Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Barroso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Barroso. Mostra tutti i post

11/07/2016

Barroso a Goldman Sachs, così funziona la classe dirigente multinazionale

Alcuni, ancora oggi, ritengono che non ci sia una “classe dirigente multinazionale”, slegata di fatto da qualsiasi interesse nazionale ed agente solo in funzione di un potere economico marxianamente impersonale. Quelli che sono rimasti al tempo – ormai quasi soltanto italiano – in cui “capitalista” faceva coppia fissa con “padrone”. E che quindi fanno fatica a vedere il nemico lì dove è effettivamente, mentre continuano a cercarlo e trovarlo in personaggi di poca importanza, nessuno spessore, nessun futuro,

Non che José Manuel Barroso, in gioventù addirittura militante in un gruppo “maoista” portoghese, sia un personaggio notevole. La sua carriera si è interamente consumata dentro quella classe dirigente multinazionale che ha disegnato l’Unione Europea, quindi tutte le istituzioni e i trattati che la costituiscono, in stretta collaborazione con i principali gruppi finanziari e imprenditoriali multinazionali.

Però è proprio per questo la sintesi perfetta di cosa sia oggi un manager del capitale, senza un’impresa propria né proveniente dal mondo delle imprese. Un “non padrone”, ossia un funzionario che comprende alla perfezione (volendo esagerare...) le necessità del capitale e prepara insieme a migliaia di altri le istituzioni che meglio rispondono a quelle esigenze. Ed anche qui bisogna sottolineare che le esigenze non sono un progetto di lunga durata, un “piano del capitale” (per dirla col linguaggio operaista-complottista), ma appunto bisogni contingenti, di breve-medio periodo, flessibili.

Bene: José Manuel Barroso, ex presidente della Commissione Europea, in carica dal 2004 al 2014, è stato nominato come presidente non esecutivo di Goldman Sachs. Non presidente davvero, insomma, ma figura di rappresentanza, figura di prestigio da esibire nell’attività di lobbying della prima banca d’affari del mondo.

La sua remuneratissima opera è esplicitata quasi senza filtri nel comunicato di Goldman Sachs che annuncia la nomina: «La sua esperienza e capacità di giudizio saranno di grande aiuto per noi e i nostri azionisti». Le sue entrature e conoscenze in mezzo mondo, e soprattutto ai piani alti della Ue, sono di per sé un “valore” da mettere a frutto, capitalisticamente parlando.

Barroso, tra il 2002 e il 2004 era stato anche primo ministro del Portogallo, giunto a quella carica come segretario generale dei “democratici” (ricorda qualcosa?). Prima di emergere come “leader politico” era stato professore alla Georgetown University di Washington e alla Woodrow Wilson School dell’università di Princeton.

Un personaggio fuori da ogni logica o interesse “nazionalistico”, come si vede, ma che ovviamente ha un luogo di nascita e un passaporto che ad un certo punto diventano importanti per un impiego particolare (premier di quel paese, per esempio, o anche semplice ministro).

Una volta ci si stupiva perché la classe politica degli Stati Uniti veniva direttamente dal mondo delle imprese e lì tornava dopo qualche anno nella stanza dei bottoni di Washington. Ora quel modello è diventato l’unico modo di individuazione di una ristrettissima cerchia di “potenziali leader” per questo o quel paese. Sarà un caso, ma anche Mario Draghi – prima di tornare in Banca d’Italia da governatore – era stato vicepresidente della sezione europea di Goldman Sachs. E sarà un caso anche che si faccia con insistenza il suo nome come miglior sostituto possibile di Renzi, ormai sulla passerella che porta dal ponte di comando all’acqua del mare.

Anche per l’Italia, in quel caso, sarà finita l’epoca dello storytelling e si farà avanti nuovamente la dura legge delle “necessità tecniche” legate al pareggio di bilancio. Tecnicismi che favoriranno come sempre qualcuno punendo drasticamente qualcun altro. Lo ammette ormai persino la tessera numero uno del Pd, al secolo ingegner Carlo De Benedetti (vedi qui e qui).

Un lavoro da far fare a funzionari sperimentati, visti all’opera in decine di anni di onorato servizio. Come Mario Monti, insomma. Tanto per loro un posto da presidente onorario si troverà sempre...

E la democrazia?, direte voi... Beh, nessun potere è perfetto. Neanche la democrazia lo era, dunque se ne può fare a meno...

Fonte

23/10/2014

Regole segrete per le prescrizioni europee; Renzi nei guai

Puoi fare il ganzo quanto ti pare, sul divano di Barbara D'Urso, ma in Europa - meglio: nell'Unione Europea - ci si comporta "secondo le regole". E tra quelle non scritte, o scritte in qualche memorandum che Matteo Renzi non ha mandato a memoria, c'è anche il fatto che le missive classificate "strettamente confidenziali", tra governanti continentali e mandatari soltanto nazionali, non debbono finire in tempo reale sui giornali.

