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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/12/2025

La Turchia sospesa tra Russia e Usa

Secondo un rapporto di Bloomberg del 17 dicembre, la Turchia starebbe valutando la restituzione dei sistemi di difesa aerea S-400 acquistati dalla Russia quasi dieci anni fa. Una scelta che, se confermata, segnerebbe una svolta politica prima ancora che militare, perché rimetterebbe in movimento un dossier congelato dal 2019, quando Ankara fu esclusa dal programma dei caccia F-35 e colpita da sanzioni statunitensi.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan avrebbe affrontato la questione direttamente con Vladimir Putin durante un incontro in Turkmenistan, dopo una serie di contatti tra funzionari. Il Cremlino ha smentito l’esistenza di una richiesta formale, ma il solo fatto che l’ipotesi circoli indica un ripensamento della postura strategica turca. Gli S-400, simbolo della frattura con l’Occidente, diventano ora il nodo da sciogliere per ricucire i rapporti con gli Stati Uniti e con la NATO.

La ferita aperta del 2019

L’acquisto dei sistemi russi avvenne in una fase di forte tensione tra Ankara e gli alleati atlantici. Da allora, la posizione della NATO è rimasta immutata: gli S-400 sono incompatibili con le architetture dell’Alleanza e rischiano di compromettere la sicurezza dei velivoli occidentali. La conseguenza fu l’uscita della Turchia dal programma F-35, un colpo duro per l’aeronautica turca e per l’industria della difesa nazionale.

Oggi Erdogan sembra voler chiudere quel capitolo, non per abiura ideologica ma per calcolo. La restituzione degli S-400 aprirebbe un negoziato complesso, che potrebbe includere compensazioni economiche e il rientro graduale nel circuito occidentale dei sistemi d’arma avanzati.

Energia e rimborsi: la leva nascosta

Secondo alcuni analisti, Ankara potrebbe utilizzare il dossier S-400 anche per rinegoziare i rapporti economici con Mosca, in particolare sul fronte energetico. Un eventuale rimborso potrebbe passare da aggiustamenti nelle fatture per petrolio e gas russi, proprio mentre la Turchia lavora per ridurre drasticamente la propria dipendenza da Mosca. Entro il 2028, oltre metà del fabbisogno energetico turco dovrebbe essere coperto da produzione interna e da maggiori importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Un cambiamento che toglierebbe alla Russia uno degli ultimi grandi sbocchi energetici nell’area europea.

Il Mar Nero come fattore di pressione

A rendere più urgente la scelta contribuisce il deterioramento della sicurezza nel Mar Nero. Incidenti con droni, attacchi alle navi e colpi incrociati legati alla guerra in Ucraina hanno aumentato l’esposizione turca. Con la costa più lunga dell’area, Ankara vede crescere i rischi per la navigazione, l’ambiente e il commercio. Gli attacchi contro petroliere della cosiddetta flotta ombra russa e le ritorsioni di Mosca hanno riportato la guerra a ridosso delle acque turche, trasformando la neutralità in un esercizio sempre più difficile.

Una scelta di equilibrio, non di campo

La possibile restituzione degli S-400 non significa un allineamento automatico e totale con Washington, né una rottura con Mosca. È piuttosto il tentativo di riequilibrare una politica di oscillazione che negli ultimi anni ha prodotto più costi che benefici. Erdogan cerca di recuperare spazio negoziale, riaffermando il ruolo della Turchia come potenza ponte, ma con un baricentro leggermente spostato verso l’Occidente.

In questo senso, gli S-400 non sono più un sistema d’arma, ma una moneta geopolitica. Il modo in cui Ankara deciderà di spenderla dirà molto sul futuro dei rapporti tra Turchia, Stati Uniti, Russia e NATO in un contesto internazionale sempre più polarizzato.

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04/10/2025

La Russia cerca un ruolo nella nuova Siria

La Russia non vuole che la perdita del tradizionale pied-a-terre siriano si trasformi in una rottura strategica e a dieci mesi dalla caduta di Bashar al-Assad cerca di stringere legami a tutto campo con il presidente ad interim Ahmad Al-Sharaa e il suo nuovo governo.

Dalla guerra civile al dialogo

Nei giorni in cui cadeva il decimo anniversario dell’intervento russo nella guerra civile siriana a fianco di Assad, tra il 30 settembre e l’1 ottobre, funzionari del ministero della Difesa siriano e delle nuove forze armate, sorte dopo l’ascesa al potere di Al-Sharaa e del suo gruppo militante Hayat Tahrir al-Sham, hanno visitato Mosca per incontri d’alto profilo con le controparti russe. In quell’occasione Asim Gliyun, portavoce della Difesa siriana, ha postato sui social un selfie con un sistema anti-aereo S-400, proclamando che è operativo “oggi in Russia, prossimamente in Siria”.

Un segnale di una possibile vendita di questo asset strategico? Una rondine non fa primavera ma è chiaro che nella danza delle potenze per proiettare influenza sulla nuova Siria c’è anche la Russia. E dato che l’agenda internazionale di al-Sharaa, tolti i punti fermi del solido sostegno della Turchia e del patronage del Qatar, è un cantiere aperto, Mosca prova a muoversi per contenere i danni della caduta di Assad, se non programmare di trasformare la sconfitta in vittoria. Un primo passo potrebbe essere cercare di ottenere una proroga della disponibilità delle basi nel Paese, quella navale di Tartus e quella aerea di Hmeimim, entrambe nell’Ovest costiero della Siria, magari a canone rialzato rispetto alle condizioni favorevoli precedenti.

Certamente un elemento da segnalare è l’apertura di Al-Sharaa, che con intelligenza politica e tattica si è ben guardato dal sovrapporre i proclami per la destituzione del regime di Assad con un’analoga rivendicazione anti-russa. L’ex jihadista divenuto leader politico non vuole crearsi nemici e a luglio ha detto di sperare per il bene della Siria che Mosca resti “dalla sua parte”.

Siria e Russia si cercano

Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani si è recato a Mosca e ha incontrato Sergej Lavrov il 31 luglio scorso nel primo contatto ad alti livelli tra i due Paesi dopo la telefonata tra Al-Sharaa e il presidente russo Vladimir Putin di febbraio. Per la Siria, poter ottenere un’intesa cordiale con la Russia significa al contempo, a prezzo della rinuncia a vendette postume contro la figura di Assad (in esilio proprio a Mosca), poter coprire il fianco dall’ipotesi che i lealisti del deposto regime possano essere utilizzati da Mosca contro Al-Sharaa/al-Jolani e poter avere un partner ulteriore su cui contare per commercio e forniture militari.

Gli S-400, in tal senso, fanno molto gola di fronte all’avanzamento dell’operatività militare di Israele nel Paese dopo la caduta di Assad, nel quadro di un vero e proprio braccio di ferro a distanza con la Turchia patrona di Damasco. Per Mosca, il pragmatico compromesso aiuterebbe a tenere i piedi in Medio Oriente. Recenti casi, come l’avaria di un sottomarino classe Kilo II nel Mediterraneo Orientale, mostrano l’importanza di basi d’appoggio e scali logistici funzionanti nella regione. La Siria resta però affollata. Forti e presenti i turchi e i qatarioti, vi puntano con attenzione gli Usa, vi operano gli israeliani, vi guardano da vicino molti Paesi arabi. La Siria resta un prisma complesso dove chiunque mira a portare acqua al proprio mulino.

