Sulla manifestazione per la Palestina del 5 ottobre, la Questura – su esplicite pressioni del governo – ha fatto cadere un divieto a manifestare decisamente inaccettabile. Contro questo divieto alcuni legali – per conto dei promotori – hanno presentato un ricorso al Tar per chiederne la revoca.
Il divieto infatti non regge per molti motivi. In primo luogo la manifestazione è stata vietata non per la sua piattaforma ma per commenti e documenti apparsi sui social che invitavano a manifestare il 5 ottobre.
In secondo luogo nel nostro paese non possono essere le varie organizzazioni delle comunità ebraiche o i giornali della destra a decidere chi può o non può manifestare o che cosa può dire o non dire in una manifestazione.
Questi due semplici elementi ci portano a dire che il divieto di manifestazione per il 5 ottobre non può essere accettato e che quindi sabato 5 ottobre saremo nelle piazze che a Roma e in altre città si opporranno al divieto di manifestare contro il genocidio del popolo palestinese ed ora anche contro l’invasione e i bombardamenti sul Libano.
Quest’ultimo fattore è esattamente lo scenario che va preso in considerazione, che pone sul piatto questioni che non vanno rimosse e che vanno oltre il problema del divieto di manifestare il 5 ottobre.
Lo Stato di Israele sta realizzando a forza di bombe e terrorismo di stato il suo progetto storico di imposizione della “Grande Israele” al Medio Oriente e al mondo. L’allargamento dei suoi confini in nome della “propria sicurezza” ha già portato all’annessione del Golan siriano, poi di Gaza e Cisgiordania ed ora anche di una parte del Libano. Una escalation che non ha e non si pone limiti, né questi gli vengono imposti dall’azione del diritto internazionale e delle organizzazioni che sarebbero predisposte a farlo rispettare.
Se c’è una entità che sta imponendo un fatto compiuto “dal fiume al mare”, non sono certo gli slogan delle manifestazioni per la Palestina ma lo stato di Israele. Del resto le mappe di Israele che Netanyahu aveva esposto nel suo viaggio negli Stati Uniti pochi mesi prima del 7 ottobre, dicevano esattamente questo. Chi nega tale dato di fatto lo fa per ipocrisia o per complicità.
Utilizzare il 7 ottobre come fatto scatenante per giustificare tutto questo non è accettabile da nessun punto di vista.
Per questa ragione impedire oggi una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese e la politica annessionista e criminale di Israele non sta in cielo né in terra.
Ci sentiamo di sottolineare che la mobilitazione per la Palestina e contro l’invasione del Libano va rilanciata immediatamente, indipendentemente dalle manifestazioni di protesta contro il divieto di manifestare il 5 ottobre che in alcuni aspetti stanno mettendo in secondo piano la questione palestinese – e questo è un errore che non ci si può permettere. Così come non ci si può permettere perniciose stupidaggini come alcuni cartelli comparsi alla manifestazione per la Palestina di Milano. I cortei non sono dei bazar nei quali esporre a proprio piacimento la propria merce. Un certo esibizionismo confonde le priorità con il risultato di opacizzare e mettere in secondo piano le sacrosante ragioni delle manifestazioni.
Su questo rilancio della mobilitazione per la Palestina “oltre il 5 ottobre” occorre decidere e rapidamente.
A tutte e tutti coloro che sono scesi in piazza per la Palestina durante tutto l’anno, non sfugge che la spinta alla mobilitazione si è andata attenuando in termini di partecipazione. E’ un dato indubbiamente fisiologico, ma dipende anche dal fatto che se dopo il 7 ottobre la resistenza palestinese aveva rimesso in campo una prospettiva e riportato la Palestina nell’agenda politica internazionale, nei mesi successivi l’iniziativa è stata assunta solo dagli apparati israeliani, fino alla escalation condotta in Libano e che ha duramente indebolito quello che viene definito come “Asse della Resistenza”.
