Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Vincenzo De Luca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vincenzo De Luca. Mostra tutti i post

25/05/2021

La stagione degli orrori

Finalmente, ora che le restrizioni si stanno progressivamente allentando, stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti e più in generale tutte le strutture di ricezione turistica sono in rampa di lancio per la stagione estiva. Il relativo afflusso di turisti, unito ad un deciso miglioramento della situazione epidemiologica, ha infatti spinto il Governo a dare luce verde al comparto turistico che, con gradualità e in sicurezza, può così ripartire, tornando a produrre reddito e occupazione.

Fin qui, sembrerebbe, tutto bene. Il turismo conta all’incirca per il 15% del prodotto nazionale, e il congelamento di questo comparto (ristoranti e bar chiusi o attivi solo per l’asporto, contenimento della mobilità tra regioni, limitazione agli arrivi dall’estero, etc.) ha dato una significativa sferzata all’economia italiana. Stando ai dati ISTAT, il turismo è stato il settore più duramente colpito dall’emergenza sanitaria, con una diminuzione di 187 mila occupati (pari all’11,3% degli occupati nel settore). Per dare un’idea della rilevanza del comparto, 4 persone su 10 di quelle che hanno perso il lavoro tra il 2019 e il 2020 apparteneva al settore del turismo.

Benedette riaperture, verrebbe da dire. Da qualche settimana, tuttavia, assistiamo ad un accorato allarme lanciato dagli imprenditori che si occupano di turismo, ai quali fa spesso da megafono la voce di qualche politicante. Nonostante questi numeri impietosi, nel rialzare le serrande gli imprenditori del settore starebbero affrontando un dramma: non ci sarebbero lavoratori stagionali da assumere. Le associazioni datoriali lamentano con forza l’assenza di cuochi, camerieri, baristi e bagnini. Emblematici sono i casi della Toscana, del Trentino e della riviera romagnola, dove mancherebbero all’appello migliaia di lavoratori, dai 5000 ai 7000 addetti, e per questa ragione le strutture ricettive farebbero fatica a ripartire. Si sta insomma diffondendo una velenosa retorica stando alla quale il turismo sta provando a risollevarsi ma le sue ali verrebbero tarpate dalla carenza di lavoratori. Le imprese del settore, infatti, pare non trovino personale. Sembra paradossale, ma nonostante più di tre milioni di disoccupati, e nonostante le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi lo scorso anno (specialmente nel comparto turistico), i padroni lamentano l’assenza di manodopera.

La voce del padrone è stata immediatamente raccolta dall’istrionico governatore campano Vincenzo De Luca, il quale avrebbe trovato nel Reddito di Cittadinanza il ‘colpevole’ di questa carenza di manodopera. Testualmente, De Luca ha asserito che “non si trovano più camerieri e lavoratori per le attività stagionali”, e che per questa ragione “alcune attività non riapriranno”. Schiettamente, il Governatore ha sostenuto che “questo è uno dei risultati paradossali dell’introduzione del reddito di cittadinanza”, perché “se mi dai 700 euro al mese (…) non ho interesse ad alzami alle sei e ad andare a lavorare”.

Persino un provvedimento blando, che non emancipa le fasce più deboli della società dalla condizione di povertà, né intacca il paradigma dell’austerità a cui si deve la cronica disoccupazione del paese e che, tra l’altro, con le clausole di condizionalità ha parzialmente introiettato la logica per cui il lavoratore sia per natura svogliato e debba essere disincentivato a poltrire, mette in fibrillazione i padroni. Giorno dopo giorno, infatti, l’assalto ai lavoratori si fa più subdolo: dopo anni di austerità e disoccupazione, attacco ai sindacati e diffusione del precariato, con conseguenze evidenti e peggiorative sui salari, ora si scarica loro addosso la colpa di voler campare delle briciole, perché di quello si tratta, del Reddito di cittadinanza, invece di accettare di essere sfruttati.

Senza sapere né leggere né scrivere, verrebbe da chiedersi, facendo lo sforzo di provare a prendere per buono il ragionamento di De Luca, per quale motivo una persona ragionevole dovrebbe preferire un lavoro a due spicci, senza tutele e con un orizzonte temporale breve (stagionale, per l’appunto), al sussidio di cittadinanza. Non solo, per essere coerenti con la teoria economica dominante, che anima le velleità di imprenditori e liberisti vari, qualora un’offerta di lavoro non fosse soddisfatta, non rimarrebbe che aumentare il salario offerto (o in genere, migliorare le condizioni offerte) fino a quando esso non sia sufficiente a convincere il lavoratore ad accettarla. Ma qui siamo di fronte a ben altro atteggiamento: un disgustoso pianto da chi non è disposto a pagare salari dignitosi, ma si lamenta dei lavoratori che la propria dignità vogliono tutelare.

De Luca, inoltre, non si limita a dare una bastonata a chi secondo lui non è disposto ad andarsi a spaccare la schiena (“Io sono d’accordo a dare un reddito a chi non ha il pane ma non sono d’accordo a tollerare degenerazioni, speculazioni e parassitismi”), preferendo poltrire sul divano a 700 euro al mese. Aggiunge qualcosa di funambolico, avanzando una suggestione particolarmente accattivante. L’idea è grossomodo questa: visto che mancano lavoratori nel turismo, e visto che ci sono persone sul divano a 700 euro, perché non mandare quei percettori di reddito di cittadinanza a riempire quelle caselle lavorative, aggiungendo al sussidio 500 euro al mese a carico del ristorante, dell’hotel o dello stabilimento che cerca manodopera? Ancora, testualmente, De Luca dice: “Visto che non si trovano lavoratori stagionali, senza far perdere a nessuno il reddito di cittadinanza o ammortizzatori, le aziende possono dare in aggiunta al reddito 500 euro al mese, per cui un giovane può aggiungere ai 750 altri 500. Dunque, 1.200 al mese mi pare una cosa dignitosa”.

Perché non dare la possibilità a quegli imprenditori, a quelle stesse imprese che lamentano carenza di manodopera, di assumere ciò di cui necessitano a soli 500 euro al mese? Sì, perché facendo come ‘suggerisce’ De Luca, le imprese sborserebbero solo una parte del salario del lavoratore, mentre sarebbe lo Stato a pagare i 700 euro: in un battibaleno, quei 700 euro si trasformerebbero da sussidio di cittadinanza a sussidio alle imprese. Ecco che la proposta di De Luca non solo si presenta come l’ennesimo attacco al lavoratore, colpevole di non essere disposto a lavorare per un salario di miseria, ma in un vero e proprio sgravio alle imprese e alla loro bramosia di reperire manodopera a buon mercato. Tutto ciò, in barba agli incentivi già previsti per quelle imprese che assumono a tempo indeterminato un percettore del Reddito di cittadinanza.

Come abbiamo avuto modo più volte di dimostrare, inoltre, i dati certificano che non vi è una mancanza di manodopera. Questo fenomeno è tanto più vero per il turismo nei settori ‘estivi’: stando ai dati ISTAT, il tasso di posti vacanti nei servizi di alloggio e ristorazione è generalmente inferiore alla media del settore servizi. Il punto è semmai che ogni parvenza di ripresa rappresenta per i padroni un’occasione ghiotta per gonfiare i loro profitti e peggiorare le condizioni di lavoro offerte. Le lamentele di questi giorni, prontamente amplificate da quotidiani e politici di ogni sorta, non rappresentano altro che un ingannevole canto delle sirene, ma non bisogna cedere alla tentazione di credervi: per quanto pervicace, questa retorica è ingiusta e mendace. Il problema non è la pigrizia dei lavorati, ma le condizioni di lavoro offerte, precarie e sottopagate.

Fonte

15/11/2020

Giocare a cazzo con le parole, cioè Saviano

Una delle grandi tragedie culturali del presente, qui in Occidente, è la scomparsa di ogni legame tra “la parola” e “la cosa”, tra la realtà e il discorso che dovrebbe descriverla.

Ci sono sempre meno analisti capaci di riconoscere i problemi e abbozzare delle soluzioni efficaci. Mentre si incontrano ad ogni angolo “esperti di comunicazione” pronti a suggerire una “narrazione” persuasiva.

A raccontare cazzate, insomma, per nascondere o rendere potabile una realtà imbevibile.

Pensavamo di aver raggiunto il fondo con un protagonista del “grande fratello” assunto a capo della comunicazione di Palazzo Chigi.

Poi, stamattina, leggiamo su La Stampa (organo storico della famiglia Agnelli, oggi affiancato da Repubblica) il titolo “De Luca è come Chavez, la camorra approfitta di questo malessere”.

De Luca, che paga ai privati 1.000 euro l’uno posti letto in affitto, sarebbe “simile” a un Chavez che ha dotato di una sanità pubblica un paese che non ne aveva mai avuta una?

Poi si capisce che “l’analogia” – diciamo così – viene rintracciata nella tecnica discorsiva tipica di tutti i leader sudamericani: il comizio dalla lunghezza sterminata. Ovviamente in monologo.

Protagonista dell’audace accostamento? Roberto Saviano, noto per la sua fama, specialista in monologhi proprio come De Luca, incaricato di ridurre il mondo a due sole entità: il bene e la camorra. Senza dubbi, come un verbale di polizia. Senza altre figure, che pure nel mondo girano e andrebbero spiegate...

E capiamo che il fondo è terribilmente lontano.

Fonte

24/10/2020

“Ero in piazza a Napoli”. Prime riflessioni

Non volevo scrivere nulla perché su FB si finisce a fare le tifoserie e la situazione – sociale e sanitaria – è complessa e delicata. Però sto leggendo in rete cose inaccettabili e vorrei provare a far capire, anche fuori Napoli, cos’è successo, rispondendo alle domande più comuni.

Cercherò di essere obbiettivo al massimo, poi ognuno si fa le sue opinioni. Abbiate un po’ di pazienza.

1) CHE È SUCCESSO NELLE ULTIME SETTIMANE?

A Napoli (ma piazze ci sono in diverse città campane) è successa una cosa semplice: sono state introdotte da De Luca misure di chiusura per certe attività commerciali senza prevedere compensazioni economiche. Per cui alcuni commercianti, soprattutto del mondo di bar, ristoranti e pizzerie, da giorni hanno incominciato a muoversi, per cercare di ottenere o che queste misure vengano ritirate, o che vengano dati dei sussidi.