Le prospettive del dialogo

“Negoziando sulle sue basi, la Russia ha ricordato alla Siria il supporto che può offrire. In primavera, la Russia ha spedito petrolio, gasolio e grano alla Siria”, scrive Foreign Affairs, aggiungendo che “la società russa Goznak, soggetta a sanzioni britanniche, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti e che da tempo stampa la valuta siriana, emetterà le nuove banconote del Paese. Con il suo veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Russia potrebbe contribuire a rimuovere le designazioni terroristiche dell’Onu, che comportano divieti di viaggio e congelamento dei beni, su Sharaa e altre persone a lui vicine”. L’opportunità è ghiotta per tutti. Anche la Siria è contendibile e non ancora in una precisa zona d’influenza.

Da capire, in prospettiva, se il 15 ottobre Al-Sharaa sarà a Mosca per l’annuale summit Russia-Lega Araba. Qualora così fosse, l’ipotesi di un bilaterale con Putin non è da escludere. E potrebbe fare molta chiarezza su tali scenari.

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01/10/2021

Turchia e Russia tornano a discutere di forniture militari e teatri di crisi

Il presidente turco Erdogan ha definito “produttivi” i colloqui tenuti mercoledi a Sochi con Putin. Il summit tra i due capi di Stato, primo faccia a faccia pubblico dopo mesi, è durato circa tre ore. “Sarebbe benefico se le relazioni Turchia-Russia si sviluppassero in modo sempre più forte ogni giorno. I passi che facciamo insieme sulla Siria rivestono grande importanza” ha scritto Erdogan sul suo profilo Telegram “La pace laggiù dipende dalle relazioni Turchia-Russia”.

I colloqui tra Russia e Turchia si tengono mentre nel nord-ovest della Siria si registra una recrudescenza degli scontri tra le forze del governo siriano di Bashar al-Assad, sostenute da Mosca, e le milizie filo-Ankara, in particolare intorno ad Aleppo.

“I nostri incontri non si svolgono sempre senza problemi, ma le nostre istituzioni sono brave a superarli e trovare soluzioni”, ha commentato dal canto suo Putin, sottolineando anche l’importanza della cooperazione tra Ankara e Mosca sulla tregua in Nagorno-Karabakh dopo il conflitto tra Azerbaigian e Armenia dello scorso anno ma anche sulla situazione in Libia.

La Turchia, è membro della NATO, ma nel 2019 ha acquistato batterie di difesa missilistica S-400 russe, inducendo gli Stati Uniti a imporre sanzioni contro le sue industrie della difesa. Erdogan la scorsa settimana ha lasciato trapelare che la Turchia intendeva procurarsi un secondo lotto di S-400 dalla Russia, affermando che nessun paese può dettare le azioni di Ankara. Funzionari turchi hanno detto all’agenzia di stampa Reuters che l’acquisto degli S-400 sarebbero stati discussi proprio nei colloqui di mercoledi a Sochi.

Resul Serdar di Al Jazeera, ha affermato che il significato dell’incontro tra Erdogan e Putin ha acquisito importanza per il fatto che si è svolto sullo sfondo delle relazioni sempre più tese tra la Turchia e gli Stati Uniti.

“Dal punto di vista americano, la cosa più importante è se Erdogan rilascerà una dichiarazione secondo cui la Turchia acquisterà un secondo lotto di S-400 o meno”, ha affermato il corrispondente di Al Jazeera.

Si apprende intanto che il primo blocco della centrale nucleare di Akkuyu, che l’azienda statale nucleare russa Rosatom sta costruendo nel sud della Turchia, potrebbe partire già nel 2022, cioè un anno prima del previsto.

Un secondo progetto di impianto nucleare nella provincia del Mar Nero di Sinop avrebbe dovuto iniziare quest’anno, qualora Ankara avesse trovato un nuovo partner dopo che la giapponese Mitsubishi si è ritirata lo scorso anno. Un alto funzionario turco dell’energia, parlando in condizioni di anonimato, ha detto ad Al Jazeera che il governo turco sta anche considerando un terzo impianto nucleare con quattro reattori nel nord-ovest del Paese.

La contrapposizione frontale tra il blocco euroatlantico e quello che il pensiero unico occidentale definisce come “dispotismo asiatico”, sembra produrre una accelerazione nella formazione di nuove ed inedite alleanze.

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30/12/2020

Gli USA varano sanzioni contro la Turchia

di Marco Santopadre

Dopo anni di avvertimenti e minacce, alternati a concessioni, Washington si è alla fine decisa a imporre sanzioni alla Turchia, che pure formalmente è uno dei suoi alleati storici e partner tra i più importanti nell’Alleanza Atlantica.

La Turchia è stata punita per aver acquistato dalla Russia, nel 2017, i sistemi di difesa missilistica S-400. Washington ha più volte protestato e minacciato ritorsioni sostenendo che l’acquisto fosse incompatibile con l’appartenenza alla Nato e che avrebbe consentito a Mosca di accedere ad alcune tecnologie segrete statunitensi utilizzate dall’esercito turco.

Ma Erdoğan ha tirato dritto e, dopo il collaudo delle batterie russe, il Congresso americano, in maniera bipartisan, si è convinto a dar seguito alle minacce, superando le resistenze di Donald Trump e varando una legge ad hoc, il “National Defense Authorization Act”, che sembra anticipare un atteggiamento più duro di Biden nei confronti del suo “alleato”.

Il presidente neo-eletto è noto per le sue dichiarazioni di fuoco contro Erdoğan, spesso definito un “autocrate”, e per le critiche alla tolleranza dimostrata dal suo predecessore nei confronti della Turchia. E recentemente, in un viaggio a Istanbul di Mike Pompeo – durante il quale non ha incontrato il “sultano” – il segretario di Stato americano ha velatamente accennato alla necessità di un cambio di regime in Turchia durante un’intervista al quotidiano francese Le Figaro. Tra due mesi Pompeo non sarà più il capo della diplomazia statunitense, ma i suoi toni potrebbero rivelare che gli apparati del paese propendono ora più per il bastone che per la carota.

Le sanzioni appena varate sono dirette contro la “Presidenza delle industrie della Difesa” (Savunma Sanayii Başkanlığı SSB) – ente che si occupa delle importazioni e delle esportazioni di armi e di gestire l’industria bellica turca – il suo presidente Ismail Demir ed altri dirigenti. Il SSB gestisce circa 700 progetti per un valore di 8,5 miliardi di euro.

Il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha affermato che le misure non avranno conseguenze sulla Turchia ma il “ban” produrrà delle conseguenze rilevanti, rendendo più difficile l’approvvigionamento di armi, pezzi di ricambio, tecnologie e licenze di utilizzo di cui Ankara ha bisogno.

Qualche settimana fa il Wall Street Journal ricordava che tanto gli Usa quanto l’Ue devono «contenere l’aspirazione della Turchia ad emanciparsi dalle catene della Nato per diventare una potenza regionale autonoma, ma senza spingere Erdoğan tra le braccia della Russia».

Ma non è detto che l’ennesimo tentativo di Washington di riportare il “sultano” all’ordine e di allontanarlo da Mosca – alla quale pure la Turchia ha giocato un brutto tiro spingendo l’Azerbaigian contro l’Armenia e mettendo così più di un piede nel “cortile di casa” russo – sortisca le conseguenze sperate.

