si arenò” in Parlamento. Senza spiegazioni. Risultato: un danno da 300 milioni per la prima banca italiana. Diciamo che quelli del “giglio magico” sanno come farsi capire...

Gli ultimi due giorni di audizioni in Commissione stanno insomma producendo un risultato opposto a quello voluto da Renzi quando ha preteso l’istituzione della Commissione stessa. Doveva servire ad addossare a Ignazio Visco e alla Banca d’Italia i fallimenti di un buon numero di banche italiane, sta affossando questa banda di provincia investita di poteri troppo grandi per i loro circuiti neuronali.

Basta guardare la preoccupazione con cui il dirttore di Repubblica, stamattina, arriva a chiedere alla Boschi di “farsi da parte per salvare i Dem”. Troppo poco e troppo tardi, perché è mediaticamente impossibile – dopo quattro anni di ammiccamenti e tacchi a spillo – disgiungere l’immagine della signorina Meb da quella di Renzi e dunque dal capo assoluto del Pd.

L’effetto politico è dunque evidente a tutti. I sondaggi vedono il Pd crollare di un punto a settimana. Per il 4 marzo – probabile data delle elezioni – rischia di finire addirittura sotto il 15%, il che finirebbe per eliminare l’asse portante del sistema politico degli ultimi dieci anni.

E’ una buona notizia.

Fonte

19/12/2017

Padoan scarica la Boschi (e Renzi)

Si rafforza ogni giorno la sensazione che la struttura portante del capitale multinazionale, finanziario e non, stia cambiando cavallo e dunque stia scaricando Matteo Renzi e la sua banda di baldi arrivisti.

La randellata arrivata ieri dal ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, è di quelle che fanno davvero male. Stava deponendo davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, voluta proprio dal Pd renziano per “provare” le colpe della Banca d’Italia nei numerosi scandali bancari degli ultimi anni. L’accusa, com’è noto, è quella di “mancata vigilanza” o addirittura di manipolazione del sistema tramite “consigli” sulle fusioni da effettuare tra istituti bancari.

Ma al centro sono finiti quasi subito gli incontri di Maria Elena Boschi con numerosi esponenti di primo piano del “sistema”, in cui la ex ministra delle “riforme costituzionali” e attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio in qualche modo perorava la causa di Banca Etruria, il cui vicepresidente era al tempo suo padre. Un clamoroso caso di conflitto di interessi, come minimo, che la “signorina Meb” prova da tempo a confutare alzando cortine fumogene (“normali incontri istituzionali”) o smentite presto smentite da altre testimonianze.

Fin qui, comunque, il sistema di protezione della Boschi aveva in qualche misura funzionato. La falla più grossa era stata aperta dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che aveva ammesso di aver incontrato la Boschi e di aver parlato di Banca Etruria, sia pure in termini generici. La reazione era stata furiosa e vagamente minacciosa (“Forse Vegas si è scordato, ma ho i messaggini, il 29 maggio 2014 lui mi chiese di incontrarci in modo inusuale a casa sua alle 8 di mattina. Io ho detto no, semmai alla Consob o al ministero...”), sollevando anche qualche pruderie da rotocalco.

Inevitabilmente, però, il problema era posto: Maria Elena Boschi si è interessata di banche pur non avendo alcuna delega governativa in materia (le “riforme costituzionali”, in effetti, sono argomento alquanto lontano dai caveau, anche se forse meno di quanto si possa pensare). E quindi lo ha fatto per iniziativa personale (addirittura familiare, visto il ruolo del padre) o su incarico informale del ministro competente?

Il ministro in questione è per l’appunto Padoan, tutt’ora in carica con Gentiloni. Che ha deposto scandendo queste parole:

“Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione”. Del resto, la responsabilità del settore bancario “è in capo al Ministro delle finanze che d’abitudine ne parla con il Presidente del Consiglio”. Anzi: “le discussioni a livello di governo sulle questioni relative a banche in situazioni di difficoltà avvenivano in modo molto continuo tra presidente del Consiglio e me, poi ci sono state altre rare occasioni in cui queste cose venivano discusse in gruppi più ampi di governo ma essenzialmente la discussione sui casi bancari è stata tra il presidente del Consiglio e il sottoscritto”.

La traduzione politica è semplice: la “signorina Meb” si è mossa per i fatti suoi, io non ne sapevo niente. Con un colpo di coda in più: il coinvolgimento del Presidente del Consiglio d’allora, cioè Renzi. Il quale ovviamente veniva informato delle questioni finanziarie rilevanti dal ministro e quindi – teoricamente – avrebbe potuto a sua volta informare la Boschi sugli sviluppi delle vicende riguardanti la banca vicepresiduta dal padre.

La banca toscana è stata poi “mandata in risoluzione” (tecnicamente fallita) insieme ad altri tre istituti.

Ma Padoan ha seminato anche altri “suggerimenti” che suonano implicitamente come un “toglietemi dai piedi questi dilettanti”. Per esempio quando ha dichiarato “Mi risulta che la nostra normativa sul conflitto di interessi sia una buona normativa. Si tratterebbe forse di applicarla con decisione”. Se fosse stato fatto, se ne può dedurre, non staremmo qui a trascinarci un caso come questo...

Di più ancora. Padoan ha indirettamente difeso l’operato complessivo della Banca d’Italia – e del suo governatore, Ignazio Visco, che Renzi voleva far rimuovere e che oggi sarà sentito dalla stessa Commissione d’inchiesta – sostenendo che “Pur riconoscendo che in alcuni singoli casi la vigilanza poteva fare meglio, ciò avveniva in contesto di cambiamento delle norme europee e di crisi economica”. Ma una simile insufficienza si è manifestata solo nel caso delle “banche venete”, su cui Padoan ha infierito: “Quello che avevo in mente è che ci possono essere stati ostacoli nella vigilanza” e “quello delle banche venete è un esempio nel quale la vigilanza non si è potuta esperire completamente. Negli altri casi non sono in grado di dire cosa sia successo in ognuno di essi”.

Padoan non è esattamente un pivello. Ha una storia come economista di formazione Pci (è stato anche nel Comitato Centrale della regione Lazio), poi Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia e quindi vice segretario generale dell’Ocse, fino a diventarne capo economista. Insomma, un “tecnico che sa di politica”, espressione diretta degli organismi sovranazionali che hanno fin qui governato la globalizzazione favorendo al massimo le “riforme” neoliberiste.

La sua deposizione, insomma, è stata qualcosa più di un siluro.

Fonte

18/12/2017

Banca Etruria: tanto tuonò che piovve

Dunque, non ci avevo visto male, un mese e mezzo fa, quando scrissi che la sparata di Renzi contro Bankitalia era solo guerriglia preventiva nei confronti della commissione Banche dove stava covando l’attacco su Banca Etruria e che su questo si sarebbe giocato un bel pezzo di campagna elettorale. Stiamo assistendo all’affondamento del Pd e questo è il colpo di grazia.


Colpisce la velocità con cui tanti stanno abbandonando la barca che affonda e, a leggere Repubblica e l’Huffinghton in questi giorni, sembra di legge “Il Fatto”: nessuna clemenza, Renzi e Boschi sono gentilmente invitati a farsi da parte per salvare il salvabile della ditta Pd.

Il punto è che per il Pd non c’è più niente da fare. Possono anche pensare ad un veloce rimpiazzo con Gentiloni, in attesa di trovare un nuovo segretario, ma non bisogna essere frate indovino per prevedere la débacle elettorale del Pd.

Dicono che al Pd sono rassegnati ad un 25% (stessa quota di 5 anni fa) mentre temono un 20%: non hanno capito niente, se dovessero prendere il 20 dovrebbero andare scalzi alla Madonna di Lourdes per ringraziare.

Vedremo i sondaggi dei prossimi giorni, ma già da adesso non è difficile immaginare la via crucis che si prospetta davanti al Pd. Intanto per un po’ tutti continueranno a picchiare il tamburo sulla questione Etruria, ma subito dopo si aprirà la tragedia delle candidature.

Se ricordo bene il Pd ha un po’ più di 350 parlamentari, frutto in parte del premio di maggioranza indebitamente attribuitogli nel 2013, in parte della confluenza di Scelta Civica e di transfughi di Sel che hanno più che compensato gli scissionisti di sinistra. Di questa massa di deretani da allocare, è facile prevedere che, (per bene che vada e sperando che il quadrilatero “rosso” regga per gli uninominali) torneranno a sedersi non più di 150-160. E bisogna mettere nel conto le candidature degli esordienti (in particolare Renzi ne vorrà piazzare un po’) e forse qualche ospite come quelli provenienti da Capo Progressista o dagli alfaniani.

