Nuova ondata repressiva in Turchia, in queste ore. I due sindaci di Diyarbakir, la maggiore città a maggioranza curda del Sud-est della Turchia (che i curdi chiamano Amed), sono stati arrestati nell'ambito di un'indagine legata al "terrorismo". L'arresto di Gultan Kisanak e Firat Anli è avvenuto con un imponente dispositivo di polizia attorno al municipio della città, considerata la "capitale" curda e teatro di uno scontro prolungato fra le forze di sicurezza turche e i guerriglieri del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. L'arrivo delle truppe turche ha provocato la reazione di centinaia di manifestanti, tra questi una deputata yazida che è stata arrestata, che sono stati dispersi con la violenza dalla polizia, con idranti e lacrimogeni. Le autorità hanno deciso di sospendere 'temporaneamente' l'accesso ad internet e alla telefonia mobile nelle province curde di Diyarbakir, Mardin, Batman,Siirt, Van, Elazığ, Dersim, Antep, Şanlıfurfa e Kilis.
"Ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione illegale. Questi sindaci son stati eletti dal nostro popolo e sono stati arrestati come fossero dei fuorilegge", ha detto Sahabat Tuncer, copresidente del Partito Democratico delle Regioni, una costola del Partito Democratico dei Popoli operante solo nei territori a maggioranza curda della Turchia. "Da quasi un anno e mezzo il nostro partito è oggetto di una politica speciale – ha aggiunto – Lo Stato fa del terrorismo contro i nostri partiti. Arresta i nostri dirigenti, confisca ciò che il popolo ha guadagnato con grandi sacrifici. Semina il caos nelle nostre città", ha concluso la leader del DBP. Nell’ultimo anno ben 2500 dirigenti, amministratori e militanti del Partito Democratico delle Regioni sono stati arrestati e incarcerati, tra questi il co-presidente, decine di co-sindaci e consiglieri comunali. Finora sono state ben 26 le municipalità amministrate dal DBP che sono state commissariate dal governo centrale dopo aver inabilitato i sindaci regolarmente eletti, e quattro membri del partito sono stati uccisi dall’esercito turco durante il feroce assedio di Cizre e Silopi.
Dal fallito colpo di stato militare del 15 luglio scorso, secondo i dati diffusi dal ministro della Giustizia di Erdogan, Bekir Bozdag, le persone arrestate sono state più di 35 mila, quelle indagate più di 82 mila; altre 3907 persone sarebbero ancora ricercate e altre 26 mila sarebbero state rilasciate sotto “controllo giudiziario” e dopo che nei loro confronti è stato aperto un procedimento penale. Per non parlare di più di 100 mila persone che sono state cacciate o sospese dal loro posto di lavoro nell’esercito, nella polizia, nella magistratura, nella scuola, nell’Università, nelle amministrazioni pubbliche, nei media ed in altri settori.
A proposito delle purghe repressive scatenate dal regime dopo il fallito putsch di luglio, l’organizzazione umanitaria internazionale Human Rights Watch, basata negli Stati Uniti, ha denunciato recentemente che molte delle persone arrestate sono state "torturate e maltrattate". Secondo il rapporto di 47 pagine redatto da HRW, lo stato d’emergenza proclamato dal regime concede di fatto "carta bianca" ai poliziotti per commettere abusi nei confronti dei detenuti. Privazione del sonno, percosse e minacce di violenza sono tra i principali maltrattamenti documentati da HRW che riferisce di aver intervistato 40 persone, tra cui avvocati, specialisti di medicina legale ed ex detenuti. Un uomo, Eyup Birinci, ha dichiarato al procuratore della Repubblica di Antalya che i poliziotti "lo avevano picchiato sulle piante dei piedi e sulla pancia" e minacciato di "castrarlo". L'organizzazione denuncia quello che definisce un "clima generalizzato di paura" instaurato dal regime.
Le maxi purghe, la violazione sistematica dei più basilari diritti democratici, la persecuzione delle opposizioni e degli intellettuali dissidenti, la chiusura di centinaia di media critici nei confronti del regime stanno causando un vero e proprio esodo dalla Turchia. A scappare non sono solo i dissidenti sui quali pende un mandato di cattura, ma anche molti studiosi e docenti, avvocati, giornalisti, medici finiti nel target del partito islamo-nazionalista che ha rapidamente occupato tutti i gangli del potere. Una ‘grande fuga’ simile a quella che seguì i colpi di stato fascisti realizzati dall’esercito nel 1971 e poi di nuovo nel 1980. Solo che stavolta è il ‘contro-golpe’ erdoganiano a provocarlo approfittando del maldestro tentativo da parte di settori militari irresponsabilmente imbeccati da Washington e da Bruxelles.
Negli ultimi 3 mesi oltre 4.200 accademici sono stati sospesi dal loro incarico, mentre più di 2.300 sono stati espulsi dalle università in cui lavoravano. Centinaia di docenti sono rimasti disoccupati a seguito della chiusura di 15 università private, legate al movimento di Fethullah Gulen, che il governo di Ankara accusa di aver organizzato il tentato golpe.
"Sono rimasta disoccupata e senza casa, per strada, nel giro di una notte", spiega la docente Maya Arakon (che lavorava alla Facoltà di relazioni internazionali dell'Università Suleyman Sah, uno degli istituti chiusi) in un'intervista alla BBC turca, specificando che la notte del tentato golpe si trovava negli Stati Uniti e che dopo quella data ha continuamente posticipato la data del rientro, per poi decidere di non partire affatto. “Avevo immaginato che avrebbero commissariato l'università, ma chiuderla completamente mi sembra una follia. Tra chi ci è andato di mezzo ci sono persone e studenti che come me non c'entrano niente con il movimento gulenista”, aggiunge Arakon.
Una sua collega, la linguista Necmiye Alpay, con la quale stava collaborando ad un libro, si trova attualmente agli arresti, accusata di terrorismo. Nonostante siano diversi i docenti che trovandosi all'estero a luglio hanno deciso di non rientrare in Turchia, una tale scelta non è alla portata di tutti.
A parte i problemi per l'ottenimento del visto, gli spostamenti degli accademici restano attualmente vincolati ai permessi speciali dei rettori delle università, accordati solo in caso di inviti ad hoc per convegni o seminari. E molte persone, accademici inclusi, si sono anche visti annullare il passaporto per diversi motivi.
Anche se mancano delle statistiche sul numero dei "cervelli" che hanno lasciato la Turchia recentemente, alcune organizzazioni come il “Fondo per salvare gli studiosi”, fondato dall'Istituto di educazione internazionale (IIE) a settembre riferiva di avere ricevuto 65 domande di accademici turchi che esprimevano "timore di essere perseguitati politicamente e, in alcuni casi, di essere imprigionati e di subire violenze". Al numero di domande "senza precedenti" giunti all'organizzazione statunitense si accompagna quello delle richieste presentate presso il Consiglio per gli accademici a rischio (CARA), una organizzazione britannica che sottolinea come le domande dei ricercatori turchi siano passate dai 4-5 a settimana dell'anno scorso alle 15-20 dell'ultimo periodo.
Dal gennaio 2016, quando un gruppo di accademici – i cosiddetti "accademici per la pace" – ha firmato una petizione contro gli interventi armati dello stato nella Turchia sudorientale chiedendo alle autorità di fermare la selvaggia repressione contro la comunità curda, gli accademici non allineati con il governo hanno iniziato ad essere perseguitati. Molti dei docenti firmatari della petizione hanno perso il loro posto nel corso delle epurazioni seguite al fallito golpe.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/02/2016
Aleppo? No, Cizre. Il mondo chiude gli occhi sul massacro dei curdi
Forse una parte del grande pubblico italiano ha scoperto solo ieri sera, grazie ad un servizio andato in onda su Raitre nell’ambito della trasmissione di Riccardo Iacona “Presa Diretta”, l’entità della selvaggia e brutale repressione alla quale il regime turco sottopone il popolo curdo. Ammesso che di “grande pubblico” si possa parlare a proposito di un servizio trasmesso alle 23 sulla rete del servizio pubblico meno vista e comunque all’interno di una trasmissione di approfondimento e non certo di un talk show (quelli sì che hanno milioni di telespettatori…).
Per qualche minuto i forse fino a quel momento ignari utenti hanno potuto vedere le immagini dei carri armati usati contro gli edifici delle città curde, il centro storico di Diyarbakir ridotto in macerie, i parenti delle vittime della repressione accusare l’Ue di regalare soldi ad Ankara che li usa per finanziare la guerra contro il popolo curdo, giornalisti indipendenti raccontare degli invii di armi ai jihadisti siriani da parte dei servizi segreti turchi, media-attivisti siriani descrivere il crescente e inquietante radicamento dello Stato Islamico all’interno del paese.
E nel servizio mancava forse un’immagine che più di tante parole avrebbe descritto la politica di uno stato che considera i curdi – del Pkk, dell’Hdp, o semplicemente normali cittadini di lingua e cultura curda – come i principali nemici dello Stato, assai più pericolosi dei jihadisti dell’Isis che pure lanciano missili contro le case delle città al confine con la Siria, assassinano giornalisti impiccioni o fanno esplodere bombe tra la folla. L’immagine delle case di Cizre, distretto della città di Sirnak, rase al suolo e distrutte dai bombardamenti delle forze armate turche che grazie al coprifuoco e al blocco delle comunicazioni con l’esterno hanno prodotto un massacro che la grande stampa internazionale si è ben guardata dal raccontare e denunciare.
D’altronde il regime turco protegge e foraggia i jihadisti che spargono il terrore in Medio Oriente e sempre più spesso anche nelle capitali europee, ma la Turchia è agli occhi delle cancellerie occidentali ancora una fondamentale pedina attraverso cui tentare di affermare i propri interessi nell’area, oltre che uno dei più importanti baluardi della Nato.