Quello che Erdoğan ha definito un “attacco ostile ai diritti sovrani della Turchia e alla sua industria della difesa” potrebbe incentivare Ankara a rendere l’industria bellica turca più autosufficiente, mentre Mosca – che come Teheran ha protestato veementemente contro “l’arroganza statunitense nei confronti del diritto internazionale” – promette di spostare in Turchia una parte della produzione dell’S-400 se i turchi ne compreranno un secondo lotto.

In una delle sue consuete uscite retoriche, il “sultano” si è chiesto, a proposito delle sanzioni americane, «Che alleanza è questa? Che partnership è questa?». In realtà è da molti anni che i rapporti tra Stati Uniti e Turchia sono sempre più tesi, da quando cioè Erdoğan ha iniziato a perseguire una propria politica egemonica e di potenza regionale e internazionale autonoma e spesso in contrasto con gli interessi statunitensi, dal Nord Africa alla Siria, dal Corno d’Africa al Caucaso al Mediterraneo.

Si trascina ancora la diatriba, tra Washington e Ankara, sul ruolo delle milizie curde nel Rojava, che gli Usa hanno tentato di utilizzare come propria “fanteria” dopo lo sbandamento dell’Esercito Siriano Libero, mentre Erdoğan ha fatto di tutto per cacciare dai propri confini, arrivando ad invadere una consistente fascia di territorio nella Siria del nord. Non a caso il ministro della Difesa turco Hulusi Akar ha affermato che il problema più grande tra la Turchia e gli Stati Uniti non è l’S-400 russo, bensì il sostegno di Washington ai “terroristi” curdi del PKK e delle YPG.

E il regime turco non sembra aver perdonato la “tolleranza” dimostrata dagli Stati Uniti nei confronti del fallito golpe militare del luglio 2016; proprio in questi giorni l’accademico statunitense ed ex consulente della Cia, Henri Barkey, e l’imprenditore turco Osman Kavala vengono processati da un tribunale turco con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo e di essersi resi responsabili di spionaggio politico e militare a favore di un non meglio precisato “paese straniero”.

Dopo aver scelto di iniziare il disimpegno, almeno parziale, dalle fin qui strategiche basi turche, in particolare da quella di Incirlik, Washington sembra puntare ora soprattutto sulla Grecia, nemico storico della Turchia e paese nei confronti del quale Erdoğan esercita una pressione sempre più forte nell’ambito della guerra del gas che va in scena nel Mediterraneo Orientale coinvolgendo almeno una decina di paesi.

I rapporti tra gli Stati Uniti e il governo greco di centrodestra di Kyriakos Mitsotakis non sono mai stati così idilliaci. Per sostenere il riarmo, il 15 dicembre il Parlamento greco ha approvato un aumento della spesa militare del 57% rispetto al 2019, portandola a ben 5,5 miliardi di euro. Atene si prepara al raddoppio della base statunitense di Souda (Creta) e all’acquisto di 18 caccia Rafale francesi oltre che di un consistente stock di tank da schierare al confine orientale. E nei prossimi anni potrebbero andare ad Atene anche alcuni F35, quegli stessi la cui consegna alla Turchia fu bloccata dagli USA come ritorsione per l’acquisto del sistema di difesa russo.

Finora Erdoğan ha sfruttato l’importanza militare e strategica della Turchia per ricattare sia gli Usa sia la Russia, giocando contemporaneamente su più tavoli e minacciando di schierarsi con l’uno contro l’altro e viceversa per convincere i propri “alleati” ad accontentare le sue richieste. Ma alcuni segnali lasciano presagire che il giocattolo potrebbe rompersi.

Ankara non solo si è avvicinata troppo alla Russia (nei confronti della quale, comunque, accentua la competizione), ma anche alla Cina. Dopo gli accordi con la multinazionale cinese Huawei, che gli Stati Uniti boicottano perché metterebbe a rischio la loro sicurezza nazionale, ora il regime turco ha anche deciso di comprare decine di milioni di dosi di vaccino anti-Covid dall’azienda di Pechino Sinovac, invece che dalla Pfizer o da Moderna. A molti pezzi dell’establishment americano la Turchia comincia a sembrare ormai una scheggia impazzita, un obiettivo anche più urgente dell’Iran.

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16/07/2019

Turchia - Dal golpe fallito al colpo al cuore della NATO

Dal fallito golpe al colpo al cuore della Nato. Così si potrebbero sintetizzare gli ultimi tre anni della Turchia di Erdogan, dalla sera del 15 luglio 2016, quella del fallito colpo di stato, fino alla consegna ad Ankara, venerdì scorso, dei missili russi S-400. È la prima volta che accade una cosa del genere: la Turchia è membro dell’Alleanza dal 1952 e la Dottrina Truman ne aveva fatto l’avamposto sud orientale contro l’Urss.

Ma dalla notte del colpo di stato la Turchia ha cambiato campo con un rapido slittamento verso oriente. Ankara fa parte del sistema di sicurezza occidentale con 24 basi, armi nucleari comprese, e doveva ricevere i nuovi caccia F-35 – ora congelati – ma con l’epurazione nelle Forze armate Erdogan ha fatto fuori i generali laici e kemalisti, più fedeli alla Nato che a lui: sono stati esautorati 17mila militari di ogni grado e 7.300 sono sotto processo.

La mattina seguente il fallito golpe ero a Istanbul con Ahmet Altan, lo scrittore condannato all’ergastolo, accusato di avere fatto parte della cospirazione. Passammo davanti a una caserma della Nato, sigillata dai militanti dell’Akp mentre su uno dei ponti sul Bosforo c’era ancora il sangue del suo vice comandante turco, ucciso mentre era alla testa dei ribelli. Incirlik, la base aerea americana, decisiva per i raid contro l’Isis, era stata chiusa: per una settimana mancò la luce.

«Questo è un tornante della nostra storia», disse Altan che alle vicende di questo Paese ha dedicato saggi e romanzi. Non poteva immaginare che quell’evento lo avrebbe portato dietro le sbarre senza che l’Europa alzasse un dito, mentre in carcere finivano a migliaia, politici, militari, giudici, giornalisti, insegnanti, la leadership curda del partito Hdp, insieme agli affiliati della rete islamica Feto guidata dall’imam Fethullah Gulen, in esilio negli Usa.

Ma l’Europa è quello che è, ricattata da Erdogan che si tiene in casa 3 milioni di profughi siriani mentre lui sfida Bruxelles con le prospezioni offshore al largo di Cipro. Prima o poi anche l’Unione sarà chiamata a reagire: un’altra grana che si profila all’orizzonte.

Ci sarà però un giorno in cui, riscrivendo le cronache di questi anni, qualcuno si domanderà come mai finora gli stati dell’Unione non abbiano detto o fatto nulla nei confronti di Erdogan. E quando vorranno trovarne le ragioni sarà per constatare che i Paesi trainanti dell’Unione, insieme agli Stati Uniti, sono stati suoi complici e allo stesso tempo l’hanno preso in giro con la chimera dell’ingresso nella UE.

Erdogan ha gioco facile a presentarsi come un leader perché l’Europa non si oppone davvero mai a nulla, dal riconoscimento americano di Gerusalemme capitale dello stato ebraico all’annessione del Golan, agli insediamenti dei coloni contro ogni risoluzione dell’Onu. Pur avendo perso il sindaco di Istanbul, il leader turco ha buon gioco nel fare leva sul nazionalismo, oltre che sull’identità musulmana dell’elettorato tradizionalista.