2) PERCHÉ LA PROTESTA HA PRESO FORME COSÌ FORTI?

Per diversi motivi: innanzitutto in questi mesi sono stati consumati risparmi, la fame è maggiore, l’esasperazione psicologica è cresciuta. All’inizio, quando a Bergamo c’erano le bare ovunque, la malattia spaventava, ora i numeri bassi dell’estate danno l’illusione che il virus sia “una semplice influenza”. Infine a marzo il Governo dava aiuti, ora ha chiarito che non ci sono soldi; De Luca che distribuì fondi a pioggia per farsi rieleggere ora non ha messo nulla sul piatto.

D’altronde che queste categorie di autonomi abbiano negli ultimi anni dimostrato attitudine allo scontro (si pensi ai Forconi) deriva dal fatto che a) sia la fascia sociale che abbia visto più rapidamente decadere il suo status con la crisi (mentre i lavoratori dipendenti sono ormai pressati da decenni, iper-controllati sul posto di lavoro, spesso frenati dai sindacati nell’organizzarsi); b) la sua cultura sia egemone in Italia e in particolare a Napoli, dove esistono ancora molte categorie di autonomi rispetto ad altri paesi europei in cui la dimensione di impresa è più grossa e ci sono in proporzione più lavoratori dipendenti.

3) PERCHÉ A NAPOLI SUCCEDE STO CASINO E A MILANO NO? C’ENTRA LA CAMORRA O IL FATTO CHE I NAPOLETANI SONO BARBARI?

Ovviamente no. I media nazionali si comportano come i peggiori complottisti: cercano una spiegazione elementare e morale a una dinamica sociale (come se la camorra non fosse quella ad esempio dei Centri d’analisi privati che stanno lucrando su questa situazione, dei grandi costruttori che hanno avuto appalti da De Luca, degli usurai che ora vedranno aumentare il proprio potere etc...).

Semplicemente a Napoli l’indebitamento di questa categoria è maggiore, i servizi forniti dalle istituzioni sono molto più scadenti, e quindi è minore la fiducia che si prova, le associazioni di categorie e i corpi intermedi molto più deboli, maggiore è la pressione sociale. In ultimo, c’è una maggiore vicinanza e scambio fra sottoproletariato (quelli che vivono ai margini della società, di espedienti, di piccoli circuiti criminali) e piccola borghesia (quelli che possiedono mezzi di produzione autonomi e che possono anche “sfondare”): si passa spesso dall’una o l’altra categoria, mantenendo però quel radicamento sociale e una certa attitudine al conflitto.

4)HANNO RAGIONE A PROTESTARE?

Certamente sì, chi porta la responsabilità di questa situazione è De Luca. Ovviamente bisogna precisare che quando parliamo di piccola borghesia, dentro c’è di tutto. C’è il commerciante onesto che ha pagato la qualsiasi e non ce la fa a mandare avanti la sua famiglia, e c’è l’imprenditore che incassa 15.000 euro a serata senza fare mezzo contratto ai suoi lavoratori – che piange miseria in tv ma continua a incassare (lo so per certo). C’erano in piazza a fare i capipopolo dei noti evasori fiscali e dei veri sfruttatori. C’erano però anche i loro lavoratori a nero che si aggrappano a quello che hanno, attività a conduzione familiare, amici del quartiere che fanno una vita di merda...

La maggior parte di loro ha ragione a protestare: De Luca e il Governo in questi otto mesi non hanno fatto nulla per evitare la seconda ondata che si sapeva sarebbe arrivata. Ora arrivano a chiudere – e questo, per i dati che ci forniscono i nostri compagni che lavorano negli ospedali, è ormai scritto – senza però immaginare misure di reddito e assistenza. Condannano così la gente alla fame – e ad essere arruolata dalla camorra...

5) SÌ, I MOTIVI CI SONO, MA LA VIOLENZA?

In realtà da giorni c’è uno scontro sotterraneo in questa mobilitazione. Chi ha qualcosa da perdere, come i commercianti più grossi o qualche capopopolo che mira a una promozione politica, è contro la violenza e vuole intavolare una trattativa, è disposto ad applaudire la polizia etc.

Segmenti più sottoproletari, invece, che frequentano anche l’ambiente di stadio e che hanno anche una propensione allo scontro organizzato con le forze dell’ordine, hanno più interesse a giocarsi una partita su quel tavolo, per vari motivi, dal puro nichilismo all’acquisizione di prestigio personale o di banda.

Questa differenza oggi è esplosa in piazza, quando i cortei di fatto erano divisi in due e alcuni organizzatori hanno da subito preso le distanze dall’altro spezzone.

Il punto però non è identificare i primi come buoni e i secondi come cattivi (si potrebbe rovesciare il punto di vista e dire: i primi però pensano ai fatti loro e i secondi invece esprimono un malessere complessivo). Secondo me il punto è: violenza a che scopo, organizzata come, verso chi? È evidente che quanto successo oggi ha i connotati di una protesta che parla solo al proprio mondo, che parla la lingua della disperazione, e che produce nel resto delle classi popolari un effetto respingente...

6) SÌ MA C’ERANO I FASCISTI, FORZA NUOVA HA DETTO DI VOLER PARTECIPARE...

Io di fascisti non ne ho visti. Non escludo che qualcuno di simpatie fasciste si sia buttato in mezzo. Ma l’impatto da un punto di vista di contenuti o di piazza è stato zero. Forza Nuova cerca di cavalcare un fenomeno, e ci credo: a Napoli non esistono. Siamo stupidi noi (e i media) se gli diamo visibilità.

Mi preoccuperei più di certi personaggi legati alla destra cittadina, che si pongono come intermediari. Ma comunque anche loro ci fanno poco. Questa non è una vera mobilitazione con luoghi di dibattito, piattaforma di contenuti... è, al momento, e probabilmente lo resterà, un episodio reattivo di fronte a una crisi economica senza precedenti.

7) SOLITO DERBY: SINISTRA CHIC-LEGALITARIA VS SINISTRA DEI CATTIVI

Sulle bacheche già è partito il classico confronto fra la sinistra più “rosa”, che stigmatizza la piazza disprezzandone i partecipanti e la sinistra più incazzata che esalta gli scontri mitizzando i soggetti che li fanno. Un confronto che ha anche un po’ stancato, per il semplice motivo che riguarda una nicchia e non produce nulla nella realtà. I primi semplicemente si tagliano fuori la possibilità, prima ancora di agire, di capire la complessità del mondo. Mentre i secondi, pure se hanno il merito di stare nelle cose, si illudono spesso di poter condurre un gioco che per una sua dinamica di classe è incompatibile con i nostri scopi. La verità è che stare in un contesto del genere, che non ha nemmeno momenti di confronto o di organizzazione collettiva, è difficilissimo: o ti metti a fare gli scontri tanto per, o ti metti alla coda del commerciante di turno che ha l’egemonia su quel processo e poi sale a fare l’incontro.

Forse ha più senso, anche nell’ottica di essere interessanti per quei segmenti in via di proletarizzazione, accumulare prima forze nel “nostro” mondo, dimostrare di essere capaci di tutelare i “nostri”, e soprattutto dare a chi non ha interessi “particolari” la direzione di un più vasto movimento popolare.

Napoli per fortuna ci offre anche questo: lavoratori Whirlpool (stamattina eravamo in piazza con loro), lavoratori della sanità in agitazione, genitori in rivolta e insegnanti delle scuole paritarie. Domattina, per dire, saremo in piazza contro le multe ingiuste del Comune, e nel pomeriggio sotto Confindustria con i lavoratori della logistica...

Ma qui siamo già alle valutazioni. E mi ero ripromesso in questo post di non farne.

Scusate la lunghezza, spero sia stato utile.

Fonte

Napoli - La protesta contro il coprifuoco diventa rivolta contro De Luca


A tarda sera si sono verificati duri scontri davanti alla Regione e poi nei vicoli del centro storico, tra manifestanti e forze dell’ordine. Sono volati petardi, cariche della polizia in assetto antisommossa, fumogeni che rendono l’aria irrespirabile. Ovunque durissimi slogan contro il governatore De Luca e la Regione. Una prima manifestazione contro il coprifuoco e le restrizioni si era svolta già mercoledì sera sempre sotto la Regione.

Gli appuntamenti convocati contro il coprifuoco erano due: un presidio in largo San Giovanni Maggiore, davanti all’università Orientale, e il corteo che invece si è mosso attraverso la città ed è arrivato a Santa Lucia.

L’appuntamento di ieri sera era stato rilanciato sui social e verso le 22:00 centinaia di giovani ma non solo si sono messi in marcia verso largo San Giovanni Maggiore e l’università Orientale. Un’auto dei vigili urbani è stata danneggiata dai manifestanti. Una diretta su Facebook invita alla disobbedienza contro l’ipotesi di lockdown avanzata dal presidente De Luca. Ci sono due striscioni in testa al corteo: “tu ci chiudi e tu ci paghi”, e poi “contro De Luca”. Un blocco stradale è avvenuto anche nel quartiere di Chiaiano, nei pressi della stazione della metropolitana ed un altro a Ercolano.

Questa la breve corrispondenza di un nostro redattore che era in piazza: “Ero con tanti altri compagni in piazza e deduco questa riflessione: piazza composita fatta di giovani e meno giovani, molte donne, che vivono di “lavoro povero e precario. Il lockdown azzererebbe ogni possibilità di reddito e non c’è nessun paracadute sociale per questi settori. Poi le modalità della protesta non avvengono più al canto di Bandiera Rossa ma con i cori dello stadio. Considerate poi che questa è una città in cui ogni 5 o 6 mesi un ragazzo viene ucciso da un poliziotto o da un carabiniere. Per cui è evidente che circola veleno ed odio. In definitiva il discorso è: volete chiudere? Ma prima dovete cacciare i soldi. Inoltre la protesta di stasera è solo la più eclatante delle tante che da due giorni si palesano nell’area metropolitana di Napoli”.

Fonte

17/10/2020

In Campania torna la didattica a distanza

Ieri sera il presidente della Campania, De Luca, ha annunciato la chiusura di scuole e università (tranne il primo anno di corso) sino al 30 ottobre. Si torna alla famigerata didattica a distanza.

