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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/01/2024

Etf sui bitcoin. La miccia è stata accesa

Il capitalismo finanziario non impara mai. Al massimo elabora nuovi trucchi riciclando quelli vecchi, con l’aiuto e l’illusione della tecnologia, che consente al tempo stesso di massimizzare i guadagni e ovviamente le perdite.

Il tracollo dei mercati finanziari, all’indomani del crack sui mutui subprime statunitensi, quando la follia dei “prodotti derivati” inciampò sull’incertezza del “sottostante” a prodotti favolosi, creati da matematici e non in fabbrica, sembrava avesse insegnato che il moral hazard alla fine si paga. Sempre.

La soluzione, com’è noto, fu tutta a carico degli Stati e delle banche centrali principali, che dovettero a loro volta farsi carico dei salvataggi di banche, assicurazioni, istituti di credito di vario tipo (quando non ce la fecero più, il botto – con Lehmann Brothers – fu epocale), oppure iniettare nei mercati liquidità di dimensioni mai viste, portando ad azzerare per molti anni il costo del denaro (tassi di interesse a zero o anche negativi).

Ora, in pieno caos di guerre in corso, con la crescita che già zoppicava dopo la pandemia, con la frammentazione dei mercati globali a seconda di schieramenti geopolitici mutevoli, con l’intelligenza artificiale che minaccia direttamente il 40% dei posti di lavoro al mondo (il 60% nelle economie “avanzate”), si ritorna a fare follie. Che si pagheranno.

La miccia è stata piazzata dalla Sec (l’autorità di controllo della borsa Usa, l’equivalente onnipotente della nostarna Consob), che ha autorizzato il primo Etf sui bitcoin. Persino i massimi esperti di MilanoFinanza gridano al pericolo mondiale...

La questione è relativamente semplice, al di là delle indubbie contorsioni della finanza creativa: chi garantisce il valore dei bitcoin? O, in parole antiche, chi è il pagatore di ultima istanza?

Nel caso dei “prodotti derivati”, in effetti, c’era sia un “sottostante” (titoli azionari impacchettati a loro volta con obbligazioni entro prodotti finanziari “salsiccia”, e così via in un gioco di scatole cinesi praticamente senza fine), sia un “pagatore”. In genere una banca o un fondo di investimento, che magari poteva fallire sotto lo sforzo, ma comunque esisteva in quanto soggetto responsabile.

Nel caso dei bitcoin e di tutte le altre cryptomonete private non c’è letteralmente nulla. Neanche un responsabile noto. Provate a cercare il Satoshi Nakamoto che l’ha creata...

Il problema non sta nello strumento crypto, ma nel soggetto che ne risponde. Se uno Stato o un gruppo di stati crea una o più cryptomonete, sarà quel soggetto a pagare il corrispettivo (anche gli Stati falliscono, certo, ma un po’ più raramente...). Nel caso del bitcoin nessuno.

Ma fin quando le transazioni in crypto private sono fuori dal circuito finanziario “regolato e legale” qualsiasi esplosione di una crypto privata sarà fondamentalmente un affare di coloro che non hanno fatto in tempo a liberarsene.

Se invece, come ha fatto la Sec, cominciano ad esistere prodotti finanziari “regolati” con un “sottostante” che non ha un responsabile e tecnicamente non è nulla, ecco che il “contagio” si diffonde immediatamente dal circuito dei matti a quello “legale”. Gli effetti speculativi nel mondo dell’immaginazione diventano così reali.

Non siamo solo noi a dirlo. Come potete leggere qui di seguito...

*****

Etf bitcoin, perché la decisione della Sec rischia di legalizzare il gioco d’azzardo e mette a rischio il risparmio

Roberto Sommella – MilanoFinanza

La decisione della Sec di autorizzare gli Etf sul bitcoin rischia di legalizzare il gioco d’azzardo. E questo per tre ordini di motivi, che in un Paese ricco di risparmio come l’Italia devono essere presi nella massima considerazione dal governo Meloni e da tutte le autorità finanziarie. In primo luogo, va ricordato che la criptomoneta più famosa al mondo, che ha messo a segno negli ultimi dodici mesi un rialzo del 162%, è un investimento ad alto rischio che a fronte di un creditore non ha un debitore accertato, come ha ricordato giovedì 11 su MF-Milano Finanza il presidente della Consob Paolo Savona.