La sfida a Washington nasce da una escalation di incidenti tra Usa e Turchia culminati quando, dopo il colpo di stato fallito, esponenti del partito di maggioranza Akp accusarono gli americani di essere coinvolti. Non solo. Gli Usa ospitano da 20 anni l’imam Fethullah Gulen ritenuto dai turchi il vero capo della rete golpista. E gli americani, Trump compreso, hanno sempre negato la sua estradizione.
Ma tra le questioni critiche ce ne sono diverse. Erdogan ha spesso accusato le istituzioni finanziarie Usa di fare parte della «lobby del tassi di interesse» che ha messo sotto pressione la lira turca. Non a caso ha appena fatto fuori il capo della banca centrale: in Turchia non accadeva dal golpe del generale Evren dell’80.

Poi c’è il problema della Siria. Nel 2011 gli Usa e la Turchia, con le monarchie del Golfo, erano allineati nel tentativo di abbattere Assad al punto che Erdogan ospitava, con l’assenso del segretario di Stato Hillary Clinton, jihadisti di ogni genere e provenienza. Poi le cose si sono complicate. La Turchia è arrivata a uno scontro con la Russia – intervenuta a fianco di Assad – per l’abbattimento di un caccia Sukhoi, ma Putin è stato abile a sfruttare l’episodio convincendo Erdogan che la Russia in Siria gli era più utile degli Usa che stavano tramando per una Nato “araba” capeggiata da Israele.

Non solo. Gli Stati Uniti hanno sostenuto i curdi siriani nella lotta al Califfato mentre Erdogan ritiene che siano tutti «terroristi» e ha persino occupato una parte della regione curda siriana. Trump è stato quindi costretto a tenere le truppe sul campo per evitare uno scontro diretto tra forze armate turche e curdi siriani.

Ecco perché la Turchia si è avvicinata così fortemente a Mosca, con cui ha anche in progetto il gasdotto Turkish Stream, osteggiato da Washington, e una mega commessa per la costruzione di una centrale nucleare. Così Erdogan ha fatto nascere una «Nato a due teste», un ibrido da laboratorio che deve abbaiare al mondo le sue rivendicazioni e forse non mordere.

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13/07/2019

Turchia - Consegnati gli S400, NATO in subbuglio


di Chiara Cruciati

L’altro ieri il presidente turco Recep Tayyib Erdogan ha passato il suo Rubicone: ad Ankara, alla base aerea di Murted, è arrivata su tre aerei cargo la prima tranche dei sistemi russi di difesa aerea S-400. Non una base qualsiasi: il 15 luglio 2016, giorno del fallito colpo di Stato, è stata uno dei centri di organizzazione dei militari golpisti. È stata bombardata per impedire che aerei decollassero o atterrassero. Prima si chiamava Akinci, l’hanno ribattezzata a favor di oblio.

L’altro ieri qui, come annunciato dal ministro della difesa Cavusoglu, «il primo lotto dell’equipaggiamento del sistema missilistico di lungo raggio S-400 è iniziato ad arrivare». Le consegne proseguiranno nei prossimi giorni, con «oltre 120 missili di vario tipo» che giungeranno via mare. I sistemi, si dice, saranno operativi già a ottobre.

Mentre il Cremlino confermava, dal quartier generale dell’Akp, il partito di governo, tenevano a precisare che il sistema è volto a proteggere il paese e non ad attaccare qualcuno. Ma le dichiarazioni distensive servono poco in un contesto come quello regionale.

La Nato è in subbuglio. A 67 anni dall’adesione, uno dei suoi membri più strategici – secondo esercito per grandezza dell’Alleanza atlantica e sede di basi militari del Patto, tra cui Incirlik che ospita armi nucleari Usa – si mette in casa (è la prima volta che accade) strumentazioni russe. «Siamo preoccupati delle possibili conseguenze della decisione della Turchia», dice un ufficiale.

Preoccupazione è dir poco. Soprattutto alla luce del percorso compiuto dalla Ankara di Erdogan in questi ultimi anni. Le ultime puntate della saga sono note: Washington furiosa – lo è da mesi – per l’accordo russo-turco non ha mai consegnato i cento F35 che Ankara ha già pagato e ha sospeso l’addestramento dei piloti turchi. E minaccia, a ogni piè sospinto, sanzioni all’alleato nell’ambito del Caatsa, legge del 2017 con cui Washington ha già sanzionato Iran, Russia e Corea del Nord. Uno scenario già di per sé disfunzionale, ma il fulmine non arriva a ciel sereno.

L’anno chiave della rottura tra Stati uniti e Turchia è il 2016: il fallito golpe, risolto nel giro di una notte e furbescamente tradotto da Erdogan nella migliore occasione di epurazione di massa della storia recente turca, è stato attribuito al movimento Hizmet dell’imam Fethullah Gülen.

Vecchio sodale del “sultano”, con cui ha costruito un impero economico e subculturale dal sapore islamista, ha acquisito troppo potere per non diventarne avversario. Di Gülen, in auto-esilio in Pennsylvania, Ankara ha chiesto a ripetizione l’estrazione alla Casa bianca. Mai concessa.

Uno smacco che si è trascinato nella vicina Siria dove l’esercito Usa sostiene militarmente le Sdf, le Forze democratiche siriane guidate dalle Ypg/Ypj curde, altro nemico strutturale di Erdogan.

Non è un caso che il ritiro dei marines di stanza nel nord della Siria, pomposamente annunciato da Trump a inizio anno non si è mai concretizzato. Restano lì, spina nel fianco del più ampio progetto turco di distruzione dell’esperimento politico democratico di Rojava.

È in tale contesto che l’avvicinamento alla Russia putiniana ha trovato terreno fertile. Inimmaginabile alla fine del 2015 quando l’aviazione turca abbattè un Sukhoi russo, era realtà appena un anno dopo. Teatro del disgelo è stata Astana e il processo di «pace» siriano imbastito da Teheran, Mosca e Ankara. E nel 2017 Erdogan decide di acquistare il sistema S400, scartando l’ipotesi dei Patriot americani che secondo la Nato sono gli unici compatibili all’equipaggiamento militare dell’alleanza.

Screzi se ne erano registrati anche nella definizione dell’accordo sui Patriot: gli Usa non hanno voluto trasferire le tecnologie strategiche che la Turchia chiedeva. Eppure ieri il ministro della difesa Akar affermava che la Turchia «sta ancora negoziando» per il sistema di difesa Usa.

La prima consegna stabilisce uno spartiacque che rientra nella politica di potenza sognata da Erdogan: fare – o rifare – della Turchia la porta d’Oriente, porta bellicosa e assolutizzante, con un occhio che guarda Mosca e uno alla Nato. Un paese con ambizioni non più solo regionali, ma globali. Che dimentica però il peso della guerra persa nella vicina Siria (Assad è al suo posto, sebbene la Turchia da tre anni sia presente militarmente nel nord del paese) e quello della recessione figlia di un’economia familistica e di megaprogetti infrastrutturali, castelli di carta pronti a cadere come ha dimostrato lo scorso anno il crollo della lira turca, mai riavutasi dallo choc.

L’ombra delle sanzioni americane (che potrebbero andare dall’esclusione dal sistema finanziario Usa alla limitazione delle esportazioni) peggiorerà la situazione perché renderà ancora meno attraente la Turchia come destinataria di investimenti esteri.

Ankara da parte sua coltiva l’arma di ricatto delle basi Nato e guarda a Mosca: tre giorni fa il ministro dell’industria turco, parlando al forum turco-russo di Yekaterinburg, ha individuato in 100 miliardi di euro l’anno di interscambio il prossimo obiettivo, mentre la controparte russa vantava l’arrivo a breve in Turchia di investimenti consistenti e di lungo termine. Gli strumenti centrali saranno il gasdotto TurkStream e l’impianto nucleare di Akkuyu.