Non abbiamo elementi per valutare su quali evidenze scientifiche si basi una tale decisione, anche se è chiaro che i dati della Campania, come quelli di altre regioni, testimoniano che la situazione epidemiologica è ormai sfuggita di mano. Tuttavia, possiamo darne una valutazione politica.

Da giorni i contagi sono in aumento e la situazione in tutta Italia è allarmante, a causa delle inadempienze di governo e regioni durante i mesi in cui la pandemia aveva dato una tregua. Una pausa che non è stata sfruttata per programmare la reazione alla seconda ondata che ormai è in pieno dispiegamento.

È evidente che in questa situazione sono diventate insufficienti le normali attività di tracciamento dei positivi (anche perché mai sviluppate a dovere) e che sono necessari provvedimenti più importanti, sino ad arrivare ad altri possibili confinamenti.

Tuttavia è deprecabile che, ancora una volta, a farne le spese siano la scuola e l’università, ormai chiuse in Campania, ma forse presto anche in altre regioni. Certamente le scuole sono luoghi di possibile contagio, ma lo sono probabilmente meno di fabbriche, officine e uffici.

La differenza è che la scuola non è, o meglio non è considerata, in Italia, luogo di produzione. In effetti la scuola non produce merci da esportare e non accumula profitti, anche se, alla lunga, la formazione dei cittadini è un investimento fondamentale anche in termini economici oltre che civici e sociali.

Per questo, si preferisce chiudere le scuole piuttosto che le fabbriche e gli uffici, che producono profitto immediato. Nessuno, né di destra né di centro vuole toccare la produzione e l’”economia”, veri feticci a cui sacrificare la vita dei cittadini.

Ecco quindi la logica di Vincenzo De Luca, che chiude le scuole ma lascia aperti i tanti luoghi di lavoro che certamente sono anche più pericolosi e non potenzia i mezzi di trasporto per arrivarci che notoriamente, anche nella sua regione, sono del tutto insufficienti.

Una logica uguale a quella del suo collega lombardo Fontana, che poche settimane orsono voleva riaprire al pubblico gli stadi ma non ha fatto nulla per migliorare i trasporti per i pendolari e che proprio per questo richiede il ritorno alla didattica a distanza per evitare l’affollamento dei mezzi pubblici. È lo stesso Fontana che per non chiudere alcune zone “produttive” fece dilagare l’epidemia che ha provocato 17.000 morti nella sua regione.

Anche in questo caso, di fronte all’insipienza delle amministrazioni, deve farne le spese la scuola, vittima tra l’altro dei grotteschi litigi tra la ministra Azzolina e i presidenti delle sempre più indisciplinate e rissose “repubblichine” regionali.

Il presidente del Consiglio ha dichiarato che se ci saranno altri confinamenti “ciò dipenderà dagli italiani”. In questo modo scarica sui singoli cittadini ogni responsabilità e sacrificio, quando evidentemente il primo italiano responsabile è lui stesso, in quanto capo del governo.

Tutto questo mentre si ipotizza un confinamento durante le vacanze di Natale, proprio quando la “produzione” rallenterà.

Il presidente francese Macron ha blindato gli abitanti delle principali città dalle 21 alle 6 del mattino, con un termine che, ancora una volta, evoca sinistramente la guerra interna: coprifuoco. Dalle 6 sino alle 21 tutti a “produrre”, incuranti del contagio, poi tutti chiusi in casa.

Una politica che vuole ridurci ad animali da produzione che devono pensare solo al loro ruolo nella catena del capitale.

In questa situazione, la scuola è il vaso di coccio tra quelli di ferro, la si può aprire e chiudere a piacimento, anzi forse la didattica a distanza è meglio di quella in presenza perché favorisce meno il confronto, la dialettica delle idee, la capacità critica. Ed è molto più direttiva e formatrice di esecutori.

Per questo, al di là delle strilla strumentali della ministra Azzolina contro De Luca, dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro altri oltraggi alla scuola.

Fonte

16/03/2020

De Luca, l’epidemia e le ordinanze cilene

Diciamolo pure senza girarci attorno, perché non siamo nati ieri e lo sappiamo bene: per Vincenzo De Luca, pessimo Presidente della Regione Campania e Commissario regionale per la Sanità, più il coronavirus fa balenare lo spettro delle peggiori disgrazie, più l’epidemia diventa un’occasione d’ora, un inatteso e autentico terno al lotto.

Lui naturalmente non lo dirà mai, ma si vede lontano un miglio: più il tempo passa, più l’epidemia ci aggredisce e annuncia una catastrofe, più lo sceriffo salernitano sgomita, scalcia e ruba la scena al dolore della gente, alle angosciate riflessioni degli scienziati, ai medici e ai paramedici che vivono in prima linea e a rischio della vita una battaglia durissima e coraggiosa.

La narrazione che cerca di costruire il politico in difficoltà può essere efficace solo a una condizione: che la gente abbocchi all’amo, lo segua sulla via di una inutile repressione e dimentichi il ruolo che ha svolto in questi anni.

È un’illusione destinata però a naufragare di fronte alle dimensioni del dramma e ai nodi che vengono al pettine.

Polizia municipale, carabinieri e forze armate che De Luca chiama a raccolta come per un golpe cileno, non hanno alcun potere di incidere sulla situazione che viviamo.

I contagi purtroppo aumenteranno fino a raggiungere il picco, le vittime cresceranno fatalmente, nonostante l’abnegazione dei medici e degli infermieri e il prezzo che pagheremo sarà purtroppo altissimo e doloroso. Così alto e così doloroso, che alla resa dei conti nessuno dimenticherà gli ospedali che De Luca ha chiuso, i posti letto che ha cancellato, il turn over bloccato con le strutture boccheggianti per i vuoti di organico. Tutti ricorderanno la sua esclusiva responsabilità nei vuoti di organico, le oltre 45mila unità di personale che mancano alla sanità pubblica, priva di medici, e infermieri.

Quando usciremo da questa tragedia, De Luca non sarà il salvatore della Campania, ma l’uomo delle ordinanze stupide e autoritarie; sarà – ciò che è peggio – l’uomo degli ospedali chiusi, delle interminabili liste di attesa, dei reparti cadenti, delle barelle che sostituiscono i letti, delle condizioni igieniche da voltastomaco, della prevenzione oncologica praticamente cancellata.

Non si faccia illusioni, perciò, quando usciremo da questa tragedia, la gente ricorderà tutto e dovrà rassegnarsi: la sua vergognosa carriera politica è giunta al capolinea.

Fonte

04/09/2019

Campania - I navigator eliminati da De Luca non mollano

I navigator Campani al culmine di un mese di mobilitazioni e di uno sciopero della fame di 5 giorni, hanno indetto una manifestazione per la giornata di martedì.

Il governatore de Luca, dopo aver firmato tutti gli accordi fra Stato e Regione, che individuavano in 471 unità i navigator da assumere in Campania per potenziare i centri per l’impiego, si rifiuta assurdamente di ratificare la convenzione tra Regione ed Anpal, impedendo, di fatto, l’assunzione dei vincitori del concorso.

L’assessore Palmeri difende l’operato del Governatore al grido “mai più precari”, dimenticandosi colpevolmente di aver creato, in questi anni, nuove platee di precari, attraverso una gestione delle politiche attive del lavoro che, a fronte di centinaia di milioni di euro stanziati per ingrassare le agenzie di formazione, non ha prodotto nessun risultato significativo.

Dai lavoratori di pubblica utilità (Apu, lsu) al Concorsone, passando per i vari progetti di ricollocamento, è lampante come la Regione Campania utilizzi i fondi destinati alle politiche attive per foraggiare da un lato la macchina della sua propaganda, dall’altro per ampliare la propria rete di clientele fra aziende amiche e enti formativi di “famiglia”.

Potere al Popolo esprime tutta la propria solidarietà e complicità alla lotta dei navigator campani contro la criminale strafottenza del presidente De Luca.

Non intendiamo più emigrare! Lavoro subito per tutte e tutti!

Vincenzone stai sereno che è finito il tempo delle umiliazioni.

Fonte

21/05/2018

Vincenzo De Luca invita al sequestro del sindaco De Magistris

“Dovete sequestrarlo e sputargli in faccia”... questo è il momento clou dello show di Enzo De Luca, che ci ha regalato un momento di violenza degno dell’ultimo capobastone criminale. Il bersaglio di questa istigazione a delinquere è il sindaco Luigi De Magistris, cui va la nostra solidarietà.

Vincenzo De Luca, detto Enzo, promettitore di fritture, ma soprattutto noto trasgressore di molti limiti della convivenza istituzionale, ha espresso quest’ultimo parere durante un incontro con i Lavoratori socialmente utili del Comune di Napoli che avevano chiesto un incontro alla presidenza della Regione. “Che cazzo c’entra la Regione”, andate a sputare in faccia al sindaco, il problema è il suo. Questo in sostanza l’atteggiamento di “responsabilità istituzionale” che dimostra De Luca, il quale non ha mancato di sputare (lui sì, per davvero) tutto il suo disprezzo verso un gruppo di lavoratori in difficoltà, che cercano di interpellare ogni livello istituzionale, ma che evidentemente non sono capaci di garantire al governatore un soddisfacente pacchetto di voti.

Il governatore della regione, dall’alto della sua posizione, si sente forte con i deboli, in un momento in cui millanta di aver risolto il problema del debito della sanità in Campania, ma dimentica di dire che da aprile scorso Enrico Coscioni, uomo vicinissimo a De Luca, è sotto processo per tentata concussione ai danni del commissario regionale alla sanità. Il governatore, ancora, pubblicizza il suo “piano Marshall” per la sanità campana, ma omette di raccontare che questo piano non è altro che l’ennesimo regalo di soldi pubblici alle case di cura privata, e che si prospetta come un’altra lottizzazione di posti, un’altra speculazione, ai danni dei cittadini che ricevono un servizio pubblico sempre più scadente e (non chiamateci pessimisti…) destinato a diventare più costoso negli anni a venire.

