di Alessandro Volpi
Non si tratta di un dettaglio.
Un ricco editore greco, Theodore Kyriakou, soprannominato Theo e da poco acquirente del gruppo Repubblica, insieme all’Atlantic Council, un centro di studi legatissimo alla Nato, finanziato da Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Bank of America, Blackstone, RBC Capital Markets, HSBC, Chevron ed ExxonMobil, e diretto da Fred Kempe, per 25 anni capo redattore del Wall Street Journal, hanno organizzato un vertice per discutere del futuro del Golfo.
La sede è stata individuata in un lussuosissimo ed esclusivo resort di Navarino, in Grecia, a cui è stato precluso l’ingresso a tutti i giornalisti, fatta eccezione per quelli del gruppo Antenna.
Sono così arrivati il primo ministro della Grecia, il primo ministro del Qatar, quello del Kuwait, il vice premier britannico, il presidente della Finlandia, l’ultra trumpiano Strubb, e Giorgia Meloni. Insieme a loro hanno raggiunto la località greca anche Christine Lagarde e Kristina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale.
Perché, ho scritto in apertura, non si tratta di un dettaglio?
Provo a rispondere così, molto sinteticamente. il “vertice” di Navarino è paradigmatico di una politica internazionale promossa da soggetti privati che compongono, a loro scelta, la platea degli invitati: qui non si capisce perché ci siano solo due degli Stati del Golfo insieme alla Finlandia, all’Inghilterra e l’Italia.
Certo, una partecipazione siffatta non aiuta né il processo di pacificazione nella guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran, né, tantomeno, una chiarezza nelle politiche europee, anzi. Peraltro, il ruolo centrale dell’Atlantic Council, radicalmente filo Nato, senza una partecipazione dell’amministrazione degli Stati Uniti genera ulteriore confusione, a cui Giorgia Meloni sembra essersi felicemente prestata.
Ma forse la chiave di lettura è un’altra. A Navarino si incontrano, oltre ai politici, i grandi fondi sovrani arabi, i grandi fondi Usa di private equity, e le grandi banche degli Stati Uniti, a cominciare da Jp Morgan e Goldman Sachs, per trattare di affari immobiliari e di operazioni sull’energia.
Nello specifico, Meloni è molto interessata ai miliardi che i fondi sovrani arabi hanno promesso all’altrimenti assai scarico Piano Casa.
Alla luce di ciò, tuttavia, la domanda è inevitabile. Ma davvero, mentre Trump va a Pechino a riconoscere l’insostituibile centralità cinese, mentre Putin lancia messaggi all’Unione europea e si appresta ad accogliere Xi a Mosca a fine giugno e mentre a Teheran si attende Xi Jinping, la risposta della politica estera del governo Meloni è quella di andare con il presidente finlandese e il vice premier inglese, espressione di un governo scaduto, a fare “affari” in un resort greco?
A questa domanda ne aggiungerei una ulteriore. Ma davvero Bce e FMI possono prestarsi in maniera così lapalissiana a fare da garanti a interessi finanziari di colossi privati e dei patrimoni degli sceicchi?
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Fondi speculativi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fondi speculativi. Mostra tutti i post
19/05/2026
30/03/2026
Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale
L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane nei confronti di TIM non appare certo come un fulmine a cielo sereno nell’apparato produttivo e infrastrutturale nazionale.
Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.
Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.
Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.
Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.
Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.
Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.
Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.
Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.
Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.
Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.
Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.
La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.
Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.
Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.
Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.
Fonte
Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.
Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.
Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.
Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.
Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.
Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.
Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.
Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.
Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.
Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.
Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.
La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.
Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.
Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.
Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.
Fonte
12/04/2025
Presidenza Trump, l’hedge fund incorporato nelle competenze governamentali
Le accuse di speculazione finanziaria rivolte a Trump dai democratici durante la crisi delle borse causata dai provvedimenti sui dazi non sono false ma sono, sul piano politico, soprattutto superficiali. Se ne comprende l’obiettivo, cercare di accumulare materiale per processare il presidente degli Stati uniti per insider trading, ma non fanno intravedere capacità di analisi.
Quello che sta accadendo è qualcosa di molto più profondo del semplice insider trading, l’abuso di informazioni riservate: l’amministrazione Trump ha incorporato, tra le proprie funzioni, quella della modalità hedge fund mandando in corto circuito la consolidata visione politica delle competenze governamentali. E questo non solo perché la Trump corp. vive del nesso tra settore immobiliare e finanziario ma soprattutto perché l’amministrazione Trump, oltre alle competenze della sua corporation, assembla CEO di hedge fund ai vertici apicali del tesoro e al commercio assieme alle loro sterminate filiere di relazioni e di interessi.
Per cui di fronte alle gravi criticità del debito americano l’amministrazione Trump si comporta da hedge fund consapevole di avere, sui mercati, una posizione non onnipotente ma strategica (il governo federale) adottando così una tattica aggressiva per predare ricchezza e cambiare le gerarchie del mercato. Ed ecco i dazi per come li abbiamo conosciuti. Poi accade quello che magari la politica non si aspetta ma che, invece, i gestori dei fondi speculativi conoscono bene: la strategia aggressiva produce effetti collaterali anche decisamente controproducenti per cui bisogna sapersi far trovare pronti. Il dissenso di molti finanziatori della campagna elettorale di Trump, gli evidenti attacchi finanziari dalla Cina, e soprattutto dal Giappone fanno parte di questi, pericolosi, effetti collaterali da saper affrontare.
Ma in questo caso l’effetto collaterale più grosso di tutti è il terremoto che si è prodotto nel mercato dei titoli del Tesoro statunitense (U.S. Treasury) che rappresenta la pietra angolare del sistema finanziario globale. Il mercato dei Treasury è riconosciuto come il mercato dei titoli di Stato più grande e liquido al mondo, fungendo da benchmark fondamentale per la determinazione dei prezzi di un’ampia gamma di attività finanziarie a livello globale. La sua importanza trascende persino la mera dimensione; è essenziale per il finanziamento del debito pubblico statunitense, costituisce il canale primario per la trasmissione della politica monetaria della Federal Reserve all’economia reale e, data la sua percezione come asset “risk-free”, gioca un ruolo critico nel mantenimento della stabilità finanziaria globale.
Bene, in questi giorni il mercato dei Treasury è stato messo in grave crisi dal collasso della riproducibilità di un’operazione finanziaria al suo interno nota come “basis trade” sui titoli di Stato statunitensi (T-Bond). Si tratta di una operazione finanziaria comune e diffusa che di solito ha funzioni regolative sul mercato e che coinvolge hedge fund che guadagnano sulle differenze di prezzo tra i futures sui T-Bond e il T-Bond stesso. Le conseguenze di questo collasso sono un fenomeno noto almeno dalla crisi del Covid del 2020, e da quella conosciuta come “crisi dei Repo” dell’anno precedente: dollaro e valore dei T-Bond scendono precipitosamente, il debito federale si allarga velocemente, la speculazione morde istantaneamente, grazie anche a tecnologie di accelerazione dello short selling in caso di crisi, Wall Street cade e si avvicina lo spettro della crisi sistemica.
Cosa fa l’amministrazione Trump mentre il canale primario per la trasmissione della politica monetaria della Federal Reserve è in crisi e con lui il basis trade che muta pericolosamente dal ruolo di strumento di stabilizzazione del mercato? Semplicemente usa la propria posizione strategica (sul piano dell’informazione e dei provvedimenti normativi) ma non da governo, ma da bravo hedge fund. Quindi, per qualche giorno, dal delirio delle borse del 2 aprile a dazi annunciati, non interviene favorendo le posizioni speculative che hanno guadagnato, e non poco, sul crollo dei Treasury e, solo una settimana dopo, rilascia dichiarazioni e provvedimenti che creano una tregua sui mercati favoriscono la speculazione degli attori meglio posizionati, e a lui alleati, in grado di sfruttare il rialzo di borsa, il più grande dalla fine della seconda guerra mondiale.
Aggredire il mercato, con la mossa spettacolo dei dazi, e posizionarsi secondo gli effetti dell’aggressione al mercato, in entrambi i casi, è una mossa da hedge fund. Solo che l’amministrazione Trump è un governo che, come tale, deve anche attivare tattiche governamentali, di stabilizzazione e di perseguimento di obiettivi strategici. Invece l’amministrazione Trump affronta la crisi del debito estero americano come se fosse un hedge fund lavorando sull’aggressione al mercato e sull’adattamento al caos creato da questa aggressione. E un hedge fund non deve risolvere la questione del debito quanto sopravvivere e guadagnare dai continui sussulti che questa provoca. Questa ibridazione tra governamentalità e comportamenti da hedge fund sconvolge la concezione della governamentalità per come l’abbiamo conosciuta: elemento di stabilizzazione della società secondo politiche, norme, codici, pratiche. Governamentalità è un concetto che indica le configurazioni di rapporti tra governanti e governati, le modalità di gestione delle popolazioni. Si tratta di una tecnologia di governo che si realizza attraverso istituzioni, procedure, analisi, riflessioni, calcoli e tattiche. I dazi fanno parte di questa arte di tecnologia di governo nel momento in cui devono regolare circolazione e produzione di ricchezza. Lo stato che assorbe le funzioni di hedge fund metabolizza la dinamica potente di creazione e distruzione di ricchezza tramite i mercati finanziari ma rende marginali le pratiche governamentali che finiscono per essere solo dei processi che servono per riprodurre legittimazione formale, di uno stato sempre più svuotato di senso e percepito anomicamente.
Del resto aggredire i mercati finanziari per ridurre strutturalmente il problema del debito genera una serie di conflitti – commerciali, finanziari, sinergie con i conflitti sul campo – che sono coestensivi con la guerra finanziaria permanente nella quale vivono gli hedge fund ma sono, alla lunga, letali per le pratiche della governamentalità. Si tratta di problemi nuovi, indubitabilmente, ma anche di vestiti nuovi per vecchi problemi. Lo stato come hedge fund, alla nascita dello stato moderno, lo troviamo subito allo scoppio della bolla della South Sea (1720) compagnia il cui valore era stato gonfiato dalla corona britannica per trovare i fondi per finanziare i costi del conflitto anglo-scozzese. Dopo essersi riprodotta in molte forme, la funzione hedge fund intrecciata nella governamentalità ritorna, tecnologicamente innervata, con rinnovata potenza distruttrice. La dimensione del debito pubblico degli Stati Uniti è garanzia che questa potenza distruttrice, nonostante qualche pausa, è destinata a produrre a lungo effetti sulla morfologia delle nostre società.
Fonte
Quello che sta accadendo è qualcosa di molto più profondo del semplice insider trading, l’abuso di informazioni riservate: l’amministrazione Trump ha incorporato, tra le proprie funzioni, quella della modalità hedge fund mandando in corto circuito la consolidata visione politica delle competenze governamentali. E questo non solo perché la Trump corp. vive del nesso tra settore immobiliare e finanziario ma soprattutto perché l’amministrazione Trump, oltre alle competenze della sua corporation, assembla CEO di hedge fund ai vertici apicali del tesoro e al commercio assieme alle loro sterminate filiere di relazioni e di interessi.
Per cui di fronte alle gravi criticità del debito americano l’amministrazione Trump si comporta da hedge fund consapevole di avere, sui mercati, una posizione non onnipotente ma strategica (il governo federale) adottando così una tattica aggressiva per predare ricchezza e cambiare le gerarchie del mercato. Ed ecco i dazi per come li abbiamo conosciuti. Poi accade quello che magari la politica non si aspetta ma che, invece, i gestori dei fondi speculativi conoscono bene: la strategia aggressiva produce effetti collaterali anche decisamente controproducenti per cui bisogna sapersi far trovare pronti. Il dissenso di molti finanziatori della campagna elettorale di Trump, gli evidenti attacchi finanziari dalla Cina, e soprattutto dal Giappone fanno parte di questi, pericolosi, effetti collaterali da saper affrontare.
Ma in questo caso l’effetto collaterale più grosso di tutti è il terremoto che si è prodotto nel mercato dei titoli del Tesoro statunitense (U.S. Treasury) che rappresenta la pietra angolare del sistema finanziario globale. Il mercato dei Treasury è riconosciuto come il mercato dei titoli di Stato più grande e liquido al mondo, fungendo da benchmark fondamentale per la determinazione dei prezzi di un’ampia gamma di attività finanziarie a livello globale. La sua importanza trascende persino la mera dimensione; è essenziale per il finanziamento del debito pubblico statunitense, costituisce il canale primario per la trasmissione della politica monetaria della Federal Reserve all’economia reale e, data la sua percezione come asset “risk-free”, gioca un ruolo critico nel mantenimento della stabilità finanziaria globale.
Bene, in questi giorni il mercato dei Treasury è stato messo in grave crisi dal collasso della riproducibilità di un’operazione finanziaria al suo interno nota come “basis trade” sui titoli di Stato statunitensi (T-Bond). Si tratta di una operazione finanziaria comune e diffusa che di solito ha funzioni regolative sul mercato e che coinvolge hedge fund che guadagnano sulle differenze di prezzo tra i futures sui T-Bond e il T-Bond stesso. Le conseguenze di questo collasso sono un fenomeno noto almeno dalla crisi del Covid del 2020, e da quella conosciuta come “crisi dei Repo” dell’anno precedente: dollaro e valore dei T-Bond scendono precipitosamente, il debito federale si allarga velocemente, la speculazione morde istantaneamente, grazie anche a tecnologie di accelerazione dello short selling in caso di crisi, Wall Street cade e si avvicina lo spettro della crisi sistemica.
Cosa fa l’amministrazione Trump mentre il canale primario per la trasmissione della politica monetaria della Federal Reserve è in crisi e con lui il basis trade che muta pericolosamente dal ruolo di strumento di stabilizzazione del mercato? Semplicemente usa la propria posizione strategica (sul piano dell’informazione e dei provvedimenti normativi) ma non da governo, ma da bravo hedge fund. Quindi, per qualche giorno, dal delirio delle borse del 2 aprile a dazi annunciati, non interviene favorendo le posizioni speculative che hanno guadagnato, e non poco, sul crollo dei Treasury e, solo una settimana dopo, rilascia dichiarazioni e provvedimenti che creano una tregua sui mercati favoriscono la speculazione degli attori meglio posizionati, e a lui alleati, in grado di sfruttare il rialzo di borsa, il più grande dalla fine della seconda guerra mondiale.
Aggredire il mercato, con la mossa spettacolo dei dazi, e posizionarsi secondo gli effetti dell’aggressione al mercato, in entrambi i casi, è una mossa da hedge fund. Solo che l’amministrazione Trump è un governo che, come tale, deve anche attivare tattiche governamentali, di stabilizzazione e di perseguimento di obiettivi strategici. Invece l’amministrazione Trump affronta la crisi del debito estero americano come se fosse un hedge fund lavorando sull’aggressione al mercato e sull’adattamento al caos creato da questa aggressione. E un hedge fund non deve risolvere la questione del debito quanto sopravvivere e guadagnare dai continui sussulti che questa provoca. Questa ibridazione tra governamentalità e comportamenti da hedge fund sconvolge la concezione della governamentalità per come l’abbiamo conosciuta: elemento di stabilizzazione della società secondo politiche, norme, codici, pratiche. Governamentalità è un concetto che indica le configurazioni di rapporti tra governanti e governati, le modalità di gestione delle popolazioni. Si tratta di una tecnologia di governo che si realizza attraverso istituzioni, procedure, analisi, riflessioni, calcoli e tattiche. I dazi fanno parte di questa arte di tecnologia di governo nel momento in cui devono regolare circolazione e produzione di ricchezza. Lo stato che assorbe le funzioni di hedge fund metabolizza la dinamica potente di creazione e distruzione di ricchezza tramite i mercati finanziari ma rende marginali le pratiche governamentali che finiscono per essere solo dei processi che servono per riprodurre legittimazione formale, di uno stato sempre più svuotato di senso e percepito anomicamente.