E quindi il grande pubblico di cui sopra non ha saputo dei 224 civili – tra cui 42 bambini, 31 donne e 30 anziani – che secondo la Fondazione per i diritti umani in Turchia (Tihv) sono stati uccisi a causa dei bombardamenti e dei tiri dei cecchini sulle case e sulle strade di 7 città del Kurdistan turco tra la metà di agosto e l’inizio di febbraio. Un bilancio che, vista la recrudescenza della repressione degli ultimi giorni, va più che raddoppiato. Nel conteggio del Tihv infatti non ci sono i 250 morti di Cizre, molti dei quali bruciati vivi dai soldati turchi all’interno degli edifici e dei sotterranei dove avevano tentato di rifugiarsi. Un massacro compiuto grazie al coprifuoco e all’accerchiamento di quartieri e città dove vivono – in alcuni casi vivevano – centinaia di migliaia di persone prese in trappola. Bersagliate dall’artiglieria, dai colpi dei cecchini, senza acqua né cibo né elettricità per settimane, mesi. Esattamente come ad Aleppo, o ad Homs. E anche a Sur, la parte antica di Diyarbakir dichiarata patrimonio dell’Unesco, negli ultimi giorni la situazione si è fatta ancora più tragica con decine di migliaia di residenti che tentano di sfuggire alle cannonate dell’esercito turco.
Un genocidio secondo il leader del Partito Democratico dei Popoli Selahattin Demirtas, effetti collaterali della guerra del regime turco contro i ‘terroristi’ del Pkk secondo il ministro degli interni di Ankara. La comunità internazionale non vede e non sente, ha altro a cui pensare. Il Kurdistan non è la Siria, Cizre non può e non deve essere associata ad Aleppo.
Non c’è da stupirsi che la guerriglia curda abbia interrotto nel corso della scorsa estate la tregua dichiarata in nome di un processo di pace che il regime turco non ha mai permesso che andasse avanti e che ha esplicitamente violato quando ha cominciato a colpire con estrema durezza le postazioni del Pkk in Anatolia e sui monti dell’Iraq e poi anche quelle dell’Ypg nel Rojava siriano.
Mentre le operazioni militari del Pkk contro le forze armate turche continuano incessanti da agosto (il conteggio delle vittime tra i militari e i poliziotti è arrivato ad alcune centinaia) nel fine settimana i Falchi per la Liberazione del Kurdistan (Tak) hanno rivendicato il sanguinoso attacco che il 17 febbraio ha causato la morte di 27 soldati e di una funzionaria del Ministero della Difesa ad Ankara. Il regime di Erdogan, come aveva già fatto in precedenza per giustificare la guerra senza quartiere contro le organizzazioni curde all’interno e all’esterno dei propri confini, aveva immediatamente accusato i combattenti delle Unità di Difesa Popolare del Kurdistan siriano di essere i responsabili materiali dell’attacco, in collaborazione con i loro "complici" del Pkk. Le due organizzazioni avevano smentito ogni legame con quanto avvenuto nella capitale turca, e poi è arrivata la rivendicazione da parte del gruppo nato nel 1993 e che nel 2005 ha rotto con il Pkk per dissidi di tipo organizzativo e ideologico. Nella rivendicazione il gruppo armato, poco attivo negli ultimi anni, ha giustificato il proprio attacco come necessaria risposta al massacro del popolo curdo da parte degli apparati dello stato turco, denunciando in particolare quando avvenuto a Cizre.
In queste ore, a conferma della rivendicazione, il padre di Abdulbaki Sönmez, proveniente dalla città di Van (nell’est della Turchia al confine con l’Iran), il presunto autore dell’attacco compiuto a nome dei Tak, ha confermato che l'uomo ritratto nelle fotografie pubblicate dalle forze di sicurezza è il figlio, di cui era stata denunciata la scomparsa nel 2005 quando il ragazzo era entrato in clandestinità. L’ennesima smentita di quanto affermato poco dopo l’attacco dalle massime autorità turche, secondo le quali l’attentatore era invece un curdo siriano, Salih Neccar, legato alle Unità di protezione popolare (Ypg) e ai servizi segreti di Damasco.
Una ricostruzione di comodo che Ankara continua a difendere mentre i suoi apparati di sicurezza continuano le retate ai danni degli attivisti curdi e della sinistra antagonista turca. Proprio all’alba di oggi 14 persone sono state arrestate perché sospettate di aver preso parte in qualche modo all’attentato del 17 febbraio: gli attivisti sono stati arrestati, affermano i media turchi, per aver sostenuto un’organizzazione terroristica armata, per falsificazione di documenti e frode. Altre sette persone che erano state fermate sono invece state rilasciate dopo l’interrogatorio da parte dei magistrati.
Intanto ieri la polizia turca, in assetto antisommossa, ha usato i lacrimogeni, gli idranti e i manganelli contro alcune migliaia di manifestanti che ad Artvin, città vicina al Mar Nero, tentavano di impedire la costruzione di una miniera all’interno di una riserva naturale che ospita un’antica foresta. La repressione contro i cittadini che protestavano contro il progetto di realizzazione di una miniera di oro e di rame in un’area teoricamente protetta ha causato ventisei feriti, uno dei quali in gravi condizioni. Le cariche sarebbero scattate quando i manifestanti, tra i quali molte donne, hanno cercato di superare una barriera che impediva l’accesso alla collina di Cerattepe, a dodici chilometri dalla città. A gestire il contestato progetto è la società Cengiz Holding: l'amministratore delegato è il magnate Mehmet Cengiz, considerato uno stretto alleato del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sabato il primo ministro Ahmet Davutoglu aveva dichiarato che il progetto "non costituisce assolutamente un pericolo per l'ambiente" e aveva minacciato esplicitamente i manifestanti contro "ogni provocazione".
E quindi il grande pubblico di cui sopra non ha saputo dei 224 civili – tra cui 42 bambini, 31 donne e 30 anziani – che secondo la Fondazione per i diritti umani in Turchia (Tihv) sono stati uccisi a causa dei bombardamenti e dei tiri dei cecchini sulle case e sulle strade di 7 città del Kurdistan turco tra la metà di agosto e l’inizio di febbraio. Un bilancio che, vista la recrudescenza della repressione degli ultimi giorni, va più che raddoppiato. Nel conteggio del Tihv infatti non ci sono i 250 morti di Cizre, molti dei quali bruciati vivi dai soldati turchi all’interno degli edifici e dei sotterranei dove avevano tentato di rifugiarsi. Un massacro compiuto grazie al coprifuoco e all’accerchiamento di quartieri e città dove vivono – in alcuni casi vivevano – centinaia di migliaia di persone prese in trappola. Bersagliate dall’artiglieria, dai colpi dei cecchini, senza acqua né cibo né elettricità per settimane, mesi. Esattamente come ad Aleppo, o ad Homs. E anche a Sur, la parte antica di Diyarbakir dichiarata patrimonio dell’Unesco, negli ultimi giorni la situazione si è fatta ancora più tragica con decine di migliaia di residenti che tentano di sfuggire alle cannonate dell’esercito turco.
Un genocidio secondo il leader del Partito Democratico dei Popoli Selahattin Demirtas, effetti collaterali della guerra del regime turco contro i ‘terroristi’ del Pkk secondo il ministro degli interni di Ankara. La comunità internazionale non vede e non sente, ha altro a cui pensare. Il Kurdistan non è la Siria, Cizre non può e non deve essere associata ad Aleppo.
Non c’è da stupirsi che la guerriglia curda abbia interrotto nel corso della scorsa estate la tregua dichiarata in nome di un processo di pace che il regime turco non ha mai permesso che andasse avanti e che ha esplicitamente violato quando ha cominciato a colpire con estrema durezza le postazioni del Pkk in Anatolia e sui monti dell’Iraq e poi anche quelle dell’Ypg nel Rojava siriano.
Mentre le operazioni militari del Pkk contro le forze armate turche continuano incessanti da agosto (il conteggio delle vittime tra i militari e i poliziotti è arrivato ad alcune centinaia) nel fine settimana i Falchi per la Liberazione del Kurdistan (Tak) hanno rivendicato il sanguinoso attacco che il 17 febbraio ha causato la morte di 27 soldati e di una funzionaria del Ministero della Difesa ad Ankara. Il regime di Erdogan, come aveva già fatto in precedenza per giustificare la guerra senza quartiere contro le organizzazioni curde all’interno e all’esterno dei propri confini, aveva immediatamente accusato i combattenti delle Unità di Difesa Popolare del Kurdistan siriano di essere i responsabili materiali dell’attacco, in collaborazione con i loro "complici" del Pkk. Le due organizzazioni avevano smentito ogni legame con quanto avvenuto nella capitale turca, e poi è arrivata la rivendicazione da parte del gruppo nato nel 1993 e che nel 2005 ha rotto con il Pkk per dissidi di tipo organizzativo e ideologico. Nella rivendicazione il gruppo armato, poco attivo negli ultimi anni, ha giustificato il proprio attacco come necessaria risposta al massacro del popolo curdo da parte degli apparati dello stato turco, denunciando in particolare quando avvenuto a Cizre.
In queste ore, a conferma della rivendicazione, il padre di Abdulbaki Sönmez, proveniente dalla città di Van (nell’est della Turchia al confine con l’Iran), il presunto autore dell’attacco compiuto a nome dei Tak, ha confermato che l'uomo ritratto nelle fotografie pubblicate dalle forze di sicurezza è il figlio, di cui era stata denunciata la scomparsa nel 2005 quando il ragazzo era entrato in clandestinità. L’ennesima smentita di quanto affermato poco dopo l’attacco dalle massime autorità turche, secondo le quali l’attentatore era invece un curdo siriano, Salih Neccar, legato alle Unità di protezione popolare (Ypg) e ai servizi segreti di Damasco.
Una ricostruzione di comodo che Ankara continua a difendere mentre i suoi apparati di sicurezza continuano le retate ai danni degli attivisti curdi e della sinistra antagonista turca. Proprio all’alba di oggi 14 persone sono state arrestate perché sospettate di aver preso parte in qualche modo all’attentato del 17 febbraio: gli attivisti sono stati arrestati, affermano i media turchi, per aver sostenuto un’organizzazione terroristica armata, per falsificazione di documenti e frode. Altre sette persone che erano state fermate sono invece state rilasciate dopo l’interrogatorio da parte dei magistrati.
