di Michelangelo Cocco
L’arresto del vice capo della commissione centrale militare Zhang Youxia evidenzia la volontà del presidente cinese di mantenere il controllo assoluto su un esercito obbediente. Più che per Taiwan i militari secondo Xi devono servire a fronteggiare qualsiasi minaccia interna sostenuta dall’esterno.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/02/2026
26/11/2023
Gli israeliani negano impauriti, mentre la loro società scivola verso il fascismo
Ci sono momenti in cui mi chiedo seriamente in che paese vivo. Ma soprattutto mi chiedo che tipo di Paese potrebbe diventare il giorno dopo la fine di questa guerra tremenda.
Lunedì mi sono collegato con un incontro su Zoom con l’Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, un’organizzazione che rappresenta i cittadini palestinesi e che include fra i suoi membri politici, accademici e attivisti.
È stato un atto di tradimento? Potrebbe esserlo stato.
Giovedì è stato arrestato Mohammed Baraka, capo del comitato ed ex leader del partito di sinistra Hadash, deputato della Knesset per 16 anni.
Sono stati arrestati anche altri due alti esponenti politici, Sami Abu Shehadeh, leader ed ex parlamentare del partito Balad, e Haneen Zoabi, un altro ex deputato.
Il loro crimine: indire una piccola dimostrazione a Nazareth contro la guerra a Gaza.
Adesso guardare il canale di Hamas su Telegram è certamente un reato per il quale puoi passare un anno in prigione.
Si sta verificando un’epurazione di studenti e insegnanti palestinesi nelle università e nei college israeliani.
Adalah, il centro legale ed ente per i diritti umani guidato da palestinesi, segue già più di 100 casi di studenti e insegnanti sbrigativamente espulsi per ciò che avevano scritto a proposito di Gaza sui social media o persino in gruppi privati su WhatsApp.
Secondo Adalah alcuni di questi post citavano semplicemente dei versetti del Corano o pubblicavano liste di giornalisti presenti a Gaza.
Hasan Jabarin, il direttore generale di Adalah, ha raccontato al comitato di un‘insegnante convocata per aver postato che “non esiste altro dio all’infuori di Allah”, una frase pronunciata in occasione di un lutto.
Ha spiegato che la zia era morta e la scuola ha richiesto di vederne il certificato di morte e solo allora l’hanno “perdonata”.
La caccia alle streghe è cominciata all’Università di Haifa.
Lo stesso giorno dell’attacco di Hamas una studentessa ha ricevuto una lettera dal rettore che le comunicava che era stata sospesa dal corso e che il giorno dopo doveva liberare la sua stanza nella casa dello studente.
Era stata accusata di aver “sostenuto l’attacco terroristico contro gli insediamenti vicino a Gaza e l’uccisione di innocenti”, un’accusa che lei ha categoricamente negato.
C’è stata una protesta e una petizione firmata da 24 docenti che chiedevano un procedimento regolare e che il caso venisse esaminato da una commissione disciplinare.
Adalah si sta occupando del caso. L’espulsione della studentessa, ha affermato in una lettera all’università, è stata “arbitraria e irragionevole” e costituisce una “seria violazione dei diritti della studentessa a un procedimento equo, all’alloggio e alla libertà di espressione”.
Il caso è tuttora pendente.
E non sta succedendo solo ad Haifa. Una mia amica, Warda Saadeh, docente al Kaye College, un centro di formazione per insegnanti a Beersheba, ha postato che Gaza è stata sotto assedio per 16 anni, senza in alcun modo giustificare o lodare l’attacco di Hamas. Ha condannato chiaramente l’uccisione di civili. È stata licenziata dopo 30 anni di lavoro presso il college.
La stessa cosa sta avvenendo nel servizio sanitario israeliano dove i palestinesi costituiscono il 40% del personale in ospedali, centri medici e farmacie.
Nihaya Daoud, una studiosa di salute pubblica presso l’università Ben Gurion del Negev e direttrice della sotto-commissione per la salute del comitato di follow-up, ha raccontato di una campagna per espellere medici e operatori sanitari, talvolta anche per ciò che avevano scritto prima che iniziasse la guerra.
Abed Samarah, un cardiologo dell’ospedale Hasharon, è stato licenziato senza possibilità di difendersi perché aveva postato, un anno prima dell’attacco, la bandiera dell’Islam con una colomba che porta un ramo d’ulivo.
Daoud ha affermato che i palestinesi nel servizio sanitario sono vittime di molestie da parte di colleghi ebrei e che nessuna azione viene intrapresa dai sindacati o dalle associazioni mediche.
Gode di impunità anche la petizione firmata da centinaia di medici ebrei israeliani che hanno invocato il bombardamento dell’ospedale Shifa a Gaza City, una richiesta che, secondo Daoud, è senza precedenti sia in Israele che nel resto del mondo, sostenendo che è in diretta violazione sia delle Convenzioni di Ginevra che del giuramento di Ippocrate.
Psicopolizia
Ancora più preoccupante è il fatto che molto di ciò non viene dall’alto, da un governo pieno di elementi di estrema destra.
Queste epurazioni da ‘psicopolizia’ sono fatte dall’università o dalle stesse autorità dell’ospedale.
Sono i colleghi ebrei di docenti e dottori palestinesi che sono in azione.
Cosa sta succedendo?
Primo, penso che sia una decisione consapevole e collettiva a livello ufficiale e non, per fuggire dalla realtà.
Lo scorso venerdì nessun canale televisivo israeliano ha trasmesso il discorso di Hasan Nasrallah, il leader di Hezbollah, con la motivazione che avrebbe aiutato il nemico.
Al Jazeera, al contrario, ha trasmesso dal vivo le quotidiane conferenze stampa dell’esercito israeliano.
Troppi ebrei israeliani vogliono estraniarsi dalla realtà, cioè che i due milioni di palestinesi che vivono in Israele sono solidali con la gente di Gaza. Ovviamente lo sono. Molti di loro, specialmente a Giaffa o Ramle, hanno famigliari a Gaza, rifugiati fuggiti da queste città nel 1948.
Ma Israele agisce come se il forte legame fra queste parti diverse del popolo palestinese scomparisse se nessuno ne parla.
Lo stesso mondo immaginario circonda il problema degli ostaggi. Due settimane fa, prima che cominciasse l’offensiva di terra, entrambe le parti erano vicine a un accordo per il rilascio di donne, minori e stranieri in cambio di donne e minori palestinesi detenuti in carceri israeliane.
Come riferito da Middle East Eye, c’erano dei problemi irrisolti sulla lunghezza del cessate il fuoco e su quali dei prigionieri israeliani dovessero essere rilasciati, ma le due parti erano state descritte dai negoziatori in Qatar come a “un centimetro” dall’accordo.
Accordo che è saltato quando è cominciata l’invasione di terra: allora la storia è cambiata.
Il portavoce dell’esercito israeliano e poi tutti i commentatori militari e corrispondenti hanno assunto la posizione secondo cui l’invasione di terra stava sottoponendo Hamas a una maggiore pressione per il rilascio degli ostaggi.
Alcune delle famiglie degli ostaggi sono chiaramente in disaccordo, ma non possono dirlo per timore di sembrare poco patriottici.
Nessuno pone mai la domanda: “Perché mai un’invasione di terra metterebbe una pressione maggiore su Hamas a favore del rilascio degli ostaggi? Come? Perché?”
Visione distorta
È solo un’altra domanda sepolta sotto le macerie di questa guerra. La stessa cosa vale per ciò che gli ebrei israeliani vedono e sentono di ciò che sta accadendo a Gaza. Non ci sono praticamente immagini delle atrocità.
Le imponenti dimostrazioni settimanali a Londra, Washington e altrove sono rappresentate come gente di sinistra in tutto il mondo che sostiene i massacri dei civili israeliani.
Il disgusto crescente in tutto il mondo per quello che Israele sta facendo a Gaza non viene riportato, e quando lo si fa è in un modo completamente distorto, come un enorme complotto antisemita contro gli ebrei e Israele.
L’epurazione non si limita ai palestinesi. Dissidenti ebrei stanno vivendo il controllo di massa.
Eran Rolnik, uno psichiatra che per anni ha scritto su Haaretz, è stato convocato mercoledì dalla Commissione dei dipendenti pubblici per gli articoli che aveva scritto contro Netanyahu.
Meir Baruchin, un insegnante di educazione civica che posta nomi e foto di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza o in Cisgiordania, è stato arrestato giovedì per “istigazione al tradimento”.
Israel Frey, un giornalista ultra-ortodosso di sinistra, che ha scritto che prega per i bambini vittime sia nei kibbutz che a Gaza, se ne sta ancora nascosto, dopo essere fuggito da casa quando una folla si è radunata davanti alla sua abitazione.
La domanda principale, e la mia maggiore paura, è: cosa succederà dopo?
Si può collocare questo attuale regno del terrore in un contesto di paura e vendetta, sentimento comprensibile anche se molto esagerato in seguito agli atroci attacchi di Hamas in conseguenza dei quali nessun ebreo israeliano si sente al sicuro a casa propria.
Ma questo regime viscerale di zittire e intimidire svanirà a guerra finita? O siamo sulla soglia di una vera e propria repressione contro i dissidenti palestinesi e israeliani?
Israele sta precipitando verso l’abisso del fascismo? Sfortunatamente non posso dare una risposta rassicurante.
Fonte
Lunedì mi sono collegato con un incontro su Zoom con l’Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, un’organizzazione che rappresenta i cittadini palestinesi e che include fra i suoi membri politici, accademici e attivisti.
È stato un atto di tradimento? Potrebbe esserlo stato.
Giovedì è stato arrestato Mohammed Baraka, capo del comitato ed ex leader del partito di sinistra Hadash, deputato della Knesset per 16 anni.
Sono stati arrestati anche altri due alti esponenti politici, Sami Abu Shehadeh, leader ed ex parlamentare del partito Balad, e Haneen Zoabi, un altro ex deputato.
Il loro crimine: indire una piccola dimostrazione a Nazareth contro la guerra a Gaza.
Adesso guardare il canale di Hamas su Telegram è certamente un reato per il quale puoi passare un anno in prigione.
Si sta verificando un’epurazione di studenti e insegnanti palestinesi nelle università e nei college israeliani.
Adalah, il centro legale ed ente per i diritti umani guidato da palestinesi, segue già più di 100 casi di studenti e insegnanti sbrigativamente espulsi per ciò che avevano scritto a proposito di Gaza sui social media o persino in gruppi privati su WhatsApp.
Secondo Adalah alcuni di questi post citavano semplicemente dei versetti del Corano o pubblicavano liste di giornalisti presenti a Gaza.
Hasan Jabarin, il direttore generale di Adalah, ha raccontato al comitato di un‘insegnante convocata per aver postato che “non esiste altro dio all’infuori di Allah”, una frase pronunciata in occasione di un lutto.
Ha spiegato che la zia era morta e la scuola ha richiesto di vederne il certificato di morte e solo allora l’hanno “perdonata”.
La caccia alle streghe è cominciata all’Università di Haifa.
Lo stesso giorno dell’attacco di Hamas una studentessa ha ricevuto una lettera dal rettore che le comunicava che era stata sospesa dal corso e che il giorno dopo doveva liberare la sua stanza nella casa dello studente.
Era stata accusata di aver “sostenuto l’attacco terroristico contro gli insediamenti vicino a Gaza e l’uccisione di innocenti”, un’accusa che lei ha categoricamente negato.
C’è stata una protesta e una petizione firmata da 24 docenti che chiedevano un procedimento regolare e che il caso venisse esaminato da una commissione disciplinare.
Adalah si sta occupando del caso. L’espulsione della studentessa, ha affermato in una lettera all’università, è stata “arbitraria e irragionevole” e costituisce una “seria violazione dei diritti della studentessa a un procedimento equo, all’alloggio e alla libertà di espressione”.
Il caso è tuttora pendente.
E non sta succedendo solo ad Haifa. Una mia amica, Warda Saadeh, docente al Kaye College, un centro di formazione per insegnanti a Beersheba, ha postato che Gaza è stata sotto assedio per 16 anni, senza in alcun modo giustificare o lodare l’attacco di Hamas. Ha condannato chiaramente l’uccisione di civili. È stata licenziata dopo 30 anni di lavoro presso il college.
La stessa cosa sta avvenendo nel servizio sanitario israeliano dove i palestinesi costituiscono il 40% del personale in ospedali, centri medici e farmacie.
Nihaya Daoud, una studiosa di salute pubblica presso l’università Ben Gurion del Negev e direttrice della sotto-commissione per la salute del comitato di follow-up, ha raccontato di una campagna per espellere medici e operatori sanitari, talvolta anche per ciò che avevano scritto prima che iniziasse la guerra.
Abed Samarah, un cardiologo dell’ospedale Hasharon, è stato licenziato senza possibilità di difendersi perché aveva postato, un anno prima dell’attacco, la bandiera dell’Islam con una colomba che porta un ramo d’ulivo.
Daoud ha affermato che i palestinesi nel servizio sanitario sono vittime di molestie da parte di colleghi ebrei e che nessuna azione viene intrapresa dai sindacati o dalle associazioni mediche.
Gode di impunità anche la petizione firmata da centinaia di medici ebrei israeliani che hanno invocato il bombardamento dell’ospedale Shifa a Gaza City, una richiesta che, secondo Daoud, è senza precedenti sia in Israele che nel resto del mondo, sostenendo che è in diretta violazione sia delle Convenzioni di Ginevra che del giuramento di Ippocrate.
Psicopolizia
Ancora più preoccupante è il fatto che molto di ciò non viene dall’alto, da un governo pieno di elementi di estrema destra.
Queste epurazioni da ‘psicopolizia’ sono fatte dall’università o dalle stesse autorità dell’ospedale.
Sono i colleghi ebrei di docenti e dottori palestinesi che sono in azione.
Cosa sta succedendo?
Primo, penso che sia una decisione consapevole e collettiva a livello ufficiale e non, per fuggire dalla realtà.
Lo scorso venerdì nessun canale televisivo israeliano ha trasmesso il discorso di Hasan Nasrallah, il leader di Hezbollah, con la motivazione che avrebbe aiutato il nemico.
Al Jazeera, al contrario, ha trasmesso dal vivo le quotidiane conferenze stampa dell’esercito israeliano.
Troppi ebrei israeliani vogliono estraniarsi dalla realtà, cioè che i due milioni di palestinesi che vivono in Israele sono solidali con la gente di Gaza. Ovviamente lo sono. Molti di loro, specialmente a Giaffa o Ramle, hanno famigliari a Gaza, rifugiati fuggiti da queste città nel 1948.
Ma Israele agisce come se il forte legame fra queste parti diverse del popolo palestinese scomparisse se nessuno ne parla.
Lo stesso mondo immaginario circonda il problema degli ostaggi. Due settimane fa, prima che cominciasse l’offensiva di terra, entrambe le parti erano vicine a un accordo per il rilascio di donne, minori e stranieri in cambio di donne e minori palestinesi detenuti in carceri israeliane.
Come riferito da Middle East Eye, c’erano dei problemi irrisolti sulla lunghezza del cessate il fuoco e su quali dei prigionieri israeliani dovessero essere rilasciati, ma le due parti erano state descritte dai negoziatori in Qatar come a “un centimetro” dall’accordo.
Accordo che è saltato quando è cominciata l’invasione di terra: allora la storia è cambiata.
Il portavoce dell’esercito israeliano e poi tutti i commentatori militari e corrispondenti hanno assunto la posizione secondo cui l’invasione di terra stava sottoponendo Hamas a una maggiore pressione per il rilascio degli ostaggi.
Alcune delle famiglie degli ostaggi sono chiaramente in disaccordo, ma non possono dirlo per timore di sembrare poco patriottici.
Nessuno pone mai la domanda: “Perché mai un’invasione di terra metterebbe una pressione maggiore su Hamas a favore del rilascio degli ostaggi? Come? Perché?”
Visione distorta
È solo un’altra domanda sepolta sotto le macerie di questa guerra. La stessa cosa vale per ciò che gli ebrei israeliani vedono e sentono di ciò che sta accadendo a Gaza. Non ci sono praticamente immagini delle atrocità.
Le imponenti dimostrazioni settimanali a Londra, Washington e altrove sono rappresentate come gente di sinistra in tutto il mondo che sostiene i massacri dei civili israeliani.
Il disgusto crescente in tutto il mondo per quello che Israele sta facendo a Gaza non viene riportato, e quando lo si fa è in un modo completamente distorto, come un enorme complotto antisemita contro gli ebrei e Israele.
L’epurazione non si limita ai palestinesi. Dissidenti ebrei stanno vivendo il controllo di massa.
Eran Rolnik, uno psichiatra che per anni ha scritto su Haaretz, è stato convocato mercoledì dalla Commissione dei dipendenti pubblici per gli articoli che aveva scritto contro Netanyahu.
Meir Baruchin, un insegnante di educazione civica che posta nomi e foto di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza o in Cisgiordania, è stato arrestato giovedì per “istigazione al tradimento”.
Israel Frey, un giornalista ultra-ortodosso di sinistra, che ha scritto che prega per i bambini vittime sia nei kibbutz che a Gaza, se ne sta ancora nascosto, dopo essere fuggito da casa quando una folla si è radunata davanti alla sua abitazione.
La domanda principale, e la mia maggiore paura, è: cosa succederà dopo?
Si può collocare questo attuale regno del terrore in un contesto di paura e vendetta, sentimento comprensibile anche se molto esagerato in seguito agli atroci attacchi di Hamas in conseguenza dei quali nessun ebreo israeliano si sente al sicuro a casa propria.
Ma questo regime viscerale di zittire e intimidire svanirà a guerra finita? O siamo sulla soglia di una vera e propria repressione contro i dissidenti palestinesi e israeliani?
Israele sta precipitando verso l’abisso del fascismo? Sfortunatamente non posso dare una risposta rassicurante.
Fonte
27/02/2023
Guerra in ucraina - Bakhmut sta cadendo. Crescono i dubbi sull’oltranzismo di guerra
Con un decreto presidenziale datato 26 febbraio, Zelensky ha licenziato il capo delle forze militari congiunte, attive nel Donbass, Eduard Moskalov. È ormai una vera e propria epurazione quella che sta decapitando i vertici militari e politici ucraina e di solito non è un buon segnale di tenuta.
Intanto la sorte di Bakhmut appare segnata. “Si sono manifestate circostanze favorevoli per l’accerchiamento del nemico ad Artemovsk” (così i russi chiamano Bakhmut). Ad affermarlo è Denis Pushilin, capo ad interim della Repubblica popolare di Donetsk, in onda sul canale televisivo russo Rossiya 24. La liberazione di Yagodny e Berkhovka da parte delle forze del gruppo Wagner ha permesso di raggiungere Khromovo e il villaggio di Bogdanovka, ha spiegato Pushilin. Questo crea “circostanze fortunate per circondare il nemico e comprimere l’anello”.
Fonti della Repubblica di Donetsk confermano che i distaccamenti avanzati del gruppo Wagner stanno già combattendo quasi nel centro della città.
Dal canto suo, e nonostante le evidenze sul campo, Zelenski è intervenuto al Forum internazionale di Kaunas (Lituania) affermando la Federazione Russa “deve perdere in Ucraina”.
“Il revanscismo russo dovrebbe dimenticare per sempre Kyiv e Vilnius, Chisinau e Varsavia, i nostri fratelli in Lettonia ed Estonia, in Georgia e in qualsiasi altro paese minacciato da assassini russi. Possiamo farcela. Abbiamo questa opportunità storica... la nostra indipendenza. La salveremo sicuramente. Pertanto, in questo momento dobbiamo agire in modo tale da dare ai nostri popoli garanzie affidabili di non ritorno del male”, ha sottolineato Zelenski.
Un linguaggio oltranzista che però appare sempre meno convincenti a molti osservatori e negli stessi paesi alleati all’Ucraina.
Il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in una intervista al giornale La Stampa afferma testualmente: “Sono sempre dell’idea che una soluzione militare non si possa trovare. Né gli uni, i russi, riusciranno mai a disarcionare la leadership ucraina, né gli ucraini potranno riuscire a riconquistare tutti i territori che sono stati invasi dalla Russia. Questo è un dato che rimane costante nel tempo. Sicuramente non possiamo permetterci un altro conflitto ‘congelato’ nel cuore dell’Europa”.
Negli Stati Uniti, Graham Allison, analista internazionale di Harvard e del Council on Foreign Relations ha posto quattro domande pesanti sul Washington Post.
