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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2025

Rubio come McCarthy, gli Usa tornano indietro di 70 anni

di Michelangelo Cocco

Gli studenti statunitensi in Cina sono diventati merce rara. Secondo i dati ufficiali sono rimasti in circa 800. Del resto, perché dovrebbero frequentare gli atenei di un paese che dai loro governi viene dipinto come una minaccia?

I cinesi invece, più che alla propaganda, badano al sodo. Chi può va negli States a prendersi un titolo di studio che, in patria o all’estero, è più spendibile del corrispettivo cinese sul mercato del lavoro. Per questo nell’anno accademico 2023-2024 negli Usa erano registrati 277.400 studenti cinesi, secondi solo agli indiani e 1/4 del totale degli studenti stranieri.

Ora però l’amministrazione Trump vuole frenare questo flusso, one-way, come confermano i numeri.

Infatti il segretario di stato, Marco Rubio, ieri ha annunciato che Gli Stati Uniti «revocheranno aggressivamente i visti per gli studenti cinesi». Il capo della diplomazia di Trump ha chiarito che il suo dipartimento di stato collaborerà con quello per la sicurezza interna sulle cancellazioni, che riguarderanno gli studenti cinesi, «compresi quelli con legami con il Partito comunista cinese o che studiano in settori critici».

Non solo revoche, ma – ha concluso Rubio – «rivedremo anche i criteri per i visti, per migliorare il controllo di tutte le future domande provenienti dalla Repubblica popolare cinese e da Hong Kong».

I “legami col partito comunista” e gli “studi in settori critici” di cui ha parlato Rubio sono, finora, concetti vaghi, che potenzialmente includono qualsiasi studente cinese negli Usa. Sembra prendere così corpo l’idea, odiosa, di negare l’accesso alle università Usa ai cinesi in quanto cinesi.

E così sui media e sui social cinesi sono subito rimbalzate le accuse di “maccartismo”, ovvero la caccia alle streghe contro comunisti e presunti tali scatenata negli anni Cinquanta dal senatore repubblicano Joseph McCarthy.

Il ministero degli esteri di Pechino ha reagito con durezza. «L’irragionevole decisione di revocare i visti agli studenti cinesi con il pretesto dell’ideologia e della sicurezza nazionale nuoce gravemente ai diritti e agli interessi legittimi degli studenti cinesi e interrompe gli scambi tra noi», ha dichiarato Mao Ning.

Secondo la portavoce «una mossa così politicizzata e discriminatoria mette a nudo la menzogna degli Stati Uniti sulla loro cosiddetta libertà e apertura e non farà che minare ulteriormente la loro immagine nel mondo e la reputazione nazionale».

Gli studenti cinesi contribuiscono in maniera significativa al finanziamento degli atenei Usa e sono tra i più brillanti, soprattutto nelle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Perché allora prenderli di mira con quest’ultima proposta di Rubio, dopo che già negli ultimi anni scienziati e ricercatori cinesi negli Usa hanno denunciato controlli e persecuzioni da parte delle autorità e molti sono per questo ritornati in Cina?

Il motivo è duplice.

Da un lato si cerca di prosciugare il fiume in piena di giovani scienziati che – dopo essersi formati negli Usa – torna in patria per contribuire alla Nuova era proclamata da Xi Jinping, della quale la cosiddetta “innovazione autoctona”, ovvero il progresso scientifico-tecnologico made in China rappresenta una componente essenziale. Rispetto a qualche anno fa tornare a lavorare in Cina ha per i cinesi lo stesso fascino, se non maggiore, di costruirsi una vita negli States.

Dall’altro le politiche anti-Cina sono popolari negli Stati Uniti e dunque possono rafforzare il consenso dell’amministrazione Trump. Secondo gli ultimi dati del Pew Research Center, il 77 per cento degli americani ha un’opinione negativa della Cina.

Da entrambi i punti di vista – sia quello che attiene alla competizione tecnologica Cina-Usa, sia quello che riguarda la costruzione del consenso da parte di Trump – l’uscita di Rubio ha senso. Peccato che rappresenti una violazione di principi democratici di base.

Come dar torto al tabloid nazionalista Global Times, che ha commentato:
“Di fronte alla regressione storica degli Stati Uniti, nessun settore dovrebbe rimanere in silenzio. Ogni paese ha il diritto di salvaguardare la propria sicurezza, ma adottare politiche discriminatorie nei confronti degli studenti di un determinato paese è indubbiamente un atto deliberato volto ad alimentare le tensioni tra le nazioni. La Cina ha già protestato con gli Stati Uniti per la decisione, ma questo non dovrebbe limitarsi a livello bilaterale.

Governi, università e organizzazioni civili di tutto il mondo dovrebbero prendere posizione e condannare la politicizzazione dell’istruzione. Non si tratta solo di difendere i diritti degli studenti cinesi, ma anche di sostenere i principi di equità e cooperazione educativa globale.

Prendere di mira indiscriminatamente gli studenti cinesi in base alla loro nazionalità o al loro campo di studi è una politica sconsiderata che non solo deteriora il clima sociale e l’ambiente accademico negli Stati Uniti, ma alimenta anche la divisione, vuol dire danneggiare gli altri senza trarre vantaggio per sé.

La comunità accademica globale, comprese le università statunitensi, dovrebbe unirsi nell’invitare Washington a tornare alla ragione e a smettere di usare gli studenti cinesi come capri espiatori per scopi politici interni, e a smettere di trasformare le istituzioni accademiche in campi di battaglia per scontri politici.”
In Occidente, quello di Qian Xuesen è un nome pressoché sconosciuto. In Cina, al contrario, il padre dei missili balistici intercontinentali e dei programmi spaziali della Repubblica popolare è oggetto di venerazione. A Shanghai gli hanno dedicato un museo che ne ripercorre la carriera e le sperimentazioni, un edificio di tre piani nel quale le visite guidate di scolaresche e dipendenti pubblici che vengono introdotti al mito dello “scienziato del popolo” si succedono senza soluzione di continuità.

Nato nel 1911 ad Hangzhou, nel 1934 Qian si laureò in Ingegneria meccanica all’Università Jiaotong di Shanghai. L’anno successivo – grazie a una borsa di studio dell’indennità dei Boxer – fece rotta sul Massachusetts Institute of Technology, dove ottenne un master in Ingegneria aeronautica. Nel 1939 conseguì il dottorato al California Institute of Technology, sotto la guida del più importante ingegnere aeronautico del tempo, Theodore von Kármán, che lo definì “un genio indiscusso”.

Nel 1949, mentre a Pechino Mao proclamava la nascita della Repubblica popolare, Qian fondava a Pasadena il Jet Propulsion Laboratory (JPL) del California Institute of Technology, di cui assunse la direzione, lavorando su sistemi di armamento segreti come il programma per lo sviluppo di vettori intercontinentali Titan e il Private A, il primo propellente solido testato con successo negli Stati Uniti.

Nel 1950 si aprì la stagione del maccartismo e, quello stesso anno, due ex agenti della “Squadra rossa” della polizia di Los Angeles, incaricata di indagare e controllare attività radicali, scioperi e rivolte, lo accusarono di essere membro del Partito comunista. Qian fu fermato con otto casse di bagaglio mentre stava partendo assieme alla moglie e ai due figli, per far visita ai suoi anziani genitori in Cina. Secondo le autorità statunitensi, quei bauli contenevano materiale classificato che lo scienziato intendeva far uscire illegalmente dagli Usa.

Nonostante si fosse professato innocente e malgrado le proteste delle comunità accademica californiana, Qian venne prima costretto agli arresti domiciliari e infine, nel 1955, rispedito da San Francisco a Hong Kong a bordo della nave “SS President Cleveland”. «Non ho intenzione di tornare, non ho nessun motivo per tornare… farò del mio meglio per aiutare il popolo cinese a costruire la nazione dove potrà vivere con dignità ed essere felice», dichiarò ai giornalisti prima di lasciare per sempre gli Stati Uniti.

«È stata la cosa più stupida che questo paese abbia fatto – sostenne il segretario della marina USA Dan Kimball – Qian non era più comunista di me, e noi l’abbiamo costretto ad andarsene».

