Goldman Sachs è una grande banca che deve fare gli interessi dei suoi investitori e azionisti. Se la nuova frontiera del profitto si prevede possa assestarsi sul terreno delle più avanzate tecnologie, è ovvio che l’istituto deve conoscere i cavalli buoni su cui vale la pena puntare, nei prossimi anni.
Per questo Goldman Sachs ha organizzato il Private Tech Tour 2025, che si conclude oggi: per andare a visionare il lavoro di alcune aziende attive in settori fondamentali per il futuro. Ma la cosa davvero interessante è che queste visite hanno avuto come meta la Cina, in un percorso che si è snodato tra Shanghai e Shenzhen, con tappa a Guangzhou.
Gli analisti della banca statunitense hanno osservato gli impianti di 19 società impegnate in 8 differenti settori produttivi. Tutte insieme sono accomunate dalla produzione elettronica avanzata: robot, droni, spazio, intelligenza artificiale, veicoli. La particolarità evidenziata è proprio che siamo di fronte a un ‘ecosistema’ produttivo completo.
Tutti questi settori di produzione si presentano come altamente integrati a livello verticale (cioè lungo tutta la filiera) e complementari l’un altro nelle evoluzioni previste per i prossimi anni. Infatti, sono tanti i nomi quasi sconosciuti tra le compagnie visitate, ma che ci si aspetta assumano ruoli centrali entro il 2030.
Goldman Sachs consiglia Landmark e VPEC per la fotonica. Horizon Robotics e Pony AI per la guida autonoma. Montage e SICC per i semiconduttori. Viene inoltre segnalata Transsion, attiva nella produzione di smartphone relativamente a basso prezzo – sui 100 dollari – che dominano i mercati africani.
Marc Andreessen, che è un importante informatico e imprenditore statunitense, ha sottolineato come, a suo avviso, nel giro di poco tempo droni, automobili e robot diventeranno le nuove piattaforme universali su cui passeranno le relazioni tra l’uomo e l’ambiente digitale. E la Cina ha messo in piedi una solida capacità produttiva per questi tre settori.
Secondo molti analisi, l’unico che sta costruendo un ‘ecosistema’ imprenditoriale simile a quello cinese è Elon Musk, con Tesla, SpaceX e xAI. Ma si tratta di un unico e isolato caso in un panorama altrimenti frammentato, di fronte a un impegno cinese che viene portato avanti su scala nazionale e, soprattutto, con un forte impulso dalla pianificazione centrale.
Per citare quattro nomi, le cinesi BYD, NIO, Oppo, Xpeng stanno proprio facendo questo: costruire una serie di sinergie tra le loro filiere, in cui si interconnettono logiche ingegneristiche, conoscenza, sviluppo di sistemi hardware e software. Tutti elementi che convivono nello stesso ciclo produttivo e in cui ogni innovazione potenzia l’altra (persino nel settore spaziale).
Goldman Sachs rivela che lungo questa faglia si muoverà la prossima geopolitica delle tecnologie. Ed è su questo che la sfida strategica tra Washington e Pechino si andrà dispiegando. Ad ora, sono gli stessi banchieri statunitensi che riconoscono una posizione di vantaggio al Dragone.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/04/2025
01/04/2025
“Gli Stati Uniti sono a rischio stagflazione”
Alla vigilia dei nuovi dazi che l’amministrazione Usa intende introdurre, gli analisti della banca d’affari Goldman Sachs, hanno rivisto al rialzo le previsioni nell’economia Usa di inflazione e disoccupazione, peggiorando allo stesso tempo quelle sulla crescita economica.
In una nota pubblicata domenica, la banca d’affari Usa afferma: “Continuiamo a credere che il rischio derivante dai dazi del 2 aprile sia maggiore di quanto molti operatori di mercato abbiano precedentemente ipotizzato”.
Relativamente all’inflazione, le ultime stime di Goldman Sachs prevedono che il suo indice di riferimento, ovvero quello che esclude i prezzi di cibo ed energia, raggiungerà il 3,5% nel 2025, con un aumento di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente e ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Federal Reserve.
Un fattore che, a giudizio degli analisti, si tradurrà in una crescita economica debole. Le ultime previsioni mettono in conto una crescita annualizzata dello 0,2% nel primo trimestre e dell‘1% per l’intero anno con un calo di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente. Peggiorano anche le stime sul mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione del 4,5%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto alla precedente previsione.
Complessivamente, Goldman Sachs prevede ora una probabilità di recessione del 35% nei prossimi 12 mesi, rispetto al 20% della previsione precedente.
Le previsioni di Goldman Sachs indicano di conseguenza una crescente possibilità che l’economia degli Stati Uniti finisca in stagflazione, cioè una fase caratterizzata da bassa crescita economica e alta inflazione.
Ma non sarebbe una novità. Gli Stati Uniti finirono infatti nella stagflazione tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80. All’epoca, la Federal Reserve aumentò drasticamente i tassi di interesse, mandando l’economia in recessione scegliendo di combattere l’inflazione invece che sostenere la crescita economica.
Questa volta non sarà così. Goldman Sachs prevede infatti che la Fed taglierà il tasso di riferimento tre volte quest’anno, con incrementi di un quarto di punto percentuale, rispetto alla precedente previsione di due tagli dei tassi.
“Abbiamo anticipato al 2025 il taglio solitario del 2026 previsto dalla Fed e ora ci aspettiamo tre tagli consecutivi quest’anno a luglio, settembre e novembre, il che lascerebbe invariata la nostra previsione di tasso finale al 3,5%-3,75%”, affermano gli analisti della Goldman Sachs.
Sullo sfondo c’è la partita sui dazi. Secondo quanto riporta il quotidiano economico Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe lavorando per definire che tipo di dazi imporre a partire dal 2 aprile. Il presidente Trump – si legge sul giornale – sarebbe propenso ad adottare tariffe reciproche e differenziate. Ma non vengono esclusi dazi universali del 20%, che colpirebbero tutti i Paesi che hanno scambi commerciali con gli Usa.
Infine, e non certo per importanza, il boss del fondo di investimento BlackRock, Larry Fink, in una lettera agli azionisti rileva che lo status del dollaro come valuta di riserva globale “non è garantito per sempre”. Il messaggio di Fink è un chiaro segnale d’allarme per gli Stati Uniti: “Se gli Usa non tengono sotto controllo il loro debito, se i deficit continuano a crescere, l’America rischia di perdere quella posizione a favore di asset digitali come i bitcoin”.
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In una nota pubblicata domenica, la banca d’affari Usa afferma: “Continuiamo a credere che il rischio derivante dai dazi del 2 aprile sia maggiore di quanto molti operatori di mercato abbiano precedentemente ipotizzato”.
Relativamente all’inflazione, le ultime stime di Goldman Sachs prevedono che il suo indice di riferimento, ovvero quello che esclude i prezzi di cibo ed energia, raggiungerà il 3,5% nel 2025, con un aumento di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente e ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Federal Reserve.
Un fattore che, a giudizio degli analisti, si tradurrà in una crescita economica debole. Le ultime previsioni mettono in conto una crescita annualizzata dello 0,2% nel primo trimestre e dell‘1% per l’intero anno con un calo di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente. Peggiorano anche le stime sul mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione del 4,5%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto alla precedente previsione.
Complessivamente, Goldman Sachs prevede ora una probabilità di recessione del 35% nei prossimi 12 mesi, rispetto al 20% della previsione precedente.
Le previsioni di Goldman Sachs indicano di conseguenza una crescente possibilità che l’economia degli Stati Uniti finisca in stagflazione, cioè una fase caratterizzata da bassa crescita economica e alta inflazione.
Ma non sarebbe una novità. Gli Stati Uniti finirono infatti nella stagflazione tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80. All’epoca, la Federal Reserve aumentò drasticamente i tassi di interesse, mandando l’economia in recessione scegliendo di combattere l’inflazione invece che sostenere la crescita economica.
Questa volta non sarà così. Goldman Sachs prevede infatti che la Fed taglierà il tasso di riferimento tre volte quest’anno, con incrementi di un quarto di punto percentuale, rispetto alla precedente previsione di due tagli dei tassi.
“Abbiamo anticipato al 2025 il taglio solitario del 2026 previsto dalla Fed e ora ci aspettiamo tre tagli consecutivi quest’anno a luglio, settembre e novembre, il che lascerebbe invariata la nostra previsione di tasso finale al 3,5%-3,75%”, affermano gli analisti della Goldman Sachs.
Sullo sfondo c’è la partita sui dazi. Secondo quanto riporta il quotidiano economico Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe lavorando per definire che tipo di dazi imporre a partire dal 2 aprile. Il presidente Trump – si legge sul giornale – sarebbe propenso ad adottare tariffe reciproche e differenziate. Ma non vengono esclusi dazi universali del 20%, che colpirebbero tutti i Paesi che hanno scambi commerciali con gli Usa.
Infine, e non certo per importanza, il boss del fondo di investimento BlackRock, Larry Fink, in una lettera agli azionisti rileva che lo status del dollaro come valuta di riserva globale “non è garantito per sempre”. Il messaggio di Fink è un chiaro segnale d’allarme per gli Stati Uniti: “Se gli Usa non tengono sotto controllo il loro debito, se i deficit continuano a crescere, l’America rischia di perdere quella posizione a favore di asset digitali come i bitcoin”.
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21/02/2025
I banchieri pronti “a cogliere l’occasione” della pace in Ucraina
C’è chi si approfitta della guerra e chi si approfitta della pace. Spesso sono gli stessi. Tra questi spiccano le banche.
Dopo tre anni di conflitto in Ucraina ed ora che la pace con la Russia pare un’ipotesi più concreta, le banche – ma anche le grandi multinazionali – si stanno attrezzando per coglierne i vantaggi e magari aumentare i loro dividendi.
Ad esempio la banca d’affari Goldman Sachs registra “flussi sproporzionati verso i settori e i titoli legati al tema del cessate il fuoco in Ucraina”.
Milano Finanza commenta questo come “Un fatto che porta a supporre che sempre più investitori stanno iniziando a prevedere in portafoglio un calo progressivo del rischio Ucraina. Detto in una parola: i mercati sentono profumo di pace”.
La stessa Goldman Sachs ha creato di recente un paniere di società quotate dedicato appositamente a questo scenario con il lancio dell’indice Ukraine Ceasefire (GSXECEAS Index) che comprende le 50 società europee più sensibili alla risoluzione del conflitto fra Ucraina e Russia. Un paniere di azioni che vale, nel complesso, quanto a capitalizzazione aggregata, 1,5 trilioni di dollari e comprende titoli specializzati nella (ri)costruzione, alcune banche, compagnie aeree e titoli rivolti ai consumatori che potrebbero beneficiare di un accordo di pace.
Per quanto sia salito del 5,5% subito dopo la notizia di un possibile accordo di pace in Ucraina, l’indice “continua a essere scambiato con uno sconto del 30% rispetto al mercato e ben al di sotto dei massimi storici del 2021, offrendo punti di ingresso interessanti”, commentano gli analisti della banca d’affari.
Emblematicamente anche la seconda banca italiana – Unicredit – sembra voler trarre vantaggio dalla possibile fine del conflitto in Ucraina. Il gruppo bancario – il più attivo nei paesi dell’Est – è stato uno dei pochi rimasto in Russia nonostante le sanzioni.
Unicredit in questi anni si era rifiutata di cedere la sua controllata russa se non ad un «prezzo equo», fra mille difficoltà normative e legali e soprattutto pressioni della Russia a cedere la sua controllata russa a valori irrisori.
“Se il quadro politico cambia, la nostra capacità di vendere la banca in Russia a condizioni più interessanti è destinato a migliorare, perché, la situazione si normalizzerà per entrambe le parti”, ha affermato Orcel nel corso dell’intervista al Financial Times. “Quindi potremo uscire a prezzi decisamente migliori”.
Altre grandi banche europee come Société Générale e Ing ad esempio avevano scelto di uscire subito dalla Russia ma subendo forti svalutazioni. Diversamente Unicredit ha invece continuato a operare in Russia nonostante le pressioni da parte della Ue e della Bce di accelerare l’uscita dal mercato russo.
“La banca si è «impegnata seriamente negli ultimi tre anni con un numero significativo di controparti nell’esplorazione di tutte le opzioni di uscita dalla Russia”, ha aggiunto Orcel, “ma date le diverse complessità e sanzioni in atto, non siamo stati in grado di andare avanti col processo».
Il problema è che nonostante le sanzioni la Russia ha inciso per il 5% dei ricavi totali del gruppo Unicredit lo scorso anno. Non solo. Questi ultimi sono saliti del 9% a 1,3 miliardi di euro nel 2024 e la Russia ha contribuito con 577 milioni di euro di utile netto annuale su 9,3 miliardi totali.
Milano Finanza sottolinea come Unicredit abbia nel frattempo ridotto di molto i prestiti e i depositi in Russia e si aspetta quindi che i profitti derivanti dalle attività russe saranno “marginali” entro il 2027.
Ma con gli scenari che cambiano anche gli interessi della banca li potrebbero trovare interessanti. A meno che non sia costretto, Orcel afferma che non venderà la propria controllata in Russia “per un euro o a un valore che non sia un prezzo equo”.
Nell’intervista al Financial Times il boss di Unicredit afferma di ritenere che il potenziale recupero dell’economia europea dalla fine della guerra in Ucraina sia stato sottovalutato. “La fine della guerra, che spero avvenga alle giuste condizioni, eliminerà l’incertezza geopolitica... e i livelli di investimento e rimbalzo saranno davvero significativi. I mercati lo hanno ignorato per ora, ma lo vedremo”.
Tra le righe emerge piuttosto nitidamente la soddisfazione di un banchiere che se ne è “impippato” delle sanzioni alla Russia durante la guerra ed ora pensa di poterne ricavare guadagno, come tutti i banchieri del resto.
Fonte
Dopo tre anni di conflitto in Ucraina ed ora che la pace con la Russia pare un’ipotesi più concreta, le banche – ma anche le grandi multinazionali – si stanno attrezzando per coglierne i vantaggi e magari aumentare i loro dividendi.
Ad esempio la banca d’affari Goldman Sachs registra “flussi sproporzionati verso i settori e i titoli legati al tema del cessate il fuoco in Ucraina”.
Milano Finanza commenta questo come “Un fatto che porta a supporre che sempre più investitori stanno iniziando a prevedere in portafoglio un calo progressivo del rischio Ucraina. Detto in una parola: i mercati sentono profumo di pace”.
La stessa Goldman Sachs ha creato di recente un paniere di società quotate dedicato appositamente a questo scenario con il lancio dell’indice Ukraine Ceasefire (GSXECEAS Index) che comprende le 50 società europee più sensibili alla risoluzione del conflitto fra Ucraina e Russia. Un paniere di azioni che vale, nel complesso, quanto a capitalizzazione aggregata, 1,5 trilioni di dollari e comprende titoli specializzati nella (ri)costruzione, alcune banche, compagnie aeree e titoli rivolti ai consumatori che potrebbero beneficiare di un accordo di pace.
Per quanto sia salito del 5,5% subito dopo la notizia di un possibile accordo di pace in Ucraina, l’indice “continua a essere scambiato con uno sconto del 30% rispetto al mercato e ben al di sotto dei massimi storici del 2021, offrendo punti di ingresso interessanti”, commentano gli analisti della banca d’affari.
Emblematicamente anche la seconda banca italiana – Unicredit – sembra voler trarre vantaggio dalla possibile fine del conflitto in Ucraina. Il gruppo bancario – il più attivo nei paesi dell’Est – è stato uno dei pochi rimasto in Russia nonostante le sanzioni.
Unicredit in questi anni si era rifiutata di cedere la sua controllata russa se non ad un «prezzo equo», fra mille difficoltà normative e legali e soprattutto pressioni della Russia a cedere la sua controllata russa a valori irrisori.
“Se il quadro politico cambia, la nostra capacità di vendere la banca in Russia a condizioni più interessanti è destinato a migliorare, perché, la situazione si normalizzerà per entrambe le parti”, ha affermato Orcel nel corso dell’intervista al Financial Times. “Quindi potremo uscire a prezzi decisamente migliori”.
Altre grandi banche europee come Société Générale e Ing ad esempio avevano scelto di uscire subito dalla Russia ma subendo forti svalutazioni. Diversamente Unicredit ha invece continuato a operare in Russia nonostante le pressioni da parte della Ue e della Bce di accelerare l’uscita dal mercato russo.
“La banca si è «impegnata seriamente negli ultimi tre anni con un numero significativo di controparti nell’esplorazione di tutte le opzioni di uscita dalla Russia”, ha aggiunto Orcel, “ma date le diverse complessità e sanzioni in atto, non siamo stati in grado di andare avanti col processo».
Il problema è che nonostante le sanzioni la Russia ha inciso per il 5% dei ricavi totali del gruppo Unicredit lo scorso anno. Non solo. Questi ultimi sono saliti del 9% a 1,3 miliardi di euro nel 2024 e la Russia ha contribuito con 577 milioni di euro di utile netto annuale su 9,3 miliardi totali.
Milano Finanza sottolinea come Unicredit abbia nel frattempo ridotto di molto i prestiti e i depositi in Russia e si aspetta quindi che i profitti derivanti dalle attività russe saranno “marginali” entro il 2027.
Ma con gli scenari che cambiano anche gli interessi della banca li potrebbero trovare interessanti. A meno che non sia costretto, Orcel afferma che non venderà la propria controllata in Russia “per un euro o a un valore che non sia un prezzo equo”.
Nell’intervista al Financial Times il boss di Unicredit afferma di ritenere che il potenziale recupero dell’economia europea dalla fine della guerra in Ucraina sia stato sottovalutato. “La fine della guerra, che spero avvenga alle giuste condizioni, eliminerà l’incertezza geopolitica... e i livelli di investimento e rimbalzo saranno davvero significativi. I mercati lo hanno ignorato per ora, ma lo vedremo”.
Tra le righe emerge piuttosto nitidamente la soddisfazione di un banchiere che se ne è “impippato” delle sanzioni alla Russia durante la guerra ed ora pensa di poterne ricavare guadagno, come tutti i banchieri del resto.
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13/11/2022
I paesi latinoamericani non rischiano la recessione, quelli dell’est Europa sì
Goldman Sachs ha avviato un’indagine su nove Paesi, quattro europei, quattro latinoamericani e la lontanissima Nuova Zelanda. Lo studio è stato riferito dal quotidiano Milano Finanza. I paesi esaminati sono quelli che negli ultimi mesi hanno riportato dati economici in crescita, per testare se le loro banche centrali siano in grado di affrontare uno scenario di inflazione senza incorrere in una recessione.
I paesi presi in esame sono Brasile, Colombia, Cile, Perù, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Romania e Nuova Zelanda
Gli analisti di Goldman Sachs hanno sottolineato tre aspetti incoraggianti. Il primo è che una parte dei nove Paesi si trova ancora in una fase di espansione considerando la performance del pil, gli indici Pmi e il trend del mercato del lavoro. “Secondo il nostro modello di previsione, il Cile sta vivendo probabilmente una modesta fase di recessione, mentre la Repubblica Ceca e la Polonia vi sono vicine”, fanno sapere gli analisti di Goldman Sachs che si aspettano nel breve termine un rialzo dei tassi da parte delle banche centrali ceca e polacca.
Poco probabile, invece, che Perù e Ungheria siano prossime a una fase recessiva così come la Nuova Zelanda, il Brasile, la Romania e la Colombia. In questi ultimi quattro Paesi nel secondo trimestre il pil è cresciuto, rispettivamente, del 5,3%, del 3,5%, del 2,7% e del 3,6%; mentre il tasso di disoccupazione ha riportato una variazione su tre mesi dello 0,1% in Nuova Zelanda, del -0,6% in Brasile, del -0,2% in Colombia ed è rimasto invariato in Romania.
“Prevediamo una crescita negativa nel secondo semestre di quest’anno in Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Romania”, stimano gli analisti di Goldman Sachs. Inoltre, “in Ungheria e Polonia l’inflazione core su base trimestrale annualizzata viaggia ancora su livelli alti del ciclo”. Non è da escludersi poi l’inizio di nuovo ciclo di rialzi: “in effetti, ci aspettiamo che la Repubblica Ceca e la Polonia riprendano presto le loro politiche di aumento dei tassi”.