Le persone si mobilitano quando individuano una prospettiva, molto meno quando questa viene ridotta al conteggio della vittime e alla denuncia dei bombardamenti. Anche di questo va tenuto conto ed in modo particolare in un paese nel cuore imperialista come il nostro!
Riteniamo infine che la mobilitazione di piazza non può sostituire una valutazione e un confronto sugli scenari che si vanno aprendo in Medio Oriente e nel mondo a seguito della “guerra senza limiti” israeliana e dei grandi sconvolgimenti in corso a scala globale. Come giornale siamo intenzionati a proporre quanto prima un momento nazionale di confronto e riflessione su questo.
Se, come sta accadendo nell’ultimo periodo, cambiano gli scenari, anche la mobilitazione deve comprendere in quali scenari si colloca, quali sono i punti di forza e di debolezza sui quali agire nel nostro paese.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/10/2024
5 ottobre. Opponiamoci al divieto di manifestare ma rilanciamo la mobilitazione su Palestina e Libano
28/01/2024
Una giornata per chi la memoria la coltiva davvero
In molte piazze italiane migliaia di persone si sono mobilitate ieri, come ogni sabato da quasi tre mesi a questa parte, per protestare contro il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele e la complicità dei governi occidentali.
Tra cui spicca per servilismo quello “post-fascista” di casa nostra, che ha accolto le pressioni dello stato di Israele, rappresentate localmente dai vertici delle comunità ebraiche (con molti ebrei in completo dissenso).
È stata infatti la prima volta che un governo ha deciso di vietare le manifestazioni per ragioni politiche e culturali, non certo per “ragioni di ordine pubblico” visto che da tre mesi a questa parte le manifestazioni di solirietà con la Palestina si svolgono senza alcun problema né tanto meno “incidenti”.
Questa motivazione perversa e antidemocratica è stata espressa esplicitamente dal ministro dell’interno Piantedosi che ha spiegato il divieto (inizialmente presentato come un “invito a rinviare”) con la possibilità che le manifestazioni finissero con l’«assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
Di fatto l’ammissione che la data del 27 gennaio – anniversario dell’arrivo ad Auschwitz dell’Armata Rossa sovietica – è per lo Stato italiano una giornata “riservata” ai soli esponenti dell’establishment israeliano, che pretendono oltretutto di parlare a nome di tutti gli ebrei, cancellando la realtà storica dei campi di sterminio dedicati anche alla “soluzione finale” per zingari, omosessuali e antifascisti (basta ricordare Ernst Thälmann, segretario di quel Partito Comunista Tedesco che nel 1933, nelle ultime elezioni tenute in Germania, aveva ottenuto il 20% dei voti).
Insomma, un atto autoritario di negazione dei diritti costituzionali di ogni cittadino italiano motivato con la richiesta di uno stato straniero e dai suoi rappresentanti qui, dotati di doppia nazionalità.
Le manifestazioni, dicevamo, ci sono state lo stesso, praticamente senza incidenti, tranne qualche manganellata distribuita dalla polizia a Milano, dove la partecipazione era stata abbastanza grande da spingere i presenti a fare qualche passo in corteo, invece che in presidio statico.
A Milano, infatti, nonostante il divieto notificato nella giornata di venerdì, centinaia di persone si sono concentrate in piazzale Loreto per assistere alla conferenza stampa indetta dalle comunità palestinesi.
In un clima di tensione creato dall’ingente schieramento di forze dell’ordine, la risposta della città è stata tale che rapidamente si è riempita la popolare via Padova, e dopo la conferenza stampa si è provato con determinazione a partire in corteo sfidando i divieti.
Per oltre tre ore più di mille persone hanno scandito slogan in solidarietà al popolo palestinese e contro l’assurda restrizione del diritto a manifestare pretendendo di partire in corteo.
Un segnale importante e una voce di dissenso contro il tentativo di restrizione antidemocratica messa in campo dal governo e dalla questura eseguendo il diktat della comunità ebraica con il consenso del sindaco Sala. Nonostante le cariche la manifestazione non si è sciolta e ha rispedito al mittente la provocazione, rilanciando l’appuntamento di domani alle 15:00 sempre in piazzale Loreto.