Rientrato in patria, il Partito comunista accolse Qian a braccia aperte, affidandogli la fondazione dell’Istituto di meccanica di Pechino e assicurandogli un posto nella prestigiosa Accademia delle scienze.

Qian spese tutta la sua carriera in Cina (morirà a Pechino il 31 ottobre 2009, a 98 anni) per modernizzare i sistemi missilistici dell’Esercito popolare di liberazione e i programmi spaziali nazionali. Nella sua biografia ufficiale è ricordato così:
Qian Xuesen fu un membro eminente e devoto del Partito comunista cinese, un grande scienziato noto come il padre dell’industria aerospaziale cinese, senior fellow dell’Accademia cinese delle scienze di ingegneria, e vicepresidente del sesto, settimo e ottavo Comitato nazionale della Conferenza politico-consultiva del popolo cinese.

Qian è stato uno dei fondatori della moderna meccanica in Cina. Promosse ricerche teoretiche e applicate sull’ingegneria dei sistemi e diede un contributo inestimabile al lancio e allo sviluppo di razzi, missili e programmi spaziali in Cina e fu un pioniere in diversi campi, tra i quali l’aerodinamica, l’ingegneria aeronautica, la propulsione a getto, l’ingegneria cibernetica e la fisica meccanica.¹
Note

1) Michelangelo Cocco, Una Cina “perfetta”: la Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale, 2020, Carocci editore.

Fonte

07/03/2025

Al riarmo in ordine sparso, per l’Ucraina promesse da marinaio

Persino i media più “europeisti” e dunque anti-trumpiani devono registrare che il lungo vertice tenuto ieri a Bruxelles ha partorito un topolino gracile.

Arrivati tra le fanfare del piano annunciato da Ursula von der Leyen – 800 miliardi per il riarmo, bypassando completamente l’inutile “Parlamento” di Strasburgo (l’unico al mondo senza alcun potere legislativo) – i 27 capi di stato o di governo, più Zelenskij in felpa nera militare, hanno chiuso con una dichiarazione congiunta e 26 firme. Manca quella dell’ungherese Orbàn, come ampiamente previsto, nonostante il tono generale sia stato abbastanza “moscio”.

I temi erano sostanzialmente due. Riarmare i paesi europei, in primo luogo. Ma non per fare l’utopistico “esercito europeo”. In pratica ognuno si riarmerà per conto proprio, utilizzando in parte fondi europei sotto forma di prestiti (da restituire), in parte nuovi debiti nazionali contratti grazie al permesso di Bruxelles di sforare i tetti di spesa pubblica relativi al capitolo armamenti.

Fin qui nessuna sorpresa, anche se diversi governi hanno mostrato perplessità consistenti. In fondo, il fatto che ogni paese abbia un margine discrezionale piuttosto ampio per procedere consente a tutti – persino ad Orbàn – di stare per il momento al gioco rinviando le differenze a quando si comincerà a passare ai fatti. Ossia agli acquisti di armi.

Il secondo punto chiave era però in che modo mantenere la promessa di continuare a fornire armi all’Ucraina. Rispetto a solo sei settimane fa la situazione è completamente cambiata. Il primo azionista dell’alleanza atlantica, gli Stati Uniti, hanno innestato la marcia indietro, lasciando vuote sia le casse finanziarie che, soprattutto, i convogli di armi pronte a partire.

Non solo, gli USA hanno anche deciso di sospendere l’assistenza di intelligence e quella satellitare, anche se in forma – pare – piuttosto selettiva. In pratica, per come è organizzata la Nato, le informazioni fornite dai satelliti possono esser lette da tutti i comandi operativi dei paesi membri. Quindi il passaggio di queste informazioni all’esercito ucraino potrebbe esser fornito anche da inglesi e francesi, pur se con qualche complicazione in più e dunque qualche efficacia in meno.

In ogni caso, per chi vuol supportare Kiev perché sia in grado di continuare la guerra, c’è il problema di sostituire le forniture Usa. Che erano non solo le maggiori come quantità, ma anche quelle relativamente più efficienti, vista l’immensamente superiore abitudine yankee ad intervenire militarmente nel mondo.

Il grafico qui sotto è impietoso...
“Dobbiamo sostenere l’Ucraina ora più che mai”, aveva dichiarato il capo della diplomazia dell’UE – la guerrafondaia estone Kaja Kallas – prima del vertice straordinario. Ma dopo 10 ore di colloqui, tra abbracci pubblici a Zelenskij davanti alle telecamere, gli impegni concreti e immediati scarseggiano. Diciamo…

La dichiarazione finale sull’Ucraina traccia ambiziose ma immaginarie “linee rosse” per i futuri negoziati di pace (da cui sia Kiev che “l’Europa” sono al momento escluse), chiede l’adesione di Kiev alla UE e promette aiuti militari futuri, ma senza obiettivi specifici.

La linea ufficiale, si diceva, è bellicosissima: “Raggiungere la ‘pace attraverso la forza’ richiede che l’Ucraina sia nella posizione più forte possibile, con le robuste capacità militari e di difesa dell’Ucraina come componente essenziale”, si legge nella dichiarazione firmata da 26 leader. E dunque “L’Unione Europea rimane impegnata, in coordinamento con partner e alleati affini, a fornire un sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico rafforzato all’Ucraina e al suo popolo”.

Ma – stando alle indiscrezioni dei soliti funzionari che parlano solo con la garanzia dell’anonimato – l’impegno per i futuri pacchetti di armi continuerà grazie a una “coalizione di volenterosi” che include membri non UE come il Regno Unito e il Canada.

Prima della riunione, la solita Kallas aveva tentato di unire i paesi dell’UE intorno a uno sforzo per reperire almeno 20 miliardi di euro in aiuti militari da consegnare all’Ucraina durante il 2025. Uno sforzo che non ha ottenuto un sostegno unanime.

A porte chiuse, la stessa Kallas ha detto che la UE dovrebbe concentrarsi sul fornire armi all’Ucraina, non solo sull’acquisirle per l’uso dei singoli paesi. Ma Zelenskij ha ottenuto impegni concreti solo da paesi non-UE, come la Norvegia che ha promesso di raddoppiare i suoi aiuti militari diretti all’Ucraina fino a 8 miliardi di euro per il 2025.

Al di là delle chiacchiere di circostanza, infatti, la domanda cui devono rispondere i 27 nani (o 26) è se l’UE possa sostituire o compensare l’interruzione degli aiuti militari e dell’intelligence statunitensi.

Il primo ministro estone Kristen Michal – altro “guerrafondaio con gli eserciti degli altri”, visto che il suo paese ha abitanti pari alla metà di Roma – ha sollevato il punto durante i colloqui a porte chiuse chiedendo: Possiamo farcela da soli?

La risposta è stata un silenzio assordante. Un esempio clamoroso di “vorrei, ma non posso”. E per fortuna, bisogna dire, perché se potessero farebbero follie irreparabili (guerra contro un potenza nucleare che dispone di oltre 5.000 testate atomiche e missili ipersonici non intercettabili...).

Più semplice allora concentrarsi sulle promesse di aiuti finanziari per circa 30 miliardi di euro, attraverso prestiti garantiti dalle attività congelate della Russia (circa 300 miliardi in banche europee, che qualcuno vorrebbe “espropriare”, col rischio di far partire una fuga precipitosa di tutti i depositi di paesi in varia misura “criticabili”, come le petromonarchie).

La distanza siderale tra dichiarazioni e fatti è stata illustrata sinteticamente da un ex ufficiale dell’intelligence britannica, il colonnello Philip Ingram, il quale – intervistato da Politico (una delle testate fin qui finanziate da UsAid, e quindi filo-Biden e antitrumpiana) – ha spiegato che “La fine della condivisione dell’intelligence è davvero molto significativa per l’Ucraina. Significa perdere l’accesso alle informazioni di acquisizione di obiettivi per i missili a lungo raggio, ma anche intercettare razzi in arrivo e flotte di droni. Gli stati membri dell’UE semplicemente non hanno molta capacità di intelligence strategica perché sono così focalizzati internamente – paesi come la Germania dipendono interamente dalla NATO –. Ora si trovano di fronte alla prospettiva di dover intensificare, ma ci vogliono decenni e centinaia di milioni di dollari”.

