Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/02/2020

Brancaccio - "Sul mercato ti fai male"

RAI Radio Uno – Speciale GR1 sull’intervento annuale del Governatore di Bankitalia all’ASSIOM FOREX. Si parla tanto di educazione finanziaria e di rafforzamento della vigilanza bancaria. Ma la storia insegna che c’è un solo modo per impedire che le crisi distruggano i risparmi delle famiglie a basso reddito: occorre tenerle lontane dal mercato e dalle azioni. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.



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21/11/2019

L'”ammazza stati” bussa alla nostra porta

Mettiamo da parte rapidamente la sceneggiata politica tra vecchi e nuovi complici sulla “scoperta” che l’Unione Europea sta per varare una “riforma del Mes” (il Meccanismo europeo di stabilità) che certamente impatterà in modo devastante l’economia nazionale, il risparmio dei cittadini e il sistema bancario. Tutto in un colpo solo.

Ha aperto i fuochi Salvini, ha fatto sponda l’imbarazzante Di Maio, li ha stanati Giuseppe Conte con una velenosa “chiamata di correo” (“Oggi abbiamo scoperto che c’è un negoziato che è in corso da un anno: il delirio collettivo sul Mes è stato suscitato dal leader dell’opposizione, lo stesso che qualche mese fa partecipava ai tavoli discutendo di Mes, perché abbiamo avuto vertici di maggioranza con i massimi esponenti della Lega – quattro incontri – e ora c’è chi scopre che era al tavolo ‘a sua insaputa’”).

In sintesi: l’Italia ha dato il suo consenso di massima a questa “riforma” già a giugno (governo gialloverde) e l’ha confermata pochi giorni fa (governo giallorosa). Tutti d’accordo e al servizio dell’Unione Europea quando siedono al governo, tutti all’oscuro e contrari quando fingono di fare l’opposizione, come patetici leoni da tastiera.

Chiusa la parentesi ridicola, occupiamoci ancora un volta del merito di questa “riforma”, visto che ieri è stata oggetto sia di un illuminante editoriale di Guido Salerno Aletta – pubblicato dall’Agenzia TeleBorsa, non da un oscuro blog nazionalista – sia dell’audizione di Vladimiro Giacché presso la Commissione Finanze del Senato.

Il primo esamina da par suo le conseguenze finanziarie immediate dell’adozione della nuova normativa: “perdite astronomiche ai risparmiatori ed agli investitori sui titoli di Stato, ed un guadagno certo e sicuro agli speculatori”. Come altre volte, ripubblichiamo il suo editoriale qui di seguito.

Quasi a dargli ragione, ma in assoluta autonomia, nelle stesse ore Patuelli, presidente dell’Abi – l’associazione della banche italiane – chiariva che «Se le condizioni relative al debito si alterano, o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscono sinistri, è chiaro che le banche sottoscriveranno meno debito pubblico. Non compreremo più Btp».

Il presidente del Centro Europea Ricerche, Giacché, provava nel frattempo a spiegare ai senatori il significato sistemico negativo di una gestione della crisi in atto a oltre dieci anni secondo i dettami di una teoria economica che non sta più in piedi, se mai lo è stata.


“È forse venuto il momento di prendere atto che la soluzione – consistente nell’avviare un processo di generalizzazione del modello export driven tedesco, considerato tale da poter rendere simili tutti i Paesi dell’Eurozona e scongiurare l’eventualità di shock asimmetrici – non ha dato i frutti sperati. Né si può pensare di procedere introducendo, quasi per inerzia, sempre nuovi elementi di rigidità e sempre nuove condizionalità nelle politiche economiche e di bilancio. Occorrerebbe uscire da una trappola evoluzionista che, nonostante gli evidenti fallimenti, continua a incentrare ogni innovazione istituzionale dell’area sul principio originario dell’assimilazione ad un presunto modello migliore. Un modello che, peraltro, sta proprio in questi mesi incontrando i propri limiti strutturali“.

Il “pensiero unico” egemone dalla Caduta del Muro in poi, insomma, batte in testa. Ma siccome chi ne ha beneficiato non vuole perdere la posizione conquistata, ecco che parte un processo di cannibalizzazione interno alla “comunità europea”, con i paesi più deboli a fornire risorse a quelli più forti. Non è un obbiettivo apertamente dichiarato, com’è ovvio, ma la conseguenza “naturale” di un sistema di regole asimmetrico. E infatti:

“Il Mes costituisce un ulteriore rafforzamento delle regole che disciplinano la politica di bilancio dei Paesi dell’Eurozona, muovendosi in perfetta linea di continuità con le modifiche apportate al Patto di stabilità nel 2012.

Riguardo agli aspetti più tecnici della riforma, posso anticipare di condividere le argomentate perplessità già espresse in questa sede dal professor Giampaolo Galli. Occorre porsi due domande di fondo: il Mes è utile all’Eurozona? È utile all’Italia?

Riguardo alla prima domanda, per rispondere occorre verificare in quale misura il debito pubblico – e in generale i problemi inerenti alla disciplina di bilancio – costituisca oggi un fattore di rischio per la moneta unica. Ci sono pochi dubbi sul fatto che l’Eurozona si sia tenuta nel suo insieme ai precetti della disciplina di bilancio, e questo si è riflesso sulle dinamiche del debito, che sono più favorevoli nell’Eurozona rispetto a Stati Uniti e Regno Unito.

Ciononostante, il debito è aumentato anche nell’Eurozona, e questo fatto sta spingendo verso l’adozione di meccanismi di controllo ancora più stringenti, obiettivo a cui mira la riforma del Mes. In sostanza, si ritiene che, non essendo stato conseguito l’obiettivo di riduzione del debito, debba essere rafforzata la disciplina dei Paesi membri. Si compie, a nostro giudizio, un errore di analisi che non dovrebbe essere avallato”.

A quanto pare, però, su questa “riforma” l’Unione Europea si prepara a varare il voto a maggioranza, anziché – come finora – all’unanimità. In questo caso, anche l’improbabile “veto” del governo italiano, o di qualche altro paese in condizioni simili, verrebbe tranquillamente ignorato. Ma “è democrazia”, non temete!