A differenza di altri strumenti monetari il bitcoin non risponde alle regole delle banche centrali quando emettono moneta e non ha un vigilante. È stato lo stesso Savona a ricordarlo con la nettezza che lo contraddistingue. E in modo inequivocabile.

Le crypto, questo il ragionamento del numero uno della commissione che vigila in Italia sulla borsa e il risparmio, compresi i bitcoin anche se di importo limitato, quando nascono sono «il nulla creato su un computer facendo uso di un metodo matematico e assumono un valore di mercato se qualcuno le acquista, versando di norma moneta legale che, come noto e come ci ha ricordato Keynes, quando nasce ha sempre un debitore (Stato, banca centrale o istituto di emissione, o banche di deposito)».

L’assenza invece di un debitore per le crypto legittima la posizione delle autorità monetarie che esse non sono moneta legale, ossia mezzo liberatorio dei pagamenti-debiti, senza però che le autorità finanziarie e i legislatori siano in grado di collocare le valute digitali nell’assetto istituzionale oggi vigente per le attività tradizionali. Una situazione che genera un vuoto normativo clamoroso.

Così aumenta il rischio di una bolla

In secondo luogo, visto che l’organismo di controllo americano dei mercati finanziari (la Sec) ha autorizzato l’acquisto di Etf – fondi o sicav che replicano indici azionari e obbligazionari – anche legati alle criptomonete, c’è da aspettarsi che queste ultime vengano recepite dalle banche d’affari e dai gestori del risparmio alla pari di strumenti regolati e vigilati: una sorta di legittimazione di un prodotto ad alto rischio, per di più utilizzato spesso dalla malavita per transazioni illecite, come molti casi, anche in Italia, dimostrano.

Non serve illudersi che questo caso sia limitato al mercato statunitense, perché ormai si è imparato che la finanza è globale, con tutti i suoi pregi e i suoi pericolosi difetti.

In terzo luogo, sempre seguendo il filo logico dell’allarme del presidente della Consob, che andrebbe ascoltato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, gli Etf sui bitcoin possono accendere una miccia pericolosa su una nuova bolla finanziaria, come accaduto nel 2007 con i mutui sub prime, i quali proprio non basandosi su collaterali solidi innescarono una serie di default per poi deflagrare anche nell’economia reale, con le conseguenze che tutti hanno conosciuto, dopo il fallimento della Lehman Brothers, anche da questa parte dell’Atlantico.

A questo proposito giova ancora ricordare quanto scritto su MF-Milano Finanza da Savona a proposito dell’incesto di prodotti reali con prodotti virtuali: «Se si permette l’ibridazione tra vecchie e nuove monete e vecchi e nuovi strumenti il funzionamento del mercato mobiliare diventa complesso, la vigilanza pubblica sempre meno efficace e più costosa, la trasmissione degli effetti delle scelte politiche sempre meno prevedibili e la creazione di ricchezza sempre meno connessa con la crescita reale».

A rischio il risparmio

Il distacco di un prodotto finanziario dal mondo reale, senza i dovuti accorgimenti e accordi tra banche centrali e controllori mondali, non potrà che aumentare i rischi per il risparmiatore medio, soprattutto in una situazione in cui la ricchezza è concentrata in poche mani e sta per affidarsi anche all’immenso potere che l’Intelligenza Artificiale può sviluppare per manipolare i mercati finanziari, come è stato segnalato recentemente dalla Consob e dalla Banca d’Inghilterra.

Un’ultima considerazione va fatta per il caso italiano. Il nostro Paese è molto ricco del petrolio di carta, la ricchezza delle famiglie, che supera ampiamente il pur enorme debito pubblico giunto a 3.000 miliardi di euro.

Cosa potrebbe accadere se anche in Italia verrà autorizzata la vendita di Etf sui bitcoin senza i dovuti controlli e le necessarie campagne di informazione e di educazione finanziaria?