Decenni... “I fatti hanno la testa dura” – proverbio inglese decisamente famoso – ma sembra proprio che non riescano ad entrare nelle teste dei nanerottoli senza strategia né spessore che siedono nelle cancellerie europee.

Non a caso nelle stesse ore l’amministrazione Trump si metteva a giocare con le paure dei singoli Stati del Vecchio Continente, facendo girare la voce che Washington potrebbe impegnarsi a difendere solo i paesi che destinano una certa percentuale del loro prodotto interno lordo alla difesa. Un “art. 5 differenziato”, insomma, valido per alcuni ed altri no, a seconda del tasso obbedienza.

Una voce che immediatamente ha “distratto” i convenuti a Bruxelles, mettendo così il sostegno all’Ucraina – il tema ufficialmente sul tavolo – in secondo piano rispetto all’individuale priorità di non perdere “l’ombrello americano” sul proprio paese.

Ma è fin troppo evidente che non puoi “garantire nessuno”, tanto meno un paese cui hai subappaltato una guerra contro una superpotenza nucleare, se tu stesso – da solo o insieme a tutti gli altri – hai bisogno di “garanzie e protezione”.

Un altro funzionario “anonimo” ha così sussurrato che la discussione sulla difesa e il riarmo è durata per quasi tutte le 10 ore dell’incontro, con i 27 leader a battagliare su come finanziare l’aumento di 800 miliardi di euro per la difesa, e quindi sulla proporzione tra fondi Ue e fondi nazionali per farvi fronte.

I colloqui sugli aiuti all’Ucraina, invece, hanno occupato circa 15 minuti.

Nelle dichiarazioni ai media, all’uscita, le proporzioni si sono “stranamente” invertite. Ma nulla come la guerra straccia il velo dell’ipocrisia. Sono bastate sei settimane per spazzare via almeno 30 anni di retorica “europeista”. È difficile persino pensare quante altre ne serviranno per chiarire a tutti i popoli d’Europa e degli Stati Uniti che i loro governanti sono, in verità, i loro primi nemici.

Fonte

29/03/2023

Bloccata la nave di Banksy: “salva troppe vite!”

Un governo reazionario non necessariamente deve essere anche stupido. Ma quando lo è, incontrovertibilmente, la realtà si incarica di mostrarne – moltiplicata – la miseria agli occhi di tutto il mondo.

Nel bel mezzo di una autentica ondata di barchini e gommoni stracarichi di migranti in fuga da tutto (guerre, siccità, desertificazione, fame, vessazioni, ecc.), con i mezzi della Guardia Costiera e della Marina Militare in seria difficoltà davanti al numero di salvataggi da effettuare su un vasto braccio di mare, “autorità italiane” non meglio specificate hanno bloccato una nave ong nel porticciolo di Lampedusa perché avrebbe operato “salvataggi multipli”.

Il riferimento – di sedicente “legalità” – è alla recente norma approvata dal governo Meloni che obbliga le navi civili ad operare un solo salvataggio alla volta, dirigendosi poi nel “porto sicuro” indicato dalle stesse “autorità italiane” e quasi sempre collocato a centinaia di chilometri dal Canale di Sicilia o dalle coste calabresi.

Un modo neanche troppo nascosto di scoraggiare l’attività di salvataggio, costringendo queste navi a lunghi ed inutili viaggi, con aumento dei costi per gli armatori e dello stress per i naufraghi.

Per sovrapprezzo, ritenendo forse l’accusa di “salvataggi multipli” troppo impresentabile agli occhi di persone dotate di senno, le “autorità” hanno pensato bene di aggiungerci quella di complicare il coordinamento dei soccorsi “sovraccaricando le linee telefoniche del Centro nazionale di coordinamento”.

Fa un po’ ridere, e anche incazzare, in pieno terzo millennio, l’immagine di coordinatori alle prese con “linee telefoniche sovraccariche” come forse avveniva ai tempi in cui il collegamento al numero chiamato veniva fatto manualmente dalle centraliniste...

E giustamente l’equipaggio di una seconda nave “sotto osservazione” – la Ocean Viking, di Sos Mediterranée – ironizza ricordando che questo stesso presunto “eccesso di comunicazione” veniva pochi anni fa considerato un merito, perché consentiva di ridurre al minimo i tempi dei soccorsi.

Ma veniamo alla nave bloccata a Lampedusa. Perché qui cade qualsiasi “narrazione coatta” dei pifferai di governo.

Per somma sfortuna di Meloni & co. si tratta della Louise Michel, finanziata ed istoriata da Banksy, l’ignoto artista “di strada” che tutto il mondo conosce e apprezza, disputandosi le sue opere “trasportabili” a suon di milioni...

Dunque tutto il mondo, analfabeti inclusi, sa a questo punto che l’Italia è governata da un gruppo di reazionari che considera un “reato” – o comunque un’infrazione grave “alle regole” – salvare troppa gente in mare.

Normalmente, per questo, dovunque si dà un premio sia pure simbolico come una medaglia. Qui ti intimano di non lasciare il porto fin quando le “autorità” non ti daranno il permesso, magari consigliandoti di “non provarci più”.

La “regola” inventata dai furbissimi legislatori improvvisati per diradare la presenza di navi “indesiderate” si ritorce insomma contro i suoi inventori. Come fai a spiegare al mondo che “salvare troppe vite” non va bene? Come fai a presentarti come un campione e giudice di “diritti umani”?

È come ammettere – nemmeno troppo indirettamente – che tu ti muovi intenzionalmente perché di vite se ne salvino un po’ di meno. Ossia che ci siano più morti, tra quei disgraziati che sono stati costretti a scegliere tra una morte probabile in mare e una pressoché certa nel luogo da cui sono partiti.

Insomma, alla domanda che Giorgia Meloni aveva coattescamente posto ai suoi critici in Parlamento – «volete dire che ci sono uomini delle forze dell’ordine che non salverebbero bambini perché avrebbero queste indicazioni dal governo?» – le “autorità italiane” che hanno bloccato la Louise Michel in porto hanno risposto con i fatti: “sì, è proprio così, non vogliamo che ne vengano salvati troppi”.

Perché queste sono “le indicazioni del governo”, addirittura scritte in alcune “leggi”.

Un governo reazionario non deve necessariamente essere anche stupido. Ma siamo costretti a ricordare che il partito di Giorgia Meloni, e lei stessa più di altri, quando stavano alla (finta) opposizione proponevano come soluzione all’immigrazione disperata (“clandestina” non ci viene proprio...) “il blocco navale”.

In sei mesi di governo deve aver intuito che non è possibile fare qualcosa che almeno lontanamente ci somigli. A meno di non mitragliare direttamente barchini e gommoni... Insomma, era una chiacchiera da osteria, buona per acchiappare voti alticci, non una cosa seria...

E così si sta dimostrando per l’altro grande tormentone che sgorga dalle gole di governo: “impedire le partenze”.

Siete il governo, avete tutti gli strumenti. Provateci...

Cosa fate? Andate a Tunisi a impedire, voi (la guardia costiera o la marina militare italiana), che quelle bagnarole bucate prendano il mare? Ah, non si può, è uno stato sovrano...

Andate a Tripoli a fare qualcosa di simile? Ah, non si può, c’è un accordo (e un finanziamento, oltre all’invio di navi) col governo locale riconosciuto dall’Unione Europea. E poi il capo della guardia costiera libica – Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija – è anche il capo degli scafisti, e di solito lo ospitiamo nelle nostre basi militari...

Allora si potrebbe andare nell’altra mezza Libia, quella di Bengasi. Ah, non si può fare, con Haftar stanno i francesi, i russi e chissà chi altro. Meglio non sfruculiare...

Resta ancora l’Egitto... Ma, ah, non si può fare. Stiamo trattando con Al Sisi un bel po’ di gas, tanto che neanche gli chiediamo più degli assassini di Giulio Regeni...

Finito il giro resterebbe la Turchia. Ma che scherziamo! È membro della Nato e insieme all’Unione Europea gli diamo 3 miliardi di euro l’anno perché si tenga – o provi a farlo – centinaia di migliaia di profughi provocati dalle “nostre” (euro-atlantiche) guerre in Siria, Afghanistan, Iraq, ecc. Rischiamo che Erdogan apra completamente i rubinetti...

