di Roberto Prinzi
Secondo alcuni
commentatori, alla luce del risultato emerso ieri dalle municipali, la
“Turchia ha voltato pagina”. Una dichiarazione forse un po’ esagerata e
prematura, ma che di sicuro centra un punto fondamentale: il presidente turco Erdogan, che da 17 anni domina la politica nazionale, ha subito ieri una innegabile sconfitta. Per
mesi ha terrorizzato il Paese minacciando dissidenti e presunti
oppositori presentando le municipali in versione apocalittica come “una
questione di sopravvivenza” per la Turchia. Come se il problema turco
non fosse la grave crisi economica che stritola la vita di milioni di
cittadini, ma eventuali sindaci dell’opposizione. I suoi
tentativi di polarizzare il Paese hanno esacerbato le tensioni già
altissime che si vivono nello stato da anni. E’ il modo di governare di
Erdogan, l’unico suo modo di farlo. Creare un perenne nemico al
quale indirizzare tutti i mali turchi, a cui addossare tutte le
responsabilità dei fallimenti politici del suo governo è da anni il suo
marchio di fabbrica. Una strategia che ha funzionato a lungo, ma che
ormai non sembra essere più sostenibile. Nonostante infatti i suoi
comizi quotidiani e l’appoggio incontrastato della quasi totalità dei
media nazionali, ieri il “Sultano” ha perso Ankara, la capitale nonché
la seconda città turca, e non è riuscito al momento a prendersi
Istanbul.
La gioia dell’opposizione repubblicana rappresentata dal Chp è
comprensibile: “Il popolo ha votato a favore della democrazia” ha detto
Kemal Kilicdaroglu, celebrando ieri notte soprattutto le
vittorie ottenute nella capitale e a Smirne, fortino dei kemalisti e
terza città turca. “Abbiamo vissuto ogni tipo d’ingiustizia – ha
aggiunto Kilicdaroglu – questa vittoria è molto importante per noi”. Il
leader kemalista ha poi detto che “la votazione si è svolta
democraticamente e il suo successo sarà accolto con favore non solo da
noi, ma da tutto il mondo perché la democrazia sta avanzando in Turchia.
Noi diciamo: la Turchia ha vinto. Dopo queste elezioni, tutti hanno
vinto. Siamo pronti a compiere il nostro dovere per superare la crisi
economica turca”.
Come avevano pronosticato i sondaggi, ad Ankara ha vinto il candidato kemalista del Chp Mansur Yavas che ha ottenuto il 50,9% delle preferenze, 3,8% in più del suo rivale dell’Akp, il partito islamista che fa capo ad Erdogan. Confusa e carica di tensione la situazione a Istanbul.
Un’eventuale sconfitta del presidente nella metropoli sul Bosforo sarebbe un colpo durissimo
per lui e il suo partito. Non solo per l’importanza della prima città
del Paese, ma anche da un punto di vista simbolico: è qui che il
presidente-“Sultano” ha iniziato la sua carriera politica. E’ qui che ha
rivestito la carica di sindaco negli anni ’90.
Sul voto ad Istanbul i canali televisivi turchi hanno dato
ieri l’aspirante sindaco dell’Akp (nonché ex premier) Binali Yildirim in
leggero vantaggio sul suo oppositore del Chp Ekrem Imamoglu.
Ma parliamo di una sfida testa a testa: con il 98,8% delle schede
scrutinate, la differenza ieri tra i due era di solo 4.000 voti sugli 8
milioni complessivi. Yildirim ha rivendicato la vittoria in città, ma
Imamoglu, citando i dati del suo partito, ha detto che ad essere in
vantaggio è lui. La situazione si è fatta ancora più ingarbugliata
quando ha preso parola ieri notte Erdogan. Rivolgendosi ai suoi
sostenitori, il presidente è sembrato quasi accettare la sconfitta
dell’Akp nella megalopoli turca, nonostante abbia poi precisato che il
suo partito ha mantenuto il controllo di molti distretti della città. Erdogan ha però anche detto che l’Akp farà appello “ovunque è necessario”. A partire dalla capitale
dove il segretario generale del partito Fatih Sahin ha riferito alla
stampa di “aver identificato voti non validi e [registrato] irregolarità
nella maggior parte dei 12.158 seggi”. “Useremo i nostri diritti fino
alla fine – ha promesso – non permetteremo che la volontà dei nostri
cittadini venga alterata ad Ankara”. Secondo l’agenzia filo-governativa Anadolu, l’Akp farà ricorso anche a Istanbul e nella provincia orientale di Igdir. Dichiarazioni e atti che fanno sorridere per un partito che, anche sui brogli, ha costruito i suoi ultimi successi alle urne.