Intanto ieri la polizia turca, in assetto antisommossa, ha usato i lacrimogeni, gli idranti e i manganelli contro alcune migliaia di manifestanti che ad Artvin, città vicina al Mar Nero, tentavano di impedire la costruzione di una miniera all’interno di una riserva naturale che ospita un’antica foresta. La repressione contro i cittadini che protestavano contro il progetto di realizzazione di una miniera di oro e di rame in un’area teoricamente protetta ha causato ventisei feriti, uno dei quali in gravi condizioni. Le cariche sarebbero scattate quando i manifestanti, tra i quali molte donne, hanno cercato di superare una barriera che impediva l’accesso alla collina di Cerattepe, a dodici chilometri dalla città. A gestire il contestato progetto è la società Cengiz Holding: l'amministratore delegato è il magnate Mehmet Cengiz, considerato uno stretto alleato del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sabato il primo ministro Ahmet Davutoglu aveva dichiarato che il progetto "non costituisce assolutamente un pericolo per l'ambiente" e aveva minacciato esplicitamente i manifestanti contro "ogni provocazione".
04/02/2016
Cizre, l’ordine della pulizia etnica
Pattuglie in marcia fra edifici scarnificati. Le case sventrate, incenerite preventivamente sotto il fitto tambureggiare di granate. Nera pece tutt’attorno, dentro e fuori i locali che plumbee nubi incorniciano all’orizzonte. Anche il tempo meteorologico s’è vestito a lutto nelle cittadine di Cizre e Şırnak, spettrali icone dei mesi d’assedio e guerra. Certo guerra, quella che c’è stata per settimane fra le truppe inviate da Erdoğan per “ripulire i luoghi dai terroristi”, e terroristi per il presidente turco sono tutti i kurdi del sud-est, compresi i neonati, uccisi fra le braccia delle loro madri e assieme a loro. Questo è accaduto, ma pochi, pochissimi ne parlano. I media occidentali sono concentrati sui massacri siriani, drammi non inferiori prodotti da satrapi al comando di entità prosciugate, invasati sanguinari che inseguono nuove pazzie, cinici calcolatori dei propri interessi economici e geopolitici, mascherati da vigili statisti di aree trasformate in orrifiche bolge.
Nella regione uno di questi alchimisti è proprio Recep Tayyip Erdoğan, che ha alacremente lavorato affinché la distruzione, presente ai confini dell’uscio turco, si riaffacciasse drammaticamente in casa. Ma sulle case dei nemici kurdi. A costo di vedere la morte presentare ogni giorno un conto salatissimo, riversato dalla sua politica sui militari della mezzaluna, a loro volta seminatori di lutti contro i “terroristi del Pkk” e sulla gente che non ha più potuto camminare per via perché bersagliata, assassinata, maciullata da cecchini. Così è indotta a dileguarsi oppure è deportata altrove, per forza. E’ tornata la pulizia etnica conosciuta vent’anni addietro, dicono nel partito Hdp, mentre chi è abbastanza vecchio da ricordare vicende accadute e ascoltate quand’era piccino parla di soluzione finale di hitleriana memoria. Nessun’idea di pace attraversa la mente politica agitata, bramosa, iraconda e megalomane di Erdoğan.
Lui ha conosciuto altri periodi, magari tatticamente truffaldini, nel mostrarsi dialogante in un moderatismo politico-confessionale che dalla prigione kemalista l’aveva portato in cattedra alla poliedrica Istanbul, quindi al governo. Tutto ciò è sepolto, insieme a migliaia di cittadini. In queste ore mentre i comunicati delle associazioni kurde richiamano gli ultimi otto massacrati, un’algida nota del ministro dell’Interno Ala afferma che l’ordine si riaffaccia in città. Spianate le trincee, disinnescati gli ordigni, si annuncia la costruzione di trentanove caserme nei distretti, con quattromila poliziotti che torneranno a risiedere in loco. Previsti addirittura abbattimenti e ricostruzioni anche nel centro storico di Sur, quello del Minareto delle ‘quattro gambe’ dove, a novembre, l’avvocato dei diritti Elçi s’è visto trapassare il cuore. Da settimane la gente non fa altro che seppellire i propri simili, un funerale via l’altro, in un gigantesco martirio che, come altrove, può definirsi genocidio.
Fonte
Nella regione uno di questi alchimisti è proprio Recep Tayyip Erdoğan, che ha alacremente lavorato affinché la distruzione, presente ai confini dell’uscio turco, si riaffacciasse drammaticamente in casa. Ma sulle case dei nemici kurdi. A costo di vedere la morte presentare ogni giorno un conto salatissimo, riversato dalla sua politica sui militari della mezzaluna, a loro volta seminatori di lutti contro i “terroristi del Pkk” e sulla gente che non ha più potuto camminare per via perché bersagliata, assassinata, maciullata da cecchini. Così è indotta a dileguarsi oppure è deportata altrove, per forza. E’ tornata la pulizia etnica conosciuta vent’anni addietro, dicono nel partito Hdp, mentre chi è abbastanza vecchio da ricordare vicende accadute e ascoltate quand’era piccino parla di soluzione finale di hitleriana memoria. Nessun’idea di pace attraversa la mente politica agitata, bramosa, iraconda e megalomane di Erdoğan.
Lui ha conosciuto altri periodi, magari tatticamente truffaldini, nel mostrarsi dialogante in un moderatismo politico-confessionale che dalla prigione kemalista l’aveva portato in cattedra alla poliedrica Istanbul, quindi al governo. Tutto ciò è sepolto, insieme a migliaia di cittadini. In queste ore mentre i comunicati delle associazioni kurde richiamano gli ultimi otto massacrati, un’algida nota del ministro dell’Interno Ala afferma che l’ordine si riaffaccia in città. Spianate le trincee, disinnescati gli ordigni, si annuncia la costruzione di trentanove caserme nei distretti, con quattromila poliziotti che torneranno a risiedere in loco. Previsti addirittura abbattimenti e ricostruzioni anche nel centro storico di Sur, quello del Minareto delle ‘quattro gambe’ dove, a novembre, l’avvocato dei diritti Elçi s’è visto trapassare il cuore. Da settimane la gente non fa altro che seppellire i propri simili, un funerale via l’altro, in un gigantesco martirio che, come altrove, può definirsi genocidio.
Fonte
03/02/2016
Cizre muore lentamente
di Chiara Cruciati
Qualche giorno o qualche settimana: il governo turco mette la data di scadenza alle operazioni militari contro il sud est del paese, contro le città kurde di Cizre e Diyarbakir. Non perché si porrà fine alla repressione, al fuoco e alle punizioni collettive contro centinaia di migliaia di civili, ma perché tali strumenti permetteranno – nella visione governativa – di zittire le proteste.
È questa la previsione del ministro degli Interni, Efkan Ala: “Siamo convinti che le operazioni saranno completate a Cizre in pochi giorni. A Sur [distretto di Diyarbakir] servirà un’altra settimana o due, ma anche lì l’85-90% delle operazioni sono state completate. A Cizre, l’eliminazione di trincee e di mine ha raggiunto il 99%”.
Il ministro non dice nulla dell’assedio e del coprifuoco contro le due comunità che ha ormai superato i 50 giorni, e dice poco del sotterraneo di Cizre dove da oltre 10 giorni dei civili sono intrappolati dal fuoco dell’artiglieria turca. Erano 29 in origine, ora sono 22: sette sono morti per le ferite riportate, mentre chi resiste non ha più cibo né acqua.
“Non possono uscire a causa del fuoco sparato dai terroristi – ha detto Ala – Una finzione”. La sofferenza di Cizre era stata poco prima etichettata come “speculazioni” dal governo di Ankara in risposta alle accese proteste del Partito Democratico del Popolo, l’Hdp, fazione di sinistra pro-kurda che tenta in parlamento e sul terreno di salvare i civili assediati. Le ambulanze che arrivano sul posto vengono bloccate dall’esercito turco e chi prova ad uscire dal sotterraneo finisce sotto il fuoco dell’artiglieria. Eppure il presidente Erdogan bolla come “bugie” le dichiarazioni dell’Hdp: “Forse non sono nemmeno feriti”, aveva detto pochi giorni fa mentre aumentava il numero delle vittime.
La situazione a Cizre la riportano le Yps, le unità di difesa civile kurde che ieri hanno pubblicato un comunicato nel quale raccontano il fuoco unilaterale dell’esercito turco contro il sotterraneo della casa dove avevano trovato rifugio donne, giovani, bambini, anziani. Di loro non si hanno più notizie da tre giorni: dopo le ultime comunicazioni e le foto inviate (e che mostravano cadaveri a terra accanto ai feriti, che proteggevano le vie aeree con delle mascherine), i civili del sotterraneo non riescono più a comunicare con l’esterno, aumentando a dismisura la preoccupazione delle famiglie.
Proprio le donne delle famiglie dei feriti e dei morti ieri hanno provato ad avvicinarsi a piedi alla casa. Erano in 11 e sono riuscite a raggiungere il cortile dell’edificio. Sono state arrestate dalla polizia e rilasciate poco dopo, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa kurda AnfEnglish. Immediata la reazione dell’Hdp: “Le madri non sono state in grado di entrare – ha detto il parlamentare Sariyildiz, dal primo giorno impegnato per sbloccare l’assedio – Quindi è impossibile raggiungere la casa, come dice il governo turco. I suoi funzionari dicono che è impossibile per gli scontri nella zona, ma non è così”.
Una violenza brutale che ha sollevato le proteste delle Nazioni Unite: lunedì l’Alto Commissario ai Diritti Umani, Zeid Ra’ad al Hussein, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sul fuoco aperto contro i civili da parte dell’esercito, in particolare nella città di Cizre. “Se i funzionari dello Stato hanno commesso violazioni dei diritti umani, devono essere perseguiti”.
Non solo operazioni militari: nel mirino dell’Onu c’è anche la libertà di espressione. Al Hussein ha portato come esempio l’arresto del cameraman Tekin, prima ferito dal fuoco dell’esercito mentre riprendeva l’uccisione di 9 civili a Cizre (vedi il video in coda all’articolo) e poi detenuto con l’accusa di essere membro di un’organizzazione terroristica, ovvero il Pkk.