Questo fa di un governo reazionario un governo senza cervello e perciò pericoloso.

Fonte

11/03/2023

Chi paga i prezzi dell’energia cresciuti con le sanzioni anti-russe?

Mentre a Roma il terrorista a capo del Governo israeliano concordava con la neofascista a capo del Governo italiano, che «L’Italia vuole essere un hub dell’energia verso l’Europa e noi la pensiamo allo stesso modo», alla corte di Washington uno degli argomenti principali dell’incontro tra Joe Biden e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen riguardava il rafforzamento della “partnership energetica”.

Vale a dire, detto ipocritamente, la strada «per ridurre la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde dell’Europa», che tradotto in termini concreti, significa che «il doppio del volume previsto di gas naturale liquefatto è stato fornito dagli Stati Uniti all’Europa».

In ogni caso, la RAND Corporation vede abbastanza grigia la situazione economica occidentale a causa del sostegno all’Ucraina, la cui ricostruzione, costerà 349 miliardi di dollari (alla situazione attuale, non considerando l’ulteriore aggravamento della guerra) e sarà quasi impossibile contare su “riparazioni” russe o sui fondi russi oggi congelati all’estero.

Nonostante tenti di evidenziare le criticità russe, la RAND non può tacere alcuni evidenti indicatori: la crescita economica mondiale, che era attesa del 5% nel 2022, è stata del 3,1% e sarà del 2,2% a fine anno.

Per l’Europa, tale indice, se non ci saranno brutte sorprese, sarà dello 0,3%. Cosicché è proprio l’Europa quella che esce più malconcia dalla crisi attuale; ne vien fuori che il peso dei circa 48 miliardi di dollari in aiuti, militari e non, forniti dagli USA all’Ucraina, ricade sull’Europa.

Non basta; la riduzione della dipendenza dal gas russo dà come risultato un freno dell’economia, e nonostante che il 68% del gas liquefatto americano abbia già preso la via dell’Europa, non è sufficiente a coprire il deficit energetico, considerando innanzitutto il suo prezzo molto più alto rispetto al gas russo.

Insomma, riassume la RAND, mentre la Cina cresce, l’Europa no, e la Russia non dà segni di afflizione, continuando a vendere idrocarburi all’Europa per vie indirette, che ovviamente comportano l’aumento del prezzo per il consumatore finale. Per ovviare al problema, dice l’agenzia di ricerche USA, si potrebbe puntare sulle centrali nucleari, sostituendo la russa Rosatom con Westinghouse Electric e Framatome; ma, ecco l’inghippo: nessuno, tranne i russi, è in grado di smaltire le scorie nucleari.

E, secondo il New York Times, il settore energetico UE dipende ancora in larga parte dal nucleare russo; ed è per questo che diversi paesi occidentali si oppongono alle sanzioni in questo settore, poiché, se è stato abbastanza semplice – scrive il NYT – trovare un sostituto del petrolio e del gas russi (ma: a che prezzo?), non è possibile al momento trovare alternative per l’energia nucleare.

Il NYT è costretto ad ammettere che l’abbandono dell’industria nucleare russa assesterà un serio colpo all’economia europea; mettendo così a segno un nuovo punto a favore degli USA, aggiungiamo.

Il quadro non è completo, se non si parla di altre risorse strategiche: la Russia rimane il maggior esportatore mondiale di grano, fertilizzanti e prodotti forestali, insieme a nichel, cobalto, platino, così che, conclude sconsolata la RAND, «Indipendentemente dall’esito della guerra, le imprese occidentali, pur riluttanti, alla fine torneranno in Russia o riprenderanno a investirvi».

Sull’altro versante, i pozzi del bacino Permiano, tra Texas e New Messico, dove si estrae la stragrande maggioranza del petrolio statunitense, danno sempre meno petrolio, così come accade nei giacimenti del Sud Dakota o Delaware: in quest’ultimo bacino, il 10% dei pozzi più ricchi produce in media il 15% in meno di 6 anni fa.

Durante il decennio del boom dello scisto, gli USA hanno quasi raddoppiato la produzione di petrolio: dai 7 milioni di barili al giorno del 2009 ai 13 milioni di prima della pandemia e ora si stenta a tornare ai livelli di tre anni fa.

Secondo il politologo russo Malek Dudakov, tra le cause della lenta crescita del mercato petrolifero USA si contano le «turbolenze politiche, con l’uscita di scena di Trump e l’emergere di Biden, che concede meno licenze d’estrazione, oltre alla riluttanza delle società a investire nel sviluppo di nuovi giacimenti, mentre coi passati superprofitti preferiscono pagare dividendi».

Il risultato è che, nel bacino Permiano, se l’estrazione continuerà ai livelli attuali, le riserve USA dovrebbero bastare ancora per 10-20 anni; se invece si tenterà di allargare lo sfruttamento, potrebbero esaurirsi in pochissimi anni.

Gli Stati Uniti sono ancora il primo produttore mondiale di petrolio; ma, dice ancora Dudakov, spinti dai timori di esaurimento delle riserve, gli investitori potrebbero iniziare a ritirarsi dal settore e alcuni operatori prevedono un ritorno agli anni ’70-’80, con un crescente predominio di OPEC e Russia.

E così un gruppo di senatori – democratici e repubblicani – hanno presentato un disegno di legge “Nopec”, volto a ridurre l’influenza dei paesi OPEC sul mercato mondiale: dovrebbe venir dichiarata “illegale” qualsiasi azione congiunta per regolare la produzione di petrolio e fissarne il prezzo.

Difficile dire se il progetto andrà in porto e cosa concretamente comporterà: di fatto, sembra giunta al capolinea la cosiddetta “amicizia” USA-Opec, con “l’affare petrolifero del secolo”, concluso a inizi anni ’70 tra Washington e Riyadh, con la seconda che si impegnava a vendere petrolio solo in dollari e a controllare il lavoro degli altri membri dell’OPEC, tenuti anch’essi a concludere in dollari gli accordi petroliferi.

In cambio, Washington si impegnava a garantire la sicurezza del regno e a non interferire nei suoi processi interni. Quest’ultimo punto, a giudizio di Riyadh, non è stato rispettato da Washington e così, durante la recente visita di Xi Jinping è stato annunciato che l’Arabia venderà petrolio non solo in dollari: prima di tutto alla Cina, uno dei maggiori importatori di petrolio saudita.

A questo proposito, sul portale Daily Reckoning, l‘ex consigliere della CIA James Rickards scrive che le sanzioni anti-russe porteranno all’abbandono dell’uso del dollaro nella circolazione mondiale tra vari stati.

L’unità di intenti tra gli «stati che vogliono continuare a commerciare con la Russia, nonostante l’enorme pressione di Washington, è stata una delle ragioni principali del fallimento delle sanzioni. Quanti più paesi neutrali commerciano con la Russia, tanti di meno avranno bisogno di dollari USA», afferma Rickards e aggiunge che tutto ciò porterà a un declino del dollaro come principale valuta di pagamento.

E l’Europa torna comunque ad acquistare gas russo: secondo la russa Ekspert.ru, che riporta dati dal Brueghel Institute di Bruxelles, gli acquisti di gas liquefatto russo da parte di paesi UE stanno battendo ogni record. Lo scorso agosto è entrato in vigore il divieto di acquisto di carbone russo, mentre a dicembre ha preso il via l’embargo sul petrolio russo trasportato via mare e, a febbraio 2023, anche sui prodotti petroliferi.

Ma, per ora, non ci sono sanzioni o divieti sul gas russo e se sono ridotti al minimo gli acquisti di gas tramite gasdotti, gli acquisti di gas naturale liquefatto (GNL) vanno al massimo: 19,2 miliardi di mc, ossia il 35% in più rispetto ai 14,2 mld del 2021. E, stando a Business Insider, anche per quest’anno non ci sono segnali di un calo della domanda di GNL russo; anche perché nessuno può prevedere se anche l’inverno 2023-’24 sarà caldo come quello 2022-’23 e il solo GNL americano non sarebbe sufficiente ad affrontare un inverno normale.

In ogni caso, l’energia continuerà a esser costosa per i paesi UE. Lo ha detto il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, intervenendo al Parlamento europeo.