Insomma, degli attuali, forse ne rientreranno il 40%. Per di più, nessuno è in grado di prevedere dove avverrà la frana ed i seggi “sicuri”, fra capolista del proporzionale e collegi uninominali molto forti (ma ce ne sono ancora?) al massimo sono una quarantina alla Camera ed una ventina al Senato. La strage avverrà fra i numeri due ed i numeri tre dei listini e nei collegi uninominali in partibus infidelium.

Non ci vuole molto a capire che ci saranno risse da saloon per ottenere doppie candidature: la grande maggioranza dei candidati nei collegi uninominali chiederanno un buon piazzamento nei listini del proporzionale e i non capolista ugualmente vorranno almeno un paio di chances su cui puntare. E questo significa che o vanno tutti allo sbaraglio su una sola candidatura (ma chi accetterà di candidarsi senza nessuna speranza?) oppure, anche a concedere le doppie candidature con il bilancino del farmacista, già una bella fetta degli attuali parlamentari non sarà ricandidata.

E qui si porrà il problema delle minoranze: quanti posti vorrà concedere Renzi ad esse? E quale è la soglia oltre la quale si rischierebbe una nuova scissione? E quante fuoruscite individuali ci saranno?
Poi verrà la campagna elettorale che il Pd dovrà affrontare inesorabilmente da terzo, con la pressione di centrodestra e M5s che inviteranno al “voto utile”. Peraltro, la carta forte delle altre volte – il carisma di Renzi – non c’è più, perché ormai è polvere da sparo bagnata.

In queste condizioni, ditemi se il 20% non è una meta da leccarsi le dita!

Ed il peggio verrà dopo, quando il Pd sarà ufficialmente retrocesso nella serie B dei terzi o dei quarti: quanti ancora lo abbandoneranno?

A quel punto si aprirà ufficialmente il grande rimescolamento di carte del nostro sistema politico.

Fonte

01/12/2017

Renzi contro Bankitalia, scene da un paese moribondo

Tra Matteo Renzi e Licio Gelli (tappa intermedia, Silvio Berlusconi) c’è stata una costante lunga settant’anni: il bombardamento sistematico delle (poche) istituzioni repubblicane funzionanti con un briciolo di autonomia dal potere politico e/o partitico. Un processo lunghissimo, che sta ora arrivando al risultato finale.

La Banca d’Italia era stata fin qui una delle istituzioni più rispettate, tanto da esser considerata negli ultimi 30 anni una vera e propria “riserva della Repubblica”. Ovvero una fucina di funzionari di altissimo livello che potevano – in caso di difficoltà serissime nella gestione dello Stato (e di casi ce ne sono stati molti) – essere promossi a cariche governative di altissima responsabilità. Un elenco non lunghissimo, ma decisamente pesante, con nomi come Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Domenico Siniscalco; senza ovviamente dimenticare quel Mario Draghi che in molti – ma non in Italia – vorrebbero seduto a Palazzo Chigi.

Solo un idiota, un massone o un criminale – in uno Stato liberale preoccupato di sopravvivere – può dedicare tempo ed energie a smontare la credibilità dei vertici della Banca d’Italia. Il Pd renziano lo fa da almeno tre anni con una pervicacia al limite della persecuzione.

Sia chiaro. Dal nostro punto di vista Bankitalia è oggi una filiale della Bce, un garante dei vincoli monetari e finanziari fissati dai trattati che tengono in vita l’Unione Europea. Dunque un’istituzione che svolge una funzione pesante del determinare le politiche neoliberiste decise a Bruxelles e Francoforte, ma applicate qui come in altri paesi.

Sembra dunque incomprensibile che “il” partito di governo che fa dell’“europeismo” l’unico straccio sventolabile sia impegnato a minare proprio l’istituzione italiana più efficiente del dispositivo Ue.

Stiamo alla cronaca. Ieri il Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, è stato “audito” dalla Commissione parlamentare di indagine sulle banche presieduta da Pierferdy Casini e voluta fermamente da Renzi. Il procuratore ha portato botti di benzina sotto la pira su cui il duo Renzi-Boschi sogna ancora di bruciare Ignazio Visco, appena riconfermato come Governatore della Banca d’Italia dal presidente del consiglio piddino Paolo Gentiloni.

Si parlava di Banca Etruria e l’accusa a via XX Settembre è stata quella di “omessa o scarsa vigilanza”. Non è stato mai difficile, per gli uomini di Visco, dimostrare il contrario, visto che già nel 2013 (prima che Renzi entrasse a Palazzo Chigi trascinandosi dietro Maria Elena) scriveva: “si ritiene che la Popolare (Banca Etruria aveva quello status, ndr) non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Insomma: che o porta i libri in tribunale o si fa assorbire da un altro istituto di “elevato standing”.

Sulla porta, pronta a ingoiare Etruria, c’era un solo pretendente: la Popolare di Vicenza, guidata da Gianni Zonin, che non era affatto in condizioni migliori.

Tanto è bastato al procuratore Rossi per giudicare “strana” la posizione di Bankitalia, dipingendola come un suggerimento implicito all’allora cda di Etruria (in cui sedeva il padre della Boschi come vicepresidente) di “consegnarsi” ai vicentini.

E tanto è bastato ai renziani di stretta osservanza per scattare come un sol uomo in difesa del capo, della Boschi e di suo padre: “l’avevamo detto, noi!”.

Per la cronaca, bisogna anche sapere che un anno dopo Bankitalia rimproverava al cda di Etruria non di non essersi venduta ai veneti, ma di “non aver portato all’attenzione dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante”. Tradotto: i vertici di Etruria sapevano benissimo di essere tecnicamente falliti o quasi, che nessuno li voleva assorbire, e ciò nonostante nemmeno avvertivano i soci che un’offerta – per puzzolente che potesse essere – c’era. Quindi dritti verso il baratro, senza cercare neanche un’alternativa. Questo sì che è davvero “strano”...

Che si tratti di un “attacco politico” a Bankitalia è chiaro. Tutti fanno notare che il procuratore Rossi è stato consulente della Presidenza del consiglio fino a due anni fa. Insomma, l’accusatore subliminale di Visco era collaboratore di Renzi. Più che una coincidenza, un incidente...

Non ci addentreremo oltre nei contorti meandri della cronaca, anche per manifesta impossibilità di verificare le reciproche contestazioni. Ma ci appare chiaro che sulla vicenda delle banche fallite – che hanno tra l’altro truffato i propri correntisti rifilandogli obbligazioni non garantite spacciandole come “super-sicure” – si stia consumando uno scontro tra poteri piuttosto diversi e con riferimenti praticamente opposti.

Da un lato c’è l’istituzione tecnicamente più autorevole, coerente con la struttura “europea” che noi (nella nostra modestia) combattiamo. Dall’altra un grumo di interessi personali, familiari, massonici, locali, che per un miracolo di equilibri stranissimi è stato per tre anni ai vertici politici dello Stato e lì vorrebbe tornare presto, anche in coabitazione con Berlusconi e naturalmente senza dimenticare Verdini. E che pur di riuscirci è disponibilissima a distruggere quel poco che resta di “istituzioni credibili” in questo paese (dopo l’Iri, l’Istat, l’università, la scuola, la sanità, Alitalia, il trasporto pubblico, il sistema previdenziale e chi più ne ha più ne metta). Una disposizione distruttiva condivisa spesso, fin qui, proprio con quell’Unione Europea ordoliberista impegnata a distruggere il “modello sociale europeo”. Ma che gli si contrappone quando quella “livella” arriva a toccare “la robba mia”, quei piccoli anfratti oscuri entro cui un certo ceto politico-affaristico si riproduce e arricchisce.

E’ la storia della fogna italica, immutata nella struttura mentale, ma con qualche spin doctor più aggiornato.

Fonte

20/05/2017

Boschi non querela De Bortoli, sconfitta certa

Non ce ne frega molto degli scandaletti di potere, è risaputo. Ma alcune questioni sono troppo chiarificatrici per essere lasciate passare sotto silenzio.

Ricordate l’intemerata di Maria Elena Boschi contro Ferruccio De Bortoli – ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 ore, 17 anni distribuiti in entrambe le cariche – reo di aver scritto nel suo ultimo libro che l’ex ministra (ora sottosegretaria, contestata, alla presidenza del Consiglio) aveva chiesto alll’a.d. di Unicredit Luigi Ghizzoni di salvare Banca Etruria? "La misura è colma – disse – ho già dato mandato ai miei avvocati"...

Non se ne fa più nulla. La querela non partirà. Almeno fino a quando l’avvocato difensore della giovine promessa aretina sarà Paola Severino, ex ministro della Giustizia, uno dei principali civilisti italiani. Lette le carte e studiato il caso, l’avvocato Severino ne ha concluso che sarebbe un suicidio, giudiziario e politico.