“In un mondo giusto, questa guerra si concluderebbe con una vittoria totale dell’Ucraina che seppellirebbe il presidente russo Vladimir Putin in una tomba ignominiosa... Ma cosa si intende per vittoria contro un Paese come la Russia?” si interroga Allison. “Mentre consideriamo la strada da percorrere, non possiamo sfuggire al fatto che Putin comanda un arsenale di circa 6.000 armi nucleari che potrebbero ucciderci tutti. Per non dimenticare, si consideri l’annuncio di questa settimana che la Russia sospende la partecipazione al New START, l’ultimo trattato di controllo degli armamenti rimasto in vigore con gli Stati Uniti. Per verificare la realtà, è essenziale considerare quattro domande scomode” sottolinea Allison.
Riportiamo qui di seguito le quattro domande che Graham Allison ha messo nero su bianco sul Washington Post:
Fonte
Intanto la sorte di Bakhmut appare segnata. “Si sono manifestate circostanze favorevoli per l’accerchiamento del nemico ad Artemovsk” (così i russi chiamano Bakhmut). Ad affermarlo è Denis Pushilin, capo ad interim della Repubblica popolare di Donetsk, in onda sul canale televisivo russo Rossiya 24. La liberazione di Yagodny e Berkhovka da parte delle forze del gruppo Wagner ha permesso di raggiungere Khromovo e il villaggio di Bogdanovka, ha spiegato Pushilin. Questo crea “circostanze fortunate per circondare il nemico e comprimere l’anello”.
Fonti della Repubblica di Donetsk confermano che i distaccamenti avanzati del gruppo Wagner stanno già combattendo quasi nel centro della città.
Dal canto suo, e nonostante le evidenze sul campo, Zelenski è intervenuto al Forum internazionale di Kaunas (Lituania) affermando la Federazione Russa “deve perdere in Ucraina”.
“Il revanscismo russo dovrebbe dimenticare per sempre Kyiv e Vilnius, Chisinau e Varsavia, i nostri fratelli in Lettonia ed Estonia, in Georgia e in qualsiasi altro paese minacciato da assassini russi. Possiamo farcela. Abbiamo questa opportunità storica... la nostra indipendenza. La salveremo sicuramente. Pertanto, in questo momento dobbiamo agire in modo tale da dare ai nostri popoli garanzie affidabili di non ritorno del male”, ha sottolineato Zelenski.
Un linguaggio oltranzista che però appare sempre meno convincenti a molti osservatori e negli stessi paesi alleati all’Ucraina.
Il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in una intervista al giornale La Stampa afferma testualmente: “Sono sempre dell’idea che una soluzione militare non si possa trovare. Né gli uni, i russi, riusciranno mai a disarcionare la leadership ucraina, né gli ucraini potranno riuscire a riconquistare tutti i territori che sono stati invasi dalla Russia. Questo è un dato che rimane costante nel tempo. Sicuramente non possiamo permetterci un altro conflitto ‘congelato’ nel cuore dell’Europa”.
Negli Stati Uniti, Graham Allison, analista internazionale di Harvard e del Council on Foreign Relations ha posto quattro domande pesanti sul Washington Post.
“In un mondo giusto, questa guerra si concluderebbe con una vittoria totale dell’Ucraina che seppellirebbe il presidente russo Vladimir Putin in una tomba ignominiosa... Ma cosa si intende per vittoria contro un Paese come la Russia?” si interroga Allison. “Mentre consideriamo la strada da percorrere, non possiamo sfuggire al fatto che Putin comanda un arsenale di circa 6.000 armi nucleari che potrebbero ucciderci tutti. Per non dimenticare, si consideri l’annuncio di questa settimana che la Russia sospende la partecipazione al New START, l’ultimo trattato di controllo degli armamenti rimasto in vigore con gli Stati Uniti. Per verificare la realtà, è essenziale considerare quattro domande scomode” sottolinea Allison.
Riportiamo qui di seguito le quattro domande che Graham Allison ha messo nero su bianco sul Washington Post:
“Primo: se la posta in gioco non è solo la sopravvivenza dell’Ucraina, ma il futuro dell’Europa e persino dell’ordine globale, perché non ci sono truppe americane a combattere sul campo di battaglia a fianco dei coraggiosi ucraini? Risposta: Il Presidente Biden ha stabilito fin dall’inizio che gli Stati Uniti “non combatteranno la terza guerra mondiale per l’Ucraina”. Se gli Stati Uniti inviassero truppe americane sul campo di battaglia per uccidere le truppe russe, la guerra diventerebbe rapidamente una guerra tra Stati Uniti e Russia e potrebbe degenerare in una guerra nucleare.è la conclusione di Allison sul Washington Post.
Come sicuramente hanno fatto i leader dell'“impero del male”, Putin comanda un arsenale nucleare pienamente in grado di distruggere gli Stati Uniti. Gli studenti seri di sicurezza nazionale sanno che in questo mondo MAD (distruzione reciproca assicurata), l’intuizione incandescente di Ronald Reagan rimane una verità fondamentale: “Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”. Come certamente è accaduto durante quasi mezzo secolo di Guerra Fredda, la stessa sopravvivenza dell’America richiede la ricerca di modi per difendere e far progredire i nostri interessi senza impegnarsi in un conflitto diretto con la Russia.
Secondo: ha ragione il direttore della CIA William J. Burns quando afferma che l’Ucraina è una guerra che Putin “non crede di potersi permettere di perdere”? Sì: se le condizioni sul campo di battaglia costringono Putin a scegliere tra una sconfitta umiliante, da un lato, e un’escalation del livello di distruzione, dall’altro, è probabile che scelga la seconda. Come ha dimostrato con la campagna di attacchi missilistici che ha distrutto le infrastrutture ucraine, è in grado e disposto a salire di livello. L’esito di questa guerra non è esistenziale per la Russia. Ma lo è per Putin.
Se l’unica alternativa per Putin è la sconfitta decisiva, potrebbe credere di non avere altra scelta che condurre attacchi nucleari tattici sull’Ucraina. Il Presidente John F. Kennedy, dopo essere sopravvissuto alla crisi dei missili di Cuba, dove credeva che ci fosse una possibilità su tre di una guerra che avrebbe estinto centinaia di milioni di anime innocenti, ha offerto ai futuri statisti una grande lezione. Nelle sue parole: “Soprattutto, pur difendendo i propri interessi vitali, le potenze nucleari devono evitare quegli scontri che portano l’avversario a scegliere tra una ritirata umiliante o una guerra nucleare”.
Terzo: se i combattimenti in qualche modo finissero oggi, qualcuno avrebbe dubbi su chi ha vinto e chi ha perso? A prescindere dai guadagni territoriali tattici che Putin potrebbe ottenere una volta terminata questa fase di guerra intensa, nessuno avrà dubbi sul fatto che la guerra di Putin è stata un grave errore strategico. È riuscito a ottenere esattamente il contrario di ciò che intendeva. Il senso di identità e la fiducia degli ucraini nella possibilità di costruire una nazione moderna e vitale non sono mai stati così forti. La NATO non è mai stata così unita e i suoi membri europei molto più disposti a investire nelle proprie capacità militari rispetto a una generazione o più. Ricreando una vivida minaccia russa, Putin ha condannato il suo Paese a una nuova guerra fredda contro un avversario transatlantico unito, la cui economia combinata è 20 volte più grande di quella russa.
Quarto: se immaginiamo una mappa dell’Europa nel 2030 e soppesiamo i fattori che potrebbero determinare la posizione dell’Ucraina su di essa, che importanza avrebbe se le uccisioni si fermassero a 100 miglia a est o a ovest dell’attuale linea di controllo? Gli ucraini non rinunceranno mai all’obiettivo di liberare ogni centimetro del territorio ucraino – né dovrebbero farlo. Ma mentre Zelensky e i suoi sostenitori in Occidente considerano le opzioni sulla strada da percorrere, dovrebbero rivedere la storia postbellica della Germania Ovest. Costruendo una vibrante democrazia di libero mercato all’interno di istituzioni europee più ampie, garantite da una NATO guidata dagli Stati Uniti, la Germania Ovest ha creato le condizioni per cui il recupero del terzo orientale del Paese, occupato dai sovietici, era solo una questione di tempo. L’Ucraina potrebbe diventare la Germania Ovest del XXI secolo?
Se queste risposte sono approssimativamente corrette, dovremmo aspettarci che il futuro dell’Europa sia definito da una nuova guerra fredda con l’Ucraina in prima linea, la NATO alle sue spalle e una lunga attesa per il rinsavimento della Russia post-sovietica”
Fonte
05/04/2021
Turchia - Arrestati 10 ex alti ufficiali della Marina militare
La magistratura turca ha emesso dei mandati di arresto nei confronti di dieci ammiragli in pensione. La loro colpa è aver pubblicato una lettera aperta, sottoscritta da un centinaio di ufficiali, in cui viene criticato il progetto ‘Canale Istanbul’, voluto da Erdogan.
I dieci ammiragli sono già sottoposti a fermo. Altri quattro ufficiali in pensione non sono stati arrestati per l’età avanzata, ma hanno ricevuto l’ordine di presentarsi alla polizia nei prossimi tre giorni. Gli ammiragli per i quali è stato emesso il mandato di arresto sono accusati di “usare la violenza per liberarsi dell’ordine costituzionale”, riferisce l’emittente Ntv.
Il faraonico progetto del “Canale Istanbul” intende bypassare il Bosforo realizzando un collegamento marittimo diretto tra il Mar Nero e Mar di Marmara, un canale simile al canale di Panama o a quello di Suez. Il progetto, ha ottenuto il via libera delle autorità competenti nonostante numerose proteste dell’opposizione e degli ambientalisti.
Nella lettera aperta, gli ammiragli affermano che è “preoccupante” mettere in discussione il trattato di Montreux che regola il traffico navale nello Stretto dei Dardanelli, in quanto esso è un accordo che “protegge al meglio gli interessi turchi”.
Il Trattato di Montreux prevede il libero passaggio delle imbarcazioni civili attraverso il Bosforo e lo stretto dei Dardanelli, sia in tempi di pace che di guerra. Il trattato regolamenta, inoltre, l’utilizzo dello stretto da parte delle navi militari che non sono di Stati affacciati sul Mar Nero.
La magistratura di Ankara ha avviato l’inchiesta per una presunta “intesa per attentare alla sicurezza dello Stato e all’ordine costituzionale”. La lettera è stata duramente criticata dalle autorità turche, che la considerano come un appello a effettuare un golpe. La minaccia del golpe militare è sempre molto sentita in Turchia. Tra il 1960 e il 1980 ce ne sono stati tre. L’ultimo, quello del 2016 contro Erdogan e ispirato dagli Usa, è fallito.
Nella Turchia di Erdogan intanto le “teste” nei posti di comando continuano a saltare. Alla fine di marzo Erdogan ha rimosso il governatore della Banca Centrale del Paese, il falco Naci Agbal, sostituendolo con l’ex parlamentare Sahap Kavcioglu, ex deputato dell’Akp di Erdogan. Si tratta del terzo governatore della Banca Centrale che è saltato il soli 21 mesi. Kavcioglu è un docente universitario e dal 2018 presidente del consiglio d’amministrazione della banca statale Vakif; ha collaborato con le pagine economiche del quotidiano filogovernativo Yeni Safak. Ribadendo l’impegno a riportare il tasso di inflazione al 5 per cento, il neo-governatore Kavcioglu ha ribadito che “gli alti livelli attuali dell’inflazione e le aspettative richiedono una politica monetaria rigida”.
Fonte
I dieci ammiragli sono già sottoposti a fermo. Altri quattro ufficiali in pensione non sono stati arrestati per l’età avanzata, ma hanno ricevuto l’ordine di presentarsi alla polizia nei prossimi tre giorni. Gli ammiragli per i quali è stato emesso il mandato di arresto sono accusati di “usare la violenza per liberarsi dell’ordine costituzionale”, riferisce l’emittente Ntv.
Il faraonico progetto del “Canale Istanbul” intende bypassare il Bosforo realizzando un collegamento marittimo diretto tra il Mar Nero e Mar di Marmara, un canale simile al canale di Panama o a quello di Suez. Il progetto, ha ottenuto il via libera delle autorità competenti nonostante numerose proteste dell’opposizione e degli ambientalisti.
Nella lettera aperta, gli ammiragli affermano che è “preoccupante” mettere in discussione il trattato di Montreux che regola il traffico navale nello Stretto dei Dardanelli, in quanto esso è un accordo che “protegge al meglio gli interessi turchi”.
Il Trattato di Montreux prevede il libero passaggio delle imbarcazioni civili attraverso il Bosforo e lo stretto dei Dardanelli, sia in tempi di pace che di guerra. Il trattato regolamenta, inoltre, l’utilizzo dello stretto da parte delle navi militari che non sono di Stati affacciati sul Mar Nero.
La magistratura di Ankara ha avviato l’inchiesta per una presunta “intesa per attentare alla sicurezza dello Stato e all’ordine costituzionale”. La lettera è stata duramente criticata dalle autorità turche, che la considerano come un appello a effettuare un golpe. La minaccia del golpe militare è sempre molto sentita in Turchia. Tra il 1960 e il 1980 ce ne sono stati tre. L’ultimo, quello del 2016 contro Erdogan e ispirato dagli Usa, è fallito.
Nella Turchia di Erdogan intanto le “teste” nei posti di comando continuano a saltare. Alla fine di marzo Erdogan ha rimosso il governatore della Banca Centrale del Paese, il falco Naci Agbal, sostituendolo con l’ex parlamentare Sahap Kavcioglu, ex deputato dell’Akp di Erdogan. Si tratta del terzo governatore della Banca Centrale che è saltato il soli 21 mesi. Kavcioglu è un docente universitario e dal 2018 presidente del consiglio d’amministrazione della banca statale Vakif; ha collaborato con le pagine economiche del quotidiano filogovernativo Yeni Safak. Ribadendo l’impegno a riportare il tasso di inflazione al 5 per cento, il neo-governatore Kavcioglu ha ribadito che “gli alti livelli attuali dell’inflazione e le aspettative richiedono una politica monetaria rigida”.
Fonte
16/01/2020
Bolivia - L’anno inizia con purghe e arresti di dissidenti
L’esilio forzato di Evo Morales, che si è trasferito dal Messico in Argentina a fine 2019 come rifugiato politico, non è bastato alla senatrice Jeanine Añez, presidente pro tempore, la quale ha avviato una fase di epurazioni che non risparmia nessuno: dopo la rimozione dei rappresentanti indigeni dal parlamento, a pagare lo scotto del rapporto con la passata amministrazione sono giornalisti e medici, uomini e donne.
Tabula Rasa
Secondo un’inchiesta di Mint Press News, testata indipendente, Marcelo Hurtado presidente di ATB Network è stato arrestato con l’accusa di evasione fiscale.
Oscurata Tele Sur, emittente di Caracas, mentre altri giornalisti sarebbero rimasti feriti da colpi di pistola e torturati in cella.
La corrispondente di Al Jazeera’s è stata colpita da un lacrimogeno in viso mentre riprendeva le cariche della polizia durante la repressione di novembre 2019.
Il pugno di ferro non avrebbe risparmiato medici ed ospedali: Mirtha Sanjinez, amministratrice del Montero Hospital, che aveva autorizzato il trattamento dei dimostranti feriti, è stata ripresa in manette a Santa Cruz, scortata da due membri mascherati delle Forze Speciali.
Fonti governative riferiscono che sia accusata di aver coperto l’identità di un guerrigliero FARC.
Smantellata l’intera équipe dei medici cubani messi a disposizione degli ospedali: 700 rimpatriati a forza, di cui 143 lavoravano al nosocomio di Cochabamba, rimasto senza personale medico.
Una severa punizione inferta alla città che è stata la roccaforte del MAS, il partito di Evo.
La differenza sostanziale tra la repressione cilena e quella boliviana, sussiste nel fatto che in Cile abitualmente spariscano gli oppositori, una sorta di “lupara bianca” che ha sempre accomunato Cile e Argentina durante i regimi militari. Tattica ripresa negli ultimi mesi durante le rivolte contro il carovita. In Bolivia, invece di ricorrere ai desaparecidos, si preferisce dare la massima risonanza agli arresti, come monito per i dissidenti.
La ministra delle Comunicazioni Roxana Lizarraga ha dichiarato che l’obiettivo dello stato è di smantellare l’intero apparato della propaganda di Morales.
Per dare un segnale chiaro di cambiamento, il governo provvisorio si è affrettato a riprendere i rapporti con gli Stati Uniti, e nominare un nuovo ambasciatore dopo l’ultimo richiamato in patria nel 2008.
L’USAID è stata incaricata di monitorare le prossime elezioni presidenziali fissate per il 3 maggio; alla luce dei tumulti avvenuti dopo che l’OAS (Organizzazione Stati Americani) aveva riscontrato irregolarità durante l’interruzione nella conta delle schede elettorali di ottobre 2019, è lecito sollevare seri dubbi sulla loro imparzialità.
In quella circostanza, come ho già scritto, non venne preso in considerazione il fatto che lo stallo potesse essere dipeso dagli abituali ritardi nella consegna delle urne provenienti dalle zone rurali più lontane, le quali sono sempre state per tradizione lo zoccolo duro di Evo Morales e Álvaro García Linera.
Difatti dopo la ripresa della conta, Morales risultò vincente per 11 punti di scarto in percentuale, determinati presumibilmente dai voti delle suddette aree rurali a lui fedeli: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/10/bolivia-forse-non-sapremo-mai-cose-accaduto-realmente-ma-qualche-certezza-purtroppo-ce/5606540/
L’incertezza più pesante che grava sul nuovo anno in Bolivia, è determinata dal fattore economico: il boom raggiunto durante il primo mandato di Evo, fu favorito dall’export delle materie prime, soprattutto petrolio e gas naturale, e dal loro costo elevato. Il PIL raggiunse la vetta dell’8% per assestarsi poi intorno al 5%, a fronte di un’inflazione del 5,5%.
Le riserve monetarie accumulate (circa 15 miliardi) consentirono un solido welfare e il tasso di povertà medio declinò dal 59.6% del 2005 al 36.4% nel 2017.
Morales seppe coniugare il controllo governativo con una liberalizzazione moderata nel campo dell’estrazione, attraverso un sistema misto di cooperative statali e private.
Il calo dell’export delle materie prime incise però sui profitti, causando le proteste dei nuovi imprenditori nel 2016, che sfociarono nei disordini culminati con il linciaggio del vice-ministro degli Interni.
Attualmente, il deficit della bilancia dei pagamenti è oltre il 5% del PIL, ma tornare a una deregulation sfrenata come vorrebbe il ceto medio-alto che è dietro il golpe di novembre, annullerebbe ciò che resta dello stato sociale boliviano.
Il neoliberismo è il virus che affligge l’America Latina a cicli periodici, e gli ultimi fatti cileni ne sono la prova lampante.
Fonte
Tabula Rasa
Secondo un’inchiesta di Mint Press News, testata indipendente, Marcelo Hurtado presidente di ATB Network è stato arrestato con l’accusa di evasione fiscale.
Oscurata Tele Sur, emittente di Caracas, mentre altri giornalisti sarebbero rimasti feriti da colpi di pistola e torturati in cella.
La corrispondente di Al Jazeera’s è stata colpita da un lacrimogeno in viso mentre riprendeva le cariche della polizia durante la repressione di novembre 2019.
Il pugno di ferro non avrebbe risparmiato medici ed ospedali: Mirtha Sanjinez, amministratrice del Montero Hospital, che aveva autorizzato il trattamento dei dimostranti feriti, è stata ripresa in manette a Santa Cruz, scortata da due membri mascherati delle Forze Speciali.
Fonti governative riferiscono che sia accusata di aver coperto l’identità di un guerrigliero FARC.
Smantellata l’intera équipe dei medici cubani messi a disposizione degli ospedali: 700 rimpatriati a forza, di cui 143 lavoravano al nosocomio di Cochabamba, rimasto senza personale medico.
Una severa punizione inferta alla città che è stata la roccaforte del MAS, il partito di Evo.
La differenza sostanziale tra la repressione cilena e quella boliviana, sussiste nel fatto che in Cile abitualmente spariscano gli oppositori, una sorta di “lupara bianca” che ha sempre accomunato Cile e Argentina durante i regimi militari. Tattica ripresa negli ultimi mesi durante le rivolte contro il carovita. In Bolivia, invece di ricorrere ai desaparecidos, si preferisce dare la massima risonanza agli arresti, come monito per i dissidenti.
La ministra delle Comunicazioni Roxana Lizarraga ha dichiarato che l’obiettivo dello stato è di smantellare l’intero apparato della propaganda di Morales.
Per dare un segnale chiaro di cambiamento, il governo provvisorio si è affrettato a riprendere i rapporti con gli Stati Uniti, e nominare un nuovo ambasciatore dopo l’ultimo richiamato in patria nel 2008.
L’USAID è stata incaricata di monitorare le prossime elezioni presidenziali fissate per il 3 maggio; alla luce dei tumulti avvenuti dopo che l’OAS (Organizzazione Stati Americani) aveva riscontrato irregolarità durante l’interruzione nella conta delle schede elettorali di ottobre 2019, è lecito sollevare seri dubbi sulla loro imparzialità.
