Questa notte si è raggiunto un accordo-tregua tra Usa Cina. Si bloccano i dazi e partono negoziati fino a marzo. Obiettivo: liberalizzare le rispettive economie, soprattutto quella cinese.
Un accordo si è raggiunto per l’importazione “immediata” di prodotti agricoli, energetici e industriali americani. Il contendere è liberalizzare il capitale monopolistico di stato cinese, i colossi pubblici, la corazzata del socialismo cinese, o perlomeno togliere loro i sussidi. Inoltre permettere alle multinazionali americane di avere la maggioranza assoluta nei cda delle joint venture, smantellare cioè il sistema di Deng che non permetteva alle aziende straniere di detenere la maggioranza nelle aziende.
I cinesi hanno cominciato con la tedesca Bmw due mesi fa e hanno fatto capire di non avere problema a dare medesimo trattamento a quelle americane. In più, tema maggiormente scottante, la “roba”, la trattativa nei prossimi mesi verterà sulla liberalizzazione della finanza cinese permettendo a Wall Street di accedere al mercato del celeste impero.
C’è da fare una precisazione: i cinesi prediligono il sistema finanziario della City londinese, che raccoglie capitali e li distribuisce in asset in tutto il mondo. Combacerebbe con la via della seta. Non a caso i cinesi parlano della relazione con l’UK come “nuova epoca d’oro”.
Wall street vuole entrare nel gioco attingendo al risparmio cinese per gonfiare gli asset finanziari e permettere al sistema pensionistico americano privato di avere buoni rendimenti per aumentare le pensioni americane e da qui i consumi. In pratica il risparmio cinese, secondo il volere americano, dovrebbe finanziare il sistema pensionistico americano e i consumi Usa.
Ora, il tasso di risparmio cinese è pari al 46% del pil, nella scorsa decade raggiungeva il 55% del pil. Stiamo parlando di cifre che superano i 100 mila miliardi di dollari. Facendo entrare Wall Street i cinesi danno una parte del risparmio agli americani ed un’altra parte ai londinesi.
Quanto? Facciamo mille miliardi a New York e mille miliardi a Londra. Per i cinesi cambierebbe poco, in cambio avrebbero via libera alla via della seta e all’internazionalizzazione dello yuan. In più, i cinesi sono propensi agli asset reali, quindi la liberalizzazione del mercato americano decisa a Buenos Aires spiana la strada al coinvolgimento cinese nel mega piano infrastrutturale americano da 1500 miliardi di dollari.
Ma per il resto le strade si dividono: se per gli Usa il pilastro sono Wall Street e il sistema pensionistico privato, per la Cina si prospetta il gioco del salario sociale globale di classe, per non dipendere dal mercato mondiale. Hanno la necessità di diminuire il tasso di investimento, ora pari al 42% del pil, diminuendo il tasso di risparmio.
Per farlo stanno studiando Le Plan francese degli anni ’50 e la riforma sanitaria della democristiana Tina Anselmi, del 1978.
Fitti sono gli incontri con il ministero della salute italiano e l’Inps per arrivare ad un mix di sistema pensionistico pubblico-privato sul modello italiano. In più i cinesi stanno studiando il sistema della formazione professionale italiano pre-delega alla Regioni: scuole serali anni ’50, salesiani ecc.
Già oggi hanno deciso che entro il 2020 ci saranno due medici ogni 10 mila abitanti. Una volta completato il quadro, perverranno al modello di welfare italiano, ancora tra i più efficienti al mondo.
Ciò permetterà di diminuire il tasso di risparmio: dal 46% si arriverebbe al 30%, la differenza è “risparmio precauzionale” dovuto ora al welfare privato cinese. La diminuzione del tasso di risparmio provoca un forte aumento dei consumi e una diminuzione del tasso di investimento e da qui il rientro dei debiti societari cinesi.
Dare qualche migliaio di miliardi a Wall Street e a Londra per i cinesi vale la pena; potrebbero avanzare verso l’obiettivo nei prossimi decenni del “socialismo con le caratteristiche cinesi”. Daranno parte del risparmio ma, almeno fino a quando ci sarà Xi, i colossi pubblici non si toccano, al più si decide la loro quotazione a New York.
Che c’è di nuovo? Avevamo anche noi banca centrale, colossi pubblici, riforma Anselmi, sistema pensionistico pubblico, banche pubbliche. I cinesi giocano su questi asset mentre noi li abbiamo smantellati. Vuoi capire la Cina? Studiati l’Italia degli anni settanta.
Certo che Dolce e Gabbana hanno scelto il momento migliore per sfanculare il mercato cinese...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/12/2018
26/10/2016
Hillary, la candidata di Wall Street
di Michele Paris
Una delle facce assunte da Hillary Clinton in questa campagna per le presidenziali è quella del difensore della classe media e dei lavoratori americani contro l’enorme influenza che i ricchi e le grandi banche di Wall Street esercitano sul sistema politico, economico e sociale degli Stati Uniti. Anche un irriducibile sostenitore dell’ex segretario di Stato di Obama, se in buona fede, non può però che considerare solo apparente questa sua attitudine, viste le ben documentate affinità con i grandi interessi economico-finanziari della candidata Democratica alla Casa Bianca.
Quegli stessi miliardari americani che hanno consentito ai coniugi Clinton di mettere assieme un’autentica fortuna personale sono infatti gli stessi che hanno donato centinaia di milioni di dollari alla campagna di Hillary, grazie ai quali quest’ultima ha potuto imporre una strategia elettorale volta sostanzialmente a contrastare la percezione negativa che ha di lei la maggioranza dei potenziali elettori.
Alcune delle manovre messe in atto per assicurarsi l’appoggio dei ricchi donatori nella primavera del 2015, cioè poche settimane prima dell’annuncio ufficiale della sua partecipazione alle primarie Democratiche per le presidenziali, sono state documentate dalla recente pubblicazione da parte di WikiLeaks di migliaia di e-mail private del direttore della campagna di Hillary, l’ex lobbista ed ex capo di gabinetto di Bill Clinton, John Podesta.
In particolare, i documenti mettono in luce come Hillary abbia anche formalmente rotto con la sorta di codice “etico” volontariamente applicato da Obama alla sua campagna nel 2012, con il quale intendeva rifiutare il sostegno delle cosiddette “Super PAC”. Queste organizzazioni raccolgono denaro e fanno campagna elettorale per un determinato candidato a patto che le proprie azioni non vengano coordinate direttamente con lo staff di quest’ultimo.
Le “Super PAC” sono proliferate negli ultimi anni grazie a una sentenza del 2010 della Corte Suprema degli Stati Uniti – “Citizens United contro Commissione Elettorale Federale” – che ha spazzato via qualsiasi tetto alle donazioni che esse possono ricevere. Come conferma lo stesso comportamento di Hillary e del suo entourage, i rapporti tra il team dei candidati e le “Super PAC” sono piuttosto stretti e, vista l’indulgenza delle autorità federali, la separazione delle due entità si limita quasi sempre all’adozione di accorgimenti del tutto inefficaci.
Ad ogni modo, i fedelissimi di Hillary non ebbero molti dubbi nel marzo del 2015 circa la necessità di abbandonare qualsiasi scrupolo morale per convincere i tradizionali donatori Democratici a staccare assegni a cinque o a sei zeri a favore delle “Super PAC” affiliate alla candidata alla Casa Bianca.
Fino al settembre di quest’anno, lo sforzo del team Clinton ha permesso di incassare un totale di 1,14 miliardi di dollari in contributi elettorali, inclusi quelli andati nelle casse del Partito Democratico. Donald Trump, da parte sua, ha raccolto invece 712 milioni, di cui 56 provenienti dal proprio patrimonio personale.
Sulle e-mail rese pubbliche da WikiLeaks ha condotto una ricerca il Washington Post, secondo il quale almeno un quinto del denaro incassato finora da Hillary Clinton e dalle “Super PAC” che la sostengono è arrivato “da appena un centinaio di ricchi donatori e da organizzazioni sindacali”. Molti dei primi, aggiunge il quotidiano della capitale americana, sono stati “coltivati metodicamente negli ultimi 40 anni” da Bill e Hillary.
Il
primo donatore della ex first lady è il manager di “hedge funds”,
Donald Sussman (20,6 milioni di dollari), seguito dal “venture
capitalist” di Chicago, J.B. Pritzker (16,7 milioni), dal proprietario
della rete televisiva in lingua spagnola Univision, Haim Saban
(11,9 milioni), dal noto finanziere George Soros (9,9 milioni) e dal
92enne fondatore della linea dietetica SlimFast, Daniel Abraham (9,7
milioni).
