Sono più di 8,6 milioni i casi di coronavirus nel mondo. I dati aggiornati della Johns Hopkins University parlano di 8.663.135 di contagi e 460.005 decessi. Gli Stati Uniti, con 2.220.961 di casi e 119.112 morti, sono il Paese più colpito dalla pandemia. Segue il Brasile, dove sono ormai più di 1 milione i contagi.
Secondo l’Oms "La pandemia sta accelerando. Più di 150.000 nuovi casi di Covid-19 sono stati segnalati ieri all’Oms, il numero più alto in un singolo giorno fino a ora", ad affermarlo è il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra.
Ma il numero dei decessi e quello dei guariti nella pandemia di Covid 19 è stato sottostimato. A sostenerlo è un nuovo studio sul coronavirus, realizzato in base a un modello matematico che ha preso in considerazione anche i ‘casi sommersi’. Lo stesso studio giunge però a conclusioni più ottimiste per il futuro: un’eventuale seconda ondata di contagi potrebbe essere efficacemente affrontata con l’uso di mascherine, igiene e il distanziamento senza la necessità di ricorrere a un nuovo lockdown.
Lo studio è stato pubblicato nei giorni scorsi su Covid Economics, una pubblicazione speciale del Centre for Economic Policy Research.
Questo ha analizzato due situazioni specifiche: la Lombardia e Londra. Gli esperti che lo hanno curato sono giunti alla conclusione di una sottostima dei numeri reali della pandemia considerando sia i dati ufficiali di contagi, guarigioni e decessi, sia i numeri, più difficili da stimare, dei casi non osservati (almeno il doppio di quelli censiti) e delle morti per Covid-19 non rilevate (il 35% in più del dato ufficiale in Lombardia, il 17% in più a Londra).
“Il modello epidemico che proponiamo è stimato in due regioni particolarmente colpite dal virus – spiegano gli autori dello studio Dario Palumbo e Salvatore Lattanzio dell’Università di Cambridge – tiene conto anche degli stati non osservati e delle politiche sulla mobilità e prevede l’evoluzione della malattia in base a diverse politiche. Mostriamo come mitigare la probabilità di contagio con misure ‘soft’, riducendola fino al 20/40% rispetto a uno scenario senza misure, abbia effetti positivi paragonabili a quelli di un prolungamento del lockdown”.
Per i due ricercatori, è evidente come le statistiche ufficiali abbiano sottostimato casi e decessi. Per questo, hanno elaborato un modello matematico che prevede quattro possibili stati delle persone rispetto all’epidemia (suscettibile, esposto, infetto e deceduto), ma introducendo per infetti, guariti e deceduti due tipologie: osservati e non osservati.
Alla fine del periodo su cui è stato testato il modello (9 aprile in Lombardia e 15 aprile per Londra), stimano che fossero stati contagiati il 5,7% dei lombardi e il 2% dei londinesi. Significa che i ‘non osservati’ sarebbero stati il doppio dei casi riportati dalle statistiche, che i guariti sarebbero stati tra le 20 e le 26 volte in più rispetto a quelli censiti e che il numero di decessi per Covid-19 sia stato sottovalutato del 35% in Lombardia e del 17% a Londra.
Grazie al modello, gli economisti hanno calcolato scenari di progressivo riavvio della mobilità, ipotizzando una ripresa della circolazione delle persone fino al 75% del livello pre-pandemia.
“Senza alcuna misura di contenimento, vediamo inevitabile un secondo picco dell’epidemia e una ripresa dei decessi – afferma Palumbo – tuttavia, agendo sulla probabilità di contagio il secondo picco diventa meno probabile. In particolare, riducendo tale probabilità del 40% in Lombardia e tra il 20 e il 30% a Londra, il bilancio delle vittime torna in linea con quello di un lockdown permanente”.
La rimozione delle restrizioni del lockdown, dimostra la ricerca, non implica una ripresa della curva epidemica in presenza di politiche attive che promuovono la riduzione della probabilità di infezione come distanziamento fisico, mascherine, migliore igiene e isolamento dei casi infetti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Inghilterra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Inghilterra. Mostra tutti i post
20/06/2020
15/10/2017
Trump alza la tensione contro il resto del mondo. Il nucleare iraniano è un pretesto
Decostruendo il discorso con cui il presidente Usa ha minacciato di disdire l’accordo internazionale sullo sviluppo nucleare iraniano, sembra effettivamente di trovarsi di fronte alla fiaba del lupo e l’agnello di Fedro. Ossia un lupo alla ricerca di un pretesto qualsiasi per poter divorare l’agnello. La stessa sensazione devono averla ricavata anche il resto dei governi, inclusi i partner degli Stati Uniti.
Come leggere diversamente le parole dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, la quale ha dichiarato che “l’Ue tutelerà l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran il 14 luglio del 2015”? “Nessun presidente, nessun paese al mondo può mettere fine a questo accordo – ha sottolineato la Mogherini pochi minuti dopo l’annuncio di Trump, aggiungendo che: “Per ora l’accordo funziona, è stato attuato e continuerà ad essere attuato. Lo posso confermare e mi aspetto che tutte le parti rispettino questo accordo”. Una fotografia della situazione certificata anche dalla Commissione Onu incaricata di verificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran.
Anche i governi di Londra, Parigi e Berlino (membri del gruppo 5+1), da parte loro, hanno fatto sapere che restano “vincolate” all’accordo. “Restiamo vincolati al JCPOA (la sigla dell’accordo del luglio 2015, ndr) e alla sua piena applicazione da tutte le parti”, è scritto addirittura in un comunicato congiunto della premier britannica May, della cancelliera tedesca Merkel e del presidente francese Macron. “Preoccupazione” è stata espressa dal presidente del Consiglio italiano Gentiloni (tagliato fuori in questa occasione dal comunicato congiunto degli altri leader europei) per il quale “preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi”. Del resto è cosa nota che subito dopo l’accordo del 2015 siano ripartiti alla grande i contratti commerciali tra i paesi europei e l’Iran, ponendo fine alle sanzioni che li avevano congelati per anni, ma tenendone fuori gli Stati Uniti ancora vincolati alla posizione oltranzista israeliana.
Prevedibile anche la reazione negativa di Mosca che ha denunciato la strategia annunciata da Trump nei confronti dell’Iran, definendola una “retorica aggressiva e minacciosa”, sottolineando che l’accordo con Teheran sul nucleare resta valido.
Ben diverse le prevedibili reazioni positive di Israele. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, unico nel mondo insieme all’Arabia Saudita, si è infatti congratulato con Trump per la sua “coraggiosa decisione”,
Si sono fatte sentire anche le reazioni dell’Iran, affidate direttamente al presidente iraniano Hassan Rohani, il quale ha usato invece toni molto decisi nei confronti del presidente Usa. “Trump non è bravo in geografia e neanche in geopolitica – ha detto Rohani – l’accordo è stato ratificato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è un documento delle Nazioni Unite. Come è possibile che un presidente cancelli unilateralmente l’accordo? Trump pensa di poterlo fare, ma questo non è un accordo bilaterale e lui non può fare quello che vuole”.
Trump sembra essersi infilato in un bel casino e lo ha fatto con le sue stesse mani. Il presidente americano ha deciso infatti di non uscire dall’intesa firmata del 2015, ma ha annunciato di essere pronto a cancellarla e di esprimere la sua decisione “di non certificare” il rispetto da parte dell’Iran dell’accordo sul nucleare firmato nel 2015 da Barack Obama, dalle autorità di Teheran e dagli altri membri del cosiddetto 5+1, ovvero Usa, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania. Una scelta, quella di Trump, che darà al Congresso la responsabilità di decidere se imporre nuovamente le sanzioni revocate, cosa che potrebbe mettere fine all’intesa.
Una intesa sulla quale continua a pesare il convitato di pietra rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, l’unico realmente esistente in Medio Oriente, ma mai sottoposto a controlli, verifiche, ispezioni perché Israele in questi decenni si è limitata a… negare la sua esistenza e a non sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione nucleare. E nessuno è mai andato o chiesto a Tel Aviv di dare spiegazioni. Un doppio standard inaccettabile per chiunque e sul quale l’Iran si è dimostrato fino ad oggi anche troppo accomodante.
Fonte
Come leggere diversamente le parole dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, la quale ha dichiarato che “l’Ue tutelerà l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran il 14 luglio del 2015”? “Nessun presidente, nessun paese al mondo può mettere fine a questo accordo – ha sottolineato la Mogherini pochi minuti dopo l’annuncio di Trump, aggiungendo che: “Per ora l’accordo funziona, è stato attuato e continuerà ad essere attuato. Lo posso confermare e mi aspetto che tutte le parti rispettino questo accordo”. Una fotografia della situazione certificata anche dalla Commissione Onu incaricata di verificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran.
Anche i governi di Londra, Parigi e Berlino (membri del gruppo 5+1), da parte loro, hanno fatto sapere che restano “vincolate” all’accordo. “Restiamo vincolati al JCPOA (la sigla dell’accordo del luglio 2015, ndr) e alla sua piena applicazione da tutte le parti”, è scritto addirittura in un comunicato congiunto della premier britannica May, della cancelliera tedesca Merkel e del presidente francese Macron. “Preoccupazione” è stata espressa dal presidente del Consiglio italiano Gentiloni (tagliato fuori in questa occasione dal comunicato congiunto degli altri leader europei) per il quale “preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi”. Del resto è cosa nota che subito dopo l’accordo del 2015 siano ripartiti alla grande i contratti commerciali tra i paesi europei e l’Iran, ponendo fine alle sanzioni che li avevano congelati per anni, ma tenendone fuori gli Stati Uniti ancora vincolati alla posizione oltranzista israeliana.
Prevedibile anche la reazione negativa di Mosca che ha denunciato la strategia annunciata da Trump nei confronti dell’Iran, definendola una “retorica aggressiva e minacciosa”, sottolineando che l’accordo con Teheran sul nucleare resta valido.
Ben diverse le prevedibili reazioni positive di Israele. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, unico nel mondo insieme all’Arabia Saudita, si è infatti congratulato con Trump per la sua “coraggiosa decisione”,
Si sono fatte sentire anche le reazioni dell’Iran, affidate direttamente al presidente iraniano Hassan Rohani, il quale ha usato invece toni molto decisi nei confronti del presidente Usa. “Trump non è bravo in geografia e neanche in geopolitica – ha detto Rohani – l’accordo è stato ratificato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è un documento delle Nazioni Unite. Come è possibile che un presidente cancelli unilateralmente l’accordo? Trump pensa di poterlo fare, ma questo non è un accordo bilaterale e lui non può fare quello che vuole”.
Trump sembra essersi infilato in un bel casino e lo ha fatto con le sue stesse mani. Il presidente americano ha deciso infatti di non uscire dall’intesa firmata del 2015, ma ha annunciato di essere pronto a cancellarla e di esprimere la sua decisione “di non certificare” il rispetto da parte dell’Iran dell’accordo sul nucleare firmato nel 2015 da Barack Obama, dalle autorità di Teheran e dagli altri membri del cosiddetto 5+1, ovvero Usa, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania. Una scelta, quella di Trump, che darà al Congresso la responsabilità di decidere se imporre nuovamente le sanzioni revocate, cosa che potrebbe mettere fine all’intesa.
Una intesa sulla quale continua a pesare il convitato di pietra rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, l’unico realmente esistente in Medio Oriente, ma mai sottoposto a controlli, verifiche, ispezioni perché Israele in questi decenni si è limitata a… negare la sua esistenza e a non sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione nucleare. E nessuno è mai andato o chiesto a Tel Aviv di dare spiegazioni. Un doppio standard inaccettabile per chiunque e sul quale l’Iran si è dimostrato fino ad oggi anche troppo accomodante.
Fonte
03/03/2017
Ma che mischia è questa? Spunti su tattica e istituzioni dall’Italia del rugby
Domenica 26 febbraio si è giocata una partita di rugby che certamente rimarrà negli annali, con l'Italrugby (squadra di modesta capacità e con un curriculum più di sconfitte che di vittorie) che è riuscita effettivamente a contendere la vittoria all'Inghilterra (che si combatte il primo posto nel ranking mondiale con la Nuova Zelanda), per poi capitolare soltanto negli ultimi 15 minuti. Quello che ha sorpreso di più però non è stata tanto la nuova capacità anche offensiva dell'Italia (fino a ieri quasi assente) che aveva anche portato all'intervallo in vantaggio sugli avversari, ma un'innovativa tattica difensiva che, dopo avere sconvolto sul campo la squadra inglese, da giorni regna come argomento di discussione unico su tutte le riviste specialistiche, oltre che su tutti i giornali del Regno Unito. E quello che è diventato il chiodo fisso di tutti i rugbisti può dare degli spunti interessanti anche a chi non è appassionato direttamente di questo sport (o addirittura potrebbe farlo appassionare).
La regola
Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.
La partita
Che qualcosa non funzionasse i tifosi inglesi lo capirono presto, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.
I giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.
H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”
P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.
Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"
Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."
Haskell: "We just want to know what the actual rule is."
Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."
La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia:
Reazioni e i commenti
“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.
Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.
Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.
“Cavillo giuridico”, tattica o strategia?
Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per evitare di subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!
Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?
Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.
Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura alle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.
L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.
Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.
Fonte
La regola
Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.
La partita
Che qualcosa non funzionasse i tifosi inglesi lo capirono presto, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.
I giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.
H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”
P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.
Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"
Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."
Haskell: "We just want to know what the actual rule is."
Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."
La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia:
Reazioni e i commenti
“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.
Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.
Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.
“Cavillo giuridico”, tattica o strategia?
Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per evitare di subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!
Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?
Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.
Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura alle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.
L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.
Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.
Fonte
03/08/2016
Libia, un appetitoso giacimento pronto ad esplodere
Le potenze occidentali hanno penato parecchio per riuscire ad insediare in un paese diviso e balcanizzato un cosiddetto ‘governo di unità nazionale’ che potesse avere la legittimità minima necessaria per chiedere un intervento straniero contro le milizie islamiste legate allo Stato Islamico. Stati Uniti ed Ue, dopo mesi di tira e molla, hanno ottenuto il risultato solo nel marzo scorso. Si tratta in realtà solo di un risultato formale – sufficiente però affinché Washington potesse iniziare i più volte annunciati raid contro Sirte – che nasconde un'estrema conflittualità tra le varie componenti del paese terremotato dall’intervento militare occidentale del 2011. Una conflittualità che si nutre non solo della competizione tra tribù e milizie, ma viene fomentata dalla rivalità tra potenze internazionali, potenze locali – l’Egitto, in primo luogo, le petromonarchie, la Turchia – e le multinazionali energetiche che vogliono rimettere del tutto le mani sugli enormi giacimenti di petrolio e gas conservati nel sottosuolo libico e che anni di scontri hanno in parte reso indisponibili. Il blocco dei pozzi e delle raffinerie, delle esportazioni e quindi dei profitti delle grandi compagnie occidentali preoccupano i paesi occidentali assai più del relatioa insediamento dello Stato Islamico in alcune aree della Libia. E l’intervento dei bombardieri e dei droni statunitensi, così come dei corpi speciali di Parigi e Londra, ha probabilmente più a che fare con la volontà di “mettere in sicurezza” i territori dove si concentra l’estrazione del greggio e del gas che con la necessità di eliminare le sacche di resistenza di Daesh che le milizie agli ordini del governo Serraj non sono riuscite in questi mesi a sconfiggere.