In quella circostanza, come ho già scritto, non venne preso in considerazione il fatto che lo stallo potesse essere dipeso dagli abituali ritardi nella consegna delle urne provenienti dalle zone rurali più lontane, le quali sono sempre state per tradizione lo zoccolo duro di Evo Morales e Álvaro García Linera.
Difatti dopo la ripresa della conta, Morales risultò vincente per 11 punti di scarto in percentuale, determinati presumibilmente dai voti delle suddette aree rurali a lui fedeli: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/10/bolivia-forse-non-sapremo-mai-cose-accaduto-realmente-ma-qualche-certezza-purtroppo-ce/5606540/
L’incertezza più pesante che grava sul nuovo anno in Bolivia, è determinata dal fattore economico: il boom raggiunto durante il primo mandato di Evo, fu favorito dall’export delle materie prime, soprattutto petrolio e gas naturale, e dal loro costo elevato. Il PIL raggiunse la vetta dell’8% per assestarsi poi intorno al 5%, a fronte di un’inflazione del 5,5%.
Le riserve monetarie accumulate (circa 15 miliardi) consentirono un solido welfare e il tasso di povertà medio declinò dal 59.6% del 2005 al 36.4% nel 2017.
Morales seppe coniugare il controllo governativo con una liberalizzazione moderata nel campo dell’estrazione, attraverso un sistema misto di cooperative statali e private.
Il calo dell’export delle materie prime incise però sui profitti, causando le proteste dei nuovi imprenditori nel 2016, che sfociarono nei disordini culminati con il linciaggio del vice-ministro degli Interni.
Attualmente, il deficit della bilancia dei pagamenti è oltre il 5% del PIL, ma tornare a una deregulation sfrenata come vorrebbe il ceto medio-alto che è dietro il golpe di novembre, annullerebbe ciò che resta dello stato sociale boliviano.
Il neoliberismo è il virus che affligge l’America Latina a cicli periodici, e gli ultimi fatti cileni ne sono la prova lampante.
Fonte
16/07/2019
Turchia - Dal golpe fallito al colpo al cuore della NATO
Dal fallito golpe al colpo al cuore della Nato. Così si potrebbero sintetizzare gli ultimi tre anni della Turchia di Erdogan, dalla sera del 15 luglio 2016, quella del fallito colpo di stato, fino alla consegna ad Ankara, venerdì scorso, dei missili russi S-400. È la prima volta che accade una cosa del genere: la Turchia è membro dell’Alleanza dal 1952 e la Dottrina Truman ne aveva fatto l’avamposto sud orientale contro l’Urss.
Ma dalla notte del colpo di stato la Turchia ha cambiato campo con un rapido slittamento verso oriente. Ankara fa parte del sistema di sicurezza occidentale con 24 basi, armi nucleari comprese, e doveva ricevere i nuovi caccia F-35 – ora congelati – ma con l’epurazione nelle Forze armate Erdogan ha fatto fuori i generali laici e kemalisti, più fedeli alla Nato che a lui: sono stati esautorati 17mila militari di ogni grado e 7.300 sono sotto processo.
La mattina seguente il fallito golpe ero a Istanbul con Ahmet Altan, lo scrittore condannato all’ergastolo, accusato di avere fatto parte della cospirazione. Passammo davanti a una caserma della Nato, sigillata dai militanti dell’Akp mentre su uno dei ponti sul Bosforo c’era ancora il sangue del suo vice comandante turco, ucciso mentre era alla testa dei ribelli. Incirlik, la base aerea americana, decisiva per i raid contro l’Isis, era stata chiusa: per una settimana mancò la luce.
«Questo è un tornante della nostra storia», disse Altan che alle vicende di questo Paese ha dedicato saggi e romanzi. Non poteva immaginare che quell’evento lo avrebbe portato dietro le sbarre senza che l’Europa alzasse un dito, mentre in carcere finivano a migliaia, politici, militari, giudici, giornalisti, insegnanti, la leadership curda del partito Hdp, insieme agli affiliati della rete islamica Feto guidata dall’imam Fethullah Gulen, in esilio negli Usa.
Ma l’Europa è quello che è, ricattata da Erdogan che si tiene in casa 3 milioni di profughi siriani mentre lui sfida Bruxelles con le prospezioni offshore al largo di Cipro. Prima o poi anche l’Unione sarà chiamata a reagire: un’altra grana che si profila all’orizzonte.
Ci sarà però un giorno in cui, riscrivendo le cronache di questi anni, qualcuno si domanderà come mai finora gli stati dell’Unione non abbiano detto o fatto nulla nei confronti di Erdogan. E quando vorranno trovarne le ragioni sarà per constatare che i Paesi trainanti dell’Unione, insieme agli Stati Uniti, sono stati suoi complici e allo stesso tempo l’hanno preso in giro con la chimera dell’ingresso nella UE.
Erdogan ha gioco facile a presentarsi come un leader perché l’Europa non si oppone davvero mai a nulla, dal riconoscimento americano di Gerusalemme capitale dello stato ebraico all’annessione del Golan, agli insediamenti dei coloni contro ogni risoluzione dell’Onu. Pur avendo perso il sindaco di Istanbul, il leader turco ha buon gioco nel fare leva sul nazionalismo, oltre che sull’identità musulmana dell’elettorato tradizionalista.
La sfida a Washington nasce da una escalation di incidenti tra Usa e Turchia culminati quando, dopo il colpo di stato fallito, esponenti del partito di maggioranza Akp accusarono gli americani di essere coinvolti. Non solo. Gli Usa ospitano da 20 anni l’imam Fethullah Gulen ritenuto dai turchi il vero capo della rete golpista. E gli americani, Trump compreso, hanno sempre negato la sua estradizione.
Ma tra le questioni critiche ce ne sono diverse. Erdogan ha spesso accusato le istituzioni finanziarie Usa di fare parte della «lobby del tassi di interesse» che ha messo sotto pressione la lira turca. Non a caso ha appena fatto fuori il capo della banca centrale: in Turchia non accadeva dal golpe del generale Evren dell’80.
Poi c’è il problema della Siria. Nel 2011 gli Usa e la Turchia, con le monarchie del Golfo, erano allineati nel tentativo di abbattere Assad al punto che Erdogan ospitava, con l’assenso del segretario di Stato Hillary Clinton, jihadisti di ogni genere e provenienza. Poi le cose si sono complicate. La Turchia è arrivata a uno scontro con la Russia – intervenuta a fianco di Assad – per l’abbattimento di un caccia Sukhoi, ma Putin è stato abile a sfruttare l’episodio convincendo Erdogan che la Russia in Siria gli era più utile degli Usa che stavano tramando per una Nato “araba” capeggiata da Israele.
Non solo. Gli Stati Uniti hanno sostenuto i curdi siriani nella lotta al Califfato mentre Erdogan ritiene che siano tutti «terroristi» e ha persino occupato una parte della regione curda siriana. Trump è stato quindi costretto a tenere le truppe sul campo per evitare uno scontro diretto tra forze armate turche e curdi siriani.
Ecco perché la Turchia si è avvicinata così fortemente a Mosca, con cui ha anche in progetto il gasdotto Turkish Stream, osteggiato da Washington, e una mega commessa per la costruzione di una centrale nucleare. Così Erdogan ha fatto nascere una «Nato a due teste», un ibrido da laboratorio che deve abbaiare al mondo le sue rivendicazioni e forse non mordere.
Fonte
Ma dalla notte del colpo di stato la Turchia ha cambiato campo con un rapido slittamento verso oriente. Ankara fa parte del sistema di sicurezza occidentale con 24 basi, armi nucleari comprese, e doveva ricevere i nuovi caccia F-35 – ora congelati – ma con l’epurazione nelle Forze armate Erdogan ha fatto fuori i generali laici e kemalisti, più fedeli alla Nato che a lui: sono stati esautorati 17mila militari di ogni grado e 7.300 sono sotto processo.
La mattina seguente il fallito golpe ero a Istanbul con Ahmet Altan, lo scrittore condannato all’ergastolo, accusato di avere fatto parte della cospirazione. Passammo davanti a una caserma della Nato, sigillata dai militanti dell’Akp mentre su uno dei ponti sul Bosforo c’era ancora il sangue del suo vice comandante turco, ucciso mentre era alla testa dei ribelli. Incirlik, la base aerea americana, decisiva per i raid contro l’Isis, era stata chiusa: per una settimana mancò la luce.
«Questo è un tornante della nostra storia», disse Altan che alle vicende di questo Paese ha dedicato saggi e romanzi. Non poteva immaginare che quell’evento lo avrebbe portato dietro le sbarre senza che l’Europa alzasse un dito, mentre in carcere finivano a migliaia, politici, militari, giudici, giornalisti, insegnanti, la leadership curda del partito Hdp, insieme agli affiliati della rete islamica Feto guidata dall’imam Fethullah Gulen, in esilio negli Usa.
Ma l’Europa è quello che è, ricattata da Erdogan che si tiene in casa 3 milioni di profughi siriani mentre lui sfida Bruxelles con le prospezioni offshore al largo di Cipro. Prima o poi anche l’Unione sarà chiamata a reagire: un’altra grana che si profila all’orizzonte.
Ci sarà però un giorno in cui, riscrivendo le cronache di questi anni, qualcuno si domanderà come mai finora gli stati dell’Unione non abbiano detto o fatto nulla nei confronti di Erdogan. E quando vorranno trovarne le ragioni sarà per constatare che i Paesi trainanti dell’Unione, insieme agli Stati Uniti, sono stati suoi complici e allo stesso tempo l’hanno preso in giro con la chimera dell’ingresso nella UE.
Erdogan ha gioco facile a presentarsi come un leader perché l’Europa non si oppone davvero mai a nulla, dal riconoscimento americano di Gerusalemme capitale dello stato ebraico all’annessione del Golan, agli insediamenti dei coloni contro ogni risoluzione dell’Onu. Pur avendo perso il sindaco di Istanbul, il leader turco ha buon gioco nel fare leva sul nazionalismo, oltre che sull’identità musulmana dell’elettorato tradizionalista.
La sfida a Washington nasce da una escalation di incidenti tra Usa e Turchia culminati quando, dopo il colpo di stato fallito, esponenti del partito di maggioranza Akp accusarono gli americani di essere coinvolti. Non solo. Gli Usa ospitano da 20 anni l’imam Fethullah Gulen ritenuto dai turchi il vero capo della rete golpista. E gli americani, Trump compreso, hanno sempre negato la sua estradizione.
Ma tra le questioni critiche ce ne sono diverse. Erdogan ha spesso accusato le istituzioni finanziarie Usa di fare parte della «lobby del tassi di interesse» che ha messo sotto pressione la lira turca. Non a caso ha appena fatto fuori il capo della banca centrale: in Turchia non accadeva dal golpe del generale Evren dell’80.
Poi c’è il problema della Siria. Nel 2011 gli Usa e la Turchia, con le monarchie del Golfo, erano allineati nel tentativo di abbattere Assad al punto che Erdogan ospitava, con l’assenso del segretario di Stato Hillary Clinton, jihadisti di ogni genere e provenienza. Poi le cose si sono complicate. La Turchia è arrivata a uno scontro con la Russia – intervenuta a fianco di Assad – per l’abbattimento di un caccia Sukhoi, ma Putin è stato abile a sfruttare l’episodio convincendo Erdogan che la Russia in Siria gli era più utile degli Usa che stavano tramando per una Nato “araba” capeggiata da Israele.
Non solo. Gli Stati Uniti hanno sostenuto i curdi siriani nella lotta al Califfato mentre Erdogan ritiene che siano tutti «terroristi» e ha persino occupato una parte della regione curda siriana. Trump è stato quindi costretto a tenere le truppe sul campo per evitare uno scontro diretto tra forze armate turche e curdi siriani.
Ecco perché la Turchia si è avvicinata così fortemente a Mosca, con cui ha anche in progetto il gasdotto Turkish Stream, osteggiato da Washington, e una mega commessa per la costruzione di una centrale nucleare. Così Erdogan ha fatto nascere una «Nato a due teste», un ibrido da laboratorio che deve abbaiare al mondo le sue rivendicazioni e forse non mordere.
Fonte
18/07/2018
Turchia - Fine dell'emergenza, non dell'ingerenza
Il presidenzialismo assolutista studiato, cercato, ottenuto da Recep Erdoğan con l’ostinazione e il trasformismo con cui ha scioccato il mondo, mette ai suoi piedi tutti i settori del Paese. In questi giorni in cui si prepara un decreto di uscita dall’emergenza post golpe (rinnovata per sette volte nel corso di due anni), ne giungono altri riguardanti gangli economico-finanziari, istituzioni militari e culturali, tutti posti sotto strettissima ‘osservazione’. Vengono addirittura sciolti veri pilastri del laicismo culturale kemalista come l’Opera e i Balletti di Stato, il Teatro di Stato; verranno sostituiti da nuove entità le cui nomine di vertice spettano alla presidenza, non di particolari enti, ovviamente della Repubblica turca. Lo stesso Consiglio Superiore per la vigilanza, che aveva competenze ispettive su istituzioni pubbliche e private, eccezion fatta che per gli ambiti militari e giudiziari, subirà trasformazioni. I controlli s’allargheranno alle stesse istituzioni militari, al di là del rango fino alle alte gerarchie.
Scuole delle Forze armate, la Fondazione dell’apparato della sicurezza, le industrie che si occupano della difesa saranno oggetto delle verifiche del nuovo Consiglio. Il ministero delle Finanze avrà occhio e mani su Banca Centrale, Ziraat Bank e Halkbank, così come una serie di strutture (Agenzia di Supervisione e Regolamento Bancario e simili) verranno gestite dal ministro competente. Un tempo i ministeri coinvolti erano più d’uno. Un controllo ferreo più che dello Stato, del governo e soprattutto del sistema presidenzialista che può collocare uomini di propria totale fiducia nei ruoli chiave. Il settore dell’educazione, terreno in cui il gülenismo del movimento Hizmet aveva creato una rete fittissima di presenze e relazioni fra i suoi adepti, dopo lo stravolgimento operato con migliaia di arresti e decine di migliaia di rimozioni e dimissioni forzate, è in piena ristrutturazione. Le università vedranno collocati ai vertici rettori selezionatissimi, non tanto sul fronte delle competenze, quanto su quello delle obbedienze. Sarà l’occhio del presidente a scegliere i dirigenti degli atenei, per una certezza di omologazione al libero pensiero della nazione turca di modello erdoğaniano.
Un sistema al momento assolutamente vincente, e non solo elettoralmente. La forza del leader islamico che si fa nazione sta nella rete di alleanze interne e internazionali. Quelle globali lo hanno riposizionato, dopo la crisi di tre anni fa, nell’aggrovigliato scacchiere mediorientale. Il rapporto cordiale con l’omologo, anche in capo populistico-autocratico, Vladimir Putin, attualmente lo pone in una posizione di forza davanti a Trump medesimo. Che deve sciogliere il nodo delle forniture militari difensive previste dalla Nato (missili Patriot), aggirato dall’accordo per l’acquisizione del sistema russo S-400. Da gran giocatore d’azzardo qual è, per un ripensamento pare che Erdoğan chieda in cambio al presidente Usa la testa (nel senso di estradizione) di Fetüllah Gülen. Se il baratto dovesse riuscire – sarà difficile, ma la folle idea vellica la vanità geopolitica del sultano – lui porterebbe al cospetto del popolo turco l’attentore all’unità patria. Un colpo di teatro opposto al colpo di stato. In questo il presidentissimo si supera, quasi giustificando l’ingerenza in materia teatrale.
Fonte
Scuole delle Forze armate, la Fondazione dell’apparato della sicurezza, le industrie che si occupano della difesa saranno oggetto delle verifiche del nuovo Consiglio. Il ministero delle Finanze avrà occhio e mani su Banca Centrale, Ziraat Bank e Halkbank, così come una serie di strutture (Agenzia di Supervisione e Regolamento Bancario e simili) verranno gestite dal ministro competente. Un tempo i ministeri coinvolti erano più d’uno. Un controllo ferreo più che dello Stato, del governo e soprattutto del sistema presidenzialista che può collocare uomini di propria totale fiducia nei ruoli chiave. Il settore dell’educazione, terreno in cui il gülenismo del movimento Hizmet aveva creato una rete fittissima di presenze e relazioni fra i suoi adepti, dopo lo stravolgimento operato con migliaia di arresti e decine di migliaia di rimozioni e dimissioni forzate, è in piena ristrutturazione. Le università vedranno collocati ai vertici rettori selezionatissimi, non tanto sul fronte delle competenze, quanto su quello delle obbedienze. Sarà l’occhio del presidente a scegliere i dirigenti degli atenei, per una certezza di omologazione al libero pensiero della nazione turca di modello erdoğaniano.
Un sistema al momento assolutamente vincente, e non solo elettoralmente. La forza del leader islamico che si fa nazione sta nella rete di alleanze interne e internazionali. Quelle globali lo hanno riposizionato, dopo la crisi di tre anni fa, nell’aggrovigliato scacchiere mediorientale. Il rapporto cordiale con l’omologo, anche in capo populistico-autocratico, Vladimir Putin, attualmente lo pone in una posizione di forza davanti a Trump medesimo. Che deve sciogliere il nodo delle forniture militari difensive previste dalla Nato (missili Patriot), aggirato dall’accordo per l’acquisizione del sistema russo S-400. Da gran giocatore d’azzardo qual è, per un ripensamento pare che Erdoğan chieda in cambio al presidente Usa la testa (nel senso di estradizione) di Fetüllah Gülen. Se il baratto dovesse riuscire – sarà difficile, ma la folle idea vellica la vanità geopolitica del sultano – lui porterebbe al cospetto del popolo turco l’attentore all’unità patria. Un colpo di teatro opposto al colpo di stato. In questo il presidentissimo si supera, quasi giustificando l’ingerenza in materia teatrale.
Fonte
29/11/2017
Arabia Saudita - 1 miliardo di dollari per la libertà
di Roberto Prinzi
Dopo più di tre settimane di detenzione in seguito alle purghe “anti-corruzione” del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, sono stati rilasciati ieri in Arabia Saudita due figli del defunto re saudita Abdallah, l’ex capo della Guardia nazionale Miteb (65 anni) e suo fratello Turki. Non è chiaro però se al momento i principi siano effettivamente liberi di muoversi, in particolar modo non si sa se Miteb possa o meno viaggiare o sia costretto a restare nel Paese. Non aiuta a dissipare i dubbi in tal senso il no comment finora scelto da Riyadh. La Reuters – citando una fonte saudita – aveva scritto ieri che per poter essere liberato Miteb avrebbe pagato una somma monstre pari a un miliardo di dollari. Altri tre membri della famiglia reale – ha aggiunto la fonte – avrebbero raggiunto simili accordi con le autorità locali.
Nonostante il silenzio di Riyadh, la presunta intesa economica (o diktat?) appare avere una buona base di credibilità: lo stesso principe “riformatore” Mohammed bin Salman aveva detto la scorsa settimana al New York Times che il 95% degli ufficiali accusati di corruzione ha evitato l’arresto pagando le somme in denaro “acquisite illegalmente”. Anche la statunitense Bloomberg ha fatto sapere che i membri della famiglia reale starebbero negoziando accordi finanziari in cambio della liberazione. Tra questi, scrive il portale Middle East Eye, ci sarebbe anche il ricchissimo e potente principe Waleed bin Talal. La libertà, del resto, ha un costo: re Salman e il figlio lo sanno bene e vogliono perciò ora battere cassa. Quale più gustosa occasione se non spillare soldi ai propri ricchi familiari? L’espressione parenti-serpenti varrà anche in Arabia Saudita.
Se Miteb bin Abdallah è stato ieri rilasciato dopo il suo soggiorno coatto nell’hotel a cinque stelle Ritz-Carlton di Riyadh, restano tuttavia ancora molte ombre sulla sua detenzione. A inizio mese Middle East Eye ha sostenuto che il figlio dell’ex re Abdallah è stato torturato insieme ad altri cinque principi durante gli interrogatori dell’inchiesta anti-corruzione. Il portale statunitense riferì allora che tutti e sei membri della famiglia reale furono ricoverati in ospedale in seguito al loro arresto: uno di loro fu addirittura ammesso nell’unità di terapia intensiva, segno che le sue condizioni di salute sono state a rischio.
Miteb e suo fratello sono stati arrestati in Arabia Saudita insieme ad altre duecento persone (principi, ministri in carica e non ed ex ufficiali) nel più imponente giro di vite anti-corruzione che ha avuto luogo negli ultimi decenni nella monarchia wahhabita. Non pochi commentatori hanno letto però questo improvviso “spirito legalitario” del sovrano Salman come pretesto per rafforzare il potere di suo figlio Mohammed, re in pectore del Paese.