Ma quelle di ieri sono state anche elezioni segnate dalla
violenza: due persone sono state uccise nella provincia di Malatya e
altre tre in quella meridionale di Gaziantep. Morti che
rivelano più di tanti discorsi la tensione altissima che si respira in
Turchia. Da segnalare è anche il risultato elettorale nel sud est del
Paese a maggioranza curda. Qui i sostenitori del partito di
sinistra filo-curdo Hdp hanno ripreso le municipalità che le autorità
turche avevano tolto loro due anni fa per i presunti legami tra l’Hdp e
quelli che Ankara definisce i “terroristi” del Pkk.
Intervistato dalla Reuters, un residente di Diyarbakir, la “capitale”
dei curdi di Turchia, ha così sintetizzato la situazione: “Ci hanno
rubato della nostra volontà e noi [oggi] abbiamo rovesciato [la
situazione]”.
Erdogan, intanto, ieri notte si è concentrato sulle prossime
sfide che attendono il Paese: “Abbiamo di fronte un lungo periodo dove
dovremo implementare le riforme economiche senza compromettere le regole
del libero mercato. Inizieremo ad aggiustare i nostri errori a
partire da domani mattina. Non combatteremo la nazione, altrimenti
questo sarebbe fascismo. Soddisfare le nostre persone è più importante
del nostro partito”. Il primo punto da risolvere è sicuramente la crisi economica che colpisce il Paese.
Un tema serio che ha inciso fortemente sul voto: in un anno la lira
turca è scesa del 30%, l’economia è in recessione. L’inflazione è vicina
al 20%, la disoccupazione è in crescita. Di fronte a questi dati, sono
apparse ridicole le dichiarazioni di questi mesi del presidente che ha
attribuito i problemi della Turchia a presunti attacchi provenienti
dall’Occidente. Può stare tranquillo Erdogan, non c’è stato e non c’è
alcun complotto contro Ankara: ieri il suo Akp ha perso consensi
soprattutto per la gestione scriteriata della questione economica.
“Le elezioni di oggi sono storiche come quelle del 1994” ha twittato
il giornalista turco Rusen Cakir, facendo riferimento all’anno in cui
Erdogan divenne sindaco di Istanbul. “Quello che è successo ieri – ha
affermato ancora Cakir, “è una dichiarazione che una pagina aperta 25
anni fa è stata girata”. Chissà. Intanto la Turchia si prepara a vivere
altri mesi di fortissima tensione.
AGGIORNAMENTO
ore 14:30 Il candidato dell’opposizione Imamoglu è in vantaggio a Istanbul. Erdogan rischia di perdere anche la “sua” città
Contraddicendo quanto dichiarato ieri notte dall’Akp, il candidato
sindaco dell’opposizione Ekrem Imamoglu (Chp) è in vantaggio a Istanbul.
A dirlo è stato oggi il presidente della Commissione elettorale Sadi
Guven. Imamoglu ha ottenuto finora 4.159.650 voti contro i 4.131.761 del
candidato dell’Akp Binali Yildirim.
Anche l’agenzia filo governativa Anodulu dà in vantaggio Imamoglu con il 48,8% dei voti contro il 48,5% di Yildirim.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/04/2016
Turchia, i media Usa evocano il golpe. Strage di poliziotti a Diyarbakir
“Notizie e commenti di alcuni organi di stampa” sulla preparazione di un piano golpista dell’esercito turco contro il presidente Recep Tayyip Erdogan sono “senza fondamento”. Così in un breve comunicato le Forze armate di Ankara hanno smentito le voci su un presunto progetto di golpe ispirato da settori militari legati al magnate e imam Fethullah Gulen, ex alleato e poi nemico giurato di Erdogan, che da giorni si rincorrevano proprio in concomitanza con la visita del presidente turco negli Stati Uniti. Nella nota, l’esercito ribadisce la sua “lealtà alla democrazia turca”, escludendo “concessioni a qualsiasi formazione illegale e/o movimento al di fuori della scala gerarchica” e promettendo querele contro i media che hanno diffuso la notizia del presunto piano golpista.
