Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/04/2022

[Contributo al dibattito] - Pandemia, stato, capitale. Qualche bilancio

di Osvaldo Costantini

Sebbene la nuova emergenza bellica abbia soppiantato quella del covid, mutuandone il linguaggio, nel palcoscenico mediatico, la gestione della circolazione del virus mediante un determinato approccio è ancora attivo. Al contrario, invece, sembrano in fase di risacca le mobilitazioni contro gli aspetti autoritari di quella vicenda, le cui caratteristiche sembravano aprire scenari in parte inediti.

A fronte di una annunciata volontà di allentare le misure, restano alcuni degli aspetti della gestione autoritaria della pandemia, a cui si aggiungono assurdi strascichi punitivi, tra cui quello nei confronti dei docenti sospesi: in virtù del nuovo decreto, essi possono rientrare a scuola ma, se non vaccinati, preclusi dall’insegnamento e quindi destinati ad altre mansioni. Al netto della valutazione sul demansionamento, che, per una cultura sindacale, è estremamente grave, ciò che colpisce è la messa in atto, nel piccolo, della dinamica greenpassista: mettere chi non ha obbedito, chi ha fatto una cosa diversa dalla massa (non importa qui se la valutiamo giusta o sbagliata), alla gogna. La persona in questione entrerà a scuola e sarà osservata dagli alunni nel suo nuovo ruolo (temporaneo?), messa in vetrina cioè come docente “novax” che non ha i requisiti (morali?) per l’insegnamento. Il dissenso in questo modo viene allontanato dalla possibilità di formare gli studenti e usato come monito per coloro ai quali venisse in mente, nella vita, di fare una cosa diversa da quella che gli dice il potere, da ciò che pensa la massa. A questo aspetto punitivo, si aggiungono alcune inquietanti dichiarazioni di Draghi e Colao che sembrano confermare alcune delle più nere ipotesi dei mesi passati, spesso bollate come complottismi. Ma procediamo per gradi: attraverso un piccolo bilancio della pandemia vorrei analizzare qualche aspetto dei cambiamenti delle relazioni personali e del rapporto tra Stato e corpo sociale (per chi preferisce, tra Stato e Classe).

Sin dai primi giorni di lockdown era abbastanza chiaro, almeno nelle cerchie sociali che frequento, che la gestione della situazione, come ogni processo di fronteggiamento del male, non fosse neutrale, ma si dispiegasse entro i confini ideologici maggioritari e tendesse ad essere guidata dalle classi dominanti per sussumerne gli effetti all’interno dei paradigmi loro congeniali. In altre e più sintetiche parole, il lockdown apparve immediatamente come una opportunità di ristrutturazione della società capitalistica, a favore della tendenza all’accentramento del capitale in poche mani (ne scrivevo qui a pochi giorni dall’inizio della pandemia) di cui oggi possiamo avere una visione più lucida e aggiornata anche in termini del rapporto tra politica monetaria ed economia di fatto congelata – o quantomeno rallentata – (analizzata meglio qui). Era altrettanto chiaro che fosse in atto una modifica dei rapporti lavorativi con l’accelerazione di forme di produzione telematica, a distanza, che fondevano il tempo extralavorativo e il tempo lavorativo in un unico spazio in cui ne guadagnava la produttività e la diminuzione del tempo libero (ne parlavo qui con Niso Tommolillo). Ne emergeva dunque già all’epoca un quadro di ristrutturazione di un modo di produzione in crisi da decenni che si torceva in una logica autoritaria mediante i classici strumenti del disciplinamento del tempo (in cui andavano comprese le balconate a cadenza regolare, la stigmatizzazione delle attività ludiche) e della criminalizzazione di categorie che diventano i capri espiatori/nemici pubblici (i runner, i nomask, poi novax). Un processo in grado di occultare le sempre maggiori contraddizioni tra la riproduzione del capitale e quella sociale, dietro scelte, e, dunque, responsabilità, individuali.

Con il procedere dei mesi, dei provvedimenti, e del clima di paura, è parso evidente quanto il lockdown fosse un "dispositivo inaugurale di rieducazione politica alle nuove condizioni del capitalismo informatico" (qui). All’aumentare di tale consapevolezza andava anche aumentando la polarizzazione tra una accettazione incondizionata e qualsiasi forma, seppur minima, di critica, immediatamente bollata come noqualcosismo o, semplicemente, nell’ormai infame passe partout del complottismo; un disallineamento elevato all’ennesima potenza con l’introduzione del vaccino e della sua teologia, alla cui evangelizzazione si sono prestati h24 tutti i chierici della mediatizzazione mainstream accompagnati dagli urlatori social (più tristi dei primi, che almeno sono pagati). Un divario che ha caratterizzato anche le compagini più antagoniste della società, colpite da una vera e propria maledizione (le cause analizzate bene qui, qui, qui e qui).

È questa fase finale, l’epopea del vaccino e del green pass, ad aver mostrato l’accelerazione di una riorganizzazione sociale che già da decenni si stava disegnando sulle assi di una militarizzazione dei territori – aumento esponenziale della presenza della forza pubblica, punizione dei reati minori, aumento della carcerazione, ordinanze folli nel nome del decoro e della lotta al “degrado” – e la continua costruzione ideologica dell’antagonista pubblico (ultras, migrante, novax), contro cui applicare un “diritto penale del nemico”. Da un lato, il “dispositivo lockdown” e l’Italia dei colori hanno aumentato questa presenza, dotandola di un potere di sorveglianza sociale poliziesca con inquietanti risonanze belliche e coloniali di Check point e posti di blocco per la verifica dell’autocertificazione (nei suoi molteplici modelli) preposte al controllo della mobilità dell’intero corpo sociale; dall’altro, questo quadro già insopportabile ha lasciato il campo al check elettronico diretto, tramite green pass, che permetteva o non permetteva l’accesso a luoghi, situazioni, servizi (e dunque diritti), e bisogni essenziali come il lavoro, sulla base di essersi sottoposti o meno a un trattamento sanitario, sul quale non voglio scendere nei dettagli perché non è il punto in questione.

Green pass. Strumento d’emergenza o realtà permanente?

Al momento dell’introduzione del “lasciapassare verde”, la collettività si è divisa tra entusiasti sostenitori dell’incentivo al vaccino, preoccupati oppositori e inspiegabili soggetti da terza posizione, tra cui alcuni “antagonisti”, che lo ritenevano uno strumento, si pericoloso, ma comunque una soft law neoliberale che forza l’adesione a un comportamento senza imporre un obbligo o un divieto esplicito. Talmente soft da aver costretto qualche milione di persone a un trattamento sanitario a cui non volevano aderire e, per gli irriducibili, essere giunti a negare il bisogno (e non il diritto) di lavoro, ovvero di avere di che vivere, a negare la socialità e l’accesso ai mezzi pubblici, per altri milioni di persone costretti oltretutto alla stigmatizzazione sociale per la loro visibile condizione di disobbedienti appartenenti alla schiera di quello che era il nemico pubblico di turno. E menomale che non era hard... Nessuno di questi soggetti è riuscito ad andare oltre la teologia del vaccino che rendeva possibile sostenere questo metodo: come l’inquisizione medievale, l'incarnazione assoluta del male nella strega giustificava l’uso di una modalità eccezionale ed estensibile a tutti. In sintesi: coloro che erano a favore del vaccino non riuscivano a trascendere nella comprensione che questa volta le vittime della coercizione greenpassista erano soggetti che non volevano fare una cosa che secondo loro era giusto fare oltre ogni ragionevole dubbio, ma che in futuro poteva colpire loro obbligandoli, o forzandoli, a fare qualcosa che non avrebbero voluto. Non c’è bisogno di scomodare la solfa attribuita a Brecht per comprendere la sconcertante ingenuità contenuta nel “basta vaccinarsi per non subire la discriminazione del green pass”. Essa cioè risolve la situazione, allo stesso modo in cui il terribile strumento del permesso di soggiorno è sempre stato risolto dalle classi dominanti: la preoccupazione sollevata da chi ne evidenziava l’apertura di uno spazio di ricattabilità e sfruttamento, veniva liquidata con l’argomentazione in base alla quale restare a casa (nella fame del Sahel, magari sfruttati da una multinazionale) avrebbe evitato il problema. Questo tipo di argomentazione stupisce per la inconsapevole produzione di una separazione tra la repressione buona (quella del green pass, contro quelli che noi consideriamo nemici) e la repressione cattiva (il permesso di soggiorno o altre). Da un certo punto di vista, invece l’apparato repressivo basato sul ricatto onde indurre al compimento, o al noncompimento, accomuna forme diverse di repressione, inaccettabile sul piano del merito prima ancora che del metodo. Difficile capire, e solo il tempo ci aiuterà, come invece si sia sorvolato su questo onde cedersi allo stato patriarcale, trasformato in un modello di salvaguardia della collettività (confondendo quest’ultima con lo Stato).

Ciò che colpisce è invece il fronte di opposizione, largamente eterogeneo ma accomunato dalla preoccupazione che il green pass sarebbe stato ciò che rimaneva, con forma magari mutata, di questa emergenza, al pari degli strascichi delle altre emergenze (es.: i militari nelle metro). Questa preoccupazione fu presa come l’ennesimo complottismo da deridere, o al minimo come una fantasia. La realtà, come da stereotipo, supera di gran lunga la fantasia: il 16 di marzo del 2022 – poco dopo la conferenza stampa in cui Draghi annuncia una ambigua trasformazione delle strutture emergenziali in qualcosa di permanente sempre riattivabile, e due settimane dopo il decreto legge del 2 marzo che sancisce una ancora più ambigua, quanto di difficile interpretazione, proroga della validità del Green pass per le terze dosi di cinquecentoquaranta giorni più altri cinquecentoquaranta senza bisogno di altre dosi – Colao, ministro per la transizione digitale, interviene alla camera per spiegare lo stato dei lavori. Dichiara (al minuto 17 di questo video): «Il grande tema è l’interoperabilità delle piattaforme digitali abilitanti che è molto importante per ampliare i servizi ma anche per renderne la fruizione semplice attraverso il così detto principio del One’s only, cioè il principio in cui il cittadino una sola volta deve mettere le proprie informazioni dentro il sistema e poi è lo Stato da solo che lo va a cercare e lo vede». In sostanza il tentativo di incrociare tutti i dati in una sola piattaforma: «Questo è molto importante perché ci sono degli esempi recenti di grande beneficio che abbiamo avuto da questo: il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio». Il tema è l’approdo all’identità (e alla moneta) digitale – magari da legare ai dati biometrici che consentono l’identificazione unica di un corpo-persona – che si dispiega in un modello meritocratico neoliberale in cui non esistono più i diritti, ma un regime di situazioni che valutano se il singolo merita o meno «l’attivazione o la fruizione di un servizio». In sostanza, se è un cittadino obbediente. Cerchiamo di capire la portata politica e antropologica di tale affermazione, con brevi digressioni sullo spazio della cittadinanza.

