L’Arabia Saudita ha avviato la vendita del suo primo green bond – obbligazione verde – denominato in euro e dalla durata di sette anni, con lo scopo di sostenere la strategia Saudi Vision 2030 che mira a diversificare l’economia nazionale dalla dipendenza dal petrolio entro la fine del decennio.
Lo ha reso noto l’agenzia Bloomberg, citando una fonte vicina alla transazione, secondo cui l’offerta del green bond viene commercializzata insieme a un’obbligazione convenzionale saudita dalla durata di 12 anni.
Con questa scelta l’Arabia Saudita è il primo Paese del Medio Oriente a vendere un green bond denominato in euro, in base a quanto riferito da Bloomberg. Secondo la nota agenzia di news economiche, il ministero delle Finanze saudita ha incaricato la banca britannico Hsbc, la multinazionale statunitense JPMorgan e la banca francese Societe Generale coordinatori globali per la vendita del green bond in euro.
Il debito pubblico dell’Arabia Saudita è in aumento. A dicembre scorso ha raggiunto 319,7 miliardi di dollari, rispetto ai 280 miliardi dello stesso mese del 2023. L’emissione di un’obbligazione in una valuta estera può aiutare un Paese a diversificare la propria base di investitori e potenzialmente a ridurre i costi di finanziamento.
L’emissione di green bond in euro da parte dell’Arabia Saudita consentirà agli investitori dei mercati dei capitali europei di acquistare queste obbligazioni verdi per finanziare progetti di transizione energetica che rientrano nella più ampia strategia climatica del Regno.
Il fondo sovrano dell’Arabia Saudita Pif (Public Investment Fund) emette green bond dal 2022 e si è impegnato a sviluppare il 70 per cento degli obiettivi della Saudi Vision 2030 in materia di energia da fonti rinnovabili.
Con questa strategia, Riad punta a far sì che metà dell’elettricità a livello nazionale sia alimentata da fonti rinnovabili entro la fine del decennio e mira a raggiungere zero emissioni nette entro il 2060.
L’Arabia Saudita è il primo esportatore di petrolio al mondo ed è ancora molto dipendente da questa risorsa energetica. Anche se il suo peso nel Prodotto interno lordo nazionale è via via diminuito, nel 2024 ne rappresentava ancora circa il 40 per cento. Secondo le stime del bilancio saudita per il 2024, le entrate dello scorso anno sono state pari a 202 miliardi di dollari provenienti dal petrolio, contro i 126 miliardi di dollari provenienti da fonti non petrolifere.
L’agenzia Nova riporta che il 24 gennaio scorso, parlando con il sito web di approfondimento sul Medio Oriente Al Monitor a margine del Forum economico mondiale di Davos, il ministro delle Finanze saudita, Mohammed al Jadaan, ha affermato che il Regno potrebbe raggiungere prima del previsto il suo obiettivo per il 2030 nel settore dell’energia da fonti rinnovabili. Sempre il mese scorso, Riad ha aggiunto alla sua rete elettrica il più grande sistema di accumulo di energia a batteria, con una capacità di 500 megawatt e la possibilità di immagazzinare 2 mila megawattora di elettricità.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Obbligazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Obbligazioni. Mostra tutti i post
24/10/2017
Tradite dalle banche, 40.000 aziende italiane sono in un limbo
Alle radici del referendum farlocco del lombardo-veneto c’è una crisi finanziaria e industriale locale che si somma a quella globale. Il big bang del tracollo delle due banche “di sistema” locale – VenetoBanca e Popolare di Vicenza – ha distrutto la base di un modello produttivo che fin qui era stato portato ad esempio virtuoso, vero e proprio format riproducibile ovunque, purché ci fossero “serietà, onestà e voglia di lavorare”.
Gran parte dei protagonisti di questo modello, bisogna dire, si sono attenuti a questa “indicazione programmatica”, spesso utilizzata retoricamente per colpevolizzare “il Sud” o peggio ancora “Roma ladrona”. Ma sono stati traditi dal cuore pulsante di quel sistema – le banche – che nel corso degli anni avevano lentamente cambiato le principali caratteristiche del loro business (grossolanamente: dalla raccolta risparmi e concessioni prestiti alla speculazione finanziaria).
Il botto delle due big ha messo in moto un sisma che non ha ancora finito di produrre effetti, aumentando ansia, risentimento, ricerca di un colpevole. Un magma caratterizzato da paura e scarsa informazione in cui ficcano le mani speculatori politici di infimo livello – i leghisti, ma anche i renziani – pronti a fornire capri espiatori, bersagli sostitutivi, soluzioni fantasiose. Tipo l’illusione che basti trattenere in loco parte delle entrate fiscali per risolvere il problema della liquidità per gli investimenti.
Questo reportage di Bloomberg, tradotto da Henry Tougha per il sito Voci dall’estero, fornisce un quadro molto vivo della situazione sociale, pur se viziato da grossolane lacune “culturali” degli autori (“il Veneto ha una sua lingua” non si può sentire…).
Utile comunque per capire cosa ribolle sotto la crosta di una politica da burletta, che dovrà fare presto i conti con lo scarto abissale tra la pesantezza dei problemi sociali e la propria inconsistenza.
Bloomberg si occupa del fosco destino delle piccole e medie imprese venete a seguito del crollo della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Nell’immediato, molte aziende si sono trovate in un limbo, con le linee di finanziamento interrotte, mentre moltissimi risparmiatori sono stati azzerati. Nel lungo termine, come conclude l’articolo “il sistema di finanziamento che aveva sostenuto la trasformazione della regione da economia agricola a potenza manufatturiera durante l’ultimo secolo non sarà mai più lo stesso”.
di Sonia Sirletti, Luca Casiraghi, e Tommaso Ebhardt – 20 ottobre 2017
La Serenissima Repubblica, così è nota da un millennio l’area attorno a Venezia, è ora l’inguaiato epicentro di un crollo bancario che minaccia di abbattere una delle migliori storie di successo dell’era della globalizzazione.
Base di marchi come Benetton, De Longhi, Geox e Luxottica, il Veneto è diventato la casa anche di 40.000 piccole imprese che ora improvvisamente si trovano abbandonate senza accesso al credito, da quando in giugno sono crollate due banche regionali.
L’implosione della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, che tra le altre cose ha anche spazzato via i risparmi di 200.000 azionisti, ha innescato un terremoto economico e politico che si è sentito ovunque, da Roma a Francoforte. La collera contro ciò che molti vedono come il risultato di una supervisione troppo lassista da parte delle autorità centrali nazionali sta fomentando la richiesta di una maggiore autonomia – richiesta che, nel frattempo, viene ispirata anche dagli sforzi della Catalogna per separarsi dalla Spagna.
“La sofferenza delle banche venete può essere giunta al termine, ma la sofferenza delle aziende è appena all’inizio”, ha dichiarato Andrea Arman, un avvocato consulente di alcune delle società e dei risparmiatori che sono stati colpiti più duramente. “Stiamo iniziando adesso a vedere le conseguenze del crollo, e ciò che stiamo vedendo è allarmante”.
A metà tra le Alpi e l’Adriatico, il Veneto è patria di cinque milioni di persone. Come la Catalogna, anche il Veneto ha un’eredità culturale di lunghi viaggi via mare, ha una propria lingua e un reddito ben al di sopra della media nazionale. Il Presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha definito l’Italia e i suoi 64 governi in 71 anni come “uno Stato in bancarotta”, ha in mente di sfruttare il risultato di un referendum non vincolante del 22 ottobre per fare pressione su Roma al fine di ottenere maggiore autonomia. Secondo un sondaggio di Demos pubblicato ieri [19 ottobre, NdT] su Repubblica, i tre quarti dei veneti desiderano maggiore autonomia locale, e il 15 per cento sarebbe favorevole alla completa indipendenza.
Mentre Intesa Sanpaolo SpA, la seconda maggiore banca italiana, ha pagato un prezzo simbolico per acquisire la parte più sana dei due istituti di credito veneti, l’entità pubblica destinata ad assorbire i 18 miliardi di euro di crediti in sofferenza ammassati dalle banche, SGA, non è ancora completamente operativa. Questa situazione ha lasciato nel pantano le piccole e medie imprese, che in molti casi in queste condizioni non sono in grado di continuare a produrre.
“Molte di queste imprese sono redditizie, ma sono bloccate in un limbo”, dice Mauro Rocchesso, capo di Fidi Impresa e Turismo Veneto, un’azienda finanziaria che fornisce collaterali alle aziende che cercano linee di credito. “Non hanno più una controparte e non riescono a trovare nuovi capitali da prendere a prestito a causa della loro attuale esposizione verso le due banche venete”.
Uno sviluppatore nei dintorni di Padova, che ha chiesto di restare anonimo, riteneva di aver risolto i suoi problemi di finanziamento dopo avere trovato un acquirente per un suo edificio commerciale nei pressi dell’autostrada che collega Venezia a Verona, ma poi è stato costretto a bloccare la vendita quando un debito che aveva verso Veneto Banca, collegato a quella proprietà, è stato assegnato alla SGA.
Ancora peggio è andato a Toni Costalunga, che a 71 anni lavora ancora nella sua fabbrica di macchinari nei pressi di Schio, uno snodo industriale ai piedi delle colline. Costalunga, che si sveglia alle una di notte e spesso lavora senza soste fino a dopo mezzogiorno, ha affermato di non essere in grado di pagare i suoi dipendenti entro i tempi dovuti perché la sua linea di credito è stata interrotta “senza un preavviso o una spiegazione” l’11 settembre, quando la SGA ha rilevato la linea di credito di Veneto Banca.
“Anche durante i momenti peggiori della recessione, solo pochissime volte ho effettuato pagamenti in ritardo, e mai avevo dovuto ritardare i pagamenti verso i miei lavoratori o i fornitori, fino allo scorso mese”, dice Costalunga.
Anche un eccellente merito creditizio è inutile oggi in Veneto, se i vostri soli collaterali sono azioni presso una di quelle due banche, banche che pure sono state fonte di investimenti sicuri per generazioni di persone nella regione.
Agostino Bonomo, fornaio di Asiago, una località alpina nota per il suo formaggio, racconta che i suoi affari vanno abbastanza bene e crescono, ma ha difficoltà a trovare il credito che gli serve per un nuovo forno, a causa dei 350.000 euro di azioni andate in fumo, le stesse che i suoi avi avevano depositato presso la banca vicentina in un secolo di risparmi. E si tratta solo di una piccola frazione degli 11 miliardi di euro che in questa regione stati bruciati dal 2015 a oggi.
“Custodivamo gelosamente quelle azioni, come si custodiscono dei lingotti d’oro”, ha detto Bonomo, 60 anni e presidente delle piccole imprese del Veneto. “Acquistare le azioni della propria banca era qualcosa che si faceva per tradizione. Ma abbiamo sbagliato”.
Anche durante i momenti peggiori della doppia recessione che ha colpito l’Italia dopo la crisi finanziaria globale, negli ultimi dieci anni, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca avevano continuato a espandere il loro credito rivolto alle imprese, in controtendenza rispetto al resto del settore. Verso la fine dello scorso anno, la loro esposizione aveva raggiunto i 46 miliardi di euro, di cui circa il 40 per cento era in sofferenza. Si trattava del doppio dei crediti in sofferenza rispetto alla percentuale media in Italia e perfino di più rispetto a Monte dei Paschi di Siena nel peggiore momento, quello in cui il governo dovette intervenire per salvare l’antico istituto di credito.
Gli ex manager di entrambe le banche venete sono sotto inchiesta dopo che la Banca Centrale Europea ha ritenuto che costringessero i clienti ad acquistare più azioni di quante ne avessero bisogno, aumentando artificialmente le riserve. I report mostrano che le due banche hanno prestato 3 miliardi di dollari, a questo solo scopo, tra il 2013 e il 2016.
“È uno scandalo“, ha dichiarato l’Amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, il 10 ottobre, dopo che la sua banca aveva annunciato la creazione di un fondo di 100 milioni di euro per aiutare i propri clienti a minore reddito che avevano perso tutto acquistando azioni bancarie. “Queste banche hanno tradito la fiducia dei loro clienti”.
La presumibile rinomina del governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, è stata messa in discussione questa settimana dal Partito Democratico a causa della sua gestione delle varie crisi bancarie. “Bisogna scrivere una nuova pagina” alla Banca centrale, ha dichiarato l’ex primo ministro Matteo Renzi questo mercoledì ai giornalisti. “Forse qualcuno ci potrà spiegare cosa è successo fino ad ora sui problemi che ci sono stati e sulla mancanza di supervisione”.
Molti azionisti sono stati colpiti due volte. Dopo che la BCE ha proibito alle banche di ricomprare le azioni nel 2014, queste hanno offerto ai loro clienti prestiti a basso tasso di interesse. Tuttavia, quando le riserve dietro i crediti si sono azzerate, gli interessi che i clienti hanno dovuto pagare alle banche sono esplosi.
Walter Baseggio, pensionato di 74 anni di Montebelluna, città in cui Veneto Banca fu fondata nel 1877, racconta che l’istituto di credito e i suoi impiegati erano sempre stati come una famiglia. Quando è andato in pensione, nel 2009, ha venduto metà della sua concessionaria di auto e ha investito i proventi in azioni della sua banca, senza alcuna esitazione – così come facevano tutti. Gli è costato 800.000 euro.
“Veneto Banca era come una madre per la gente che vive qui, ci proteggeva quando ce n’era bisogno ed era sempre leale con la gente”, ci dice, mentre sorseggia il suo caffè espresso in piazza.
Il sottosegretario alle finanze Paolo Baretta, durante un’intervista a Milano dello scorso mese, ha dichiarato che il governo è determinato a mantenere “vive” molte aziende venete in ogni modo possibile, incluse quelle che hanno debiti ora in mano alla SGA.
“Siamo fiduciosi che il Veneto continuerà a giocare un ruolo determinante come motore della crescita in Italia”, ha detto Baretta.
Mentre i funzionari lavorano al quadro giuridico entro cui SGA dovrà iniziare a operare, i suoi manager stanno trattando con gli istituti di credito nazionali, come Intesa e Banca Ifis, il modo in cui iniziare a gestire i crediti, secondo le persone esperte della materia.
Se le aziende multinazionali venete sono state generalmente rimaste illese dal collasso dei due istituti di credito, il sistema di finanziamento che aveva sostenuto la trasformazione della regione da economia agricola a potenza manufatturiera durante l’ultimo secolo non sarà mai più lo stesso.
“Le banche venete sono state cruciali per la creazione e il sostegno di migliaia di piccole imprese, che sono la spina dorsale dell’economia locale”, ha dichiarato Luigi Zingales, di origine padovana e professore all’Università Booth School of Business di Chicago. “Questo modello oggi è scomparso“.
Fonte
Gran parte dei protagonisti di questo modello, bisogna dire, si sono attenuti a questa “indicazione programmatica”, spesso utilizzata retoricamente per colpevolizzare “il Sud” o peggio ancora “Roma ladrona”. Ma sono stati traditi dal cuore pulsante di quel sistema – le banche – che nel corso degli anni avevano lentamente cambiato le principali caratteristiche del loro business (grossolanamente: dalla raccolta risparmi e concessioni prestiti alla speculazione finanziaria).
Il botto delle due big ha messo in moto un sisma che non ha ancora finito di produrre effetti, aumentando ansia, risentimento, ricerca di un colpevole. Un magma caratterizzato da paura e scarsa informazione in cui ficcano le mani speculatori politici di infimo livello – i leghisti, ma anche i renziani – pronti a fornire capri espiatori, bersagli sostitutivi, soluzioni fantasiose. Tipo l’illusione che basti trattenere in loco parte delle entrate fiscali per risolvere il problema della liquidità per gli investimenti.
Questo reportage di Bloomberg, tradotto da Henry Tougha per il sito Voci dall’estero, fornisce un quadro molto vivo della situazione sociale, pur se viziato da grossolane lacune “culturali” degli autori (“il Veneto ha una sua lingua” non si può sentire…).
Utile comunque per capire cosa ribolle sotto la crosta di una politica da burletta, che dovrà fare presto i conti con lo scarto abissale tra la pesantezza dei problemi sociali e la propria inconsistenza.
*****
Bloomberg si occupa del fosco destino delle piccole e medie imprese venete a seguito del crollo della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Nell’immediato, molte aziende si sono trovate in un limbo, con le linee di finanziamento interrotte, mentre moltissimi risparmiatori sono stati azzerati. Nel lungo termine, come conclude l’articolo “il sistema di finanziamento che aveva sostenuto la trasformazione della regione da economia agricola a potenza manufatturiera durante l’ultimo secolo non sarà mai più lo stesso”.
di Sonia Sirletti, Luca Casiraghi, e Tommaso Ebhardt – 20 ottobre 2017
La Serenissima Repubblica, così è nota da un millennio l’area attorno a Venezia, è ora l’inguaiato epicentro di un crollo bancario che minaccia di abbattere una delle migliori storie di successo dell’era della globalizzazione.
Base di marchi come Benetton, De Longhi, Geox e Luxottica, il Veneto è diventato la casa anche di 40.000 piccole imprese che ora improvvisamente si trovano abbandonate senza accesso al credito, da quando in giugno sono crollate due banche regionali.
L’implosione della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, che tra le altre cose ha anche spazzato via i risparmi di 200.000 azionisti, ha innescato un terremoto economico e politico che si è sentito ovunque, da Roma a Francoforte. La collera contro ciò che molti vedono come il risultato di una supervisione troppo lassista da parte delle autorità centrali nazionali sta fomentando la richiesta di una maggiore autonomia – richiesta che, nel frattempo, viene ispirata anche dagli sforzi della Catalogna per separarsi dalla Spagna.
“La sofferenza delle banche venete può essere giunta al termine, ma la sofferenza delle aziende è appena all’inizio”, ha dichiarato Andrea Arman, un avvocato consulente di alcune delle società e dei risparmiatori che sono stati colpiti più duramente. “Stiamo iniziando adesso a vedere le conseguenze del crollo, e ciò che stiamo vedendo è allarmante”.
A metà tra le Alpi e l’Adriatico, il Veneto è patria di cinque milioni di persone. Come la Catalogna, anche il Veneto ha un’eredità culturale di lunghi viaggi via mare, ha una propria lingua e un reddito ben al di sopra della media nazionale. Il Presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha definito l’Italia e i suoi 64 governi in 71 anni come “uno Stato in bancarotta”, ha in mente di sfruttare il risultato di un referendum non vincolante del 22 ottobre per fare pressione su Roma al fine di ottenere maggiore autonomia. Secondo un sondaggio di Demos pubblicato ieri [19 ottobre, NdT] su Repubblica, i tre quarti dei veneti desiderano maggiore autonomia locale, e il 15 per cento sarebbe favorevole alla completa indipendenza.
Mentre Intesa Sanpaolo SpA, la seconda maggiore banca italiana, ha pagato un prezzo simbolico per acquisire la parte più sana dei due istituti di credito veneti, l’entità pubblica destinata ad assorbire i 18 miliardi di euro di crediti in sofferenza ammassati dalle banche, SGA, non è ancora completamente operativa. Questa situazione ha lasciato nel pantano le piccole e medie imprese, che in molti casi in queste condizioni non sono in grado di continuare a produrre.
