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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/05/2024

Rivolta indipendentista in Nuova Caledonia, Parigi impone il coprifuoco

Durante la notte tra lunedì e martedì, in Nuova Caledonia, gli aderenti ad alcune organizzazioni che chiedono l’indipendenza dalla Francia hanno dato vita ad una rivolta nel territorio d’oltremare di Parigi che sorge in Melanesia, a circa 1500 km ad est dell’Australia e a 17 mila km da Parigi.

«Armi di grosso calibro e fucili da caccia sono stati utilizzati per sparare contro i gendarmi» ha detto nel corso di una conferenza stampa l’Alto commissario Louis Le Franc, che rappresenta il governo di Parigi nell’arcipelago del Pacifico colonizzato a metà dell’Ottocento e che conta attualmente circa 270 mila abitanti.
I disordini maggiori si sono verificati a Noumea, il capoluogo della Nuova Caledonia, dopo che l’Assemblea nazionale di Parigi ha avviato la discussione sulla revisione costituzionale sullo status dell’arcipelago che porterebbe ad un ridimensionamento del relativo autogoverno concesso alla colonia, ovviamente contestata dal movimento indipendentista.

La revisione costituzionale, già approvata dal Senato francese, intende infatti estendere il diritto di voto ad alcune migliaia di coloni francesi giunti in Nuova Caledonia negli ultimi decenni, diminuendo così il peso elettorale della popolazione indigena Kanak, anche se dal 2018 al 2021 il fronte indipendentista ha perso due referendum convocati per decidere quale relazione avere con la Francia ed ha boicottato una terza consultazione convocata durante la pandemia.

La riforma costituzionale prevede la concessione del diritto di voto a coloro che risiedono in Nuova Caledonia da almeno dieci anni, mentre fino ad ora le liste elettorali per le elezioni “provinciali” sono rimaste bloccate a coloro che risiedono nell’arcipelago almeno dal 1988 e ai loro discendenti, sulla base di un accordo tra le organizzazioni Kanaki e il presidente francese Jacques Chirac. Gli indipendentisti ritengono che concedere il diritto di voto “locale” a coloro che si sono trasferiti nella colonia negli ultimi decenni equivalga ad aumentare il peso politico dell’opinione filofrancese.

«Siamo stati trasformati in una minoranza da una politica di insediamento che non aveva altro scopo che questo. Ampliare l’elettorato significa perpetuare questa ingiustizia» ha denunciato Jean-Pierre Djaïwé, portavoce del Partito di Liberazione Kanak nel corso di un intervento al Congresso caledoniano.

Durante la notte tra lunedì e martedì centinaia di automobili e una trentina tra aziende, negozi e fabbriche sono state date alle fiamme sia a Noumea che nelle vicine città di Dumbéa e Mont-Dore da gruppi di manifestanti, per lo più giovani, incappucciati o mascherati.

Per ripristinare l’ordine il governo francese ha schierato quattro squadroni dei gruppi d’intervento della Gendarmeria (Gign), un’unità d’élite specializzata in operazioni speciali, ed ha imposto il coprifuoco per la notte tra martedì e mercoledì. Finora nel territorio d’oltremare, ha informato il ministro dell’interno francese Gerald Darmanin, sarebbero state arrestate 130 persone solo nel capoluogo Noumea.

Secondo le autorità ci sarebbero centinaia di feriti e tre persone – tutte di etnia Kanak – sarebbero rimaste uccise negli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, affiancate da milizie volontarie costituite soprattutto dai commercianti e coloni. Anche un agente della Gendarmeria è deceduto in seguito ad un colpo di arma da fuoco alla testa.

Nell’area metropolitana del capoluogo sono stati vietati tutti gli assembramenti e in tutto l’arcipelago sono stati sospesi il porto di armi e la vendita di alcolici. Inoltre è stata decretata la chiusura delle scuole e dell’aeroporto.

Ma nuovi scontri si sono verificati anche durante l’ultima notte, insieme ai saccheggi e agli incendi. Nel penitenziario locale alcuni detenuti hanno inscenato una rivolta e gran parte della popolazione è rimasta chiusa in casa mentre il prefetto ha prorogato i divieti di assembramento e la chiusura di scuole ed aeroporto fino a domani.

Il presidente Emmanuel Macron, dopo aver convocato per stamattina una riunione ad hoc con i responsabili dell’ordine pubblico e del Consiglio di Difesa e Sicurezza nazionale, ha dichiarato lo “stato di emergenza” per contrastare una situazione definita di tipo “insurrezionale” dalle autorità locali.

Il Fronte di Liberazione Nazionale Kanak e Socialista, che gestisce l’amministrazione locale, pur condividendo le rivendicazioni dei manifestanti ha più volte invitato a protestare pacificamente e a cessare le violenze.

Una delle preoccupazioni del governo è che gli scontri vadano fuori controllo e mettano a rischio l’estrazione del nichel nelle miniere dell’arcipelago.

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12/07/2021

L’elicottero e l’immaginario di guerra

L’elicottero che, puntualmente, ogni sabato notte sorvola Livorno ci rimanda inequivocabilmente a un immaginario di guerra. Oltre che alla guerra in senso stretto, il nostro immaginario corre immediatamente agli scenari bellici del Vietnam, solcati da elicotteri da combattimento e rappresentati da film ormai classici come Il Cacciatore (1978) di Michael Cimino, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, Rambo 2. La Vendetta (1985) di George Pan Cosmatos, Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick. Cacce nella giungla, vittime designate braccate, l’elicottero che, come un falco, piomba sul nemico da annientare, indifeso come un topolino. L’elicottero accompagnato dall’inquietante e assordante suono delle pale del rotore e dalla sua luce blu che fende la notte cittadina ci può far pensare anche a film che mostrano inseguimenti, fuggitivi braccati, fughe nella notte, e allora il nostro immaginario va a Fuga da Alcatraz (1979) di Don Siegel e a 1997 Fuga da New York (1981) di John Carpenter. In quest’ultimo film, il rumore degli elicotteri è unito a un insieme di note basse in un sonoro che contribuisce a creare un’atmosfera ansiogena e angosciante.