Milano Finanza pone l’interrogativo sul perché lo scenario si presenti più incoraggiante per i Paesi dell’America latina rispetto a quelli dell’Europa. Secondo Goldman Sachs la spiegazione sta nelle forti pressioni sui prezzi dell’energia e dei generi alimentari che stanno alimentando le aspettative di inflazione nei Paesi europei. Principalmente dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i prezzi di elettricità e gas per uso domestico nei quattro Paesi Ue considerati sono saliti in media del 48% su base annua rispetto al dato del 9% relativo ai Paesi dell’America latina.
Dunque per gli analisti di Goldman Sachs i rischi di recessione interessano principalmente più i Paesi dell’Europa centro-orientale piuttosto che i Paesi dell’America Latina.
Fonte
I paesi presi in esame sono Brasile, Colombia, Cile, Perù, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Romania e Nuova Zelanda
Gli analisti di Goldman Sachs hanno sottolineato tre aspetti incoraggianti. Il primo è che una parte dei nove Paesi si trova ancora in una fase di espansione considerando la performance del pil, gli indici Pmi e il trend del mercato del lavoro. “Secondo il nostro modello di previsione, il Cile sta vivendo probabilmente una modesta fase di recessione, mentre la Repubblica Ceca e la Polonia vi sono vicine”, fanno sapere gli analisti di Goldman Sachs che si aspettano nel breve termine un rialzo dei tassi da parte delle banche centrali ceca e polacca.
Poco probabile, invece, che Perù e Ungheria siano prossime a una fase recessiva così come la Nuova Zelanda, il Brasile, la Romania e la Colombia. In questi ultimi quattro Paesi nel secondo trimestre il pil è cresciuto, rispettivamente, del 5,3%, del 3,5%, del 2,7% e del 3,6%; mentre il tasso di disoccupazione ha riportato una variazione su tre mesi dello 0,1% in Nuova Zelanda, del -0,6% in Brasile, del -0,2% in Colombia ed è rimasto invariato in Romania.
“Prevediamo una crescita negativa nel secondo semestre di quest’anno in Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Romania”, stimano gli analisti di Goldman Sachs. Inoltre, “in Ungheria e Polonia l’inflazione core su base trimestrale annualizzata viaggia ancora su livelli alti del ciclo”. Non è da escludersi poi l’inizio di nuovo ciclo di rialzi: “in effetti, ci aspettiamo che la Repubblica Ceca e la Polonia riprendano presto le loro politiche di aumento dei tassi”.
Milano Finanza pone l’interrogativo sul perché lo scenario si presenti più incoraggiante per i Paesi dell’America latina rispetto a quelli dell’Europa. Secondo Goldman Sachs la spiegazione sta nelle forti pressioni sui prezzi dell’energia e dei generi alimentari che stanno alimentando le aspettative di inflazione nei Paesi europei. Principalmente dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i prezzi di elettricità e gas per uso domestico nei quattro Paesi Ue considerati sono saliti in media del 48% su base annua rispetto al dato del 9% relativo ai Paesi dell’America latina.
Dunque per gli analisti di Goldman Sachs i rischi di recessione interessano principalmente più i Paesi dell’Europa centro-orientale piuttosto che i Paesi dell’America Latina.
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17/04/2020
Ci salverà "Super Mario"?
È l’uomo che sembra mettere tutti d’accordo, da Salvini a LeU, e che gli ultrà europeisti del PD vorrebbero fare, come minimo, santo.
Vedrete, se questo governo andrà in frantumi a causa delle divergenze su MES ed eurobond – e/o perché le imprese rivogliono la piena produzione poiché son stufi di rinunciare a quote di profitti – nonostante la curva del contagio e dei morti da Covid-19 si ostini a non scendere – allora rispunterà l’ennesimo “governo di salvezza nazionale“.
Come quello di Monti del 2011: lo stesso che ha massacrato il nostro Servizio Sanitario Nazionale, che ha dato – per ora – la stoccata finale alle pensioni degli italiani e che ha inserito nella nostra Costituzione, il famigerato “obbligo al pareggio di bilancio“.
Sì, perché la tanto annunciata “ripresa” sarà un disastro di proporzioni immani, che rischia di alimentare rivolte popolari diffuse che potrebbero mettere in seria crisi l’attuale governance incardinata nelle maglie strettissime dei diktat e dei trattati europei. In primis, quello sui limiti di spesa entro il fatidico 3% del rapporto deficit-PIL.
Un limite arbitrario e senza basi scientifiche che, davanti alla catastrofe sanitaria, sociale ed economica in atto, ha assunto le sembianze di un cappio mortale che rende impossibile anche solo immaginare qualsiasi prospettiva di ripresa.
Allora ecco che ci risiamo con il grande tecnico con “esperienza internazionale“.
Ma che tipo di “esperienza internazionale” ha avuto Mario Draghi prima di arrivare alla presidenza della Bce?
Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide di Goldman Sachs, proprio nel periodo in cui in America le banche d’affari erano scatenate in manovre speculative e scavavano il baratro finanziario che si è poi materializzato nel 2008, trascinando il resto del mondo in una delle più gravi e criminali crisi mondiali degli ultimi 100 anni.
Insomma, Draghi era un dirigente di Goldman Sachs proprio quando Goldman Sachs scommetteva sulla crisi dei mutui supbrime e stava in cabina di regia quando il mondo veniva inondato di derivati, swap e altra spazzatura finanziaria.
Sì, è vero che Draghi di colpo ha cominciato a criticare alcune recenti posizioni della commissione europea sul modo in cui quest’ultima si è posta davanti alla crisi provocata dalla pandemia. Ma, vista la storia ed i precedenti del personaggio, tutto lascia supporre che Mario Draghi si stia accreditando come “uomo libero” e “patriota” in grado di cambiate tutto, per non cambiare niente.
Gli Euroleaks di Varoufakis hanno rivelato che, dietro la facciata del grande salvatore dell’Euro e grande dispensatore di liquidità a tasso zero (alle banche), si cela sempre il Chicago boy che, durante lo scorso decennio, stava dietro e sopra i lupi di Wall Street e che sa sempre bastonare il cane che affoga (la povera Grecia).
Ammettiamolo: Mario Draghi sarebbe una vera garanzia solo per chi vuole evitare che la crisi provocata dalla pandemia da coronavirus, si trasformi presto in quella “tempesta perfetta” profetizzata dall’economista Nouriel Roubini, che porterebbe alla fine dell’euro e alla rottura di quella Unione Europea. La cui reale natura è stata disvelata proprio dall'esplosione della crisi indotta dalla pandemia, che gli ha certamente fatto perdere anche quel po’ di residua credibilità che, nonostante tutto, ancora manteneva.
Una bella gatta da pelare, anche per Super Mario.
Fonte
Vedrete, se questo governo andrà in frantumi a causa delle divergenze su MES ed eurobond – e/o perché le imprese rivogliono la piena produzione poiché son stufi di rinunciare a quote di profitti – nonostante la curva del contagio e dei morti da Covid-19 si ostini a non scendere – allora rispunterà l’ennesimo “governo di salvezza nazionale“.
Come quello di Monti del 2011: lo stesso che ha massacrato il nostro Servizio Sanitario Nazionale, che ha dato – per ora – la stoccata finale alle pensioni degli italiani e che ha inserito nella nostra Costituzione, il famigerato “obbligo al pareggio di bilancio“.
Sì, perché la tanto annunciata “ripresa” sarà un disastro di proporzioni immani, che rischia di alimentare rivolte popolari diffuse che potrebbero mettere in seria crisi l’attuale governance incardinata nelle maglie strettissime dei diktat e dei trattati europei. In primis, quello sui limiti di spesa entro il fatidico 3% del rapporto deficit-PIL.
Un limite arbitrario e senza basi scientifiche che, davanti alla catastrofe sanitaria, sociale ed economica in atto, ha assunto le sembianze di un cappio mortale che rende impossibile anche solo immaginare qualsiasi prospettiva di ripresa.
Allora ecco che ci risiamo con il grande tecnico con “esperienza internazionale“.
Ma che tipo di “esperienza internazionale” ha avuto Mario Draghi prima di arrivare alla presidenza della Bce?
Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide di Goldman Sachs, proprio nel periodo in cui in America le banche d’affari erano scatenate in manovre speculative e scavavano il baratro finanziario che si è poi materializzato nel 2008, trascinando il resto del mondo in una delle più gravi e criminali crisi mondiali degli ultimi 100 anni.
Insomma, Draghi era un dirigente di Goldman Sachs proprio quando Goldman Sachs scommetteva sulla crisi dei mutui supbrime e stava in cabina di regia quando il mondo veniva inondato di derivati, swap e altra spazzatura finanziaria.
Sì, è vero che Draghi di colpo ha cominciato a criticare alcune recenti posizioni della commissione europea sul modo in cui quest’ultima si è posta davanti alla crisi provocata dalla pandemia. Ma, vista la storia ed i precedenti del personaggio, tutto lascia supporre che Mario Draghi si stia accreditando come “uomo libero” e “patriota” in grado di cambiate tutto, per non cambiare niente.
Gli Euroleaks di Varoufakis hanno rivelato che, dietro la facciata del grande salvatore dell’Euro e grande dispensatore di liquidità a tasso zero (alle banche), si cela sempre il Chicago boy che, durante lo scorso decennio, stava dietro e sopra i lupi di Wall Street e che sa sempre bastonare il cane che affoga (la povera Grecia).
Ammettiamolo: Mario Draghi sarebbe una vera garanzia solo per chi vuole evitare che la crisi provocata dalla pandemia da coronavirus, si trasformi presto in quella “tempesta perfetta” profetizzata dall’economista Nouriel Roubini, che porterebbe alla fine dell’euro e alla rottura di quella Unione Europea. La cui reale natura è stata disvelata proprio dall'esplosione della crisi indotta dalla pandemia, che gli ha certamente fatto perdere anche quel po’ di residua credibilità che, nonostante tutto, ancora manteneva.
Una bella gatta da pelare, anche per Super Mario.
Fonte
28/12/2017
Stati e governi come dependances della finanza internazionale: il caso dei derivati di Morgan Stanley ed altre storie
Il 21 Dicembre 2017 la Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, presso l’Aula del IV piano di Palazzo San Macuto, ha svolto l’audizione di Vittorio Grilli ex direttore generale del Ministero dell’Economia dal 2005 al 2011 e Ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Monti luglio 2012 ad aprile 2013*. In quella seduta a Grilli sono stati chiesti chiarimenti sulla stipula dei contratti dei derivati della banca d’affari Usa Morgan Stanley acquistati dal Ministero delle Finanze nel 2011, quando il medesimo vi svolgeva le funzioni di direttore generale. Quei contratti avevano delle clausole rescissorie capestro che sono state pagate cache(!) per 3,1 miliardi di euro dopo l’estinzione anticipata esercitata da parte della banca statunitense. “Non rispettare in quel momento un contratto avrebbe avuto conseguenze gravissime” ha detto Grilli davanti ai membri della commissione aggiungendo “Aprire un contenzioso voleva dire automaticamente per l’Italia metterla in condizione di pre-default o di default, non saremmo stati più capaci di ripagare un debito da 500 miliardi l’anno; portare una controparte in Tribunale avrebbe avuto una conseguenza devastante per il debito pubblico” **. Ma quella clausola rescissoria? Grilli ha scaricato tutta la responsabilità della vicenda dei derivati Morgan Stanley sull’alta dirigente ancora in carica, Maria Cannata, la quale avrebbe tenuto all’oscuro di tutto l’allora direttore generale del MEF. “Nessuno mi ha detto niente” ha affermato in proposito Grilli, incalzato dalle domande dei membri della commissione, soprattutto da quelle di Renato Brunetta. Secondo il racconto di Grilli, la struttura di staff del MEF diretta dalla Cannata agiva in modo autoreferenziale.
Ma chi è Vittorio Grilli? Ex Ragioniere di Stato dal 2002 al 2005, direttore generale del ministero dell’Economia dal 2005 al 2011. Il 28 novembre 2011 viene nominato viceministro dell’Economia e delle Finanze del governo Monti, carica che manterrà fino all’11 luglio 2012 quando viene nominato Ministro del MEF in sostituzione di Mario Monti che fino a quel momento ne ricopriva la carica. Al ministero del Tesoro si è occupato per sette anni di privatizzazioni italiane, un torta su cui, non a caso, v’era un interesse feroce da parte dei principali gruppi finanziari internazionali. Nell’estate 2011 si era parlato di lui come di un possibile successore di Mario Draghi alla guida di Banca d’Italia. Nel 2013 ha dovuto giustificare cinque conti correnti in un paradiso fiscale, a Jersey, isole del Canale, risalenti a quando era direttore generale del Tesoro. Insomma, un tizio assai spregiudicato che è passato indenne per governi diversi e che addirittura ha fatto il salto da direttore generale a Ministro del MEF proprio nel bel mezzo della tempesta perfetta che ha fatto cadere il governo Berlusconi e che ha consegnato le sorti del paese a Mario Monti. Uno che, a dispetto dei tanti ruoli importantissimi assegnatigli nella gestione delle finanze del paese, non ha mai smesso di coltivare intensi rapporti proprio con quegli ambienti finanziari internazionali che hanno condotto gigantesche manovre speculative intorno alla crisi del debito sovrano dell’Italia. Nel 2014 Grilli è stato nominato presidente della divisione Corporate e Investment per l’area Europa, Africa e Medio Oriente della banca d’affari americana JP Morgan.
Sulla incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley, nel luglio 2017 La Corte dei Conti ha citato in giudizio la banca d’affari USA e quattro alti dirigenti del Tesoro tra cui proprio l’attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata. I magistrati contabili hanno contestato loro un danno erariale di 3,9 miliardi di euro per “ la chiusura e ristrutturazione di derivati sul debito pubblico”. Alla banca americana sono stati richiesti 2,7 miliardi di danni, mentre Cannata, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli dovrebbero pagare circa 1,2 miliardi. La prima udienza è stata fissata per aprile 2018. Il processo dovrebbe concludersi entro il luglio del 2018.
L’audizione di Grilli sulla vicenda dei derivati di Morgan Stanley è stata liquidata in poche righe sui mezzi d’informazione e ben nascoste nella pagine economiche. Eppure si tratta di una vicenda gravissima che coinvolge non solo Grilli ma ben due governi che hanno attraversato forse la fase più difficile dal dopoguerra del nostro paese. E poi quei derivati non erano che una piccola parte dell’ammontare dei contratti di quel genere presenti nel portafoglio di via XX Settembre. Tutti quei contratti si sono trasformati in un incubo perché tra il 2011 ed il 2015 quei derivati hanno aumentato il debito pubblico di 23,6 miliardi cui va aggiunta una previsione di ulteriori perdite di più di 36 miliardi di euro.
L’incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley ci suggerisce alcune importanti domande. E’ credibile quanto affermato da Grilli in commissione riguardo il ruolo così decisivo in quella vicenda dello staff guidato dalla Cannata? E’ mai possibile che il destino del paese, nella fase più delicata e drammatica del dopoguerra, sia stato affidato ad una struttura povera di specialisti e di competenze del MEF mentre imperversavano la crisi mondiale dei subprimes e la crisi dello spread in Italia? Su questo punto la versione di Grilli appare evidentemente poco credibile. Ma la domanda più importante riguarda la responsabilità del governo di cui faceva parte lo stesso Grilli: come mai il governo Monti non si oppose al pagamento, per giunta in contanti, di una cifra così stratosferica e proprio mentre quello stesso governo si preparava a far la pelle ai pensionati e ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione in nome della fatidica “riduzione del debito”?
Di certo, alla luce di quei fatti, tutta la narrazione sulla funzione salvifica del governo Monti dalla “crisi dello spread” del 2011 che ancora continua ad imperversare sui media mainstream – con cui si continua a giustificare, ad esempio, la sanguinosa riforma Fornero – ci appare ogni giorno di più come una grandissima e raffinatissima montatura. Quella vicenda, peraltro, è tornata, proprio di recente, a far discutere con le indagini avviate dalla Procura di Milano a carico di Deutsche Bank che avrebbe ordito una mega speculazione in titoli di Stato italiani proprio nel primo semestre del 2011. Un’operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i BTP e i Bund tedeschi costringendo alle dimissioni Berlusconi cui subentrò Mario Monti con un nuovo esecutivo. Secondo l’Espresso, che ha rivelato di recente i contorni della vicenda, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato avvenuta attraverso operazioni finanziarie per un totale di circa 10 miliardi su cui si è concentrata l’attenzione dei PM. Tutti affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico venne usata come clava per minacciare Italia, Spagna e Portogallo***.
Il personaggio Grilli è certamente emblematico e ci racconta di una politica ridotta, ormai, ad un sistema di porte girevoli in cui scorrono personaggi che passano indifferentemente da ruoli di prim’ordine sul piano dell’interesse nazionale a quelli di vertice di grandi corporation finanziarie e/o viceversa. Oppure altri che provengono da quelle istituzioni che hanno imposto ai popoli la cosiddetta “economia del debito” in base alla quale sono gli stessi capitali privati a finanziare il debito pubblico pur essendo essi stessi ad averlo alimentato. Un trucco che serve per imporre ai governi l’adozione di quelle draconiane ricette di austerity a base di gigantesche privatizzazioni e di tagli alla spesa sociale che stanno strozzando i popoli dell’aera UE dopo essere state applicate nel resto del mondo. In questo senso Vittorio Grilli non è affatto solo. E’ il caso dell’ex commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli e dell’attuale titolare del dicastero al MEF, Pier Carlo Padoan. Ambedue provengono direttamente dal Fondo Monetario Internazionale.
Last but not least, è anche e soprattutto, il caso del più fedele, efficiente e potente esecutore di quelle politiche, Mario Draghi, già direttore esecutivo per l’Italia della Word Bank, poi ai vertici della banca d’affari statunitense Goldman Sachs ed infine nominato presidente della #BCE. Già prima che il nome di Draghi incominciasse a circolare per quella carica, la sua candidatura venne messa in discussione a causa del suo rapporto con Goldman Sachs. In particolare, a Draghi venne rimproverato proprio il coinvolgimento nella vendita di derivati alla #Grecia per consentire a quel paese di entrare nell’area #Euro. L’attuale presidente della BCE è, infatti, ritenuto da più parti, uno dei principali responsabili del fallimento finanziario della Grecia. Nel 2009 Goldman Sachs usò, infatti, la sua posizione dominante per portare nei confronti della Grecia una serie di attacchi speculativi impedendo l’acquisto dei titoli di stato greci in borsa perché sapeva che i bilanci dello stato greco erano stati truccati proprio su consiglio di Draghi. In altre parole, la Grecia, non era in grado di ricomprare i titoli in scadenza pagando con quelli spazzatura che gli aveva rifilato Draghi per conto di Goldman Sachs. In seguito la banca d’affari USA ha imposto tutti i suoi uomini di fiducia nei governi dei paesi più in difficoltà: Mario Draghi alla presidenza della #BCE, Lucas Papademos, che ha lavorato per la FED di New York (partecipata dalla Goldman Sachs) al governo tecnico della Grecia e Mario Monti, advisor di Goldman Sachs ed ex primo ministro del “governo tecnico”. Quel governo che ha firmato il famigerato Trattato CE sul #fiscalcompact: una bomba che potrebbe arrivare a costarci fino a 50-60 miliardi di euro l’anno e già pronta ad esplodere a partire dal prossimo anno.