Il fatto che i comandi militari delle forze armate turche si siano spinti a smentire pubblicamente i rumors diffusi in particolare dalla stampa statunitense proprio nel momento in cui le relazioni tra Ankara e Washington sono ai minimi storici la dice lunga sulla debolezza e sull’isolamento del regime islamista. Non solo Obama non si è reso disponibile per un bilaterale con il leader turco – delegando il suo vice Biden – ma ha rifiutato anche di presenziare all’inaugurazione di una moschea finanziata e voluta dal regime neo-ottomano in cerca di consensi all’interno della comunità musulmana statunitense.
La nota dello Stato Maggiore di Ankara non cita esplicitamente i media incriminati, ma è facile risalire alla diffusa e influente rivista statunitense Newsweek – ripresa poi da molti altri media – che il 24 marzo scorso ha pubblicato un articolo dell’ex funzionario della Difesa statunitense, Michael Rubin, intitolato «Ci sarà un golpe in Turchia contro Erdogan?».
Più che una domanda quella di Rubin deve essere suonata alle orecchie di Erdogan e dei suoi come un suggerimento ai settori delle forze armate turche che vivono con fastidio e preoccupazione la deriva islamista del governo del paese e che temono che la crisi economica, politica e sociale provocata dalla spericolata politica del ‘sultano’ si ripercuota su tutto l’establishment indebolendo ulteriormente uno stato alle prese con la minaccia del jihadismo – che Ankara nonostante tutto continua a sostenere in chiave egemonica in Medio Oriente – e con la recrudescenza del conflitto con i curdi.
Da quando è salito al potere, l’Akp di Erdogan ha perseguito una scientifica e capillare opera di depurazione delle forze armate turche da tutti gli elementi legati alla fazione nazionalista e laicista che ha governato il paese fino all’avvento, all’inizio degli anni Duemila, degli islamisti cosiddetti ‘moderati’. Il nuovo regime ha alternato il bastone – epurazioni, processi e condanne contro centinaia di generali e ufficiali accusati di golpismo e di tradimento, degradazioni – alla carota – promozioni, concessione ad alcuni settori militari di privilegi politici ed economici – per disinnescare il potenziale eversivo di un esercito che negli ultimi decenni è stato protagonista di ben 4 colpi di stato nel 1960, nel 1971, nel 1980 e nel 1997. L’ultimo – per quanto incruento – impedì l’ascesa al potere del partito islamista, che pure aveva vinto le elezioni, guidato da Erbakan, padrino politico di Erdogan.
Ma nonostante anni di epurazioni, nelle potenti forze armate turche – rinvigorite recentemente dalla nuova esplosione della guerra con il Pkk e dalla mobilitazione alla frontiera con la Siria – sono ancora forti i settori che fanno riferimento al vecchio regime kemalista e quelli che invece sono fedeli all’imam Gulen e alla sua confraternita/rete imprenditoriale Hizmet, il cui capo è da diciassette anni ‘esule’ in quegli Stati Uniti la cui stampa ‘evoca’ il golpe ad Ankara. Al di là dei diversi interessi rappresentati e della diversa ideologia di riferimento, sia i settori kemalisti sia quelli gulenisti sono di osservanza atlantista e si oppongono all’allontanamento di Ankara dalle priorità dettate dagli Stati Uniti, oltre che al rafforzamento del potere assoluto del presidente e del suo clan politico/affaristico.
E’ in questo quadro che si inserisce il colpo messo a segno ieri dalla guerriglia curda a Diyarbakir. Un’autobomba è stata lanciata nel pomeriggio contro un mezzo blindato delle forze speciali della polizia turca nei pressi del terminal dei bus della principale città del Kurdistan turco, uccidendo sette ufficiali e ferendone altri 13, insieme ad alcuni passanti. La gravità dell’attacco è maggiore perché realizzato in una città completamente militarizzata e sotto assedio ed in contemporanea con la visita di ben tre ministri del governo turco e alla vigilia dell’arrivo del primo ministro Ahmet Davutoglu.
Fonte
Il fatto che i comandi militari delle forze armate turche si siano spinti a smentire pubblicamente i rumors diffusi in particolare dalla stampa statunitense proprio nel momento in cui le relazioni tra Ankara e Washington sono ai minimi storici la dice lunga sulla debolezza e sull’isolamento del regime islamista. Non solo Obama non si è reso disponibile per un bilaterale con il leader turco – delegando il suo vice Biden – ma ha rifiutato anche di presenziare all’inaugurazione di una moschea finanziata e voluta dal regime neo-ottomano in cerca di consensi all’interno della comunità musulmana statunitense.