Per provare tali emozioni inquietanti non occorre più vedere il Vietnam cinematografico di questi film, non occorre più assistere a rocambolesche fughe da carceri di massima sicurezza o dalla città di New York trasformata in enorme penitenziario: basta farsi una passeggiata per Livorno il sabato sera. Come ho già avuto modo di scrivere su “Codice Rosso”, l’emergenza Covid ha scatenato una serie di provvedimenti atti a ricreare uno stato di guerra: il coprifuoco, la presenza di soldati armati nelle strade, l’uso di droni, la presenza pervasiva di mezzi delle forze dell’ordine che intimavano, per mezzo di megafoni, ai cittadini di non uscire di casa, l’ossessiva campagna mediatica per imporre la mascherina all’aperto, come se le strade fossero solcate da terribili gas tossici scatenati da una catastrofe chimica. L’elicottero è quello che mancava. Ma attenzione, non crediamo che – come tutti i provvedimenti sopra ricordati – il controllo della movida serale da un elicottero abbia una funzione pratica per limitare il contenimento del Covid. Come il coprifuoco, la mascherina all’aperto, ecc., esso ha una funzione soprattutto psicologica. Serve a comunicarci: dovete stare attenti e dovete avere paura, perché non c’è niente da scherzare, siamo in guerra con il virus. E allora, come si vede, niente di nuovo sotto il sole: ancora quella assurda retorica del “siamo in guerra” sbandierata dai media già da marzo dello scorso anno. Inutile che la destra (la Lega e Fratelli d’Italia) contesti le varie restrizioni in nome della libertà: ma quale libertà vorrebbero loro, che sono stati i primi a patrocinare queste misure, a partire dalla risposta militare alle manifestazioni di Genova, nel 2001, fino all’operazione “Strade sicure” del 2008, che prevedeva la presenza dell’esercito nelle strade, e ai controlli urbani contro qualsiasi personaggio non inquadrato in una ‘normalità’ sociale (i blocchi sulle panchine per evitare che fungano da giacigli per gli homeless, ad esempio, è una di queste). È sbagliato slegare i provvedimenti anti-Covid da provvedimenti di disciplinamento sociale preesistenti all’emergenza. Non dobbiamo perciò ascoltare le proteste contro le restrizioni fatte dalla destra, proteste che agiscono solo in nome del Capitale e della sua difesa. Ciò non vuol dire, certo, che dobbiamo starcene zitti: io penso che vadano contestate, sì, ma nell’ottica di continuità con il controllo e la militarizzazione della vita quotidiana preesistente all’emergenza. Quindi contro quella stessa destra che, in fin dei conti, le ha promosse e patrocinate.

Perciò, dobbiamo stare in guardia e tenere bene aperti occhi e cervello, perché la presenza ossessiva dell’elicottero serve solo a farci sentire colpevoli: colpevole non è un governo che distrugge la sanità pubblica, che non offre cure sanitarie adeguate, che non aggiorna un piano pandemico, che annienta la scuola e la cultura, ma siamo noi cittadini, e soprattutto i giovani, pericolosi “untori” del virus. Non è un caso che l’elicottero sorvegli soprattutto la movida dei più giovani (additati fin dall’inizio dell’emergenza come i più colpevoli), i quali si sono visti negate per mesi tutte le loro attività, dallo sport alla scuola. Perciò ci dovevamo chiudere in casa, non ci si poteva allontanare più di duecento metri dalla nostra abitazione, non ci si poteva assembrare (!), non potevamo incontrare amici e parenti, si poteva uscire solo con un’autocertificazione, umiliandoci di fronte a polizia e militari. E ora il coprifuoco e l’elicottero. Quest’ultimo, col suo suono ossessivo e angosciante, ci fa gravare addosso una mostruosa macchina bellica, ci fa sentire colpevoli in uno scenario di guerra. Cacce, inseguimenti, rumori di elicotteri che ci angosciano, restrizioni, divieti, libertà di circolazione sul territorio negata, documenti da compilare per uscire di casa ma, sia chiaro, tutto per il nostro bene.

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25/10/2020

Coprifuoco, mito e mistica in epoca Covid

Da quando Mike Davis fece uscire Breve storia dell’autobomba, gli oggetti e i concetti della storia militare, come della guerra informale, emergono prepotentemente come strumenti di spiegazione delle pratiche sociali e delle prospettive della politica. Questo vale, a maggior ragione, per uno degli strumenti di eccellenza per l’idea di potere militare: il coprifuoco. Si parla di uno strumento che può essere politico, a seconda dell’autorità che ha il potere di promulgarlo, ma che è comunque militare perché è questa la dimensione che possiede, in ultima istanza, il potere di farlo rispettare.

Nelle ultime settimane il concetto di coprifuoco è stato utilizzato dai media per descrivere le misure di chiusura notturna generalizzata prese in tutti i paesi europei per far fronte alla nuova ondata di contagio da coronavirus. L’effetto annuncio del coprifuoco è evidente: evoca il potere in ultima istanza delle società costituite, quello militare, per rappresentare delle misure che, in larghissima parte, sono politiche e amministrative.

Ma l’annuncio dell’intervento militare, le foto e i filmati delle forze dell’ordine, alimentano la forza dell’effetto notizia – e di tutta l’economia che gli gira attorno tra social e media tradizionali – iniettando dosi di relax nei soggetti a potenziale panico. L’effetto politico però non manca perché il coprifuoco è tipicamente legato alla legge marziale per cui – nel momento in cui la politica prende decisioni amministrative e di governance legate alla pandemia – i media spingono per una rappresentazione delle decisioni presenti e necessarie di tipo militare.

Il coprifuoco ha una storia e, con lei, è accompagnato da tutta una mutazione dei significati che gli girano attorno. Prima di tutto la misura, il coprifuoco fu un provvedimento preso dal primo re normanno di Inghilterra, Guglielmo il conquistatore, per impedire gli incendi accidentali nelle città. Di lì il nome curfeu poi curfew, coprifuoco nell’inglese moderno. L’origine del concetto è quindi legato alle decisioni sovrane, d’emergenza di governo del territorio. Bisogna anche ricordare che, nel mondo moderno, l’espressione fu legalmente formalizzata alla fine della prima guerra mondiale con il primo “ordine di coprifuoco” che, in Gran Bretagna, riguardava le misure di risparmio del carburante emesse per sostenere lo sforzo bellico.

Il coprifuoco nasce quindi come misura che ha, a sostegno, il potere militare ma riguarda anche, e soprattutto, disposizioni amministrative che regolano la vita urbana. Durante l’emergenza covid il potere dell’immaginario militare, nonostante le disposizioni prese siano ovunque soprattutto amministrative e non riguardino l’impiego della forza militare, è stato veicolato dai media e ripreso dai social (per quanto vacilli la distinzione tra queste due dimensioni). Per cui siamo di fronte ad un paradosso: la politica prende misure amministrative, chiusura generalizzata piuttosto che coprifuoco, e i media rappresentano queste misure come militari. Il rischio, concreto, è la militarizzazione reale delle misure politiche nel momento in cui la crisi si fa più grave. Questo nel momento in cui un effetto è già stato ottenuto: la rappresentazione dell’efficacia di un provvedimento solo se somigliante ad una misura militare. Tutto questo affinché il mito dell’efficacia del coprifuoco ne nutra la mistica di un’esistenza di un potere in ultima istanza, quello militare, in grado di ricomporre l’infranto di una società sconvolta dalla frattura creata dall’irruzione del covid.