Ma il piano del governo di Ankara è ben più ampio: spezzare definitivamente il movimento di liberazione kurdo. Attraverso campagne militari (che hanno già ucciso oltre 170 civili da agosto) ma anche con strumenti socio-economici. Ankara, ha fatto sapere ieri il governo, presenterà a breve un piano economico nuovo per il sud est. Secondo la stampa si tratterebbe di un aumento ulteriore della presenza della polizia e dell’esercito nelle città considerate calde, ma anche una serie di misure per colpire soggetti, aziende, organizzazioni sospettate di legami con il Pkk.
Fonte
Qualche giorno o qualche settimana: il governo turco mette la data di scadenza alle operazioni militari contro il sud est del paese, contro le città kurde di Cizre e Diyarbakir. Non perché si porrà fine alla repressione, al fuoco e alle punizioni collettive contro centinaia di migliaia di civili, ma perché tali strumenti permetteranno – nella visione governativa – di zittire le proteste.
È questa la previsione del ministro degli Interni, Efkan Ala: “Siamo convinti che le operazioni saranno completate a Cizre in pochi giorni. A Sur [distretto di Diyarbakir] servirà un’altra settimana o due, ma anche lì l’85-90% delle operazioni sono state completate. A Cizre, l’eliminazione di trincee e di mine ha raggiunto il 99%”.
Il ministro non dice nulla dell’assedio e del coprifuoco contro le due comunità che ha ormai superato i 50 giorni, e dice poco del sotterraneo di Cizre dove da oltre 10 giorni dei civili sono intrappolati dal fuoco dell’artiglieria turca. Erano 29 in origine, ora sono 22: sette sono morti per le ferite riportate, mentre chi resiste non ha più cibo né acqua.
“Non possono uscire a causa del fuoco sparato dai terroristi – ha detto Ala – Una finzione”. La sofferenza di Cizre era stata poco prima etichettata come “speculazioni” dal governo di Ankara in risposta alle accese proteste del Partito Democratico del Popolo, l’Hdp, fazione di sinistra pro-kurda che tenta in parlamento e sul terreno di salvare i civili assediati. Le ambulanze che arrivano sul posto vengono bloccate dall’esercito turco e chi prova ad uscire dal sotterraneo finisce sotto il fuoco dell’artiglieria. Eppure il presidente Erdogan bolla come “bugie” le dichiarazioni dell’Hdp: “Forse non sono nemmeno feriti”, aveva detto pochi giorni fa mentre aumentava il numero delle vittime.
La situazione a Cizre la riportano le Yps, le unità di difesa civile kurde che ieri hanno pubblicato un comunicato nel quale raccontano il fuoco unilaterale dell’esercito turco contro il sotterraneo della casa dove avevano trovato rifugio donne, giovani, bambini, anziani. Di loro non si hanno più notizie da tre giorni: dopo le ultime comunicazioni e le foto inviate (e che mostravano cadaveri a terra accanto ai feriti, che proteggevano le vie aeree con delle mascherine), i civili del sotterraneo non riescono più a comunicare con l’esterno, aumentando a dismisura la preoccupazione delle famiglie.
Proprio le donne delle famiglie dei feriti e dei morti ieri hanno provato ad avvicinarsi a piedi alla casa. Erano in 11 e sono riuscite a raggiungere il cortile dell’edificio. Sono state arrestate dalla polizia e rilasciate poco dopo, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa kurda AnfEnglish. Immediata la reazione dell’Hdp: “Le madri non sono state in grado di entrare – ha detto il parlamentare Sariyildiz, dal primo giorno impegnato per sbloccare l’assedio – Quindi è impossibile raggiungere la casa, come dice il governo turco. I suoi funzionari dicono che è impossibile per gli scontri nella zona, ma non è così”.
Una violenza brutale che ha sollevato le proteste delle Nazioni Unite: lunedì l’Alto Commissario ai Diritti Umani, Zeid Ra’ad al Hussein, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sul fuoco aperto contro i civili da parte dell’esercito, in particolare nella città di Cizre. “Se i funzionari dello Stato hanno commesso violazioni dei diritti umani, devono essere perseguiti”.
Non solo operazioni militari: nel mirino dell’Onu c’è anche la libertà di espressione. Al Hussein ha portato come esempio l’arresto del cameraman Tekin, prima ferito dal fuoco dell’esercito mentre riprendeva l’uccisione di 9 civili a Cizre (vedi il video in coda all’articolo) e poi detenuto con l’accusa di essere membro di un’organizzazione terroristica, ovvero il Pkk.
Ma il piano del governo di Ankara è ben più ampio: spezzare definitivamente il movimento di liberazione kurdo. Attraverso campagne militari (che hanno già ucciso oltre 170 civili da agosto) ma anche con strumenti socio-economici. Ankara, ha fatto sapere ieri il governo, presenterà a breve un piano economico nuovo per il sud est. Secondo la stampa si tratterebbe di un aumento ulteriore della presenza della polizia e dell’esercito nelle città considerate calde, ma anche una serie di misure per colpire soggetti, aziende, organizzazioni sospettate di legami con il Pkk.
Fonte
26/09/2015
La strategia del terrore di Erdogan
La strategia del terrore di Erdogan continua in attesa delle prossime elezioni convocate per Novembre, volta a sostenere l'imprescindibilità del raggiungimento dei 400 parlamentari al fine di ottenere un saldo e sicuro governo cappeggiato dall AKP.
Il massacro in atto si è palesato ultimamente nella città di Cizre, ribattezzata la Kobane turca, rimasta sotto assedio e coprifuoco per due settimane, durante le quali i corpi delle vıttime (21 attestate) sono stati conservati per giorni ın celle frigorifere in attesa di poter essere seppelliti.
Sotto il grande scudo dello stato di emergenza dichiarato da Ankara, si inizia a mettere in dubbio il regolare svolgimento delle prossime elezioni, per le quali nelle città di Cizre e Hakkari nel distretto di Sirnak é già stato proposto lo spostamento dei seggi elettorali in zone dichiarate sıcure, operazione che penalizzerebbe di molto l'affluenza alle urne. Dal governo partono continui strali nei confronti di chi mette in dubbio la politica di guerra dell'esecutivo, comprese le famiglie degli stessi soldati dell'esercito uccisi negli scontri con il Pkk. All'interno del parlamento il partito HDP é in subbuglio: dalle dimissioni dei ministri Ali Haydar e Konca, allo sciopero delle fame indetto dalla parlamentare Leyla Zana, famosa per essere stata la prima ad aver prestato giuramento in lingua curda al momento del suo primo incarico e per questo condannata a diversi anni di carcere.
Sul lato siriano, mentre il centro di Kobane é praticamente libero, i corpi dei guerriglieri delle YPG e delle YPJ aspettando ancora di poter essere sepelliti in territorio turco. Durante l'ennesimo accordo di cessate il fuoco indetto fino alla fine della festa del sacrificio, la repressione dello stato sembra questa volta dover fare i conti con un'organizzazione senza precedenti da parte della resistenza. Dagli inizi degli anni '80, passando per il massacro degli anni '90 che ha geograficamente sconvolto la composizione delle città e cancellato interi villaggi, stretti tra il fuoco dell'esercito e degli Hizbullah (le milizie islamiche armate contro il PKK), la resistenza ha potuto formarsi e organizzarsi liberando un potenziale che non sembra avere precedenti.
Vent'anni fa Ankara aveva deciso che l'autostrada sarebbe dovuta terminare all'altezza della città dı Urfa, e che il popolo sarebbe stato ammansito e assimilato a suon di pallottole, retate e disoccupazione. Le montagne del Kurdistan urlano ora ad Ankara che qui non ci potrà arrivare se non con la forza delle bombe, mentre i curdi riscrivono la geografia e si riprendono fisicamente il territorio. Dai quartieri di Silvan e Sur nel centro cittadino di Diyarbakir, ai quali per 2 settimane l'esercito non ha avuto accesso, ai villaggi che proclamano l'autogoverno, alle scuole che rimarranno chiuse in attesa dell'insegnamento in curdo, il potenziale è palpabile. La strada da Mus a Diyarbakir è più lunga del solito, la corriera deve arrampicarsi tra le montagne per ovviare ai ponti saltati e alle strade chiuse. Le strade di accesso sono controllate dal PKK o dall'esercito turco. Due volte veniamo fermati dai guerriglieri che scusandosi ci chiedono i documenti e controllano che a bordo non ci sıano poliziotti, militari o "kurucu", i guardiani deı villaggi, collaborazionisti che lavorano per Ankara. I guerriglieri rıfıutano gli atti dı sottomissione considerati feudali quando qualche passeggero in segno di rispetto e rıngrazıamento prova a baciargli la mano, come sı fa con gli anziani della famiglia.
All'entrata dı Diyarbakir sventola una bandiera rosso, verde e gialla e già dalla strada si vede il fuoco degli scontri del quartiere di Sur. Nei vıllaggı attorno a Diyarbakir si può sentire ancora palpabile il conflitto tra il Pkk e gli Hizbullah nonostante anche nei vıllaggı storicamente pıù religiosi si sia registrata una maggioranza di voti per l'HDP alle ultime elezioni. A Diyarbakir il conflitto e più a livello cıttadino, mentre già verso la città di Mus e poi ancora di più proseguendo verso Bulanik (uno dei primi comuni a dichiarare l'autogoverno) è chiaro che qui le forze della resistenza sono tra le montagne. Nel centro di Bulanik l'unıco edificio istituzionale con la scritta in turco è la caserma della polizia, un'isola protetta da inferriate non troppo minacciose. Qui il conflitto tra polizia e JDG-H è notturno e quotidianamente sı possono ascoltare gli spari e le esplosioni provenienti da quella parte della cıtta.
E' nei vıllaggı attorno che ıl sostegno del popolo ai guerriglieri è più palpabile, nei villaggi dove le scuole scarse e le montagne non hanno permesso alla politica turca assimilazionista di fare il suo corso. E' in uno di questi vıllaggı che ci raccontano che la scuola che dovrebbe riaprire dopo la festa del sacrificio ancora non ha insegnanti disponibili, tutti scappati dopo che i guerriglieri hanno rıvendicato il dirıtto all'istruzione ın curdo. E' qui che la mentalità feudale e religiosa ancora molto forte si mischia comunque ad un sostegno alla resistenza, dettata dall'urgenza di rispondere alla repressione, dall'organizzazione e dall'incubo dei massacri degli anni '90.