Fin quando la querela non parte, infatti, non ci sarà alcuna indagine. Intercedere per la banca vicepresieduta dal proprio genitore, infatti, non è un reato penale. E’ sicuramente un gesto rivelatore di un insanabile conflitto di interessi tra la funzione pubblica ricoperta e l’interesse privato, ancorché filiale. Ma questo riguarda la “coscienza istituzionale”, come si usa dire, dell’ex ministro/a. In altre parole, in un paese come la Francia o la Germania sarebbe stata costretta alle dimissioni... Ma se la Boschi decide di “adire alle vie legali” contro De Bortoli, allora ci sarà per forza un giudice obbligato ad ascoltare le parti (Maria Elena Boschi e lo stesso De Bortoli), oltre – ovviamente – all’unico testimone “terzo” di quel colloquio. Ossia Ghizzoni. Il quale, deponendo come “persona informata sui fatti” – ovvero come teste – sarebbe obbligato a dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Pena l’imputazione.

Per la Boschi questa eventuale deposizione non costituirebbe dunque un generico “rischio”, ma la certezza di una sconfitta giudiziaria.

Che porterebbe con sé, naturalmente, la sua fine politica.

Fonte

10/05/2017

Boschi-Etruria e la fogna in cui sguazza la politichetta italica

La politica italiana di questi giorni è scaduta a livelli mai visti. E dire che ne abbiamo viste davvero tante...

Una serie di “scandali” sembrano originare da informazioni riservate, rilevabili solo da organismi autorizzati ad intercettare chiunque – anche in proprio, senza autorizzazione della magistratura – ma fornite ad una parte politica per azzoppare gli avversari; oppure da avversari interni allo stesso partito. E’ il caso dei “fondi Addiopizzo”, su cui circola un audio “rubato” nel 2016, in cui un membro dello staff del Movimento Cinque Stelle palermitano accusa il candidato Ugo Forello – avvocato e attuale candidato sindaco del M5S – di aver messo in piedi un “circuito meraviglioso” in cui “si convincono gli imprenditori a denunciare, si portano in questura e gli avvocati diventano automaticamente uno tra Forello e Salvatore Caradonna”. Chiunque dei due ottenga l’incarico, l’altro viene nominato da Addio pizzo (un’associazione antiracket) come difensore di parte civile. In pratica, i due avrebbero costituito un mini-racket monopolizzando per via politica il piccolo ma remunerativo “mercato” degli imprenditori insidiati dalla mafia. Non proprio il massimo, in vista delle elezioni comunali...

Di genere appena diverso, ma diventato quasi “normale” nel corso dei decenni, è invece la messa in stato d’accusa davanti al Csm (Consiglio superiore della magistratura) del pm napoletano Henry John Woodcock – titolare dell’inchiesta su Romeo e la Consip, che ha coinvolto anche Tiziano Renzi, padre di cotanto figlio – per un’intervista in realtà mai data. Woodcock, infatti viene imputato per frasi dette parlando con altri magistrati e da qualcuno di questi riferite alla stampa. Coincidenza vuole, però, che il procedimento sia stato aperto dal procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo, uno dei trenta magistrati “salvati” dalla pensione grazie ad un decreto del governo Renzi. Una voce non certo “di sinistra” come quella di Pier Camillo Davigo – in quel momento presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex pm di “Mani pulite” – si alzò per dire che “questo governo vuole scegliersi i giudici”. Era accaduto anche ai tempi di Berlusconi e tutti avevano annuito...

Del resto, che al governo si facciano affari privati invece che pubblici – o addirittura contro gli interessi pubblici – non è una novità sconvolgente. Solo infame. Un esempio? L’inchiesta che ha portato in carcere Guido Fanelli, primario dell’ospedale di Parma, estensore della legge del 2010 che regola l’applicazione delle terapie del dolore. Un medico di grande livello, ben dentro il livello politico, tanto da essere chiamato a scrivere leggi, esprimere pareri decisivi nella promozione o bocciatura di un farmaco. Funzione importante e doverosa, se fosse fatta secondo scienza e coscienza. Purtroppo Fanelli – e dalle intercettazioni appare assolutamente consapevole di “muovere milioni” – preferiva farsi pagare dalle case farmaceutiche ogni giudizio, arrivando persino ad utilizzare i pazienti dell’ospedale come cavie inconsapevoli per testare i farmaci. "L’accordo lo facciamo io e te, facciamo come dici tu un carotaggio su 15/20 malate, le osserviamo, vediamo come va, pubblichiamo – nel senso che la cosa che interessa è che una volta quando abbiamo finito il carotaggio, facciamo un report ad uso interno”. O più rapidamente: “Facciamo noi lo studio di validazione (del farmaco, ndr), tanto i più forti siamo noi (...), venga da noi che le faccio vendere quella roba lì”. Scientifico, vero? Come corrotto, certamente...

Avete voglia di respirare aria pura? Beh, la notizia più normale viene da un maestro del giornalismo economico come Ferruccio De Bortoli, per 12 anni direttore del Corriere della Sera, per cinque anche de IlSole24Ore. Sta per uscire un suo libro – Poteri forti (o quasi) – in cui ad un certo punto, quasi distrattamente scrive: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.

E’ il momento in cui il caso della banca di papà Boschi (era il vicepresidente, non un impiegatuccio) sta per esplodere, con la richiesta della Banca d’Italia di commissariarla. Non che in Italia manchino i modi, alla classe politica, di trovare soluzioni alle crisi bancarie, ma la procedura istituzionale è ormai codificata, come ricorda l’ottimo Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano: “Nei momenti di difficoltà di una banca è normale che i vertici del sistema, cioè il governo e la Banca d’Italia, chiedano riservatamente a un istituto più grande e più sano di intervenire per salvare la banca in crisi. Lo fanno di regola (non sempre) seguendo uno specifico galateo istituzionale. Le moral suasion emergenziali vengono fatte, con formale delicatezza, dal ministro dell’Economia e dal governatore della Banca d’Italia. Nei casi più drammatici scende in campo il presidente del Consiglio. Nei casi tragici può scendere in campo, in modo riservatissimo, anche il Quirinale. Non è un mistero che seguendo questo specifico cerimoniale il governo ha cercato a lungo e invano di convincere Intesa Sanpaolo a intervenire sul Monte dei Paschi”.

Tutt’altra cosa, ovviamente, è una figlia ministro che intercede per la banca di papà... Anche nel capitalismo più sfrenato, infatti, si cerca di stabilire un confine ai conflitti di interesse.

Per la cronaca, Maria Elena Boschi ha annunciato querela contro De Bortoli. Federico Ghizzoni tace (è prassi, per un banchiere). Voi a chi credereste?

Il fotomotaggio è di Dagospia

Fonte

13/06/2016

Il governo scarica il presidente della Consob?

In fondo, se metti la volpe a guardia del pollaio, cos’altro ti devi aspettare? Sembra arrivata a fine corsa la carriera di Giuseppe Vegas, nominato alla guida della Consob dal governo Berlusconi, nel 2010. Giurista di formazione, sempre con un piede nella pubblica amministrazione, democristiano di lungo corso, poi parlamentare di Forza Italia e Pdl, quindi viceministro dell’economia con Tremonti e infine arrivato alla guida dell’authority di controllo sulla borsa.

La correttezza istituzionale sua e del suo “nominatore” si è vista subito: passato alla Consob il 18 novembre, avrebbe dovuto rassegnare immediatamente le dimissioni da parlamentare, oltre che da membro del governo; ma ha continuato a partecipare ai lavori della Camera, specie quando si è trattato di respingere il voto di sfiducia (14 dicembre) all’ex Cavaliere. Le sue dimissioni, infatti, erano state opportunamente messe in calendario alla fine di dicembre.

Questione di sensibilità per “l’editore di riferimento”, che aveva notoriamente anche molti interessi bancari (Mediolanum, al 50% con Ennio Doris) e un’altra azienda quotata in borsa (Mediaset) da tempo sotto tiro dei “mercati finanziari”.

La poltrona di Vegas ora barcolla per una inchiesta di Report sulle quattro banche fallite e salvate dal governo Renzi, con il metodo del bail in, ovvero facendo pagare un prezzo durissimo agli azionisti e ai possessori di obbligazioni subordinate; ossia di carta straccia acquista su “consiglio” degli impiegati della stessa banca, messi peraltro sotto torchio perché ne smaltissero quantitativi abnormi prima del fallimento effettivo.

L’inchiesta del team di Milena Gabanelli si è concentrata su un dettaglio fondamentale per stabilire se i sottoscrittori di obbligazioni bancarie fossero stati correttamente informati o meno; e quindi se avessero diritto a un risarcimento in quanto truffati oppure a niente in quanto “investitori consapevoli dei rischi”.