L’onnipresenza dello Stato

Il controllo elettronico trasforma l’autorità statale nel sovrano divino per mezzo informatico: il green pass, o qualunque suo nipote futuro, rende lo Stato presente in ogni relazione. Ancora una volta, cioè, il controllo dell’autorità centralizzata tende a erodere qualunque spazio di autonomia, anche simbolica, del sociale. Con il controllo del Green pass cade la distinzione tra gli “atti di stato” e le interazioni che avvengono nei circuiti quotidiani, o meglio le seconde vengono sussunte nei primi: fino all’epoca recente siamo stati abituati al controllo dei documenti da parte di persone identificabili con una certa divisa che connotava i soggetti detentori del monopolio dell’uso della forza e del potere di controllo. Che ci piacessero o meno, il loro fermo per la richiesta dei documenti era in tutto e per tutto un “atto di stato” (al punto che dei fermi per identificazione e controllo delle generalità, se ne conserva traccia ufficiale). Una delle principali trasformazioni operate dal green pass sta proprio nell’aver diffuso “l’atto di stato” a qualunque (o quasi) relazione quotidiana: il barista sotto casa diventa il delegato al controllo della regolarità della mia azione rispetto al potere centrale. Al di là dell’antipatia di questa asfissiante e distopica presenza trascesa nella divinità onnipresente, la trasformazione del vicino in controllore sfavorisce lo sviluppo di aggregazioni sociali e politiche ostacolate dalla sfiducia e dal sospetto. A meno che, ovviamente, io e il mio barista decidiamo di operare delle trasgressioni comuni: la dialettica dell’egemonia è sempre anche giocabile dal lato trasformativo, stando al buon Gramsci di americanismo e fordismo. Ma non è esattamente questo il periodo e sembra invece che le classi subalterne non riescano, in questa fase, a sviluppare il minimo grado di autonomia di pensiero, di linguaggio e di azione rispetto a un bombardamento costante del loro immaginario.

Se è vero che la forma Stato, con il progressivo dispiegarsi della centralizzazione del potere, ha avuto bisogno di tecniche semplificative per aumentare la leggibilità di territori e popolazioni, l’accelerazione e l’iperdiffusione di queste tecniche si sono legate alle tecniche biometriche di identificazione della popolazione. Il nuovo millennio si è d’altra parte aperto con il programma Uidai o Adhaar, un’enorme sforzo di raccolta dei dati biometrici della popolazione indiana che al singolo attribuisce un codice di sedici cifre e una carta di identità legata alle impronte digitali e all’iride (si vedano su questo i lavori di Antropologi come Pier Giorgio Solinas). Il dispositivo serve a identificare coloro che hanno diritto all’assistenza pubblica e a “modernizzare” e “securitizzare” il paese tramite argomenti penetranti come la lotta all’evasione fiscale, alla criminalità, all’immigrazione illegale, ecc.. Giova allora rileggere in forma scritta la frase pronunciata dal Ministro Colao: «il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio». Proviamo a fare una operazione di sociologia preventiva: chi scrive è uno scienziato sociale che quando è soggetto al rigore scientifico analizza ciò che è nel presente o nel passato. In questa sede ci si può invece permettere un ragionamento su ciò che una dinamica sociale presente potrebbe diventare in futuro: se il green pass è un esempio di interoperabilità, significa che possiamo incrociarci i dati della mia fedina penale, dello stato del mio pagamento delle bollette e dell’affitto o di chi sa cosa altro (compreso un eventuale punteggio di valutazione delle mie gerarchie lavorative? Ma perché no, è potenzialmente infinito l’uso che se ne può fare...) per non farmi accedere a un diritto o un servizio, o, addirittura alla vita sociale? In buona sostanza, non mi merito un servizio o non mi merito di poter stare tranquillo con gli amici al bar a bere una birra, se non faccio il mio dovere. Ovviamente, come per ogni aspetto della democrazia occidentale, il dato è irrilevante se si è persone integrate, stipendiate e che si possono permettere un livello di vita soddisfacente senza mettere in discussione le regole. Altra cosa è invece se si ha un lavoro precario e un salario basso e l’affitto e le bollette sono magari difficili da pagare, se la propria condotta non vuole uniformarsi...

Oppure, per essere meno fantasiosi e colloquiali: se in una proclamata emergenza energetica, dovessi rispettare determinati limiti di consumo, o pagare bollette molto alte, per il benessere e l’unità nazionale, potrei essere additato come cittadino immeritevole se consumo di più o non riesco a pagare le bollette? Con il livello di adesione della stampa e l’addormentamento delle soggettività, basterebbe una settimana di propaganda per imporre uno strumento del genere.

Eterogeneizzazione. Le gerarchie della cittadinanza

Ma veniamo alla questione centrale: lo spazio della cittadinanza, il maledetto bastardo spazio della cittadinanza entro cui si dispiega la possibilità di esercitare i diritti. La storia del capitalismo ci insegna che esso tende a concedere diritti quando è in fase espansiva e a eliminarli appena c’è un po’ di recessione. Di fatto una finzione: quando mancano rapporti di forza in grado di contrastare questi processi erosivi, il diritto in sé è carta straccia. Ma il punto non è esattamente questo, quanto il bisogno costante del capitalismo di creare un sistema a geometria variabile che produca una gerarchia sociale nella popolazione, in modo da estrarre plusvalore dalla diversità (con la coesistenza di diversi rapporti di produzione), sfavorire l’unità di classe e tenere sotto controllo le eccedenze di manodopera. Senza entrare nel dettaglio di teorie che dovrebbero essere state digerite da tutti, uno dei pilastri del capitale è la sottrazione di autonomia delle popolazioni nell’accesso ai mezzi di sussistenza, più precisamente la separazione tra la forza lavoro e i mezzi di produzione; una operazione mediante la quale la forza lavoro è trasformata in merce tra le merci. Brutalmente riassunta in questo modo la famosa accumulazione originaria di Marx, su di essa va costruita la necessaria riflessione che tale processo sembra essere in costante e continuo funzionamento all’interno dello stesso controllo capitalistico della riproduzione sociale (più o meno la tesi di David Harvey della accumulazione per spossessamento). In questo continuo ritorno all’origine va interpretato il dispositivo emergenziale che ha caratterizzato la governance neoliberista negli ultimi decenni: la produzione continua di differenza/gerarchia sociale mediante fenomeni di razzializzazione – che non riguardano solo il biologico, anzi: il razzismo è un fenomeno di invenzione di una categoria essenzializzandone uno o più tratti distintivi considerati come elementi dirimenti della loro appartenenza. I “novax” sono ormai una “razza”, nel discorso pubblico – appare come «una tecnologia moderna di governo (di management, di produzione) di popolazioni e territori finalizzata alla estrazione di plusvalore dalle società, cioè alla crescita della potenza produttiva capitalista di un determinato tessuto sociale» (Mellino qui). In sintesi: una continua ricaduta nell’accumulazione originaria che abbiamo visto applicarsi varie volte sul mercato del lavoro, non solo tramite l’introduzione di manodopera ricattabile con differenti, e altrettanto gerarchizzati, permessi di soggiorno. Una sostanziale e continua operazione di creazione di barriere all’esercizio di diritti e al mantenimento degli status che, seguendo David Harvey, possiamo notare onde svelare la diffusa abitudine del capitalismo a prosperare sulla produzione della differenza.

Enrico Gargiulo, sociologo che ha ampiamente analizzato i processi di esclusione tramite lo strumento della residenza, sottolinea come il modo di produzione storicamente conosciuto come capitalismo sia strutturalmente contrassegnato dall’esclusione sistematica di parte della popolazione dalla ricchezza. Seguendo Harvey, Gargiulo identifica le entità politiche (soprattutto lo Stato) come attori centrali nell’operazione di espropriazione di risorse e di espulsione di parti della popolazioni dai diritti e dagli status. Seguendo queste piste vorrei provare a illustrarne due esempi, che, espunti dalla caratteristica tecnologica, potrebbero essere incasellati come antenati del green pass, o, forse meglio, dotati della stessa aria di famiglia, onde inserirne la comprensione nei classici meccanismi di produzione strutturale dello sfruttamento e del disciplinamento, prima di battere piste inusuali che ad alcuni producono ancora uno spavento epistemologico-politico.

In Italia nel 1939 fu approvata una legge che non consentiva alle persone di eleggere residenza in comuni di medie-grandi dimensioni se non si aveva un contratto di lavoro in quello stesso comune. Allo stesso tempo non consentiva di firmare un contratto di lavoro in un comune se non si aveva la residenza in esso (per chi ha dimestichezza con la legislazione migratoria: l’impianto di fondo della Bossi-Fini del 2002 risuona le stesse note su scale diverse). In sostanza, ad uno sguardo ingenuo, una condanna all’immobilità. Adottando invece una lettura attenta alla produzione strutturale di differenza e di espulsione di gruppi sociali dalle risorse, dal welfare ed anche dai diritti si capisce che tale legge produceva di fatto clandestinità e dunque ricattabilità sul piano del lavoro salariato. Infatti, la legge non fu abolita con la caduta del regime, ma restò fino al 1961, quando, su iniziativa di Umberto Terrasini (PCI), essa fu abolita. Per chi conosce i flussi migratori interni alle aree italiane è immediatamente chiaro che, negli anni Cinquanta, i meridionali finirono per lavorare in alcune aree come paradossali clandestini nel loro stesso paese, con tutto il carico di ricattabilità che ne veniva come corollario. Altrettanto evidente è il cambiamento dei rapporti di forza tra le classi che la legge produsse, riducendo, appunto, l’accesso alle risorse ed ai diritti di una parte della popolazione che, giova ricordarlo, migrava a seguito dell’impoverimento del Sud avvenuto con l’Unità d'Italia.