* Commissione Banche, Audizione Grilli http://webtv.camera.it/evento/12442
**Il Sole24ore del 21.12.2017
***L’Epresso del 10.12.2017
Fonte
Ma chi è Vittorio Grilli? Ex Ragioniere di Stato dal 2002 al 2005, direttore generale del ministero dell’Economia dal 2005 al 2011. Il 28 novembre 2011 viene nominato viceministro dell’Economia e delle Finanze del governo Monti, carica che manterrà fino all’11 luglio 2012 quando viene nominato Ministro del MEF in sostituzione di Mario Monti che fino a quel momento ne ricopriva la carica. Al ministero del Tesoro si è occupato per sette anni di privatizzazioni italiane, un torta su cui, non a caso, v’era un interesse feroce da parte dei principali gruppi finanziari internazionali. Nell’estate 2011 si era parlato di lui come di un possibile successore di Mario Draghi alla guida di Banca d’Italia. Nel 2013 ha dovuto giustificare cinque conti correnti in un paradiso fiscale, a Jersey, isole del Canale, risalenti a quando era direttore generale del Tesoro. Insomma, un tizio assai spregiudicato che è passato indenne per governi diversi e che addirittura ha fatto il salto da direttore generale a Ministro del MEF proprio nel bel mezzo della tempesta perfetta che ha fatto cadere il governo Berlusconi e che ha consegnato le sorti del paese a Mario Monti. Uno che, a dispetto dei tanti ruoli importantissimi assegnatigli nella gestione delle finanze del paese, non ha mai smesso di coltivare intensi rapporti proprio con quegli ambienti finanziari internazionali che hanno condotto gigantesche manovre speculative intorno alla crisi del debito sovrano dell’Italia. Nel 2014 Grilli è stato nominato presidente della divisione Corporate e Investment per l’area Europa, Africa e Medio Oriente della banca d’affari americana JP Morgan.
Sulla incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley, nel luglio 2017 La Corte dei Conti ha citato in giudizio la banca d’affari USA e quattro alti dirigenti del Tesoro tra cui proprio l’attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata. I magistrati contabili hanno contestato loro un danno erariale di 3,9 miliardi di euro per “ la chiusura e ristrutturazione di derivati sul debito pubblico”. Alla banca americana sono stati richiesti 2,7 miliardi di danni, mentre Cannata, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli dovrebbero pagare circa 1,2 miliardi. La prima udienza è stata fissata per aprile 2018. Il processo dovrebbe concludersi entro il luglio del 2018.
L’audizione di Grilli sulla vicenda dei derivati di Morgan Stanley è stata liquidata in poche righe sui mezzi d’informazione e ben nascoste nella pagine economiche. Eppure si tratta di una vicenda gravissima che coinvolge non solo Grilli ma ben due governi che hanno attraversato forse la fase più difficile dal dopoguerra del nostro paese. E poi quei derivati non erano che una piccola parte dell’ammontare dei contratti di quel genere presenti nel portafoglio di via XX Settembre. Tutti quei contratti si sono trasformati in un incubo perché tra il 2011 ed il 2015 quei derivati hanno aumentato il debito pubblico di 23,6 miliardi cui va aggiunta una previsione di ulteriori perdite di più di 36 miliardi di euro.
L’incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley ci suggerisce alcune importanti domande. E’ credibile quanto affermato da Grilli in commissione riguardo il ruolo così decisivo in quella vicenda dello staff guidato dalla Cannata? E’ mai possibile che il destino del paese, nella fase più delicata e drammatica del dopoguerra, sia stato affidato ad una struttura povera di specialisti e di competenze del MEF mentre imperversavano la crisi mondiale dei subprimes e la crisi dello spread in Italia? Su questo punto la versione di Grilli appare evidentemente poco credibile. Ma la domanda più importante riguarda la responsabilità del governo di cui faceva parte lo stesso Grilli: come mai il governo Monti non si oppose al pagamento, per giunta in contanti, di una cifra così stratosferica e proprio mentre quello stesso governo si preparava a far la pelle ai pensionati e ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione in nome della fatidica “riduzione del debito”?
Di certo, alla luce di quei fatti, tutta la narrazione sulla funzione salvifica del governo Monti dalla “crisi dello spread” del 2011 che ancora continua ad imperversare sui media mainstream – con cui si continua a giustificare, ad esempio, la sanguinosa riforma Fornero – ci appare ogni giorno di più come una grandissima e raffinatissima montatura. Quella vicenda, peraltro, è tornata, proprio di recente, a far discutere con le indagini avviate dalla Procura di Milano a carico di Deutsche Bank che avrebbe ordito una mega speculazione in titoli di Stato italiani proprio nel primo semestre del 2011. Un’operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i BTP e i Bund tedeschi costringendo alle dimissioni Berlusconi cui subentrò Mario Monti con un nuovo esecutivo. Secondo l’Espresso, che ha rivelato di recente i contorni della vicenda, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato avvenuta attraverso operazioni finanziarie per un totale di circa 10 miliardi su cui si è concentrata l’attenzione dei PM. Tutti affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico venne usata come clava per minacciare Italia, Spagna e Portogallo***.
Il personaggio Grilli è certamente emblematico e ci racconta di una politica ridotta, ormai, ad un sistema di porte girevoli in cui scorrono personaggi che passano indifferentemente da ruoli di prim’ordine sul piano dell’interesse nazionale a quelli di vertice di grandi corporation finanziarie e/o viceversa. Oppure altri che provengono da quelle istituzioni che hanno imposto ai popoli la cosiddetta “economia del debito” in base alla quale sono gli stessi capitali privati a finanziare il debito pubblico pur essendo essi stessi ad averlo alimentato. Un trucco che serve per imporre ai governi l’adozione di quelle draconiane ricette di austerity a base di gigantesche privatizzazioni e di tagli alla spesa sociale che stanno strozzando i popoli dell’aera UE dopo essere state applicate nel resto del mondo. In questo senso Vittorio Grilli non è affatto solo. E’ il caso dell’ex commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli e dell’attuale titolare del dicastero al MEF, Pier Carlo Padoan. Ambedue provengono direttamente dal Fondo Monetario Internazionale.
Last but not least, è anche e soprattutto, il caso del più fedele, efficiente e potente esecutore di quelle politiche, Mario Draghi, già direttore esecutivo per l’Italia della Word Bank, poi ai vertici della banca d’affari statunitense Goldman Sachs ed infine nominato presidente della #BCE. Già prima che il nome di Draghi incominciasse a circolare per quella carica, la sua candidatura venne messa in discussione a causa del suo rapporto con Goldman Sachs. In particolare, a Draghi venne rimproverato proprio il coinvolgimento nella vendita di derivati alla #Grecia per consentire a quel paese di entrare nell’area #Euro. L’attuale presidente della BCE è, infatti, ritenuto da più parti, uno dei principali responsabili del fallimento finanziario della Grecia. Nel 2009 Goldman Sachs usò, infatti, la sua posizione dominante per portare nei confronti della Grecia una serie di attacchi speculativi impedendo l’acquisto dei titoli di stato greci in borsa perché sapeva che i bilanci dello stato greco erano stati truccati proprio su consiglio di Draghi. In altre parole, la Grecia, non era in grado di ricomprare i titoli in scadenza pagando con quelli spazzatura che gli aveva rifilato Draghi per conto di Goldman Sachs. In seguito la banca d’affari USA ha imposto tutti i suoi uomini di fiducia nei governi dei paesi più in difficoltà: Mario Draghi alla presidenza della #BCE, Lucas Papademos, che ha lavorato per la FED di New York (partecipata dalla Goldman Sachs) al governo tecnico della Grecia e Mario Monti, advisor di Goldman Sachs ed ex primo ministro del “governo tecnico”. Quel governo che ha firmato il famigerato Trattato CE sul #fiscalcompact: una bomba che potrebbe arrivare a costarci fino a 50-60 miliardi di euro l’anno e già pronta ad esplodere a partire dal prossimo anno.
* Commissione Banche, Audizione Grilli http://webtv.camera.it/evento/12442
**Il Sole24ore del 21.12.2017
***L’Epresso del 10.12.2017
Fonte
05/12/2017
Goldman Sachs: - Una situazione simile non si vedeva da prima della Grande Crisi
Persino leggendo tra le righe degli ultimi rapporti Goldman Sachs si legge chiaramente che l’attuale situazione di esagerati rendimenti finanziari non è sostenibile. La grande banca d’investimenti, che per definizione ha un approccio spregiudicatamente ottimista verso gli effetti miracolosi del mercato, rivela seppur con messaggi contraddittori e fumosi che nel mercato si registrano segni preoccupanti, storicamente visti solo alla vigilia della Grande Crisi del ’29. Un monito da non sottovalutare, per chi insiste ostinatamente a dire che la crisi sia ormai alle spalle e persista solo come percezione alimentata dalle cosiddette “fake news”.
di Tyler Durden, 29 novembre 2017
Alla Goldman Sachs non cambiano mai.
Il principale stratega azionario di Goldman, David Kostin, aveva recentemente previsto tre anni di mercato in rialzo da “esuberanza razionale“, alzando il target di riferimento per il 2018 dell’indice S&P da 2.500 a 2.850 fino a raggiungere 3.100 nel 2020, e aveva affermato che, qualora l’esuberanza fosse diventata “irrazionale”, il prezzo base S&P sarebbe potuto arrivare fino a 5.300 entro la fine del 2020. Una settimana dopo Christian Mueller-Glissmann, un altro stratega Goldman, ha deciso che fosse invece meglio vestire i panni del poliziotto cattivo e prepararsi ad ogni evenienza.
Così, in un rapporto pubblicato martedì scorso e intitolato “The Balanced Bear – Part 1: Low(er) returns and latent drawdown risk” [L’orso equilibrato – Parte 1: Rendimenti (più) bassi e potenziali rischi di declino, ndt] questo tipico rappresentante della Goldman, ora improvvisamente divenuto ribassista, avverte che, nel medio periodo, si profilano due possibili scenari: i) uno di “lenta sofferenza” deflazionistica, caratterizzato da bassi rendimenti e valutazioni elevate “persistenti a causa della stabilità macroeconomica, ma con meno guadagni imprevisti dati da aumenti delle valutazioni e con minori trasferimenti – e di conseguenza, con rendimenti da attività probabilmente inferiori”, oppure ii) uno svalutativo a “rapida sofferenza” dove “una crescita reale negativa o uno shock inflazione/tassi d’interesse, o una combinazione di entrambi, trainerebbe una svalutazione nei portafogli 60/40“.
Se siete confusi, non preoccupatevi – non siete i soli. Mentre da un lato Goldman non prevede nient’altro che cieli sereni nel “medio periodo” per i prossimi tre anni, esclude qualsiasi recessione e prospetta un rialzo a doppia cifra dei guadagni azionari, dall’altro lato la stessa Goldman prevede anche uno scenario di sofferenze “lente” o “rapide”, che pur essendo due cose diverse, hanno in comune un elemento fondante (come suggerisce il nome): “la sofferenza”.
Se il fatto che la Goldman si contraddica da sola non è una novità, restano comunque delle perplessità. Tenendo conto che gli “studi” rivolti alla clientela sono ovviamente risibili e volti a far sì che i clienti facciano l’opposto di quello che fanno i trader interni della Goldman, non è però ben chiaro da quale lato la Goldman abbia scelto di scommettere per i propri investimenti interni. Non è chiaro, insomma, se la banca stia puntando su una CDO e stia mettendosi in posizione short su tutte le attività vendute ai propri clienti, oppure se abbia assicurato un ulteriore rialzo del S&P, anche se le valutazioni “non hanno ormai più senso”, per citare la stessa Goldman.
Noi non siamo in posizione di, né siamo interessati a, rispondere. Per chi lo fosse, questo è un sunto delle parole di Mueller-Glissmann:
Alla fine, come ogni altra previsione partorita dalla Goldman, si tratta di spazzatura: chi preferisce un mercato al rialzo legge Kostin; chi lo preferisce in ribasso – di poco o molto – preferisce Glissman. L’importante è che si rivolga comunque ai simpatici consulenti Goldman, che incasseranno volentieri le commissioni di qualunque operazione si scelga di fare.
Detto questo, il pdf di 26 pagine offre quantomeno un dato interessante: un grafico che mostra che non solo questo è il più lungo periodo in ribasso 60/40 senza un drawdown di ritorno del 10%, ma anche che l’ultima volta che ciò si è verificato è stato più o meno alla fine anni ’20... e la Grande Depressione sarebbe seguita di lì a pochi mesi.
Nelle parole della Goldman: “ci stiamo avvicinando al più lungo periodo di mercato in ribasso 60/40 della storia – dal 2009 non c’è stato un drawdown del 10% in termini reali. I portafogli passivi bilanciati long-only hanno prodotto interessanti rendimenti ponderati per il rischio dagli anni ’90. Un favorevole contesto macroeconomico ideale, sostenuto dalla “Grande moderazione” e dalle banche centrali, ha incrementato i rendimenti sia azionari che obbligazionari, tuttavia, dopo il recente “mercato al rialzo totale”, le valutazioni su tutte le attività sono le più alte mai viste questo secolo, il che riduce il potenziale di rendimento e diversificazione nei portafogli equilibrati.
Altri dati:
Ci stiamo avvicinando al più lungo periodo di mercato al rialzo per i portafogli bilanciati in titoli azionari/obbligazionari in oltre un secolo: nessun portafoglio standard 60/40 (60% S&P 500, 40% titoli di Stato a 10 anni) ha sperimentato un drawdown di oltre il 10% dal punto più basso del GFC (8,7 anni), e da allora i rendimenti prodotti sono stati su una media del 143% (11% annuo)”.
E quando è stata l’ultima volta che portafogli bilanciati hanno sperimentato rendimenti così straordinari? Goldman risponde ancora:
Il altre parole, per vedere rendimenti simili a quelli generati oggi da un portafoglio bilanciato “60/40” bisogna tornare all’inizio dell’anno 1929. Attualmente ci troviamo in periodo ininterrotto di rendimenti sbalorditivi senza un drawdown totale del 10% da 8.7 anni. E quanto è durato il simile periodo di riferimento degli anni ’20? 9,1 anni. Il che significa che, se la storia ci insegna qualcosa, una nuova, spaventosa Grande Crisi è appena dietro l’angolo.
Fonte
di Tyler Durden, 29 novembre 2017
Alla Goldman Sachs non cambiano mai.
Il principale stratega azionario di Goldman, David Kostin, aveva recentemente previsto tre anni di mercato in rialzo da “esuberanza razionale“, alzando il target di riferimento per il 2018 dell’indice S&P da 2.500 a 2.850 fino a raggiungere 3.100 nel 2020, e aveva affermato che, qualora l’esuberanza fosse diventata “irrazionale”, il prezzo base S&P sarebbe potuto arrivare fino a 5.300 entro la fine del 2020. Una settimana dopo Christian Mueller-Glissmann, un altro stratega Goldman, ha deciso che fosse invece meglio vestire i panni del poliziotto cattivo e prepararsi ad ogni evenienza.
Così, in un rapporto pubblicato martedì scorso e intitolato “The Balanced Bear – Part 1: Low(er) returns and latent drawdown risk” [L’orso equilibrato – Parte 1: Rendimenti (più) bassi e potenziali rischi di declino, ndt] questo tipico rappresentante della Goldman, ora improvvisamente divenuto ribassista, avverte che, nel medio periodo, si profilano due possibili scenari: i) uno di “lenta sofferenza” deflazionistica, caratterizzato da bassi rendimenti e valutazioni elevate “persistenti a causa della stabilità macroeconomica, ma con meno guadagni imprevisti dati da aumenti delle valutazioni e con minori trasferimenti – e di conseguenza, con rendimenti da attività probabilmente inferiori”, oppure ii) uno svalutativo a “rapida sofferenza” dove “una crescita reale negativa o uno shock inflazione/tassi d’interesse, o una combinazione di entrambi, trainerebbe una svalutazione nei portafogli 60/40“.
Se siete confusi, non preoccupatevi – non siete i soli. Mentre da un lato Goldman non prevede nient’altro che cieli sereni nel “medio periodo” per i prossimi tre anni, esclude qualsiasi recessione e prospetta un rialzo a doppia cifra dei guadagni azionari, dall’altro lato la stessa Goldman prevede anche uno scenario di sofferenze “lente” o “rapide”, che pur essendo due cose diverse, hanno in comune un elemento fondante (come suggerisce il nome): “la sofferenza”.
Se il fatto che la Goldman si contraddica da sola non è una novità, restano comunque delle perplessità. Tenendo conto che gli “studi” rivolti alla clientela sono ovviamente risibili e volti a far sì che i clienti facciano l’opposto di quello che fanno i trader interni della Goldman, non è però ben chiaro da quale lato la Goldman abbia scelto di scommettere per i propri investimenti interni. Non è chiaro, insomma, se la banca stia puntando su una CDO e stia mettendosi in posizione short su tutte le attività vendute ai propri clienti, oppure se abbia assicurato un ulteriore rialzo del S&P, anche se le valutazioni “non hanno ormai più senso”, per citare la stessa Goldman.
Noi non siamo in posizione di, né siamo interessati a, rispondere. Per chi lo fosse, questo è un sunto delle parole di Mueller-Glissmann:
Riteniamo che un periodo di rendimenti bassi o decrescenti (scenario 1) sia più probabile di un mercato fortemente in ribasso nei portafogli 60/40 (scenario 2), almeno nel breve periodo. Ma probabilmente vi sarà un periodo di riequilibrio, caratterizzato da crescita rallentata e aumento dell’inflazione. Ed ai bassi livelli di rendimento attuali, oltre al fatto che ci troviamo ormai al ‘principio della fine del QE’, i titoli di Stato potrebbero essere meno efficaci per la copertura delle azioni, e costituire un peso maggiore sui portafogli bilanciati. Inoltre, l’aumento dell’inflazione potrebbe spingere la banca centrale a emettere “più out of the money“, il che richiederebbe alle banche centrali un maggiore “shock di crescita” per facilitare politiche espansive. Anche le attuali misure espansive a disposizione delle banche centrali sono più limitate poiché i tassi sono ancora bassi e gli acquisti di QE sono appena stati ridotti.
E in caso di ribasso bilanciato, potrebbero acuirlo e velocizzarlo. Il rischio di duration nei mercati obbligazionari è molto più alto durante questo ciclo e il volatility of volatility del volume azionario è aumentato a partire dalla metà degli anni ’80. Anche se si ritiene che gli investitori dovrebbero ridurre la duration e gestire allocazioni azionarie più elevate nello scenario 1, allo stesso tempo essi dovrebbero prendere in considerazione garantire almeno il rischio di riduzioni azionarie minori nel breve periodo. Gli spread S&P 500 a scadenza più breve sembrerebbero un segnale positivo. Nella seconda parte vengono analizzate diverse strategie per migliorare i rendimenti di portafoglii bilanciati, gestendo al tempo stesso il rischio di drawdown in caso di un mercato in ribasso.
Alla fine, come ogni altra previsione partorita dalla Goldman, si tratta di spazzatura: chi preferisce un mercato al rialzo legge Kostin; chi lo preferisce in ribasso – di poco o molto – preferisce Glissman. L’importante è che si rivolga comunque ai simpatici consulenti Goldman, che incasseranno volentieri le commissioni di qualunque operazione si scelga di fare.
Detto questo, il pdf di 26 pagine offre quantomeno un dato interessante: un grafico che mostra che non solo questo è il più lungo periodo in ribasso 60/40 senza un drawdown di ritorno del 10%, ma anche che l’ultima volta che ciò si è verificato è stato più o meno alla fine anni ’20... e la Grande Depressione sarebbe seguita di lì a pochi mesi.
Nelle parole della Goldman: “ci stiamo avvicinando al più lungo periodo di mercato in ribasso 60/40 della storia – dal 2009 non c’è stato un drawdown del 10% in termini reali. I portafogli passivi bilanciati long-only hanno prodotto interessanti rendimenti ponderati per il rischio dagli anni ’90. Un favorevole contesto macroeconomico ideale, sostenuto dalla “Grande moderazione” e dalle banche centrali, ha incrementato i rendimenti sia azionari che obbligazionari, tuttavia, dopo il recente “mercato al rialzo totale”, le valutazioni su tutte le attività sono le più alte mai viste questo secolo, il che riduce il potenziale di rendimento e diversificazione nei portafogli equilibrati.
Altri dati:
Ci stiamo avvicinando al più lungo periodo di mercato al rialzo per i portafogli bilanciati in titoli azionari/obbligazionari in oltre un secolo: nessun portafoglio standard 60/40 (60% S&P 500, 40% titoli di Stato a 10 anni) ha sperimentato un drawdown di oltre il 10% dal punto più basso del GFC (8,7 anni), e da allora i rendimenti prodotti sono stati su una media del 143% (11% annuo)”.