Già oggi le criptomonete, seppur in piccoli importi, sono detenute mediamente da un numero di italiani pari a coloro che possiedono titoli di Stato, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia e della stessa Consob, senza considerare che dall’aprile del 2023 sono vendute liberamente e senza alcun controllo in cinquemila tabaccherie presenti sul territorio nazionale.

Una nuova Bretton Woods

Non si tratta di demonizzare il nuovo che avanza e la tecnologia, così come dimostra il dibattito sull’AI, ma occorre raggiungere subito un accordo a livello mondiale su cosa si può vendere e cosa no senza che sia vigilato da un organo finanziario di controllo.

Finora le autorità si sono rimpallate il problema, le une sostenendo che non spetta alle banche centrali vigilare sui bitcoin perché non sono valute, le altre, gli organi di controllo delle borse, perché non sono strumenti finanziari.

Ma se diventano investimenti replicabili a dismisura si pone il tema della tutela del risparmio, come previsto dalla nostra Costituzione e come spesso ricorda lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale da tempo mette in guardia sui rischi legati al dilagare dei nuovi monopoli digitali che ormai si muovono anche con la forza dell’innovazione artificiale.

Oggi il sistema monetario e finanziario è in mezzo al guado e non sa verso quale sponda si va indirizzando, quando appare chiaro che servirebbe invece una nuova Bretton Woods per stabilire cosa sia convertibile in moneta legale e cosa no.

Alle autorità finanziarie, ai governi e alla politica spetta quindi un compito di programmazione istituzionale impegnativo e immediato al pari di una comprensione del problema, che decisioni come quelle della Sec rendono ancora più difficile.

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12/01/2019

Dopo Savona il Quirinale mette il veto anche all’economista Minenna

La nomina dell’economista Marcello Minenna a presidente della Consob (organismo di controllo sulle banche e i mercati finanziari) non piace al Quirinale. Si tratterebbe del secondo veto, dopo quello di Savona a ministro dell’Economia, che il Quirinale (in perfetta sincronia con la Commissione Europea) sta mettendo a economisti in qualche modo “non allineati” a Bruxelles tenendoli alla larga da incarichi strategici per l’economia.

Minenna era stato indicato due giorni fa ufficiosamente dal vicepremier Di Maio come candidato anche a nome della Lega. L’economista, Bocconiano e docente universitario, tra l’altro è già Responsabile dell’ufficio Analisi quantitative e innovazione finanziaria della Consob. Ma la sua nomina sembra incontrare resistenze dall’alto, anche se un organismo strategico come la Consob è privo della propria guida sin dallo scorso settembre, quando si dimise il presidente Mario Nava.

Secondo il sito Affaritaliani.it a bloccare la nomina di Minenna pare sia un veto che arriva dall’alto, addirittura dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un veto insistito di cui il Colle ha reso edotti sia il premier Conte sia i vice Di Maio e Salvini e con motivazioni alquanto risibili, come il fatto che Minenna sia stato per qualche mese assessore nella giunta Raggi a Roma e quindi privo della necessaria indipendenza politica. Altra motivazione sarebbe che, provenendo dall’interno della stessa Consob, la candidatura non godrebbe dell’unanimità e spaccherebbe la Commissione.

Marcello Minenna non può essere considerato un economista apertamente “No euro” ma alcune sue considerazioni, niente affatto indulgenti verso Germania e trattati europei, probabilmente non gli sono state perdonate dall’establishment subalterno a Bruxelles. Si può ben dire che il blocco “Quirinale-Commissione Europea-professori nel governo” stia calando le sue carte, una dopo l’altra, una più pesante dell’altra, sul governo in carica.

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13/06/2016

Il governo scarica il presidente della Consob?

In fondo, se metti la volpe a guardia del pollaio, cos’altro ti devi aspettare? Sembra arrivata a fine corsa la carriera di Giuseppe Vegas, nominato alla guida della Consob dal governo Berlusconi, nel 2010. Giurista di formazione, sempre con un piede nella pubblica amministrazione, democristiano di lungo corso, poi parlamentare di Forza Italia e Pdl, quindi viceministro dell’economia con Tremonti e infine arrivato alla guida dell’authority di controllo sulla borsa.