Nei prospetti informativi rilasciati dalle banche ai clienti non erano compresi gli “scenari prospettici”, ossia le simulazioni sull’andamento dell’investimento in diversi e contrapposti casi. E’ fin troppo ovvio che se nessuno mi dice cosa può accadere del mio denaro, anzi vengo rassicurato sul fatto che sono “titoli sicuri”, io sono stato truffato. Semplicissimo.

Ma com’è possibile che gli scenari prospettivi non siano stati inseriti nei profili informativi e nonostante questo abbiano ottenuto l’ok della Consob (che ha il compito di vigilare su tutto ciò che riguarda i rapporti tra società quotate e borsa, banche comprese)?

Vegas si è incazzato, spiegando che la Consob non ha mai abrogato l’obbligo di inserire gli scenari probabilistici nei prospetti delle obbligazioni bancarie perché quest’obbligo non è mai stato introdotto, né a livello nazionale né a livello europeo.

La replica è stata fulminante: Report ha fatto vedere il documento a firma Vegas in cui il presidente della Consob consigliava o ordinava alle banche di non pubblicare quegli “scenari prospettici”.

Che la Gabanelli abbia chiuso la trasmissione chiedendo le dimissioni di Vegas sarebbe stato in fondo un semplice appello televisivo (per quanto rilevante). Ma il renzianissimo Calo Calenda, neo ministro dello sviluppo economico (al posto della “sfortunatissima” Federica Gudi), ha messo il peso del governo contro la permanenza di Vegas al suo posto: “Non sta al governo commentare l’operato di autorità indipendenti, ma degli errori gravi sono stati fatti. La Gabanelli ha ragione”.

Su tutt’altra lunghezza d’onda, invece, l’altrettanto renzianissimo viceministro dell’Economia, Enrico Morando: «Abbiamo collaborato con l’autorità di vigilanza in modo leale e costruttivo. Dire di più significa che il governo si mette a fare un mestiere che non è suo».

In effetti l’autorità di borsa è formalmente indipendente, ma come si è visto è il governo a nominarne il presidente (lo indica al Presidente della Repubblica, che emano il relativo decreto). Quindi una “sfiducia” del governo dovrebbe equivalere a una richiesta di dimissioni.

Ma come si è visto nel governo non tutti la pensano nello stesso modo. In fondo, potrebbe essere un’occasione per scaricare la patata bollente delle “quattro banche” – tra cui Etruria, di cui era vicepresidente il padre di Maria Elena Boschi – in altre mani, liberando in parte Renzi e ministra delle “riforme” dal sospetto (eufemismo). C’è però anche il rischio di introdurre un altro elemento di battaglia con i berlusconiani; ovvero con l’unica speranza di non perdere i ballottaggi a Milano e sperare in una inverosimile rimonta di Giachetti a Roma.

Dev’essere per questo che Renzi tace. Una notizia!

Fonte

10/05/2016

La truffa delle banche, agevolata dagli “arbitri”

Con invidiabile tempismo, ieri mattina, il presidente della Consob, l’ex berlusconiano Giuseppe Vegas, ha assolto Banca Etruria e le altre banche fallite, che avevano sbolognato ai clienti più inconsapevoli i famosi “bond subordinati” trasformatisi – col fallimento – in carta straccia. Secondo la sua ricostruzione, fatta durante l’incontro annuale “col mercato” (sorvoliamo sui protagonisti…), i prospetti e i supplementi informativi che accompagnavano le emissioni «erano stati redatti nel rispetto delle regole di trasparenza previste dalle norme sul prospetto informativo».

«I prospetti in questione – questa l’analisi – hanno dato massima evidenza a tutti i fattori di rischio connessi alla complessità degli strumenti e alla situazione in cui versavano le banche. Essi specificavano che l’investitore avrebbe potuto perdere l’intero capitale investito in caso di liquidazione o di procedure concorsuali. Questi elementi sono stati inseriti nella parte relativa ai fattori di rischio e, nei casi più significativi, sono stati ripresi e sintetizzati nella prima pagina dei prospetti, nella sezione denominata “avvertenze per l’investitore”. Le vicende relative alla liquidazione delle quattro banche non mettono in discussione la validità di fondo dei modelli di vigilanza sulla prestazione dei servizi d’investimento».

Tutto bene, insomma. Le banche avevano avvertito “gli investitori” scrivendo sui prospetti che quelli erano prodotti rischiosi. Quindi chi li ha comprati e ha perso tutto, ha semplicemente sbagliato l’investimento e non ha ragione di lamentarsi.

Mentre lui teneva questa brillante dissertazione su quanto sia giusto e inevitabile turlupinare i clienti da parte delle banche, la Guardia di Finanza entrava ancora una volta in Banca Etruria, attualmente in liquidazione coatta amministrativa, per un’altra serie di perquisizioni. Che hanno portato all’acquisizione della circolare della direzione generale dell’istituto – inviata per mail a tutti i dipendenti – che ordinava di vendere obbligazioni subordinate anche ai piccoli risparmiatori e non solo, come avrebbero dovuto, ai clienti «istituzionali» (quelli che lo fanno di mestiere, e dunque conoscono a menadito gli arcani dei prospetti informativi).

E questo non nel momento di panico che precede il fallimento, ma prima ancora di decidere l’emissione delle obbligazioni incriminate. Dalle perquisizioni emerge una vera e propria «cabina di regia» incaricata di premere ogni singolo impiegato agli sportelli perché sbolognasse la massima quantità di obbligazioni spazzatura anche ai clienti che «non avevano un profilo finanziario adeguato».

Uno dei documenti descriveva per filo e per segno il comportamento da tenere con i clienti dubbiosi, suggerendo risposte rassicuranti o evasive. Tanto che i due dirigenti responsabili del “suggerimento” sono ora accusati anche di truffa aggravata. In pratica, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Banca Etruria ha deciso a tavolino di indire un’emissione di titoli spazzatura destinata ai clienti “deboli”; ovvero quelli che per età, ignoranza finanziaria, storico rapporto di fiducia con l’istituto, sarebbe stato più facile raggirare. O, come si dice, in gergo, «la sottoscrizione» è stata «rivolta a una clientela retail e non a quella professionale», che avrebbe fiutato il bidone in due secondi netti.

La Procura di Arezzo spiega d’altronde che «gli investimenti in subordinate, su proposta dei responsabili d’area e degli uffici territoriali, sono stati prospettati a vari clienti come investimento sicuro e analogo a quelli in obbligazioni ordinarie e titoli di Stato. Talvolta, il cliente è stato addirittura spinto a effettuare il disinvestimento di operazioni a capitale garantito per favorire l’acquisto delle obbligazioni subordinate, che gli era stato proposto come una promozione della banca rivolta ai propri clienti migliori, ma che doveva essere sottoscritto in tempi brevissimi».

Sembra davvero difficile che il presidente della Consob fosse ignaro di questi sviluppi dell’indagine giudiziaria. E dunque “l’assoluzione” delle quattro banche risulta decisamente gravissima. Un vero incitamento alla truffa sistematica.

Ma, appunto, per evitare di dare questa impressione a tutti – anche a chi è a digiuno di “cultura finanziaria” – lo stesso Vegas ha annunciato tre novità regolamentari, da sottoporre alla consultazione dei “soggetti di mercato”, tra cui le “schede prodotto” contenente le caratteristiche essenziali degli strumenti offerti. «Il punto di svolta per la trasparenza è l’informazione chiave – spiega Vegas – perché un eccesso di informazioni equivale quasi sempre a una carenza di informazioni».

In buona sostanza resta decisamente fuori dell’orizzonte del “regolatore” il gap informativo tra banche e clienti retail, ovvero comuni cittadini senza particolari competenze in materia. Continuare a far finta che basti scrivere un po’ di “caratteristiche del prodotto finanziario” per annullare questo scarto tra chi maneggia professionalmente il business (al punto da creare egli stesso i “prodotti”) e il cliente-tipo, quasi sempre obbligato ad avere un conto in banca, è una vera presa in giro. I casi emersi nel fallimento delle quattro banche, infatti, rivelano una pratica quotidiana che prescinde quasi totalmente dalla “lettura dei prospetti”, scritti in modo tecnico, dunque incomprensibile a chi non è del mestiere. Un modo fatto di rapporti fiduciari, addirittura di “affidamento” totale in caso di clienti anziani e con bassa scolarità, cui vengono – sì – consegnati quintali di carte dove in teoria c’è scritto tutto, ma che accettano o no in base alla relazione pluridecennale con quella banca. Specie nei paesi di provincia, in cui spesso c’è un solo sportello.

Con invidiabile tempismo, insomma, Vegas ci conferma che i presunti “regolatori” del sistema bancario e del mercato finanziario sono in realtà i migliori complici dell’espropriazione dei più deboli. Presunti arbitri, col fischietto biforcuto...