L’istigazione al sequestro del sindaco De Magistris è solo la punta dell’iceberg di una violenza tutt’altro che istituzionale che il popolo campano subisce da anni e alla quale cerchiamo di resistere con una rete di servizi autogestiti e popolari che saranno la base per un diverso governo del territorio, lontano dalle logiche dei profitti e veramente al servizio dei cittadini più bisognosi, che finora sono stati abbandonati da istituzioni sempre più violente.

Fonte

24/08/2017

I condoni sull’abusivismo edilizio. Stoppati quelli di Stato sono partite le Regioni


L'esordio del condonismo di Stato sugli abusi edilizi porta la data del 28 febbraio 1985, quando la legge n. 47 voluta dal governo Craxi (il ministro condonista era allora Nicolazzi del Psdi) delineava un quadro normativo sull’edilizia indicato come “provvisorio”, ma che produce immediatamente come conseguenza quella di ammettere al condono tutti gli abusi realizzati fino al 1° ottobre del 1983. Secondo i dati raccolti dal Cresme (il maggiore centro di ricerche in materia di edilizia), il solo effetto annuncio del primo condono avrebbe provocato l’insorgere – nel solo biennio 1983/4 – di ben 230.000 manufatti abusivi, mentre quelli realizzati fra il 1982 e tutto il 1997 saranno ben 970.000.

Quasi dieci anni dopo, a riaprire i termini del condono, è la legge 23/12/1994 n. 724 (varata in zona Cesarini dal primo governo Berlusconi), intitolata significativamente “Misure di razionalizzazione della finanza pubblica”. La legge 724 ha dilatato le possibilità previste della precedente legge 47/1985, estendendola anche agli abusi edilizi realizzati fino al 31/12/1993.

Nel biennio successivo si possono contare ben 14 decreti in materia, (l’ultimo fu il Dl 495/1996) tutti però decaduti per la mancata conversione in legge e tutti contenenti una norma, un richiamo, anche solo un riferimento alla sanatoria edilizia. A mettere la parola fine sulla raffica di decreti è la Corte Costituzionale (con sentenza 360 dell’ottobre del 1996), la quale stabilisce l’illegittimità della prassi di reiterare all’infinito le decretazioni d’urgenza facendone poi salvi gli effetti.

L’ultima sanatoria per gli abusi edilizia, in base alle leggi, risale però al 24 novembre 2003 (ancora con un governo Berlusconi) con la conversione del decreto 30 settembre n. 269, “Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici”.

A quattordici anni dall’ultimo colpo di spugna, l’abusivismo edilizio è tutt’altro che finito, anche se non è più arrivato ai livelli degli anni ’80 quando le abitazioni abusive realizzate toccavano punte del 28,7% sul totale del costruito (nel 1984, prima del primo condono, su 435mila abitazioni realizzate ben 125mila erano abusive).

Negli anni ’90 diminuiscono i dati assoluti ma non le percentuali (83mila case abusive su 281mila, il 29,6%, nel 1994, anno del secondo condono edilizio). Nel 2010, quando ci fu un tentativo di sanatoria all’interno del cosiddetto Decreto Milleproroghe, si potevano calcolare 27mila abitazioni abusive su 229mila costruite, cioè l’11,8%, l’anno successivo erano ancora 26mila su 213mila.

Ma lì dove è stato stoppato il condonismo di Stato, è ripartito quello delle regioni. In particolare la Regione Campania (governatore Caldoro), il quale, con la legge 16 del 2014, aveva consentito di riaprire le pratiche dei condoni edilizi del 1985 e del 1994 rimaste bloccate, allargava le maglie per la possibilità di sanatoria nella “zona rossa” del Vesuvio e consentiva anche di sanare gli ampliamenti in base alla legge sul Piano casa. Il Governo aveva impugnato questa legge davanti alla Corte Costituzionale ma nel 2015 con la sentenza n. 117/2015 depositata il 25 giugno, la Corte costituzionale ha respinto il ricorso del governo Renzi contro la norma in materia di condono edilizio contenuta nella legge della Regione Campania 7 agosto 2014, n. 16, recante “Interventi di rilancio e sviluppo dell’economia regionale nonché di carattere ordinamentale e organizzativo – collegato alla legge di stabilità regionale 2014”.

Due anni dopo però la Corte Costituzionale, che con la sentenza 107/2017 ha bocciato la Regione Campania che con una nuova legge (governatore De Luca) – la LR 6/2016 – aveva prorogato il Piano Casa fino al 31 dicembre 2017 ampliando anche le possibilità di sanatoria. Dopo quanto accaduto a Ischia c’è qualche domanda alla quale il governatore della Regione Campania De Luca e prima di lui il governatore Caldoro dovranno dare risposte.

FONTI: Edilportale.com; Il Sole 24 ore

SCHEDA

PRIMO CONDONO. Legge 28/2/1985 n° 47 (governo Craxi-Nicolazzi). Si poneva prima di tutto come una provvisoria legge-quadro in materia urbanistico/edilizia, ma la sua maggiore conseguenza è stata quella di ammettere al condono edilizio tutti gli abusi realizzati fino al 1/10/1983. Per i manufatti costruiti in aree a vario titolo vincolate il rilascio della concessione (o autorizzazione) in sanatoria era subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela (per il vincolo paesaggistico di solito i comuni, con successivo controllo ed eventuale annullamento da parte delle Sopraintendenze).

Secondo dati CRESME, l’effetto annuncio del primo condono avrebbe provocato l’insorgere – nel solo biennio 1983/4 – di 230.000 manufatti abusivi, mentre quelli realizzati fra il 1982 e tutto il 1997 sarebbero 970.000.

LA “SANATORIA EDILIZIA” (E QUELLA PAESAGGISTICA). L’art. 13 della medesima legge 47/1985 prevede la possibilità di un “accertamento di conformità”, da effettuare entro stretti limiti temporali correlati alle ordinanze dei sindaci, “e comunque fino all’irrogazione delle sanzioni amministrative”, in base al quale le opere abusive potrebbero essere sanate, qualora esse fossero conformi agli strumenti urbanistici vigenti. Si tratta, come si vede, di cosa assolutamente diversa dal condono (che è un provvedimento eccezionale e “tombale”, in quanto porta tendenzialmente a legittimare tutti o quasi gli abusi). La sanatoria è invece un istituto permanente, che può essere invocato per quelle opere che – per qualche invero strana ragione – non hanno ottenuto la concessione edilizia, anche se avrebbero potuto ottenerla benissimo (si tratta evidentemente di rari casi, ovvero di abusi di piccole dimensioni). Nella prassi, l’uso indifferenziato del termine “sanatoria” per indicare i condoni edilizi ha generato pericolose confusioni.

In seguito, è emerso il problema che nelle normative di tutela paesaggistica (ora il T.U. dei Beni CC.AA.) non esiste una norma equivalente. Di conseguenza nelle zone vincolate (che sarebbero il 47% del territorio nazionale) anche la sanatoria edilizia sarebbe inapplicabile, in quanto subordinata all’ottenimento, impossibile, dell’autorizzazione ambientale. Un parere assai opinabile espresso dal Consiglio di Stato l’ 11/4/2002 ha invece stabilito che il rilascio di un’ “autorizzazione postuma”, “equipollente” a quella preventiva è possibile. La maggioranza parlamentare ha colto la palla al balzo, presentando un emendamento alla Legge-delega sul “riordino delle normative in materia ambientale” che, modificando gli articoli 163 e 164 del T.U. Beni CC.AA., codificherebbe definitivamente l’ “autorizzazione paesistica in sanatoria”. Ciò sarebbe un gravissimo indebolimento del già fatiscente sistema di tutela ambientale, dal momento che l’autorizzazione in questione è sostanzialmente discrezionale, e ben difficilmente si oserebbe negarla a opere ormai esistenti. L’emendamento è stato respinto (la stessa Legge-delega non è ancora approvata), ma la questione rimane aperta.

SECONDO CONDONO. Legge 23/12/1994 n° 724:“Misure di razionalizzazione della finanza pubblica”, art. 39 (primo governo Berlusconi). Riapre i termini della precedente legge 47/1985, estendendoli agli abusi realizzati fino al 31/12/1993. Vengono tuttavia introdotte alcune limitazioni: che le opere non abbiano comportato un ampliamento superiore al 30% della volumetria originaria, ed in ogni caso non superiore a 750 mc. Lo stesso limite volumetrico si applica alle nuove costruzioni, “per singola richiesta di concessione edilizia in sanatoria” (il che consente di condonare anche le lottizzazioni abusive). Resta fermo per le zone vincolate l’obbligo di acquisire preventivamente l’autorizzazione dell’autorità preposta (che, ricordiamo, per il vincolo paesaggistico è solitamente il Comune, sia pure in prima battuta!). In più, l’ultimo periodo del 4° comma stabilisce anche il silenzio-assenso in caso di perdurante inerzia comunale.

Sempre secondo dati del CRESME, dal 31/12/1993 (ultima data prevista per il completamento dei manufatti) sono stati realizzati altri 220.000 abusi, tra nuove costruzioni e ampliamento delle esistenti. Anche in questo caso la scarsa e prevalentemente formale capacità di controllo da parte dei Comuni avrà permesso l’ammissione al condono di edifici che, per la loro volumetria o il loro impatto ambientale, non avrebbero potuto essere sanati; ugualmente è possibile sospettare che moltissimi edifici siano in realtà stati realizzati dopo la chiusura dei termini.

ALTRI TENTATIVI DI MODIFICARE LE MODALITA’ DEL CONDONO:ben 14 Decreti Legge, emanati dopo il 1994 (l’ultimo era il DL 24/9/1996 n° 495) e tutti decaduti per mancata conversione in legge, contenevano norme più o meno confuse in materia di semplificazione dei procedimenti urbanistico/edilizi, modifiche alla legge 493/1993, denuncia d’inizio attività e condono delle opere abusive (per quest’ultimo aspetto si trattava più che altro di “aggiustamenti” delle modalità di riscossione e versamento delle oblazioni, loro impiego da parte dei Comuni, ecc., con qualche limitata norma di rilievo ambientale). La raffica di decreti è cessata solo quando la Corte Costituzionale, con sentenza n° 360 del 17-24/10/1996, ha stabilito l’illegittimità costituzionale della prassi di reiterare all’infinito le decretazioni d’urgenza, facendone poi salvi gli effetti.