Un interesse comune al governo fantoccio di Tripoli, che senza poter contare sulle esportazioni di idrocarburi, in un momento oltretutto contraddistinto dalla caduta dei prezzi, non può contare su alcuna altra entrata nelle casse di uno stato sempre più frammentato. Il rischio è che le varie regioni della Libia, già animate da una spinta centrifuga che Tripoli fatica a contrastare, vadano per la loro strada, sfuggendo a un governo incapace di assicurare non solo sicurezza e investimenti, ma anche forniture di elettricità e cibo, sanità, trasporti. Se per tre anni è stato quasi impossibile far ripartire la macchina delle esportazioni di petrolio e gas – con la conseguente perdita di decine di miliardi di euro di mancati introiti – l’intervento militare chiesto da Serraj al Pentagono potrebbe essere stato valutato dai clan di Tripoli come il male minore. Anche se i militari statunitensi non si limiteranno certo a bombardare le postazioni controllate dagli islamisti; Washington, dopo aver patrocinato la formazione del governo fantoccio di “unità nazionale”, diventerà più forte e invadente e pretenderà di dettare ogni asse della politica di Tripoli.
Non è un caso che proprio venerdì scorso, alla vigilia dell’inizio dei bombardamenti statunitensi su Sirte e altre aree – decisi e pianificati mesi fa, hanno fatto sapere le stesse fonti ufficiali – sia stato firmato un accordo strategico volto a riaprire tre importanti terminali petroliferi della Cirenaica finora ostaggio di una potente milizia ribelle – le ‘Guardie Petrolifere’ – guidata da Ibrahim Jidran che avrebbe finalmente accettato di riaprire i rubinetti di Ras Lanuf, Sidra e Zueitin. La National Oil Corporation (Noc), l’impresa “statale” energetica libica, non ha nascosto il suo entusiasmo per l’annuncio dell’accordo che potrebbe portare la produzione a quasi 1 milione di barili al giorno, mentre dall’intervento militare occidentale con conseguente destituzione e uccisione di Gheddafi Tripoli è riuscita al massimo a garantire una produzione di circa 360 mila barili, appena un quarto del totale pre “rivoluzione”.
Il problema è, come già accennato, che la Libia non è già più uno stato unitario, ma un complicato puzzle di interessi particolari, milizie, governo locali, tribù legate agli interessi delle singole multinazionali e dei vari paesi in fila per spartirsi il lauto bottino.
E così il governo della Cirenaica, insediato al Al Bayda, non vuole saperne di riconoscere Serraj e il suo ‘esecutivo di unità nazionale’ (Gna), e difficilmente lascerà che il petrolio di Ras Lanuf, Sidra e Zueitin finisca nelle mani di Tripoli, visto che dal 2014 ha addirittura costituito una sua azienda energetica ‘pubblica’ separata dalla Noc e basata a Bengasi. La fusione delle due aziende, ha annunciato il governo di al Bayda, potrà avvenire solo se la Noc sposterà la sua direzione a Bengasi e l’esecutivo di Tripoli accetterà di destinare almeno il 40% degli introiti petroliferi alla Cirenaica. Il cosiddetto parlamento di Tobruk, al quale è legato il Generale Haftar con le sue truppe finora sostenute dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti, non è affatto incline a cedere il potere. “L’intervento straniero richiesto pubblicamente in Libia non lo accettiamo. Le decisioni prese dal governo di unità nazionale libico, che ancora non ha ottenuto la nostra fiducia, sono una violazione della Costituzione e dell’accordo politico” ha sentenziato qualche ora fa Aguila Saleh, speaker della Camera dei deputati di Tobruk, aggiungendo: “Si sostengano e si aiutino invece le nostre forze armate (guidate dal generale Haftar) nella lotta al terrorismo”. A Khalifa Haftar e alle sue truppe non va giù che le rivali milizie islamiste di Misurata, alleate di Serraj, siano la punta di lancia dell’offensiva contro le milizie di Daesh che i raid aerei statunitensi cercano di rendere più efficace e risolutiva. Se l’operazione dovesse andare in porto sarebbero le milizie di Misurata ad impossessarsi di Sirte e non le truppe di Haftar da mesi impegnate, senza grandi successi, contro un migliaio di combattenti di Daesh, il che indebolirebbe assai il ruolo di ago della bilancia finora detenuto da Haftar (e dai suoi sponsor stranieri).
L’intervento straniero – statunitense, ma anche di alcune potenze europee che da mesi hanno inviato centinaia di uomini dei corpi speciali a combattere sul terreno – potrebbe, agli occhi di Tripoli e di Serraj, essere la carta da giocare non solo per sbloccare la produzione di greggio e di gas e far ripartire le finanze statali, ma anche per obbligare o convincere i poteri secessionisti locali ad accettare la sovranità del cosiddetto governo unitario. Ma l’intervento straniero potrebbe al contrario accelerare la frantumazione del paese, piuttosto che ridurla, convincendo i governi locali ad accentuare la propria indipendenza rispetto ad un’autorità centrale così debole da essere costretta a chiedere l’invadente sostegno di Washington e Bruxelles. L’aver autorizzato un nuovo intervento militare straniero dopo quello catastrofico del 2011 potrebbe rappresentare un argomento assai convincente da usare per il governo di Tobruk e il generale Haftar contro il ‘Gna’ di Tripoli.
Le rivalità tra le diverse potenze straniere e le diverse multinazionali energetiche presenti nel paese potrebbero fare il resto. “Alleati” nella lotta contro il Califfato e per ristabilire la sicurezza in Libia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia sono rivali quando si tratta di spartirsi la grande torta dei giacimenti libici. La Libia ospita il 38% di tutto il petrolio africano e garantisce un greggio di qualità ed estraibile a basso costo. Senza contare gli ingenti depositi di gas, anch’esso di buona qualità e di facile estrazione. Un bottino da ben 130 miliardi di dollari quasi cash, al quale occorre aggiungere le enormi riserve d’acqua che opportunamente canalizzate potrebbero rappresentare un altro gigantesco introito per le multinazionali in grado di metterci le mani.
Se dopo il disastro dell’intervento militare del 2011 solo l’italiana Eni è riuscita a continuare a estrarre ed esportare, comprandosi la collaborazione di ras locali e milizie, gli appetiti delle omologhe di Washington, Londra e Parigi hanno spinto i rispettivi governi a contestare la posizione ritagliatasi dall’Italia in questi anni difficili. L’intervento militare degli Stati Uniti potrebbe quindi rappresentare non l’inizio di un processo di riunificazione della Libia in un quadro di sostanziale accordo e spartizione tra le varie potenze – il Fezzan alla Francia, la Cirenaica alla Gran Bretagna e la Tripolitania all’Italia, con gli americani in versione “jolly” – ma al contrario l’inizio della definitiva deflagrazione del paese sull’onda degli infiniti appetiti dei vari protagonisti della cosiddetta lotta contro il terrorismo jihadista.
Stavolta è stata Washington a partire in quarta – dopo aver inutilmente chiesto a Renzi un corpo di spedizione di ben 5000 militari per risparmiare agli Usa la fatica di condurre una costosa e rischiosa operazione di terra – ma nel 2011 fu Nicolas Sarkozy ad attaccare per primo quando le altre potenze stavano ancora decidendo i dettagli dell’invasione. La fretta era dettata probabilmente dal fatto che all’epoca Gheddafi, nel suo progetto di rafforzare l’Unione Africana svincolando il continente dall’influenza neocoloniale occidentale, era in procinto di varare una nuova moneta comune con altri 14 paesi africani, soppiantando così il dollaro ma soprattutto il “Franco FCA”, la valuta inventata nel 1945 da Parigi e successivamente agganciata all’Euro, micidiale strumento di dominazione economica di mezzo continente da parte della Francia.
Oggi però la situazione è assai più ingarbugliata di cinque anni fa, anche per quegli apprendisti stregoni dell’imperialismo che pure da decenni non disdegnano di sfasciare interi stati pur di aggiudicarsene brandelli consistenti.
Paolo Scaroni, prima a capo dell’Eni ed oggi vicepresidente della Banca Rothschild, ha spiegato al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche».
Ma le vicende della stessa Libia, oltre che dell’Iraq e della Siria, dimostrano che sempre più spesso il caos e la destabilizzazione seminati a piene mani in Africa ed in Medio Oriente sfuggono spesso di mano.
Fonte
Etichette:
Africa,
Bombardamenti,
Destabilizzazione,
Fayez al Sarraj,
Francia,
Guerra,
Imperialismo,
Inghilterra,
Internazionale,
Italia,
Khalifa Haftar,
Metano,
Multinazionali,
Petrolio,
USA
30/03/2016
Libia - Una guerra per il petrolio
Se si dovesse fare una statistica delle parole più usate dai media per descrivere la situazione libica troveremmo sicuramente in testa il “caos” (libico) e “avanza” (l’ISIS). Poco spazio viene invece dato a due altre parole che aiuterebbero a spiegare il presunto caos libico: “petrolio” e “gas”.
La Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo. Si tratta di un quantitativo imponente, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali, dato al 2009).
Se si da uno sguardo alla cartina della Libia si vede che i pozzi petroliferi (leggi interessi francesi, inglesi e americani ma anche cinesi, russi e brasiliani) sono concentrati nell’area fra Bengasi e Sirte, dove ci sono l’80% delle riserve conosciute di petrolio del paese. Il gas (leggi interessi italiani) si trova invece soprattutto nel mare ad est di Tripoli e nella regione di Gadames anch’essa ad est della vecchia capitale.
Prima della guerra del 2011, il maggior produttore estero di petrolio era l’italiana ENI con 244.000 barili/giorno (b/g) estratti nel 2010, ma c’erano anche compagnie americane (Chevron, Exxon Mobil, Occidental petroleum, Phillips), 124.000 b/g, tedesche (BASF), 100.000 b/g, cinesi (CNPC), spagnole (Repsol), francesi (Total), inglesi (BP) e russe (Gazprom). Tutte queste compagnie avevano un contratto di collaborazione con la compagnia nazionale libica, NOC, che da parte sua produceva circa 1 milione di b/g. In pratica una parte dei proventi delle multinazionali estere venivano versati alla NOC, cioè allo stato libico. Questa collaborazione con la NOC prosegue anche oggi, esattamente come durante il regime di Gheddafi, solo che oggi la NOC versa le quote della rendita petrolifera sia al governo di Tobruk (“internazionalmente riconosciuto” come ci viene detto) sia a quello di Tripoli (“Islamico moderato” come ci avvertono spesso i media).
Gheddafi era uso dire che agli occidentali della Libia interessava solo il petrolio. Aveva ragione. La guerra del 2011, come sappiamo bene, fu voluta dai francesi e gli inglesi si affrettarono ad affiancarli con la speranza neppure tanto segreta di rientrare in Libia dalla quale erano stati scacciati nel 1969 dal golpe dei giovani colonnelli.
Nell’autunno 2011 i media francesi non completamente allineati erano pieni di articoli che denunciavano il ruolo guerrafondaio della Total, che fino a quel punto aveva avuto un ruolo marginale fra le compagnia straniere (appena 55.000 b/g estratti nel 2010). “Fra gli agenti francesi infiltrati tra i ribelli di Bengasi c’erano anche rappresentanti della Total”, denunciò il quotidiano Liberation che rivelò anche i termini dell’accordo concluso: i francesi avrebbero appoggiato la ribellione in cambio della promessa di affidare alla Total il 35% delle concessioni petrolifere.
L’obiettivo era certamente togliere di mezzo l’ingombrante figura di Gheddafi (che nel 2009 aveva annunciato il progetto di nazionalizzare completamente il settore petrolifero) ma il fine ultimo era anche togliere all’ENI una fetta delle sue concessioni petrolifere. L’Italia, molto riluttante, si accodò, diversamente dalla Germania che si tenne alla larga dai bombardamenti NATO. Gli stessi americani si tirarono ben presto indietro; una volta liquidato Gheddafi a loro della Libia non interessava niente. Esattamente come adesso.
Ma torniamo all’attualità. Fallito il comico tentativo di costituire/imporre un governo di “unità nazionale” (si potrebbe ironizzare dicendo che si erano dimenticati di avvisare i libici), i nuovi colonialisti stanno portando avanti ognuno la propria strategia, spesso in contrasto con le altre.
Si è così “scoperto” che in Libia ci sono le forze “speciali” francesi e inglesi che addestrerebbero i combattenti del generale Haftar i primi, le milizie di Misurata i secondi. Ci sono anche gli americani, naturalmente, anche loro dalla parte di Tobruk. Gli italiani, ci viene detto, sono pochi ma fra qualche giorno arriveranno una cinquantina di incursori del Col Moschin (detti le “fiamme nere”, un appellativo parecchio inquietante ma trattandosi di paracadutisti non ci si meraviglia di niente). Gli italiani dovrebbero posizionarsi nella regione di Tripoli (dove l’ENI ha il controllo del terminale gasiero di Mellita). Insomma gli italiani vanno in Libia per proteggere gli interessi dell’ENI da... francesi e inglesi!
Il rischio concreto è che si arrivi ad un contrasto forte fra le potenze europee: i francesi addestrano le truppe di Haftar che sta riconquistando Bengasi. Il passo successivo sarà quello di mettere in sicurezza l’area petrolifera, ora in mano a milizie indipendenti sia dal governo di Tobruk sia da quello di Tripoli ma che rispondono alla NOC e alle compagnie petrolifere straniere, fra cui la Total. L’ambizione di Haftar, sostenuto da francesi e americani (oltre che da Emirati arabi uniti ed Egitto) è quella di riconquistare Tripoli – dove ci saranno gli italiani – il cui governo è alleato con la città-stato di Misurata – dove ci sono gli inglesi. Notoriamente Tripoli è sostenuta da Qatar e dalla Turchia. C’è da ritenere che questi ultimi sostengano di fatto anche l’ISIS libico, come hanno fatto con quello siroirakeno.