Miteb bin Abdallah, del resto, era un figura molto importante nel panorama politico locale: essendo figlio di re Abdallah sarebbe dovuto essere, prima dell’ascensione al trono di Salman del 2015, il futuro monarca saudita. Fino a poche ore prima dell’arresto di novembre, inoltre, controllava la guardia nazionale, una delle tre principali forze dell’esercito saudita. Non solo: anche simbolicamente è l’ultimo membro dell’influente ramo Shammar della famiglia reale saudita a ricoprire una posizione importante.
I prodromi delle purghe di Salman (sottovalutati da stampa e tv internazionali) si erano avuti a giugno: allora però non era stata la presunta sete di legalità del sovrano 82enne a muovere l’apparato repressivo della monarchia. L’obiettivo fu (ufficialmente) la “sostituzione” del principe ereditario Mohammed bin Nayef (58 anni) con il giovane figlio 32enne, Mohammed.
Un passaggio di consegne per nulla democratico e pacifico (dopo tutto siamo in Arabia Saudita, c’era da aspettarselo): le forze di sicurezza dirette dal sovrano e dal suo potente rampollo misero di fatto a bin Nayef ai domiciliari, molto probabilmente per impedirgli di resistere alla deposizione sfruttando la sua influenza all’interno delle forze interne di sicurezza. Ma non si limitarono a questo: se in un primo momento sulla sua rimozione calò un silenzio ufficiale assordante (paradossale, trattandosi pur sempre di una figura di spicco con importanti sponsor soprattutto negli Usa), ben presto si optò per denigrarlo pubblicamente sui media statali e sui social media.
Una scelta “originale” perché contrasta con le norme consuetudinarie della monarchia per le vicende riguardanti la casa reale, ma che è apparsa legittima e utile ai due Saud al governo: giustificare e coprire agli occhi dell’opinione pubblica locale (e internazionale) il loro abuso politico. Bin Nayef, si scrisse e si disse allora, faceva uso di antidolorifici e di cocaina. Segregato agli occhi del mondo e della popolazione saudita per mesi, l’ex principe ereditario è ricomparso in pubblico lo scorso mese durante un funerale di famiglia: secondo alcuni ufficiali statunitensi la sua apparizione non è stata casuale, ma frutto di una intesa con Mohammed bin Salman.
Mai fidarsi però del giovane “riformatore modernista” esaltato tuttora da gran parte della stampa occidentale: il giorno dopo la diffusione in rete di un video in cui bin Nayef riceveva diversi attestati di stima e di apprezzamento al funerale, il suo conto è stato bloccato. Pura coincidenza frutto dell’improvviso amore per la legalità del duo Saud o dispettuccio figlio di invidia giovanile? Di certo bin Nayef avrà incassato la solidarietà di altri principi: secondo fonti statunitensi, infatti, sono 600 i conti bancari congelati dalla monarchia.
Fonte
Dopo più di tre settimane di detenzione in seguito alle purghe “anti-corruzione” del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, sono stati rilasciati ieri in Arabia Saudita due figli del defunto re saudita Abdallah, l’ex capo della Guardia nazionale Miteb (65 anni) e suo fratello Turki. Non è chiaro però se al momento i principi siano effettivamente liberi di muoversi, in particolar modo non si sa se Miteb possa o meno viaggiare o sia costretto a restare nel Paese. Non aiuta a dissipare i dubbi in tal senso il no comment finora scelto da Riyadh. La Reuters – citando una fonte saudita – aveva scritto ieri che per poter essere liberato Miteb avrebbe pagato una somma monstre pari a un miliardo di dollari. Altri tre membri della famiglia reale – ha aggiunto la fonte – avrebbero raggiunto simili accordi con le autorità locali.
Nonostante il silenzio di Riyadh, la presunta intesa economica (o diktat?) appare avere una buona base di credibilità: lo stesso principe “riformatore” Mohammed bin Salman aveva detto la scorsa settimana al New York Times che il 95% degli ufficiali accusati di corruzione ha evitato l’arresto pagando le somme in denaro “acquisite illegalmente”. Anche la statunitense Bloomberg ha fatto sapere che i membri della famiglia reale starebbero negoziando accordi finanziari in cambio della liberazione. Tra questi, scrive il portale Middle East Eye, ci sarebbe anche il ricchissimo e potente principe Waleed bin Talal. La libertà, del resto, ha un costo: re Salman e il figlio lo sanno bene e vogliono perciò ora battere cassa. Quale più gustosa occasione se non spillare soldi ai propri ricchi familiari? L’espressione parenti-serpenti varrà anche in Arabia Saudita.
Se Miteb bin Abdallah è stato ieri rilasciato dopo il suo soggiorno coatto nell’hotel a cinque stelle Ritz-Carlton di Riyadh, restano tuttavia ancora molte ombre sulla sua detenzione. A inizio mese Middle East Eye ha sostenuto che il figlio dell’ex re Abdallah è stato torturato insieme ad altri cinque principi durante gli interrogatori dell’inchiesta anti-corruzione. Il portale statunitense riferì allora che tutti e sei membri della famiglia reale furono ricoverati in ospedale in seguito al loro arresto: uno di loro fu addirittura ammesso nell’unità di terapia intensiva, segno che le sue condizioni di salute sono state a rischio.
Miteb e suo fratello sono stati arrestati in Arabia Saudita insieme ad altre duecento persone (principi, ministri in carica e non ed ex ufficiali) nel più imponente giro di vite anti-corruzione che ha avuto luogo negli ultimi decenni nella monarchia wahhabita. Non pochi commentatori hanno letto però questo improvviso “spirito legalitario” del sovrano Salman come pretesto per rafforzare il potere di suo figlio Mohammed, re in pectore del Paese.
Miteb bin Abdallah, del resto, era un figura molto importante nel panorama politico locale: essendo figlio di re Abdallah sarebbe dovuto essere, prima dell’ascensione al trono di Salman del 2015, il futuro monarca saudita. Fino a poche ore prima dell’arresto di novembre, inoltre, controllava la guardia nazionale, una delle tre principali forze dell’esercito saudita. Non solo: anche simbolicamente è l’ultimo membro dell’influente ramo Shammar della famiglia reale saudita a ricoprire una posizione importante.
I prodromi delle purghe di Salman (sottovalutati da stampa e tv internazionali) si erano avuti a giugno: allora però non era stata la presunta sete di legalità del sovrano 82enne a muovere l’apparato repressivo della monarchia. L’obiettivo fu (ufficialmente) la “sostituzione” del principe ereditario Mohammed bin Nayef (58 anni) con il giovane figlio 32enne, Mohammed.
Un passaggio di consegne per nulla democratico e pacifico (dopo tutto siamo in Arabia Saudita, c’era da aspettarselo): le forze di sicurezza dirette dal sovrano e dal suo potente rampollo misero di fatto a bin Nayef ai domiciliari, molto probabilmente per impedirgli di resistere alla deposizione sfruttando la sua influenza all’interno delle forze interne di sicurezza. Ma non si limitarono a questo: se in un primo momento sulla sua rimozione calò un silenzio ufficiale assordante (paradossale, trattandosi pur sempre di una figura di spicco con importanti sponsor soprattutto negli Usa), ben presto si optò per denigrarlo pubblicamente sui media statali e sui social media.
Una scelta “originale” perché contrasta con le norme consuetudinarie della monarchia per le vicende riguardanti la casa reale, ma che è apparsa legittima e utile ai due Saud al governo: giustificare e coprire agli occhi dell’opinione pubblica locale (e internazionale) il loro abuso politico. Bin Nayef, si scrisse e si disse allora, faceva uso di antidolorifici e di cocaina. Segregato agli occhi del mondo e della popolazione saudita per mesi, l’ex principe ereditario è ricomparso in pubblico lo scorso mese durante un funerale di famiglia: secondo alcuni ufficiali statunitensi la sua apparizione non è stata casuale, ma frutto di una intesa con Mohammed bin Salman.
Mai fidarsi però del giovane “riformatore modernista” esaltato tuttora da gran parte della stampa occidentale: il giorno dopo la diffusione in rete di un video in cui bin Nayef riceveva diversi attestati di stima e di apprezzamento al funerale, il suo conto è stato bloccato. Pura coincidenza frutto dell’improvviso amore per la legalità del duo Saud o dispettuccio figlio di invidia giovanile? Di certo bin Nayef avrà incassato la solidarietà di altri principi: secondo fonti statunitensi, infatti, sono 600 i conti bancari congelati dalla monarchia.
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18/07/2017
Erdoğan, il patriota tagliatore di teste
L’anniversario della paura trasformatasi in forza, torna a essere apoteosi dell’uomo simbolo dell’odierna Turchia. A lui si stringe la folla dei patrioti che ne approva tutta la furia seguente, ritrovandosi nel cuore della notte istanbuliota a ricordare l’orgoglio anti golpista e osannare un anno di vendette. Rivincite attuate e rappresaglie promesse: “Taglieremo la testa ai traditori” giunge a gridare il presidente. E se usa lo stile del califfo Al Baghdadi mentre il mondo osserva e ascolta, sa di poter affondare il metaforico coltello nelle gole. Non si tratta solo d’una frase a effetto, la truculenza che Erdoğan regala a una platea interna eccitata è momento di vanto nelle ore in cui si scoprono le steli dei 249 martiri difensori della patria. Ed è sondaggio esterno per capire l’aria che tira davanti al suo progetto di reintrodurre quella pena di morte che egli stesso, nel 2004, aveva congelato. Sembrano trascorsi decenni, soprattutto per coloro che come la numerosa comunità kurda sperava in un processo di possibile pacificazione, mentre è più di altre opposizioni colpita e smantellata nella sua articolazione rappresentativa, con finanche i co-presidenti del partito Hdp agli arresti. Si tratta degli effetti collaterali, e che effetti! Hanno condotto il partito islamista turco ad alzare il tiro contro tutti.
Così coloro che non appartengono alla cerchia di attivisti, sostenitori, elettori Akp son diventati automaticamente traditori, pericolosi attentatori della democrazia e della nazione. Terroristi. I fatti son noti: dallo stato d’emergenza rilanciato per tre cicli, in queste ore ne scatta il quarto, scaturiscono arresti di membri delle Forze Armate (169 generali e ammiragli, 7000 colonnelli e ufficiali, circa 9000 poliziotti di vario rango, 24 governatori provinciali, cui s’aggiungono 30.000 sospettati sempre in divisa, e secondo i dati forniti di recente dal ministero della Giustizia 2400 giudici). Un totale di 50.000 arresti che vede in gabbia anche centinaia fra giornalisti, avvocati, docenti. Mentre 130.000 appartenenti anche a queste categorie, con l’aggiunta di un’infinità di ceto impiegatizio, sono messi fuori dalla catena lavorativa tramite licenziamenti, rimozioni, pensionamenti. Un’epurazione senza precedenti. Molti appartengono al potente movimento Hizmet, associazione caritatevole islamica col pallino del business, che il predicatore Gülen ha messo su assieme a tanti adepti prima di volare in Pennsylvania. Dell’antico progetto d’infiltrare lo Stato kemalista (che fino alla fine del secolo scorso perseguitava i politici islamisti, compreso Erdoğan) restavano solo i molti infiltrati nel corpaccione statale e non.
Di questo l’allora premier e poi presidente sapeva, non foss’altro perché il piano l’aveva concordato coi gülenisti. Ciò che probabilmente non s’aspettava, anche dopo la rottura del 2013, era l’organizzazione d’un golpe ai suoi danni. Uno che si sente sultano non teme un imam seppure scaltro e riparato in America. Invece la vicenda sembra essere stata questa: l’organizzazione Fetö ha provato a rapire (e magari uccidere) il presidente, sebbene Gülen neghi e di rimando accusi l’ex compare d’aver orchestrato tutto per diventare dittatore di fatto. Ma anche Kılıçdaroğlu, il leader dell’opposizione repubblicana al governo dell’Akp, recente marciatore con centinaia di migliaia di turchi per stabilire nel presente e nel futuro del Paese giustizia e democrazia, ammette che se quella notte i complottisti avessero portato a termine il colpo di mano, un disastro si sarebbe abbattuto sulla popolazione. Erdoğan gongola, continua ad alzare il tiro, sventolando minacce. Quella della pena di morte la userà per nuove trattative, con l’Europa e col mondo. Visto che dal rifugio ai profughi, al ridisegno dell’assetto mediorientale, al doppiogiochismo su jihadismo e dintorni, ai venti di guerra presenti e futuri nella regione, la sua presenza continua a essere molteplice e pluridirezionale.
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Così coloro che non appartengono alla cerchia di attivisti, sostenitori, elettori Akp son diventati automaticamente traditori, pericolosi attentatori della democrazia e della nazione. Terroristi. I fatti son noti: dallo stato d’emergenza rilanciato per tre cicli, in queste ore ne scatta il quarto, scaturiscono arresti di membri delle Forze Armate (169 generali e ammiragli, 7000 colonnelli e ufficiali, circa 9000 poliziotti di vario rango, 24 governatori provinciali, cui s’aggiungono 30.000 sospettati sempre in divisa, e secondo i dati forniti di recente dal ministero della Giustizia 2400 giudici). Un totale di 50.000 arresti che vede in gabbia anche centinaia fra giornalisti, avvocati, docenti. Mentre 130.000 appartenenti anche a queste categorie, con l’aggiunta di un’infinità di ceto impiegatizio, sono messi fuori dalla catena lavorativa tramite licenziamenti, rimozioni, pensionamenti. Un’epurazione senza precedenti. Molti appartengono al potente movimento Hizmet, associazione caritatevole islamica col pallino del business, che il predicatore Gülen ha messo su assieme a tanti adepti prima di volare in Pennsylvania. Dell’antico progetto d’infiltrare lo Stato kemalista (che fino alla fine del secolo scorso perseguitava i politici islamisti, compreso Erdoğan) restavano solo i molti infiltrati nel corpaccione statale e non.
Di questo l’allora premier e poi presidente sapeva, non foss’altro perché il piano l’aveva concordato coi gülenisti. Ciò che probabilmente non s’aspettava, anche dopo la rottura del 2013, era l’organizzazione d’un golpe ai suoi danni. Uno che si sente sultano non teme un imam seppure scaltro e riparato in America. Invece la vicenda sembra essere stata questa: l’organizzazione Fetö ha provato a rapire (e magari uccidere) il presidente, sebbene Gülen neghi e di rimando accusi l’ex compare d’aver orchestrato tutto per diventare dittatore di fatto. Ma anche Kılıçdaroğlu, il leader dell’opposizione repubblicana al governo dell’Akp, recente marciatore con centinaia di migliaia di turchi per stabilire nel presente e nel futuro del Paese giustizia e democrazia, ammette che se quella notte i complottisti avessero portato a termine il colpo di mano, un disastro si sarebbe abbattuto sulla popolazione. Erdoğan gongola, continua ad alzare il tiro, sventolando minacce. Quella della pena di morte la userà per nuove trattative, con l’Europa e col mondo. Visto che dal rifugio ai profughi, al ridisegno dell’assetto mediorientale, al doppiogiochismo su jihadismo e dintorni, ai venti di guerra presenti e futuri nella regione, la sua presenza continua a essere molteplice e pluridirezionale.
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15/07/2017
TURCHIA - A un anno dal golpe fallito, Erdogan riscrive la storia
di Roberto Prinzi
La Turchia ricorda oggi il fallito golpe militare del 15 luglio dello scorso anno con una serie di iniziative che, per portata e simbolismo, rendono questa giornata una data chiave della storia del Paese. Il governo, infatti, ha parlato per l’occasione di festa nazionale per la “democrazia e l’unità” sottolineando come il fallimento del putsch (che ha causato almeno 260 morti) abbia rappresentato “una vittoria delle democrazia turca”.
I toni usati dal presidente Erdogan in questi giorni sono stati quasi mitologici: “Da ora in poi – ha dichiarato giovedì – niente sarà come prima del 15 luglio”. Da qui il riferimento ad uno dei miti fondativi dello stato moderno turco: la sconfitta dei golpisti paragonata a quella degli Alleati nella battaglia di Gallipoli del 1915 quando le truppe ottomane resistettero alla loro offensiva. “Nel corso della loro storia, stati e nazioni – ha poi spiegato – vivono bivi difficili che formano però il loro futuro. Il 15 luglio rappresenta tale data per la Repubblica turca”.
La solennità della giornata è evidente a Istanbul dove poster giganti mostrano gli eventi chiave del fallito putsch dello scorso anno. E tra questi, ovviamente, non può mancare la resa dei soldati golpisti. Le celebrazioni inizieranno nella Grande assemblea nazionale dove alle 10 ora locale avrà luogo una sessione speciale dei lavori parlamentari: i vari leader politici (tranne ovviamente quelli purgati dal Sultano quest’anno) terranno discorsi di 10 minuti in cui celebreranno l’importanza di questa data. Al centro della scena non potrà esserci che lui, Erdogan, il presidente sempre più padre-padrone dello stato dopo la discussa vittoria nel referendum costituzionale del 16 aprile.
Alle 18:30 il Paese avrà in simultanea “marce dell’Unità nazionale” ad Ankara e Istanbul. Nella capitale, il corteo, attraversato da una lunga bandiera della Turchia, partirà nel centrale distretto di Ulus e finirà a piazza Kizilay, ribattezzata dopo gli eventi di luglio Piazza della Volontà nazionale Kizilay. A Istanbul Erdogan prenderà parte alle 20 alla “marcia del popolo” sul ponte del Bosforo teatro lo scorso anno di sanguinosi combattimenti e che è stato rinominato, non a caso, il “Ponte dei martiri del 15 luglio”. A mezzanotte avranno luogo le “difese della democrazia”, raduni in cui verranno celebrati coloro che, esortati dal leader islamista, scesero in strada quella sera “in difesa della nazione sotto attacco”. Erdogan ritornerà quindi ad Ankara dove terrà un discorso simbolico in Parlamento all’ora esatta in cui, l’anno scorso, l’edificio è stato bombardato.
Accanto alle parole e alle celebrazioni, ogni riscrittura della storia e ogni costruzione di “miti” ha da sempre bisogno anche di un monumento-monito per i propri connazionali e Erdogan non sfuggirà a questa consolidata tradizione. Il presidente, infatti, svelerà nella capitale un’opera commemorativa fuori il palazzo presidenziale (più Reggia reale, per la verità, considerata la sua grandezza e lo sfarzo) quando l’adhan inviterà i fedeli alla preghiera dell’alba.
I toni e le dichiarazioni di questa giornata e di quelle che l’hanno preceduta sono emblematici della strumentalizzazione a fine personalistici che il presidente ha fatto e sta facendo del golpe per riscrivere la storia del Paese e per consolidare il suo potere. Basta snocciolare i dati presentati due giorni fa dal ministro della giustizia turco per comprendere come il 15 luglio 2016 abbia rappresentato senza dubbio uno spartiacque importante della storia recente del Paese e abbia fornito un’occasione d’oro a Erdogan per silenziare (ancora di più) ogni forma di dissenso. In un anno, infatti, la Turchia ha arrestato 50.510 persone accusate di avere legami con il religioso Fetullah Gulen (ex alleato del presidente). Tra i detenuti, si legge in una nota del ministero, ci sono 169 generali, 7.098 colonnelli e soldati di grado più basso, 8.815 poliziotti, 24 governatori, 73 vice governatori, 116 governatori distrettuali, 2.413 membri dell’apparato giudiziario e 31.784 non meglio precisati “altri sospetti”.
Senza poi dimenticare i più di 140.000 accademici e impiegati pubblici licenziati e i 130 giornalisti in prigione. Sono però numeri provvisori: ieri, infatti, alla lista dei purgati si sono aggiunti più di 7.000 persone tra poliziotti, impiegati statali e accademici. Vanno poi ricordati i detenuti politici: tra questi meritano una menzione particolare i 10 parlamentari del partito di sinistra filo-curdo Hdp e, soprattutto, i suoi co-presidenti Dermitas e Yuksekdag.
Secondo Kemal Kilicdaroglu, il leader del principale partito d’opposizione, le disposizioni messe in atto da Erdogan dopo il fallito putsch rappresentano un “secondo golpe”. Nell’ultimo mese il capo del Chp è stato protagonista della “marcia della giustizia”, una protesta che, iniziata lo scorso 15 giugno ad Ankara, è terminata domenica a Istanbul vicino alla prigione in cui è incarcerato il suo collega di partito Enin Berberoglu. Un evento storico che alcuni commentatori, esagerando, hanno paragonato alla marcia di Gandi in India. Quel che è certo, però, è che si è trattato di uno degli eventi più partecipati negli ultimi anni e, politicamente, ha rappresentato la prima vera sfida al governo dell’Akp da parte dei kemalisti dopo anni di rapporti quanto meno ambigui con il Sultano. Dal palco Kemal Kilicdaroglu ha parlato di “un nuovo inizio”: “Tutti devono saperlo. Il 9 luglio è un nuovo passo. Un nuovo clima, una nuova storia, una rinascita. La giornata finale della marcia per la giustizia è un nuovo inizio, non è la fine”. Sicuramente non oggi.