Il secondo esempio scivola in là di più di mezzo secolo, ed assume dei tratti punitivi oltre che di esclusione. L’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi (2014) con meccanismi simili di creazioni di differenze all’interno del corpo proletario mediante la gerarchie delle cittadinanze. In questo caso l’attitudine era disciplinare: l’articolo nasceva con l'esplicita volontà di contrastare il fenomeno delle cosiddette “occupazioni abusive”, ovvero la riappropriazione di spazi a scopo abitativo da parte di coloro non in grado di sostenere un canone di affitto. L’articolo 5 vieta l’allacciamento ai servizi e la richiesta della residenza a chiunque vive in uno immobile occupato o non avendone titolo (tecnicamente, dunque, anche chi abita con affitti non contrattualizzati). Con questo provvedimento, si decideva il distacco delle utenze a chi le aveva allacciate in precedenza (pagandole regolarmente) lasciando quindi le persone senza luce, acqua e gas. La residenza era, e rimane, però il punto più complesso perché esclude le persone da alcuni fondamentali servizi, quali l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, alle liste elettorali, al welfare territoriale e al sistema scolastico per i figli. Per gli stranieri il mancato possesso della residenza comporta anche problemi per il rinnovo/ottenimento dei permessi di soggiorno. Essa infine funge da ostacolo al godimento di diritti “minori”, quali gli sconti sugli abbonamenti ai trasporti, l’esenzione per la mensa scolastica dei figli, che in una famiglia proletaria sono comunque importanti voci di bilancio. In questo caso, la disattivazione dello spazio della cittadinanza era mirato al disciplinamento di soggetti che si sottraevano al rapporto estrattivo della rendita urbana e, in più banale sintesi, non pagavano l’affitto a un padrone. In sostanza, veniva punito quel proletariato riottoso che, in mancanza di alternativa, aveva deciso di soddisfare il bisogno di casa su un piano conflittuale, sottraendosi al meccanismo della rendita, dell’assistenzialismo e dell’autosfruttamento per pagare l’affitto. Con la stessa logica ipocrita del GP, non vi era una repressione esplicita (lo sgombero, con il relativo problema di dover poi trovare sistemazioni alle persone o avere momenti di conflitto aperto) ma una esclusione dallo spazio di cittadinanza, con il corollario di una maggiore ricattabilità generale (soprattutto per chi perde il permesso di soggiorno) e dell’esclusione dal campo dei diritti e delle risorse.

Ovvio che, in aggiunta a tali esempi, si potrebbe allungare la lista con diversi casi: uno è sicuramente la moltiplicazione dei confini giuridici legati al meccanismo del permesso di soggiorno, nell’ambito della trasformazione del confine in un metodo (come hanno giustamente sottolineato Mezzadra e Neilson) che produce una differenza gerarchica tra gruppi nei termini di accesso alla mobilità, alle risorse, ai diritti. Un altro esempio, altrettanto calzante, sarebbe quello, legato al mondo del lavoro, della produzione di una pluralità di livelli di contrattualizzazione che differenziano il corpo proletario, anche all’interno di un singolo reparto di una singola fabbrica, secondo diversi accessi ai diritti e diverse forme di ricattabilità.

Il punto è però lo spazio della cittadinanza come dispositivo a geometria variabile da cui gruppi più o meno grandi di persone possono essere espulsi, allontanati momentaneamente o anche semplicemente abitarvi in stato precario. Il presidente della repubblica francese, Emmanuel Macron, dichiarò in una comunicazione pubblica che coloro che non si erano vaccinati non erano più dei cittadini. La dichiarazione faceva eco a una non meno violenta affermazione del Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Mario Draghi, che si augurava la fine della pandemia per una reintegrazione nella società di questa parte della cittadinanza eretica che aveva osato mettere in discussione il dogma teologico del vaccino. Vista tale violenza, una parte del corpo sociale ha virato verso una fantasiosa volontà dello Stato di iniettare la medicina in sé, per chi sa quali scopi nascosti. Il punto in questione è invece politico, e riguarda in prima battuta la richiesta di obbedienza e il disciplinamento dei soggetti devianti, con forme di ricatto che potranno tornare in campo quando, in una eventuale crisi energetica, alimentare ed economica provocata da un sistema sociale in stato di decomposizione, bisognerà controllare il dissenso, governare l’eccedenza di manodopera. Il green pass, o qualunque dispositivo di interoperabilità legato all’identità digitale, è uno strumento in grado di svolgere questa funzione con la possibilità di attivare e disattivare l’appartenenza allo spazio della cittadinanza, revocando diritti, accessi fisici a luoghi, e servizi a chi non obbedisce al dettame di turno. Questo tipo di azione porta ad un nuovo e più alto livello la logica capitalistica delle gerarchie sociali: esso conduce alla possibile disattivazione del rapporto tra un soggetto e lo spazio della cittadinanza attraverso uno strumento elettronico con tecnologia blockchain. L'applicabilità infinita di questo strumento, insieme al possibile legame con le tecnologie di rilevazione biometrica, sembra possano aprire il campo ad una società fatta di diversi regimi di mobilità, diverse opportunità, diversi divieti, diversi accessi a servizi, continuamente mutevoli a seconda dei criteri scelti per l’esclusione. Non è difficile pensare alla possibilità che una tale disattivazione possa comportare una impossibilità di avere contratti di lavoro, contratti di affitto o qualunque altra cosa, mostrando in estrema sintesi la “finzione borghese” del diritto, che può essere ritirato a seconda delle esigenze del capitale. Rispetto ai due esempi precedenti, naturalmente, il GP si pone come elevazione a potenza: a confronto con l’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi che è sicuramente più aggressivo nella ferocia con cui colpisce una fascia del proletariato riottoso che ha prodotto lo scarto di risparmiare sull’affitto, ma non colpisce l’interezza potenziale del corpo sociale come il green pass, soprattutto in grado di gestire con una geometria variabile le eccedenze di manodopera che di volta in volta si produrranno ed irregimentarle in diverse fasce di sussidi controllati, esclusioni e ricattabilità. Da questo punto di vista (ed esclusivamente da esso), tenderei a leggere la continua riattivazione di classici strumenti repressivi e le dinamiche viste con la vaccinazione sotto la stessa categoria, con una differenza di grado e non di natura: le forme di criminalizzazione (schifosa) che ha colpito alcuni esponenti del mondo sindacale di base non sembrano abitare un mondo diverso da quello che stiamo descrivendo. In prima istanza, siamo di fronte a un momento di trasformazione della società e con l’arrivo di una crisi economica (e probabilmente energetica ed alimentare) che il controllo e il disciplinamento di chiunque possa minimamente accendere il conflitto sociale è fondamentale per garantire la riproduzione di un sistema mediante l’ennesima crisi (l’emergenza è ormai un dato strutturale); fondamentale al punto di avere bisogno di strumenti di imposizione estesi all’intero corpo sociale. Certo, questi sono strumenti classici, noti e caratterizzati da una enorme violenza, che si uniscono (ma non si contrappongono) a quelli nuovi possibili generati dalla situazione pandemica. Non è un caso, a mio avviso, che il meccanismo del green pass si sia dispiegato nel mondo del lavoro, operando, già con la sua stessa accettazione, uno spostamento dei rapporti di forza evidente a tutti. Su questo punto c’è bisogno di un piccolo passaggio di chiarimento: ho velocemente notato che il lavoro è un bisogno, oltre che, nel linguaggio liberale, un diritto, perché è il modo di conquistare ciò che serve per vivere. Tale affermazione si spiega in termini universali, ma va declinata in termini particolari: sul primo livello, qualunque gruppo umano deve svolgere delle attività per il proprio sostentamento (caccia, raccolta, coltivazione, pastorizia che sia) di cui ha necessità vitale. Per soddisfare tale bisogno l’essere umano, a differenza degli animali, elabora una risposta sociale, che dunque produce ulteriori bisogno di altri livelli di integrazione tra le persone (una organizzazione sociale, norme e sanzioni, una divisione del lavoro, ecc.) e dunque dei valori, un sistema di comunicazione. Attaccare l’attività orientata all’accesso dei mezzi di sussistenza è già una forma di attentato alla vita. Cambia molto se inseriamo quella che ho chiamato la declinazione particolare: sotto capitalismo, per mezzo della proprietà privata dei mezzi di produzione, la forma storica di accesso alla sussistenza, per la maggioranza della popolazione, è il lavoro salariato. L’accesso ad esso è un bisogno vitale che si dispiega entro una particolare forma di organizzazione sociale, il capitalismo, in cui

a) esso è stato creato con la separazione forzata della forza lavoro dai mezzi di produzione;

b) esso produce quel plusvalore utile ad arricchire coloro che hanno l’accumulazione in sé come fine ultimo;

c) esso è l’asse portante dello sfruttamento, in quanto la quota lavoro pagata al corpo lavorante è solo quella necessaria alla riproduzione della forza lavoro in sé (il plusvalore assoluto);

ne consegue che 

d) andare a lavorare non è propriamente l’esercizio di un diritto: quanto di fatto una costrizione all’interno di determinate condizioni strutturali (in sintesi: chi rivendicherebbe il “diritto” ad andare a lavorare in fabbrica otto ore al giorno?).

In sé, dunque, subordinare il lavoro a un lasciapassare, e, di fatto, all’assunzione di un farmaco, significa produrre una alternativa non solo tra il consenso e la possibilità di accedere alle risorse, ma un regime di significato in base al quale vi è bisogno di un permesso, come fosse un privilegio, per andare a svolgere una attività che è di fatto una costrizione ed è il pilastro dello sfruttamento e della logica del profitto che egemonizza ormai ogni aspetto dell’esistenza. Se l’inserimento di un permesso per andare a lavorare non è uno spostamento dei rapporti di forza tra le classi, cosa lo è?