E poi, naturalmente c’è l’ISIS o Daesh o califfato che, a sentire i media di regime dovrebbe essere la causa dell’intervento. Assestatosi a Sirte e nei suoi dintorni effettua le sue incursioni soprattutto nella vicina zona petrolifera cercando di fare più danni possibile e di avere quindi una grande visibilità che i media occidentali sono ben contenti di dargli. A Sirte, ultima roccaforte di Gheddafi, l’ISIS ha occupato un vuoto lasciato dall’incapacità libica di dare un futuro a questa città. L’occupazione di Sirte non è avvenuta pacificamente: ad ottobre l’ISIS ha represso nel sangue una rivolta. Non è detto che il controllo della città sia così ferreo come la propaganda ISIS vorrebbe farci credere. Comunque è certo che l’ISIS non “avanza” come cercano di farci credere i media.
In realtà come ha dimostrato la vicenda siriana, le potenze occidentali non hanno alcuna intenzione di eliminare l’ISIS, che è servito e serve ancora come pretesto per compiere missioni militari finalizzate a ridistribuire le zone di influenza ed il controllo delle aree petrolifere. La politica estera la fanno l’ENI, la Total, la BP, la Exxon e le altre multinazionali e durerà – ci viene detto – almeno trent’anni: cioè fino a quando ci sarà petrolio e gas da rapinare.
Alle guerre “umanitarie” si sostituiscono oggi le operazioni militari di “stabilizzazione”, modo raffinato per definire i nuovi colonialismi. A piccoli passi stanno entrando in guerra. Una guerra per il petrolio. L’ennesima guerra per il petrolio.
Fonte
La Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo. Si tratta di un quantitativo imponente, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali, dato al 2009).
Se si da uno sguardo alla cartina della Libia si vede che i pozzi petroliferi (leggi interessi francesi, inglesi e americani ma anche cinesi, russi e brasiliani) sono concentrati nell’area fra Bengasi e Sirte, dove ci sono l’80% delle riserve conosciute di petrolio del paese. Il gas (leggi interessi italiani) si trova invece soprattutto nel mare ad est di Tripoli e nella regione di Gadames anch’essa ad est della vecchia capitale.
Prima della guerra del 2011, il maggior produttore estero di petrolio era l’italiana ENI con 244.000 barili/giorno (b/g) estratti nel 2010, ma c’erano anche compagnie americane (Chevron, Exxon Mobil, Occidental petroleum, Phillips), 124.000 b/g, tedesche (BASF), 100.000 b/g, cinesi (CNPC), spagnole (Repsol), francesi (Total), inglesi (BP) e russe (Gazprom). Tutte queste compagnie avevano un contratto di collaborazione con la compagnia nazionale libica, NOC, che da parte sua produceva circa 1 milione di b/g. In pratica una parte dei proventi delle multinazionali estere venivano versati alla NOC, cioè allo stato libico. Questa collaborazione con la NOC prosegue anche oggi, esattamente come durante il regime di Gheddafi, solo che oggi la NOC versa le quote della rendita petrolifera sia al governo di Tobruk (“internazionalmente riconosciuto” come ci viene detto) sia a quello di Tripoli (“Islamico moderato” come ci avvertono spesso i media).
Gheddafi era uso dire che agli occidentali della Libia interessava solo il petrolio. Aveva ragione. La guerra del 2011, come sappiamo bene, fu voluta dai francesi e gli inglesi si affrettarono ad affiancarli con la speranza neppure tanto segreta di rientrare in Libia dalla quale erano stati scacciati nel 1969 dal golpe dei giovani colonnelli.
Nell’autunno 2011 i media francesi non completamente allineati erano pieni di articoli che denunciavano il ruolo guerrafondaio della Total, che fino a quel punto aveva avuto un ruolo marginale fra le compagnia straniere (appena 55.000 b/g estratti nel 2010). “Fra gli agenti francesi infiltrati tra i ribelli di Bengasi c’erano anche rappresentanti della Total”, denunciò il quotidiano Liberation che rivelò anche i termini dell’accordo concluso: i francesi avrebbero appoggiato la ribellione in cambio della promessa di affidare alla Total il 35% delle concessioni petrolifere.
L’obiettivo era certamente togliere di mezzo l’ingombrante figura di Gheddafi (che nel 2009 aveva annunciato il progetto di nazionalizzare completamente il settore petrolifero) ma il fine ultimo era anche togliere all’ENI una fetta delle sue concessioni petrolifere. L’Italia, molto riluttante, si accodò, diversamente dalla Germania che si tenne alla larga dai bombardamenti NATO. Gli stessi americani si tirarono ben presto indietro; una volta liquidato Gheddafi a loro della Libia non interessava niente. Esattamente come adesso.
Ma torniamo all’attualità. Fallito il comico tentativo di costituire/imporre un governo di “unità nazionale” (si potrebbe ironizzare dicendo che si erano dimenticati di avvisare i libici), i nuovi colonialisti stanno portando avanti ognuno la propria strategia, spesso in contrasto con le altre.
Si è così “scoperto” che in Libia ci sono le forze “speciali” francesi e inglesi che addestrerebbero i combattenti del generale Haftar i primi, le milizie di Misurata i secondi. Ci sono anche gli americani, naturalmente, anche loro dalla parte di Tobruk. Gli italiani, ci viene detto, sono pochi ma fra qualche giorno arriveranno una cinquantina di incursori del Col Moschin (detti le “fiamme nere”, un appellativo parecchio inquietante ma trattandosi di paracadutisti non ci si meraviglia di niente). Gli italiani dovrebbero posizionarsi nella regione di Tripoli (dove l’ENI ha il controllo del terminale gasiero di Mellita). Insomma gli italiani vanno in Libia per proteggere gli interessi dell’ENI da... francesi e inglesi!
Il rischio concreto è che si arrivi ad un contrasto forte fra le potenze europee: i francesi addestrano le truppe di Haftar che sta riconquistando Bengasi. Il passo successivo sarà quello di mettere in sicurezza l’area petrolifera, ora in mano a milizie indipendenti sia dal governo di Tobruk sia da quello di Tripoli ma che rispondono alla NOC e alle compagnie petrolifere straniere, fra cui la Total. L’ambizione di Haftar, sostenuto da francesi e americani (oltre che da Emirati arabi uniti ed Egitto) è quella di riconquistare Tripoli – dove ci saranno gli italiani – il cui governo è alleato con la città-stato di Misurata – dove ci sono gli inglesi. Notoriamente Tripoli è sostenuta da Qatar e dalla Turchia. C’è da ritenere che questi ultimi sostengano di fatto anche l’ISIS libico, come hanno fatto con quello siroirakeno.
E poi, naturalmente c’è l’ISIS o Daesh o califfato che, a sentire i media di regime dovrebbe essere la causa dell’intervento. Assestatosi a Sirte e nei suoi dintorni effettua le sue incursioni soprattutto nella vicina zona petrolifera cercando di fare più danni possibile e di avere quindi una grande visibilità che i media occidentali sono ben contenti di dargli. A Sirte, ultima roccaforte di Gheddafi, l’ISIS ha occupato un vuoto lasciato dall’incapacità libica di dare un futuro a questa città. L’occupazione di Sirte non è avvenuta pacificamente: ad ottobre l’ISIS ha represso nel sangue una rivolta. Non è detto che il controllo della città sia così ferreo come la propaganda ISIS vorrebbe farci credere. Comunque è certo che l’ISIS non “avanza” come cercano di farci credere i media.
In realtà come ha dimostrato la vicenda siriana, le potenze occidentali non hanno alcuna intenzione di eliminare l’ISIS, che è servito e serve ancora come pretesto per compiere missioni militari finalizzate a ridistribuire le zone di influenza ed il controllo delle aree petrolifere. La politica estera la fanno l’ENI, la Total, la BP, la Exxon e le altre multinazionali e durerà – ci viene detto – almeno trent’anni: cioè fino a quando ci sarà petrolio e gas da rapinare.
Alle guerre “umanitarie” si sostituiscono oggi le operazioni militari di “stabilizzazione”, modo raffinato per definire i nuovi colonialismi. A piccoli passi stanno entrando in guerra. Una guerra per il petrolio. L’ennesima guerra per il petrolio.
Fonte
18/03/2016
Libia - Tutti contro il governo Sarraj
di Francesca La Bella
Dopo mesi di attesa per il voto parlamentare che avrebbe dovuto riconoscere la legittimità del Governo di unità nazionale libico (Government of National Accord, GNA), il 12 marzo, con un atto unilaterale, il Consiglio presidenziale del Governo guidato da Fayez al Sarraj, ha proclamato la propria presa in carico delle funzioni governative. L’esecutivo di stanza a Tunisi ha, inoltre, invitato la comunità internazionale ad interrompere i rapporti con i Governi rivali di Tripoli e Tobruk e a sostenere le iniziative del Consiglio presidenziale per il proprio trasferimento a Tripoli e la messa in funzione del GNA. Invito immediatamente raccolto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, lunedì 14 marzo, ha diffuso un comunicato nel quale viene data piena legittimità alle scelte del Consiglio presidenziale e si sottolinea l’importanza di dare seguito alla risoluzione 2259 (2015) con la quale, il 17 dicembre dello scorso anno, venne sancito l’accordo tra le diverse fazioni per la costruzione di un Governo di unità nazionale.
Il lungo periodo di stallo delle trattative che, in questi mesi, ha indotto la comunità internazionale alla cautela nelle proprie decisioni riguardo alla Libia, sembrerebbe, dunque, giunto al termine. Grazie al nuovo Governo di unità nazionale sarebbe, infatti, possibile l’avvio di un processo di ricostruzione di strutture governative unitarie e l’ottenimento di una richiesta formale di intervento armato internazionale contro lo Stato Islamico. La lettura della reazione degli attori libici induce, però, a desistere da questa analisi. Se il Governo di Tripoli, per bocca del Primo Ministro Khalifa al-Ghwell, ha accusato il Governo Sarraj di essere illegittimo in quanto imposto dall’esterno e non scelto dalla popolazione libica ed ha negato il proprio sostegno al passaggio di poteri, anche da Tobruk non arrivano segnali positivi. Secondo fonti della Press Solidarity riportate dal Libya Observer, infatti, all’interno del Governo si starebbe valutando la possibilità di un concilio militare sotto la guida di Khalifa Haftar come alternativa al GNA, considerato illegittimo in quanto privo dell’avallo dei parlamentari di Tobruk.
Per quanto non esistano conferme ufficiali a riguardo, alcune dichiarazioni di rappresentanti nazionali ed internazionali sembrano supportare questa ipotesi. Secondo quanto riportato da Reuters ed Ansamed, il Governo di Tobruk avrebbe invitato la popolazione libica a “raccogliersi attorno all’esercito libico, a sostenerlo e a non puntare sulla comunità internazionale che esita ancora a sostenere le istituzioni legittime in Libia”. Nella stessa direzione possono essere lette, inoltre, le parole del Generale Abdel al Fattah Al Sisi. Nell’intervista rilasciata alla Repubblica, il Presidente egiziano avrebbe, infatti, sottolineato i pericoli di un intervento internazionale in Libia, suggerendo che migliori risultati sul campo potrebbero essere ottenuti sostenendo l’azione dell’Esercito Nazionale libico.
Il ruolo dell’Egitto, da lungo tempo tempo schierato al fianco del Governo di Tobruk e del Generale Haftar, diviene ancor più evidente se si valutano le scelte dell’inviato ONU in Libia, Martin Kobler, in questa fase di crisi. All’indomani della votazione dell’Unione Europea, sotto impulso francese, di sanzioni, divieto di viaggio e congelamento dei beni, contro i maggiori rappresentanti di Tripoli e Tobruk (il Presidente del Congresso Nazionale Generale di Tripoli Nouri Abusahmain, il Primo Ministro di Tripoli Khalifa al-Ghwell e il Presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh) Kobler si è, infatti, recato in visita al Cairo. In tal senso, i due giorni di incontri con rappresentanti egiziani e rappresentanti libici in esilio sembrano essere un estremo tentativo di mediazione con il Governo di Tobruk che consenta al Governo Sarraj di ottenerne il sostegno.
Le criticità del contesto libico sembrano essere aumentate, anziché diminuite a seguito dell’ufficiale proclamazione del GNA e la minaccia di sanzioni a chi dovesse far mancare il sostegno a Sarraj. Se da Tripoli, Al Ghwell avrebbe caldamente invitato il GNA a non trasferirsi nella capitale in quanto lo spostamento verrebbe considerato una violazione della sovranità del Paese con le conseguenze previste dalla legge in materia, il rappresentante libico alle Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, avrebbe sottolineato la gravità della questione sanzioni. Secondo Dabbashi la scelta europea potrebbe rafforzare le resistenze al GNA da parte degli attori libici, minando le possibilità di implementazione dell’accordo stesso sul campo.
Alla luce di questo contesto non stupisce il perdurare dell’ambivalenza delle dichiarazioni degli attori internazionali che dovrebbero essere coinvolti in un eventuale attacco armato in Libia. I giornali britannici, ad esempio, riportano un fervente dibattito sul possibile coinvolgimento di truppe di Londra nell’intervento a guida italiana in Libia, sottolineando come il Parlamento britannico abbia negato con forza di aver previsto un’estensione delle operazioni in atto e l’invio di truppe a sostegno del GNA. Parallelamente il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni avrebbe affermato che il meeting tenutosi a Roma il 15 marzo tra 30 dirigenti militari sulla Libia, non dovrebbe essere percepito come la prova di un imminente intervento, ma come sintomo dell’interessamento della comunità internazionale per la questione libica e per la sua soluzione. L’incontro si sarebbe, dunque, focalizzato sulla necessità di supportare la nascita e l’opera di un Governo legittimo in Libia. C’è solo da capire legittimo per chi.
07/03/2016
La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi
Se lo scrivono anche su IlSole24Ore, non sarebbe neanche il caso di aggiungere un commento.
Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?
La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.
La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.
Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.
Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.
La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.
Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.
Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.
Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.
La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.
Alberto Negri da IlSole24Ore
Fonte
*****
Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?
La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.
La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.
Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.
Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.
La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.
Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.
Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.
Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.
La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.
Alberto Negri da IlSole24Ore
Fonte
10/12/2015
Siria: la NATO in una “lose-lose” situation
L’iniziativa turca di abbattere il SU-24 russo si sta rivelando un clamoroso errore strategico.
Alla coalizione NATO, ad un passo dall’essere estromessa dalla Siria, resta solo un’onorevole accordo con Assad.