La correttezza istituzionale sua e del suo “nominatore” si è vista subito: passato alla Consob il 18 novembre, avrebbe dovuto rassegnare immediatamente le dimissioni da parlamentare, oltre che da membro del governo; ma ha continuato a partecipare ai lavori della Camera, specie quando si è trattato di respingere il voto di sfiducia (14 dicembre) all’ex Cavaliere. Le sue dimissioni, infatti, erano state opportunamente messe in calendario alla fine di dicembre.

Questione di sensibilità per “l’editore di riferimento”, che aveva notoriamente anche molti interessi bancari (Mediolanum, al 50% con Ennio Doris) e un’altra azienda quotata in borsa (Mediaset) da tempo sotto tiro dei “mercati finanziari”.

La poltrona di Vegas ora barcolla per una inchiesta di Report sulle quattro banche fallite e salvate dal governo Renzi, con il metodo del bail in, ovvero facendo pagare un prezzo durissimo agli azionisti e ai possessori di obbligazioni subordinate; ossia di carta straccia acquista su “consiglio” degli impiegati della stessa banca, messi peraltro sotto torchio perché ne smaltissero quantitativi abnormi prima del fallimento effettivo.

L’inchiesta del team di Milena Gabanelli si è concentrata su un dettaglio fondamentale per stabilire se i sottoscrittori di obbligazioni bancarie fossero stati correttamente informati o meno; e quindi se avessero diritto a un risarcimento in quanto truffati oppure a niente in quanto “investitori consapevoli dei rischi”.

Nei prospetti informativi rilasciati dalle banche ai clienti non erano compresi gli “scenari prospettici”, ossia le simulazioni sull’andamento dell’investimento in diversi e contrapposti casi. E’ fin troppo ovvio che se nessuno mi dice cosa può accadere del mio denaro, anzi vengo rassicurato sul fatto che sono “titoli sicuri”, io sono stato truffato. Semplicissimo.

Ma com’è possibile che gli scenari prospettivi non siano stati inseriti nei profili informativi e nonostante questo abbiano ottenuto l’ok della Consob (che ha il compito di vigilare su tutto ciò che riguarda i rapporti tra società quotate e borsa, banche comprese)?

Vegas si è incazzato, spiegando che la Consob non ha mai abrogato l’obbligo di inserire gli scenari probabilistici nei prospetti delle obbligazioni bancarie perché quest’obbligo non è mai stato introdotto, né a livello nazionale né a livello europeo.

La replica è stata fulminante: Report ha fatto vedere il documento a firma Vegas in cui il presidente della Consob consigliava o ordinava alle banche di non pubblicare quegli “scenari prospettici”.

Che la Gabanelli abbia chiuso la trasmissione chiedendo le dimissioni di Vegas sarebbe stato in fondo un semplice appello televisivo (per quanto rilevante). Ma il renzianissimo Calo Calenda, neo ministro dello sviluppo economico (al posto della “sfortunatissima” Federica Gudi), ha messo il peso del governo contro la permanenza di Vegas al suo posto: “Non sta al governo commentare l’operato di autorità indipendenti, ma degli errori gravi sono stati fatti. La Gabanelli ha ragione”.

Su tutt’altra lunghezza d’onda, invece, l’altrettanto renzianissimo viceministro dell’Economia, Enrico Morando: «Abbiamo collaborato con l’autorità di vigilanza in modo leale e costruttivo. Dire di più significa che il governo si mette a fare un mestiere che non è suo».

In effetti l’autorità di borsa è formalmente indipendente, ma come si è visto è il governo a nominarne il presidente (lo indica al Presidente della Repubblica, che emano il relativo decreto). Quindi una “sfiducia” del governo dovrebbe equivalere a una richiesta di dimissioni.