La nota dello Stato Maggiore di Ankara non cita esplicitamente i media incriminati, ma è facile risalire alla diffusa e influente rivista statunitense Newsweek – ripresa poi da molti altri media – che il 24 marzo scorso ha pubblicato un articolo dell’ex funzionario della Difesa statunitense, Michael Rubin, intitolato «Ci sarà un golpe in Turchia contro Erdogan?».
Più che una domanda quella di Rubin deve essere suonata alle orecchie di Erdogan e dei suoi come un suggerimento ai settori delle forze armate turche che vivono con fastidio e preoccupazione la deriva islamista del governo del paese e che temono che la crisi economica, politica e sociale provocata dalla spericolata politica del ‘sultano’ si ripercuota su tutto l’establishment indebolendo ulteriormente uno stato alle prese con la minaccia del jihadismo – che Ankara nonostante tutto continua a sostenere in chiave egemonica in Medio Oriente – e con la recrudescenza del conflitto con i curdi.
Da quando è salito al potere, l’Akp di Erdogan ha perseguito una scientifica e capillare opera di depurazione delle forze armate turche da tutti gli elementi legati alla fazione nazionalista e laicista che ha governato il paese fino all’avvento, all’inizio degli anni Duemila, degli islamisti cosiddetti ‘moderati’. Il nuovo regime ha alternato il bastone – epurazioni, processi e condanne contro centinaia di generali e ufficiali accusati di golpismo e di tradimento, degradazioni – alla carota – promozioni, concessione ad alcuni settori militari di privilegi politici ed economici – per disinnescare il potenziale eversivo di un esercito che negli ultimi decenni è stato protagonista di ben 4 colpi di stato nel 1960, nel 1971, nel 1980 e nel 1997. L’ultimo – per quanto incruento – impedì l’ascesa al potere del partito islamista, che pure aveva vinto le elezioni, guidato da Erbakan, padrino politico di Erdogan.
Ma nonostante anni di epurazioni, nelle potenti forze armate turche – rinvigorite recentemente dalla nuova esplosione della guerra con il Pkk e dalla mobilitazione alla frontiera con la Siria – sono ancora forti i settori che fanno riferimento al vecchio regime kemalista e quelli che invece sono fedeli all’imam Gulen e alla sua confraternita/rete imprenditoriale Hizmet, il cui capo è da diciassette anni ‘esule’ in quegli Stati Uniti la cui stampa ‘evoca’ il golpe ad Ankara. Al di là dei diversi interessi rappresentati e della diversa ideologia di riferimento, sia i settori kemalisti sia quelli gulenisti sono di osservanza atlantista e si oppongono all’allontanamento di Ankara dalle priorità dettate dagli Stati Uniti, oltre che al rafforzamento del potere assoluto del presidente e del suo clan politico/affaristico.
E’ in questo quadro che si inserisce il colpo messo a segno ieri dalla guerriglia curda a Diyarbakir. Un’autobomba è stata lanciata nel pomeriggio contro un mezzo blindato delle forze speciali della polizia turca nei pressi del terminal dei bus della principale città del Kurdistan turco, uccidendo sette ufficiali e ferendone altri 13, insieme ad alcuni passanti. La gravità dell’attacco è maggiore perché realizzato in una città completamente militarizzata e sotto assedio ed in contemporanea con la visita di ben tre ministri del governo turco e alla vigilia dell’arrivo del primo ministro Ahmet Davutoglu.
Fonte
03/02/2016
Cizre muore lentamente
di Chiara Cruciati
Qualche giorno o qualche settimana: il governo turco mette la data di scadenza alle operazioni militari contro il sud est del paese, contro le città kurde di Cizre e Diyarbakir. Non perché si porrà fine alla repressione, al fuoco e alle punizioni collettive contro centinaia di migliaia di civili, ma perché tali strumenti permetteranno – nella visione governativa – di zittire le proteste.
È questa la previsione del ministro degli Interni, Efkan Ala: “Siamo convinti che le operazioni saranno completate a Cizre in pochi giorni. A Sur [distretto di Diyarbakir] servirà un’altra settimana o due, ma anche lì l’85-90% delle operazioni sono state completate. A Cizre, l’eliminazione di trincee e di mine ha raggiunto il 99%”.