L’analisi del Washington Post chiarisce come, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando sono state attuate nuove regole sui finanziamenti alla politica in seguito allo scandalo Watergate, “nessun presidente [degli Stati Uniti] è stato eletto con contributi così ingenti di ricchi finanziatori”.
Singolarmente, non solo Hillary Clinton continua a criticare pubblicamente la sentenza della Corte Suprema che ha spalancato le porte alle donazioni illimitate alla politica americana, ma i suoi stessi ricchi finanziatori sostengono che i milioni di dollari erogati in questi mesi servono precisamente a favorire l’elezione di un presidente che ristabilisca limiti severi alle donazioni elettorali.
In altre parole, individui come Soros o Sussman verserebbero cifre da capogiro a Hillary Clinton non perché il futuro presidente rappresenti i propri interessi, bensì per sostenere un’azione legislativa che impedisca a multi-miliardari come loro di influire sulla politica americana.
Anche una pubblicazione apertamente favorevole alla candidatura di Hillary, come il Post, è costretta ad ammettere che l’ex segretario di Stato entrerebbe alla Casa Bianca con un “grosso debito nei confronti di un gruppo di donatori che hanno sostenuto lei e il marito per decenni”. La somma totale stimata del denaro veicolato verso le campagne elettorali dei coniugi e le loro iniziative “filantropiche”, attraverso la Clinton Foundation, si aggira attorno ai 4 miliardi di dollari.
In maniera poco sorprendente, le e-mail provenienti dall’account di John Podesta descrivono discussioni all’interno del team Clinton sui problemi di immagine di una candidata legata a doppio filo con Wall Street e le accuse di “ipocrisia” nei suoi confronti. Le difficoltà a spacciare Hillary come una candidata realmente interessata alle condizioni delle classi più disagiate era tale che, ad esempio, un membro del suo staff nel maggio del 2015 affermava come la sola presentazione di proposte di legge, volte a limitare l’influenza sulla politica dei poteri forti, poteva non essere sufficiente, ma anzi rischiava di essere controproducente vista la palese “dissonanza” tra parole e fatti.
Ciò non ha impedito comunque la formulazione di una strategia di raccolta fondi definita frenetica dagli stessi uomini dello staff di Hillary Clinton. Per la direttrice della comunicazione della campagna elettorale, Jennifer Palmieri, l’importante era “prendere il denaro”, mentre il capo dell’intera organizzazione, Robby Mook, si diceva disposto a fare i conti con qualsiasi attacco politico pur di assicurarsi contributi milionari.
Già nell’aprile del 2015 erano poi allo studio modalità di interazione con le “Super PAC” pro-Hillary, a cominciare da Priorities USA, per eludere le regolamentazioni di legge che vietano il coordinamento con la campagna elettorale dei candidati. Gli stratagemmi escogitati a questo scopo sono spesso ridicoli e la dicono lunga sull’attitudine a vigilare sul rispetto delle norme relative ai finanziamenti elettorali da parte delle autorità federali.
Ad esempio, dal momento che i membri dello staff di Hillary non potevano indicare ai colleghi di Priorities USA quali cifre erano disposti a sborsare determinati donatori, si comunicava che un noto finanziatore Democratico, “impiegato nell’industria finanziaria”, era probabilmente disponibile a “contribuire con [una somma a] sei cifre” a favore della “Super PAC”.
Il Washington Post indica anche come un’altra “Super PAC”, battezzata Correct the Record e dedicata appunto a “corregge gli attacchi ingiustificati” contro la candidata alla Casa Bianca dei suoi rivali, coordinava invece le proprie iniziative direttamente con lo staff di Hillary perché sfruttava un’esenzione di legge prevista per i blog.
Ai donatori, però, i vari gruppi che fanno campagna per Hillary venivano spesso presentati come “pezzi di un unico progetto”. I responsabili di Priorities USA sollecitavano così donazioni presentandosi come rappresentanti di un’organizzazione direttamente affiliata alla campagna di Hillary. John Podesta, da parte sua, durante gli incontri con i ricchi finanziatori del Partito Democratico non mancava di chiedere contributi sia per la campagna di Hillary sia per le “Super PAC”.
Oltre a quella del Washington Post,
altre indagini di giornali americani nei giorni scorsi hanno
evidenziato il sostegno ricevuto da Hillary Clinton all’interno della
classe dei super-ricchi d’America. Al contrario di quanto era avvenuto
nel 2012, quando Wall Street aveva mostrato di preferire Mitt Romney a
Obama, in questa occasione la candidata Democratica sembra avere
maggiori credenziali in questo senso rispetto a Donald Trump.
Il Wall Street Journal ha scritto che finora la Clinton ha ricevuto direttamente per la sua campagna elettorale 70 milioni di dollari da 19 miliardari, contro 18 milioni da 5 miliardari finiti nelle casse del rivale Repubblicano.
A conferma degli orientamenti dell’élite finanziaria americana, qualche giorno fa l’amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, ha di fatto appoggiato pubblicamente la candidatura di Hillary Clinton. Questo colosso di Wall Street è storicamente molto legato alla famiglia Clinton e nel 2013 pagò a Hillary ben 675 mila dollari per tre discorsi tenuti di fronte ai propri impiegati.
Oltre a quello dell’industria finanziaria, la ex first lady ha ottenuto il sostegno infine di centinaia di membri ed ex membri dell’apparato militare e dell’intelligence degli Stati Uniti, molti dei quali noti “falchi” e sostenitori delle avventure belliche americane degli ultimi quindici anni.
In un’elezione tra due delle personalità pubbliche più odiate, dunque, Hillary Clinton è senza alcun dubbio la candidata di gran lunga preferita dall’establishment politico, economico e militare. Trump, al contrario, continua a suscitare gravi preoccupazioni a causa della sua imprevedibilità, dell’attitudine troppo conciliante mostrata nei confronti della Russia e delle tensioni sociali che potrebbero esplodere in seguito all’ingresso alla Casa Bianca di un presidente dai tratti apertamente fascisti.
Fonte
Una delle facce assunte da Hillary Clinton in questa campagna per le presidenziali è quella del difensore della classe media e dei lavoratori americani contro l’enorme influenza che i ricchi e le grandi banche di Wall Street esercitano sul sistema politico, economico e sociale degli Stati Uniti. Anche un irriducibile sostenitore dell’ex segretario di Stato di Obama, se in buona fede, non può però che considerare solo apparente questa sua attitudine, viste le ben documentate affinità con i grandi interessi economico-finanziari della candidata Democratica alla Casa Bianca.
Quegli stessi miliardari americani che hanno consentito ai coniugi Clinton di mettere assieme un’autentica fortuna personale sono infatti gli stessi che hanno donato centinaia di milioni di dollari alla campagna di Hillary, grazie ai quali quest’ultima ha potuto imporre una strategia elettorale volta sostanzialmente a contrastare la percezione negativa che ha di lei la maggioranza dei potenziali elettori.
Alcune delle manovre messe in atto per assicurarsi l’appoggio dei ricchi donatori nella primavera del 2015, cioè poche settimane prima dell’annuncio ufficiale della sua partecipazione alle primarie Democratiche per le presidenziali, sono state documentate dalla recente pubblicazione da parte di WikiLeaks di migliaia di e-mail private del direttore della campagna di Hillary, l’ex lobbista ed ex capo di gabinetto di Bill Clinton, John Podesta.
In particolare, i documenti mettono in luce come Hillary abbia anche formalmente rotto con la sorta di codice “etico” volontariamente applicato da Obama alla sua campagna nel 2012, con il quale intendeva rifiutare il sostegno delle cosiddette “Super PAC”. Queste organizzazioni raccolgono denaro e fanno campagna elettorale per un determinato candidato a patto che le proprie azioni non vengano coordinate direttamente con lo staff di quest’ultimo.
Le “Super PAC” sono proliferate negli ultimi anni grazie a una sentenza del 2010 della Corte Suprema degli Stati Uniti – “Citizens United contro Commissione Elettorale Federale” – che ha spazzato via qualsiasi tetto alle donazioni che esse possono ricevere. Come conferma lo stesso comportamento di Hillary e del suo entourage, i rapporti tra il team dei candidati e le “Super PAC” sono piuttosto stretti e, vista l’indulgenza delle autorità federali, la separazione delle due entità si limita quasi sempre all’adozione di accorgimenti del tutto inefficaci.
Ad ogni modo, i fedelissimi di Hillary non ebbero molti dubbi nel marzo del 2015 circa la necessità di abbandonare qualsiasi scrupolo morale per convincere i tradizionali donatori Democratici a staccare assegni a cinque o a sei zeri a favore delle “Super PAC” affiliate alla candidata alla Casa Bianca.