LEGGE 23/12/1996 n° 662(“Misure di razionalizzazione della finanza pubblica”), Art. 2, commi 37, 45 e sgg. Dettano una serie di norme per la riscossione delle oblazioni e per la loro utilizzazione da parte dei comuni, introducendo anche qualche marginale precauzione ambientale.

DDL 4565/ter:“Disposizioni in materia di revisione generale del catasto e del demanio marittimo” (maggio 2000). Era scaturito dallo stralcio dell’art. 39 del precedente ddl 4565, e non è più stato discusso. Stabiliva che gli occupanti di immobili insistenti sul Demanio, ma che “risultino avere perdute le caratteristiche proprie dei suddetti beni” (?) possono acquistarli in proprietà. Praticamente una sanatoria generalizzata, con procedure assai poco chiare.

DDL 379: “Norme per il trasferimento dei beni del demanio marittimo dello Stato” (28/3/2000). RESPINTO. Stabiliva che le aree demaniali, con le loro pertinenze, sono trasferite al demanio dei Comuni, così come le aree date in concessione a enti, aziende e consorzi vari, qualora non più utilizzate. Unica eccezione, i porti marittimi nazionali. Era un tentativo di eliminare l’intero sistema demaniale, dal momento che ai comuni non sarebbero poi mancati i mezzi giuridici per alienare i beni ai privati.

DDL 4337:“Disposizioni per la repressione dell’abusivismo edilizio nelle aree soggette a vincoli di tutela, e modifiche alla legge 28/2/1985 n° 47” (28/11/2000). DECADUTO, essendo subentrata nel maggio 2001 la nuova legislatura. Di ampia portata, dettava nuove disposizioni per una severa repressione dell’abusivismo almeno nelle zone vincolate. Non sorprende che sia terminato in un nulla di fatto.

DDL 4338:“Disposizioni in materia di sviluppo, valorizzazione ed utilizzo del patrimonio immobiliare dello Stato…”. CONVERTITO NELLA LEGGE 136/2001. Un emendamento proposto da DS e FI, e poi eliminato, affidava ai Comuni la valorizzazione dei beni demaniali statali, prevedendo anche la sdemanializzazione di alcune aree.

LEGGE 448/2001 (legge Finanziaria).APPROVATA. L’art. 71, poi abrogato (v. par. successivo), disponeva che le norme della legge 5/2/1992 n° 177 (concepita evidentemente per poche ed eccezionali situazioni, questa legge consentiva il trasferimento dei demani statali al patrimonio disponibile dei Comuni, con la dichiarata finalità di alienarli ai privati) si possono applicare a tutte la aree demaniali sul territorio nazionale, sulle quali siano state eseguite “opere di urbanizzazione e di costruzione” anteriormente al 31/12/1990. Era pertanto una nuova sanatoria (non tanto dei manufatti, quanto delle situazioni proprietarie e possessorie), generale e indiscriminata.

LEGGE 16/2002:“Conversione in legge, con modificazioni, del DL 28/12/2001 n° 452, recante disposizioni urgenti….”. (Febbraio 2002). L’art. 16/bis abrogava l’art. 71 della precedente legge Finanziaria, di cui si è detto al par. che precede.

LEGGE 166/2002.“Disposizioni in materia di infrastrutture e trasporti” (Marzo 2002). L’art. 26, così come emendato, riprende in forme più limitate e ragionevoli la questione introdotta dall’abrogato art. 71 della legge Finanziaria. Esso stabilisce infatti che le norme della legge 5/2/1992 n° 177 (in precedenza sinteticamente illustrate: concernono il trasferimento di aree demaniali al patrimonio dei Comuni, con la finalità di alienarle ai privati) si applicano all’intero territorio nazionale. Però con l’esclusione del demanio marittimo, e solo su quelle aree sulle quali siano state realizzate – anteriormente al 31/12/1990 – opere di urbanizzazione e di costruzione “a seguito di regolare concessione”.

DL 102/2003:“Disposizioni urgenti in materia di valorizzazione e privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico” (giugno 2003). DECADUTO, per mancata conversione in legge. L’art. 3 stabiliva che le porzioni di aree patrimoniali e demaniali dello Stato – escluso il demanio marittimo – interessate da “sconfinamenti” di opere eseguite da privati su fondi attigui di loro proprietà (sulla base di concessioni o autorizzazioni regolari) possono direttamente essere alienate agli interessati. Con lodevole ma evidente incongruenza, la norma stabiliva che tali disposizioni non si applicano nelle aree vincolate dal T.U. del Beni CC.AA. (che come si è detto sarebbero il 47% del territorio, e dovrebbero comprendere la gran parte delle aree demaniali o patrimoniali dello Stato).

LEGGE 212/2003:“Disposizioni urgenti in tema di versamento e riscossione di tributi…” (Agosto 2003). L’art. 5/bis ripropone la norma del precedente e decaduto DL, stabilendo che le porzioni di aree del patrimonio e del demanio statale, escluso il demanio marittimo, interessate dallo “sconfinamento” di manufatti eseguiti da privati sui loro fondi attigui in base a regolari titoli edilizi (ma con l’ulteriore limite di essere stati realizzati prima del 31/12/2002) possono essere a questi alienate. Stesso destino spetterebbe però alle porzioni “divenute area di pertinenza” e a quelle “interne a strumenti urbanistici vigenti” (definizione ampia quanto confusa, che sembra prestarsi ad ogni genere di interpretazioni estensive!). Permane il divieto di applicare la norma nelle zone vincolate dal T.U. dei Beni CC.AA., che per quanto risulta dovrebbe vigere nella massima parte dei casi, data la sua grande estensione.

FONTE: Corriere della Sera del 25 settembre 2003

Fonte

23/11/2016

Colpo di Stato? Il Pd trascina il paese allo scontro

Un paio di giorni fa, l’economista Giuliano Cazzola, ospite all’Aria che Tira, a metà fra il serio ed il faceto, ha detto che in caso di vittoria del M5s, i carabinieri dovrebbero fare un colpo di Stato. Certo, si fa presto a dire che è solo una battuta, magari esagerata, però quando iniziano a volare certe parole è bene cominciare a prendere appunti.

Noi non ce lo stiamo dicendo e facciamo finta che la riforma costituzionale di Renzi sia una proposta, avanzata secondo le regole e che riceverà l’approvazione o la disapprovazione finale del popolo. Comunque vada è una decisione democratica che chiude la questione.

E invece le cose non stanno così, questa è solo la rappresentazione formale  dello scontro, non l’analisi politica di esso. In primo luogo c’è il peccato di origine di come è nata questa riforma: da parte di un partito che aveva solo il 25% dei voti popolari, magicamente raddoppiati in seggio grazie ad una legge elettorale super truffa dichiarata incostituzionale.

Per di più si noti che la riforma costituzionale (o anche quella elettorale) non facevano parte del programma del Pd, dunque non c’è neppure stata una investitura popolare in questo senso, per quanto minoritaria, anzi Sel, che faceva parte della coalizione si è dissociata dalla riforma ed è passata all’opposizione. E neanche c’è stata una decisione nel congresso del partito in questo senso, anzi una bella fetta del partito si è dichiarata contraria e, in parte, ora vota No.

Questa riforma è partita fra il Quirinale e Palazzo Chigi, nella più classica “combinazione di palazzo”. Poi l’iter legislativo e la campagna sono andati come si sa, con frequenti strappi alla norma  e autentiche enormità cui, però, i mass media si sono adeguati parlandone come se nulla fosse.

L’Hp di ieri parlava disinvoltamente di un patto fra Renzi e De Luca, per il quale il governo modificherebbe la legge sul commissariamento della sanità nelle regioni, permettendo a De Luca di diventare commissario nella sua regione, se De Luca gli porta un po’ di Si al referendum e questo spiega la riunione dei 300 sindaci il 15 novembre (se non è voto di scambio questo, cosa è voto di scambio?). Ma sulla questione ed il suo profilo penale torneremo a breve.

Per Renzi gli altri (tutti gli altri) sono marmaglia ma la stampa insorge solo quando Grillo gli risponde per le rime definendolo pesantemente come “scrofa ferita” (si poteva dire anche tigre ferita). Tutto questo sta creando un clima di inimicizia assoluta fra i due schieramenti. Ormai si respira un clima di pre-guerra civile anche se si evita di usare la parola. E in questo clima cominciano a volare parole come “colpo di Stato”.

Il fatto è che il Pd il danno lo ha già combinato: ha stracciato il patto comune facendone un affare di partito. Comunque finisca (a meno di un improbabile 65% o 75% a favore di uno dei due schieramenti) ci sarà una importante fetta del popolo che non si riconoscerà nella costituzione che uscirà dalle urne. Non sarà la costituzione di tutto il popolo ma di poco più della metà di esso. Se dovesse vincere il Si alla costituzione gelliana, gli altri, i sostenitori della costituzione repubblicana si organizzeranno per rovesciare questo risultato, se dovesse vincere il No quanti pensano che si sia persa una  occasione per cambiare le cose proverebbero costantemente a riproporre il loro schema piduista. Con il risultato che la Costituzione diverrebbe terreno di scontro e non più patto concordato.

Il danno è fatto e quelli del Pd si sono comportati come una banda di pazzi irresponsabili, trascinando il paese verso lo scontro interno.

Il 5 dicembre constateremo il fossato di odio che si è aperto e che si approfondirà sempre più se la situazione economico sociale del paese dovesse peggiorare ancora.

Una vittoria del no di larga misura ed il ritorno alla legge elettorale proporzionale sono le primissime misure che possono fermare questa discesa agli inferi del paese.


Tutte condivisibili le valutazioni di Giannuli, fatta eccezzione per la presunta discesa agli inferi di questo paese, perchè mi pare abbastanza palese che la pace sociale non tenga più e non abbia più alcuna ragione d'essere invocata.

08/07/2016

Renzi: la situazione precipita

Dalle elezioni amministrative è iniziata una reazione a catena che sta travolgendo tutto, complice anche la “botta” della Brexit.