Il ministro non dice nulla dell’assedio e del coprifuoco contro le due comunità che ha ormai superato i 50 giorni, e dice poco del sotterraneo di Cizre dove da oltre 10 giorni dei civili sono intrappolati dal fuoco dell’artiglieria turca. Erano 29 in origine, ora sono 22: sette sono morti per le ferite riportate, mentre chi resiste non ha più cibo né acqua.
“Non possono uscire a causa del fuoco sparato dai terroristi – ha detto Ala – Una finzione”. La sofferenza di Cizre era stata poco prima etichettata come “speculazioni” dal governo di Ankara in risposta alle accese proteste del Partito Democratico del Popolo, l’Hdp, fazione di sinistra pro-kurda che tenta in parlamento e sul terreno di salvare i civili assediati. Le ambulanze che arrivano sul posto vengono bloccate dall’esercito turco e chi prova ad uscire dal sotterraneo finisce sotto il fuoco dell’artiglieria. Eppure il presidente Erdogan bolla come “bugie” le dichiarazioni dell’Hdp: “Forse non sono nemmeno feriti”, aveva detto pochi giorni fa mentre aumentava il numero delle vittime.
La situazione a Cizre la riportano le Yps, le unità di difesa civile kurde che ieri hanno pubblicato un comunicato nel quale raccontano il fuoco unilaterale dell’esercito turco contro il sotterraneo della casa dove avevano trovato rifugio donne, giovani, bambini, anziani. Di loro non si hanno più notizie da tre giorni: dopo le ultime comunicazioni e le foto inviate (e che mostravano cadaveri a terra accanto ai feriti, che proteggevano le vie aeree con delle mascherine), i civili del sotterraneo non riescono più a comunicare con l’esterno, aumentando a dismisura la preoccupazione delle famiglie.
Proprio le donne delle famiglie dei feriti e dei morti ieri hanno provato ad avvicinarsi a piedi alla casa. Erano in 11 e sono riuscite a raggiungere il cortile dell’edificio. Sono state arrestate dalla polizia e rilasciate poco dopo, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa kurda AnfEnglish. Immediata la reazione dell’Hdp: “Le madri non sono state in grado di entrare – ha detto il parlamentare Sariyildiz, dal primo giorno impegnato per sbloccare l’assedio – Quindi è impossibile raggiungere la casa, come dice il governo turco. I suoi funzionari dicono che è impossibile per gli scontri nella zona, ma non è così”.
Una violenza brutale che ha sollevato le proteste delle Nazioni Unite: lunedì l’Alto Commissario ai Diritti Umani, Zeid Ra’ad al Hussein, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sul fuoco aperto contro i civili da parte dell’esercito, in particolare nella città di Cizre. “Se i funzionari dello Stato hanno commesso violazioni dei diritti umani, devono essere perseguiti”.
Non solo operazioni militari: nel mirino dell’Onu c’è anche la libertà di espressione. Al Hussein ha portato come esempio l’arresto del cameraman Tekin, prima ferito dal fuoco dell’esercito mentre riprendeva l’uccisione di 9 civili a Cizre (vedi il video in coda all’articolo) e poi detenuto con l’accusa di essere membro di un’organizzazione terroristica, ovvero il Pkk.
Ma il piano del governo di Ankara è ben più ampio: spezzare definitivamente il movimento di liberazione kurdo. Attraverso campagne militari (che hanno già ucciso oltre 170 civili da agosto) ma anche con strumenti socio-economici. Ankara, ha fatto sapere ieri il governo, presenterà a breve un piano economico nuovo per il sud est. Secondo la stampa si tratterebbe di un aumento ulteriore della presenza della polizia e dell’esercito nelle città considerate calde, ma anche una serie di misure per colpire soggetti, aziende, organizzazioni sospettate di legami con il Pkk.
Fonte
Qualche giorno o qualche settimana: il governo turco mette la data di scadenza alle operazioni militari contro il sud est del paese, contro le città kurde di Cizre e Diyarbakir. Non perché si porrà fine alla repressione, al fuoco e alle punizioni collettive contro centinaia di migliaia di civili, ma perché tali strumenti permetteranno – nella visione governativa – di zittire le proteste.