Fino al settembre di quest’anno, lo sforzo del team Clinton ha permesso di incassare un totale di 1,14 miliardi di dollari in contributi elettorali, inclusi quelli andati nelle casse del Partito Democratico. Donald Trump, da parte sua, ha raccolto invece 712 milioni, di cui 56 provenienti dal proprio patrimonio personale.
Sulle e-mail rese pubbliche da WikiLeaks ha condotto una ricerca il Washington Post, secondo il quale almeno un quinto del denaro incassato finora da Hillary Clinton e dalle “Super PAC” che la sostengono è arrivato “da appena un centinaio di ricchi donatori e da organizzazioni sindacali”. Molti dei primi, aggiunge il quotidiano della capitale americana, sono stati “coltivati metodicamente negli ultimi 40 anni” da Bill e Hillary.
L’analisi del Washington Post chiarisce come, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando sono state attuate nuove regole sui finanziamenti alla politica in seguito allo scandalo Watergate, “nessun presidente [degli Stati Uniti] è stato eletto con contributi così ingenti di ricchi finanziatori”.
Singolarmente, non solo Hillary Clinton continua a criticare pubblicamente la sentenza della Corte Suprema che ha spalancato le porte alle donazioni illimitate alla politica americana, ma i suoi stessi ricchi finanziatori sostengono che i milioni di dollari erogati in questi mesi servono precisamente a favorire l’elezione di un presidente che ristabilisca limiti severi alle donazioni elettorali.
In altre parole, individui come Soros o Sussman verserebbero cifre da capogiro a Hillary Clinton non perché il futuro presidente rappresenti i propri interessi, bensì per sostenere un’azione legislativa che impedisca a multi-miliardari come loro di influire sulla politica americana.
Anche una pubblicazione apertamente favorevole alla candidatura di Hillary, come il Post, è costretta ad ammettere che l’ex segretario di Stato entrerebbe alla Casa Bianca con un “grosso debito nei confronti di un gruppo di donatori che hanno sostenuto lei e il marito per decenni”. La somma totale stimata del denaro veicolato verso le campagne elettorali dei coniugi e le loro iniziative “filantropiche”, attraverso la Clinton Foundation, si aggira attorno ai 4 miliardi di dollari.
In maniera poco sorprendente, le e-mail provenienti dall’account di John Podesta descrivono discussioni all’interno del team Clinton sui problemi di immagine di una candidata legata a doppio filo con Wall Street e le accuse di “ipocrisia” nei suoi confronti. Le difficoltà a spacciare Hillary come una candidata realmente interessata alle condizioni delle classi più disagiate era tale che, ad esempio, un membro del suo staff nel maggio del 2015 affermava come la sola presentazione di proposte di legge, volte a limitare l’influenza sulla politica dei poteri forti, poteva non essere sufficiente, ma anzi rischiava di essere controproducente vista la palese “dissonanza” tra parole e fatti.
Ciò non ha impedito comunque la formulazione di una strategia di raccolta fondi definita frenetica dagli stessi uomini dello staff di Hillary Clinton. Per la direttrice della comunicazione della campagna elettorale, Jennifer Palmieri, l’importante era “prendere il denaro”, mentre il capo dell’intera organizzazione, Robby Mook, si diceva disposto a fare i conti con qualsiasi attacco politico pur di assicurarsi contributi milionari.
Già nell’aprile del 2015 erano poi allo studio modalità di interazione con le “Super PAC” pro-Hillary, a cominciare da Priorities USA, per eludere le regolamentazioni di legge che vietano il coordinamento con la campagna elettorale dei candidati. Gli stratagemmi escogitati a questo scopo sono spesso ridicoli e la dicono lunga sull’attitudine a vigilare sul rispetto delle norme relative ai finanziamenti elettorali da parte delle autorità federali.
Ad esempio, dal momento che i membri dello staff di Hillary non potevano indicare ai colleghi di Priorities USA quali cifre erano disposti a sborsare determinati donatori, si comunicava che un noto finanziatore Democratico, “impiegato nell’industria finanziaria”, era probabilmente disponibile a “contribuire con [una somma a] sei cifre” a favore della “Super PAC”.
Il Washington Post indica anche come un’altra “Super PAC”, battezzata Correct the Record e dedicata appunto a “corregge gli attacchi ingiustificati” contro la candidata alla Casa Bianca dei suoi rivali, coordinava invece le proprie iniziative direttamente con lo staff di Hillary perché sfruttava un’esenzione di legge prevista per i blog.
Ai donatori, però, i vari gruppi che fanno campagna per Hillary venivano spesso presentati come “pezzi di un unico progetto”. I responsabili di Priorities USA sollecitavano così donazioni presentandosi come rappresentanti di un’organizzazione direttamente affiliata alla campagna di Hillary. John Podesta, da parte sua, durante gli incontri con i ricchi finanziatori del Partito Democratico non mancava di chiedere contributi sia per la campagna di Hillary sia per le “Super PAC”.
Il Wall Street Journal ha scritto che finora la Clinton ha ricevuto direttamente per la sua campagna elettorale 70 milioni di dollari da 19 miliardari, contro 18 milioni da 5 miliardari finiti nelle casse del rivale Repubblicano.
A conferma degli orientamenti dell’élite finanziaria americana, qualche giorno fa l’amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, ha di fatto appoggiato pubblicamente la candidatura di Hillary Clinton. Questo colosso di Wall Street è storicamente molto legato alla famiglia Clinton e nel 2013 pagò a Hillary ben 675 mila dollari per tre discorsi tenuti di fronte ai propri impiegati.
Oltre a quello dell’industria finanziaria, la ex first lady ha ottenuto il sostegno infine di centinaia di membri ed ex membri dell’apparato militare e dell’intelligence degli Stati Uniti, molti dei quali noti “falchi” e sostenitori delle avventure belliche americane degli ultimi quindici anni.
In un’elezione tra due delle personalità pubbliche più odiate, dunque, Hillary Clinton è senza alcun dubbio la candidata di gran lunga preferita dall’establishment politico, economico e militare. Trump, al contrario, continua a suscitare gravi preoccupazioni a causa della sua imprevedibilità, dell’attitudine troppo conciliante mostrata nei confronti della Russia e delle tensioni sociali che potrebbero esplodere in seguito all’ingresso alla Casa Bianca di un presidente dai tratti apertamente fascisti.
Fonte
13/05/2016
Hillary apre ai Repubblicani (e a Wall Street)
di Michele Paris
L’ormai quasi certezza della conquista della nomination Democratica ha già determinato una parziale svolta a destra da parte di una Hillary Clinton che sembra ben decisa a sottrarre un numero consistente di voti Repubblicani al suo sfidante, Donald Trump. La prevedibile evoluzione dell’ex segretario di Stato, per il momento solo all’inizio, sta avvenendo nelle fasi finali di elezioni primarie che hanno dimostrato un chiaro spostamento a sinistra dell’elettorato Democratico, evidente anche questa settimana nel voto in West Virginia, vinto a mani basse dal senatore “democratico-socialista” Bernie Sanders.
Hillary ha salutato l’uscita di scena dei rivali di Trump con un certo cambiamento dei toni e degli argomenti della sua campagna elettorale, abbandonando in parte quelli di carattere progressista per cominciare a dedicarsi al corteggiamento di leader e finanziatori Repubblicani spaventati dal candidato del loro partito.
Nelle dichiarazioni pubbliche dei giorni scorsi, Hillary ha sottolineato l’imprevedibilità di Trump e la minaccia che una sua presidenza rappresenterebbe per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti. Soprattutto l’ala conservatrice del Partito Repubblicano vede con sospetto le tendenze isolazioniste di Trump, così come le sue critiche ai trattati di libero scambio.
Per conquistarsi l’appoggio quanto meno di esponenti della diplomazia, degli ambienti militari e dell’intelligence che gravitano attorno ai Repubblicani, la ex first lady può d’altra parte vantare un lungo curriculum da “falco”, modellato attraverso il sostegno a svariate avventure belliche degli USA, da ultima quella in Libia che ha letteralmente devastato il paese nordafricano.
Gli sforzi di Hillary in questo senso sono sostenuti da giornali “liberal” come ad esempio il New York Times, il quale in almeno un paio di recenti articoli ha celebrato le attitudini guerrafondaie della candidata Democratica. La stessa testata ha spiegato inoltre come Hillary, “dopo un anno trascorso promuovendo politiche progressiste e concentrandosi in larga misura sugli appartenenti a minoranze etniche”, stia ora “riprogrammando la propria campagna per attrarre gli elettori bianchi indipendenti e quelli orientati a votare per i Repubblicani ma disgustati da Donald Trump”.