Disciplinare i poveri

Il neoliberismo come tecnologia di governo si era già contraddistinto per uno spiccato autoritarismo, già insito nel capitalismo in sé, e per un controllo serrato sulle condotte individuali allo scopo di disciplinare la manodopera, e le sue eccedenze, ai dettami delle nuove forme di produzione di valore. Come da manuale di teoria foucaltiana, l’assoggettamento e l’utilizzazione economica apparivano come i due pilastri della trasformazione del corpo in forza utile: la fase dello Stato punitivo a cavallo tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio ha messo capo al paradossale aumento delle politiche securitarie che, a fronte di una diminuzione dei reati, aumenta le pene per i reati minori – o addirittura ne crea di nuovi: la clandestinità come reato penale è un caso emblematico – e le carcerazioni. I tagli al welfare trasformano dunque una enorme popolazione in clientela per le carceri: laddove esse sono state privatizzate (in parte negli USA), una quota di spesa pubblica viene trasformata in profitto privato per gli enti gestori (come da noi funziona con i vari centri di detenzione per migranti); profitto basato sulla persecuzione dei poveri, trattati come corpi messi a valore come manodopera mercificata e come oggetto stesso della mercificazioni.

La fase attuale sembra fare un salto in avanti maggiore, radicalizzando quella tendenza, già vista in alcuni campi – ad esempio l’istituto dell’asilo politico – in base alla quale i diritti sono qualcosa da sottoporre a degli attestati di merito. In sintesi: non esistono in sé, ma li devi meritare. Una torsione, che naturalmente non stupisce chi conosce la finzione originaria di cui parlo più sopra, ma il cui avanzamento è evidente in questi mesi: il Comune di Fidenza ha introdotto lo scorso febbraio un sistema a punti per gli assegnatari di case popolari, il cui scopo è quello di punire i trasgressori delle regole comuni: non usare barbecue sui balconi, il divieto di consumo di alcolici negli spazi comuni, il divieto di ospitare persone senza l’approvazione del comune o dell’ente gestore. In buona sostanza, la vita dei poveri viene sottoposta a un disciplinamento costante sfavorendone qualsiasi forma di autonomia, togliendole possibilità di aggregazione spontanea (questo è il divieto di consumare alcolici negli spazi comuni), e controllandone gli aspetti più vitali al punto da generare il paradosso di una persona che vive in una casa in cui non può ospitare amici in transito improvviso, andare a letto con una persona conosciuta al bar la sera o con l’amante in assenza del partner ufficiale (pure il tradimento deve essere un privilegio di classe?). In parallelo il comune di Bologna sta facendo partire un sistema sperimentale di cittadinanza a punti, in cui, per il momento, elementi come la mancanza di multe e una corretta gestione dell’energia (sic!), darebbero alcune agevolazioni non ancora definite. Tali forme non sembrano accomunate da un generico sguardo distopico che ha usato il green pass come leva dell’immaginazione per giustificare il proprio allarme nei confronti del capitalismo della sorveglianza e dell’uso delle tecnologie per sussumere all’interno dello spazio della valorizzazione qualunque aspetto della riproduzione sociale. Essi rappresentano dei passaggi storici in termini dei rapporti di forza tra le classi e nelle relazione tra Stato e corpo sociale, andando a produrre docilità nei settori che saranno più colpiti dalle crisi.

E se poi trasformassero il lavoro in una patente a punti che dopo varie insubordinazioni te lo tolgono? Tanto è un diritto no? Se non fai il bravo... non te lo meriti.

Diceva Foucault che il corpo diventa forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato. Assoggettarsi passa anzitutto per considerare l'avviarsi sulla via dello sfruttamento risignificata in una sorta di percorso di benevolenza da parte delle classi dominanti.

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08/01/2022

Il virus Covindustria

Solita stancante premessa obbligatoria, ho 59 anni e tre dosi di vaccino in corpo: ritengo il vaccino al momento l’unico argine efficace al dilagare del Covid, intendendo per argine non l’immunizzazione dal virus ma la riduzione dei danni che provoca a partire dal rischio di morte. Proprio perchè mi è chiara la gravità di una situazione che va avanti da due anni e che sta tornando a peggiorare mi chiedo: che senso ha mettere regole diverse per un unico problema? Che differenza c’è dal punto di vista del virus e della sua diffusione tra chi ha 49 anni 11 mesi e 30 giorni e chi ha 50 anni? Che differenza c’è tra un cinquantenne che lavora e un altro disoccupato dal punto di vista del virus? Che differenza esiste fra una classe di bambini dove vigono regole di un tipo per chi è positivo e una classe di adolescenti con regole diverse? Che differenza fra un parrucchiere dove puoi entrare con il “green pass base” e un’altra attività commerciale? La risposta è ovvia ma non banale: nessuna. Perchè l’ultimo dispositivo anticovid del governo non è mirato a tenere in vita i cittadini ma a tenere in vita il governo Draghi.

Garantire la produzione e impedire l’interruzione del processo economico recependo le indicazioni del padronato. Soltanto a questo e non alla salute pubblica sono ispirati gli ultimi provvedimenti del governo Draghi, mentre il virus sta tornando a uccidere un numero di persone pari a quello dell’aprile scorso, quando ancora la prima dose del vaccino doveva essere completata. Leggendo con attenzione l’ultimo delirante comunicato di Palazzo Chigi la conferma a quanto scrivo si trova nel capitolo sanzioni, previste solo per i lavoratori, non per disoccupati e pensionati. Cioè gli unici controlli possibili, a meno di non organizzare retate di massa per strada, saranno per coloro che dovendo recarsi tutti i giorni in un posto fisso in cui esibire il “super green pass” non possono sfuggire al monitoraggio. Gli altri che si fottano, che si ammucchino sui mezzi pubblici dove nessuno controlla, che vadano a fare acquisti nei centri commerciali e nei supermercati finché sarà rimasto qualche euro in tasca prima di crepare di fame e non solo di covid. Il principio secondo cui la legge è uguale per tutti – lo sapevamo da tempo – è andato a farsi benedire, infatti quelle varate non sono leggi da discutere in Parlamento ma come sempre decreti che esautorano ulteriormente il Parlamento, in questo caso in vigore fino al 15 giugno, perchè il governo durante incontri riservati con il covid ha ricevuto da questo ampie assicurazioni che non colpirà durante la stagione estiva.

A conferma che l’interesse del governo non è contrastare il virus ma garantire le imprese (quelle confindustriali non certo le piccole imprese che ormai stanno fallendo o sono già fallite) c’è il meccanismo di “riabilitazione sociale” per chi contrae il virus. Innanzitutto facendo passare la vulgata sulla bassa intensità della variante Omicron, minimizzandola mentre in realtà ha bucato alla grande i vaccini proposti fin qua, aumentando in maniera enorme il numero dei vaccinati positivi al covid. Come dire: sì, va bene, non era vero che il vaccino immunizza totalmente, anche i vaccinati contraggono il virus e lo trasmettono ma – a differenza dei non vaccinati – non muoiono e questo ci basta. E quando il vaccinato contrae il virus può tornare al lavoro in breve tempo, perchè il problema di governo e Confindustria è il lavoro non la salute, grazie al primo tampone negativo anche a distanza di pochi giorni dalla positività, accorciando la quarantena che in precedenza prevedeva tempi molto più lunghi. Questa è politica e con la scienza non ha niente a che fare.

In tantissimi durante questi due anni abbiamo accettato restrizioni, lockdown, separazioni, isolamento in nome di un bene superiore, cioè la nostra vita soprattutto e di riflesso quella dei nostri simili. Il bene superiore di questo governo è invece garantire i profitti dei padroni e mettere le mani sui finanziamenti europei. Si era detto di non lasciare indietro nessuno, finanche Draghi nel suo discorso d’insediamento, invece i ristori ai piccoli esercenti non sono arrivati o non coprono minimamente le perdite, per non parlare dell’assenza di politiche sociali inclusive nel PNRR. Non è più accettabile l’equazione di far passare per novax chi si oppone politicamente alla macelleria sociale in atto. La cosca vincente all’interno delle istituzioni, l’unica con una visione strategica precisa del futuro, è quella di un monarca lontano dalla società reale, legato alle banche e a Confindustria che non essendo stato eletto ma invocato non può essere revocato. Eleggerlo Presidente della Repubblica significherebbe la fine degli assetti istituzionali basati sulla Repubblica parlamentare. E forse il processo è già irreversibile.

Postilla

Si può pensare quello che si vuole dei non vaccinati ma c’è un problema oggettivo nel medio e lungo termine. Sono milioni, ci piaccia o no, e resteranno senza lavoro, molti sono già senza lavoro, e se non lavori non mangi. Che facciamo, una bella convenzione con Sant’Egidio o con la Caritas per affrontare questo problema? Cazzi loro, dicono i pasdaran che celebrano felici le morti dei novax. Cazzi nostri, dice chi persevera nella complessità del pensiero adulto, consapevole che nessun sistema sociale può permettersi senza conseguenze tragiche di avere altri milioni di disoccupati in una società con oltre 6 milioni di poveri già acclarati.

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07/01/2022

Mezzo obbligo vaccinale, solo per garantire la produzione

Troppo tardi, troppo poco, troppo confuso, troppe differenziazioni. E nessuna ammissione sul disastro prodotto in due anni dai governi in carica con provvedimenti simili, improntati all’identica logica: “convivere con il virus”.

Il governo Draghi ha chiuso una lunga giornata di scontri interni decidendo un mezzo obbligo vaccinale, limitato ai soli ultracinquantenni – lavoratori e non – ma a partire dal 15 febbraio. Ossia tra 40 giorni. Quando – con molta probabilità – questo governo non sarà più in carica per il trasloco di Mario Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Ci penserà qualcun altro, insomma...

Dettaglio rivelatore: a riferire la decisione finale sono stati lasciati tre ministri, usciti dal Palazzo, mentre “il migliore” ha rinunciato alla consueta conferenza stampa. Se questa doveva essere l’occasione per “comunicare al paese” una svolta nella lotta alla pandemia, beh, non c’è stata. E Draghi si è dileguato dalla porta di servizio, senza “metterci la faccia”.