Ma come si è visto nel governo non tutti la pensano nello stesso modo. In fondo, potrebbe essere un’occasione per scaricare la patata bollente delle “quattro banche” – tra cui Etruria, di cui era vicepresidente il padre di Maria Elena Boschi – in altre mani, liberando in parte Renzi e ministra delle “riforme” dal sospetto (eufemismo). C’è però anche il rischio di introdurre un altro elemento di battaglia con i berlusconiani; ovvero con l’unica speranza di non perdere i ballottaggi a Milano e sperare in una inverosimile rimonta di Giachetti a Roma.

Dev’essere per questo che Renzi tace. Una notizia!

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10/05/2016

La truffa delle banche, agevolata dagli “arbitri”

Con invidiabile tempismo, ieri mattina, il presidente della Consob, l’ex berlusconiano Giuseppe Vegas, ha assolto Banca Etruria e le altre banche fallite, che avevano sbolognato ai clienti più inconsapevoli i famosi “bond subordinati” trasformatisi – col fallimento – in carta straccia. Secondo la sua ricostruzione, fatta durante l’incontro annuale “col mercato” (sorvoliamo sui protagonisti…), i prospetti e i supplementi informativi che accompagnavano le emissioni «erano stati redatti nel rispetto delle regole di trasparenza previste dalle norme sul prospetto informativo».

«I prospetti in questione – questa l’analisi – hanno dato massima evidenza a tutti i fattori di rischio connessi alla complessità degli strumenti e alla situazione in cui versavano le banche. Essi specificavano che l’investitore avrebbe potuto perdere l’intero capitale investito in caso di liquidazione o di procedure concorsuali. Questi elementi sono stati inseriti nella parte relativa ai fattori di rischio e, nei casi più significativi, sono stati ripresi e sintetizzati nella prima pagina dei prospetti, nella sezione denominata “avvertenze per l’investitore”. Le vicende relative alla liquidazione delle quattro banche non mettono in discussione la validità di fondo dei modelli di vigilanza sulla prestazione dei servizi d’investimento».

Tutto bene, insomma. Le banche avevano avvertito “gli investitori” scrivendo sui prospetti che quelli erano prodotti rischiosi. Quindi chi li ha comprati e ha perso tutto, ha semplicemente sbagliato l’investimento e non ha ragione di lamentarsi.

Mentre lui teneva questa brillante dissertazione su quanto sia giusto e inevitabile turlupinare i clienti da parte delle banche, la Guardia di Finanza entrava ancora una volta in Banca Etruria, attualmente in liquidazione coatta amministrativa, per un’altra serie di perquisizioni. Che hanno portato all’acquisizione della circolare della direzione generale dell’istituto – inviata per mail a tutti i dipendenti – che ordinava di vendere obbligazioni subordinate anche ai piccoli risparmiatori e non solo, come avrebbero dovuto, ai clienti «istituzionali» (quelli che lo fanno di mestiere, e dunque conoscono a menadito gli arcani dei prospetti informativi).

E questo non nel momento di panico che precede il fallimento, ma prima ancora di decidere l’emissione delle obbligazioni incriminate. Dalle perquisizioni emerge una vera e propria «cabina di regia» incaricata di premere ogni singolo impiegato agli sportelli perché sbolognasse la massima quantità di obbligazioni spazzatura anche ai clienti che «non avevano un profilo finanziario adeguato».

Uno dei documenti descriveva per filo e per segno il comportamento da tenere con i clienti dubbiosi, suggerendo risposte rassicuranti o evasive. Tanto che i due dirigenti responsabili del “suggerimento” sono ora accusati anche di truffa aggravata. In pratica, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Banca Etruria ha deciso a tavolino di indire un’emissione di titoli spazzatura destinata ai clienti “deboli”; ovvero quelli che per età, ignoranza finanziaria, storico rapporto di fiducia con l’istituto, sarebbe stato più facile raggirare. O, come si dice, in gergo, «la sottoscrizione» è stata «rivolta a una clientela retail e non a quella professionale», che avrebbe fiutato il bidone in due secondi netti.