E quando è stata l’ultima volta che portafogli bilanciati hanno sperimentato rendimenti così straordinari? Goldman risponde ancora:
“Il periodo più lungo è stato durante i ruggenti anni ’20, poi terminato con la Grande Depressione, Il secondo periodo più lungo è stato il boom del dopoguerra negli anni ’50 – il periodo degli anni ’90 era al terzo posto, ma oggi è passato al quarto, dopo quello corrente.”
Il altre parole, per vedere rendimenti simili a quelli generati oggi da un portafoglio bilanciato “60/40” bisogna tornare all’inizio dell’anno 1929. Attualmente ci troviamo in periodo ininterrotto di rendimenti sbalorditivi senza un drawdown totale del 10% da 8.7 anni. E quanto è durato il simile periodo di riferimento degli anni ’20? 9,1 anni. Il che significa che, se la storia ci insegna qualcosa, una nuova, spaventosa Grande Crisi è appena dietro l’angolo.
Fonte
24/08/2017
L’ostaggio Trump, nella giunta militare di Goldman Sachs
Nel mondo del capitalismo multinazionale reale non c’è spazio per i Mule
(mitico personaggio della quadrilogia della Galassia Centrale, di Isaac
Asimov). Non c’è insomma possibilità che arrivi una “testa matta”,
espressione diretta di una parte consistente della società
programmaticamente esclusa dalla “stanza dei bottini” (non è un
refuso...), e realizzi il programma politico per cui è stato eletto.
Trump è un nazionalista di destra, valvola di sfogo – tra l’altro – dell’America bianca e razzista, ma la sua parabola illustra (con le dovute differenze, certo) quel che sarebbe accaduto a Bernie Sanders, se non fosse stato fermato assai prima dall’establishment “democratico” (grazie a un sistema di “grandi elettori” che permette di annullare in buona parte i voti dei partecipanti alle primarie).
Del resto, che gli Stati Uniti – col potenziale economico e di fuoco militare che hanno – possano essere politicamente “contendibili” secondo le regole della democrazia astratta è sempre stata una pia illusione. Ma comunemente accettata come narrazione credibile; anzi, un vero e proprio modello universale valido per tutti i paesi e tutte le culture (una forma particolarmente ideologica di imperialismo, che ignora ed azzera decenni di studi antropologici).
L’elezione di Trump e il suo progressivo confinamento – ripetiamo: quella di Sanders avrebbe avuto lo stesso destino, anche se espressione di un blocco sociale in buona parte diverso e con un altro sistema di valori – dimostra la potenza immanente, istituzionalizzata, performante i dispositivi statuali federali, di un’aggregazione di poteri che non ammette deviazioni significative sulla base della sola forza elettorale.
Con la cacciata anche di Steve Bannon è diventato evidente a tutti che Trump, lungi dall’essere quello che pretende di essere, è di fatto un prigioniero nel Palazzo. Ci potrà restare – l’ipotesi impeachment è scomparsa dai media, resta confinata in un percorso istituzionale contorto ma sempre accelerabile, se necessario – anche fino alla fine del mandato, ma senza poteri effettivi. Pura rappresentazione “twittata” di un potere politico ridotto a sceneggiata.
Uno degli analisti che fin dall’inizio aveva colto la “novità Trump”, sottraendosi al pensiero binario dominante (“sei favorevole o contrario”?), si prende giustamente beffe di quanti – qui in Italia, completamente fuori dai giochi – si sono spesi in una ridicola campagna comunicativa “pro establishment”, scambiando i propri film per realtà politica. Con il risultato di star ora lì ad applaudire l’opera di normalizzazione di una giunta militare diretta da banchieri d’affari. Anzi, da una sola banca che porta il nome di Goldman Sachs.
Quando parliamo di “sinistra rosè” o di stupidità complice, di tifoseria che ignora le regole del gioco, alzate lo sguardo su questo idilliaco quadretto...
Fulvio Scaglione
da http://www.linkiesta.it
Sarà pure un neofascista-razzista-diffusore di fake news, però Steve Bannon, lo stratega della vittoria più clamorosa nella storia delle elezioni presidenziali americane, ha ragione: con il suo licenziamento è ufficialmente finita la presidenza di Donald Trump. Quella, almeno, per cui gli elettori spuntati dalla penombra dell’America profonda avevano votato: nazionalista in economia, isolazionista, attenta alle ragioni dei lavoratori, meno disposta a fare, con gli esiti che conosciamo, il gendarme (spesso non richiesto) del mondo.
Si può certamente discutere di tale apparato ideologico, negargli qualunque valore di novità, e persino considerare l’arrivo di Trump una disgrazia epocale. Siamo in democrazia, perbacco. Ed è lecito anche chiedersi se tale “presidenza Trump”, tra i pasticci del Donald, l’opposizione del Partito democratico, l’ostilità di una parte del Partito repubblicano e il boicottaggio dello Stato profondo, sia mai cominciata.
Però, se fossimo nei panni dei tanti benintenzionati che hanno scambiato Trump per il demonio e il suo arrivo sulla scena per la fine del mondo, adesso ci faremmo qualche domanda.
Alla Casa Bianca, adesso, comandano due gruppi del tutto complementari. Il primo è quello dei boss di Goldman Sachs, la banca d’affari che nel 2008 contribuì a innescare la crisi finanziaria che poi ebbe ripercussioni in tutto il mondo. Non lo dico io, lo ammise Lloyd Blankfein, all’epoca amministratore della banca, che nel 2010 ha dichiarato durante un’intervista alla Cnn: “Abbiamo contribuito allo scoppio della bolla che ha portato alla crisi, finanziando progetti immobiliari con un livello di indebitamento troppo elevato”.
Goldman Sachs era stata anche uno dei principali donatori per la campagna elettorale di Barack Obama nel 2007 e 2008, con un milione di dollari tra donazioni dirette dell’istituto e donazioni dei suoi dirigenti. Ovviamente si tratta di un caso ma nel 2010, con Obama presidente, il Dipartimento di Giustizia ritenne di non avere “basi adeguate” per perseguire per truffa la banca e i suoi dirigenti a proposito dello sfacelo finanziario del 2008, nonostante che il rapporto della speciale Commissione d’inchiesta del Congresso, presieduta dal senatore democratico Carl Levin, sostenesse esattamente il contrario.
La banca nel 2008 fu salvata da un bail out finanziato con 10 miliardi di dollari dei contribuenti americani. Ora, nella Casa Bianca del Donald Trump evirato, il Consiglio economico nazionale ha come direttore Gary Cohn, che fu il vice di Lloyd Blankfein, mentre il ministro del Tesoro è Steven Mnuchin, che di Goldman Sachs fu chief information officer. In pratica, la politica economico-finanziaria degli Usa è oggi sotto la loro tutela.
Bel colpo, no? Anche perché l’altro gruppo dominante è quello dei generali. John Kelly, già capo della Sicurezza interna, è da qualche tempo capo di gabinetto della Presidenza, e sta silurando tutti i trumpiani della prima ora come Bannon. Poi c’è James Mattis al Pentagono come ministro della Difesa. E per finire Herbert Raymond McMaster come consigliere per la Sicurezza nazionale. Per dare un’idea: era dai tempi di Richard Nixon, cioè della guerra in Vietnam, che non c’era un militare nel ruolo di capo di gabinetto.
Ecco, la domanda è: ma davvero ci sentiamo meglio ora che gli Usa sono diretti da un pugno di banchieri e di generali? Le conseguenze già si vedono. Bannon è stato cacciato dopo aver detto che l’idea di una missione militare contro la Corea del Nord era insostenibile. Cosa che tutti pensano, perché bombardare il cortile sul retro della Cina non è una grande idea, ma che forse non piaceva alla lobby militare. Poi Trump ha deciso di spedire altri 4 mila soldati Usa in Afghanistan, a proseguire un disastro che da sedici anni si perpetua senza prospettive.
L’ondivago Obama prima aveva potenziato la missione, portando fino a 95 mila il numero dei soldati negli anni tra il 2010 e il 2013; poi aveva concluso il secondo mandato presidenziale con promesse di ritiro totale. La nuova Casa Bianca si rimette sulla stessa strada, come se non fosse successo niente.
Piacerebbe sapere che cosa pensano, adesso, i famosi liberal americani, quelli delle marce per la pace e il progresso. Devono essere gli unici a non capire che finanza e militari non sono ricomparsi insieme per caso ma perché da decenni, sotto l’ombrello ideologico neo-con (dove “con” sta per conservatori, anche quelli del Partito democratico), sono la testa e il braccio di un unico genere di globalizzazione, quella che fa gli interessi degli Usa e delle grandi compagnie transnazionali, e che si incarica di spianar loro la strada spianando questo o quel Paese che non risulta allineato.
Alla fine, con le manifestazioni, i cartelli e tutto l’ambaradan, questa brava gente preoccupata per le sorti della democrazia ha dato una mano affinché i finanzieri che hanno speculato e si sono poi salvati a spese dei risparmi della piccola e media borghesia e i generali di imprese come l’Afghanistan e l’Iraq potessero riprendersi tutto, ma proprio tutto il potere. Donald Trump e i suoi saranno pure stati un disastro. Ma di che cosa dovremmo essere contenti, adesso?
Fonte
Trump è un nazionalista di destra, valvola di sfogo – tra l’altro – dell’America bianca e razzista, ma la sua parabola illustra (con le dovute differenze, certo) quel che sarebbe accaduto a Bernie Sanders, se non fosse stato fermato assai prima dall’establishment “democratico” (grazie a un sistema di “grandi elettori” che permette di annullare in buona parte i voti dei partecipanti alle primarie).
Del resto, che gli Stati Uniti – col potenziale economico e di fuoco militare che hanno – possano essere politicamente “contendibili” secondo le regole della democrazia astratta è sempre stata una pia illusione. Ma comunemente accettata come narrazione credibile; anzi, un vero e proprio modello universale valido per tutti i paesi e tutte le culture (una forma particolarmente ideologica di imperialismo, che ignora ed azzera decenni di studi antropologici).
L’elezione di Trump e il suo progressivo confinamento – ripetiamo: quella di Sanders avrebbe avuto lo stesso destino, anche se espressione di un blocco sociale in buona parte diverso e con un altro sistema di valori – dimostra la potenza immanente, istituzionalizzata, performante i dispositivi statuali federali, di un’aggregazione di poteri che non ammette deviazioni significative sulla base della sola forza elettorale.
Con la cacciata anche di Steve Bannon è diventato evidente a tutti che Trump, lungi dall’essere quello che pretende di essere, è di fatto un prigioniero nel Palazzo. Ci potrà restare – l’ipotesi impeachment è scomparsa dai media, resta confinata in un percorso istituzionale contorto ma sempre accelerabile, se necessario – anche fino alla fine del mandato, ma senza poteri effettivi. Pura rappresentazione “twittata” di un potere politico ridotto a sceneggiata.
Uno degli analisti che fin dall’inizio aveva colto la “novità Trump”, sottraendosi al pensiero binario dominante (“sei favorevole o contrario”?), si prende giustamente beffe di quanti – qui in Italia, completamente fuori dai giochi – si sono spesi in una ridicola campagna comunicativa “pro establishment”, scambiando i propri film per realtà politica. Con il risultato di star ora lì ad applaudire l’opera di normalizzazione di una giunta militare diretta da banchieri d’affari. Anzi, da una sola banca che porta il nome di Goldman Sachs.
Quando parliamo di “sinistra rosè” o di stupidità complice, di tifoseria che ignora le regole del gioco, alzate lo sguardo su questo idilliaco quadretto...
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La presidenza Trump è finita (ammesso che sia mai cominciata)
Di fatto The Donald
risulta commissariato da Wall Street e dal Pentagono. L’attuale politica
Usa (finanza forte e interventismo militare) è l’esatto contrario di
quanto promesso in campagna elettorale
da http://www.linkiesta.it
Sarà pure un neofascista-razzista-diffusore di fake news, però Steve Bannon, lo stratega della vittoria più clamorosa nella storia delle elezioni presidenziali americane, ha ragione: con il suo licenziamento è ufficialmente finita la presidenza di Donald Trump. Quella, almeno, per cui gli elettori spuntati dalla penombra dell’America profonda avevano votato: nazionalista in economia, isolazionista, attenta alle ragioni dei lavoratori, meno disposta a fare, con gli esiti che conosciamo, il gendarme (spesso non richiesto) del mondo.
Si può certamente discutere di tale apparato ideologico, negargli qualunque valore di novità, e persino considerare l’arrivo di Trump una disgrazia epocale. Siamo in democrazia, perbacco. Ed è lecito anche chiedersi se tale “presidenza Trump”, tra i pasticci del Donald, l’opposizione del Partito democratico, l’ostilità di una parte del Partito repubblicano e il boicottaggio dello Stato profondo, sia mai cominciata.
Però, se fossimo nei panni dei tanti benintenzionati che hanno scambiato Trump per il demonio e il suo arrivo sulla scena per la fine del mondo, adesso ci faremmo qualche domanda.
Alla Casa Bianca, adesso, comandano due gruppi del tutto complementari. Il primo è quello dei boss di Goldman Sachs, la banca d’affari che nel 2008 contribuì a innescare la crisi finanziaria che poi ebbe ripercussioni in tutto il mondo. Non lo dico io, lo ammise Lloyd Blankfein, all’epoca amministratore della banca, che nel 2010 ha dichiarato durante un’intervista alla Cnn: “Abbiamo contribuito allo scoppio della bolla che ha portato alla crisi, finanziando progetti immobiliari con un livello di indebitamento troppo elevato”.
Goldman Sachs era stata anche uno dei principali donatori per la campagna elettorale di Barack Obama nel 2007 e 2008, con un milione di dollari tra donazioni dirette dell’istituto e donazioni dei suoi dirigenti. Ovviamente si tratta di un caso ma nel 2010, con Obama presidente, il Dipartimento di Giustizia ritenne di non avere “basi adeguate” per perseguire per truffa la banca e i suoi dirigenti a proposito dello sfacelo finanziario del 2008, nonostante che il rapporto della speciale Commissione d’inchiesta del Congresso, presieduta dal senatore democratico Carl Levin, sostenesse esattamente il contrario.
La banca nel 2008 fu salvata da un bail out finanziato con 10 miliardi di dollari dei contribuenti americani. Ora, nella Casa Bianca del Donald Trump evirato, il Consiglio economico nazionale ha come direttore Gary Cohn, che fu il vice di Lloyd Blankfein, mentre il ministro del Tesoro è Steven Mnuchin, che di Goldman Sachs fu chief information officer. In pratica, la politica economico-finanziaria degli Usa è oggi sotto la loro tutela.
Bel colpo, no? Anche perché l’altro gruppo dominante è quello dei generali. John Kelly, già capo della Sicurezza interna, è da qualche tempo capo di gabinetto della Presidenza, e sta silurando tutti i trumpiani della prima ora come Bannon. Poi c’è James Mattis al Pentagono come ministro della Difesa. E per finire Herbert Raymond McMaster come consigliere per la Sicurezza nazionale. Per dare un’idea: era dai tempi di Richard Nixon, cioè della guerra in Vietnam, che non c’era un militare nel ruolo di capo di gabinetto.
Ecco, la domanda è: ma davvero ci sentiamo meglio ora che gli Usa sono diretti da un pugno di banchieri e di generali? Le conseguenze già si vedono. Bannon è stato cacciato dopo aver detto che l’idea di una missione militare contro la Corea del Nord era insostenibile. Cosa che tutti pensano, perché bombardare il cortile sul retro della Cina non è una grande idea, ma che forse non piaceva alla lobby militare. Poi Trump ha deciso di spedire altri 4 mila soldati Usa in Afghanistan, a proseguire un disastro che da sedici anni si perpetua senza prospettive.
L’ondivago Obama prima aveva potenziato la missione, portando fino a 95 mila il numero dei soldati negli anni tra il 2010 e il 2013; poi aveva concluso il secondo mandato presidenziale con promesse di ritiro totale. La nuova Casa Bianca si rimette sulla stessa strada, come se non fosse successo niente.
Piacerebbe sapere che cosa pensano, adesso, i famosi liberal americani, quelli delle marce per la pace e il progresso. Devono essere gli unici a non capire che finanza e militari non sono ricomparsi insieme per caso ma perché da decenni, sotto l’ombrello ideologico neo-con (dove “con” sta per conservatori, anche quelli del Partito democratico), sono la testa e il braccio di un unico genere di globalizzazione, quella che fa gli interessi degli Usa e delle grandi compagnie transnazionali, e che si incarica di spianar loro la strada spianando questo o quel Paese che non risulta allineato.
Alla fine, con le manifestazioni, i cartelli e tutto l’ambaradan, questa brava gente preoccupata per le sorti della democrazia ha dato una mano affinché i finanzieri che hanno speculato e si sono poi salvati a spese dei risparmi della piccola e media borghesia e i generali di imprese come l’Afghanistan e l’Iraq potessero riprendersi tutto, ma proprio tutto il potere. Donald Trump e i suoi saranno pure stati un disastro. Ma di che cosa dovremmo essere contenti, adesso?
Fonte
10/03/2017
Draghi e Goldmans Sachs accusano la Germania
Si dice giustamente che i trattati europei e l’euro sono stati disegnati su misura per gli interessi dell’economia tedesca, ovvero delle sue imprese e filiere. Non certo a favore dei lavoratori tedeschi, che per primi – con le riforme del lavoro firmate da Hartz e dal “socialdemocratico” Schroeder – hanno sperimentato il blocco salariale, la deregulation del mercato del lavoro, i “lavoretti” precari che da temporanei sono rapidamente diventati a vita.
Sembrerebbe solo una questione di giustizia sociale interna alla Germania e invece i bassi salari tedeschi – relativamente, sono pur sempre un 30% più alti di quelli italiani... – sono ormai un problema per l’economia continentale, la tenuta dell’euro e dell’intera struttura dell’Unione Europea.
Esagerazioni? Beh, se in qualche modo arriva a parlarne Mario Draghi, presidente della Bce, qualcosa di profondamente vero ci deve essere. Nella conferenza stampa che ieri ha accompagnato l’ennesima riunione del board di Francoforte – che ha deciso di mantenere a zero i tassi d'interesse, negativi quelli sui depositi e intatta la portata del quantitative easing (60 miliardi al mese, da aprile a dicembre, scalando un poco dagli 80 attuali) – il presidente ha chiaramente spiegato che l’inflazione europea sta sì risalendo verso l’agognato 2%, ma per i motivi sbagliati. Ossia per l’aumento dei prezzi energetici in seguito all’accordo tra paesi Opec e Russia per la riduzione dei quantitativi estratti. L’inflazione nominale “è di nuovo aumentata in larga misura per i prezzi energetici e alimentari”, ma “l’inflazione di base continua ad essere debole”.
In gergo si chiama “inflazione importata”, non derivante dalla buona salute dell’economia. Se questa stesse funzionando bene, infatti, si avrebbe una bassa disoccupazione e dunque salari mediamente più alti. E invece non è così. “Siamo più ottimisti sulle stime di crescita – ha detto – ma dobbiamo ancora vedere queste migliori prospettive diffondersi all’intera area dell’euro e tradursi in un’inflazione più elevata e che soddisfi quattro fondamentali criteri e cioè che sia convergente verso il 2% nel medio termine, non temporanea, auto sostenibile e cioè che permanga anche al netto delle nostre misure e che valga per tutti i paesi“. Quella attuale è invece una lieve spinta inflazionistica che si avvicina all’obiettivo solo in Germania (e Olanda), mentre negli altri paesi è assai distante da quel livello. Soprattutto è assolutamente dipendente da fattori temporanei e non si sostiene da sé (se la Bce interrompesse improvvisamente la sua politica monetaria si tornerebbe probabilmente in deflazione).
Perché il quadro possa essere considerato in via di miglioramento “mancano ancora sviluppi significativi sui salari”. E visto che a tutti gli altri paesi europei è stata imposta per oltre un decennio la svalutazione salariale interna, questa attesa di “sviluppi” non può che essere rivolta alla Germania.
Una ripresa salariale a Berlino si tradurrebbe infatti in maggiori consumi locali e quindi maggiori importazioni dagli altri paesi dell’Unione, con evidenti effetti positivi per tutta l’area e conseguente riduzione dell’immane surplus commerciale tedesco (oltre il doppio rispetto a quanto imposto dai parametri di Maastricht).