In Curfew, serie tv prodotta e trasmessa nel 2019 da Sky one, e trasmessa in Italia dal Sky Atlantic (titolo The Race, corsa mortale), troviamo una Gran Bretagna paralizzata da una epidemia devastante e fuori controllo. Resta una sola via di scampo per evitare un’esistenza scandita da un pesante coprifuoco: una corsa spericolata nella quale al vincitore viene offerta un’isola del Pacifico. Come si vede i media non hanno solo il potere di determinare il percorso di decisioni del politico ma anche quello di anticipare i processi. Resta solo da capire quale sarà la nostra isoletta nel Pacifico: se è la dimensione online nella quale sono sprofondati buona parte degli umani con l’emergenza covid o se è qualcosa di radicalmente nuovo che dobbiamo ancora capire o analizzare.

Enjoy the future.

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24/10/2020

La protesta di Napoli svela la contraddizione da risolvere


I fatti di Napoli hanno strappato lo schermo e messo tutti di fronte alla contraddizione con cui stiamo facendo i conti.

Abbiamo sostenuto in questi giorni della seconda ondata della pandemia le cose che avevamo sostenuto già ai primi di marzo: per bloccare la diffusione del virus era necessario procedere ai lockdwn nelle zone rilevate come a maggiore contagio e procedere allo screening di massa della popolazione una volta fermate tutte – e sottolineiamo tutte – le attività per un periodo determinato.

Le autorità dovevano intervenire con misure di emergenza ad assicurare alle famiglie il reddito e i servizi necessari alla sopravvivenza nel periodo di lockdown. Lì dove è stato fatto, il virus è stato contenuto e ridotto in attesa di un vaccino capace di sconfiggerlo.

Andava fatto a marzo in Lombardia e nel nord e andrebbe fatto adesso nelle aree a maggiore diffusione quindi Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio e Campania, o almeno nelle grandi aree metropolitane dove il virus viaggia con numeri e velocità superiori.

Questo non è stato fatto a marzo – dove per non chiudere la sola Lombardia hanno chiuso l’intero paese, anche lì dove il virus era scarsamente presente – ed anche oggi. Perché? Perché Confindustria e Partito Trasversale del Pil si sono messi di traverso allora e si mettono di traverso adesso. E il governo gli è andato dietro allora e gli va dietro in questi giorni della seconda ondata del virus.

Chiudere tutte le attività produce risultati nella lotta contro la diffusione del virus? SI. Ha effetti sull’economia? SI.

Ha ragione chi chiede di apprestare prima le risorse per far sopravvivere economicamente la gente e poi chiudere? SI.

Ci sono i tempi per far coincidere le due emergenze? SI, ma occorre decidere e soprattutto attuare rapidamente. Sono stati persi quattro mesi in cui il virus ha dato tregua – da maggio a settembre – per prepararsi a questo... ma non è stato fatto.

E allora questa volta Conte deve andare in televisione e dire che ha fatto il decreto per assegnare un reddito di emergenza per le popolazioni che andranno sotto lockdown tutto il tempo necessario a fare lo screening di massa con tamponi alla popolazione medesima. Le risorse si stornano da altri capitoli di spesa oggi inutili (spese militari o missioni militari all’estero per dirne una) e si convogliano sul reddito di emergenza.

Se si continua con questa dolorosa ipocrisia per cui non si fermano le attività e si ammucchia la gente sui trasporti pubblici perché la Confindustria non vuole – ma anche perché tanti esercenti temono di veder precipitare le proprie condizioni di vita – e ci si accanisce solo sui comportamenti individuali introducendo inefficaci e odiosi coprifuoco, alla fine questa ipocrisia e questa contraddizione non può che esplodere come avvenuto a Napoli, dove alla contraddizione si aggiunge l’insopportabile protervia di un governatore come De Luca.

Non possiamo negare che la percezione della pandemia è diversa tra chi in qualche modo è garantito sul piano economico e chi invece è vulnerabile economicamente. E qui non si tratta solo di famiglie che vivono nell’economia marginale ma anche di cuochi, camerieri, baristi, operatori turistici, operatori sportivi, ossia di gente che un lavoro ce l’aveva e che adesso o lo ha perso o sopravvive con ammortizzatori sociali troppo deboli per essere credibili e dare sicurezza.

A Napoli è esploso questo lato della contraddizione. I compagni napoletani hanno fatto bene a farsi trovare presenti a questo appuntamento. Chi lo nega o accetta la lettura sui camorristi, i fascisti, etc, non è diverso dai negazionisti del Covid: entrambi negano un dato reale. Esiste il Covid ed esistono anche le contraddizioni sociali che ne derivano.

Quindi, volendo mettere in fila le “nostre soluzioni” sosteniamo che:

a) i lockdown vanno fatti nei territori che lo richiedono;

b) va introdotto subito il reddito d’emergenza in forme congrue e credibili per chi deve fermare la propria attività lavorativa o commerciale;

c) vanno fatti i tamponi di massa sulle popolazioni, a cominciare dalle zone che vanno in lockdown, il che significa che personale e strutture sanitarie vanno rafforzate con questo scopo.

Napoli è stato allora un segnale positivo e uno scrollone necessario? Altroché!

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Napoli - La protesta contro il coprifuoco diventa rivolta contro De Luca


A tarda sera si sono verificati duri scontri davanti alla Regione e poi nei vicoli del centro storico, tra manifestanti e forze dell’ordine. Sono volati petardi, cariche della polizia in assetto antisommossa, fumogeni che rendono l’aria irrespirabile. Ovunque durissimi slogan contro il governatore De Luca e la Regione. Una prima manifestazione contro il coprifuoco e le restrizioni si era svolta già mercoledì sera sempre sotto la Regione.

Gli appuntamenti convocati contro il coprifuoco erano due: un presidio in largo San Giovanni Maggiore, davanti all’università Orientale, e il corteo che invece si è mosso attraverso la città ed è arrivato a Santa Lucia.

L’appuntamento di ieri sera era stato rilanciato sui social e verso le 22:00 centinaia di giovani ma non solo si sono messi in marcia verso largo San Giovanni Maggiore e l’università Orientale. Un’auto dei vigili urbani è stata danneggiata dai manifestanti. Una diretta su Facebook invita alla disobbedienza contro l’ipotesi di lockdown avanzata dal presidente De Luca. Ci sono due striscioni in testa al corteo: “tu ci chiudi e tu ci paghi”, e poi “contro De Luca”. Un blocco stradale è avvenuto anche nel quartiere di Chiaiano, nei pressi della stazione della metropolitana ed un altro a Ercolano.