Del resto aggredire i mercati finanziari per ridurre strutturalmente il problema del debito genera una serie di conflitti – commerciali, finanziari, sinergie con i conflitti sul campo – che sono coestensivi con la guerra finanziaria permanente nella quale vivono gli hedge fund ma sono, alla lunga, letali per le pratiche della governamentalità. Si tratta di problemi nuovi, indubitabilmente, ma anche di vestiti nuovi per vecchi problemi. Lo stato come hedge fund, alla nascita dello stato moderno, lo troviamo subito allo scoppio della bolla della South Sea (1720) compagnia il cui valore era stato gonfiato dalla corona britannica per trovare i fondi per finanziare i costi del conflitto anglo-scozzese. Dopo essersi riprodotta in molte forme, la funzione hedge fund intrecciata nella governamentalità ritorna, tecnologicamente innervata, con rinnovata potenza distruttrice. La dimensione del debito pubblico degli Stati Uniti è garanzia che questa potenza distruttrice, nonostante qualche pausa, è destinata a produrre a lungo effetti sulla morfologia delle nostre società.
Fonte
14/08/2024
Crisi finanziaria, Handelsblatt intervista El-Erian “l’atteggiamento di Wall Street è sconvolgente”
Quando nel mondo delle borse si percepisce l’arrivo di crisi e di guerre finanziarie, Mohamed El-Erian è una delle persone i cui pareri nel mainstream sono tra i più richiesti
Mohamed El-Erian, economista e imprenditore egiziano-americano, è una figura di spicco nel mondo della finanza globale. Nato a New York nel 1958, ha studiato economia al Queens’ College di Cambridge, dove oggi ricopre la prestigiosa carica di Presidente. El-Erian è noto soprattutto per il suo ruolo di CEO e co-CIO di PIMCO, uno dei più grandi gestori di investimenti al mondo, dal 2007 al 2014. Durante il suo mandato è riuscito a guidare l’azienda attraverso la crisi finanziaria globale esplosa con Lehman Brothers. Oltre alla sua esperienza in PIMCO, El-Erian ha ricoperto importanti incarichi nel mondo accademico e politico. El-Erian è anche un prolifico scrittore e commentatore, con una vasta produzione di articoli e libri su temi economici e finanziari. Le sue analisi acute e le sue previsioni spesso controcorrente lo hanno reso una voce autorevole e rispettata nel dibattito pubblico.
Pubblichiamo la traduzione della sua recente intervista concessa alla Handelsblatt, il principale quotidiano economico-finanziario tedesco. Come dire, quando c’è aria di crisi capita che nel capitalismo si discuta al massimo livello. L’intervista solleva interrogativi sul ruolo delle banche centrali e sulla loro capacità di gestire le crisi finanziarie. Le decisioni della Fed e della banca centrale giapponese vengono messe in discussione, evidenziando la complessità del loro compito e il fatto che siano gli investitori (leggi i fondi di rischio) a fare la politica monetaria. El-Erian traccia anche lo scenario di una possibile crisi economico-finanziaria americana, che toccherebbe subito bassi salari e potere d’acquisto delle classi subalterne con effetti a catena che abbiamo già visto oltre quindici anni fa. Nonostante che El-Erian valuti al 35% la possibilità di una recessione americana il giudizio sulla stabilità dei sistemi economico-finanziari è netta: rispetto a Cina ed Europa, gli USA sono realmente instabili.
Mohamed El-Erian, economista e imprenditore egiziano-americano, è una figura di spicco nel mondo della finanza globale. Nato a New York nel 1958, ha studiato economia al Queens’ College di Cambridge, dove oggi ricopre la prestigiosa carica di Presidente. El-Erian è noto soprattutto per il suo ruolo di CEO e co-CIO di PIMCO, uno dei più grandi gestori di investimenti al mondo, dal 2007 al 2014. Durante il suo mandato è riuscito a guidare l’azienda attraverso la crisi finanziaria globale esplosa con Lehman Brothers. Oltre alla sua esperienza in PIMCO, El-Erian ha ricoperto importanti incarichi nel mondo accademico e politico. El-Erian è anche un prolifico scrittore e commentatore, con una vasta produzione di articoli e libri su temi economici e finanziari. Le sue analisi acute e le sue previsioni spesso controcorrente lo hanno reso una voce autorevole e rispettata nel dibattito pubblico.
Pubblichiamo la traduzione della sua recente intervista concessa alla Handelsblatt, il principale quotidiano economico-finanziario tedesco. Come dire, quando c’è aria di crisi capita che nel capitalismo si discuta al massimo livello. L’intervista solleva interrogativi sul ruolo delle banche centrali e sulla loro capacità di gestire le crisi finanziarie. Le decisioni della Fed e della banca centrale giapponese vengono messe in discussione, evidenziando la complessità del loro compito e il fatto che siano gli investitori (leggi i fondi di rischio) a fare la politica monetaria. El-Erian traccia anche lo scenario di una possibile crisi economico-finanziaria americana, che toccherebbe subito bassi salari e potere d’acquisto delle classi subalterne con effetti a catena che abbiamo già visto oltre quindici anni fa. Nonostante che El-Erian valuti al 35% la possibilità di una recessione americana il giudizio sulla stabilità dei sistemi economico-finanziari è netta: rispetto a Cina ed Europa, gli USA sono realmente instabili.
*****
“L’atteggiamento di Wall Street è sconvolgente”, Handelsblatt intervista Mohamed El-Erian
“L’atteggiamento di Wall Street è sconvolgente”, Handelsblatt intervista Mohamed El-Erian
tratto da Handelsblatt, 10 agosto 2024, a cura di Astrid Dörner, Jens Münchrath. Tutti i diritti di autori ed editore.
Ogni volta che i mercati finanziari globali diventano turbolenti, Mohamed El-Erian è chiamato in causa. L’esperto di mercati finanziari comprende meglio di molti altri analisti le interazioni tra azioni, obbligazioni e politica monetaria, ed è considerato a livello globale un vero interprete del mercato. Gli sviluppi degli ultimi giorni irritano l’economista che definisce i movimenti dei prezzi sul mercato obbligazionario “fuori dal comune”. Le fluttuazioni del Vix, il barometro della paura di Wall Street, addirittura “non si riescono a descrivere nemmeno usando la parola ‘selvaggio’”.
El-Erian guarda con grande scetticismo la gestione della crisi da parte della Federal Reserve statunitense – e in generale le strategie di politica economica da parte dei governi europei e americani.
Signor El-Erian, né la guerra in Ucraina, né il conflitto in Medio Oriente, né il ritorno dell’inflazione sono riusciti a impressionare i mercati azionari. Ma ora sono bastati alcuni dati peggiori sul mercato del lavoro statunitense per innescare un terremoto in borsa. Questo l’ha sorpresa?
Le grandi oscillazioni dei prezzi in quanto tali non mi hanno sorpreso. Dopotutto, ultimamente ci sono stati grandi dubbi sul fatto che i tre principali motori dei mercati azionari possano continuare a esistere. Il primo dubbio, la posizione eccezionale dell’economia statunitense e la questione se possa continuare a crescere in questo modo. Il secondo, il dubbio che la Federal Reserve statunitense farà la cosa giusta in caso di emergenza. E in terzo luogo, la preoccupazione se la rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA) giustifichi le elevate valutazioni dei mercati. Questi dubbi, tuttavia, non esistono solo dallo scorso venerdì.
Qui si sono sovrapposti diversi fattori: i dati del mercato del lavoro statunitense sono stati più deboli del previsto; la Fed aveva rinunciato due giorni prima ad abbassare i tassi di interesse; si discute sempre più se le valutazioni dell’IA non siano in realtà segni di una bolla. Pertanto, la fine del sorprendente buon umore che ha caratterizzato i mercati ultimamente era prevedibile. Tuttavia, il modo in cui sono nate le turbolenze mi ha sorpreso.
In che modo?
Molti osservatori del mercato erano d’accordo mercoledì, il giorno della decisione della Fed, sul fatto che i tassi di interesse dovessero essere mantenuti costanti. Due giorni dopo, improvvisamente chiedono tagli di emergenza dei tassi di interesse tra due riunioni regolari della stessa Fed – non l’ho mai visto prima. È davvero spaventoso quanto sia volubile Wall Street.
L’anno scorso e anche all’inizio di quest’anno, l’economia statunitense ha sorpreso positivamente. Le prospettive sono peggiorate così tanto?
Gli analisti di Citigroup ritengono che gli Stati Uniti siano già in recessione. La vedo diversamente. A gennaio, ho stimato che la probabilità di una recessione negli Stati Uniti fosse del 35% e continuo a pensarla così.
Quali sarebbero le conseguenze se la più grande economia del mondo cadesse effettivamente in recessione?
In questo caso, la debolezza strutturale dei consumatori a basso reddito emergerebbe subito visto che hanno pochissimi risparmi, dipendono completamente dal loro lavoro. E se il mercato del lavoro crolla, la principale fonte di reddito scompare. In secondo luogo, le piccole e medie imprese che stanno ancora cercando di far fronte a un elevato debito si troveranno in difficoltà. Il mercato immobiliare e gli immobili commerciali continueranno a essere sotto pressione. Il rischio maggiore è che si verifichi una stretta creditizia. Rispetto alla Cina e all’Europa, gli Stati Uniti sono ancora un’oasi di instabilità.
I crolli dei mercati azionari globali esprimono la delusione che anche l'ultima grande economia che ha guidato il mondo possa fallire?
Certo, l’Europa – e soprattutto la Germania – sono deboli, e anche la Cina è un fattore di rischio. Se ora finisce anche l’ammirato eccezionalismo americano, cioè il fatto che gli Stati Uniti da soli hanno guidato l’economia mondiale, abbiamo un problema. Questo è ciò che i mercati stanno riflettendo in questo momento.
Vede il crollo dei mercati di venerdì e lunedì ancora come una sana correzione o come l’inizio di un crollo più grande?
Dal mio punto di vista, è stata una correzione necessaria, ma non è ancora finita. La buona notizia: i mercati funzionano, almeno per quanto possiamo giudicare in questo momento. Tutte le “Margin Call” sono andate a buon fine... [ndr, “Margin Call” funzione attiva su piattaforme di trading che comporta la chiusura automatica di una o più posizioni sul conto nel caso in cui queste siano fortemente in perdita]
Queste sono garanzie che gli investitori devono fornire quando i mercati vanno giù e i titoli che hanno depositato non valgono più abbastanza per coprire i prestiti...
Un crash di solito porta con sé interruzioni del mercato. E non abbiamo visto interruzioni del mercato – almeno non ancora. Secondo me, siamo solo all’inizio di un processo. Ci sono ancora molte persone che si stanno leccando le ferite perché sono state sorprese dalle turbolenze del mercato. E la grande incognita è il Giappone.
Il cosiddetto carry trade è stato ritenuto responsabile di gran parte delle turbolenze. Gli investitori volevano sfruttare la differenza tra i bassi tassi di interesse in Giappone e l’alto tasso di interesse negli Stati Uniti per operazioni redditizie, ma questo trade non è più così facile.
Se si hanno tassi di interesse zero per 30 anni e poi improvvisamente si deve cambiare rotta, questo diventa un grosso problema. Questo è sicuramente qualcosa da tenere d’occhio. Non credo che il prossimo crash arriverà da lì anche se la situazione va tenuta sotto osservazione.
Il Giappone è stato recentemente il favorito del mercato perché il paese sembrava uscire da una crisi economica decennale. Ora c’è stata la più grande svendita in borsa dal 1987. La banca centrale giapponese ha segnalato mercoledì in modo insolitamente chiaro che non intende aumentare ulteriormente i tassi di interesse per il momento, al fine di non mettere ulteriormente a rischio la stabilità dei mercati finanziari. È stata una mossa strategicamente intelligente?
No. La banca centrale dovrebbe effettivamente dare agli investitori la possibilità di chiudere i carry trade rimanenti in modo ordinato. Invece, li ha incoraggiati a piazzare nuovi carry trade. Questo alla fine si scontrerà con le esigenze economiche del paese. È tempo che le banche centrali globali pongano fine all’influenza de facto degli investitori sulla politica monetaria.
Fonte
04/08/2024
Hedge fund e mercati in rosso: la lumaca sul filo del rasoio
L’ultimo venerdì nero delle borse ci permette comunque di rimanere in sospeso sul giudizio legato alla portata della crisi dei mercati globali. Sarà il corso delle prossime settimane a dirci se si tratterà di normale correzione, tra l’altro attesa, di valori troppo alti specie nei titoli tecnologici, di correzione robusta o di incrinatura sistemica, sempre sullo sfondo vista la struttura delicata e nervosa dei mercati finanziari.
Proprio per questo, visto che facciamo considerazioni politiche e non prospetti per investitori, isoliamo alcuni elementi utili per capire quale direzione hanno preso i mercati finanziari per definire quale impatto hanno sulle nostre società.
1) In un venerdì di pesanti ribassi tra mercati asiatici, europei e Wall Street con due guerre in corso che interessano paesi produttori di materie prime come gas e petrolio, quest'ultimo è sceso del 3,52 per cento. Uno dei motivi per cui il petrolio era ribassato negli anni scorsi era legato al forte calo del costo dei servizi finanziari che lo riguardavano. Oggi è evidente che il contagio tra guerra finanziaria, quella delle fasi di ribasso, e guerra sul campo non passa attraverso il petrolio. Situazione inversa rispetto agli anni ’70 (nei quali comunque i mercati finanziari erano infinitamente piccoli per capitalizzazione se paragonati a oggi). Le nostre società subiscono così un continuo allineamento e disallineamento di guerra finanziaria e guerra sul campo. È la complessità, bellezza, e la politica non sembra capirci molto almeno oggi.