In primo luogo le amministrative hanno distrutto l’immagine del Renzi sempre e comunque vincente. Nel complesso il fiorentino se l’è cavata con la risicata vittoria milanese (regalatagli dai renziani di complemento di Basilio Rizzo ed amici) ma non ha potuto evitare una vistosa crepa nel suo blocco di maggioranza, con le critiche di Franceschini.

Come era prevedibile, il risultato delle amministrative è andato molto al di là del significato locale (altro che “votare per i sindaci”, come sostenevano imbecilli e renziani coperti) ed ha attivato un terremoto nazionale. Il doppio nodo è diventato quello dell’Italicum e del referendum. L’esito delle amministrative ha dimostrato che:
 
a. la tendenza del Pd è a calare;
 
b. il risultato del referendum non è affatto scontato, anzi si profila la vittoria del No;

c. con il doppio turno vince il M5s.

Mesi fa scrivemmo pure che se le amministrative fossero andate male per il Pd, la maggioranza bulgara di Renzi nel Pd avrebbe iniziato a sfaldarsi, anche per timore di una seconda sconfitta al Referendum. Le cose stanno andando secondo copione: ha iniziato a smarcarsi Franceschini, che è l’azionista più forte del correntone renziano, con un buon 15-20% al seguito; se dovessero aggiungersi piemontesi (imbestialiti per il risultato torinese) e campani guidati da De Luca, per lui non ci sarebbe più speranza. Un sintomo sono state le sparate contro la battuta di De Luca sulla Raggi “bambolina imbambolata”: conoscendo De Luca ha detto cose infinitamente più pesanti anche su colleghe di partito, questa volta ci è andato leggero, ma le reazioni, molto al di là dell’effettiva portata del caso, credo siano dovute, più che al “politicamente corretto” per cui certe cose non si dicono, alla voglia di mandare un messaggio intimidatorio a De Luca, dimostrandogli come potrebbe essere schiacciato mediaticamente.

Ora è Franceschini a calare l’asso e non si tratta solo del suo peso percentuale in casa Pd, ma anche del fatto che, notoriamente è in rapporti preferenziali con il Colle. Renzi dice “se vince il No tutti a casa, anche il Parlamento”, ma fa i conti senza l’oste del Quirinale che potrebbe non sciogliere le Camere e nominare Franceschini a capo di un governo di unità nazionale (o formula simile) con l’incarico di rifare la legge elettorale invalidata di fatto dal Referendum.

Anche per questo Franceschini ha iniziato ad alzare il fuoco di sbarramento sull’Italicum, sia per porre le premesse di una sua candidatura a Palazzo Chigi, sia perché sa quale sia il terrore dei suoi compagni di partito di vedere i 5 stelle vincitori del ballottaggio. E stanno piovendo sondaggi uno peggiore dell’altro per Renzi: addirittura M5s primo partito al primo turno, che al ballottaggio batte il Pd (anche in coalizione) con uno stacco dai 9 ai 13 punti.

Renzi non sa come uscirne, perché deve tenere il punto e non farsi detronizzare, ma sa anche lui che il referendum, che aveva sognato come l’incoronazione plebiscitaria prima delle politiche, sta diventando l’incubo della sua fine e sa anche che con l’Italicum perde. Ma cambiare la legge elettorale significherebbe ammettere la sconfitta prima del referendum (pessima cosa per lui!) e poi, con un referendum perso lui scomparirebbe dalla scena politica. Poi c’è anche la grana della Corte Costituzionale che potrebbe bocciargli l’Italicum, per cui torneremmo all’ipotesi del Consultellum (proporzionale con clausole di sbarramento) con il rischio di votare con quel sistema: i tempi sarebbero strettissimi per una nuova legge elettorale e sia la destra che il centro potrebbero trovare conveniente votare con un proporzionale più o meno rettificato. Per cui, a quel punto, che legge elettorale potresti fare?

Il fiorentino non è tipo che si perda d’animo ed è uomo di decisioni audaci ed improvvise (occorre riconoscerglielo), per cui sta mettendo a punto un piano di emergenza: sciogliere subiti le Camere ed andare a votare con l’Italicum già a settembre, con questi risultati:
 
a. bloccare le manovre per scalzarlo nel partito;
b. votare prima che le tendenze al successo dei 5 stelle si rafforzino;
 
c. votare prima del referendum, che slitterebbe a dicembre, e che, in caso di vittoria alle politiche, potrebbe essere affrontato meglio;
 
d. epurare le liste del Pd del maggior numero possibile di oppositori;
 
e. prendere tutti gli altri (destra, M5s, Sinistra Italiana ed oppositori interni) di sorpresa.

Si badi che a Renzi non sarebbe necessario vincere alla Camera (al Senato non vincerà nessuno): anche se vincesse il M5s, poi il governo non si farebbe, perché al Senato mancherebbe la maggioranza e questo sarebbe la dimostrazione della bontà della sua riforma costituzionale, per cui il referendum potrebbe essere vinto. A quel punto, nuove elezioni e tentativo di risalire la china.

Piano audace, ma con diversi punti delicati. In primo luogo il Presidente Mattarella potrebbe rinviare il governo alle Camere per verificare se c’è ancora una maggioranza (e lì potremmo assistere ad un numero di varietà, per cui i renziani votano la sfiducia e gli oppositori la fiducia. E’ già successo nel 1987). Poi potrebbe prendere atto della crisi ma non sciogliere le camere, con l’ottimo motivo del referendum pendente, per cui sarebbe scorretto rinviarlo a dicembre per fare nuove elezioni ancora con le due camere, mentre c’è una riforma che ne abolisce una. E magari nominare Capo del Governo, indovina chi? Franceschini! Basterebbe comunque fare un po’ di manfrina per perdere tempo e far venire avanti il referendum.

Peraltro il piano di Renzi determinerebbe un ingorgo istituzionale fra elezioni, referendum costituzionale e pronuncia della Corte tale da mandare in corto circuito il sistema (quando ero giovane, avremmo detto “in tilt” come al flipper, ma c’è ancora qualcuno che gioca a flipper?). Ma non finisce qui.

Un paio di mesi fa, avevamo scritto che l’uscita di Davigo e gli umori che si respiravano nell’Anm facevano presagire che, intorno a luglio, sarebbe arrivato un siluro giudiziario che avrebbe colpito il governo. Infatti è arrivato lo scandalo Alfano che, in un primo momento potrebbe favorire il piano di Renzi con Area Popolare che si smarca dalla maggioranza, però le cose non sono cosi semplici. In primo luogo questo scandalo è appena agli inizi, non sappiamo dove va a parare e già lampeggia il nome di Lotti (il “siluro in sala macchine” di cui avevamo parlato). Se dovesse andare avanti colpendo al cuore il potere renziano, andare a nuove elezioni sotto questo macigno sarebbe da suicidi.

In secondo luogo, il groviglio istituzionale rischierebbe di diventare inestricabile e Mattarella avrebbe ottimo gioco per far saltare in aria il giochino renziano. Infine, se rompe con Area Popolare, Renzi poi con chi si allea? Soprattutto, una rottura del genere compatterebbe i residui del centro con Berlusconi e magari potrebbe rivenire fuori una destra competitiva. A quel punto, il mix fra nuove elezioni e scandali potrebbero dare al M5s quella maggioranza che gli manca al Senato. O magari (hai visto mai?!) un imprevistissimo ballottaggio M5s-Destra con il Pd escluso. Qui ormai può succedere tutto.

E il tutto mentre nessuno si preoccupa della situazione bancaria che rischia un crack generalizzato. Guardate che qui viene giù tutto.

11/06/2015

Ad essere impresentabile non è De Luca… è il Pd

De Luca non è un incidente di percorso del Pd, un occasionale cacicco meridionale la cui presenza il partito ha dovuto subire per i capricci del popolo delle primarie. Se fosse stato questo, Renzi non si sarebbe speso mettendoci personalmente la faccia ed oggi non starebbe ad arrampicarsi sugli specchi per salvarlo dalla legge Severino, altre volte applicata senza sconti.

E non è nemmeno un fenomeno locale, che tocca difendere per onor di bandiera, ma che resta un fenomeno circoscritto. Se così fosse il Pd non arriverebbe ad aggredire una sua stessa esponente, presidente della Commissione Antimafia, che è stata anche presidente del partito.

De Luca esprime l’essenza del Pd attuale. Non mi riferisco ai suoi carichi pendenti che vedremo come andranno a finire e che lo rendono simile a tanti altri amministratori del Pd a Genova, a Venezia… a Roma. Mi riferisco alla sua oscena concezione della politica.

Proprio per la sua manifesta inadeguatezza culturale, la semplicità di feudatario del Cilento, dice quello che il suo gruppo dirigente pensa ma non osa dire. E’ di qualche giorno fa una sua icastica dichiarazione: “Chi se ne frega della Severino?! Chi vince governa”. Una frase in cui c’è tutto un modo di pensare basato su una inversione del principio democratico. Certamente in democrazia a governare deve essere chi ha vinto le elezioni, ma per vincere le elezioni non  basta prendere più voti degli altri, occorre anche farlo nel rispetto delle leggi delle quali, evidentemente, l’aspirante neo governatore della Campania, “se ne frega”.

Non sono mai stato un tifoso della legge Severino che ritengo ambigua, malfatta, inefficace e certamente De Luca ha diritto di ricorrere contro di essa nella sede giudiziaria competente che (a proposito: De Luca si aggiorni!) non è più il Tar ma il tribunale ordinario. Ma sino a quando una norma c’è, si rispetta e non si aggira, magari con la compiacenza di un Governo e di un Parlamento di “amichetti”. Ma la concezione di De Luca è quella dell’asso piglia tutto: chi vince, per fas et nefas poco importa, governa, anzi “comanda” (come insegna il suo capo, Renzi: “un uomo solo al comando”). E’ la stessa concezione della democrazia di Berlusconi, per la quale, chi vince le elezioni è “l’Unto del Signore”. Una concezione predatoria che include anche le leggi ad hoc o ad personam, lo smembramento della Costituzione, l’assalto alle alte cariche dello Stato, il diritto di saccheggio eccetera eccetera. Una concezione che non concepisce i limiti opposti al potere dalle norme dello Stato di Diritto, dalla divisione dei poteri, dal ruolo dell’opinione pubblica. Una idea da caudillos latino americano.