Il problema, formalismi a parte, è che questa logica non funziona perché fa i conti con un modello astratto di “virtù economica” che non tiene conto della realtà storica. In altre parole:

“La discussione sulla riforma del Mes non può prescindere dalla possibile evoluzione ‘negativa’ degli scambi mondiali e del ciclo di crescita, per un motivo molto semplice: si tratta di fattori che incidono direttamente anche sulle prospettive delle finanze pubbliche. Ci troviamo nuovamente di fronte al tipico problema di uno shock simmetrico – una contrazione degli scambi mondiali – che può generare effetti asimmetrici sulle singole economie. Di fronte ad un indebolimento delle previsioni di crescita, i mercati potrebbero adottare un comportamento di ‘flight to quality’, e penalizzare quindi i Paesi con maggiore livello di debito pubblico come l’Italia.

Questo, indipendentemente dall’effettiva capacità del sistema economico di contrastare lo shock di origine. Capacità che, al momento, appare essere maggiore in Italia che in Germania“.

È in Germania, infatti, che il sistema del credito è ridotto alla condizione di zombie, con la banca più grande – Deutsche Bank – ridotta ad appestato da evitare con cura. Ma, come in un film di Romero, gli zombie cercano sempre di cibarsi dei vivi...

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Riforma del MES: un sistema robotizzato di autodistruzione dell’Euro

Almeno 500 miliardi di perdite con la ristrutturazione del debito pubblico italiano, che provocherà il collasso della moneta unica perdite astronomiche ai risparmiatori ed agli investitori sui titoli di Stato, ed un guadagno certo e sicuro agli speculatori.

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Le smentite ufficiali non servono a niente, aggiungono solo silenzio a silenzio, nebbia a nebbia.

È una follia, questa riforma, che garantisce perdite astronomiche ai risparmiatori ed agli investitori sui titoli di Stato, ed un guadagno certo e sicuro agli speculatori.

Mentre erano tutti distratti, il 7 novembre, a Bruxelles, l’Eurogruppo ha concluso l’esame del pacchetto di riforme che sarà portato alla approvazione del Consiglio europeo del prossimo 5 dicembre.

Per l’Italia è pronta una bordata micidiale, con la riforma del MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità.

È nato come un Fondo Salvastati, finanziato da tutti gli aderenti al fine di concedere aiuti finanziari ai Membri in difficoltà. Finora, le condizioni per la concessione degli aiuti sono state decise di volta in volta dalla Commissione europea, d’intesa con la BCE.

La condizione preliminare che fu posta alla Grecia in difficoltà, quella di ristrutturare il suo debito pubblico, facendo partecipare gli investitori privati al costo della operazione secondo il principio “PSP” (Private Sector Partecipation), e che causò il panico sui mercati facendo guadagnare centinaia di miliardi agli speculatori, diviene la regola. Una follia.

Quella che allora fu una sorpresa piacevole per gli avvoltoi, ora diviene la certezza di fare affari d’oro. Nella riforma del MES, si stabilisce infatti che gli aiuti finanziari potranno essere concessi solo se viene verificata la sostenibilità del debito pubblico.

Per l’Italia, è più che una trappola, è una vera e propria dichiarazione di guerra che spiana la strada alla speculazione. Se, infatti, come è il caso dell’Italia, il rapporto debito/PIL è superiore al 60% ed il Paese che chiede aiuto non ha rispettato la regola prevista dal Fiscal Compact di ridurre l’eccesso di debito rispetto a questo livello di 1/20 l’anno, si deve procedere innanzitutto alla ristrutturazione del debito.

Gli avvoltoi non aspettano altro: scateneranno la crisi sul mercato vendendo, anche allo scoperto, titoli del debito pubblico, abbattendo così il valore delle emissioni in circolazione ed aumentando correlativamente il loro rendimento sul mercato secondario. Le nuove emissioni si dovranno allineare al nuovo rendimento corrente sul mercato, aumentando il costo di finanziamento per lo Stato. La richiesta di aiuti, e quindi la necessità di ristrutturare il debito, diventano una certezza.

Nel frattempo, il processo di svalutazione dei titoli sul mercato si autoalimenta, perché sono i risparmiatori terrorizzati a svendere, e gli speculatori a comprare a prezzi irrisori.

I risparmiatori accusano subito perdite terrificanti: se hanno comprato i titoli a 100 al momento della emissione, si accontentano di molto meno. Il prezzo sul mercato diminuisce giorno dopo giorno, prima scende a 90, poi ad 80, poi a 60, fino a 30. Esattamente come è successo già in Grecia.

Sono perdite immense per gli investitori: figuratevi le pressioni sulle banche e sulle assicurazioni italiane, che hanno in portafoglio titoli di Stato italiani per centinaia di miliardi, e che devono portare le minusvalenze in bilancio secondo il principio mark-to-market. Perderanno comunque, anche se non vendono allo sbaraglio, perché il meccanismo della ristrutturazione andrà comunque avanti. E le loro perdite ricadranno sui detentori di azioni e di obbligazioni bancarie, e sui depositanti, questo è sicuro.

Gli speculatori comprano comunque, ben sapendo che siederanno al tavolo del negoziato per la ristrutturazione: lo fisseranno al livello che conviene loro, guadagnando la differenza tra il nuovo valore del debito ed il prezzo a cui lo hanno comprato sul mercato.

Se lo Stato si trova a beneficiare di una riduzione del debito in circolazione, perché con la ristrutturazione il suo valore passa ad esempio da 100 ad 80, e quindi il debito scende di 20, gli speculatori guadagneranno comunque, tutta la differenza che intercorre tra nuovo valore del debito ed il prezzo a cui hanno acquistato i titoli sul mercato (da 79 in giù, fino a 30 ed ancor meno come successe in Grecia).

È una vera e propria bomba, questa condizione, che farà guadagnare centinaia e centinaia di miliardi alla speculazione finanziaria, pronta a mettere nel mirino l’Italia.

La riforma che si prospetta per il MES va nel senso esattamente contrario a quello che era stato auspicato mesi fa da Paolo Savona, quando era Ministro agli Affari Europei.

