Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/02/2026
Nella rete di Epstein c’erano decine di intellettuali e scienziati
Esaminando i file si evince che nessuno dei personaggi citati nelle conversazioni ha partecipato alle attività illegali del finanziere statunitense condannato per reati sessuali contro minori, ma appare ora evidente che tutti facevano parte di una cerchia di celebrità scientifiche che Epstein adulava e sponsorizzava per ripulire la sua immagine e fornire una legittimazione alle sue posizioni razziste, pedofile e misogine.
I personaggi più rilevanti della lista sono indubbiamente Noam Chomsky e Bill Gates, Nei documenti compare anche Lisa Randall, fisica teorica dell’Università di Harvard a Cambridge che in varie mail scherzava con Epstein sugli arresti domiciliari imposti al finanziere dopo il suo arresto nel 2008 per adescamento sessuale da parte di una minorenne.
Secondo la rivista Nature, i nuovi documenti – che includono anche Stephen Kosslyn, neuroscienziato di Stanford e Harvard, e Corina Tarnita, professoressa a Princeton – rivelano che i legami di Epstein con la comunità scientifica erano più profondi di quanto si pensasse in precedenza.
Dopo la sua condanna per reati sessuali nel 2008, Epstein mantenne contatti con eminenti scienziati, alcuni dei quali continuarono a frequentarlo e a ricevere finanziamenti dalle sue casse o semplicemente per godere della sua ospitalità e dei lussi che il finanziere metteva loro a disposizione.
In veste di filantropo, Epstein investì vari milioni di dollari in progetti di fisica teorica, biologia evolutiva e genetica presso istituzioni come Harvard, il MIT e l’Arizona State University. Finanziava anche ricerche e organizzava sontuose conferenze e feste di ricerca a cui parteciparono personaggi come i fisici Stephen Hawking e Kip Thorne.
I documenti appena pubblicati dimostrano che Jeffrey Epstein ha cercato il sostegno di una cerchia ancora più ampia di scienziati per convalidare idee e progetti controversi legati a razza, cognizione e genere, in cui i precetti suprematisti venivano trascesi, come la possibilità di migliorare il genoma umano e trasmettere determinati tratti per creare esseri umani superiori.
Attraverso agenti letterari come John Brockman e i contatti editoriali della sua compagna e stretta collaboratrice Ghislaine Maxwell, Epstein creò anche un club di incontri scientifici per soli uomini.
In questo “club maschile”, lo scambio privato di idee razziste e sessiste era frequente. Uno dei casi più eclatanti emersi è una serie di email del 2016 tra Epstein e lo scienziato cognitivo tedesco Joscha Bach, allora professore al MIT, in cui affermavano cose come “I bambini neri negli Stati Uniti potrebbero avere uno sviluppo cognitivo più lento” e discutevano di modifiche genetiche per “rendere le persone nere più intelligenti”. Lo stesso scambio affrontava anche la mancanza di capacità delle donne in “aree altamente astratte”.
L’ultima serie di documenti include anche uno scambio di messaggi del 2016 con il medico Peter Attia, in cui scherzano su una donna adulta che chiamano “merce”.
Epstein voleva anche investire nella ricerca per modificare geneticamente gli embrioni ed aveva pianificato di “seminare” il suo DNA fecondando 20 donne contemporaneamente, cosa di cui aveva discusso con diversi scienziati di alto livello.
Oltre a quelli che compaiono nell’elenco dei 30 scienziati del nuovo gruppo, i fascicoli di Epstein includono altri nomi di spicco nella cerchia di influenza che cercava di coltivare attorno a sé, che a volte assomigliava a una rete di supporto reciproco. È il caso di Lawrence Krauss, all’epoca fisico teorico presso l’Arizona State University, che ricevette sostegno finanziario da Epstein e gli chiese persino consiglio su come difendersi dalle accuse di molestie sessuali che alla fine portarono alla sua espulsione dall’università.
Fonte
16/08/2024
Una lettera inedita di Edward Said agli ebrei statunitensi sugli abusi di Israele
Si tratta di una lettera aperta scritta nel 1989 ai suoi colleghi ebrei statunitensi, invitandoli a prendere posizione contro gli abusi d’Israele nei confronti dei palestinesi, ma mai pubblicata fino al 2022, quando è stata poi divulgata sulla rivista statunitense Jewish Currents.
In questi giorni di febbrile attesa delle possibili risposte da parte di Iran ed Hezbollah nei confronti del governo israeliano dopo le uccisioni mirate di Fuad Shukr (capo militare di Hezbollah) e di Ismail Haniyeh (capo politico di Hamas), si avverte la mancanza di una voce sincera che possa difendere i palestinesi. La voce di Edward W.Said, scrittore statunitense di origine palestinese, teorico letterario, critico e intellettuale poliedrico, scomparso nel 2003.
A distanza di 36 anni questa lettera appare attuale e continua ad offrire elementi di riflessione per capire le ragioni storiche di quello che oggi sta accadendo in Palestina.
Said ha scritto questa lettera in piena prima Intifada e subito dopo la “Dichiarazione di indipendenza dello Stato di Palestina” adottata dal Consiglio Nazionale palestinese nel novembre 1988 ad Algeri. Dichiarazione, alla cui stesura aveva anche partecipato lo stesso Said, scritta dal grande poeta Mahmoud Darwish, e poi letta da Yasser Arafat durante la sessione conclusiva del 19° Consiglio Nazionale Palestinese.
È il primo documento ufficiale dell’Olp, denso di significato, che proclama la Palestina come Stato indipendente. Evocava l’eroismo ed i sacrifici del popolo palestinese, la sua aspirazione alla libertà oltre a portare un messaggio di pace rivolto al mondo intero. Al termine della Dichiarazione, Arafat dichiarò di assumere il titolo di “Presidente della Palestina”.
Said, membro del Consiglio nazionale palestinese, in questa fase sostiene, con Arafat, la spartizione Israele-Palestina lungo le linee dell’armistizio del 1949, ossia sul 22% della Palestina storica.
Un sacrificio di notevole entità.
Lettera aperta agli intellettuali ebrei americaniSaid cambierà idea dopo gli Accordi di Oslo del 1993, a causa dei quali, il numero degli insediamenti in Cisgiordania subiranno una crescita esponenziale, rendendo quindi impossibile la sovranità palestinese. Negli ultimi anni della sua vita, Said sostiene invece la soluzione dello Stato Unico democratico bi-nazionale. Come sostenuto anche da Ocalan per la soluzione del popolo curdo (vedi qui)
“Quando gli ebrei parlano di Israele come un luogo in cui tornare a casa, ammetterete che la parola “casa” alle orecchie palestinesi abbia un effetto letale. Non minimizzo quello che per gli ebrei è un antichissimo problema di persecuzione, alienazione ed esilio, ma dovete anche comprendere il nostro dolore al vedere letteralmente la “nostra” casa trasformata nella casa, nel Paese di qualcun altro, proprio come vedere che i morti palestinesi – colpiti da proiettili, picchiati, asfissiati da parte di Israele – negli ultimi cinquant’anni continuano ad aumentare e ora si contano a migliaia. Soltanto durante l’Intifada il bilancio ha superato le 600 persone. Quindi, ciò che è stato deciso alle riunioni del Consiglio nazionale palestinese (Pnc) di Algeri ha un significato di poco inferiore all’auto-amputazione nazionale, fatta consapevolmente e, vorrei insistere, coraggiosamente nell’interesse della pace e di una certa misura di giustizia per una nazione deprivata, molto addolorata e sofferente.
L’improvvisa catastrofica rottura per cui una terra e una casa una volta nostre sono state dichiarate lo Stato ebraico di Israele non può essere liquidata con disprezzo poiché la sua definitività ha colpito ogni singolo palestinese.
Questi sono fatti e richiedono una comprensione non inferiore a quella del vostro passato che voi come ebrei avete richiesto al mondo. Non dico che i fatti non vadano interpretati, dico soltanto che non vanno manipolati. Tuttavia, non penso che sia un’esagerazione affermare che, con poche eccezioni, il sostegno degli ebrei americani a Israele dal 1948 in poi (e soprattutto dopo il 1967) è stato prescrittivamente legato ad una disumanizzazione, al rifiuto e, dopo la metà degli anni settanta, ad una demonizzazione del popolo palestinese.
Ciò che conta qui è la verità, non un regolamento di conti“
“La funzione degli accordi di Oslo – scriverà poi nel 2000 – è quella di ingabbiare i palestinesi in ciò che resta delle loro stesse terre, come i reclusi di un manicomio o di una prigione. Ciò che stupisce non è la rivolta popolare contro questo diktat, ma il fatto che esso abbia potuto essere spacciato per pace invece che per la desolazione che in realtà è sempre stata.Le parole di Said ci dicono che è fondamentale non assistere in silenzio all’ingiustizia perpetrata nei confronti del popolo palestinese. Si deve denunciare il genocidio coloniale in atto; gli interessi economici che sono alla base del suo sostegno; il business delle armi e l’accordo militare tra Italia ed Israele; le torture nelle carceri e la detenzione amministrativa; sostenere le mobilitazioni in atto degli studenti; le azioni promosse dal BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). Questo ha un solo un significato: prendere una posizione chiara nei confronti del governo israeliano.
Nel periodo successivo al 1948 non avremmo dovuto emergere solo come “arabi” senza volto, assassini, nemici, soggetti a tutta una gamma di deformazioni poco attraenti, ripetute automaticamente e incessantemente. Eppure è proprio così che siamo emersi. E sono state queste caratteristiche negative a permettere agli intellettuali apologeti di Israele di contrapporci al liberalismo, alla democrazia, all’illuminismo israeliani eccetera, così da sottolinearli. E, devo aggiungere rapidamente, la nostra disumanizzazione è avvenuta come un’estensione della già impressionante serie di misure adottate da Israele per cancellare gran parte della nostra presenza dalla nostra terra natale. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati trasformati in rifugiati. Oltre 400 villaggi palestinesi sono stati distrutti, guerre senza fine e misure punitive sia militari sia civili sono state attuate da Israele contro di noi.
Entro la metà del 1967 l’intera Palestina storica era sotto il dominio israeliano.
Dopo il 1967, ma soprattutto dopo la guerra del 1973, quando l’America è diventata il pilastro di Israele, la riduzione retorica, discorsiva e ideologica dell’esperienza palestinese a un paio di terribili clichè, è diventata più importante che mai. Enormi quantità di denaro e armi sono andate a Israele; all’Onu ogni critica giusta o ingiusta nei confronti di Israele è stata bloccata. Quasi senza eccezioni, i politici statunitensi hanno imparato l’arte di ignorare la verità – cose scomode come il bombardamento dei campi profughi, il comportamento audacemente illegale delle truppe israeliane nei confronti dei civili palestinesi disarmati, gli espropri, le censure, le detenzioni preventive, le espulsioni, le torture, le demolizioni di case, gli omicidi senza fine – e allo stesso tempo placare la lobby con più aiuti finanziari e più elogi per Israele, più preoccupazione su ciò che è “buono per Israele” indipendentemente da quanto cattivo potrebbe essere non solo per i palestinesi ma anche per gli statunitensi.“
La situazione attuale in Palestina, come sottolineato anche da Said nella sua lettera, è sempre più pesante. La mano sionista schiaccia giorno dopo giorno la popolazione palestinese, la deruba di dignità, libertà, di case, sradica alberi, strappa pezzi di terra e occupa città.
I coloni poi occupano sempre più spazi togliendoli ai cittadini palestinesi trasformandoli in insediamenti illegali per il diritto internazionale. Ma tutto rimane sotto silenzio, non si può criticare Israele. Pena essere considerati antisemiti e fiancheggiatori dei terroristi.