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25/09/2018

All’Arabia Saudita anche armi russe?

Tra le sanzioni comminate da Washington alla Cina, ci sono anche quelle per l’acquisto di sistemi missilistici russi da difesa contraerea S-400 “Triumf”, in base all’art. 231 del CAATSA contro il “Rosoboroneksport”, l’ente russo che gestisce l’export di armi. La Casa Bianca minaccia di sanzioni anche India e Turchia, in caso di acquisto degli S-400 già ordinati, ma non sembra che Delhi e Ankara abbiano intenzione di desistere.

Per quanto riguarda la prima, è probabile che l’acquisto venga perfezionato nel prossimo ottobre, nel corso dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il Primo ministro indiano Narendra Modi e, oltre agli S-400, potrebbe essere firmato anche un contratto per quattro fregate della classe “11 356”.

Per quanto riguarda la Turchia, l’acquisto è considerato cosa fatta (in passato, forse per tentare di scoraggiare Ankara dall’acquisto, Washington aveva anche espresso dubbi sull’efficienza degli S-400) tant’è che la scorsa settimana, il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, nonostante avesse definito “una sfida” la decisione turca, ha poi espresso la speranza in una soluzione “concordata con le necessità operative” dell’Alleanza atlantica. Da parte russa, si conferma il rispetto dei tempi di consegna, previsti per la seconda metà del 2019.

Fin qui la faccenda rientra abbastanza “nell’ordine delle cose”. C’è però un altro paese interessato all’acquisto di tale complesso missilistico. Non un paese qualunque: giudicato il maggior alleato yankee nel Golfo persico, mastino da guardia di una larga fetta di paesi africani per conto di Washington, responsabile di ripetuti bombardamenti contro la popolazione civile dello Yemen, a cui la vendita di armi, anche da parte dell’Italia, viene giustamente stigmatizzata e che di recente ha addirittura minacciato di guerra il vicino Qatar, nel caso si azzardi a munirsi di S-400. Si tratta dell’Arabia Saudita.

Venerdì scorso è giunta a Mosca una delegazione di Riyad per discutere l’acquisto del sistema missilistico e l’ambasciatore saudita ha dichiarato che gli USA non introdurranno sanzioni contro il suo paese per l’acquisto. Come mai? Interessati ai S-400 sono anche Irak, Viet Nam e Marocco e, nel caso dell’Irak, nota topwar.ru, sembra che Mosca non sia del tutto convinta a mettere un sistema, considerato strategico, nelle mani di un esercito, quello irakeno appunto, completamente controllato dalle forze USA; è dunque possibile che Washington, per ricevere informazioni tecniche dettagliate sull’arma, abbia dato ora mandato a Riyad di tentarne l’acquisto, escludendo quindi ogni sanzione. E’ questa la ragione per cui alcune fonti russe avanzano dubbi sulla disponibilità di Mosca a procedere alla vendita.

In ogni caso, scrive tvzvezda.ru, sorvolando per qualche motivo sull’India, nel caso l’affare vada in porto, l’Arabia Saudita sarebbe il terzo paese straniero a essere dotato del “Triumf”, dopo Cina e Turchia. La Russia ha già schierato alcune divisioni di S-400: in Crimea occidentale, a Eupatoria e Sebastopoli, a guardia del mar Nero, dove, accanto alla sempre più frequente presenza di naviglio da guerra USA, anche la Gran Bretagna ha intenzione di allargare la propria presenza, come dichiarato dal Ministro della difesa Gavin Williamson durante la recente visita in Ucraina; in Crimea orientale, a Feodosija, puntate presumibilmente verso il mar d’Azov, teatro di una crescente tensione con Kiev.

Già a inizio anno Sputnik Italia aveva scritto che Riyad ha assoluto bisogno di munirsi di sistemi missilistici di difesa contraerea, per difendersi dagli attacchi “dei ribelli Huthi yemeniti contro la capitale saudita Riyadh”, specificando che “principali candidati per la contraerea del regno saudita sono il sistema statunitense THAAD e il russo S-400”. Il primo è “in grado di distruggere obiettivi ai valori limite di altitudine per i sistemi tradizionali di contraerea, ovvero fino a 150 chilometri e secondo alcune fonti 200 chilometri di quota”, mentre i razzi 40H6 del “Triumf” non sarebbero efficaci “sopra i 30 chilometri di quota”, anche se “l’altitudine d’attacco del razzo, soprattutto quando si tratta di combattere i missili tattici, non è un aspetto critico”.

Ma la “differenza più importante è costituita dal prezzo: quasi 3 miliardi di dollari per una batteria THAAD, contro i circa 500 milioni del “Triumf”. Tecnicamente, i S-400 possono colpire fino a 36 obiettivi, a 400 km di distanza e 27 km di altezza, lanciando contemporaneamente 72 razzi, con un sistema di rilevamento che permette di scoprire aerei a volo radente lontani 600 km. Armato con razzi 40H6, il “Triumf”, insieme al “Pantsir-S” (“Corazza”: anch’esso semovente) e altri sistemi, costituisce uno dei principali elementi del cosiddetto “ombrello di Mosca”. A giudizio di iarex.ru, il S-400 surclassa di dieci anni analoghe armi straniere.

Sembra che l’industria produttrice dei S-400, all’interno del famoso trust “Almaz-Antej”, sia oberata di ordinativi fino al 2025. In effetti, il complesso militare industriale russo ha registrato un balzo nell’export di armamenti, valutato dai 3 miliardi di dollari del 2000, ai 15-17 degli ultimi anni – con un portafoglio di ordinativi di 40-50 miliardi di $ – e continua a essere il secondo (23%) tra i cinque maggiori esportatori, dietro agli USA (34%) e molto innanzi a Francia (6,7%), Germania (5,8%) e Cina (5,7%), mentre India (12%), Arabia Saudita (10%), Egitto (4,5%) e Emirati Arabi (4,4%) sono tra i maggiori importatori mondiali.

Secondo il SIPRI, il 70% dell’export russo (nel grafico: in miliardi di dollari) è diretto verso India, Cina, Viet Nam, Algeria, Venezuela e Medio Oriente; negli ultimi anni si è registrato un salto del 264% anche verso i paesi europei. Il 90% dell’export è dato da aviazione (45%), mezzi corazzati (14%), mezzi navali (12%), missili (11%), sistemi-razzo antiaerei (7%), oltre a sistemi elettronici e armi leggere.

In conclusione, gli eventuali dubbi di Mosca alla vendita dei S-400 a Riyad potrebbero essere dettati da puri motivi di segretezza militare e rivalità strategica con Washington e non da altre considerazioni o scrupoli “di principio” per la politica guerrafondaia della monarchia saudita.

D’altronde, il mondo non è una serra per sentimenti troppo delicati, scriveva il prussiano Theodor Fontane.

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12/12/2017

La strategia nucleare di Putin

Gerusalemme è stata al centro solo ufficialmente degli incontri che ieri il presidente russo Putin ha avuto prima al Cairo e poi ad Ankara: in un solo giorno l’inquilino del Cremlino è volato tra Medio Oriente e Nord Africa per tre visite lampo ma indicative del ruolo russo nella regione.
 