Fonte

05/04/2016

Caso Guidi: è solo l’inizio del temporale?

Bella grana per Renzi questa del caso Guidi, proprio sotto referendum sulle trivelle e ad un passo dalle amministrative. Intanto, l’episodio fa capire bene perché il governo ci tiene tanto a far fallire il referendum… Pour cause. Da un punto di vista penale la situazione non è ancora chiara, soprattutto per la definizione dell’eventuale reato (corruzione? Interessi privati? Abuso innominati in atti d’ufficio? Agiottaggio? Disastro ambientale colposo o doloso?) vedremo, per ora non ne sappiamo abbastanza. Quello che invece è chiaro è il disastro sul piano d’immagine.

Che il governo Renzi non fosse esattamente un fulgido esempio di virtù civiche lo avevamo intuito già dal primo caso Etruria (gennaio 2015), poi è venuto l’attacco alla magistratura inquirente che aveva un vago sentore berlusconiano, quindi il pasticciaccio del salvabanche. Insomma, non è che il caso, in sé, ci abbia colti impreparati, ma qui le cose vanno oltre, in primo luogo per la sfacciata evidenza del conflitto di interessi ma soprattutto per i riflessi più generali contenuti nella frasetta della ministra (orrore linguistico, ma adattiamoci al linguaggio politicamente corretto) che tira in causa la Boschi. Non si capisce bene che competenza specifica avesse la ministra per le riforme istituzionali sul tema in questione, ma forse il riferimento è alla sua delega all’attuazione del programma.

Comunque stiano le cose, è un fatto che diverse fra le questioni più scabrose di questo ministero portino a lei (prima il decreto sulle fondazioni bancarie e la fuga di notizie connessa, poi il bail in ed il salva banche, ora le trivelle in Lucania) e fanno suonare sinistramente la frase del Sen. Mineo che parlò della dipendenza di Renzi da una donna bella e potente. Già: potente. E la Procura potentina ha deciso di sentire le due ministre che, peraltro, non essendo parlamentari, non godono dell’immunità prevista dalla Costituzione e devono stare attente a non incorrere in qualche omissione o reticenza…

Insomma, anche se la Guidi si è doverosamente dimessa, non è detto che le cose finiscano così a tarallucci e vino. Persino Scalfari (che, per difendere il fiorentini, osa fare parallelismi fra Renzi e Giolitti: vecchiaia canaglia!) scrive che se il padre della Boschi fosse rinviato a giudizio per il caso Etruria, la posizione di Elena diventerebbe “insostenibile”. Direi…

E che succederebbe se, in piena campagna elettorale, arrivasse un avviso di garanzia ad uno dei candidati sindaci del Pd? Qualche ragione per temerlo ci sarebbe. Come si sa, i magistrati sono persone di grande autorevolezza, grande memoria e poca propensione a dimenticare le offese subite.
Anche sul fronte dei “poteri forti” si avverte una certa perplessità verso il governo e la sofferta elezione del nuovo presidente di Confindustria lo conferma: lo scontro si è in buona parte giocato sulla questione del metodi di governo di Renzi che sistematicamente bypassa Sindacati e Confindustria. Al di là della persona prescelta, resta il fatto che non era mai successo che il presidente degli industriali fosse eletto con un margine così risicato con una associazione spaccata esattamente a metà ed anche dal mondo delle grandi banche si avvertono segni di crescente freddezza.

Decisamente il referendum del 17 aprile prossimo e le amministrative di giugno saranno un test decisivo per capire quanto sia ancora forte la presa del Presidente del Consiglio o quanto si sia indebolita. Come avvertì il Principe di Salina “Noi fummo i gattopardi dopo di noi verranno gli sciacalli e le iene”.

La classe dominante italiana, sicuramente, conta pochi leopardi e moltissimi sciacalli che non hanno pietà per i perdenti. Perdere è l’unica colpa imperdonabile e quando arriva l’ora della sconfitta, una una sola frase: “Chi un sopruso patì, sel ricordi”.

E di gente che ha motivi per regolare i conti con Renzi ce n’è in abbondanza.

20/03/2016

Boschi senior indagato per bancarotta

“Papà è una persona perbene”. Ipsa dixit, dall’alto dello scranno ministeriale in Parlamento, Maria Elena Boschi. Sarà che di questo governo risulta insopportabile il vizio dell’autocertificazione (bontà, onestà, efficienza, ecc), sarà che ieri era la giornata del papà e ci sono modi migliori di festeggiarlo, ma al “perbene” Pierluigi, ex vicepresidente di Banca Etruria nonché augusto genitore di cotanta figlia, ieri è stato contestato un aggravamento delle accuse per il dissesto dell’istituto aretino.

Bancarotta, in concorso con tutto il consiglio di amministrazione in carica nel 2014, quando la giovanissima pulzella, neofita in diritto commerciale, era stata appena incaricata di firmare le “riforme costituzionali” che qualcun altro – per evidenti motivi di competenza – stava intanto stilando.

La Procura di Arezzo, sotto la guida di Roberto Rossi, ha messo in conto all’ex cda parecchie operazioni disinvolte e soprattutto dannose per il bilancio della banca. Come la buonuscita di 1,2 milioni di euro concessa all’ex direttore generale Luca Bronchi, nel 2014, con una risoluzione consensuale del contratto che secondo la Banca d’Italia «non è risultato in linea con le disposizioni in materia di politiche e prassi di remunerazione e incentivazione vigenti all’epoca dei fatti». Tradotto: mancanza di collegamento tra «compensi e performance realizzata e rischi assunti». Ovvero, ha preso un sacco di soldi come se avesse ottenuto chissà quali risultati, e invece aveva avvicinato la banca al fallimento. Ma si sa, le persone perbene non guardano mica a certi dettagli...

Fonte

31/01/2016

Francesco Boschi non era il nonno di Elena, però alcune cose meritano una riflessione

Il Boschi di cui parlava il generale Siro Rossetti, nella sua audizione davanti alla Commissione Anselmi, è il padre dell’ex vice Presidente della Banca Popolare dell’Etruria – e quindi nonno del ministro – o è un omonimo? No, ad un approfondimento successivo è emerso che si tratta di un omonimo.

Io non ho mai detto con certezza che lo sia e, infatti, il titolo aveva un vistoso punto interrogativo e nel pezzo si accennava alla possibile omonimia che, però ritenevo “improbabile” sulla base dei seguenti elementi:

- c’è un signore che si chiama Francesco Boschi (esattamente come il suo eventuale nipote);

- questo signore, nel 1971-72 era nel Consiglio di amministrazione della Banca popolare dell’Etruria, appena costituita dalla fusione di banche precedenti e presso questa banca saranno assunti e faranno carriera tanto il padre quanto il fratello della Boschi;

- come anni, è possibilissimo che il Francesco di cui ci occupiamo fosse il padre del Luigi a sua volta padre di Elena e Francesco;

- sono tutti residenti ad Arezzo o nei dintorni.

Dunque, le probabilità di una omonimia sembravano molto scarse, dato che ci sono 4 punti di contatto e le apparenze indirizzavano vigorosamente in questa direzione. Inoltre, da poco, era emerso lo strano contatto fra Pier Luigi Boschi  e Corona, che pure sembrava un ulteriore elemento in questo senso. E, invece, a quanto pare, si tratta proprio di una omonimia: capita ed è giusto ammettere di aver avuto un dubbio errato.

D’altra parte nel mio pezzo volevo sollevare il problema nell’auspicio di un chiarimento ed è utile che questo ci sia stato.

Detto questo, però, restano un po’ di cose strane da capire: come mai Francesco Boschi non risultava negli elenchi della P2?

Ieri l’anagrafe di Arezzo ha rifiutato i dati richiestigli sulla famiglia di questo Francesco Boschi asserendo che c’era una direttiva in questo senso (per inciso, una direttiva illegale perché quelli sono atti pubblici. Ne dà notizia il Fatto di giovedì 28), la cosa sembra essere rientrata ma chi ha dato una direttiva così stramba e perché?

Resta invece una conferma, è questo è il dato più rilevante ai fini della nostra curiosità, che un altro uomo della P2 sedeva nel primo consiglio di amministrazione della Banca Etruria appena istituita. Il che fa sorgere molti interrogativi su cosa è stata questa banca e quale la sua storia.

Con questo rispondo anche a qualche critica che mi è stata fatta del tipo: “ma i motivi di contrasto politico con Boschi e Renzi sono altro e questa non è una cosa seria”.