Non si tratta di un’attesa soltanto europea, comunque. Anche Goldman Sachs accusa apertamente la politica tedesca di causare una accentuazione del blocco dell’economia del Vecchio Continente. Fa notare infatti che la curva di Philips – uno degli indicatori più utilizzati per analizzare la correlazione tra occupazione e salari – risulta piatta da anni: “Se la situazione in Italia e Francia è abbastanza chiara con lievi scostamenti del tasso di disoccupazione negli ultimi anni, quella della Germania è inspiegabile”. Secondo i calcoli di Goldman Sachs i salari tedeschi – con una disoccupazione al di sotto del 5% – dovrebbero essere cresciuti del 9%, mentre invece sono praticamente fermi al livello dell’inflazione. “Senza una ripresa dei salari in Germania – scrive la banca d’affari – difficilmente l’inflazione core dell’Eurozona tornerà a crescere”.
Di tutte queste critiche, però, il vertice politico di Berlino se ne infischia altamente. Proprio nelle stesse ore, Wolfgang Schaeuble, ministro della Finanze tedesco, decretava che “le misure di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite”, chiedendo esplicitamente la fine del quantitative easing: “più dura la fase dei bassi tassi di interesse, più aumenta l’impatto sulle attività finanziarie. Per questo sto propugnando un tempestivo avvio della exit strategy. Sarà piuttosto difficile ma deve essere fatto”.
Messa così, in un quadro globale sostanzialmente fermo – gli unici paesi davvero in crescita, seppur rallentata, sono Cina e India – non ci può essere soluzione e la “ripresa europea” rischia di esser soffocata nella culla. Sempre Goldman Sachs, in un attacco di “buonismo” davvero insolito, spiega che da quando esiste l’euro – che ha azzerato ogni manovra nazionale sui tassi di cambio – il peso del riequilibrio economico è caduto tutto sull’aggiustamento dei salari e dei prezzi. Di fatto, i paesi più deboli dell’Unione Europea sono stati costretti a mantenere prezzi e salari ad un livello inferiore rispetto a quelli tedeschi. Una spirale deflazionistica che si è andata alimentando in automatico da oltre 15 anni e che spiega buona parte – non tutto, naturalmente – del pessimo quadro dell’economia continentale.
Si vedrà nei prossimi mesi se sarà la Bce a cedere – cominciando a virare verso la “normalità” monetaria – oppure Berlino, allentando la presa sulla dinamica salariale. Siamo in un anno elettorale anche in Germania, e non a caso la Spd ha stilato una serie di promesse elettorali in questa direzione. In fondo, la pressione del malcontento popolare si fa sentire anche lì...
Fonte
Sembrerebbe solo una questione di giustizia sociale interna alla Germania e invece i bassi salari tedeschi – relativamente, sono pur sempre un 30% più alti di quelli italiani... – sono ormai un problema per l’economia continentale, la tenuta dell’euro e dell’intera struttura dell’Unione Europea.
Esagerazioni? Beh, se in qualche modo arriva a parlarne Mario Draghi, presidente della Bce, qualcosa di profondamente vero ci deve essere. Nella conferenza stampa che ieri ha accompagnato l’ennesima riunione del board di Francoforte – che ha deciso di mantenere a zero i tassi d'interesse, negativi quelli sui depositi e intatta la portata del quantitative easing (60 miliardi al mese, da aprile a dicembre, scalando un poco dagli 80 attuali) – il presidente ha chiaramente spiegato che l’inflazione europea sta sì risalendo verso l’agognato 2%, ma per i motivi sbagliati. Ossia per l’aumento dei prezzi energetici in seguito all’accordo tra paesi Opec e Russia per la riduzione dei quantitativi estratti. L’inflazione nominale “è di nuovo aumentata in larga misura per i prezzi energetici e alimentari”, ma “l’inflazione di base continua ad essere debole”.
In gergo si chiama “inflazione importata”, non derivante dalla buona salute dell’economia. Se questa stesse funzionando bene, infatti, si avrebbe una bassa disoccupazione e dunque salari mediamente più alti. E invece non è così. “Siamo più ottimisti sulle stime di crescita – ha detto – ma dobbiamo ancora vedere queste migliori prospettive diffondersi all’intera area dell’euro e tradursi in un’inflazione più elevata e che soddisfi quattro fondamentali criteri e cioè che sia convergente verso il 2% nel medio termine, non temporanea, auto sostenibile e cioè che permanga anche al netto delle nostre misure e che valga per tutti i paesi“. Quella attuale è invece una lieve spinta inflazionistica che si avvicina all’obiettivo solo in Germania (e Olanda), mentre negli altri paesi è assai distante da quel livello. Soprattutto è assolutamente dipendente da fattori temporanei e non si sostiene da sé (se la Bce interrompesse improvvisamente la sua politica monetaria si tornerebbe probabilmente in deflazione).
Perché il quadro possa essere considerato in via di miglioramento “mancano ancora sviluppi significativi sui salari”. E visto che a tutti gli altri paesi europei è stata imposta per oltre un decennio la svalutazione salariale interna, questa attesa di “sviluppi” non può che essere rivolta alla Germania.
Una ripresa salariale a Berlino si tradurrebbe infatti in maggiori consumi locali e quindi maggiori importazioni dagli altri paesi dell’Unione, con evidenti effetti positivi per tutta l’area e conseguente riduzione dell’immane surplus commerciale tedesco (oltre il doppio rispetto a quanto imposto dai parametri di Maastricht).
Non si tratta di un’attesa soltanto europea, comunque. Anche Goldman Sachs accusa apertamente la politica tedesca di causare una accentuazione del blocco dell’economia del Vecchio Continente. Fa notare infatti che la curva di Philips – uno degli indicatori più utilizzati per analizzare la correlazione tra occupazione e salari – risulta piatta da anni: “Se la situazione in Italia e Francia è abbastanza chiara con lievi scostamenti del tasso di disoccupazione negli ultimi anni, quella della Germania è inspiegabile”. Secondo i calcoli di Goldman Sachs i salari tedeschi – con una disoccupazione al di sotto del 5% – dovrebbero essere cresciuti del 9%, mentre invece sono praticamente fermi al livello dell’inflazione. “Senza una ripresa dei salari in Germania – scrive la banca d’affari – difficilmente l’inflazione core dell’Eurozona tornerà a crescere”.
Di tutte queste critiche, però, il vertice politico di Berlino se ne infischia altamente. Proprio nelle stesse ore, Wolfgang Schaeuble, ministro della Finanze tedesco, decretava che “le misure di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite”, chiedendo esplicitamente la fine del quantitative easing: “più dura la fase dei bassi tassi di interesse, più aumenta l’impatto sulle attività finanziarie. Per questo sto propugnando un tempestivo avvio della exit strategy. Sarà piuttosto difficile ma deve essere fatto”.
Messa così, in un quadro globale sostanzialmente fermo – gli unici paesi davvero in crescita, seppur rallentata, sono Cina e India – non ci può essere soluzione e la “ripresa europea” rischia di esser soffocata nella culla. Sempre Goldman Sachs, in un attacco di “buonismo” davvero insolito, spiega che da quando esiste l’euro – che ha azzerato ogni manovra nazionale sui tassi di cambio – il peso del riequilibrio economico è caduto tutto sull’aggiustamento dei salari e dei prezzi. Di fatto, i paesi più deboli dell’Unione Europea sono stati costretti a mantenere prezzi e salari ad un livello inferiore rispetto a quelli tedeschi. Una spirale deflazionistica che si è andata alimentando in automatico da oltre 15 anni e che spiega buona parte – non tutto, naturalmente – del pessimo quadro dell’economia continentale.
Si vedrà nei prossimi mesi se sarà la Bce a cedere – cominciando a virare verso la “normalità” monetaria – oppure Berlino, allentando la presa sulla dinamica salariale. Siamo in un anno elettorale anche in Germania, e non a caso la Spd ha stilato una serie di promesse elettorali in questa direzione. In fondo, la pressione del malcontento popolare si fa sentire anche lì...
Fonte
16/02/2017
Mnuchin: uno speculatore al Tesoro USA
di Michele Paris
Mentre la stampa americana e quella internazionale sono impegnate a raccontare la vicenda dei legami con la Russia del consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, questa settimana il Senato di Washington ha ratificato ufficialmente la nomina a segretario al Tesoro dell’ex top manager di Goldman Sachs, Steven Mnuchin.
Mnuchin è l’ennesimo multimilionario a entrare a far parte della nuova amministrazione Repubblicana, nonché uno dei tanti discepoli del colosso bancario americano scelti dal neo-presidente per implementare un’agenda economica apertamente pro-business.
Le credenziali che hanno portato Mnuchin alla guida del Tesoro americano non sono da ricercare nella sua esperienza politica o come capo di un qualche ente governativo di vigilanza dell’industria finanziaria, bensì nell’ambito della pura speculazione bancaria.
Entrato nella prima metà degli anni Novanta in Goldman Sachs, dove lavorava il padre, Mnuchin ne è diventato vice-presidente nel dicembre del 2001, prima di lasciare l’istituto l’anno successivo con un bonus di oltre 50 milioni di dollari. Dopo Wall Street, Mnuchin si è avventurato nel mondo degli “hedge funds”, finanziando tra l’altro alcuni progetti immobiliari di Donald Trump.
L’ultima parte della sua carriera è stata quella maggiormente indagata dai giornali americani e dal Senato di Washington durante le audizioni che hanno preceduto la conferma alla carica di segretario al Tesoro.
Nel 2009, il fondo di Mnuchin acquistò a un prezzo di favore la banca californiana IndyMac, fortemente coinvolta nella crisi dei mutui “subprime”. Il nuovo istituto venne ribattezzato OneWest e avrebbe subito perseguito un’aggressiva politica di pignoramento degli immobili i cui proprietari non erano più in grado di pagare i mutui contratti. Mnuchin e la sua banca realizzarono profitti enormi con questo genere di speculazione, mentre molti proprietari decisero di avviare cause legali, spesso risolte in patteggiamenti milionari.
In un caso riportato qualche settimana fa dalla stampa USA, OneWest aveva pignorato l’abitazione di una donna di 90 anni in seguito a un errore nel pagamento del suo mutuo pari a 27 centesimi di dollaro.
Senza mostrare particolari scrupoli, nel corso delle audizioni al Senato Mnuchin ha mentito deliberatamente in risposta alle domande sulle pratiche della banca OneWest, assicurando che quest’ultima non ha “ricavato benefici dalle sofferenze altrui”. Ciò è bastato perché Mnuchin riuscisse a incassare la conferma del Senato.
Tutti e 52 i senatori Repubblicani hanno infatti votato a favore del nuovo segretario al Tesoro, assieme a un unico Democratico, il “centrista” Joe Manchin della West Virginia, mentre gli altri 47 Democratici hanno espresso parere contrario. In precedenza, la leadership Democratica aveva provato a rallentare la nomina di Mnuchin boicottando le audizioni alla commissione Finanza del Senato, ben sapendo però fin dall’inizio che non ci sarebbero state di fatto possibilità reali di successo.
In un’altra controversia scoppiata attorno alla sua nomina, Mnuchin aveva mancato di notificare al Congresso la proprietà di beni immobiliari per quasi 100 milioni di dollari, più alcune opere d’arte per un altro milione e il suo ruolo di direttore di un fondo di investimenti con sede alle isole Cayman.
Una
volta insediato nel suo nuovo incarico, Mnuchin sarà chiamato a
prendere decisioni importanti per l’economia americana e non solo. Entro
il 15 marzo prossimo, ad esempio, il Congresso dovrà autorizzare
l’innalzamento del tetto del debito federale e, se ciò non dovesse
avvenire, sarà il segretario al Tesoro a dover decidere come trovare e
dove indirizzare il denaro pubblico per il pagamento degli obblighi del
governo di Washington, così da evitare il default.
Un'altra questione cruciale sarà la “riforma” del sistema di tassazione per le aziende private. Mnuchin ha affermato di fronte al Senato di essere contrario a un “taglio incondizionato” del carico fiscale delle corporation americane, ma Trump e la maggioranza Repubblicana al Congresso stanno preparando precisamente un abbassamento sostanziale delle tasse per il business privato e il nuovo numero uno del Tesoro finirà con ogni probabilità per avallare l’impostazione complessiva della proposta finale.
Mnuchin sarà anche coinvolto, assieme al consigliere per l’economia del presidente, Gary Cohn, nella preparazione del piano di smantellamento delle già esili regolamentazioni dell’industria finanziaria americana, come promesso prima e dopo le elezioni da Trump.
Nel mirino c’è in particolare la legge “Dodd-Frank” del 2010, ovvero la riforma seguita alla crisi finanziaria del 2008-2009 che avrebbe dovuto limitare le pratiche criminali delle banche americane.
Su quest’ultimo punto opererà inoltre il probabile nuovo direttore della Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC), l’avvocato di Wall Street Jay Clayton. Il prescelto da Trump per guidare un’agenzia che dovrebbe in teoria tutelare risparmiatori e investitori, la cui consorte lavora per Goldman Sachs, ha dedicato tutta la sua carriera alla difesa delle grandi banche e, secondo la senatrice Democratica Elizabeth Warren la sua nomina è stata “un’ottima notizia per chi dirige una grande banca o un hedge fund”.
Sotto la gestione di Clayton, è più che probabile che le già fragili iniziative della direttrice uscente della SEC, Mary Jo White, per la protezione degli investitori, così come quelle punitive dirette contro le banche che violano le regole, verranno indebolite per favorire il libero svolgimento delle manipolazioni finanziarie.
Il nuovo segretario al Tesoro Mnuchin non è infine l’unico rappresentante di Wall Street e, più precisamente, non è l’unico ad avere lavorato per Goldman Sachs all’interno dell’amministrazione Trump. Il già ricordato Gary Cohn è stato fino a pochi giorni fa il presidente di questa banca, lasciata per entrare alla Casa Bianca con una buonuscita che, secondo la CNN, ammonta a 285 milioni di dollari.
Lo stesso “stratega capo” del presidente, Stephen Bannon, al centro di accese polemiche per le sue inclinazioni neo-fasciste, ha lavorato nella divisione Fusioni e Acquisizioni di Goldman Sachs, diventandone vice-presidente fino al suo addio nel febbraio del 1990. Anche Anthony Scaramucci, infine, ha beneficiato della sua permanenza in Goldman Sachs fino al 1996 per ottenere la direzione di un ufficio alla Casa Bianca dopo l’elezione di Trump.
La
presenza di ex manager di Goldman Sachs all’interno dei governi
americani, incluse le amministrazioni Democratiche, è tutt’altro che
nuova, né può essere una sorpresa nel caso di un presidente miliardario
che ha costruito il suo governo scegliendo membri di spicco della
ristretta élite economico-finanziaria americana.
Le nomine seguite al successo di Trump nel voto di novembre hanno perciò da subito contraddetto la retorica populista di una campagna elettorale incentrata sull’appello a lavoratori e classe media, messi in crisi anche da un’industria finanziaria onnipotente. Proprio contro Goldman Sachs, poi, Trump si era scagliato in più occasioni, denunciando frequentemente i legami molto stretti tra i vertici della banca di Wall Street e la sua sfidante per la Casa Bianca, Hillary Clinton.
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Mentre la stampa americana e quella internazionale sono impegnate a raccontare la vicenda dei legami con la Russia del consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, questa settimana il Senato di Washington ha ratificato ufficialmente la nomina a segretario al Tesoro dell’ex top manager di Goldman Sachs, Steven Mnuchin.
Mnuchin è l’ennesimo multimilionario a entrare a far parte della nuova amministrazione Repubblicana, nonché uno dei tanti discepoli del colosso bancario americano scelti dal neo-presidente per implementare un’agenda economica apertamente pro-business.
Le credenziali che hanno portato Mnuchin alla guida del Tesoro americano non sono da ricercare nella sua esperienza politica o come capo di un qualche ente governativo di vigilanza dell’industria finanziaria, bensì nell’ambito della pura speculazione bancaria.
Entrato nella prima metà degli anni Novanta in Goldman Sachs, dove lavorava il padre, Mnuchin ne è diventato vice-presidente nel dicembre del 2001, prima di lasciare l’istituto l’anno successivo con un bonus di oltre 50 milioni di dollari. Dopo Wall Street, Mnuchin si è avventurato nel mondo degli “hedge funds”, finanziando tra l’altro alcuni progetti immobiliari di Donald Trump.
L’ultima parte della sua carriera è stata quella maggiormente indagata dai giornali americani e dal Senato di Washington durante le audizioni che hanno preceduto la conferma alla carica di segretario al Tesoro.
Nel 2009, il fondo di Mnuchin acquistò a un prezzo di favore la banca californiana IndyMac, fortemente coinvolta nella crisi dei mutui “subprime”. Il nuovo istituto venne ribattezzato OneWest e avrebbe subito perseguito un’aggressiva politica di pignoramento degli immobili i cui proprietari non erano più in grado di pagare i mutui contratti. Mnuchin e la sua banca realizzarono profitti enormi con questo genere di speculazione, mentre molti proprietari decisero di avviare cause legali, spesso risolte in patteggiamenti milionari.
In un caso riportato qualche settimana fa dalla stampa USA, OneWest aveva pignorato l’abitazione di una donna di 90 anni in seguito a un errore nel pagamento del suo mutuo pari a 27 centesimi di dollaro.
Senza mostrare particolari scrupoli, nel corso delle audizioni al Senato Mnuchin ha mentito deliberatamente in risposta alle domande sulle pratiche della banca OneWest, assicurando che quest’ultima non ha “ricavato benefici dalle sofferenze altrui”. Ciò è bastato perché Mnuchin riuscisse a incassare la conferma del Senato.
Tutti e 52 i senatori Repubblicani hanno infatti votato a favore del nuovo segretario al Tesoro, assieme a un unico Democratico, il “centrista” Joe Manchin della West Virginia, mentre gli altri 47 Democratici hanno espresso parere contrario. In precedenza, la leadership Democratica aveva provato a rallentare la nomina di Mnuchin boicottando le audizioni alla commissione Finanza del Senato, ben sapendo però fin dall’inizio che non ci sarebbero state di fatto possibilità reali di successo.
In un’altra controversia scoppiata attorno alla sua nomina, Mnuchin aveva mancato di notificare al Congresso la proprietà di beni immobiliari per quasi 100 milioni di dollari, più alcune opere d’arte per un altro milione e il suo ruolo di direttore di un fondo di investimenti con sede alle isole Cayman.
Un'altra questione cruciale sarà la “riforma” del sistema di tassazione per le aziende private. Mnuchin ha affermato di fronte al Senato di essere contrario a un “taglio incondizionato” del carico fiscale delle corporation americane, ma Trump e la maggioranza Repubblicana al Congresso stanno preparando precisamente un abbassamento sostanziale delle tasse per il business privato e il nuovo numero uno del Tesoro finirà con ogni probabilità per avallare l’impostazione complessiva della proposta finale.
Mnuchin sarà anche coinvolto, assieme al consigliere per l’economia del presidente, Gary Cohn, nella preparazione del piano di smantellamento delle già esili regolamentazioni dell’industria finanziaria americana, come promesso prima e dopo le elezioni da Trump.
Nel mirino c’è in particolare la legge “Dodd-Frank” del 2010, ovvero la riforma seguita alla crisi finanziaria del 2008-2009 che avrebbe dovuto limitare le pratiche criminali delle banche americane.
Su quest’ultimo punto opererà inoltre il probabile nuovo direttore della Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC), l’avvocato di Wall Street Jay Clayton. Il prescelto da Trump per guidare un’agenzia che dovrebbe in teoria tutelare risparmiatori e investitori, la cui consorte lavora per Goldman Sachs, ha dedicato tutta la sua carriera alla difesa delle grandi banche e, secondo la senatrice Democratica Elizabeth Warren la sua nomina è stata “un’ottima notizia per chi dirige una grande banca o un hedge fund”.
Sotto la gestione di Clayton, è più che probabile che le già fragili iniziative della direttrice uscente della SEC, Mary Jo White, per la protezione degli investitori, così come quelle punitive dirette contro le banche che violano le regole, verranno indebolite per favorire il libero svolgimento delle manipolazioni finanziarie.