La strategia del terrore sembra non aver raggiunto, finora, i rısultatı sperati dal governo, la repressione e gli attacchi sembrano aver aumentato i consensi in tutto il Kurdistan turco, nonostante l'assenza del partito di Hizbullah (HUDAPAR) in parlamento possa far confluire i voti islamisti radicali sull'AKP. Ad eccezione delle zone settentrionali del Mar Nero e di quelle più interne dell'Anatolia dove il Partito della giustizia e dello sviluppo potrebbe aumentare consensi, zone non ancora toccate dal conflitto e completamente assoggettate dal controllo mediatico, il resto del paese sembra non seguire completamente le direttive di Ankara. Alle ultime elezioni l'HDP a Diyarbakir ha ottenuto 10 parlamentari su 11, nelle città di Mus e Agri 4 su 4, a Sirnak 3 su 3, ad Hakkari 2 su 2; a Van 6 su 7, a Bitlis 2 su 3.
Le roccaforti dell'Akp rimangono Ankara e la cıttà dı Konya mentre la zona dı Izmir e dell'Egeo è ancora dominata dal partito kemalista CHP.
Fonte
Il massacro in atto si è palesato ultimamente nella città di Cizre, ribattezzata la Kobane turca, rimasta sotto assedio e coprifuoco per due settimane, durante le quali i corpi delle vıttime (21 attestate) sono stati conservati per giorni ın celle frigorifere in attesa di poter essere seppelliti.
Sotto il grande scudo dello stato di emergenza dichiarato da Ankara, si inizia a mettere in dubbio il regolare svolgimento delle prossime elezioni, per le quali nelle città di Cizre e Hakkari nel distretto di Sirnak é già stato proposto lo spostamento dei seggi elettorali in zone dichiarate sıcure, operazione che penalizzerebbe di molto l'affluenza alle urne. Dal governo partono continui strali nei confronti di chi mette in dubbio la politica di guerra dell'esecutivo, comprese le famiglie degli stessi soldati dell'esercito uccisi negli scontri con il Pkk. All'interno del parlamento il partito HDP é in subbuglio: dalle dimissioni dei ministri Ali Haydar e Konca, allo sciopero delle fame indetto dalla parlamentare Leyla Zana, famosa per essere stata la prima ad aver prestato giuramento in lingua curda al momento del suo primo incarico e per questo condannata a diversi anni di carcere.
Sul lato siriano, mentre il centro di Kobane é praticamente libero, i corpi dei guerriglieri delle YPG e delle YPJ aspettando ancora di poter essere sepelliti in territorio turco. Durante l'ennesimo accordo di cessate il fuoco indetto fino alla fine della festa del sacrificio, la repressione dello stato sembra questa volta dover fare i conti con un'organizzazione senza precedenti da parte della resistenza. Dagli inizi degli anni '80, passando per il massacro degli anni '90 che ha geograficamente sconvolto la composizione delle città e cancellato interi villaggi, stretti tra il fuoco dell'esercito e degli Hizbullah (le milizie islamiche armate contro il PKK), la resistenza ha potuto formarsi e organizzarsi liberando un potenziale che non sembra avere precedenti.
Vent'anni fa Ankara aveva deciso che l'autostrada sarebbe dovuta terminare all'altezza della città dı Urfa, e che il popolo sarebbe stato ammansito e assimilato a suon di pallottole, retate e disoccupazione. Le montagne del Kurdistan urlano ora ad Ankara che qui non ci potrà arrivare se non con la forza delle bombe, mentre i curdi riscrivono la geografia e si riprendono fisicamente il territorio. Dai quartieri di Silvan e Sur nel centro cittadino di Diyarbakir, ai quali per 2 settimane l'esercito non ha avuto accesso, ai villaggi che proclamano l'autogoverno, alle scuole che rimarranno chiuse in attesa dell'insegnamento in curdo, il potenziale è palpabile. La strada da Mus a Diyarbakir è più lunga del solito, la corriera deve arrampicarsi tra le montagne per ovviare ai ponti saltati e alle strade chiuse. Le strade di accesso sono controllate dal PKK o dall'esercito turco. Due volte veniamo fermati dai guerriglieri che scusandosi ci chiedono i documenti e controllano che a bordo non ci sıano poliziotti, militari o "kurucu", i guardiani deı villaggi, collaborazionisti che lavorano per Ankara. I guerriglieri rıfıutano gli atti dı sottomissione considerati feudali quando qualche passeggero in segno di rispetto e rıngrazıamento prova a baciargli la mano, come sı fa con gli anziani della famiglia.
All'entrata dı Diyarbakir sventola una bandiera rosso, verde e gialla e già dalla strada si vede il fuoco degli scontri del quartiere di Sur. Nei vıllaggı attorno a Diyarbakir si può sentire ancora palpabile il conflitto tra il Pkk e gli Hizbullah nonostante anche nei vıllaggı storicamente pıù religiosi si sia registrata una maggioranza di voti per l'HDP alle ultime elezioni. A Diyarbakir il conflitto e più a livello cıttadino, mentre già verso la città di Mus e poi ancora di più proseguendo verso Bulanik (uno dei primi comuni a dichiarare l'autogoverno) è chiaro che qui le forze della resistenza sono tra le montagne. Nel centro di Bulanik l'unıco edificio istituzionale con la scritta in turco è la caserma della polizia, un'isola protetta da inferriate non troppo minacciose. Qui il conflitto tra polizia e JDG-H è notturno e quotidianamente sı possono ascoltare gli spari e le esplosioni provenienti da quella parte della cıtta.
E' nei vıllaggı attorno che ıl sostegno del popolo ai guerriglieri è più palpabile, nei villaggi dove le scuole scarse e le montagne non hanno permesso alla politica turca assimilazionista di fare il suo corso. E' in uno di questi vıllaggı che ci raccontano che la scuola che dovrebbe riaprire dopo la festa del sacrificio ancora non ha insegnanti disponibili, tutti scappati dopo che i guerriglieri hanno rıvendicato il dirıtto all'istruzione ın curdo. E' qui che la mentalità feudale e religiosa ancora molto forte si mischia comunque ad un sostegno alla resistenza, dettata dall'urgenza di rispondere alla repressione, dall'organizzazione e dall'incubo dei massacri degli anni '90.
La strategia del terrore sembra non aver raggiunto, finora, i rısultatı sperati dal governo, la repressione e gli attacchi sembrano aver aumentato i consensi in tutto il Kurdistan turco, nonostante l'assenza del partito di Hizbullah (HUDAPAR) in parlamento possa far confluire i voti islamisti radicali sull'AKP. Ad eccezione delle zone settentrionali del Mar Nero e di quelle più interne dell'Anatolia dove il Partito della giustizia e dello sviluppo potrebbe aumentare consensi, zone non ancora toccate dal conflitto e completamente assoggettate dal controllo mediatico, il resto del paese sembra non seguire completamente le direttive di Ankara. Alle ultime elezioni l'HDP a Diyarbakir ha ottenuto 10 parlamentari su 11, nelle città di Mus e Agri 4 su 4, a Sirnak 3 su 3, ad Hakkari 2 su 2; a Van 6 su 7, a Bitlis 2 su 3.
Le roccaforti dell'Akp rimangono Ankara e la cıttà dı Konya mentre la zona dı Izmir e dell'Egeo è ancora dominata dal partito kemalista CHP.
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23/09/2015
Cizre, l’assedio, il sequestro, la morte
Il “pericolo di attentati” allontana il voto da Cizre, nel distretto di Sirnak, la città uscita con morti e feriti, da uno stato d’assedio durato dal 4 al 12 settembre. Per cui il Consiglio del distretto elettorale decide di non collocare urne nelle aree di Cudi, Nur e Sur che raccolgono 48.000 dei 66.000 elettori di Cizre, dove il voto plebiscitario per la formazione filo kurda dell’Hdp (98% alle elezioni di giugno) può sicuramente punire l’Akp. I quartieri in questione, come la città tutta che la stampa filo governativa definisce “irrequieti”, sono accusati di fiancheggiamento alle posizioni del Pkk e dunque continuano a essere al centro di palesi discriminazioni. Un recente rapporto di giuristi democratici aderenti all’European Association of Lawyers for Democracy and World Human Rights fra cui l’italiana Barbara Spinelli ha raccolto dati sul terribile assedio subìto. Dati ingombranti per violenza, sopraffazione, impostura. Dalle 6 del mattino del 4 settembre 130.000 abitanti, in maggioranza kurdi ma anche armeni e assiri, sono stati obbligati con la forza a restare in casa. Chi non ha rispettato l’obbligo è stato colpito con armi da fuoco, restando ferito o ucciso.
Perché contestualmente è stato impedito, egualmente con la forza, al personale medico e di associazioni umanitarie di soccorrere i feriti. I cittadini sono rimasti per giorni senz’acqua ed energia elettrica, fortemente isolati per l’interruzione del funzionamento delle reti mobili, GSM e internet. Esercizi commerciali e abitazioni sono stati bersagliati da militari e agenti di polizia accorsi in forze. Dopo quattro giorni di assedio diventava difficile recuperare anche generi alimentari. Il copresidente dell’Hdp Demirtaș, in compagnìa dei ministri dell’attuale governo turco per gli Affari Europei Konca e dello Sviluppo Dogan, hanno chiesto al ministro dell’Interno Altinok di visitare la città, ma gli è stato impedito. Una marcia a piedi che s’era avvicinata alla cittadina di Midyat, a 80 km da Cizre, è stata bloccata sempre dalla polizia. Egualmente una corposa delegazione formata da 300 avvocati kurdi e turchi che volevano osservare quanto stava accadendo non ha avuto possibilità di proseguire il tragitto verso Cizre. La città restava isolata dal mondo. Solo alle 6 del mattino del 12 settembre si diffondeva la notizia della cessazione dello stato d’assedio. Da quel momento un gruppo di avvocati è potuto accedere per le vie e, dopo aver dovuto superare parecchi posti di blocco iniziava a osservare, fotografare, discorrere con la gente, tutta indistintamente provata.