Allora: certo i motivi di contrasto politico sono altri, certo non avevo intenzione (e nell’articolo si dice esplicitamente) di delegittimare il ministro, perché, ripeto “Le (eventuali) colpe di padri e di nonni non ricadono su figli e nipoti”. Non era quello il punto, ma la formazione della Banca dell’Etruria si, quella credo che sia una cosa degna di attenzione che può spiegare anche qualche pagina del presente. Perché gli assetti di potere, in questo paese non sono solo quelli politici ma anche finanziari e, meglio ancora, quando le due cose si intrecciano. Dunque, è di questo che parliamo e su cui penso valga la pena tornarci su.

Fonte

27/01/2016

Il nonno della Boschi, Licio Gelli, la Banca Etruria e la P2

Recentemente, mi è capitato per caso di rimettere mani negli atti della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla P2 e, mentre cercavo altro, mi è capitato di leggere (Doc.XXIII n 2-ter/13  Vol XIII pp. 234 e segg) il verbale stenografico della seduta del 22 novembre 1983 dedicata all’audizione del generale Siro Rossetti del Sid e membro della Loggia P2 (in questo verbale indicato sempre come Rosseti, ma in altre parti della documentazione come Rossetti che ci sembra la versione più corretta).

Ad un certo punto della seduta si sviluppa un contraddittorio fra il Presidente, che contesta a Rossetti una data di affiliazione risalente al giugno 1970 e lo stesso generale che, in un memoriale, sosteneva di aver conosciuto Gelli solo nel 1971 (la questione dei pochi mesi di distanza ha senso ove si tenga presente che il golpe Borghese avvenne nel dicembre 1970).

Il Presidente, Tina Anselmi, dice:

PRESIDENTE. Nello stesso memoriale, lei riferisce che conobbe Gelli agli inizi del 1971, presentatole da Francesco Boschi; da dati in possesso di questa Commissione, risulta che Gelli era certamente già attivo nella P2 alla data del 28 novembre 1966 e che lei vi era entrato alla data dell’8 giugno 1970.

ROSSETTI. Adesso, se 1970 o 1971, mi può sfuggire; certo, io ho conosciuto Gelli soltanto quando sono entrato nella P2, dopo questo contatto, su invito di Salvini, al quale ere stato presentato da Francesco Boschi. Può darsi che sia stato nel 1970.

Dunque, Francesco Boschi che, salvo un improbabile omonimia, dovrebbe essere il nonno dell’attuale ministro, era persona molto introdotta ai massimi vertici della massoneria, al punto di frequentarne i due massimi esponenti: il Gran Maestro di Palazzo Giustiniani ed il Maestro Venerabile della più importante loggia. Questo ovviamente non è in sé un reato, ma la circostanza diventa curiosa dove si consideri che, nel suo discorso autodifensivo davanti alla Camera, il ministro Maria Elena Boschi ha sostenuto di appartenere ad una famiglia di origini contadine di cui Ella sarebbe la prima ad aver conseguito una laurea.

Laurea a parte, incuriosisce questa insolita frequentazione, dato che non si sa di contadini introdotti in ambienti massonici così altolocati, ma forse il ministro intendeva parlare di possidenti terrieri, che, però, sono altra cosa. Il contatto peraltro, potrebbe spiegarsi anche in altro modo, ad esempio con una amicizia occasionale o un qualche vincolo parentale, se, poco dopo, nella stessa audizione non si leggesse un altro piccolo passo.

Rossetti aveva detto di essere rimasto ben impressionato, in un primo momento, del gruppo umano della P2, perché molto coeso nella sua aspirazione a migliorare l’Italia, al di là delle personali appartenenze partitiche ed ideologiche. Richiesto dall’on Bellocchio (Pci) di fare alcuni esempi, citava Francesco Boschi e l’onorevole Luigi Mariotti.

Dunque, Boschi sarebbe stato organico alla Loggia, anche se il suo nome non risulta nel suo piè di lista. E la cosa incuriosisce ancor di più, perché, come si sa, l’elenco completo degli affiliati non è stato mai ricostruito, dunque sarebbe uno dei nomi restati coperti. Ed anche questo è fonte di interrogativi che andrebbero chiariti. Non risulta, peraltro, che il signor Francesco Boschi abbia mai smentito il generale Rossetti.

C’è poi un altro punto di contatto fra Gelli, la P2 e la famiglia Boschi: la Banca dell’Etruria. Leggendo l’elenco della P2 troviamo due membri del consiglio di amministrazione dell’Etruria (Mario Lebole e Renato Pellizzer) ed il suo direttore generale Giovanni Cresti. Una curiosità: nell’asset della Banca fa bella figura di sé anche la collezione privata (oltre 10.000 pezzi fra monete, libri antichi, mobili di pregio, tele ecc.) lasciata in donazione da un importante antiquario aretino, Ivan Bruschi, anche lui iscritto alla P2. Non solo: è proprio presso la banca Etruria che la P2 aprirà il suo conto “primavera” sul quale affluivano le quote associative, per cui occorreva essere ben sicuri che non ci fossero fughe di notizie che avrebbero svelato i nomi degli iscritti.

E proprio presso questa banca Pierluigi Boschi, padre di Elena, avrà una brillante carriera che lo porterà sino alla vicepresidenza, così come è presso questa banca che lavorerà anche Francesco, suo figlio e fratello del ministro.

Certo, Arezzo è una città piccola dove tutti si conoscono, così come (eventuali) colpe di padri e di nonni non ricadono su figli e nipoti, però, non sarebbe il caso di capirci qualcosa di più, magari in un nuovo confronto parlamentare?

Fonte

20/01/2016

Fuga dalle borse, ma scarseggiano i porti sicuri...

Le borse tremano, tutte insieme. Le paure solo sempre le stesse, si sommano e si moltiplicano come i boatos nel passaggio di bocca in bocca: Cina, petrolio, rialzo dei tassi, crisi degli “emergenti”, crescita inesistente...

L'ultimo sassolino ce l'ha messo il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha rivisto al ribasso – per la terza volta consecutiva – le stime sulla crescita globale per l'anno in corso: +3,4%, uno 0,2 in meno rispetto a tre mesi fa. Sembra poco, ma è appunto la terza riduzione, che somma così a oltre mezzo punto complessivamente. Non basta. Quel +3 è in fondo quasi tutto merito della Cina (+6,9%, nonostante il rallentamento in corso), dell'India e di pochi altri. Ex emergenti (a cominciare da Brasile e Turchia), Russia, Usa, Unione Europea presentano tutti previsioni in ribasso o stabili, ma in negativo.

La domanda è sempre la stessa: se neanche sei anni di denaro a costo zero e due di petrolio in calo sono riusciti a rivitalizzare l'economia mondiale, cosa sta succedendo al “nostro sistema di vita”?

Gli operatori sui mercati finanziari si pongono la domanda in modo più prosaico e immediato: come faccio a tutelare quel che ho accumulato e non perdere tutto? Flight to liquidity, recita il consiglio dei vecchi guru. E quindi tutti vendono – contemporaneamente – e portano i soldi sulle monete più sicure (dollaro, yen, sterlina, ma anche l'euro, nonostante i patimenti di questo inizio anno), o sull'oro.

Da inizio anno Piazza Affari ha perso oltre il 10%, così come il Dax di Francoforte (quasi il 15%), Parigi (idem). Appena meno peggio Londra (-8%), che guarda più agli Stati Uniti (-10% il Dow Jones, -14% il Nasdaq). Sulla stessa falsariga il Nikkei giapponese (-14%). Ce n'è abbastanza per dare ragione a chi vede un anno di “bear market”, con perdite medie intorno al 20% (in alcune piazze minori questo limite è già stato superato, in quelle principali è molto vicino).

Non c'è in genere nulla di più stucchevole delle speculazioni geometriche degli “analisti” che studiano le curve per trarne conclusioni quasi mai azzeccate. Fa eccezione, per una volta, Marko Kolanovic, soprannominato ormai “Gandalf” per aver previsto il crollo estivo delle borse cinesi (ripreso anch'esso in questi giorni), il quale ci dà almeno alcune cifre su cui ragionare, riprese da IlSole24Ore:
L’analisi di “Gandalf” parte dagli ultimi cinquant’anni di analisi sull’indice S&P500. Dei 19 cicli identificati, i dieci al rialzo sono durati in media 4,3 anni regalando ritorni del 90%, mentre le nove fasi di ribasso hanno avuto una vita media di 1,1 anni con perdite del 33%. «L’attuale fase di rialzo ha ormai 6,5 anni di vita e ha portato a ritorni pari al 205% circa», nota Kolanovic, aggiungendo che solo una volta nell’ultimo mezzo secolo si è assistito a un ciclo più lungo. E’ stato quello verificatosi tra il 1990 e il 1998: una lunga fase “toro” terminata, guarda caso, con una crisi di Asia e Paesi emergenti e un drastico calo dei prezzi del petrolio.
Veniamo insomma da una “fase “rialzista” straordinariamente lunga (il 50% in più della media) e straordinariamente profittevole per i grandi manovratori di borsa (profitti pari al 205%, invece del “normale” 90%). Una fase immotivata, a guardare le cifre dell'economia reale (una lunga alternanza di recessione, deflazione, piccoli rimbalzi, ecc.), ma spiegabilissima con i sei anni di tassi di interesse a zero garantiti dalla Federal Reserve statunitense e dall'abbondante innaffiata di quantitative easing. Denaro fresco di stampa in cambio di titoli dal valore dubbio o inesistente, che però non ha preso – come sperato dai banchieri centrali – la via del finanziamento degli investimenti e dei consumi, ma quella tutta speculativa delle borse e dei titoli di debito, statali o privati. Unica eccezione, tragica in prospettiva, la bolla dello shale oil, ormai prossima all'esplosione violenta.