“Prima dell’era Reagan, una tattica intellettuale particolarmente spiacevole è emersa tra i liberali per i quali il pacifismo, il rispetto dei diritti umani, le cause antimperiali e antinucleari erano legittimamente attuali, ma che esplicitamente o implicitamente facevano un’eccezione per Israele. In qualche modo, le norme che regolano la critica ai regimi che hanno imprigionato persone ingiustamente o che hanno discriminato i cittadini per ragioni di razza o religione, o che si sono fatti beffe del diritto internazionale, sono state condonate o il giudizio sospeso nella maggior parte dei casi in cui Israele era coinvolto... Così anche gli intellettuali ebrei americani accettavano abitualmente questi abusi come necessari per la sicurezza israeliana (...)Per Said è importante ricordare l’assedio di Beirut e il massacro di Sabra e Chatila del 1982
Non riesco a capire come prove nude e crude possono essere ignorate dagli intellettuali americani perché la “sicurezza” di Israele lo richiede. Eppure vengono ignorate o nascoste, non importa quanto sia prepotentemente crudele, non importa quanto disumano e barbaro, non importa quanto forte Israele proclami ciò che sta facendo. Bombardare un ospedale; usare il napalm contro i civili; richiedere a uomini e ragazzi palestinesi di camminare a quattro zampe, abbaiare o urlare “Arafat è un figlio di una puttana”; spezzare gambe e braccia ai bambini; confinare le persone in campi di detenzione nel deserto senza spazi adeguati; servizi igenici, acqua e senza muovere accuse ufficiali; usare gas lacrimogeni nelle scuole: tutti questi sono atti orribili, che facciano parte di una guerra contro il “terrorismo” o che rispondano a esigenza di sicurezza. Non notarli, non ricordarli, non dire: aspetta un attimo, possono simili atti essere necessari per il bene del popolo ebraico? È inspiegabile, ma significa anche essere complici.
Dov’è la presunta prova che “gli Stati arabi hanno giurato di distruggere Israele?” Semplicemente non esiste, ma anche se esistesse, c’è una qualche proporzionalità, una qualche simmetria tra i giuramenti da un lato e l’ostinata e sistematica oppressione per quattro decenni proprio di quelle persone spodestate e sfollate da Israele? (...)
I corpi sono lì per essere contati – migliaia di vittime palestinesi, oltre ai massacri del 1948, all’occupazione del 1982, al tentativo di far morire di fame oggi intere città e campi a Gaza e in Cisgiordania, rispetto al numero relativamente basso di vittime israeliane, sono tutte il risultato di pratiche scioccanti e condannabili – ma non lo sono mai. Così dobbiamo desumere che come palestinesi le nostre morti e sofferenze contano 100 volte meno di quelle di persone vere come gli israeliani (...)”
I campi di Sabra e Chatila vennero scelti come ritorsione perchè in quei quartieri viveva e vive l’anima e il corpo di una parte importante di quel popolo palestinese che, più di altri, ha vissuto il dramma di una diaspora cruenta. Una diaspora attiva, operosa, mai umiliata, quindi una forza che costituisce l’anima rivoluzionaria del popolo palestinese, da cui trae energia l’OLP.
A Sabra e Chatila si è sparato, sgozzato, sventrato senza nessuna selezione con il solo obiettivo di liquidare una comunità. Sabra e Chatila è una macchia sulla moralità della comunità internazionale.
Per questo, è importante ricordare e denunciare il grande silenzio che regna intorno alla vita dei rifugiati palestinesi.
Per i sopravvissuti di Sabra e Chatila il massacro non rappresenta solo la perdita di uno o più familiari, ma è anche il momento in cui si sono sentiti umiliati dalla comunità internazionale, perché non è stata ancora in grado di giungere a nessuna condanna precisa, senza nessuna giustizia e nessun tipo di risarcimento. (vedi qui)
Dopo l’assedio di Beirut nel 1982, l’American Israel Public Affairs Committee inviò conferenzieri in tutto il Paese per dimostrare che i media erano stati antisemiti. Quando il lavoro di Noam Chomsky vi fa allusione, lui, la persona, non quello che dice, viene attaccato senza pietà nonostante le montagne di prove che presenta; lo stesso sordido destino attende chiunque critichi i misfatti di Israele(...)Said purtroppo ha ragione. La situazione in tutto il Medio Oriente non è in pace e non ci si può fidare di nessun stato arabo. Per esempio, la Turchia nel febbraio 2022 ha dato avvio ad una campagna di bombardamenti sistematici in tutto il Kurdistan. Ha colpito chi ha combattuto l’Isis e chi rappresenta anche un esempio della messa in pratica del Confederalismo Democratico sostenuto da Ocalan, leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Queste azioni di morte contro aree civili, non dovrebbero essere accettate da un mondo democratico, come spesso viene invece definito.
Si diffama semplicemente la persona, si scredita il suo carattere o la sua storia e si evita sempre qualsiasi discussione sui dettagli confusi.
Non posso dire chi sia il responsabile di questo stato di cose, ma sicuramente non si sarebbe potuto verificare se la lobby israeliana non avesse contato sul fatto che intellettuali che solitamente si fanno sentire avrebbero collaborato o taciuto.
Devo notare con rispetto e ammirazione che a causa della guerra in Libano e dell’Intifada alcuni intellettuali ebrei americani hanno cominciato a parlare apertamente. Ma anche in questi casi le abitudini di una generazione hanno influenzato e contenuto le loro parole...
Il contributo principale dell’era Reagan-Schultz è stato quello di instillare in tutti i sostenitori di Israele la disciplina di “non fare pressioni” su Israele.
Alla fine del 1987, lo stesso giorno in cui Ronald Reagan rimproverò gentilmente Israele per aver sparato a bambini palestinesi disarmati, altri 280 milioni di dollari furono stanziati per il nostro alleato strategico. Quanti altri aiuti, quante scuse servili, quante vite palestinesi sono necessarie come “misure di rafforzamento della fiducia” affinché Israele e i suoi sostenitori finalmente acconsentano a esaminare i danni?(...)
Ciò che Israele e i suoi sostenitori hanno fatto ai palestinesi, punire un’intera nazione, non può in fondo essere negato. Né si può sostenere che siano la paura e l’insicurezza ad aver di fatto dettato una politica volta a negare l’istruzione a centinaia di migliaia di studenti palestinesi chiudendo per mesi scuole e università.
Merita la vostra attenzione una prova che fa riflettere su varie categorie di comportamenti ufficiali israeliani negli ultimi 18 mesi. Mentre leggete chiedetevi se la “paura” e “l’insicurezza” giustificano queste cose.
Nella sezione “Uso della forza” abbiamo: statistiche su decessi e vittime; l’uso della forza in risposta alle manifestazioni; proiettili veri; proiettili di plastica; una politica di percosse; brutalità nell’esercito: uso di proiettili di gomma, uso del gas lacrimogeno come mezzo di terrore, molestie e distruzione di proprietà, raid dell’esercito nei villaggi e nei campi profughi, squadroni della morte. Alla voce “Ostacolo alle cure mediche” troviamo: ostacolo alle cure sanitarie, negazione dei servizi medici alla popolazione soggetta a coprifuoco prolungato, attacchi al personale medico sul campo, raid militari contro ospedali, eccetera. Non dimenticate che questi abomini sono compiuti da una delle maggiori potenze militari del mondo contro una popolazione civile disarmata. Questo triste elenco di elementi documentati, verificati, attestati nelle 475 pagine che seguono va avanti per sei pagine.
Per evitare che ve la prendiate con me anziché con ciò che sto dicendo e con i fatti che non possono essere facilmente confutati, vi concederò che la nostra situazione come intellettuali arabi e palestinesi americani non è qualcosa di cui vantarsi.”
Un silenzio che getta una coltre fitta di nebbia su questi avvenimenti, come se tutto fosse “normale”. Mentre di normale non c’è proprio nulla. (vedi qui)
“Gli Stati arabi e i loro governanti – prosegue Said – sono una categoria spaventosa.Said afferma anche che il successo e l’efficacia del sionismo è dovuto alla sua politica attenta ai minimi dettagli e non semplicemente ad una visione generica colonialista.
L’Iraq massacra i curdi, i libanesi si liquidano a vicenda, la Siria bombarda tutto ciò che può, la Libia finanza il terrorismo: questi e altri oltraggi hanno luogo in società prive di libertà democratiche, in cui la corruzione, l’incompetenza e una mancanza collettiva di serietà regnano praticamente incontrollate e incontrastate.
La rinascita dell’islam, non meno di quella del cristianesimo e dell’ebraismo, ha prodotto una spaventosa processione di leader religiosi squilibrati e di entusiasti con la schiuma alla bocca.
I nostri non sono meno sgradevoli dei vostri, così come un’alternativa teocratica non è preferibile a un’altra. Inoltre, potrei sostenere un’invettiva contro la leadership palestinese che, come tutti ammettiamo, non è all’altezza della volontà del popolo di resistere, una volontà caparbia e piena di risorse.
Ciò di cui penso che dobbiamo iniziare a parlare è quindi il riconoscimento comune dell’asimmetria di potere tra Israele e palestinesi e, in secondo luogo, il riconoscimento che Israele e i suoi sostenitori hanno una grande responsabilità per l’attuale situazione del popolo palestinese.
La questione fondamentale è come gli intellettuali ebrei americani si relazionano con quel potere: il potere dello Stato, della lobby, dello status quo e delle principali organizzazioni ebraiche che in privato ho sentito molti di voi dire non rappresentarvi affatto.
Non penso sia ingiusto affermare che la maggior parte degli intellettuali ebrei americani non dissentano né si oppongono bensì servono quello schieramento di poteri.
Se si accetta la linea del governo israeliano, si sta in effetti accettando uno stato di ostilità prolungato all’infinito non solo tra Israele e i palestinesi, ma tra Israele e virtualmente tutti i suoi vicini. Ciò che un futuro del genere realmente significa è molto meno felice di quello che può essere racchiuso sotto espressioni come “sicurezza di Israele”. Significa proseguire nella repressione dei palestinesi”.
La Palestina infatti, fin dall’inizio, è stata studiata nei minimi particolari per poterne così pianificare la colonizzazione.
Gli arabi non hanno saputo rispondere a questo progetto, pensavano che bastasse il fatto che vivevano lì e che possedevano quelle terre, per essere al sicuro.
Said, invece, aveva capito con lucidità che i molti processi di pace, in realtà rappresentavano l’azione con cui il progetto sionista avrebbe continuato il suo piano ambizioso di espropri attuati a Gerusalemme est, di espansione delle colonie e della distruzione dei villaggi beduini. Ovvero, i processi di pace avevano il compito di dare maggiore sicurezza e terra ad Israele e non di restituirla al popolo palestinese.
“Il sionismo nella pratica e in Medio Oriente è sempre stato più onesto che negli Stati Uniti.Said richiama quindi i suoi colleghi ebrei alle loro responsabilità
Ben Gurion non ha mai nascosto di preferire un Israele in guerra piuttosto che uno in pace con gli arabi.
Se una tale politica sembrava necessaria durante i primi anni di vita dello Stato israeliano, è continuata nel presente con conseguenze incredibilmente pericolose e persino stupidamente autodistruttive.
L’idea che, se Israele è nei guai in patria o con gli Stati Uniti, possa improvvisamente lanciare un attacco “preventivo” diversivo da qualche parte è già abbastanza grave; che lo faccia con l’illusione che gli Stati Uniti copriranno sempre le azioni israeliane con il loro denaro e il loro potere, grazie alla lobby e ai suoi servitori, è un suicidio.