2) Spesso, nella teoria politica, si continua a pensare il rapporto tra impresa, moneta e stato come qualcosa di lineare come se fossimo sempre negli anni ’70. Andiamo a vedere cosa è accaduto venerdì scorso alla borsa di Tokyo nella quale storicamente è forte l’intervento della banca centrale (fino a entrare, secondo alcune stime, nel 90 per cento dei titoli e a possederne i maggiori). Bene, la banca centrale del Giappone alza i tassi per sostenere lo yen e cosa accade? Gli investitori giapponesi, sostenuti da anni dalla loro banca centrale, scommettono contro lo yen. Come mai? Perché un dollaro troppo basso, incalzato da un apprezzamento dello yen, minerebbe i profitti in dollari delle loro aziende esternalizzate all’estero. Conclusione? Pensare geopoliticamente (le imprese di un paese sostenute dalle proprie istituzioni e dalla propria banca centrale) non aiuta a cogliere il grado di differenziazione (di interessi, di poteri e di strategie) presente nelle nostre società comunque globalizzate. In questo modo, nonostante i dazi USA (aumentati da Biden rispetto persino a Trump) i rapporti tra Stati Uniti e Cina non vanno visti solo come uno scontro tra un paese e un altro, o tra un sistema e un altro, quanto anche come un tentativo di regolazione in un terreno economico integrato per catene di fornitura, investimenti reciproci, commercio bilaterale, servizi finanziari sinergici. Un tentativo unilaterale di regolazione che genera conflitti, naturalmente, anche su vasta scala.
3) Passiamo alla guerra finanziaria vera e propria che si intravede in questo periodo. Per guerra finanziaria, in questo caso, si intende l’uso sistematico di tattiche speculative di mercato per la creazione di profitto a danno di alcune aziende o del complesso del listino di borsa (e in ultima istanza della società ma, come dicono i francesi, ça va sans dire). Per farla semplice in queste settimane i fondi di rischio globali hanno aumentato le scommesse speculative al ribasso su diversi mercati. È la stagione di caccia, visto che l’incertezza sui mercati aumenta, ma non è detto che il cacciatore a sua volta non venga predato. Infatti gli stessi fondi di rischio, a causa della volatilità dei mercati e degli stessi attacchi che loro stessi subiscono, hanno dovuto disinvestire in una dozzina di settori di mercato e, potenza evocativa del venerdì nero, hanno perso come non mai dall’ottobre 2022. Per i fondi di rischio la guerra finanziaria è comunque la situazione classica della lumaca sul filo del rasoio: è spinta a passarci sopra ma rischia di finire tagliata in due se non identifica bene l’oggetto. La guerra finanziaria che impatta sulle società è condotta quindi da entità che rischiano di distruggersi, o di ridursi brutalmente, in uno spettacolare spreco di energie, vite e ricchezza.
4) L’antropomorfizzazione dei comportamenti dei mercati o la sua riduzione a psicologia (mercati “nervosi”, “inquieti”, “euforici”) e persino la sua animalizzazione (orso, toro) ci aiutano poco a capire cosa accade. La guerra finanziaria è una guerra tecnologica nella quale, oggi, la componente umana non è detto che sia la componente predominante. I fondi di rischio usano tre livelli di coinvolgimento di IA e tecnologie: trading ad alta velocità, nel quale gli umani, visto che il trading speculativo si fa in poche frazioni di secondo, hanno un ruolo solo nella progettazione e nella supervisione; hedge fund quantitativi, nei quali la IA ha un ruolo fondamentale nella lettura dei dati di mercato ma la decisione finale spetta agli umani; hedge fund discrezionali nei quali la IA è a supporto di un investimento soprattutto dettato dall’esperienza del gestore. Sembrerebbe che solo il primo caso (il trading ad alta velocità), che coinvolge però volumi importanti di investimento, sia quello nel quale la tecnologia sfugge di mano a chi la utilizza. In realtà anche negli hedge fund discrezionali e in quelli quantitativi la complessità dei dati da analizzare e la volatilità dei mercati impongono decisioni così veloci nelle quali è la tecnologia a tagliare il nodo di Gordio della decisione al posto degli umani. Qui si intravede una caratteristica, di sempre, non solo della guerra finanziaria ma della guerra tout court: gli strumenti e gli attori per condurla possono clamorosamente sfuggire di mano a chi li ha promossi magari generando disastri di ampia portata. E come sempre la razionalità di quanto accaduto sarà ricostruita, ex post, da chi è rimasto in piedi dopo il disastro, secondo i propri interessi e la propria capacità cognitiva. Ma, come sappiamo, quello che accade in realtà è sempre una storia diversa.
Alla prossima puntata.
P.S. con l’inizio della crisi russo-ucraina ci si è chiesti perché le scelte tedesche hanno favorito gli USA piuttosto che l’Europa nel suo complesso. Forse aiuta a capire il fatto che dal 2010 ad oggi, passando per diversi record del DAX, gli investitori europei nella borsa tedesca sono scesi al 22,6 per centro mentre gli investitori americani sono saliti dal 17,6 di allora al 23,5 per cento di oggi. A volta l’aritmetica è semplice ed aiuta.
Fonte
Proprio per questo, visto che facciamo considerazioni politiche e non prospetti per investitori, isoliamo alcuni elementi utili per capire quale direzione hanno preso i mercati finanziari per definire quale impatto hanno sulle nostre società.
1) In un venerdì di pesanti ribassi tra mercati asiatici, europei e Wall Street con due guerre in corso che interessano paesi produttori di materie prime come gas e petrolio, quest'ultimo è sceso del 3,52 per cento. Uno dei motivi per cui il petrolio era ribassato negli anni scorsi era legato al forte calo del costo dei servizi finanziari che lo riguardavano. Oggi è evidente che il contagio tra guerra finanziaria, quella delle fasi di ribasso, e guerra sul campo non passa attraverso il petrolio. Situazione inversa rispetto agli anni ’70 (nei quali comunque i mercati finanziari erano infinitamente piccoli per capitalizzazione se paragonati a oggi). Le nostre società subiscono così un continuo allineamento e disallineamento di guerra finanziaria e guerra sul campo. È la complessità, bellezza, e la politica non sembra capirci molto almeno oggi.
2) Spesso, nella teoria politica, si continua a pensare il rapporto tra impresa, moneta e stato come qualcosa di lineare come se fossimo sempre negli anni ’70. Andiamo a vedere cosa è accaduto venerdì scorso alla borsa di Tokyo nella quale storicamente è forte l’intervento della banca centrale (fino a entrare, secondo alcune stime, nel 90 per cento dei titoli e a possederne i maggiori). Bene, la banca centrale del Giappone alza i tassi per sostenere lo yen e cosa accade? Gli investitori giapponesi, sostenuti da anni dalla loro banca centrale, scommettono contro lo yen. Come mai? Perché un dollaro troppo basso, incalzato da un apprezzamento dello yen, minerebbe i profitti in dollari delle loro aziende esternalizzate all’estero. Conclusione? Pensare geopoliticamente (le imprese di un paese sostenute dalle proprie istituzioni e dalla propria banca centrale) non aiuta a cogliere il grado di differenziazione (di interessi, di poteri e di strategie) presente nelle nostre società comunque globalizzate. In questo modo, nonostante i dazi USA (aumentati da Biden rispetto persino a Trump) i rapporti tra Stati Uniti e Cina non vanno visti solo come uno scontro tra un paese e un altro, o tra un sistema e un altro, quanto anche come un tentativo di regolazione in un terreno economico integrato per catene di fornitura, investimenti reciproci, commercio bilaterale, servizi finanziari sinergici. Un tentativo unilaterale di regolazione che genera conflitti, naturalmente, anche su vasta scala.
3) Passiamo alla guerra finanziaria vera e propria che si intravede in questo periodo. Per guerra finanziaria, in questo caso, si intende l’uso sistematico di tattiche speculative di mercato per la creazione di profitto a danno di alcune aziende o del complesso del listino di borsa (e in ultima istanza della società ma, come dicono i francesi, ça va sans dire). Per farla semplice in queste settimane i fondi di rischio globali hanno aumentato le scommesse speculative al ribasso su diversi mercati. È la stagione di caccia, visto che l’incertezza sui mercati aumenta, ma non è detto che il cacciatore a sua volta non venga predato. Infatti gli stessi fondi di rischio, a causa della volatilità dei mercati e degli stessi attacchi che loro stessi subiscono, hanno dovuto disinvestire in una dozzina di settori di mercato e, potenza evocativa del venerdì nero, hanno perso come non mai dall’ottobre 2022. Per i fondi di rischio la guerra finanziaria è comunque la situazione classica della lumaca sul filo del rasoio: è spinta a passarci sopra ma rischia di finire tagliata in due se non identifica bene l’oggetto. La guerra finanziaria che impatta sulle società è condotta quindi da entità che rischiano di distruggersi, o di ridursi brutalmente, in uno spettacolare spreco di energie, vite e ricchezza.
4) L’antropomorfizzazione dei comportamenti dei mercati o la sua riduzione a psicologia (mercati “nervosi”, “inquieti”, “euforici”) e persino la sua animalizzazione (orso, toro) ci aiutano poco a capire cosa accade. La guerra finanziaria è una guerra tecnologica nella quale, oggi, la componente umana non è detto che sia la componente predominante. I fondi di rischio usano tre livelli di coinvolgimento di IA e tecnologie: trading ad alta velocità, nel quale gli umani, visto che il trading speculativo si fa in poche frazioni di secondo, hanno un ruolo solo nella progettazione e nella supervisione; hedge fund quantitativi, nei quali la IA ha un ruolo fondamentale nella lettura dei dati di mercato ma la decisione finale spetta agli umani; hedge fund discrezionali nei quali la IA è a supporto di un investimento soprattutto dettato dall’esperienza del gestore. Sembrerebbe che solo il primo caso (il trading ad alta velocità), che coinvolge però volumi importanti di investimento, sia quello nel quale la tecnologia sfugge di mano a chi la utilizza. In realtà anche negli hedge fund discrezionali e in quelli quantitativi la complessità dei dati da analizzare e la volatilità dei mercati impongono decisioni così veloci nelle quali è la tecnologia a tagliare il nodo di Gordio della decisione al posto degli umani. Qui si intravede una caratteristica, di sempre, non solo della guerra finanziaria ma della guerra tout court: gli strumenti e gli attori per condurla possono clamorosamente sfuggire di mano a chi li ha promossi magari generando disastri di ampia portata. E come sempre la razionalità di quanto accaduto sarà ricostruita, ex post, da chi è rimasto in piedi dopo il disastro, secondo i propri interessi e la propria capacità cognitiva. Ma, come sappiamo, quello che accade in realtà è sempre una storia diversa.
Alla prossima puntata.
P.S. con l’inizio della crisi russo-ucraina ci si è chiesti perché le scelte tedesche hanno favorito gli USA piuttosto che l’Europa nel suo complesso. Forse aiuta a capire il fatto che dal 2010 ad oggi, passando per diversi record del DAX, gli investitori europei nella borsa tedesca sono scesi al 22,6 per centro mentre gli investitori americani sono saliti dal 17,6 di allora al 23,5 per cento di oggi. A volta l’aritmetica è semplice ed aiuta.
Fonte
27/08/2022
Torna la speculazione sul debito, ma non siamo più soli...
Gli scricchiolii del sistema crescono di numero e intensità, ma non per questo la speculazione rinuncia a fare il suo gioco. Il che, come vedremo, aumenta gli scricchiolii. Ma questa è la natura del capitale: sfruttare le occasioni dal punto di vista individuale, senza alcuna preoccupazione per la tenuta dell’insieme.
Dal punto di vista bassamente “nazionale” aumentano le preoccupazioni per la possibile offensiva al ribasso sui titoli del debito pubblico italiano. L’occasione sarebbe data dall’imminente fine del governo Draghi, considerato dai “mercati” una garanzia.
Tralasciamo qui le considerazioni già fatte più volte – il PNRR, o Recovery Fund, blocca fino al 2026 ogni velleità programmatica che vada fuori da quel solco, pena disastri finanziari inenarrabili (stando alla propaganda di regime, ovvio...) – e cerchiamo di capire quanto sta accadendo.
Diversi hedge fund (fondi altamente speculativi) avrebbero in questi giorni rastrellato circa 39 miliardi in titoli di stato italiano “in prestito”, il che preparerebbe una massiccia scommessa al ribasso sul valore di quei titoli.
Tecnicamente è lo strumento delle “vendite allo scoperto”. Ci si fa prestare dei titoli o delle azioni che non si possiedono e le si rivende in grandi quantitativi provocando una caduta piuttosto violenta del prezzo. Raggiunto l’obiettivo, le si restituisce ai proprietari e si incassa la differenza tra quello che le si sarebbe dovuto pagare e il prezzo raggiunto effettivamente sul mercato.
In pratica: prendo in prestito un pacchetto di titoli che ha come prezzo 100, lo rivendo in più tranche a 99, 98, ecc. fino a 85-90, e poi lo restituisco. Tutto quello che ho venduto ad un prezzo superiore mi resta in tasca. Il vero proprietario ha sì, un titolo svalutato, ma può contare su una sicura risalita dei valori a fine speculazione.
L’unico che paga è lo Stato che ha emesso il titolo, costretto a erogare cedole o rendimenti superiori al preventivato. E questo aumenta il debito pubblico di quello Stato (l’Italia, nel caso in questione), ovvero l’unica cosa che abbiamo effettivamente “in comune” come popolazione, costringendolo a politiche di “austerità” per non aggravare il rischio finanziario.
I 39 miliardi accantonati per questo eventuale attacco sono tanti, ma non sono un record. Dunque vien da pensare che “qualcuno” stia saggiando le difese (ovvero se la Bce interviene oppure no, comprando titoli di stato italiani) e aumentando di fatto il potere decisionale della banca centrale europea sulle politiche di bilancio di questo paese.
En passant, il gioco serve anche a ricordare ai ridicoli “leader” impegnati nella campagna elettorale che, qualsiasi cosa promettano, ci sono molti vincoli esterni – sanciti da trattati – pronti a scattare in caso di “variazione non consentita” dall’”agenda Draghi”.
Giorgia Meloni ha capito subito l’antifona: “Sono molto cauta... Nessuna persona responsabile, prima di avere un quadro completo delle risorse che possono essere investite, può immaginare di rovinare le finanze del Paese”.
E per maggiore sicurezza: “Vogliamo un diverso atteggiamento italiano sulla scena internazionale, ad esempio nei confronti della Commissione Europea. Questo non significa che vogliamo distruggere l’Europa, che vogliamo lasciare l’Europa, che vogliamo fare cose pazze”.
Insomma, il “pericolo sovranista” che dovrebbe rappresentare è certamente sovradimensionato (dal misero Enrico Letta e da Repubblica) e anche i post fascisti vengono serenamente arruolati nel campo euro-atlantico. Del resto, se si sono già santificati quelli del battaglione Azov, perché mai “i mercati” dovrebbero preoccuparsi di nostalgici assai meno pericolosi?
Anche perché, a ben guardare i dati dello Standard&Poor Market Intelligence, le “munizioni” accumulate da quegli hedge fund sono molto più numerose nei confronti della Francia (81 miliardi) e soprattutto della Germania (98 miliardi, dopo un picco a 121).
Al dunque, come si vede, è tutta l’Unione Europea a rappresentare un boccone succulento per la speculazione al ribasso. Ma in questa debolezza non conta troppo il debito pubblico (la Germania sta al di sotto del 60% previsto da Maastricht). Conta il prezzo del gas e dell’energia in genere.
Il tallone d’Achille delle ambizioni europoidi sta insomma nella dipendenza energetica, per mancanza di materie prime. Non nel rispetto o meno di “regole” inventate a tavolino ai tempi in cui era considerato “normale” fare profitti solo speculando sul piano finanziario.