Nel narrare quanto appariva ai loro occhi gli avvocati hanno scritto “Davanti ai nostri occhi si è presentato uno scenario di guerra, lungo le vie principali (Nusaybin e Idil Caddesi) si potevano raccogliere centinaia di bossoli esplosi contro case e centraline elettriche”. In quei giorni le temperature erano comunque elevate, sfiorando i 40 gradi, e l’interruzione dell’energia elettrica ha prodotto il deterioramento dei cibi nelle abitazioni e nei magazzini della città. Il danneggiamento con esplosivo di condutture d’acqua e dello stesso sistema fognario produce problemi igienico-sanitari non indifferenti, producendo tuttora una situazione in emergenza assoluta e di pericolo per la comunità. “Nelle strade - prosegue il rapporto - l’odore è insopportabile per fuoruscita di gas da tubi divelti, cibo avariato, animali morti, immondizia non ritirata”. Dai familiari delle vittime la delegazione ha raccolto le testimonianze di alcuni uccisi. Abdul, cardiopatico, è morto per un attacco di cuore durante il bombardamento della sua abitazione, due donne di 35 e 17 anni Mașallah e Zeynep sono morte insieme a un bambino di 11 mesi, colpite dai cecchini mentre rincasavano sono morte dissanguate.
Anche un’altra donna, la cinquantaduenne Meryem, è deceduta per le ferite: colpita da schegge d’una bomba lanciata dai soldati non ha avuto soccorso poiché è stato impedito l’arrivo dell’ambulanza. Medesima disgrazia che ha colpito Sait, studente di 16 anni, il cui corpo, attraversato dal proiettile sparato da un cecchino, sanguinava per sei ore prima di giacere esanime. Alla famiglia veniva vietata la sepoltura, pena altre sparatorie indiscriminate e omicide. Se i comunicati dell’esercito parlano di 32 miliziani del Pkk uccisi, i dati raccolti dalla delegazione degli avvocati dell’Eldh parlano anche di uccisioni di donne, giovani e alcuni anziani. Ne sono stati contati 26 e oltre duecento feriti, tutti costoro erano disarmati tanto che l’équipe di avvocati lancia l’accusa di vere esecuzioni sommarie. Gli assalti sono stati condotti via terra con l’uso dei Panzer Kobra e via aria tramite elicotteri Leopard. Utilizzate anche armi pesanti ad ampia gittata con cui, dall’alto di alcune abitazioni “conquistate” dai corpi speciali, si sparava ad ampio spettro sui tre quartieri citati. Il rapporto lancia un monito alla politica interna affinché sia aperta un’inchiesta che individui dirette responsabilità esecutive e decisionali, alla Comunità Internazionale che deve esaminare prove e testimonianze raccolte e, secondo la Carta dell’Onu, proteggere le popolazioni locali da crimini di tale natura.
Fonte
Perché contestualmente è stato impedito, egualmente con la forza, al personale medico e di associazioni umanitarie di soccorrere i feriti. I cittadini sono rimasti per giorni senz’acqua ed energia elettrica, fortemente isolati per l’interruzione del funzionamento delle reti mobili, GSM e internet. Esercizi commerciali e abitazioni sono stati bersagliati da militari e agenti di polizia accorsi in forze. Dopo quattro giorni di assedio diventava difficile recuperare anche generi alimentari. Il copresidente dell’Hdp Demirtaș, in compagnìa dei ministri dell’attuale governo turco per gli Affari Europei Konca e dello Sviluppo Dogan, hanno chiesto al ministro dell’Interno Altinok di visitare la città, ma gli è stato impedito. Una marcia a piedi che s’era avvicinata alla cittadina di Midyat, a 80 km da Cizre, è stata bloccata sempre dalla polizia. Egualmente una corposa delegazione formata da 300 avvocati kurdi e turchi che volevano osservare quanto stava accadendo non ha avuto possibilità di proseguire il tragitto verso Cizre. La città restava isolata dal mondo. Solo alle 6 del mattino del 12 settembre si diffondeva la notizia della cessazione dello stato d’assedio. Da quel momento un gruppo di avvocati è potuto accedere per le vie e, dopo aver dovuto superare parecchi posti di blocco iniziava a osservare, fotografare, discorrere con la gente, tutta indistintamente provata.
Nel narrare quanto appariva ai loro occhi gli avvocati hanno scritto “Davanti ai nostri occhi si è presentato uno scenario di guerra, lungo le vie principali (Nusaybin e Idil Caddesi) si potevano raccogliere centinaia di bossoli esplosi contro case e centraline elettriche”. In quei giorni le temperature erano comunque elevate, sfiorando i 40 gradi, e l’interruzione dell’energia elettrica ha prodotto il deterioramento dei cibi nelle abitazioni e nei magazzini della città. Il danneggiamento con esplosivo di condutture d’acqua e dello stesso sistema fognario produce problemi igienico-sanitari non indifferenti, producendo tuttora una situazione in emergenza assoluta e di pericolo per la comunità. “Nelle strade - prosegue il rapporto - l’odore è insopportabile per fuoruscita di gas da tubi divelti, cibo avariato, animali morti, immondizia non ritirata”. Dai familiari delle vittime la delegazione ha raccolto le testimonianze di alcuni uccisi. Abdul, cardiopatico, è morto per un attacco di cuore durante il bombardamento della sua abitazione, due donne di 35 e 17 anni Mașallah e Zeynep sono morte insieme a un bambino di 11 mesi, colpite dai cecchini mentre rincasavano sono morte dissanguate.
Anche un’altra donna, la cinquantaduenne Meryem, è deceduta per le ferite: colpita da schegge d’una bomba lanciata dai soldati non ha avuto soccorso poiché è stato impedito l’arrivo dell’ambulanza. Medesima disgrazia che ha colpito Sait, studente di 16 anni, il cui corpo, attraversato dal proiettile sparato da un cecchino, sanguinava per sei ore prima di giacere esanime. Alla famiglia veniva vietata la sepoltura, pena altre sparatorie indiscriminate e omicide. Se i comunicati dell’esercito parlano di 32 miliziani del Pkk uccisi, i dati raccolti dalla delegazione degli avvocati dell’Eldh parlano anche di uccisioni di donne, giovani e alcuni anziani. Ne sono stati contati 26 e oltre duecento feriti, tutti costoro erano disarmati tanto che l’équipe di avvocati lancia l’accusa di vere esecuzioni sommarie. Gli assalti sono stati condotti via terra con l’uso dei Panzer Kobra e via aria tramite elicotteri Leopard. Utilizzate anche armi pesanti ad ampia gittata con cui, dall’alto di alcune abitazioni “conquistate” dai corpi speciali, si sparava ad ampio spettro sui tre quartieri citati. Il rapporto lancia un monito alla politica interna affinché sia aperta un’inchiesta che individui dirette responsabilità esecutive e decisionali, alla Comunità Internazionale che deve esaminare prove e testimonianze raccolte e, secondo la Carta dell’Onu, proteggere le popolazioni locali da crimini di tale natura.
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19/09/2015
Cizre, cessato lo stato d’assedio non la campagna anti kurda
Da quando, cinque giorni or sono, lo stato d’assedio posto alla città kurda di Cizre è terminato, la popolazione ha recuperato l’uso delle strade, sebbene ovunque restino i segni della battaglia: fori di proiettili sui muri, bruciature, chiazze in terra e macerie, perché soldati e agenti hanno devastato luoghi pubblici e privati. Eppure nei luoghi dove sedici vittime sono cadute in terra con testa e petto squarciati dai cecchini è istintivo guardare in alto, sugli edifici. Tensione e paura sono tuttora diffuse, perché ciò che è accaduto per nove giorni filati la cittadina non lo viveva dall’inizio degli anni Novanta, epoca di un’altra terribile aggressione militare. Ma la lotta al terrorismo - ordinata nei giorni scorsi dal neo ministro dell’Interno ed ex capo della polizia di Istanbul, Selami Altinok e direttamente dal premier Davutoğlu - ha assunto toni di violenza cieca e sterminio generalizzati. E ciò che la co-sindaco Leyla İmret non può più affermare, perché esautorata dall’incarico direttamente dal ministro-poliziotto a causa delle proteste contro l’intervento dell’esercito sul suo territorio, è stato ribadito con sdegno da varie associazioni di diritti umani.
A esso s’è aggiunto l’irritazione dei medici che hanno ricordato come durante l’assedio le Forze Armate turche abbiano impedito l’accesso in città agli operatori delle strutture sia per verificare gli accadimenti, sia per portare soccorso ai feriti. Del resto le stesse ventidue vittime, soprattutto civili, sono state tenute in alcune celle frigorifero e nella moschea perché i soldati ne impedivano la sepoltura. La linea dura governativa è diventata espressamente crudele, perciò associazioni e politici kurdi chiedono che la comunità internazionale alzi la voce nei confronti di Ankara. Ora il vicepresidente dell’Associazione diritti umani di Dıyarbakır Raci Bilici, che spera in una marcia indietro dell’esecutivo sull’uso indiscriminato della violenza, ha auspicato un ritorno al dialogo fra le parti, cosa che parecchi politici dell’Hdp considerano un miracolo. Nel partito filo kurdo non c’è alcuna intenzione di sorvolare sulle pesantissime accuse rivolte dalla gente ai ministri dell’Interno Altinok e della Difesa Gönül che hanno soggiogato e vessato un’intera comunità.
“Dovevamo star chiusi in casa, privati per punizione di acqua ed energia elettrica, siamo stati anche senza cibo perché uscire significava essere bersagliati dai cecchini” è l’angoscioso ricordo ripetuto da centinaia di cittadini, pur fra coloro che non aderivano alla protesta. Dunque nei giorni neri di Cizre a poco è servita la presenza nel governo ponte che prepara le elezioni di novembre dei deputati kurdi Konka (Affari Europei) e Dogan (Sviluppo). I due sono inseriti per regolamento, e certamente inascoltati sulla linea di lotta al terrorismo rilanciata da Edoğan e Davutoğlu che annovera fra i fiancheggiatori dei guerriglieri del Pkk ogni esponente del Partito Democratico del Popolo, non escludendo probabilmente i ministri incaricati. Comunque il conflitto armato non si placa, negli ultimi tre giorni altri venticinque soldati e quattro agenti di polizia, sono stati uccisi in azioni di guerriglia diffuse nel sud-est. Ad Hakkari, Zap, Dıyarbakır i colpi più duri, a Şirnak, Muş, Bingöl distruzioni di mezzi e attentati a caserme. Anche i guerriglieri lamentano la perdita d’un combattente: Delil Koçer il suo nome di battaglia. Era di Siirt, ha lasciato i suoi compagni nei dintorni di Dıyarbakır.