Prima in Siria, dove dalla base aerea russa nella provincia di Latakia al cospetto del presidente Assad ha annunciato il ritiro parziale dell’esercito. E poi Egitto e Turchia dove i meeting con i presidenti al-Sisi e Erdogan si sono incentrati sui rapporti bilaterali, energetici e militari. Mosca pigliatutto, verrebbe da dire. Di certo Putin sa come muoversi tra le pieghe dei fallimenti e i passi falsi degli Stati Uniti, per portare avanti gli obiettivi strategici russi: mettere i piedi nel Mediterraneo e promuovere il proprio neo-imperialismo come alternativa a quello statunitense.

Una realtà che fa il paio con i dati pubblicati in questi giorni dallo Stockholm International Peace Research Institute: nel 2016 Mosca ha visto crescere la vendita di armi all’estero del 3,8%, portandosi al terzo posto nella classifica dei paesi per vendita di equipaggiamento militare dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. E se gli Usa continuano a garantirsi la fetta più grande (oltre il 50% delle vendite totali) mentre quella russa rappresenta il 7,1%, il dato va relativizzato: Mosca ha evitato l’isolamento internazionale e si pone oggi come super potenza militare e politica in ogni angolo del mondo.

I due incontri di ieri ne hanno dato la misura: al Cairo, accolto dal presidente al-Sisi, Putin ha cementato un rapporto sempre più stretto. Alleati nella crisi libica, dove entrambi sponsorizzano più o meno direttamente il generale Khalifa Haftar, partner commerciali ormai consolidati con l’Egitto che ha accettato di ospitare navi e jet da guerra russi in basi da aprire lungo la costa egiziana e che ha firmato contratti da miliardi di dollari per l’acquisto di armi russe, elicotteri e caccia, ieri i due hanno finalizzato un accordo miliardario: la centrale nucleare di Dabaa, 130 km a nord ovest del Cairo, la prima dell’Africa del nord. Tre reattori da 1.200 megawatt l’uno che dovrebbero creare almeno 4mila posti di lavoro oltre alle migliaia dell’indotto.

L’obiettivo è completare la costruzione, che sarà realizzata dalla compagnia russa Rosatom, entro il 2028-2029. Dovrà garantire prezzi competitivi e coprire una buona parte delle necessità energetiche di una popolazione in costante crescita. Con buona pace dell’ambiente: non sono pochi gli analisti che criticano la mossa nucleare di al-Sisi in un paese in cui le infrastrutture idriche e elettriche sono carenti e dove la siccità colpisce con cadenza regolare intere comunità.

Il mega prestito russo che coprirà l’85% dei costi di costruzione e funzionamento prevede l’investimento di 25 miliardi di dollari che comprenderanno anche la fornitura di combustibile per 70-80 anni, la manutenzione dell’impianto e il trattamento del combustibile esaurito. Non solo: durante il meeting al-Sisi ha parlato dell’intenzione russa di incrementare gli investimenti nella zona industriale che Mosca ha voluto nel Canale di Suez.

Armi al centro anche nella visita successiva, ad Ankara. Ieri Erdogan e Putin hanno annunciato la conclusione, tra pochi giorni, dell’accordo di vendita per il sistema difensivo missilistico S-400, il più avanzato dell’industria militare russa, capace di portare tre diversi tipi di missili e di colpire 300 target a lancio, fino ad un’altitudine di 27 chilometri.

Una vendita che si somma all’aumento del 30% degli scambi commerciali nel corso del 2017, affari che hanno fatto dimenticare il gelo lungo quasi due anni tra Mosca e Ankara a causa del diverso approccio verso la guerra siriana e l’abbattimento di un jet russo da parte dei caccia turchi. Tutto dimenticato: anche in Turchia al centro della discussione è finito il nucleare e il progetto di impianto – anche questo finanziato dalla Russia – ad Akkuyu. Domenica nella provincia di Mersin, nel sud del paese, si è tenuta la cerimonia di lancio del progetto alla presenza del ministro dell’Energia e dei rappresentanti della russa Rosatom. Il primo reattore dovrebbe essere operativo nel 2023.

06/10/2017

Incontro Salman-Putin, geo-diplomazia strategica

Con enfasi la stampa saudita lancia notizie e immagini dell’incontro tenutosi a Mosca fra un’ampia delegazione guidata da re Salman e lo staff del presidente russo Putin, presenti i rispettivi ministri degli Esteri Al-Jubeir e Lavrov. Il tutto per “cementare” le relazioni fra i due Paesi, che in realtà in questi anni attorno a questioni mediorientali come la guerra civile siriana sono stato tutt’altro che benevoli. Eppure la linea della modernità del binomio Salman-Salman bin (sovrano ed erede al trono) segue logiche rinnovate rispetto alla statica tradizione della petromonarchia, o almeno così mostra riguardo a tattiche d’alleanza strategica. Ne segue questo discorso a tutto campo con Putin, che proprio in Medio Oriente sta giocando le sue carte geopolitiche più azzeccate. Dagli accordi scaturisce un piano d’investimenti militari da un miliardo di dollari, una briciola rispetto ai 110 miliardi concordati con Trump in occasione della famosa “danza delle spade” del maggio scorso. Eppure l’apertura alla Russia ha un gran peso. Sia perché segue altri patti coi russi, relativi a piattaforme missilistiche da collocare nella penisola arabica, ma soprattutto per il valore politico che si trascina dietro. Gli accordi prevedono anche sostegni economici e tecnologici per trasporti, telecomunicazioni, tecnologia energetica e agricoltura.

E ancora prossime sinergie che coinvolgono le aziende d’eccellenza delle due nazioni: Sibur e Saudi Aramco e vanno dalla progettazione di espansione del settore petrochimico all’incremento dell’industrializzazione di aree arretrate della penisola arabica, con lo sguardo sicuramente rivolto agli alleati più stretti dei Saud. Poiché le petromonarchie sono, in gran parte, partner economici e geostrategici statunitensi, la mossa dei Salman fa scalpore e mostra come in questi anni la dirigenza russa riesce a tessere tele diplomatiche a lei decisamente redditizie. Ovviamente nella partita delle firme rientrano le armi, consistente nella fornitura di missili difensivi S400, una delle piattaforme missilistiche più avanzate presenti sul prolifico mercato bellico internazionale. E’ una tecnologia che i ricercatori russi hanno messo a punto dal 2007 e che continua a migliorare, basata su missili balistici a lungo-medio e corto raggio (dai 400 ai 40km per neutralizzare attacchi aerei). In un’ottica di potenziamento del proprio arsenale, l’acquisizione di questi prototipi non può che accrescere la capacità militare di Ryad. Coordinare e far coesistere la presenza di “consiglieri” russi con quelli statunitensi di stanza nella penisola arabica e nelle basi Nato si presenta come tappa diplomatica ulteriormente complessa per i Saud.

Per tacere delle alleanze e dei veti incrociati, che avranno ripercussioni a Teheran e Ankara. Certo, tutto può rientrare in quella che appare chiaramente come una nuova fase di “armamento dissuasivo” a livello globale che, se non raggiunge i toni della passata Guerra Fredda, cerca di emularli con condizionamenti di vario genere. Seppure differenze rispetto a un tempo traspaiono da alleanze duttili e flessibili che, in taluni scenari ma solo in quelli, superano l’appartenenza a blocchi precostituiti. Dal punto di vista della politica strategico-militare il blocco fortificato ed espanso è quello Nato, con l’ampliamento verso est del territorio di controllo e di creazione di nuove basi sin dal 2006-07. Nelle aree di crisi mediorientale i focolai sono accesi e contesi e la quadratura di accordi come questo firmato al Cremlino dovrà fare i conti con interessi contrapposti. Parlando di sicurezza i Salman si sono pronunciati a favore della conservazione dell’unità della Siria, sostenuta da Putin, e sulla sorte di Asad si è addirittura sorvolato. Ma hanno pesantemente accusato l’Iran di lavorare per lo squilibrio dell’area (il riferimento allo Yemen è stato diretto) e non è detto che non si troveranno ad appoggiare la mossa trumpiana di smembramento dell’accordo sul nucleare siglato da Obama. Se così dovesse essere le qualità sportive della diplomazia di Putin dovranno dar fondo a chissà quali salti-giro poiché né Khamenei e neppure Rohani si dicono disposti a far marcia indietro.