Per oltre tre mesi decine di migliaia di cittadini e di migranti, arabi in primo luogo ma anche dal resto del “sud globale” hanno attraversato le strade della città, e la manifestazione di oggi ha lanciato un importante segnale di continuità con cui rilanciare la mobilitazione nelle prossime settimane.
A Roma, in piazza Vittorio, i circa duemila presenti hanno scelto di non forzare, limitandosi a tenere la pizza per circa tre ore. Da segnalare il grande numero di gazzettieri, inutilmente alla caccia di “fascisti” preannunciati da loro stessi nei giorni precedenti. Un classico esempio di “disinformazione di stato” (anzi, doppio: italiano e israeliano) che aveva dato per “certa” la “comune mobilitazione di centri sociali e Forza Nuova”.
Naturalmente in una piazza costitutivamente antifascista, e dunque anche antisionista, nessun fascista ha provato a mettere il naso, nonostante che il covo di CasaPound sia distante solo poche decine di metri.
Ed è stato proprio l’antifascismo il leit motiv di molti interventi al microfono, a sottolineare che se gli ebrei in questo paese hanno ricevuto solidarietà e protezione anche durante le “leggi razziali” del fascismo storico è stato solo grazie agli antifascisti, egualmente perseguitati. Mentre gli attuali eredi di quei persecutori siedono al governo, fiancheggiando amabilmente con i vertici delle comunità ebraiche, evidentemente dalla “memoria corta” o devastata dal suprematismo che domina a Tel Aviv.
Anche a Napoli è stata scelta la modalità statica. In piazza San Domenico, una folla di tutte le età ha manifestato il proprio no. Il 27 gennaio è stato definito la “Giornata della Memoria tradita”. E tradita, ricorda Potere al Popolo, “innanzitutto da Israele e da chi è complice del suo progetto di apartheid e di pulizia etnica, come il nostro governo. La memoria dell’olocausto e il genocidio nazifascista di sei milioni di vittime ebree (insieme a oltre mezzo milioni di rom, testimoni di Geova, omosessuali, disabili, popolazioni dell’Est Europa, comunisti e altri dissidenti politici) deve essere d’aiuto a indagare e ricordare il passato per comprendere meglio il presente al fine di progettare un futuro che non ripeta gli orrori del passato“.
A Cagliari un presidio tra i gradini di accesso alla piazza Nazzari e via Sant’Alenixedda. Tutta la zona, da via Lai, a piazza Giovanni XXIII sino al lato mercato-Via Giaime Pintor era stata circondata dalle forze dell’ordine e interdetta al traffico delle auto.
Secondo gli attivisti di A Foras – tra gli organizzatori dell’evento – “manifestare è legittimo perché nella legge istitutiva della Giornata della Memoria viene spiegato che i valori della giornata stessa sono finalizzati a far sì che non si ripeta più quanto accaduto. E oggi in Palestina è in atto un genocidio che rischia di distruggere un popolo intero“.
Così anche a Bologna, dove bandiere della Palestina e striscioni sono stati sventolati, dalla scalinata del Pincio al parco della Montagnola.
Il collettivo Cambiare rotta, Potere al popolo, Rete dei comunisti e Opposizione studentesca d’alternativa, come documentato da alcune immagini pubblicate sui social, hanno scritto, “respinto con questa azione i divieti di Piantedosi“.
Di fatto, si legge in una nota firmata dai manifestanti, “oggi in varie città si tengono manifestazioni a fianco del popolo palestinese, manifestazioni che il governo nazionale cerca di vietare con la scusa della Giornata della Memoria sotto palese pressione del governo israeliano.
Non ci faremo intimorire dalla repressione e continueremo a stare al fianco della resistenza palestinese, il nostro compito è scendere in piazza per la pace, per la giustizia, per il cessare il fuoco e l’arrivo degli aiuti umanitari necessari a Gaza.”