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La Turchia ricorda oggi il fallito golpe militare del 15 luglio dello scorso anno con una serie di iniziative che, per portata e simbolismo, rendono questa giornata una data chiave della storia del Paese. Il governo, infatti, ha parlato per l’occasione di festa nazionale per la “democrazia e l’unità” sottolineando come il fallimento del putsch (che ha causato almeno 260 morti) abbia rappresentato “una vittoria delle democrazia turca”.
I toni usati dal presidente Erdogan in questi giorni sono stati quasi mitologici: “Da ora in poi – ha dichiarato giovedì – niente sarà come prima del 15 luglio”. Da qui il riferimento ad uno dei miti fondativi dello stato moderno turco: la sconfitta dei golpisti paragonata a quella degli Alleati nella battaglia di Gallipoli del 1915 quando le truppe ottomane resistettero alla loro offensiva. “Nel corso della loro storia, stati e nazioni – ha poi spiegato – vivono bivi difficili che formano però il loro futuro. Il 15 luglio rappresenta tale data per la Repubblica turca”.
La solennità della giornata è evidente a Istanbul dove poster giganti mostrano gli eventi chiave del fallito putsch dello scorso anno. E tra questi, ovviamente, non può mancare la resa dei soldati golpisti. Le celebrazioni inizieranno nella Grande assemblea nazionale dove alle 10 ora locale avrà luogo una sessione speciale dei lavori parlamentari: i vari leader politici (tranne ovviamente quelli purgati dal Sultano quest’anno) terranno discorsi di 10 minuti in cui celebreranno l’importanza di questa data. Al centro della scena non potrà esserci che lui, Erdogan, il presidente sempre più padre-padrone dello stato dopo la discussa vittoria nel referendum costituzionale del 16 aprile.
Alle 18:30 il Paese avrà in simultanea “marce dell’Unità nazionale” ad Ankara e Istanbul. Nella capitale, il corteo, attraversato da una lunga bandiera della Turchia, partirà nel centrale distretto di Ulus e finirà a piazza Kizilay, ribattezzata dopo gli eventi di luglio Piazza della Volontà nazionale Kizilay. A Istanbul Erdogan prenderà parte alle 20 alla “marcia del popolo” sul ponte del Bosforo teatro lo scorso anno di sanguinosi combattimenti e che è stato rinominato, non a caso, il “Ponte dei martiri del 15 luglio”. A mezzanotte avranno luogo le “difese della democrazia”, raduni in cui verranno celebrati coloro che, esortati dal leader islamista, scesero in strada quella sera “in difesa della nazione sotto attacco”. Erdogan ritornerà quindi ad Ankara dove terrà un discorso simbolico in Parlamento all’ora esatta in cui, l’anno scorso, l’edificio è stato bombardato.
Accanto alle parole e alle celebrazioni, ogni riscrittura della storia e ogni costruzione di “miti” ha da sempre bisogno anche di un monumento-monito per i propri connazionali e Erdogan non sfuggirà a questa consolidata tradizione. Il presidente, infatti, svelerà nella capitale un’opera commemorativa fuori il palazzo presidenziale (più Reggia reale, per la verità, considerata la sua grandezza e lo sfarzo) quando l’adhan inviterà i fedeli alla preghiera dell’alba.
I toni e le dichiarazioni di questa giornata e di quelle che l’hanno preceduta sono emblematici della strumentalizzazione a fine personalistici che il presidente ha fatto e sta facendo del golpe per riscrivere la storia del Paese e per consolidare il suo potere. Basta snocciolare i dati presentati due giorni fa dal ministro della giustizia turco per comprendere come il 15 luglio 2016 abbia rappresentato senza dubbio uno spartiacque importante della storia recente del Paese e abbia fornito un’occasione d’oro a Erdogan per silenziare (ancora di più) ogni forma di dissenso. In un anno, infatti, la Turchia ha arrestato 50.510 persone accusate di avere legami con il religioso Fetullah Gulen (ex alleato del presidente). Tra i detenuti, si legge in una nota del ministero, ci sono 169 generali, 7.098 colonnelli e soldati di grado più basso, 8.815 poliziotti, 24 governatori, 73 vice governatori, 116 governatori distrettuali, 2.413 membri dell’apparato giudiziario e 31.784 non meglio precisati “altri sospetti”.
Senza poi dimenticare i più di 140.000 accademici e impiegati pubblici licenziati e i 130 giornalisti in prigione. Sono però numeri provvisori: ieri, infatti, alla lista dei purgati si sono aggiunti più di 7.000 persone tra poliziotti, impiegati statali e accademici. Vanno poi ricordati i detenuti politici: tra questi meritano una menzione particolare i 10 parlamentari del partito di sinistra filo-curdo Hdp e, soprattutto, i suoi co-presidenti Dermitas e Yuksekdag.
Secondo Kemal Kilicdaroglu, il leader del principale partito d’opposizione, le disposizioni messe in atto da Erdogan dopo il fallito putsch rappresentano un “secondo golpe”. Nell’ultimo mese il capo del Chp è stato protagonista della “marcia della giustizia”, una protesta che, iniziata lo scorso 15 giugno ad Ankara, è terminata domenica a Istanbul vicino alla prigione in cui è incarcerato il suo collega di partito Enin Berberoglu. Un evento storico che alcuni commentatori, esagerando, hanno paragonato alla marcia di Gandi in India. Quel che è certo, però, è che si è trattato di uno degli eventi più partecipati negli ultimi anni e, politicamente, ha rappresentato la prima vera sfida al governo dell’Akp da parte dei kemalisti dopo anni di rapporti quanto meno ambigui con il Sultano. Dal palco Kemal Kilicdaroglu ha parlato di “un nuovo inizio”: “Tutti devono saperlo. Il 9 luglio è un nuovo passo. Un nuovo clima, una nuova storia, una rinascita. La giornata finale della marcia per la giustizia è un nuovo inizio, non è la fine”. Sicuramente non oggi.
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04/01/2017
Islam e turcofoni contro la Turchia
In molti guardano, pochissimi riescono a vedere. La metafora s’adatta a una Turchia colpita, impaurita, confusa che vive da mesi come in trance. Dell’ultimo incubo materializzatosi nella Ortaköy dello svago – dove gli occhi telematici hanno filmato il volto sospetto del killer stragista che da giorni occhi polizieschi studiano – non c’è ancora nulla di tangibile. Tracce, disseminate da fotogrammi che si rivelano impropri, per lo meno per centrare la cattura del jihadista del Reina, di cui sono state offerte due identità inesatte: prima di un uiguro, poi d’un kirghizo. Ma non di quelli giusti. La polizia ha seguìto tracce svanite nel nulla nel giro di poche ore e, nel silenzio stampa con cui gli organi di sicurezza affrontano il trauma del post attentato, non è chiaro se quelle notizie sono state lanciate per offrire comunque ai concittadini la sensazione che lo Stato c’è oppure i segugi degli apparati abbiano annusato piste fasulle. Il claudicante operato avvalora la tesi di strutture purgate a tal punto da apparire fragili e debilitate. Invece secondo altre ipotesi il disorientamento e l’inefficacia sono conferma di quanta destabilizzazione i fethullaçi tuttora presenti negli organi della forza riescano a innescare. Anche questa sarebbe una battaglia distruttiva verso il coriaceo sistema vantato (o millantato?) da Erdoğan. Certamente più efficace del golpe di luglio, al cui fallimento aveva contribuito più la reazione emotiva della gente che un contro intervento armato. In quel momento i turchi si sono stretti attorno al presidente, ora l’afflato appare svilito.
Per recuperare credibilità lo staff del sultano dovrebbe mostrare efficienza più che fermezza, ma forse per tranquillizzare se stessi prima dei cittadini rilancia blindature: cortina di ferro sulle indagini e altri tre mesi di emergenza sull’intero territorio nazionale. Qualcuno avanza l’idea del bluff: gli scivoloni sui presunti attentatori sarebbero esche per incastrare il vero responsabile che è ancora sul territorio, non è un lupo solitario e gode d’una rete di protezione. Per questo da due giorni si fermano “complici” e si setaccia il Molembeek di Istanbul, il quartiere di Zeytinburnu, abitato da famiglie centroasiatiche di Paesi turcofoni, un’area periferica a cinque chilometri dal centro città e altrettanti dall’aeroporto Atatürk. Anche per quell’attentato vennero sospettati (e mai trovati) jihadisti d’origine asiatica, almeno nei tratti somatici degli ennesimi fotogrammi sospetti che fissavano immagini su volti cui non si riusciva a dare un nome. E’ in questo bis di elementi la problematicità con cui Erdoğan deve fare i conti: l’Intelligence revisionata, che probabilmente ha iniziato a perdere colpi dalla dipartita d’un fidatissimo sodale come Fidan, e il porto delle nebbie diventata Istanbul dal 2013, quando un numero crescente di foreign fighters passava per il Bosforo per raggiungere il confine siriano e infilarsi nelle sue varie componenti jihadiste in conflitto con Asad. La polizia che ora va a caccia di questi combattenti, li ha schivati e tollerati a lungo. Li ha forse anche protetti, e allora potrebbe conoscerne mosse e nascondigli. Ma c’è un problema: quale polizia e quali jihadsti?
Se reti terroristiche e antiterroristiche non s’improvvisano né sorgono in un battibaleno, è anche vero che la mutabilità di questi orizzonti ha mostrato tempistiche più che razzenti. I combattenti sul fronte siriano hanno ruotato, i reclutamenti da vari serbatoi continuano ad attingere energie nuove tanto che oggi si rivolge lo sguardo all’islamismo delle ex Repubbliche Sovietiche centroasiatiche, alcune delle quali hanno abbracciato il jihad da decenni come gli uzbeki; altri (uiguri), che pure lottavano per l’indipendenza durante la guerra civile cinese, si stanno avvicinando in questi ultimi tempi a seguito di reazioni e oppressioni etniche nei propri territori. Ma chi aderisce al modello combattentistico di Al Baghdadi segue logiche che travalicano nazionalismi ed etnie. Al di là della creazione d’un proprio territorio, il Califfo punta a superare i confini nazionali e riunire i seguaci esaltando la lotta dei veri islamici contro infedeli e traditori. Il modello islamico turco viene giudicato tale, e oggi è colpito forse più perché giudicato un traditore tattico, che fino a un anno fa permetteva al jihadismo di sopravvivere e organizzarsi nell’Anatolia mentre ora va a bombardare le aree del Daesh. Così due pensieri forti della politica turca – disegno neo ottomano e panturchismo – diventano una sorta di contrappasso per la realtà del Paese, messo sotto assedio dai sanguinosi assalti dell’Islam salafita che trova i suoi soldati anche nell’area turcofona.
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Turchia - L'Isis si vendica di Erdogan, il caos è già realtà
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
I sospetti della prima ora hanno trovato conferma: il massacro di Capodanno al club Reina di Istanbul è opera dello Stato Islamico. Il gruppo ha rivendicato l’attentato e l’uccisione di 39 persone sull’agenzia Amaq, definendo il responsabile un «eroico soldato del califfato che ha attaccato il più famoso nightclub dove i cristiani celebravano la loro festa pagana» e aggiungendo che ha agito «in risposta agli ordini» del leader al-Baghdadi.
Non è ancora chiaro se l’azione sia imputabile ad una cellula direttamente collegata con la leadership islamista (voci parlano della stessa che attaccò l’aeroporto della città a giugno) o se per “ordini” si intendono le dichiarazioni dell’autoproclamato “califfo” che in passato ha fatto appello ad aspiranti adepti a colpire nei paesi di residenza.
Ma ormai è palese la rottura tra Ankara e Isis, tra un governo che ha permesso mobilità e ampliamento del raggio d’azione islamista in chiave anti-Assad e anti-kurda e un movimento che guarda il cambio di rotta turco come un tradimento. Negli ultimi giorni il governo dell’Akp aveva fatto arrestare decine di sospetti membri dello Stato Islamico, i cui luoghi di reclutamento – secondo numerosi attivisti – erano noti da tempo alle autorità. Un totale di 147 in una settimana, detenuti in diverse province del paese, da Smirne a ovest a Hatay, Adana e Mersin a sud.
Ieri, mentre terminavano le procedure di identificazione delle 39 salme (11 cittadini turchi e 28 stranieri, per lo più da paesi arabi), la polizia ha compiuto altri otto arresti, persone apparentemente collegate all’attacco al Reina e al responsabile, forse proveniente da Uzbekistan, Kirghizistan o Xinjiang cinese e tuttora in fuga.
Non mancano le critiche verso le forze di sicurezza: erano 25mila i soldati dispiegati a Istanbul la notte del 31 dicembre, ma non è stato comunque possibile fermare un uomo armato di kalashnikov e 120 munizioni, che ha viaggiato su un taxi per un’ora prima di arrivare nel quartiere di Ortakoy, scendere e camminare per 5 minuti fino al club. In molti imputano alla massiva campagna di epurazione – partita dopo il fallito golpe del 15 luglio – una maggiore inefficienza delle forze di sicurezza, decapitate e indebolite da arresti e sospensioni.
Un pugno di ferro contro qualsiasi presunta minaccia all’autoritarismo: ieri membri del gruppo di sinistra Halkevleri, del Partito Socialista degli Oppressi e del suo gruppo giovanile, la Federazione dei Giovani Socialisti, sono stati arrestati mentre commemoravano la strage al Reina. I discorsi tenuti durante il raduno sono stati filmati e pubblicati sulla piattaforma Twitter del Ministero degli Interni accompagnati dalla richiesta di intervenire contro i «traditori». Il Ministero ha risposto: «La vostra richiesta è stata girata alle unità anti-terrorismo. Per favore informateci su qualsiasi cosa vediate». Poco dopo il post è stato cancellato dalla pagina sommersa da un’ondata di critiche.
Ma basta a trasmettere l’atmosfera che si respira in Turchia, un paese spinto dal suo governo verso una nuova forma di nazionalismo islamista, infarcito di paura per i nemici interni che Ankara ha fabbricato e terrorizzato da quelli che si è attirato con politiche scellerate. E se i kurdi sono in cima alla lista (subito il Pkk ha fatto sapere ieri di non essere responsabile dell’attacco), il presidente Erdogan evita di assumersi la responsabilità di aver trascinato il paese sul baratro, tra una quasi guerra civile con la comunità kurda e la destabilizzazione apparentemente irreversibile del Medio Oriente.
Ieri, durante l’incontro con l’esecutivo al palazzo presidenziale di Ankara, Erdogan ha accusato i terroristi di voler generare il caos. Ma il caos è già realtà, la Turchia è divisa e debole, preda di gruppi terroristici non più controllabili dal governo e polarizzata da politiche repressive che hanno condotto all’arresto di 10 deputati di opposizione, tutti del partito pro-kurdo Hdp, e di oltre 140 giornalisti.
La stessa tempistica del massacro del Reina dice molto: giovedì sono stati annunciati l’accordo Turchia-Russia-Iran sul negoziato siriano e la tregua in tutto il paese; sabato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu li ha accolti in una risoluzione. Si legittima così la road map turco-russa, fondata sulla permanenza almeno temporanea al potere del presidente Assad e la sconfessione dei gruppi che per anni sono serviti a farlo cadere e ora si ribellano all’abbandono dell’obiettivo comune, la nascita di un”sultanato” sunnita.
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I sospetti della prima ora hanno trovato conferma: il massacro di Capodanno al club Reina di Istanbul è opera dello Stato Islamico. Il gruppo ha rivendicato l’attentato e l’uccisione di 39 persone sull’agenzia Amaq, definendo il responsabile un «eroico soldato del califfato che ha attaccato il più famoso nightclub dove i cristiani celebravano la loro festa pagana» e aggiungendo che ha agito «in risposta agli ordini» del leader al-Baghdadi.
Non è ancora chiaro se l’azione sia imputabile ad una cellula direttamente collegata con la leadership islamista (voci parlano della stessa che attaccò l’aeroporto della città a giugno) o se per “ordini” si intendono le dichiarazioni dell’autoproclamato “califfo” che in passato ha fatto appello ad aspiranti adepti a colpire nei paesi di residenza.
Ma ormai è palese la rottura tra Ankara e Isis, tra un governo che ha permesso mobilità e ampliamento del raggio d’azione islamista in chiave anti-Assad e anti-kurda e un movimento che guarda il cambio di rotta turco come un tradimento. Negli ultimi giorni il governo dell’Akp aveva fatto arrestare decine di sospetti membri dello Stato Islamico, i cui luoghi di reclutamento – secondo numerosi attivisti – erano noti da tempo alle autorità. Un totale di 147 in una settimana, detenuti in diverse province del paese, da Smirne a ovest a Hatay, Adana e Mersin a sud.
Ieri, mentre terminavano le procedure di identificazione delle 39 salme (11 cittadini turchi e 28 stranieri, per lo più da paesi arabi), la polizia ha compiuto altri otto arresti, persone apparentemente collegate all’attacco al Reina e al responsabile, forse proveniente da Uzbekistan, Kirghizistan o Xinjiang cinese e tuttora in fuga.
Non mancano le critiche verso le forze di sicurezza: erano 25mila i soldati dispiegati a Istanbul la notte del 31 dicembre, ma non è stato comunque possibile fermare un uomo armato di kalashnikov e 120 munizioni, che ha viaggiato su un taxi per un’ora prima di arrivare nel quartiere di Ortakoy, scendere e camminare per 5 minuti fino al club. In molti imputano alla massiva campagna di epurazione – partita dopo il fallito golpe del 15 luglio – una maggiore inefficienza delle forze di sicurezza, decapitate e indebolite da arresti e sospensioni.
Un pugno di ferro contro qualsiasi presunta minaccia all’autoritarismo: ieri membri del gruppo di sinistra Halkevleri, del Partito Socialista degli Oppressi e del suo gruppo giovanile, la Federazione dei Giovani Socialisti, sono stati arrestati mentre commemoravano la strage al Reina. I discorsi tenuti durante il raduno sono stati filmati e pubblicati sulla piattaforma Twitter del Ministero degli Interni accompagnati dalla richiesta di intervenire contro i «traditori». Il Ministero ha risposto: «La vostra richiesta è stata girata alle unità anti-terrorismo. Per favore informateci su qualsiasi cosa vediate». Poco dopo il post è stato cancellato dalla pagina sommersa da un’ondata di critiche.
Ma basta a trasmettere l’atmosfera che si respira in Turchia, un paese spinto dal suo governo verso una nuova forma di nazionalismo islamista, infarcito di paura per i nemici interni che Ankara ha fabbricato e terrorizzato da quelli che si è attirato con politiche scellerate. E se i kurdi sono in cima alla lista (subito il Pkk ha fatto sapere ieri di non essere responsabile dell’attacco), il presidente Erdogan evita di assumersi la responsabilità di aver trascinato il paese sul baratro, tra una quasi guerra civile con la comunità kurda e la destabilizzazione apparentemente irreversibile del Medio Oriente.
Ieri, durante l’incontro con l’esecutivo al palazzo presidenziale di Ankara, Erdogan ha accusato i terroristi di voler generare il caos. Ma il caos è già realtà, la Turchia è divisa e debole, preda di gruppi terroristici non più controllabili dal governo e polarizzata da politiche repressive che hanno condotto all’arresto di 10 deputati di opposizione, tutti del partito pro-kurdo Hdp, e di oltre 140 giornalisti.
La stessa tempistica del massacro del Reina dice molto: giovedì sono stati annunciati l’accordo Turchia-Russia-Iran sul negoziato siriano e la tregua in tutto il paese; sabato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu li ha accolti in una risoluzione. Si legittima così la road map turco-russa, fondata sulla permanenza almeno temporanea al potere del presidente Assad e la sconfessione dei gruppi che per anni sono serviti a farlo cadere e ora si ribellano all’abbandono dell’obiettivo comune, la nascita di un”sultanato” sunnita.
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21/11/2016
Erdogan si prende le città curde. Arrestati 73 docenti
E’ un vero e proprio bollettino di guerra quello proveniente ogni giorno dalla Turchia dove il presidente Erdogan ha deciso di spazzare via ogni forma di resistenza politica al suo potere ormai assoluto.