Questa la breve corrispondenza di un nostro redattore che era in piazza: “Ero con tanti altri compagni in piazza e deduco questa riflessione: piazza composita fatta di giovani e meno giovani, molte donne, che vivono di “lavoro povero e precario. Il lockdown azzererebbe ogni possibilità di reddito e non c’è nessun paracadute sociale per questi settori. Poi le modalità della protesta non avvengono più al canto di Bandiera Rossa ma con i cori dello stadio. Considerate poi che questa è una città in cui ogni 5 o 6 mesi un ragazzo viene ucciso da un poliziotto o da un carabiniere. Per cui è evidente che circola veleno ed odio. In definitiva il discorso è: volete chiudere? Ma prima dovete cacciare i soldi. Inoltre la protesta di stasera è solo la più eclatante delle tante che da due giorni si palesano nell’area metropolitana di Napoli”.

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21/10/2020

Ora la gara è a chi chiude di più e prima. Ma solo il tempo libero...

Contrordine, camerati! Anzi no, voglio capire…

Non è facile districarsi nella babele di dichiarazioni contrastanti che arrivano da tutti i livelli istituzionali possibili – dalla presidenza del Consiglio fino all’ultimo dei Comuni – su come gestire la “seconda ondata” di pandemia.

In realtà, è facilissimo. Tutti, ma proprio tutti, indipendentemente dal “partito” cui vengono associati, dicono la stessa cosa: “la situazione è grave, anzi è ingovernabile, la sanità non può reggere in queste condizioni, chiudere qualcosa è indispensabile, ma mai la produzione”.

Se riflettiamo un attimo, hanno sempre detto la stessa cosa fin da febbraio. E se stiamo a questo punto è proprio perché hanno fatto quel che ora dicono di voler continuare a fare, invece che quello che serve.

Se bisogna combattere una epidemia, si deve mettere in campo uno sforzo straordinario di test (tamponi o quello che vi pare, purché efficace), mobilitare personale medico ed infermieristico in quantità adeguate, per sapere chi – in tutta la popolazione – è contagioso e chi no. Dopo di che, si mettono in quarantena i primi e si lasciano circolare i secondi.

Semplice no?

Certo, bisognerebbe che la sanità (quella pubblica) avesse i numeri sufficienti per fare un’operazione stile Qingbao. Ma tre decenni di tagli hanno ridotto al minimo il personale, così come gli ospedali e i posti letto, per qualsiasi esigenza.

E invece abbiamo uno squinternato assessore alla sanità – in Lombardia, non per caso – che riesce a dire: “rivendico la scelta di aver dato ai direttori degli ospedali, come obiettivo, la riduzione dei posti letto Covid” dopo le riaperture e il calo dei contagi riscontrato in estate.


Una scelta incentivata oltretutto con dei “premi” per i direttori che ne tagliavano di più, mentre tutto il mondo si preoccupava della “seconda ondata”. Che infatti è arrivata senza che nessuno spostasse una sedia per ostacolarla e anzi, come in Lombardia, facendo di tutto per favorirla.

Per dare un quadro impietoso dello “scontro tra totani” su questi temi, l’articolo di Repubblica che sollevava questo ennesimo scandalo della sanità lombarda portava anche la firma di Tito Boeri, detto anche l’”affossatore dell’Inps” durante la sua presidenza. Un altro demolitore del “pubblico”, insomma, ma su un piano di concorrenza con Gallera & co.

Fato sta, palesemente, che una sanità così ridotta non è in grado di fare l’unica cosa che andrebbe fatta. E che poteva esser fatta a febbraio-marzo con molto più agio perché i numeri di tamponi da fare era enormemente più basso.

Oggi, per riuscire nell’intento, bisognerebbe bloccare per diversi giorni l’intero paese e fare le decine di milioni di test necessari. Fantascienza...

In assenza delle misure efficaci, ogni amministratore locale o nazionale si sbizzarrisce in iniziative “d’impatto”, come se fosse in campagna elettorale.

E qui, dicevamo, si registra quel “contrordine, camerati!” che ha rovesciato – in apparenza – le parti. Ora a guidare il fronte dei cosiddetti “governatori” pronti a chiudere tutto ci sono proprio quelli leghisti (Lombardia e Piemonte stanno per varare le loro delibere, consentite perché “più restrittive” di quelle nazionali, come da DPCM dell’altro giorno), seguiti dal solito De Luca, ormai a corto di scelte anche se sempre prodigo di battute sceme.

Dimenticavamo... sono di due partiti “opposti”. Si vede, no?

Andando a vedere nel merito, però, i “coprifuoco” regionali o comunali seguono esattamente la stessa logica delle misure nazionali: si va a lavorare, su mezzi di trasporto strapieni o con i propri mezzi, e si fa tutto come prima, ma non dalle 23 alle 5 di mattina.

L’ordine è insomma “ubriacatevi da soli a casa” (dopo le 23 è vietata anche la libera circolazione, dunque niente feste private tirate fino a tardi), anche se è facilmente immaginabile uno spostamento degli apericena e quant’altro nelle ore precedenti a quella “finale”.

Così come attendiamo ridendo le ordinanze comunali che vieteranno le piazze più note della movida, con ovvio spostamento del rito in altre limitrofe o anche lontane.

Più grave, certamente, il chiaro intento di impedire qualsiasi attività sociale e politica, fatte rientrare d’autorità tra le “attività non essenziali” e potenzialmente focolaio di contagio.

Tutto ciò, con la lotta all’epidemia, c’entra come un cerotto su ferite di guerra… Non sposta quasi nulla, numericamente. Tanto che “Giuseppi”, per conquistare punti, comincia a straparlare come Trump: “Avremo il vaccino tra due mesi”. Giusto il tempo di prendersi una sportellata in faccia dal prof. Crisanti (“irrealistico”), assurto suo malgrado al ruolo di Fauci in USA...

Il vero “successo” del governo Conte è dunque tutto e soltanto interno alla politichetta italica: grazie all’enfasi imbecille sull'”autonomia differenziata” pretesa dai presidenti delle regioni del Nord, ha lasciato a loro il compito di ordinare chiusure più dure di quelle nazionali.

E quelli hanno reagito pavlovianamente, rovesciando tutte le sciocchezze che avevano seminato in precedenza (“Milano non si chiude”, “Bergamo non si ferma”, “la Val Seriana idem” e via santificando il contagio sul lavoro (o in itinere), in nome della priorità del Pil.