Non siamo dei maghi delle curve statistiche, ma se si esce da una fase “toro” insolitamente lunga e redditizia, ne deriva logicamente l'ingresso in una fase “orso” altrettanto insolitamente lunga e disastrosa. La velocità con cui, in appena 20 giorni, è volato via dai mercati un 10-15% di capitali sembra qualcosa più di un segnale di sofferenza. E sembra quindi confermare appieno l'allarme lanciato alcuni giorni fa da Bank of Scotland ai propri operatori: “vendete tutto, meno i titoli di stato sicuri” (tradotto: bond Usa e Bund tedeschi).

Il -3%, all'incirca, che stamattina penalizza le piazze europee (dopo il disastro anche più ampio delle borse asiatiche nella notte) è dovuto in primo luogo alle perdite del settore petrolifero e di quello bancario, sempre strettamente intrecciati. Per quanto riguarda il piccolo teatrino italiano, va aggiunto il “faro” acceso dalla Bce sui crediti deteriorati delle banche italiane (come sempre, grandi assicurazioni sul fatto che “stiamo meglio degli altri”, ma non ci crede nessuno). E qualche schifezza commessa in proprio. MontePaschi, per esempio, “non riesce a fare prezzo”. Un modo algido di dire che le sue azioni, ormai, non se le compra più nessuno...

Ah, già, dimenticavamo: è una banca toscana, nel cuore del potere Pd, come quell'altra... Etruria, no?

Fonte

11/01/2016

Commissione di inchiesta: Renzi se la prende troppo calda per essere solo una questione di banche di provincia

La pausa natalizia, come era prevedibile, ha messo la sordina su tutta la politica interna ed in particolare sulla questione delle banche. Ora vedremo se la storia riparte, ma nel clima dei giorni precedenti alle feste, c’è stata poca attenzione ad una serie di avvenimenti più o meno piccoli che, messi in fila, meritano d’essere meditati.

A dicembre era emersa la proposta di una commissione Parlamentare di inchiesta sulla questione delle banche popolari ed il Presidente del Consiglio, dimostrando molta sicurezza, si era detto subito d’accordo. La stessa sicurezza aveva mostrato la Boschi affrontando il voto di sfiducia individuale. Poi nel Pd era venuta fuori qualche voce per suggerire non una commissione di inchiesta ma una più tranquilla ed innocua commissione di indagine e le acque si erano un po’ agitate (pensate: ha alzato la voce persino quel merluzzo lesso di Bersani…); ed allora commissione di inchiesta sia. E qui cominciano le prime cose strane.

Nella bozza voluta da Renzi, vengono fuori due particolari mica da poco:

a- la Commissione avrebbe il diritto di chiedere alla magistratura inquirente gli atti della loro inchiesta, man mano che si producono;

b- il periodo sottoposto ad inchiesta è esteso sin dal 2000, periodo in cui ci furono i primi scandali finanziari della stagione liberista (Parmalat, banca 121, Antonveneta eccetera).

La norma iniziale non ha alcun precedente ed è di assai dubbia validità costituzionale, violando il principio della separazione dei poteri, infatti non lascia la discrezionalità al magistrato di decidere se e cosa inviare alla commissione parlamentare (come accadeva per le commissioni di inchiesta sulla P2, Caso Moro, Stragi, Antimafia e Mitrokin) e, per di più, su una istruttoria in corso.

Di fatto, è una intimidazione alla magistratura alla quale si suggerisce, implicitamente, molta discrezione nell’indagare. Peraltro, stabilirebbe un precedente sulla strada della subordinazione della magistratura inquirente al governo, un antica passione gelliana. Si immagina che, se la proposta dovesse essere formalizzata, la magistratura non resterebbe inerte a guardare: si aprirebbe un conflitto frontale fra poteri dello Stato senza precedenti. Renzi non è così sciocco da non metterlo in conto: se lo rischia deve avere le sue buone ragioni.

Ancora più interessante la seconda norma che sposta l’attenzione ad un arco di tempo che chiama in causa il periodo in cui si succedettero al Governatorato, Fazio e Draghi. Come dire che stiamo chiamando in causa Opus Dei e Bce. Andiamo sul pesante, a quanto pare. E infatti, a stretto giro di posta sono arrivate le dichiarazioni – praticamente congiunte – di Napolitano e Mattarella.

A proposito, è un periodo in cui non ci facciamo mancare niente: due papi, due Presidenti della Repubblica… Solo che il past-Papa ha la discrezione di restare in silenzio ed in ombra, limitandosi a comparire solo in occasioni straordinarie come l’apertura del giubileo, mentre il past-President esterna più di quello in carica che ormai sembra il suo vice. Ed i due presidenti si sono precipitati a dire che no, non si può mettere a rischio la credibilità della Banca d’Italia, ne andrebbe della ripresa (ripresa? Quale ripresa?).

La Bce, poi neanche nominarla! Si legge nei Comandamenti: “Non nominare il nome della Bce invano”.

Come dobbiamo leggere questa strana esternazione dei due presidenti che, peraltro, invade il campo decisionale del Parlamento? Suona tanto come un “Messaggio ricevuto”. Di fatto, dopo l’esternazione bi-presidenziale della Commissione di inchiesta non se ne è più parlato se non per alcune voci del Pd che dicevano che in effetti...

Ora vedremo dopo la pausa festiva se se ne riparla o no e come. A chiamare le cose con il loro nome, questa di Renzi è stata una bordata in piena regola che sfida magistratura, Bce, Banca d’Italia e Parlamento (ma per il Parlamento non c’è problema: non conta niente). E vi pare che si fa un polverone del genere per il fallimento di quattro banchette di provincia? Non è di questo che si sta parlando, ma di altro. Torneremo a parlarne.

Fonte

23/12/2015

Il salva-banche mette Renzi contro tutti

Le banche sono al centro del sistema finanziario, quindi al centro del capitalismo contemporaneo. Molto più che non la produzione di merci fisiche o “immateriali”, che producono sì profitti ma in misura percentualmente più limitata e soprattutto con tempi di rotazione (dal momento dell'investimento a quelli del “rientro” in seguito alle vendite) infinitamente più lunghi.

Logico dunque che sulla banche si giochi molto. Sia a livello di Unione Europea che di governi nazionali. E che ogni schermaglia investa direttamente non solo gli istituti di credito di qualsiasi grandeza, ma anche chi della banca è solo cliente, magari piccolissimo e costretto a quel ruolo per poter incassare stipendio o pensione.

Logico anche, di conseguenza, che proprio sulle banche il governo Renzi abbia finito per pestare una materia nauseabonda di cui non riesce a sbarazzarsi. Tantomeno ricorrendo alle solite chiacchiere cui in due anni ha abituato il pubblico televisivo.

Con un solo decreto è infatti riuscito a mettersi contro i “risparmiatori” (categoria interclassista per definizione, perché prende in considerazione soltanto la titolarità di un conto corrente o altri beni mobili), la Banca d'Italia, l'Unione Europea (o almeno alcuni dei commissari coinvolti, come Margrethe Vestager e Christopher Hill, addetti rispettivamente alla “concorrenza” e alla “stabilità finanziaria”). Peggio ancora. Possedendo una cultura gestionale del potere fondata sull'”andiamo avanti comunque” e sul rilancio, sembra orientato ad alzare il livello di scontro con tutti i soggetti interessati alla vicenda.

Le notizie escono fuori un po' alla volta, come quando si “spizzicano” le carte in una mano di poker. Per i risparmiatori truffati dalle quattro banche fallite non ci sono molte speranze. Il meccanismo dell'”arbitrato” prova a dividerli fino all'individualizzazione; la nomina di Raffaele Cantone alla bisogna dovrebbe servire anche a intimidire i ricorrenti; il fondo di solidarietà di appena 100 milioni può comunque garantire solo un quarto delle perdite fin qui accertate.