“Le cose reali”, i beni fisici, riprendono il posto che hanno sempre avuto nella storia dell’umanità: quello centrale.
Ed è solo a questo punto – sarà un caso? – che quel banchiere issato all’Eliseo ha potuto scoprire che “stiamo vivendo un punto di svolta o un grande sconvolgimento. In primo luogo perché stiamo vivendo la fine, o quella che potrebbe essere la fine, dell’abbondanza”.
Per l’Occidente e in primo luogo l’Unione Europea...
Fonte
Dal punto di vista bassamente “nazionale” aumentano le preoccupazioni per la possibile offensiva al ribasso sui titoli del debito pubblico italiano. L’occasione sarebbe data dall’imminente fine del governo Draghi, considerato dai “mercati” una garanzia.
Tralasciamo qui le considerazioni già fatte più volte – il PNRR, o Recovery Fund, blocca fino al 2026 ogni velleità programmatica che vada fuori da quel solco, pena disastri finanziari inenarrabili (stando alla propaganda di regime, ovvio...) – e cerchiamo di capire quanto sta accadendo.
Diversi hedge fund (fondi altamente speculativi) avrebbero in questi giorni rastrellato circa 39 miliardi in titoli di stato italiano “in prestito”, il che preparerebbe una massiccia scommessa al ribasso sul valore di quei titoli.
Tecnicamente è lo strumento delle “vendite allo scoperto”. Ci si fa prestare dei titoli o delle azioni che non si possiedono e le si rivende in grandi quantitativi provocando una caduta piuttosto violenta del prezzo. Raggiunto l’obiettivo, le si restituisce ai proprietari e si incassa la differenza tra quello che le si sarebbe dovuto pagare e il prezzo raggiunto effettivamente sul mercato.
In pratica: prendo in prestito un pacchetto di titoli che ha come prezzo 100, lo rivendo in più tranche a 99, 98, ecc. fino a 85-90, e poi lo restituisco. Tutto quello che ho venduto ad un prezzo superiore mi resta in tasca. Il vero proprietario ha sì, un titolo svalutato, ma può contare su una sicura risalita dei valori a fine speculazione.
L’unico che paga è lo Stato che ha emesso il titolo, costretto a erogare cedole o rendimenti superiori al preventivato. E questo aumenta il debito pubblico di quello Stato (l’Italia, nel caso in questione), ovvero l’unica cosa che abbiamo effettivamente “in comune” come popolazione, costringendolo a politiche di “austerità” per non aggravare il rischio finanziario.
I 39 miliardi accantonati per questo eventuale attacco sono tanti, ma non sono un record. Dunque vien da pensare che “qualcuno” stia saggiando le difese (ovvero se la Bce interviene oppure no, comprando titoli di stato italiani) e aumentando di fatto il potere decisionale della banca centrale europea sulle politiche di bilancio di questo paese.
En passant, il gioco serve anche a ricordare ai ridicoli “leader” impegnati nella campagna elettorale che, qualsiasi cosa promettano, ci sono molti vincoli esterni – sanciti da trattati – pronti a scattare in caso di “variazione non consentita” dall’”agenda Draghi”.
Giorgia Meloni ha capito subito l’antifona: “Sono molto cauta... Nessuna persona responsabile, prima di avere un quadro completo delle risorse che possono essere investite, può immaginare di rovinare le finanze del Paese”.
E per maggiore sicurezza: “Vogliamo un diverso atteggiamento italiano sulla scena internazionale, ad esempio nei confronti della Commissione Europea. Questo non significa che vogliamo distruggere l’Europa, che vogliamo lasciare l’Europa, che vogliamo fare cose pazze”.
Insomma, il “pericolo sovranista” che dovrebbe rappresentare è certamente sovradimensionato (dal misero Enrico Letta e da Repubblica) e anche i post fascisti vengono serenamente arruolati nel campo euro-atlantico. Del resto, se si sono già santificati quelli del battaglione Azov, perché mai “i mercati” dovrebbero preoccuparsi di nostalgici assai meno pericolosi?
Anche perché, a ben guardare i dati dello Standard&Poor Market Intelligence, le “munizioni” accumulate da quegli hedge fund sono molto più numerose nei confronti della Francia (81 miliardi) e soprattutto della Germania (98 miliardi, dopo un picco a 121).
Al dunque, come si vede, è tutta l’Unione Europea a rappresentare un boccone succulento per la speculazione al ribasso. Ma in questa debolezza non conta troppo il debito pubblico (la Germania sta al di sotto del 60% previsto da Maastricht). Conta il prezzo del gas e dell’energia in genere.
Il tallone d’Achille delle ambizioni europoidi sta insomma nella dipendenza energetica, per mancanza di materie prime. Non nel rispetto o meno di “regole” inventate a tavolino ai tempi in cui era considerato “normale” fare profitti solo speculando sul piano finanziario.
“Le cose reali”, i beni fisici, riprendono il posto che hanno sempre avuto nella storia dell’umanità: quello centrale.
Ed è solo a questo punto – sarà un caso? – che quel banchiere issato all’Eliseo ha potuto scoprire che “stiamo vivendo un punto di svolta o un grande sconvolgimento. In primo luogo perché stiamo vivendo la fine, o quella che potrebbe essere la fine, dell’abbondanza”.
Per l’Occidente e in primo luogo l’Unione Europea...
Fonte
29/12/2016
Da LCTM a MPS, elementi di un buco nero che sta aspirando i servizi sociali in Italia
L'Italia è un paese che da più di 20 anni si fonda sulla scommessa sui fondi speculativi. Con pessimi risultati che si ripercuotono su welfare, diritti e servizi sociali
Non c’è bisogno di fare grandi astrazioni. Basta guardarsi attorno. L’analisi
specialistica sanitaria che tarda mesi, le prestazioni pensionistiche
congelate, i posti letto in ospedale scomparsi, la spesa e la qualità
del servizio per educazione e istruzione compresse. Le infrastrutture
decadenti, gli investimenti bloccati. Per non parlare
dell’assenza di un reddito di cittadinanza di fronte alla disoccupazione
tecnologica (tema che, comunque, ancora oggi viene considerato una
favola) E infine: i comuni senza reali strumenti di indirizzo economico
del territorio.
Stiamo parlando di un percorso cominciato
negli anni ’90, con il crollo della lira del 1992 e le politiche dei
tagli del governo Amato. Percorso che, oggi, tocca livelli di
asfissia sociale e che è destinato, se le cose rimangono queste, a
peggiorare. Ci sono molte cause, e molte discipline critiche con le
quali avvicinarsi al problema. In una dimensione di futuro incerto dove
il calo degli investimenti, nell’ultimo quinquennio, è palese. E questo
specie quando i dati parlano chiaro: l’Italia, strutturalmente spende meno della media degli altri paesi Ue, per spesa sociale.
In un contesto dove, nell’ultimo decennio, la percentuale di incidenza
della spesa sociale rispetto al Pil è aumentata ma solo perchè il
prodotto interno lordo è diminuito a causa della crisi. Non manca certo,
come sempre in questi casi, il capro espiatorio: la spesa pensionistica.
Indicata come troppo alta, iniqua, improduttiva. Andiamo invece a
vedere, per spiegare la contrazione della spesa sociale e degli
investimenti di questo paese, due elementi di un fenomeno dai contorni
oscuri, un vero buco nero. Quello del peso dell’intreccio tra comportamenti bancari ed istituzionali. Perché si tratta di un buco nero lo capiremo presto: si tratta in un
intreccio che tende, per natura, a non far capire la propria
composizione, a incidere sul reale rimanendo oscuro. Quanto pesi, nella
contrazione della spesa sociale e degli investimenti pubblici, lo
vedremo, come dire, in automatico.
Cominciamo con una storia che, all’epoca, faceva anche sorridere. Dopo
la secessione della Slovenia e della Croazia, alla Jugoslavia di
Milosevic rimase un solo vero patrimonio. Si trattava della banca
centrale jugoslava che, come narrano molte cronache dell’epoca,
si trasformò in una sorta di grande hedge-fund in grado di speculare
sul mercato dei cambi. Un po' grazie alla nascente globalizzazione, un po'
grazie alla rete di informazione dei servizi, un po' grazie alla abilità
del presidente della banca centrale. Così la Jugoslavia di Milosevic
ottenne, almeno per un quadriennio, respiro finanziario dalle vere e
proprie scommesse sul mercato del governatore della propria banca
centrale. Sicuramente sono in molti nel nostro paese, dall’altra parte
dell’Adriatico, a sorridere rispetto a una vicenda del genere che sa un
po' di operetta: un ultraottantenne presidente della banca centrale
costretto a speculare sui cambi per mantenere in piedi uno stato che,
come gli altri dei Balcani, in mezzo ad un bagno di sangue trova il
tempo di riesumare simboli e nomi degni di un remake della vedova
allegra.
E’ ora invece di capire che anche l’Italia nello stesso periodo, si è comportata in modo simile. Il nostro paese ha infatti investito nell’hedge fund più spettacolare, e più clamorosamente fallito degli anni ’90: LCTM.
Una vecchia storia, che in Italia nessuno si è mai preoccupato davvero
di chiarire, che è molto utile anche per l’oggi. Specie quando l’opacità
del comportamento avuto dalle istituzioni italiane su LCTM è la stessa
che sta emergendo con MPS. Ma andiamo per gradi.
– LCTM. Non si tratta di un nome
qualsiasi. Ma della crisi finanziaria che ha anticipato, nelle modalità
di contagio, il grande botto di Lehman Brothers. Il salvataggio di LCTM,
in poche parole la sua chiusura per evitare danni all’intera finanza ed
economia globali, fu coordinato dalla Federal Reserve, grazie ad un
fondo dove parteciparono le più grandi entità finanziarie americane. La
storia di LCTM è da film. Fondato nel 1994, dopo aver macinato utili
record per un triennio, e prodotto un premio nobel per l’economia
(Merton nel 1997), LCTM fu un fondo speculativo chiuso nel 1998. In gran
fretta per impedire che la finanza globale facesse lo stesso botto che,
alla fine, fece nel 2008. Insomma in soli quattro anni di vita LCTM
stava per far fallire la finanza globale.
– L’italianità di LCTM. Già la
storia sembra tutta americana, da Gordon Gekko degli anni ’90. Eppure la
vicenda di LCTM, e di un crack che sinistrò il pianeta, è anche molto
italiana. Questo aspetto fu tenuto, dalle nostre parti, nella massima
discrezione. Tanto che nella voce italiana di Wikipedia dedicata a LCTM,
probabilmente per scarsa informazione, viene omesso il fatto che,
invece c’è, nella corrispondente voce in inglese: ovvero che tra gli
investitori in LCTM vi era la banca centrale italiana. Il governatore
della banca centrale all’epoca era Fazio, poi
celeberrimo ispiratore dei “furbetti del quartierino”, l’Italia entrò
come investitore istituzionale in un hedge fund di primo piano, di
quelli che rischiò di far sinistrare il pianeta, e di questa vicenda vi è
veramente traccia solo su testi americani.
– Qualche protagonista. LCTM contava
anche su una diretta partecipazione dell’Ufficio Italiano Cambi che
aveva affidato al fondo LTCM almeno 250 milioni di dollari a partire dal
1994. Il Sole 24 Ore del 2 ottobre 1998 aveva spiegato che l’italiano
referente dell’Ufficio Italiano Cambi era lì come “uno dei più
accreditati “Draghi boys” che formano il comitato di
esperti al Ministero del Tesoro dall’inizio degli anni‘90”. Insomma,
mentre la Jugoslavia di Milosevic speculava sui cambi per sopravvivere
nei sottoscala della finanza globale, l’Italia era entrata, insieme
all’ufficio cambi, direttamente nel club della grande speculazione
globale. Con Fazio, allora governatore della banca d’Italia, Draghi,
allora direttore generale del tesoro. Ma quanto costò quell’operazione?
Inutile speculare su operazioni opache. Il costo di certe parcelle però
è salato. Nel 2012 Monti pagò un future,
contratto da Draghi all’epoca LCTM, oltre 3 miliardi di euro. Il costo,
per gli italiani, del ripristino dell’IMU in un anno. O dei tagli,
all’epoca alla sanità, a scelta.
– A questo punto una domanda è d’obbligo. Ma
con uno stato che si fa hedge-fund quale è il livello di trasparenza
delle operazioni pubbliche nel settore della finanza di rischio?
E’ praticamente lo stesso delle piattaforme di borsa, private, nelle
quali si opera senza sapere oscillazioni di prezzo, volumi di vendite ed
acquisti. Ovvero qualcosa che, a livello di trasparenza, si avvicina
allo zero. E, soprattutto, questa discrezione è una pratica che dagli
anni ’90 arriva fino a noi. Nel quadriennio 2011-15, si stima
che il governo abbia scommesso, è la parola tecnicamente giusta, circa
17 miliardi di euro in derivati. Nello stesso periodo
prima il governo Renzi ha valutato di mettere il segreto di stato, come
per le stragi, sulla vicenda di questi derivati. E si parla di
prodotti finanziari ad alto rischio, soldi degli italiani scommessi
nella finanza globale. Infine, il tuttora ministro Padoan non ha mai
risposto, ad interrogazioni formali sui derivati, sullo stato che
scommette con gli hedge-fund ripetendo questa formula, riportata da
l’Espresso “l’accesso agli atti dei derivati può essere negato senza invocare il segreto di Stato”.
E così, dall’epoca del grande crack LCTM in poi, lo stato italiano si è
disposto come hedge fund e come scommettitore a rischio. Ovvero come un
soggetto che investe, come avviene nelle piattaforme borsistiche
private (chiamate Dark Pool ed è tutto un dire) senza rendere conto che
alla propria disponibilità di fondi per scommettere. Poche informazioni,
nessuna precisazione, o documenti forniti di fronte ad una richiesta
pubblica.
– Insomma, cominciando dal 1995, anno d’oro
di LCTM a oggi, le istituzioni italiane avrebbero, il condizionale è
d’obbligo, acceso derivati, titoli quindi a rischio, per circa 160
miliardi di euro. Il condizionale è d’obbligo in presenza di
una reticenza che, al momento, non si riesce a scalfire. Ma è proprio
quella reticenza, quel buco nero, che garantisce avventure finanziarie
in grado di ingoiarsi ampie fette di stato sociale e di servizi. Le
banche ovviamente non parlano, sono state zitte (“per rispetto del
cliente”) Merryl Linch, Morgan Stanley, Deutsche Bank, JP Morgan (che ha incassato almeno un milione di euro di consulenza per far fallire Monte dei Paschi).
Ma anche l’attuale successore di Draghi, direttore generale del tesoro,
secondo la stampa si è trincerato, di fronte a precise richieste di
parlamentari, dietro la seguente frase: “un grado così elevato di trasparenza potrebbe farci perdere in termini di competitività”.
Quindi nessuna informazione sullo stato che si fa hedge fund sostenendo
che, questa dimensione, è quella dei contratti “tra due parti private”.
Peccato che una di queste parti, sia pubblica e scommetta soldi di
tutti. E così lo stato, lungo un ventennio si fa hedge-fund, fondo
speculativo. Prendendo le stesse abitudini dei fondi speculativi:
assoluta assenza di trasparenza.