Nel complesso, insomma, una giornata positiva che ha cancellato il tentativo di farne un’occasione riservata ai suprematisti di oggi.
La memoria è infatti un bene prezioso, che va coltivato seriamente riconoscendo e combattendo ogni fascismo, in qualsiasi modo travestito.
Fonte
Tra cui spicca per servilismo quello “post-fascista” di casa nostra, che ha accolto le pressioni dello stato di Israele, rappresentate localmente dai vertici delle comunità ebraiche (con molti ebrei in completo dissenso).
È stata infatti la prima volta che un governo ha deciso di vietare le manifestazioni per ragioni politiche e culturali, non certo per “ragioni di ordine pubblico” visto che da tre mesi a questa parte le manifestazioni di solirietà con la Palestina si svolgono senza alcun problema né tanto meno “incidenti”.
Questa motivazione perversa e antidemocratica è stata espressa esplicitamente dal ministro dell’interno Piantedosi che ha spiegato il divieto (inizialmente presentato come un “invito a rinviare”) con la possibilità che le manifestazioni finissero con l’«assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
Di fatto l’ammissione che la data del 27 gennaio – anniversario dell’arrivo ad Auschwitz dell’Armata Rossa sovietica – è per lo Stato italiano una giornata “riservata” ai soli esponenti dell’establishment israeliano, che pretendono oltretutto di parlare a nome di tutti gli ebrei, cancellando la realtà storica dei campi di sterminio dedicati anche alla “soluzione finale” per zingari, omosessuali e antifascisti (basta ricordare Ernst Thälmann, segretario di quel Partito Comunista Tedesco che nel 1933, nelle ultime elezioni tenute in Germania, aveva ottenuto il 20% dei voti).
Insomma, un atto autoritario di negazione dei diritti costituzionali di ogni cittadino italiano motivato con la richiesta di uno stato straniero e dai suoi rappresentanti qui, dotati di doppia nazionalità.
Le manifestazioni, dicevamo, ci sono state lo stesso, praticamente senza incidenti, tranne qualche manganellata distribuita dalla polizia a Milano, dove la partecipazione era stata abbastanza grande da spingere i presenti a fare qualche passo in corteo, invece che in presidio statico.
A Milano, infatti, nonostante il divieto notificato nella giornata di venerdì, centinaia di persone si sono concentrate in piazzale Loreto per assistere alla conferenza stampa indetta dalle comunità palestinesi.
In un clima di tensione creato dall’ingente schieramento di forze dell’ordine, la risposta della città è stata tale che rapidamente si è riempita la popolare via Padova, e dopo la conferenza stampa si è provato con determinazione a partire in corteo sfidando i divieti.
Per oltre tre ore più di mille persone hanno scandito slogan in solidarietà al popolo palestinese e contro l’assurda restrizione del diritto a manifestare pretendendo di partire in corteo.
Un segnale importante e una voce di dissenso contro il tentativo di restrizione antidemocratica messa in campo dal governo e dalla questura eseguendo il diktat della comunità ebraica con il consenso del sindaco Sala. Nonostante le cariche la manifestazione non si è sciolta e ha rispedito al mittente la provocazione, rilanciando l’appuntamento di domani alle 15:00 sempre in piazzale Loreto.
Per oltre tre mesi decine di migliaia di cittadini e di migranti, arabi in primo luogo ma anche dal resto del “sud globale” hanno attraversato le strade della città, e la manifestazione di oggi ha lanciato un importante segnale di continuità con cui rilanciare la mobilitazione nelle prossime settimane.
A Roma, in piazza Vittorio, i circa duemila presenti hanno scelto di non forzare, limitandosi a tenere la pizza per circa tre ore. Da segnalare il grande numero di gazzettieri, inutilmente alla caccia di “fascisti” preannunciati da loro stessi nei giorni precedenti. Un classico esempio di “disinformazione di stato” (anzi, doppio: italiano e israeliano) che aveva dato per “certa” la “comune mobilitazione di centri sociali e Forza Nuova”.