“Molte di queste imprese sono redditizie, ma sono bloccate in un limbo”, dice Mauro Rocchesso, capo di Fidi Impresa e Turismo Veneto, un’azienda finanziaria che fornisce collaterali alle aziende che cercano linee di credito. “Non hanno più una controparte e non riescono a trovare nuovi capitali da prendere a prestito a causa della loro attuale esposizione verso le due banche venete”.
Uno sviluppatore nei dintorni di Padova, che ha chiesto di restare anonimo, riteneva di aver risolto i suoi problemi di finanziamento dopo avere trovato un acquirente per un suo edificio commerciale nei pressi dell’autostrada che collega Venezia a Verona, ma poi è stato costretto a bloccare la vendita quando un debito che aveva verso Veneto Banca, collegato a quella proprietà, è stato assegnato alla SGA.
Ancora peggio è andato a Toni Costalunga, che a 71 anni lavora ancora nella sua fabbrica di macchinari nei pressi di Schio, uno snodo industriale ai piedi delle colline. Costalunga, che si sveglia alle una di notte e spesso lavora senza soste fino a dopo mezzogiorno, ha affermato di non essere in grado di pagare i suoi dipendenti entro i tempi dovuti perché la sua linea di credito è stata interrotta “senza un preavviso o una spiegazione” l’11 settembre, quando la SGA ha rilevato la linea di credito di Veneto Banca.
“Anche durante i momenti peggiori della recessione, solo pochissime volte ho effettuato pagamenti in ritardo, e mai avevo dovuto ritardare i pagamenti verso i miei lavoratori o i fornitori, fino allo scorso mese”, dice Costalunga.
Anche un eccellente merito creditizio è inutile oggi in Veneto, se i vostri soli collaterali sono azioni presso una di quelle due banche, banche che pure sono state fonte di investimenti sicuri per generazioni di persone nella regione.
Agostino Bonomo, fornaio di Asiago, una località alpina nota per il suo formaggio, racconta che i suoi affari vanno abbastanza bene e crescono, ma ha difficoltà a trovare il credito che gli serve per un nuovo forno, a causa dei 350.000 euro di azioni andate in fumo, le stesse che i suoi avi avevano depositato presso la banca vicentina in un secolo di risparmi. E si tratta solo di una piccola frazione degli 11 miliardi di euro che in questa regione stati bruciati dal 2015 a oggi.
“Custodivamo gelosamente quelle azioni, come si custodiscono dei lingotti d’oro”, ha detto Bonomo, 60 anni e presidente delle piccole imprese del Veneto. “Acquistare le azioni della propria banca era qualcosa che si faceva per tradizione. Ma abbiamo sbagliato”.
Anche durante i momenti peggiori della doppia recessione che ha colpito l’Italia dopo la crisi finanziaria globale, negli ultimi dieci anni, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca avevano continuato a espandere il loro credito rivolto alle imprese, in controtendenza rispetto al resto del settore. Verso la fine dello scorso anno, la loro esposizione aveva raggiunto i 46 miliardi di euro, di cui circa il 40 per cento era in sofferenza. Si trattava del doppio dei crediti in sofferenza rispetto alla percentuale media in Italia e perfino di più rispetto a Monte dei Paschi di Siena nel peggiore momento, quello in cui il governo dovette intervenire per salvare l’antico istituto di credito.
Gli ex manager di entrambe le banche venete sono sotto inchiesta dopo che la Banca Centrale Europea ha ritenuto che costringessero i clienti ad acquistare più azioni di quante ne avessero bisogno, aumentando artificialmente le riserve. I report mostrano che le due banche hanno prestato 3 miliardi di dollari, a questo solo scopo, tra il 2013 e il 2016.
“È uno scandalo“, ha dichiarato l’Amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, il 10 ottobre, dopo che la sua banca aveva annunciato la creazione di un fondo di 100 milioni di euro per aiutare i propri clienti a minore reddito che avevano perso tutto acquistando azioni bancarie. “Queste banche hanno tradito la fiducia dei loro clienti”.
La presumibile rinomina del governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, è stata messa in discussione questa settimana dal Partito Democratico a causa della sua gestione delle varie crisi bancarie. “Bisogna scrivere una nuova pagina” alla Banca centrale, ha dichiarato l’ex primo ministro Matteo Renzi questo mercoledì ai giornalisti. “Forse qualcuno ci potrà spiegare cosa è successo fino ad ora sui problemi che ci sono stati e sulla mancanza di supervisione”.
Molti azionisti sono stati colpiti due volte. Dopo che la BCE ha proibito alle banche di ricomprare le azioni nel 2014, queste hanno offerto ai loro clienti prestiti a basso tasso di interesse. Tuttavia, quando le riserve dietro i crediti si sono azzerate, gli interessi che i clienti hanno dovuto pagare alle banche sono esplosi.
Walter Baseggio, pensionato di 74 anni di Montebelluna, città in cui Veneto Banca fu fondata nel 1877, racconta che l’istituto di credito e i suoi impiegati erano sempre stati come una famiglia. Quando è andato in pensione, nel 2009, ha venduto metà della sua concessionaria di auto e ha investito i proventi in azioni della sua banca, senza alcuna esitazione – così come facevano tutti. Gli è costato 800.000 euro.
“Veneto Banca era come una madre per la gente che vive qui, ci proteggeva quando ce n’era bisogno ed era sempre leale con la gente”, ci dice, mentre sorseggia il suo caffè espresso in piazza.
Il sottosegretario alle finanze Paolo Baretta, durante un’intervista a Milano dello scorso mese, ha dichiarato che il governo è determinato a mantenere “vive” molte aziende venete in ogni modo possibile, incluse quelle che hanno debiti ora in mano alla SGA.
“Siamo fiduciosi che il Veneto continuerà a giocare un ruolo determinante come motore della crescita in Italia”, ha detto Baretta.
Mentre i funzionari lavorano al quadro giuridico entro cui SGA dovrà iniziare a operare, i suoi manager stanno trattando con gli istituti di credito nazionali, come Intesa e Banca Ifis, il modo in cui iniziare a gestire i crediti, secondo le persone esperte della materia.
Se le aziende multinazionali venete sono state generalmente rimaste illese dal collasso dei due istituti di credito, il sistema di finanziamento che aveva sostenuto la trasformazione della regione da economia agricola a potenza manufatturiera durante l’ultimo secolo non sarà mai più lo stesso.
“Le banche venete sono state cruciali per la creazione e il sostegno di migliaia di piccole imprese, che sono la spina dorsale dell’economia locale”, ha dichiarato Luigi Zingales, di origine padovana e professore all’Università Booth School of Business di Chicago. “Questo modello oggi è scomparso“.
Fonte
30/06/2016
Renzi-Merkel. Quale sistema bancario deve morire per primo?
Quando si parla di banche è meglio non farsi deviare dalle dichiarazioni in conferenza stampa, dove i primi ministri danno il peggio di sé per tranquillizzare i propri grandi elettori di riferimento. Se dovessimo infatti cercare di capire dalle dichiarazioni cosa si sono detti ieri Merkel e Renzi rimarremmo a guardare il dito, anziché la luna.
A chiacchiere, infatti, si è trattato di uno scontro sulle “regole” che riguardano le crisi di singole banche, con l’Italia che chiede di sospendere il meccanismo del bail in (prima di ogni intervento di salvataggio pagano di tasca propria azionisti, obbligazioni anche inconsapevoli e correntisti per la parte eccedente i 100.000 euro) e la Germania a ribadire che “non si cambiano le regole ogni due anni” (il tempo che è passato dal trattato in vigore sull’unione bancaria).
Fosse così, sarebbe solo l’ennesima puntata di un film già visto, con Renzi nella parte della vispa teresa cicalona e Merkel in quella dell’ottuso burocrate che obbedisce ciecamente alle “regole, anche quando queste sono chiaramente sbagliate (la crisi del sistema bancario europeo, stressato ora anche dalle conseguenze della Brexit, è generale, non individuale).
Oltretutto sarebbe uno scontro in cui – a noi del “mondo di sotto” – non converrebbe per nulla prender parte. Quello che Renzi chiede di poter fare, infatti, è di impegnare denaro pubblico (tasse di noi cittadini) per salvare gli istituti di credito messi peggio. Mentre la “fermezza” della Merkel punterebbe il bisturi su azionisti e clienti delle banche. Ovvero, di nuovo, su (quasi) tutti noi che il conto corrente ce lo hanno imposto altrimenti non ci potevano pagare lo stipendio e far comprare casa col mutuo.
In realtà occorre guardare ai problemi delle banche italiane e tedesche (e francesi, inglesi, ecc.) per come ce li presenta un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, non a caso sbattuto in apertura di prima pagina dal confindustriale IlSole24Ore. Se quelle italiane “soffrono le sofferenze”, ovvero i prestiti che soprattutto le imprese fanno fatica a restituire, quelle tedesche soffrono una lunghissima serie di problemi diversi: dall’immensa esposizione verso i “prodotti derivati” (la sola Deutsche Bank ha in pancia 75.000 miliardi di euro in spazzatura conclamata; 10 volte il Pil tedesco, cinque volte quello europeo e quattro volte il debito pubblico Usa e, si parva licet, circa 70 volte il “mostruoso” debito pubblico italiano di “soli” 2.300 miliardi), al modello di business antiquato (troppe filiali e dipendenti, guadagni certi solo sui tassi di interesse) fino alla dipendenza della politica regionale (nel sistema delle Landesbanken territoriali).
Una differenza sistemica così accentuata fa sì che qualsiasi sia la “regola” che viene scelta per risolvere le crisi ammazza qualcuno e salva qualcun altro. Non c’è insomma nulla di “oggettivo”, se non la crisi stessa, nessuna “scelta obbligata”, ma solo discrezione. Ovvero politica.
Sembra dunque chiaro che la “fermezza” merkeliana sia un modo di aiutare il sistema bancario italiano a portare presto i libri in tribunale, lasciando un mercato comunque abbastanza ricco a disposizione del proprio sistema bancario. Più o meno quel che è avvenuto, e sta ancora avvenendo, con il sistema industriale, parti consistenti della grande distribuzione (in cui sono stati i francesi a fare la parte del leone), ecc.
Ma, per favore, non ci venite a sfruculiare con il “rispetto delle regole” o con il renzian-berlusconiano “le ha violate prima la Germania”...
P.s. Sono questi i “valori europei” per cui bisognerebbe fare ogni sacrificio...
Fonte
A chiacchiere, infatti, si è trattato di uno scontro sulle “regole” che riguardano le crisi di singole banche, con l’Italia che chiede di sospendere il meccanismo del bail in (prima di ogni intervento di salvataggio pagano di tasca propria azionisti, obbligazioni anche inconsapevoli e correntisti per la parte eccedente i 100.000 euro) e la Germania a ribadire che “non si cambiano le regole ogni due anni” (il tempo che è passato dal trattato in vigore sull’unione bancaria).
Fosse così, sarebbe solo l’ennesima puntata di un film già visto, con Renzi nella parte della vispa teresa cicalona e Merkel in quella dell’ottuso burocrate che obbedisce ciecamente alle “regole, anche quando queste sono chiaramente sbagliate (la crisi del sistema bancario europeo, stressato ora anche dalle conseguenze della Brexit, è generale, non individuale).
Oltretutto sarebbe uno scontro in cui – a noi del “mondo di sotto” – non converrebbe per nulla prender parte. Quello che Renzi chiede di poter fare, infatti, è di impegnare denaro pubblico (tasse di noi cittadini) per salvare gli istituti di credito messi peggio. Mentre la “fermezza” della Merkel punterebbe il bisturi su azionisti e clienti delle banche. Ovvero, di nuovo, su (quasi) tutti noi che il conto corrente ce lo hanno imposto altrimenti non ci potevano pagare lo stipendio e far comprare casa col mutuo.
In realtà occorre guardare ai problemi delle banche italiane e tedesche (e francesi, inglesi, ecc.) per come ce li presenta un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, non a caso sbattuto in apertura di prima pagina dal confindustriale IlSole24Ore. Se quelle italiane “soffrono le sofferenze”, ovvero i prestiti che soprattutto le imprese fanno fatica a restituire, quelle tedesche soffrono una lunghissima serie di problemi diversi: dall’immensa esposizione verso i “prodotti derivati” (la sola Deutsche Bank ha in pancia 75.000 miliardi di euro in spazzatura conclamata; 10 volte il Pil tedesco, cinque volte quello europeo e quattro volte il debito pubblico Usa e, si parva licet, circa 70 volte il “mostruoso” debito pubblico italiano di “soli” 2.300 miliardi), al modello di business antiquato (troppe filiali e dipendenti, guadagni certi solo sui tassi di interesse) fino alla dipendenza della politica regionale (nel sistema delle Landesbanken territoriali).
Una differenza sistemica così accentuata fa sì che qualsiasi sia la “regola” che viene scelta per risolvere le crisi ammazza qualcuno e salva qualcun altro. Non c’è insomma nulla di “oggettivo”, se non la crisi stessa, nessuna “scelta obbligata”, ma solo discrezione. Ovvero politica.
Sembra dunque chiaro che la “fermezza” merkeliana sia un modo di aiutare il sistema bancario italiano a portare presto i libri in tribunale, lasciando un mercato comunque abbastanza ricco a disposizione del proprio sistema bancario. Più o meno quel che è avvenuto, e sta ancora avvenendo, con il sistema industriale, parti consistenti della grande distribuzione (in cui sono stati i francesi a fare la parte del leone), ecc.
Ma, per favore, non ci venite a sfruculiare con il “rispetto delle regole” o con il renzian-berlusconiano “le ha violate prima la Germania”...
P.s. Sono questi i “valori europei” per cui bisognerebbe fare ogni sacrificio...
Fonte
13/06/2016
Il governo scarica il presidente della Consob?
In fondo, se metti la volpe a guardia del pollaio, cos’altro ti devi aspettare? Sembra arrivata a fine corsa la carriera di Giuseppe Vegas, nominato alla guida della Consob dal governo Berlusconi, nel 2010. Giurista di formazione, sempre con un piede nella pubblica amministrazione, democristiano di lungo corso, poi parlamentare di Forza Italia e Pdl, quindi viceministro dell’economia con Tremonti e infine arrivato alla guida dell’authority di controllo sulla borsa.
La correttezza istituzionale sua e del suo “nominatore” si è vista subito: passato alla Consob il 18 novembre, avrebbe dovuto rassegnare immediatamente le dimissioni da parlamentare, oltre che da membro del governo; ma ha continuato a partecipare ai lavori della Camera, specie quando si è trattato di respingere il voto di sfiducia (14 dicembre) all’ex Cavaliere. Le sue dimissioni, infatti, erano state opportunamente messe in calendario alla fine di dicembre.
Questione di sensibilità per “l’editore di riferimento”, che aveva notoriamente anche molti interessi bancari (Mediolanum, al 50% con Ennio Doris) e un’altra azienda quotata in borsa (Mediaset) da tempo sotto tiro dei “mercati finanziari”.
La poltrona di Vegas ora barcolla per una inchiesta di Report sulle quattro banche fallite e salvate dal governo Renzi, con il metodo del bail in, ovvero facendo pagare un prezzo durissimo agli azionisti e ai possessori di obbligazioni subordinate; ossia di carta straccia acquista su “consiglio” degli impiegati della stessa banca, messi peraltro sotto torchio perché ne smaltissero quantitativi abnormi prima del fallimento effettivo.
L’inchiesta del team di Milena Gabanelli si è concentrata su un dettaglio fondamentale per stabilire se i sottoscrittori di obbligazioni bancarie fossero stati correttamente informati o meno; e quindi se avessero diritto a un risarcimento in quanto truffati oppure a niente in quanto “investitori consapevoli dei rischi”.
Nei prospetti informativi rilasciati dalle banche ai clienti non erano compresi gli “scenari prospettici”, ossia le simulazioni sull’andamento dell’investimento in diversi e contrapposti casi. E’ fin troppo ovvio che se nessuno mi dice cosa può accadere del mio denaro, anzi vengo rassicurato sul fatto che sono “titoli sicuri”, io sono stato truffato. Semplicissimo.
Ma com’è possibile che gli scenari prospettivi non siano stati inseriti nei profili informativi e nonostante questo abbiano ottenuto l’ok della Consob (che ha il compito di vigilare su tutto ciò che riguarda i rapporti tra società quotate e borsa, banche comprese)?
Vegas si è incazzato, spiegando che la Consob non ha mai abrogato l’obbligo di inserire gli scenari probabilistici nei prospetti delle obbligazioni bancarie perché quest’obbligo non è mai stato introdotto, né a livello nazionale né a livello europeo.
La replica è stata fulminante: Report ha fatto vedere il documento a firma Vegas in cui il presidente della Consob consigliava o ordinava alle banche di non pubblicare quegli “scenari prospettici”.
Che la Gabanelli abbia chiuso la trasmissione chiedendo le dimissioni di Vegas sarebbe stato in fondo un semplice appello televisivo (per quanto rilevante). Ma il renzianissimo Calo Calenda, neo ministro dello sviluppo economico (al posto della “sfortunatissima” Federica Gudi), ha messo il peso del governo contro la permanenza di Vegas al suo posto: “Non sta al governo commentare l’operato di autorità indipendenti, ma degli errori gravi sono stati fatti. La Gabanelli ha ragione”.
Su tutt’altra lunghezza d’onda, invece, l’altrettanto renzianissimo viceministro dell’Economia, Enrico Morando: «Abbiamo collaborato con l’autorità di vigilanza in modo leale e costruttivo. Dire di più significa che il governo si mette a fare un mestiere che non è suo».
In effetti l’autorità di borsa è formalmente indipendente, ma come si è visto è il governo a nominarne il presidente (lo indica al Presidente della Repubblica, che emano il relativo decreto). Quindi una “sfiducia” del governo dovrebbe equivalere a una richiesta di dimissioni.
Ma come si è visto nel governo non tutti la pensano nello stesso modo. In fondo, potrebbe essere un’occasione per scaricare la patata bollente delle “quattro banche” – tra cui Etruria, di cui era vicepresidente il padre di Maria Elena Boschi – in altre mani, liberando in parte Renzi e ministra delle “riforme” dal sospetto (eufemismo). C’è però anche il rischio di introdurre un altro elemento di battaglia con i berlusconiani; ovvero con l’unica speranza di non perdere i ballottaggi a Milano e sperare in una inverosimile rimonta di Giachetti a Roma.
Dev’essere per questo che Renzi tace. Una notizia!
Fonte
La correttezza istituzionale sua e del suo “nominatore” si è vista subito: passato alla Consob il 18 novembre, avrebbe dovuto rassegnare immediatamente le dimissioni da parlamentare, oltre che da membro del governo; ma ha continuato a partecipare ai lavori della Camera, specie quando si è trattato di respingere il voto di sfiducia (14 dicembre) all’ex Cavaliere. Le sue dimissioni, infatti, erano state opportunamente messe in calendario alla fine di dicembre.
Questione di sensibilità per “l’editore di riferimento”, che aveva notoriamente anche molti interessi bancari (Mediolanum, al 50% con Ennio Doris) e un’altra azienda quotata in borsa (Mediaset) da tempo sotto tiro dei “mercati finanziari”.