La logica dell’escalation militare è in tal modo giustificata in un mondo arabo ora completamente armato con un “deterrente” contro la capacità nucleare israeliana: il nome del deterrente è armi chimiche e biologiche. Con questa logica in atto, le conseguenze sociali ed economiche legate al militarismo su vasta scala saranno terribili.
Incoraggiare Israele a mettere lo stivale in faccia agli arabi e ai musulmani è una follia; non siete consapevoli di come il risentimento, l’odio e il desiderio di vendetta si stiano accumulando nei cuori arabi e musulmani già pericolosamente pieni di passione disinformata, odio indiscriminato, rabbia indistinta? Dire che Israele non è il solo da incolpare, o che è stata prestata troppo attenzione da parte dei media al trattamento riservato ai palestinesi, non rappresenta una seria giustificazione delle deplorevoli politiche di Israele.
Né Israele, né i suoi sostenitori possono un giorno chiedere un esame scrupoloso e fondato sui principi dello straziante passato ebraico così come dei pericoli per gli ebrei nel presente, e poi, il giorno dopo, quando i palestinesi rivendicano lo stesso diritto, dire che gli ebrei non hanno bisogno di guardare troppo da vicino al passato e al presente palestinesi.”
“La storia palestinese e la storia ebraica sono, almeno per il XX secolo, inscritte l’una nell’altra; non possono essere separate, e devono essere valutate e riconosciute in termini morali, in termini di un futuro in cui entrambi i popoli abbiano il diritto alla sopravvivenza e a un’esistenza dignitosa in una Palestina condivisa, divisa in due Stati.La lettera aperta di Edward W.Said agli intellettuali ebrei americani del 1989 si conclude con queste parole e speranze.
Non meno degli ebrei, i palestinesi hanno raggiunto un grado innegabile e irreversibile di autocoscienza nazionale al quale sarebbe etnocida opporsi.
Se ho ragione, allora gli intellettuali ebrei americani devono dichiararsi apertamente e alla luce del sole per la sopravvivenza congiunta e politicamente paritaria di due popoli, oppure dovrebbero dire apertamente che ritengono che i palestinesi sono e dovrebbero rimanere meno uguali degli ebrei.
Nel primo caso, noi – palestinesi ed ebrei in America – possiamo combattere insieme, dalla stessa parte. Gli imperativi sono la fine dell’occupazione e, cosa ancora più importante, una certa pressione effettiva sul governo statunitense affinché modifichi e ispiri la politica israeliana.
Avete le risorse e potete contare anche sulle nostre per raggiungere un simile obiettivo.
La seconda è un’opzione che può essere combattuta direttamente, come tanti hanno combattuto Rabbi Kahane, rabbino e politico estremista statunitense.
Ma qualunque cosa facciate, vi prego di non voltarvi dall’altra parte, di non tergiversare, di non parlare di tutto tranne che del Medio Oriente, di non mettere in dubbio la mia persona dicendo che i problemi sono il terrorismo, l’islam e la cultura o l’intransigenza araba.
Mentre i palestinesi vengono uccisi ogni giorno dai soldati israeliani, e mentre la nazione palestinese viene punita senza pietà dallo Stato del popolo ebraico, il vostro ruolo di intellettuali, io credo, è quello di testimoniare contro questi crimini. Ciò serve anche a fornire agli israeliani sotto attacco e ai loro sostenitori un modello alternativo alla coercizione o alla stridente militanza senza fine diretta contro una regione in cui, nel bene e nel male, Israele deve cercare di sopravvivere in modo umano e appropriato.
Mi sembra quindi che la strada davanti a noi sia chiaramente tracciata”.
“Dobbiamo lottare per la giustizia, la verità e il diritto ad una critica onesta, oppure dobbiamo semplicemente rinunciare al titolo di intellettuali”.Purtroppo, da quella data, sono successe tantissime vicende sotto gli occhi di un mondo indifferente fino ad arrivare alla data del 7 ottobre 2023. Questa data segna lo spartiacque della questione palestinese. Il mondo ha riscoperto la sua esistenza, una presenza costante ma spesso silente, apparentemente irrisolvibile ed esplosiva. Oggi in un momento così tragico con il pericolo di una guerra totale, ci manca la lucidità di Said e le sue analisi. Come afferma il giornalista Robert Fisk, nessuno potrà prendere il suo posto, oggi più che mai, in un momento in cui i palestinesi avrebbero bisogno di una voce sincera che li difenda. Sono soli.
Per fortuna restano i suoi numerosi libri, le sue parole che ci accompagnano nel comprendere la tragedia del popolo palestinese.
“La pace va fatta tra uguali, ed è proprio questo che qui non funziona”.Fonte
17/11/2023
Habermas, o la bancarotta di un filosofo borghese
Orbene, chiunque conosca Habermas quale teorico dell’argomentazione veritativa e del dialogo basato sulla intenzione veridica, non dovrebbe meravigliarsi più di tanto per il fatto che quella presa di posizione apertamente guerrafondaia e brutalmente filosionista sia maturata, per dirla con Marx, “sotto le volte ipocrite della speculazione” e sia quindi modellata sullo stampo di una retorica pseudofilosofica che, essendo figlia delle istituzioni e dei rituali accademici, arma la mano del dispotismo imperiale fingendo che il mondo e le relazioni sociali siano come la “Scuola di Atene” di Raffaello, in cui i diversi pensatori dissertano ‘sine ira et studio’ suì massimi problemi dell’etica, della politica e della metafisica.
D’altra parte, questo pensatore ultranovantenne, transfugo della “scuola di Francoforte” e seppellitore dei suoi maggiori esponenti tanto migliori di lui (mi riferisco ad Adorno e a Horkheimer), non è nuovo ad una postura di totale adesione al blocco imperialista euro-atlantico.
Quando gli fu fatto notare, in analoga circostanza, che nel 1999 in Jugoslavia non c’era nessun genocidio serbo, egli fece finta di niente e con la stessa identica postura di pieno sostegno alla Nato e agli Usa sostenne egualmente l’intervento “umanitario” di queste potenze nel Kosovo, intervento effettuato mediante bombardamenti che utilizzavano l’uranio impoverito e colpivano indiscriminatamente la popolazione civile (fu addirittura centrata dalle bombe l’ambasciata cinese a Belgrado).
Sennonché quei Soloni tedeschi, dopo aver asserito che il furioso attacco di Israele «è giustificato», non si peritano di raccomandare che tale attacco sia eseguito rispettando «i principii di proporzionalità», evitando vittime civili e intraprendendo una guerra con la prospettiva di una pace futura.
E mentre in tutto il mondo e nello stesso Occidente imperialista si sviluppa una crescente mobilitazione di massa in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio consumato dallo Stato sionista israeliano sull’inerme popolo palestinese, aggiungono, raggiungendo l’apice dell’ipocrisia e, insieme, dell’impudenza, che, a parer loro, non aiuta nella valutazione di quel conflitto se «alle azioni israeliane vengono attribuite intenzioni genocide».
Del resto, si potrebbe ancora continuare in questo museo degli orrori sottolineando il gravissimo errore che consiste nell’ignorare la presenza dell’elefante nella stanza, ossia nel rifiutarsi di riconoscere la natura aggressiva, terroristica, razzista e colonialista del sionismo, e identificando l’antisionismo con l’antisemitismo, come se l’esistenza di Auschwitz cancellasse ogni responsabilità penale e giustificasse ogni azione criminale di Israele nei confronti dei suoi avversari palestinesi ‘per omnia saecula saeculorum’.
In realtà, anche se Habermas se ne è dimenticato (o ha preferito metterla fra parentesi), pur avendo appreso a suo tempo questa verità grazie alla parte sana dell’insegnamento impartito dalla “scuola di Francoforte”, il crimine collettivo di Auschwitz, esattamente come il crimine collettivo di Hiroshima che è l’ineludibile termine di confronto con Auschwitz, non fu una peculiarità nazionale, giacché le sue radici risalgono al capitalismo.
È questo sistema socio-economico che, non rifuggendo dal mascherarli anche sotto le mentite spoglie di appelli etici al dialogo e alla comunicazione intersoggettiva, va riconosciuto come il vero padre della violenza e della barbarie, della tirannide e dell’orrore, e dunque resta la più grave minaccia per l’umanità.
Ecco perché, lungi dal prendere gli Usa a modello della democrazia, come insiste a proporre con senile accanimento Habermas, un intransigente antiamericanismo oggi – in questi decenni di brutale americanizzazione della nostra società – appare l’unica posizione moralmente e intellettualmente degna che un pensatore degno di rispetto possa e debba prendere.
Fonte
25/05/2023
Sul ruolo pubblico degli scienziati
“Parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di biologia? … io non parlo di cose che non conosco”Come dice Nanni Moretti “io non parlo di cose che non conosco” e su questo siamo tutti d’accordo, ma questo non significa che “i fisici devono parlare solo di fisica” o “gli scienziati solo di scienza” come ha recentemente sostenuto Umberto Galimberti, che sembra aver perso la bussola del ragionamento razionale, proprio in riferimento al “caso Rovelli”. I fisici e gli scienziati sono degli intellettuali e come ha scritto Noam Chomsky
“gli intellettuali sono dei privilegiati; il privilegio porta delle opportunità e le opportunità a loro volta implicano delle responsabilità. È a quel punto che un individuo deve scegliere. ... Tornando alle due categorie di intellettuali, è quasi un assioma storico che gli intellettuali conformisti, ossia coloro che appoggiano la linea ufficiale e trascurano o giustificano i crimini dell’autorità godano di prestigio e privilegi all’interno della loro società, e che al contrario gli intellettuali guidati dai valori siano penalizzati in un modo o nell’altro.”Prendere una posizione contro corrente è sempre difficile, sia nella scienza che nella società ma c’è una differenza fondamentale che bisogna sottolineare. Prediamo due casi recenti. Negli ultimi giorni due diversi episodi che riguardano il ruolo pubblico degli scienziati sono stati all’attenzione dell’opinione pubblica: l’intervento sulla guerra del fisico Carlo Rovelli al concerto del Primo Maggio, e la polemica tra il geologo Alberto Prestininzi e Chloé Bertini di Ultima Generazione, un gruppo di attivisti sul problema dei cambiamenti climatici, nel programma di Corrado Formigli Piazza Pulita. C’è una differenza sostanziale tra questi due interventi.
Prestininzi fa parte di uno sparuto gruppo di accademici che nega l’impatto umano sul riscaldamento climatico e rifiuta le proposte di annullamento delle emissioni di gas serra entro il 2050. È noto per essere un “negazionista climatico” e per questo è stato contrapposto a Chloé Bertini. L’idea era quella di stimolare il famoso “contraddittorio”: idea sbagliata poiché Prestininzi e i suoi colleghi, che non sono climatologi, hanno una tesi che nella letteratura scientifica non trova riscontri. Un recente studio di 88.125 articoli scientifici relativi al clima ha mostrato che il 99,9% di questi concorda sul fatto che i cambiamenti climatici sono principalmente causati dall’uomo. Complessivamente, la ricerca ha prodotto 28 articoli implicitamente o esplicitamente scettici, tutti pubblicati su riviste minori. Questo risultato migliora quello del 2013 secondo il quale il consenso era del 97%. Nonostante questi risultati, i sondaggi dell’opinione pubblica e le opinioni di politici e rappresentanti pubblici evidenziano l’errata convinzione che tra gli scienziati esista ancora un dibattito significativo sulla vera causa del cambiamento climatico.