La Procura di Arezzo spiega d’altronde che «gli investimenti in subordinate, su proposta dei responsabili d’area e degli uffici territoriali, sono stati prospettati a vari clienti come investimento sicuro e analogo a quelli in obbligazioni ordinarie e titoli di Stato. Talvolta, il cliente è stato addirittura spinto a effettuare il disinvestimento di operazioni a capitale garantito per favorire l’acquisto delle obbligazioni subordinate, che gli era stato proposto come una promozione della banca rivolta ai propri clienti migliori, ma che doveva essere sottoscritto in tempi brevissimi».

Sembra davvero difficile che il presidente della Consob fosse ignaro di questi sviluppi dell’indagine giudiziaria. E dunque “l’assoluzione” delle quattro banche risulta decisamente gravissima. Un vero incitamento alla truffa sistematica.

Ma, appunto, per evitare di dare questa impressione a tutti – anche a chi è a digiuno di “cultura finanziaria” – lo stesso Vegas ha annunciato tre novità regolamentari, da sottoporre alla consultazione dei “soggetti di mercato”, tra cui le “schede prodotto” contenente le caratteristiche essenziali degli strumenti offerti. «Il punto di svolta per la trasparenza è l’informazione chiave – spiega Vegas – perché un eccesso di informazioni equivale quasi sempre a una carenza di informazioni».

In buona sostanza resta decisamente fuori dell’orizzonte del “regolatore” il gap informativo tra banche e clienti retail, ovvero comuni cittadini senza particolari competenze in materia. Continuare a far finta che basti scrivere un po’ di “caratteristiche del prodotto finanziario” per annullare questo scarto tra chi maneggia professionalmente il business (al punto da creare egli stesso i “prodotti”) e il cliente-tipo, quasi sempre obbligato ad avere un conto in banca, è una vera presa in giro. I casi emersi nel fallimento delle quattro banche, infatti, rivelano una pratica quotidiana che prescinde quasi totalmente dalla “lettura dei prospetti”, scritti in modo tecnico, dunque incomprensibile a chi non è del mestiere. Un modo fatto di rapporti fiduciari, addirittura di “affidamento” totale in caso di clienti anziani e con bassa scolarità, cui vengono – sì – consegnati quintali di carte dove in teoria c’è scritto tutto, ma che accettano o no in base alla relazione pluridecennale con quella banca. Specie nei paesi di provincia, in cui spesso c’è un solo sportello.

Con invidiabile tempismo, insomma, Vegas ci conferma che i presunti “regolatori” del sistema bancario e del mercato finanziario sono in realtà i migliori complici dell’espropriazione dei più deboli. Presunti arbitri, col fischietto biforcuto...

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18/12/2015

Cantone santo subito. A lui anche gli "arbitrati" per gli obbligazionisti truffati

Renzi è un decisionista, o almeno vuole apparire tale. E quindi ha deciso, in spregio a qualsiasi regola, usanza o tradizione, che gli arbitrati per gli obbligazionisti secondari colpiti dal crac delle 4 banche popolari saranno gestiti dall'Agenzia anticorruzione, presieduta da Raffaele Cantone.

Lo ha spiegato, com'è suo costume, in un'intervista al Tg5, non certo in Parlamento e neanche in una riunione del governo. "Se possibile vorrei che gli arbitrati fossero gestiti non dalla Consob, non dalla Banca d'Italia, non dal Parlamento, non dal Governo ma dall'Anac di Raffaele Cantone, un'autorità terza e autorevole, per la massima trasparenza. Nelle prossime ore faremo il possibile perché chi è stato truffato, ma chi è stato truffato davvero, possa riavere i soldi e faremo degli arbitrati. Da parte mia c'è l'intenzione di fare la massima trasparenza e chiarezza, ci sarà il massimo rigore".

Il povero Raffaele Cantone, a questo punto, comincia a somigliare al più solitario “salvatore della patria” che si sia mai visto. Viene indicato per risolvere qualsiasi problema, presente o futuro, giudiziario o politico amministrativo. Dal controllo degli appalti Expo o per il Giubileo fino a candidato sindaco di Napoli, in opposizione a Giggino De Magistris. In ogni caso, diventa sempre più evidente che si sta imponendo un certo modo di "governare" che prevede la concentrazione di tutti i poteri in poche mani; possibilmente in quelle di "un uomo solo al comando". Anche fuori dalle istituzioni...