Il nuovo segretario al Tesoro Mnuchin non è infine l’unico rappresentante di Wall Street e, più precisamente, non è l’unico ad avere lavorato per Goldman Sachs all’interno dell’amministrazione Trump. Il già ricordato Gary Cohn è stato fino a pochi giorni fa il presidente di questa banca, lasciata per entrare alla Casa Bianca con una buonuscita che, secondo la CNN, ammonta a 285 milioni di dollari.
Lo stesso “stratega capo” del presidente, Stephen Bannon, al centro di accese polemiche per le sue inclinazioni neo-fasciste, ha lavorato nella divisione Fusioni e Acquisizioni di Goldman Sachs, diventandone vice-presidente fino al suo addio nel febbraio del 1990. Anche Anthony Scaramucci, infine, ha beneficiato della sua permanenza in Goldman Sachs fino al 1996 per ottenere la direzione di un ufficio alla Casa Bianca dopo l’elezione di Trump.
Le nomine seguite al successo di Trump nel voto di novembre hanno perciò da subito contraddetto la retorica populista di una campagna elettorale incentrata sull’appello a lavoratori e classe media, messi in crisi anche da un’industria finanziaria onnipotente. Proprio contro Goldman Sachs, poi, Trump si era scagliato in più occasioni, denunciando frequentemente i legami molto stretti tra i vertici della banca di Wall Street e la sua sfidante per la Casa Bianca, Hillary Clinton.
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02/12/2016
Prodi: ritorno di una mortadella con marchio Goldman Sachs e altri racconti referendari
Scrivere di Prodi è prima di tutto un problema di disagio morale. E’ ormai quasi scomparsa la memoria del disastro della Kater-I-Rades, che provocò circa 100 morti, frutto della sciagurata politica italiana di contenimento dei barconi albanesi. Politica operata dal governo Prodi, nel tentativo maldestro di fermare una marea umana, allora in fuga dall’Albania, dopo la crisi delle finanziarie del paese delle aquile. In primavera saranno passati vent’anni esatti dalla strage, già ampiamente rimossa nel decennale (che vedeva Prodi, ironia della sorte, di nuovo presidente del consiglio).
Eppure, quando riemerge il nome di Prodi, il disagio di questo ricordo appare di nuovo. Il problema è che il popolare “mortadella”, soprannome nato durante le strategie di accreditamento di Prodi come personaggio per famiglie nel periodo del primo confronto con Berlusconi, è stato persino etichettato come qualcosa di compatibile a sinistra. Non solo, grazie al disastro politico a sinistra contemporaneo all’ascesa di Berlusconi, Prodi della sinistra istituzionale, e di quella “radicale”, è stato il leader riconosciuto. Leader di una coalizione, quella contro Berlusconi, che pur operando in un sottinteso antifascista, quello che voleva le destre berlusconiane come anticamera di un più robusto rischio autoritario, dell’antifascismo non aveva nessuno dei vantaggi. Ad esempio, ne citiamo uno, era assente quella tutela dei beni pubblici, e dei servizi sociali, nonché delle politiche a tutela della libertà di espressione e del salario, tipiche di ogni accordo antifascista. Fu invece presente un processo di privatizzazioni, a partire dal 1996, che poco, per non dire nulla, aveva a che vedere con la costituzione antifascista (che prevede il primato del pubblico nell’intervento economico). Ma il pittoresco politicismo dei Bertinotti, e le necessità di posizionamento di tanto ceto politico, riuscirono nel miracolo di rendere appetibile a sinistra il governo Prodi. La stessa persona che, commissario di una Ue allineata con il FMI, fu di nuovo scelta da tanta sinistra noglobal, quella che a Genova contestava quelle stesse istituzioni, come leader della coalizione del 2006.
E fu così che Prodi, protagonista in prima persona dello smantellamento dei beni pubblici nell’industria, nell’innovazione e nella ricerca, già come presidente dell’Iri, divenne il frontman di molta sinistra per tutto un decennio. Come è andato a finire questo (interessato) equivoco lo sappiamo: fine della sinistra istituzionale post ’89 e pensionamento politico di Prodi. Con una coda velenosa, la mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica dopo anni di binario politicamente morto, che ha aggiunto quella corona di spine necessaria nella descrizione del martirio politico di una sconfitta. Già perché Prodi, ottimo nelle relazioni politiche tanto da farsi nominare due volte leader di una coalizione e commissario Ue, politicamente parlando le ha perse tutte. Tanto da farsi disarcionare, una volta al comando, dalla sua stessa coalizione. Per non parlare dello sputtanamento finale con la candidatura a presidente della Repubblica. Capita a un ceto politico convinto di saper giocare sulla scacchiera giusta per imporre comando e privatizzazioni. Dal punto di vista di una politica istituzionale cinica e opportunista: passi per le privatizzazioni, alla fine anche la sinistra si adegua, ma non per il comando. Quello richiede altre doti. Prodi, pur riconosciuto da tutti come una tigre nelle stanze del potere, ha sempre mancato degli strumenti essenziali per essere un capobastone anche in politica, oltre che nel mondo accademico: una macchina di voti propria, e organizzata, un dispositivo dei media popolare. E, ça va sans dire, una strategia politica che non sia semplicemente provare a mettere d’accordo una rete fatta di finanza amica, banche e rami alti dell’amministrazione dello stato.
Oggi Prodi riemerge con una, sotto sotto, rancorosa dichiarazione di voto. Come mai? Evidentemente tutto questo somiglia molto all’ultima occasione per rientrare nei giochi politici. O comunque nei giochi che contano. Insomma, un ex presidente del consiglio, commissario Ue, ambasciatore delle politiche di impresa del mondo, già advisor di Goldman Sachs che cerca collocazione. Già, perché il rapporto con Goldman Sachs, da parte di Prodi, non è episodico. Non solo per il ruolo di advisor ricoperto da Prodi. Affonda negli anni ’80 e ’90, in affari che Prodi ha fatto fare a Goldman, che ad esempio fece da player finanziario alla privatizzazione della Bertolli. Affonda, ovviamente, nella consulenza di Prodi a Goldman tra il ’90 e il ’93. Non molto prima di essere abbracciato da Bertinotti insomma (e viene davvero da ridere a pensare a tutta la vicenda). Inutile andare a cercare gli uomini Goldman dentro i governi Prodi, piuttosto c’è da chiedersi una cosa, seguendo questa pista. Goldman Sachs si è già piazzata nel NO, con Mario Monti, e dispone la propria rete di relazioni nello schieramento del SI, via Romano Prodi?
Del resto già durante l’estate circolava un rapporto sull’Italia di Goldman Sachs che si schierava a favore del Si e di Renzi. Non certo per le conseguenze sostanzialmente nulle nel caso dei titoli di Stato grazie al quantitative easing della Bce. Ma proprio per gli effetti molto pesanti su MontePaschi e sul sistema bancario. Si badi bene, effetti per Goldman, che si vede incapace stare, finanziariamente parlando, nelle conseguenze di un crollo di MPS e delle banche italiane senza Renzi. Comunque vada quindi Prodi, tornato in campo, potrebbe garantire, il condizionale è d’obbligo in una situazione del genere, quella capacità di mediazione, in caso di crisi, sulla vicenda bancaria. Una capacità di mediazione che faccia comodo a Goldman Sachs e a Renzi. E c’è un dettaglio da non trascurare. Le previsioni di aumento dell’inflazione e dei bond Usa, se confermate, finiranno per alzare i tassi anche in Europa. Allargando il debito pubblico italiano. E quindi, di conseguenza, estendendo il mercato delle obbligazioni. Ecco un altro buon motivo perché Goldman Sachs resti dove vuol restare: accanto al presidente del consiglio. Dove il debito pubblico si allarga, pardon il mercato obbligazionario, c’è Goldman Sachs.
Senza entrare nel complottismo, che è veleno cognitivo, non ci vuole molto a capire che una banca d’affari deve provare a differenziare l’investimento: se Prodi non andrà bene in un campo, magari si proverà con Monti in un altro. Ora è il momento della roulette del voto. Uno dei più sinistri di sempre. Con una campagna elettorale a reti unificate, ossessiva da parte di un uomo solo. Resta da capire se il conglomerato media, confindustria, sindacati (intervenuti con preaccordi sui contratti opportuni in termini di propaganda renziana) visibilmente in accordo col presidente del consiglio saprà reggere alle conseguenze del dopo 4 novembre. Ma domani, si sa, è un altro giorno per tutti.
Redazione, 2 dicembre 2016
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Eppure, quando riemerge il nome di Prodi, il disagio di questo ricordo appare di nuovo. Il problema è che il popolare “mortadella”, soprannome nato durante le strategie di accreditamento di Prodi come personaggio per famiglie nel periodo del primo confronto con Berlusconi, è stato persino etichettato come qualcosa di compatibile a sinistra. Non solo, grazie al disastro politico a sinistra contemporaneo all’ascesa di Berlusconi, Prodi della sinistra istituzionale, e di quella “radicale”, è stato il leader riconosciuto. Leader di una coalizione, quella contro Berlusconi, che pur operando in un sottinteso antifascista, quello che voleva le destre berlusconiane come anticamera di un più robusto rischio autoritario, dell’antifascismo non aveva nessuno dei vantaggi. Ad esempio, ne citiamo uno, era assente quella tutela dei beni pubblici, e dei servizi sociali, nonché delle politiche a tutela della libertà di espressione e del salario, tipiche di ogni accordo antifascista. Fu invece presente un processo di privatizzazioni, a partire dal 1996, che poco, per non dire nulla, aveva a che vedere con la costituzione antifascista (che prevede il primato del pubblico nell’intervento economico). Ma il pittoresco politicismo dei Bertinotti, e le necessità di posizionamento di tanto ceto politico, riuscirono nel miracolo di rendere appetibile a sinistra il governo Prodi. La stessa persona che, commissario di una Ue allineata con il FMI, fu di nuovo scelta da tanta sinistra noglobal, quella che a Genova contestava quelle stesse istituzioni, come leader della coalizione del 2006.
E fu così che Prodi, protagonista in prima persona dello smantellamento dei beni pubblici nell’industria, nell’innovazione e nella ricerca, già come presidente dell’Iri, divenne il frontman di molta sinistra per tutto un decennio. Come è andato a finire questo (interessato) equivoco lo sappiamo: fine della sinistra istituzionale post ’89 e pensionamento politico di Prodi. Con una coda velenosa, la mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica dopo anni di binario politicamente morto, che ha aggiunto quella corona di spine necessaria nella descrizione del martirio politico di una sconfitta. Già perché Prodi, ottimo nelle relazioni politiche tanto da farsi nominare due volte leader di una coalizione e commissario Ue, politicamente parlando le ha perse tutte. Tanto da farsi disarcionare, una volta al comando, dalla sua stessa coalizione. Per non parlare dello sputtanamento finale con la candidatura a presidente della Repubblica. Capita a un ceto politico convinto di saper giocare sulla scacchiera giusta per imporre comando e privatizzazioni. Dal punto di vista di una politica istituzionale cinica e opportunista: passi per le privatizzazioni, alla fine anche la sinistra si adegua, ma non per il comando. Quello richiede altre doti. Prodi, pur riconosciuto da tutti come una tigre nelle stanze del potere, ha sempre mancato degli strumenti essenziali per essere un capobastone anche in politica, oltre che nel mondo accademico: una macchina di voti propria, e organizzata, un dispositivo dei media popolare. E, ça va sans dire, una strategia politica che non sia semplicemente provare a mettere d’accordo una rete fatta di finanza amica, banche e rami alti dell’amministrazione dello stato.
Oggi Prodi riemerge con una, sotto sotto, rancorosa dichiarazione di voto. Come mai? Evidentemente tutto questo somiglia molto all’ultima occasione per rientrare nei giochi politici. O comunque nei giochi che contano. Insomma, un ex presidente del consiglio, commissario Ue, ambasciatore delle politiche di impresa del mondo, già advisor di Goldman Sachs che cerca collocazione. Già, perché il rapporto con Goldman Sachs, da parte di Prodi, non è episodico. Non solo per il ruolo di advisor ricoperto da Prodi. Affonda negli anni ’80 e ’90, in affari che Prodi ha fatto fare a Goldman, che ad esempio fece da player finanziario alla privatizzazione della Bertolli. Affonda, ovviamente, nella consulenza di Prodi a Goldman tra il ’90 e il ’93. Non molto prima di essere abbracciato da Bertinotti insomma (e viene davvero da ridere a pensare a tutta la vicenda). Inutile andare a cercare gli uomini Goldman dentro i governi Prodi, piuttosto c’è da chiedersi una cosa, seguendo questa pista. Goldman Sachs si è già piazzata nel NO, con Mario Monti, e dispone la propria rete di relazioni nello schieramento del SI, via Romano Prodi?
Del resto già durante l’estate circolava un rapporto sull’Italia di Goldman Sachs che si schierava a favore del Si e di Renzi. Non certo per le conseguenze sostanzialmente nulle nel caso dei titoli di Stato grazie al quantitative easing della Bce. Ma proprio per gli effetti molto pesanti su MontePaschi e sul sistema bancario. Si badi bene, effetti per Goldman, che si vede incapace stare, finanziariamente parlando, nelle conseguenze di un crollo di MPS e delle banche italiane senza Renzi. Comunque vada quindi Prodi, tornato in campo, potrebbe garantire, il condizionale è d’obbligo in una situazione del genere, quella capacità di mediazione, in caso di crisi, sulla vicenda bancaria. Una capacità di mediazione che faccia comodo a Goldman Sachs e a Renzi. E c’è un dettaglio da non trascurare. Le previsioni di aumento dell’inflazione e dei bond Usa, se confermate, finiranno per alzare i tassi anche in Europa. Allargando il debito pubblico italiano. E quindi, di conseguenza, estendendo il mercato delle obbligazioni. Ecco un altro buon motivo perché Goldman Sachs resti dove vuol restare: accanto al presidente del consiglio. Dove il debito pubblico si allarga, pardon il mercato obbligazionario, c’è Goldman Sachs.
Senza entrare nel complottismo, che è veleno cognitivo, non ci vuole molto a capire che una banca d’affari deve provare a differenziare l’investimento: se Prodi non andrà bene in un campo, magari si proverà con Monti in un altro. Ora è il momento della roulette del voto. Uno dei più sinistri di sempre. Con una campagna elettorale a reti unificate, ossessiva da parte di un uomo solo. Resta da capire se il conglomerato media, confindustria, sindacati (intervenuti con preaccordi sui contratti opportuni in termini di propaganda renziana) visibilmente in accordo col presidente del consiglio saprà reggere alle conseguenze del dopo 4 novembre. Ma domani, si sa, è un altro giorno per tutti.
Redazione, 2 dicembre 2016
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11/07/2016
Barroso a Goldman Sachs, così funziona la classe dirigente multinazionale
Non che José Manuel Barroso, in gioventù addirittura militante in un gruppo “maoista” portoghese, sia un personaggio notevole. La sua carriera si è interamente consumata dentro quella classe dirigente multinazionale che ha disegnato l’Unione Europea, quindi tutte le istituzioni e i trattati che la costituiscono, in stretta collaborazione con i principali gruppi finanziari e imprenditoriali multinazionali.
Però è proprio per questo la sintesi perfetta di cosa sia oggi un manager del capitale, senza un’impresa propria né proveniente dal mondo delle imprese. Un “non padrone”, ossia un funzionario che comprende alla perfezione (volendo esagerare...) le necessità del capitale e prepara insieme a migliaia di altri le istituzioni che meglio rispondono a quelle esigenze. Ed anche qui bisogna sottolineare che le esigenze non sono un progetto di lunga durata, un “piano del capitale” (per dirla col linguaggio operaista-complottista), ma appunto bisogni contingenti, di breve-medio periodo, flessibili.
Bene: José Manuel Barroso, ex presidente della Commissione Europea, in carica dal 2004 al 2014, è stato nominato come presidente non esecutivo di Goldman Sachs. Non presidente davvero, insomma, ma figura di rappresentanza, figura di prestigio da esibire nell’attività di lobbying della prima banca d’affari del mondo.
La sua remuneratissima opera è esplicitata quasi senza filtri nel comunicato di Goldman Sachs che annuncia la nomina: «La sua esperienza e capacità di giudizio saranno di grande aiuto per noi e i nostri azionisti». Le sue entrature e conoscenze in mezzo mondo, e soprattutto ai piani alti della Ue, sono di per sé un “valore” da mettere a frutto, capitalisticamente parlando.
Barroso, tra il 2002 e il 2004 era stato anche primo ministro del Portogallo, giunto a quella carica come segretario generale dei “democratici” (ricorda qualcosa?). Prima di emergere come “leader politico” era stato professore alla Georgetown University di Washington e alla Woodrow Wilson School dell’università di Princeton.
Un personaggio fuori da ogni logica o interesse “nazionalistico”, come si vede, ma che ovviamente ha un luogo di nascita e un passaporto che ad un certo punto diventano importanti per un impiego particolare (premier di quel paese, per esempio, o anche semplice ministro).
Una volta ci si stupiva perché la classe politica degli Stati Uniti veniva direttamente dal mondo delle imprese e lì tornava dopo qualche anno nella stanza dei bottoni di Washington. Ora quel modello è diventato l’unico modo di individuazione di una ristrettissima cerchia di “potenziali leader” per questo o quel paese. Sarà un caso, ma anche Mario Draghi – prima di tornare in Banca d’Italia da governatore – era stato vicepresidente della sezione europea di Goldman Sachs. E sarà un caso anche che si faccia con insistenza il suo nome come miglior sostituto possibile di Renzi, ormai sulla passerella che porta dal ponte di comando all’acqua del mare.
Anche per l’Italia, in quel caso, sarà finita l’epoca dello storytelling e si farà avanti nuovamente la dura legge delle “necessità tecniche” legate al pareggio di bilancio. Tecnicismi che favoriranno come sempre qualcuno punendo drasticamente qualcun altro. Lo ammette ormai persino la tessera numero uno del Pd, al secolo ingegner Carlo De Benedetti (vedi qui e qui).
Un lavoro da far fare a funzionari sperimentati, visti all’opera in decine di anni di onorato servizio. Come Mario Monti, insomma. Tanto per loro un posto da presidente onorario si troverà sempre...
E la democrazia?, direte voi... Beh, nessun potere è perfetto. Neanche la democrazia lo era, dunque se ne può fare a meno...
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13/04/2016
Goldman Sachs patteggia sui “subprime”
di Michele Paris
Goldman Sachs e il Dipartimento di Giustizia di Washington hanno annunciato questa settimana il raggiungimento di un accordo per il pagamento di una sanzione di circa 5,1 miliardi di dollari a causa del comportamento fraudolento tenuto dal colosso bancario americano alla vigilia dell’esplosione della crisi finanziaria del 2008. Più che una punizione, tuttavia, si tratta appunto di un “accordo” tra le due parti che, nel concreto, risulterà decisamente meno gravoso di quanto appaia per una delle banche più coinvolte nella truffa dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti.
Goldman Sachs, secondo i termini dell’accordo, ha dovuto ammettere le proprie responsabilità nella vendita ai propri clienti – tra il 2005 e il 2007 – di prodotti finanziari legati a mutui non solvibili, per i quali la banca aveva proposto una “immagine falsa e fuorviante”.
Emblematico della condotta di Goldman Sachs è stato un episodio riportato da vari giornali negli USA e non solo. Un rapporto del 2006 che raccomandava agli investitori di acquistare titoli della banca Countrywide, i cui mutui problematici erano finiti nei prodotti finanziari di Goldman Sachs, era stato commentato in questo modo da un dipendente di quest’ultima: “se solo sapessero”.
Una speciale commissione era stata inoltre creata dalla stessa banca per valutare l’affidabilità dei titoli legati ai mutui da proporre ai clienti, ma tra il 2005 e il 2007 essa non ne aveva bocciato nemmeno uno. I vertici di Goldman Sachs sostengono ora che alla commissione erano state fornite solo informazioni parziali sui prodotti che avrebbero poi contribuito ad affondare l’intero sistema finanziario americano.