Questa è l’idea del potere che ha anche Renzi, mirabilmente espressa nella sua legge elettorale, per la quale una forza politica che magari rappresenta il 12,5% dell’elettorato totale (ad esempio il 25% del 50% di quanti vanno a votare) si aggiudica il 54% dei seggi dell’unica camera e ha un’ottima base di partenza per cambiare la Costituzione a piacimento. E questo perché “gli italiani devono sapere dalla sera delle votazioni chi governerà”, anzi: “comanderà”, perché il tanghero fiorentino confonde il governo con il Potere nella sua interezza: ma il governo, in uno Stato di diritto, è solo una delle articolazioni del potere, non l’unica. In Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, Austria, Olanda ci sono sistemi elettorali che non garantiscono affatto di sapere chi governerà nei 5 anni successivi, ma, tutto sommato, non mi pare che ci siano particolari drammi. Perché in Italia dovrebbe essere diverso?

Ma De Luca e Renzi non sono uomini da sofisticatezze intellettuali, cose che lasciano agli oziosi, loro sono uomini d’azione, non di cultura e ci tengono a rimarcarlo in ogni occasione, facendo sfoggio del loro spirito praticone e del fastidio per ogni dibattito, soprattutto quando assuma vaghe sfumature culturali. Ed se qualcuno riesce a fare una obiezione, la risposta non è mai nel merito, ma sempre rovesciando insulti ed insinuazioni sull’avversario: “Personaggetto”, “Qualcuno che ha nostalgia del partito che non vince”, “Cialtroneria”, “Rosiconi”, “Disfattisti”,  “Gufi”.

E’ questa la griffe stilistica di entrambi: un cocktaill di arroganza, aggressività, cafoneria, invadenza, prevaricazione, spudoratezza. E’ il Renzi’s tamarro style che ormai non appartiene solo a lui ma è la cifra di una intera classe politica. Ho visto ultimamente su youtube lo scontro fra Orfini e Peter Gomez: al giornalista che, con molta pacatezza cercava di dire quale era stata la reazione del Pd nell’immediatezza della seconda rata di Mafia capitale, Orfini opponeva uno show da super maleducato, interrompendo in continuazione, parlando sopra a Gomez e quando questi, giustamente seccato, ha alzato la voce dicendo “Mi lascia parlare?” la risposta per nulla imbarazzata è stata “No, non parli, perché stai dicendo cose sbagliate”. Ora, può anche darsi che Gomez stesse dicendo cose sbagliate (secondo me no, ma questo è secondario): civiltà vorrebbe che lo si lasciasse finire per replicare dimostrando perché e percome quanto da lui detto è solo un cumulo di cialtronate. E magari anche lo spettatore sarebbe grato per essere stato messo in grado di capire. Ma Orfini, come spesso accade agli uomini della casta, ha ottime ragioni per desiderare che lo spettatore non capisca e per lui è importante solo che il messaggio dell’altro non passi, per cui grida in modo che non si capisca nulla. Ed è ovvio: non può mica ammettere di essere il Presidente di un partito che affonda nella melma di Mafia Capitale! Orfini, più che all’Aula Parlamentare è idoneo al mercato del pesce.

Stessa storia la sera dei risultati elettorali, con un senatore Enrico Carbone, impegnato a minimizzare la sconfitta elettorale del suo partito, cosa per la quale sosteneva che occorresse sommare le liste delle civiche di fiancheggiamento al Pd (ne abbiamo detto negli articoli precedenti) “E basta!” (e quell’”E basta” che non ammette replica di sorta è già spia del livello di civiltà dei parlamentari del Pd). Al povero senatore Stefàno di Sel, che è pugliese ed obiettava che in Puglia nelle civiche c’era proprio di tutto, Carbone rispondeva “Tu pensa a Sel che in Puglia è andata male”. Appunto: perfetto Renzi’s Tamarro Style.

E questo stile è spia di una concezione della democrazia fra l’autoritario e l’oclocratico. Il fatto è che i renziani sono antropologicamente estranei alla civiltà delle buone maniere che, guarda caso, quantomeno storicamente, è la premessa di quella della democrazia.

Ed allora, venite ancora a dirmi che ad essere impresentabile è il solo De Luca? Impresentabile è il Pd in quanto tale.

Ed ho una domanda agli ex militanti del Pci, ancora numerosi, nonostante tutto, nelle file del Pd: ma come fate a non vergognarvi di stare in una cloaca del genere?

Fonte

02/06/2015

Campania. Niente Syriza o Podemos: sconfitta della rappresentanza!

Si scrive già tanto sulle elezioni regionali campane, sulla vittoria di De Luca, ma in questa regione così come nelle altre, non si parla dell'unico e vero vincitore di questa tornata elettorale: NESSUNO.

Con il 49,07% di astensione, sono clamorosamente battuti De Luca e Caldoro, i cui risultati vanno, a questo punto ridimensionati: se consideriamo i 4.818.561 aventi diritti al voto, il neo-presidente è eletto con il 20,4%, mentre il presidente uscente ha ottenuto il 19,08%. Clamorosa e netta quindi la vittoria dell'astensionismo.

La crisi fa male, la crisi attanaglia, la crisi si risente e fa soffrire e in questo clima, quasi metà dei cittadini campani non si sente rappresentato. Dopo anni di crisi e di politiche di austerità che hanno portato a privatizzazioni, tagli, svendita del paese, e disoccupazione alle stelle, la gente dimostra di aver capito il gioco.

Quel vento che in questo 2015 ha visto la vittoria di Syriza in Grecia e quella di Podemos alle elezioni locali in Spagna, sembra non voler soffiare dalle nostre parti.

Si fermino subito quelli che penseranno che forse la crisi non colpisce ancora abbastanza, che in Grecia e in Spagna la gente ha capito perché soffre di più. Chi si è presentato alla sinistra del PD non si permetti di fare questo errore, non se ne esca con le solite frasi del tipo: “ci vuole più unità della sinistra”, o “facciamo la Syriza italiana”.

Il vento che spira negli altri paesi dell'Europa meridionale diventa aria stagnante in Italia, ove risuonano le note di un ritornello che dalla Sinistra Arcobaleno è sempre lo stesso, anche se qualche regione sembra per fortuna distinguersi almeno un po.

Questo risultato elettorale mostra per l'ennesima volta che c'è una vera e propria crisi della rappresentanza, e non un disinteresse per la questione politica.

Senza la minima copertura mediatica, nel 2011 il 57% dei votanti si recò alle urne e il 95% di votanti si espresse per la difesa della gestione pubblica dell'acqua, un voto che andava fortemente contro le politiche neoliberiste e che era sicuramente più rappresentativo della cittadinanza, delle tornate elettorali successive. Peccato che in questo paese, proprio a questo voto non si è data risposta politica; mentre oggi centro destra e centro sinistra rivendicano le proprie vittorie elettorali, nonostante un consenso irrilevante.

Forse è arrivato il momento di raccontare la storia di un percorso elettorale della sinistra campana, ovvero della lista “Sinistra al lavoro” che sin dall'inizio è partita con il piede sbagliato.

Ma prima occorre tornare un po indietro. Qualcuno si ricorderà che a gennaio, qualche compagno provava a mettere su un appello, chiamato “appello Maggio”, un appello chiaro che iniziava così:

“Maggio” vuole essere il centro propulsore di un dibattito politico e culturale per rivendicare le identità, le libertà, l’autodeterminazione, il pluralismo nel rispetto delle differenze e delle soggettività minacciate dalle politiche di austerità”.

In Attac Napoli, nonostante l'appello del tutto condivisibile, fu proprio il nascere del percorso con una scadenza elettorale, nonché qualche dinamica "elettoralistica" a frenare la nostra partecipazione.

Dopo assemblee in tutta la regione, con il tentativo di costruire dai territori un programma, anche insieme a militanti di Sel e del Prc che avevano aderito all'appello, è semplicemente successo che le direzioni nazionali delle due forze politiche abbiano tagliato la testa al toro: “ma che percorso dal basso, qui abbiamo già un accordo elettorale e un candidato presidente: Vozza! Vi piace? Non vi piace? Per noi fa lo stesso!”

Quanto avvenuto non si è svolto senza polemiche, con militanti che hanno criticato duramente questo diktat; e in particolare con la direzione provinciale napoletana di Rifondazione che aveva investito molto in questo percorso.

Allora, chi aveva lanciato l'appello Maggio ha dato una grande prova di maturità, nonché di sincerità politica. Quello che poteva diventare un percorso diverso, alternativo alle politiche dell'austerità, con processi partecipativi e il tentativo di rappresentare davvero la base di questo movimento, i cittadini; è sopravvissuto oggi perché ha avuto il coraggio di non partecipare alla kermesse di “Sinistra al Lavoro”.

Qualche militante che stimo molto ha fatto una scelta diversa, provandoci per l'ennesima volta nonostante le delusioni, e non voglio certo offendere militanti che ci hanno creduto fino alla fine e ci hanno provato come tante altre volte. Ma Sinistra al lavoro, con il 2,2% dei voti (o meglio con lo 0,01% dei voti se con coerenza si fa come precedentemente il calcolo sul totale degli aventi diritto al voto), oggi è un percorso elettorale che passa alla storia della regione Campania come Arcobaleno e Rivoluzione Civile sono passati alla storia dell'Italia.

L'appello Maggio, che lavora da qualche mese alla costruzione di un percorso per il reddito, invece esiste!

Mai come oggi, si ha il bisogno di unità dei movimenti, di una vera e propria coalizione sociale, che metta insieme movimenti in lotta sui territori, da chi lotta per il reddito a chi lotta per la casa, passando per chi lotta per la difesa dei beni comuni, dei territori, tutti dobbiamo essere uniti da una forte battaglia per una finanza pubblica e un modello di democrazia partecipativa.

Una coalizione sociale è necessaria, ha bisogno dell'impegno della cittadinanza per costruire l'alternativa, rilanciare il paese, ridare vita e futuro ai cittadini che da anni soffrono la crisi. Una coalizione sociale non ha bisogno di un leader, non nasce da una manifestazione o dall'appello di qualche Masaniello di turno, nasce dalle persone.