Fonte
A esso s’è aggiunto l’irritazione dei medici che hanno ricordato come durante l’assedio le Forze Armate turche abbiano impedito l’accesso in città agli operatori delle strutture sia per verificare gli accadimenti, sia per portare soccorso ai feriti. Del resto le stesse ventidue vittime, soprattutto civili, sono state tenute in alcune celle frigorifero e nella moschea perché i soldati ne impedivano la sepoltura. La linea dura governativa è diventata espressamente crudele, perciò associazioni e politici kurdi chiedono che la comunità internazionale alzi la voce nei confronti di Ankara. Ora il vicepresidente dell’Associazione diritti umani di Dıyarbakır Raci Bilici, che spera in una marcia indietro dell’esecutivo sull’uso indiscriminato della violenza, ha auspicato un ritorno al dialogo fra le parti, cosa che parecchi politici dell’Hdp considerano un miracolo. Nel partito filo kurdo non c’è alcuna intenzione di sorvolare sulle pesantissime accuse rivolte dalla gente ai ministri dell’Interno Altinok e della Difesa Gönül che hanno soggiogato e vessato un’intera comunità.
“Dovevamo star chiusi in casa, privati per punizione di acqua ed energia elettrica, siamo stati anche senza cibo perché uscire significava essere bersagliati dai cecchini” è l’angoscioso ricordo ripetuto da centinaia di cittadini, pur fra coloro che non aderivano alla protesta. Dunque nei giorni neri di Cizre a poco è servita la presenza nel governo ponte che prepara le elezioni di novembre dei deputati kurdi Konka (Affari Europei) e Dogan (Sviluppo). I due sono inseriti per regolamento, e certamente inascoltati sulla linea di lotta al terrorismo rilanciata da Edoğan e Davutoğlu che annovera fra i fiancheggiatori dei guerriglieri del Pkk ogni esponente del Partito Democratico del Popolo, non escludendo probabilmente i ministri incaricati. Comunque il conflitto armato non si placa, negli ultimi tre giorni altri venticinque soldati e quattro agenti di polizia, sono stati uccisi in azioni di guerriglia diffuse nel sud-est. Ad Hakkari, Zap, Dıyarbakır i colpi più duri, a Şirnak, Muş, Bingöl distruzioni di mezzi e attentati a caserme. Anche i guerriglieri lamentano la perdita d’un combattente: Delil Koçer il suo nome di battaglia. Era di Siirt, ha lasciato i suoi compagni nei dintorni di Dıyarbakır.
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17/09/2015
Turchia - Tolto l'assedio a Cizre, si contano i morti e i danni
di Luigi D’Alife – Il Manifesto
A partire dalle elezioni politiche del 7 giugno scorso e con l’attentato di Suruç, costato la vita a 33 giovani socialisti che portavano aiuti a Kobane, la Turchia sembra essere ripiombata indietro di vent’anni: da un lato, l’ex primo ministro - ora presidente della Repubblica - Erdogan, da tredici anni al potere, dall’altro il popolo kurdo, sostenuto dalla sinistra del Partito democratico dei Popoli (Hdp).
La popolazione di Cizre, ha dichiarato 15 giorni fa l’autogoverno o come la definisce il co-presidente del municipio «l’autonomia democratica». «Dopo pochi giorni, circa cento mezzi blindati dell’esercito sono entrati in città - ci spiega Faysal Sariyildiz - e un coprifuoco continuo è stato imposto a tutta la popolazione. Corrente elettrica, acqua e servizi di comunicazione sono stati interrotti. Un incubo».
Gli ospedali di Cizre sono stati isolati dai militari turchi, i soccorsi in strada impediti con l’uso delle armi, così come la sepoltura delle vittime. A Cizre, città a maggioranza musulmana, per otto giorni gli imam non hanno cantato. Il bilancio è di cento feriti e 21 morti, tutti civili, tra i quali un bimbo di 35 giorni. Quindici tra le vittime sono state colpite direttamente alla testa dai cecchini. Ora che il coprifuoco è interrotto la gente si riprende le strade in corteo ricordando i civili uccisi. In testa ci sono le madri delle vittime, ovunque si sentono cori, grida, slogan, ovunque si vedono barricate e trincee. Cortei che si ingrossano mentre attraversano vie strette, ancora protette da massi e sacchi di sabbia, dai teli per impedire ai cecchini di uccidere, mentre superano le saracinesche esplose e i muri distrutti.
A Cizre è stata guerra ed è il quartiere di Sur a mostrare le ferite più evidenti. «Siamo stati costretti a restare chiusi in casa per dieci giorni - ci spiega una donna davanti alla porta di casa crivellata di proiettili - eravamo in 22 nello stesso appartamento, bambini ed anziani, senza cibo e sotto il fuoco costante dei cecchini». Suo marito indica i palazzi da dove arrivavano gli spari ed affacciandosi alla finestra mostra un forno distrutto da un carro armato. Un gruppo di bambini si rincorre per strada, giocando davanti ad uno dei mezzi blindati che ancora circondano il quartiere.
«Siamo terrorizzati - urla un signore sulla cinquantina davanti al cancello di ferro divelto della sua casa - il coprifuoco non c’è più, ma non siamo liberi di uscire». La delegazione della Carovana per Kobane, presente in Kurdistan in questi giorni, è diventata il megafono per la gente di Cizre. Cizre è come Kobane: stesse scritte sui muri, stesse macerie per le strade, stessa determinazione del popolo kurdo a resistere.
Fonte
11/09/2015
Strage di curdi a Cizre, l’esercito turco assedia e bombarda la città
Ieri un soldato turco è stato ucciso al confine con la Siria da alcuni colpi di arma da fuoco sparati dal versante siriano da alcuni miliziani dello Stato Islamico. Il militare 21enne era di stanza a Reyhanli, nella regione meridionale di Antiochia, ed è morto dopo essere stato trasportato in ospedale.
Eppure la furia delle forze di sicurezza del regime e dei militanti nazionalisti – sia nella versione laica dell’Mhp, sia in quella islamista dell’Akp – continua a rivolgersi ormai da quattro giorni contro le sedi politiche della sinistra curda e contro case, negozi, librerie individuate come obiettivi di un pogrom che non ha eguali nella storia recente della Turchia. Nei giorni scorsi le aggressioni e i linciaggi ai danni degli esponenti del Partito Democratico dei Popoli o di semplici cittadini curdi da parte delle squadracce di nazionalisti e di fascisti hanno provocato decine di morti, anche se il bilancio preciso è molto difficile da fare visto il caos che regna nel paese e il bavaglio imposto ai media indipendenti.
Altrettanto grave è il bilancio del massacro che ormai dura da una settimana a Cizre, città curda di 130 mila abitanti assediata, isolata e bombardata da parte delle forze armate turche. Secondo i conteggi diffusi ieri, almeno 33 persone sarebbero già morte nelle sparatorie scatenate in città dall’esercito e dai corpi speciali della polizia. Per la propaganda del regime la quasi totalità delle vittime sarebbero guerriglieri del Pkk o militanti del suo fronte urbano, ma fonti mediche e lo stesso Hdp sostengono che almeno 20 delle vittime cadute sotto i colpi dell’esercito sono civili. D’altronde è difficile ritenere fondate le veline di Ankara quando gli obitori si riempiono di ragazzini – la vittima più giovane aveva solo 35 giorni di vita – di adolescenti, di donne e di anziani che certo non hanno né l’aspetto né i requisiti per essere considerati dei combattenti. Molti dei corpi delle vittime della repressione, compreso quello di un bambino di otto anni, sono da giorni conservati in alcuni frigoriferi visto che il coprifuoco e il fuoco dei cecchini sulle strade impediscono alle famiglie di portarli in obitorio. Solo ieri sarebbero state otto le vittime, mentre si moltiplicano i casi di abitanti uccisi da infarti o morti a causa di ferite non curate adeguatamente vista l'impossibilità di portarli in ospedale.
L'altro ieri inoltre un massiccio schieramento di polizia ha impedito con la forza a una foltissima delegazione di parlamentari del Partito Democratico dei Popoli di entrare all’interno della città. E ciò nonostante il fatto che del gruppo facessero parte anche i due ministri dell’Hdp del governo di transizione alle elezioni, oltre ai tre portavoce del partito e ben 30 degli 80 deputati della formazione che riunisce la sinistra curda e alcune organizzazione della sinistra turca. Tutti, a bordo di una carovana di autobus e automobili, sono stati fermati a 90 km da Cizre. A quel punto Selahattin Demirtas e gli altri dirigenti dell’Hdp hanno intrapreso una marcia a piedi, accompagnati da alcune migliaia di attivisti del partito che si sono man mano aggiunti alla delegazione. Ma a Idil, a una trentina di chilometri dalla città martire della provincia di Sirnak, ieri la marcia è stata di nuovo bloccata su preciso ordine del primo ministro Ahmet Davutoglu (Akp). Da parte sua Demirtas ha definito Cizre “la nostra Kobane” e poi ha paragonato la situazione della città – dove ormai scarseggiano acqua e cibo e dove tutte le comunicazioni con l’esterno sono bloccate – al blocco della Striscia di Gaza da parte di Israele ed ha promesso di fare "del suo meglio" per spezzare l'assedio. "Possono fermare il nostro convoglio, ma non possono impedirci di camminare", ha affermato. Ma il ministro degli Interni, Selami Altinok, ha ribadito che nella città non si entra e che il coprifuoco resterà in vigore ‘finché sarà necessario’.