Nel merito.

Il mezzo obbligo vaccinale passa ancora una volta per il green pass, nonostante questo strumento abbia già dimostrato di non essere assolutamente sufficiente per spingere verso l’iniezione quanti diffidano.

La “novità” sta nell’ennesima differenziazione. Chi lavora dovrà esibire il “super green pass rafforzato” – quello distribuito a vaccinati e guariti – mentre i senza lavoro saranno “obbligati” senza altra specificazione.

Ma anche questi ultimi dovranno mostrare la certificazione per entrare in una lunga e contorta serie di luoghi pubblici e ricreazionali, e senza prova di avvenuta vaccinazione non sarà ovviamente possibile.

Babele assoluta nella scuola, dove ad ogni fascia di età vengono applicate misure diverse. Alle materne la classe va in quarantena al primo caso di positività. Salendo di età si passa a due, tre, quattro, col passaggio in Dad dei soli non vaccinati, oppure chissà.

Trasformando così la lotta al virus in un arzigogolo burocratico di efficacia pari a zero. E la didattica – la formazione delle future generazioni – viene imbrigliata in un percorso ad ostacoli dai risultati evanescenti.

Inoltre far riaprire le scuole nell’attuale scenario di ampia diffusione e circolazione dei contagi – riempiendo così i trasporti e concentrando milioni di persone in luoghi chiusi – appare il solito azzardo all’insegna del “non si ferma nulla” e si “convive con il virus”.

Il caos normativo è certamente stato accresciuto dalle esigenze di Lega e grillini di marcare una qualche differenza rispetto al “grande capo”.

E già questo segnala come per il governo ci siano due sfere di importanza assolutamente diversa. Per i provvedimenti economici (PNRR, ecc.) Draghi ascolta tutti e poi fa come gli pare, tenendo conto delle obiezioni degli organismi europei ma non di quelle dei “partiti”. Sulla lotta alla pandemia, la mediazione è sempre possibile, perché evidentemente ritenuta problema secondario, “non strategico”.

Indirettamente lo ha ammesso lo stesso Mario Draghi, lasciando filtrare alla stampa il messaggio per cui con queste ultime decisioni si “vogliono preservare il buon funzionamento delle strutture ospedaliere e, allo stesso tempo, mantenere aperte le scuole e le attività economiche”.

Se si tiene nel dovuto conto che, nelle stesse ore, si registrava il record assoluto di contagi rintracciati in 24 ore – oltre 190.000 – si capisce facilmente che non è quest’ultimo l’obiettivo del governo.

Le preoccupazioni sono le solite: lasciar funzionare le attività economiche, con l’unico limite rappresentato dall’intasamento delle strutture ospedaliere.

Quando si rischia il maremoto – anche perché dopo due anni non si è affatto fermato il processo di privatizzazione e non sono state stanziate risorse straordinarie per la sanità pubblica – allora si prova a mettere qualche sacco di sabbia. Troppo poco e troppo tardi.

Identici record vengono quotidianamente segnati in tutto l’Occidente neoliberista. Oltre 300mila contagi in Francia, più di un milione negli Usa, ecc.

Una prova provata dell’incapacità – o della non volontà – dei governi. Che infatti ricorrono tutti all’indicazione di un “nemico interno” cui addebitare il fallimento nella battaglia al contagio. Un po’ come i generali italiani dopo le sconfitte sul Carso nella Prima Guerra Mondiale.

I “no vax” stanno lì per quello. I governi hanno voluto che ci fossero (con la “scelta facoltativa”) e continuano a parlare – e far parlare – solo di loro, nonostante che il numero cali fisiologicamente giorno dopo giorno (per paura o per ricovero); nonostante che di manifestazioni non ce ne siano praticamente più.

Idioti utili per la distrazione di massa. Che può essere molto aggressiva – vedi quel poco di buono di Emanuel Macron... – o più soft (il travicello Speranza), ma sostanzialmente identica nella logica.

Tirare delle conclusioni, da tutto questo, è semplice e impossibile allo stesso tempo. Tra una settimana, con l’ennesimo prevedibile raddoppio dei contagi, ci sarà un’altra sceneggiata dello stesso tipo.

Ad un anno esatto dall’apparizione dei vaccini, soltanto ora si comincia a dire – molto meno a praticare – che la vaccinazione deve essere universale, e dunque obbligatoria, altrimenti serve a relativamente poco (meno morti e ospedalizzati, certo, ma un virus che circola liberamente, muta e torna imprevedibile).

Nel frattempo la situazione è andata fuori controllo. È pressoché impossibile, oggi, qualsiasi tracciamento di quanti sono venuti a contatto con dei contagiati e persino degli stessi contagiati attuali. Li si scopre solo quando viene effettuato casualmente un tampone, cui non segue – in caso di positività – alcun obbligo di quarantena minimamente verificato.

Il mezzo obbligo vaccinale per gli over 50 è una misura più “produttiva” che sanitaria. La gran massa dei lavoratori qualificati, quelli indispensabili o insostituibili per le imprese, sono in questa fascia di età. E proprio le loro assenze sul lavoro – per essere stati contagiati o come misura precauzionale dopo un contatto – stanno mettendo in difficoltà sia i servizi che parte della produzione.

Ma governi come questi non hanno altro, nella testa.

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04/01/2022

Per il Pil sono disposti a qualsiasi strage


Troppo tardi, troppo poco, troppo confuso, troppe differenziazioni. Nella gestione della pandemia il governo Draghi è in piena continuità con il Conte II. Entrambi hanno infatti messo al posto di comando la “difesa del Pil” e in fondo alla scala delle priorità la salute pubblica, usando il “tasso di saturazione degli ospedali” come termometro empirico per decretare il minimo di chiusure possibili.

Così facendo, neanche l’arrivo dei vaccini poteva cambiare seriamente la situazione. Certo, è diminuito di molto il numero dei morti, ma non certo la circolazione del virus, la sua replicazione, l’incontrollabilità delle sue varianti.

Il fatto che questo fallimento sia condiviso con tutto l’Occidente neoliberista, che ha seguito grosso modo la stessa “strategia”, non cambia di una virgola il giudizio finale. È stata una scelta criminale a favore del profitto, che però ha messo e sta mettendo in crisi proprio quello che voleva proteggere: la crescita economica.

In queste ore, davanti all’esplosione globale dei contagi, questa scelta viene ripetuta, senza più neanche provare a nasconderne i contorni. “Super Pass per lavorare, Lega e 5S alzano le barricate ma Draghi tira dritto: ‘Difendiamo il Pil che cresce’”, titola Repubblica nell’edizione online. E infatti nei giorni scorsi si è deciso di ridurre il periodo di quarantena – con annesso rischio di incrementare ulteriormente i contagi – invece che introdurre qualche forma di limitazione alla circolazione.

L’idea che si fa strada ora è un obbligo vaccinale parziale, ancora una volta mascherato da “green pass obbligatorio”, per i soli lavoratori. Ancora una volta troppo tardi, troppo poco, troppo confuso, troppe differenziazioni.

Un virus non distingue tra passaporti, colore di pelle, spessore del portafoglio o mansione produttiva. Non ha senso dunque prevedere un obbligo vaccinale limitato a categorie selezionate in base alla loro indispensabilità per “accrescere il Pil”.

La controprova sta nel fatto che per la scuola, invece, si vorrebbe far finta che il ritorno in presenza non presenti problemi di diffusione dei contagi (con l’ulteriore assurdo di prevedere l’obbligo vaccinale per il personale, docente e non, ma non per gli studenti). “La scuola non fa Pil”, sembrano dire a Palazzo Chigi, e dunque chissenefrega...

O si prevede l’obbligatorietà per tutti, o si continua all’infinito in questo saliscendi di aperture, chiusure, dad, differenziazioni tra attività vietate e permesse, babele di “indicazioni” che nessuno più riesce a seguire o ricordare.

O si liberalizzano i brevetti sui vaccini o si continua ad attendere che arrivi una variante imprevista per ricominciare da capo.

India e Sudafrica sono i paesi di “un altro mondo” che hanno la capacità industriale di produrre versioni free di tutti i vaccini in circolazione e che dunque avevano chiesto l’autorizzazione a produrli.

Il “no” statunitense ed europeo, in sede Wto, ha avuto un solo effetto pratico (oltre a proteggere i profitti-monstre di Moderna e Pfizer): quello di far maturare ed esplodere le due varianti che hanno azzoppato l’agognata “ripresa”: la delta (inizialmente detta “indiana”) e la omicron (originata nell’Africa australe).

Non basta. Ema ed Aifa – le autorità per il farmaco a livello europeo ed italiano – hanno scelto fin dall’inizio di esaminare ed approvare solo i vaccini “euro-atlantici” (statunitensi, come Pfizer e Moderna, o europei come AstraZeneca, poi scomparso dai radar).

Porte chiuse per quelli cubani, russi e cinesi, senza neanche lo sforzo di un esame. E dire che quelli cubani – Soberana ed Abdala – sono stati progettati apposta per essere somministrati a tutti i maggiori di due anni.

Con il risultato che a Cuba i contagi sono crollati e non si registrano più decessi, mentre qui e negli Usa (oltre un milione di contagi solo ieri) la situazione è fuori controllo a partire dalle fasce giovanili e infantili (cui proprio non si può chiedere l’ipocrita “senso di responsabilità” con cui i governi si sciacquano la bocca e la coscienza).

Per valutare quale strategia sia migliore, direbbero gli scienziati seri, “bisogna analizzare i dati”. E i risultati, ad oggi 4 gennaio 2022, sono questi:

Stati Uniti, 318 milioni di abitanti: 56.200.000 contagiati, 828.000 morti

Gran Bretagna, 67 milioni di abitanti, 13,5 milioni di contagiati, 150.000 morti.

Francia, 67,4 milioni di abitanti, 10,5 milioni di contagiati, 125.000 morti.

Spagna, 47,3 milioni di abitanti, 6,7 milioni di contagiati, 90.000 morti.

Italia, 59,5 milioni di abitanti, 6,4 milioni di contagiati, 138.000 morti.