È questa la previsione del ministro degli Interni, Efkan Ala: “Siamo convinti che le operazioni saranno completate a Cizre in pochi giorni. A Sur [distretto di Diyarbakir] servirà un’altra settimana o due, ma anche lì l’85-90% delle operazioni sono state completate. A Cizre, l’eliminazione di trincee e di mine ha raggiunto il 99%”.
Il ministro non dice nulla dell’assedio e del coprifuoco contro le due comunità che ha ormai superato i 50 giorni, e dice poco del sotterraneo di Cizre dove da oltre 10 giorni dei civili sono intrappolati dal fuoco dell’artiglieria turca. Erano 29 in origine, ora sono 22: sette sono morti per le ferite riportate, mentre chi resiste non ha più cibo né acqua.
“Non possono uscire a causa del fuoco sparato dai terroristi – ha detto Ala – Una finzione”. La sofferenza di Cizre era stata poco prima etichettata come “speculazioni” dal governo di Ankara in risposta alle accese proteste del Partito Democratico del Popolo, l’Hdp, fazione di sinistra pro-kurda che tenta in parlamento e sul terreno di salvare i civili assediati. Le ambulanze che arrivano sul posto vengono bloccate dall’esercito turco e chi prova ad uscire dal sotterraneo finisce sotto il fuoco dell’artiglieria. Eppure il presidente Erdogan bolla come “bugie” le dichiarazioni dell’Hdp: “Forse non sono nemmeno feriti”, aveva detto pochi giorni fa mentre aumentava il numero delle vittime.
La situazione a Cizre la riportano le Yps, le unità di difesa civile kurde che ieri hanno pubblicato un comunicato nel quale raccontano il fuoco unilaterale dell’esercito turco contro il sotterraneo della casa dove avevano trovato rifugio donne, giovani, bambini, anziani. Di loro non si hanno più notizie da tre giorni: dopo le ultime comunicazioni e le foto inviate (e che mostravano cadaveri a terra accanto ai feriti, che proteggevano le vie aeree con delle mascherine), i civili del sotterraneo non riescono più a comunicare con l’esterno, aumentando a dismisura la preoccupazione delle famiglie.
Proprio le donne delle famiglie dei feriti e dei morti ieri hanno provato ad avvicinarsi a piedi alla casa. Erano in 11 e sono riuscite a raggiungere il cortile dell’edificio. Sono state arrestate dalla polizia e rilasciate poco dopo, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa kurda AnfEnglish. Immediata la reazione dell’Hdp: “Le madri non sono state in grado di entrare – ha detto il parlamentare Sariyildiz, dal primo giorno impegnato per sbloccare l’assedio – Quindi è impossibile raggiungere la casa, come dice il governo turco. I suoi funzionari dicono che è impossibile per gli scontri nella zona, ma non è così”.
Una violenza brutale che ha sollevato le proteste delle Nazioni Unite: lunedì l’Alto Commissario ai Diritti Umani, Zeid Ra’ad al Hussein, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sul fuoco aperto contro i civili da parte dell’esercito, in particolare nella città di Cizre. “Se i funzionari dello Stato hanno commesso violazioni dei diritti umani, devono essere perseguiti”.
Non solo operazioni militari: nel mirino dell’Onu c’è anche la libertà di espressione. Al Hussein ha portato come esempio l’arresto del cameraman Tekin, prima ferito dal fuoco dell’esercito mentre riprendeva l’uccisione di 9 civili a Cizre (vedi il video in coda all’articolo) e poi detenuto con l’accusa di essere membro di un’organizzazione terroristica, ovvero il Pkk.
Ma il piano del governo di Ankara è ben più ampio: spezzare definitivamente il movimento di liberazione kurdo. Attraverso campagne militari (che hanno già ucciso oltre 170 civili da agosto) ma anche con strumenti socio-economici. Ankara, ha fatto sapere ieri il governo, presenterà a breve un piano economico nuovo per il sud est. Secondo la stampa si tratterebbe di un aumento ulteriore della presenza della polizia e dell’esercito nelle città considerate calde, ma anche una serie di misure per colpire soggetti, aziende, organizzazioni sospettate di legami con il Pkk.