I fatti sono noti, l’abbattimento del Sukhoi 24 avvenuto il 23 Novembre non è stato un episodio sfuggito di mano ma il segnale di apertura di una crisi profonda e gravissima lucidamente cercata. Che sia stato un tentativo di Erdogan di tirare in ballo la NATO per sostenere le sue ambizioni sulla parte di Siria confinante con la Turchia o che sia stato un atto concordato con gli USA, a questo punto conta poco. Di fatto la NATO non ha deluso le aspettative di Erdogan e seppur in modo lento e graduale si sta schierando sul teatro siriano senza coordinarsi con l’azione russa e quindi in antagonismo con essa.
L’azione dei Tornado britannici e dei Rafale francesi ha costituito poco più che un’interferenza nell’attività russa, gli obiettivi restano diversi, come segnalato dal giornalista siriano Naman Tarcha, gli aerei francesi nei primi raid conseguenti alla strage di Parigi bombardando la città di Raqqua hanno colpito una centrale elettrica danneggiando prevalentemente la popolazione civile:
Alla coalizione NATO, ad un passo dall’essere estromessa dalla Siria, resta solo un’onorevole accordo con Assad.
I fatti sono noti, l’abbattimento del Sukhoi 24 avvenuto il 23 Novembre non è stato un episodio sfuggito di mano ma il segnale di apertura di una crisi profonda e gravissima lucidamente cercata. Che sia stato un tentativo di Erdogan di tirare in ballo la NATO per sostenere le sue ambizioni sulla parte di Siria confinante con la Turchia o che sia stato un atto concordato con gli USA, a questo punto conta poco. Di fatto la NATO non ha deluso le aspettative di Erdogan e seppur in modo lento e graduale si sta schierando sul teatro siriano senza coordinarsi con l’azione russa e quindi in antagonismo con essa.
L’azione dei Tornado britannici e dei Rafale francesi ha costituito poco più che un’interferenza nell’attività russa, gli obiettivi restano diversi, come segnalato dal giornalista siriano Naman Tarcha, gli aerei francesi nei primi raid conseguenti alla strage di Parigi bombardando la città di Raqqua hanno colpito una centrale elettrica danneggiando prevalentemente la popolazione civile:
#Siria 🇸🇾 #Francia sbaglia gli obiettivi a #Raqqa Raid colpiscono centrale elettrica Civili restano senza corrente e senza acqua #Terrorismo— Naman Tarcha (@NamanTarcha) November 15, 2015
Stessa cosa riescono a fare una decina di giorni dopo gli aerei USA:
#Siria🇸🇾 Raid Coalizione Usa colpisce centrale idrica di Khafsse lasciando #Aleppo senza acqua! #Maldetti #Criminali #Ultimora— Naman Tarcha (@NamanTarcha) November 26, 2015
Ma al di là dei diversi obiettivi, la coalizione NATO mostra in realtà la sua debolezza più che la forza, francesi e inglesi possono mettere insieme una quantità esigua di mezzi e il precedente della guerra in Libia, nella quale terminarono le munizioni dopo un mese di bombardamenti (vedi Washington Post: NATO runs short on some munitions in Libya), mostra una capacità militare molto più modesta di quello che si vorrebbe far credere.
Se lo scopo dell’intervento degli alleati europei appare quello di impedire un’affermazione russa e una conseguente Siria riunificata sotto Assad, l’azione turca si spinge oltre fino a cercare un casus belli con la Russia, qualcosa che ricorda molto da vicino l’incidente del Tonchino del 1964 quando con una simulata aggressione nord vietnamita alla nave USS Maddox venne dato il via alla guerra del Viet Nam.
Ma l’iniziativa turca ha avuto come conseguenza quella di creare le condizioni per il dispiegamento in territorio siriano del sistema di difesa missilistico S-400, forse il più efficiente attualmente sulla scena mondiale, come documentato da Russia Today il 26 novembre, a soli tre giorni dall’incidente con la Turchia:
Se lo scopo dell’intervento degli alleati europei appare quello di impedire un’affermazione russa e una conseguente Siria riunificata sotto Assad, l’azione turca si spinge oltre fino a cercare un casus belli con la Russia, qualcosa che ricorda molto da vicino l’incidente del Tonchino del 1964 quando con una simulata aggressione nord vietnamita alla nave USS Maddox venne dato il via alla guerra del Viet Nam.
Ma l’iniziativa turca ha avuto come conseguenza quella di creare le condizioni per il dispiegamento in territorio siriano del sistema di difesa missilistico S-400, forse il più efficiente attualmente sulla scena mondiale, come documentato da Russia Today il 26 novembre, a soli tre giorni dall’incidente con la Turchia:
Il raggio d’azione e le altissime prestazioni del sistema S300 – S400, dispiegato mettono l’intera regione sotto il suo controllo:
Le azioni degli aerei della Gran Bretagna sono state definite illegali, e anch’esse condotte con un numero esiguo di aerei come nel caso di quelli francesi. Ma quello che più va notato è il fatto che i bombardieri Tornado volano affiancati dai moderni Typhoon,
aerei non adatti al bombardamento ma in grado di “vedere” meglio i jet
russi (con i quali evidentemente non si coordinano) e di ingaggiare
eventuali confronti con essi, fatto che denota la possibilità e il
timore di uno scontro.
Per ultimi, e davvero ultimi, arriveranno i Tornado di una Germania
che volendo mostrare i muscoli ha finito col mostrare invece la propria
debolezza: su 66 Tornado teoricamente disponibili solo 29 sono in grado
di volare, come denunciato dalla BBC: Syria conflict: Half of German Tornado jets ‘not airworthy’.
Contemporaneamente a queste iniziative, che complessivamente risultano addirittura goffe,
la nuova capacità siriana di difendere in modo efficace e credibile il
proprio spazio aereo ha avuto come conseguenza la prima denuncia da
parte del governo di Damasco di quanto da sempre affermato in via
ufficiosa: gli aerei della coalizione hanno come vero obiettivo non l’IS
ma le forze dell’esercito regolare siriano e i suoi alleati. E così il 7
Dicembre il governo siriano denuncia per la prima volta un attacco degli aerei USA ad una propria caserma.
Adesso che l’esercito siriano è in grado di difendere il proprio spazio aereo
un futuro attacco alle proprie postazioni potrebbe avere conseguenze
serie, potrebbe portare ad una reazione legittima dal punto di vista del
diritto internazionale e gli aerei attaccanti rischierebbero di trovare
degli S-300/400 sulla via del ritorno. E se le leggi sono uguali per
tutti, i siriani avrebbe maggiori giustificazioni di quante ne abbia
avute la Turchia.
Se poi a seguito dell’eventuale
abbattimento di un aereo NATO si pensasse ad una rappresaglia aerea o
con missili cruise, questa sarebbe vanificata dallo stesso sistema S-300
/400; la realtà è che la Siria ormai non si può più sottoporre ad un
“trattamento” irakeno o libico. Alla coalizione non resta che un’unica
via d’uscita onorevole, quella di concordare con Damasco le azioni di
bombardamento e combattere veramente, ed esclusivamente, l’IS.
E’ la fine di un’era. Ed è la fine di un progetto che voleva la NATO come gendarme del mondo. Di
fronte alla prima vera guerra condotta contro strumenti e
armamenti moderni l’alleanza si è rivelata senza i mezzi e la volontà
per condurre una vera guerra. Ad eccezione degli USA gli altri alleati
si mostrano titubanti e stentano infine a mettere insieme qualche decina
di aerei per un intervento vicino i confini di casa. Si tratta inoltre
di alleati che hanno già dimostrato di avere munizioni per un solo mese
di combattimento e per di più effettuato contro nemici
pressoché disarmati.
In ultima analisi possiamo dire
di essere di fronte ad una vera e propria situazione di sconfitta per
la NATO, e con essa giunge la fine dell’eccezionalismo americano.
L’unica speranza è che negli USA riescano ad accettare questa realtà.
11/09/2015
La Russia sostiene la Siria? Un allarmismo fuori bersaglio
Il Cremlino fornisce armi al governo siriano durante la guerra in corso, e la Russia ha anche svolto un ruolo nella formazione dell'esercito siriano. Da due giorni i media mainstream esaltano ed alimentano a dosi industriali le “inquietudini” intorno alla scoperta dell'acqua calda.
“Nessuno ama Bashar Assad, neanche i russi e neppure gli iraniani: ma oggi appare il male minore, unica alternativa alla vittoria dei jihadisti. Non per questo Mosca, rafforzando il suo sostegno militare a Damasco, intende far esplodere la terza guerra mondiale, come sembrava sfogliando ieri le prime pagine di alcuni giornali” ironizza oggi – e giustamente – Alberto Negri sul Sole 24 Ore.
Molti fanno finta – o forse non se ne erano neanche accorti all'epoca – di dimenticare quanto aveva affermato Putin sulla situazione in Siria nel vertice del G8 di San Pietroburgo tre anni fa. Il vertice si era spaccato intorno a due documenti: uno presentato dagli Usa, l'altro dalla Russia. L'Italia del governo Letta li aveva... sottoscritti tutte e due creando serissimi imbarazzi.
L'Associated Press ricorda come già nel 2012 l'ex ministro della Difesa russo Anatoly Serdyukov aveva ammesso che "militari e consulenti tecnici " erano in Siria. "Gli specialisti militari russi si trovano in Siria per addestrare i soldati di Damasco nell'uso delle attrezzature belliche arrivate dalla Russia e non partecipano al conflitto", aveva assicurato il Cremlino.
Davanti all’escalation delle agenzie internazionali che sembrano aver scoperto solo negli ultimi giorni il sostegno russo alla Siria, è stato lo stesso ministro degli esteri russo, Lavrov, a chiarire in conferenza stampa che negli aerei russi inviati in Siria, anche attraverso il corridoio aereo aperto dall'Iran “ci sono equipaggiamenti militari in conformità con i contratti esistenti e gli aiuti umanitari". Lavrov ha inoltre precisato che "Continuiamo ad aiutare il governo siriano nell'equipaggiare l'esercito siriano con tutto il necessario in modo da scongiurare il ripetersi in Siria dello "scenario libico" e di altri eventi sfortunati che si sono verificati in questa regione per l'ossessività delle idee dei nostri partner occidentali di spodestare i governi non graditi," – ha detto il capo della diplomazia russa.
Anche la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha ribadito che: "Il nostro Paese da tempo fornisce in Siria armi ed attrezzature militari in conformità con i contratti bilaterali esistenti. Le armi che vengono consegnate all'esercito siriano hanno lo scopo di contrastare la minaccia terroristica che ha raggiunto livelli senza precedenti in Siria e nel vicino Iraq. In Siria ci sono esperti militari russi per aiutare a maneggiare le armi in arrivo. A Tartus c'è un centro di servizio per le navi della Marina militare russa".
Prevedibili le reazioni e le preoccupazioni delle potenze della Nato. “Gli Stati Uniti sono preoccupati per le notizie sul dispiegamento da parte della Russia di ulteriore personale militare e di aerei in Sira – ha affermato il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest – queste azioni potrebbero far aumentare il numero dei morti, potrebbero far aumentare i flussi di rifugiati e il rischio di un confronto con la coalizione anti-Isis che sta operando in Siria”.
"Sono preoccupato dalle notizie di un'aumentata presenza militare russa in Siria, che non contribuirà a risolvere il conflitto.” ha dichiarato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, “Ora è importante sostenere tutti gli sforzi per trovare una soluzione politica al conflitto, e noi sosteniamo moltissimo gli sforzi delle Nazioni Unite".
Dunque il “rumore di sciabole” di Mosca è servito a far parlare alla Nato il linguaggio della soluzione “politica” invece che quello dell’intervento militare in Siria, cioè quella opzione bellica che negli ultimi anni sembrava ormai delineata. “Due anni fa Mosca, sostenuta dal Vaticano, ha usato la diplomazia per salvare l’amministrazione Obama da se stessa quando Washington era pronta a bombardare l’esercito di Assad per rispondere alle accuse (forse non vere) di avere usato i gas contro i civili” sottolinea ancora Alberto Negri “Questa volta l’unico modo in cui la Russia può evitare il disastro è mostrare che non intende scaricare il regime di Damasco”. Non solo. Nei giorni scorsi la Russia ha rilanciato l'idea di una coalizione internazionale contro il terrorismo, a cominciare dall'Isis, ma la proposta di Mosca è stata lasciata cadere nel vuoto dalle cancellerie occidentali.
Contestualmente all'enfasi sul sostegno russo alla Siria, è rimasto più sottotraccia il flop del programma statunitense teso a creare una milizia di ribelli siriani anti-Assad addestrata negli Usa. Funzionari della sicurezza nazionale statunitense si riuniranno questa settimana per discutere le opzioni e decidere se rinnovare il programma del Pentagono di addestramento ed equipaggiamento dei ribelli siriani “moderati”, ha confermato un funzionario della Difesa statunitense alla CNN. Il Pentagono sta riesaminando il programma dopo che un gruppo iniziale di circa 54 ribelli addestrati dagli Usa e inviato in Siria settentrionale è stato attaccato e messo fuori combattimento. Wahington starebbe anche esaminando collaborazioni con altri gruppi di ribelli, come i curdi del YPG, ma la cosa appare problematica in quanto i gruppi hanno agende diverse da quella statunitense. Il Pentagono continua ad esprimere la fiducia nel programma di addestramento e invio di ribelli formati negli Usa e l’impegno sarebbe quello di continuare. Il segretario alla Difesa Ashton Carter, "crede ancora che è importante per fornire supporto alle forze siriane moderate", ha detto martedi il portavoce del Pentagono Peter Cook. "Abbiamo intenzione di continuare a progredire con il programma” insistono a dire a Washington.
“Ostacolare il flusso di armi russe in questa regione, come fanno americani, turchi e arabi col complice silenzio quasi unanime degli europei, significa schierarsi con i tagliagole islamici e favorire il massacro di centinaia di migliaia di siriani sciiti” è l'impietosa valutazione del sito specializzato Analisi Difesa non certo imputabile di simpatie filorusse o filo Assad. “Del resto affermare, come fa la Casa Bianca, che le armi russe destabilizzerebbero la Siria è ridicolo” sottolinea il suo direttore Gianandrea Gaiani.
Sul versante europeo, mentre Italia e Germania si smarcano ed anzi giudicano negativamente l'ozpione militare contro la Siria, Francia e Gran Bretagna annunciano bombardamenti contro le postazioni dell'Isis (fino ad oggi però assai rari e completamente inefficaci) ma con l'obiettivo prioritario di “cacciare via Assad”. Insomma bombardare quelli che vogliono mandare via Assad per sostituirlo con un califfato sanguinario per raggiungere il loro stesso obiettivo, appare non solo contraddittorio ma addirittura avventurista, come dimostrato dalla destabilizzazione e dalle guerre asimmetriche scatenate negli ultimi dodici anni contro Iraq e Libia.