Germania, 83 milioni di abitanti, 7,25 milioni di contagiati, 113.000 morti.

...

Cuba, 11,3 milioni di abitanti, 967.000 contagiati, 8.300 morti.

Cina, 1,4 miliardi di abitanti, 115.000 contagiati, 4.850 morti.

Le chiacchiere stanno a zero. Chi ha messo il Pil davanti alla vita della popolazione non riesce a difendere né la vita, né il Pil.

Si chiama capitalismo, ed è il virus più mortale di tutti. Fare strage è nel suo dna.

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30/12/2021

Il governo nel pallone: abolisce di fatto la quarantena

Diciamola in modo semplice: i governi occidentali, compreso quello italiano, di fronte al moltiplicarsi incontrollabile dei contagi scelgono di diminuire i periodi di quarantena in caso di contatto con portatori accertati del Covid, in qualsiasi variante si presenti.

Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.

Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace...

Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.

Questo nonostante i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).

Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi.

Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure che più cervellotiche non si può. Vediamole:
“Nuove misure in merito all’estensione del Green Pass Rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass Rafforzato alle seguenti attività:

- alberghi e strutture ricettive;

- feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;

- sagre e fiere;

- centri congressi;

- servizi di ristorazione all’aperto;

- impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici;

- piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto;

- centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

Inoltre il Green Pass Rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.”
Ognuno di voi può agevolmente trovare altre decine di occasioni altrettanto favorevoli per la circolazione del virus – a cominciare dai luoghi di lavoro – che non sono menzionate.

Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.
“Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.”
Vedete un po’ voi se è possibile lasciare una materia del genere al caso (alla freddezza e responsabilità dei singoli, magari pressati da datori di lavoro che non vogliono perdere neanche una frazione di prodotto, necessità o menefreghismo vari, ecc.).

Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena i test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio.

Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura.

I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.

Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.

Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.

Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.

All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.

Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.

Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.

A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque.

Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.

Persino l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie.

Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.

Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.

Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.

Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti.

Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.

Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone).

Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).

Ma che strano... se la popolazione è in salute si produce di più e meglio...

Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo.

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24/11/2021

Il “governo dei migliori” sta truccando la partita contro il Covid

Andrea Crisanti è microbiologo, accademico e divulgatore scientifico italiano nonché professore ordinario di microbiologia all’Universita di Padova. Secondo Crisanti “Questa caccia alle streghe sui No Vax distoglie dall’obiettivo principale, l’Italia ha questo atteggiamento così provinciale, pensano di essere i migliori“.

E aggiunge: “i numeri dei morti dovuti al Covid non tornano perché se si vedono gli altri paesi come Germania e Inghilterra il rapporto decessi-casi è molto vicino al 4 per mille, in Italia questo non accade perché probabilmente sottostimiamo molto il numero di casi. Saremo sui 20-25mila casi giornalieri almeno”.

Crisanti, poi, conclude così il suo ragionamento: “Il tracciamento non l’abbiamo mai fatto, non abbiamo investito in logistica quindi è inutile starne a parlare perché anche se ne parliamo parleremmo di cose irrealizzabili. Preoccupato? Si lo sono, in Italia abbiamo perso due mesi di tempo a parlare di no-vax quando era chiaro che il problema era un altro”.

Ecco, il problema era un altro: dopo quasi due anni di pandemia da Covid-19 è davvero incredibile che, come come giustamente osserva Crisanti, non ci sia ancora nessun tracciamento (qualcuno ha mai spiegato e/o pagato per il fallimento di “Immuni”?) e nessuna logistica, esattamente come un anno fa.

Ma a c’è dell’altro, tanto altro, da dire su questo anno e mezzo di gestione assolutamente mediocre dell’emergenza epidemiologica di questo paese ancora alle prese con un’altra ondata.

Ad esempio sul ruolo nefasto delle regioni, che hanno ripreso a fare il gioco di spondina con il governo – immemori delle enormi responsabilità avute fin qui nella gestione dell’emergenza pandemica – e che ora sposano improvvisamente la linea dura e chiedono di «premiare chi si vaccina», spingendo per dare il via libera al provvedimento che prevede restrizioni per chi ha deciso di non sottoporsi al ciclo vaccinale.

E alcune tra queste si sono spinte più ancora avanti, e, sulla scia della crescente preoccupazione, avrebbero chiesto un super green pass per vaccinati e guariti da far scattare anche in zona bianca.

Ma dove sono le nuove assunzioni nella sanità pubblica? Dov’è il potenziamento della medicina territoriale? Dov’è il potenziamento dei trasporti per mettere in sicurezza i passeggeri? Dove sono le misure di sicurezza nelle scuole? E i controlli nei posti di lavoro?

Sì, quegli stessi posti di lavoro in cui, Covid-19 a parte, i lavoratori continuano a morire come mosche perchè, al netto di chiacchiere e lacrime di coccodrillo, lì non viene riconosciuta nessuna emergenza.

Dopo più di un anno e mezzo di pandemia e 133.000 morti, anziché costruire un piano organico che intervenisse contemporaneamente sui vari livelli lungo i quali viaggia il contagio, governo e regioni continuano a navigare a vista e in ordine sparso preferendo la linea del controllo sociale e scaricando il peso della crisi pandemica sulle lavoratrici, sui lavoratori e sulla vita quotidiana delle persone.

Come non vedere una torsione autoritaria nella scelta incostituzionale di vietare, per decreto, tutte le manifestazioni proprio mentre appare sempre più evidente come si stia usando l’emergenza pandemica – assieme a quella climatica – per stabilire nuove forme di dominio dei pochi sui molti e per avviare una nuova grande ristrutturazione del capitale su scala globale che nel nostro paese sta assumendo le forme e i contorni di misure fortemente antipopolari già presenti nella nuova legge di bilancio e che annunciano l’imminente ritorno ad un drastico regime di austerity?

Draghi è lì apposta a far da garante che tutto, infine, si risolva in quella direzione.

Al solito, in questo paese si prende a pretesto l’ennesima emergenza per governare in uno stato di eterna eccezione permanente (orribile ossimoro) in cui vengono sospese le libertà fondamentali e lo stesso stato di diritto.

In tutti i casi, voi vaccinatevi perché se è vero che, da solo, il vaccino non è sufficiente a battere il virus, non di meno, proprio a causa delle scelte nefaste di governo e regioni che agiscono negli strettissimi vincoli imposti dalla solita Unione Europea (sempre meno welfare e sempre più privatizzazioni) il vaccino, ad oggi, è, davvero, l’unica arma che abbiamo per salvare almeno la pelle.

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23/11/2021

La folle danza del “super green pass”

Dio confonde coloro che vuol perdere, si dice da qualche millennio... e i governi dell’Occidente neoliberista stanno facendo di tutto per dimostrare che è assolutamente vero, anche senza divinità di mezzo.

La pandemia ha rivelato molto sull’irrazionalità del nostro modo di produrre e vivere, ma anche sull’impossibilità di concepire un altro modo di stare al mondo, se l’unica direzione possibile è affidata alla ricerca del profitto e dunque “al libero mercato”.

In queste ore si va preparando ovunque una nuova “stretta” sulle attività e sulla circolazione degli esseri umani. L’autunno avanzato, e la vita al chiuso, hanno fatto risollevare le “curve” statistiche dei contagi, dei ricoverati e dei morti per Covid-19. E, come sempre, i governi si muovono troppo poco e troppo tardi.

Il perché è così semplice da fare impressione: non si vogliono “disturbare” le attività economiche, e quindi si comincia a prendere qualche misura sanitaria solo quando ormai i contagi crescono velocemente. Quando insomma – vista la dinamica di questa pandemia – i buoi sono scappati e girano impazziti.

Ora si parla di “super green pass”, differenziato escludendo i tamponi rapidi dalle condizioni per ottenerlo. In pratica, sarà concesso solo a vaccinati e guariti.

Come i nostri lettori sanno, questo giornale aveva criticato fin dall’inizio quella strana commistione tra “condizioni di lunga durata” – vaccino o guarigione – e “fotografie istantanee” (i tamponi appunto) che permetteva di avere il green pass anche volendo schivare la vaccinazione.

Una scelta oltretutto costosa per chi – lavoratori, in primo luogo – si sono ritrovati dal 15 ottobre a doversi pagare ogni 48 ore un tampone per poter entrare in quello stesso posto di lavoro in cui fino al giorno prima, magari, dovevano entrare anche se malati (i padroni considerano da anni la malattia come una “scusa dei pelandroni”).

Fa ridere e incazzare ascoltare le dichiarazioni di “governatori”, soprattutto quelli leghisti (Fontana, Zaia, Fedriga...), che hanno minimizzato in modo criminale la portata della pandemia fin da quando è esplosa ed ora – solo ora – chiedono misure drastiche subito... per non compromettere gli incassi del Natale.

Il criterio è solo quello. Della salute, a questa gente, non frega nulla.

Tra le pieghe dell’”indurimento” delle misure precauzionali fa ormai esplicitamente capolino anche l’obbligo vaccinale, fin qui ipocritamente escluso perché “siamo un paese libero”. Da febbraio sarà imposto in Austria, se ne parla ormai anche in Germania e altri paesi fin qui molto tolleranti con la sindrome no vax.

Anche in questo caso i nostri lettori sanno che abbiamo proposto l’obbligo vaccinale fin da quando i primi prodotti sono stati resi disponibili. E contestualmente abbiamo indicato la necessità di abolire i brevetti sui vaccini in modo da permettere a tutto il mondo di procedere a mettere in sicurezza la popolazione.

Perché una pandemia non conosce confini, il virus “varia” e ritorna anche lì dove sembrava sconfitto. Con altri soggetti politici e sindacali – Potere al Popolo, USB, ecc – abbiamo fatto per questo una manifestazione nazionale, il 22 gennaio.

Ora ci stanno arrivando anche Confindustria e la Cgil... a dimostrazione che “i fatti hanno la testa dura”, e le furbate da azzeccagarbugli prepotenti non servono a niente. Se non ad aumentare il costo in vite umane.