Politicamente, invece, a restarci bruciato è soprattutto Matteo Salvini, già intontito dalle bordate delle inchieste sulla Lega corrotta, ladrona, e anche in odor di ‘ndrangheta proprio in casa sua (Brianza, varesotto, ecc.), come riferito da Report.

Il suo patetico tentativo di stoppare Attilio Fontana dal decretare il “coprifuoco” da giovedì sera (“Le misure in Lombardia? Ho una riunione adesso con gli assessori, i consiglieri e il governatore Fontana per capire. Perchè a me piace capire le cose“) si è trasformato nell’ennesimo boomerang sulle parti dolenti: l’ordinanza lombarda “uscirà oggi come previsto e non c’è stato alcun rallentamento imposto dal leader della Lega Matteo Salvini“.


Svillaneggiato anche dai suoi “sottoposti”, per il truce sembra velocizzarsi la scivolata sul viale del tramonto.

Ma è l’unica notizia vagamente simpatica, in questo buio che ci va avvolgendo...

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15/10/2020

Francia - Torna lo Stato d’emergenza, coprifuoco a Parigi e in altre città

Ieri sera (14 ottobre), il Presidente francese Emmanuel Macron è tornato in televisione per fare il punto sulla situazione dell’epidemia in Francia, dopo il suo ultimo intervento lo scorso 27 maggio, in un’intervista più simile ad un monologo e trasmessa da TF1 e France2.

Ma prima ancora che il Presidente prendesse la parola, è stata diffusa dalle agenzia di stampa la decisione di resuscitare – con un decreto – lo Stato d’emergenza sanitaria, terminato il 10 luglio e che tornerà in in vigore da sabato 17 ottobre sull’intero territorio nazionale.

Lo Stato d’emergenza sanitaria, presentato ed adottato dal Parlamento a fine marzo, costituisce un quadro giuridico ad hoc per consentire una serie di misure da adottare “in caso di disastro sanitario, compresa un’epidemia che minacci, per la sua natura e la sua gravità, la salute della popolazione”.

Questo autorizza il Primo Ministro “a emanare, con decreto preso sulla relazione del Ministro della Salute, misure generali che limitino la libertà di circolazione, la libertà d’impresa e la libertà di riunione e che consentano la requisizione di tutti i beni e servizi necessari”.

Tali misure devono essere “proporzionate ai rischi connessi e adeguate alle circostanze del momento e del luogo”. Tuttavia, come scrivevamo mesi fa, sotto il velo della lotta all’epidemia di Coronavirus, lo Stato d’emergenza sanitaria nascondeva pericolose insidie per i diritti dei lavoratori: dall’aumento dell’orario di lavoro settimanale in alcuni settori alla riduzione dei congedi retribuiti.

Di fronte a quella che è a tutti gli effetti una seconda ondata di Coronavirus – così come annunciata da diversi studi e virologi già alla fine del lockdown primaverile – il discorso del Presidente Macron è stato caratterizzato dalla sua solita ipocrisia, dal completo distacco dalla realtà sociale e dall’incapacità di dare risposte politiche concrete.

Secondo i dati della Santé publique France, da inizio settimana si sono registrati già 44.000 casi positivi, con 600 nuovi pazienti affetti da Covid-19 ricoverati in rianimazione. Nei reparti di terapia intensiva, sono attualmente (14 ottobre) ricoverati 1.673 pazienti su un totale di circa 5.000 posti letto disponibili.

Nella settimana dal 5 all’11 ottobre, i positivi erano stati 121.078 su un totale di 994.786 test virologici (PCR) realizzati, con tasso di positività di circa il 12%, in aumento rispetto al 9% della settimana precedente (79.266 positivi su 866.342 test effettuati).

Giudicando come “sproporzionata” una nuova chiusura totale, il Presidente Macron ha annunciato l’entrata in vigore di un coprifuoco dalle ore 21 della sera fino alle ore 6 della mattina in Ile-de-France (la regione di Parigi) e in altre otto città (Grenoble, Lille, Lione, Marsiglia, Montpellier, Rouen, Saint-Etienne e Tolosa).

Il governo ha deciso di decretare questo coprifuoco per una durata di quattro settimane a decorrere da questo sabato (17 ottobre), ma già con l’intenzione di prolungarlo fino al 1° dicembre – ha affermato Macron – e con la possibilità che venga esteso a nuove “zone di allerta massima”.

L’ordinamento giuridico francese prevede la possibilità di instaurare un coprifuoco in caso di “disordini dell’ordine pubblico” – come al tempo delle grandi rivolte del 2005 in diversi quartieri popolari – o di emergenza sanitaria. In quest’ultimo caso, si tratta di una misura già adottata in diverse città, specialmente nel sud della Francia, tramite decreti municipali o di prefetti al tempo della prima ondata di contagio.

Nelle città e nei comuni sottoposti a questo nuovo coprifuoco, cinema, teatri, ristoranti e altre attività commerciali chiuderanno alle ore 21. Tuttavia, saranno possibili eccezioni “per tutti coloro che tornano dal lavoro dopo le 21 o che lavorano di notte” o “per tutti coloro che hanno un’emergenza sanitaria”.

Come ha ribadito Macron, “non ci sarà nessun divieto di movimento, ma una rigida limitazione” nell’orario del coprifuoco, rinviando alla conferenza stampa di oggi (giovedì) da parte del Primo Ministro Jean Castex per tutti i dettagli su queste autorizzazioni.

Il mancato rispetto del coprifuoco verrà punito con una multa di 135 euro, la stessa cifra prevista per il non utilizzo della mascherina, con controlli accentuati da parte delle forze dell’ordine. Come durante il periodo di confinamento, il rischio di abusi e multe discrezionali da parte della polizia, in particolare nei quartieri popolari e nelle banlieues, è tangibile, in linea con la visione di controllo sociale e repressivo di questo governo.

Circa la metà dei clusters attivi, ovvero quelli riconosciuti come veri e propri focolai di contaminazione per l’elevata circolazione del virus, riguardano scuole, università e luoghi di lavoro. Tuttavia, il governo francese e il Presidente Macron decidono di adottare una misura del tutto inefficace nel contrastare la propagazione dei contagi.

Questo “coprifuoco notturno anti-Covid” dovrebbe – secondo Macron – far sì che “i 20.000 nuovi casi al giorno di oggi scendano a 3.000-5.000 casi giornalieri” e che i pazienti affetti da Covid-19 rappresentino solo “dal 10% al 15% dei posti di rianimazione rispetto al 32% di oggi”.