Alcune delle armi a disposizione della Clinton per riuscire in questo obiettivo le ha spiegate la commentatrice di destra Anne Applebaum in un editoriale pubblicato lo scorso fine settimana dal Financial Times. Mettendo a confronto le credenziali “conservatrici” di Hillary e di Trump in ambito “fiscale”, “del libero commercio” e “della sicurezza nazionale”, secondo la Applebaum non vi è dubbio che l’ex capo della diplomazia dell’amministrazione Obama sia la candidata migliore.
La stessa opinione è condivisa anche da esponenti di spicco negli ambienti Repubblicani. L’imprenditore multimiliardario Charles Koch, super-finanziatore di cause conservatrici e tradizionale bersaglio di “liberal” e progressisti americani, ha recentemente affermato che un presidente Clinton sarebbe preferibile a un presidente Trump.
David Petraeus, ex direttore della CIA ed ex comandante delle Forze di occupazione USA in Iraq e in Afghanistan sotto Bush e Obama, ha dichiarato invece che Hillary sarebbe un “meraviglioso presidente”. Quest’ultima, infine, ha incassato il sostegno ufficiale di Mark Salter, già consigliere del Repubblicano John McCain nella corsa alla Casa Bianca del 2008.
Se una svolta moderata, una volta messa in cassaforte la nomination del loro partito, è tipica dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, così da allargare la propria potenziale base elettorale, la tempestività di Hillary Clinton e il clima del tutto particolare che si è respirato in questa stagione di primarie la rendono piuttosto insolita.
Evidentemente, Hillary sente di poter dare per scontato che gli elettori di Bernie Sanders, dopo averlo appoggiato per la sua agenda progressista, finiscano per sostenerla a novembre, in modo da impedire la conquista della presidenza a un candidato al limite del fascismo. Se ciò succederà senza troppe defezioni dipenderà in parte anche dalle decisioni dello stesso senatore del Vermont, il quale rimane per ora ufficialmente in corsa per la nomination ma ha già lasciato intendere che appoggerà la sua sfidante dopo la convention Democratica di luglio a Philadelphia.
Com’è
ovvio, Hillary deve comunque continuare a proporre una certa immagine
di candidata progressista e alcuni argomenti, come ad esempio quello
dell’assistenza sanitaria, stanno fornendo la possibilità di compensare
le aperture già mostrate nei confronti dei Repubblicani. Proprio questa
settimana, la Clinton si è infatti detta favorevole all’allargamento del
piano sanitario “Medicare” a una parte più ampia della popolazione.
Questo programma è garantito dal governo federale e copre attualmente gli americani di età superiore ai 65 anni. La promessa, con pochissime possibilità di essere implementata, dovrebbe servire per rispondere alla proposta avanzata da tempo da Sanders per un piano di assistenza pubblico universale sul modello dei paesi europei.
Hillary come il marito Bill, ad ogni modo non ha mai mostrato troppi problemi nell’adattare la propria retorica e le proprie azioni a seconda della convenienza politica e dell’interesse personale. Soprattutto, entrambi si sentono perfettamente a loro agio con le politiche e gli ambienti di destra, come testimoniano le numerose iniziative di legge approvate durante la presidenza Clinton e che hanno in sostanza perfezionato l’evoluzione del Partito Democratico in uno strumento delle élite economiche e finanziarie degli Stati Uniti.
L’affidabilità quindi di Hillary agli occhi dei poteri forti è tutt’altro che sorprendente e un’ulteriore conferma si è avuta da un’indagine apparsa lunedì sul Wall Street Journal. In essa viene documentato come la candidata Democratica alla Casa Bianca stia “consolidando l’appoggio dei finanziatori di Wall Street... in vista della sfida con Donald Trump” e abbia perciò ottenuto “donazioni per la propria campagna elettorale dal settore finanziario in misura maggiore rispetto a tutti gli altri candidati messi assieme”.
Analizzando i dati del Center for Responsive Politics, un’organizzazione che si batte per la trasparenza dei contributi alla politica, il Journal ha rilevato come Hillary abbia ricevuto in questa stagione 4,2 milioni di dollari dall’industria finanziaria USA, di cui 334 mila nel solo mese di marzo, l’ultimo per il quale siano disponibili informazioni.
Il denaro ottenuto da Wall Street a marzo rappresenta il 53% di tutte le donazioni a suo favore, mentre era il 32% del totale nel 2015 e il 33% nel mese di gennaio. Questa impennata dimostra come i banchieri americani abbiano dirottato i loro dollari sulla candidata ritenuta più affidabile dopo il ritiro dei loro preferiti Repubblicani, principalmente Jeb Bush e Marco Rubio.
A dare l’idea degli orientamenti della finanza d’oltreoceano è il dato relativo alle donazioni a favore di Donald Trump. Il businessman di New York ha raccolto in media da Wall Street non più dell’1% del totale dei fondi, anche perché finora ha finanziato in gran parte di tasca propria la sua campagna elettorale. Gli equilibri potrebbero variare nel prossimo futuro, quando Trump avrà bisogno di aumentare le entrate per affrontare una lunga campagna contro Hillary Clinton. Il flusso di denaro verso quest’ultima, tuttavia, dimostra chiaramente le preferenze dei vertici dei grandi istituti finanziari americani.
Oltre
che direttamente alla campagna di Hillary, Wall Street ha donato
abbondantemente anche all’organizzazione parallela che sostiene la sua
candidatura, la “Super PAC” Priorities USA Action. Questo ente,
nominalmente indipendente e che secondo la legge non può coordinare la
propria attività con il candidato che appoggia, fino a marzo ha ricevuto
18,7 milioni di dollari dall’industria finanziaria, di gran lunga il
settore più generoso nei confronti della Super PAC pro-Clinton.
Ciò a cui si sta assistendo, come ha ricordato il Wall Street Journal, è quindi un cambio di rotta dei grandi donatori di Wall Street, dopo che nel 2012 avevano mostrato di prediligere il candidato Repubblicano, Mitt Romney, staccando assegni pari a ben 90 milioni di dollari per la sua campagna.
A spiegare la disposizione di banchieri e grandi investitori verso i due candidati alla presidenza è stato Andrew Weinstein, ex “stratega” Repubblicano e consulente della Securities and Exchange Commission, l’agenzia federale deputata alla vigilanza della borsa. Weinstein ha spiegato che Wall Street “non ama l’incertezza sulla politica fiscale, commerciale” e sulla regolamentazione del settore finanziario. Per questa ragione, in molti potrebbero prendere le distanze da Trump.
Inoltre, per il lobbysta Repubblicano Ed Rogers, i grandi interessi finanziari non sono convinti che Trump sia il candidato meglio disposto verso il business, tanto più che si fatica a prevedere quale sarà la sua condotta alla Casa Bianca. Al contrario, Hillary “è ben nota” a Wall Street ed è risaputo che le sue inclinazioni non sono certamente “anti-business”.
Fonte
L’ormai quasi certezza della conquista della nomination Democratica ha già determinato una parziale svolta a destra da parte di una Hillary Clinton che sembra ben decisa a sottrarre un numero consistente di voti Repubblicani al suo sfidante, Donald Trump. La prevedibile evoluzione dell’ex segretario di Stato, per il momento solo all’inizio, sta avvenendo nelle fasi finali di elezioni primarie che hanno dimostrato un chiaro spostamento a sinistra dell’elettorato Democratico, evidente anche questa settimana nel voto in West Virginia, vinto a mani basse dal senatore “democratico-socialista” Bernie Sanders.
Hillary ha salutato l’uscita di scena dei rivali di Trump con un certo cambiamento dei toni e degli argomenti della sua campagna elettorale, abbandonando in parte quelli di carattere progressista per cominciare a dedicarsi al corteggiamento di leader e finanziatori Repubblicani spaventati dal candidato del loro partito.
Nelle dichiarazioni pubbliche dei giorni scorsi, Hillary ha sottolineato l’imprevedibilità di Trump e la minaccia che una sua presidenza rappresenterebbe per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti. Soprattutto l’ala conservatrice del Partito Repubblicano vede con sospetto le tendenze isolazioniste di Trump, così come le sue critiche ai trattati di libero scambio.
Per conquistarsi l’appoggio quanto meno di esponenti della diplomazia, degli ambienti militari e dell’intelligence che gravitano attorno ai Repubblicani, la ex first lady può d’altra parte vantare un lungo curriculum da “falco”, modellato attraverso il sostegno a svariate avventure belliche degli USA, da ultima quella in Libia che ha letteralmente devastato il paese nordafricano.