L’esempio del petrolio è lampante; in presenza di un’altissima domanda, il prezzo non si orienta più sulla qualità russa “Urals”. Enormi quantità di petrolio russo vanno ai paesi orientali e la UE lo acquista da quelli, a prezzo, naturalmente, superiore.

Nel corso della International Energy Week, tenutasi a Londra pochi giorni fa, è stata presentata una valutazione dell’impatto delle sanzioni sulle esportazioni di petrolio russo. In sostanza, è stato detto a chiare lettere che «non si vedono grossi sconti sul greggio ... dopo l’embargo, il prezzo medio all’esportazione del petrolio russo è di circa 74 dollari al barile, anche se il petrolio “Urals” ne costa 52». Gli sconti ci sono, ma vanno a vantaggio di India e Turchia, attraverso cui arrivano alla UE i prodotti petroliferi russi.

Ora, osservano alcuni analisti russi, pur se è difficile registrare esattamente quanto e a chi venda la Russia, si può dire però che volumi significativi di petrolio – “al nero”, si direbbe – arrivino dalla Russia a paesi UE, senza rientrare nelle statistiche ufficiali.

A Ovest si insiste dunque su un’urgente riduzione del prezzo di petrolio e prodotti petroliferi russi fino a 35 dollari, quale «potente strumento per contenere la Russia».

Curiosamente, proprio in questi giorni Bloomberg parlava di quattro grandi petroliere ancorate al largo di Ceuta, tre delle quali, cariche di 8 milioni di barili di petrolio, li riversavano nella quarta: proprio sotto il naso delle autorità UE, osservava Aleksej Bobrovskij, nonostante tutti sappiano che si tratta di petrolio russo.

Cosa ne vien fuori? Le sanzioni non funzionano e tutti ne sono stufi, tanto da aggirarle, senza nemmeno preoccuparsi di nascondersi. Sia il greggio che i prodotti petroliferi russi, come arrivavano prima alla UE, così continuano ad arrivare ora; solo che, per via dei nuovi prezzi, cresce il valore degli scambi.

Secondo l’Istituto statistico della UE, il tasso di crescita dei prezzi al consumo rispetto allo scorso anno è stato del 8,6%, superiore alle stime preliminari e il tasso base di inflazione è stato rivisto ad un valore superiore del 5,3%.

Così, Balaam rispose all’asina: «Perché ti sei beffata di me! Se avessi una spada in mano, ti ammazzerei subito» (Numeri, 22-29).

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14/11/2022

La “guerra alle ong” può far male al governo Meloni

Dopo aver fatto una cazzata, la cosa più seria – ma anche la più dolorosa – è ammettere l’errore e concentrarsi sul lavoro da fare.

Ma il governo Meloni non ci riesce proprio. E dunque non sa far altro che aggravare la situazione, ricorrendo ad iniziative che non possono che creare problemi ulteriori.

Sapete già dello scontro inopinatamente aperto con la Francia, che ha accettato – sì – di ospitare a Tolone la nave ong Ocean Viking, con 234 naufraghi raccolti in mare, ma ha bloccato poi il previsto trasferimento di altri 3.500 migranti Oltralpe.

Logica diplomatica avrebbe consigliato di stendere un pietoso velo di silenzio sul tema, com’era peraltro avvenuto con i due ultimi governi – Conte 2 e Draghi – in cui quelle poche centinaia di disperati raccolti da barconi fatiscenti o già affondati venivano tranquillamente sbarcati, assistiti approssimativamente e quindi avviati verso altre destinazioni (come dicono un po’ tutti: “la maggior parte vuole andare in Francia, Germania o Gran Bretagna, non restare in Italia”).

E invece pare che l’unico chiodo fisso tra i neuroni di Matteo Salvini – che pur non avendo ottenuto il ministero dell’interno ha comunque strappato quella poltrona per il suo fedelissimo prefetto Piantedosi, oltre ad occupare il posto da cui si può interferire con la gestione dei porti, il Ministero delle Infrastrutture – sia ancora in grado di condizionare le scelte di un esecutivo senza un vero timoniere.

Con tutti i problemi che deve affrontare – una legge finanziaria da approvare in pochissime settimane, un confronto da gestire con il resto dell’Unione Europea sulla revisione del trattato di stabilità, la crisi energetica e la partecipazione subordinata alla guerra contro la Russia (eccetera) – fare della questione dei naufraghi il centro del dibattito politico deve esser sembrato un colpo di genio.

Diciamo “dei naufraghi”, anzi, dei soli naufraghi raccolti in mare dalle navi ong (quelli raccolti dalle navi militari italiane ed europee non vengono mai neanche citati), perché la questione dell’”immigrazione” con tutte i suoi annessi ha tutt’altre dimensioni.

Sappiamo come la propaganda fascioleghista ha imposto “parole” senza più un senso chiaro. “Immigrati” e naufraghi sono fenomeni, se non altro quantitativamente, diversi. “Taxi del mare” e organizzazioni umanitarie, idem. Gli “scafisti” invece sono una figura reale, ma purtroppo per i governi italiani degli ultimi dieci anni coincidono esattamente con “la guardia costiera libica” che proprio l’Italia e la UE armano, finanziano, assistono, addestrano e... perdonano.

Ma se non sai neanche uscire dalle trappole che ti crei da solo, puoi solo avvolgerti più strettamente nelle tue idiozie.

E dunque l’ideona nuova è inventare altre forme di “sanzioni” per le navi ong, per rafforzare “legalmente” la menzogna propagandistica che quei pochi naufraghi, se li lasciassimo affogare, risolverebbero il “problema dell’immigrazione”.

Ricordiamo intanto i numeri ufficiali, quelli forniti dallo stesso ministero dell’Interno. Nel 2022 sono giunti in Italia via mare 88.670 extracomunitari. Di questi 9.486 sono arrivati grazie al soccorso delle ong, ossia il 10,7% del totale. Tutti gli altri sono giunti o da soli autonomamente, oppure sono stati soccorsi da Guardia di finanza, Guardia costiera, pescherecci o mercantili. E non stiamo neanche contando quanti sono arrivati via terra, con l’aereo o con un normale traghetto.

Insomma, anche se togli alle navi ong il diritto di approdare in porti italiani, il “problema dell’immigrazione” resta intatto, nelle sue proporzioni.

Ma proprio questa sembra a Piantedosi & co. la “soluzione ideale”. E dunque – sulla scia dei “decreti sicurezza” redatti negli anni da Marco Minniti (PD) e Salvini – il governo vuol approvare un nuovo codice di condotta per le Ong.

Solo quelle che l’avranno sottoscritto potranno approdare in Italia. Il punto più sconcertante riguarda la pretesa che le navi in questione intervengano solo quando esiste un pericolo effettivo per chi è a bordo di quei barconi.

La definizione è chiaramente assurda, se intesa alla lettera. Cosa si deve fare? Ti avvicini al barcone e fai un calcolo approssimativo su quanta acqua imbarca a bordo e sulla longevità del motore? Valuti se il mare si ingrosserà di lì a poco? E poi come fai a “dimostrare” alle autorità italiane che i tuoi calcoli erano giusti? Soprattutto: se poi quella gente affoga, come fai ad evitare di essere mandato sotto processo per “mancato soccorso” (è da sempre un obbligo, secondo la “legge del mare” poi recepita nel diritto internazionale).

Scavando tra le righe si scopre che in realtà si tratta di un passaggio tutto in burocratese che tende semplicemente a vietare l’attività delle navi umanitarie dedite al soccorso in mare.

Infatti a quelle navi verrà vietato di “segnalare” la propria presenza e posizione, di modo che i barchini non abbiano un riferimento per la rotta da prendere. In pratica, aumenterà la probabilità che quei barchini affondino senza venir soccorsi (nel caso dovessero passare inosservati alle navi della guardia costiera o di Frontex).

Chi violerà questo ordinamento sconclusionato sarà colpito da multe e sanzioni, compreso il sequestro delle navi (che non verranno comunque “affondate”, come suggeriva la stessa Giorgia Meloni in “spassosi” video di qualche mese fa...).

Inutile dire che queste “pensate” non risolverebbero comunque il contenzioso con gli altri paesi europei. Già ieri l’ambasciatore tedesco in Italia ha fatto sapere che il suo paese – non certo “secondario” – considera molto utile il lavoro che fanno le ong in mare.