Ieri mattina una maxiretata ha portato all’arresto di altri 73 professori universitari accusati di intrattenere legami con il movimento Hizmet, quello guidato dall’imam e magnate Fethullah Gulen che il regime accusa di aver ordito il fallito golpe dello scorso 15 luglio. Il procuratore di Istanbul aveva in realtà spiccato un ordine di arresto nei confronti di 103 docenti della Yildiz Technical University, una delle più prestigiose della metropoli sul Bosforo, già colpita dalla repressione nelle scorse settimane.
Sono ormai 110 mila i dipendenti pubblici licenziati o sospesi dal loro incarico e ben 36 mila gli arrestati con l’accusa di aver in qualche modo favorito il putsch militare o di collaborare con i movimenti guerriglieri curdi.
Ieri mattina il Ministero della Difesa ha pubblicato i numeri riguardanti le purghe realizzate all’interno delle Forze Armate: 20.088 licenziati, di cui 16.423 cadetti e reclute.
La repressione selvaggia e indiscriminata all’interno dell’esercito sta generando nuove frizioni tra Ankara e l’Alleanza Atlantica, dopo quelle create la scorsa estate dall’assedio dei militari turchi ad alcune delle basi utilizzate dalla Nato nel sud del paese, al confine con la Siria. "Alcuni ufficiali turchi di stanza alla Nato hanno chiesto asilo negli Stati membri presso cui erano distaccati" ha informato il Segretario generale dell’Alleanza militare, Jens Stoltenberg, precisando che la questione degli asili verrà "valutata e decisa" dai singoli Paesi membri coinvolti perché si tratta di una prerogativa nazionale. "Abbiamo assistito a una serie di cambiamenti nella struttura di comando della Nato in cui il personale turco è stato avvicendato, ma decidere chi ricopre i singoli incarichi turchi all'interno della struttura di comando spetta solo alla Turchia" ha comunque concluso Stoltenberg, che domani sarà in visita ad Istanbul.
Dalla Germania l'Ufficio per i migranti e rifugiati di Berlino ha denunciato un'impennata nelle richieste di asilo da parte di cittadini turchi negli ultimi mesi. Dal giorno del fallito golpe.
A denunciare il terribile clima repressivo imposto ad Ankara dal regime islamo-nazionalista dell’Akp – che ormai ha cooptato anche gli ultranazionalisti fascistoidi dell’Mhp – è stato ieri l’inviato speciale dell’Onu per il diritto alla libertà di opinione e di espressione, David Kaye, al termine di una visita di una settimana realizzata nel paese, ha ribadito il diritto della Turchia a garantire la sicurezza pubblica e a lottare contro il terrorismo che però, ha affermato, "non significa che il governo abbia un assegno in bianco per fare tutto ciò che vuole per restringere la libertà di espressione". L’inviato dell’Onu ha messo in evidenza soprattutto la situazione dei 155 giornalisti attualmente detenuti nelle carceri del paese per reati di opinione.
A Diyarbakir stamattina due giornalisti svedesi sono stati arrestati con l’accusa di aver realizzato delle riprese nei pressi di una zona militare. I due reporter di una tv svedese, informa l'agenzia governativa Dogan, sono stati arrestati dalla polizia turca per aver filmato vicino a un quartier generale dell'esercito. Dopo gli interrogatori sono stati trasferiti alla sezione della polizia che si occupa delle espulsioni degli stranieri. Questo mese le autorità turche hanno già espulso un giornalista francese che era stato arrestato nei pressi del confine turco-siriano. Olivier Bertrand, che lavora per il sito di notizie Les Jours, era stato arrestato a Gaziantep.
Intanto una dopo l'altra, praticamente tutte le città governate dai movimenti curdi e dalla sinistra nel sud-est della Turchia stanno finendo sotto il controllo del presidente Erdogan.
Negli ultimi giorni una nuova ondata di arresti di amministratori locali, accusati di legami con i "terroristi" del Pkk, ha aperto la strada al commissariamento di altri 4 grandi centri, dove al posto dei sindaci eletti il governo di Ankara ha inviato i propri commissari. Van, Siirt, Tunceli e Mardin, dove i curdi del Dbp – branca locale dell'Hdp – avevano stravinto le ultime elezioni amministrative, sono ora state sommissariate. Le municipalità curde commissariate dopo la stretta seguita al fallito golpe sono ormai più di 30. In manette erano già finiti anche i co-sindaci della 'capitale' curda Diyarbakir.
A Dersim tre giorni fa la polizia e l’esercito hanno arrestato 12 esponenti del Partito Democratico dei Popoli, tra cui i co-sindaci della città, Mehmet Ali Bul e Nurhayat Altun.
Restano intanto in carcere i due co-presidenti dell’Hdp, Selahattin Demirtas e Figen Yüksekdağ, che sono in condizione di isolamento dal 4 novembre scorso. Demirtas ha rifiutato di presentarsi alla prima udienza del processo per terrorismo in cui è imputato – che potrebbe costargli 5 anni di prigione – perché non gli sono ancora state formalizzate le accuse che gli vengono mosse. L’udienza è stata rinviata al prossimo 10 gennaio; Demirtas e gli altri 12 deputati arrestati nel corso di una maxiretata all’inizio del mese rischiano di restare in prigione molto a lungo in attesa di un processo che si annuncia completamente manovrato dal regime.
Poco più di una settimana fa un attacco attribuito al Pkk aveva preso di mira il funzionario inviato dal governo che aveva sostituito il sindaco eletto di Derik, cittadina nella provincia di Mardin.
Il Daily Sabah, organo d’informazione turco controllato dal regime, ha informato nelle scorse ore dell’arresto di due presunti combattenti europei delle Ypg-Ypj (le milizie curde operanti in Siria), i cittadini cechi Miroslav Farkas e Marketa Vselichova. I due sono stati arrestati il 16 novembre scorso vicino a Sirnak, città curda sottoposta a duri bombardamenti – che l’hanno in gran parte ridotta in macerie – e a ben 246 giorni di coprifuoco.
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Ieri mattina una maxiretata ha portato all’arresto di altri 73 professori universitari accusati di intrattenere legami con il movimento Hizmet, quello guidato dall’imam e magnate Fethullah Gulen che il regime accusa di aver ordito il fallito golpe dello scorso 15 luglio. Il procuratore di Istanbul aveva in realtà spiccato un ordine di arresto nei confronti di 103 docenti della Yildiz Technical University, una delle più prestigiose della metropoli sul Bosforo, già colpita dalla repressione nelle scorse settimane.
Sono ormai 110 mila i dipendenti pubblici licenziati o sospesi dal loro incarico e ben 36 mila gli arrestati con l’accusa di aver in qualche modo favorito il putsch militare o di collaborare con i movimenti guerriglieri curdi.
Ieri mattina il Ministero della Difesa ha pubblicato i numeri riguardanti le purghe realizzate all’interno delle Forze Armate: 20.088 licenziati, di cui 16.423 cadetti e reclute.
La repressione selvaggia e indiscriminata all’interno dell’esercito sta generando nuove frizioni tra Ankara e l’Alleanza Atlantica, dopo quelle create la scorsa estate dall’assedio dei militari turchi ad alcune delle basi utilizzate dalla Nato nel sud del paese, al confine con la Siria. "Alcuni ufficiali turchi di stanza alla Nato hanno chiesto asilo negli Stati membri presso cui erano distaccati" ha informato il Segretario generale dell’Alleanza militare, Jens Stoltenberg, precisando che la questione degli asili verrà "valutata e decisa" dai singoli Paesi membri coinvolti perché si tratta di una prerogativa nazionale. "Abbiamo assistito a una serie di cambiamenti nella struttura di comando della Nato in cui il personale turco è stato avvicendato, ma decidere chi ricopre i singoli incarichi turchi all'interno della struttura di comando spetta solo alla Turchia" ha comunque concluso Stoltenberg, che domani sarà in visita ad Istanbul.
Dalla Germania l'Ufficio per i migranti e rifugiati di Berlino ha denunciato un'impennata nelle richieste di asilo da parte di cittadini turchi negli ultimi mesi. Dal giorno del fallito golpe.
A denunciare il terribile clima repressivo imposto ad Ankara dal regime islamo-nazionalista dell’Akp – che ormai ha cooptato anche gli ultranazionalisti fascistoidi dell’Mhp – è stato ieri l’inviato speciale dell’Onu per il diritto alla libertà di opinione e di espressione, David Kaye, al termine di una visita di una settimana realizzata nel paese, ha ribadito il diritto della Turchia a garantire la sicurezza pubblica e a lottare contro il terrorismo che però, ha affermato, "non significa che il governo abbia un assegno in bianco per fare tutto ciò che vuole per restringere la libertà di espressione". L’inviato dell’Onu ha messo in evidenza soprattutto la situazione dei 155 giornalisti attualmente detenuti nelle carceri del paese per reati di opinione.
A Diyarbakir stamattina due giornalisti svedesi sono stati arrestati con l’accusa di aver realizzato delle riprese nei pressi di una zona militare. I due reporter di una tv svedese, informa l'agenzia governativa Dogan, sono stati arrestati dalla polizia turca per aver filmato vicino a un quartier generale dell'esercito. Dopo gli interrogatori sono stati trasferiti alla sezione della polizia che si occupa delle espulsioni degli stranieri. Questo mese le autorità turche hanno già espulso un giornalista francese che era stato arrestato nei pressi del confine turco-siriano. Olivier Bertrand, che lavora per il sito di notizie Les Jours, era stato arrestato a Gaziantep.
Intanto una dopo l'altra, praticamente tutte le città governate dai movimenti curdi e dalla sinistra nel sud-est della Turchia stanno finendo sotto il controllo del presidente Erdogan.
Negli ultimi giorni una nuova ondata di arresti di amministratori locali, accusati di legami con i "terroristi" del Pkk, ha aperto la strada al commissariamento di altri 4 grandi centri, dove al posto dei sindaci eletti il governo di Ankara ha inviato i propri commissari. Van, Siirt, Tunceli e Mardin, dove i curdi del Dbp – branca locale dell'Hdp – avevano stravinto le ultime elezioni amministrative, sono ora state sommissariate. Le municipalità curde commissariate dopo la stretta seguita al fallito golpe sono ormai più di 30. In manette erano già finiti anche i co-sindaci della 'capitale' curda Diyarbakir.
A Dersim tre giorni fa la polizia e l’esercito hanno arrestato 12 esponenti del Partito Democratico dei Popoli, tra cui i co-sindaci della città, Mehmet Ali Bul e Nurhayat Altun.
Restano intanto in carcere i due co-presidenti dell’Hdp, Selahattin Demirtas e Figen Yüksekdağ, che sono in condizione di isolamento dal 4 novembre scorso. Demirtas ha rifiutato di presentarsi alla prima udienza del processo per terrorismo in cui è imputato – che potrebbe costargli 5 anni di prigione – perché non gli sono ancora state formalizzate le accuse che gli vengono mosse. L’udienza è stata rinviata al prossimo 10 gennaio; Demirtas e gli altri 12 deputati arrestati nel corso di una maxiretata all’inizio del mese rischiano di restare in prigione molto a lungo in attesa di un processo che si annuncia completamente manovrato dal regime.
Poco più di una settimana fa un attacco attribuito al Pkk aveva preso di mira il funzionario inviato dal governo che aveva sostituito il sindaco eletto di Derik, cittadina nella provincia di Mardin.
Il Daily Sabah, organo d’informazione turco controllato dal regime, ha informato nelle scorse ore dell’arresto di due presunti combattenti europei delle Ypg-Ypj (le milizie curde operanti in Siria), i cittadini cechi Miroslav Farkas e Marketa Vselichova. I due sono stati arrestati il 16 novembre scorso vicino a Sirnak, città curda sottoposta a duri bombardamenti – che l’hanno in gran parte ridotta in macerie – e a ben 246 giorni di coprifuoco.
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07/11/2016
La Leopolda dell’apocalisse
Se si potesse ancora credere che le vicende terrene abbiano un corrispettivo nelle manifestazioni della Natura, la settima Leopolda verrebbe inquadrata in uno scenario da apocalisse. Mentre Matteo Renzi stava salendo sul palco per il suo show finale è saltata la luce. A poche centinaia di metri l'Arno arrivava a livelli da esondazione stile 1966, in inquietante coincidenza con l'anniversario. Il resto d'Italia fa i conti con i tornado sulla costa laziale, i terremoti continui nell'umbro-marchigiano, l'economia bloccata, la disoccupazione crescente, i salari da fame (tra i voucher e Foodora...), la fuga dei giovani, nuovi emigranti in cerca di fortuna, i pestaggi polizieschi di Firenze, Roma, Pavia (su un presidio dell'Anpi...).
Fortunatamente, l'unica tragedia che si è consumata fino in fondo riguarda soltanto i rapporti interni al Pd, tra la vecchia “ditta” di lontane ascendenze socialdemocratiche e i nuovi barbari cortigiani del premier. Toni e argomenti sono stati da ultima spiaggia, in una kermesse costruita apposta per giungere al crucifige piazzaiolo dei vecchi dirigenti, con il coro da stadio (”fuori, fuori”) che legittima la purga prima ancora che sia stata formalmente richiesta. I toni apocalittici ("derby tra la rabbia e la speranza", "un treno che passa ora o non ripasserà mai più", ecc.) non lasciano alcuno spazio ad altre discussioni, a ripensamenti, emendamenti, revisioni o compromessi. Tutto o niente, qui si obbedisce, non si discute.
Proprio nel momento del trionfo interno al Pd, la subcultura renziana si rivela torva, debole, isolazionista, incapace di egemonia. Anche l'ultimo saltello opportunista dell'evanescente Cuperlo è stato gestito con modi e toni per cui la resa di uno giustifica l'ordalia di tutti i suoi ex sodali. Non una ricucitura vincente, insomma, ma la semplice sottrazione di una faccia allo schieramento avverso, per poterlo più agevolmente annichilire.
Giustamente anche gli opinionisti meno allineati dei media mainstream si sono preoccupati: “Un brutto spettacolo, inutilmente rancoroso e fortemente autoreferenziale. Soprattutto per una kermesse che ha la giusta ambizione di parlare al Paese, non a se stessa”. Chi ha esperienza delle modalità della lotta politica, anche estrema e durissima (persino armata, in alcuni casi), sa che nulla è più importante della vittoria. Ma che proprio nella vittoria il vero condottiero dalla visione lungimirante sa offrire un terreno di conciliazione – subordinata, ci mancherebbe... – agli sconfitti. Qui non c'è un condottiero che cerca di costruire un impero, ma un corsaro che si prende il bottino per intero.
Il “brutto spettacolo” andato in scena sul palco della Leopolda era stato preparato con cura già dal finto “dibattito” sulla controriforma costituzionale, da quelle scenette alla Homer Simpson in cui alle obiezioni di merito proposte dai costituzionalisti e dai media del “fronte del NO” si rispondeva con battute, freddure, frescacce e sorrisetti di compatimento. Persino il gruppetto di “costituzionalisti per il sì” portati sul palco ha preferito adeguare il proprio stile a quello indecente della platea, ben sapendo – forse – che qualsiasi colpo d'ala intellettuale sarebbe stato accolto come una stonatura nel karaoke leopoldesco. A dimostrazione che non esiste un “merito” di cui discutere, ma solo un risultato da portare a casa. A qualsiasi prezzo.
Un “brutto spettacolo” che riproduce in piccolo – e a livelli da bassifondi – quel che avviene un po' dappertutto nel conflitto politico interno alle classi dirigenti dell'Occidente e che ha come cifra – sorprendente, almeno in apparenza – la delegittimazione reciproca, l'introduzione di una conflittualità esplicitamente bellica tra fazioni che hanno fin qui marciato insieme (contro i lavoratori, il loro residuo peso politico, le loro condizioni di vita e lavoro).
Qualcosa di simile era avvenuto anche un centinaio di anni fa, con il sorgere del fascismo storico. E non per caso anche quello era incubato nella frazione “modernista” del riformismo classico (allora il Psi, oggi il Pd). Certo, molto è cambiato. Il fascismo mussoliniano aveva alle spalle il capitalismo familiare italico e il latifondo, non la finanza e le imprese multinazionali; esprimeva la necessità di far fuori il movimento operaio e allo stesso tempo promuovere la costruzione di uno Stato più complesso, efficiente, pervasivo, capace di intervento economico diretto nella produzione, cosa che la vecchia sovrastruttura sabauda non poteva proprio fare. Quel fascismo poteva contare sulla forza militare di centinaia di migliaia di reduci della prima guerra mondiale, rimandati a casa e divorati dalla disoccupazione; gente abituata ad agire militarmente e disponibile a molto per una mercede adeguata, una valorizzazione personale, una carriera nella milizia o in qualche ente statale.
Quel fascismo, insomma, gestiva militarmente l'oppressione cavalcando una classica “ripresa post bellica”, spazzando via il movimento operaio e modernizzando autarchicamente il paese.
Questo non ha invece altro orizzonte che svendere questo stesso paese al minor offerente, in cambio della propria cooptazione al servizio del capitale multinazionale. Deve usare le forze di polizia (non toccati né dalla “riforma Fornero” né dal blocco degli stipendi in atto nel pubblico impiego da sette anni) perché la pur grande massa di disoccupati non ha alcuna dimestichezza con le prassi militari; quindi deve “mettere la faccia” e la firma su ogni episodio repressivo, senza poterlo demandare più di tanto ai miserabili nostalgici del fascismo storico.
Non ha insomma un blocco sociale articolato alle proprie spalle, disposto a supportarlo in cambio di politiche che lo avvantaggiano rispetto al resto della popolazione. Solo una temporanea legittimazione dall'alto, da organismi sovranazionali e consigli di amministrazione, che il termine Troika riassume in modo fin troppo sintetico.
La banda renziana è dunque consapevole di essere uno strato sottile, decisamente precario e instabile. Proprio per questo non possono prendere in considerazione nessuna tattica o strategia di lungo periodo, nessun disegno egemonico articolato. Il futuro, nella loro bocca, è una parola buona per sembrare “innovativi”, ma non può trovare alcuna declinazione che abbia un minimo di fascino. Basta guardare ai fatti: alla “buona scuola”, al jobs act, ai voucher, al mutuo per andare in pensione un po' prima, alla perenne presa per il culo dei “ggiovani”...
Devono spendere battute, perché di argomenti e progetti non ci può esser traccia.
Per questo il referendum del 4 dicembre – ammesso che si voti – è di nuovo “personalizzato”. Alla Leopolda è stato tolto di mezzo qualsiasi ragionamento sul “merito”, che tanto abbaglia i perbenisti del NO. La partita – dimostra proprio Renzi – è se vince quella banda oppure no. Il resto non conta nulla, nemmeno se è davvero importante, come i princìpi fondamentali di una Costituzione. Il 4 dicembre si vota pro o contro Renzi, pro o contro un assetto istituzionale in cui “il popolo” non conterà più niente e per sempre (tranne sommovimenti rivoluzionari, è ovvio), in cui la “sovranità” è definitivamente consegnata a qualcun altro, altrove. Così in alto dei cieli che risulta difficile persino conoscerne i nomi...
Dal nostro punto di osservazione, la Leopolda ci consegna una sola buona nuova: la rottamazione finale del vecchio ceto politico del centrosinistra. Senza più una visione, senza più audience né nei poteri europei né presso il proprio “popolo”, senza base sociale e senza vere entrature nei "salotti buoni". Da loro non potrà rinascere nessun “insieme” coagulante le macerie di un modo finito di intendere la politica e la “sinistra” (anche se ci proveranno, per qualche giorno...).
Per chi lavora al cambiamento radicale è un problema in meno, una responsabilità in più.
Fonte
Fortunatamente, l'unica tragedia che si è consumata fino in fondo riguarda soltanto i rapporti interni al Pd, tra la vecchia “ditta” di lontane ascendenze socialdemocratiche e i nuovi barbari cortigiani del premier. Toni e argomenti sono stati da ultima spiaggia, in una kermesse costruita apposta per giungere al crucifige piazzaiolo dei vecchi dirigenti, con il coro da stadio (”fuori, fuori”) che legittima la purga prima ancora che sia stata formalmente richiesta. I toni apocalittici ("derby tra la rabbia e la speranza", "un treno che passa ora o non ripasserà mai più", ecc.) non lasciano alcuno spazio ad altre discussioni, a ripensamenti, emendamenti, revisioni o compromessi. Tutto o niente, qui si obbedisce, non si discute.
Proprio nel momento del trionfo interno al Pd, la subcultura renziana si rivela torva, debole, isolazionista, incapace di egemonia. Anche l'ultimo saltello opportunista dell'evanescente Cuperlo è stato gestito con modi e toni per cui la resa di uno giustifica l'ordalia di tutti i suoi ex sodali. Non una ricucitura vincente, insomma, ma la semplice sottrazione di una faccia allo schieramento avverso, per poterlo più agevolmente annichilire.