Fonte
16/12/2015
Diyarbakır, morire di coprifuoco
Şiyar Salman e Şerdıl Cengiz erano due giovani del distretto di Sur, diciannove anni il primo, ventuno il secondo. Sono morti ieri di coprifuoco, presso Diyarbakır. Colpiti da proiettili “vaganti” come l’avvocato dei diritti Tahir Elçi, freddato a sua volta durante una conferenza stampa tenuta giorni addietro all’aperto, sotto lo storico minareto della città. Elçi denunciava l’insostenibile situazione d’una Turchia schiacciata proprio dalle massime figure politiche nazionali – presidente e premier – ritenute responsabili del clima di terrore che si vive da mesi. Come lui migliaia di attivisti e cittadini kurdi delle province del sud-est protestano contro la sequela dei coprifuoco che si susseguono dalla metà di agosto. Il distretto di Diyarbakır ne ha subìti più di trenta, quello di Mardin nove, Şirnak cinque, poi ce ne sono stati ad Hakkari, Muş, Batman, Elaziğ, sono state coinvolte oltre un milione e trecentomila abitanti, sono state spezzate decine e decine di vite. Proteste, presidi, tentativi di manifestazione vengono continuamente attaccati da polizia e dai militari che occupano quelle aree anche con mezzi pesanti come carri armati; questi in più di un’occasione hanno anche sventrato abitazioni in taluni villaggi. A Nusaybin, nella provincia di Mardin, ultimamente ben diciassette cittadini sono stati assassinati durante operazioni repressive.
Eppure la popolazione continua a sfidare il regime monocolore dell’Akp che, ritemprato dal successo elettorale e nonostante i molti problemi sul fronte estero, sceglie di applicare una linea durissima verso qualsiasi contestazione di piazza. Le piazze kurde, poi, sono nel mirino di reparti antisommossa e probabilmente di cecchini, già in altre fasi utilizzati per seminare morte. Ieri la marcia di Diyarbakır, sostenuta da uno dei quattro grandi partiti presenti in Parlamento, l’Hdp, è stata attaccata con la ferocia diventata “ordinaria” gestione d’un ordine pubblico trasformatosi in divieto assoluto di espressione organizzata. Dai gas lacrimogeni ai cannoni ad acqua la polizia è passata ai colpi d’arma da fuoco, scontrandosi coi militanti del Movimento giovanile patriottico rivoluzionario (YDG-H). I genitori degli uccisi hanno lanciato parole infuocate contro una Turchia privata della legalità, imbarbarita da un ritorno al conosciuto fascismo. Quindi il padre di Cengiz ha attaccato direttamente Erdoğan definito “leader dell’Isis”. “Lui stesso (Erdoğan, ndr) ha coinvolto l’Isis nello scontro col popolo kurdo e gli fa uccidere i nostri figli”. Il riferimento è agli attentati di Suruç e Ankara i cui esecutori risulterebbero legati al Daesh. Stamane le esequie dei due giovani sono state seguite da migliaia di persone e i feretri accompagnati in corteo al cimitero di Yeniköy dove la folla si è radunata, controllata a distanza dalla polizia. La tensione continua a essere elevatissima.
Fonte
Eppure la popolazione continua a sfidare il regime monocolore dell’Akp che, ritemprato dal successo elettorale e nonostante i molti problemi sul fronte estero, sceglie di applicare una linea durissima verso qualsiasi contestazione di piazza. Le piazze kurde, poi, sono nel mirino di reparti antisommossa e probabilmente di cecchini, già in altre fasi utilizzati per seminare morte. Ieri la marcia di Diyarbakır, sostenuta da uno dei quattro grandi partiti presenti in Parlamento, l’Hdp, è stata attaccata con la ferocia diventata “ordinaria” gestione d’un ordine pubblico trasformatosi in divieto assoluto di espressione organizzata. Dai gas lacrimogeni ai cannoni ad acqua la polizia è passata ai colpi d’arma da fuoco, scontrandosi coi militanti del Movimento giovanile patriottico rivoluzionario (YDG-H). I genitori degli uccisi hanno lanciato parole infuocate contro una Turchia privata della legalità, imbarbarita da un ritorno al conosciuto fascismo. Quindi il padre di Cengiz ha attaccato direttamente Erdoğan definito “leader dell’Isis”. “Lui stesso (Erdoğan, ndr) ha coinvolto l’Isis nello scontro col popolo kurdo e gli fa uccidere i nostri figli”. Il riferimento è agli attentati di Suruç e Ankara i cui esecutori risulterebbero legati al Daesh. Stamane le esequie dei due giovani sono state seguite da migliaia di persone e i feretri accompagnati in corteo al cimitero di Yeniköy dove la folla si è radunata, controllata a distanza dalla polizia. La tensione continua a essere elevatissima.