Gli sforzi di Hillary in questo senso sono sostenuti da giornali “liberal” come ad esempio il New York Times, il quale in almeno un paio di recenti articoli ha celebrato le attitudini guerrafondaie della candidata Democratica. La stessa testata ha spiegato inoltre come Hillary, “dopo un anno trascorso promuovendo politiche progressiste e concentrandosi in larga misura sugli appartenenti a minoranze etniche”, stia ora “riprogrammando la propria campagna per attrarre gli elettori bianchi indipendenti e quelli orientati a votare per i Repubblicani ma disgustati da Donald Trump”.
Alcune delle armi a disposizione della Clinton per riuscire in questo obiettivo le ha spiegate la commentatrice di destra Anne Applebaum in un editoriale pubblicato lo scorso fine settimana dal Financial Times. Mettendo a confronto le credenziali “conservatrici” di Hillary e di Trump in ambito “fiscale”, “del libero commercio” e “della sicurezza nazionale”, secondo la Applebaum non vi è dubbio che l’ex capo della diplomazia dell’amministrazione Obama sia la candidata migliore.
La stessa opinione è condivisa anche da esponenti di spicco negli ambienti Repubblicani. L’imprenditore multimiliardario Charles Koch, super-finanziatore di cause conservatrici e tradizionale bersaglio di “liberal” e progressisti americani, ha recentemente affermato che un presidente Clinton sarebbe preferibile a un presidente Trump.
David Petraeus, ex direttore della CIA ed ex comandante delle Forze di occupazione USA in Iraq e in Afghanistan sotto Bush e Obama, ha dichiarato invece che Hillary sarebbe un “meraviglioso presidente”. Quest’ultima, infine, ha incassato il sostegno ufficiale di Mark Salter, già consigliere del Repubblicano John McCain nella corsa alla Casa Bianca del 2008.
Se una svolta moderata, una volta messa in cassaforte la nomination del loro partito, è tipica dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, così da allargare la propria potenziale base elettorale, la tempestività di Hillary Clinton e il clima del tutto particolare che si è respirato in questa stagione di primarie la rendono piuttosto insolita.
Evidentemente, Hillary sente di poter dare per scontato che gli elettori di Bernie Sanders, dopo averlo appoggiato per la sua agenda progressista, finiscano per sostenerla a novembre, in modo da impedire la conquista della presidenza a un candidato al limite del fascismo. Se ciò succederà senza troppe defezioni dipenderà in parte anche dalle decisioni dello stesso senatore del Vermont, il quale rimane per ora ufficialmente in corsa per la nomination ma ha già lasciato intendere che appoggerà la sua sfidante dopo la convention Democratica di luglio a Philadelphia.
Questo programma è garantito dal governo federale e copre attualmente gli americani di età superiore ai 65 anni. La promessa, con pochissime possibilità di essere implementata, dovrebbe servire per rispondere alla proposta avanzata da tempo da Sanders per un piano di assistenza pubblico universale sul modello dei paesi europei.
Hillary come il marito Bill, ad ogni modo non ha mai mostrato troppi problemi nell’adattare la propria retorica e le proprie azioni a seconda della convenienza politica e dell’interesse personale. Soprattutto, entrambi si sentono perfettamente a loro agio con le politiche e gli ambienti di destra, come testimoniano le numerose iniziative di legge approvate durante la presidenza Clinton e che hanno in sostanza perfezionato l’evoluzione del Partito Democratico in uno strumento delle élite economiche e finanziarie degli Stati Uniti.
L’affidabilità quindi di Hillary agli occhi dei poteri forti è tutt’altro che sorprendente e un’ulteriore conferma si è avuta da un’indagine apparsa lunedì sul Wall Street Journal. In essa viene documentato come la candidata Democratica alla Casa Bianca stia “consolidando l’appoggio dei finanziatori di Wall Street... in vista della sfida con Donald Trump” e abbia perciò ottenuto “donazioni per la propria campagna elettorale dal settore finanziario in misura maggiore rispetto a tutti gli altri candidati messi assieme”.
Analizzando i dati del Center for Responsive Politics, un’organizzazione che si batte per la trasparenza dei contributi alla politica, il Journal ha rilevato come Hillary abbia ricevuto in questa stagione 4,2 milioni di dollari dall’industria finanziaria USA, di cui 334 mila nel solo mese di marzo, l’ultimo per il quale siano disponibili informazioni.
Il denaro ottenuto da Wall Street a marzo rappresenta il 53% di tutte le donazioni a suo favore, mentre era il 32% del totale nel 2015 e il 33% nel mese di gennaio. Questa impennata dimostra come i banchieri americani abbiano dirottato i loro dollari sulla candidata ritenuta più affidabile dopo il ritiro dei loro preferiti Repubblicani, principalmente Jeb Bush e Marco Rubio.
A dare l’idea degli orientamenti della finanza d’oltreoceano è il dato relativo alle donazioni a favore di Donald Trump. Il businessman di New York ha raccolto in media da Wall Street non più dell’1% del totale dei fondi, anche perché finora ha finanziato in gran parte di tasca propria la sua campagna elettorale. Gli equilibri potrebbero variare nel prossimo futuro, quando Trump avrà bisogno di aumentare le entrate per affrontare una lunga campagna contro Hillary Clinton. Il flusso di denaro verso quest’ultima, tuttavia, dimostra chiaramente le preferenze dei vertici dei grandi istituti finanziari americani.
Ciò a cui si sta assistendo, come ha ricordato il Wall Street Journal, è quindi un cambio di rotta dei grandi donatori di Wall Street, dopo che nel 2012 avevano mostrato di prediligere il candidato Repubblicano, Mitt Romney, staccando assegni pari a ben 90 milioni di dollari per la sua campagna.
A spiegare la disposizione di banchieri e grandi investitori verso i due candidati alla presidenza è stato Andrew Weinstein, ex “stratega” Repubblicano e consulente della Securities and Exchange Commission, l’agenzia federale deputata alla vigilanza della borsa. Weinstein ha spiegato che Wall Street “non ama l’incertezza sulla politica fiscale, commerciale” e sulla regolamentazione del settore finanziario. Per questa ragione, in molti potrebbero prendere le distanze da Trump.
Inoltre, per il lobbysta Repubblicano Ed Rogers, i grandi interessi finanziari non sono convinti che Trump sia il candidato meglio disposto verso il business, tanto più che si fatica a prevedere quale sarà la sua condotta alla Casa Bianca. Al contrario, Hillary “è ben nota” a Wall Street ed è risaputo che le sue inclinazioni non sono certamente “anti-business”.
Fonte
18/12/2015
Arrestato Shkreli, il vampiro del farmaco anti-Aids
Martin Shkreli era diventato famoso tutto in un colpo, anche se era entrato nel giro di Wall Street a soli 17 anni. Una fama sinistra, certamente, perché associata all'improvviso aumento di un farmaco salvavita, il Daraprim, utile nelle lotta all'Aids, da 13 a 750 dollari a pillola. Il 5.000% in più, da un giorno all'altro, senza giustificazione industriale alcuna.
Ma non è stato arrestato per questo, anche se da lì è partita un'indagine sui suoi affari che si è conclusa in questo modo. Arrivato alla guida della Turing Pharmaceutical, è accusato di frode, ma l'accusa riguarda i suoi trascorsi come manager di hedge fund.Un finanziere d'assalto che si era trasformato in uno sterminatore seriale di malati gravi, ma che paga qualche eccesso nella prima veste, non per il secondo crimine (che a tutti dovrebbe apparire ben più grave).
Shkreli è accusato di aver ingannato gli investitori nell'hedge fund MSMB, che aveva fondato, ma che ora è chiuso. Lo gestiva con un classico "schema Ponzi", una sorta di "catena di Sant'Antonio in campo finanziario, che porta questo nome "in onore" di Charles Ponzi (uno che negli anni '20 vendeva lotti di terreno paludoso infestato dai coccodrilli, in Florida, spacciandoli come adatti ala speculazione immobiliare). Una volgare truffa che ebbe un qualche peso anche nell'esplosione della crisi del 1929...
Shkreli è finito nel mirino anche per il suo ruolo nella società biotecnologica Retrophin, che usava come ''salvadanaio'' secondo l'accusa. Retrophin, infatti, era lo strumento con cui pagava gli investitori in MSMB, attirati dagli alti profitti promessi. In pratica, l'abnorme aumento del prezzo del farmaco anti-Aids non serviva affatto a finanziare – come da lui raccontato – "nuove ricerche per la lotta all'Aids", ma semplicemente al ripianare i debiti accumulati nei fallimenti precedenti.
Fonte
12/10/2015
Wall Street, la minaccia di Hillary
di Carlo Musilli
In credibile ma vero, un candidato alla Casa Bianca getta sul piatto della campagna elettorale una delle più gravi malattie di Wall Street. Hillary Clinton, già segretario di Stato nella prima presidenza Obama e oggi in corsa per i democratici, ha promesso di tassare l'Hft in caso di vittoria alle presidenziali del 2016.