La poltrona di Vegas ora barcolla per una inchiesta di Report sulle quattro banche fallite e salvate dal governo Renzi, con il metodo del bail in, ovvero facendo pagare un prezzo durissimo agli azionisti e ai possessori di obbligazioni subordinate; ossia di carta straccia acquista su “consiglio” degli impiegati della stessa banca, messi peraltro sotto torchio perché ne smaltissero quantitativi abnormi prima del fallimento effettivo.
L’inchiesta del team di Milena Gabanelli si è concentrata su un dettaglio fondamentale per stabilire se i sottoscrittori di obbligazioni bancarie fossero stati correttamente informati o meno; e quindi se avessero diritto a un risarcimento in quanto truffati oppure a niente in quanto “investitori consapevoli dei rischi”.
Nei prospetti informativi rilasciati dalle banche ai clienti non erano compresi gli “scenari prospettici”, ossia le simulazioni sull’andamento dell’investimento in diversi e contrapposti casi. E’ fin troppo ovvio che se nessuno mi dice cosa può accadere del mio denaro, anzi vengo rassicurato sul fatto che sono “titoli sicuri”, io sono stato truffato. Semplicissimo.
Ma com’è possibile che gli scenari prospettivi non siano stati inseriti nei profili informativi e nonostante questo abbiano ottenuto l’ok della Consob (che ha il compito di vigilare su tutto ciò che riguarda i rapporti tra società quotate e borsa, banche comprese)?
Vegas si è incazzato, spiegando che la Consob non ha mai abrogato l’obbligo di inserire gli scenari probabilistici nei prospetti delle obbligazioni bancarie perché quest’obbligo non è mai stato introdotto, né a livello nazionale né a livello europeo.
La replica è stata fulminante: Report ha fatto vedere il documento a firma Vegas in cui il presidente della Consob consigliava o ordinava alle banche di non pubblicare quegli “scenari prospettici”.
Che la Gabanelli abbia chiuso la trasmissione chiedendo le dimissioni di Vegas sarebbe stato in fondo un semplice appello televisivo (per quanto rilevante). Ma il renzianissimo Calo Calenda, neo ministro dello sviluppo economico (al posto della “sfortunatissima” Federica Gudi), ha messo il peso del governo contro la permanenza di Vegas al suo posto: “Non sta al governo commentare l’operato di autorità indipendenti, ma degli errori gravi sono stati fatti. La Gabanelli ha ragione”.
Su tutt’altra lunghezza d’onda, invece, l’altrettanto renzianissimo viceministro dell’Economia, Enrico Morando: «Abbiamo collaborato con l’autorità di vigilanza in modo leale e costruttivo. Dire di più significa che il governo si mette a fare un mestiere che non è suo».
In effetti l’autorità di borsa è formalmente indipendente, ma come si è visto è il governo a nominarne il presidente (lo indica al Presidente della Repubblica, che emano il relativo decreto). Quindi una “sfiducia” del governo dovrebbe equivalere a una richiesta di dimissioni.
Ma come si è visto nel governo non tutti la pensano nello stesso modo. In fondo, potrebbe essere un’occasione per scaricare la patata bollente delle “quattro banche” – tra cui Etruria, di cui era vicepresidente il padre di Maria Elena Boschi – in altre mani, liberando in parte Renzi e ministra delle “riforme” dal sospetto (eufemismo). C’è però anche il rischio di introdurre un altro elemento di battaglia con i berlusconiani; ovvero con l’unica speranza di non perdere i ballottaggi a Milano e sperare in una inverosimile rimonta di Giachetti a Roma.
Dev’essere per questo che Renzi tace. Una notizia!
Fonte
10/05/2016
La truffa delle banche, agevolata dagli “arbitri”
Con invidiabile tempismo, ieri mattina, il presidente della Consob, l’ex berlusconiano Giuseppe Vegas, ha assolto Banca Etruria e le altre banche fallite, che avevano sbolognato ai clienti più inconsapevoli i famosi “bond subordinati” trasformatisi – col fallimento – in carta straccia. Secondo la sua ricostruzione, fatta durante l’incontro annuale “col mercato” (sorvoliamo sui protagonisti…), i prospetti e i supplementi informativi che accompagnavano le emissioni «erano stati redatti nel rispetto delle regole di trasparenza previste dalle norme sul prospetto informativo».
«I prospetti in questione – questa l’analisi – hanno dato massima evidenza a tutti i fattori di rischio connessi alla complessità degli strumenti e alla situazione in cui versavano le banche. Essi specificavano che l’investitore avrebbe potuto perdere l’intero capitale investito in caso di liquidazione o di procedure concorsuali. Questi elementi sono stati inseriti nella parte relativa ai fattori di rischio e, nei casi più significativi, sono stati ripresi e sintetizzati nella prima pagina dei prospetti, nella sezione denominata “avvertenze per l’investitore”. Le vicende relative alla liquidazione delle quattro banche non mettono in discussione la validità di fondo dei modelli di vigilanza sulla prestazione dei servizi d’investimento».
Tutto bene, insomma. Le banche avevano avvertito “gli investitori” scrivendo sui prospetti che quelli erano prodotti rischiosi. Quindi chi li ha comprati e ha perso tutto, ha semplicemente sbagliato l’investimento e non ha ragione di lamentarsi.
Mentre lui teneva questa brillante dissertazione su quanto sia giusto e inevitabile turlupinare i clienti da parte delle banche, la Guardia di Finanza entrava ancora una volta in Banca Etruria, attualmente in liquidazione coatta amministrativa, per un’altra serie di perquisizioni. Che hanno portato all’acquisizione della circolare della direzione generale dell’istituto – inviata per mail a tutti i dipendenti – che ordinava di vendere obbligazioni subordinate anche ai piccoli risparmiatori e non solo, come avrebbero dovuto, ai clienti «istituzionali» (quelli che lo fanno di mestiere, e dunque conoscono a menadito gli arcani dei prospetti informativi).
E questo non nel momento di panico che precede il fallimento, ma prima ancora di decidere l’emissione delle obbligazioni incriminate. Dalle perquisizioni emerge una vera e propria «cabina di regia» incaricata di premere ogni singolo impiegato agli sportelli perché sbolognasse la massima quantità di obbligazioni spazzatura anche ai clienti che «non avevano un profilo finanziario adeguato».
Uno dei documenti descriveva per filo e per segno il comportamento da tenere con i clienti dubbiosi, suggerendo risposte rassicuranti o evasive. Tanto che i due dirigenti responsabili del “suggerimento” sono ora accusati anche di truffa aggravata. In pratica, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Banca Etruria ha deciso a tavolino di indire un’emissione di titoli spazzatura destinata ai clienti “deboli”; ovvero quelli che per età, ignoranza finanziaria, storico rapporto di fiducia con l’istituto, sarebbe stato più facile raggirare. O, come si dice, in gergo, «la sottoscrizione» è stata «rivolta a una clientela retail e non a quella professionale», che avrebbe fiutato il bidone in due secondi netti.
La Procura di Arezzo spiega d’altronde che «gli investimenti in subordinate, su proposta dei responsabili d’area e degli uffici territoriali, sono stati prospettati a vari clienti come investimento sicuro e analogo a quelli in obbligazioni ordinarie e titoli di Stato. Talvolta, il cliente è stato addirittura spinto a effettuare il disinvestimento di operazioni a capitale garantito per favorire l’acquisto delle obbligazioni subordinate, che gli era stato proposto come una promozione della banca rivolta ai propri clienti migliori, ma che doveva essere sottoscritto in tempi brevissimi».
Sembra davvero difficile che il presidente della Consob fosse ignaro di questi sviluppi dell’indagine giudiziaria. E dunque “l’assoluzione” delle quattro banche risulta decisamente gravissima. Un vero incitamento alla truffa sistematica.
Ma, appunto, per evitare di dare questa impressione a tutti – anche a chi è a digiuno di “cultura finanziaria” – lo stesso Vegas ha annunciato tre novità regolamentari, da sottoporre alla consultazione dei “soggetti di mercato”, tra cui le “schede prodotto” contenente le caratteristiche essenziali degli strumenti offerti. «Il punto di svolta per la trasparenza è l’informazione chiave – spiega Vegas – perché un eccesso di informazioni equivale quasi sempre a una carenza di informazioni».
In buona sostanza resta decisamente fuori dell’orizzonte del “regolatore” il gap informativo tra banche e clienti retail, ovvero comuni cittadini senza particolari competenze in materia. Continuare a far finta che basti scrivere un po’ di “caratteristiche del prodotto finanziario” per annullare questo scarto tra chi maneggia professionalmente il business (al punto da creare egli stesso i “prodotti”) e il cliente-tipo, quasi sempre obbligato ad avere un conto in banca, è una vera presa in giro. I casi emersi nel fallimento delle quattro banche, infatti, rivelano una pratica quotidiana che prescinde quasi totalmente dalla “lettura dei prospetti”, scritti in modo tecnico, dunque incomprensibile a chi non è del mestiere. Un modo fatto di rapporti fiduciari, addirittura di “affidamento” totale in caso di clienti anziani e con bassa scolarità, cui vengono – sì – consegnati quintali di carte dove in teoria c’è scritto tutto, ma che accettano o no in base alla relazione pluridecennale con quella banca. Specie nei paesi di provincia, in cui spesso c’è un solo sportello.
Con invidiabile tempismo, insomma, Vegas ci conferma che i presunti “regolatori” del sistema bancario e del mercato finanziario sono in realtà i migliori complici dell’espropriazione dei più deboli. Presunti arbitri, col fischietto biforcuto...
Fonte
«I prospetti in questione – questa l’analisi – hanno dato massima evidenza a tutti i fattori di rischio connessi alla complessità degli strumenti e alla situazione in cui versavano le banche. Essi specificavano che l’investitore avrebbe potuto perdere l’intero capitale investito in caso di liquidazione o di procedure concorsuali. Questi elementi sono stati inseriti nella parte relativa ai fattori di rischio e, nei casi più significativi, sono stati ripresi e sintetizzati nella prima pagina dei prospetti, nella sezione denominata “avvertenze per l’investitore”. Le vicende relative alla liquidazione delle quattro banche non mettono in discussione la validità di fondo dei modelli di vigilanza sulla prestazione dei servizi d’investimento».
Tutto bene, insomma. Le banche avevano avvertito “gli investitori” scrivendo sui prospetti che quelli erano prodotti rischiosi. Quindi chi li ha comprati e ha perso tutto, ha semplicemente sbagliato l’investimento e non ha ragione di lamentarsi.
Mentre lui teneva questa brillante dissertazione su quanto sia giusto e inevitabile turlupinare i clienti da parte delle banche, la Guardia di Finanza entrava ancora una volta in Banca Etruria, attualmente in liquidazione coatta amministrativa, per un’altra serie di perquisizioni. Che hanno portato all’acquisizione della circolare della direzione generale dell’istituto – inviata per mail a tutti i dipendenti – che ordinava di vendere obbligazioni subordinate anche ai piccoli risparmiatori e non solo, come avrebbero dovuto, ai clienti «istituzionali» (quelli che lo fanno di mestiere, e dunque conoscono a menadito gli arcani dei prospetti informativi).
E questo non nel momento di panico che precede il fallimento, ma prima ancora di decidere l’emissione delle obbligazioni incriminate. Dalle perquisizioni emerge una vera e propria «cabina di regia» incaricata di premere ogni singolo impiegato agli sportelli perché sbolognasse la massima quantità di obbligazioni spazzatura anche ai clienti che «non avevano un profilo finanziario adeguato».
Uno dei documenti descriveva per filo e per segno il comportamento da tenere con i clienti dubbiosi, suggerendo risposte rassicuranti o evasive. Tanto che i due dirigenti responsabili del “suggerimento” sono ora accusati anche di truffa aggravata. In pratica, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Banca Etruria ha deciso a tavolino di indire un’emissione di titoli spazzatura destinata ai clienti “deboli”; ovvero quelli che per età, ignoranza finanziaria, storico rapporto di fiducia con l’istituto, sarebbe stato più facile raggirare. O, come si dice, in gergo, «la sottoscrizione» è stata «rivolta a una clientela retail e non a quella professionale», che avrebbe fiutato il bidone in due secondi netti.
La Procura di Arezzo spiega d’altronde che «gli investimenti in subordinate, su proposta dei responsabili d’area e degli uffici territoriali, sono stati prospettati a vari clienti come investimento sicuro e analogo a quelli in obbligazioni ordinarie e titoli di Stato. Talvolta, il cliente è stato addirittura spinto a effettuare il disinvestimento di operazioni a capitale garantito per favorire l’acquisto delle obbligazioni subordinate, che gli era stato proposto come una promozione della banca rivolta ai propri clienti migliori, ma che doveva essere sottoscritto in tempi brevissimi».
Sembra davvero difficile che il presidente della Consob fosse ignaro di questi sviluppi dell’indagine giudiziaria. E dunque “l’assoluzione” delle quattro banche risulta decisamente gravissima. Un vero incitamento alla truffa sistematica.
Ma, appunto, per evitare di dare questa impressione a tutti – anche a chi è a digiuno di “cultura finanziaria” – lo stesso Vegas ha annunciato tre novità regolamentari, da sottoporre alla consultazione dei “soggetti di mercato”, tra cui le “schede prodotto” contenente le caratteristiche essenziali degli strumenti offerti. «Il punto di svolta per la trasparenza è l’informazione chiave – spiega Vegas – perché un eccesso di informazioni equivale quasi sempre a una carenza di informazioni».
In buona sostanza resta decisamente fuori dell’orizzonte del “regolatore” il gap informativo tra banche e clienti retail, ovvero comuni cittadini senza particolari competenze in materia. Continuare a far finta che basti scrivere un po’ di “caratteristiche del prodotto finanziario” per annullare questo scarto tra chi maneggia professionalmente il business (al punto da creare egli stesso i “prodotti”) e il cliente-tipo, quasi sempre obbligato ad avere un conto in banca, è una vera presa in giro. I casi emersi nel fallimento delle quattro banche, infatti, rivelano una pratica quotidiana che prescinde quasi totalmente dalla “lettura dei prospetti”, scritti in modo tecnico, dunque incomprensibile a chi non è del mestiere. Un modo fatto di rapporti fiduciari, addirittura di “affidamento” totale in caso di clienti anziani e con bassa scolarità, cui vengono – sì – consegnati quintali di carte dove in teoria c’è scritto tutto, ma che accettano o no in base alla relazione pluridecennale con quella banca. Specie nei paesi di provincia, in cui spesso c’è un solo sportello.
Con invidiabile tempismo, insomma, Vegas ci conferma che i presunti “regolatori” del sistema bancario e del mercato finanziario sono in realtà i migliori complici dell’espropriazione dei più deboli. Presunti arbitri, col fischietto biforcuto...
Fonte
28/01/2016
Banche, bail in ed offerte americane
Ho appena fatto in tempo a scriverlo la settimana scorsa che prontamente è arrivato (con intera pagina pubblicitaria sulla “Repubblica” e sul “Corriere”) il rilancio dell’offerta della Goldman Sachs che offre obbligazioni decennali in dollari Usa a queste condizioni:
– cedola fissa 6,00% per i primi due anni;
– cedola variabile Usd 3 mesi con valore minimo 1,25% p.a. e massimo 6% p.a. dal terzo anno alla fine della scadenza (al lordo degli eventuali oneri fiscali).
Provo a tradurre in soldoni (mi pare il caso di dirlo) per i non addetti: c’è un signore che offre titoli obbligazionari (dunque cui non si applicano le regole del bail in, anche qualora l’emissione avvenisse da parte della emittente europea e non dalla casa madre) il cui rendimento netto si aggirerebbe intorno al 4% ed in una moneta che si sta apprezzando sull’Euro, per cui, alla fine, il rendimento potrebbe essere anche superiore. Lasciamo perdere le altre clausole pure interessanti, per non essere dispersivi e andiamo al sodo, magari con un esempio.
L’avvocato Sempronio ha un capitale pari a 200.000 euro attualmente investito in parte in voci diverse presso una banca italiana che, si e no, gli dà il 3% netto ma che, soprattutto, lo espone al rischio di un prelievo forzoso dal suo conto in caso di bisogno, sulla base delle norme stabilite dal bail in.
Ha come alternative:
a – investire il titoli di stato ad un rendimento non superiore al 2% netto con qualche eccezione per gli ultra ventennali e con una tendenza (almeno per ora) al ribasso ed in una moneta la cui tendenza attuale e prevedibile è al deprezzamento;
b – investire nell’offerta della Goldman al 4% netto per un decennale, in una moneta tendenzialmente in apprezzamento.
Voi cosa fareste? Se ci fosse Massimo Catalano di “Quelli della Notte” direbbe: “E’ molto meglio prendere più soldi e con meno rischi ed una moneta che sale di valore, che prendere meno, con più rischi ed in una moneta calante”. Vi pare?
E, dunque, mi pare normale che una bella fetta dei clienti con conti oltre i 100.000 Euro andrà alla ricerca di occasioni di investimento sottratte al rischio bail in e, scartati i titoli di Stato per la loro scarsa appetibilità, si dirigerà verso l’offerta Goldman. Non ci suole molto a capire che banche italiane e ministero del Tesoro si troveranno nelle condizioni di dover, prima o poi, alzare i rispettivi interessi. Il che non gioverà alla contabilità delle une e dell’altro.
Il Bail in, allo stato attuale, si applica ai conti superiori ai 100.000 Euro, ma, quando i conti di quell’entità si saranno assottigliati sin quasi a scomparire, sarà gioco forza o entrare in una spirale di debito sempre più difficile da gestire oppure, man mano abbassare il livello al di sopra del quale si applica il “diritto di prelievo”, contando sul fatto che i piccoli risparmiatori hanno meno propensione alla mobilità. Il denaro costerà di più e, di riflesso, le banche non potranno offrire altro che mutui sempre più costosi a privati ed imprese.
Quanto allo Stato, ovviamente un rialzo degli interessi si tradurrà in un aumento della pressione fiscale (come se ce ne fosse bisogno), ed il risultato finale per cittadini ed imprese sarà: mutui più costosi e tasse più alte.
Perfetto, il massimo della linea Pd: “la via italiana al fallimento”.
Ho l’impressione che, già dai prossimi mesi, le tendenze di mercato saranno sempre peggiori. Allegria!
Fonte
– cedola fissa 6,00% per i primi due anni;
– cedola variabile Usd 3 mesi con valore minimo 1,25% p.a. e massimo 6% p.a. dal terzo anno alla fine della scadenza (al lordo degli eventuali oneri fiscali).
Provo a tradurre in soldoni (mi pare il caso di dirlo) per i non addetti: c’è un signore che offre titoli obbligazionari (dunque cui non si applicano le regole del bail in, anche qualora l’emissione avvenisse da parte della emittente europea e non dalla casa madre) il cui rendimento netto si aggirerebbe intorno al 4% ed in una moneta che si sta apprezzando sull’Euro, per cui, alla fine, il rendimento potrebbe essere anche superiore. Lasciamo perdere le altre clausole pure interessanti, per non essere dispersivi e andiamo al sodo, magari con un esempio.