Il 6 giugno, all'Asilo, Attac Napoli chiama i movimenti per un'assemblea pubblica, dal titolo “Riprendiamoci la città”. L'intento è di riprenderci proprio il Comune, di decidere sulle politiche locali. Ma per noi, “riprenderci il comune”, non significa lanciare un percorso elettorale e vedere che succede! Per noi significa costruire una rete dei movimenti che insieme costituisca un percorso di riappropriazione dei nostri diritti, con percorsi reali di democrazia partecipativa, e rivendicando sempre una nuova finanza pubblica e sociale a servizio delle persone e non delle multinazionali.

“Riprendiamoci il Comune” significa che a decidere devono essere i cittadini e non chi si erge a loro rappresentanti a palazzo San Giacomo o al consiglio comunale.

Fonte

29/05/2015

Impresentabili, non solo quelli sulla lista

Intorno alle 14.00 è stato reso noto dalla Commissione Antimafia l’elenco completo dei candidati “impresentabili” alle prossime elezioni regionali. I candidati che secondo la legge vigente – la Legge Severino che è servita a fare fuori Berlusconi tre anni fa – sono presenti sia nelle liste del centro-destra che in quelle del centro-sinistra, più frequentemente nelle liste “collegate” ai candidati presidenti in Campania e Puglia. Qui di seguito l’elenco completo degli “impresentabili”.

I tredici candidati della Campania compresi nella lista dell'Antimafia sono:
Antonio Ambrosio (Forza Italia);
Luciano Passariello (Fratelli d’Italia);
Sergio Nappi (Caldoro presidente);
Vincenzo De Luca (Pd);
Fernando Errico (Ncd-Campania Popolare);
Alessandrina Lonardo (Forza Italia, moglie dell’ex ministro Clemente Mastella);
Francesco Plaitano (Popolari per l’Italia);
Antonio Scalzone (Popolare per l’Italia);
Raffaele Viscardi (Popolari per l’Italia);
Domenico Elefante (Centro Democratico-Scelta Civica);
Biagio Iacolare (Udc);
Carmela Grimaldi (Campania in rete);
Alberico Gambino (Meloni-Fratelli d’Italia-An).

I quattro candidati della Puglia sono:
Fabio Ladisa (Popolari per Emiliano);
Enzo Palmisamo (Movimento per Schittulli);
Giovanni Copertino (Forza Italia);
Massimiliano Oggiano (Lista Oltre con Fitto).

Secondo quanto spiegato dalla Commissione parlamentare Antimafia presieduta da Rosy Bindi, i 17 nomi appartengono a candidati nelle regioni Puglia (in totale 4) e Campania (i restanti 13). Si tratta di candidati alle prossime elezioni che hanno subito condanne giudiziarie e che, per la legge Severino, non sono quindi eleggibili.

Il problema più serio, ovviamente, riguarda il candidato presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, sostenuto dal Partito Democratico; in particolare, l’Antimafia ha segnalato che dagli atti trasmessi dal procuratore della Repubblica di Salerno risulta che pende un giudizio a carico di De Luca, nel procedimento per il reato di concussione continuata commesso dal maggio 1998 e con “condotta in corso”.

La reazione di De Luca non si è fatta attendere ed ha denunciato Rosy Bindi per diffamazione sfidandola poi ad un pubblico dibattito per sbugiardarla.

L'altro nome già noto in Campania è quello della moglie di Clemente Mastella, Alessandrina Lonardo, a carico della quale vi è un procedimento della procura di Napoli, pendente in primo grado, in cui si ipotizza il reato di concussione, con udienza di rinvio fissata al 3 giugno prossimo. Nel certificato dei carichi pendenti viene indicata la concussione tentata e non consumata. Ma le bordate più pesanti contro la presidente della Commissione Antimafia partono proprio dal suo partito: il PD.

Il primo a sparare a palle incatenate contro Rosy Bindi è stato l'ultrà renziano Ernesto Carbone: “Rosy Bindi sta violando la Costituzione”, ha twittato il deputato del PD. “Allucinante che si pieghi la commissione antimafia a vendette interne di corrente partitica”. Pronta la replica della Bindi che in conferenza stampa ha affermato: “Posso non abbassarmi alla risposta a questa domanda?”.

Ma anche dagli Stati maggiori del PD volano frecce velenose: “Come noto non ho mai avuto un buon rapporto con De Luca. Ciononostante, quello che sta accadendo in queste ore è davvero incredibile” ha affermato il presidente del Pd, Matteo Orfini. “L’iniziativa della presidente della commissione Antimafia è incredibile istituzionalmente, giuridicamente, ma anche culturalmente, perché ci riporta indietro di secoli, quando i processi si facevano nelle piazze aizzando la folla”. Poi è intervenuto anche Renzi affermando che “Mai visto dibattito così autoreferenziale e lontano dalla realtà come quello sui candidati impresentabili” ha spiegato “Perché sono pronto a scommettere che come tutti sanno ma nessuno ha il coraggio di dire nessuno di loro - nessuno! - verrà eletto. Sono quasi tutti espressioni di piccole liste civiche”. Renzi in questo sembra un po' il “Pasquale” delle gag di Totò, sapendo bene che il problema rilevante è quello del “suo” candidato presidente in Campania cioè De Luca.

Questa vicenda va ormai ad aggiungersi alle molte che si vanno accumulando nel canestro delle forzature e delle pressioni del governo Renzi e del Pd contro le leggi esistenti. Prima gli strali verso la Corte Costituzionale rea di non adeguarsi alle esigenze di bilancio e ai diktat di Bruxelles che le impongono, adesso contro l'attuazione delle Legge Severino da tutti votata e accettata - tranne ovviamente da Berlusconi che fino ad oggi ne è stato una delle poche "vittime". Il governo Renzi in tal senso sta facendo impallidire quelli del cavaliere, ma della indignazione democratica vista e girotondata negli ultimi venti anni sembra non esserci più traccia*.

Fonte

* A dimostrazione che i "democratici" degli ultimi 20 anni era dei meri moralisti da stadio.

02/03/2015

Primarie Pd. Alla fine passa De Luca

Si sono tenute le primarie del centrosinistra campano in vista delle elezioni regionali di marzo. Quando ancora lo spoglio è in corso pare oramai acquisita la vittoria di Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno decaduto per la questione del doppio incarico durante il Governo Letta. Il ras salernitano ha battuto nettamente il suo competitore principale, l’eurodeputato Andrea Cozzolino; poco più che una comparsa, invece, il terzo candidato, l’esponente del “PSI” Di Lello. L’affluenza sarebbe di più di 150.000 votanti. Ovviamente su quest’ultimo dato e sull’intera procedura è lecito quantomeno storcere il naso ed avere qualche dubbio, visto il circo che abitualmente si dimostrano essere le primarie del PD; infatti, non è escluso che riesploda un caos simile a quello che nel 2011 portò ad annullare le primarie per il candidato sindaco di Napoli, che videro prevalere proprio Cozzolino fra evidenti brogli.

Vincenzo De Luca è famoso per i suoi atteggiamenti fascistoidi e per le sue celebri sceriffate contro immigrati, mendicanti, poveri e compagni dei movimenti sociali. In circa 20 anni di amministrazione a Salerno ha cambiato il volto della città attraverso una colata di cemento dietro l’altra che hanno trasformato lo scenario urbano; l’esito è stato una città-vetrina a vocazione turistica dal volto molto borghese ed escludente. Anche per la regione propone come modello di amministrazione quello esibito nella sua città, cioè autoritario e con l’istituzione a fare da committente per lo sviluppo economico attraverso la pianificazione di un gran numero di cantieri e opere pubbliche; ovviamente, resta da capire come poter mettere in atto tale schema classicamente keynesiano di destra in un momento come questo in cui la Troika controlla in maniera ferrea le politiche economiche del nostro paese attraverso tutti i dispositivi che conosciamo, i quali si riverberano fortemente sull’autonomia di spesa degli enti locali.

Viene nettamente sconfitto, invece, il residuo clientelare della stagione di Bassolino rappresentato da Andrea Cozzolino, ex-assessore alle Attività Produttive.

C’è da dire che la maggioranza renziana del PD ha ostacolato in ogni modo entrambi i candidati ed ha cercato, con esiti molto maldestri, di non far svolgere le primarie imponendo un candidato “unitario” nella persona dell’ex-esponente di SEL Gennaro Migliore, ampiamente e tristemente noto negli ambienti di sinistra e anche di movimento; non è escluso che Renzi continui ad ostacolare De Luca, appoggiando sottobanco il debolissimo candidato del centrodestra e Governatore uscente Caldoro, molto più vicino ai canoni del personale politico da operetta renziano. Sia il clientelismo assistenzialista di Cozzolino, sia il “keynesismo di destra” di De Luca, infatti, sono in parte un fardello da superare rispetto alle compatibilità imposte dalla troika, che non intende limitare lo spazio concesso a tali sistemi di micro-potere locale; e tuttavia, il terreno degli enti locali si conferma un punto debole sulla strada dell’imposizione del modello renziano di amministrazione per conto terzi, anche perché su tale terreno si scaricano molte delle contraddizioni che tale modello implica.

In questo quadro contraddittorio, resta viva ed ha spazio politico concreto l’esperienza scaturita dall’appello maggio ed il suo tentativo di dar vita alle elezioni regionali ad una lista che sia espressione delle lotte sociali che attraversano la Campania su un terreno di opposizione al PD (oltre che a Caldoro), anche in alleanza con altre liste, le quali, ovviamente condividano anch’esse la collocazione politica di autonomia e indipendenza dalla candidatura di De Luca. Su questo terreno siamo pronti a misurarci e ad andare avanti.

Attesissimo, ora diventa l’eventuale pronunciamento di De Magistris, il quale, fino ad ora, non si è schierato apertamente ma ha solo fatto filtrare, per poi smentirlo, il nome del suo Assessore alla Cultura Nino Daniele come possibile candidato indipendente dal PD, raccogliendo il plauso di SEL e anche l’apertura degli aderenti all’appello Maggio. Il sindaco di Napoli, infatti, secondo alcune voci difficili da valutare, potrebbe anche appoggiare la candidatura di De Luca in nome di una presunta concezione comune della “politica legata ai territori” acquisita attraverso l’esperienza di amministrazione comunale.

Fonte