Naturalmente in una piazza costitutivamente antifascista, e dunque anche antisionista, nessun fascista ha provato a mettere il naso, nonostante che il covo di CasaPound sia distante solo poche decine di metri.
Ed è stato proprio l’antifascismo il leit motiv di molti interventi al microfono, a sottolineare che se gli ebrei in questo paese hanno ricevuto solidarietà e protezione anche durante le “leggi razziali” del fascismo storico è stato solo grazie agli antifascisti, egualmente perseguitati. Mentre gli attuali eredi di quei persecutori siedono al governo, fiancheggiando amabilmente con i vertici delle comunità ebraiche, evidentemente dalla “memoria corta” o devastata dal suprematismo che domina a Tel Aviv.
Anche a Napoli è stata scelta la modalità statica. In piazza San Domenico, una folla di tutte le età ha manifestato il proprio no. Il 27 gennaio è stato definito la “Giornata della Memoria tradita”. E tradita, ricorda Potere al Popolo, “innanzitutto da Israele e da chi è complice del suo progetto di apartheid e di pulizia etnica, come il nostro governo. La memoria dell’olocausto e il genocidio nazifascista di sei milioni di vittime ebree (insieme a oltre mezzo milioni di rom, testimoni di Geova, omosessuali, disabili, popolazioni dell’Est Europa, comunisti e altri dissidenti politici) deve essere d’aiuto a indagare e ricordare il passato per comprendere meglio il presente al fine di progettare un futuro che non ripeta gli orrori del passato“.
A Cagliari un presidio tra i gradini di accesso alla piazza Nazzari e via Sant’Alenixedda. Tutta la zona, da via Lai, a piazza Giovanni XXIII sino al lato mercato-Via Giaime Pintor era stata circondata dalle forze dell’ordine e interdetta al traffico delle auto.
Secondo gli attivisti di A Foras – tra gli organizzatori dell’evento – “manifestare è legittimo perché nella legge istitutiva della Giornata della Memoria viene spiegato che i valori della giornata stessa sono finalizzati a far sì che non si ripeta più quanto accaduto. E oggi in Palestina è in atto un genocidio che rischia di distruggere un popolo intero“.
Così anche a Bologna, dove bandiere della Palestina e striscioni sono stati sventolati, dalla scalinata del Pincio al parco della Montagnola.
Il collettivo Cambiare rotta, Potere al popolo, Rete dei comunisti e Opposizione studentesca d’alternativa, come documentato da alcune immagini pubblicate sui social, hanno scritto, “respinto con questa azione i divieti di Piantedosi“.
Di fatto, si legge in una nota firmata dai manifestanti, “oggi in varie città si tengono manifestazioni a fianco del popolo palestinese, manifestazioni che il governo nazionale cerca di vietare con la scusa della Giornata della Memoria sotto palese pressione del governo israeliano.
Non ci faremo intimorire dalla repressione e continueremo a stare al fianco della resistenza palestinese, il nostro compito è scendere in piazza per la pace, per la giustizia, per il cessare il fuoco e l’arrivo degli aiuti umanitari necessari a Gaza.”
Nel complesso, insomma, una giornata positiva che ha cancellato il tentativo di farne un’occasione riservata ai suprematisti di oggi.
La memoria è infatti un bene prezioso, che va coltivato seriamente riconoscendo e combattendo ogni fascismo, in qualsiasi modo travestito.
Fonte
10/11/2021
Non disturbate il manovratore
La destra di potere si serve spesso della destra “caciarona” per fare quel che ha già in animo di fare.