L’avvocato Sempronio ha un capitale pari a 200.000 euro attualmente investito in parte in voci diverse presso una banca italiana che, si e no, gli dà il 3% netto ma che, soprattutto, lo espone al rischio di un prelievo forzoso dal suo conto in caso di bisogno, sulla base delle norme stabilite dal bail in.
Ha come alternative:
a – investire il titoli di stato ad un rendimento non superiore al 2% netto con qualche eccezione per gli ultra ventennali e con una tendenza (almeno per ora) al ribasso ed in una moneta la cui tendenza attuale e prevedibile è al deprezzamento;
b – investire nell’offerta della Goldman al 4% netto per un decennale, in una moneta tendenzialmente in apprezzamento.
Voi cosa fareste? Se ci fosse Massimo Catalano di “Quelli della Notte” direbbe: “E’ molto meglio prendere più soldi e con meno rischi ed una moneta che sale di valore, che prendere meno, con più rischi ed in una moneta calante”. Vi pare?
E, dunque, mi pare normale che una bella fetta dei clienti con conti oltre i 100.000 Euro andrà alla ricerca di occasioni di investimento sottratte al rischio bail in e, scartati i titoli di Stato per la loro scarsa appetibilità, si dirigerà verso l’offerta Goldman. Non ci suole molto a capire che banche italiane e ministero del Tesoro si troveranno nelle condizioni di dover, prima o poi, alzare i rispettivi interessi. Il che non gioverà alla contabilità delle une e dell’altro.
Il Bail in, allo stato attuale, si applica ai conti superiori ai 100.000 Euro, ma, quando i conti di quell’entità si saranno assottigliati sin quasi a scomparire, sarà gioco forza o entrare in una spirale di debito sempre più difficile da gestire oppure, man mano abbassare il livello al di sopra del quale si applica il “diritto di prelievo”, contando sul fatto che i piccoli risparmiatori hanno meno propensione alla mobilità. Il denaro costerà di più e, di riflesso, le banche non potranno offrire altro che mutui sempre più costosi a privati ed imprese.
Quanto allo Stato, ovviamente un rialzo degli interessi si tradurrà in un aumento della pressione fiscale (come se ce ne fosse bisogno), ed il risultato finale per cittadini ed imprese sarà: mutui più costosi e tasse più alte.
Perfetto, il massimo della linea Pd: “la via italiana al fallimento”.
Ho l’impressione che, già dai prossimi mesi, le tendenze di mercato saranno sempre peggiori. Allegria!
Fonte
18/12/2015
La posta in gioco della guerra tra capitali: il risparmio italiano
“..si deve concludere che la disciplina del bail in non è sostenibile. Una prima prova di una parziale applicazione di essa – solo cioè per quel che attiene alla risoluzione delle quattro banche, richiesta dalla Commissione Europea e che comporta il previo addossamento delle perdite ad azionisti e obbligazionisti subordinati – dovrebbe essere idonea a farci capire quel che può avvenire in un prossimo caso. La tutela del risparmio non viene in tal modo pienamente assicurata, in contrasto con l’art. 47 della Costituzione, e, con tale mancanza, può essere travolta anche la tutela della stabilità sistemica”.
Angelo De Mattia, “Le norme Ue sulle risoluzioni bancarie vanno riviste. Il bail in è contrario alla Costituzione”. Milano Finanza 15 dicembre 2015.
“Vedo invece un’Europa che cresce con contraddizioni e che quindi si muove un po’ a zig-zag con figli e figliastri, una specie di Europa matrigna”.
Antonio Patuelli, Presidente ABI (Associazione Banche Italiane), “Tempi lunghi per le fusioni”, Milano Finanza 16 dicembre.
Chi pensa che la vicenda delle quattro banche fallite sia una questione di truffe, malversazioni e raggiri si sbaglia di grosso. Non è solo questo, è ben altro. Ha a che fare con l’assetto europeo, con l’hausmanizzazione monetaria e con il predominio tedesco nell’eurozona.
Partiamo da una decisione presa circa due anni fa, vale a dire l’Unione Bancaria. Con questo nuovo assetto, la Vigilanza è passata alla Banca Centrale Europea, con l’eccezione, guarda caso, delle Sparkassen e delle Landesbanken tedesche, al vertice della crisi bancaria del 2009. Da allora sono stati chiesti ratios patrimoniali alla banche sempre più stringenti e aumenti di capitali, con stress test che obbligavano il sistema bancario italiano a restringere l’area di operatività della funzione di banche commerciali con relativo credit crunch.
Si è passati al paradosso che mentre la Bce inonda di liquidità il sistema bancario, quest’ultimo deve accantonare sempre più risorse ai fini dei ratios patrimoniali, a tal punto che uno studio Fitch informa che di 4 mila miliardi di nuova liquidità solo 40 siano finiti nell’eurozona in nuovi prestiti.
La questione è particolarmente grave nel nostro Paese giacché il 90% dei prestiti è fatto dal sistema bancario. Inoltre, quel che Salerno Aletta (E l’Europa non impara, Milano Finanza 5 dicembre) definisce “manovre fiscali di inusitata violenza”, hanno provocato una feroce recessione che si è riflessa nell’esplosione dei crediti deteriorati.
Attualmente sono pari a circa 300 miliardi di euro, il 20% del Pil, mentre le sofferenze vere e proprie sono circa 200 miliardi, secondo fonti Bankitalia di fine settembre. Le sofferenze sono pari a circa il 13%, prima della crisi erano pari al 2% del Pil.
Il sistema bancario italiano non è stato colpito dalla crisi finanziaria statunitense, al contrario di quello tedesco, perché operava sostanzialmente come banca commerciale e le funzioni di investment banking, tra cui i derivati, avevano poco peso, anche grazie alla pluridecennale esperienza di vigilanza della fu banca centrale italiana.
In effetti, la crisi dei subprimes colpì la City londinese, i sistemi bancari francesi, spagnoli, olandesi e, in particolar modo, il sistema bancario tedesco che fu salvato con 268 miliardi di fondi pubblici e garanzie statali pari a 680 miliardi di euro. L’apporto dello Stato italiano sul sistema bancario è stato minimo, giusto i Tremonti bond e i Monti bond per Monte dei Paschi di Siena, pagati a carissimo prezzo, con guadagno finale per le casse pubbliche.
Il problema per il sistema bancario italiano viene con il governo Monti e con “l’inusitata violenza” delle politiche fiscali restrittive, che causano il definitivo crollo dell’economia italiana e la deindustrializzazione, prassi di finanza pubblica e di erosione dei diritti sociali e del lavoro continuati con Letta e, soprattutto, Renzi.
E’ da qui che assistiamo all’esplodere delle sofferenze bancarie: di 200 miliardi, circa 144 provengono dal sistema delle imprese. Il problema si acuisce a tal punto che si pensa di fare come in altri paesi europei, cioè creare una bad bank che si accolli le sofferenze e le smaltisca nel tempo, in modo da liberare capitale da destinare, eventualmente, ai prestiti alle imprese.
A quel punto la politica dei due pesi due misure dell’Ue diventa chiara: si impedisce all’Italia di ricorrere alla bad bank perché violerebbe il principio comunitario degli aiuti di Stato. E questo nello stesso periodo in cui, quest’anno, non nel 2009…, la Commissione Europea autorizza la Germania al salvataggio pubblico della banca Hsh Nordbank.
E’ l’esempio lampante della scarsa lungimiranza e soprattutto di inesistente capacità negoziale della classe dirigente italiana nei confronti di Bruxelles e Francoforte. Dunque, in questi anni tutti i paesi europei sono ricorsi alla bad bank e/o al salvataggio pubblico dei loro sistemi bancari tranne l’Italia, senza che la Commissione Europea ponesse veti circa le norme sugli aiuti di Stato. Nel momento in cui l’Italia presenta alla autorità europee un progetto di una propria bad bank se la vede bocciare come aiuto di Stato senza che l’Italia batta i pugni.
Non finisce qui: con l’approvazione dell’Unione Bancaria si attua quel che è avvenuto a Cipro nel 2013, cioè un meccanismo di risoluzione di crisi bancarie dove a pagarne il costo saranno obbligazionisti e azionisti e i depositanti oltre 100 mila euro. Tali norme, in vigore dal 1° gennaio, sono state applicate in Italia per la crisi delle famose quattro banche, dunque in anticipo sui tempi. Questo perché i collaborazionisti italiani vogliono dimostrare a chi comanda in Europa di essere più realisti del Re.
Se queste quattro piccole banche coinvolte nel salvataggio hanno provocato i primi sintomi di una crisi sistemica (vale a dire sfiducia nel sistema bancario con relativa fuga dei depositanti e obbligazionisti), cosa potrebbe succedere se fosse coinvolto qualche grande istituto nel prossimo anno, vista la mole di sofferenze bancarie e visto il fatto che la Commissione Europea nega all’Italia la creazione di una bad bank? Il tutto poi con il meccanismo del bail in delle risoluzione bancarie, che fa pagare obbligazionisti, azionisti e grandi depositanti. Sarebbe una bomba per l’Italia.
Che lezioni trarne da Popolare Etruria e altre banche, al di là del moralismo di tanti soggetti politici che guardano il dito ma non la Luna? Un eventuale scoppio di una crisi bancaria sistemica, corollario all’hausmanizzazione monetaria in corso da anni che ha fatto crollare l’economia italiana, si inquadrerebbe in quel che più volte abbiamo definito come “guerra tra capitali” nell’eurozona, i cui prodromi sono stati i progetti di costruzione di unità monetaria con il Piano Werner del 1972.
Dopo aver distrutto l’apparato produttivo, concorrente diretto di quello tedesco, dopo aver demolito in 4 anni l’architettura giuridica a difesa della tutela del lavoro, della salute, dell’istruzione, ecc., ora i collaborazionisti italiani provocano una crisi sistemica che causerà la fuga del risparmio italiano, ben 4 mila miliardi, verso Francoforte, Londra e New York. La capitolazione sarebbe, in quel caso, totale, e il Piano Werner praticamente realizzato.
Ci si chiede, dunque, è il caso di parlare del padre di un ministro? La posta in gioco è ben più alta, è la contraddizione tra la costruzione europea e il nostro ordinamento, quel che Vladimiro Giacché nel libro “Costituzione italiana contro trattati europei” (Imprimatur 2015) definisce un “conflitto inevitabile”.
E’ in questo contesto che A. De Mattia, già responsabile del credito del Pci e successivamente Segretario del Direttorio di Bankitalia, nel sopracitato articolo, parla anche di “illegittimità costituzionale del Fiscal Compact”. La modifica dell’art. 81 con il pareggio di bilancio, spiega Giacché, è incompatibile con la tutela dei diritti fondamentali ed inalienabili della prima parte della Carta Costituzionale, così come l’Unione Bancaria e la normativa europea sulla Vigilanza e il bail in cozzano con l’art. 47 della Costituzione che tutela il risparmio. Prima o poi questa contraddizione esploderà e forse sarà tardi.
“L’inusitata violenza” di questi anni, forse, sbatterà il muso contro qualcuno della Consulta che ancora fa il suo mestiere. L’esempio lampante è stato il pronunciamento della Consulta sulla mancata indicizzazione delle pensioni stabilita da Monti e Fornero, per poi passare agli stipendi dei lavoratori pubblici, alle norme che stanno affossando la Sanità, alla Buona Scuola fino al Jobs Act e la riforma elettorale. Sono norme che violano palesemente la Carta.
La Boschi dovrebbe essere dimessa innanzitutto per la riforma del Senato e per l’Italicum e per il suo contributo allo scardinamento della Costituzione della Repubblica, piuttosto che per il coinvolgimento del padre nelle vicissitudini della Banca Etruria!
Nel panorama politico attuale quasi nessuno pone queste questioni, ci si focalizza sugli aspetti scandalistici del caso, senza minimamente andare alla radice. Che essenzialmente è una: l’euro è insostenibile per il nostro Paese e la guerra pluridecennale tra capitali lo ha ormai dimostrato.
Il Piano Werner ha come scopo la distruzione del nostro Paese, diretto concorrente dell’apparato produttivo tedesco, in modo che quest’ultimo possa accaparrarsi nei prossimi decenni le quote di mercato italiane, e non solo…, a livello mondiale, al fine di sopravvivere e cercare di superare la quarantennale crisi da sovrapproduzione mondiale. Mors tua, vita mea. Non esistono uniformità di giudizio, di regole e di norme a livello comunitario, ci sono solo rapporti di forza dove il successo dell’uno dipende dalla capitolazione degli altri.
E’ un gioco a somma zero, e l’Italia rischia di perdere definitivamente il suo status di paese industrializzato. Al padronato italiano l’Europa serve per ammazzare il proletariato, non sapendo che nel frattempo si sta dando una mazzata tremenda sui piedi, e la prossima crisi bancaria lo dimostrerà. Il loro non è un mondo di furbi, è un mondo di idioti.
Fonte
Angelo De Mattia, “Le norme Ue sulle risoluzioni bancarie vanno riviste. Il bail in è contrario alla Costituzione”. Milano Finanza 15 dicembre 2015.
“Vedo invece un’Europa che cresce con contraddizioni e che quindi si muove un po’ a zig-zag con figli e figliastri, una specie di Europa matrigna”.
Antonio Patuelli, Presidente ABI (Associazione Banche Italiane), “Tempi lunghi per le fusioni”, Milano Finanza 16 dicembre.
Chi pensa che la vicenda delle quattro banche fallite sia una questione di truffe, malversazioni e raggiri si sbaglia di grosso. Non è solo questo, è ben altro. Ha a che fare con l’assetto europeo, con l’hausmanizzazione monetaria e con il predominio tedesco nell’eurozona.
Partiamo da una decisione presa circa due anni fa, vale a dire l’Unione Bancaria. Con questo nuovo assetto, la Vigilanza è passata alla Banca Centrale Europea, con l’eccezione, guarda caso, delle Sparkassen e delle Landesbanken tedesche, al vertice della crisi bancaria del 2009. Da allora sono stati chiesti ratios patrimoniali alla banche sempre più stringenti e aumenti di capitali, con stress test che obbligavano il sistema bancario italiano a restringere l’area di operatività della funzione di banche commerciali con relativo credit crunch.
Si è passati al paradosso che mentre la Bce inonda di liquidità il sistema bancario, quest’ultimo deve accantonare sempre più risorse ai fini dei ratios patrimoniali, a tal punto che uno studio Fitch informa che di 4 mila miliardi di nuova liquidità solo 40 siano finiti nell’eurozona in nuovi prestiti.
La questione è particolarmente grave nel nostro Paese giacché il 90% dei prestiti è fatto dal sistema bancario. Inoltre, quel che Salerno Aletta (E l’Europa non impara, Milano Finanza 5 dicembre) definisce “manovre fiscali di inusitata violenza”, hanno provocato una feroce recessione che si è riflessa nell’esplosione dei crediti deteriorati.
Attualmente sono pari a circa 300 miliardi di euro, il 20% del Pil, mentre le sofferenze vere e proprie sono circa 200 miliardi, secondo fonti Bankitalia di fine settembre. Le sofferenze sono pari a circa il 13%, prima della crisi erano pari al 2% del Pil.
Il sistema bancario italiano non è stato colpito dalla crisi finanziaria statunitense, al contrario di quello tedesco, perché operava sostanzialmente come banca commerciale e le funzioni di investment banking, tra cui i derivati, avevano poco peso, anche grazie alla pluridecennale esperienza di vigilanza della fu banca centrale italiana.
In effetti, la crisi dei subprimes colpì la City londinese, i sistemi bancari francesi, spagnoli, olandesi e, in particolar modo, il sistema bancario tedesco che fu salvato con 268 miliardi di fondi pubblici e garanzie statali pari a 680 miliardi di euro. L’apporto dello Stato italiano sul sistema bancario è stato minimo, giusto i Tremonti bond e i Monti bond per Monte dei Paschi di Siena, pagati a carissimo prezzo, con guadagno finale per le casse pubbliche.
Il problema per il sistema bancario italiano viene con il governo Monti e con “l’inusitata violenza” delle politiche fiscali restrittive, che causano il definitivo crollo dell’economia italiana e la deindustrializzazione, prassi di finanza pubblica e di erosione dei diritti sociali e del lavoro continuati con Letta e, soprattutto, Renzi.
E’ da qui che assistiamo all’esplodere delle sofferenze bancarie: di 200 miliardi, circa 144 provengono dal sistema delle imprese. Il problema si acuisce a tal punto che si pensa di fare come in altri paesi europei, cioè creare una bad bank che si accolli le sofferenze e le smaltisca nel tempo, in modo da liberare capitale da destinare, eventualmente, ai prestiti alle imprese.
A quel punto la politica dei due pesi due misure dell’Ue diventa chiara: si impedisce all’Italia di ricorrere alla bad bank perché violerebbe il principio comunitario degli aiuti di Stato. E questo nello stesso periodo in cui, quest’anno, non nel 2009…, la Commissione Europea autorizza la Germania al salvataggio pubblico della banca Hsh Nordbank.
E’ l’esempio lampante della scarsa lungimiranza e soprattutto di inesistente capacità negoziale della classe dirigente italiana nei confronti di Bruxelles e Francoforte. Dunque, in questi anni tutti i paesi europei sono ricorsi alla bad bank e/o al salvataggio pubblico dei loro sistemi bancari tranne l’Italia, senza che la Commissione Europea ponesse veti circa le norme sugli aiuti di Stato. Nel momento in cui l’Italia presenta alla autorità europee un progetto di una propria bad bank se la vede bocciare come aiuto di Stato senza che l’Italia batta i pugni.
Non finisce qui: con l’approvazione dell’Unione Bancaria si attua quel che è avvenuto a Cipro nel 2013, cioè un meccanismo di risoluzione di crisi bancarie dove a pagarne il costo saranno obbligazionisti e azionisti e i depositanti oltre 100 mila euro. Tali norme, in vigore dal 1° gennaio, sono state applicate in Italia per la crisi delle famose quattro banche, dunque in anticipo sui tempi. Questo perché i collaborazionisti italiani vogliono dimostrare a chi comanda in Europa di essere più realisti del Re.
Se queste quattro piccole banche coinvolte nel salvataggio hanno provocato i primi sintomi di una crisi sistemica (vale a dire sfiducia nel sistema bancario con relativa fuga dei depositanti e obbligazionisti), cosa potrebbe succedere se fosse coinvolto qualche grande istituto nel prossimo anno, vista la mole di sofferenze bancarie e visto il fatto che la Commissione Europea nega all’Italia la creazione di una bad bank? Il tutto poi con il meccanismo del bail in delle risoluzione bancarie, che fa pagare obbligazionisti, azionisti e grandi depositanti. Sarebbe una bomba per l’Italia.
Che lezioni trarne da Popolare Etruria e altre banche, al di là del moralismo di tanti soggetti politici che guardano il dito ma non la Luna? Un eventuale scoppio di una crisi bancaria sistemica, corollario all’hausmanizzazione monetaria in corso da anni che ha fatto crollare l’economia italiana, si inquadrerebbe in quel che più volte abbiamo definito come “guerra tra capitali” nell’eurozona, i cui prodromi sono stati i progetti di costruzione di unità monetaria con il Piano Werner del 1972.