Questo è l’effetto di trasmissioni come quella di Formigli: il grande pubblico non ha gli strumenti per comprendere la discussione scientifica che non avviene in tivvù ma nella letteratura scientifica in cui gli articoli sono revisionati dai pari. Se un articolo viene pubblicato non significa che sia necessariamente corretto, ma la revisione agisce da filtro per eliminare tesi assurde. Spesso, quando si ha una tesi innovativa, è difficile pubblicare un articolo scientifico e chi propone una nuova idea deve faticare ad affermarla: ma lo deve fare nella letteratura scientifica. Chi si rivolge al di fuori di essa, si pone automaticamente al di fuori della dinamica della ricerca scientifica, ed è questo il problema dei negazionisti climatici.
Due posizioni contrapposte caratterizzano anche il dibattito sulla guerra in Ucraina ma la delega agli esperti, se esistono, è molto più problematica. In questo caso nei media la posizione maggioritaria è rappresentata da chi pensa che “se vuoi la pace vinci la guerra” e dunque è favorevole all’invio di armi all’Ucraina. Secondo Carlo Rovelli “i guerrafondai traggono vantaggio economico o politico dalla prosecuzione della guerra, vogliono vincere tutto fino in fondo, continuare la guerra, umiliare il nemico. Questo a mio parere è sbagliato, sia dal punto vista morale, perché crea altro dolore, sia dal punto di vista razionale. Perché cercare la vittoria totale è andare verso la Terza guerra mondiale”. In questo caso non si tratta di un dibattito nella letteratura scientifica: di fronte all’opinione pubblica ci si presenta con la forza delle proprie idee supportate dalla propria credibilità, ed è questo il ruolo di un intellettuale.
Il ministro Crosetto, chiamato in causa da Rovelli per il suo conflitto d’interessi per essere stato consulente di Leonardo, una delle più grandi aziende produttrici di armi al mondo, ha liquidato la critica di Rovelli dicendo “pensi a fare il fisico”: si occupi delle sue astruse teorie dei buchi bianchi e lasci stare il resto. Si capisce che Crosetto preferisca il fisico Roberto Cingolani, che proprio il suo governo ha nominato amministratore delegato di Leonardo. Cingolani è diventato l’emblema dello scienziato di regime collezionando una lunga serie di cariche assegnate dalla politica: nominato dal governo Berlusconi direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, tra i fondatori di Human Technopole (governo Renzi), voluto da Grillo al ministero della transizione ecologica nel governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni.
Rovelli è invece diventato noto al grande pubblico per i suoi libri divulgativi e nel campo della fisica era già molto noto per i suoi importanti lavori sulla gravità quantistica, un campo di ricerca in cui si cerca di unificare due teorie che sembrano agli antipodi la meccanica quantistica con la teoria della relatività generale che è usata per interpretare i fenomeni astrofisici. Ultimamente è diventato uno dei riferimenti sulla guerra e pur sostenendo una tesi controcorrente è riuscito a non essere travolto ed emarginato dalla propaganda proprio grazie alla sua statura intellettuale. Un grande fisico del secolo scorso, Isidor Rabi, diceva “penso che i fisici siano i Peter Pan della razza umana. Non crescono mai e mantengono la loro curiosità”. Chi meglio di Carlo Rovelli ha la capacità di dirci che il re è nudo?
Fonte
29/01/2023
L’Italia ha ancora qualcosa da dire?
di Luca Baiada
A settembre 1944, per la riapertura dell’Università di Firenze, Piero Calamandrei fa un discorso che verrà stampato col titolo L’Italia ha ancora qualcosa da dire. L’anno che si apre sotto il governo Meloni, invece, consegna al futuro un paese impoverito, confuso, profondamente ingiusto e innamorato di tristi balocchi: sport corrotto, barbarie da schermo, ossessioni mangerecce, devozionismi piazzaioli, sottocultura fisica fatta di tatuaggi, di tinture per capelli, di sesso ginnico, seriale o immaginato.
Le rovine non sono quelle della battaglia di Firenze, non c’è un comandante «Potente» da piangere insieme, stretti alla Brigata Sinigaglia, ma non c’è neanche da festeggiare la sconfitta dei cecchini, i terroristi del gerarca Pavolini tirati giù dai tetti a fucilate. Anzi, solo a parlare di combattimento a mano armata si rischiano accuse di odio, perché adesso, fra gli ammennicoli di una società rigidamente classista, c’è un accessorio da psicopolizia: l’accusa di malanimo. Un po’ è nipote dei sospetti di stregoneria e malocchio, un po’ è figliastra di certi reati d’opinione evanescenti, quelli nel codice penale che porta la firma di Mussolini, e che la mano del nuovo quadro politico potrebbe persino peggiorare.
Il buon uso delle rovine, alla Franco Fortini, ha fatto poca scuola, e se si dovesse guardare a Firenze si avrebbe un bel campionario: la città vetrina, coi negozi tirati a spolvero, con le luci giuste e il diffusore di profumo, non è quella in Mara di Blasetti (ma da Vasco Pratolini), con Yves Montand, nel 1954. Nel senso che la devastazione, a Firenze come nelle altre città italiane, passa dagli occhi, dalle mani, dai cellulari, c’è chi la trova divertente e c’è chi l’ha trasformata in spettacolo senza intervallo, monolocale nei contenuti e tascabile nei terminali. È il trionfo di un affarismo estrattivo, a spese dell’ambiente naturale, umano, culturale. Persino a spese di qualcosa che si potrebbe chiamare anima, se il concetto non fosse stato prima abusato nelle sacrestie, ma adesso, con più furbizia, accaparrato dalla pubblicità dei prodotti per animali da compagnia.
Bolton King, nel suo Fascism in Italy del 1931, bollava Mussolini come «cattivo europeo» e denunciava: «Odia il “malsano internazionalismo” ed è stato amaro contro le “parole di pace, di umanità, di fratellanza tra i popoli”; accetta la Società delle Nazioni solo in quanto vi è obbligato». Le parentele di questo col sovranismo del XXI secolo sono carsiche e alterate da convitati di pietra: una massa di denaro europeo da spartire, uno sciame di investitori che si sposta secondo le convenienze, un ceto di mediatori che ci fa la cresta con le provvigioni. Di Fascism in Italy, libro asciutto e molto british, stampato clandestinamente da Giustizia e libertà, Lauro De Bosis gettò un po’ di copie, in volo su Roma, prima di inabissarsi nel Mar Tirreno col suo piccolo aeroplano. Oggi De Bosis sembrerebbe un Icaro in vestaglia, un esteta balordo con le paturnie, perché fra le cose che ci hanno rubato c’è il senso profondo di santità civile. È stato sostituito da una italica levitas immutabile, tornata su dai tempi dei cicisbei, degli abatini e delle accademie, come le blatte, inesorabilmente, tornano su dall’acquaio, a dispetto di tutti i disinfettanti.
Anche Cesare Zavattini aveva fiutato la trappola, aveva capito che ci sono molti modi per dire, e molti di più per mettere a tacere: «Per la verità la censura è come Proteo, si trasforma continuamente»; l’autore di Totò il buono vedeva lontano: «Insomma è un modo di vita, un modo di governo». Lo scriveva a proposito di cinema: censura attraverso i finanziamenti, i suggerimenti politici, i premi; ma vale per tutto. Le sue parole riemergono in la Pace. Scritti di lotta contro la guerra (La nave di Teseo, 2021), e il titolo è proprio così, comincia con la minuscola e poi s’ingrossa. Somiglia a lui. Me lo ricordo nel suo studio, coi fiaschi di vino sugli scaffali, insieme ai libri. Adesso il Proteo piglia la forma di una memoria ingessata, innocua, imprigionata in una pappa di chiacchiere, come certi insetti di milioni di anni fa, che non pungono più perché sono avvolti in una goccia d’ambra, mutati in gioielli. La memoria diventata soprammobile: un fermacarte chiamato memoria. Un accompagnamento indispensabile nelle case perbene, come quei fiori da niente in cui Raffaello Giolli vedeva il sunto atroce della sconfitta del Risorgimento, fin nel privato, nella prostituzione degli intellettuali: la conservazione era già riuscita a impadronirsi di ogni cosa; «ma non della storia, che è un’altra cosa. Tutt’al più, s’è detto, dei libri degli storici: ma anche questi non erano che oggetti deperibili, un illuso ornamento dell’ora, altri fiori di carta». Così scriveva, quel grande, prima di essere deportato a Mauthausen Gusen, da cui non avrebbe fatto ritorno.
In questo momento l’Italia non ha nulla da dire perché si parla
nell’ombelico, perché non ha niente da dire agli altri, perché è un
paese rattrappito.
Gli avvertimenti non erano mancati, e presto. Nell’Antologia della Resistenza,
ideata nel 1950 a Torino, al congresso nazionale dei centri del libro
popolare, c’è un’introduzione di Augusto Monti, che ci tiene a far
sapere di averla scritta a Cavour:
Oggi, a cinque anni soli dalla Liberazione, in Italia c’è di nuovo il fascismo, nella Europa occidentale e centrale c’è di nuovo il nazifascismo, in America è spuntato e s’espande il fascismo. E si voleva, di nuovo, dare l’allarme: ricordare che il fascismo è come la gramigna, che finché non s’è fatto tutto per estirparla non s’è fatto niente; e un campo dove alligni anche una piccola radice di tale zizzania non può portar nulla di buono. Il fascismo è il fior del male. È il grido della civetta, segna la morte. È come la stella cometa che viene ad annunciare la guerra: oggi il fascismo, domani il peggio.
Ma nel 1950 l’unità del fronte antifascista era già quasi un ricordo. Tutti si sentivano più furbi di quell’arnese superato, troppo corto per una rivoluzione e troppo lungo per il quieto vivere, come l’abito smesso di un fratello a cui si rimproverano oscure colpe, per nascondere la propria inadeguatezza. Tutti avevano priorità urgenti, escatologie formidabili, promesse dell’avvenire, di qua o di là dalla morte. Qualcuno voleva imparare da Machiavelli i trucchi per giocare d’astuzia il papato, mentre il Vaticano si leccava ancora le labbra per il buon boccone concordatario, incassato nel 1929 ed entrato nella nuova Costituzione, nel 1947, a dispetto della Repubblica.
Le promesse al di qua della morte, prima della fine del secolo si sarebbero rivelate più facili da mettere alla berlina: sarebbe bastato prendere a picconate un muro. Le altre, si sa, si prestano meglio a differimenti controllati, a indulgenze, a compravendite di anime del Purgatorio, al «vi faremo sapere». Questo spiega perché la morte di un tedesco coi modi zuccherini dell’Omino di burro di Collodi, un bavarese che nel 1950 era un giovane chierico, ma che pochi anni prima aveva fatto parte della Hitlerjugend, della Wehrmacht e della Flak, combattendo per Hitler, nel 2023 attira folle a Roma, e si sente gridare «santo subito» come per il suo predecessore polacco, che lui stesso canonizzò a furor di popolino.
Il secolo breve che comincia a Sarajevo, finisce a Sarajevo, nota Eric Hobsbawm in The Present as History,
uno scritto vertiginoso pubblicato come «Creighton Lecture», perciò
rispettabile come una bombetta londinese. Le questioni nazionali si
ripresentano, ombre col corpo, false perché hanno qualche verità fra
parentesi. Le insiemistiche umane che le solidarietà di classe perdono
di vista, tornano a braccetto delle sorellastre identitarie e viscerali,
e finisce l’incantesimo: Cenerentola si ritrova nei cenci di serva, la
carrozza d’oro torna a essere una misera zucca.
L’Italia, un po’, aveva provato a fare chiarezza, soprattutto quando era stata chiarezza di parte. Raffaello Ramat, nel melmoso clima badogliano dell’agosto 1943:
Di questo avvilimento generale una classe sopra tutte è responsabile: quella degli scrittori. Gli scrittori hanno il compito di educare. Non si venga fuori con l’autonomia dell’arte: quello è un altro discorso, e chi lo incominciasse ora, vorrebbe imbrogliare le carte. […] In ispecie agli scrittori dei giornali, si deve la situazione che si era stabilita in Italia, per cui ciascuno mentiva e chi l’ascoltava fingeva di crederlo in buona fede perché gli altri fingessero di crederlo in buona fede quando fosse arrivato il suo turno di mentire.