Gli Stati Uniti giocano invece una partita più complessa. Hanno destabilizzato sistematicamente il Medio Oriente per impedire che in questa regione emergesse una potenza più potente delle altre, giocano la partita dei prezzi del petrolio contro i loro rivali (Russia, Venezuela) ma poi approdano ad un contrastato accordo con l'Iran; riscaldano e congelano le relazioni con le petromonarchie del Golfo una volta per rafforzarne l'influenza nella regione ed un altra per impedire che vada oltre il consentito, come nel caso del sostegno che forniscono – ormai pubblicamente – ai tagliagole dell'Isis. Un comportamento analogo – stop and go – viene usato verso un'altra potenza regionale come la Turchia. E poi c'è Israele con cui le relazioni con gli Usa sono sotto tensione proprio per questo doppio o triplo standard nelle relazioni in Medio Oriente, cosa che Tel Aviv non gradisce affatto.
In questo caos sempre più destabilizzante e con molteplici soggetti in campo, la mossa della Russia ha il pregio di mettere sulla tavola tutte le carte, inclusa quello dell'equilibrio delle forze e della consapevolezza della pericolosa posta in gioco qualora uno di essi scegliesse la strada disastrosa dell'avventurismo militare, in Medio Oriente come in Ucraina.
Fonte
22/09/2014
Più della Regina poté la sterlina
di Carlo Musilli
I soldi vincono quasi tutte le battaglie, ma la loro forza non è sempre un male. Per la Scozia, ad esempio, non lo è stato. Il referendum della settimana scorsa in cui il 54% degli elettori ha votato contro l'indipendenza da Londra è in primo luogo una grande prova di raziocinio e lucidità sul versante economico. L'affetto nei confronti della Regina, è evidente, non ha avuto nulla a che vedere con l'esito della consultazione.
Tantomeno il patriottismo britannico, l'unità d'intenti con il "Resto del Regno Unito" (come lo chiamava il Guardian), o il legame sentimentale con una storia unitaria che - dopo secoli di guerre - dura ormai da oltre trecento anni.
Gli scozzesi hanno votato no perché la maggior parte di loro si è resa conto che le incognite sul futuro economico del nuovo Stato indipendente sarebbero state davvero troppe. A cominciare dalla valuta, il problema più macroscopico. Il governo di David Cameron ha spostato certamente una fetta significativa di voti minacciando di proibire alla nuova Scozia l'adozione della sterlina. Alex Salmond, leader indipendentista e premier di Edimburgo, aveva replicato con una contro minaccia molto semplice: se ci negherete la sterlina, diceva, noi rifiuteremo di accollarci la nostra parte di debito pubblico.
Nel migliore dei casi uno stallo del genere avrebbe richiesto anni di negoziati prima di risolversi in un accordo. Nel frattempo, la Scozia indipendente avrebbe dovuto vagliare altre due ipotesi: battere moneta o entrare nell'euro. Una nuova valuta sarebbe stata debolissima e oggetto della speculazione più sfrenata, facendo la fortuna dell'export, ma affossando risparmiatori e conti pubblici.
La seconda strada, invece, si sarebbe rivelata impraticabile, perché prima di entrare nell'Eurozona bisogna essere ammessi nell'Unione europea, e l'eventuale ingresso scozzese avrebbe incontrato l'opposizione non solo del "Resto della Gran Bretagna", ma anche della Spagna, preoccupata di non indicare agli indipendentisti catalani un modello da seguire.
Un'incertezza di questo tipo avrebbe spinto le banche a fuggire dalla nuova Scozia per rifugiarsi in Inghilterra, in modo da continuare a sfruttare come prestatrice di ultima istanza la Bank of England, un colosso planetario che dà ben altre sicurezze rispetto a qualsiasi istituto centrale prodotto ex novo in terra scozzese. Insieme alle banche, è probabile che anche le aziende (escluse quelle esportatrici) avrebbero organizzato una diaspora generale per restare fra le braccia di mamma Londra. Tutto ciò avrebbe avuto un costo incalcolabile in termini di posti di lavoro, abbassando ulteriormente l'occupazione in una terra che ad oggi non offre molte possibilità.
L'abitudine
di trasferirsi in Inghilterra per trovare un impiego, infatti, è già
assai diffusa fra i giovani scozzesi, il che solleva un altro
interrogativo: con un'età media della popolazione sempre più alta e un
rapporto sempre più sfavorevole fra attivi e pensionati, come avrebbe
fatto la Scozia indipendente a tenere in piedi il sistema previdenziale?
Non solo: ricerche alla mano, oltre a essere mediamente anziani, gli
scozzesi non godono nemmeno di ottima salute, perciò anche le spese
sanitarie non sarebbero state semplici da sostenere.
E' vero che il nuovo Paese non avrebbe più avuto obblighi fiscali nei confronti della tanto odiata Londra, ma avrebbe dovuto rinunciare anche ai generosi trasferimenti che finora hanno per messo di far quadrare i conti in tema di pensioni e sanità. Secondo Salmond, per risolvere questi problemi sarebbe bastato istituire un fondo sovrano e investire sui mercati finanziari i proventi garantiti dal petrolio del Mare del Nord, che sarebbe rimasto per oltre il 90% in mani scozzesi.
D'altra parte, fin qui gli investimenti in pozzi e piattaforme sono arrivati per la maggior parte dal governo britannico, dalla British Petroleum e da altre multinazionali che ci avrebbero pensato due volte prima di mettersi contro il "Resto della Gran Bretagna". Senza contare che la produttività degli stessi giacimenti è un rebus, considerando che negli ultimi anni l’andamento del prezzo del petrolio e alcune chiusure impreviste hanno fatto sprofondare i ricavi prodotti dall'oro nero scozzese (dai 12,4 miliardi di sterline del 2008-2009 si è passati ai 6,5 miliardi del 2012-2013).
A conti fatti, quindi, gli scozzesi avevano moltissime ragioni per dire no. L'indipendenza avrebbe acceso il cuore dei nazionalisti, ma tutti gli altri si sarebbero ritrovati a fluttuare nel vuoto, lontanissimi da qualsiasi certezza sul futuro. Poi non è detto, magari a qualcuno la Regina sta simpatica davvero.
Fonte
Il punto è che il fonte indipendentista doveva presentare un pinano socio-economico chiaro all'indomani del referendum. La cosa non è stata fatta e la maggioranza degli scozzesi non se l'è sentita di fare un salto nel vuoto, senza una programmazione chiara del domani, anche immediato.
I soldi vincono quasi tutte le battaglie, ma la loro forza non è sempre un male. Per la Scozia, ad esempio, non lo è stato. Il referendum della settimana scorsa in cui il 54% degli elettori ha votato contro l'indipendenza da Londra è in primo luogo una grande prova di raziocinio e lucidità sul versante economico. L'affetto nei confronti della Regina, è evidente, non ha avuto nulla a che vedere con l'esito della consultazione.
Tantomeno il patriottismo britannico, l'unità d'intenti con il "Resto del Regno Unito" (come lo chiamava il Guardian), o il legame sentimentale con una storia unitaria che - dopo secoli di guerre - dura ormai da oltre trecento anni.
Gli scozzesi hanno votato no perché la maggior parte di loro si è resa conto che le incognite sul futuro economico del nuovo Stato indipendente sarebbero state davvero troppe. A cominciare dalla valuta, il problema più macroscopico. Il governo di David Cameron ha spostato certamente una fetta significativa di voti minacciando di proibire alla nuova Scozia l'adozione della sterlina. Alex Salmond, leader indipendentista e premier di Edimburgo, aveva replicato con una contro minaccia molto semplice: se ci negherete la sterlina, diceva, noi rifiuteremo di accollarci la nostra parte di debito pubblico.
Nel migliore dei casi uno stallo del genere avrebbe richiesto anni di negoziati prima di risolversi in un accordo. Nel frattempo, la Scozia indipendente avrebbe dovuto vagliare altre due ipotesi: battere moneta o entrare nell'euro. Una nuova valuta sarebbe stata debolissima e oggetto della speculazione più sfrenata, facendo la fortuna dell'export, ma affossando risparmiatori e conti pubblici.
La seconda strada, invece, si sarebbe rivelata impraticabile, perché prima di entrare nell'Eurozona bisogna essere ammessi nell'Unione europea, e l'eventuale ingresso scozzese avrebbe incontrato l'opposizione non solo del "Resto della Gran Bretagna", ma anche della Spagna, preoccupata di non indicare agli indipendentisti catalani un modello da seguire.
Un'incertezza di questo tipo avrebbe spinto le banche a fuggire dalla nuova Scozia per rifugiarsi in Inghilterra, in modo da continuare a sfruttare come prestatrice di ultima istanza la Bank of England, un colosso planetario che dà ben altre sicurezze rispetto a qualsiasi istituto centrale prodotto ex novo in terra scozzese. Insieme alle banche, è probabile che anche le aziende (escluse quelle esportatrici) avrebbero organizzato una diaspora generale per restare fra le braccia di mamma Londra. Tutto ciò avrebbe avuto un costo incalcolabile in termini di posti di lavoro, abbassando ulteriormente l'occupazione in una terra che ad oggi non offre molte possibilità.
E' vero che il nuovo Paese non avrebbe più avuto obblighi fiscali nei confronti della tanto odiata Londra, ma avrebbe dovuto rinunciare anche ai generosi trasferimenti che finora hanno per messo di far quadrare i conti in tema di pensioni e sanità. Secondo Salmond, per risolvere questi problemi sarebbe bastato istituire un fondo sovrano e investire sui mercati finanziari i proventi garantiti dal petrolio del Mare del Nord, che sarebbe rimasto per oltre il 90% in mani scozzesi.
D'altra parte, fin qui gli investimenti in pozzi e piattaforme sono arrivati per la maggior parte dal governo britannico, dalla British Petroleum e da altre multinazionali che ci avrebbero pensato due volte prima di mettersi contro il "Resto della Gran Bretagna". Senza contare che la produttività degli stessi giacimenti è un rebus, considerando che negli ultimi anni l’andamento del prezzo del petrolio e alcune chiusure impreviste hanno fatto sprofondare i ricavi prodotti dall'oro nero scozzese (dai 12,4 miliardi di sterline del 2008-2009 si è passati ai 6,5 miliardi del 2012-2013).
A conti fatti, quindi, gli scozzesi avevano moltissime ragioni per dire no. L'indipendenza avrebbe acceso il cuore dei nazionalisti, ma tutti gli altri si sarebbero ritrovati a fluttuare nel vuoto, lontanissimi da qualsiasi certezza sul futuro. Poi non è detto, magari a qualcuno la Regina sta simpatica davvero.
Fonte
Il punto è che il fonte indipendentista doveva presentare un pinano socio-economico chiaro all'indomani del referendum. La cosa non è stata fatta e la maggioranza degli scozzesi non se l'è sentita di fare un salto nel vuoto, senza una programmazione chiara del domani, anche immediato.
20/09/2014
Guerra ai Tagliagole. Il fronte Iraq-Siria e i troppi eserciti
La guerra si moltiplica, ma su tutti i fronti. I caccia francesi hanno compiuto i primi raid sull’Iraq. Lo farà presto anche Cameron liberato dall’incubo Scozia. Giorni prima AQAP e AQMI, frazioni di Al Qaeda, hanno proposto l’alleanza allo Stato Islamico. In campo anche Assad, l’Iran e la Russia.
I numeri già fanno paura, prima che la guerra ai Tagliagole sia cominciata. ‘Da gennaio in Iraq ci sono stati 25 mila civili colpiti, di cui almeno 8.500 morti’, comunica al mondo il bulgaro Nikolay Mladenov, rappresentante Onu in Iraq. Oltre 1,8 milioni di persone sono sfollate nel Paese da gennaio. Solo nelle ultime quattro notti altre 10 mila persone sono state costrette ad abbandonare le loro case’. Mentre James Clapper, National Intelligence, capo di tutte le spie Usa, ammette: ‘Abbiamo sottovalutato l’Isis e la sua volontà di combattere. Lo stesso errore che facemmo in Vietnam’.
E ora sta per aprirsi il fronte Siriano dove, per gli Stati Uniti e gli altri alleati, la cosa si fa ancora più seria. ‘Siamo in guerra con ISIS, come lo siamo con Al Qaeda’ ha detto il Segretario alla Difesa, Chuck Hagel. Ed è una grave ammissione. Il Pentagono riconosce la saldatura sul terreno tra Stato Islamico e Jabhat Al Nusra, la formazione qaedista che sta contenendo il regime di Damasco quasi da sola, e ritiene credibile l’annuncio delle due più forti organizzazioni operative di Al Qaeda, Agap e Aqmi (Al Qaeda nella Penisola Arabica e nel Maghreb Islamico), che hanno offerto un’alleanza a Isis.
E ora tutto il fronte di guerra si allarga. Più bersagli e territori d’azione per il Califfato, ed eserciti più forti e numerosi. Secondo la CIA, AQAP conterebbe oltre un migliaio di miliziani e AQMI poco meno. Unirsi contro la campagna americana e la diabolica coalizione che ci minaccia. Di fatto la sconfessione del numero uno di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri, contrario ad Al Baghdadi. Una grave minaccia per gli Usa. Dall’Isis alla conquista del territorio in una guerra intestina all’Islam - sunniti contro sciiti e apostati - ad Al Qaeda che ha come obiettivo la distruzione dell’“America diabolica”.
Altro problemino che si apre col fonte siriano, quello del presidente Bashar Assad e dei due alleati Iran e Russia. Mai la Siria in mano a un governo fantoccio voluto da Washington, ha detto più volte Mosca. Nuova sfida muscolare oltre l’Ucraina? Col rischio di frenare la soluzione sul nucleare con l’Iran, che già combatte in Iraq sotto mentite spoglie, e provocare un terremoto politico il giorno dopo la fine delle ostilità. Col rischio del solito pasticcio dei conflitti Usa, dove si vincono le guerre ma si perdono le paci. E la certezza di un Medio Oriente sempre più zeppo di nuove armi.
Fonte
19/09/2014
Doccia scozzese: la maggioranza silenziosa ha detto no
EDIMBURGO - Il responso delle urne è irrevocabilmente negativo: 55,3 contro 44,7%. Poco più di due milioni di voti contro 1 milione e 650 mila. Niente indipendenza, niente libertà, niente fine della Gran Bretagna.
Non è bastata una generosa ma forse tardiva mobilitazione della base sociale indipendentista e popolare per ribaltare un risultato che, comunque, poche settimane fa sembrava ancora più schiacciante, tanto che la maggior parte dei media internazionali hanno a lungo snobbato la storica consultazione che ieri ha visto impegnati quasi 4 milioni di elettori scozzesi, ma anche europei ed extracomunitari residenti (alla faccia di chi descrive quello scozzese come un nazionalismo etnico ed esclusivista).