Dopo aver distrutto l’apparato produttivo, concorrente diretto di quello tedesco, dopo aver demolito in 4 anni l’architettura giuridica a difesa della tutela del lavoro, della salute, dell’istruzione, ecc., ora i collaborazionisti italiani provocano una crisi sistemica che causerà la fuga del risparmio italiano, ben 4 mila miliardi, verso Francoforte, Londra e New York. La capitolazione sarebbe, in quel caso, totale, e il Piano Werner praticamente realizzato.
Ci si chiede, dunque, è il caso di parlare del padre di un ministro? La posta in gioco è ben più alta, è la contraddizione tra la costruzione europea e il nostro ordinamento, quel che Vladimiro Giacché nel libro “Costituzione italiana contro trattati europei” (Imprimatur 2015) definisce un “conflitto inevitabile”.
E’ in questo contesto che A. De Mattia, già responsabile del credito del Pci e successivamente Segretario del Direttorio di Bankitalia, nel sopracitato articolo, parla anche di “illegittimità costituzionale del Fiscal Compact”. La modifica dell’art. 81 con il pareggio di bilancio, spiega Giacché, è incompatibile con la tutela dei diritti fondamentali ed inalienabili della prima parte della Carta Costituzionale, così come l’Unione Bancaria e la normativa europea sulla Vigilanza e il bail in cozzano con l’art. 47 della Costituzione che tutela il risparmio. Prima o poi questa contraddizione esploderà e forse sarà tardi.
“L’inusitata violenza” di questi anni, forse, sbatterà il muso contro qualcuno della Consulta che ancora fa il suo mestiere. L’esempio lampante è stato il pronunciamento della Consulta sulla mancata indicizzazione delle pensioni stabilita da Monti e Fornero, per poi passare agli stipendi dei lavoratori pubblici, alle norme che stanno affossando la Sanità, alla Buona Scuola fino al Jobs Act e la riforma elettorale. Sono norme che violano palesemente la Carta.
La Boschi dovrebbe essere dimessa innanzitutto per la riforma del Senato e per l’Italicum e per il suo contributo allo scardinamento della Costituzione della Repubblica, piuttosto che per il coinvolgimento del padre nelle vicissitudini della Banca Etruria!
Nel panorama politico attuale quasi nessuno pone queste questioni, ci si focalizza sugli aspetti scandalistici del caso, senza minimamente andare alla radice. Che essenzialmente è una: l’euro è insostenibile per il nostro Paese e la guerra pluridecennale tra capitali lo ha ormai dimostrato.
Il Piano Werner ha come scopo la distruzione del nostro Paese, diretto concorrente dell’apparato produttivo tedesco, in modo che quest’ultimo possa accaparrarsi nei prossimi decenni le quote di mercato italiane, e non solo…, a livello mondiale, al fine di sopravvivere e cercare di superare la quarantennale crisi da sovrapproduzione mondiale. Mors tua, vita mea. Non esistono uniformità di giudizio, di regole e di norme a livello comunitario, ci sono solo rapporti di forza dove il successo dell’uno dipende dalla capitolazione degli altri.
E’ un gioco a somma zero, e l’Italia rischia di perdere definitivamente il suo status di paese industrializzato. Al padronato italiano l’Europa serve per ammazzare il proletariato, non sapendo che nel frattempo si sta dando una mazzata tremenda sui piedi, e la prossima crisi bancaria lo dimostrerà. Il loro non è un mondo di furbi, è un mondo di idioti.
Fonte
Cantone santo subito. A lui anche gli "arbitrati" per gli obbligazionisti truffati
Renzi è un decisionista, o almeno vuole apparire tale. E quindi ha deciso, in spregio a qualsiasi regola, usanza o tradizione, che gli arbitrati per gli obbligazionisti secondari colpiti dal crac delle 4 banche popolari saranno gestiti dall'Agenzia anticorruzione, presieduta da Raffaele Cantone.
Lo ha spiegato, com'è suo costume, in un'intervista al Tg5, non certo in Parlamento e neanche in una riunione del governo. "Se possibile vorrei che gli arbitrati fossero gestiti non dalla Consob, non dalla Banca d'Italia, non dal Parlamento, non dal Governo ma dall'Anac di Raffaele Cantone, un'autorità terza e autorevole, per la massima trasparenza. Nelle prossime ore faremo il possibile perché chi è stato truffato, ma chi è stato truffato davvero, possa riavere i soldi e faremo degli arbitrati. Da parte mia c'è l'intenzione di fare la massima trasparenza e chiarezza, ci sarà il massimo rigore".
Il povero Raffaele Cantone, a questo punto, comincia a somigliare al più solitario “salvatore della patria” che si sia mai visto. Viene indicato per risolvere qualsiasi problema, presente o futuro, giudiziario o politico amministrativo. Dal controllo degli appalti Expo o per il Giubileo fino a candidato sindaco di Napoli, in opposizione a Giggino De Magistris. In ogni caso, diventa sempre più evidente che si sta imponendo un certo modo di "governare" che prevede la concentrazione di tutti i poteri in poche mani; possibilmente in quelle di "un uomo solo al comando". Anche fuori dalle istituzioni...
Ma che c'entra l'anti corruzione con la selezione – “caso per caso” – tra gli obbligazionisti truffati e quelli che invece avevano scelto volontariamente di investire in titoli ad alto rischio? Nulla naturalmentee. Ma così – lo ha rivendicato lo stesso Renzi – si dà “un segnale” e si prova a blindare un modo di governare, fatto di concentrazione dei poteri nelle mani di pochissime persone, anzi tendenzialmente “un uomo solo al comando”.
Soprattutto, è un segnale a due istituzioni che presentano molto problemi, ma che non si possono bypassare come paracarri inutili. La Banca d'Italia, per esempio, è titolare unica della sorveglianza sulle piccole banche (quelle grandi, di dimensioni sistemiche, sono ormai sotto la giurisdizione della Bce), e una decisione come quella di Renzi ne mette in discussione le prerogative (non i “privilegi”), Ne è consapevole ovviamente il Governatore, Ignazio Visco, che ieri stesso è salito al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica.
Il caso del “salvabanche” è un verminaio che emana tanfo da ogni poro. C'è l'ovvio sospetto che il governo si sia attivato soprattutto per Banca Etruria, la più grande delle quattro interessate dal decreto, delineando un meccanismo che salvaguardava gli ex amministratori – tra cui il vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del ministro che in queste ore si sta difendendo da una mozione di sfiducia in Parlamento – nel mentre azzerava i risparmi di tutti quei correntisti truffati con la vendita di “obbligazioni subordinate”. C'è la certezza che quegli amministratori si siano concessi fidi milionari proprio nello stesso periodo in cui ramazzavano liquidi dai conti correnti dei clienti più deboli.
Ci sono le indagini condotte dalla Procura di Arezzo, sia nei confronti degli ex amministratori, si degli organi che dovevano controllare l'istituto (ovvero la Consob, in quanto Banca Etruria era quotata in Borsa, e Banca d'Italia, addetta alla sorveglianza).
Ma c'è anche il fascicolo aperto al Consiglio Superiore della Magistratura proprio sul procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, che indaga sulla banca del padre del ministro mentre è, contemporaneamente, “consulente giuridico” del governo (quindi, di fatto, anche del ministro Boschi).
Su questo caos piove la decisione renziana, forse nella speranza di sparigliare un mazzo di carte per lui molto sfavorevole. Rischia di vedere incrinata definitivamente la credibilità del suo ministro in tubino nero; rischia di aprire uno scontro anche con Pier Carlo Padoan (il cui schema di decreto sugli arbitrati lasciava alle istituzioni delegate il compito operativo); rischia di finire coinvolto in prima persona dagli affari di suo padre proprio con alcuni degli amministratori di Banca Etruria, a cominciare dall'ex presidente Rosi.
L'evocazione di Raffaele Cantone, la sua personale “garanzia di trasparenza”, “al di sopra delle parti”, ecc, contiene infine un rischio anche per lo stesso Cantone. A forza di essere chiamato a fare l'uomo della provvidenza al servizio di un premier istituzionalmente più che disinvolto, infatti, sta vedendo sbiadire giorno dopo giorno proprio quell'aura di “trasparenza e terzietà”.
O sei l'uomo del governo per ogni impiccio o sei l'arbitro imparziale e incorruttibile. Tertium non datur...
Fonte
Lo ha spiegato, com'è suo costume, in un'intervista al Tg5, non certo in Parlamento e neanche in una riunione del governo. "Se possibile vorrei che gli arbitrati fossero gestiti non dalla Consob, non dalla Banca d'Italia, non dal Parlamento, non dal Governo ma dall'Anac di Raffaele Cantone, un'autorità terza e autorevole, per la massima trasparenza. Nelle prossime ore faremo il possibile perché chi è stato truffato, ma chi è stato truffato davvero, possa riavere i soldi e faremo degli arbitrati. Da parte mia c'è l'intenzione di fare la massima trasparenza e chiarezza, ci sarà il massimo rigore".
Il povero Raffaele Cantone, a questo punto, comincia a somigliare al più solitario “salvatore della patria” che si sia mai visto. Viene indicato per risolvere qualsiasi problema, presente o futuro, giudiziario o politico amministrativo. Dal controllo degli appalti Expo o per il Giubileo fino a candidato sindaco di Napoli, in opposizione a Giggino De Magistris. In ogni caso, diventa sempre più evidente che si sta imponendo un certo modo di "governare" che prevede la concentrazione di tutti i poteri in poche mani; possibilmente in quelle di "un uomo solo al comando". Anche fuori dalle istituzioni...
Ma che c'entra l'anti corruzione con la selezione – “caso per caso” – tra gli obbligazionisti truffati e quelli che invece avevano scelto volontariamente di investire in titoli ad alto rischio? Nulla naturalmentee. Ma così – lo ha rivendicato lo stesso Renzi – si dà “un segnale” e si prova a blindare un modo di governare, fatto di concentrazione dei poteri nelle mani di pochissime persone, anzi tendenzialmente “un uomo solo al comando”.
Soprattutto, è un segnale a due istituzioni che presentano molto problemi, ma che non si possono bypassare come paracarri inutili. La Banca d'Italia, per esempio, è titolare unica della sorveglianza sulle piccole banche (quelle grandi, di dimensioni sistemiche, sono ormai sotto la giurisdizione della Bce), e una decisione come quella di Renzi ne mette in discussione le prerogative (non i “privilegi”), Ne è consapevole ovviamente il Governatore, Ignazio Visco, che ieri stesso è salito al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica.
Il caso del “salvabanche” è un verminaio che emana tanfo da ogni poro. C'è l'ovvio sospetto che il governo si sia attivato soprattutto per Banca Etruria, la più grande delle quattro interessate dal decreto, delineando un meccanismo che salvaguardava gli ex amministratori – tra cui il vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del ministro che in queste ore si sta difendendo da una mozione di sfiducia in Parlamento – nel mentre azzerava i risparmi di tutti quei correntisti truffati con la vendita di “obbligazioni subordinate”. C'è la certezza che quegli amministratori si siano concessi fidi milionari proprio nello stesso periodo in cui ramazzavano liquidi dai conti correnti dei clienti più deboli.
Ci sono le indagini condotte dalla Procura di Arezzo, sia nei confronti degli ex amministratori, si degli organi che dovevano controllare l'istituto (ovvero la Consob, in quanto Banca Etruria era quotata in Borsa, e Banca d'Italia, addetta alla sorveglianza).
Ma c'è anche il fascicolo aperto al Consiglio Superiore della Magistratura proprio sul procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, che indaga sulla banca del padre del ministro mentre è, contemporaneamente, “consulente giuridico” del governo (quindi, di fatto, anche del ministro Boschi).
Su questo caos piove la decisione renziana, forse nella speranza di sparigliare un mazzo di carte per lui molto sfavorevole. Rischia di vedere incrinata definitivamente la credibilità del suo ministro in tubino nero; rischia di aprire uno scontro anche con Pier Carlo Padoan (il cui schema di decreto sugli arbitrati lasciava alle istituzioni delegate il compito operativo); rischia di finire coinvolto in prima persona dagli affari di suo padre proprio con alcuni degli amministratori di Banca Etruria, a cominciare dall'ex presidente Rosi.
L'evocazione di Raffaele Cantone, la sua personale “garanzia di trasparenza”, “al di sopra delle parti”, ecc, contiene infine un rischio anche per lo stesso Cantone. A forza di essere chiamato a fare l'uomo della provvidenza al servizio di un premier istituzionalmente più che disinvolto, infatti, sta vedendo sbiadire giorno dopo giorno proprio quell'aura di “trasparenza e terzietà”.
O sei l'uomo del governo per ogni impiccio o sei l'arbitro imparziale e incorruttibile. Tertium non datur...
Fonte
17/12/2015
Salvabanche, sfiduciamo governo e Ue perché avevano un’alternativa
La "comunicazione" governativa, in qualsiasi parte del
mondo, giustifica le proprie scelte con l'affermazione apodittica "non
ci sono alternative". Più è complicatala materia, più facile è il gioco.
Tanto più in materia finanziaria, dove non solo si registra una "grande
ignoranza diffusa", ma soprattutto una superproduzione di "offerte",
pacchetti, pacchi veri e propri, "innovazioni", ecc, a cavallo di molte
materie altrettanto complesse (diritto, economia, regole europee, regole
nazionali, costituzione, ecc).
Perciò ci sembra importante far conoscere questo articolo di Lidia Undiemi, pubblicato nel suo blog su Il Fatto Quotidiano, che dà conto in modo chiaro di almeno una cosa certa: per "salvare" le quattro banche c'erano alternative.
Hanno scelto di proposito quella che colpiva di più i piccoli depositanti, completamente all'oscuro di tutto e abituati a "fidarsi" del direttore di filiale, nella profonda provincia italiana.
Non è soltanto la Boschi ma tutto il governo e l’Unione europea che vanno “sfiduciati” per avere messo in piedi un sistema di salvataggi bancari che non lascia scampo ai risparmiatori italiani.
Dall’anno della grande crisi finanziaria che ha travolto anche l’eurozona, l’Ue e gli stati membri, anziché affrontare le reali cause della crisi, ossia il fallimento dell’attuale modello capitalistico-finanziario globale hanno operato in senso diverso, predisponendo una serie di regole finalizzate a garantire proprio la sopravvivenza del sistema con le sue anomalie. A norma di legge, il costo delle grandi crisi finanziarie e dei salvataggi delle grandi banche viene fatto ricadere sui cittadini, e ciò attraverso due meccanismi: i fondi gestiti dalla Troika (fondi Mes), direttamente a carico degli Stati e dunque dei contribuenti, e il cd salva banche (meccanismo o fondo di risoluzione) – include lo strumento del bail in – che colpisce i cittadini in qualità di risparmiatori.
Dal 1 gennaio 2016, non soltanto le azioni e le obbligazioni subordinate ma anche altre tipologie di passività possono essere colpite dal meccanismo di risoluzione, compresi i depositi superiori a 100 mila euro (almeno per il momento).
La normativa è ampia e di difficile interpretazione (ecco alcuni riferimenti) ed è assurdo pensare che i risparmiatori possano trasformarsi in scienziati della finanza, della tecnica bancaria e di almeno sette branche del diritto (societario, tributario, lavoro, bancario, internazionale, europeo, penale...). Tra l’altro, ed è questo un aspetto centrale delle nuove regole sulle crisi bancarie, tali conoscenze non sarebbero nemmeno sufficienti per proteggere i piccoli risparmi, in quanto la procedura di risoluzione non viene attivata in caso di fallimento della banca (la risoluzione persegue l’obiettivo della prosecuzione dell’attività) ma in base ad una serie di valutazioni da parte degli esperti competenti, non arbitrarie ma certamente altamente discrezionali, che inducono a ritenere che una banca sia in crisi (anche solo potenziale) per una serie di circostanze, da cui deriva la legittimazione ad “espropriare” i risparmi dei cittadini. Una volta attivato il commissariamento, si procede con la valutazione degli elementi patrimoniali attivi e passivi, i quali, sempre con ampi margini di manovra, possono essere smembrati e canalizzati in altre società e così via. Come può un risparmiatore governare tutte queste variabili? Impossibile, serve il controllo pubblico, che evidentemente non ha funzionato.
Quindi, anziché fantasticare sull’alfabetizzazione dei risparmiatori, bisogna discutere dell’inadeguatezza del sistema di regole, che antepone la sopravvivenza della “stabilità finanziaria” europea (questo è il principio base della nuova legislazione) alla tutela del risparmio in tutte le sue forme prevista dall’art. 47 della Costituzione.
Il governo ha accettato senza fiatare la proposta dell’Europa di ridurre ai minimi termini una tutela così importante. E’ un problema molto serio, perchè le nuove regole sul salva banche sono state progettate per crisi sistemiche ben più grandi rispetto a quelle di Banca Etruria e degli altri istituti di credito su cui si sta sperimentando la “risoluzione”.
Eppure in sede europea la Banca d’Italia aveva provato ad alleggerire l’impatto del salva banche con un approccio meno aggressivo e doloroso (coinvolgere passività dopo l’entrata in vigore delle nuove norme o rinviare il bail in al 2018). Non solo. Bankitalia aveva proposto di utilizzare il Fondo nazionale Interbancario di Tutela dei Depositi, ma la Commissione europea si era messa di traverso in quanto tale intervento è assimilabile ad un aiuto di Stato. Qui però casca l’asino. Nel 2014, come mette bene in evidenza sempre la Banca d’Italia, sono stati attuati ingenti salvataggi pubblici delle banche degli altri paesi europei: Germania (238 miliardi), Spagna (52 miliardi), Irlanda (42 miliardi) e Grecia (40 miliardi). Ciò è stato possibile grazie ai fondi europei guidati dalla Troika e finanziati dagli stati dell’Eurozona.
L’atteggiamento della Commissione europea era dunque facilmente contestabile, spettava al governo far pendere l’ago della bilancia in favore dei risparmiatori italiani. Ma non lo ha fatto, per questo devono essere sfiduciati. Anche per tale ragione, infine, l’Italia dovrebbe “sfiduciare” le istituzioni europee responsabili.
Fonte
Perciò ci sembra importante far conoscere questo articolo di Lidia Undiemi, pubblicato nel suo blog su Il Fatto Quotidiano, che dà conto in modo chiaro di almeno una cosa certa: per "salvare" le quattro banche c'erano alternative.
Hanno scelto di proposito quella che colpiva di più i piccoli depositanti, completamente all'oscuro di tutto e abituati a "fidarsi" del direttore di filiale, nella profonda provincia italiana.
*****
Non è soltanto la Boschi ma tutto il governo e l’Unione europea che vanno “sfiduciati” per avere messo in piedi un sistema di salvataggi bancari che non lascia scampo ai risparmiatori italiani.
Dall’anno della grande crisi finanziaria che ha travolto anche l’eurozona, l’Ue e gli stati membri, anziché affrontare le reali cause della crisi, ossia il fallimento dell’attuale modello capitalistico-finanziario globale hanno operato in senso diverso, predisponendo una serie di regole finalizzate a garantire proprio la sopravvivenza del sistema con le sue anomalie. A norma di legge, il costo delle grandi crisi finanziarie e dei salvataggi delle grandi banche viene fatto ricadere sui cittadini, e ciò attraverso due meccanismi: i fondi gestiti dalla Troika (fondi Mes), direttamente a carico degli Stati e dunque dei contribuenti, e il cd salva banche (meccanismo o fondo di risoluzione) – include lo strumento del bail in – che colpisce i cittadini in qualità di risparmiatori.