La Banca d'Italia è sul piede di guerra, sia pure nelle sue forme british e nel rispetto severo delle competenze altrui. Ma non s'era mai visto un Governatore costretto ad andare in uno dei talk show più governativi – quello di Fabio Fazio – per difendere l'istituzione che dirige. Del resto, non si era mai nemmeno vista la decisione di sottrarre alla Banca d'Italia una delle sue competenze fondamentali per affidarla a un'autorità pensata per tutt'altro (l'anti-corruzione) e ad una commissione parlamentare d'inchiesta. Anzi, un precedente c'è, ma è letale per Renzi: il caso Sindona, che vide l'intervento diretto di Andreotti, Stammati, Evangelisti.

Le ultime sortite dell'attore fiorentino segnano l'ennesima escalation: la commissione parlamentare dovrebbe occuparsi del sistema bancario risalendo addirittura a 15-20 fa. Un modo di “buttarla in caciara”, perché in un terreno così vasto e in presenza di legami fortissimi tra buona parte dei parlamentari e diversi istituti di credito quella commissione finirebbe per smarrire il filo conduttore. In pratica, per annegare qualsiasi domanda urgente su un caso specifico – le quattro banche appena “salvate”, cominciando da Banca Etruria – in un oceano di “indiscrezioni”, “rivelazioni”, “misteri”, scoop veri e soprattutto falsi, fughe all'estero, cadute dalle finestre (è appena successo, con un dirigente di Monte Paschi), minacce incrociate, ecc.

Non è finita. L'apertura di uno scontro con l'Unione Europea è una mossa “populista” facile da pensare (è facilmente dimostrabile che il “decreto” sia stato sostanzialmente modificato – in peggio per i risparmiatori – dall'intervento dei Commissari di Bruxelles, e lo stesso governo sembra sul punto di pubblicare il carteggio istituzionale che avrebbe dovuto restare “riservato”), ma difficile da tenere a lungo senza conseguenze.

Tanto più se questo scontro ha come origine un volgare tentativo di sbrogliare "all'italiana" problemi bancario/familiari, esacerbati da interessi di poche famiglie toscane fortemente "collegate" tra loro e presenti, con ruoli pesanti, nel governo in carica.

L'anno appena trascorso dimostra a iosa che per “opporsi” alla Ue e alla Troika non basta neppure nutrire velleità “riformiste” sostenute massicciamente da una maggioranza popolare. Figuriamoci cosa potrebbe rovesciarsi sulla testa di un esecutivo in debito d'ossigeno sul piano del consenso interno e con le idee molto confuse – e dilettantesche – su come uscire da questo impiccio.

Fonte

22/12/2015

Il risparmio ingoiato dalle truffe bancarie

“Tutelare e valorizzare il risparmio, elemento di forza caratteristico della nostra economia", prescrive flebilmente Sergio Mattarella dopo l'esplosione dell'affaire del decreto “salvabanche”, che ha scaricato sui correntisti una parte rilevante dei costi.

Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, assicura che “il sistema, nel suo complesso, è risultato solido e che siamo stati capaci di proteggerlo, pur essendo l'Italia un paese economicamente più debole degli altri. Da noi non è stato il sistema finanziario a rendere fragile l'economia, ma il contrario”.

Ilvo Diamanti, sondaggi alla mano, certifica però che il grado di fiducia dei cittadini nelle banche è sceso al 16%. Minimo storico. E intanto, stamattina, circa 200 risparmiatori delle banche coinvolte dal "salva-banche" stanno manifestando a pochi metri dalla sede di Bankitalia. Chiedono il rimborso integrale dei risparmi e le dimissioni del governatore Ignazio Visco per mancato controllo.

Fino a un paio di mesi fa era luogo comune identificare le banche d'affari – quelle che “fanno soldi con i soldi”, grandi investimenti finanziari in prodotti “derivati” dalle funzioni misteriose e dai rendimenti, quando va bene, favolosi – come un tumore delinquenziale da cui stare alla larga. La crisi esplosa nel 2008, in effetti, aveva al centro una banca di questo genere – Lehmann Brothers, la quarta del pianeta – e sembrava sensato distinguere questa categoria dalle altre.

La retorica dell'italietta felix prese a cantare le lodi delle piccole banche territoriali, quelle “vicine al risparmiatore”, che “valutano il cliente per la sua storia” e non solo in base a quanta liquidità deposita presso l'istituto di credito. Banche che dunque possono contemporaneamente difendere il risparmio e assicurare adeguate linee di credito per famiglie e imprese, ovviamente piccole e medie. Il tutto in un clima agreste di fiducia reciproca, facilitata dalla frequentazione paesana tra risparmiatori, impiegati, direttori di filiale e persino, in qualche caso, con gli stessi amministratori.

Un quadretto distrutto dalla truffa organizzata contro i correntisti soprattutto da Banca Etruria (le altre tre coinvolte nel decreto renziano sono rimaste sullo sfondo mediatico), al punto che tutti sono corsi a tracciare una linea di demarcazione presuntamente solida tra “le poche mele marce” e il “sistema che resta solido e affidabile”.

Nemmeno un mese di tempo ed ecco che Veneto Banca si precipita a cambiare il proprio assetto societario, trasformandosi in spa, per non rischiare il commissariamento da parte di Bankitalia. Il contemporaneo aumento di capitale sdraia anche lì gli azionisti piccoli e grandi, con un crollo della quotazione da 39,5 a 7,3 euro. Dalla sera alla mattina, meno 76%.

Altra mela marcia? Sarà... Passano due giorni ed esplode il caso del Credito Emiliano. Qui i vertici della banca sembrano quasi innocenti, perché tutto lo scandalo riguarda una sola funzionaria che curava un parco clienti relativamente ristretto ma di elevata disponibilità finanziaria. Tutti imprenditori della bassa padana, che – in alcuni casi da 17 anni – affidavano la propria liquidità alla signora perché la facesse moltiplicare come i pani e i pesci della bibbia. E lei assicurava di riuscirci, anche in tempo di crisi finanziaria, fornendo di persona tutta la documentazione relativa alle plusvalenze che andavano accumulandosi nel tempo. Le prime ricostruzioni (si veda per i dettagli qui) parlano di “uno strettissimo rapporto personale” tra funzionaria e clienti, fino al prestito di case e ai consigli per gli affari di cuore. Una banca “costruita intorno a te”, dalla culla alla tomba.

Ma come faceva la funzionaria a rendicontare guadagni mai avvenuti? Semplice, stampava una falsa documentazione e impediva ai clienti di accedere direttamente al conto. Eppure si trattava di imprenditori, non di anziane pensionate molto facili da raggirare... Cioè, gente che di “doppia contabilità” se ne intende perché, in buona percentuale, la pratica direttamente. Possibile che anche i "cummenda", gli "uomini del fare e produrre" (sembra di sentire i "tombini di ghisa" del Salvini-Crozza) cedano così facilmente al sogno rapinatorio di "fare i soldi con i soldi"?

Qui l'”educazione finanziaria” di cui si continua a parlare sui media può fare davvero poco, perché il segreto vero di queste truffe è pre-culturale: consiste nell'affidarsi a qualcuno che risolve i problemi al posto tuo, assicurandoti un guadagno monetario oltre che di tempo e fatica.

A noi, vecchi malfidati, sembra più che probabile il moltiplicarsi di “scoperte” del genere da qui in avanti. È infatti nella natura delle cose che l'allarme si vada diffondendo tra chiunque abbia un conto in banca, una cifra più o meno grande affidata a una sgr o a un fondo pensione.

Quel che ne deriva, però, è qualcosa di più grave del semplice “venir meno della fiducia”. Tutto il sistema finanziario, compresa l'ala classicamente “bancaria”, è fondata su meccanismi tutto sommato simili e su una moltiplicazione esponenziale di “prodotti”, tale da rendere pura utopia un'autodifesa del singolo fondata sulla “conoscenza”. Il tempo d'imparare le caratteristiche di un “prodotto” che eccone arrivare altri tre, ancora più complessi e opachi. Un fiume di denaro – "i risparmi" o "i profitti", i salari come le pensioni – viene così drenato dalla circolazione "virtuosa" (consumi, investimenti... insomma, riproduzione) e consegnato al gioco speculativo o, all'italiana, al "prendi i soldi e scappa" (è quello che avrebbe fatto la funzionaria del Credem).

È la finanza, bellezza! Mentre l'economia reale ristagna per eccesso di capacità produttiva globale, solo il gran casinò del denaro che cresce sugli alberi riesce a dare l'impressione della “crescita”. Si tratta solo di azzeccare la “narrazione giusta” ogni volta che qualcosa va storto. Sperando che non accada tutti i giorni, sennò anche la fantasia degli spin doctor arriva al limite...

Fonte