L’Hdp si trova in serie difficoltà, additato dal regime come braccio politico della guerriglia curda che continua a infliggere dure perdite alle forze di sicurezza. Negli ultimi mesi il partito è stato colpito in maniera massiccia dagli arresti di massa ordinati dal regime e poi da un’ondata senza precedenti di aggressioni ai propri militanti nelle strade e dalla devastazione delle proprie sedi. E’ assai dubbio che il partito riesca a presentarsi in tutte le circoscrizioni della Turchia per le elezioni del Primo Novembre, ammesso che nel frattempo il regime islamista – con la complicità dei nazionalisti di destra dell’Mhp e grazie alla tolleranza dei repubblicani del Chp – non metta direttamente fuorilegge la formazione politica reduce da un 13% conquistato alle votazioni del 7 giugno.
Mai come negli ultimi giorni la posizione dell’Hdp sembra distanziarsi dalle organizzazioni del movimento di liberazione curdo impegnate in un duro braccio di ferro militare con le forze di sicurezza. Ieri la storica esponente curda e deputata dell’Hdp, Leyla Zana, ha iniziato uno sciopero della fame per perorare la causa di un nuovo cessate il fuoco tra stato e guerriglia. "Mi rivolgo a tutte le parti che hanno una pistola in mano: se non riesco a farmi ascoltare da nessuno, prenderò un'iniziativa per conto mio. Io non mi arrendo quando faccio una promessa. Preferisco morire piuttosto che vedere le persone che muoiono", ha detto la parlamentare nel corso di in un comizio nella provincia di Sirnak. Eletta in parlamento per la prima volta nel 1991, Leyla Zana “fece scandalo” per aver prestato il suo giuramento in curdo – lingua il cui uso pubblico era severamente proibito – e fino al 2004 fu imprigionata per un totale di dieci anni dopo che un tribunale turco la giudicò colpevole di "sostegno all'organizzazione terroristica" Pkk.
Ma gli appelli di Leyla Zana e dello stesso Demirtas sembrano destinati a cadere nel vuoto. Nelle ultime ore una civile è rimasto ucciso e tre poliziotti sono stati feriti a causa di un attacco di militanti del Pkk che hanno aperto il fuoco in un caffè nel centro di Diyarbakir. La vittima è Seyhmus Sanir, un giovane di 22 anni che lavorava come cameriere nel locale.
Stamattina almeno 15 caccia turchi hanno martellato per cinque ore Qandil, Zap e Avashin sulle montagne dell’Iraq del Nord, causando un numero imprecisato di morti. Proprio ieri il regime turco ha reso noto il numero dei (presunti) caduti nelle file del Partito dei Lavoratori del Kurdistan dall’inizio delle massicce operazioni militari governative contro la guerriglia turca, lo scorso 24 luglio. I morti tra i combattenti sarebbero ben 1116 e i feriti circa 900, afferma l’esecutivo di Ankara. Cifre gonfiate probabilmente, affinché il regime possa vantare i suoi successi nel contrasto al 'terrorismo', ma che rendono bene l’idea del massacro in corso nella regione.
Fonte
Imbarazzante e inconcepibile il silenzio dell'Occidente tutto e dell'UE in particolare nei confronti di questo bagno di sangue.
Evidentemente, archiviati i rifugiati siriani, la propaganda a motore tedesco non ha bisogno di altra carne da cannone per presentarsi come faro progressista del mondo.
Eppure la furia delle forze di sicurezza del regime e dei militanti nazionalisti – sia nella versione laica dell’Mhp, sia in quella islamista dell’Akp – continua a rivolgersi ormai da quattro giorni contro le sedi politiche della sinistra curda e contro case, negozi, librerie individuate come obiettivi di un pogrom che non ha eguali nella storia recente della Turchia. Nei giorni scorsi le aggressioni e i linciaggi ai danni degli esponenti del Partito Democratico dei Popoli o di semplici cittadini curdi da parte delle squadracce di nazionalisti e di fascisti hanno provocato decine di morti, anche se il bilancio preciso è molto difficile da fare visto il caos che regna nel paese e il bavaglio imposto ai media indipendenti.
Altrettanto grave è il bilancio del massacro che ormai dura da una settimana a Cizre, città curda di 130 mila abitanti assediata, isolata e bombardata da parte delle forze armate turche. Secondo i conteggi diffusi ieri, almeno 33 persone sarebbero già morte nelle sparatorie scatenate in città dall’esercito e dai corpi speciali della polizia. Per la propaganda del regime la quasi totalità delle vittime sarebbero guerriglieri del Pkk o militanti del suo fronte urbano, ma fonti mediche e lo stesso Hdp sostengono che almeno 20 delle vittime cadute sotto i colpi dell’esercito sono civili. D’altronde è difficile ritenere fondate le veline di Ankara quando gli obitori si riempiono di ragazzini – la vittima più giovane aveva solo 35 giorni di vita – di adolescenti, di donne e di anziani che certo non hanno né l’aspetto né i requisiti per essere considerati dei combattenti. Molti dei corpi delle vittime della repressione, compreso quello di un bambino di otto anni, sono da giorni conservati in alcuni frigoriferi visto che il coprifuoco e il fuoco dei cecchini sulle strade impediscono alle famiglie di portarli in obitorio. Solo ieri sarebbero state otto le vittime, mentre si moltiplicano i casi di abitanti uccisi da infarti o morti a causa di ferite non curate adeguatamente vista l'impossibilità di portarli in ospedale.
L'altro ieri inoltre un massiccio schieramento di polizia ha impedito con la forza a una foltissima delegazione di parlamentari del Partito Democratico dei Popoli di entrare all’interno della città. E ciò nonostante il fatto che del gruppo facessero parte anche i due ministri dell’Hdp del governo di transizione alle elezioni, oltre ai tre portavoce del partito e ben 30 degli 80 deputati della formazione che riunisce la sinistra curda e alcune organizzazione della sinistra turca. Tutti, a bordo di una carovana di autobus e automobili, sono stati fermati a 90 km da Cizre. A quel punto Selahattin Demirtas e gli altri dirigenti dell’Hdp hanno intrapreso una marcia a piedi, accompagnati da alcune migliaia di attivisti del partito che si sono man mano aggiunti alla delegazione. Ma a Idil, a una trentina di chilometri dalla città martire della provincia di Sirnak, ieri la marcia è stata di nuovo bloccata su preciso ordine del primo ministro Ahmet Davutoglu (Akp). Da parte sua Demirtas ha definito Cizre “la nostra Kobane” e poi ha paragonato la situazione della città – dove ormai scarseggiano acqua e cibo e dove tutte le comunicazioni con l’esterno sono bloccate – al blocco della Striscia di Gaza da parte di Israele ed ha promesso di fare "del suo meglio" per spezzare l'assedio. "Possono fermare il nostro convoglio, ma non possono impedirci di camminare", ha affermato. Ma il ministro degli Interni, Selami Altinok, ha ribadito che nella città non si entra e che il coprifuoco resterà in vigore ‘finché sarà necessario’.
L’Hdp si trova in serie difficoltà, additato dal regime come braccio politico della guerriglia curda che continua a infliggere dure perdite alle forze di sicurezza. Negli ultimi mesi il partito è stato colpito in maniera massiccia dagli arresti di massa ordinati dal regime e poi da un’ondata senza precedenti di aggressioni ai propri militanti nelle strade e dalla devastazione delle proprie sedi. E’ assai dubbio che il partito riesca a presentarsi in tutte le circoscrizioni della Turchia per le elezioni del Primo Novembre, ammesso che nel frattempo il regime islamista – con la complicità dei nazionalisti di destra dell’Mhp e grazie alla tolleranza dei repubblicani del Chp – non metta direttamente fuorilegge la formazione politica reduce da un 13% conquistato alle votazioni del 7 giugno.
Mai come negli ultimi giorni la posizione dell’Hdp sembra distanziarsi dalle organizzazioni del movimento di liberazione curdo impegnate in un duro braccio di ferro militare con le forze di sicurezza. Ieri la storica esponente curda e deputata dell’Hdp, Leyla Zana, ha iniziato uno sciopero della fame per perorare la causa di un nuovo cessate il fuoco tra stato e guerriglia. "Mi rivolgo a tutte le parti che hanno una pistola in mano: se non riesco a farmi ascoltare da nessuno, prenderò un'iniziativa per conto mio. Io non mi arrendo quando faccio una promessa. Preferisco morire piuttosto che vedere le persone che muoiono", ha detto la parlamentare nel corso di in un comizio nella provincia di Sirnak. Eletta in parlamento per la prima volta nel 1991, Leyla Zana “fece scandalo” per aver prestato il suo giuramento in curdo – lingua il cui uso pubblico era severamente proibito – e fino al 2004 fu imprigionata per un totale di dieci anni dopo che un tribunale turco la giudicò colpevole di "sostegno all'organizzazione terroristica" Pkk.
Ma gli appelli di Leyla Zana e dello stesso Demirtas sembrano destinati a cadere nel vuoto. Nelle ultime ore una civile è rimasto ucciso e tre poliziotti sono stati feriti a causa di un attacco di militanti del Pkk che hanno aperto il fuoco in un caffè nel centro di Diyarbakir. La vittima è Seyhmus Sanir, un giovane di 22 anni che lavorava come cameriere nel locale.
Stamattina almeno 15 caccia turchi hanno martellato per cinque ore Qandil, Zap e Avashin sulle montagne dell’Iraq del Nord, causando un numero imprecisato di morti. Proprio ieri il regime turco ha reso noto il numero dei (presunti) caduti nelle file del Partito dei Lavoratori del Kurdistan dall’inizio delle massicce operazioni militari governative contro la guerriglia turca, lo scorso 24 luglio. I morti tra i combattenti sarebbero ben 1116 e i feriti circa 900, afferma l’esecutivo di Ankara. Cifre gonfiate probabilmente, affinché il regime possa vantare i suoi successi nel contrasto al 'terrorismo', ma che rendono bene l’idea del massacro in corso nella regione.
Fonte
Imbarazzante e inconcepibile il silenzio dell'Occidente tutto e dell'UE in particolare nei confronti di questo bagno di sangue.
Evidentemente, archiviati i rifugiati siriani, la propaganda a motore tedesco non ha bisogno di altra carne da cannone per presentarsi come faro progressista del mondo.
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