Non ci sta arrivando ancora il governo, con quel codazzo osceno di presunte “forze politiche”, preoccupate solo di garantirsi una visibilità mediatica in vista di elezioni che nessuno vuole.

Perciò l’obbligo vaccinale – che sarebbe stato logico già un anno fa – viene, sì, evocato, ma subito ridotto a singoli comparti: forze dell’ordine, personale sanitario e della scuola, con la motivazione dell’esposizione frequente a contatti di massa.

Il che presenta sia aspetti incompatibili con la difesa della salute pubblica (se vuoi esser relativamente certo di contenere la diffusione del virus procedi in senso universale, non settoriale), sia seri problemi di legittimità costituzionale.

Questo ultimi non sono quelli evocati da un Massimo Cacciari in debito di ossigeno, ma quelli chiaramente scritti della Carta all’art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”


Facciamo notare insomma che la vaccinazione può essere imposta, ma occorre farlo con una legge. E una pandemia mondiale è l’esempio tipico di una necessità del genere.

Ma proprio per questo è molto problematico fare una legge “ad categoriam”, che prescrive il vaccino per alcuni e non per altri. Volendo restare alle “categorie più esposte”, insomma, non si capisce perché escludere le cassiere dei supermercati, le badanti, gli impiegati in uffici chiusi, i lavoratori di tante attività davvero poco “distanziate”, ecc.

Ma questo governo, come gli altri dell’Occidente neoliberista, intende procedere in via “eccezionale” anche quando l’emergenza reale – la pandemia appunto – richiederebbe che si procedesse senza eccezioni.

Una via “eccentrica”, insomma, più che una scelta razionale.

L’unica vera razionalità rintracciabile in queste mosse è perciò quella solita: creare divisioni, differenziazioni cervellotiche – già si parla di “un green pass differenziato che permetta ai vaccinati e ai guariti di continuare a svolgere le normali attività anche in zona arancione o rossa, mentre magari non varrebbe per frequentare bar, ristoranti, teatri, cinema e stadi oltre che a palestre, piscine e impianti sciistici – e “regnare” sulla guerra tra fessi, favorendo in tutto e per tutto le imprese.

Dio confonde coloro che vuole perdere... e questi si sono persi ormai da due anni.

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19/11/2021

Pandemia feroce, governi da quattro soldi

Sguazza nella melma dell’improvvisazione anche il “governo dei migliori”. Tutto preso dal varare “riforme strutturali” decise dal capitale multinazionale e approvate dall’Unione Europea; tutto impegnato nel disegnare una “legge di stabilità” che prepara il ritorno all’austerità regalando ogni risorsa alle imprese mentre comprime i livelli salariali sotto la soglia della sopravvivenza... ma poi gli esplode sotto la sedia la bomba dei contagi.

Non è solo, in questa dimostrazione di criminale indifferenza alla salute della popolazione. Tutto l’Occidente neoliberista si trova in condizioni identiche, spesso anche peggiori.

In Germania ieri 65.371 nuovi casi Covid e 264 decessi, con le terapie intensive già al limite di guardia. In Francia, in pochi giorni, i casi sono raddoppiati fino a 20.000 al giorno. In Russia siamo al record giornaliero di 1.251 morti. In Ucraina oltre 20.000 contagi.

Potremmo andare avanti a lungo, ma è già chiaro che siamo nel pieno della “quarta ondata” e nessuno dei governi attenti soprattutto al “libero mercato” è riuscito – in due anni! – a prendere le misure alla pandemia.

Per contrasto spicca ovviamente il dato cinese: 6 contagiati, di cui tre sono atleti stranieri arrivati per delle competizioni.

Sotto accusa vanno perciò la gestione della pandemia e soprattutto le ragioni di fondo di un fallimento tanto clamoroso quanto previsto (da noi, almeno).

Fin dall’inizio, quando ancora il vaccino era soltanto una speranza, si è deciso ovunque – nell’Occidente neoliberista – che l’economia veniva prima della salute e della vita. E se qualcuno moriva, pazienza.

Si cercava di evitare di dichiarare “zone rosse” – clamoroso il caso della Val Seriana, vera bomba che poi ha fatto dilagare il virus in tutta Italia – e, quando pure venivano istituite, si obbligavano le persone ad andare a lavorare su mezzi pubblici come sempre strapieni.

Al massimo si interveniva sulle “attività ricreative” – bar, ristoranti, palestre, cinema, stadi, discoteche, ecc. – creando differenze di trattamento assolutamente prive di una giustificazione sanitaria.

Stare al chiuso per mangiare o ballare, in piena epidemia, è certamente pericoloso e fonte di diffusione del contagio. Ma perché non dovrebbe esserlo il lavorare uno a fianco all’altro, in ufficio o alla catena di montaggio? E perché autobus e metro affollati sarebbero (stati) esenti da rischi?

Queste palesi e insensate sottomissioni agli interessi delle imprese più grandi, multinazionali in primo luogo, ha seminato diffidenza, sfiducia, sospetti che hanno coinvolto – più che i governi Conte II e Draghi I – il sistema sanitario e la stessa scienza. Qui hanno attecchito gli imbecilli no vax e si sono infilato i fascisti più criminali (facilitati da tanti leader della destra parlamentare).

Il vaccino sembrava la soluzione definitiva e unica. E non lo è stata.

Intanto per ragioni scientifiche. Il virus muta, circola, ritorna. I vaccini non riescono a “immunizzare” dai coronavirus come fanno invece per le infezioni batteriche (il tetano, per esempio). Danno una copertura temporanea, alcuni mesi.

Ma anche per ragioni di demenza politica nella gestione della vaccinazione. Tutti i governi hanno lasciato “libertà di scelta”, se vaccinarsi o no. Quelli più credibili (Cuba, Cina, Vietnam, ecc.) vedono altissime percentuali di vaccinati, mentre quelli occidentali arrancano tra il 50 e l’80% della popolazione.

A fronte di un rifiuto di massa troppo alto è stata prodotta l’”arma di distrazione di massa” del green pass. Un modo burocratico di “incentivare” la vaccinazione, ma che ha avuto pochi risultati pratici, proprio per la mancanza di fiducia e/o di credibilità dei governi.

Non va dimenticato che il green pass era stato richiesto da quella stessa Confindustria che l’anno scorso minacciava di licenziare chi non andava al lavoro anche in pieno lockdown. Ed era stato richiesto per una ragione “economica”, non sanitaria: evitare cause per contagio durante l’orario di lavoro.

Ossessionati dal non voler “ostacolare la crescita”, i governi neoliberisti si ritrovano ora di nuovo ad affrontare lo spettro dei lockdown per frenare la “quarta ondata”. E ancora una volta lo fanno seminando confusione e divisioni.

Ovunque il green pass viene stiracchiato ad hoc. In Slovacchia il primo ministro Eduard Heger ha annunciato “un lockdown per i non vaccinati“. In Germania sarà introdotto il “3G” (green pass tedesco) sul posto di lavoro e sui mezzi di trasporto pubblico. Ma alcuni Land, come la Sassonia, stanno valutando un lockdown totale.

Idem in Francia, Spagna, Grecia... ovunque. E naturalmente partono anche le restrizioni ai viaggi internazionali, in base ai dati giornalieri di questo o quel paese.

In Italia, vero laboratorio di tutti gli orrori (qui è nato il fascismo, non dimentichiamolo), ci si sbizzarrisce su proposte sempre più fantasiose e “differenzianti”.

Brunetta immagina “un green pass rafforzato che deve colpire soprattutto i non vaccinati, gli irriducibili che devono essere reclusi ed esclusi dalla vita collettiva e dall’economia“.

Salvini frena come al solito, ma i “suoi” governatori stanno sul fronte opposto, perché – loro sì – devono fare i conti con i posti letto ospedalieri che vanno riempiendosi a ritmo insostenibile.

Ogni coglione spara la sua ideuzza, ma tutte convergono nel disegnare un puzzle senza senso né logica, con divieti qui e là in palese contrasto con attività che invece resterebbero permesse, negli stessi luoghi e negli stessi ambienti.

Pertanto sono non credibili. Il che aumenta, invece di diminuire, la diffidenza sociale. Che viene sapientemente deviata, però, verso altri bersagli e persino contro la scienza (grazie anche ai comportamenti di alcuni scienziati).

Tutti vogliono ignorare la realtà. La pandemia è qui per restare. La vaccinazione è un’arma efficace se obbligatoria per tutti (tranne i casi clinici che la sconsigliano) e ripetuta a scadenza temporale della copertura (sei mesi circa).

L’Austria del negazionisti del virus, quelli che sfottevano “gli italiani” quando erano al disastro perché “è gente che non si lava”, è oggi il primo paese europeo a imporre l’obbligo vaccinale.

Ma neanche la vaccinazione da sola può risolvere il problema. Anche i vaccinati si infettano e contagiano a loro volta. Dunque servono ancora tutte le misure precauzionali cui ci stiamo abituando (mascherine “vere”, distanziamento, disinfezione delle mani, ecc.).

Ma serve anche il lockdown, nelle aree focolaio, purché associato a campagne di tamponi di massa, per individuare con precisione tutti contagiati in una certa area.

È la strategia cinese, e funziona certamente meglio.

Ma ci vogliono governi credibili. E, come dimostrano sia l’astensionismo elettorale, sia la grande percentuale di “timorosi” (oltre all’esigua pattuglia ideologicamente no vax), i governi neoliberisti non lo sono affatto.

Chi ti frega quattro soldi in più sulle pensioni, sul salario, sul welfare o la sanità, non può certo presentarsi come quello che “ti consiglia per il tuo bene”.

Non se ne esce, con questa gente. Vanno messi fuori gioco.

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16/11/2021

Anche a destra “no vax” e “sì vax”, ma non fa notizia

In questi ultimi mesi ci siamo abituati a registrare – “a sinistra” – una crescente cacofonia sul tema “green pass”. Divisioni profonde, scomuniche reciproche, accuse deliranti (soprattutto, bisogna dirlo, da parte di chi sotto il “no green pass” nasconde un indicibile “no vax”, che contrasta – radicalmente – con la cultura derivante dal “socialismo scientifico” del Moro di Treviri).