Davanti a una situazione sociale in profondo deterioramento (la crisi economica non finisce con il “rimbalzo” di quest’anno); davanti a un ridisegno violento del “modello sociale” previsto dalle “riforme” imposte dall’Unione Europea e veicolate, intanto, dal Recovery Fund e dal PNRR; davanti a crisi aziendali tutte con le stesse caratteristiche (multinazionali che chiudono per spostarsi in paesi con il costo del lavoro ancora più basso, senza che gli Stati muovano un dito); davanti a un prossimo futuro visibilmente segnato da una forte “eccedenza” di manodopera rispetto a processi produttivi sempre più automatizzati…
Si può continuare ad libitum, ognuno può aggiungere segni di lacerazione sociale più o meno evidenti, più o meno vicini. Nell’insieme tutti questi segni costituiscono un quadro unitario relativamente semplice: aumento generalizzato del malessere sociale, quindi un prevedibile aumento della conflittualità (organizzata o meno, con obiettivi politici o solo “esistenziali”, con prospettive progressiste o di vandea reazionaria, ecc.).
Con questa prospettiva davanti, un potere in forte crisi di legittimazione – l’astensionismo è solo una delle forme in cui si mostra – ricorre alla forza militare pura e semplice. Appena rivestita con motivazioni “liberali” (il diritto dei commercianti a fare incassi), ma col volto poliziesco più brutale bene in vista (il questore di Milano, Giuseppe Petronzi, promette «un film diverso rispetto a quello visto finora», con il tono del Cittadino al di sopra di ogni sospetto).
Quindi stop alle manifestazioni. A tutte le manifestazioni. Non solo a quelle più strombazzate dai media di regime (no vax o no green pass, a scelta), ma anche e soprattutto a quelle che gli stessi media si guardano bene dal raccontare e che portano in piazza i temi sociali veri, come pensioni, salario, scuola, università, sanità pubblica, reddito, casa, diritti dei lavoratori.
Dopo aver sapientemente usato no vax e fascisti, provocando qua e là anche qualche cortocircuito social-politico sempre gradito (il potere italiano vive di presunti “opposti estremismi” per giustificare il proprio monopolio del business e della violenza), ora entra in campo con gli scarponi chiodati.
Basta con gli straccioni protofascisti alla Fiore e Castellino, da sempre a busta paga di qualche sottoservizio più o meno “segreto”. Basta con picchiatori di lunga data o sciamannati in preda all’esaltazione momentanea. Si fa avanti lo Stato con i suoi blindati, gli idranti, gli squadroni della celere e i divieti decisi da un oscuro funzionario. Ma inappellabili.
Dunque niente più cortei, ma solo sit-in fuori dai centri storici e comunque lontani da una lunga lista di “obiettivi sensibili”. In pratica, secondo queste definizioni, si potrà “legittimamente manifestare il proprio dissenso” – siamo una democrazia, che diamine! – ma solo in aperta campagna, “facendosi sentire” dagli storni.
O, meglio ancora, comodamente seduti alla tastiera, sotto l’occhio vigile della polizia postale...
La gestione criminale della pandemia da parte dei governi Conte e Draghi ha prodotto 132mila morti e un contesto perfetto per lo “stato di emergenza” perenne.
Di fatto, prima hanno provocato la strage lasciando che il virus circolasse allegramente per tutto il paese – fin dalla mancata “zona rossa” in Val Seriana e nella bergamasca – poi hanno evitato di “metterci una pezza” con la vaccinazione obbligatoria di massa, fomentando “la libertà di scelta” su un tema che non può essere lasciato alla mala-capocchia di ciascuno; quindi hanno criminalizzato chi esercitava quella demenziale “libertà”, imponendo l’obbligo del green pass perfino sui posti di lavoro, in cui fino al giorno prima si era obbligati ad andare a prescindere dalle misure di sicurezza; e infine hanno lasciato sfogare alcune piazze, deviandole – “grazie” ai fascisti – verso obiettivi secondari.
È davvero sorprendente, in effetti, constatare che a chiedere l’obbligo di green pass per lavorare è stata Confindustria, per bocca di Carlo Bonomi. Ma i cortei “no green pass”, a partire dall’“esempio” di Roma, cercano quasi soltanto... la sede locale della Cgil. Che è certamente un sindacato “complice”, ma se uno vuol combattere davvero un provvedimento va in cerca del “boss”, di solito...