L’ammissione di colpa, prevedibilmente, non ha comunque portato né a misure punitive adeguate né, tantomeno, all’incriminazione di un solo dirigente di Goldman Sachs. I termini del patteggiamento rendono dunque risibili le dichiarazioni sull’esemplarità della sanzione rilasciate da vari esponenti del Dipartimento di Giustizia americano, come quelle del numero uno della divisione che si occupa delle cause civili, Benjamin Mizer. Secondo quest’ultimo, “l’accordo odierno è un altro esempio della determinazione del Dipartimento [di Giustizia] di mettere di fronte alle proprie responsabilità quanti, a causa della loro condotta illegale, hanno provocato la crisi finanziaria del 2008”.
Sulla carta, la sanzione “esemplare” imposta o, meglio, concordata e approvata da Goldman Sachs prevede il pagamento di 2,4 miliardi di dollari in sede civile, a cui vanno aggiunti 1,8 miliardi sotto forma di iniziative destinate a investitori e sottoscrittori di mutui penalizzati dalle pratiche della banca, ma anche a comunità negli Stati Uniti gravemente colpite dalla crisi immobiliare. 875 milioni, infine, dovrebbero coprire le richieste di danni avanzate da altre agenzie federali e statali.
Di per sé, le cifre in questione andrebbero a pesare solo in maniera relativamente minima sui profitti di Goldman Sachs. Per il Financial Times, i 5,1 miliardi di dollari totali sarebbero coperti dalla maggior parte degli utili registrati dalla banca solo nel terzo trimestre del 2015.
In realtà, solo una parte di questo importo verrà effettivamente pagato da Goldman Sachs. Come ha spiegato il fondatore dell’organizzazione Better Markets, che si batte per una più severa regolamentazione dell’industria finanziaria, le parti hanno “gonfiato enormemente l’importo della sanzione per scopi di propaganda”. Cioè, sostanzialmente, per “ingannare l’opinione pubblica, mentre i dettagli dell’accordo permetteranno a Goldman Sachs di risparmiare tra il 50% e il 75%” della cifra annunciata.
Il New York Times
ha scritto martedì che la banca “godrà di considerevoli concessioni” in
particolare nell’adottare le iniziative destinate ai consumatori
ingannati. Infatti, “in linea di massima, il denaro che Goldman spenderà
[a questo scopo] potrà essere detratto dal proprio carico fiscale”. Se
la banca dovesse ad esempio sborsare 2,5 miliardi per far fronte ai
problemi provocati da essa stessa agli investitori e l’aliquota teorica a
cui è soggetta sarà del 35%, vale a dire quella nominalmente prevista
per le corporation negli USA, potrà ottenere un credito fiscale pari a
875 milioni di dollari.
In definitiva, Goldman Sachs avrà di fatto la possibilità di pagare una cifra molto inferiore rispetto a quella che sembrerebbe essere stata fissata dall’accordo, a detta del Times non più di 4 miliardi. Tutte le condizioni che consentono un simile risparmio sono descritte in vari allegati che di solito accompagnano i patteggiamenti tra il Dipartimento di Giustizia e i grandi istituti finanziari.
Le stesse banche che negli anni scorsi sono state colpite da sanzioni hanno beneficiato di “sconti” vari, prevalentemente sotto forma di crediti d’imposta. Goldman Sachs, però, sembra essere riuscita a spuntare condizioni migliori rispetto ad altre, con ogni probabilità grazie a legali più capaci o con legami più importanti all’interno del governo.
Goldman Sachs, ad esempio, ha ottenuto un credito d’imposta di 1,5 dollari per ogni dollaro di debito cancellato entro i primi sei mesi dalla firma dell’accordo, mentre JPMorgan Chase nel 2013 dovette accontentarsi di 1,15 dollari.
Un anonimo esponente del Dipartimento di Giustizia ha spiegato sempre al New York Times che Goldman Sachs ha avuto questo trattamento di favore per avere accettato di impegnarsi in “attività incoraggiate dal governo, come il finanziamento di abitazioni destinate ai redditi più bassi o il sostegno ad aree colpite da calamità naturali”. La stessa fonte ha però anche ammesso che i termini dell’accordo sono stati in larga misura il risultato delle trattative tra la banca e il governo, ovvero della capacità della prima di convincere quest’ultimo a non imporre misure eccessivamente gravose.
Quello con Goldman Sachs è il quinto patteggiamento raggiunto dal Dipartimento di Giustizia dal 2012, quando il presidente Obama creò una commissione (“Residential Mortgage-Backed Securities Working Group”) incaricata precisamente di far luce sulla condotta delle grandi banche di Wall Street responsabili del disastro finanziario scoppiato nel 2008.
L’amministrazione Obama ha in realtà fatto di tutto da allora per salvare gli istituti e i loro vertici dalle conseguenze legali di pratiche criminali descritte qualche anno fa nel dettaglio e con toni molto duri anche da una commissione di indagine del Senato. Le iniziative prese dal governo di Washington servono e sono servite più che altro a placare l’avversione popolare nei confronti degli istituti finanziari.
Oltre a Goldman Sachs, hanno già patteggiato sanzioni con il Dipartimento di Giustizia per gli abusi legati ai “subprime” anche JPMorgan Chase (13 miliardi di dollari), Bank of America (16,6 miliardi), Citibank (7 miliardi) e Morgan Stanley (3,2 miliardi). In questi e altri casi, relativi a crimini finanziari di diversa natura, le ammende sono state concordate con i colpevoli e gli importi dichiarati sono sempre risultati di molto superiori a quelli effettivamente pagati o da pagare.
Quella
finanziaria è d’altra parte una delle industrie che ha la maggiore
influenza sulla politica americana e, di conseguenza, sulle agenzie di
regolamentazione del settore in cui operano. Le dimensioni raggiunte
dalle principali banche, come ammise qualche anno fa l’allora ministro
della Giustizia, Eric Holder, le rende inoltre agli occhi del governo e
del Congresso “too big to fail” – troppo grandi per fallire – così che i
provvedimenti nei loro confronti non possono in nessun modo
comprometterne la stabilità.
Le sanzioni modeste – in relazione ai loro profitti – che sono chiamate a pagare, per lo meno quando viene scongiurata la totale impunità, cioè nella maggior parte dei casi, corrispondono così sostanzialmente a una sorta di tassa da corrispondere di quando in quando per poter continuare a fare affari (enormi) senza preoccuparsi delle regole o della sorte di decine di milioni di persone.
Fonte
Goldman Sachs e il Dipartimento di Giustizia di Washington hanno annunciato questa settimana il raggiungimento di un accordo per il pagamento di una sanzione di circa 5,1 miliardi di dollari a causa del comportamento fraudolento tenuto dal colosso bancario americano alla vigilia dell’esplosione della crisi finanziaria del 2008. Più che una punizione, tuttavia, si tratta appunto di un “accordo” tra le due parti che, nel concreto, risulterà decisamente meno gravoso di quanto appaia per una delle banche più coinvolte nella truffa dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti.
Goldman Sachs, secondo i termini dell’accordo, ha dovuto ammettere le proprie responsabilità nella vendita ai propri clienti – tra il 2005 e il 2007 – di prodotti finanziari legati a mutui non solvibili, per i quali la banca aveva proposto una “immagine falsa e fuorviante”.
Emblematico della condotta di Goldman Sachs è stato un episodio riportato da vari giornali negli USA e non solo. Un rapporto del 2006 che raccomandava agli investitori di acquistare titoli della banca Countrywide, i cui mutui problematici erano finiti nei prodotti finanziari di Goldman Sachs, era stato commentato in questo modo da un dipendente di quest’ultima: “se solo sapessero”.
Una speciale commissione era stata inoltre creata dalla stessa banca per valutare l’affidabilità dei titoli legati ai mutui da proporre ai clienti, ma tra il 2005 e il 2007 essa non ne aveva bocciato nemmeno uno. I vertici di Goldman Sachs sostengono ora che alla commissione erano state fornite solo informazioni parziali sui prodotti che avrebbero poi contribuito ad affondare l’intero sistema finanziario americano.
L’ammissione di colpa, prevedibilmente, non ha comunque portato né a misure punitive adeguate né, tantomeno, all’incriminazione di un solo dirigente di Goldman Sachs. I termini del patteggiamento rendono dunque risibili le dichiarazioni sull’esemplarità della sanzione rilasciate da vari esponenti del Dipartimento di Giustizia americano, come quelle del numero uno della divisione che si occupa delle cause civili, Benjamin Mizer. Secondo quest’ultimo, “l’accordo odierno è un altro esempio della determinazione del Dipartimento [di Giustizia] di mettere di fronte alle proprie responsabilità quanti, a causa della loro condotta illegale, hanno provocato la crisi finanziaria del 2008”.
Sulla carta, la sanzione “esemplare” imposta o, meglio, concordata e approvata da Goldman Sachs prevede il pagamento di 2,4 miliardi di dollari in sede civile, a cui vanno aggiunti 1,8 miliardi sotto forma di iniziative destinate a investitori e sottoscrittori di mutui penalizzati dalle pratiche della banca, ma anche a comunità negli Stati Uniti gravemente colpite dalla crisi immobiliare. 875 milioni, infine, dovrebbero coprire le richieste di danni avanzate da altre agenzie federali e statali.
Di per sé, le cifre in questione andrebbero a pesare solo in maniera relativamente minima sui profitti di Goldman Sachs. Per il Financial Times, i 5,1 miliardi di dollari totali sarebbero coperti dalla maggior parte degli utili registrati dalla banca solo nel terzo trimestre del 2015.
In realtà, solo una parte di questo importo verrà effettivamente pagato da Goldman Sachs. Come ha spiegato il fondatore dell’organizzazione Better Markets, che si batte per una più severa regolamentazione dell’industria finanziaria, le parti hanno “gonfiato enormemente l’importo della sanzione per scopi di propaganda”. Cioè, sostanzialmente, per “ingannare l’opinione pubblica, mentre i dettagli dell’accordo permetteranno a Goldman Sachs di risparmiare tra il 50% e il 75%” della cifra annunciata.
In definitiva, Goldman Sachs avrà di fatto la possibilità di pagare una cifra molto inferiore rispetto a quella che sembrerebbe essere stata fissata dall’accordo, a detta del Times non più di 4 miliardi. Tutte le condizioni che consentono un simile risparmio sono descritte in vari allegati che di solito accompagnano i patteggiamenti tra il Dipartimento di Giustizia e i grandi istituti finanziari.
Le stesse banche che negli anni scorsi sono state colpite da sanzioni hanno beneficiato di “sconti” vari, prevalentemente sotto forma di crediti d’imposta. Goldman Sachs, però, sembra essere riuscita a spuntare condizioni migliori rispetto ad altre, con ogni probabilità grazie a legali più capaci o con legami più importanti all’interno del governo.
Goldman Sachs, ad esempio, ha ottenuto un credito d’imposta di 1,5 dollari per ogni dollaro di debito cancellato entro i primi sei mesi dalla firma dell’accordo, mentre JPMorgan Chase nel 2013 dovette accontentarsi di 1,15 dollari.
Un anonimo esponente del Dipartimento di Giustizia ha spiegato sempre al New York Times che Goldman Sachs ha avuto questo trattamento di favore per avere accettato di impegnarsi in “attività incoraggiate dal governo, come il finanziamento di abitazioni destinate ai redditi più bassi o il sostegno ad aree colpite da calamità naturali”. La stessa fonte ha però anche ammesso che i termini dell’accordo sono stati in larga misura il risultato delle trattative tra la banca e il governo, ovvero della capacità della prima di convincere quest’ultimo a non imporre misure eccessivamente gravose.
Quello con Goldman Sachs è il quinto patteggiamento raggiunto dal Dipartimento di Giustizia dal 2012, quando il presidente Obama creò una commissione (“Residential Mortgage-Backed Securities Working Group”) incaricata precisamente di far luce sulla condotta delle grandi banche di Wall Street responsabili del disastro finanziario scoppiato nel 2008.
L’amministrazione Obama ha in realtà fatto di tutto da allora per salvare gli istituti e i loro vertici dalle conseguenze legali di pratiche criminali descritte qualche anno fa nel dettaglio e con toni molto duri anche da una commissione di indagine del Senato. Le iniziative prese dal governo di Washington servono e sono servite più che altro a placare l’avversione popolare nei confronti degli istituti finanziari.
Oltre a Goldman Sachs, hanno già patteggiato sanzioni con il Dipartimento di Giustizia per gli abusi legati ai “subprime” anche JPMorgan Chase (13 miliardi di dollari), Bank of America (16,6 miliardi), Citibank (7 miliardi) e Morgan Stanley (3,2 miliardi). In questi e altri casi, relativi a crimini finanziari di diversa natura, le ammende sono state concordate con i colpevoli e gli importi dichiarati sono sempre risultati di molto superiori a quelli effettivamente pagati o da pagare.
Le sanzioni modeste – in relazione ai loro profitti – che sono chiamate a pagare, per lo meno quando viene scongiurata la totale impunità, cioè nella maggior parte dei casi, corrispondono così sostanzialmente a una sorta di tassa da corrispondere di quando in quando per poter continuare a fare affari (enormi) senza preoccuparsi delle regole o della sorte di decine di milioni di persone.
Fonte
28/01/2016
Banche, bail in ed offerte americane
Ho appena fatto in tempo a scriverlo la settimana scorsa che prontamente è arrivato (con intera pagina pubblicitaria sulla “Repubblica” e sul “Corriere”) il rilancio dell’offerta della Goldman Sachs che offre obbligazioni decennali in dollari Usa a queste condizioni:
– cedola fissa 6,00% per i primi due anni;
– cedola variabile Usd 3 mesi con valore minimo 1,25% p.a. e massimo 6% p.a. dal terzo anno alla fine della scadenza (al lordo degli eventuali oneri fiscali).
Provo a tradurre in soldoni (mi pare il caso di dirlo) per i non addetti: c’è un signore che offre titoli obbligazionari (dunque cui non si applicano le regole del bail in, anche qualora l’emissione avvenisse da parte della emittente europea e non dalla casa madre) il cui rendimento netto si aggirerebbe intorno al 4% ed in una moneta che si sta apprezzando sull’Euro, per cui, alla fine, il rendimento potrebbe essere anche superiore. Lasciamo perdere le altre clausole pure interessanti, per non essere dispersivi e andiamo al sodo, magari con un esempio.
L’avvocato Sempronio ha un capitale pari a 200.000 euro attualmente investito in parte in voci diverse presso una banca italiana che, si e no, gli dà il 3% netto ma che, soprattutto, lo espone al rischio di un prelievo forzoso dal suo conto in caso di bisogno, sulla base delle norme stabilite dal bail in.
Ha come alternative:
a – investire il titoli di stato ad un rendimento non superiore al 2% netto con qualche eccezione per gli ultra ventennali e con una tendenza (almeno per ora) al ribasso ed in una moneta la cui tendenza attuale e prevedibile è al deprezzamento;
b – investire nell’offerta della Goldman al 4% netto per un decennale, in una moneta tendenzialmente in apprezzamento.
Voi cosa fareste? Se ci fosse Massimo Catalano di “Quelli della Notte” direbbe: “E’ molto meglio prendere più soldi e con meno rischi ed una moneta che sale di valore, che prendere meno, con più rischi ed in una moneta calante”. Vi pare?
E, dunque, mi pare normale che una bella fetta dei clienti con conti oltre i 100.000 Euro andrà alla ricerca di occasioni di investimento sottratte al rischio bail in e, scartati i titoli di Stato per la loro scarsa appetibilità, si dirigerà verso l’offerta Goldman. Non ci suole molto a capire che banche italiane e ministero del Tesoro si troveranno nelle condizioni di dover, prima o poi, alzare i rispettivi interessi. Il che non gioverà alla contabilità delle une e dell’altro.
Il Bail in, allo stato attuale, si applica ai conti superiori ai 100.000 Euro, ma, quando i conti di quell’entità si saranno assottigliati sin quasi a scomparire, sarà gioco forza o entrare in una spirale di debito sempre più difficile da gestire oppure, man mano abbassare il livello al di sopra del quale si applica il “diritto di prelievo”, contando sul fatto che i piccoli risparmiatori hanno meno propensione alla mobilità. Il denaro costerà di più e, di riflesso, le banche non potranno offrire altro che mutui sempre più costosi a privati ed imprese.
Quanto allo Stato, ovviamente un rialzo degli interessi si tradurrà in un aumento della pressione fiscale (come se ce ne fosse bisogno), ed il risultato finale per cittadini ed imprese sarà: mutui più costosi e tasse più alte.
Perfetto, il massimo della linea Pd: “la via italiana al fallimento”.
Ho l’impressione che, già dai prossimi mesi, le tendenze di mercato saranno sempre peggiori. Allegria!
Fonte
– cedola fissa 6,00% per i primi due anni;
– cedola variabile Usd 3 mesi con valore minimo 1,25% p.a. e massimo 6% p.a. dal terzo anno alla fine della scadenza (al lordo degli eventuali oneri fiscali).
Provo a tradurre in soldoni (mi pare il caso di dirlo) per i non addetti: c’è un signore che offre titoli obbligazionari (dunque cui non si applicano le regole del bail in, anche qualora l’emissione avvenisse da parte della emittente europea e non dalla casa madre) il cui rendimento netto si aggirerebbe intorno al 4% ed in una moneta che si sta apprezzando sull’Euro, per cui, alla fine, il rendimento potrebbe essere anche superiore. Lasciamo perdere le altre clausole pure interessanti, per non essere dispersivi e andiamo al sodo, magari con un esempio.
L’avvocato Sempronio ha un capitale pari a 200.000 euro attualmente investito in parte in voci diverse presso una banca italiana che, si e no, gli dà il 3% netto ma che, soprattutto, lo espone al rischio di un prelievo forzoso dal suo conto in caso di bisogno, sulla base delle norme stabilite dal bail in.
Ha come alternative:
a – investire il titoli di stato ad un rendimento non superiore al 2% netto con qualche eccezione per gli ultra ventennali e con una tendenza (almeno per ora) al ribasso ed in una moneta la cui tendenza attuale e prevedibile è al deprezzamento;
b – investire nell’offerta della Goldman al 4% netto per un decennale, in una moneta tendenzialmente in apprezzamento.
Voi cosa fareste? Se ci fosse Massimo Catalano di “Quelli della Notte” direbbe: “E’ molto meglio prendere più soldi e con meno rischi ed una moneta che sale di valore, che prendere meno, con più rischi ed in una moneta calante”. Vi pare?
E, dunque, mi pare normale che una bella fetta dei clienti con conti oltre i 100.000 Euro andrà alla ricerca di occasioni di investimento sottratte al rischio bail in e, scartati i titoli di Stato per la loro scarsa appetibilità, si dirigerà verso l’offerta Goldman. Non ci suole molto a capire che banche italiane e ministero del Tesoro si troveranno nelle condizioni di dover, prima o poi, alzare i rispettivi interessi. Il che non gioverà alla contabilità delle une e dell’altro.
Il Bail in, allo stato attuale, si applica ai conti superiori ai 100.000 Euro, ma, quando i conti di quell’entità si saranno assottigliati sin quasi a scomparire, sarà gioco forza o entrare in una spirale di debito sempre più difficile da gestire oppure, man mano abbassare il livello al di sopra del quale si applica il “diritto di prelievo”, contando sul fatto che i piccoli risparmiatori hanno meno propensione alla mobilità. Il denaro costerà di più e, di riflesso, le banche non potranno offrire altro che mutui sempre più costosi a privati ed imprese.
Quanto allo Stato, ovviamente un rialzo degli interessi si tradurrà in un aumento della pressione fiscale (come se ce ne fosse bisogno), ed il risultato finale per cittadini ed imprese sarà: mutui più costosi e tasse più alte.
Perfetto, il massimo della linea Pd: “la via italiana al fallimento”.
Ho l’impressione che, già dai prossimi mesi, le tendenze di mercato saranno sempre peggiori. Allegria!