Dal 1 gennaio 2016, non soltanto le azioni e le obbligazioni subordinate ma anche altre tipologie di passività possono essere colpite dal meccanismo di risoluzione, compresi i depositi superiori a 100 mila euro (almeno per il momento).
La normativa è ampia e di difficile interpretazione (ecco alcuni riferimenti) ed è assurdo pensare che i risparmiatori possano trasformarsi in scienziati della finanza, della tecnica bancaria e di almeno sette branche del diritto (societario, tributario, lavoro, bancario, internazionale, europeo, penale...). Tra l’altro, ed è questo un aspetto centrale delle nuove regole sulle crisi bancarie, tali conoscenze non sarebbero nemmeno sufficienti per proteggere i piccoli risparmi, in quanto la procedura di risoluzione non viene attivata in caso di fallimento della banca (la risoluzione persegue l’obiettivo della prosecuzione dell’attività) ma in base ad una serie di valutazioni da parte degli esperti competenti, non arbitrarie ma certamente altamente discrezionali, che inducono a ritenere che una banca sia in crisi (anche solo potenziale) per una serie di circostanze, da cui deriva la legittimazione ad “espropriare” i risparmi dei cittadini. Una volta attivato il commissariamento, si procede con la valutazione degli elementi patrimoniali attivi e passivi, i quali, sempre con ampi margini di manovra, possono essere smembrati e canalizzati in altre società e così via. Come può un risparmiatore governare tutte queste variabili? Impossibile, serve il controllo pubblico, che evidentemente non ha funzionato.
Quindi, anziché fantasticare sull’alfabetizzazione dei risparmiatori, bisogna discutere dell’inadeguatezza del sistema di regole, che antepone la sopravvivenza della “stabilità finanziaria” europea (questo è il principio base della nuova legislazione) alla tutela del risparmio in tutte le sue forme prevista dall’art. 47 della Costituzione.
Il governo ha accettato senza fiatare la proposta dell’Europa di ridurre ai minimi termini una tutela così importante. E’ un problema molto serio, perchè le nuove regole sul salva banche sono state progettate per crisi sistemiche ben più grandi rispetto a quelle di Banca Etruria e degli altri istituti di credito su cui si sta sperimentando la “risoluzione”.
Eppure in sede europea la Banca d’Italia aveva provato ad alleggerire l’impatto del salva banche con un approccio meno aggressivo e doloroso (coinvolgere passività dopo l’entrata in vigore delle nuove norme o rinviare il bail in al 2018). Non solo. Bankitalia aveva proposto di utilizzare il Fondo nazionale Interbancario di Tutela dei Depositi, ma la Commissione europea si era messa di traverso in quanto tale intervento è assimilabile ad un aiuto di Stato. Qui però casca l’asino. Nel 2014, come mette bene in evidenza sempre la Banca d’Italia, sono stati attuati ingenti salvataggi pubblici delle banche degli altri paesi europei: Germania (238 miliardi), Spagna (52 miliardi), Irlanda (42 miliardi) e Grecia (40 miliardi). Ciò è stato possibile grazie ai fondi europei guidati dalla Troika e finanziati dagli stati dell’Eurozona.
L’atteggiamento della Commissione europea era dunque facilmente contestabile, spettava al governo far pendere l’ago della bilancia in favore dei risparmiatori italiani. Ma non lo ha fatto, per questo devono essere sfiduciati. Anche per tale ragione, infine, l’Italia dovrebbe “sfiduciare” le istituzioni europee responsabili.
Fonte
13/12/2015
Come risarcire i truffati? Espropriare gli amministratori delle banche fallite
Ogni giorno, spulciando le cronache locali, si leggono notizie come questa:
In questi giorno leggiamo anche di un'altra notizia. Qualche banca ha prima “convinto” i propri clienti meno informati in questioni finanziarie a sottoscrivere obbligazioni emesse dalla stessa banca, ricattando – il termine non ci sembra affatto eccessivo – i clienti stessi mediante la minaccia di non rinnovare il fido, oppure la promessa di abbattere il tasso di interesse sul mutuo, ecc. Poi, in vista del fallimento, ha trasformato l'adesione alle obbligazioni ordinarie in sottoscrizione di obbligazioni “subordinate” (senza alcuna garanzia, insomma), comunicandolo ai clienti via posta (con quei poderosi incartamenti scritti piccolissimo che nessuno legge, anche per la sovrabbondanza di termini che neanche un lettore accanito de IlSole24Ore riesce spesso a comprendere). Quindi hanno comunicato ai clienti che i loro risparmi si erano volatilizzati. Punto.
A noi, comuni mortali, non sembra che ci sia alcuna differenza tra i balordi e la banca. Entrambi truffano le vecchiette o comunque quelli che “si fidano” per ignoranza. E anche voi sarete d'accordo che è più facile “fidarsi” di una banca “di prossimità”, nel vostro stesso paese, con impiegati che incontrate al bar o al ristorante ogni settimana, che magari vi sono anche parenti alla lontana, piuttosto che del primo che suona alla porta.
La questione che proprio non capiamo è questa: come mai il balordo truffatore viene arrestato e finisce in galera mentre il banchiere no? Addirittura il banchiere bancarottiere non subisce neppure un danno professionale, al punto che il giorno dopo il commissariamento dell'istituto che dirige potrebbe benissimo accasarsi in altra banca (per l'incrocio inestricabile tra le poltrone spesso ciò è già avvenuto, prima ancora del dissesto), essere riverito come un grande manager e continuare a fare lo stesso identico lavoro. Truffare i clienti, insomma.
Come avrete letto nei giorni scorsi, il governo Renzi è intervenuto con un decreto varato in 25 minuti per “salvare” le quattro banche che erano fallite anche svuotando i conti dei clienti. Un decreto pasticciato, che mette insieme il bail in deciso dall'Unione Europea (in caso di fallimento pagano azionisti e obbligazionisti, in primo luogo, ma anche i semplici correntisti con più di 100.000 euro sul conto, e per la parte eccedente questa cifra), e un fondo interbancario teoricamente privato (i soldi li mettono le altre banche) ma “garantito dallo Stato con apposite defiscalizzazioni (ovvero rinunce a incamerare una quota delle tasse sui profitti). Un meccanismo che ha fatto felici tutti, meno i truffati.
Inseguito dalle proteste dei “risparmiatori”, peraltro residenti quasi tutti nelle aree di più antica fedeltà al partito del premier, il governo ha pensato bene di inventarsi un altro meccanismo solo parzialmente risarcitorio nei loro confronti, con identiche modalità: un fondo interbancario, teoricamente privato, ma garantito da altre defiscalizzazioni. Insomma, con soldi pubblici, ma solo in seconda battuta, così si nota meno e non si prendono schiaffoni da Bruxelles. Poca roba, quanto basta per un'elemosina e una pacca sulla spalla, ma “risarcire tutti non è possibile”, perché le regole del mercato sono quelle che sono: se uno investe in capitale di rischio, sono affari suoi.
Neanche la vecchietta che affida i suoi soldi al balordo viene risarcita, in fondo, se non con una colletta tra vicini e conoscenti, forse. E tutti quelli che giocano in borsa o si affidano ai gestori professionali di fondi di investimento, se le cose vanno male, perdono e devono stare zitti.
Però...
Se il balordo viene arrestato in tempo, e ancora non si è speso tutto, i soldi alla vecchietta vengono restituiti. E i poveri clienti raggirati dalle banche non sono proprio uguali agli investitori per scelta. Nessuno, infatti, ti obbliga a portare i tuoi soldi a una Sgr (ma qualche volta ti costringono a farlo in una società equivalente, ossia un fondo pensione integrativo). Ma se la “tua” banca ti cogliona con proposte allettanti o ricattatorie il gioco è un po' diverso. Sei vittima di una truffa, non di un investimento sbagliato. Al pari della vecchietta raggirata dal balordo.
Una delle domande di queste ore è infatti: si devono risarcire o no questi clienti truffati? E se sì, come appare in certi casi ovvio (stiamo parlando di una truffa, non di un investimento sbagliato), chi deve pagare?
Il governo, come sempre, pensa di prendere i soldi dalle tasche dei contribuenti. Le varie forze dell'opposizione parlamentare strillano sul risarcimento ma non indicano chi dovrebbe tirar fuori i soldi. I truffati non si fanno neanche la domanda, limitandosi a dire che rivogliono il maltolto.
Questi ultimi, nel parossimo della perdita, se la sono presa soprattutto con i “politici”. Che hanno una grande parte di responsabilità, avendo stilato il “decreto salvabanche”. Ma che, almeno in questo caso, sono colpevoli di “complicità con le banche”, ma non si sono messi materialmente in tasca i soldi dei truffati (un ministro forse sì, per via familiare, ma ci stiamo arrivando).
Nessuno – e questo appare davvero sorprendente, o indicativo della follia del dibattito pubblico attuale – ha invece indicato gli amministratori delle quattro banche.
La nostra modesta proposta risarcitoria è insomma questa: questi signori vanno espropriati di ogni loro avere, immobiliare, societario o mobiliare (liquidi). In fondo, soltanto in Banca Etruria, si sono concessi da soli 185 milioni di "fidi" fatti precipitare tra quelli "incagliati" (insomma: mai restituiti). La somma così reperita potrà essere utilizzata per risarcire i truffati ed eventualmente ridurre l'esposizione della banche “salvate”. Che andrebbero semmai "nazionalizzate" e restituite alla loro funzione originaria (raccogliere risparmi, erogare prestiti "assennati").
Il loro “disegno criminoso” appare infatti davvero esplicito, quanto quello del balordo che si introduce in casa della vecchietta. Per comprovarlo, pubblichiamo qui di seguito due articoli tratti da giornali decisamente “amici” del governo e del premier in carica; ma che su questa faccenda non hanno proprio potuto esimersi dallo sputtanare l'approssimazione predatoria dei ministri messi al servizio di qualche banchetta di provincia. Uno, di Alberto Statera, da Repubblica, dà conto della storia infame di Banca Etruria e del ruolo – decidete voi l'aggettivo – svolto dal padre e dal fratello della signorina Boschi Maria Elena, “solo” azionista della stessa banca, ma che non inseriremmo mai tra i “truffati”. L'altro, di Mario Gerevini, dal Corriere della Sera, che illustra le tecniche ricattatorie messe in atto dai quattro istituti (e da tutti gli altri ancora non colpiti da “ispezioni” della Banca d'Italia) nei confronti dei clienti più fragili e ignari (le “vecchiette”, per capirci).
Le altre misure che qui e là vengono auspicate – come la “perdita dell'onorabilità” degli amministratori decaduti – sono solo particolari di contorno, così come il divieto di continuare a fare lo stesso mestiere. L'espropriazione totale, invece, ci sembra davvero il minimo della pena. Anche un po' di galera, almeno quanta ne fanno i balordi che entrano in casa, potrebbe tornare utile a diradare le nebbie della disinvoltura finanziaria. Almeno di quella italica.
ALBERTO STATERA
ROMA.
“Come è umano lei!” Se non ci fosse già la mestizia per un morto suicida, verrebbe da usare le parole di Giandomenico Fracchia ne “La belva umana” per giudicare “le misure di tipo umanitario” annunciate dal ministro Pier Carlo Padoan a favore dei risparmiatori più poveri, il parco buoi che con le obbligazioni “subordinate” di quattro banche ha perso tutto.
Ruggisce la Chimera di Arezzo verso i 13 ricchi ex amministratori e 5 ex sindaci di Banca Etruria che invece probabilmente non restituiranno mai i 185 milioni che si sono auto-concessi con 198 posizioni di fido finiti in “sofferenza” e in “incaglio”, settore che in banca curava Emanuele Boschi, fratello del super-ministro Maria Elena. Né, visti i precedenti, restituiranno i 14 milioni riscossi di gettoni negli ultimi cinque anni. Figurarsi poi i 20 primi “sofferenti” per oltre 200 milioni. A cominciare da Francesco Bellavista Caltagirone dell’Acqua Antica Pia Marcia, “un dono fatto all’Urbe dagli dei”(Plinio il Vecchio) esposta con le sue controllate per 80 milioni o la Sacci (40 milioni) della famiglia Federici, passata adesso all’Unicem, o la Finanziaria Italia Spa del Gruppo Landi di Eutelia (16), o ancora la Realizzazioni e Bonifiche del Gruppo Uno A Erre (10,6) , l’Immobiliare Cardinal Grimaldi, titolare di un mutuo di 11,8 milioni a 40 anni, una durata che non esiste sul mercato, e l’Acquamare srl (17,1) sempre del gruppo Bellavista Caltagirone.
Tra le storie più deliranti tra quelle nelle quali ci si imbatte percorrendo i sentieri delle quattro banche fallite, la più sconclusionata è quella del panfilo più lussuoso al mondo che doveva essere costruito dalla Privilege Yard Spa a Civitavecchia, lungo 127 metri e già opzionato – si diceva – da Brad Pitt e Angelina Jolie. Dal 2007, quando fu costituito il pool di banche capeggiato dall’Etruria, esiste solo il rendering della nave di carta e la società è fallita con un buco di 200 milioni. L’inventore del bidone si chiama Mario La Via, che si definisce “finanziere internazionale”, e che esibiva come suoi soci l’ex segretario generale dell’Onu Perez de Cuellar, il sultano del Brunei e Robert Miller, azionista di Louis Vuitton e CNN. L’inaugurazione del cantiere fu benedetta dal cardinale Tarcisio Bertone. Nel consiglio figuravano Mauro Masi, ex direttore generale della Rai, Giorgio Assumma, ex presidente della Siae, e il tributarista Tommaso Di Tanno. Per non farsi mancare niente, tra gli sponsor c’era anche Giancarlo Elia Valori, l’unico massone espulso a suo tempo dalla P2 di Licio Gelli. D’altro canto, la Banca Etruria è da lustri teatro dello scontro e anche degli incontri d’interessi tra finanza massonica e finanza cattolica. Quasi tutte storie che vengono dalla notte dei tempi.
La Banca dell’oro, come era chiamata per il ruolo nel mercato dei lingotti, nasce nel 1882 in via della Fiorandola come Banca Mutua Popolare Aretina. Ma è cent’anni dopo, nel 1982, che comincia l’espansione con l’acquisto della Popolare Cagli, della Popolare di Gualdo Tadino e della Popolare dell’Alto Lazio, feudo di Giulio Andreotti che era sull’orlo del default. E comincia il trentennio del padre-padrone Elio Faralli, classe 1922, massone, che rinunciò alla presidenza con una buonuscita di 1,3 milioni e un assegno annuale di 120 mila euro perché a 87 anni non facesse concorrenza alla sua ex banca. Scomparso nel 2013 e sostituito dal cattolico Giuseppe Fornasari, ex deputato democristiano, Faralli sponsorizzò tutte le prime venti operazioni in sofferenza di cui abbiamo dato conto, salvo 20 milioni deliberati ancora per la nave di carta durante la presidenza Fornasari. Risale poi al 2006 l’acquisto di Banca Federico Del Vecchio. Doveva essere la boutique bancaria che portava in Etruria i patrimoni delle ricche famiglie fiorentine, ma si è rivelata un buco senza fondo. Un giorno Faralli si rinchiuse da solo in una stanza col presidente della Del Vecchio e ne uscì con un contratto di acquisto per 113 milioni, contro una stima di 50, mentre mesi fa veniva offerta in vendita a 25 milioni.
“La Banca Etruria non si tocca,” andava proclamando il sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani, nipote del leader storico della Democrazia Cristiana Amintore e figlio del leader locale Ameglio, alla vigilia di lasciare l’incarico per trasferirsi nella poltrona di membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura. Un sindaco aretino, chiunque egli fosse, era costretto a difendere “per contratto” l’icona bancaria cittadina, 186 sportelli e 1.800 dipendenti, con un modello fondato su un groviglio di interessi intrecciati tra loro. Lo stesso modello ad Arezzo, come nelle Marche, a Chieti e Ferrara, con banchieri improvvisati, politici locali, imprenditori, azionisti, grandi famiglie feudatarie, truffatori, a spese dei piccoli correntisti spinti ad acquistare prodotti a rischio per loro incomprensibili.
Ma il mito della banca semplice, radicata sul territorio, per clienti semplici, dove tutti si fidano, si è infranto definitivamente un mercoledì del febbraio scorso, quando ad Arezzo di fronte ai capi-area convocati per avere comunicazione dei tragici dati di bilancio irrompono due commissari nominati dalla Banca d’Italia, Riccardo Sora e Antonio Pironti. Il presidente vuole annullare la riunione, ma i commissari dicono: “No, la riunione la facciamo noi.” E di fronte ai dirigenti esordiscono così: ”Qualcuno in Consiglio d’amministrazione insiste nel non voler capire bene la situazione”. E dalla sala si alza un commento:”Meglio i commissari che il geometra”, che non è altri che il presidente commissariato Lorenzo Rosi, affiancato dal vice Pier Luigi Boschi.
Ma la Banca d’Italia finalmente muscolare non fa miglior figura. Passano due o tre giorni e si scopre che il commissario di Bankitalia Sora è indagato a Rimini, dove era stato commissario della locale Cassa di risparmio per l’acquisto di azioni proprie “a un prezzo illecitamente maggiorato”.
Adesso, con il pellegrinaggio di ieri ad Arezzo di Matteo Salvini ed altri raccogliticci salvatori della patria, le polemiche tutt’altro che ingiustificate sulla Banca d’Italia, che era finora un tabernacolo inviolabile, si spostano dritte dritte sul governo Renzi.
Il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo evoca i 238 miliardi di aiuti alle banche messi dalla Germania, che poi ha promosso i vincoli per impedire interventi analoghi agli altri paesi, contro il nostro miliardo. E lamenta gli inadeguati poteri d’intervento e sanzionatori. Ma non spiega perché il commissariamento non fu fatto dopo la terribile ispezione del 2010 o dopo quelle altrettanto tragiche del 2013 e 2014.
Quanto al governo, ci ha messo non più di venti minuti per approvare il Salva-banche. Ma, attenzione. Così com’è, c’è chi teme che rischi di provocare altri monumentali guai.
di Mario Gerevini
Quando nell’aria già si sente lo scricchiolio sinistro del crac, partono le prime lettere a molti clienti della Banca Popolare Etruria. Le firma il direttore generale Daniele Cabiati a dicembre 2014. Altre lettere, analoghe, vengono spedite nei mesi successivi, siglate dai commissari straordinari di Banca d’Italia. «Gentile cliente (...) il suo portafoglio risulta non adeguato al suo livello di conoscenza ed esperienza finanziaria, alla sua situazione finanziaria e ai suoi obiettivi di investimento». Segue invito in filiale per «verificare la coerenza delle informazioni» fornite con il questionario Mifid sulla propensione al rischio. Così il cliente potrà valutare «eventuali interventi sul suo portafoglio». Anche chi aveva le obbligazioni subordinate (e classificato con bassa propensione al rischio) ha ricevuto la lettera. Sembra il tentativo della banca di mettere una pezza al peccato originale, cioè aver caricato i portafogli conservativi con titoli diventati «pericolosi».