Si vede che non era stato ascoltato, molto tempo prima, Giuseppe Mazzini: «Pensate a rinnovare l’edificio intellettuale con gli scritti poiché il politico non potete; scotete le menti, mutando il punto di mossa e la linea di direzione, scrivete storie, romanzi, libri di filosofia, giornali letterari; ma sempre colla mente all’intento unico che dobbiamo prefiggerci, col cuore alla patria». Patria. Si ascolta male, questa parola, se a ripeterla adesso è un governo che vuole togliere ai poveri un misero sussidio, persino diversificare i diritti sociali secondo le regioni, chiamando l’inganno «autonomia differenziata». Si ascolta male, mentre ragazzini imberbi cadono sul lavoro, in omicidi chiamati «incidenti». Ma il senso del discorso era forte, in Mazzini: l’Italia e l’unificazione nazionale, o sono per l’umanità, o non sono. Pericoloso o inconfessabile?
Renzo Renzi, che era stato fascista, che si era chiarito le idee in guerra, e che nel 1953 finì in galera per il progetto di un film imbarazzante, L’armata s’agapò, mise in guardia: «Il fascismo era la patria. Com’era possibile rovesciare il fascismo senza rovesciare anche la patria, religiosa comunità degli italiani? (Simili giochetti sono di moda anche oggi da parte di chi si identifica con la patria, quindi esige il massimo rispetto)». Ma neanche negli anni Cinquanta, un partito si sarebbe cucito un nome sforbiciando le prime parole dell’inno nazionale.
Quando il progetto fu continentale, invece, patria si poté dire con altri sensi. Una fotografia, a Montefiorino. Due partigiane armate ne affiancano una terza, raggiante, che srotola da un pennone una bella bandiera. Guardi meglio, cerchi il punto alla Roland Barthes, e vedi che il pennone è un mattarello, la bandiera è una sfoglia di farina: forse serve per una grossa piadina, forse è la base per ritagliarci i tortellini. Una frugale abbondanza armata, una padronanza del proprio destino che sprizzano gioia. Allora, l’Italia ebbe qualcosa da dire, affidando l’orazione a una pagina appetitosa e a grosse biro d’acciaio, di quelle col manico e la cinghia a tracolla. Ma il volume era un’opera aperta, che sotto raspava la terra e intorno la sognava tutta quanta, come il trattore della famiglia Cervi, col mappamondo montato sopra il motore.
Antonio Gramsci, ricordando il primato italiano riconosciuto proprio da Mazzini, come da Gioberti, lo considera retorico ma salva la sostanza: c’è un cosmopolitismo italiano, non perché romano né perché cattolico, ma come produttore di civiltà: «La tradizione italiana si continua dialetticamente nel popolo lavoratore e nei suoi intellettuali, non nel cittadino tradizionale o nell’intellettuale tradizionale». È il «popolo lavoratore», cosmopolita per vocazione storica, che non sfrutta ma coopera alla costruzione del mondo, perché «si può dimostrare che Cesare è all’origine di questa tradizione». Di questo non c’è una migliore spiegazione, ma quel che conta è che Gramsci finisca per salvare un primato. Eppure, persino lo storico Cesare Balbo aveva messo in guardia dalla pretesa di imitare l’impero romano: «Per non essere degeneri bisogna saper essere decaduti», aveva scritto nel Sommario della storia d’Italia, lettura d’uso dell’Ottocento. E Benedetto Croce, in La storia come pensiero e come azione, ha buon gioco a chiarire che gli italiani non sono gli antichi romani, insomma a spiegare:
Un popolo nuovo col nostro male e col nostro bene, strettamente legato al mondo tutto del nostro momento storico, un popolo che si ricongiunge, ma solo idealmente, agli altri che vissero sulla medesima terra (medesima a un dipresso), quando compie nella vita civile cose grandi come le compierono quelli.
Una continuità in funzione del merito, ma non quello che nel 2023 dà il nome a un ministero. E poi: cose grandi, ma non si sa come. Tutto questo non ricorda il barone di Münchhausen e il suo gesto salvifico, quando si solleva da un fosso, lui e il cavallo, tirandosi per il codino? In ambito marxista, c’è un ruolo messianico della classe operaia, specialmente quella tedesca. Secondo Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, negli «Annali franco-tedeschi», il proletariato che è vittima dell’ingiustizia assoluta può riscattare l’uomo e tutta la società, e questa è l’emancipazione tedesca; l’emancipazione del tedesco è l’emancipazione dell’uomo, filosofia e proletariato possono realizzarsi ed emanciparsi solo insieme, «il giorno della resurrezione tedesca sarà annunziato dal canto del gallo francese». Negli stessi «Annali», però, ci sono i versi di Georg Herwegh, un poeta oggi trascurato:
Su un altare arroventato,
com’è l’uso dei tedeschi,
ci indoraste le catene
per non farle arrugginire.
Tirapiedi dei Borboni –
puah! che storia fastidiosa!
Quale mai, fra le nazioni
la Germania non tradi? […]
Testimone, quella morta
Repubblica italiana.
Un secolo dopo gli «Annali franco-tedeschi» il gallo francese, servo dell’aquila con la svastica, produrrà il mostro di Vichy agli ordini di Berlino. Ma contemporaneamente un altro poeta, stavolta italiano, Pier Paolo Pasolini, si sottrarrà alla divisa della Rsi, e in seguito darà il titolo al primo romanzo prendendolo proprio da Marx, da una lettera del 1843, negli stessi «Annali»:
Riforma della coscienza, non mediante dogmi, bensì mediante l’analisi della coscienza mistica oscura a se stessa, sia che si presenti in modo religioso, sia in modo politico. Si vedrà allora come da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa, di cui non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente.
Come si sia potuto, partendo da questo sogno e da questa liberazione, mettere sugli altari il diamat, materialismo dialettico in confezione staliniana, è un’opera al nero che può sorprendere chi non considera altre imbalsamazioni: partendo dalla presa della Bastiglia, si è arrivati a incoronare Napoleone e consorte, imperatore e imperatrice, direttamente in una cattedrale; partendo dal Discorso della montagna, si è arrivati allo Ior e ai patriarchi ortodossi che benedicono le armi russe e ucraine, magari litigando sul calendario del Natale.
Ha qualcosa da dire, chi fa e dice per gli altri. Per questo,
l’Italia incapricciata d’un padrone, o al limite d’una padroncina, può
tutt’al più borbottare.
L’ultima lettera dell’austriaco Rudolf Fischer alla figlia ce la consegna la raccolta Lettere di condannati a morte della Resistenza europea,
a cura di Malvezzi e Pirelli, con prefazione di Thomas Mann: «Credimi:
chi vive solo per sé, chi solo per sé cerca la felicità, non vive bene e
nemmeno felice. L’uomo ha bisogno di qualcosa che sia superiore alla
cornice del proprio io, dico di più, che sia sopra al suo stesso io».
Fischer è decapitato dai nazisti il 28 gennaio 1943.
04/11/2022
Necessità e ambiguità della manifestazione per la pace del 5 novembre
In primo luogo va sottolineato l’intervento a gamba tesa del Presidente della Repubblica Mattarella, proprio alla vigilia della manifestazione, nel quale ha riaffermato “il sostegno senza riserve a Kiev” nella guerra. Dunque la continuità della linea guerrafondaia seguita fin qui dall’Italia dentro la Nato e la Ue. Nessun tentativo, neppure timido, di interloquire con una manifestazione che chiede invece un cambiamento di rotta rispetto a quella seguita ossessivamente fino ad oggi.
Eppure i promotori della manifestazione (soprattutto l’associazionismo cattolico e quello di “sinistra”, insieme a Cgil Cisl Uil) hanno fatto di tutto per rendere la piattaforma della manifestazione estremamente generica e accettabile da tutti: cessate il fuoco, negoziati, stop alla minaccia delle armi nucleari. Anche in questa occasione, come già era avvenuto nella manifestazione di marzo, è stata la Cisl a imporre un più marcato sostegno all’Ucraina che ha provocato moltissime recriminazioni e aperto nuovamente grandissime ambiguità.
I guerrafondai (Meloni e prima ancora Draghi, Quirinale, Pd, Calenda etc.) pretendono il perpetuarsi della posizione italiana nell’ambito dell’ostilità dichiarata alla Russia e rigettano ogni equidistanza come approccio alla posizione che richiede un negoziato tra le parti, dunque Russia e Ucraina, come alternativa alla prosecuzione della guerra.
I promotori della manifestazione hanno cercato di smarcarsi da questa ipoteca fin troppo timidamente, mentre la spinta che viene dalla società appare assai più avanzata di quella espressa dalla politica.
Dalla piattaforma infatti è assente quello stop all’invio di armi all’Ucraina che è precondizione minima di ogni smarcamento dell’Italia dal coinvolgimento attivo nella guerra per procura degli Usa e della Nato in Ucraina. E non è certo un dettaglio, anzi è il fattore decisivo sia perché è la richiesta consolidata e maggioritaria nell’opinione pubblica in Italia, sia perché prevede e consente azioni concrete e conseguenti sul piano politico e parlamentare.
Sta in questo l’ambiguità su cui ha giocato il leader del M5S Giuseppe Conte nel costruire la manifestazione del 5 novembre. È in questa ambiguità che la manifestazione configura una “zona grigia” in cui, paradossalmente, potrebbero trovare accoglienza anche i guerrafondai del PD, cioè i più ossessi sostenitori del coinvolgimento militare dell’Italia nella guerra, dell’invio di armi all’Ucraina e dell'obbedienza alla Nato. Ma in questo caso l’ambiguità diventerebbe una contraddizione irricevibile per molti che saranno in piazza sabato pomeriggio.
Inutile, ovviamente, pretendere dagli organizzatori della manifestazione di sabato qualche messa in discussione della subalternità dell’Italia alla Nato, che pure sta dimostrando materialmente la pericolosità dei suoi vincoli e dei suoi automatismi per il nostro paese e le sue relazioni con il resto del mondo. Eppure proprio nel ridisegno dei rapporti con la gabbia euroatlantica – che noi decliniamo come rottura – è possibile individuare la necessità per l’Italia di avere una politica estera non allineata e quindi più aperta alla cooperazione internazionale in un mondo avviato velocemente verso la multipolarità.
La divaricazione delle posizioni sulla guerra è leggibile anche nella contrapposizione che attraversa il mondo degli intellettuali, diviso dall’appello pubblicato dal giornale cattolico “Avvenire”, firmato tra gli altri da Massimo Cacciari, Franco Cardini e Marcello Veneziani, secondo il quale la minaccia delle armi nucleari impone lo stop alla guerra, non presuppone il ritiro dell’occupante e prevede il riconoscimento delle istanze della Russia in sede di negoziato, compresa l’istituzione di organismi misti russo-ucraini per lo sfruttamento delle risorse dei territori contesi.
Apertamente contrapposto a questo, è stato reso pubblico un altro appello dal sapore guerrafondaio, promosso da Micromega e sottoscritto tra gli altri da Paolo Flores d’Arcais, Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni e Erri De Luca, secondo il quale “pace vuol dire il ritiro dell’aggressore entro i suoi confini, ogni altra soluzione sarebbe un premio a chi la pace l’ha violata”.
Ne deriva che dentro la manifestazione per la pace del 5 novembre agiranno posizioni politiche sulla guerra molto diverse tra loro e che faranno bene a palesarsi come tali.