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29/11/2015
Diyarbakır, assassinato Elçi l’avvocato dei diritti
Muoiono manifestanti, oppositori, avvocati, giornalisti e con loro muore la democrazia nella Turchia erdoğaniana. Stamane Tahir Elçi, notissimo giurista dei diritti civili della comunità kurda e presidente di Diyarbakır Bar Association, stava parlando in strada nell’omonima località, una conferenza stampa all’aperto sul clima repressivo che nelle terre nell’est e nell’intero Paese è diventata da mesi una tragica realtà, quando sono partiti colpi d’arma da fuoco. Un’azione mirata a seminare morte. Dopo secondi di panico, immagini di cameramen mostrano l’avvocato a terra in un lago di sangue. Chi ha ucciso Elçi? Un killer prezzolato, un fanatico che odia gli oppositori, un agente dei servizi, un poliziotto in borghese come quelli presenti che si vedono sparare nelle riprese televisive? La magistratura indaga: da un’auto sono partiti dei colpi contro un poliziotto che crolla, segue una fitta sparatoria che lascia senza vita l’avvocato e un agente. La dichiarazione del premier Davutoğlu “colpita è la Turchia” è una realtà che nasconde il losco piano governativo di continuare a cavalcare un clima di paura e di difesa della sicurezza della nazione proprio mentre s’incentiva il terrore di Stato.
Perché di fronte a quest’ennesimo ‘omicidio di regime’ il premier e il ministro dell’interno Ala, intervenuto anch’egli sostenendo investigazioni a tutto campo, una responsabilità totale ce l’hanno, non riuscire a garantire la vita a queste categorie di cittadini: attivisti d’opposizione, giornalisti, avvocati, operatori dei diritti e popolazione kurda. Da una preliminare autopsia Elçi risulta colpito al collo e alla schiena, ma un membro dell’Hdp (Ömer Taştan) presente sul luogo afferma d’aver visto un colpo diretto alla testa, mentre un video mostra degli sparatori che puntano le armi automatiche sul gruppo di persone in cui c’era l’avvocato. Ben undici operatori dell'associazione sono rimasti feriti. Recenti dichiarazione di Elçi a favore del Pkk, che a suo dire non poteva essere considerato un gruppo terrorista, avevano sollevato forti polemiche, nell’ottobre scorso l’avvocato era stato anche fermato e condotto in galera. Immediate proteste sono montate a Diyarbakır, dove centinaia di persone si sono riversate per strada per condannare l’omicidio e sono state disperse con idranti e gas urticanti. Manifestazioni anche in altre province ad alta concentrazione kurda e a Istanbul, tutte duramente represse. Mentre il Partito Democratico del Popolo ha denunciato un piano per assassinare Elçi; “Ma noi saremo tutti Tahir, lavoreremo e lotteremo come lui per ottenere giustizia” afferma un comunicato emesso in serata.
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Perché di fronte a quest’ennesimo ‘omicidio di regime’ il premier e il ministro dell’interno Ala, intervenuto anch’egli sostenendo investigazioni a tutto campo, una responsabilità totale ce l’hanno, non riuscire a garantire la vita a queste categorie di cittadini: attivisti d’opposizione, giornalisti, avvocati, operatori dei diritti e popolazione kurda. Da una preliminare autopsia Elçi risulta colpito al collo e alla schiena, ma un membro dell’Hdp (Ömer Taştan) presente sul luogo afferma d’aver visto un colpo diretto alla testa, mentre un video mostra degli sparatori che puntano le armi automatiche sul gruppo di persone in cui c’era l’avvocato. Ben undici operatori dell'associazione sono rimasti feriti. Recenti dichiarazione di Elçi a favore del Pkk, che a suo dire non poteva essere considerato un gruppo terrorista, avevano sollevato forti polemiche, nell’ottobre scorso l’avvocato era stato anche fermato e condotto in galera. Immediate proteste sono montate a Diyarbakır, dove centinaia di persone si sono riversate per strada per condannare l’omicidio e sono state disperse con idranti e gas urticanti. Manifestazioni anche in altre province ad alta concentrazione kurda e a Istanbul, tutte duramente represse. Mentre il Partito Democratico del Popolo ha denunciato un piano per assassinare Elçi; “Ma noi saremo tutti Tahir, lavoreremo e lotteremo come lui per ottenere giustizia” afferma un comunicato emesso in serata.
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