Ci siamo così abituati ad ascrivere questa cacofonia al sempiterno “amore per la scissione” che caratterizza “la sinistra”. Soprattutto quella che si autodefinisce “radicale” o viene indicata come “estrema”, anche quando, tutto sommato, è moderatamente socialdemocratica (solo l’equivoco interessato sul PD come “sinistra” può far sembrare l’ultimo barlume di welfare state quasi un “accenno al socialismo”).

Ma anche a destra non scherzano. Due giornali protofascisti come La Verità (direttore l’orrido Belpietro) e Libero (codiretto da Vittorio Feltri, Pietro Senaldi e Alessandro Sallusti, in altri tempi guidato a turno anche da Belpietro) hanno sul tema vaccini due posizioni radicalmente opposte.





Magari solo per qualche giorno, magari solo perché guardano a due anime diverse del protofascismo italico (quella qualunquista o quella “governista comunque”), ma nessuno sembra accorgersi di questa divaricazione.

La spiegazione, da queste parti, appare abbastanza chiara. Sulle questioni secondarie si può e si deve “cercare di coprire” tutto il campo del consenso possibile. Su quelle serie, invece, comandano i padroni e non c’è niente da discutere. Al massimo da fare un po’ di “flanella”, giusto per guadagnarsi un gettone nei talk show.

Insomma, scanniamoci pure – per finta, sia chiaro – sul ddl Zan o “la terza dose”, tanto a gestire tutto ci pensa Draghi, cioè la Troika.

Decisamente più serio, non per caso, chi da 2.000 anni gestisce il rapporto con il potere andando al sodo, invece di perdersi nelle quisquilie e pinzillacchere...


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10/11/2021

Non disturbate il manovratore

La destra di potere si serve spesso della destra “caciarona” per fare quel che ha già in animo di fare.

Davanti a una situazione sociale in profondo deterioramento (la crisi economica non finisce con il “rimbalzo” di quest’anno); davanti a un ridisegno violento del “modello sociale” previsto dalle “riforme” imposte dall’Unione Europea e veicolate, intanto, dal Recovery Fund e dal PNRR; davanti a crisi aziendali tutte con le stesse caratteristiche (multinazionali che chiudono per spostarsi in paesi con il costo del lavoro ancora più basso, senza che gli Stati muovano un dito); davanti a un prossimo futuro visibilmente segnato da una forte “eccedenza” di manodopera rispetto a processi produttivi sempre più automatizzati…

Si può continuare ad libitum, ognuno può aggiungere segni di lacerazione sociale più o meno evidenti, più o meno vicini. Nell’insieme tutti questi segni costituiscono un quadro unitario relativamente semplice: aumento generalizzato del malessere sociale, quindi un prevedibile aumento della conflittualità (organizzata o meno, con obiettivi politici o solo “esistenziali”, con prospettive progressiste o di vandea reazionaria, ecc.).

Con questa prospettiva davanti, un potere in forte crisi di legittimazione – l’astensionismo è solo una delle forme in cui si mostra – ricorre alla forza militare pura e semplice. Appena rivestita con motivazioni “liberali” (il diritto dei commercianti a fare incassi), ma col volto poliziesco più brutale bene in vista (il questore di Milano, Giuseppe Petronzi, promette «un film diverso rispetto a quello visto finora», con il tono del Cittadino al di sopra di ogni sospetto).

Quindi stop alle manifestazioni. A tutte le manifestazioni. Non solo a quelle più strombazzate dai media di regime (no vax o no green pass, a scelta), ma anche e soprattutto a quelle che gli stessi media si guardano bene dal raccontare e che portano in piazza i temi sociali veri, come pensioni, salario, scuola, università, sanità pubblica, reddito, casa, diritti dei lavoratori.

Dopo aver sapientemente usato no vax e fascisti, provocando qua e là anche qualche cortocircuito social-politico sempre gradito (il potere italiano vive di presunti “opposti estremismi” per giustificare il proprio monopolio del business e della violenza), ora entra in campo con gli scarponi chiodati.

Basta con gli straccioni protofascisti alla Fiore e Castellino, da sempre a busta paga di qualche sottoservizio più o meno “segreto”. Basta con picchiatori di lunga data o sciamannati in preda all’esaltazione momentanea. Si fa avanti lo Stato con i suoi blindati, gli idranti, gli squadroni della celere e i divieti decisi da un oscuro funzionario. Ma inappellabili.

Dunque niente più cortei, ma solo sit-in fuori dai centri storici e comunque lontani da una lunga lista di “obiettivi sensibili”. In pratica, secondo queste definizioni, si potrà “legittimamente manifestare il proprio dissenso” – siamo una democrazia, che diamine! – ma solo in aperta campagna, “facendosi sentire” dagli storni.

O, meglio ancora, comodamente seduti alla tastiera, sotto l’occhio vigile della polizia postale...

La gestione criminale della pandemia da parte dei governi Conte e Draghi ha prodotto 132mila morti e un contesto perfetto per lo “stato di emergenza” perenne.

Di fatto, prima hanno provocato la strage lasciando che il virus circolasse allegramente per tutto il paese – fin dalla mancata “zona rossa” in Val Seriana e nella bergamasca – poi hanno evitato di “metterci una pezza” con la vaccinazione obbligatoria di massa, fomentando “la libertà di scelta” su un tema che non può essere lasciato alla mala-capocchia di ciascuno; quindi hanno criminalizzato chi esercitava quella demenziale “libertà”, imponendo l’obbligo del green pass perfino sui posti di lavoro, in cui fino al giorno prima si era obbligati ad andare a prescindere dalle misure di sicurezza; e infine hanno lasciato sfogare alcune piazze, deviandole – “grazie” ai fascisti – verso obiettivi secondari.

È davvero sorprendente, in effetti, constatare che a chiedere l’obbligo di green pass per lavorare è stata Confindustria, per bocca di Carlo Bonomi. Ma i cortei “no green pass”, a partire dall’“esempio” di Roma, cercano quasi soltanto... la sede locale della Cgil. Che è certamente un sindacato “complice”, ma se uno vuol combattere davvero un provvedimento va in cerca del “boss”, di solito...

Abbiamo perfettamente chiaro che il “modello italiano” è in realtà comune a tutto l’Occidente neoliberista. Ovunque la scelta di “convivere con il virus” ha prodotto stragi di dimensioni belliche (solo in Europa siamo ben sopra il milione di morti), ondate cicliche di contagio, mutazioni del virus, una gestione “euro-atlantica” e privatistica dei vaccini (rinunciando ad altri prodotti e soprattutto evitando di sospendere i brevetti, moltiplicando così le possibilità di produrne quanti ne servono effettivamente nel mondo).

E ovunque in Europa un equivalente del green pass è visto ora come un modo per ridurre la portata della “quarta ondata”, fino a minacciare la sospensione della sanità pubblica per gli scapocchioni che non si sono vaccinati.

Il governo Draghi non è peggiore degli altri. Sta perfettamente nella media di un sistema occidentale infame, bloccato nelle sue prospettive di sviluppo, inchiodato da una gestione privatistica di problemi collettivi irrisolvibili con la logica del profitto. Ma proprio per questo impossibilitato a cambiare registro, a proiettare “un altro film” (come direbbe il questurino di Milano).

Sappiamo anche che, per quanto puoi largheggiare in divieti e repressione, quei problemi irrisolti faranno crescere ancora di più il malessere. Perché l’unica cura per alleviarlo – un sistema di vita meno ingiusto, una distribuzione più equa (e anche logica) della ricchezza prodotta, più diritti e meno tempo di lavoro, ecc. – è anche l’unica che questo “sistema” non può ammettere.

Puoi alzare il livello degli argini e rinforzarli, ma la forza del fiume ne uscirà moltiplicata. Lo spiega persino il cambiamento climatico, no?

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04/11/2021

Confindustria e green pass. “Dovete lavorare ad ogni costo o, come i disertori in guerra, da fucilare”

Possiamo affermare senza tema di smentita che in occasione della pandemia la Confindustria, l’organizzazione padronale per eccellenza, ha mostrato il suo volto più brutale. Era già accaduto durante i mesi più critici dell’emergenza pandemica, quando pretesero che le fabbriche continuassero a produrre anche durante il lockdown e morti e contagi si contavano a decine di migliaia. Poi, tramite il presidente della Confindustria di Macerata, hanno affermato che la produzione doveva essere assicurata ad ogni costo e “pazienza” se qualcuno sarebbe morto.

Adesso è il turno di Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, il quale il problema del green pass per accedere al lavoro lo risolverebbe così: “La pazienza è finita. Spingeremo perché sia stabilito che il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo su coloro che non sono vaccinati, perché sono disertori. Se questa è una guerra, in una guerra c’è chi ha paura, non combatte, viene messo al muro e fucilato. Qui non fuciliamo nessuno, ma il peso di eventuali nuove restrizioni deve gravare esclusivamente su questi disertori, che mettono a rischio la salute di tutti. La pazienza è finita”.

Ma i padroni sono anche suscettibili. L’attuale presidente della Confindustria, Bonomi, ha querelato Contropiano perché in un articolo definiva l’Assolombarda “peggio dei nazisti dell’Illinois”, ignorando forse una delle battute più conosciute di un film ironico come Blues Brother.

Per settimane la Confindustria ha praticato durante l’emergenza pandemica il vittimismo aggressivo denunciando come nel paese ci fosse un atteggiamento “contro le imprese”, eppure le loro aziende, nonostante il Covid, hanno aumentato la produzione. Adesso che al governo c’è uno di loro, li abbiamo visti esplodere in una standing ovation a favore di Draghi. Si sentono con le spalle coperte e con un governo che ne sta esaudendo tutti i desideri (vedi il taglio dell’Irap) e le ambizioni.

È per questa ragione che senza alcun freno inibitorio ritengono di potersi permettere anche un linguaggio come quello di Agrusti, confindustriale dell’Alto Adriatico. Siamo sicuri che tutti i “sentinelli democratici” pronti a stigmatizzare le dichiarazioni fuori posto o istigatrici di odio, in questa occasione se ne staranno zitti di fronte ad un padrone che allude alla fucilazione dei lavoratori senza green pass in quanto “disertori”.

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