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29/09/2017

Incontro Putin-Erdogan: la geopolitica delle armi

Si stringe ulteriormente l’alleanza strategica tra Turchia e Russia. Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin si incontrano oggi ad Ankara per parlare soprattutto di tre argomenti: l’acquisto da parte della Turchia di missili antierei S-400 dalla Russia, il referendum per la secessione del Kurdistan dall’Iraq e gli ultimi sviluppi in Siria dopo il nuovo round di colloqui ad Astana.
 
La questione più urgente nell’agenda dei colloqui potrebbe essere proprio il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. Dopo il voto ampiamente in favore di un addio a Baghdad, Erdogan e Putin hanno già ribadito “l’importanza dell’integrità territoriale di Iraq e Siria”. Ossia no all’ipotesi della creazione di uno Stato curdo, idea alla quale la Turchia è pronta ad opporsi facendo uso anche della forza militare.

Subito dopo c’è la vicenda dei missili russi S-400 di cui Ankara intende dotarsi. “In Siria ci sono già gli S-400 e anche la Turchia deve averli. Non vogliamo solo gli S-400, ma anche gli S-500, perfino gli S-600″, ha affermato in varie occasioni Erdogan. Da parte sua il sottosegretario turco all’industria della difesa, Ismail Demir ha annunciato che la Russia consegnerà gli S-400 alla Turchia entro due anni. A sua volta, Vladimir Kozhin, assistente del presidente russo, ha riferito che la fornitura alla Turchia del sistema di difesa anti-aerea e anti-missile risponde pienamente agli interessi di Mosca. “Tutte le decisioni adottate in questo contratto corrispondono rigorosamente ai nostri interessi strategici”, ha dichiarato.

Lo scorso luglio il Pentagono accusò la Turchia di investire in un sistema di difesa russo invece che nella tecnologia della Nato. Il portavoce del dipartimento della difesa statunitense, Jeff Davis, manifestò forte preoccupazione per l’acquisto da parte della Turchia di tecnologia russa, in conflitto con le armi utilizzate dall’Alleanza atlantica. Erdogan ha respinto seccamente le critiche degli Usa e dei Paesi occidentali sull’acquisizione degli S-400. “La Turchia, come membro della Nato, continuerà a realizzare il suo apparato di difesa”,  ha detto perentorio il leader turco, aggiungendo che Ankara “prenderà le misure necessarie per garantire la sua sicurezza”. La Turchia è il primo paese della Nato a dotarsi di un sistema strategico non integrabile nella rete di difesa missilistica dell’Alleanza. Secondo gli esperti, con l’acquisizione degli S-400, la Turchia ora dovrà mettere a disposizione dei tecnici russi i codici dei missili statunitensi e di altri sistemi Nato, come radar e sistemi di trasmissione dati coinvolti nella rete difensiva.

Sul tavolo dell’incontro di oggi tra Putin e Erdogan c’è naturalmente la Siria. Nei giorni scorsi ad Astana, in Kazakhstan, Russia, Turchia e Iran – i tre Paesi garanti degli accordi di tregua in Siria – hanno deciso di proclamare zona di de-escalation anche la provincia siriana settentrionale di Idlib, sotto il controllo di Hay’at Tahrir as Sham, una coalizione di gruppi terroristici guidati dall’ex Fronte an Nusra (al Qaeda). Damasco, ha comunicato il ministro degli esteri siriano Walid Muallem, è favorevole alla partecipazione, come osservatori, di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Cina ai futuri colloqui nella capitale del Kazakistan. Nella lista non compare il Libano che pure veniva indicato potenziale candidato a svolgere questo ruolo.

AGGIORNAMENTI

ORE 14 Erdogan: fermate l’indipendenza curda
Rivolgendosi oggi direttamente al presidente curdo iracheno Massud Barzani, il leader turco Erdogan è tornato ad intimare un passo indietro ai curdi rispetto all’esito del referendum di lunedì sull’indipendenza, approvato con un plebiscito. “Sei alla guida dell’Iraq del nord, hai soldi, benessere e ogni cosa, hai il petrolio”, ha detto Erdogan a Barzani invitandolo a non dare il via ad una “avventura destinata a concludersi con una delusione”. Lanciando poi minacce agli “attori delle regione, Erdogan ha detto che la Turchia fermerà “il tentativo di divisione in Iraq. Questa volta i nuovi Lawrence (d’Arabia) non ce la faranno”.

22/11/2016

Mosca schiera i missili a Kaliningrad: “la Nato ci minaccia”


"La minaccia reale alla sicurezza oggi non è la Russia" ma tra le altre "l'imminente collocamento in Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, di unità di combattimento delle forze armate della NATO, che costituiscono la spina dorsale delle forze armate statunitensi". E’ quanto ha detto oggi il portavoce del ministero della Difesa generale di Mosca, il maggiore Igor Konashenkov, a proposito delle polemiche scatenate dalla decisione russa di schierare un sistema missilistico nell’enclave di Kaliningrad.

Il ministero della Difesa russo ha risposto a una dichiarazione del rappresentante ufficiale del Dipartimento di Stato americano, John Kirby, che aveva definito la presenza di sistemi missilistici anti-aerei S-400, di altri complessi missilistici operativo-tattici Iskander e di sistemi missilistici per la difesa costiera Bastion nella enclave di Kaliningrad (sul Mar Baltico) "una minaccia per la sicurezza europea".

Konashenkov ha detto che per "l'ex contrammiraglio della marina statunitense e ora un portavoce del Dipartimento di Stato, non sarebbe male sapere che la regione di Kaliningrad è parte integrante della Federazione Russa". Aggiungendo che "la sicurezza dello Stato russo è prerogativa solo della leadership del nostro paese. Pertanto, tutti i reclami e suggerimenti su dove, quando, cosa e come fare sul nostro territorio" è meglio che Kirby "se li tenga per sé" secondo il generale.

E poi il generale non ha rinunciato al suo affondo, ormai quasi d'obbligo nella accesa dialettica tra Russia e Stati Uniti: "la minaccia reale per sicurezza oggi non è la Russia ma la saturazione degli armamenti e di militari di origine non europea". Per poi citare le dislocazioni in Polonia e Romania e "l'imminente collocamento in Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, delle unità di combattimento delle forze armate della NATO”, oltre allo schieramento degli US Marine Corps in Norvegia.

"Quando un Paese diventa membro della Nato, è davvero difficile resistere alla pressione dei Paesi più potenti dell'Alleanza, come gli Stati Uniti, e qualsiasi cosa può facilmente apparire lì: un sistema di difesa anti-missilistica e nuove basi e nuovi sistemi di attacco, se serve – ha dichiarato ieri il presidente russo Vladimir Putin facendo riferimento alla necessità di difendersi da parte di Mosca, in un'intervista rilasciata al regista statunitense Oliver Stone. Dobbiamo prendere contromisure come per esempio colpire con i nostri sistemi missilistici quelle installazioni che dal nostro punto di vista ci minacciano" ha aggiunto il capo del Cremlino.