Giustamente anche gli opinionisti meno allineati dei media mainstream si sono preoccupati: “Un brutto spettacolo, inutilmente rancoroso e fortemente autoreferenziale. Soprattutto per una kermesse che ha la giusta ambizione di parlare al Paese, non a se stessa”. Chi ha esperienza delle modalità della lotta politica, anche estrema e durissima (persino armata, in alcuni casi), sa che nulla è più importante della vittoria. Ma che proprio nella vittoria il vero condottiero dalla visione lungimirante sa offrire un terreno di conciliazione – subordinata, ci mancherebbe... – agli sconfitti. Qui non c'è un condottiero che cerca di costruire un impero, ma un corsaro che si prende il bottino per intero.
Il “brutto spettacolo” andato in scena sul palco della Leopolda era stato preparato con cura già dal finto “dibattito” sulla controriforma costituzionale, da quelle scenette alla Homer Simpson in cui alle obiezioni di merito proposte dai costituzionalisti e dai media del “fronte del NO” si rispondeva con battute, freddure, frescacce e sorrisetti di compatimento. Persino il gruppetto di “costituzionalisti per il sì” portati sul palco ha preferito adeguare il proprio stile a quello indecente della platea, ben sapendo – forse – che qualsiasi colpo d'ala intellettuale sarebbe stato accolto come una stonatura nel karaoke leopoldesco. A dimostrazione che non esiste un “merito” di cui discutere, ma solo un risultato da portare a casa. A qualsiasi prezzo.
Un “brutto spettacolo” che riproduce in piccolo – e a livelli da bassifondi – quel che avviene un po' dappertutto nel conflitto politico interno alle classi dirigenti dell'Occidente e che ha come cifra – sorprendente, almeno in apparenza – la delegittimazione reciproca, l'introduzione di una conflittualità esplicitamente bellica tra fazioni che hanno fin qui marciato insieme (contro i lavoratori, il loro residuo peso politico, le loro condizioni di vita e lavoro).
Qualcosa di simile era avvenuto anche un centinaio di anni fa, con il sorgere del fascismo storico. E non per caso anche quello era incubato nella frazione “modernista” del riformismo classico (allora il Psi, oggi il Pd). Certo, molto è cambiato. Il fascismo mussoliniano aveva alle spalle il capitalismo familiare italico e il latifondo, non la finanza e le imprese multinazionali; esprimeva la necessità di far fuori il movimento operaio e allo stesso tempo promuovere la costruzione di uno Stato più complesso, efficiente, pervasivo, capace di intervento economico diretto nella produzione, cosa che la vecchia sovrastruttura sabauda non poteva proprio fare. Quel fascismo poteva contare sulla forza militare di centinaia di migliaia di reduci della prima guerra mondiale, rimandati a casa e divorati dalla disoccupazione; gente abituata ad agire militarmente e disponibile a molto per una mercede adeguata, una valorizzazione personale, una carriera nella milizia o in qualche ente statale.
Quel fascismo, insomma, gestiva militarmente l'oppressione cavalcando una classica “ripresa post bellica”, spazzando via il movimento operaio e modernizzando autarchicamente il paese.
Questo non ha invece altro orizzonte che svendere questo stesso paese al minor offerente, in cambio della propria cooptazione al servizio del capitale multinazionale. Deve usare le forze di polizia (non toccati né dalla “riforma Fornero” né dal blocco degli stipendi in atto nel pubblico impiego da sette anni) perché la pur grande massa di disoccupati non ha alcuna dimestichezza con le prassi militari; quindi deve “mettere la faccia” e la firma su ogni episodio repressivo, senza poterlo demandare più di tanto ai miserabili nostalgici del fascismo storico.
Non ha insomma un blocco sociale articolato alle proprie spalle, disposto a supportarlo in cambio di politiche che lo avvantaggiano rispetto al resto della popolazione. Solo una temporanea legittimazione dall'alto, da organismi sovranazionali e consigli di amministrazione, che il termine Troika riassume in modo fin troppo sintetico.
La banda renziana è dunque consapevole di essere uno strato sottile, decisamente precario e instabile. Proprio per questo non possono prendere in considerazione nessuna tattica o strategia di lungo periodo, nessun disegno egemonico articolato. Il futuro, nella loro bocca, è una parola buona per sembrare “innovativi”, ma non può trovare alcuna declinazione che abbia un minimo di fascino. Basta guardare ai fatti: alla “buona scuola”, al jobs act, ai voucher, al mutuo per andare in pensione un po' prima, alla perenne presa per il culo dei “ggiovani”...
Devono spendere battute, perché di argomenti e progetti non ci può esser traccia.
Per questo il referendum del 4 dicembre – ammesso che si voti – è di nuovo “personalizzato”. Alla Leopolda è stato tolto di mezzo qualsiasi ragionamento sul “merito”, che tanto abbaglia i perbenisti del NO. La partita – dimostra proprio Renzi – è se vince quella banda oppure no. Il resto non conta nulla, nemmeno se è davvero importante, come i princìpi fondamentali di una Costituzione. Il 4 dicembre si vota pro o contro Renzi, pro o contro un assetto istituzionale in cui “il popolo” non conterà più niente e per sempre (tranne sommovimenti rivoluzionari, è ovvio), in cui la “sovranità” è definitivamente consegnata a qualcun altro, altrove. Così in alto dei cieli che risulta difficile persino conoscerne i nomi...
Dal nostro punto di osservazione, la Leopolda ci consegna una sola buona nuova: la rottamazione finale del vecchio ceto politico del centrosinistra. Senza più una visione, senza più audience né nei poteri europei né presso il proprio “popolo”, senza base sociale e senza vere entrature nei "salotti buoni". Da loro non potrà rinascere nessun “insieme” coagulante le macerie di un modo finito di intendere la politica e la “sinistra” (anche se ci proveranno, per qualche giorno...).
Per chi lavora al cambiamento radicale è un problema in meno, una responsabilità in più.
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04/11/2016
Erdogan arresta il Partito Democratico dei Popoli
Democrazia rappresentativa in galera – Dopo mesi Erdoğan ha messo le mani sul nemico più temuto: il Partito Democratico dei Popoli. Ha posto agli arresti domiciliari i suoi segretari, Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, più nove deputati di questo partito. Un attacco diretto alla rappresentanza popolare, alla libertà di pensiero, alla democrazia stessa. Per gli amanti di statistica l’ennesimo colpo repressivo giunge dopo un anno dalla conferma elettorale dell’Hdp, che con 59 seggi aveva ribadito l’exploit delle consultazioni del giugno 2015 (80 deputati), quelle cosparse del sangue dei suoi militanti posti sotto l’attacco congiunto delle bombe dell’Isis e di quelle di Stato. Nonostante sia la terza forza del Paese tale componente, che organizza l’unica vera opposizione politica (quella personale di Gülen è altra cosa) al sistema-regime creato dal premier diventato presidente, risulta il nemico acerrimo di Erdoğan. Con la sua presenza istituzionale ha finora impedito che l’autoritarismo ricevesse il benestare parlamentare. L’accusa rivolta ai leader kurdi è quella di sempre: contiguità col Pkk posto fuorilegge (anche da Stati Uniti e Unione Europea) e perseguito con ogni mezzo. Per garantire la “sicurezza nazionale” messa in pericolo dal tentativo di golpe del luglio scorso attuato da militari e militanti del movimento Fetö, ex sodali del partito di governo, proseguono emergenza e nel sud-est anatolico coprifuoco.
Giorni nerissimi di dittature già conosciute – Continuano epurazioni (oltre 30.000 sono finora gli arresti, 100.000 licenziamenti di dipendenti pubblici e privati), chiusure di organi d’informazione (170 testate) e ovviamente incarcerazioni di giornalisti. Parecchi, già toccati dalla repressione come il direttore di Cumriyet Can Dündar imprigionato e rilasciato, sono riparati all’estero. E contro una testata semplicemente progressista, che svolge con precisione il mestiere di informazione-controllo-critica, sono intervenuti anche editorialisti dell’ultimo giornale liberale ancora non irrigimentato: l’Hürriyet. Recentemente Ahu Özyurt, ricordando la sua formazione su quella testata, ha scritto: “Cumriyet è la nostra Sarajevo, e non cadrà”. Però la furia con cui la mannaia governativa s’abbatte sulle teste di avversari e di presunti tali è finora strabordante; e il clima nel Paese ha il sapore dei giorni nerissimi di dittature già conosciute. Da stanotte i maggiori social media (Facebook, Twitter, Youtube, Whatsapp) sono inaccessibili e anche circumnavigazioni in rete attraverso differenti network risultano impossibili. L’ultimo accesso l’ha compiuto proprio Demirtaş, mostrando il suo fermo attuato dagli agenti. Un deputato dell’Hdp che si trova all’estero ha lanciato un messaggio ai colleghi di altre nazioni denunciando l’accaduto e ricordando come simili iniziative non abbiano nulla a che vedere con procedure d’emergenza, né qualsiasi legge e costituzione. “Sono assolutamente illegali – ha detto – e mirano a cacciare il nostro partito dal Parlamento”.
Cancellare l’opposizione parlamentare – In realtà dopo l’arresto dei sindaci di varie città kurde avvenuto nei giorni scorsi il partito del presidente stringe verso la soluzione finale: azzerare la rappresentanza di circa sei milioni di cittadini che hanno dato fiducia a un gruppo che parla di democrazia e laicità in maniera nuova, superando il nazionalismo kemalista nel suo riformismo di maniera dei repubblicani o nel viscerale sciovinismo parafascista dei Lupi grigi di Bahçeli. Il raggruppamento Hdp, nato quattro anni or sono, supera le chiusure nazionaliste, parla di autonomia, parità di sessi e rappresentatività, mira a una trasformazione egualitaria della società, è laico rispettando le altrui fedi, è solidale ricercando la collaborazione fra etnie. E’ la carta che ha sparigliato la politica turca bloccata fra nostalgie del paternalismo trascorso che l’ha gettata fra le braccia d’un padre-padrone del presente. E’ la mossa che mette in difficoltà gli stessi duri e puri della “lotta armata per sempre” presenti nel Pkk che probabilmente mal digerivano la Road map di Öcalan. Certi analisti rimproverano a Demirtaş di non essersi distanziato dal Pkk e quindi di poter prestare il fianco alle accuse con cui Erdoğan ora lo ammanetta. Ma il co-segretario ha sempre affermato di seguire la propria strada, dettata dalla linea che i delegati del partito decidono di tenere. Certo, le cronache dopo il blitz poliziesco registrano l’esplosione di un carro bomba a Diyarbakır che ha procurato venti feriti civili. Reazione della guerriglia kurda o provocazione del Mıt?
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Giorni nerissimi di dittature già conosciute – Continuano epurazioni (oltre 30.000 sono finora gli arresti, 100.000 licenziamenti di dipendenti pubblici e privati), chiusure di organi d’informazione (170 testate) e ovviamente incarcerazioni di giornalisti. Parecchi, già toccati dalla repressione come il direttore di Cumriyet Can Dündar imprigionato e rilasciato, sono riparati all’estero. E contro una testata semplicemente progressista, che svolge con precisione il mestiere di informazione-controllo-critica, sono intervenuti anche editorialisti dell’ultimo giornale liberale ancora non irrigimentato: l’Hürriyet. Recentemente Ahu Özyurt, ricordando la sua formazione su quella testata, ha scritto: “Cumriyet è la nostra Sarajevo, e non cadrà”. Però la furia con cui la mannaia governativa s’abbatte sulle teste di avversari e di presunti tali è finora strabordante; e il clima nel Paese ha il sapore dei giorni nerissimi di dittature già conosciute. Da stanotte i maggiori social media (Facebook, Twitter, Youtube, Whatsapp) sono inaccessibili e anche circumnavigazioni in rete attraverso differenti network risultano impossibili. L’ultimo accesso l’ha compiuto proprio Demirtaş, mostrando il suo fermo attuato dagli agenti. Un deputato dell’Hdp che si trova all’estero ha lanciato un messaggio ai colleghi di altre nazioni denunciando l’accaduto e ricordando come simili iniziative non abbiano nulla a che vedere con procedure d’emergenza, né qualsiasi legge e costituzione. “Sono assolutamente illegali – ha detto – e mirano a cacciare il nostro partito dal Parlamento”.
Cancellare l’opposizione parlamentare – In realtà dopo l’arresto dei sindaci di varie città kurde avvenuto nei giorni scorsi il partito del presidente stringe verso la soluzione finale: azzerare la rappresentanza di circa sei milioni di cittadini che hanno dato fiducia a un gruppo che parla di democrazia e laicità in maniera nuova, superando il nazionalismo kemalista nel suo riformismo di maniera dei repubblicani o nel viscerale sciovinismo parafascista dei Lupi grigi di Bahçeli. Il raggruppamento Hdp, nato quattro anni or sono, supera le chiusure nazionaliste, parla di autonomia, parità di sessi e rappresentatività, mira a una trasformazione egualitaria della società, è laico rispettando le altrui fedi, è solidale ricercando la collaborazione fra etnie. E’ la carta che ha sparigliato la politica turca bloccata fra nostalgie del paternalismo trascorso che l’ha gettata fra le braccia d’un padre-padrone del presente. E’ la mossa che mette in difficoltà gli stessi duri e puri della “lotta armata per sempre” presenti nel Pkk che probabilmente mal digerivano la Road map di Öcalan. Certi analisti rimproverano a Demirtaş di non essersi distanziato dal Pkk e quindi di poter prestare il fianco alle accuse con cui Erdoğan ora lo ammanetta. Ma il co-segretario ha sempre affermato di seguire la propria strada, dettata dalla linea che i delegati del partito decidono di tenere. Certo, le cronache dopo il blitz poliziesco registrano l’esplosione di un carro bomba a Diyarbakır che ha procurato venti feriti civili. Reazione della guerriglia kurda o provocazione del Mıt?
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02/11/2016
Turchia, torna la pena di morte. Ancora purghe e giornalisti in manette
La morsa della censura sui media in Turchia si fa sempre più stretta, arrivando a colpire praticamente tutti i media di opposizione. Ieri mattina all'alba la polizia ha realizzato una maxi-retata contro Cumhuriyet, storico quotidiano laico del Paese più volte preso di mira dal regime negli ultimi mesi. Sono stati emessi diciotto mandati di cattura nei confronti di altrettanti giornalisti che occupano anche posizioni di direzione della testata, tra le più lette in Turchia. Tra i 13 fermati figurano Murat Sabuncu, direttore del quotidiano, i giornalisti veterani Aydin Engin e Hikmet Cetinkaya, il rappresentante dei lettori Guray Oz, il caricaturista Musa Kart e Kadri Gursel, consulente editoriale della testata, nonché membro direttivo dell'Istituto internazionale di stampa (IPI).
Le forze di sicurezza hanno perquisito le case dei giornalisti, inclusa quella di Can Dundar, ex direttore di Cumhuriyet che ora si trova in Germania e per il quale è stato emanato sempre ieri mattina un nuovo ordine di cattura dopo quello che lo aveva raggiunto a causa di uno scoop che rivelava la complicità del regime di Erdogan con i jihadisti attivi in Siria. Al momento dei blitz della polizia si trovavano all'estero anche il giornalista Nebil Ozgenturk e Akin Atalay, avvocato della testata e presidente del consiglio esecutivo della fondazione a cui appartiene Cumhuriyet.
Lo staff del quotidiano più antico del Paese e il cui nome (“Repubblica”) fu scelto dallo stesso fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal, è accusato degli stessi reati per cui negli ultimi mesi sono già state chiuse decine di altri media. Nel caso specifico, i giornalisti in questione sono accusati di aver commesso dei crimini "a nome dei gruppi terroristici PKK e FETO", ossia il Partito dei lavoratori del Kurdistan e il movimento dell'ex imam Fethullah Gulen, che Ankara indica come responsabile del fallito golpe del 15 luglio scorso.
L'ordine di fermo della magistratura di Istanbul fa inoltre riferimento alle accuse di "irregolarità" commesse durante l'ultima elezione per definire i membri direttivi della Fondazione Cumhuriyet. Un'espressione che è stata valutata da diversi osservatori come un possibile segnale dell'eventuale commissariamento (e conseguente chiusura) del quotidiano, una sorte già toccata a numerosi media. Intanto, l'indagine risulta attualmente coperta da segreto istruttorio e secondo quanto riportato dal quotidiano online T24, ai giornalisti indagati è stato posto il divieto di vedere i propri avvocati per ben 5 giorni.
La giornalista Ayse Yildirim, in una dichiarazione realizzata a nome del quotidiano, ha definito le accuse "ridicole", ed ha affermato che "le decisioni di fermo vanno contro la legge e le accuse sono immaginarie. Cumhuriyet non ha mai collaborato né con FETO e nemmeno con il PKK ed è impossibile che possa collaborarvi". Yildirim ha inoltre aggiunto che allo stato attuale non è rimasto un solo dirigente di testata a piede libero" ma tutti quelli che lavorano in questo giornale sono dirigenti. Noi abbiamo subito simili pressioni anche in passato e non ci piegheremo. Qui è in atto un golpe che mira a colpire il diritto dei cittadini a informarsi. Invitiamo tutti a unirsi in solidarietà per il diritto di informare e di essere informati".
Ieri alcune centinaia di lettori e di membri delle organizzazioni per la libertà di stampa si sono radunati davanti alla redazione di Istanbul per sostenere il quotidiano. Anche numerosi dirigenti del Partito Repubblicano del Popolo (Chp, laico e nazionalista di centrosinistra) e del Partito democratico dei popoli (Hdp, riunisce sinistra curda e turca) si sono recati nelle sedi di Istanbul ed Ankara del giornale condannando i fermi. Il co-leader dell'HDP, ricordando il recente arresto dei co-sindaci curdi di Diyarbakir Gulten Kisanak e Firat Anli, ha affermato che l'operazione rivolta ai giornalisti di Cumhuriyet si inserisce all'interno di uno stesso, unico obiettivo, quello di raggiungere "la meta della dittatura".
A sua volta, Cemal Canpolat, presidente del CHP della circoscrizione di Istanbul, ha attirato l'attenzione sulla prossimità del referendum che il governo di Ankara vorrebbe sottoporre ai cittadini per approvare il sistema presidenziale in Turchia. "Vogliono andare al referendum con una stampa muta" ha affermato il politico. "Se le istituzioni dell'UE vogliono dire la loro sulla questione, questo è il momento giusto", ha affermato invece Erol Onderoglu, rappresentante di Reporters Senza Frontiere in Turchia. Nel paese sono ormai 130 circa i giornalisti e i fotoreporter chiusi nelle galere.
Anche le purghe nell'amministrazione pubblica non accennano a fermarsi. Il regime ha licenziato altri 10.000 funzionari pubblici, anche in questo caso accusati di avere a che fare con il fallito putsch di luglio. Stando ai due decreti pubblicati sulla Gazzetta ufficiale, complessivamente sono stati rimossi 10.131 dipendenti dello Stato, in particolare dei ministeri dell'Istruzione, della Giustizia e della Sanità.
Negli stessi decreti è stata anche annunciata la chiusura di 15 media, la maggior parte dei quali vicini alla causa e alla comunità curda, ed anche la soppressione dell'elezione dei rettori delle Università, che d'ora in poi saranno scelti dal presidente Recep Tayyip Erdogan tra i candidati selezionati dal Consiglio dell'istruzione superiore. Questo dopo che a migliaia rettori, presidi di facoltà e docenti sono stati arrestati o licenziati o sospesi dal servizio nei mesi scorsi.
Dopo il tentato golpe di luglio sono state arrestate più di 35.000 persone, mentre molte decine di migliaia di insegnanti, poliziotti, magistrati, avvocati e dipendenti pubblici di vario tipo sono stati licenziati o sospesi.
Intanto i due sindaci di Diyarbakir, la principale città a maggioranza curda del Sud-est della Turchia, sono stati posti sotto custodia cautelare per attività "terroristiche" legate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).
Gültan Kisanak e Firat Anli sono accusati di "appartenenza a un'organizzazione terroristica armata" e di "sostegno logistico a un'organizzazione terroristica armata", stando a quanto si legge nel comunicato diffuso dal tribunale di Diyarbakir.
L'arresto di Kisanak e Anli, martedì scorso, aveva scatenato violente proteste non solo a Diyarbalkir ma anche in varie città del Kurdistan turco. L'altro ieri è stato arrestato anche Ayla Akat Ata, un ex deputato del “Partito della pace e della democrazia”, una formazione curda giù più volte presa di mira dalla repressione del regime.
Che intanto sembra proprio intenzionato a dar seguito alle minacce di ripristino della pena di morte lanciate subito dopo il maldestro tentativo da parte di alcuni ambienti militari di impossessarsi del potere.
Lo stesso capo del regime, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato che una proposta di legge per ristabilire la pena capitale verrà presto sottoposta al Parlamento di Ankara.