Abbiamo perfettamente chiaro che il “modello italiano” è in realtà comune a tutto l’Occidente neoliberista. Ovunque la scelta di “convivere con il virus” ha prodotto stragi di dimensioni belliche (solo in Europa siamo ben sopra il milione di morti), ondate cicliche di contagio, mutazioni del virus, una gestione “euro-atlantica” e privatistica dei vaccini (rinunciando ad altri prodotti e soprattutto evitando di sospendere i brevetti, moltiplicando così le possibilità di produrne quanti ne servono effettivamente nel mondo).
E ovunque in Europa un equivalente del green pass è visto ora come un modo per ridurre la portata della “quarta ondata”, fino a minacciare la sospensione della sanità pubblica per gli scapocchioni che non si sono vaccinati.
Il governo Draghi non è peggiore degli altri. Sta perfettamente nella media di un sistema occidentale infame, bloccato nelle sue prospettive di sviluppo, inchiodato da una gestione privatistica di problemi collettivi irrisolvibili con la logica del profitto. Ma proprio per questo impossibilitato a cambiare registro, a proiettare “un altro film” (come direbbe il questurino di Milano).
Sappiamo anche che, per quanto puoi largheggiare in divieti e repressione, quei problemi irrisolti faranno crescere ancora di più il malessere. Perché l’unica cura per alleviarlo – un sistema di vita meno ingiusto, una distribuzione più equa (e anche logica) della ricchezza prodotta, più diritti e meno tempo di lavoro, ecc. – è anche l’unica che questo “sistema” non può ammettere.
Puoi alzare il livello degli argini e rinforzarli, ma la forza del fiume ne uscirà moltiplicata. Lo spiega persino il cambiamento climatico, no?
Fonte
Davanti a una situazione sociale in profondo deterioramento (la crisi economica non finisce con il “rimbalzo” di quest’anno); davanti a un ridisegno violento del “modello sociale” previsto dalle “riforme” imposte dall’Unione Europea e veicolate, intanto, dal Recovery Fund e dal PNRR; davanti a crisi aziendali tutte con le stesse caratteristiche (multinazionali che chiudono per spostarsi in paesi con il costo del lavoro ancora più basso, senza che gli Stati muovano un dito); davanti a un prossimo futuro visibilmente segnato da una forte “eccedenza” di manodopera rispetto a processi produttivi sempre più automatizzati…
Si può continuare ad libitum, ognuno può aggiungere segni di lacerazione sociale più o meno evidenti, più o meno vicini. Nell’insieme tutti questi segni costituiscono un quadro unitario relativamente semplice: aumento generalizzato del malessere sociale, quindi un prevedibile aumento della conflittualità (organizzata o meno, con obiettivi politici o solo “esistenziali”, con prospettive progressiste o di vandea reazionaria, ecc.).
Con questa prospettiva davanti, un potere in forte crisi di legittimazione – l’astensionismo è solo una delle forme in cui si mostra – ricorre alla forza militare pura e semplice. Appena rivestita con motivazioni “liberali” (il diritto dei commercianti a fare incassi), ma col volto poliziesco più brutale bene in vista (il questore di Milano, Giuseppe Petronzi, promette «un film diverso rispetto a quello visto finora», con il tono del Cittadino al di sopra di ogni sospetto).
Quindi stop alle manifestazioni. A tutte le manifestazioni. Non solo a quelle più strombazzate dai media di regime (no vax o no green pass, a scelta), ma anche e soprattutto a quelle che gli stessi media si guardano bene dal raccontare e che portano in piazza i temi sociali veri, come pensioni, salario, scuola, università, sanità pubblica, reddito, casa, diritti dei lavoratori.
Dopo aver sapientemente usato no vax e fascisti, provocando qua e là anche qualche cortocircuito social-politico sempre gradito (il potere italiano vive di presunti “opposti estremismi” per giustificare il proprio monopolio del business e della violenza), ora entra in campo con gli scarponi chiodati.