Nathan Peiffer-Smadja, infettivologo dell’ospedale Bichat di Parigi, ha reagito all’annuncio del coprifuoco da parte di Macron dicendo di aver “paura che questo non sia una misura radicale per modificare la curva epidemica” perché, oltre a bar e ristoranti, “ci sono altri luoghi dove la trasmissione è importante e rimarrà attiva”, come i clusters che esistono in “molte fabbriche, università e scuole”.

Pertanto, stiamo parlando di un’assurdità (per non essere più espliciti...). Imporre un coprifuoco notturno quando di giorno ci si può continuare ad ammassare tranquillamente sui mezzi pubblici per andare a lavorare, in luoghi in cui il distanziamento è praticamente impossibile, o a scuola e in università, dove persistono situazioni di classi/aule-pollaio.

Il messaggio di Macron è in sostanza simile al modo di dire francese “metro, boulot, dodo”, ovvero “metro, lavoro, piumone”, che fa riferimento ad una routine dove, oltre al lavoro e all’isolamento individuale, non è previsto altro spazio di socialità e convivialità.

Si sta passando da quella formula abusata per cui bisogna abituarsi a “convivere con il virus” ad ormai dover solo “lavorare con il virus”. Anche qui a dettare legge è il MEDEF, l’organizzazione padronale francese, verso la quale Macron si è dimostrato più volte accondiscendente e servile, tanto negli interessi sociali quanto in quelli economici.

“Più impegnato ad offrire pezzi della nostra industria ai suoi amici che a pianificare di testare, tracciare, isolare e sostenere il personale sanitario ‘a qualunque costo’, Macron limita le poche ore di libertà che i francesi hanno a disposizione. Il virus scompare al mattino”, ha commentato il deputato e coordinatore de La France insoumise Adrien Quatennens.

Inoltre, anche il Presidente Macron si allinea all’insensata “regola dei 6” convitati per gli aperitivi, le cene o le serate private in casa. La logica è più che chiara: colpevolizzare il comportamento dei singoli individui, pur di non riconoscere quelle che sono le gravi mancanze e i fallimenti nella gestione politica dell’attuale epidemia da parte del governo.

Infatti, nonostante le previsioni di una seconda ondata di contagi e gli allarmi sulla situazione negli ospedali da parte del personale, sia in primavera che dalla fine di agosto, il governo francese non ha fatto nulla di concreto per impedire un nuovo collasso della sanità pubblica.

Tant’è che, nel suo discorso di ieri sera, il Presidente Macron non ha fatto neanche un minimo accenno alle risorse supplementari richieste dal personale sanitario per fronteggiare lo stato di pressione dei pronto-soccorsi e delle terapie intensive.

Nonostante ciò, il Presidente Macron è stato costretto ad ammettere che “i nostri servizi ospedalieri sono in un’emergenza più preoccupante” che in primavera, “il nostro personale sanitario è molto affaticato”, ma che “non abbiamo riserve nascoste” nei reparti di terapia intensiva.

Gli errori di previsione, preparazione e di gestione della prima ondata di Coronavirus non sono serviti minimamente da lezione.

Non una parola sull’annuncio del ministro della Sanità, Olivier Véran, di predisporre un pacchetto di 50 milioni di euro destinato all’apertura di 4.000 posti letto negli ospedali “da dicembre e anche prima se necessario”. Posti letto che però non riguardano esclusivamente le unità di terapia intensiva che, secondo le previsioni della Santé publique France, rischiano di arrivare a saturazione all’inizio di novembre in diverse regioni.

In Ile-de-France, dove il tasso di occupazione dei posti letto in rianimazione ha già superato il 40%, il rischio è che questo limite venga raggiunto entro la fine del mese.

A dicembre potrebbe essere decisamente troppo tardi, sempre se la promessa di Véran si dovesse poi concretizzare realmente. Infatti, già a luglio il ministro aveva annunciato la possibilità di rendere disponibili in autunno fino a 12.000 posti letto in rianimazione. Ad oggi, nulla di tutto questo è stato implementato negli ospedali, dove il personale sanitario continua a denunciare la mancanza di risorse, attrezzature ed effettivi, lanciando l’ennesimo allarme che rischia di rimanere inascoltato.

Immancabile poi, come sempre nei suoi discorsi, l’ipocrisia classista che caratterizza Macron sin dal suo insediamento all’Eliseo e che ha raggiunto elevate vette durante il periodo di confinamento. Fiumi di lacrime di coccodrillo quando afferma che “i più precari sono le prime vittime”, ignorando che le sue politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro e di smantellamento dello Stato sociale hanno contribuito in maniera determinante all’incremento del numero di poveri, tanto che oggi più di 9,3 milioni di persone vivono in condizioni di povertà relativa.

Ieri sera, Macron ha annunciato un aiuto eccezionale di 150 euro per le fasce più fragili e precarie, ovvero i beneficiari del Revenu de Solidarité Active (RSA, reddito minimo percepito in cambio dell’obbligo di cercare un lavoro o di seguire un progetto professionale formativo) e dell’Aide Personnalisée au Logement (APL, aiuto finanziario per ridurre l’importo dell’affitto in base alla situazione economica).

Praticamente briciole per quei settori popolari precarizzati ed impoveriti dalla crisi sociale scatenatasi già durante la prima ondata; per giunta una misura una tantum visto che, come ha detto Macron, “preferisco questo aiuto eccezionale e massiccio piuttosto che una trasformazione dei minimi sociali”.

Anche nel piano economico “France relance” – dall’importo complessivo mostruoso di 100 miliardi di euro – per i settori più poveri e precari non sono previsti che 800 milioni, ovvero meno dell’1%, mentre più di 20 miliardi sono stanziati per aiuti alle imprese e riduzione delle imposte sulla produzione.

Non c’è da stupirsi che Macron sia considerato da sempre il “Presidente dei ricchi” e, di recente, soprattutto degli ultra-ricchi. Infatti, come emerge da un rapporto del Comitato di valutazione delle riforme fiscali, sotto l’egida dell’istituzione France Stratégie, vicina al Primo Ministro, l’abolizione della Impôt Sur la Fortune (ISF, patrimoniale francese) e l’instaurazione di una flat tax del 30% sui rendimenti da capitale finanziario hanno fatto aumentare i redditi della sottilissima fascia dello 0,1% dei più ricchi in Francia, grazie soprattutto alla crescita dei dividendi, passati da 14,3 miliardi nel 2017 a 23,2 miliardi nel 2018.