L'acronimo sta per High frequency trading, ovvero gli scambi di Borsa ad alta velocità operati in modo automatico sulla base di algoritmi. Si tratta di una pratica che, agendo su volumi immensi, garantisce lauti profitti ai colossi della finanza, che riescono a speculare anche sulle minime variazioni dei prezzi registrate ogni secondo, mobilitando masse spesso in grado di condizionare l'andamento dei titoli trattati. Allo stesso tempo, quindi, l'Hft danneggia gli investitori medio-piccoli, perché rende impossibile la trasparenza sui prezzi e genera altissima volatilità, destabilizzando i mercati.
Ora, Hillary Clinton non è mai stata in cattivi rapporti con le banche d'affari americane, per cui l'ipotesi di stangare i re della Borsa risulta piuttosto sorprendente e si spiega solo con un calcolo politico in vista delle primarie democratiche. Evidentemente, l'ex first lady punta a recuperare i voti dei progressisti, un bacino elettorale che al momento sembra spostarsi verso candidati ben più di sinistra, come il senatore "socialista" Bernie Sanders.
"La crescita dell'high-frequency trading ha avuto un peso sui nostri mercati consentendo strategie di scambio scorrette e speculative", ha detto uno dei consiglieri della Clinton. L'idea per combattere questa pratica, spiegano dallo staff della candidata dem, consiste nel tassare le transazioni con un numero eccessivo di cancellazioni.
Ma l'Hft non è un problema solo americano. "Nei principali paesi europei - si legge in un documento Consob del dicembre 2012 - la quota di scambi riconducibili ad operatori identificati come high frequency traders è cresciuta costantemente negli ultimi anni e attualmente oscilla tra circa il 10 e il 40% a seconda dei paesi".
Quanto ai possibili effetti di questa pratica, "il dibattito accademico - prosegue la Commissione - ha evidenziato, senza tuttavia giungere a risultati univoci, la possibilità che la crescente diffusione dell'high frequency trading amplifichi l'impatto sistemico di shock e influisca negativamente sull'integrità e sulla qualità del mercato (efficienza informativa dei prezzi, volatilità e liquidità)".
L'Hft
è perciò una delle armi più potenti in mano ai pescecani della
speculazione, che investono alla ricerca di guadagni immediati,
distorcendo il mercato a danno di chi non ha la loro potenza di fuoco.
La divaricazione fra la terraferma dell'economia reale e la nube della
finanza speculativa ha raggiunto così il suo apice.
Investire con raziocinio e competenza, puntando sulle società quotate che producono risultati giorno dopo giorno, è ormai un'attività marginale per chi ha in mano le sorti dei mercati. Di fronte alle possibilità messe a disposizione dalle piattaforme informatiche combinate a sofisticati algoritmi, i rendimenti di lungo periodo sono davvero poco attraenti.
In uno scenario simile, che la tassa proposta dalla Clinton sia in grado di correggere anche solo in parte questi squilibri è tutto da dimostrare, anche perché al momento siamo ancora nel campo degli slogan. Eppure, il semplice fatto che l'high frequency trading sia entrato nel dibattito pubblico americano in modo così esplicito è un avvenimento che merita di essere segnato sul calendario.
Fonte
In credibile ma vero, un candidato alla Casa Bianca getta sul piatto della campagna elettorale una delle più gravi malattie di Wall Street. Hillary Clinton, già segretario di Stato nella prima presidenza Obama e oggi in corsa per i democratici, ha promesso di tassare l'Hft in caso di vittoria alle presidenziali del 2016.
L'acronimo sta per High frequency trading, ovvero gli scambi di Borsa ad alta velocità operati in modo automatico sulla base di algoritmi. Si tratta di una pratica che, agendo su volumi immensi, garantisce lauti profitti ai colossi della finanza, che riescono a speculare anche sulle minime variazioni dei prezzi registrate ogni secondo, mobilitando masse spesso in grado di condizionare l'andamento dei titoli trattati. Allo stesso tempo, quindi, l'Hft danneggia gli investitori medio-piccoli, perché rende impossibile la trasparenza sui prezzi e genera altissima volatilità, destabilizzando i mercati.
Ora, Hillary Clinton non è mai stata in cattivi rapporti con le banche d'affari americane, per cui l'ipotesi di stangare i re della Borsa risulta piuttosto sorprendente e si spiega solo con un calcolo politico in vista delle primarie democratiche. Evidentemente, l'ex first lady punta a recuperare i voti dei progressisti, un bacino elettorale che al momento sembra spostarsi verso candidati ben più di sinistra, come il senatore "socialista" Bernie Sanders.
"La crescita dell'high-frequency trading ha avuto un peso sui nostri mercati consentendo strategie di scambio scorrette e speculative", ha detto uno dei consiglieri della Clinton. L'idea per combattere questa pratica, spiegano dallo staff della candidata dem, consiste nel tassare le transazioni con un numero eccessivo di cancellazioni.
Ma l'Hft non è un problema solo americano. "Nei principali paesi europei - si legge in un documento Consob del dicembre 2012 - la quota di scambi riconducibili ad operatori identificati come high frequency traders è cresciuta costantemente negli ultimi anni e attualmente oscilla tra circa il 10 e il 40% a seconda dei paesi".
Quanto ai possibili effetti di questa pratica, "il dibattito accademico - prosegue la Commissione - ha evidenziato, senza tuttavia giungere a risultati univoci, la possibilità che la crescente diffusione dell'high frequency trading amplifichi l'impatto sistemico di shock e influisca negativamente sull'integrità e sulla qualità del mercato (efficienza informativa dei prezzi, volatilità e liquidità)".
Investire con raziocinio e competenza, puntando sulle società quotate che producono risultati giorno dopo giorno, è ormai un'attività marginale per chi ha in mano le sorti dei mercati. Di fronte alle possibilità messe a disposizione dalle piattaforme informatiche combinate a sofisticati algoritmi, i rendimenti di lungo periodo sono davvero poco attraenti.
In uno scenario simile, che la tassa proposta dalla Clinton sia in grado di correggere anche solo in parte questi squilibri è tutto da dimostrare, anche perché al momento siamo ancora nel campo degli slogan. Eppure, il semplice fatto che l'high frequency trading sia entrato nel dibattito pubblico americano in modo così esplicito è un avvenimento che merita di essere segnato sul calendario.
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19/09/2014
Alibaba. La Cina conquista Wall Street
Alibaba debutta a Wall Street e diventa la maggiore Ipo della storia. I titoli aprono a 92,20 dollari, al di sopra dei 68 dollari fissati nell'initial public offering. Il prezzo indicativo di apertura è stato rivisto più volte al rialzo, dalla cifra iniziale a 80-83 dollari fino a 92-93 dollari. La società vale così oltre 200 miliardi di dollari, più di alcune delle banche che l'hanno aiutata a quotarsi, inclusa JPMorgan.
L'Amazon o l'eBay dell'est, cosi' come viene definita Alibaba, è un 'bazaar' gigante che ha numeri che vanno al di là dei due colossi americani. Nel 2013 ha realizzato vendite per 248 miliardi di dollari, più di Amazon e eBay insieme. Il 'bazaar' cinese si descrive come un gruppo che ''combatte per i più piccoli'', in riferimento alle piccole e medie imprese che punta ad aiutare. E la sua quotazione a Wall Street si presenta come una sfida anche per il sistema normativo americano. Alibaba, infatti, ha una struttura societaria complessa, basata sulla 'partnership', e in base alla normativa cinese gli investitori stranieri non possono controllare direttamente asset strategici del Paese. Da qui il ricorso a una struttura conosciuta come 'entità a interesse variabile'. Chi acquisterà azioni Alibaba non acquisterà di fatto una piccola quota della società, ma le azioni di un'entità registrata alle Cayman che per contratto riceve profitti da Alibaba e dai suoi asset ma che non li controlla.
Fonte
Brutto dio, questi ci fanno il culo a strisce e nemmeno ce ne rendiamo conto.