– Se questo è il contesto di lungo periodo,
cominciato con LCTM, andiamo al presente, ad alcune questioni che hanno
un solo nome: Monte dei Paschi. Si guardi il titolo di finanza.com “Mps:
Bce chiede 8,8 miliardi di aumento, vuole trattamento alla
greca”. Ma come, si dirà, prima di Natale i fondi pubblici necessari,
per la ricapitalizzazione di MPS, erano 5 e ora sono quasi nove?
E’ solo una parte del problema come è solo una parte del problema il fatto che questi soldi sono sottratti ai servizi, alla sanità e alla spesa sociale.
Come è solo una parte del problema quanto ci rimetteranno i
risparmiatori di MPS, gente come noi. Il problema più grosso, lo si
capisce subito, è quel “alla greca”. Vediamo se dalle parole di Varoufakis
si intuisce qualcosa. Ecco come il popolare economista commenta il
complesso dell’operazione di salvataggio delle banche greche su
eunews.it “malgrado le iniezioni di capitale [soldi dei greci, ndr]
per circa 47 miliardi di euro (..) la quota del patrimonio netto dei
contribuenti [il peso del settore pubblico nelle banche] è passata da
oltre il 65 per cento a meno del 26 per cento,mentre gli hedge fund e
gli investitori stranieri (ad esempio, John Paulson, Brookfield,
Fairfax, Wellington e Highfields) si sono accaparrati il 74 per cento
del patrimonio bancario [greco] investendo appena 5,1 miliardi di euro”.
Così si capisce cosa significa alla greca.
Noi investiamo, in soldi altrimenti destinati a uno stato sociale che ne
ha bisogno,la maggioranza dei soldi per salvare MPS (mangiata
dal PD tra l’altro). Mentre i grandi investitori esteri, con la
minoranza dei soldi, si beccano il controllo facendo il bello e il
cattivo tempo nelle politiche bancarie. Avendo così peso, come in
Grecia, per chiedere ulteriori privatizzazioni.
Insomma se l’Italia corre il rischio di
favorire il passaggio di banche strategiche come MPS a fondi
speculativi, come avvenuto in Grecia, con fondi pubblici
(destinabili allo stato sociale e agli investimenti) è anche vero che le istituzioni italiane vestono l’abito dell’Hedge Fund da un
ventennio. Ed è questo il buco nero, dai contorni indefiniti e
caratterizzato da assenza di trasparenza, che sta aspirando ingenti
risorse altrimenti destinate alla società. Via scuole, ospedali,
assistenza, educazione, strade, investimenti in qualche speculazione
persa con Merryll Lynch, Goldman Sachs (che ha avuto come consulenti
Monti, Prodi e Draghi) o Deutsche Bank. Davvero, a partire
dalla vicenda LCTM, la storia della politica italiana, la sua stessa
centrale ragion d’essere, va riscritta. Lo stato ha cambiato natura: è
attore della finanza di rischio nella rete delle borse globali e sui
mercati, chiamiamoli, informali. Ed è questo lo stato che dovrebbe
regolare il mercato.
Lo stato che si fa hegde fund, che intreccia
la propria esistenza, ma soprattutto la propria natura, con quella dei
fondi speculativi, è una novità della politica contemporanea.
Certo, il fenomeno non riguarda solo l’Italia, e nemmeno la breve vita
della Jugoslavia di Milosevic ma tocca non solo gli stati ma fino al
livello delle banche centrali. Basta vedere quanto la Bce è esposta
verso ordigni come Deutsche Bank per capire che chi rischia di esplodere
trascina con se, nei propri comportamenti, anche chi dovrebbe fare da
elemento regolatore.
Questo buco nero, che assume l’apparenza dello stato,
è un qualcosa dai contorni indefiniti che pratica l’assenza di
trasparenza, che assorbe le risorse dello stato sociale, e degli
investimenti pubblici, si riproduce alimentando finanza di rischio.
Anzi, come abbiamo visto nel caso LCTM addirittura alimentando i fattori
di rischio della finanza. Queste sono le istituzioni, mutazione finanziaria della Repubblica del ’48, il resto è chiacchiera.
Per Senza Soste, nique la police
29 dicembre 2016
03/10/2016
La lezione di Deutsche Bank
di Pasquale Cicalese per Marx21.it
“Era inevitabile, il titolo ha perso il 78% in due anni e mezzo, c’è ovviamente del fumo, e dove c’è del fumo c’è del fuoco” Kenneth Polcari, O’ Niel Securities, in “Va evitata un’altra Lehman, è troppo grande per fallire” La stampa, 1 ottobre 2016.
“Beneficiando di una eccezionale e generosissima solidarietà europea in occasione della Riunificazione, e poi con l’euro, la Germania è diventata sempre più grande e più forte. L’Unione non è riuscita ad europeizzare la Germania; si è trasformata nel guscio rotto dell’aquila tedesca: grande e forte, ma anche terribilmente sola. Ha negato solidarietà a chiunque, e verrà ripagata con la stessa moneta”. Guido Salerno Aletta, Le ceneri di Angela, Milano Finanza 1 ottobre 2016.
Certo, agli americani non vanno giù il gasdotto russo-tedesco North Stream, le timide aperture verso la fine delle sanzioni a Mosca, il dialogo commerciale fortissimo e solidissimo Berlino - Pechino. Così come l’amministrazione Usa vuole che finisca l’austerity in Europa perché l’America, così come tutto il mondo, sta importando dall’eurozona una terribile deflazione, e non le va giù quell’incredibile 8,7% del surplus tedesco delle partite correnti. E ancora, ci sta tutta la guerra finanziaria: le grandi banche americane, dopo essere state salvate con denaro pubblico per circa 700 miliardi di dollari, hanno ripreso lo scettro mondiale dell’equity e delle funzioni di investment banking (fusioni e acquisizioni, collocamenti azionari, private placement, ma anche riacquisto di azioni), facendo letteralmente fuori le europee.
Ma c’è da dire che le multe le hanno sonoramente subite anche le banche americane, inglesi e svizzere. La guerra finanziaria non spiega tutto, a meno di voler ipotizzare che, a distanza di 42 anni dal Piano Werner, qualcuno negli Usa stia pensando bene di far saltare in aria l’euro. Perché questo provocherebbe l'esplosione di DB, la fine dell’eurozona.
O ancora, costringere la Merkel ad intervenire su DB in modo che altri paesi siano legittimati a loro volta ad aiutare i loro sistemi bancari, cosa non più possibile dal 2013 in base alla normativa del bail in. E’ quello che si aspetta, forse con ingenuità, Renzi, che intanto se la gode.
Ma la vicenda di Deutsche Bank ha a che fare essenzialmente con il modello tedesco, da noi importato a partire dai governi tecnici Monti-Letta-Renzi. E’ il modello export-led basato sulla deflazione salariale interna.
Questo modello implica la distruzione della domanda interna per avere moderazione salariale e da qui aumentare enormemente le esportazioni, con surplus commerciali sempre più crescenti. L’export in Germania arriva alla sbalorditiva cifra del 51% sul pil, contro il 29% nostro e il 21% cinese (quello americano non arriva al 19%...).
Stroncando la domanda interna, i capitali tedeschi hanno sempre più bisogno di lidi dove allocarli per avere decenti rendimenti. In un contesto di bassi interessi mondiali, la ricerca del rendimento è fatta non ponderando i rischi e quel che è successo negli ultimi dieci anni (subprime, Irlanda, Spagna, Grecia, cantieristica navale, noli marittimi) ci fa capire che di finanza i tedeschi non ne masticano molto, arrischiandosi in avventure finanziarie dove hanno sempre perso.
La Grecia è tutta qui, credito franco - tedesco arrischiato, pagato dai contribuenti europei e dal popolo greco. I creditori non hanno perso nulla.
In Usa DB ha perso parecchio e dal 2007 non si è mai ripresa. Non si sa bene come vengano valutati i circa 55 mila miliardi di euro di derivati in pancia a DB, né la Bafin, prima, cioè l’organo di vigilanza tedesca, né la Vigilanza Europea della Bce, dopo, hanno mai scoperto la pentola.
Se dieci fondi speculativi americani hanno dismesso soldi da DB per decine di miliardi di dollari vuole dire che se c’è fumo, c’è del fuoco. DB è il simbolo del fallimento della Vigilanza Europea, quella che alle banche italiane, specializzate nelle funzioni di credito commerciale, ha fatto il pelo nuovo, mentre ometteva di intervenire su Commerzbank, su DB e sulle stesse Landesbanken, tra l’altro non soggette a vigilanza comunitaria, ma nazionale.
Lo stato tedesco è intervenuto a suo tempo con circa 300 miliardi di euro di aiuto al sistema finanziario del Paese, ma tutti sono dell’idea che tuttora quello germanico rimane il sistema più fragile. Troppe operazioni corsare andate a male in giro per il mondo, troppa finanza speculativa che ha presentato il conto. Il risparmio tedesco, che non trova allocazione sul piano interno, andato in fumo nella roulette finanziaria globale.
La posizione finanziaria netta tedesca è positiva per la bellezza di 1548 miliardi di euro, capitali allocati all’estero perché la domanda interna è sacrificata. Dalla crisi dell’eurozona i capitali italiani ed europei si sono spostati in Germania finanziando il debito pubblico con rendimenti zero se non negativi, a tal punto che 1123 miliardi di euro di capitali europei finanziano a costo zero il debito tedesco. Per contro, i capitali tedeschi vanno nell’area del dollaro con modalità di finanza altamente speculativa, logico che ci lascino le penne.
Inoltre, nella guerra finanziaria si inserisce la Brexit: la situazione di DB dimostra che i tedeschi sono poco adatti all’investment banking per l’eurozona. Logica vuole che nei prossimi anni tale funzione per il continente europeo l’avrà la City londinese, collegata agli hub finanziari asiatici, Mumbay, Singapore, Hong Kong e Shanghai.
Renzi potrà pure godere di questa situazione, ma lui ha adottato il modello tedesco, a partire dal Jobs Act. Vale a dire domanda interna stroncata, bassa natalità per via dei bassi salari e per la disoccupazione mantenuta volutamente alta (in Germania è al 6,1% ma solo perché ci sono 5,5 milioni di mini job), export come volano di crescita, surplus delle partite correnti (quest’anno arriviamo al 3%...), predominanza del risparmio sugli investimenti, capitali che vengono allocati all’estero perché non ci sono occasioni d’affari nel paese. DB è la chiara dimostrazione che quel modello è fallimentare. Renzi potrà pure avere la schadenfreude, ma a pagare è il proletariato tedesco e italiano.
Le “riforme strutturali” presentano il conto: in Italia con l’esplosione dei crediti deteriorati, in Germania mandando in fumo nella finanza speculativa il risparmio tedesco. Il falò delle vanità. Ora i “fratelli europei” hanno la schadenfreude per DB e Commerzbank, segno di quanto la moneta unica ha portato la fratellanza nel continente europeo...
Fonte
“Era inevitabile, il titolo ha perso il 78% in due anni e mezzo, c’è ovviamente del fumo, e dove c’è del fumo c’è del fuoco” Kenneth Polcari, O’ Niel Securities, in “Va evitata un’altra Lehman, è troppo grande per fallire” La stampa, 1 ottobre 2016.
“Beneficiando di una eccezionale e generosissima solidarietà europea in occasione della Riunificazione, e poi con l’euro, la Germania è diventata sempre più grande e più forte. L’Unione non è riuscita ad europeizzare la Germania; si è trasformata nel guscio rotto dell’aquila tedesca: grande e forte, ma anche terribilmente sola. Ha negato solidarietà a chiunque, e verrà ripagata con la stessa moneta”. Guido Salerno Aletta, Le ceneri di Angela, Milano Finanza 1 ottobre 2016.
Certo, agli americani non vanno giù il gasdotto russo-tedesco North Stream, le timide aperture verso la fine delle sanzioni a Mosca, il dialogo commerciale fortissimo e solidissimo Berlino - Pechino. Così come l’amministrazione Usa vuole che finisca l’austerity in Europa perché l’America, così come tutto il mondo, sta importando dall’eurozona una terribile deflazione, e non le va giù quell’incredibile 8,7% del surplus tedesco delle partite correnti. E ancora, ci sta tutta la guerra finanziaria: le grandi banche americane, dopo essere state salvate con denaro pubblico per circa 700 miliardi di dollari, hanno ripreso lo scettro mondiale dell’equity e delle funzioni di investment banking (fusioni e acquisizioni, collocamenti azionari, private placement, ma anche riacquisto di azioni), facendo letteralmente fuori le europee.
Ma c’è da dire che le multe le hanno sonoramente subite anche le banche americane, inglesi e svizzere. La guerra finanziaria non spiega tutto, a meno di voler ipotizzare che, a distanza di 42 anni dal Piano Werner, qualcuno negli Usa stia pensando bene di far saltare in aria l’euro. Perché questo provocherebbe l'esplosione di DB, la fine dell’eurozona.
O ancora, costringere la Merkel ad intervenire su DB in modo che altri paesi siano legittimati a loro volta ad aiutare i loro sistemi bancari, cosa non più possibile dal 2013 in base alla normativa del bail in. E’ quello che si aspetta, forse con ingenuità, Renzi, che intanto se la gode.
Ma la vicenda di Deutsche Bank ha a che fare essenzialmente con il modello tedesco, da noi importato a partire dai governi tecnici Monti-Letta-Renzi. E’ il modello export-led basato sulla deflazione salariale interna.
Questo modello implica la distruzione della domanda interna per avere moderazione salariale e da qui aumentare enormemente le esportazioni, con surplus commerciali sempre più crescenti. L’export in Germania arriva alla sbalorditiva cifra del 51% sul pil, contro il 29% nostro e il 21% cinese (quello americano non arriva al 19%...).
Stroncando la domanda interna, i capitali tedeschi hanno sempre più bisogno di lidi dove allocarli per avere decenti rendimenti. In un contesto di bassi interessi mondiali, la ricerca del rendimento è fatta non ponderando i rischi e quel che è successo negli ultimi dieci anni (subprime, Irlanda, Spagna, Grecia, cantieristica navale, noli marittimi) ci fa capire che di finanza i tedeschi non ne masticano molto, arrischiandosi in avventure finanziarie dove hanno sempre perso.
La Grecia è tutta qui, credito franco - tedesco arrischiato, pagato dai contribuenti europei e dal popolo greco. I creditori non hanno perso nulla.
In Usa DB ha perso parecchio e dal 2007 non si è mai ripresa. Non si sa bene come vengano valutati i circa 55 mila miliardi di euro di derivati in pancia a DB, né la Bafin, prima, cioè l’organo di vigilanza tedesca, né la Vigilanza Europea della Bce, dopo, hanno mai scoperto la pentola.
Se dieci fondi speculativi americani hanno dismesso soldi da DB per decine di miliardi di dollari vuole dire che se c’è fumo, c’è del fuoco. DB è il simbolo del fallimento della Vigilanza Europea, quella che alle banche italiane, specializzate nelle funzioni di credito commerciale, ha fatto il pelo nuovo, mentre ometteva di intervenire su Commerzbank, su DB e sulle stesse Landesbanken, tra l’altro non soggette a vigilanza comunitaria, ma nazionale.