Savona proponeva di usare il MES come istituzione finanziaria capace di emettere sul mercato obbligazioni di rating molto elevato, safe asset che pagano dunque interessi estremamente bassi vista la solidità dell’emittente. La raccolta sarebbe stata girata a Stati come l’Italia, che invece pagano un prezzo alto sulle proprie emissioni, sulla base di chiare garanzie per il rimborso di queste somme: in questo modo, l’Italia avrebbe ridotto il peso degli interessi sul debito pubblico, azzerando il deficit che, da anni, deriva solo ed esclusivamente, dall’elevato tasso di interesse che paghiamo sulle emissioni.

Invece di abbattere il deficit pubblico e quindi la tendenza del debito pubblico italiano a crescere solo per via dell’elevato onere per interessi, come auspicava Savona, si abbatte il valore dei risparmi e degli investimenti in titoli del debito sottoscritti da privati, banche, assicurazioni e fondi previdenziali italiani che detengono oltre il 70% delle emissioni.

Mai e poi mai, si deve offrire alla speculazione la certezza che il debito sarà ristrutturato a suo favore dopo una crisi.

La regola vuole che intervengano le Banche centrali, acquistando senza limiti come “lender of last resort” i titoli posti in vendita sul mercato secondario e sottoscrivendo le nuove emissioni. È la tanto vituperata monetizzazione del debito, che non fa crollare i corsi e non fa impennare i rendimenti: la banca centrale stampa moneta e ritira titoli al valore di rimborso maturato.

Questo ultimo criterio, d’altra parte, è già stato adottato dalla BCE con il programma OMT, per battere la speculazione, dopo gli episodi critici dell’estate del 2012: prevede acquisti sul mercato di titoli del debito pubblico, senza limiti quantitativi prefissati, nel caso che il mercato richieda tassi di interesse non accessibili.

Affermare che con questa riforma il MES diviene finalmente il “lender of last resort” della Eurozona, colmando una grave lacuna, è una sciocchezza sesquipedale: non solo il MES non ha i mezzi finanziari illimitati, che invece sono a disposizione solo della BCE e che sono gli unici che mettono al tappeto la speculazione, ma spiana la strada agli avvoltoi.

Considerando approssimativamente un debito pubblico italiano di 2300 miliardi di euro ed un PIL attorno ai 1800 miliardi, si arriva ad un rapporto debito/PIL del 130% (aritmeticamente, con questi dati, è il 127%).

Immaginando che, di fronte ad una richiesta di aiuti da parte dell’Italia attaccata dalla speculazione, il livello di sostenibilità del debito sia posto tra l’80% ed il 90% del PIL, (semplificando, tra i 1400 ed i 1600 miliardi), il debito oggi in essere deve essere rispettivamente abbattuto tra i 900 ed i 700 miliardi di euro.

A voler essere generosi, considerando come sostenibile un rapporto debito/PIL del 100%, il debito dovrà essere comunque ridotto di 500 miliardi tondi (che è la differenza tra i 2300 miliardi di debito attuale ed i 1800 miliardi del pil attuale). Questa è la perdita minima che graverebbe sui risparmiatori e gli investitori. Se ci aggiungiamo i guadagni per la speculazione, che compra dagli investitori che svendono per paura, la botta sarà superiore, anche di un centinaio di miliardi.

Nessuno reggerà la botta.

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26/08/2016

L’attacco finale: “bail in per gli Stati con debito eccessivo”

Mentre a bordo della portaerei Garibaldi ci si beava davanti a Ventotene, ridotta a fondale per photo opportunity, a Berlino si lavorava alacremente per disegnare “le regole” per risolvere eventuali – più che probabili – default del debito pubblico dei paesi più esposti su questo fronte. E visto che il paese primo in questa triste classifica – la Grecia – è già stato devastato, lo studio che il Consiglio tedesco degli esperti economici ha fatto comparire sul proprio sito appare manifestamente rivolto ai paesi in seconda posizione: Italia, Spagna, Portogallo (con un occhio alla Francia, che accumula da anni un deficit eccessivo senza ricevere alcuna “rampogna” ufficiale, ma che inevitabilmente lascia crescere lo stock del debito ben oltre i parametri di Maastricht).

Questo “consiglio” non è un normale gruppo di studiosi, ma un team di «cinque saggi» nominati dal governo di Berlino con il compito di valutare le politiche economiche in Germania e altrove.

Per essere ancora più chiari, a firmare l'impegnativo documento – «Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani» – è stato Lars Feld, ritenuto il consigliere più ascoltato da Wolfgang Schaeuble, potente e luciferino ministro delle finanze tedesco. Dunque le “regole” qui indicate saranno ben presto proposte dentro l'Eurogruppo, perché diventino norma per le crisi del debito pubblico da qui in avanti. Vista la capacità di resistenza politica, e in alcuni casi persino della scarsità di comprensione tecnica delle conseguenze (basti pensare a come furono votati molti trattati europei dal Parlamento italiano, primo fra tutti l'inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione), non esiste alcun dubbio che questa impostazione passerà, con correzioni minime e comunque ininfluenti.

Cosa propongono dunque i “consiglieri” tedeschi? Di trattare le crisi del debito sovrano (ossia degli Stati) esattamente come quello delle banche private. In parole povere con il meccanismo del bail in. Che – come ci siamo accorti con Banca Etruria, CariFerrara, Popolare di Vicenza, CariChieti, Banca Marche, ecc – significa una cosa sola: a pagare saranno azionisti, obbligazionisti (a prescindere se siano stati raggirati o meno) e correntisti per la quota eccedente i 100.000 euro.

Ma gli Stati non sono enti relativamente semplici come le banche private, in primo luogo perché rappresentano intere popolazioni e non solo un gruppo di azionisti; in secondo luogo, perché sono tra loro interconnessi – nell'Unione Europea – da un sistema di trattati. E per affrontare le crisi del debito pubblico è già stato costruito uno strumento rilevante, l'Esm, fondo di salvataggio europeo.