È questa, con ogni probabilità, la lettera arrivata anche al pensionato suicida di Civitavecchia. «Tutto è cominciato a giugno – ha raccontato la moglie – quando la banca convocò mio marito, spiegandogli che il suo profilo non era più adeguato al suo investimento... lo convinsero a passare da un profilo a “basso rischio” ad uno ad “alto rischio”. Gli hanno fatto mettere un sacco di firme su un sacco di fogli».
Forse quelle lettere hanno ottenuto il risultato di sistemare dal punto di vista formale molte posizioni incoerenti e magari prevenire problemi legali. A fine dicembre quando la direzione generale spedisce la prima missiva è ancora in sella il vecchio consiglio di amministrazione, poi mandato a casa a febbraio dal commissariamento della Banca d’Italia. L’Etruria a fine 2014 ha già bruciato il patrimonio. Dunque si è alzato enormemente il rischio sui bond subordinati. Chi li ha in portafoglio non percepisce il pericolo. Però è questo il momento in cui si chiude l’ultimo spiraglio, cioè quel poco di mercato interno che muoveva gran parte delle emissioni. Sono titoli congelati. E lo spazio per «eventuali interventi sul suo portafoglio», come dice la lettera? Chiuso. E allora?
Una signora di Grosseto, ricevuta la comunicazione si è presentata all’appuntamento in filiale con le sue famigerate obbligazioni . «Voleva venderle – racconta l’avvocato Marco Festelli della Confconsumatori Toscana che ha raccolto ampia documentazione – ma le hanno detto che non c’è mercato, comunque di stare tranquilla. Ora sono azzerate. Forse per la banca quelle lettere erano un modo per scongiurare future responsabilità».
Le carte bancarie di un’altra cliente dell’Etruria, Roberta, che non vuole comparire, sono molto significative. Nel dicembre 2006 apre un dossier titoli e la banca le assegna un «Profilo di rischio: basso». Contestualmente le vengono vendute obbligazioni subordinate con scadenza 2016 per 20.000 euro, unico titolo nel conto. Il 30 giugno 2010 l’estratto conto le attribuisce un profilo di rischio «medio» e nella contabile anche la rischiosità dell’obbligazione è indicata come «media». Sicché, in teoria, tutte le analoghe emissioni successive al 2010 avrebbero dovuto adeguarsi, quindi non piazzabili a chi pretendeva massima garanzia.
«Il bello è – dice al telefono Roberta, 43 anni – che io mi sono ritrovata “media” senza saperlo. Anzi, non capendoci nulla di finanza, ho sempre ribadito che volevo la garanzia del mio capitale. Vendere? Ci ho provato ma non mi hanno fatto vendere». Il 30 giugno scorso, nel frattempo, la rischiosità del titolo indicata nell’estratto conto saliva di livello: «alto». Ora che cosa ci scriveranno?
Fonte
Truffata con la solita storia del falso incidente capitato a un familiare. La vittima una anziana civitanovese. La donna, 88 anni, vive sola. Non ha sospettato nulla quando ha ricevuto la telefonata di un uomo che la avvertiva di un incidente capitato al nipote e che sarebbe passato a casa sua perché c’era la necessità di pagare subito un risarcimento per toglierlo dai guai. La poverina gli ha aperto la porta e il balordo è riuscito a farsi consegnare duemila euro. Italiano, vestito bene, accento non del posto secondo quanto l’anziana ha raccontato ai carabinieri che hanno raccolto la denuncia e che mettono in guardia gli anziani di non cadere in questa odiosa truffa.Commozione, denuncia, identikit del truffatore, qualche volta si arriva all'arresto. In fondo il gioco è così facile che qualsiasi balordo diventa un truffatore seriale, quindi prima o poi viene pizzicato. E paga.
In questi giorno leggiamo anche di un'altra notizia. Qualche banca ha prima “convinto” i propri clienti meno informati in questioni finanziarie a sottoscrivere obbligazioni emesse dalla stessa banca, ricattando – il termine non ci sembra affatto eccessivo – i clienti stessi mediante la minaccia di non rinnovare il fido, oppure la promessa di abbattere il tasso di interesse sul mutuo, ecc. Poi, in vista del fallimento, ha trasformato l'adesione alle obbligazioni ordinarie in sottoscrizione di obbligazioni “subordinate” (senza alcuna garanzia, insomma), comunicandolo ai clienti via posta (con quei poderosi incartamenti scritti piccolissimo che nessuno legge, anche per la sovrabbondanza di termini che neanche un lettore accanito de IlSole24Ore riesce spesso a comprendere). Quindi hanno comunicato ai clienti che i loro risparmi si erano volatilizzati. Punto.
A noi, comuni mortali, non sembra che ci sia alcuna differenza tra i balordi e la banca. Entrambi truffano le vecchiette o comunque quelli che “si fidano” per ignoranza. E anche voi sarete d'accordo che è più facile “fidarsi” di una banca “di prossimità”, nel vostro stesso paese, con impiegati che incontrate al bar o al ristorante ogni settimana, che magari vi sono anche parenti alla lontana, piuttosto che del primo che suona alla porta.
La questione che proprio non capiamo è questa: come mai il balordo truffatore viene arrestato e finisce in galera mentre il banchiere no? Addirittura il banchiere bancarottiere non subisce neppure un danno professionale, al punto che il giorno dopo il commissariamento dell'istituto che dirige potrebbe benissimo accasarsi in altra banca (per l'incrocio inestricabile tra le poltrone spesso ciò è già avvenuto, prima ancora del dissesto), essere riverito come un grande manager e continuare a fare lo stesso identico lavoro. Truffare i clienti, insomma.
Come avrete letto nei giorni scorsi, il governo Renzi è intervenuto con un decreto varato in 25 minuti per “salvare” le quattro banche che erano fallite anche svuotando i conti dei clienti. Un decreto pasticciato, che mette insieme il bail in deciso dall'Unione Europea (in caso di fallimento pagano azionisti e obbligazionisti, in primo luogo, ma anche i semplici correntisti con più di 100.000 euro sul conto, e per la parte eccedente questa cifra), e un fondo interbancario teoricamente privato (i soldi li mettono le altre banche) ma “garantito dallo Stato con apposite defiscalizzazioni (ovvero rinunce a incamerare una quota delle tasse sui profitti). Un meccanismo che ha fatto felici tutti, meno i truffati.
Inseguito dalle proteste dei “risparmiatori”, peraltro residenti quasi tutti nelle aree di più antica fedeltà al partito del premier, il governo ha pensato bene di inventarsi un altro meccanismo solo parzialmente risarcitorio nei loro confronti, con identiche modalità: un fondo interbancario, teoricamente privato, ma garantito da altre defiscalizzazioni. Insomma, con soldi pubblici, ma solo in seconda battuta, così si nota meno e non si prendono schiaffoni da Bruxelles. Poca roba, quanto basta per un'elemosina e una pacca sulla spalla, ma “risarcire tutti non è possibile”, perché le regole del mercato sono quelle che sono: se uno investe in capitale di rischio, sono affari suoi.
Neanche la vecchietta che affida i suoi soldi al balordo viene risarcita, in fondo, se non con una colletta tra vicini e conoscenti, forse. E tutti quelli che giocano in borsa o si affidano ai gestori professionali di fondi di investimento, se le cose vanno male, perdono e devono stare zitti.
Però...
Se il balordo viene arrestato in tempo, e ancora non si è speso tutto, i soldi alla vecchietta vengono restituiti. E i poveri clienti raggirati dalle banche non sono proprio uguali agli investitori per scelta. Nessuno, infatti, ti obbliga a portare i tuoi soldi a una Sgr (ma qualche volta ti costringono a farlo in una società equivalente, ossia un fondo pensione integrativo). Ma se la “tua” banca ti cogliona con proposte allettanti o ricattatorie il gioco è un po' diverso. Sei vittima di una truffa, non di un investimento sbagliato. Al pari della vecchietta raggirata dal balordo.
Una delle domande di queste ore è infatti: si devono risarcire o no questi clienti truffati? E se sì, come appare in certi casi ovvio (stiamo parlando di una truffa, non di un investimento sbagliato), chi deve pagare?
Il governo, come sempre, pensa di prendere i soldi dalle tasche dei contribuenti. Le varie forze dell'opposizione parlamentare strillano sul risarcimento ma non indicano chi dovrebbe tirar fuori i soldi. I truffati non si fanno neanche la domanda, limitandosi a dire che rivogliono il maltolto.
Questi ultimi, nel parossimo della perdita, se la sono presa soprattutto con i “politici”. Che hanno una grande parte di responsabilità, avendo stilato il “decreto salvabanche”. Ma che, almeno in questo caso, sono colpevoli di “complicità con le banche”, ma non si sono messi materialmente in tasca i soldi dei truffati (un ministro forse sì, per via familiare, ma ci stiamo arrivando).
Nessuno – e questo appare davvero sorprendente, o indicativo della follia del dibattito pubblico attuale – ha invece indicato gli amministratori delle quattro banche.
La nostra modesta proposta risarcitoria è insomma questa: questi signori vanno espropriati di ogni loro avere, immobiliare, societario o mobiliare (liquidi). In fondo, soltanto in Banca Etruria, si sono concessi da soli 185 milioni di "fidi" fatti precipitare tra quelli "incagliati" (insomma: mai restituiti). La somma così reperita potrà essere utilizzata per risarcire i truffati ed eventualmente ridurre l'esposizione della banche “salvate”. Che andrebbero semmai "nazionalizzate" e restituite alla loro funzione originaria (raccogliere risparmi, erogare prestiti "assennati").
Il loro “disegno criminoso” appare infatti davvero esplicito, quanto quello del balordo che si introduce in casa della vecchietta. Per comprovarlo, pubblichiamo qui di seguito due articoli tratti da giornali decisamente “amici” del governo e del premier in carica; ma che su questa faccenda non hanno proprio potuto esimersi dallo sputtanare l'approssimazione predatoria dei ministri messi al servizio di qualche banchetta di provincia. Uno, di Alberto Statera, da Repubblica, dà conto della storia infame di Banca Etruria e del ruolo – decidete voi l'aggettivo – svolto dal padre e dal fratello della signorina Boschi Maria Elena, “solo” azionista della stessa banca, ma che non inseriremmo mai tra i “truffati”. L'altro, di Mario Gerevini, dal Corriere della Sera, che illustra le tecniche ricattatorie messe in atto dai quattro istituti (e da tutti gli altri ancora non colpiti da “ispezioni” della Banca d'Italia) nei confronti dei clienti più fragili e ignari (le “vecchiette”, per capirci).
Le altre misure che qui e là vengono auspicate – come la “perdita dell'onorabilità” degli amministratori decaduti – sono solo particolari di contorno, così come il divieto di continuare a fare lo stesso mestiere. L'espropriazione totale, invece, ci sembra davvero il minimo della pena. Anche un po' di galera, almeno quanta ne fanno i balordi che entrano in casa, potrebbe tornare utile a diradare le nebbie della disinvoltura finanziaria. Almeno di quella italica.
*****
Etruria, banca spolpata tra fidi ai consiglieri e yacht “fantasma”
ALBERTO STATERA
ROMA.
“Come è umano lei!” Se non ci fosse già la mestizia per un morto suicida, verrebbe da usare le parole di Giandomenico Fracchia ne “La belva umana” per giudicare “le misure di tipo umanitario” annunciate dal ministro Pier Carlo Padoan a favore dei risparmiatori più poveri, il parco buoi che con le obbligazioni “subordinate” di quattro banche ha perso tutto.
Ruggisce la Chimera di Arezzo verso i 13 ricchi ex amministratori e 5 ex sindaci di Banca Etruria che invece probabilmente non restituiranno mai i 185 milioni che si sono auto-concessi con 198 posizioni di fido finiti in “sofferenza” e in “incaglio”, settore che in banca curava Emanuele Boschi, fratello del super-ministro Maria Elena. Né, visti i precedenti, restituiranno i 14 milioni riscossi di gettoni negli ultimi cinque anni. Figurarsi poi i 20 primi “sofferenti” per oltre 200 milioni. A cominciare da Francesco Bellavista Caltagirone dell’Acqua Antica Pia Marcia, “un dono fatto all’Urbe dagli dei”(Plinio il Vecchio) esposta con le sue controllate per 80 milioni o la Sacci (40 milioni) della famiglia Federici, passata adesso all’Unicem, o la Finanziaria Italia Spa del Gruppo Landi di Eutelia (16), o ancora la Realizzazioni e Bonifiche del Gruppo Uno A Erre (10,6) , l’Immobiliare Cardinal Grimaldi, titolare di un mutuo di 11,8 milioni a 40 anni, una durata che non esiste sul mercato, e l’Acquamare srl (17,1) sempre del gruppo Bellavista Caltagirone.
Tra le storie più deliranti tra quelle nelle quali ci si imbatte percorrendo i sentieri delle quattro banche fallite, la più sconclusionata è quella del panfilo più lussuoso al mondo che doveva essere costruito dalla Privilege Yard Spa a Civitavecchia, lungo 127 metri e già opzionato – si diceva – da Brad Pitt e Angelina Jolie. Dal 2007, quando fu costituito il pool di banche capeggiato dall’Etruria, esiste solo il rendering della nave di carta e la società è fallita con un buco di 200 milioni. L’inventore del bidone si chiama Mario La Via, che si definisce “finanziere internazionale”, e che esibiva come suoi soci l’ex segretario generale dell’Onu Perez de Cuellar, il sultano del Brunei e Robert Miller, azionista di Louis Vuitton e CNN. L’inaugurazione del cantiere fu benedetta dal cardinale Tarcisio Bertone. Nel consiglio figuravano Mauro Masi, ex direttore generale della Rai, Giorgio Assumma, ex presidente della Siae, e il tributarista Tommaso Di Tanno. Per non farsi mancare niente, tra gli sponsor c’era anche Giancarlo Elia Valori, l’unico massone espulso a suo tempo dalla P2 di Licio Gelli. D’altro canto, la Banca Etruria è da lustri teatro dello scontro e anche degli incontri d’interessi tra finanza massonica e finanza cattolica. Quasi tutte storie che vengono dalla notte dei tempi.
La Banca dell’oro, come era chiamata per il ruolo nel mercato dei lingotti, nasce nel 1882 in via della Fiorandola come Banca Mutua Popolare Aretina. Ma è cent’anni dopo, nel 1982, che comincia l’espansione con l’acquisto della Popolare Cagli, della Popolare di Gualdo Tadino e della Popolare dell’Alto Lazio, feudo di Giulio Andreotti che era sull’orlo del default. E comincia il trentennio del padre-padrone Elio Faralli, classe 1922, massone, che rinunciò alla presidenza con una buonuscita di 1,3 milioni e un assegno annuale di 120 mila euro perché a 87 anni non facesse concorrenza alla sua ex banca. Scomparso nel 2013 e sostituito dal cattolico Giuseppe Fornasari, ex deputato democristiano, Faralli sponsorizzò tutte le prime venti operazioni in sofferenza di cui abbiamo dato conto, salvo 20 milioni deliberati ancora per la nave di carta durante la presidenza Fornasari. Risale poi al 2006 l’acquisto di Banca Federico Del Vecchio. Doveva essere la boutique bancaria che portava in Etruria i patrimoni delle ricche famiglie fiorentine, ma si è rivelata un buco senza fondo. Un giorno Faralli si rinchiuse da solo in una stanza col presidente della Del Vecchio e ne uscì con un contratto di acquisto per 113 milioni, contro una stima di 50, mentre mesi fa veniva offerta in vendita a 25 milioni.
“La Banca Etruria non si tocca,” andava proclamando il sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani, nipote del leader storico della Democrazia Cristiana Amintore e figlio del leader locale Ameglio, alla vigilia di lasciare l’incarico per trasferirsi nella poltrona di membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura. Un sindaco aretino, chiunque egli fosse, era costretto a difendere “per contratto” l’icona bancaria cittadina, 186 sportelli e 1.800 dipendenti, con un modello fondato su un groviglio di interessi intrecciati tra loro. Lo stesso modello ad Arezzo, come nelle Marche, a Chieti e Ferrara, con banchieri improvvisati, politici locali, imprenditori, azionisti, grandi famiglie feudatarie, truffatori, a spese dei piccoli correntisti spinti ad acquistare prodotti a rischio per loro incomprensibili.
Ma il mito della banca semplice, radicata sul territorio, per clienti semplici, dove tutti si fidano, si è infranto definitivamente un mercoledì del febbraio scorso, quando ad Arezzo di fronte ai capi-area convocati per avere comunicazione dei tragici dati di bilancio irrompono due commissari nominati dalla Banca d’Italia, Riccardo Sora e Antonio Pironti. Il presidente vuole annullare la riunione, ma i commissari dicono: “No, la riunione la facciamo noi.” E di fronte ai dirigenti esordiscono così: ”Qualcuno in Consiglio d’amministrazione insiste nel non voler capire bene la situazione”. E dalla sala si alza un commento:”Meglio i commissari che il geometra”, che non è altri che il presidente commissariato Lorenzo Rosi, affiancato dal vice Pier Luigi Boschi.
Ma la Banca d’Italia finalmente muscolare non fa miglior figura. Passano due o tre giorni e si scopre che il commissario di Bankitalia Sora è indagato a Rimini, dove era stato commissario della locale Cassa di risparmio per l’acquisto di azioni proprie “a un prezzo illecitamente maggiorato”.
Adesso, con il pellegrinaggio di ieri ad Arezzo di Matteo Salvini ed altri raccogliticci salvatori della patria, le polemiche tutt’altro che ingiustificate sulla Banca d’Italia, che era finora un tabernacolo inviolabile, si spostano dritte dritte sul governo Renzi.
Il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo evoca i 238 miliardi di aiuti alle banche messi dalla Germania, che poi ha promosso i vincoli per impedire interventi analoghi agli altri paesi, contro il nostro miliardo. E lamenta gli inadeguati poteri d’intervento e sanzionatori. Ma non spiega perché il commissariamento non fu fatto dopo la terribile ispezione del 2010 o dopo quelle altrettanto tragiche del 2013 e 2014.
Quanto al governo, ci ha messo non più di venti minuti per approvare il Salva-banche. Ma, attenzione. Così com’è, c’è chi teme che rischi di provocare altri monumentali guai.
*****
Salvabanche, le lettere ai clienti prima del crac: così il conto passava da basso ad alto rischio
di Mario Gerevini
Quando nell’aria già si sente lo scricchiolio sinistro del crac, partono le prime lettere a molti clienti della Banca Popolare Etruria. Le firma il direttore generale Daniele Cabiati a dicembre 2014. Altre lettere, analoghe, vengono spedite nei mesi successivi, siglate dai commissari straordinari di Banca d’Italia. «Gentile cliente (...) il suo portafoglio risulta non adeguato al suo livello di conoscenza ed esperienza finanziaria, alla sua situazione finanziaria e ai suoi obiettivi di investimento». Segue invito in filiale per «verificare la coerenza delle informazioni» fornite con il questionario Mifid sulla propensione al rischio. Così il cliente potrà valutare «eventuali interventi sul suo portafoglio». Anche chi aveva le obbligazioni subordinate (e classificato con bassa propensione al rischio) ha ricevuto la lettera. Sembra il tentativo della banca di mettere una pezza al peccato originale, cioè aver caricato i portafogli conservativi con titoli diventati «pericolosi».