Una divaricazione che viene colta significativamente da “un giornale di riferimento” di molti di quelli che saranno in piazza. La Repubblica infatti sottolinea che: “In tutte le storiche manifestazioni pacifiste ci sono sempre stati due filoni culturali di base: quello nonviolento e quello antimperialista. Non mancano neanche in questa occasione, ma con ulteriori diversificazioni all’interno di ciascuno e con una inquietante domanda: qual è l’imperialismo nel mirino, quello russo o quello americano? Alcune delle forze che manifesteranno addebitano a Usa, Nato e Ucraina la responsabilità principale della prosecuzione del conflitto.
Un esempio minore ma lampante: Unione popolare, il cartello che alle Politiche era guidato dall’ex pm Luigi de Magistris e che comprende Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e altre forze minori, ha completamente espunto dall’appello la parte di solidarietà e appoggio al popolo ucraino, sostituendolo con questo passaggio: “Più armi, più distruzioni, più morti non sono la soluzione“.
L’Unione Popolare sabato sarà in piazza e parteciperà alla manifestazione dando appuntamento alle ore 13 in Piazza Esquilino a chi ha una posizione antiguerra e anti-Nato più definita.
Sabato 5 novembre in piazza per la pace e contro la guerra ci saranno dunque motivazioni assai diversificate. Come spiegato nelle settimane scorse anche sul nostro giornale, è un bene che la gente si opponga al coinvolgimento dell’Italia nella guerra arrivando a tale conclusione anche da strade e con ragionamenti diversi dal nostro, ma va definito nettamente un perimetro politico dentro al quale non può esserci inclusione per chi, con atti materiali in Parlamento, nel governo e nella società, agisce per la prosecuzione della guerra, l’invio delle armi all’Ucraina e il rigetto di ogni negoziato che non sia solo sanzione di vittorie o sconfitte militari.
Fonte
16/10/2021
La Tristezza del post-operaismo
Il libro contiene diversi articoli, ma quello sull’operaismo italiano, anzi su 3 autorevoli membri e un mezzo di questa storia (Bifo, Negri, Revel e Lazzarato), è davvero curioso e pieno di sorprese.
Intanto, perché ci fa vedere con gli occhi di un americano un mondo e certi personaggi che da bambini abbiamo visto al telegiornale presentati come gente capace di prendere i lupi a calci nel culo. Poi perché ci dice che fuori dall’Italia certi scrittori nostrani hanno non solo un discreto pubblico, ma godono di una certa venerazione, manco fossero delle Rock Star.
Dopo il ’68, dice Graeber, i pensatori radicali misero in discussione i nodi del sistema di pensiero occidentale, (un po’ come aveva fatto il dadaismo) fino a proclamare «la morte dell’Uomo, della Verità, della Società, della Ragione, della Dialettica, persino della Morte stessa».
Ma nel giro di un decennio le posizioni radicali possibili nell’ambito della grande tradizione della filosofia post-cartesiana sono state fondamentalmente esaurite. Il momento eroico era finito. Soprattutto, è diventato sempre più difficile partire dal presupposto che gli atti eroici di sovversione epistemologica fossero rivoluzionari, o comunque particolarmente sovversivi in campo sociale. I loro effetti sono diventati, semmai, depoliticizzanti.
Come l’esperimento formale dell’avanguardia si è adattato perfettamente ad abbellire le abitazioni dei banchieri conservatori, e il montaggio surrealista si è prestato a divenire il linguaggio dell’industria pubblicitaria, così la teoria post-strutturalista si è dimostrata la filosofia perfetta per accademici auto-compiaciuti e senza nessun coinvolgimento politico.
«Se non altro», dice Graeber, «questo spiegherebbe la cifra ossessivo-compulsiva del costante ritorno a simili momenti eroici. Si tratta di una sottile forma di conservatorismo, una nostalgia per i tempi in cui era possibile indossare un vestito di carta stagnola, urlare un verso senza senso, e osservare come un pubblico di placidi borghesi divenisse una folla inferocita.»
Questo tentativo di liberazione è stato fortemente depoliticizzante, e averlo riproposto in tempi recenti ha significato un grosso passo indietro.
Si possono fare molte obiezioni a questa analisi di Graeber. Ma la migliore la fornisce lo stesso Graeber, quando racconta di quella volta che venne regalata una macchina ad un gruppo di agitatori anarchici di New York.
La macchina diventò un problema grosso. Non c’era modo di gestirla. Il gruppo era disorganizzato – anarchico, appunto! – non aveva una personalità giuridica, e quindi non poteva intestarsi una macchina, o sottoscrivere un’assicurazione. Diventarlo avrebbe significato avere un codice, un nome, e dunque essere identificabili.
La macchina non poteva essere intestata neanche ad uno dei membri del gruppo, perché anche in questo caso non poteva essere usata da altri senza deleghe, carte di identità, e tutto l’armamentario di uno stato di polizia.
Non c’era verso di uscire dall’impasse senza declinare l’offerta, senza rifiutare l’affare e ritirarsi, per così dire, dal mondo.
I post-operaisti hanno trovato, a modo loro, un modo di stare nel mondo, un modo di stare sulla cresta dell’onda, che è un modo tutto italiano di interpretare il teleologismo borghese.
Un modo non molto dissimile da quello trovato dagli anarchici di Occupy Wall Street. Mentre i primi hanno persino messo a repentaglio la loro stessa vita per il desiderio quasi morboso del nuovo, del difficile, del proibito, e spesso dello scandalo – ricordiamo tutti quel passo di Dominio e Sabotaggio, dove Negri si squaglia alla sola idea di calarsi il passamontagna; i secondi, come Stirner, hanno finito per inciampare sull’identità – un’identità negata che non fa che ritornare anche nella negazione.
Insomma, entrambi i gruppi, con in testa la rivoluzione, perdono di vista le piccole cose del mondo, la vita spicciola del popolo minuto. Per entrambi vale ancora quel motto di Saint-Just dove forse ha un peso determinante proprio quell’inutile «forse» caduto a caso in mezzo alla frase: «La forza delle cose ci porta forse a risultati che non avevamo previsto».
Fonte
18/09/2021
Dalle foibe al green pass: il politically correct comincia a sgretolarsi
Sarzana, 3 settembre. Il professor Alessandro Barbero sale sul palco del Festival della Mente accolto da un’ovazione da stadio. “Dai basta, lasciatemi parlare” scherza visibilmente imbarazzato. Deve tenere una lezione sulla guerra civile inglese del XVII secolo, un argomento che nessuna rete televisiva oserebbe mettere nel palinsesto negli orari di punta. Ma il numeroso pubblico ascolta con attenzione e alla fine c’è un altro lungo applauso. Il video di questa conferenza ha già fatto su YouTube 165.000 visualizzazioni in una settimana. La conferenza su Camillo Benso di Cavour, pubblicata circa un anno fa, ne ha 1 milione e 700mila, quella su Stalingrado 600mila, quella (meravigliosa) sulla rete spionistica sovietica in Giappone negli anni ‘30 quasi mezzo milione.
Tra le persone che lo seguono moltissimi giovani: un segnale importante in una fase in cui si tenta di eliminare dai programmi scolastici la storia e la geografia, cioè le materie fondamentali per orientarsi nel tempo e nello spazio e comprendere la realtà in cui si vive: per dirla con il titolo di un programma di RAI Storia che il nostro professore presentava: “la bussola e la clessidra”.
Barbero è uno straordinario divulgatore, colto, appassionato, ironico, di grande onestà intellettuale. L’obiettività non esiste, naturalmente, ma lui si preoccupa sempre di mettere in luce e di spiegare anche le posizioni che non condivide. Ed è modesto: nonostante il grande seguito che ha (costruito con l’aiuto di un canale YouTube ma senza ricorrere ai malefici social network) non si atteggia a divo e dialoga con tutti gli interlocutori con grande rispetto. E anche di fronte all’intervistatore più banale riesce a non essere mai scontato o noioso1.
Ma c’è un problema: il professore si definisce “di sinistra, molto di sinistra”, racconta le miserie e i crimini delle classi dirigenti italiane, smonta le calunnie sulla resistenza e respinge i tentativi di equiparare comunismo e nazismo.
È normale quindi che il sistema mediatico e buona parte del ceto politico e “intellettuale” italiano guardino il fenomeno Barbero con insofferenza aspettando di coglierlo in fallo alla minima scivolata.
E l’occasione per i cani da guardia del “politically correct” si è presentata ben due volte nelle scorse settimane: prima per le sue dichiarazioni sulle foibe, poi per la sua firma in calce a un documento in cui 350 docenti universitari esprimevano la loro contrarietà al green pass. Due argomenti su cui la cricca che attualmente a reti unificate sostiene il governo Draghi (e più in generale gli equilibri politici della cosiddetta Seconda Repubblica) è pronta ad abbaiare contro qualsiasi opinione dissonante.
Sulle foibe ovviamente si sono scatenati i fascisti di tutte le risme, forti del fatto che la loro versione, senza alcun riscontro storico concreto, “è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano”, come scrive Eric Gobetti.
Tutto è partito dalle dichiarazioni del professor Tommaso Montanari, che metteva in evidenza l’uso strumentale della vicenda delle foibe da parte della destra, con l’obiettivo di equiparare antifascismo e fascismo e ridare legittimità a quest’ultimo. Il fine dell’istituzione del giorno del ricordo, dice Montanari, è “quello di costruire una ‘festa’ nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, costruire un’antinarrazione fascista che contrasti e smonti l’epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica”. Sono piovute le accuse di “negazionismo”, che non stanno né in cielo né in terra perché nessuno nega che certi episodi si siano verificati (a differenza di quello che fanno i neonazisti con le camere a gas) ma confermano il tentativo di mettere sullo stesso piano – anche da un punto di vista terminologico – le foibe e i crimini del fascismo. “Il senso del mio articolo” scrive Montanari, è che “il fascismo riesce ad avere ragione solo quando trucca la storia”.
Di fronte alle richieste di dimissioni, Montanari concludeva: “Viviamo tempi in cui non è per nulla superfluo ricordare che l’università italiana è doppiamente antifascista: lo è per la sua natura libera e umana di università, lo è per la sua adesione incondizionata alla Costituzione antifascista della Repubblica”.
Il professor Barbero era intervenuto a sostegno delle tesi di Montanari: “Non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia d’italiani sono stati uccisi lì (…) La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che (…) siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo”.
Non si era ancora spenta l’eco di queste polemiche che è arrivato il documento a firma di 350 docenti universitari, tra cui Barbero, contrari al green pass. “Reputiamo ingiusta e illegittima – vi si legge – la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: ‘Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’)”.
Ma attenzione, non si tratta di un appello “no vax”, tutt’altro. Proprio perché la Costituzione stabilisce che un trattamento sanitario può essere obbligatorio solo se viene disposto per legge, i docenti ritengono che al posto del green pass, strumento di dubbia legittimità con cui si cerca di costringere le persone a vaccinarsi, si debba introdurre per legge l’obbligo vaccinale. In effetti, come dice Barbero, a sinistra non può non destare preoccupazioni il fatto che le aziende possano avere anche questo strumento di controllo sui lavoratori. Una posizione che può essere condivisa o meno ma che senz’altro ha delle basi piuttosto solide. E soprattutto non rappresenta il tentativo egoistico di alcuni baroni universitari di sottrarsi a delle restrizioni ma una proposta di discutere come affrontare la pandemia rispettando i diritti di tutti.