La proposta tedesca, dunque, parte proprio dall'Esm e disegna una doppia tagliola: a) gli Stati che richiederanno l'intervento del fondo Esm saranno obbligati a rinviare nel tempo le scadenze di rimborso dei titoli di stato; b) in caso il debito restasse insostenibile anche dopo questa dilazione (pluriennale, evidentemente), scatterà il taglio effettivo delle somme dovute ai risparmiatori che avevano sottoscritto i bond di quello stato.

Proviamo a tradurre dal linguaggio finanziario. La prima tagliola implica che tutti i sottoscrittori di titoli di Stato – grandi banche, investitori istituzionali, ma anche pensionati che ci hanno messo la liquidazione per difenderla dall'erosione dell'inflazione, ecc – al momento della scadenza non si vedranno restituire i soldi versati come “prestito allo stato”. E resteranno ad aspettare anni per poterli riavere indietro, senza ovviamente essere per nulla protetti dall'avanzare dell'inflazione (che non resterà a zero per i prossimi millenni). Non ci fanno tenerezza i grandi fondi finanziari, ovviamente, che staranno già cominciando a spostare i propri investimenti dai titoli di stato a rischio (quelli dei Piigs, ma anche francesi) verso altri lidi più sicuri (e questo spostamento provocherà già da solo una robusta svalutazione dei prezzi di questi titoli, quindi un simmetrico aumento dei rendimenti, ossia degli interessi che lo stato dovrà pagare). Ma dobbiamo aver presente sia le conseguenze sistemiche di questi spostamenti, sia il peso sociale di un rinvio delle scadenze (pensate a quel che potrebbe avvenire nella vostra famiglia se quei 20 o 30mila euro in Bot dovessero restare congelati per anni...).

La seconda mannaia è quella definitiva. Passato un certo tempo, e “accertato” dai tecnici dell'Esm che quello Stato ha ancora un debito insostenibile il rimborso, già rinviato per anni, subirebbe un drastico taglio. Qui le normali famiglie, paradossalmente, rischiano meno, perché ben raramente hanno investito più di 100.000 euro in titoli di stato. Ma sarebbe la mazzata finale per le banche nazionali dei paesi interessati, perché fin qui tutte hanno “sostenuto” il corso dei titoli pubblici – incentivati in questo anche dal quantitative easing della Bce – acquistando dosi massicce di Bot, Cct, Ctz, Btp, ecc. (o come si chiamano nei diversi paesi a rischio).

Le conseguenze di un meccanismo del genere, una volta approvato, sarebbero immediatamente devastanti per le economie di questi paesi, perché “i mercati” fiutano il sangue molto prima che scorra e “anticipano” le cattive notizie spostandosi per il pianeta ala velocità di un click.

Come fanno notare alcuni analisti, “la Germania, semplicemente, sta smettendo di credere al Patto di stabilità e ai suoi bizantini rituali. Pochi dentro e intorno al governo di Berlino si illudono ancora che gli attuali sistemi europei di vigilanza sui conti pubblici possano spingere certi Paesi a risanare. «I poteri delle istituzioni europee nel far rispettare le regole restano limitati», si legge nel documento, «dunque future crisi di debito pubblico non possono essere escluse»”.

Non si stratta di una “sfiducia” di poco conto, perché significa mettere in soffitta tutto l'armamentario descritto dal Fiscal Compact e corollari (Six Pack, Two Pack, ecc).

Tutti liberi, quindi? Ogni paese sciolto dai vincoli asfissianti che ne stanno distruggendo la struttura economica, dando peraltro fiato ai “populismi”?

L'esatto contrario. Berlino da tempo mostra insofferenza per la politica monetaria della Bce (che con il quantitative easing ha ridato fiato alle quotazioni dei titoli dei paesi sotto attacco speculativo, riducendo gli spread entro limiti tollerabili) e per le scelte caute della Commissione guidata da Juncker, giudicata troppo acquiescente con paesi “discoli” (tutti quelli già nominati, più la Francia) e soprattutto poco attenta alla “credibilità” dei trattati sottoscritti.

Naturalmente è contrarissima a “mutualizzare” il debito europeo, come sarebbe logico in una struttura federale, perché tutto si può chiedere alla popolazione tedesca – ormai, dopo anni di narrazioni tossiche – tranne che di versare un euro in più ai “paesi cicala” del Mediterraneo (francesi compresi).

Dunque ha ripreso vigore e spessore propositivi l'idea di “contrattualizzare” gli impegni assunti dai diversi paesi, rendendoli il più simili possibile ai rapporti tra privati e al riparo da mediazioni politiche. Non a caso il documento tedesco prevede anche di “«costringere» i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default”. Inevitabilmente, una volta inserite nel prospetto di un bond una simile clausola, il prezzo crollerebbe all'istante e per quel governo sarebbe un suicidio emetterlo (i tassi di interesse da pagare schizzerebbero verso il cielo).

Un meccanismo del genere è un'assicurazione sulla vita delle finanze tedesche, ma anche la campana a morto per le velleità “comunitarie” e “solidali” dell'Unione Europea. È insomma in linea con le preoccupazioni di un paese a non vedersi coinvolto in “salvataggi” al di sopra delle proprie possibilità, ma mette in mora qualsiasi maggiore integrazione tra i paesi. Tranne, forse, per quelli più in linea con gli standard germanici.

Per capire: non si tratta di “restringere” il nucleo duro dell'Unione ai paesi “che ci stanno” (ovvero disposti a firmare anche trattati più suicidi degli attuali), ma di selezionare soltanto quelli che “se lo possono permettere”.

Non per caso il documento dei cinque “saggi” regala un inciso proprio all'Italia, escludendola per sempre dalla possibilità di sedere “tra i grandi decisori” d'Europa: «Grandi economie avanzate come l’Italia sono probabilmente troppo grandi per essere salvate in ogni caso». Quindi si facciano da parte, accettando senza discutere quel che viene loro imposto oppure raus.

L'alternativa è a questo punto secca: o finire come la Grecia, lasciandosi saccheggiare senza resistenza, oppure costruire la rottura con l'Unione Europea, che implica anche un altro posizionamento geostrategico.

In ogni caso, è chiaro, stiamo correndo verso un periodo ultra turbolento e carico di disastri, non certo verso “la ripartenza” di cui si ciancia – in modo sempre più irresponsabile – a Palazzo Chigi.