Lo stato tedesco è intervenuto a suo tempo con circa 300 miliardi di euro di aiuto al sistema finanziario del Paese, ma tutti sono dell’idea che tuttora quello germanico rimane il sistema più fragile. Troppe operazioni corsare andate a male in giro per il mondo, troppa finanza speculativa che ha presentato il conto. Il risparmio tedesco, che non trova allocazione sul piano interno, andato in fumo nella roulette finanziaria globale.
La posizione finanziaria netta tedesca è positiva per la bellezza di 1548 miliardi di euro, capitali allocati all’estero perché la domanda interna è sacrificata. Dalla crisi dell’eurozona i capitali italiani ed europei si sono spostati in Germania finanziando il debito pubblico con rendimenti zero se non negativi, a tal punto che 1123 miliardi di euro di capitali europei finanziano a costo zero il debito tedesco. Per contro, i capitali tedeschi vanno nell’area del dollaro con modalità di finanza altamente speculativa, logico che ci lascino le penne.
Inoltre, nella guerra finanziaria si inserisce la Brexit: la situazione di DB dimostra che i tedeschi sono poco adatti all’investment banking per l’eurozona. Logica vuole che nei prossimi anni tale funzione per il continente europeo l’avrà la City londinese, collegata agli hub finanziari asiatici, Mumbay, Singapore, Hong Kong e Shanghai.
Renzi potrà pure godere di questa situazione, ma lui ha adottato il modello tedesco, a partire dal Jobs Act. Vale a dire domanda interna stroncata, bassa natalità per via dei bassi salari e per la disoccupazione mantenuta volutamente alta (in Germania è al 6,1% ma solo perché ci sono 5,5 milioni di mini job), export come volano di crescita, surplus delle partite correnti (quest’anno arriviamo al 3%...), predominanza del risparmio sugli investimenti, capitali che vengono allocati all’estero perché non ci sono occasioni d’affari nel paese. DB è la chiara dimostrazione che quel modello è fallimentare. Renzi potrà pure avere la schadenfreude, ma a pagare è il proletariato tedesco e italiano.
Le “riforme strutturali” presentano il conto: in Italia con l’esplosione dei crediti deteriorati, in Germania mandando in fumo nella finanza speculativa il risparmio tedesco. Il falò delle vanità. Ora i “fratelli europei” hanno la schadenfreude per DB e Commerzbank, segno di quanto la moneta unica ha portato la fratellanza nel continente europeo...
Fonte
30/09/2016
L'Europa si specchia nell'abisso di Deutsche Bank
La nostra testata si occupa di Deutsche Bank da oltre cinque anni, qui un articolo del luglio 2011 – Ufficiale, la Deutsche Bank scommette per aggravare il debito pubblico italiano – che preannunciava il rapporto tra la banca tedesca e l’attacco al
debito sovrano del nostro paese, e ha seguito nel tempo diverse sue
evoluzioni.
Non ci possiamo certo stupire di quanto
sta accadendo, l’ennesimo cedimento del titolo dell’istituto tedesco che
manda in flessione le borse europee, piuttosto possiamo registrare il
fatto che la vicenda Deutsche Bank ha due tipi di soluzione. Entrambe legate a due fattori sistemici: la crisi delle banche europee,
la crisi, più globale, della creazione di valore negli istituti
bancari. Significativamente, proprio nelle ore in cui Deutsche Bank
perdeva ulteriore quota, andando sotto i dieci euro per azione,
l’edizione digitale di Die Welt rimarcava come stesse crescendo in Europa il settore dello shadow banking.
Ovvero quel settore finanziario che, facendo servizi bancari
(fideiussioni, assicurazioni, mutui, money market funding per limitare
l’esposizione al rischio, finanziamento a opere per infrastrutture e
diverse attività di rischio come i famigerati repo) toglie spazio al
settore bancario tradizionale già eroso dai tassi bassi e dalle
evoluzioni tecnologiche del banking. Die Welt segnalava infatti come un
fatto ormai ineludibile (del resto negli anni ’90 lo shadow banking
“pesava” per 9 milioni di credito nell’eurozona oggi quasi 25 nonostante
la crisi del 2008): è sempre maggiore il peso dell’intermediazione finanziaria che sfugge alle autorità di regolazione continentale. Per questo la crisi di Deutsche Bank, che è stata stimata possedere il 10 per cento dei titoli tossici del pianeta, è ancora più forte.
Crisi delle banche europee, della
produzione di valore bancario e concorrenza di nuovi soggetti, oltre
alle tecnologie che sono destinata a produrre ulteriori mutazione nel
settore, portano istituti come Deutsche Bank sull’orlo della crisi
annunciata. Anche se, a loro volta, le banche dell’Eurozona hanno
esposizioni dirette nei confronti del settore shadow banking per almeno l’8
per cento dei loro bilanci questo intreccio sembra, per loro, funzionare
solo in negativo. Il settore istituzionale decresce e il settore bancario ombra cresce. Lo registravamo già nel 2012: “grande
malato di questa crisi è il settore bancario. Il quale lo è sia nella
sua cornice nota e istituzionale che nei suoi rapporti con lo shadow
banking”.
Da allora, nonostante ulteriori pesanti interventi della Bce, niente è migliorato. E Deutsche Bank, sopravvissuta alla crisi del 2008 con pesanti interventi della Repubblica Federale Tedesca,
ha continuato a produrre effetti negativi nel sistema bancario europeo,
in quello finanziario e, in definitiva, in tutta la società
continentale viste le severe politiche di bilancio imposte dal suo
salvataggio (e pagate, in maniera diversa, da tutti gli stati). E’
presto, naturalmente, per dire se l’ultima oscillazione del titolo, che
ha affossato le borse europee, sia in grado di creare choc sistemici. Di
sicuro sono vere almeno tre cose: 1) in una situazione del genere qualcuno fa un po’ di guerra finanziaria, giocando su ribassi e rialzi, per guadagnare qualcosa (e con l’esplosione del trading automatico e dell’High-Finance Trading questo qualcuno ha armi sofisticate) 2) effettivamente Deutsche Bank è una bomba che potrebbe scappare di mano a chi la detiene 3) la banca potrebbe essere salvata ridimensionandola.
Questo vorrebbe dire che la Germania rinuncerebbe agli investimenti di
rischio? Non scherziamo: una parte considerevole degli asset dello
shadow banking, il settore che cresce a detrimento di soggetti come
Deutsche Bank, sono locati tra paesi alleati di Berlino (Olanda,
Lussemburgo) o direttamente in Germania. Un ridimensionamento di
Deutsche Bank rappresenterebbe solo una differenziazione del rischio
sistemico. Oltre ad un bel bagno di sangue per risparmiatori e imprese, di
fatto del continente, contribuendo a contrarre il già esangue Pil
europeo.
Ma veniamo a un po’ di fatti. Il primo è che il titolo Deutsche Bank, di importanza sistemica, ha perso il 58 per cento del suo valore da inizio anno
(fonte Handelsblatt). E, si badi bene non stiamo parlando di un titolo
qualsiasi ma di questo. Si guardi la sproporzione tra il pil tedesco e
il volume dell’esposizione in derivati di Deutsche Bank.
E’ comprensibile che le oscillazioni del titolo Deutsche Bank possano far tremare le borse.
E anche Berlino, considerando che in Germania Deutsche Bank non è certo
la sola, anche se è la più grossa, ad aver prodotto montagne di
esposizioni in derivati. In più in questi giorni, un gruppo di hedge
fund, fondi di investimenti aggressivi e importanti, ha lasciato
Deutsche Bank, e i suoi servizi finanziari, considerandola indebolita e
fuori mercato. Si capisce che, a parte le notizie gonfiate per favorire
la guerra finanziaria e guadagnare speculando a breve, il problema
strutturale esiste e si riverbera in tempo reale nei mercati globali. Due sono le interpretazioni dell’attuale momento (caduta del titolo da inizio anno e fuga di Hedge Fund).
La prima è che Deutsche Bank ha maggiori riserve di liquidità che nel
2007, all’epoca del grande scossone sistemico del periodo, che ha una
liquidity coverage ratio (liquidità da far intervenire in condizioni di
stress finanziario) in linea con quanto richiesto dagli accordi Basilea
III per prevenire le crisi sistemiche. Per questo, lo stesso Credit
Suisse ritiene sovrastimato l’allarme di questi giorni. Questo
non significa che in Germania non si vogliano vedere i problemi di
Deutsche Bank: la Süddeutsche Zeitung ha parlato chiaramente di banca
che deve diventare meno globale, meno globalmente sistemica, e più
tedesca. In una operazione di ridimensionamento, e di
salvataggio, che la riporti sotto il controllo tedesco e non in balia
dei mercati globali. Operazione difficile, specie in un mondo
finanziario dove le stesse banche centrali sono trascinate dai mercati,
ma comprensibile.
Poi c’è la seconda interpretazione del
fenomeno. Quella che stima la liquidità di Deutsche Bank di almeno 70
miliardi di euro al di sotto delle dichiarazioni ufficiali e che afferma
che la liquidity coverage ratio può coprire le situazioni di stress per
un mese. Dopo, in una situazione dove il titolo Deutsche Bank ha perso
quasi il sessanta per cento di valore in un anno e quindi entro una
dimensione permanente di perdite, comincerebbero problemi seri. Ma per
chi? Semplice, come ha detto la stessa Goldman Sachs, Deutsche Bank sta al centro dell’intero sistema bancario europeo.
Una seria, eventuale crisi tedesca si rovescerebbe su tutto il
continente. Tra le stime che vedono una liquidità adatta a superare la
crisi e quelle che affermano il contrario, si capisce, c’è una bella
differenza. In ogni caso cambierà il rapporto tra sistema bancario e
shadow banking, e lo stesso ruolo dei bilanci pubblici. Ampiamente
sinistrati, con cascate di tagli in tutta Europa, dalla crisi del 2008.
Per non parlare della geopolitica: gli Usa che hanno multato di
14 miliardi Deutsche Bank hanno fatto sentire il loro peso politico nella
crisi e la stessa Turchia, come ammesso da stampa tedesca mainstream, si
sta facendo vedere per dire la sua nel salvataggio di Deutsche Bank. L’Europa si specchia, in ogni
caso, nella crisi di Deutsche Bank come quella di una inutile, barocca,
cattedrale bancaria e finanziaria. Dove le somme, vertiginose e
inimmaginabili, non servono che ad alimentare bolle, depressione
economica e tagli ai servizi. E’ un prezzo da pagare alle divinità della
moneta, del cui culto il continente non è ancora sazio.
Nella tragedia non manca naturalmente la farsa. Il governo italiano e i suoi, arruolatissimi, opinion-maker attendono buone nuove da Berlino. Ovvero che la crisi di Deutsche Bank permetta, di riflesso sulle misure
eventualmente prese dal governo federale, di salvare la compagnia di
giro del “management” delle banche italiane con un bel assegno pagato
dai cittadini di questo paese. Non c’è nessuna strategia per il futuro,
di un mondo bancario completamente mutato dall’inizio del secolo, nel
governo Renzi. Far pagare, proprio in senso materiale, a tutti noi.
Al limite un paese, in un’ottica di ristrutturazione e innovazione, ci
potrebbe anche stare. Ma l’unica innovazione che conosce il governo
Renzi è quella in materia di cazzate da raccontare a reti unificate.
Capiremo alle prossime puntate se anche il guitto di Rignano sarà
travolto o meno da delle ristrutturazioni che, in un senso o in un
altro, non sono, classicamente, questione di “se” ma solo di “quando”.
Redazione, 30 settembre 2016
Deutsche Bank, un’autobomba nel cuore dell’Unione Europea
Il cielo è nero sopra Berlino. Abituati a dare lezioni a tutti in materia di finanza e debito, l'establishment tedesco si trova ora in una posizione molto scabrosa. La banca principale della Germania – non a caso chiamata Deutsche Bank (DB) – sta crollando in borsa per la terza volta in pochi mesi. Drammatica, ieri sera, la scivolata sulla piazza di Wall Street, dove ha lasciato il 6,7% in poche ore.
La causa occasionale di questo tracollo, che anche oggi sta trascinando al ribasso tutte le borse mondiali, è stata fornita dalla notizia – diiffusa da Bloomberg, agenzia molto attendibile – che una decina di hedge fund hanno deciso di abbandonare la “posizioni” su Deutsche e investire altrove. La banca tedesca ha provato inutilmente a minimizzare, asserendo che i soli hedge fund che hanno partecipazioni in DB sono 800. Il problema è che i partenti sono tra i più grandi del settore: tra loro Millennium Partners, che gestisce 34 miliardi di dollari, Rokos capital Management (4 miliardi) e Capula Investment Management (14 miliardi). Quindi è un segnale potente, che ha messo in movimento tutti i lemmings del mercato, scatenando la fuga di massa.
All'origine – anche qui occasionale – c'è la multa di 14 miliardi sentenziata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per disinformazione neI confronti dei clienti, cui sono stati venduti titoli cartolarizzati legati ai mutui subprime, senza ovviamente avvertirli. Una truffa in piena regola, praticata anche da altre banche Usa, già regolarmente condannate. L'entità della multa ha nuovamente sollevato dubbi sulla possibilità di DB di far fronte a questa e cento altre cause in giro per il mondo, anche perché il Fondo Monetario Internazionale ha di recente pubblicato un rapporto in cui si definisce questa banca come una delle più rischiose a livello sistemico («il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse»). Per due motivi: la sua elevatissima interrelazione con il sistema finanziario globale e l'entità della propria esposizione in prodotti finanziari derivati di assolutamente incerto valore: 15 volte il Pil tedesco, oltre 50.000 miliardi di euro, duemila volte il valore di borsa della banca a giugno, quando il rapporto è stato reso noto. Ma da allora ha perduto un altro 30% del valore azionario...
Una cifra inconcepibile, che rende ogni raffreddore di Db una possibile polmonite per l'intero mercato finanziario, in primo luogo europeo. Come spiegava sempre il Fmi, «La Germania ha bisogno di studiare se i suoi piani di risoluzione delle banche sono applicabili, dal punto di vista, ad esempio, della tempestiva valutazione delle attività da trasferire, dell’accesso continuo alle infrastrutture dei mercati finanziari e dalla possibilità delle autorità di assicurare controlli su una banca con tempi di risoluzione di pochi giorni, con l’imposizione, se necessario, di una moratoria». Col bail in, insomma, non andrebbero lontano...
In queste ore il prestigioso settimanale Die Zeit sta rivelando che il governo tedesco sta studiando diverse opzioni di salvataggio della banca, incluso l'acquisto di almeno il 25% delle azioni. La circostanza è stata prontamente smentita dal portavoce di Angela Merkel, ma ci sono ragioni fin troppo evidenti per negare decisamente quel che non è possibile che non stia accadendo. Il governo di Berlino non può disinteressarsi del caso delegando la soluzione "al mercato", ma non può neanche intervenire in modo troppo diretto ed evidente.