I missili supersonici Oniks installati a Kaliningrad, nell'ambito del sistema anti-nave Bastion, hanno fatto la loro prima apparizione la scorsa settimana nei combattimenti in Siria. I missili tattici Iskander e S-400, invece, sono destinati alla difesa aerea. Dalla base di Kaliningrad potrebbero colpire aerei e missili Nato dalla maggior parte delle regioni del Baltico.

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10/12/2015

Siria: la NATO in una “lose-lose” situation

L’iniziativa turca di abbattere il SU-24 russo si sta rivelando un clamoroso errore strategico.

Alla coalizione NATO, ad un passo dall’essere estromessa dalla Siria, resta solo un’onorevole accordo con Assad.


I fatti sono noti, l’abbattimento del Sukhoi 24 avvenuto il 23 Novembre non è stato un episodio sfuggito di mano ma il segnale di apertura di una crisi profonda e gravissima lucidamente cercata. Che sia stato un tentativo di Erdogan di tirare in ballo la NATO per sostenere le sue ambizioni sulla parte di Siria confinante con la Turchia o che sia stato un atto concordato con gli USA, a questo punto conta poco. Di fatto la NATO non ha deluso le aspettative di Erdogan e seppur in modo lento e graduale si sta schierando sul teatro siriano senza coordinarsi con l’azione russa e quindi in antagonismo con essa.

L’azione dei Tornado britannici e dei Rafale francesi ha costituito poco più che un’interferenza nell’attività russa, gli obiettivi restano diversi, come segnalato dal giornalista siriano Naman Tarcha, gli aerei francesi nei primi raid conseguenti alla strage di Parigi bombardando la città di Raqqua hanno colpito una centrale elettrica danneggiando prevalentemente la popolazione civile:
Stessa cosa riescono a fare una decina di giorni dopo gli aerei USA:
Ma al di là dei diversi obiettivi, la coalizione NATO mostra in realtà la sua debolezza più che la forza, francesi e inglesi possono mettere insieme una quantità esigua di mezzi e il precedente della guerra in Libia, nella quale terminarono le munizioni dopo un mese di bombardamenti (vedi Washington Post: NATO runs short on some munitions in Libya), mostra una capacità militare molto più modesta di quello che si vorrebbe far credere.

Se lo scopo dell’intervento degli alleati europei appare quello di impedire un’affermazione russa e una conseguente Siria riunificata sotto Assad, l’azione turca si spinge oltre fino a cercare un casus belli con la Russia, qualcosa che ricorda molto da vicino l’incidente del Tonchino del 1964 quando con una simulata aggressione nord vietnamita alla nave USS Maddox venne dato il via alla guerra del Viet Nam.

Ma l’iniziativa turca ha avuto come conseguenza quella di creare le condizioni per il dispiegamento in territorio siriano del sistema di difesa missilistico S-400, forse il più efficiente attualmente sulla scena mondiale, come documentato da Russia Today il 26 novembre, a soli tre giorni dall’incidente con la Turchia:


Il raggio d’azione e le altissime prestazioni del sistema S300 – S400, dispiegato mettono l’intera regione sotto il suo controllo:


Le azioni degli aerei della Gran Bretagna sono state definite illegali, e anch’esse condotte con un numero esiguo di aerei come nel caso di quelli francesi. Ma quello che più va notato è il fatto che i bombardieri Tornado volano affiancati dai moderni Typhoon, aerei non adatti al bombardamento ma in grado di “vedere” meglio i jet russi (con i quali evidentemente non si coordinano) e di ingaggiare eventuali confronti con essi, fatto che denota la possibilità e il timore di uno scontro.
Per ultimi, e davvero ultimi, arriveranno i Tornado di una Germania che volendo mostrare i muscoli ha finito col mostrare invece la propria debolezza: su 66 Tornado teoricamente disponibili solo 29 sono in grado di volare, come denunciato dalla BBC: Syria conflict: Half of German Tornado jets ‘not airworthy’.

Contemporaneamente a queste iniziative, che complessivamente risultano addirittura goffe, la nuova capacità siriana di difendere in modo efficace e credibile il proprio spazio aereo ha avuto come conseguenza la prima denuncia da parte del governo di Damasco di quanto da sempre affermato in via ufficiosa: gli aerei della coalizione hanno come vero obiettivo non l’IS ma le forze dell’esercito regolare siriano e i suoi alleati. E così il 7 Dicembre il governo siriano denuncia per la prima volta un attacco degli aerei USA ad una propria caserma.

Adesso che l’esercito siriano è in grado di difendere il proprio spazio aereo un futuro attacco alle proprie postazioni potrebbe avere conseguenze serie, potrebbe portare ad una reazione legittima dal punto di vista del diritto internazionale e gli aerei attaccanti rischierebbero di trovare degli S-300/400 sulla via del ritorno. E se le leggi sono uguali per tutti, i siriani avrebbe maggiori giustificazioni di quante ne abbia avute la Turchia.

Se poi a seguito dell’eventuale abbattimento di un aereo NATO si pensasse ad una rappresaglia aerea o con missili cruise, questa sarebbe vanificata dallo stesso sistema S-300 /400; la realtà è che la Siria ormai non si può più sottoporre ad un “trattamento” irakeno o libico. Alla coalizione non resta che un’unica via d’uscita onorevole, quella di concordare con Damasco le azioni di bombardamento e combattere veramente, ed esclusivamente, l’IS.

E’ la fine di un’era. Ed è la fine di un progetto che voleva la NATO come gendarme del mondo. Di fronte alla prima vera guerra condotta contro strumenti e armamenti moderni l’alleanza si è rivelata senza i mezzi e la volontà per condurre una vera guerra. Ad eccezione degli USA gli altri alleati si mostrano titubanti e stentano infine a mettere insieme qualche decina di aerei per un intervento vicino i confini di casa. Si tratta inoltre di alleati che hanno già dimostrato di avere munizioni per un solo mese di combattimento e per di più effettuato contro nemici pressoché disarmati.

In ultima analisi possiamo dire di essere di fronte ad una vera e propria situazione di sconfitta per la NATO, e con essa giunge la fine dell’eccezionalismo americano. L’unica speranza è che negli USA riescano ad accettare questa realtà.

27/11/2014

Mosca vende a Pechino sistemi antimissile per 3 miliardi


La Russia ha firmato con la Cina il suo primo contratto per l'esportazione di sistemi di difesa missilistica Triumf S-400, per un valore di 3 miliardi di dollari. Lo scrive oggi l'agenzia di stampa Interfax.

"Un contratto tra Rosobotonexport e il ministero della Difesa cinese è stato firmato all'inizio di quest'autunno per la fornitura di almeno sei batterie di sistemi di difesa missilistica S-400 da oltre 3 miliardi di dollari", si legge in un articolo di Vedomosti.

Negoziati per la vendita degli S-400 alla CIna continuavano da anni e il ministero della Difesa russo, nel 2011, ha chiarito che le fornitura comunque non partirà prima del 2016, perché prima dovrà essere equipaggiato l'esercito russo.

Fonte

Dal punto di vista geopolitico è una notizia di notevole rilevanza, a dimostrazione che i poli imperliatici concorrenti non danno assolutamente per scontata la pace in uesta fase storica.