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23/12/2015

Il salva-banche mette Renzi contro tutti

Le banche sono al centro del sistema finanziario, quindi al centro del capitalismo contemporaneo. Molto più che non la produzione di merci fisiche o “immateriali”, che producono sì profitti ma in misura percentualmente più limitata e soprattutto con tempi di rotazione (dal momento dell'investimento a quelli del “rientro” in seguito alle vendite) infinitamente più lunghi.

Logico dunque che sulla banche si giochi molto. Sia a livello di Unione Europea che di governi nazionali. E che ogni schermaglia investa direttamente non solo gli istituti di credito di qualsiasi grandeza, ma anche chi della banca è solo cliente, magari piccolissimo e costretto a quel ruolo per poter incassare stipendio o pensione.

Logico anche, di conseguenza, che proprio sulle banche il governo Renzi abbia finito per pestare una materia nauseabonda di cui non riesce a sbarazzarsi. Tantomeno ricorrendo alle solite chiacchiere cui in due anni ha abituato il pubblico televisivo.

Con un solo decreto è infatti riuscito a mettersi contro i “risparmiatori” (categoria interclassista per definizione, perché prende in considerazione soltanto la titolarità di un conto corrente o altri beni mobili), la Banca d'Italia, l'Unione Europea (o almeno alcuni dei commissari coinvolti, come Margrethe Vestager e Christopher Hill, addetti rispettivamente alla “concorrenza” e alla “stabilità finanziaria”). Peggio ancora. Possedendo una cultura gestionale del potere fondata sull'”andiamo avanti comunque” e sul rilancio, sembra orientato ad alzare il livello di scontro con tutti i soggetti interessati alla vicenda.

Le notizie escono fuori un po' alla volta, come quando si “spizzicano” le carte in una mano di poker. Per i risparmiatori truffati dalle quattro banche fallite non ci sono molte speranze. Il meccanismo dell'”arbitrato” prova a dividerli fino all'individualizzazione; la nomina di Raffaele Cantone alla bisogna dovrebbe servire anche a intimidire i ricorrenti; il fondo di solidarietà di appena 100 milioni può comunque garantire solo un quarto delle perdite fin qui accertate.

La Banca d'Italia è sul piede di guerra, sia pure nelle sue forme british e nel rispetto severo delle competenze altrui. Ma non s'era mai visto un Governatore costretto ad andare in uno dei talk show più governativi – quello di Fabio Fazio – per difendere l'istituzione che dirige. Del resto, non si era mai nemmeno vista la decisione di sottrarre alla Banca d'Italia una delle sue competenze fondamentali per affidarla a un'autorità pensata per tutt'altro (l'anti-corruzione) e ad una commissione parlamentare d'inchiesta. Anzi, un precedente c'è, ma è letale per Renzi: il caso Sindona, che vide l'intervento diretto di Andreotti, Stammati, Evangelisti.

Le ultime sortite dell'attore fiorentino segnano l'ennesima escalation: la commissione parlamentare dovrebbe occuparsi del sistema bancario risalendo addirittura a 15-20 fa. Un modo di “buttarla in caciara”, perché in un terreno così vasto e in presenza di legami fortissimi tra buona parte dei parlamentari e diversi istituti di credito quella commissione finirebbe per smarrire il filo conduttore. In pratica, per annegare qualsiasi domanda urgente su un caso specifico – le quattro banche appena “salvate”, cominciando da Banca Etruria – in un oceano di “indiscrezioni”, “rivelazioni”, “misteri”, scoop veri e soprattutto falsi, fughe all'estero, cadute dalle finestre (è appena successo, con un dirigente di Monte Paschi), minacce incrociate, ecc.

Non è finita. L'apertura di uno scontro con l'Unione Europea è una mossa “populista” facile da pensare (è facilmente dimostrabile che il “decreto” sia stato sostanzialmente modificato – in peggio per i risparmiatori – dall'intervento dei Commissari di Bruxelles, e lo stesso governo sembra sul punto di pubblicare il carteggio istituzionale che avrebbe dovuto restare “riservato”), ma difficile da tenere a lungo senza conseguenze.

Tanto più se questo scontro ha come origine un volgare tentativo di sbrogliare "all'italiana" problemi bancario/familiari, esacerbati da interessi di poche famiglie toscane fortemente "collegate" tra loro e presenti, con ruoli pesanti, nel governo in carica.

L'anno appena trascorso dimostra a iosa che per “opporsi” alla Ue e alla Troika non basta neppure nutrire velleità “riformiste” sostenute massicciamente da una maggioranza popolare. Figuriamoci cosa potrebbe rovesciarsi sulla testa di un esecutivo in debito d'ossigeno sul piano del consenso interno e con le idee molto confuse – e dilettantesche – su come uscire da questo impiccio.

Fonte

22/12/2015

Confessioni di un bancario. Sei verità scomode a proposito del decreto “salva banche” e su come vengono gestiti i piccoli risparmiatori

Io lavoro per un grande gruppo bancario italiano e faccio il gestore. In parole semplici sono uno di quelli che vi trovate dietro la scrivania quando volete aprire un conto corrente, quando chiedete un prestito o un mutuo e soprattutto quando volete investire i vostri risparmi.

Da quando è scoppiato lo scandalo del decreto “salva banche” e sopratutto dopo il suicidio del pensionato che ha perso tutti i suoi risparmi, nelle filiali è un continuo via vai di clienti che vogliono essere rassicurati rispetto ai propri investimenti. Sono giorni che sento i colleghi ripetere sempre la stessa storiella, che poi è quella suggerita dall’azienda e ripetuta dai giornali, ovvero che il problema è circoscritto, che i nostri clienti non corrono nessun rischio e che alla fine coloro che hanno perso i propri risparmi li hanno persi o perché sono degli ingenui e hanno firmato senza leggere oppure perché sono stati avidi e hanno sottoscritto prodotti rischiosi per ottenere mirabolanti rendimenti.

Questa però per l’appunto è una storiella che non rispecchia assolutamente la realtà dei fatti e pertanto, preso dalla rabbia, ho scritto sei verità su come le banche gestiscono i piccoli risparmiatori che difficilmente televisioni e giornali vi racconteranno.