Era davvero troppo, e sono partite le scomuniche da parte di quella che Luca Bottura definisce “la polizia politica che agisce sui social, ma ormai anche nei giornali”. Sulle foibe avevano iniziato i fascisti di Cultura e Identità: “Non ne possiamo più di storici come Barbero, invitati negli anni al Festival della Mente per raccontare tutta la storia del mondo, da quella medievale fino a quella contemporanea”. Sono ancora quelli che bruciavano i libri o mettevano in galera Gramsci “per impedire a quel cervello di funzionare”. E poi naturalmente i soldi pubblici devono andare a promuovere porcate di propaganda nazifascista come il film Rosso Istria (un clamoroso flop tra l’altro) o roba del genere2.
Ma insieme ai fascisti sono scesi in campo i soliti preti del “politically correct”, come Massimo Gramellini, Pigi Battista, Aldo Grasso… Nessuno di questi ha capito nulla né della discussione sulle foibe né dell’appello dei docenti universitari, o ha deliberatamente cercato di stravolgerne i contenuti: Gramellini parla di una corporazione che si mobilita per difendere i propri privilegi perché il green pass sta per essere introdotto nelle università, Il Riformista (vabbè, non varrebbe neanche la pena di citarlo) parla addirittura della “difesa corporativa di bambocci che frignano”, Pigi Battista inventa il termine psichedelico “no foibex”, Aldo Grasso parla della caduta del mito di Barbero, qualcun altro lo descrive come un tuttologo vanesio…
Era inevitabile. Ma le polemiche stupide dei soliti noti sono particolarmente rabbiose perché stavolta si percepisce qualcosa di nuovo nell’aria. Forse da un ceto intellettuale pavido e servile come pochi comincia a emergere qualcuno che non ha paura di esprimere opinioni dissonanti rispetto a un conformismo generalizzato e soffocante che dura da troppo tempo. Un conformismo che riguarda sia la storia della Repubblica (non solo gli anni della Resistenza ma anche quelli più recenti della strategia della tensione) sia la politica attuale, dove la beatificazione continua degli esponenti dell’attuale governo tocca vertici di assoluta comicità.
Sulle foibe, dopo il grande lavoro storiografico di studiosi come Alessandra Kersevan o Claudia Cernigoi, il libro di Eric Gobetti “E allora le foibe?”, gli articoli di Nicoletta Bourbaki, ora anche intellettuali con un grande seguito di pubblico iniziano a mettere in discussione la versione revanscista degli avvenimenti sul “confine orientale”.
Forse è arrivato il momento in cui a sinistra non ci si rassegnerà più a quell’egemonia ideologica neoliberista e fascioleghista che da decenni ormai condizionano la vita di questo Paese condannandolo al sottosviluppo culturale e al provincialismo.
Note
1) “Dopodiché” (come direbbe lui) è anche appassionato di calcio e tifoso del Toro.
2) Su questo filmaccio neonazista si veda l’ottimo articolo di Wu Ming Rosso Istria Archives – Giap (wumingfoundation.com)
Fonte
15/08/2021
Complotti, distanziamenti e contaminazioni del pensiero
La mobilitazione di BLM, pur sradicato dal contesto americano, come molti prodotti culturali, politici, artistici, si stava riverberando nel dibattito pubblico italiano, anche se in qualche maniera disancorato dal suo contesto originale e soprattutto sorprendentemente cieco di fronte a potenziali connessioni con storie locali di violenza poliziesca come quella di Stefano Cucchi, del G8 di Genova, degli Uva e Aldrovandi.
Nonostante tutto però, tra gli archivi delle importazioni statunitensi nel senso comune italiano, la mobilitazione di centinaia di migliaia di ventenni contro il razzismo, per quanto apparentemente un po’ “pop”, a me era sembrata parte di un’educazione alla rivendicazione dei diritti altrui che se non altro poteva fare da prodromo ad altre forme di rivendicazione, diciamo meno pianificate e più incisive rispetto alla realtà sociale che ci circonda. La folla di ragazzi che avevo visto radunata nella borghesissima cittadina del nordest in cui sono nato, mi era sembrata quindi un segno di speranza, di un potenziale tutto da realizzare.
Se la piazza reale rimaneva gaberianamente “l’unica salvezza”, dall’altro lato, nei mesi di lockdown, si era nel frattempo consolidato il mio rapporto con un terreno di conflitto più aspro e sterile: quello dei social e delle battaglie ideologiche portate avanti a suon di meme, insulti e polarizzazioni deliranti, legate in buona parte all’adesione ad una versione “mainstream” o “complottista” della pandemia.
Ci tengo a sottolineare il fatto che queste due categorie non hanno di per sé un senso se non denigratorio (in particolare la seconda) in quanto precludono aprioristicamente all’interlocutore, di parte avversa, la possibilità di dire qualcosa di sensato, in quanto sostenuto da fonti e narrazioni sillogisticamente false, perché manipolative o razionalmente assurde a seconda dei casi.
È stato proprio un breve testo anonimo, postato da un amico molto vicino a posizioni cospirazioniste, a rivelarmi però, tra le propaggini ideologiche di narrazioni a lui familiari, dei temi che andavano ad intersecare una critica al movimento BLM, attraversando prospettive che in qualche modo mi erano sembrati fino ad allora vicine, e che ora vedevo impugnate impunemente da qualcuno che non mi sembrava avesse buone intenzioni, ma che sul piano della comunicazione dimostrava una finezza interpretativa ammirevole.
Il testo, che sono stato in grado di rintracciare solo nell’originale in inglese sostanzialmente sosteneva che lo slogan “I can’t breath”, se pensato nel quadro di una pandemia causata da un virus i cui effetti riguardavano il sistema respiratorio, dopo mesi di imposizione di mascherine che in qualche modo ostacolavano il flusso di ossigeno nei polmoni, era parte di una strategia manipolativa che disciplinava coordinatamente corpi e menti, in qualche modo assimilabile alle tecniche della PNL.
La dimensione ideologica proposta dal “mainstream” – quella cosmeticamente antirazzista – era in questo senso un po’ una valvola di sfogo che si innestava nell’inconscio di una popolazione già preparata attraverso un processo di incorporazione del discorso pandemico tramite il fastidioso dispositivo della mascherina.
L’autore non si fermava qui, e scomodando il pranayama, la pratica yogica della disciplina e dell’espansione del respiro, procedeva asserendo che il pronunciare “I can’t breath” come fosse un mantra, diventasse un compendio dell’imposizione della mascherina e dell’ossessione per gli effetti del Covid-19, e che avesse quindi un effetto degenerativo rispetto alle funzioni corporee.
Ora io, antropologo che vive e lavora in India da più di dieci anni, mi sentivo fastidiosamente chiamato in causa su più versanti: il primo riguardava implicitamente un’interpretazione della dimensione ideologica attraverso le pratiche corporee. I discorsi sull’incorporazione e il biopotere foucaultiano avevano segnato la mia formazione accademica, le mie interpretazioni del fenomeno separatista Kashmiri e il suo innestarsi nella violenza ritualizzata.
Il rapporto tra ideologia, metafore linguistiche e performate, aveva in qualche modo guidato la mia ricerca sul campo e le mie riflessioni, poi pubblicate come tesi di dottorato e successivamente diventate un libro (Linee di controllo, Meltemi 2018)
D’altro canto un altro settore del capitale simbolico “amico”, quello delle pratiche yogiche, mi veniva girato contro, improvvisamente denudato da una sua presupposta innocenza politica, al limite connotata al frikkettonismo.
Parliamoci chiaro: il post era di poche righe, era evidentemente mal tradotto dall’inglese (probabilmente l’originale era stato scritto da qualche influencer alt-right statunitense) e la pagina Facebook da cui era stato ripreso si chiamava “resistence” più qualcosa che non ricordo (anziché il corretto resistance). Andando poi ad approfondire la storia del profilo avevo trovato diverse condivisioni di articoli da Primato Nazionale, l’organo d’informazione di Casapound, il che rendeva più che legittimo qualche sospetto.
Emergeva quindi un terzo problema, già inscritto (malamente) nel nome della pagina da cui il post era stato originariamente condiviso: il concetto di resistenza, e con esso quella romantica idea che le lotte dal basso verso l’alto e le relative contronarrazioni – in questo caso critiche nei confronti delle politiche scaturite durante la pandemia e della produzione manipolativa di un format di mobilitazione preconfezionato – siano sempre e comunque “legittime”.
Il mio lavoro sul separatismo kashmiri, in fondo, se da un lato tendeva a decostruire la struttura ideologica del fenomeno e le sue strumentalizzazioni, dall’altro si innestava sull’esperienza condivisa dell’oppressione militare indiana come un dato incontrovertibile e non vivisezionabile intellettualmente. L’ombra della mitologizzazione della “resistenza” era discussa, ma rimaneva comunque implicita in un testo che se non altro dava (giustamente) voce alla parte tatticamente svantaggiata del conflitto.
Il post sopracitato disputava insomma dei confini, questa volta argomentativi, che fino ad allora mi erano sembrati relativamente solidi, i quali andavano cedendo, lasciando filtrare sostanze contaminanti per il mio assetto ideologico, quindi la mia identificazione con quelle prospettive che vedevo ora colonizzate da istanze apparentemente “barbare”.
Dice Mary Douglas in Purezza e Pericolo, che il paradosso insito alla ricerca di purezza risulta, in ultima istanza, nel tentativo di inscrivere qualcosa di non malleabile come l’esperienza, entro l’ordine della non contraddizione. Sarebbe però proprio questa ossessione atta a governare il paradosso – qualcosa di implicito ad una realtà non traducibile, se non in maniera approssimativa – a portare irreversibilmente alla contraddizione.
Nell’era del caos cognitivo questa massima sembrava essere diventata una legge su cui innestare i processi comunicativi, tramite il saccheggio di sacche simboliche e chiavi interpretative forse effettivamente trascurate dall’intellighenzia, dal mondo accademico, dai vari pensatori critici normalmente pronti a costruire punti di vista inattesi e, almeno dialetticamente, sovversivi.
Il fatto è che, in Italia quantomeno, questo processo era stato immediatamente stroncato all’emergere della pandemia, a partire da una articolo di Agamben uscito sul Manifesto, nel quale l’autore, pur inciampando goffamente nel sensazionalismo, in qualche modo ipotizzava una connessione tra gestione dell’epidemia e l’imporsi di uno stato d’eccezione, richiamandosi quindi alle sue riflessioni sulla natura del potere e del diritto.
L’articolo, molto autoreferenziale specie se pensato come conferma dei bias intellettuali del filosofo italiano, sembrava poter comunque avviare un filone di dibattito che, per quanto ne so, si è sostanzialmente estinto, specie durante la seconda ondata pandemica. Nel recente ritorno alla ribalta dell’autore tramite esternazioni sul green pass, purtroppo non si può che confermare una ossessiva incapacità di coniare forme interpretative che non confermino acriticamente delle ridondanti ossessioni sulla natura del potere, per certi versi assimilabili ad una moda accademica al crepuscolo, non troppo capaci di svolgere la loro funzioni euristiche.
Il problema è che, per quanto le espressioni e le sofisticazioni intellettuali possano essere suggestive, il cuore del discorso del filosofo italiano non è sfociato in una prospettiva “terza”, ma anch’esso sembra essere stato ineluttabilmente magnetizzato nel gioco della polarizzazione, in definitiva dal versante cospirazionista: in parte per incapacità di rinnovamento e per lo scadere nel sensazionalismo intellettualizzato, in parte grazie al fatto che oramai la nostra stessa fruizione ed interpretazione di qualsiasi opinione sul tema tende a frugare, con spirito poliziesco, termini e riferimenti, alla ricerca di tratti che la collochino all’interno della struttura dicotomica complottismo/mainstream.