E dunque questo modo di fare sta mettendo a rischio la stessa “strategia” che il governo Meloni aveva mostrato di voler adottare: obbedienza assoluta all’Unione Europea (su PNRR e politiche economiche) ed alla Nato (sulla guerra alla Russia), “fantasia creativa” reazionaria sulla repressione interna e sull’immigrazione (come “arma di distrazione di massa”).

Se rompi eccessivamente le scatole a “quelli forti” su una questione secondaria (i soccorsi in mare non sono al centro delle preoccupazioni neanche di Parigi e Berlino), non puoi poi aspettarti di essere ascoltato benevolmente su quelle “fondamentali”, che riguardano i ben più corposi interessi economici.

Ma i reazionari sono fatti così. Hanno la vista corta...

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11/11/2022

Il governo Meloni annaspa sui naufraghi

Ci sarebbe da essere contenti di aver capito i problemi che questo governo avrebbe incontrato se avesse provato a fare quel che le forze che lo compongono avevano variamente promesso in campagna elettorale. Ma dobbiamo ammettere che la velocità con cui accumula figuracce sul piano interno e internazionale è veramente sorprendente.

La polemica con la Francia sui profughi prima bloccati, poi “selezionati” e infine fatti scendere tutti a terra, a Catania, fa infatti dubitare che i “nuovi padroni” di Palazzo Chigi siano nel pieno possesso delle proprie facoltà.

Di fronte allo spettacolo ignobile nel porto siciliano, giovedì la Francia ha annunciato che avrebbe accolto nel porto di Tolone la nave Ocean Viking, della ong SOS Mediterranée, con a bordo 234 persone migranti, cui il governo di Giorgia Meloni aveva impedito l’attracco in Italia.

I Salvini et similia aveva subito gridato alla vittoria (“è finita la pacchia”, o qualcosa di simile), salvo dover incassare subito dopo un colpo da ko: “La Francia sospende l’insieme delle redistribuzioni dei 3500 rifugiati a beneficio dell’Italia e chiama tutti gli altri partecipanti al meccanismo europeo, soprattutto la Germania, a fare altrettanto“.

Così il ministro dell’Interno francese, Darmanin, dopo aver annunciato l’intenzione di non procedere alla prevista rilocalizzazione dei rifugiati dall’Italia entro il 2023, ha esortato gli altri Paesi partecipanti al meccanismo a fare lo stesso.

In pratica, una chiamata a tutta l’Unione Europea, che ovviamente ha subito risposto. Nel soccorso ai naufraghi, secondo i trattati, il criterio prevalente è territoriale, comprese le acque territoriali, e non quello della bandiera battuta dalle navi (una delle tante “invenzioni creative” che questo governo ha sciorinato nelle interviste).

«I cittadini di Paesi terzi presenti sul territorio, incluse le acque territoriali – ha puntualizzato una portavoce della Commissione Ue – possono fare domanda di asilo e, in quel caso, è richiesto agli Stati membri di dare effettivo accesso alle procedure d’asilo. Abbiamo un chiaro quadro giuridico in vigore».

Neanche la Francia è un paese particolarmente “accogliente”, anzi, e le scene alla frontiera di Ventimiglia o nell’alta Val Susa hanno fatto negli anni il giro del mondo. Proprio in queste ore, a conferma della “linea dura”, Parigi sta schierando altri 500 poliziotti al confine con l’Italia, per impedire che vengano fatti passare immigrati “di straforo”, fuori dagli accordi internazionali.

È qui che il governo Meloni ha pestato l’ennesima mina (o qualcosa di più puzzolente) per pura volontà di farsi facile propaganda sulla pelle di pochi disperati raccolti in mezzo al mare.

Tra i paesi dell’Unione Europea, infatti, esistono già numerosi accordi che regolano sia “il contrasto all’immigrazione clandestina” che i mezzi militari con cui questo obiettivo viene perseguito.

Frontex è di fatto l’agenzia che unifica l’azione delle Guardie costiere nazionali, pianifica i rimpatri forzati di quanti – comunque entrati in territorio europeo – non “meritano” l’accoglienza o la qualifica di “rifugiato politico”, nonché la redistribuzione dei profughi tra i vari paesi membri.

Un meccanismo infernale, spesso assolutamente disumano, ma comunque frutto delle trattative tra i diversi Stati e dunque imperativo per ognuno di essi. Italia compresa.

Ricordiamo anche che dal momento dell’insediamento del governo Meloni sono stati raccolte in mare poco più di 9.000 persone. Quasi tutte dalle navi militari del Frontex, e appena poco più di 800 dalle quattro navi Ong su cui si è concentrata l’offensiva mediatica della destra al governo.

Il che è già “curioso”, diciamo così... Sono tutti “immigrati”, no? E tutti salvati dal naufragio. A prescindere dal fatto che i salvataggi siano stati effettuati da navi militari oppure delle Ong, oppure ancora da navi commerciali o pescherecci di passaggio (le leggi internazionali, e soprattutto la “legge del mare” obbliga chiunque a salvare chiunque sia in difficoltà), i salvati vanno trattati secondo le stesse regole stabilite dagli accordi europei che l’Italia ha sottoscritto.

Perché dunque sparare in prima pagina la pagliuzza del “carico residuale” delle navi umanitarie e fare silenzio assoluto sulla trave di Frontex?

Per un banale calcolo elettoralistico, anche se si è appena votato. Qualcuno – e non solo Salvini – pensa che blaterare di “immigranti clandestini” sia utile a far passare sotto traccia provvedimenti economici in piena continuità con il governo Draghi e tutti quelli che li hanno preceduti (alla faccia della “discontinuità”).

È un po’ quello che avevamo visto già prima del voto. Un governo “euro-atlantico” come tutti gli altri sulle questioni fondamentali (guerra e sanzioni contro la Russia, rispetto assoluto del PNRR e dei vincoli europei), ma “fieramente nazionalista” sulle questioni ritenute minori perché “non costose”, come i diritti civili e, appunto, i migranti.

La stolidità clamorosa dei nuovi governanti però si vede proprio da questa illusione di “sovranità limitata”: anche queste “questioncelle” sono infatti già ampiamente regolate da trattati in vigore da anni. E dunque infrangerli comporta un prezzo politico, più o meno alto.

Sarebbe comprensibile – e nel breve periodo costosissimo – “rompere i trattati” sulle questioni centrali per la vita delle classi popolari (quelli che regolano le politiche di bilancio e fiscali, la spesa pubblica e le “riforme” dettate da Bruxelles, ecc.), ma per farlo occorre avere una strategia e obiettivi davvero alternativi. Ossia che disegnino un altro “sistema”, in aperto contrasto con il neoliberismo euro-atlantico, per cambiare modo di vivere e produrre.

Ma a che serve maramaldeggiare su qualche centinaio di naufraghi se non a farsi trovare col cerino in mano da tutta la presunta “comunità” (europea) di cui ci si è dichiarati il giorno prima “fieri di appartenere”?

Vediamo il risultato di questo scontro con la Francia (per ora): Parigi accoglie i 234 naufraghi a bordo della Ocean Viking, anche se fuori dalle procedure dell’accordo Frontex. Ma rifiuta di prendere i prossimi 3.500, provenienti dall’Italia, che andavano redistribuiti secondo quell’accordo.

E soprattutto chiama tutta l’Unione Europea a fare altrettanto.

Un grande affare, veramente!

Come vedete, ci siamo astenuti da ogni considerazione morale e politica di alto profilo. Ci siamo limitati a “calcolare” vantaggi e svantaggi delle mosse del governo Meloni sul terreno che aveva scelto.

Trovando inevitabilmente conferma di quella sentenza storica definitiva: i reazionari sono degli imbecilli che alzano una pietra al cielo per farsela ricadere sui piedi...

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Non acquistiamo più gas russo tramite gasdotti... ma con navi gasiere

Il quotidiano economico Il Sole 24 Ore ci regala una perla di notizia, emblematica per confermare l’ipocrisia dell’Unione Europea e delle autorità italiane ma anche l’assurdità delle sanzioni alla Russia.