In conclusione del suo discorso, Macron ha affermato che “siamo una Nazione di cittadini solidali; non possiamo andare avanti se tutti non fanno il loro compito, non mettono la loro parte”. Peccato che la sua tanto amata e fedele “teoria dello sgocciolamento” sta dimostrando che chi sta in alto prende tutto e che neanche più le briciole cadono verso il basso.

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01/06/2020

USA - L’esercito spara sulla gente per le strade di Minneapolis

L’esercito a Minneapolis impone il coprifuoco e spara sui cittadini che non fuggono immediatamente dentro le case. Nel video, girato da una signora dalla porta di casa, si sente distintamente l’ufficiale gridare “Sparagli!” in direzione della persona che sa riprendendo la scena.

Non è la prima volta nella storia, che l’esercito o la marina Usa aprono il fuoco contro i propri concittadini, ma il fatto che avvenga ancora oggi chiarisce chi sia – per il Potere – “il nemico”.

Ma naturalmente quello è un Paese altamente democratico...

Da “prendere ad esempio” anche da queste parti, no?
Also in today's criminal justice news, National Guard and Minneapolis PD officers illegally demand taxpayers stop filming from their porch and go inside – you'll hear "Light 'em up!" as they then shoot at these people *WHO ARE ON THEIR OWN PORCH*

pic.twitter.com/151AkaMhSH

— T. Greg Doucette (@greg_doucette) May 31, 2020
Sul fronte opposto, e con tutt’altri strumenti, hacker di Anonymous hanno rimosso il sito web della polizia di Minneapolis.

Hanno anche hackerato la radio della polizia di Chicago in modo tale non potessero più comunicare tra loro e ha lasciato la canzone “Fuck the police” in ripetizione.

Altre immagini della capitale del Minnesota, con i blindati dell’esercito a presidiare la sede del governatore.
National Guard protecting the state Capitol.#riots2020 #BlackLivesMatter #JusticeForGeorge #Minneapolis #MinneapolisRiot #ICantBreath pic.twitter.com/Cs9NEk5e7k

— dcphotolv (@DamairsCarter) May 31, 2020
In completa controtendenza a Camden, nel New Jersey, i poliziotti si sono uniti alla cittadinanza nella protesta contro i loro “colleghi” assassini...
In New Jersey police have literally started marching with protesters.#BLACK_LIVES_MATTER
pic.twitter.com/w6FJ3qowUG

— Joshua Potash (@JoshuaPotash) May 31, 2020
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03/12/2017

Brogli e repressione in Honduras. L’assordante silenzio dei mass media e delle istituzioni italiane

In Honduras, a seguito di elezioni che trasudano brogli da ogni angolo visuale, sono state sospese le garanzie costituzionali per dieci giorni, coprifuoco serale e notturno e repressione con già otto morti per favorire l’ascesa di Salvador Nasralla.

Dopo i brogli elettorali, è stato dichiarato lo stato d’emergenza: così, con la sospensione delle garanzie costituzionali per dieci giorni, l’imposizione del coprifuoco dalle sei del pomeriggio alle sei di mattina e una crescente violenza repressiva che ha già provocato otto morti e diversi feriti, il governo honduregno sta rispondendo alle proteste della popolazione contro la spudorata frode elettorale orchestrata contro il candidato dell’Alleanza di opposizione alla dittatura Salvador Nasralla.

Difficile tuttavia arginare la rabbia di un popolo che, dal golpe del 2009 contro Manuel Zelaya, vede calpestata per la seconda volta consecutiva, dopo le fraudolente elezioni del 2013, la volontà espressa nelle urne. E che ha reagito occupando strade, ponti e piazze, comprese le vie strategiche per il trasporto di banane e ananas della Chiquita e della Dole.

Mentre i dati ufficiali sono fermi al 94,31% dei seggi scutinati, con un vantaggio del presidente Juan Orlando Hernández di circa 45 mila voti (pari all’1,5%), si resta in attesa dell’inizio del cosiddetto «scrutinio speciale», il conteggio voto per voto relativo ai circa mille verbali che presenterebbero delle anomalie, corrispondenti a quasi 300 mila voti, alla presenza dell’opposizione e degli osservatori internazionali. L’Alleanza contro la dittatura però non ci sta, rifiutandosi di mandare i propri rappresentanti finché non venga accolta la sua richiesta di controllare tutti i 5.174 verbali introdotti nel sistema telematico del Tribunale Supremo Elettorale, tra una caduta e l’altra del server, senza la presenza di rappresentanti dei partiti politici.

Perché una cosa è chiara: se, con il 70% dei seggi scrutinati, i dati in possesso di tutti partiti trasmessi direttamente dai centri di votazione – e pertanto equivalenti a quelli del Tse – indicavano un vantaggio di Nasralla del 5%, «è matematicamente impossibile», secondo il candidato dell’Alleanza di opposizione, che la tendenza si sia invertita in maniera così netta» – e, guarda caso, proprio a partire da un’interruzione del sistema telematico – con il restante 30% dei seggi, come aveva ammesso, del resto, il magistrato supplente del Tse Marco Ramiro Lobo, parlando appunto di un vantaggio «irreversibile».

Non a caso nelle elezioni del 2013, quando con il 60% dei seggi scrutinati a essere in vantaggio di 5 punti era Juan Orlando Hernández, lo stesso presidente del Tse David Matamoros aveva dichiarato alla stampa: «Le cifre riflettono una tendenza irreversibile. I risultati non cambieranno».

Con la sospensione delle garanzie costituzionali e la dichiarazione dello stato di emergenza è vietata la libera circolazione, vietata la pubblicazione con qualsiasi mezzo parlato, scritto o televisivo contro le risoluzioni governative o che minacciano l’ordine pubblico.

Previsto poi l’arresto di “chiunque sia stato trovato al di fuori dell’orario di circolazione stabilito (dal coprifuoco), o che in qualche modo si presume sospetto dalle autorità di polizia e militari, di causare danni alle persone o ai loro beni” e “coloro che si associano al fine di commettere reati”.

Si ordina inoltre “lo sgombero di qualsiasi impianto pubblico che sia stato preso da manifestanti o che si trovino persone all’interno di attività vietate dalla legge”.

Per ora si contano 8 morti per mano delle forze della repressione dello stato, e decine di feriti da colpi di arma da fuoco.

La corrispondenza di Radio Onda d’Urto con Giorgio Trucchi, compagno italiano, corrispondente dal Centro America dell’Unione Internazionale dei lavoratori dell’alimentazione, Rel-Uita. Ascolta o scarica

Neppure è lecito attendersi interventi risolutivi da parte degli osservatori della delegazione dell’Oea, guidata da quel Jorge Quiroga che, oltre a essere stato vicepresidente nel governo del generale golpista Hugo Banzer – e dunque con una certa pratica in fatto di colpi di Stato – è noto per essere visceralmente anticomunista e antichavista. Del resto c’è un interrogativo che si pongono i militanti dell’Alleanza di opposizione: cosa avrebbe detto Quiroga se tutto questo fosse successo in Venezuela?