"Il nostro governo sottoporrà (la proposta per la reintroduzione della pena di morte) al Parlamento. E io sono convinto che il Parlamento l'approverà e, quando arriverà davanti a me, io la ratificherò", ha detto Erdogan durante un discorso nella capitale di fronte ad una folla che reclamava l'applicazione della pena capitale per i golpisti di luglio.
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Le forze di sicurezza hanno perquisito le case dei giornalisti, inclusa quella di Can Dundar, ex direttore di Cumhuriyet che ora si trova in Germania e per il quale è stato emanato sempre ieri mattina un nuovo ordine di cattura dopo quello che lo aveva raggiunto a causa di uno scoop che rivelava la complicità del regime di Erdogan con i jihadisti attivi in Siria. Al momento dei blitz della polizia si trovavano all'estero anche il giornalista Nebil Ozgenturk e Akin Atalay, avvocato della testata e presidente del consiglio esecutivo della fondazione a cui appartiene Cumhuriyet.
Lo staff del quotidiano più antico del Paese e il cui nome (“Repubblica”) fu scelto dallo stesso fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal, è accusato degli stessi reati per cui negli ultimi mesi sono già state chiuse decine di altri media. Nel caso specifico, i giornalisti in questione sono accusati di aver commesso dei crimini "a nome dei gruppi terroristici PKK e FETO", ossia il Partito dei lavoratori del Kurdistan e il movimento dell'ex imam Fethullah Gulen, che Ankara indica come responsabile del fallito golpe del 15 luglio scorso.
L'ordine di fermo della magistratura di Istanbul fa inoltre riferimento alle accuse di "irregolarità" commesse durante l'ultima elezione per definire i membri direttivi della Fondazione Cumhuriyet. Un'espressione che è stata valutata da diversi osservatori come un possibile segnale dell'eventuale commissariamento (e conseguente chiusura) del quotidiano, una sorte già toccata a numerosi media. Intanto, l'indagine risulta attualmente coperta da segreto istruttorio e secondo quanto riportato dal quotidiano online T24, ai giornalisti indagati è stato posto il divieto di vedere i propri avvocati per ben 5 giorni.
La giornalista Ayse Yildirim, in una dichiarazione realizzata a nome del quotidiano, ha definito le accuse "ridicole", ed ha affermato che "le decisioni di fermo vanno contro la legge e le accuse sono immaginarie. Cumhuriyet non ha mai collaborato né con FETO e nemmeno con il PKK ed è impossibile che possa collaborarvi". Yildirim ha inoltre aggiunto che allo stato attuale non è rimasto un solo dirigente di testata a piede libero" ma tutti quelli che lavorano in questo giornale sono dirigenti. Noi abbiamo subito simili pressioni anche in passato e non ci piegheremo. Qui è in atto un golpe che mira a colpire il diritto dei cittadini a informarsi. Invitiamo tutti a unirsi in solidarietà per il diritto di informare e di essere informati".
Ieri alcune centinaia di lettori e di membri delle organizzazioni per la libertà di stampa si sono radunati davanti alla redazione di Istanbul per sostenere il quotidiano. Anche numerosi dirigenti del Partito Repubblicano del Popolo (Chp, laico e nazionalista di centrosinistra) e del Partito democratico dei popoli (Hdp, riunisce sinistra curda e turca) si sono recati nelle sedi di Istanbul ed Ankara del giornale condannando i fermi. Il co-leader dell'HDP, ricordando il recente arresto dei co-sindaci curdi di Diyarbakir Gulten Kisanak e Firat Anli, ha affermato che l'operazione rivolta ai giornalisti di Cumhuriyet si inserisce all'interno di uno stesso, unico obiettivo, quello di raggiungere "la meta della dittatura".
A sua volta, Cemal Canpolat, presidente del CHP della circoscrizione di Istanbul, ha attirato l'attenzione sulla prossimità del referendum che il governo di Ankara vorrebbe sottoporre ai cittadini per approvare il sistema presidenziale in Turchia. "Vogliono andare al referendum con una stampa muta" ha affermato il politico. "Se le istituzioni dell'UE vogliono dire la loro sulla questione, questo è il momento giusto", ha affermato invece Erol Onderoglu, rappresentante di Reporters Senza Frontiere in Turchia. Nel paese sono ormai 130 circa i giornalisti e i fotoreporter chiusi nelle galere.
Anche le purghe nell'amministrazione pubblica non accennano a fermarsi. Il regime ha licenziato altri 10.000 funzionari pubblici, anche in questo caso accusati di avere a che fare con il fallito putsch di luglio. Stando ai due decreti pubblicati sulla Gazzetta ufficiale, complessivamente sono stati rimossi 10.131 dipendenti dello Stato, in particolare dei ministeri dell'Istruzione, della Giustizia e della Sanità.
Negli stessi decreti è stata anche annunciata la chiusura di 15 media, la maggior parte dei quali vicini alla causa e alla comunità curda, ed anche la soppressione dell'elezione dei rettori delle Università, che d'ora in poi saranno scelti dal presidente Recep Tayyip Erdogan tra i candidati selezionati dal Consiglio dell'istruzione superiore. Questo dopo che a migliaia rettori, presidi di facoltà e docenti sono stati arrestati o licenziati o sospesi dal servizio nei mesi scorsi.
Dopo il tentato golpe di luglio sono state arrestate più di 35.000 persone, mentre molte decine di migliaia di insegnanti, poliziotti, magistrati, avvocati e dipendenti pubblici di vario tipo sono stati licenziati o sospesi.
Intanto i due sindaci di Diyarbakir, la principale città a maggioranza curda del Sud-est della Turchia, sono stati posti sotto custodia cautelare per attività "terroristiche" legate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).
Gültan Kisanak e Firat Anli sono accusati di "appartenenza a un'organizzazione terroristica armata" e di "sostegno logistico a un'organizzazione terroristica armata", stando a quanto si legge nel comunicato diffuso dal tribunale di Diyarbakir.
L'arresto di Kisanak e Anli, martedì scorso, aveva scatenato violente proteste non solo a Diyarbalkir ma anche in varie città del Kurdistan turco. L'altro ieri è stato arrestato anche Ayla Akat Ata, un ex deputato del “Partito della pace e della democrazia”, una formazione curda giù più volte presa di mira dalla repressione del regime.
Che intanto sembra proprio intenzionato a dar seguito alle minacce di ripristino della pena di morte lanciate subito dopo il maldestro tentativo da parte di alcuni ambienti militari di impossessarsi del potere.
Lo stesso capo del regime, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato che una proposta di legge per ristabilire la pena capitale verrà presto sottoposta al Parlamento di Ankara.
"Il nostro governo sottoporrà (la proposta per la reintroduzione della pena di morte) al Parlamento. E io sono convinto che il Parlamento l'approverà e, quando arriverà davanti a me, io la ratificherò", ha detto Erdogan durante un discorso nella capitale di fronte ad una folla che reclamava l'applicazione della pena capitale per i golpisti di luglio.
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26/10/2016
‘Clima generalizzato di paura’, è iniziata la grande fuga dalla Turchia
Nuova ondata repressiva in Turchia, in queste ore. I due sindaci di Diyarbakir, la maggiore città a maggioranza curda del Sud-est della Turchia (che i curdi chiamano Amed), sono stati arrestati nell'ambito di un'indagine legata al "terrorismo". L'arresto di Gultan Kisanak e Firat Anli è avvenuto con un imponente dispositivo di polizia attorno al municipio della città, considerata la "capitale" curda e teatro di uno scontro prolungato fra le forze di sicurezza turche e i guerriglieri del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. L'arrivo delle truppe turche ha provocato la reazione di centinaia di manifestanti, tra questi una deputata yazida che è stata arrestata, che sono stati dispersi con la violenza dalla polizia, con idranti e lacrimogeni. Le autorità hanno deciso di sospendere 'temporaneamente' l'accesso ad internet e alla telefonia mobile nelle province curde di Diyarbakir, Mardin, Batman,Siirt, Van, Elazığ, Dersim, Antep, Şanlıfurfa e Kilis.
"Ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione illegale. Questi sindaci son stati eletti dal nostro popolo e sono stati arrestati come fossero dei fuorilegge", ha detto Sahabat Tuncer, copresidente del Partito Democratico delle Regioni, una costola del Partito Democratico dei Popoli operante solo nei territori a maggioranza curda della Turchia. "Da quasi un anno e mezzo il nostro partito è oggetto di una politica speciale – ha aggiunto – Lo Stato fa del terrorismo contro i nostri partiti. Arresta i nostri dirigenti, confisca ciò che il popolo ha guadagnato con grandi sacrifici. Semina il caos nelle nostre città", ha concluso la leader del DBP. Nell’ultimo anno ben 2500 dirigenti, amministratori e militanti del Partito Democratico delle Regioni sono stati arrestati e incarcerati, tra questi il co-presidente, decine di co-sindaci e consiglieri comunali. Finora sono state ben 26 le municipalità amministrate dal DBP che sono state commissariate dal governo centrale dopo aver inabilitato i sindaci regolarmente eletti, e quattro membri del partito sono stati uccisi dall’esercito turco durante il feroce assedio di Cizre e Silopi.
Dal fallito colpo di stato militare del 15 luglio scorso, secondo i dati diffusi dal ministro della Giustizia di Erdogan, Bekir Bozdag, le persone arrestate sono state più di 35 mila, quelle indagate più di 82 mila; altre 3907 persone sarebbero ancora ricercate e altre 26 mila sarebbero state rilasciate sotto “controllo giudiziario” e dopo che nei loro confronti è stato aperto un procedimento penale. Per non parlare di più di 100 mila persone che sono state cacciate o sospese dal loro posto di lavoro nell’esercito, nella polizia, nella magistratura, nella scuola, nell’Università, nelle amministrazioni pubbliche, nei media ed in altri settori.
A proposito delle purghe repressive scatenate dal regime dopo il fallito putsch di luglio, l’organizzazione umanitaria internazionale Human Rights Watch, basata negli Stati Uniti, ha denunciato recentemente che molte delle persone arrestate sono state "torturate e maltrattate". Secondo il rapporto di 47 pagine redatto da HRW, lo stato d’emergenza proclamato dal regime concede di fatto "carta bianca" ai poliziotti per commettere abusi nei confronti dei detenuti. Privazione del sonno, percosse e minacce di violenza sono tra i principali maltrattamenti documentati da HRW che riferisce di aver intervistato 40 persone, tra cui avvocati, specialisti di medicina legale ed ex detenuti. Un uomo, Eyup Birinci, ha dichiarato al procuratore della Repubblica di Antalya che i poliziotti "lo avevano picchiato sulle piante dei piedi e sulla pancia" e minacciato di "castrarlo". L'organizzazione denuncia quello che definisce un "clima generalizzato di paura" instaurato dal regime.
Le maxi purghe, la violazione sistematica dei più basilari diritti democratici, la persecuzione delle opposizioni e degli intellettuali dissidenti, la chiusura di centinaia di media critici nei confronti del regime stanno causando un vero e proprio esodo dalla Turchia. A scappare non sono solo i dissidenti sui quali pende un mandato di cattura, ma anche molti studiosi e docenti, avvocati, giornalisti, medici finiti nel target del partito islamo-nazionalista che ha rapidamente occupato tutti i gangli del potere. Una ‘grande fuga’ simile a quella che seguì i colpi di stato fascisti realizzati dall’esercito nel 1971 e poi di nuovo nel 1980. Solo che stavolta è il ‘contro-golpe’ erdoganiano a provocarlo approfittando del maldestro tentativo da parte di settori militari irresponsabilmente imbeccati da Washington e da Bruxelles.
Negli ultimi 3 mesi oltre 4.200 accademici sono stati sospesi dal loro incarico, mentre più di 2.300 sono stati espulsi dalle università in cui lavoravano. Centinaia di docenti sono rimasti disoccupati a seguito della chiusura di 15 università private, legate al movimento di Fethullah Gulen, che il governo di Ankara accusa di aver organizzato il tentato golpe.
"Sono rimasta disoccupata e senza casa, per strada, nel giro di una notte", spiega la docente Maya Arakon (che lavorava alla Facoltà di relazioni internazionali dell'Università Suleyman Sah, uno degli istituti chiusi) in un'intervista alla BBC turca, specificando che la notte del tentato golpe si trovava negli Stati Uniti e che dopo quella data ha continuamente posticipato la data del rientro, per poi decidere di non partire affatto. “Avevo immaginato che avrebbero commissariato l'università, ma chiuderla completamente mi sembra una follia. Tra chi ci è andato di mezzo ci sono persone e studenti che come me non c'entrano niente con il movimento gulenista”, aggiunge Arakon.
Una sua collega, la linguista Necmiye Alpay, con la quale stava collaborando ad un libro, si trova attualmente agli arresti, accusata di terrorismo. Nonostante siano diversi i docenti che trovandosi all'estero a luglio hanno deciso di non rientrare in Turchia, una tale scelta non è alla portata di tutti.
A parte i problemi per l'ottenimento del visto, gli spostamenti degli accademici restano attualmente vincolati ai permessi speciali dei rettori delle università, accordati solo in caso di inviti ad hoc per convegni o seminari. E molte persone, accademici inclusi, si sono anche visti annullare il passaporto per diversi motivi.
Anche se mancano delle statistiche sul numero dei "cervelli" che hanno lasciato la Turchia recentemente, alcune organizzazioni come il “Fondo per salvare gli studiosi”, fondato dall'Istituto di educazione internazionale (IIE) a settembre riferiva di avere ricevuto 65 domande di accademici turchi che esprimevano "timore di essere perseguitati politicamente e, in alcuni casi, di essere imprigionati e di subire violenze". Al numero di domande "senza precedenti" giunti all'organizzazione statunitense si accompagna quello delle richieste presentate presso il Consiglio per gli accademici a rischio (CARA), una organizzazione britannica che sottolinea come le domande dei ricercatori turchi siano passate dai 4-5 a settimana dell'anno scorso alle 15-20 dell'ultimo periodo.
Dal gennaio 2016, quando un gruppo di accademici – i cosiddetti "accademici per la pace" – ha firmato una petizione contro gli interventi armati dello stato nella Turchia sudorientale chiedendo alle autorità di fermare la selvaggia repressione contro la comunità curda, gli accademici non allineati con il governo hanno iniziato ad essere perseguitati. Molti dei docenti firmatari della petizione hanno perso il loro posto nel corso delle epurazioni seguite al fallito golpe.
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"Ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione illegale. Questi sindaci son stati eletti dal nostro popolo e sono stati arrestati come fossero dei fuorilegge", ha detto Sahabat Tuncer, copresidente del Partito Democratico delle Regioni, una costola del Partito Democratico dei Popoli operante solo nei territori a maggioranza curda della Turchia. "Da quasi un anno e mezzo il nostro partito è oggetto di una politica speciale – ha aggiunto – Lo Stato fa del terrorismo contro i nostri partiti. Arresta i nostri dirigenti, confisca ciò che il popolo ha guadagnato con grandi sacrifici. Semina il caos nelle nostre città", ha concluso la leader del DBP. Nell’ultimo anno ben 2500 dirigenti, amministratori e militanti del Partito Democratico delle Regioni sono stati arrestati e incarcerati, tra questi il co-presidente, decine di co-sindaci e consiglieri comunali. Finora sono state ben 26 le municipalità amministrate dal DBP che sono state commissariate dal governo centrale dopo aver inabilitato i sindaci regolarmente eletti, e quattro membri del partito sono stati uccisi dall’esercito turco durante il feroce assedio di Cizre e Silopi.
Dal fallito colpo di stato militare del 15 luglio scorso, secondo i dati diffusi dal ministro della Giustizia di Erdogan, Bekir Bozdag, le persone arrestate sono state più di 35 mila, quelle indagate più di 82 mila; altre 3907 persone sarebbero ancora ricercate e altre 26 mila sarebbero state rilasciate sotto “controllo giudiziario” e dopo che nei loro confronti è stato aperto un procedimento penale. Per non parlare di più di 100 mila persone che sono state cacciate o sospese dal loro posto di lavoro nell’esercito, nella polizia, nella magistratura, nella scuola, nell’Università, nelle amministrazioni pubbliche, nei media ed in altri settori.
A proposito delle purghe repressive scatenate dal regime dopo il fallito putsch di luglio, l’organizzazione umanitaria internazionale Human Rights Watch, basata negli Stati Uniti, ha denunciato recentemente che molte delle persone arrestate sono state "torturate e maltrattate". Secondo il rapporto di 47 pagine redatto da HRW, lo stato d’emergenza proclamato dal regime concede di fatto "carta bianca" ai poliziotti per commettere abusi nei confronti dei detenuti. Privazione del sonno, percosse e minacce di violenza sono tra i principali maltrattamenti documentati da HRW che riferisce di aver intervistato 40 persone, tra cui avvocati, specialisti di medicina legale ed ex detenuti. Un uomo, Eyup Birinci, ha dichiarato al procuratore della Repubblica di Antalya che i poliziotti "lo avevano picchiato sulle piante dei piedi e sulla pancia" e minacciato di "castrarlo". L'organizzazione denuncia quello che definisce un "clima generalizzato di paura" instaurato dal regime.
Le maxi purghe, la violazione sistematica dei più basilari diritti democratici, la persecuzione delle opposizioni e degli intellettuali dissidenti, la chiusura di centinaia di media critici nei confronti del regime stanno causando un vero e proprio esodo dalla Turchia. A scappare non sono solo i dissidenti sui quali pende un mandato di cattura, ma anche molti studiosi e docenti, avvocati, giornalisti, medici finiti nel target del partito islamo-nazionalista che ha rapidamente occupato tutti i gangli del potere. Una ‘grande fuga’ simile a quella che seguì i colpi di stato fascisti realizzati dall’esercito nel 1971 e poi di nuovo nel 1980. Solo che stavolta è il ‘contro-golpe’ erdoganiano a provocarlo approfittando del maldestro tentativo da parte di settori militari irresponsabilmente imbeccati da Washington e da Bruxelles.
Negli ultimi 3 mesi oltre 4.200 accademici sono stati sospesi dal loro incarico, mentre più di 2.300 sono stati espulsi dalle università in cui lavoravano. Centinaia di docenti sono rimasti disoccupati a seguito della chiusura di 15 università private, legate al movimento di Fethullah Gulen, che il governo di Ankara accusa di aver organizzato il tentato golpe.
"Sono rimasta disoccupata e senza casa, per strada, nel giro di una notte", spiega la docente Maya Arakon (che lavorava alla Facoltà di relazioni internazionali dell'Università Suleyman Sah, uno degli istituti chiusi) in un'intervista alla BBC turca, specificando che la notte del tentato golpe si trovava negli Stati Uniti e che dopo quella data ha continuamente posticipato la data del rientro, per poi decidere di non partire affatto. “Avevo immaginato che avrebbero commissariato l'università, ma chiuderla completamente mi sembra una follia. Tra chi ci è andato di mezzo ci sono persone e studenti che come me non c'entrano niente con il movimento gulenista”, aggiunge Arakon.
Una sua collega, la linguista Necmiye Alpay, con la quale stava collaborando ad un libro, si trova attualmente agli arresti, accusata di terrorismo. Nonostante siano diversi i docenti che trovandosi all'estero a luglio hanno deciso di non rientrare in Turchia, una tale scelta non è alla portata di tutti.
A parte i problemi per l'ottenimento del visto, gli spostamenti degli accademici restano attualmente vincolati ai permessi speciali dei rettori delle università, accordati solo in caso di inviti ad hoc per convegni o seminari. E molte persone, accademici inclusi, si sono anche visti annullare il passaporto per diversi motivi.
Anche se mancano delle statistiche sul numero dei "cervelli" che hanno lasciato la Turchia recentemente, alcune organizzazioni come il “Fondo per salvare gli studiosi”, fondato dall'Istituto di educazione internazionale (IIE) a settembre riferiva di avere ricevuto 65 domande di accademici turchi che esprimevano "timore di essere perseguitati politicamente e, in alcuni casi, di essere imprigionati e di subire violenze". Al numero di domande "senza precedenti" giunti all'organizzazione statunitense si accompagna quello delle richieste presentate presso il Consiglio per gli accademici a rischio (CARA), una organizzazione britannica che sottolinea come le domande dei ricercatori turchi siano passate dai 4-5 a settimana dell'anno scorso alle 15-20 dell'ultimo periodo.
Dal gennaio 2016, quando un gruppo di accademici – i cosiddetti "accademici per la pace" – ha firmato una petizione contro gli interventi armati dello stato nella Turchia sudorientale chiedendo alle autorità di fermare la selvaggia repressione contro la comunità curda, gli accademici non allineati con il governo hanno iniziato ad essere perseguitati. Molti dei docenti firmatari della petizione hanno perso il loro posto nel corso delle epurazioni seguite al fallito golpe.
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