Nell’ultima fase della campagna i fautori della rottura con Londra ci hanno creduto, a migliaia si sono mobilitati nelle strade e nei luoghi di svago e di lavoro per spiegare le loro ragioni. Nella versione socialdemocratica dello Scottish National Party del premier di Edimburgo Alex Salmond, oppure in quella radicale e di sinistra della ‘Radical Indipendence Campaign’. Ma non è stato sufficiente. Già dall’inizio dello scrutinio è sembrato chiaro che la bilancia pendeva dalla parte degli unionisti, soprattutto quando alcuni distretti dati per conquistati hanno proclamato la vittoria del ‘no’. Non è bastata la “culla della working class” scozzese Glasgow e neanche Dundee o le zone petrolifere a ribaltare un risultato che alla fine ha premiato il mantenimento del legame con il Regno Unito. La “borghese” Edimburgo, dove pure hanno la propria sede le poco più che simboliche istituzioni autonome frutto di una devolution molto parziale, ha detto ‘no’ all’indipendenza, così come Aberdeen, più a nord.
Già dagli studi sui flussi elettorali della vigilia emergeva un voto ‘conservatore’ da parte delle generazioni più anziane e una disponibilità maggiore al cambiamento da parte dei giovani, che già dai 16 anni in su hanno potuto esprimere il proprio voto nei 2600 seggi sparsi dai Borders fino alle Highlands e alle isole.
Nei giorni scorsi e anche durante le operazioni elettorali di ieri nelle strade era possibile vedere, a Edimburgo, solo sostenitori e attivisti del ‘si’, accompagnati da centinaia di baschi, catalani, sardi, corsi, gallesi... Caroselli di auto, banchetti, volantinaggi, passanti con al petto una spilletta o un adesivo. Ma a prevalere alla fine è stata una vera e propria ‘maggioranza silenziosa’ composta in particolare da laburisti ma anche da liberali e da tories. Che non si è certo spesa molto per portare a casa il risultato. Al posto suo hanno lavorato i media, non solo quelli britannici ma anche il 90% di quelli scozzesi, le grandi imprese, le banche. Tutti hanno promesso disastri inenarrabili in caso di vittoria dell’opzione ‘secessionista’.
Basta vedere chi oggi gioisce del risultato per comprendere la reale portata di quanto è accaduto ieri a nord del Vallo di Adriano. Mentre la Borsa di Londra esulta, i vari capi di governo europei tirano un sospiro di sollievo o esprimono apertamente la propria soddisfazione. Il governo tedesco, e quello statunitense, così come quello spagnolo. O il socialdemocratico tedesco Martin Schulz. Insieme al comando della Nato o alla Commissione Europea. Che negli ultimi due decenni non hanno esitato a giocare sporco per destabilizzare o sfasciare alcuni stati considerati un ostacolo al perseguimento dei propri obiettivi strategici, provocando guerre fratricide e divisioni insanabili. Il diritto dei popoli all’autodeterminazione è stato a lungo utilizzato, e strumentalizzato, dagli establishment europeo e statunitense per ottenere un rafforzamento della propria egemonia, nei Balcani e ad est dell’ex cortina di ferro.
Ma poi gli stessi poteri forti hanno bollato come un disastro intollerabile la possibilità che una consultazione popolare democratica e pacifica potesse spostare un confine nel centro dell’impero.
Saranno contenti coloro che, anche a sinistra, hanno in fondo in fondo tifato per il mantenimento dello status quo. Bocciando un cambiamento relativo – l’indipendenza della Scozia – in nome di quello supremo: il socialismo, l’eliminazione delle frontiere, la fratellanza proletaria internazionale... O quelli che, dall’alto del proprio nazionalismo ‘risolto’ qualche decennio o secolo fa, disprezzano le ‘piccole patrie’ altrui o confondono rivendicazioni genuine e istanze di liberazione con progetti strumentali concepiti a tavolino da qualche mago del trasformismo che pochi anni fa rivendicava l’indipendenza della ‘Padania’ e ora va a braccetto con i nazionalisti italiani di Forza Nuova.
Non è andata, per questa volta. Ma comunque quella scozzese rimane un’esperienza di straordinaria partecipazione e mobilitazione popolare in una Europa sempre più blindata e conformista. Contro l’imperialismo e il colonialismo culturale, politico ed economico inglese e britannico. Ma anche – e in certi casi soprattutto – contro un modello politico neoliberista continentale basato sulle privatizzazioni, i tagli e l’austerity.
Fonte
Non è bastata una generosa ma forse tardiva mobilitazione della base sociale indipendentista e popolare per ribaltare un risultato che, comunque, poche settimane fa sembrava ancora più schiacciante, tanto che la maggior parte dei media internazionali hanno a lungo snobbato la storica consultazione che ieri ha visto impegnati quasi 4 milioni di elettori scozzesi, ma anche europei ed extracomunitari residenti (alla faccia di chi descrive quello scozzese come un nazionalismo etnico ed esclusivista).
Nell’ultima fase della campagna i fautori della rottura con Londra ci hanno creduto, a migliaia si sono mobilitati nelle strade e nei luoghi di svago e di lavoro per spiegare le loro ragioni. Nella versione socialdemocratica dello Scottish National Party del premier di Edimburgo Alex Salmond, oppure in quella radicale e di sinistra della ‘Radical Indipendence Campaign’. Ma non è stato sufficiente. Già dall’inizio dello scrutinio è sembrato chiaro che la bilancia pendeva dalla parte degli unionisti, soprattutto quando alcuni distretti dati per conquistati hanno proclamato la vittoria del ‘no’. Non è bastata la “culla della working class” scozzese Glasgow e neanche Dundee o le zone petrolifere a ribaltare un risultato che alla fine ha premiato il mantenimento del legame con il Regno Unito. La “borghese” Edimburgo, dove pure hanno la propria sede le poco più che simboliche istituzioni autonome frutto di una devolution molto parziale, ha detto ‘no’ all’indipendenza, così come Aberdeen, più a nord.
Già dagli studi sui flussi elettorali della vigilia emergeva un voto ‘conservatore’ da parte delle generazioni più anziane e una disponibilità maggiore al cambiamento da parte dei giovani, che già dai 16 anni in su hanno potuto esprimere il proprio voto nei 2600 seggi sparsi dai Borders fino alle Highlands e alle isole.
Nei giorni scorsi e anche durante le operazioni elettorali di ieri nelle strade era possibile vedere, a Edimburgo, solo sostenitori e attivisti del ‘si’, accompagnati da centinaia di baschi, catalani, sardi, corsi, gallesi... Caroselli di auto, banchetti, volantinaggi, passanti con al petto una spilletta o un adesivo. Ma a prevalere alla fine è stata una vera e propria ‘maggioranza silenziosa’ composta in particolare da laburisti ma anche da liberali e da tories. Che non si è certo spesa molto per portare a casa il risultato. Al posto suo hanno lavorato i media, non solo quelli britannici ma anche il 90% di quelli scozzesi, le grandi imprese, le banche. Tutti hanno promesso disastri inenarrabili in caso di vittoria dell’opzione ‘secessionista’.
Basta vedere chi oggi gioisce del risultato per comprendere la reale portata di quanto è accaduto ieri a nord del Vallo di Adriano. Mentre la Borsa di Londra esulta, i vari capi di governo europei tirano un sospiro di sollievo o esprimono apertamente la propria soddisfazione. Il governo tedesco, e quello statunitense, così come quello spagnolo. O il socialdemocratico tedesco Martin Schulz. Insieme al comando della Nato o alla Commissione Europea. Che negli ultimi due decenni non hanno esitato a giocare sporco per destabilizzare o sfasciare alcuni stati considerati un ostacolo al perseguimento dei propri obiettivi strategici, provocando guerre fratricide e divisioni insanabili. Il diritto dei popoli all’autodeterminazione è stato a lungo utilizzato, e strumentalizzato, dagli establishment europeo e statunitense per ottenere un rafforzamento della propria egemonia, nei Balcani e ad est dell’ex cortina di ferro.
Ma poi gli stessi poteri forti hanno bollato come un disastro intollerabile la possibilità che una consultazione popolare democratica e pacifica potesse spostare un confine nel centro dell’impero.
Saranno contenti coloro che, anche a sinistra, hanno in fondo in fondo tifato per il mantenimento dello status quo. Bocciando un cambiamento relativo – l’indipendenza della Scozia – in nome di quello supremo: il socialismo, l’eliminazione delle frontiere, la fratellanza proletaria internazionale... O quelli che, dall’alto del proprio nazionalismo ‘risolto’ qualche decennio o secolo fa, disprezzano le ‘piccole patrie’ altrui o confondono rivendicazioni genuine e istanze di liberazione con progetti strumentali concepiti a tavolino da qualche mago del trasformismo che pochi anni fa rivendicava l’indipendenza della ‘Padania’ e ora va a braccetto con i nazionalisti italiani di Forza Nuova.
Non è andata, per questa volta. Ma comunque quella scozzese rimane un’esperienza di straordinaria partecipazione e mobilitazione popolare in una Europa sempre più blindata e conformista. Contro l’imperialismo e il colonialismo culturale, politico ed economico inglese e britannico. Ma anche – e in certi casi soprattutto – contro un modello politico neoliberista continentale basato sulle privatizzazioni, i tagli e l’austerity.
Fonte
‘God’ salva la Regina e anche l’Inghilterra La Scozia resta GB
La Scozia continuerà a far parte del Regno Unito. A 25 contee scrutinate su 32, il no è in vantaggio con il 54,3% dei voti, rispetto al 45,7%, nel referendum per l’indipendenza scozzese. Edimburgo si schiera nettamente per l’unione con Londra. Glasgow, la città più grande, sceglie l’indipendenza.
Dunque la Scozia continuerà a far parte del Regno Unito. A 25 contee scrutinate su 32, il no è in vantaggio con il 54,3% dei voti, rispetto al 45,7%, nel referendum per l’indipendenza scozzese. Risultati parziali ma certi – con uno spoglio pari a circa il 60% dei voti – indicano che i no all’indipendenza prevalgono infatti con il 55% contro il 45% dei sì. La portata storica del voto è confermata dall’affluenza senza precedenti, con il 97% degli aventi diritto al voto registrati nelle liste elettorali e, secondo i primi dati disponibili, oltre l’80% che si è recato alle urne.
Già le prime indicazioni fornite da opinion poll effettuati all’uscita dei seggi assegnavano la vittoria al fronte del no con il 53-54% contro il 46-47% dei sì. Ha votato contro il distacco dal Regno Unito la capitale Edimburgo, con il 61% contro il 39%. E così la città di Aberdeen, mentre importanti vittorie per il campo indipendentista si sono registrate nelle città di Dundee e soprattutto a Glasgow, la città più grande del Paese. Il primo ministro britannico David Cameron si è congratulato con Alistair Darling, leader della campagna per il no al referendum sull’indipendenza scozzese.
Fonte
Clamorosa occasione mancata. Evidentemete, la campagna mediatica del "no", increntrata sull'clima da giudizio universale che avrebbe travolto la Scozia in caso d'indipendenza, ha premiato.
18/09/2014
“Una Scozia per milioni, non per milionari”
EDIMBURGO - “Non si tratta di cambiare bandiera o capitano, si tratta di costruire una società diversa”. E’ questo il messaggio che nelle ultime ore di campagna elettorale, così come hanno fatto in un crescendo di mobilitazione che non ha eguali nella storia recente della società scozzese, stanno lanciando i gruppi della sinistra radicale che ieri sera a Edimburgo hanno organizzato diversi momenti di confronto e visibilità. Uno dei quali, all’interno della Augustine Church, ha riunito un centinaio di entusiasti partecipanti mentre a poca distanza, nel parco di Meadows, altre centinaia di persone distribuivano materiale per il ‘si’ accompagnati da una colonna sonora fornita per l’occasione da una band locale. Non nota come i Mogway o i Franz Ferdinand, che qualche giorno fa hanno suonato per chiedere ai loro fans di votare indipendentista, ma comunque apprezzata.
Le troupe di una televisione giapponese e di una emittente tedesca, insieme a quelle di alcuni media locali, si contendono i manifestanti che sventolano le bandiere scozzesi o quelle catalane. I più ricercati sono quelli con i capelli azzurri, o i cani con al collo la Croce di Sant'Andrea. Da Barcellona e dintorni sono arrivati davvero in tanti per assistere allo storico evento di oggi, e non si tratta solo di giornalisti o esponenti politici, ma ci sono anche tanti comuni cittadini desiderosi di respirare un’aria di libertà e di futuro che vorrebbero si respirasse anche da loro il prossimo 9 novembre. Un rappresentante della Cup, il movimento della sinistra indipendentista radicale catalana, interviene brevemente alla conferenza e ricorda che catalani e scozzesi hanno a disposizione – se la sono conquistata, nessuno ha regalato loro nulla – una occasione storica per cambiare il corso della storia e iniziare ad autodeterminare il proprio futuro. Ma non certo per trasferire il potere dai potentati di Londra o Madrid a quelli di Edimburgo o Barcellona. Si tratta di costruire una “indipendenza per milioni, non per milionari” è del resto uno degli slogan più utilizzati dalla campagna denominata “Radical Indipendence” che in questi mesi, e anche ieri sera, ha riunito comunisti, socialisti, ecologisti radicali e antimilitaristi, organizzati o meno, in una mobilitazione partita in sordina ma che negli ultimi giorni è montata come non era mai successo.
Sono anche alcuni degli attivisti più addentro a stupirsi del crescendo di entusiasmo, partecipazione, creatività che sta portando nelle strade per un porta a porta capillare migliaia di persone, molte della quali non si erano mai impegnate direttamente in alcuna attività politica. Il fatto che per la prima volta nella storia il 97% degli aventi diritto al voto si siano registrati per poter votare la dice lunga sul momento che la società scozzese sta vivendo. Ancora più inusuale il corteo spontaneo partito ieri sera da Meadows e che lungo il percorso che lo ha condotto fino al parlamento scozzese ha raccolto i partecipanti alla conferenza della ‘Radical Indipendence’. Una manifestazione spontanea, disordinata ma molto rumorosa, come non se ne ricordavano da anni, mentre nelle strade del centro di Edimburgo caroselli di automobili strombazzanti percorrevano le strade principali. Ovunque bandiere scozzesi: sulle auto, sui balconi, sulle porte, spesso associate a quelle catalane. Insieme a quelle della Corsica, o del Quebec. E non sono mancate neanche alcune bandiere palestinesi, sventolate dalle automobili o portate da manifestanti che si avvicinavano ad un parlamento che, se oggi si dovesse affermare il ‘si’, nel 2016 ospiterebbe una assemblea costituente incaricata di redigere una nuova Costituzione.