Ma che c'entra l'anti corruzione con la selezione – “caso per caso” – tra gli obbligazionisti truffati e quelli che invece avevano scelto volontariamente di investire in titoli ad alto rischio? Nulla naturalmentee. Ma così – lo ha rivendicato lo stesso Renzi – si dà “un segnale” e si prova a blindare un modo di governare, fatto di concentrazione dei poteri nelle mani di pochissime persone, anzi tendenzialmente “un uomo solo al comando”.

Soprattutto, è un segnale a due istituzioni che presentano molto problemi, ma che non si possono bypassare come paracarri inutili. La Banca d'Italia, per esempio, è titolare unica della sorveglianza sulle piccole banche (quelle grandi, di dimensioni sistemiche, sono ormai sotto la giurisdizione della Bce), e una decisione come quella di Renzi ne mette in discussione le prerogative (non i “privilegi”), Ne è consapevole ovviamente il Governatore, Ignazio Visco, che ieri stesso è salito al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica.

Il caso del “salvabanche” è un verminaio che emana tanfo da ogni poro. C'è l'ovvio sospetto che il governo si sia attivato soprattutto per Banca Etruria, la più grande delle quattro interessate dal decreto, delineando un meccanismo che salvaguardava gli ex amministratori – tra cui il vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del ministro che in queste ore si sta difendendo da una mozione di sfiducia in Parlamento – nel mentre azzerava i risparmi di tutti quei correntisti truffati con la vendita di “obbligazioni subordinate”. C'è la certezza che quegli amministratori si siano concessi fidi milionari proprio nello stesso periodo in cui ramazzavano liquidi dai conti correnti dei clienti più deboli.

Ci sono le indagini condotte dalla Procura di Arezzo, sia nei confronti degli ex amministratori, si degli organi che dovevano controllare l'istituto (ovvero la Consob, in quanto Banca Etruria era quotata in Borsa, e Banca d'Italia, addetta alla sorveglianza).

Ma c'è anche il fascicolo aperto al Consiglio Superiore della Magistratura proprio sul procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, che indaga sulla banca del padre del ministro mentre è, contemporaneamente, “consulente giuridico” del governo (quindi, di fatto, anche del ministro Boschi).

Su questo caos piove la decisione renziana, forse nella speranza di sparigliare un mazzo di carte per lui molto sfavorevole. Rischia di vedere incrinata definitivamente la credibilità del suo ministro in tubino nero; rischia di aprire uno scontro anche con Pier Carlo Padoan (il cui schema di decreto sugli arbitrati lasciava alle istituzioni delegate il compito operativo); rischia di finire coinvolto in prima persona dagli affari di suo padre proprio con alcuni degli amministratori di Banca Etruria, a cominciare dall'ex presidente Rosi.

L'evocazione di Raffaele Cantone, la sua personale “garanzia di trasparenza”, “al di sopra delle parti”, ecc, contiene infine un rischio anche per lo stesso Cantone. A forza di essere chiamato a fare l'uomo della provvidenza al servizio di un premier istituzionalmente più che disinvolto, infatti, sta vedendo sbiadire giorno dopo giorno proprio quell'aura di “trasparenza e terzietà”.

O sei l'uomo del governo per ogni impiccio o sei l'arbitro imparziale e incorruttibile. Tertium non datur...

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05/11/2014

Davide Serra fa un monte di soldi con il fallimento Monte dei Paschi

Questo articolo è dedicato all’elettorato Pd. Quello che vota Renzi e si fa vuotare le tasche, oltre che dal fenomeno di Rignano, da Davide Serra. Si, proprio lui, l’amministratore delegato del fondo Algebris, che ha la gigantografia di Mandela in ufficio a Londra, comprata ad un’asta dove c’era Angela Merkel, e che chiede di sanzionare chi fa sciopero in Italia. Insomma lo sponsor finanziario più noto di Matteo Renzi.