23/06/2014
La crisi è finita? No, tre bolle speculative sono pronte ad esplodere
E’ stato l'inserto economico del Corriere della Sera di oggi a riprendere le previsioni contenute nel secular outlook di Pimco, il colosso dei fondi di investimento internazionali. Nell’analisi di previsioni di uno dei giganti della finanza speculativa, viene sottolineato come la mole di liquidità immessa nel sistema finanziario dal 2007 a oggi, invece che combattere una bolla (quella esplosa con i mutui subprime e che ha portato al crack della Lehman Brothers), ne ha create di nuove e "potenzialmente più pericolose". La più riconoscibile delle bolle riguarda il mercato immobiliare e le situazioni più a rischio sono in Cina, Brasile, Stati Uniti, Germania, Regno Unito ossia cinque giganti dell’economia mondiale. Ma oltre a quella immobiliare sono pronte ad esplodere le bolle delle sopravvalutazioni dei titoli quotati alla Borsa di Wall Street ed in particolare quella delle aziende legati ai social network (face book, google etc.) che paiono ampiamente sopravalutate.
A rivelarlo è stato Bill Gross, co-responsabile di investimenti e fondatore di Pimco, nel corso di una intervista rilasciata alcuni giorni fa al canale televisivo Cnbc e rilanciata dal Wall Street Journal: "I prezzi dei bond, i prezzi delle azioni... i margini sugli utili sono sul punto di formare una bolla nel senso che l'ultimo test è capire se ci sarà tra loro qualche performance che potrà rivelarsi sostenuta". Riguardo al Quantitative Easing portato avanti massicciamente della Fed, Gross è stato lapidario, “si tratta di uno strumento che non fa altro che incrementare, e forse creare bolle, nei corsi azionari".
Il Wall Street Journal ha riportato alcune notizie in base alle quali si è appreso che la stessa Federal Reserve stia guardando ormai con timore alla “calma che si respira di recente sui mercati finanziari. Il timore che gli investitori non stiano valutando correttamente i rischi assunti, spingendosi oltre determinati livelli che potrebbero alimentare delle turbolenze. Non a caso il presidente della Fed di New York, William Dydley, ha affermato nei giorni scorsi che la volatilità sui mercati è su livelli molto bassi in modo inusuale.
Fonte
Di bolla in bolla, fino a quando una guerra mondiale non ci seppellirà o un po' di buonsenso non condurrà le masse a prendere a calci in culo i rapaci che pasturano nel sistema capitalistico di merda in cui viviamo.
A rivelarlo è stato Bill Gross, co-responsabile di investimenti e fondatore di Pimco, nel corso di una intervista rilasciata alcuni giorni fa al canale televisivo Cnbc e rilanciata dal Wall Street Journal: "I prezzi dei bond, i prezzi delle azioni... i margini sugli utili sono sul punto di formare una bolla nel senso che l'ultimo test è capire se ci sarà tra loro qualche performance che potrà rivelarsi sostenuta". Riguardo al Quantitative Easing portato avanti massicciamente della Fed, Gross è stato lapidario, “si tratta di uno strumento che non fa altro che incrementare, e forse creare bolle, nei corsi azionari".
Il Wall Street Journal ha riportato alcune notizie in base alle quali si è appreso che la stessa Federal Reserve stia guardando ormai con timore alla “calma che si respira di recente sui mercati finanziari. Il timore che gli investitori non stiano valutando correttamente i rischi assunti, spingendosi oltre determinati livelli che potrebbero alimentare delle turbolenze. Non a caso il presidente della Fed di New York, William Dydley, ha affermato nei giorni scorsi che la volatilità sui mercati è su livelli molto bassi in modo inusuale.
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Di bolla in bolla, fino a quando una guerra mondiale non ci seppellirà o un po' di buonsenso non condurrà le masse a prendere a calci in culo i rapaci che pasturano nel sistema capitalistico di merda in cui viviamo.
06/08/2013
Usa, “la crisi è costata 14mila miliardi”. E le banche si riprendono licenziando
La Federal Reserve di Dallas stima che con la congiuntura economica gli Stati Uniti hanno perso un anno di Pil. Si riprendono, intanto, i colossi bancari di Wall Street, che risanano i bilanci grazie a una maxi ondata di licenziamenti.
Quattordicimila miliardi di dollari, ovvero circa un anno di Pil americano. E’ quanto è costata fino ad ora la crisi finanziaria negli Stati Uniti, secondo uno studio pubblicato da alcuni economisti della Federal Reserve di Dallas. La ricerca è stata diffusa negli stessi giorni in cui le principali banche americane pubblicavano i conti del secondo trimestre dell’anno, mostrando una notevole ripresa degli utili grazie ai licenziamenti fatti scattare per risanare i bilanci. E mentre i lobbisti di Wall Street continuano a fare pressione su Washington contro la regolamentazione della finanza, spiegando che nuove riforme rallenterebbero la ripresa dell’economia.
Ma sulle aziende e sulle famiglie americane, come conferma lo studio della Fed, continua a pesare la crisi finanziaria, legata proprio alla bolla dei mutui concessi dalle banche senza garanzie reali, i cosiddetti subprime. “Questa ripresa è stata molto più lenta di qualsiasi altra ripresa dalla Seconda guerra mondiale”, spiegano gli economisti, sottolineando che l’aspetto peggiore è che la recessione nasce da una enorme bolla del credito, che rischia di danneggiare l’economia anche in futuro. Gli esperti stimano quindi che il costo della crisi “supera probabilmente il Pil di un intero anno”, ma “ci sono altri effetti collaterali che sono impossibili da quantificare, come i costi potenziali delle manovre espansive adottate dalla Fed per ravvivare l’economia e la perdita di fiducia nel capitalismo, nei funzionari pubblici e nel salvataggio delle grandi banche”.
E le conseguenze della crisi sono ancora evidenti sull’occupazione. La conferma è arrivata nei giorni scorsi, con i dati di luglio sul lavoro. L’economia americana ha creato 162mila nuovi posti, con un tasso di disoccupazione pari al 7,4%, il minimo degli ultimi 4 anni, deludendo gli analisti che prevedevano un aumento di 185mila unità. Tira invece un’altra aria a Wall Street, dove le ultime trimestrali confermano la ripresa del settore. La performance migliore è stata di Bank of America, che ha aumentato gli utili del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, seguita da Morgan Stanley con il 66%, Goldman Sachs con il 50%, Citigroup con il 41%, Jp Morgan con il 32% e Wells Fargo con il 20%.
Il problema, sottolineano gli analisti, è che al rialzo dei profitti non corrisponde un simile aumento dei ricavi, cresciuti soltanto del 3% per Bank of America, del 22% per Morgan Stanley, del 30% per Goldman Sachs, dell’8% per Citigroup, del 14% per Jp Morgan e dell’1% per Wells Fargo. Utili così brillanti sono quindi dovuti ad altri fattori, come il rialzo dei tassi di interesse, che ha permesso alle banche di trattenere delle percentuali maggiori dai prestiti. Ma la ripresa dei conti non sarebbe stata possibile senza i maxi piani di licenziamenti adottati dagli istituti per tagliare i costi. Bank of America ha mandato a casa 18.300 persone solo nel 2013, circa il 7% della forza lavoro. Mentre Jp Morgan ha annunciato all’inizio dell’anno di esser pronta a tagliare 19mila posti entro il 2014 e anche Goldman Sachs ha fatto scattare una nuova ondata di tagli al personale.
Fonte
Quattordicimila miliardi di dollari, ovvero circa un anno di Pil americano. E’ quanto è costata fino ad ora la crisi finanziaria negli Stati Uniti, secondo uno studio pubblicato da alcuni economisti della Federal Reserve di Dallas. La ricerca è stata diffusa negli stessi giorni in cui le principali banche americane pubblicavano i conti del secondo trimestre dell’anno, mostrando una notevole ripresa degli utili grazie ai licenziamenti fatti scattare per risanare i bilanci. E mentre i lobbisti di Wall Street continuano a fare pressione su Washington contro la regolamentazione della finanza, spiegando che nuove riforme rallenterebbero la ripresa dell’economia.
Ma sulle aziende e sulle famiglie americane, come conferma lo studio della Fed, continua a pesare la crisi finanziaria, legata proprio alla bolla dei mutui concessi dalle banche senza garanzie reali, i cosiddetti subprime. “Questa ripresa è stata molto più lenta di qualsiasi altra ripresa dalla Seconda guerra mondiale”, spiegano gli economisti, sottolineando che l’aspetto peggiore è che la recessione nasce da una enorme bolla del credito, che rischia di danneggiare l’economia anche in futuro. Gli esperti stimano quindi che il costo della crisi “supera probabilmente il Pil di un intero anno”, ma “ci sono altri effetti collaterali che sono impossibili da quantificare, come i costi potenziali delle manovre espansive adottate dalla Fed per ravvivare l’economia e la perdita di fiducia nel capitalismo, nei funzionari pubblici e nel salvataggio delle grandi banche”.