La capillare presenza nelle strade dei sostenitori dell’indipendenza ha riattivato energie sopite, valori a lungo rimossi dal discorso pubblico, speranze riaccese dalla possibilità di decidere quale Scozia si vuole edificare. Una occasione unica per recuperare un punto di vista ed un progetto collettivo e contestare un modello basato sull’individualismo e la delega ai leader dei vari partiti. Un modo di contendere l’egemonia della campagna al laburista Snp del premier Salmond, e di stigmatizzare i paludati dibattiti televisivi in cui a scontrarsi sono spesso vip ed esperti che nulla hanno a che fare con le condizioni di centinaia di migliaia di abitanti della Scozia alle prese con i tagli allo stato sociale, la disoccupazione, il degrado delle periferie.
Ed è ovvio che all’interno del fronte indipendentista si giochi la partita di valori da affermare, del modello di società da costruire. Una socialdemocrazia integrata nell’Unione Europea e nel Commonwealth guidato dalla Regina d’Inghilterra per il partito egemone, lo Scottish National Party. Una Scozia repubblicana, basata sull’eguaglianza e sulla giustizia sociale, un’istruzione e una sanità di qualità, smilitarizzata e solidale per coloro che si riconoscono nell’arcipelago che in queste settimane ha preso forma nella ‘Radical Indipendence’.
E che ieri ha incassato l’importante endorsement di Billy Bragg, un affermato artista inglese che però dalla sua prospettiva internazionalista ha chiarito che occorre sostenere il movimento nazionale scozzese, progressista, contro un nazionalismo inglese retrogrado e reazionario. La solidarietà di Bragg espressa dalle colonne del Guardian è un sostegno ‘pesante’. Così come quello arrivato poche ore prima di Andy Murray, popolare campione di tennis.
Stamattina i 2600 seggi hanno aperto presto, alle 7, e non chiuderanno prima delle 22, per permettere ad una massa inconsueta di votanti di poter esprimere la propria opinione. Secco e breve il quesito: “Dovrebbe la Scozia essere Stato Indipendente?”. I risultati cominceranno ad affluire già durante la notte e tra le 4 e le 6 del mattino di domani, con lo spoglio dei voti delle due maggiori città – Glasgow ed Edimburgo – il responso dovrebbe più o meno essere certo. Gli ultimi sondaggi danno i ‘no’ e i ‘si’ più o meno alla pari, e quindi occorrerà attendere parecchio per sapere se domani l’Europa assisterà o meno alla fine della Gran Bretagna. Comunque andrà, oggi gli scozzesi stanno facendo la storia e il loro esempio potrebbe essere seguito presto da altri popoli di un continente i cui governi non dormono più sonni tranquilli.
Fonte
Le troupe di una televisione giapponese e di una emittente tedesca, insieme a quelle di alcuni media locali, si contendono i manifestanti che sventolano le bandiere scozzesi o quelle catalane. I più ricercati sono quelli con i capelli azzurri, o i cani con al collo la Croce di Sant'Andrea. Da Barcellona e dintorni sono arrivati davvero in tanti per assistere allo storico evento di oggi, e non si tratta solo di giornalisti o esponenti politici, ma ci sono anche tanti comuni cittadini desiderosi di respirare un’aria di libertà e di futuro che vorrebbero si respirasse anche da loro il prossimo 9 novembre. Un rappresentante della Cup, il movimento della sinistra indipendentista radicale catalana, interviene brevemente alla conferenza e ricorda che catalani e scozzesi hanno a disposizione – se la sono conquistata, nessuno ha regalato loro nulla – una occasione storica per cambiare il corso della storia e iniziare ad autodeterminare il proprio futuro. Ma non certo per trasferire il potere dai potentati di Londra o Madrid a quelli di Edimburgo o Barcellona. Si tratta di costruire una “indipendenza per milioni, non per milionari” è del resto uno degli slogan più utilizzati dalla campagna denominata “Radical Indipendence” che in questi mesi, e anche ieri sera, ha riunito comunisti, socialisti, ecologisti radicali e antimilitaristi, organizzati o meno, in una mobilitazione partita in sordina ma che negli ultimi giorni è montata come non era mai successo.
Sono anche alcuni degli attivisti più addentro a stupirsi del crescendo di entusiasmo, partecipazione, creatività che sta portando nelle strade per un porta a porta capillare migliaia di persone, molte della quali non si erano mai impegnate direttamente in alcuna attività politica. Il fatto che per la prima volta nella storia il 97% degli aventi diritto al voto si siano registrati per poter votare la dice lunga sul momento che la società scozzese sta vivendo. Ancora più inusuale il corteo spontaneo partito ieri sera da Meadows e che lungo il percorso che lo ha condotto fino al parlamento scozzese ha raccolto i partecipanti alla conferenza della ‘Radical Indipendence’. Una manifestazione spontanea, disordinata ma molto rumorosa, come non se ne ricordavano da anni, mentre nelle strade del centro di Edimburgo caroselli di automobili strombazzanti percorrevano le strade principali. Ovunque bandiere scozzesi: sulle auto, sui balconi, sulle porte, spesso associate a quelle catalane. Insieme a quelle della Corsica, o del Quebec. E non sono mancate neanche alcune bandiere palestinesi, sventolate dalle automobili o portate da manifestanti che si avvicinavano ad un parlamento che, se oggi si dovesse affermare il ‘si’, nel 2016 ospiterebbe una assemblea costituente incaricata di redigere una nuova Costituzione.
La capillare presenza nelle strade dei sostenitori dell’indipendenza ha riattivato energie sopite, valori a lungo rimossi dal discorso pubblico, speranze riaccese dalla possibilità di decidere quale Scozia si vuole edificare. Una occasione unica per recuperare un punto di vista ed un progetto collettivo e contestare un modello basato sull’individualismo e la delega ai leader dei vari partiti. Un modo di contendere l’egemonia della campagna al laburista Snp del premier Salmond, e di stigmatizzare i paludati dibattiti televisivi in cui a scontrarsi sono spesso vip ed esperti che nulla hanno a che fare con le condizioni di centinaia di migliaia di abitanti della Scozia alle prese con i tagli allo stato sociale, la disoccupazione, il degrado delle periferie.
Ed è ovvio che all’interno del fronte indipendentista si giochi la partita di valori da affermare, del modello di società da costruire. Una socialdemocrazia integrata nell’Unione Europea e nel Commonwealth guidato dalla Regina d’Inghilterra per il partito egemone, lo Scottish National Party. Una Scozia repubblicana, basata sull’eguaglianza e sulla giustizia sociale, un’istruzione e una sanità di qualità, smilitarizzata e solidale per coloro che si riconoscono nell’arcipelago che in queste settimane ha preso forma nella ‘Radical Indipendence’.
E che ieri ha incassato l’importante endorsement di Billy Bragg, un affermato artista inglese che però dalla sua prospettiva internazionalista ha chiarito che occorre sostenere il movimento nazionale scozzese, progressista, contro un nazionalismo inglese retrogrado e reazionario. La solidarietà di Bragg espressa dalle colonne del Guardian è un sostegno ‘pesante’. Così come quello arrivato poche ore prima di Andy Murray, popolare campione di tennis.
Stamattina i 2600 seggi hanno aperto presto, alle 7, e non chiuderanno prima delle 22, per permettere ad una massa inconsueta di votanti di poter esprimere la propria opinione. Secco e breve il quesito: “Dovrebbe la Scozia essere Stato Indipendente?”. I risultati cominceranno ad affluire già durante la notte e tra le 4 e le 6 del mattino di domani, con lo spoglio dei voti delle due maggiori città – Glasgow ed Edimburgo – il responso dovrebbe più o meno essere certo. Gli ultimi sondaggi danno i ‘no’ e i ‘si’ più o meno alla pari, e quindi occorrerà attendere parecchio per sapere se domani l’Europa assisterà o meno alla fine della Gran Bretagna. Comunque andrà, oggi gli scozzesi stanno facendo la storia e il loro esempio potrebbe essere seguito presto da altri popoli di un continente i cui governi non dormono più sonni tranquilli.
Fonte
17/09/2014
Ken Loach agli scozzesi: “riprendetevi il controllo delle vostre vite”
Il regista inglese, celebre per i suoi film sulla classe operaia e sulle persone ai margini della società del benessere, ha dichiarato nei giorni scorsi che «ora tocca agli scozzesi riprendersi il controllo della loro vita» e creare una società più giusta e più sostenibile. L'indipendenza non risolve tutti i problemi, ha chiarito Ken Loach, ma è senz'altro un'alternativa preferibile alla condizione attuale di essere sotto il controllo di uno Stato «dominato dalla classe dirigente britannica». Se l'indipendenza avrà successo, ha affermato il regista sarà un esempio positivo per il mondo e dimostrerà che un Governo progressista può migliorare davvero le condizioni di vita dei cittadini.
Anche Sean Connery ha dato un grosso contributo alla campagna per il ‘si’ al referendum di domani. Da sempre sostenitore dello Scottish National Party e fautore dell’indipendenza anche da prima che l’Snp vincesse le elezioni e strappasse a Londra la celebrazione della consultazione popolare, Connery ha affermato che il ‘si’ promuove una «visione positiva per la Scozia basata sull'uguaglianza e sul principio base democratico che gli scozzesi sono i migliori custodi del loro destino». Ora che finalmente l'opportunità di conquistare l'indipendenza è a portata di mano, secondo l'attore scozzese sarebbe un vero peccato lasciarsela sfuggire. Da notare che l’ex ‘007’ non voterà, visto che ha la residenza alle Bahamas per ragioni fiscali, cioè per pagare meno tasse, anche se ha affermato che se la Scozia diventerà indipendente tornerà a pagarle a Edimburgo.
L'ex cantante degli Smiths, Morrissey, si è schierato con il fronte indipendentista. Pur essendo inglese, ha spiegato il cantante, «amo la Scozia e amo lo spirito degli scozzesi e non hanno minimamente bisogno di Westminster». Il Regno Unito, secondo il cantautore, è un'idea stupida e superata: «Gli scozzesi devono tagliare ogni legame con la Gran Bretagna».
Nel fronte indipendentista può essere annoverata anche Annie Lennox, la storica cantante del gruppo degli Eurythmics la cui canzone più famosa, Sweet Dreams, fa spesso da colonna sonora alle manifestazioni dei promotori del referendum. La 59enne di Aberdeen, nel nord della Scozia, ha dichiarato che se Edimburgo “fosse indipendente si potrebbe creare una società più egualitaria”. Come lei la pensano anche Russel Brand, Irvine Welsh, Vivienne Westwood e Peter Mullan.
Molto nutrito, naturalmente, il fronte dei vip schierati a favore del mantenimento dell’unione tra Edimburgo e Londra, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di personaggi nati in Inghilterra o da genitori inglesi o di altre parti della Gran Bretagna.
Brilla nel fronte del ‘no’ l'autrice della serie di romanzi che hanno come protagonista Harry Potter, Joanne Kathleen Rowling, che da venti anni vive a Edimburgo e che ha svelato il suo sostegno al fronte del no regalando 1 milione di sterline alla campagna ‘Better Together’. La Rowling ha affermato che secondo lei i sostenitori del Sí stanno creando illusioni poco realistiche, dipingendo la Scozia indipendente come «una favoloso incrocio tra Norvegia e Arabia Saudita, un'utopia socialista in cui il petrolio non finirà mai». In realtà, secondo la scrittrice, gli indipendentisti chiedono agli scozzesi di «giocare ma senza spiegare le regole del gioco» e se le cose andranno male saranno i cittadini e non i politici a pagare le conseguenze.
Certamente l’opinione dei vip influenzerà una certa parte degli elettori – circa 4 milioni e trecentomila – che si sono registrati per andare a votare, un vero e proprio record storico di partecipazione. Interessante sarà vedere come voteranno 400 mila residenti di origini straniere che in base alla legge hanno il diritto di esprimere la propria opinione sul futuro della Scozia.
Fonte
Anche Sean Connery ha dato un grosso contributo alla campagna per il ‘si’ al referendum di domani. Da sempre sostenitore dello Scottish National Party e fautore dell’indipendenza anche da prima che l’Snp vincesse le elezioni e strappasse a Londra la celebrazione della consultazione popolare, Connery ha affermato che il ‘si’ promuove una «visione positiva per la Scozia basata sull'uguaglianza e sul principio base democratico che gli scozzesi sono i migliori custodi del loro destino». Ora che finalmente l'opportunità di conquistare l'indipendenza è a portata di mano, secondo l'attore scozzese sarebbe un vero peccato lasciarsela sfuggire. Da notare che l’ex ‘007’ non voterà, visto che ha la residenza alle Bahamas per ragioni fiscali, cioè per pagare meno tasse, anche se ha affermato che se la Scozia diventerà indipendente tornerà a pagarle a Edimburgo.
L'ex cantante degli Smiths, Morrissey, si è schierato con il fronte indipendentista. Pur essendo inglese, ha spiegato il cantante, «amo la Scozia e amo lo spirito degli scozzesi e non hanno minimamente bisogno di Westminster». Il Regno Unito, secondo il cantautore, è un'idea stupida e superata: «Gli scozzesi devono tagliare ogni legame con la Gran Bretagna».
Nel fronte indipendentista può essere annoverata anche Annie Lennox, la storica cantante del gruppo degli Eurythmics la cui canzone più famosa, Sweet Dreams, fa spesso da colonna sonora alle manifestazioni dei promotori del referendum. La 59enne di Aberdeen, nel nord della Scozia, ha dichiarato che se Edimburgo “fosse indipendente si potrebbe creare una società più egualitaria”. Come lei la pensano anche Russel Brand, Irvine Welsh, Vivienne Westwood e Peter Mullan.
Molto nutrito, naturalmente, il fronte dei vip schierati a favore del mantenimento dell’unione tra Edimburgo e Londra, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di personaggi nati in Inghilterra o da genitori inglesi o di altre parti della Gran Bretagna.
Brilla nel fronte del ‘no’ l'autrice della serie di romanzi che hanno come protagonista Harry Potter, Joanne Kathleen Rowling, che da venti anni vive a Edimburgo e che ha svelato il suo sostegno al fronte del no regalando 1 milione di sterline alla campagna ‘Better Together’. La Rowling ha affermato che secondo lei i sostenitori del Sí stanno creando illusioni poco realistiche, dipingendo la Scozia indipendente come «una favoloso incrocio tra Norvegia e Arabia Saudita, un'utopia socialista in cui il petrolio non finirà mai». In realtà, secondo la scrittrice, gli indipendentisti chiedono agli scozzesi di «giocare ma senza spiegare le regole del gioco» e se le cose andranno male saranno i cittadini e non i politici a pagare le conseguenze.