È questa, con ogni probabilità, la lettera arrivata anche al pensionato suicida di Civitavecchia. «Tutto è cominciato a giugno – ha raccontato la moglie – quando la banca convocò mio marito, spiegandogli che il suo profilo non era più adeguato al suo investimento... lo convinsero a passare da un profilo a “basso rischio” ad uno ad “alto rischio”. Gli hanno fatto mettere un sacco di firme su un sacco di fogli».
Forse quelle lettere hanno ottenuto il risultato di sistemare dal punto di vista formale molte posizioni incoerenti e magari prevenire problemi legali. A fine dicembre quando la direzione generale spedisce la prima missiva è ancora in sella il vecchio consiglio di amministrazione, poi mandato a casa a febbraio dal commissariamento della Banca d’Italia. L’Etruria a fine 2014 ha già bruciato il patrimonio. Dunque si è alzato enormemente il rischio sui bond subordinati. Chi li ha in portafoglio non percepisce il pericolo. Però è questo il momento in cui si chiude l’ultimo spiraglio, cioè quel poco di mercato interno che muoveva gran parte delle emissioni. Sono titoli congelati. E lo spazio per «eventuali interventi sul suo portafoglio», come dice la lettera? Chiuso. E allora?
Una signora di Grosseto, ricevuta la comunicazione si è presentata all’appuntamento in filiale con le sue famigerate obbligazioni . «Voleva venderle – racconta l’avvocato Marco Festelli della Confconsumatori Toscana che ha raccolto ampia documentazione – ma le hanno detto che non c’è mercato, comunque di stare tranquilla. Ora sono azzerate. Forse per la banca quelle lettere erano un modo per scongiurare future responsabilità».
Le carte bancarie di un’altra cliente dell’Etruria, Roberta, che non vuole comparire, sono molto significative. Nel dicembre 2006 apre un dossier titoli e la banca le assegna un «Profilo di rischio: basso». Contestualmente le vengono vendute obbligazioni subordinate con scadenza 2016 per 20.000 euro, unico titolo nel conto. Il 30 giugno 2010 l’estratto conto le attribuisce un profilo di rischio «medio» e nella contabile anche la rischiosità dell’obbligazione è indicata come «media». Sicché, in teoria, tutte le analoghe emissioni successive al 2010 avrebbero dovuto adeguarsi, quindi non piazzabili a chi pretendeva massima garanzia.
«Il bello è – dice al telefono Roberta, 43 anni – che io mi sono ritrovata “media” senza saperlo. Anzi, non capendoci nulla di finanza, ho sempre ribadito che volevo la garanzia del mio capitale. Vendere? Ci ho provato ma non mi hanno fatto vendere». Il 30 giugno scorso, nel frattempo, la rischiosità del titolo indicata nell’estratto conto saliva di livello: «alto». Ora che cosa ci scriveranno?
Fonte
11/12/2015
La criminalità vera è ai vertici delle banche
Non è facile trovare su un giornale un articolo così tranchant nei confronti dei poveri disgraziati che hanno accettato di trasformare i propri soldi sul conto corrente in “obbligazioni subordinate” delle quattro banche salvate dal governo, perdendo tutto.
Poi si guarda meglio, si vede che il giornale in questione è La Stampa – organo di casa Fiat, con grandi punti di contatto con IntesaSanPaolo – e ci si rende conto che questo articolo è una difesa a spada tratta del diritto di una banca a prendere per i fondelli i propri clienti.
Sul caso ci siamo già espressi, e se fossimo dei cretini potremmo limitarci a dire – come fa mr. Manacorda – “v'è piaciuto giocare con la finanza? Ben vi sta”.
Cos'è che non funziona in una posizione del genere? In primo luogo il fatto che accetta tutti i presupposti fasulli che il capitale stesso propone. Ossia che tutti i soggetti in campo siano sullo stesso piano, possiedano tutte le informazioni indispensabili e agiscano dunque nella piena consapevolezza dei propri interessi e dei relativi rischi.
Basta guardare i protagonisti della vicenda per capire che così non è mai, né in questo caso, né in altri. In cima a tutti stanno i dirigenti delle banche, gli stessi che le hanno fatte fallire concedendo a se stessi e a pochi altri clienti “pregiati” prestiti milionari trasformatisi in “sofferenze”, insomma soldi che non tornano indietro. Costoro hanno deciso freddamente di “promuovere” presso tutti i correntisti la trasformazione dei liquidi in obbligazioni emesse dalla stessa banca. Prima in obbligazioni ordinarie, poi – al rinnovo – in obbligazioni subordinate, ovvero rimborsabili solo eventualmente, dopo aver soddisfatto altri soggetti con diritti superiori. Un po' come avviene nei fallimenti, dove si usa distinguere tra creditori privilegiati e “chirografari”. I primi ricevono qualcosa dalla svendita degli asset, i secondi – in genere – nulla.
In mezzo ci sono gli impiegati della banca, quelli che hanno ricevuto un incentivo monetario – tanto più appetibile dopo il sostanziale blocco degli aumenti contrattuali in atto da quasi un decennio – per suggerire ai clienti “la dritta” giusta, presentando l'investimento in termini assolutamente sicuri, con guadagni facili.
Sotto a tutti, come si dice in borsa, il “parco buoi”. Ossia persone di cultura e competenza diversissima, dal piccolo commerciante al pensionato ottuagenario, attirati con la promessa verbale di piccole cedole annuali. Ovvio che nel parco buoi ci sia qualcuno che ha gli strumenti per comprendere cosa sia un'obbligazione subordinata, mentre la maggior parte in questi casi sente parlare una lingua aliena.
Ma in ogni caso tra i tre livelli non c'è alcuna parità. Né formale, né – tantomeno – sostanziale. Diciamo che siamo al limite, ed oltre, della circonvenzione di incapace.
Dunque i dirigenti di tutte le banche che abbiano rifilato ai correntisti le proprie obbligazioni – è prassi comune, generalizzata, non tipica di quelle quattro banche – andrebbero perseguiti penalmente, espropriati di ogni avere per rimborsare almeno in parte i turlupinati (capiamo che questo ridurrebbe di molto il patrimonio futuro di Maria Elena Boschi, il cui padre era vicepresidente di Banca Etruria, ma ci sembra che possa reggere la botta, no?).
Non arriva a tanto Jonathan Hill, commissario Ue ai servizi finanziari, ma ci si è avvicinato dicendo che quelle banche "hanno venduto prodotti inappropriati a persone che forse non sapevano cosa compravano". E non sembra un'approvazione della formula del "salvataggio" scelta dal governo Renzi...
Se un intero sistema bancario è arrivato al punto di saccheggiare i conti correnti dei clienti, vuol dire che siamo un po' oltre i crimini ordinari delle banche. E che tutti i discorsi sulla “solidità” del sistema stesso, così come quelli che considerano i piccoli risparmiatori alla pari con i dirigenti delle banche, sono propaganda da rapinatori.
FRANCESCO MANACORDA
Se domattina uno qualsiasi di noi si avventurasse in costume e infradito sul Monte Bianco non potrebbe certo sperare in un salvataggio rapido e garantito. Perché allora alcuni investitori che hanno sottoscritto obbligazioni subordinate di quattro piccole banche dell’Italia centrale salvate dal fallimento dovrebbero avere un trattamento privilegiato?
Perché dovrebbero usufruire di quella che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha chiamato «un’operazione di natura umanitaria»?
Chi ha messo i soldi nelle obbligazioni subordinate (si chiamano così proprio perché il loro rimborso è subordinato al rimborso di altre categorie di creditori) lo ha fatto in cerca di rendimenti migliori di quello che potevano garantire obbligazioni più sicure o semplici titoli di Stato. Una scelta legittima, a patto che ad essa si accompagni anche la chiara percezione del fatto che a rendimenti maggiori corrispondono – senza eccezioni – rischi più alti di perdere parte o totalità del proprio capitale. Se la scelta è stata fatta con questa coscienza non c’è alcun intervento umanitario da fare; se invece la scelta è avvenuta per scarse o – peggio ancora – false informazioni da parte delle banche, allora siamo di fronte a un’ipotesi di reato. Anche perché, in base alle leggi, proprio le banche devono controllare se l’alpinista è abbastanza vestito. Fuor di metafora, devono valutare il grado di esperienza e conoscenza dell’investitore e in base a quello consentirgli solo gli investimenti a lui adatti.
La tragica notizia di un pensionato di Civitavecchia che si sarebbe suicidato proprio per una perdita di centomila euro in obbligazioni subordinate di Banca Etruria sembrerebbe confermare che siamo di fronte a una sorta di darwinismo economico: chi se la cava di fronte al linguaggio spesso cifrato dei contratti bancari sopravvive; chi resta in trappola, magari per mancanza di cultura finanziaria, soccombe.
Ma muoversi sull’onda di questa emozione sarebbe un errore. I cittadini vanno considerati come adulti responsabili, che eventualmente vanno tutelati prima degli incidenti di percorso attraverso regole uguali per tutti; non poveri incapaci da soccorrere dopo gli incidenti, con soluzioni inevitabilmente discrezionali e destinate a creare nuove discriminazioni. Se venissero rimborsati in parte gli obbligazionisti delle quattro banche affondate – i primi che hanno provato sulla loro pelle le nuove regole sui salvataggi bancari, che sia a livello europeo sia a livello italiano sono state approvate in molti casi dagli stessi politici che oggi gridano allo scandalo – perché non dovrebbero essere aiutati altri investitori in difficoltà?
E poi il paternalismo governativo rischia di alimentare i peggiori sospetti: ci sarebbe stata tanta solerzia di dichiarazioni ministeriali se invece degli obbligazionisti di banche marchigiane e aretine – zone ad alta concentrazione di elettori Pd – lo scivolone finanziario avesse colpito ad esempio i leghisti veneti coinvolti in un qualche tragicomico esperimento bancario modello Credieuronord?
Se gli investitori hanno le loro responsabilità, questo non vuol dire però che le banche ne siano esenti. Se è vero che la maggior parte degli istituti stanno attenti a non piazzare ai loro correntisti prodotti anche potenzialmente tossici, è anche vero che chiunque abbia un amico o parente bancario sa che le reti di vendita sono spesso sottoposte a una forte pressione per piazzare ogni mese una certa quantità o un certo tipo di prodotti finanziari. Evitare possibili conflitti d’interesse rischia di essere difficile, specie per prodotti più complessi come sono appunto le obbligazioni subordinate. Per questo ieri la Banca d’Italia ha proposto che questo tipo di prodotti non possa più essere venduto ai clienti privati. E per questo bisognerebbe forse pensare che se per alcune banche è così difficile resistere alla sirena del conflitto d’interessi, allora si debbano prendere per tutti misure anche più drastiche, come il divieto di vendere obbligazioni proprie ai correntisti. Se in alta montagna arrivano troppi alpinisti male attrezzati e si moltiplicano gli incidenti o gli addetti ai controlli si danno una regolata o qualcuno penserà che sia meglio chiudere la funivia.
Fonte
Poi si guarda meglio, si vede che il giornale in questione è La Stampa – organo di casa Fiat, con grandi punti di contatto con IntesaSanPaolo – e ci si rende conto che questo articolo è una difesa a spada tratta del diritto di una banca a prendere per i fondelli i propri clienti.
Sul caso ci siamo già espressi, e se fossimo dei cretini potremmo limitarci a dire – come fa mr. Manacorda – “v'è piaciuto giocare con la finanza? Ben vi sta”.
Cos'è che non funziona in una posizione del genere? In primo luogo il fatto che accetta tutti i presupposti fasulli che il capitale stesso propone. Ossia che tutti i soggetti in campo siano sullo stesso piano, possiedano tutte le informazioni indispensabili e agiscano dunque nella piena consapevolezza dei propri interessi e dei relativi rischi.
Basta guardare i protagonisti della vicenda per capire che così non è mai, né in questo caso, né in altri. In cima a tutti stanno i dirigenti delle banche, gli stessi che le hanno fatte fallire concedendo a se stessi e a pochi altri clienti “pregiati” prestiti milionari trasformatisi in “sofferenze”, insomma soldi che non tornano indietro. Costoro hanno deciso freddamente di “promuovere” presso tutti i correntisti la trasformazione dei liquidi in obbligazioni emesse dalla stessa banca. Prima in obbligazioni ordinarie, poi – al rinnovo – in obbligazioni subordinate, ovvero rimborsabili solo eventualmente, dopo aver soddisfatto altri soggetti con diritti superiori. Un po' come avviene nei fallimenti, dove si usa distinguere tra creditori privilegiati e “chirografari”. I primi ricevono qualcosa dalla svendita degli asset, i secondi – in genere – nulla.
In mezzo ci sono gli impiegati della banca, quelli che hanno ricevuto un incentivo monetario – tanto più appetibile dopo il sostanziale blocco degli aumenti contrattuali in atto da quasi un decennio – per suggerire ai clienti “la dritta” giusta, presentando l'investimento in termini assolutamente sicuri, con guadagni facili.
Sotto a tutti, come si dice in borsa, il “parco buoi”. Ossia persone di cultura e competenza diversissima, dal piccolo commerciante al pensionato ottuagenario, attirati con la promessa verbale di piccole cedole annuali. Ovvio che nel parco buoi ci sia qualcuno che ha gli strumenti per comprendere cosa sia un'obbligazione subordinata, mentre la maggior parte in questi casi sente parlare una lingua aliena.
Ma in ogni caso tra i tre livelli non c'è alcuna parità. Né formale, né – tantomeno – sostanziale. Diciamo che siamo al limite, ed oltre, della circonvenzione di incapace.
Dunque i dirigenti di tutte le banche che abbiano rifilato ai correntisti le proprie obbligazioni – è prassi comune, generalizzata, non tipica di quelle quattro banche – andrebbero perseguiti penalmente, espropriati di ogni avere per rimborsare almeno in parte i turlupinati (capiamo che questo ridurrebbe di molto il patrimonio futuro di Maria Elena Boschi, il cui padre era vicepresidente di Banca Etruria, ma ci sembra che possa reggere la botta, no?).
Non arriva a tanto Jonathan Hill, commissario Ue ai servizi finanziari, ma ci si è avvicinato dicendo che quelle banche "hanno venduto prodotti inappropriati a persone che forse non sapevano cosa compravano". E non sembra un'approvazione della formula del "salvataggio" scelta dal governo Renzi...
Se un intero sistema bancario è arrivato al punto di saccheggiare i conti correnti dei clienti, vuol dire che siamo un po' oltre i crimini ordinari delle banche. E che tutti i discorsi sulla “solidità” del sistema stesso, così come quelli che considerano i piccoli risparmiatori alla pari con i dirigenti delle banche, sono propaganda da rapinatori.
*****
Sul Bianco in ciabatte: è giusto salvare gli investitori che hanno perso i soldi?
FRANCESCO MANACORDA
Se domattina uno qualsiasi di noi si avventurasse in costume e infradito sul Monte Bianco non potrebbe certo sperare in un salvataggio rapido e garantito. Perché allora alcuni investitori che hanno sottoscritto obbligazioni subordinate di quattro piccole banche dell’Italia centrale salvate dal fallimento dovrebbero avere un trattamento privilegiato?
Perché dovrebbero usufruire di quella che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha chiamato «un’operazione di natura umanitaria»?
Chi ha messo i soldi nelle obbligazioni subordinate (si chiamano così proprio perché il loro rimborso è subordinato al rimborso di altre categorie di creditori) lo ha fatto in cerca di rendimenti migliori di quello che potevano garantire obbligazioni più sicure o semplici titoli di Stato. Una scelta legittima, a patto che ad essa si accompagni anche la chiara percezione del fatto che a rendimenti maggiori corrispondono – senza eccezioni – rischi più alti di perdere parte o totalità del proprio capitale. Se la scelta è stata fatta con questa coscienza non c’è alcun intervento umanitario da fare; se invece la scelta è avvenuta per scarse o – peggio ancora – false informazioni da parte delle banche, allora siamo di fronte a un’ipotesi di reato. Anche perché, in base alle leggi, proprio le banche devono controllare se l’alpinista è abbastanza vestito. Fuor di metafora, devono valutare il grado di esperienza e conoscenza dell’investitore e in base a quello consentirgli solo gli investimenti a lui adatti.
La tragica notizia di un pensionato di Civitavecchia che si sarebbe suicidato proprio per una perdita di centomila euro in obbligazioni subordinate di Banca Etruria sembrerebbe confermare che siamo di fronte a una sorta di darwinismo economico: chi se la cava di fronte al linguaggio spesso cifrato dei contratti bancari sopravvive; chi resta in trappola, magari per mancanza di cultura finanziaria, soccombe.
Ma muoversi sull’onda di questa emozione sarebbe un errore. I cittadini vanno considerati come adulti responsabili, che eventualmente vanno tutelati prima degli incidenti di percorso attraverso regole uguali per tutti; non poveri incapaci da soccorrere dopo gli incidenti, con soluzioni inevitabilmente discrezionali e destinate a creare nuove discriminazioni. Se venissero rimborsati in parte gli obbligazionisti delle quattro banche affondate – i primi che hanno provato sulla loro pelle le nuove regole sui salvataggi bancari, che sia a livello europeo sia a livello italiano sono state approvate in molti casi dagli stessi politici che oggi gridano allo scandalo – perché non dovrebbero essere aiutati altri investitori in difficoltà?
E poi il paternalismo governativo rischia di alimentare i peggiori sospetti: ci sarebbe stata tanta solerzia di dichiarazioni ministeriali se invece degli obbligazionisti di banche marchigiane e aretine – zone ad alta concentrazione di elettori Pd – lo scivolone finanziario avesse colpito ad esempio i leghisti veneti coinvolti in un qualche tragicomico esperimento bancario modello Credieuronord?
Se gli investitori hanno le loro responsabilità, questo non vuol dire però che le banche ne siano esenti. Se è vero che la maggior parte degli istituti stanno attenti a non piazzare ai loro correntisti prodotti anche potenzialmente tossici, è anche vero che chiunque abbia un amico o parente bancario sa che le reti di vendita sono spesso sottoposte a una forte pressione per piazzare ogni mese una certa quantità o un certo tipo di prodotti finanziari. Evitare possibili conflitti d’interesse rischia di essere difficile, specie per prodotti più complessi come sono appunto le obbligazioni subordinate. Per questo ieri la Banca d’Italia ha proposto che questo tipo di prodotti non possa più essere venduto ai clienti privati. E per questo bisognerebbe forse pensare che se per alcune banche è così difficile resistere alla sirena del conflitto d’interessi, allora si debbano prendere per tutti misure anche più drastiche, come il divieto di vendere obbligazioni proprie ai correntisti. Se in alta montagna arrivano troppi alpinisti male attrezzati e si moltiplicano gli incidenti o gli addetti ai controlli si danno una regolata o qualcuno penserà che sia meglio chiudere la funivia.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)