“Per sostituire le forniture da Gazprom – più che dimezzate nei primi nove mesi di quest’anno – ci siamo rivolti anche a Mosca: nello stesso periodo l’export di Gnl russo nella Ue è aumentato del 46%” riporta il quotidiano.

“L’Europa consuma sempre meno gas russo e proclama di volersene liberare al più presto. Se però è in forma liquefatta, allora sembra disposta a chiudere un occhio: crollano solo le importazioni via tubo, mentre gli acquisti di Gnl – nonostante la guerra in Ucraina e le sanzioni – sono aumentati addirittura del 46% nei primi nove mesi di quest’anno” – scrive Il Sole 24 Ore“A bordo di navi metaniere tra gennaio e settembre la Ue ha ricevuto da Mosca l’equivalente di 16,5 miliardi di metri cubi di gas, contro gli 11,3 Bcm dello stesso periodo del 2021. È quasi un quinto del totale delle nostre importazioni in forma di Gnl, che a loro volta si sono spinte ai massimi storici: 98 Bcm al 30 settembre (+66%)”.

In un inserto speciale dedicato alla questione, lo stesso Sole 24 Ore alcuni mesi fa spiegava come fosse “intuitivo”, che il gas liquefatto sia generalmente più caro di quello che arriva (o arrivava) attraverso le tubature dei gasdotti. Oltre le spese di estrazione, per avere del GNL bisogna anche trasferire il gas in impianti che lo portano allo stato liquido (va raggiunta una temperatura di -162 °C); dopodiché il gas viene caricato sulle apposite navi per il trasporto. Una volta giunto a destinazione, il GNL deve essere rigassificato per poter essere immesso nella rete di distribuzione.

Il prezzo del GNL pagato dall’acquirente dipende da tanti fattori, come ad esempio la modalità d’acquisto: i contratti a lungo termine (dalla durata anche di venti-trent’anni) oppure il mercato spot (dove la compravendita è occasionale). I dettagli dei contratti non sono, però, noti perché coperti dal segreto commerciale.

Il gas liquido che riceve il nostro Paese a settembre ammontava a 9,97 miliardi di metri cubi annui, corrispondenti al 13% del fabbisogno totale, meno della metà di quanto ce ne fornisce Gazprom, 29 mmc.

Dunque lo scenario imposto dalle sanzioni europee alla Russia è che l’Italia (e la Ue) non si fanno più arrivare il gas dai russi cattivi attraverso i gasdotti... ma attraverso le navi, pagandolo ovviamente di più. Per compensare il buco lo faremo arrivare con le navi anche dagli Stati Uniti, ovviamente a costi più alti di quello che arrivava dai gasdotti.

Si rimane decisamente indecisi se invocare un TSO o un tribunale speciale per i decisori italiani ed europei in materia di sanzioni e di energia.

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30/12/2021

Il governo nel pallone: abolisce di fatto la quarantena

Diciamola in modo semplice: i governi occidentali, compreso quello italiano, di fronte al moltiplicarsi incontrollabile dei contagi scelgono di diminuire i periodi di quarantena in caso di contatto con portatori accertati del Covid, in qualsiasi variante si presenti.

Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.

Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace...

Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.

Questo nonostante i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).

Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi.

Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure che più cervellotiche non si può. Vediamole:
“Nuove misure in merito all’estensione del Green Pass Rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass Rafforzato alle seguenti attività:

- alberghi e strutture ricettive;

- feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;

- sagre e fiere;

- centri congressi;

- servizi di ristorazione all’aperto;

- impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici;

- piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto;

- centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

Inoltre il Green Pass Rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.”
Ognuno di voi può agevolmente trovare altre decine di occasioni altrettanto favorevoli per la circolazione del virus – a cominciare dai luoghi di lavoro – che non sono menzionate.

Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.
“Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.”
Vedete un po’ voi se è possibile lasciare una materia del genere al caso (alla freddezza e responsabilità dei singoli, magari pressati da datori di lavoro che non vogliono perdere neanche una frazione di prodotto, necessità o menefreghismo vari, ecc.).

Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena i test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio.

Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura.

I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.

Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.

Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.

Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.

All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.

Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.

Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.

A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque.

Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.

Persino l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie.

Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.

Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.

Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.

Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti.

Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.

Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone).

Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).

Ma che strano... se la popolazione è in salute si produce di più e meglio...

Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo.

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10/05/2021

L’imbecillità umana è a livelli spaziali

Un vecchio satellite cinese nelle ore precedenti stava deorbitando, poteva darsi che qualche pezzo precipitando non bruci del tutto e arrivi a terra. Area interessata: un terzo della Terra.

Probabilità di essere colpiti: pari a quella di essere colpiti da un satellite. Ops, scusate: molto meno di quella che il Torino Calcio vinca lo scudetto l’anno prossimo. Così dà più l’idea?

Bene. Gli italioti, in queste ore, tutti con il naso in sù. Questo non è male, in fondo: una delle caratteristiche evolutive che distinguono l’uomo dalle bestiazze è proprio la capacità di alzare lo sguardo al cielo.

Fu proprio così che i nostri avi inventarono l’astronomia, e quindi la geometria, e quindi la matematica. Insomma, alzare gli occhi al cielo sviluppa l’ingegno. O almeno, una volta è stato così. Ma ora?

Benissimo. Gli italioti alzano gli occhi al cielo per cercare il satellite cinese (mio commento: cipperimerlo!) e cosa vedono?

Beh, moltissimi, nulla. Alcuni, vedono FINALMENTE una serie di puntini luminosi, tutti in fila. Ma non sono i relitti del cinesino.

Sono i satelliti Starlink. Ohibò, che sono?

I satelliti Starlink sono per l’appunto dei satelliti artificiali messi in orbita dall’agenzia spaziale privata SpaceX del miliardario americano Elon Musk.

Quanti sono? Per ora 1.433. A fine anno, saranno quasi 3.000.

E che cosa fanno, brulicanti lassù?

Eh, beh. L’obiettivo è creare un collegamento internet satellitare a banda larga a livello globale.

Traduco: in ogni metro quadro della superficie terrestre, Amazzonia, Antartide, giardinetti del Pentagono, ci sarà SEMPRE campo. L’intera superficie terrestre – inclusi piante, bestiazze, uomini – saranno sempre irraggiati da un bel campo magnetico. Effetti? Non si sa.

Poi, ogni cosa prodotta dall’uomo avrà il suo bel ricevitore e sarà sempre “connesso”. Bello, no? Sempre con un eye in the sky che ci bada, ci sorveglia, controlla che tutto (cose, persone, aerei, droni, il nostro culo) sia sempre al posto giusto.

Bellissimo. Così badati, non avremo più responsabilità! Nessun segreto!

Ecco, cosa avete visto, coglioncelli belli miei.

C’è da preoccuparsi, incazzarsi, ribellarsi selvaggiamente? Ma no, ma no.

Ora continuate a preoccuparvi delle trame cinesi. Bravi, è così che vi vogliono.

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25/01/2020

Le politiche di austerità bloccano l’UE e finanziano gli USA

Alla fine l’austerità interna serve a far crescere la “concorrenza”. Se poi quella concorrenza contribuisci a finanziarla, allora sei proprio un coglione senza speranza.

Le politiche dell’Unione Europea, volute soprattutto dalla Germania “ordoliberista”, hanno prodotto negli anni questa situazione e a certificarlo è chi se ne intende: Natixis e IntesaSanPaolo.

La loro ricerca ha “scoperto” che il principale finanziatore del debito pubblico statunitense è proprio la sorvegliatissima eurozona, che nell’arco di meno di dieci anni (dal 2011 ad oggi) è passata dal detenere 502 miliardi di dollari in titoli di stato Usa (i treasury bond) a ben 1.121,5. I 27 paesi dell’Unione Europea non si muovono in modo diverso, visto che sono passati da 699 a 1.568,7 miliardi.

Cina e Giappone, che fin qui avevano fatto da “cassaforte” per la spesa pubblica statunitense stanno ora al di sotto di certe cifre, in base a considerazioni sia politiche sia economiche (davvero il dollaro è così solido?).

Se poi si va a guardare agli investimenti diretti nel settore privato la situazione è ancora peggiore: dalla Ue agli Usa sono volati 2.569 miliardi, contro i 2.184 che hanno fatto il percorso inverso.