Basta con gli straccioni protofascisti alla Fiore e Castellino, da sempre a busta paga di qualche sottoservizio più o meno “segreto”. Basta con picchiatori di lunga data o sciamannati in preda all’esaltazione momentanea. Si fa avanti lo Stato con i suoi blindati, gli idranti, gli squadroni della celere e i divieti decisi da un oscuro funzionario. Ma inappellabili.
Dunque niente più cortei, ma solo sit-in fuori dai centri storici e comunque lontani da una lunga lista di “obiettivi sensibili”. In pratica, secondo queste definizioni, si potrà “legittimamente manifestare il proprio dissenso” – siamo una democrazia, che diamine! – ma solo in aperta campagna, “facendosi sentire” dagli storni.
O, meglio ancora, comodamente seduti alla tastiera, sotto l’occhio vigile della polizia postale...
La gestione criminale della pandemia da parte dei governi Conte e Draghi ha prodotto 132mila morti e un contesto perfetto per lo “stato di emergenza” perenne.
Di fatto, prima hanno provocato la strage lasciando che il virus circolasse allegramente per tutto il paese – fin dalla mancata “zona rossa” in Val Seriana e nella bergamasca – poi hanno evitato di “metterci una pezza” con la vaccinazione obbligatoria di massa, fomentando “la libertà di scelta” su un tema che non può essere lasciato alla mala-capocchia di ciascuno; quindi hanno criminalizzato chi esercitava quella demenziale “libertà”, imponendo l’obbligo del green pass perfino sui posti di lavoro, in cui fino al giorno prima si era obbligati ad andare a prescindere dalle misure di sicurezza; e infine hanno lasciato sfogare alcune piazze, deviandole – “grazie” ai fascisti – verso obiettivi secondari.
È davvero sorprendente, in effetti, constatare che a chiedere l’obbligo di green pass per lavorare è stata Confindustria, per bocca di Carlo Bonomi. Ma i cortei “no green pass”, a partire dall’“esempio” di Roma, cercano quasi soltanto... la sede locale della Cgil. Che è certamente un sindacato “complice”, ma se uno vuol combattere davvero un provvedimento va in cerca del “boss”, di solito...
Abbiamo perfettamente chiaro che il “modello italiano” è in realtà comune a tutto l’Occidente neoliberista. Ovunque la scelta di “convivere con il virus” ha prodotto stragi di dimensioni belliche (solo in Europa siamo ben sopra il milione di morti), ondate cicliche di contagio, mutazioni del virus, una gestione “euro-atlantica” e privatistica dei vaccini (rinunciando ad altri prodotti e soprattutto evitando di sospendere i brevetti, moltiplicando così le possibilità di produrne quanti ne servono effettivamente nel mondo).
E ovunque in Europa un equivalente del green pass è visto ora come un modo per ridurre la portata della “quarta ondata”, fino a minacciare la sospensione della sanità pubblica per gli scapocchioni che non si sono vaccinati.
Il governo Draghi non è peggiore degli altri. Sta perfettamente nella media di un sistema occidentale infame, bloccato nelle sue prospettive di sviluppo, inchiodato da una gestione privatistica di problemi collettivi irrisolvibili con la logica del profitto. Ma proprio per questo impossibilitato a cambiare registro, a proiettare “un altro film” (come direbbe il questurino di Milano).
Sappiamo anche che, per quanto puoi largheggiare in divieti e repressione, quei problemi irrisolti faranno crescere ancora di più il malessere. Perché l’unica cura per alleviarlo – un sistema di vita meno ingiusto, una distribuzione più equa (e anche logica) della ricchezza prodotta, più diritti e meno tempo di lavoro, ecc. – è anche l’unica che questo “sistema” non può ammettere.
Puoi alzare il livello degli argini e rinforzarli, ma la forza del fiume ne uscirà moltiplicata. Lo spiega persino il cambiamento climatico, no?
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