1. Le vittime dei piani di “salvataggio” sono per lo più piccoli risparmiatori. La maggior parte di questi sono pensionati con depositi fino a 100.000 euro, frutto solitamente della liquidazione e dei risparmi di una vita. Sono i soldi che speravano di dare ai figli per comprare casa e metter su famiglia oltre ad essere una garanzia per la propria vecchiaia.

2. I soldi dei risparmiatori non erano stati investiti in prodotti altamente speculativi come i derivati, ma in semplici obbligazioni subordinate, ovvero obbligazioni che danno un rendimento leggermente superiore alla miseria che danno i “normali” bond ma che, pochi sanno, in caso di default dell’emittente mettono chi li detiene in fondo alla lista dei creditori. Per chi non è del mestiere l’aggettivo “subordinato” vuol dire poco e niente e se in banca non te lo spiegano correttamente sei convinto di comprare un titolo obbligazionario tradizionale.

3. Non è vero che i prodotti venduti dalle altre banche, in particolare le grandi, sono privi di rischi. In questi anni gli istituti di credito hanno convinto, o meglio costretto, i clienti a dirottare i propri risparmi dall’amministrato al gestito. In pratica se prima la stragrande maggioranza dei piccoli risparmiatori aveva in portafoglio obbligazioni che garantivano a scadenza il capitale investito e rendimenti solitamente predeterminati (sistema "amministrato"), ora invece hanno quote di fondi che per definizione non danno nessuna garanzia (sistema "gestito"). Il risparmio è stato dirottato dall’amministrato al gestito perché quest’ultimo garantisce profitti più alti alle banche, anche se comporta rischi molto maggiori per i clienti.

4. Negli istituti di credito la vendita alla clientela di prodotti non adeguati non è un fatto sporadico, ma la normalità. Se si facesse una corretta profilatura dei clienti sulla base delle loro conoscenze in ambito finanziario non si potrebbe vender loro null’altro che titoli di stato e obbligazioni emesse dalle banche. I questionari di profilatura vengono di fatto compilati dai gestori e fatti firmare ai clienti alla cieca spesso senza consegnare loro le “copie cliente”. In quasi 10 anni di attività non ho mai, e dico mai, visto un cliente leggere un contratto di servizi di investimento, un prospetto o una scheda prodotto prima di sottoscrivere un investimento. In questi anni i provvedimenti adottati in tema di trasparenza hanno solo aumentato a dismisura le “carte” da siglare rendendo ancor più difficile per il cliente leggerle prima di firmare. Parliamo per intenderci di contratti di 50 e più pagine redatte in un carattere piccolo, quasi illeggibile e per giunta scritte in un linguaggio per addetti ai lavori. Tenete poi presente che le operazioni di investimento si chiudono mediamente in poche decine di minuti, raramente si va oltre la mezzora.

5. Chi entra in banca per fare un investimento trova sopra le scrivanie la scritta “Consulenza”. Quelli che stanno dall’altra parte del tavolo però non sono consulenti indipendenti ma personale pagato per vendere quei prodotti che la banca gli ordina di vendere. Quando si va a comprare una qualsiasi cosa si è pienamente coscienti che il negoziante ha tutto l’interesse a vendere la sua mercanzia a prescindere dalla qualità e dalla convenienza della merce, ma per un inspiegabile timore reverenziale in banca non è così. I clienti, se invece dell’insegna “pescheria” trovassero scritto “consulenza ittica”, scoppierebbero a ridere, mentre quando entrano in filiale non battono ciglio e non si accorgono del colossale conflitto di interesse delle banche che affermano di fare consulenza e contemporaneamente vendono i propri prodotti. Che il lavoro in banca non fosse un lavoro da contabile e tantomeno da consulente me ne sonno accorto prima ancora di essere assunto. Tanto per iniziare per accedere al concorso non c’era bisogno di avere un titolo di studio attinente al campo bancario. Soprattutto, però, durante tutte le prove a cui sono stato sottoposto non si è mai trattato di materie di ambito finanziario, ma sono state testate esclusivamente le mie capacità commerciali. Potevi anche non sapere cosa fosse un conto corrente o un bonifico, l’unica cosa importante per essere assunto era che fossi uno capace “di vendere ghiaccio agli eschimesi”. D’altronde il contratto di apprendistato utilizzato nel settore del credito è formalmente finalizzato alla formazione di addetti commerciali.

6. Nonostante tutto questo non immaginatevi i bancari come persone senza scrupoli che godono a fregare la gente. La realtà del lavoro in banca è molto diversa da quello che normalmente si immagina. Gli impiegati più giovani hanno retribuzioni sostanzialmente identiche ai loro coetanei del settore privato, ma sopratutto secondo numerosi studi i lavoratori del credito sono tra i più stressati. Siamo sottoposti ad asfissianti pressioni commerciali, a un costante mobbing tanto che molti soffrono di attacchi di panico e anche i giorni di malattia spesso sono dovuti a una qualche forma di “esaurimento”. Ormai tutta l’organizzazione interna alle banche è finalizzata al commerciale. Gli stessi direttori di filiale non decidono quasi più nulla e il loro ruolo è quello di controllare e pressare i dipendenti. I report sul raggiungimento degli obiettivi arrivano due volte al giorno e se non sei in trend sulla settimana, sul mese, sull’anno sono cazzi. Invece di rafforzare gli organici operativi (da sempre caratterizzati da carenze) le banche preferiscono aumentare le figure dedicate esclusivamente al monitoraggio delle vendite e ad intervenire in caso di scostamento da quelli che sono gli obiettivi prefissati. Si è creato così un piccolo esercito di quadri direttivi impegnati dalla mattina alla sera a pungolare e spesso ad umiliare chi secondo loro non contribuisce adeguatamente ad aumentare la redditività dell’azienda. Mentre per i normali dipendenti ormai i premi sono una chimera, a questi moderni capetti le banche, in caso di raggiungimento degli obiettivi, garantiscono incentivi che possono arrivare anche a diverse decine di migliaia di euro. Con queste prospettive di guadagno e solo una cinquantina di persone da controllare immaginate che tipo di pressioni possono esercitare su chi è poi effettivamente a contatto con la clientela. E’ proprio per sfuggire alle pressioni, ai cazziatoni e alle umiliazioni che i bancari vendono ai clienti prodotti non adeguati.