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02/01/2016

Erdoğan: anno nuovo, vecchi crimini

“La Repubblica di Turchia ha le risorse e la determinazione per vincere l’organizzazione terrorista (kurda, ndr). Le nostre forze di sicurezza stanno continuando a ripulire montagne e città dalla presenza terrorista e continueranno a farlo”. E’ l’augurio di fine anno che il presidente Recep Tayyip Erdoğan lancia alla sua gente, a tutti i turchi anche repubblicani e lupi grigi che approvano, annuiscono o comunque guardano altrove in queste settimane in cui il grilletto poliziesco è stato premuto talmente tanto che ha fatto tremila e cento morti. Terroristi, secondo l’Atatürk islamista. Fra questi ci sono indubbiamente combattenti del Partito kurdo dei lavoratori, tornati dallo scorso agosto ad azioni armate che hanno fatto oltre duecento vittime fra poliziotti e soldati; ci sono anche semplici cittadini oppure attivisti dell’Hdp freddati come fossero guerriglieri. Il Capo dello stato e del governo ripetono ossessivamente quest’equazione: ogni kurdo è un potenziale terrorista che va estirpato perché con la su presenza mette in pericolo l’integrità della nazione.

Un ritorno al passato oscuro della Turchia, quella della dittatura assassina in mimetica, supportata dalle squadracce fasciste. “Il nostro Paese non ha ambizioni territoriali su altre nazioni, vogliamo che le popolazioni della regione, che sono storicamente e culturalmente nostri fratelli, vivano in pace e sicurezza. La Turchia non è responsabile degli sviluppi che si registrano in Egitto, Libia, Palestina e Siria. Non abbiamo altro scopo che vivere in pace con i fratelli che vivono nella regione” ha concluso il presidente che evidentemente non annovera i kurdi fra gli storici abitanti delle terre del sud-est anatolico oppure, accanto alla sanguinosa repressione, ha abbracciato la vecchia teoria che bollava quest’ultimi come “turchi della montagne”, ma pur sempre negletti, gente che può essere uccisa senza dover dar conto a chi che sia del criminale operato. Così facevano i generali quarant’anni fa, così lo Stato forte dell’attuale partito-regime torna a fare, per un presunto “bene nazionale”.

Frattanto la stampa turca ancora non asservita, offre una carrellata d’immagini della città di Diyarbakır posta sotto la tutela dell’esercito, l’eufemismo con cui commentatori compiacenti definiscono il coprifuoco che a singhiozzo soffoca e taglia le vite di quei cittadini da settimane. Assediata, ma non piegata visto che anche stamane ci sono stati flash mob di persone d’ogni età che si rifiutano di vivere in un territorio diventato prigione a cielo aperto. Dal canto loro due sigle del sindacato giornalisti, rappresentate da decine d’iscritti, hanno deciso di attendere l’arrivo dell’anno nuovo davanti al carcere di Silivri dove sono rinchiusi alcuni loro colleghi. Attualmente trenta reporter sono imprigionati in tutto il Paese, parecchi restano in celle d’isolamento. L’Unione dei giornalisti sostiene che la categoria userà ogni strumento di lotta a disposizione per difendere la libertà di esercitare la professione basata sul diritto di cronaca e di opinione.

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16/12/2015

Diyarbakır, morire di coprifuoco

Şiyar Salman e Şerdıl Cengiz erano due giovani del distretto di Sur, diciannove anni il primo, ventuno il secondo. Sono morti ieri di coprifuoco, presso Diyarbakır. Colpiti da proiettili “vaganti” come l’avvocato dei diritti Tahir Elçi, freddato a sua volta durante una conferenza stampa tenuta giorni addietro all’aperto, sotto lo storico minareto della città. Elçi denunciava l’insostenibile situazione d’una Turchia schiacciata proprio dalle massime figure politiche nazionali – presidente e premier – ritenute responsabili del clima di terrore che si vive da mesi. Come lui migliaia di attivisti e cittadini kurdi delle province del sud-est protestano contro la sequela dei coprifuoco che si susseguono dalla metà di agosto. Il distretto di Diyarbakır ne ha subìti più di trenta, quello di Mardin nove, Şirnak cinque, poi ce ne sono stati ad Hakkari, Muş, Batman, Elaziğ, sono state coinvolte oltre un milione e trecentomila abitanti, sono state spezzate decine e decine di vite. Proteste, presidi, tentativi di manifestazione vengono continuamente attaccati da polizia e dai militari che occupano quelle aree anche con mezzi pesanti come carri armati; questi in più di un’occasione hanno anche sventrato abitazioni in taluni villaggi. A Nusaybin, nella provincia di Mardin, ultimamente ben diciassette cittadini sono stati assassinati durante operazioni repressive.

Eppure la popolazione continua a sfidare il regime monocolore dell’Akp che, ritemprato dal successo elettorale e nonostante i molti problemi sul fronte estero, sceglie di applicare una linea durissima verso qualsiasi contestazione di piazza. Le piazze kurde, poi, sono nel mirino di reparti antisommossa e probabilmente di cecchini, già in altre fasi utilizzati per seminare morte. Ieri la marcia di Diyarbakır, sostenuta da uno dei quattro grandi partiti presenti in Parlamento, l’Hdp, è stata attaccata con la ferocia diventata “ordinaria” gestione d’un ordine pubblico trasformatosi in divieto assoluto di espressione organizzata. Dai gas lacrimogeni ai cannoni ad acqua la polizia è passata ai colpi d’arma da fuoco, scontrandosi coi militanti del Movimento giovanile patriottico rivoluzionario (YDG-H). I genitori degli uccisi hanno lanciato parole infuocate contro una Turchia privata della legalità, imbarbarita da un ritorno al conosciuto fascismo. Quindi il padre di Cengiz ha attaccato direttamente Erdoğan definito “leader dell’Isis”. “Lui stesso (Erdoğan, ndr) ha coinvolto l’Isis nello scontro col popolo kurdo e gli fa uccidere i nostri figli”. Il riferimento è agli attentati di Suruç e Ankara i cui esecutori risulterebbero legati al Daesh. Stamane le esequie dei due giovani sono state seguite da migliaia di persone e i feretri accompagnati in corteo al cimitero di Yeniköy dove la folla si è radunata, controllata a distanza dalla polizia. La tensione continua a essere elevatissima.

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