I sondaggi locali dicono che il 70% dei tedeschi è assolutamente contrario ad usare soldi pubblici per salvare le banche, ben ricordando il prezzo già pagato – nel 2008-09 – per un'operazione massiccia dello stesso tipo ma di dimensioni probabilmente inferiori. Non va peraltro dimenticato che in condizioni altrettanto critiche si trova anche la seconda banca di Germania, Commerzbank, dunque l'eventuale via libera al salvataggio pubblico sarebbe particolarmente oneroso.
Un ostacolo certamente gigantesco per una cancelliera che tra un anno è attesa dalle elezioni politiche, e soprattutto per l'establishment politico di Berlino (Cdu più Spd), che ormai sente il fiato sul collo degli euroscettici di Afd sulla destra e della rediviva Linke sulla sinistra.
Ma l'ostacolo più grande resta comunque l'Unione Europea, la folle creatura senza testa politica legittimata, che governa ormai di fatto i 27 paesi che ne fanno parte (e soprattutto quelli che hanno adottato la moneta unica). Qui proprio la Germania ha imposto il divieto di salvataggio pubblico delle banche (ricordiamo il recente caso di Banca Etruria e altre tre banche locali, praticamente fallite nonostante le innumerevoli truffe operate nei confronti degli ignari clienti). Dunque chiedere per sé un'eccezione significherebbe aprire il vaso di Pandora della riscrittura di alcuni trattati, mentre ogni paese si precipiterebbe intanto e immediatamente a risolvere per proprio conto ogni problema aziendale e/o finanziario.
Un caos bancario che si andrebbe in un attimo a sommare a quello – mal gestito e potenzialmente distruttivo – dei flussi migratori e dei rifugiati.
Come si vede, una banca di quelle dimensioni non è solo un problema di economia...
Fonte
La causa occasionale di questo tracollo, che anche oggi sta trascinando al ribasso tutte le borse mondiali, è stata fornita dalla notizia – diiffusa da Bloomberg, agenzia molto attendibile – che una decina di hedge fund hanno deciso di abbandonare la “posizioni” su Deutsche e investire altrove. La banca tedesca ha provato inutilmente a minimizzare, asserendo che i soli hedge fund che hanno partecipazioni in DB sono 800. Il problema è che i partenti sono tra i più grandi del settore: tra loro Millennium Partners, che gestisce 34 miliardi di dollari, Rokos capital Management (4 miliardi) e Capula Investment Management (14 miliardi). Quindi è un segnale potente, che ha messo in movimento tutti i lemmings del mercato, scatenando la fuga di massa.
All'origine – anche qui occasionale – c'è la multa di 14 miliardi sentenziata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per disinformazione neI confronti dei clienti, cui sono stati venduti titoli cartolarizzati legati ai mutui subprime, senza ovviamente avvertirli. Una truffa in piena regola, praticata anche da altre banche Usa, già regolarmente condannate. L'entità della multa ha nuovamente sollevato dubbi sulla possibilità di DB di far fronte a questa e cento altre cause in giro per il mondo, anche perché il Fondo Monetario Internazionale ha di recente pubblicato un rapporto in cui si definisce questa banca come una delle più rischiose a livello sistemico («il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse»). Per due motivi: la sua elevatissima interrelazione con il sistema finanziario globale e l'entità della propria esposizione in prodotti finanziari derivati di assolutamente incerto valore: 15 volte il Pil tedesco, oltre 50.000 miliardi di euro, duemila volte il valore di borsa della banca a giugno, quando il rapporto è stato reso noto. Ma da allora ha perduto un altro 30% del valore azionario...
Una cifra inconcepibile, che rende ogni raffreddore di Db una possibile polmonite per l'intero mercato finanziario, in primo luogo europeo. Come spiegava sempre il Fmi, «La Germania ha bisogno di studiare se i suoi piani di risoluzione delle banche sono applicabili, dal punto di vista, ad esempio, della tempestiva valutazione delle attività da trasferire, dell’accesso continuo alle infrastrutture dei mercati finanziari e dalla possibilità delle autorità di assicurare controlli su una banca con tempi di risoluzione di pochi giorni, con l’imposizione, se necessario, di una moratoria». Col bail in, insomma, non andrebbero lontano...
In queste ore il prestigioso settimanale Die Zeit sta rivelando che il governo tedesco sta studiando diverse opzioni di salvataggio della banca, incluso l'acquisto di almeno il 25% delle azioni. La circostanza è stata prontamente smentita dal portavoce di Angela Merkel, ma ci sono ragioni fin troppo evidenti per negare decisamente quel che non è possibile che non stia accadendo. Il governo di Berlino non può disinteressarsi del caso delegando la soluzione "al mercato", ma non può neanche intervenire in modo troppo diretto ed evidente.
I sondaggi locali dicono che il 70% dei tedeschi è assolutamente contrario ad usare soldi pubblici per salvare le banche, ben ricordando il prezzo già pagato – nel 2008-09 – per un'operazione massiccia dello stesso tipo ma di dimensioni probabilmente inferiori. Non va peraltro dimenticato che in condizioni altrettanto critiche si trova anche la seconda banca di Germania, Commerzbank, dunque l'eventuale via libera al salvataggio pubblico sarebbe particolarmente oneroso.
Un ostacolo certamente gigantesco per una cancelliera che tra un anno è attesa dalle elezioni politiche, e soprattutto per l'establishment politico di Berlino (Cdu più Spd), che ormai sente il fiato sul collo degli euroscettici di Afd sulla destra e della rediviva Linke sulla sinistra.
Ma l'ostacolo più grande resta comunque l'Unione Europea, la folle creatura senza testa politica legittimata, che governa ormai di fatto i 27 paesi che ne fanno parte (e soprattutto quelli che hanno adottato la moneta unica). Qui proprio la Germania ha imposto il divieto di salvataggio pubblico delle banche (ricordiamo il recente caso di Banca Etruria e altre tre banche locali, praticamente fallite nonostante le innumerevoli truffe operate nei confronti degli ignari clienti). Dunque chiedere per sé un'eccezione significherebbe aprire il vaso di Pandora della riscrittura di alcuni trattati, mentre ogni paese si precipiterebbe intanto e immediatamente a risolvere per proprio conto ogni problema aziendale e/o finanziario.
Un caos bancario che si andrebbe in un attimo a sommare a quello – mal gestito e potenzialmente distruttivo – dei flussi migratori e dei rifugiati.
Come si vede, una banca di quelle dimensioni non è solo un problema di economia...
Fonte
18/12/2015
Arrestato Shkreli, il vampiro del farmaco anti-Aids
Martin Shkreli era diventato famoso tutto in un colpo, anche se era entrato nel giro di Wall Street a soli 17 anni. Una fama sinistra, certamente, perché associata all'improvviso aumento di un farmaco salvavita, il Daraprim, utile nelle lotta all'Aids, da 13 a 750 dollari a pillola. Il 5.000% in più, da un giorno all'altro, senza giustificazione industriale alcuna.
Ma non è stato arrestato per questo, anche se da lì è partita un'indagine sui suoi affari che si è conclusa in questo modo. Arrivato alla guida della Turing Pharmaceutical, è accusato di frode, ma l'accusa riguarda i suoi trascorsi come manager di hedge fund.Un finanziere d'assalto che si era trasformato in uno sterminatore seriale di malati gravi, ma che paga qualche eccesso nella prima veste, non per il secondo crimine (che a tutti dovrebbe apparire ben più grave).
Shkreli è accusato di aver ingannato gli investitori nell'hedge fund MSMB, che aveva fondato, ma che ora è chiuso. Lo gestiva con un classico "schema Ponzi", una sorta di "catena di Sant'Antonio in campo finanziario, che porta questo nome "in onore" di Charles Ponzi (uno che negli anni '20 vendeva lotti di terreno paludoso infestato dai coccodrilli, in Florida, spacciandoli come adatti ala speculazione immobiliare). Una volgare truffa che ebbe un qualche peso anche nell'esplosione della crisi del 1929...
Shkreli è finito nel mirino anche per il suo ruolo nella società biotecnologica Retrophin, che usava come ''salvadanaio'' secondo l'accusa. Retrophin, infatti, era lo strumento con cui pagava gli investitori in MSMB, attirati dagli alti profitti promessi. In pratica, l'abnorme aumento del prezzo del farmaco anti-Aids non serviva affatto a finanziare – come da lui raccontato – "nuove ricerche per la lotta all'Aids", ma semplicemente al ripianare i debiti accumulati nei fallimenti precedenti.
Fonte
01/07/2015
Grecia: la vergogna europea in tre immagini (e un numero)
Prima immagine. Tanto per rinfrescare la memoria. I salvataggi delle banche, in miliardi di euro.
A fine 2011 i salvataggi pubblici delle banche erano arrivati a 1.148 miliardi per la Gran Bretagna; 144 l’Olanda; 196 il Belgio; 418 miliardi nella virtuosa Germania. Non è il totale dei soldi usati per puntellare una finanza sempre più instabile. Andrebbero aggiunti gli oltre 1.000 miliardi prestati all’1% con il TLRO della Banca Centrale, poi il TLTRO, poi i tassi portati quasi a zero, poi il quantitative easing, le cartolarizzazioni, e l’elenco potrebbe continuare.
Rimanendo ai soli piani di salvataggio veri e propri e non all’insieme delle misure, parliamo di un totale (unicamente in Europa) di circa 2.400 miliardi di euro. Una somma da mettere a confronto con i circa 15 miliardi di aiuti che sono in ballo in questo momento per sostenere la Grecia.
Sì ma... Si dirà che questi 15 non sono certo i primi. Anche la Grecia ha ricevuto parecchi aiuti dall’Europa. Ecco allora l’immagine n.2, da un articolo del Sole24Ore del febbraio scorso.
In alto l’esposizione verso la Grecia a dicembre 2009. L’esposizione italiana, francese o tedesca era esattamente pari a zero. Erano le banche private ad avere allegramente prestato decine di miliardi alle controparti greche, e a rivolerle indietro quando sono andate in crisi a seguito della bolla dei subprime, lasciando la Grecia in ginocchio. Qui intervengono le generose istituzioni europee e internazionali con i “piani di salvataggio”, che altro non sono stati se non una gigantesca partita di giro per mettere al sicuro le banche francesi, tedesche e di altri Paesi. Il debito passato dal privato al pubblico, secondo il noto principio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
Ad affermarlo è anche un delegato del FMI, che già a gennaio 2010 denunciava come il presunto salvataggio della Grecia fosse «concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del vecchio continente e non la Grecia». Uno studio indipendente ha mostrato come per lo meno il 77% di tutti gli aiuti forniti alla Grecia tra maggio 2010 e giugno 2013 siano finiti al settore finanziario e non alla popolazione o allo Stato ellenico.
Come dire che, oltre la montagna di denaro regalato o prestato a interesse nullo alle banche, persino i fondi destinati – nelle dichiarazioni ufficiali – ad aiutare i Paesi in difficoltà, sono finiti a salvare il sistema bancario.
Passiamo all’immagine n.3, che non riguarda né il vergognoso ammontare dei salvataggi, né l’altrettanto vergognosa destinazione dei fondi. Perché c’è di peggio. E sono le condizioni – e l’assenza di condizioni. Di seguito un estratto del documento “proposto” alla Grecia dai burocrati europei. Nello specifico riguarda le pensioni, ma non è necessario leggerlo, basta il colpo d’occhio delle modifiche richieste durante il “negoziato”.
http://online.wsj.com/public/resources/documents/062415Greek.pdf
Sarebbe stato opportuno pubblicare una quarta immagine, con le analoghe condizioni richieste alle banche per ottenere i salvataggi unicamente pochi anni fa, ma il problema è che non c’è una tale immagine perché non c’è stata nessuna condizione: migliaia di miliardi di euro di assegno in bianco. A dispetto del mostruoso impegno dei governi e della banca centrale, a dispetto anche delle roboanti dichiarazioni che hanno chiuso ogni vertice internazionale dal 2008 in poi, il nulla.
Non è stato chiesto alle Banche nessun piano di austerità, non è stato imposto un limite all’utilizzo di derivati, non sono state messe nemmeno un minimo di condizioni di buon senso per evitare per lo meno che con i soldi pubblici ricevuti le stesse banche potessero truffare i risparmiatori o evadere le tasse. Niente sul sistema bancario ombra, niente sulla presenza di filiali e controllate nei paradisi fiscali, nulla di nulla.
Il mese scorso alcuni dei più grandi gruppi bancari, molti dei quali hanno ricevuto somme enormi in salvataggi pubblici, hanno patteggiato una multa miliardaria per una gigantesca truffa sul mercato dei cambi. Una truffa che sarebbe andata avanti dal 2007 al 2013, proprio quando venivano inondate di soldi pubblici. In buona parte gli stessi gruppi bancari che, in soli tre anni, tra gennaio 2012 e dicembre 2014, hanno dovuto pagare 139 miliardi di dollari di sanzioni alle autorità statunitensi.
Il sistema bancario ombra, che opera al di fuori di qualsiasi regola o controllo, avrebbe raggiunto (il condizionale è d’obbligo visto che non si riesce nemmeno a darne una definizione univoca) circa 75.000 miliardi di dollari. Ma il problema che tiene l’Europa con il fiato sospeso è il debito pubblico greco, meno dello 0,5% di questa cifra.
L’assenza di condizioni per banche private che hanno come obiettivo il massimo profitto non è nemmeno ipotizzabile per uno Stato sovrano che dovrebbe tutelare l’interesse dei suoi cittadini. Qui non è possibile nessun cedimento, occorre essere inflessibili per dare l’esempio a tutti. Ancora prima, è necessario perché dobbiamo conquistare la fiducia dei mercati finanziari, evitare attacchi speculativi che potrebbero acuire le difficoltà.
I tempi e le richieste della finanza non sono quelle della democrazia, ed è la democrazia a doversi piegare. Nuovamente per rinfrescare la memoria, solo pochi mesi fa questi erano i titoli dei principali quotidiani italiani alla notizia di un’elezione democratica:
Un tema solo. Le elezioni spaventano i mercati. Un mondo in cui c’è chi guadagna miliardi speculando sui disastri altrui, il problema è accontentare e “restituire fiducia” ai mercati, non cambiare le regole. Lo scorso anno i primi 25 gestori di hedge fund – i fondi speculativi che tramite derivati e altri strumenti arrivano a scommettere anche sul fallimento di interi Paesi – si sono portati a casa poco meno di 14 miliardi di dollari. Il primo si è preso 1,3 miliardi di dollari, circa 100 milioni di euro al mese.
Il che non è evidentemente un problema, per istituzioni che si oppongono però a uno dei punti del programma del governo Tsipras, che vorrebbe riportare il salario minimo ai 751 euro del 2011, prima che la Troika obbligasse la Grecia a ridurlo a 580 euro. Il problema attuale sono 751 euro per chi lavora, non i 100 milioni al mese per chi specula.
Un numero per capire come va il mondo? 100.000.000/751 = 133.155.