Per tutelare realmente i piccoli risparmiatori sono poche le cose da fare:
  • Obbligare le banche a comunicare ai clienti che quella da la loro svolta non è un attività di consulenza ma un attività strettamente commerciale.
  • Ridurre la documentazione da sottoscrivere in caso di investimenti e mettere in rilievo le caratteristiche dei prodotti che realmente interessano i clienti ovvero il grado di rischio, la presenza o meno di garanzia del capitale e le prospettive di rendimento.
  • Vietare che lo stipendio dei lavoratori, dei quadri direttivi e dei dirigenti bancari sia legato anche solo in minima parte al conseguimento di obiettivi commerciali.
Infine la cosa più importante: le banche devono essere in mani pubbliche. Fin quando le banche dovranno distribuire utili agli azionisti e stare sul mercato, i piccoli risparmiatori saranno sempre e solo vacche da mungere.

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Il risparmio ingoiato dalle truffe bancarie

“Tutelare e valorizzare il risparmio, elemento di forza caratteristico della nostra economia", prescrive flebilmente Sergio Mattarella dopo l'esplosione dell'affaire del decreto “salvabanche”, che ha scaricato sui correntisti una parte rilevante dei costi.

Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, assicura che “il sistema, nel suo complesso, è risultato solido e che siamo stati capaci di proteggerlo, pur essendo l'Italia un paese economicamente più debole degli altri. Da noi non è stato il sistema finanziario a rendere fragile l'economia, ma il contrario”.

Ilvo Diamanti, sondaggi alla mano, certifica però che il grado di fiducia dei cittadini nelle banche è sceso al 16%. Minimo storico. E intanto, stamattina, circa 200 risparmiatori delle banche coinvolte dal "salva-banche" stanno manifestando a pochi metri dalla sede di Bankitalia. Chiedono il rimborso integrale dei risparmi e le dimissioni del governatore Ignazio Visco per mancato controllo.

Fino a un paio di mesi fa era luogo comune identificare le banche d'affari – quelle che “fanno soldi con i soldi”, grandi investimenti finanziari in prodotti “derivati” dalle funzioni misteriose e dai rendimenti, quando va bene, favolosi – come un tumore delinquenziale da cui stare alla larga. La crisi esplosa nel 2008, in effetti, aveva al centro una banca di questo genere – Lehmann Brothers, la quarta del pianeta – e sembrava sensato distinguere questa categoria dalle altre.

La retorica dell'italietta felix prese a cantare le lodi delle piccole banche territoriali, quelle “vicine al risparmiatore”, che “valutano il cliente per la sua storia” e non solo in base a quanta liquidità deposita presso l'istituto di credito. Banche che dunque possono contemporaneamente difendere il risparmio e assicurare adeguate linee di credito per famiglie e imprese, ovviamente piccole e medie. Il tutto in un clima agreste di fiducia reciproca, facilitata dalla frequentazione paesana tra risparmiatori, impiegati, direttori di filiale e persino, in qualche caso, con gli stessi amministratori.

Un quadretto distrutto dalla truffa organizzata contro i correntisti soprattutto da Banca Etruria (le altre tre coinvolte nel decreto renziano sono rimaste sullo sfondo mediatico), al punto che tutti sono corsi a tracciare una linea di demarcazione presuntamente solida tra “le poche mele marce” e il “sistema che resta solido e affidabile”.

Nemmeno un mese di tempo ed ecco che Veneto Banca si precipita a cambiare il proprio assetto societario, trasformandosi in spa, per non rischiare il commissariamento da parte di Bankitalia. Il contemporaneo aumento di capitale sdraia anche lì gli azionisti piccoli e grandi, con un crollo della quotazione da 39,5 a 7,3 euro. Dalla sera alla mattina, meno 76%.

Altra mela marcia? Sarà... Passano due giorni ed esplode il caso del Credito Emiliano. Qui i vertici della banca sembrano quasi innocenti, perché tutto lo scandalo riguarda una sola funzionaria che curava un parco clienti relativamente ristretto ma di elevata disponibilità finanziaria. Tutti imprenditori della bassa padana, che – in alcuni casi da 17 anni – affidavano la propria liquidità alla signora perché la facesse moltiplicare come i pani e i pesci della bibbia. E lei assicurava di riuscirci, anche in tempo di crisi finanziaria, fornendo di persona tutta la documentazione relativa alle plusvalenze che andavano accumulandosi nel tempo. Le prime ricostruzioni (si veda per i dettagli qui) parlano di “uno strettissimo rapporto personale” tra funzionaria e clienti, fino al prestito di case e ai consigli per gli affari di cuore. Una banca “costruita intorno a te”, dalla culla alla tomba.

Ma come faceva la funzionaria a rendicontare guadagni mai avvenuti? Semplice, stampava una falsa documentazione e impediva ai clienti di accedere direttamente al conto. Eppure si trattava di imprenditori, non di anziane pensionate molto facili da raggirare... Cioè, gente che di “doppia contabilità” se ne intende perché, in buona percentuale, la pratica direttamente. Possibile che anche i "cummenda", gli "uomini del fare e produrre" (sembra di sentire i "tombini di ghisa" del Salvini-Crozza) cedano così facilmente al sogno rapinatorio di "fare i soldi con i soldi"?

Qui l'”educazione finanziaria” di cui si continua a parlare sui media può fare davvero poco, perché il segreto vero di queste truffe è pre-culturale: consiste nell'affidarsi a qualcuno che risolve i problemi al posto tuo, assicurandoti un guadagno monetario oltre che di tempo e fatica.

A noi, vecchi malfidati, sembra più che probabile il moltiplicarsi di “scoperte” del genere da qui in avanti. È infatti nella natura delle cose che l'allarme si vada diffondendo tra chiunque abbia un conto in banca, una cifra più o meno grande affidata a una sgr o a un fondo pensione.