Come è conosciuto nel mondo dei broker Davide Serra? Come un ribassista che fa vendite allo scoperto. Che cosa significa? Semplice, significa che Serra acquista l’obbligo di vendita di azioni, o obbligazioni, ad un determinato prezzo e ad una determinata data. Senza avere azioni od obbligazioni in mano. Se a quella data le azioni, o le obbligazioni, fissate saranno ad un prezzo più basso, di quanto precedentemente determinato, Serra potrà comprare sul mercato e rivendere, guadagnandoci. Facciamo un esempio: Serra contrae, come accade su tutti i mercati da decenni, un accordo con promessa di vendita di azioni MPS a 100 euro l’una. Senza avere in mano una azione MPS. Il giorno in cui questa promessa dovrà essere mantenuta se le azioni MPS avranno valore, facciamo un esempio, 80, il nostro Serra avrà guadagnato senza spendere un euro. Si fa cosi: si prende il contratto di vendita, si fanno comprare le azioni a 80 da una banca, qui la facciamo semplice, poi si incassa, come da obbligo contrattuale, e 100, si paga una commissione alla banca. Ed ecco guadagno pulito senza aver avuto un euro in tasca prima dell’acquisto di titoli MPS prima di venderli.

Grosso modo è quello che è accaduto realmente, quando Serra ha incassato forti dividendi dal crollo in borsa di MPS. Conosciamo naturalmente il nostro bischero per eccellenza, l’elettore Pd, già pronto a raccontarci che sono questioni di mercato e che le istituzioni non possono farci niente.

Naturalmente non è vero: possono, anzi potevano, farci molto sia la vigilanza bancaria sia il governo. Due esempi rapidi.

Uno, guardiamo cosa può fare in questi casi la Consob.
La vigilanza bancaria può segnalare la posizione di vendita ribassista allo scoperto, e la Consob qui lo ha fatto prima che il titolo crollasse. Ma può fare anche un’altra cosa: può direttamente vietare la vendita allo scoperto per impedire comportamenti speculativi. La Consob naturalmente non ha vietato nulla, il titolo MPS ha finito di crollare e Serra ha guadagnato. Cosa poteva fare il governo? Elementare Watson, tutelare i risparmiatori MPS, e i contribuenti che dovranno ripianare la voragine di Siena, anche con un semplice effetto annuncio. Anche solo portando il presidente del consiglio davanti ai microfoni, gesto che gli riesce benissimo, per dichiarare che si sarebbe fatto di tutto per salvare MPS. In modo da far risalire il titolo e contenere i danni sia ai risparmiatori sia ai contribuenti.

Ma Davide Serra, l’uomo che ha guadagnato (come da posizione ribassista rilevata dalla Consob) dal crollo è anche il grande sponsor di Renzi. Presidente del consiglio che si è badato bene dal rilasciare dichiarazioni in grado di alzare il titolo MPS. E anche di investire pubblicamente, con qualche richiesta di informativa resa pubblica, proprio la Consob del problema del titolo MPS. A fare da complice alla coppia Serra-Renzi il comune amico Lorenzo Bini Smaghi, banchiere fiorentino già membro del board della Bce, che va a giro per i talk-show a dichiarare, per depistare sulle emergenze nazionali, che non sono le banche il vero problema per l’Italia. Di sicuro le banche non sono un problema per i tre amici che, dalla crisi del sistema bancario nazionale, ci guadagnano e non poco sia pure a diverso titolo.

Insomma che cosa è Palazzo Chigi oggi? E' il più gigantesco covo di insider trading del paese. Un covo dove si detengono informazioni riservate, ad esempio, su MPS e, guarda te il caso, dove gli amici del presidente del consiglio su MPS finiscono per guadagnarci. Una volta smantellato il sistema locale del credito in Toscana poi qualcuno pagherà: contribuenti e risparmiatori ad esempio. Bravi bischeri che votate Pd continuate così: votate chi lascia, noi e voi, in mutande. In nome delle cazzate della Leopolda, la sfilata delle ministre e di proposte politiche vecchie di almeno 15 anni. Proposte che solo al bischero che vota PD possono sembrare nuove.

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redazione, 4 novembre 2014

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