Fonte
A fine 2011 i salvataggi pubblici delle banche erano arrivati a 1.148 miliardi per la Gran Bretagna; 144 l’Olanda; 196 il Belgio; 418 miliardi nella virtuosa Germania. Non è il totale dei soldi usati per puntellare una finanza sempre più instabile. Andrebbero aggiunti gli oltre 1.000 miliardi prestati all’1% con il TLRO della Banca Centrale, poi il TLTRO, poi i tassi portati quasi a zero, poi il quantitative easing, le cartolarizzazioni, e l’elenco potrebbe continuare.
Rimanendo ai soli piani di salvataggio veri e propri e non all’insieme delle misure, parliamo di un totale (unicamente in Europa) di circa 2.400 miliardi di euro. Una somma da mettere a confronto con i circa 15 miliardi di aiuti che sono in ballo in questo momento per sostenere la Grecia.
Sì ma... Si dirà che questi 15 non sono certo i primi. Anche la Grecia ha ricevuto parecchi aiuti dall’Europa. Ecco allora l’immagine n.2, da un articolo del Sole24Ore del febbraio scorso.
In alto l’esposizione verso la Grecia a dicembre 2009. L’esposizione italiana, francese o tedesca era esattamente pari a zero. Erano le banche private ad avere allegramente prestato decine di miliardi alle controparti greche, e a rivolerle indietro quando sono andate in crisi a seguito della bolla dei subprime, lasciando la Grecia in ginocchio. Qui intervengono le generose istituzioni europee e internazionali con i “piani di salvataggio”, che altro non sono stati se non una gigantesca partita di giro per mettere al sicuro le banche francesi, tedesche e di altri Paesi. Il debito passato dal privato al pubblico, secondo il noto principio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
Ad affermarlo è anche un delegato del FMI, che già a gennaio 2010 denunciava come il presunto salvataggio della Grecia fosse «concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del vecchio continente e non la Grecia». Uno studio indipendente ha mostrato come per lo meno il 77% di tutti gli aiuti forniti alla Grecia tra maggio 2010 e giugno 2013 siano finiti al settore finanziario e non alla popolazione o allo Stato ellenico.
Come dire che, oltre la montagna di denaro regalato o prestato a interesse nullo alle banche, persino i fondi destinati – nelle dichiarazioni ufficiali – ad aiutare i Paesi in difficoltà, sono finiti a salvare il sistema bancario.
Passiamo all’immagine n.3, che non riguarda né il vergognoso ammontare dei salvataggi, né l’altrettanto vergognosa destinazione dei fondi. Perché c’è di peggio. E sono le condizioni – e l’assenza di condizioni. Di seguito un estratto del documento “proposto” alla Grecia dai burocrati europei. Nello specifico riguarda le pensioni, ma non è necessario leggerlo, basta il colpo d’occhio delle modifiche richieste durante il “negoziato”.
http://online.wsj.com/public/resources/documents/062415Greek.pdf
Sarebbe stato opportuno pubblicare una quarta immagine, con le analoghe condizioni richieste alle banche per ottenere i salvataggi unicamente pochi anni fa, ma il problema è che non c’è una tale immagine perché non c’è stata nessuna condizione: migliaia di miliardi di euro di assegno in bianco. A dispetto del mostruoso impegno dei governi e della banca centrale, a dispetto anche delle roboanti dichiarazioni che hanno chiuso ogni vertice internazionale dal 2008 in poi, il nulla.
Non è stato chiesto alle Banche nessun piano di austerità, non è stato imposto un limite all’utilizzo di derivati, non sono state messe nemmeno un minimo di condizioni di buon senso per evitare per lo meno che con i soldi pubblici ricevuti le stesse banche potessero truffare i risparmiatori o evadere le tasse. Niente sul sistema bancario ombra, niente sulla presenza di filiali e controllate nei paradisi fiscali, nulla di nulla.
Il mese scorso alcuni dei più grandi gruppi bancari, molti dei quali hanno ricevuto somme enormi in salvataggi pubblici, hanno patteggiato una multa miliardaria per una gigantesca truffa sul mercato dei cambi. Una truffa che sarebbe andata avanti dal 2007 al 2013, proprio quando venivano inondate di soldi pubblici. In buona parte gli stessi gruppi bancari che, in soli tre anni, tra gennaio 2012 e dicembre 2014, hanno dovuto pagare 139 miliardi di dollari di sanzioni alle autorità statunitensi.
Il sistema bancario ombra, che opera al di fuori di qualsiasi regola o controllo, avrebbe raggiunto (il condizionale è d’obbligo visto che non si riesce nemmeno a darne una definizione univoca) circa 75.000 miliardi di dollari. Ma il problema che tiene l’Europa con il fiato sospeso è il debito pubblico greco, meno dello 0,5% di questa cifra.
L’assenza di condizioni per banche private che hanno come obiettivo il massimo profitto non è nemmeno ipotizzabile per uno Stato sovrano che dovrebbe tutelare l’interesse dei suoi cittadini. Qui non è possibile nessun cedimento, occorre essere inflessibili per dare l’esempio a tutti. Ancora prima, è necessario perché dobbiamo conquistare la fiducia dei mercati finanziari, evitare attacchi speculativi che potrebbero acuire le difficoltà.
I tempi e le richieste della finanza non sono quelle della democrazia, ed è la democrazia a doversi piegare. Nuovamente per rinfrescare la memoria, solo pochi mesi fa questi erano i titoli dei principali quotidiani italiani alla notizia di un’elezione democratica:
Un tema solo. Le elezioni spaventano i mercati. Un mondo in cui c’è chi guadagna miliardi speculando sui disastri altrui, il problema è accontentare e “restituire fiducia” ai mercati, non cambiare le regole. Lo scorso anno i primi 25 gestori di hedge fund – i fondi speculativi che tramite derivati e altri strumenti arrivano a scommettere anche sul fallimento di interi Paesi – si sono portati a casa poco meno di 14 miliardi di dollari. Il primo si è preso 1,3 miliardi di dollari, circa 100 milioni di euro al mese.
Il che non è evidentemente un problema, per istituzioni che si oppongono però a uno dei punti del programma del governo Tsipras, che vorrebbe riportare il salario minimo ai 751 euro del 2011, prima che la Troika obbligasse la Grecia a ridurlo a 580 euro. Il problema attuale sono 751 euro per chi lavora, non i 100 milioni al mese per chi specula.
Un numero per capire come va il mondo? 100.000.000/751 = 133.155.
Fonte
07/06/2015
L'Argentina sfida gli Usa e nazionalizza il debito
La storia del debito argentino è anche una storia di sovranità nazionale antimperialista. Una sentenza di un giudice statunitense, infatti, l'ha riportata praticamente sull'orlo del default (fallimento). Alcuni fondi speculativi Usa non avevano accettato – come invece fatto da tutti gli altri creditori internazionali – una “ristrutturazione” del debito costituito dai “tango bond” (titoli di stato argentini, emessi molti anni prima); e avevano chiamato in causa la giustizia del proprio paese per farsi restituire la totalità della cifra attesa.
Va da sé che il problema è complicato: come può un paese straniero essere giudicato e condannato a pagare da un semplice magistrato di un altro paese? Ma se il giudice è stelle-e-strisce, come Thomas Griesa, e i soldi sono temporaneamente custoditi in una banca statunitense (la Bank of New York Mellon), si può fare...
500 milioni erano stati depositati dal governo Kirchner in quell'istituto proprio in previsione delle scadenze dei bond relative agli anni 2005 e 2010, indirizzati a quei creditori che avevano pattuito un taglio nei rimborsi. Ma il giudice Griesa ha bloccato quei fondi, ingiungendo all'Argentina di pagare prima gli hedge fund (“buitre”, avvoltoi, li hanno definiti nelle manifestazioni di Buenos Aires), che pretendono 1,6 miliardi di dollari.
Ora Cristina Kirchner ha rotto lo stallo cambiando la giurisdizione competente ed anche l'agente pagatore (il Banco de la Naciòn di Buenos Aires). Di fatto ha nazionalizzato quel debito, sottraendosi così alle decisioni della legislazione statunitense.
Per non farsi rinchiudere, la soluzione proposta prevede di poter pagare le cedole anche in Francia, piazza importante per i mercati internazionali. In più, sono previste misure specifiche per impedire che in futuro i fondi speculativi possano ripetere l'aggressione.
Il Senato argentino ha approvato la decisione (ha votato contro l'opposizione filoamericana, naturalmente) e passato il testo alla Camera (mio dio! In Argentina c'è ancora il “bicameralismo perfetto”, che ne penserà Renzi?).
Naturalmente gli hedge fund non l'hanno presa bene. Secondo loro la legge statunitense dovrebbe valere dappertutto e prevalere su qualunque altra. Chissà perché...
Fonte
Va da sé che il problema è complicato: come può un paese straniero essere giudicato e condannato a pagare da un semplice magistrato di un altro paese? Ma se il giudice è stelle-e-strisce, come Thomas Griesa, e i soldi sono temporaneamente custoditi in una banca statunitense (la Bank of New York Mellon), si può fare...
500 milioni erano stati depositati dal governo Kirchner in quell'istituto proprio in previsione delle scadenze dei bond relative agli anni 2005 e 2010, indirizzati a quei creditori che avevano pattuito un taglio nei rimborsi. Ma il giudice Griesa ha bloccato quei fondi, ingiungendo all'Argentina di pagare prima gli hedge fund (“buitre”, avvoltoi, li hanno definiti nelle manifestazioni di Buenos Aires), che pretendono 1,6 miliardi di dollari.
Ora Cristina Kirchner ha rotto lo stallo cambiando la giurisdizione competente ed anche l'agente pagatore (il Banco de la Naciòn di Buenos Aires). Di fatto ha nazionalizzato quel debito, sottraendosi così alle decisioni della legislazione statunitense.
Per non farsi rinchiudere, la soluzione proposta prevede di poter pagare le cedole anche in Francia, piazza importante per i mercati internazionali. In più, sono previste misure specifiche per impedire che in futuro i fondi speculativi possano ripetere l'aggressione.
Il Senato argentino ha approvato la decisione (ha votato contro l'opposizione filoamericana, naturalmente) e passato il testo alla Camera (mio dio! In Argentina c'è ancora il “bicameralismo perfetto”, che ne penserà Renzi?).
Naturalmente gli hedge fund non l'hanno presa bene. Secondo loro la legge statunitense dovrebbe valere dappertutto e prevalere su qualunque altra. Chissà perché...
Fonte
03/05/2015
Fondi avvoltoio. L'Argentina sfida Washington e si appella all'Onu
Continua il contenzioso tra Buenos Aires e Washington.
L’Argentina ha portato alle Nazioni Unite la sua battaglia legale contro i fondi speculativi statunitensi, “diventati ormai un ostacolo per i paesi che versano in difficoltà”, ha accusato il ministro dell’Economia, Axel Kicillof, parlando a un comitato creato dall’Assemblea Generale dell’Onu per analizzare le procedure di ristrutturazione dei debiti sovrani. Occorre che l’Onu si attivi “procedendo alla definizione di un quadro internazionale”, per evitare che i ‘fondi avvoltoio’ raccolgano “guadagni scandalosi” ha detto Kicillof, criticando i “parassiti specializzati” nell’acquistare debito di paesi in crisi; il potere di questi fondi, ha insistito, “è insopportabile”.
Kicillof ha poi ricordato che i problemi legali che affronta l’Argentina nei tribunali di New York partono dalla cessazione dei pagamenti nel 2001 per un valore di 81 miliardi di dollari, sebbene la maggior parte sia stata ristrutturata. “È un problema economico, ma mette anche in gioco le relazioni fra i paesi. È ora che l’Onu se ne occupi” ha insistito il ministro argentino.
“Abbiamo bisogno di strumenti più potenti per discutere i problemi del debito”, gli ha fatto eco l’ambasciatore boliviano all’Onu, Sacha Llorenti.
La vicenda ha origine col default del 2001, quando Buenos Aires cessò i pagamenti sul debito sovrano per circa 100 miliardi di dollari. Contrariamente al 93% dei creditori, il fondo speculativo Nml Capital, divisione di Elliott Management del miliardario statunitense Paul Singer, non accettò di concedere alcuno sconto e dopo il ‘default’ comprò titoli di debito per 220 milioni di dollari a prezzi stracciati pagandoli 50 milioni per poi chiedere il pieno rimborso per un valore che, dopo 13 anni è salito ormai a oltre 800 milioni. A questi si sono uniti altri fondi che insieme detengono 1,3 miliardi di debito argentino.
Si tratta peraltro di “hedge fund” (fra i quali, oltre a Nml Capital, anche Aurelius Capital Management) specializzati in speculazione: Singer già negli anni '90 era riuscito contro il Perù a ottenere 70 milioni di dollari contro i 15 milioni di titoli che aveva rastrellato e in seguito, nel 2002, per 20 milioni di debito in suo possesso aveva obbligato la Repubblica del Congo a pagarne addirittura 90.
Fonte
L’Argentina ha portato alle Nazioni Unite la sua battaglia legale contro i fondi speculativi statunitensi, “diventati ormai un ostacolo per i paesi che versano in difficoltà”, ha accusato il ministro dell’Economia, Axel Kicillof, parlando a un comitato creato dall’Assemblea Generale dell’Onu per analizzare le procedure di ristrutturazione dei debiti sovrani. Occorre che l’Onu si attivi “procedendo alla definizione di un quadro internazionale”, per evitare che i ‘fondi avvoltoio’ raccolgano “guadagni scandalosi” ha detto Kicillof, criticando i “parassiti specializzati” nell’acquistare debito di paesi in crisi; il potere di questi fondi, ha insistito, “è insopportabile”.
Kicillof ha poi ricordato che i problemi legali che affronta l’Argentina nei tribunali di New York partono dalla cessazione dei pagamenti nel 2001 per un valore di 81 miliardi di dollari, sebbene la maggior parte sia stata ristrutturata. “È un problema economico, ma mette anche in gioco le relazioni fra i paesi. È ora che l’Onu se ne occupi” ha insistito il ministro argentino.
“Abbiamo bisogno di strumenti più potenti per discutere i problemi del debito”, gli ha fatto eco l’ambasciatore boliviano all’Onu, Sacha Llorenti.
La vicenda ha origine col default del 2001, quando Buenos Aires cessò i pagamenti sul debito sovrano per circa 100 miliardi di dollari. Contrariamente al 93% dei creditori, il fondo speculativo Nml Capital, divisione di Elliott Management del miliardario statunitense Paul Singer, non accettò di concedere alcuno sconto e dopo il ‘default’ comprò titoli di debito per 220 milioni di dollari a prezzi stracciati pagandoli 50 milioni per poi chiedere il pieno rimborso per un valore che, dopo 13 anni è salito ormai a oltre 800 milioni. A questi si sono uniti altri fondi che insieme detengono 1,3 miliardi di debito argentino.
Si tratta peraltro di “hedge fund” (fra i quali, oltre a Nml Capital, anche Aurelius Capital Management) specializzati in speculazione: Singer già negli anni '90 era riuscito contro il Perù a ottenere 70 milioni di dollari contro i 15 milioni di titoli che aveva rastrellato e in seguito, nel 2002, per 20 milioni di debito in suo possesso aveva obbligato la Repubblica del Congo a pagarne addirittura 90.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)