Quel che ne deriva, però, è qualcosa di più grave del semplice “venir meno della fiducia”. Tutto il sistema finanziario, compresa l'ala classicamente “bancaria”, è fondata su meccanismi tutto sommato simili e su una moltiplicazione esponenziale di “prodotti”, tale da rendere pura utopia un'autodifesa del singolo fondata sulla “conoscenza”. Il tempo d'imparare le caratteristiche di un “prodotto” che eccone arrivare altri tre, ancora più complessi e opachi. Un fiume di denaro – "i risparmi" o "i profitti", i salari come le pensioni – viene così drenato dalla circolazione "virtuosa" (consumi, investimenti... insomma, riproduzione) e consegnato al gioco speculativo o, all'italiana, al "prendi i soldi e scappa" (è quello che avrebbe fatto la funzionaria del Credem).

È la finanza, bellezza! Mentre l'economia reale ristagna per eccesso di capacità produttiva globale, solo il gran casinò del denaro che cresce sugli alberi riesce a dare l'impressione della “crescita”. Si tratta solo di azzeccare la “narrazione giusta” ogni volta che qualcosa va storto. Sperando che non accada tutti i giorni, sennò anche la fantasia degli spin doctor arriva al limite...

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18/12/2015

Cantone santo subito. A lui anche gli "arbitrati" per gli obbligazionisti truffati

Renzi è un decisionista, o almeno vuole apparire tale. E quindi ha deciso, in spregio a qualsiasi regola, usanza o tradizione, che gli arbitrati per gli obbligazionisti secondari colpiti dal crac delle 4 banche popolari saranno gestiti dall'Agenzia anticorruzione, presieduta da Raffaele Cantone.

Lo ha spiegato, com'è suo costume, in un'intervista al Tg5, non certo in Parlamento e neanche in una riunione del governo. "Se possibile vorrei che gli arbitrati fossero gestiti non dalla Consob, non dalla Banca d'Italia, non dal Parlamento, non dal Governo ma dall'Anac di Raffaele Cantone, un'autorità terza e autorevole, per la massima trasparenza. Nelle prossime ore faremo il possibile perché chi è stato truffato, ma chi è stato truffato davvero, possa riavere i soldi e faremo degli arbitrati. Da parte mia c'è l'intenzione di fare la massima trasparenza e chiarezza, ci sarà il massimo rigore".

Il povero Raffaele Cantone, a questo punto, comincia a somigliare al più solitario “salvatore della patria” che si sia mai visto. Viene indicato per risolvere qualsiasi problema, presente o futuro, giudiziario o politico amministrativo. Dal controllo degli appalti Expo o per il Giubileo fino a candidato sindaco di Napoli, in opposizione a Giggino De Magistris. In ogni caso, diventa sempre più evidente che si sta imponendo un certo modo di "governare" che prevede la concentrazione di tutti i poteri in poche mani; possibilmente in quelle di "un uomo solo al comando". Anche fuori dalle istituzioni...

Ma che c'entra l'anti corruzione con la selezione – “caso per caso” – tra gli obbligazionisti truffati e quelli che invece avevano scelto volontariamente di investire in titoli ad alto rischio? Nulla naturalmentee. Ma così – lo ha rivendicato lo stesso Renzi – si dà “un segnale” e si prova a blindare un modo di governare, fatto di concentrazione dei poteri nelle mani di pochissime persone, anzi tendenzialmente “un uomo solo al comando”.

Soprattutto, è un segnale a due istituzioni che presentano molto problemi, ma che non si possono bypassare come paracarri inutili. La Banca d'Italia, per esempio, è titolare unica della sorveglianza sulle piccole banche (quelle grandi, di dimensioni sistemiche, sono ormai sotto la giurisdizione della Bce), e una decisione come quella di Renzi ne mette in discussione le prerogative (non i “privilegi”), Ne è consapevole ovviamente il Governatore, Ignazio Visco, che ieri stesso è salito al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica.

Il caso del “salvabanche” è un verminaio che emana tanfo da ogni poro. C'è l'ovvio sospetto che il governo si sia attivato soprattutto per Banca Etruria, la più grande delle quattro interessate dal decreto, delineando un meccanismo che salvaguardava gli ex amministratori – tra cui il vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del ministro che in queste ore si sta difendendo da una mozione di sfiducia in Parlamento – nel mentre azzerava i risparmi di tutti quei correntisti truffati con la vendita di “obbligazioni subordinate”. C'è la certezza che quegli amministratori si siano concessi fidi milionari proprio nello stesso periodo in cui ramazzavano liquidi dai conti correnti dei clienti più deboli.

Ci sono le indagini condotte dalla Procura di Arezzo, sia nei confronti degli ex amministratori, si degli organi che dovevano controllare l'istituto (ovvero la Consob, in quanto Banca Etruria era quotata in Borsa, e Banca d'Italia, addetta alla sorveglianza).

Ma c'è anche il fascicolo aperto al Consiglio Superiore della Magistratura proprio sul procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, che indaga sulla banca del padre del ministro mentre è, contemporaneamente, “consulente giuridico” del governo (quindi, di fatto, anche del ministro Boschi).

Su questo caos piove la decisione renziana, forse nella speranza di sparigliare un mazzo di carte per lui molto sfavorevole. Rischia di vedere incrinata definitivamente la credibilità del suo ministro in tubino nero; rischia di aprire uno scontro anche con Pier Carlo Padoan (il cui schema di decreto sugli arbitrati lasciava alle istituzioni delegate il compito operativo); rischia di finire coinvolto in prima persona dagli affari di suo padre proprio con alcuni degli amministratori di Banca Etruria, a cominciare dall'ex presidente Rosi.

L'evocazione di Raffaele Cantone, la sua personale “garanzia di trasparenza”, “al di sopra delle parti”, ecc, contiene infine un rischio anche per lo stesso Cantone. A forza di essere chiamato a fare l'uomo della provvidenza al servizio di un premier istituzionalmente più che disinvolto, infatti, sta vedendo sbiadire giorno dopo giorno proprio quell'aura di “trasparenza e terzietà”.

O sei l'uomo del governo per ogni impiccio o sei l'arbitro imparziale e incorruttibile. Tertium non datur...

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