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26/08/2015
Wall Street non ci crede. E’ durata solo una notte la “ripresa” delle borse
E’ durata poco la “ripresa” delle borse europee e statunitensi di ieri. Oggi sono già tornate in rosso con Milano che al momento perde oltre il 2%. Apertura in calo anche per le altre Borse europee con Londra che cede l'1,32%, Francoforte che perde l'1,68% e Parigi, che arretra dell'1,80%. A complicare uno scenario che ieri aveva visto addirittura nascere il partito degli “ottimisti”, è stata la chiusura in negativo delle borse di Wall Street e Shanghai. Insomma Wall Street “ non ci ha creduto” alla ripresa. L’euforia sembrava aver contagiato ieri dopo l’Europa anche Wall Street che, dopo le forte tensioni di lunedì, ieri si era mossa in forte rialzo, con Dow Jones e Nasdaq che rispettivamente progredivano più del 2 e del 3%.
Ma a pochi minuti dalla chiusura gli indici hanno invertito la rotta, e il Dow Jones è finito in territorio negativo con un -1,3%, mentre il Nasdaq ha chiuso con un -0,44%. Si sono fatti sentire chiari e forti i dubbi sulla reale efficacia delle misure della Banca Centrale Cinese e sulle conseguenze per l'economia mondiale della crisi del Dragone.
Sul versante asiatico infatti la Borsa di Shanghai ha risentito invece dell'intervento della Banca Centrale Cinese che ieri ha cercato di ridurre i danni tagliando i tassi di interesse dello 0,25% ed effettuando una nuova iniezione di liquidità. Questa misura aveva consentito stamattina alla Borsa di Shangai di aprire in moderato progresso (+0,5%) e continuare a salire fino a metà seduta. Ma sul finale l'indice ha girato in territorio negativo chiudendo in calo dell'1,27%. La Borsa di Shenzhen ha lasciato sul terreno il 3,1%. In controtendenza invece la Borsa di Tokyo che, dopo sei sedute negative consecutive, ha visto l’indice Nikkei risalire e chiudere con un indicatore positivo di oltre il 3 per cento.
“Avendo deciso di abbassare i tassi, immettere abbondante liquidità nel sistema e usare il massimo di flessibilità degli strumenti monetari, Xi ha cominciato a dare vita a una politica di Quantitative easing alla cinese” commenta oggi Romano Prodi sul Sole 24 Ore “I così detti mercati internazionali sembrano avere gradito”. Ma è lo stesso Prodi a segnalare il fattore “P” cioè la politica nelle relazioni economiche internazionali, sottolineando il rischio della contrapposizione politica tra Unione Europea e Usa verso la Cina, al contrario secondo Prodi, la Cina andrebbe integrata ancora di più nel sistema finanziario e monetario mondiale, insomma una sorta di investitura allo yuan come altra moneta di riserva internazionale insieme a dollaro, euro, yen. Non mancano comunque quelli che continuano a vedere il bicchiere mezzo pieno. In un rapporto gli analisti di Goldman Sachs si dicono convinti che «una recessione globale sia davvero improbabile», perché la diminuzione dei prezzi del petrolio avvantaggerà la ripresa nella Unione Europea e Stati Uniti. C’è da credergli?
Fonte
Ma a pochi minuti dalla chiusura gli indici hanno invertito la rotta, e il Dow Jones è finito in territorio negativo con un -1,3%, mentre il Nasdaq ha chiuso con un -0,44%. Si sono fatti sentire chiari e forti i dubbi sulla reale efficacia delle misure della Banca Centrale Cinese e sulle conseguenze per l'economia mondiale della crisi del Dragone.
Sul versante asiatico infatti la Borsa di Shanghai ha risentito invece dell'intervento della Banca Centrale Cinese che ieri ha cercato di ridurre i danni tagliando i tassi di interesse dello 0,25% ed effettuando una nuova iniezione di liquidità. Questa misura aveva consentito stamattina alla Borsa di Shangai di aprire in moderato progresso (+0,5%) e continuare a salire fino a metà seduta. Ma sul finale l'indice ha girato in territorio negativo chiudendo in calo dell'1,27%. La Borsa di Shenzhen ha lasciato sul terreno il 3,1%. In controtendenza invece la Borsa di Tokyo che, dopo sei sedute negative consecutive, ha visto l’indice Nikkei risalire e chiudere con un indicatore positivo di oltre il 3 per cento.
“Avendo deciso di abbassare i tassi, immettere abbondante liquidità nel sistema e usare il massimo di flessibilità degli strumenti monetari, Xi ha cominciato a dare vita a una politica di Quantitative easing alla cinese” commenta oggi Romano Prodi sul Sole 24 Ore “I così detti mercati internazionali sembrano avere gradito”. Ma è lo stesso Prodi a segnalare il fattore “P” cioè la politica nelle relazioni economiche internazionali, sottolineando il rischio della contrapposizione politica tra Unione Europea e Usa verso la Cina, al contrario secondo Prodi, la Cina andrebbe integrata ancora di più nel sistema finanziario e monetario mondiale, insomma una sorta di investitura allo yuan come altra moneta di riserva internazionale insieme a dollaro, euro, yen. Non mancano comunque quelli che continuano a vedere il bicchiere mezzo pieno. In un rapporto gli analisti di Goldman Sachs si dicono convinti che «una recessione globale sia davvero improbabile», perché la diminuzione dei prezzi del petrolio avvantaggerà la ripresa nella Unione Europea e Stati Uniti. C’è da credergli?
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11/04/2015
La crisi è finita? No, sta per esplodere...
Mentre in molti continuano a raccontarci la favola della crescita che
sta per ripartire, basta fare ancora “qualche piccolo sacrificio” –
Renzi in Italia, Christine Lagarde per il Fmi – da qualche altra parte
si vanno preparando per la prossima tempesta di dimensioni globali.
Non ne stanno parlando in qualche “pensatoio” senza responsabilità operative, ma ai vertici delle principali banche d'affari del pianeta. Strutture multinazionali per definizione, con terminali in ogni angolo del globo e analisti dedicati ad ogni area significativa di business.
A rompere il ghiaccio è stato Jamie Dimon, un paio di giorni fa. Di mestiere fa l'amministratore delegato di Jp Morgan, squalo della finanza secondo soltanto a Goldman Sachs, e in quanto tale ha inviato ai suoi soci la periodica lettera di informazioni in cui viene dipinto un quadro niente affatto roseo.
La tesi è semplice: una nuova crisi sta per abbattersi sui mercati finanziari. Nessun verbo al condizionale. L'unica incertezza è sul quando esploderà e a partire da quale punto. Sono domande centrali per uno che sposta quotidianamente denaro da una parte all'altra del globo – non deve farsi sorprendere nell'ora e nel posto sbagliato – ma assai meno pressanti per noi che non abbiamo un soldo.
A noi interessa soprattutto sapere che un'altra crisi finanziaria, di dimensioni superiori a quella del 2007-08 e con effetti decisamente più devastanti, si va “caricando” nelle viscere del sistema internazionale. E nessuna sa come tenerla sotto controllo.
Dimon impiega ben tre pagine del suo rapporto (poco meno del 10% del testo completo) a disegnare scenari plausibili, per consentire ai suoi soci di prendere decisioni razionali, tempestive, conservative. Due cose gli sembrano comunque certe; una fase caratterizzata da "mercati più volatili" e "un rapido deprezzamento delle valutazioni". Tempesta e grande velocità nell'accumulare perdite, se si sbagliano le mosse.
In fondo Dimon è solo il più “operativo” tra le cassandre che stanno vedendo crescere i segnali di tempesta. Lo scorso anno, un report dell'economista britannico George Magnus, analista della banca svizzera UBS e uno dei pochi ad aver previsto l'esplosione della bolla dei subprime, avvertiva che l'attuale calma sui mercati è la classica "quiete prima della tempesta". Proprio come quella che aveva preceduto il 2008.
Idem ha fatto, poco dopo, il francese Jacques Attali, sul settimanale L’Express, prevedendo lo scoppio di una crisi finanziaria con conseguenze durissime soprattutto in Europa.
Stabilito che ci sarà da ballare, il ragionamento di Dimon e degli altri profeti di sventura passa ad esaminare chi è come ci rimetterà per primo – o con costi maggiori – la ghirba.
Rassicurando i soci, Dimon ha ricordato che la capacità di assorbire eventuali shock da parte delle banche è stata molto limitata dalle nuove regole su capitali e liquidità. In fondo sono state salvate dai governi, hanno i bilanci parzialmente ripuliti, hanno scaricato la maggior parte della zavorra alle banche centrali (prima alla Federal Reserve, ora anche alla Bce). Quindi non saranno le banche a essere travolte per prime, né a dare una mano per salvare il sistema.
Hedge fund e grandi gestori di fondi saranno invece costretti a intervenire e acquistare asset finanziari improbabili, ovviamente insieme ai governi nazionali. Uno schema solo in parte originale, anzi già collaudato, che alla fine scaricherà la gran parte dei costi direttamente sui risparmiatori una volta come aderenti ai fondi di investimento, una volta come contribuenti degli stati nazionali (inevitabilmente costretti ad aumentare la tassazione per far quadrare i bilanci) e un'altra ancora come lavoratori dipendenti che perderanno il lavoro.
La cabala dei previsori indica però anche l'anno dell'esplosione: il 2015.
Attali, per esempio, segnala che negli ultimi trent'anni le crisi finanziarie gravi si sono ripetute ogni sette anni: 1987 (il Dow Jones perse il 22,6% in una sola giornata); 1994 (crisi della valute emergenti); 2001 (scoppio della bolla dot.com); 2008 (bolla dei subprime negli Usa). Il problema è che non siamo ancora usciti da quest'ultima e già ne sta arrivando un'altra. Non c'è stato insomma possibilità di mettere a posto i vari sistemi e sottosistemi sconquassati dalla crisi del 2008. Per dire: da allora l'Italia ha perso oltre il 12% del Pil, la Grecia quasi il 30, e neanche la Germania non ha davvero recuperato il gap con la situazione del 2007.
Il vero elemento che preoccupa i “professionisti dei mercati” è esattamente quello che hanno preteso a gran voce da sette anni a questa parte: la “droga liquida” emessa con assoluta generosità dalle grandi banche centrali (Federal Reserve su tutti). Un oceano di denaro che continua a sgorgare da numerose sorgenti (Bce e Banca del Giappone, in questo momento) senza trovare da nessuna parte vere occasioni di valorizzazione. Ossia di profitto.
Questo oceano di denaro non ha avuto quasi nessun effetto sull'”economia reale”, sulla produzione o i servizi; se non quello, minore, di contenere i crolli di diversi settori. Soprattutto, però, quell'oceano di liquidità si è riversato sulle borse e sui “mercati paralleli”, quelli dove viaggiano prodotti “derivati” dal contenuto (o “sottostante”) irrintracciabile, oppure sulle quotazioni azionarie di borsa. In definitiva: quei prezzi delle azioni, oggi, sono gonfiati dalla droga e non corrispondono affatto – anzi! – alle condizioni di profittabilità delle aziende di cui portano il nome.*
Questo fenomeno ha un nome: bolla. Ogni asset finanziario è sopravvalutato, costa troppo rispetto al suo (già incerto) valore. Facile dunque prevedere, per uno come Dimon, un botto fragoroso e velocissimo non appena la “bolla” incontrerà – come sempre avviene – il suo fatale spillo. Ossia l'occasione, magari minore e impensabile (com'è stato per i mutui subprime statunitensi), che fa saltare la catena di sant'Antonio dei titoli finanziari. Con tutti che corrono a vendere e nessuno che si ferma a comprare. Noi consigliamo sempre di dare uno sguardo al film Margin call per farsi un'idea “da dentro” dell'esplosione della bolla.
E sembra abbastanza credibile la previsione dell'Europa come epicentro dell'esplosione. In fondo è qui che la Bce sta cominciando a pompare liquidità – sostenendo i valori di borsa – proprio mentre la Federal Reserve Usa sta meditando di “tornare alla normalità”, rialzando i tassi di interesse. Persino la querula regina delle riunioni del Fmi, Christine Lagarde, ha dovuto ammettere che proprio in Europa il rischio è più alto per via, anche, di "crediti incagliati per 900 miliardi di euro, che stanno bloccando i canali del credito nell'Eurozona". Una cifra pari al 60% del Pil italiano, non un petardo.
C'è quindi chi azzarda anche la previsione del comparto che esploderà per primo:
Fonte
* questo dovrebbero tatuarselo in fronte tutti i furboni (rigorosamente con salario da dipendente) che pensano di sbancare il lunario o peggio ancora fare il grande balzo che li affranco il moderno proletariato facendo gli speculatori da 4 lire tra il titolo di BancaIntesa e quello di Apple...
Non ne stanno parlando in qualche “pensatoio” senza responsabilità operative, ma ai vertici delle principali banche d'affari del pianeta. Strutture multinazionali per definizione, con terminali in ogni angolo del globo e analisti dedicati ad ogni area significativa di business.
A rompere il ghiaccio è stato Jamie Dimon, un paio di giorni fa. Di mestiere fa l'amministratore delegato di Jp Morgan, squalo della finanza secondo soltanto a Goldman Sachs, e in quanto tale ha inviato ai suoi soci la periodica lettera di informazioni in cui viene dipinto un quadro niente affatto roseo.
La tesi è semplice: una nuova crisi sta per abbattersi sui mercati finanziari. Nessun verbo al condizionale. L'unica incertezza è sul quando esploderà e a partire da quale punto. Sono domande centrali per uno che sposta quotidianamente denaro da una parte all'altra del globo – non deve farsi sorprendere nell'ora e nel posto sbagliato – ma assai meno pressanti per noi che non abbiamo un soldo.
A noi interessa soprattutto sapere che un'altra crisi finanziaria, di dimensioni superiori a quella del 2007-08 e con effetti decisamente più devastanti, si va “caricando” nelle viscere del sistema internazionale. E nessuna sa come tenerla sotto controllo.
Dimon impiega ben tre pagine del suo rapporto (poco meno del 10% del testo completo) a disegnare scenari plausibili, per consentire ai suoi soci di prendere decisioni razionali, tempestive, conservative. Due cose gli sembrano comunque certe; una fase caratterizzata da "mercati più volatili" e "un rapido deprezzamento delle valutazioni". Tempesta e grande velocità nell'accumulare perdite, se si sbagliano le mosse.
In fondo Dimon è solo il più “operativo” tra le cassandre che stanno vedendo crescere i segnali di tempesta. Lo scorso anno, un report dell'economista britannico George Magnus, analista della banca svizzera UBS e uno dei pochi ad aver previsto l'esplosione della bolla dei subprime, avvertiva che l'attuale calma sui mercati è la classica "quiete prima della tempesta". Proprio come quella che aveva preceduto il 2008.
Idem ha fatto, poco dopo, il francese Jacques Attali, sul settimanale L’Express, prevedendo lo scoppio di una crisi finanziaria con conseguenze durissime soprattutto in Europa.
Stabilito che ci sarà da ballare, il ragionamento di Dimon e degli altri profeti di sventura passa ad esaminare chi è come ci rimetterà per primo – o con costi maggiori – la ghirba.
Rassicurando i soci, Dimon ha ricordato che la capacità di assorbire eventuali shock da parte delle banche è stata molto limitata dalle nuove regole su capitali e liquidità. In fondo sono state salvate dai governi, hanno i bilanci parzialmente ripuliti, hanno scaricato la maggior parte della zavorra alle banche centrali (prima alla Federal Reserve, ora anche alla Bce). Quindi non saranno le banche a essere travolte per prime, né a dare una mano per salvare il sistema.
Hedge fund e grandi gestori di fondi saranno invece costretti a intervenire e acquistare asset finanziari improbabili, ovviamente insieme ai governi nazionali. Uno schema solo in parte originale, anzi già collaudato, che alla fine scaricherà la gran parte dei costi direttamente sui risparmiatori una volta come aderenti ai fondi di investimento, una volta come contribuenti degli stati nazionali (inevitabilmente costretti ad aumentare la tassazione per far quadrare i bilanci) e un'altra ancora come lavoratori dipendenti che perderanno il lavoro.
La cabala dei previsori indica però anche l'anno dell'esplosione: il 2015.
Attali, per esempio, segnala che negli ultimi trent'anni le crisi finanziarie gravi si sono ripetute ogni sette anni: 1987 (il Dow Jones perse il 22,6% in una sola giornata); 1994 (crisi della valute emergenti); 2001 (scoppio della bolla dot.com); 2008 (bolla dei subprime negli Usa). Il problema è che non siamo ancora usciti da quest'ultima e già ne sta arrivando un'altra. Non c'è stato insomma possibilità di mettere a posto i vari sistemi e sottosistemi sconquassati dalla crisi del 2008. Per dire: da allora l'Italia ha perso oltre il 12% del Pil, la Grecia quasi il 30, e neanche la Germania non ha davvero recuperato il gap con la situazione del 2007.
Il vero elemento che preoccupa i “professionisti dei mercati” è esattamente quello che hanno preteso a gran voce da sette anni a questa parte: la “droga liquida” emessa con assoluta generosità dalle grandi banche centrali (Federal Reserve su tutti). Un oceano di denaro che continua a sgorgare da numerose sorgenti (Bce e Banca del Giappone, in questo momento) senza trovare da nessuna parte vere occasioni di valorizzazione. Ossia di profitto.
Questo oceano di denaro non ha avuto quasi nessun effetto sull'”economia reale”, sulla produzione o i servizi; se non quello, minore, di contenere i crolli di diversi settori. Soprattutto, però, quell'oceano di liquidità si è riversato sulle borse e sui “mercati paralleli”, quelli dove viaggiano prodotti “derivati” dal contenuto (o “sottostante”) irrintracciabile, oppure sulle quotazioni azionarie di borsa. In definitiva: quei prezzi delle azioni, oggi, sono gonfiati dalla droga e non corrispondono affatto – anzi! – alle condizioni di profittabilità delle aziende di cui portano il nome.*
Questo fenomeno ha un nome: bolla. Ogni asset finanziario è sopravvalutato, costa troppo rispetto al suo (già incerto) valore. Facile dunque prevedere, per uno come Dimon, un botto fragoroso e velocissimo non appena la “bolla” incontrerà – come sempre avviene – il suo fatale spillo. Ossia l'occasione, magari minore e impensabile (com'è stato per i mutui subprime statunitensi), che fa saltare la catena di sant'Antonio dei titoli finanziari. Con tutti che corrono a vendere e nessuno che si ferma a comprare. Noi consigliamo sempre di dare uno sguardo al film Margin call per farsi un'idea “da dentro” dell'esplosione della bolla.
E sembra abbastanza credibile la previsione dell'Europa come epicentro dell'esplosione. In fondo è qui che la Bce sta cominciando a pompare liquidità – sostenendo i valori di borsa – proprio mentre la Federal Reserve Usa sta meditando di “tornare alla normalità”, rialzando i tassi di interesse. Persino la querula regina delle riunioni del Fmi, Christine Lagarde, ha dovuto ammettere che proprio in Europa il rischio è più alto per via, anche, di "crediti incagliati per 900 miliardi di euro, che stanno bloccando i canali del credito nell'Eurozona". Una cifra pari al 60% del Pil italiano, non un petardo.
C'è quindi chi azzarda anche la previsione del comparto che esploderà per primo:
Secondo molti esperti, tra gli ultimi Lagarde, partirà dal mercato obbligazionario: ha superato i 100.000 miliardi di dollari (erano 70.000 miliardi nel 2007). Un mercato dalle dimensioni colossali, 50 volte il debito pubblico italiano, che sta consentendo alle grandi società statunitensi di scaricare il proprio debito in Europa, dove il costo del denaro è più basso. La prossima bolla a esplodere sarà quella dei bond.Titoli di stato, ovvero debito pubblico, cioé il canale di scambio tra capitale multinazionale finanziario privato e possibilità di rifinanziamento del debito pubblico degli Stati. Vien quasi da ridere pensando con quale seriosità, per esempio, Schaeuble e Merkel continuano a bacchettare la Grecia mentre sotto le loro auguste poltrone è caricata una bomba nucleare da 100.000 miliardi...
Fonte
* questo dovrebbero tatuarselo in fronte tutti i furboni (rigorosamente con salario da dipendente) che pensano di sbancare il lunario o peggio ancora fare il grande balzo che li affranco il moderno proletariato facendo gli speculatori da 4 lire tra il titolo di BancaIntesa e quello di Apple...
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