E' quello che però è accaduto con la ormai famosissima lettera spedita dal vicepresidente e commissario agli affari economici della Ue, Jyrki Katainen, in cui si chiedevano all'Italia "chiarimenti" sul "significativo scostamento dagli obiettivi di bilancio" registrati al primo esame delle legge di stabilità (l'ex legge finanziaria, che da due anni - secondo il trattato Two Pack - deve essere approvata dalla Commissione Ue e, se del caso, rapidamente corretta o riscritta). E' una delle conseguenza della "cessione di sovranità", piaccia o non piaccia.

Lettera urticante, per quanto "confidenziale", anche nei toni. Quell'"attendiamo risposta entro 24 ore" (letteralmente; "entro il 24 ottobre", ovvero domani) non è il massimo della cortesia diplomatica, anche se magari giustificato dai tempi stretti di lavorazione delle pratiche a Bruxelles.

Ma soprattutto lettera che doveva restare segreta. Lo ammette con rabbia profonda il presidente uscente della Commissione, il portoghese Durao Barroso: «La Commissione non voleva quella pubblicazione perché stava portando avanti consultazioni delicate che devono necessariamente avvenire in un clima di riservatezza e fiducia reciproca. Il ministero dell'Economia ha avvertito il vicepresidente Katainen ma se volevamo la pubblicazione l'avremmo diffusa noi la lettera». D'altro canto, la Commissione «ha l'obbligo legale di comunicare gli scostamenti significativi e il termine per farlo scadeva ieri, questo per dare modo all'Italia di rispondere nei tempi previsti d'intesa con Katainen e con il nuovo presidente Juncker».

Insomma: vi stavamo facendo un favore, parlando sottovoce, ma voi siete davvero poco affidabili. Sembra di essere tornati ai tempi di Berlusconi che faceva le corna durante le foto ufficiali o "cucù" alla Merkel giocando a nascondino. Ma stavolta è assai più grave, perché tutte le istituzioni europee avevano scommesso sulla capacità del guitto di Pontassieve di far rispettare trattati indigeribili alla popolazione italiana, mantenendo così quel tanto di "spirito europeista" che sembra dissolversi rapidamente col passare degli anni di crisi.

Barroso se l'è presa con la stampa italiana, per non accusare anche di questo il governo, per come è stata presentata la "lettera" che si sapeva doveva arrivare e che sarebbe stata molto critica con la legge di stabilità. In effetti, i quotidiani di stamattina erano tutti pieni di "retroscena" sulla genesi di questa lettera; e tutti l'attribuivano al bilioso Barroso, che avrebbe cercato "un po' di visibilità per rientrare alla grande nella politica del suo paese" (il Portogallo...) mettendo l'Italia sul banco degli imputati.

Versione non troppo brillantemente confermata, sia pure in modo indiretto, dallo stesso Renzi che tuonava su tutti i canali "ora in Europa si cambia musica", plaudendo alla "nuova" Commissione e ai 300 miliardi di investimenti promessi da Juncker (ma prenotati in larga parte da Merkel e Hollande).

E quindi Barroso ha messo i puntini su tutte le "i": «È disonesto presentare come personali, posizioni che sono il frutto del lavoro serio di analisi dei budget di tutta la Commissione, un esercizio delicato non una battaglia perché se siamo alla battaglia perdiamo tutti».

Fare questi giochini per fare il ganzo con l'elettore medio italiani, considerato a quanto pare parecchio boccalone, rischia di "far saltare il clima di fiducia tra partner continentali". Non proprio una cosetta "ganza", per chi siede nei vertici dell'Unione. «Se ci si mette gli uni contro gli altri vengono meno i presupposti del nostro lavoro. La Commissione è custode dei Trattati e li applica nell'interesse di tutti gli Stati membri».

Ma bisognerebbe avere a che fare con statisti, non con "comunicatori compulsivi".

Il toscanello facondo, punto sul vivo, ha reagito buttandola ancora più in caciara: "E' finito il tempo delle lettere segrete, è il momento della trasparenza e della chiarezza". Peggio: "Pubblicheremo non solo la lettera" inviata dall'Ue, "ma tutti i dati economici di quanto si spende in questi palazzi, sarà molto divertente".

Per essere stato eletto come "argine contro il populismo antieuropeista" bisogna ammettere che non è male... Anche Marine Le Pen o Farage debbono aver provato un pizzico di invidia. Ma dubitiamo che l'insieme di poteri che l'hanno paracadutato su Palazzo Chigi siano particolarmente contenti. La situazione economica italiana, dal loro punto di vista, non è tale da consentire una diatriba così squassante nell'Unione Europea. Perché quel che qui appare - ed è pensata per questo - come una battuta "fica", a Bruxelles viene presa alla lettera. Nella traduzione, insomma, si perde l'intonazione ironica e resta soltanto la stronzata nero su bianco. Come Berlusconi, certo...

Resta comunque un dato da tenere sempre presente: all'interno dell'Unione Europea le decisioni vengono prese in segreto e tali devono restare, a meno di non concordare sulla pubblicazione. Non sia mai detto che le popolazioni possano sapere per tempo quel che si prepara alle proprie spalle. E magari reagire di conseguenza, e in tempo utile.

Fonte