Certamente l’opinione dei vip influenzerà una certa parte degli elettori – circa 4 milioni e trecentomila – che si sono registrati per andare a votare, un vero e proprio record storico di partecipazione. Interessante sarà vedere come voteranno 400 mila residenti di origini straniere che in base alla legge hanno il diritto di esprimere la propria opinione sul futuro della Scozia.
Fonte
16/09/2014
Che succede nella Ue, se la Scozia esce dalla Gran Bretagna?
Milano, 14 settembre. Nei prossimi giorni sarò assente. I pezzi che usciranno questa settimana sono stati scritti dunque il 14 settembre e potrebbero risentire di alcuni cambiamenti delle situazioni in corso.
Giovedì dovrebbe aver luogo l’atteso referendum per l’indipendenza scozzese ed i sondaggi propendono per un furioso testa a testa. Vedremo come finirà. Se dovesse affermarsi con nettezza la tesi unionista (con uno scarto di almeno 8-10 punti percentuali) la questione sarebbe chiusa. Ma se la tesi indipendentista dovesse essere sconfitta per pochi voti, il problema sarebbe destinato a riproporsi dopo breve tempo e, pertanto si aprirebbe un periodo molto complesso di grande instabilità. Ma qui facciamo l’ipotesi che, per poco o per molto, vincano i si all’indipendenza: quali conseguenze avrebbe la cosa?
Lasciamo da parte le conseguenze interne di cui, magari, torneremo a parlare nel caso di vittoria dei si. Limitiamoci a prendere in considerazione gli effetti sulla Ue. Da un punto di vista giuridico si aprirebbero una serie di problemi senza precedenti. In primo luogo, perché non è previsto il caso di secessione di uno dei componenti; si potrebbe procedere come per la richiesta di adesione di un qualsiasi altro stato: si decide all’unanimità, per cui il no di uno solo blocca tutto. Ma è facile prevedere, in questo caso, l’alta probabilità del no di ritorsione inglese e quello quasi certo spagnolo, in funzione di blocco delle richieste dei catalani e delle altre minoranze interne. E’ però facile prevedere che gli scozzesi rivendicherebbero di essere già membri della Ue e, pertanto, chiederebbero di non essere considerati come un nuovo sopravveniente, ma da subito membri per continuità con la situazione precedente. Come decidere sul criterio: all’unanimità o a maggioranza? Sarebbe forte la spinta a congelare la cosa per qualche tempo, ma contemporaneamente esploderebbe la “grana” spagnola. Per la verità, Madrid non ha riconosciuto il referendum che i catalani vorrebbero svolgere a dicembre, ma una vittoria degli scozzesi renderebbe molto difficile resistere alla pressione e, in questo caso la vittoria dei si pare ancora più probabile, almeno a giudicare dalle strade di Barcellona invase dalla valanga di manifestanti. Il punto è che dopo i catalani verrebbero quasi certamente i baschi, ed umori separatisti potrebbero spuntare rapidamente in Galizia e Navarra. Peraltro anche in Inghilterra agli scozzesi seguirebbero altri: irlandesi del nord, gallesi forse Cornovaglia. Ed anche in Francia potrebbero ridestarsi gli umori separatisti di corsi e bretoni, per non dire dell’Italia dove già la Lega sta agitando il tema per Veneto, Lombardia e (undite udite!) Salento. Si aprirebbe un processo a catena di cui sarebbe difficile vedere la fine, con il rischio di uno spezzatino generale.
La cosa più sensata sarebbe quella di stabilire dei criteri generali e decidere caso per caso: un conto sono Catalogna e Scozia, che hanno tutto un retroterra storico di rivendicazioni di indipendenza, che hanno caratteri culturali molto ben definiti ed un contenzioso economico preciso; ma se qualcuno solleva il problema del Salento c’è solo da ridere. Ed anche per il Veneto non è cosa che si possa sostenere decentemente (a parte il fatto che, sin qui, i veneti hanno votato maggioritariamente partiti unionisti) sul presupposto che prima c’era la Serenissima. Con questo criterio, anche Parma, Piacenza e Guastalla potrebbero avanzare richieste del genere; ed il ducato di Benevento dove lo mettiamo? E di Seborga, che venne annessa senza neanche il plebiscito, ne vogliamo parlare?
Va benissimo il diritto all’auto determinazione dei popoli, ma vogliamo stabilire prima cosa è un popolo e cosa non lo è? La provincia di Mantova, il quartiere Bovisa e, se volete, condominio di via Alfieri 23 sono popoli? Se facciamo passare il criterio per il quale si dà seguito a referendum per l’indipendenza di qualsiasi porzione di popolazione ed in qualsiasi momento, rendiamo decidibile l’appartenenza ad uno stato di qualsiasi gruppo di cittadini ed in ogni momento, per cui se gli abitanti della provincia di Isernia ritengono che la pressione fiscale dello stato italiano è eccessiva, si dichiara indipendente, senza per questo escludere un ritorno in condizioni più favorevoli. Ma, in questo modo, ad esempio, come ci si dividono gli oneri pregressi (titoli di debito pubblico, pensioni, debiti della Pa ecc. ecc.), come si regolano i processi in corso, come si riorganizzano polizia e forze armate ecc. ecc.
Lo Stato non è una costruzione di mattoncini Lego che si fa e si disfa a piacimento. In fondo, è per questo che esiste un articolo della nostra Costituzione, il 5, che proclama la Repubblica una ed indivisibile ed un articolo del codice penale commina pene molto severe per chi attenti all’unità nazionale. L’errore fu fatto nel maggio 1997 quando si permise la manifestazione in cui la Lega proclamò l’indipendenza della Padania: siamo d’accordo, fu una buffonata senza seguito, ma su certi argomenti non si devono permettere neppure le buffonate, per cui la manifestazione andava proibita e se la si fosse fatta lo stesso, tutti i dirigenti e parlamentari della Lega andavano arrestati in flagranza di reato e processati per direttissima, la manifestazione sciolta, anche a costo di caricare con la massima durezza i partecipanti. E forse oggi non sentiremmo più parlare di Lega. Come vedete sono sempre piuttosto chiaro.
Tornando all’asse principale del nostro ragionamento, una vittoria del Si in Scozia (o domani in Catalogna) obbliga l’Unione a decidere su questa delicatissima materia. Anche perché la cosa si complicherebbe sia per la partita del debito pubblico sia, nel caso spagnolo, per l’appartenenza all’Eurozona. Peraltro, ricordiamo che l’Inghilterra non fa parte dell’Eurozona, però siede nel Board della Bce: che facciamo, associamo anche la Scozia? O espelliamo sia Londra che la Scozia? Anche se, da un punto di vista giuridico, l’Inghilterra resterebbe erede dei trattati di adesione firmati come Gran Bretagna, da un punto di vista di fatto, non solo la Scozia sarebbe uno stato diverso, ma anche la stessa Inghilterra non sarebbe più la Gran Bretagna.
La tentazione potrebbe essere quella di chiudere la porta a tutti e proclamare che le unità che hanno aderito alla Ue sono indivisibili e non vanno riconosciuti nuovi stati sorti dalla secessione di uno di essi. Ma rischierebbe di essere una soluzione del tutto controproducente: tutte le minoranze nazionali che aspirano all’indipendenza e con un seguito effettivo, si schiererebbero immediatamente contro la Ue, accelerandone il processo di decomposizione e, soprattutto il Parlamento di Strasburgo andrebbe diventando via via sempre più ingovernabile.
Si apre un capitolo molto difficile, quello che mette in causa la funzione dello Stato nei processi di globalizzazione e non a caso la partita si apre in Europa, dove lo Stato-Nazione è nato e dove non si riesce a trasformarlo in altro se non nel pasticcio istituzionale della Ue.
Ci torneremo ancora su.
Fonte
Giovedì dovrebbe aver luogo l’atteso referendum per l’indipendenza scozzese ed i sondaggi propendono per un furioso testa a testa. Vedremo come finirà. Se dovesse affermarsi con nettezza la tesi unionista (con uno scarto di almeno 8-10 punti percentuali) la questione sarebbe chiusa. Ma se la tesi indipendentista dovesse essere sconfitta per pochi voti, il problema sarebbe destinato a riproporsi dopo breve tempo e, pertanto si aprirebbe un periodo molto complesso di grande instabilità. Ma qui facciamo l’ipotesi che, per poco o per molto, vincano i si all’indipendenza: quali conseguenze avrebbe la cosa?
Lasciamo da parte le conseguenze interne di cui, magari, torneremo a parlare nel caso di vittoria dei si. Limitiamoci a prendere in considerazione gli effetti sulla Ue. Da un punto di vista giuridico si aprirebbero una serie di problemi senza precedenti. In primo luogo, perché non è previsto il caso di secessione di uno dei componenti; si potrebbe procedere come per la richiesta di adesione di un qualsiasi altro stato: si decide all’unanimità, per cui il no di uno solo blocca tutto. Ma è facile prevedere, in questo caso, l’alta probabilità del no di ritorsione inglese e quello quasi certo spagnolo, in funzione di blocco delle richieste dei catalani e delle altre minoranze interne. E’ però facile prevedere che gli scozzesi rivendicherebbero di essere già membri della Ue e, pertanto, chiederebbero di non essere considerati come un nuovo sopravveniente, ma da subito membri per continuità con la situazione precedente. Come decidere sul criterio: all’unanimità o a maggioranza? Sarebbe forte la spinta a congelare la cosa per qualche tempo, ma contemporaneamente esploderebbe la “grana” spagnola. Per la verità, Madrid non ha riconosciuto il referendum che i catalani vorrebbero svolgere a dicembre, ma una vittoria degli scozzesi renderebbe molto difficile resistere alla pressione e, in questo caso la vittoria dei si pare ancora più probabile, almeno a giudicare dalle strade di Barcellona invase dalla valanga di manifestanti. Il punto è che dopo i catalani verrebbero quasi certamente i baschi, ed umori separatisti potrebbero spuntare rapidamente in Galizia e Navarra. Peraltro anche in Inghilterra agli scozzesi seguirebbero altri: irlandesi del nord, gallesi forse Cornovaglia. Ed anche in Francia potrebbero ridestarsi gli umori separatisti di corsi e bretoni, per non dire dell’Italia dove già la Lega sta agitando il tema per Veneto, Lombardia e (undite udite!) Salento. Si aprirebbe un processo a catena di cui sarebbe difficile vedere la fine, con il rischio di uno spezzatino generale.
La cosa più sensata sarebbe quella di stabilire dei criteri generali e decidere caso per caso: un conto sono Catalogna e Scozia, che hanno tutto un retroterra storico di rivendicazioni di indipendenza, che hanno caratteri culturali molto ben definiti ed un contenzioso economico preciso; ma se qualcuno solleva il problema del Salento c’è solo da ridere. Ed anche per il Veneto non è cosa che si possa sostenere decentemente (a parte il fatto che, sin qui, i veneti hanno votato maggioritariamente partiti unionisti) sul presupposto che prima c’era la Serenissima. Con questo criterio, anche Parma, Piacenza e Guastalla potrebbero avanzare richieste del genere; ed il ducato di Benevento dove lo mettiamo? E di Seborga, che venne annessa senza neanche il plebiscito, ne vogliamo parlare?
Va benissimo il diritto all’auto determinazione dei popoli, ma vogliamo stabilire prima cosa è un popolo e cosa non lo è? La provincia di Mantova, il quartiere Bovisa e, se volete, condominio di via Alfieri 23 sono popoli? Se facciamo passare il criterio per il quale si dà seguito a referendum per l’indipendenza di qualsiasi porzione di popolazione ed in qualsiasi momento, rendiamo decidibile l’appartenenza ad uno stato di qualsiasi gruppo di cittadini ed in ogni momento, per cui se gli abitanti della provincia di Isernia ritengono che la pressione fiscale dello stato italiano è eccessiva, si dichiara indipendente, senza per questo escludere un ritorno in condizioni più favorevoli. Ma, in questo modo, ad esempio, come ci si dividono gli oneri pregressi (titoli di debito pubblico, pensioni, debiti della Pa ecc. ecc.), come si regolano i processi in corso, come si riorganizzano polizia e forze armate ecc. ecc.
Lo Stato non è una costruzione di mattoncini Lego che si fa e si disfa a piacimento. In fondo, è per questo che esiste un articolo della nostra Costituzione, il 5, che proclama la Repubblica una ed indivisibile ed un articolo del codice penale commina pene molto severe per chi attenti all’unità nazionale. L’errore fu fatto nel maggio 1997 quando si permise la manifestazione in cui la Lega proclamò l’indipendenza della Padania: siamo d’accordo, fu una buffonata senza seguito, ma su certi argomenti non si devono permettere neppure le buffonate, per cui la manifestazione andava proibita e se la si fosse fatta lo stesso, tutti i dirigenti e parlamentari della Lega andavano arrestati in flagranza di reato e processati per direttissima, la manifestazione sciolta, anche a costo di caricare con la massima durezza i partecipanti. E forse oggi non sentiremmo più parlare di Lega. Come vedete sono sempre piuttosto chiaro.
Tornando all’asse principale del nostro ragionamento, una vittoria del Si in Scozia (o domani in Catalogna) obbliga l’Unione a decidere su questa delicatissima materia. Anche perché la cosa si complicherebbe sia per la partita del debito pubblico sia, nel caso spagnolo, per l’appartenenza all’Eurozona. Peraltro, ricordiamo che l’Inghilterra non fa parte dell’Eurozona, però siede nel Board della Bce: che facciamo, associamo anche la Scozia? O espelliamo sia Londra che la Scozia? Anche se, da un punto di vista giuridico, l’Inghilterra resterebbe erede dei trattati di adesione firmati come Gran Bretagna, da un punto di vista di fatto, non solo la Scozia sarebbe uno stato diverso, ma anche la stessa Inghilterra non sarebbe più la Gran Bretagna.
La tentazione potrebbe essere quella di chiudere la porta a tutti e proclamare che le unità che hanno aderito alla Ue sono indivisibili e non vanno riconosciuti nuovi stati sorti dalla secessione di uno di essi. Ma rischierebbe di essere una soluzione del tutto controproducente: tutte le minoranze nazionali che aspirano all’indipendenza e con un seguito effettivo, si schiererebbero immediatamente contro la Ue, accelerandone il processo di decomposizione e, soprattutto il Parlamento di Strasburgo andrebbe diventando via via sempre più ingovernabile.
Si apre un capitolo molto difficile, quello che mette in causa la funzione dello Stato nei processi di globalizzazione e non a caso la partita si apre in Europa, dove lo Stato-Nazione è nato e dove non si riesce a trasformarlo in altro se non nel pasticcio istituzionale della Ue.
Ci torneremo ancora su.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)