Riflettendo oggi sulla questione pandemica, sul mio posizionamento, e su quella pressione invasiva che avevo percepito leggendo il post su BLM, la sensazione più sincera è che si sia progressivamente diffuso un vero e proprio terrore, per chi si proclama in qualche modo intellettuale, di essere associato, per toni o argomenti, alla categoria del cospirazionsimo. Questo terrore deriverebbe proprio dalla prossimità “parentale” che il complottismo avrebbe con l’analisi sociale, normalmente dominio di un’élite, o presupposta tale: ma, in effetti, quanto il ricondurre l’evento pandemico ad uno stato di eccezione assomiglia, per quanto il discorso sia diversamente articolato, a elucubrazioni di vario genere su piani segreti di una qualche ombrosa setta? In una prospettiva si tende ovviamente all’astrazione e nell’altra ad una più cinematografica personalizzazione, ma in entrambi i casi, in fondo, la morale è un “le cose non sono come appaiono”: che il riferimento sia il mito platonico della caverna o Matrix è questione di stile, non di approccio.
C’è un problema di distinzione quindi, una disgiuntura interna che cede in una riproposizione della questione del diritto dei “non esperti” di condividere il loro pensiero – il dibattito “son tutti virologi ormai” – in un nuovo ambito, che include chiaramente le scienze umane e il pensiero intellettuale in generale.
Chi dopo l’autorevole Agamben – che in effetti poteva essere (ma non è stato) l’uomo giusto per battezzare un filone critico rispetto alle misure contenitive, le pratiche corporee, le retoriche mediatiche implementate durante questo periodo – avrebbe mai osato muovere un passo in quella direzione? Chi avrebbe rischiato di venir tacciato di complottismo, negazionismo, terrapiattismo e tutta la sequela di etichette oramai diventate aprioristicamente invalidanti dell’opinione dei nostri interlocutori “diversamente informati”? Chi vorrebbe essere associato a quei parenti un po’ sfigati ed imbarazzanti che farneticano invasati di associazioni improbabili, di strategie occulte, di poteri che si muovono invisibili dietro le quinte e manovrano i nostri destini senza che la maggioranza, in genere connotata da una natura “bovina”, anestetizzata dalla paura e dalle panzane, sia in grado di capire cosa sta succedendo? Mi chiedo però se per esempio, questa stessa prospettiva, non sia quella che molti intellettuali, un po’ altezzosamente, applicano a molte altre categorie sociali, quando ad esempio si tratta di consumismo, berlusconismo ecc., e di questi tempi ai sostenitori delle teorie della cospirazione, i quali sembrano aver appreso una strategia speculare.
Si tratta di battaglie atte a delegittimare aprioristicamente l’agency dell’interlocutore, e di fatto l’unico risultato comune sembra essere una complicità nella polarizzazione e un frazionamento sociale che risulta ben chiaro nei flussi social, ma che in questo periodo si rinviene nelle relazioni faccia a faccia: amicizie che si infrangono, famiglie che si dividono, discorsi ossessivi e divisivi che emergono compulsivamente, agganciandosi arbitrariamente ad i più disparati brandelli di conversazione.
Mi chiedo quanto questo dispositivo di distinzione, la delegittimazione, che poi trova nella ridicolizzazione il suo apice operativo, non sia diventato un termine comune alla sintassi del dibattito ideologico (in primo luogo digitale), e quanto sia a questo punto fondamentale farne a meno, in un atto radicale di dialogica resistenza ad una frammentazione sociale irreversibile e che, come voleva la Douglas, non sfugge al paradosso proprio per aver ceduto alla tentazione di superarlo. Perché in effetti, la stessa spocchiosa presunta superiorità del vecchio “intellettuale dissidente” la ritroviamo oggi, ben assestata nel paradigma della post-verità, al cuore operativo del narcisismo cospirazionista, come una beffarda caricatura che in fondo ci parla di noi stessi.
Le teorie della cospirazione peraltro, come è stato fatto notare da molti, sono pur sempre teorie e si radicano in un sentimento gnostico, quindi nella ricerca di una verità più “profonda”: anche queste si nutrono di intuizioni, come per esempio fa l’antropologia, ma in fin dei conti anche molte altre discipline accademiche (e non solo). Anche la questione, paternalisticamente più volte sollevata, per cui l’adesione a queste narrazioni, più o meno fantasiose, sia dovuta alla necessità inconscia di darsi delle spiegazioni rassicuranti (per quanto paranoiche) rispetto a qualcosa di indistricabile, non distingue sufficientemente il fenomeno da altre forme di conoscenza, che siano quelle guidate da categorie ortodosse per il mondo accademico ed intellettuale, o che si tratti semplicemente delle versioni preponderanti nella comunicazione mainstream.
Forse il problema, in senso più politico che epistemologico, è da rinvenire nelle forze che incapsulano determinate narrazioni, in genere più orientate al populismo e al nazionalismo identitario, ma anche, come esemplificato dal post citato in apertura, abili nel pasturare e pescare indifferenziatamente in bacini di pensiero (un esempio lampante è proprio la new age) trascurati sdegnosamente da chi fa dell’identificazione con un pensiero intellettualmente elitario la roccaforte del proprio essere.
È oramai un fatto consolidato che le “tematiche esca” legate all’impianto discorsivo del complotto, si accompagnino, nei canali mediatici che le veicolano, a lignaggi ideologici radicalmente reazionari. Accostando il sensazionalismo cospirazionista alla critica della cosiddetta ideologia gender, dell’annacquato antirazzismo di BLM, all’ecologismo strumentale dei “gretini”, questi neonati agglomerati ideologici finiscono per ricontestualizzare posizioni reazionarie, travestite e mimetizzate da controcultura, resistenza e pensiero critico.
È anche qui la già discussa ossessione per la distinzione elitaria, e l’autocompiacimento che ne deriva, a catalizzarne l’efficacia seduttiva e, in questa dinamica intimamente narcisista in senso psicologico, si nasconde il paradosso, quindi la “fastidiosa parentela” con il pensiero critico ed antagonista.
Mi chiedo quindi, in conclusione, quanto l’ansia di distinzione – questa paura di contaminazione reputazionale, con il conseguente timore di elaborare e diffondere idee radicalmente critiche sulla gestione della pandemia come policy capillare nel modificare le tecniche del corpo, le modalità di interazione, la libertà di movimento, fino alle questioni di ampia scala – abbia lasciato campo d’azione a forze che, intercettando il malcontento e il disagio, se ne appropriano irreversibilmente, accentuando una polarizzazione ideologica che non promette nulla di buono.
Tra le categorie “complottari” e “covidioti” o il “non venne coviddi” e “#iorestoacasa”, con le loro rassicuranti banalità, c’è, credo, un poco esplorato, ma fertile, terreno intermedio di potenziale circolazione di prospettive critiche, fatte di caute ipotesi ed opinioni bilanciate, le quali però andrebbero inserite nel dibattito pubblico con l’idea che, quando un evento pervasivo come la pandemia irrompe nella storia, produce inesorabilmente accelerazioni e riassetti rispetto ai quali alcune formazioni di potere sono ovviamente più pronte di altre a prevederne e capitalizzarne gli effetti.
Che si parli delle compagnie farmaceutiche, delle pulsioni securitarie degli stati, o delle aziende che hanno tutto da guadagnare dalla digitalizzazione delle relazioni umane, evitare di monitorare e criticare le modalità in cui questi apparati portano avanti le loro strategie, di fatto gioca a loro favore, come gioca a loro favore il fatto che la contronarrazione diventi dominio di narrazioni sterili e tendenti al delirio. L’antidoto a questa potenziale impasse, a mio parere, è lo strumento dell’ipotesi argomentata, che, anche se basata su intuizioni e soprattutto metafore, permetterebbe di discutere la storia del presente in presa diretta, dando modo all’immissione di prospettive interpretative mediane e non assolutizzanti di plasmarla nel suo svolgersi.
Se le metafore belliche della primavera 2020 sono diventate reali, in fondo, possiamo anche valutare una loro consistenza fattiva nell’operare nella realtà politica e sociale.
A un anno di distanza dalla lettura del post citato in apertura insomma, dopo una lunga e difficile digestione, posso dire che quella prospettiva raffazzonata, fatta di un patchwork di suggestioni è stata un utile spunto per tornare a riflettere sui rapporti tra ideologie, metafore e corpi, le stesse che in qualche modo avevo investigato in Kashmir, dove il coprifuoco implica effettivamente la possibilità di essere uccisi se trovati fuori casa, e dove il gas lacrimogeno utilizzato dalle forze armate durante le rivolte anti-indiane, continua a bruciare nei polmoni di ragazzi che così, come in un primo lacerante respiro neonatale, ricevono l’imprinting dell’atmosfera politica in cui sono destinati a vivere.
Continuando quindi a pensare i frammenti dell’esperienza individuale e collettiva come costitutivi, o quantomeno metonimici rispetto alla realtà in cui sono incastonati, le domande che a me si impongono sono diverse: “a quale forma di cittadinanza, appartenenza e sovranità alludono le policy del lockdown, il distanziamento sociale, la didattica a distanza, guardando simultaneamente alle evoluzioni sul discorso del razzismo, dei diritti LGBTQ, dell’ecologismo e dei diritti civili universali? A quale organismo collettivo apparterremo a partire dal rituale iniziatico del vaccino, con la sua implicita accettazione sacrificale di un rischio marginale individuale per il bene dei più deboli? A quali mitologie, utopiche o distopiche che siano, rimandano le pratiche rituali pandemiche e i discorsi che le circondano? Come sta mutando il capitalismo, o meglio l’ordocapitalismo, che per queste narrazioni (comprese quelle complottiste) rimane un’intaccabile struttura di fondo? Cosa ne è della scienza, e soprattutto del dubbio scientifico, quando le sue acquisizioni giustificano politiche così pervasive, quando si diluisce in pratiche e discorsi del quotidiano, quindi nel senso comune e quando questa si tramuta un fenomeno ideologico ed identitario? E cosa ci preannuncia questa onnivora polarizzazione e la conseguente atomizzazione, con i suoi fitti meccanismi esclusivi, delegittimanti, divisivi – ultimo dei quali il dibattuto green-pass? Come si spiega, nell’ambito della fruizione, il fatto che aggregati ideologici apparentemente incoerenti, in cui misticismo e conservatorismo o dall’altra parte capitalismo e diritti civili, stiano diventando le forme discorsive più efficaci.
Ce ne sono molte altre di domande, e non sono questioni che richiedono di trasgredire i nostri limiti in disquisizioni su mRNA, proteine spike e big data analysis, campi che hanno già i loro affidabili specialisti; ma quel che ci importa è che in fondo, è nella dimensione esperienziale e molecolare della società che si nascondono i segni delle totalità indecifrabili in cui siamo intrappolati, ed è in primo luogo nella loro interpretazione che possiamo percepirle e interagirci nel loro stesso divenire.
Ma condizione necessaria per mantenere lo sguardo lucido e profondo – così mi ha insegnato la mia formazione da antropologo e soprattutto la mia esperienza di ricerca – è una faticosa sospensione del giudizio, quindi la capacità di non attivare compulsivamente schemi predefiniti alla realtà per schermarci dai suoi problematici paradossi. Perché questo esercizio di empatia sia praticabile, in fondo, è sufficiente considerare che quell’attaccamento morboso, ossessivo ed ostile che rinveniamo nei nostri interlocutori (e riflesso complementarmente nel nostro stesso giudizio, di qualsiasi parte), non è nient’altro che espressione del malessere, dei traumi, delle limitazioni, che hanno come noi vissuto durante quest’ultimo squarcio di storia.
L’unica distinzione praticabile, in una prospettiva che ci riporta all’epistemologia del paradosso, sembra essere quella orientata ai meccanismi pervasivi della distinzione stessa, e di quella contagiosa polarizzazione di cui siamo, consapevoli o meno, potenziali vettori.
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