E le conseguenze della crisi sono ancora evidenti sull’occupazione. La conferma è arrivata nei giorni scorsi, con i dati di luglio sul lavoro. L’economia americana ha creato 162mila nuovi posti, con un tasso di disoccupazione pari al 7,4%, il minimo degli ultimi 4 anni, deludendo gli analisti che prevedevano un aumento di 185mila unità. Tira invece un’altra aria a Wall Street, dove le ultime trimestrali confermano la ripresa del settore. La performance migliore è stata di Bank of America, che ha aumentato gli utili del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, seguita da Morgan Stanley con il 66%, Goldman Sachs con il 50%, Citigroup con il 41%, Jp Morgan con il 32% e Wells Fargo con il 20%.
Il problema, sottolineano gli analisti, è che al rialzo dei profitti non corrisponde un simile aumento dei ricavi, cresciuti soltanto del 3% per Bank of America, del 22% per Morgan Stanley, del 30% per Goldman Sachs, dell’8% per Citigroup, del 14% per Jp Morgan e dell’1% per Wells Fargo. Utili così brillanti sono quindi dovuti ad altri fattori, come il rialzo dei tassi di interesse, che ha permesso alle banche di trattenere delle percentuali maggiori dai prestiti. Ma la ripresa dei conti non sarebbe stata possibile senza i maxi piani di licenziamenti adottati dagli istituti per tagliare i costi. Bank of America ha mandato a casa 18.300 persone solo nel 2013, circa il 7% della forza lavoro. Mentre Jp Morgan ha annunciato all’inizio dell’anno di esser pronta a tagliare 19mila posti entro il 2014 e anche Goldman Sachs ha fatto scattare una nuova ondata di tagli al personale.
Fonte
19/02/2013
Il lobbysmo nuoce gravemente alla democrazia, USA docet
Il paradosso delle porte girevoli di Wall Street che vede gli ex funionari della Sec, l'autorità americana di vigilanza sui mercati, arruolati nelle fila della grandi corporation finanziarie con l’obiettivo di favorirne gli interessi nei conflitti con la stessa authority
Gli americani parlano di “revolving door”, il fenomeno della porta girevole. Flusso costante, a volte di interscambio, tra il mondo dei controllati e quello dei controllori. Tutto legittimo, d’accordo, ma non per questo privo di conseguenze. Specialmente quando di mezzo ci sono la Securities and Exchange Commission (Sec), la vigilanza di Borsa americana, e il mondo di Wall Street, endemicamente allergico alle strette regolamentari o alle indagini troppo approfondite. Da anni, sottolinea uno studio del Project On Government Oversight (POGO, un’organizzazione indipendente di Washington), ex impiegati della Sec vengono arruolati nelle fila della grandi corporation finanziarie con l’obiettivo di favorirne gli interessi nei conflitti con la stessa autorità regolamentare. E il risultato, manco a dirlo, è un indebolimento dell’efficacia della stessa authority.
Una volta abbandonata la Sec, i funzionari che trovano impiego a Wall Street rappresentano una risorsa fondamentale per le società finanziarie. È grazie alla loro esperienza, infatti, che gli ex funzionari possono affiancare le major nel “tentare di influenzare le riforme regolamentari, contrastare le indagini sui presunti illeciti, attenuare i provvedimenti dell’authority, bloccare le proposte degli azionisti e ottenere esenzioni in deroga alla legge federale”. Il regolamento della Sec impone agli ex dipendenti di comunicare la loro intenzione di rappresentare un cliente privato: dal 2001 al 2010, sostengono i ricercatori, si sarebbero contate quasi duemila comunicazioni del genere. Un dato che non riesce da solo a identificare la dimensione del fenomeno, visto che l’obbligo di comunicazione, a norma di legge, vale solo per i primi due anni dopo le dimissioni dalla Sec.
Nell’agosto del 2012, la numero uno dell’agenzia Mary L. Schapiro si è vista costretta ad alzare bandiera bianca nel suo tentativo di regolamentare il settore dei money market funds, un segmento di mercato da 2.700 miliardi di dollari. A bloccare il piano di riforma è stata l’opposizione di 3 dei 5 commissari dell’authority, convinti dalla paziente opera di lobbismo di Wall Street. L’aspetto interessante, nota il rapporto, è che “molte delle persone che avevano esercitato pressioni a sostegno degli investitori avevano una caratteristica in comune: avevano lavorato in passato per la Sec per poi passare attraverso la porta girevole ed unirsi all’industria finanziaria”.
Già nel 2010, il Center for Responsive Politics (Crp), un’organizzazione indipendente di Washington che da oltre 25 anni monitora le attività dei gruppi di lobbying, aveva lanciato l’allarme. Osservando i dati disponibili, si scoprì infatti che su circa 500 dipendenti federali che si erano dimessi all’epoca dalle agenzie di controllo, 148 si erano registrati come lobbisti. L’analisi sul caso Sec presentata dal Pogo va però oltre, evidenziando nelle pagine della relazione la ricaduta del fenomeno sull’efficacia stessa del ruolo dell’agenzia di controllo. “Il movimento delle persone da e verso l’industria finanziaria (…) – sottolinea il rapporto – ha il potere di influenzare la cultura e i valori dell’agenzia. Un aspetto importante visto che la Sec ha il potere di incidere sugli investitori, i mercati finanziari e l’economia”.
Fonte
Per capire meglio, tempo permettendo:
Occhio agli stati emozionali post visione, io veleggio tra la rabbia e un colossale senso di sconfitta.
Gli americani parlano di “revolving door”, il fenomeno della porta girevole. Flusso costante, a volte di interscambio, tra il mondo dei controllati e quello dei controllori. Tutto legittimo, d’accordo, ma non per questo privo di conseguenze. Specialmente quando di mezzo ci sono la Securities and Exchange Commission (Sec), la vigilanza di Borsa americana, e il mondo di Wall Street, endemicamente allergico alle strette regolamentari o alle indagini troppo approfondite. Da anni, sottolinea uno studio del Project On Government Oversight (POGO, un’organizzazione indipendente di Washington), ex impiegati della Sec vengono arruolati nelle fila della grandi corporation finanziarie con l’obiettivo di favorirne gli interessi nei conflitti con la stessa autorità regolamentare. E il risultato, manco a dirlo, è un indebolimento dell’efficacia della stessa authority.
Una volta abbandonata la Sec, i funzionari che trovano impiego a Wall Street rappresentano una risorsa fondamentale per le società finanziarie. È grazie alla loro esperienza, infatti, che gli ex funzionari possono affiancare le major nel “tentare di influenzare le riforme regolamentari, contrastare le indagini sui presunti illeciti, attenuare i provvedimenti dell’authority, bloccare le proposte degli azionisti e ottenere esenzioni in deroga alla legge federale”. Il regolamento della Sec impone agli ex dipendenti di comunicare la loro intenzione di rappresentare un cliente privato: dal 2001 al 2010, sostengono i ricercatori, si sarebbero contate quasi duemila comunicazioni del genere. Un dato che non riesce da solo a identificare la dimensione del fenomeno, visto che l’obbligo di comunicazione, a norma di legge, vale solo per i primi due anni dopo le dimissioni dalla Sec.
Nell’agosto del 2012, la numero uno dell’agenzia Mary L. Schapiro si è vista costretta ad alzare bandiera bianca nel suo tentativo di regolamentare il settore dei money market funds, un segmento di mercato da 2.700 miliardi di dollari. A bloccare il piano di riforma è stata l’opposizione di 3 dei 5 commissari dell’authority, convinti dalla paziente opera di lobbismo di Wall Street. L’aspetto interessante, nota il rapporto, è che “molte delle persone che avevano esercitato pressioni a sostegno degli investitori avevano una caratteristica in comune: avevano lavorato in passato per la Sec per poi passare attraverso la porta girevole ed unirsi all’industria finanziaria”.
Già nel 2010, il Center for Responsive Politics (Crp), un’organizzazione indipendente di Washington che da oltre 25 anni monitora le attività dei gruppi di lobbying, aveva lanciato l’allarme. Osservando i dati disponibili, si scoprì infatti che su circa 500 dipendenti federali che si erano dimessi all’epoca dalle agenzie di controllo, 148 si erano registrati come lobbisti. L’analisi sul caso Sec presentata dal Pogo va però oltre, evidenziando nelle pagine della relazione la ricaduta del fenomeno sull’efficacia stessa del ruolo dell’agenzia di controllo. “Il movimento delle persone da e verso l’industria finanziaria (…) – sottolinea il rapporto – ha il potere di influenzare la cultura e i valori dell’agenzia. Un aspetto importante visto che la Sec ha il potere di incidere sugli investitori, i mercati finanziari e l’economia”.
Fonte
Per capire meglio, tempo permettendo:
Occhio agli stati emozionali post visione, io veleggio tra la rabbia e un colossale senso di sconfitta.
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