In pratica l’Europa in stagnazione preferisce far crescere gli Stati Uniti e foraggiare le politiche dell’odiato Trump piuttosto che investire per far uscire l’Europa dalle secche.

Naturalmente questo è un modo di presentare la situazione con un linguaggio abituale nei giornali mainstream, ma che non permette di vedere la realtà delle cose.

Non sono infatti né gli Stati, né l’Unione Europea a decidere di investire qui o là nel mondo. Quei capitali che vanno a cercare rendimenti migliori in altri continenti, e quindi anche negli Usa, sono tutti privati. La loro logica è insomma la ricerca del profitto individuale (societario), non la realizzazione di un interesse collettivo e pubblico.

A far muovere i capitali sono insomma le normali “dinamiche di mercato”, che però risentono delle scelte idiote della Ue e, per compensazione, della Banca Centrale Europea.

L’austerità ha congelato gli investimenti pubblici, e quelli privati si sono ben guardati dal sostituirli, perché i settori in cui “il pubblico” una volta investiva non presentano grandi margini di profitto immediato oppure sono “maturi”, ancorché strategici (si veda il caso dell’acciaio: richiede massicci investimenti e presenta “ritorni” sul lunghissimo periodo).

Per cercare di “smuovere” l’economia reale del Vecchio Continente, la Bce ha proceduto per una lunghissima fase con la politica dei “tassi di interesse zero”, che sono diventati addirittura tassi negativi per quanto riguarda i depositi delle banche presso la Bce.

Ma se “il denaro non rende niente”, qui in Europa, è assolutamente normale che vada altrove a cercare una qualche redditività (tassi di interesse superiori a zero, ma su titoli “sicuri”, come quelli Usa). Del resto, un bund decennale tedesco in questo momento “rende” (ossia costa) -0,26%, mentre il treasury statunitense regala un modesto ma positivo +1,78%.

Per apparente paradosso, dunque, la grande massa di liquidità emessa dalla Bce con i quantitative easing, che continuano tuttora al ritmo di 20 miliardi al mese, non solo non defluiscono verso l’economia reale europea, ma prendono direttamente la strada per gli Stati Uniti. Dove contribuiscono invece a tener su tutte le bolle speculative di Wall Street (nel settore privato) e a finanziare l’economia reale Usa (comprando i titoli di stato e permettendo a Trump di “stimolarla” con investimenti pubblici).

Quello che qui è vietato, insomma, è perfettamente normale dall’altra parte dell’oceano. Ma, soprattutto, quello che l’Unione Europea non permette di fare, qui, contribuisce a farlo fare altrove. E addirittura fornisce a Trump le munizioni per condurre al meglio una guerra commerciale che ha ormai come bersaglio esplicitamente l’Europa e in primo luogo la Germania.

Che geni che ci sono, a Bruxelles e Francoforte!

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17/04/2019

Notre Dame: la fiera dell’idiozia reazionaria

La Repubblica esalta come “Waterloo del nazionalismo” il dolore senza frontiere che si manifesta di fronte all’incendio. Il Giornale invece paragona questa catastrofe all’11 settembre. Da un lato l’uso “europeista” del disastro, dall’altro quello sovranista: chi esalta l’Europa liberale e liberista contro chi evoca le minacce alla cristianità e le invasioni musulmane. Due idiozie strumentali parallele e convergenti.

Io invece sentirei gli stessi sentimenti se fossero state colpite le Piramidi: mi sentirei africano, come europeo, come cittadino del mondo. Perché i patrimoni dell’umanità appartengono all’umanità tutta e non solo ad una parte di essa e invece la contesa tra europeisti e sovranisti, attorno alle rovine fumanti di Notre Dame, rappresenta solo differenti versioni del peggiore sciovinismo bianco, occidentale ed europeo.

L’incendio della cattedrale ci mostra quanto sia fragile ciò che chiamiamo patrimonio dell’umanità e quanto l’umanità debba darsi da fare se davvero vuole conservare e tramandare questo suo patrimonio. In Italia abbiamo un quinto dei beni culturali mondiali, quindi dobbiamo imparare dal dramma di Parigi tutto quello che si deve fare perché esso non si ripeta. Bisogna spendere MONTAGNE DI SOLDI PUBBLICI per salvare il nostro patrimonio, in Francia, in Italia, in Europa e nel mondo. Queste sono le Grandi Opere da fare. E bisogna farle con tanto lavoro, con accuratezza e passione. E senza cedere ai meccanismi del mercato o alla solita frase: "non ci sono i soldi"...

I soldi ci sono, basta prenderli dove oggi si buttano o si perdono, ad esempio nelle spese militari, nelle opere inutili, nell’evasione fiscale, nei privilegi dei ricchi.

Invece trionfa l’esaltazione di quei super ricchi che hanno subito donato trecento milioni di euro, senza chiedersi che società sia quella dove alcuni possano tranquillamente donare cifre colossali, mentre mancano i fondi per le spese pubbliche indispensabili.

Di fronte al dolore sincero di tante persone normali, le reazioni dei palazzi del potere e dell’informazione mostrano tutta la regressione di un’Europa, che tanto più si autoesalta litigando sul suo passato, tanto più si priva di un vero futuro.

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04/03/2014

Liste elettorali, legalità e idiozia


Giunge in queste ore la notizia che lo scrittore Andrea Camilleri si sarebbe già ritirato dalla “Lista Tsipras” a causa della candidatura, nella stessa lista, di Luca Casarini, ex leader dei “disobbedienti” veneti, ex esponente molto mediatizzato del “movimento No Global” di inizio millennio, ex ecc.

La ragione di questo ritiro ci permette di stigmatizzare – con tutta la determinazione di cui siamo capaci – il più idiota dei “luoghi comuni” che affligge i “movimenti della società civile” da un ventennio a questa parte. La “lista Tsipras” – senza che il leader di Syriza ne sapesse probabilmente granché – si era data come principio di ammissione delle candidature quello della “fedina penale immacolata”, in omaggio al dogma “legalitario” in uso anche presso il Movimento Cinque Stelle. E il povero Casarini, in effetti, qualche condanna l'ha avuta. Per ragioni che ci hanno visti sempre solidali, anche se fortemente critici con la sua linea politica, culturale e quant'altro.

Sta di fatto che la “garanzia” a Casarini è stata data, sembra, da Tsipras in persona, a sua volta ex esponente dei No Global nel suo paese, che proprio non poteva capire perché un titolo di merito – l'aver contrastato il neoliberismo imperante anche e soprattutto nelle piazze – si dovesse trasformare in una ragione di esclusione dalla vita istituzionale. E quindi Casarini resta candidato, mentre Camilleri si ritira.

Come mossa di campagna elettorale è un vero capolavoro. E altre probabilmente ne arriveranno nelle prossime settimane, vista la disomogeneità totale del caravanserraglio mal allineato dietro il nome del leader greco.

Non siamo parte di quel “trenino” a là Gambardella, quindi ci concentriamo sul dato di fondo, politico e culturale insieme: il tabù della “condanna penale” a prescindere dal tipo di “reato” commesso.

Sappiamo benissimo da dove proviene questo cancro del pensiero “movimentista civile”: da un ventennio berlusconiano che ha azzerato le capacità critiche dei critici del Caimano, nel solco delle idiozie seminate a piene mani da Repubblica e zone limitrofe. Un ventennio in cui – vista l'assoluta incapacità o volontà di delineare un'opposizione programmatica e valoriale al neoliberismo (in parte rappresentato dallo stesso Berlusconi, in parte anche maggiore impersonato dal “centrosinistra”) – le uniche “ragioni unificanti” dell'opposizione a Berlusconi sono state trovate nella sua dichiarata indifferenza alle regole del condice penale come di quello civile, ma persino di quelle del galateo e fors'anche dello stare a tavola (se ricordiamo qualcosa delle “serate eleganti” di Arcore).

Ma criticare il Cavaliere perché “illegale” e contrapporglisi in nome della “legalità” è la morte della capacità di pensare. Nonché fonte di divertenti contraddizioni: tipo il “falso in bilancio”, ad un certo punto depenalizzato e trasformato in illecito amministrativo. Immaginiamo quanti “civilissimi movimentatori” si siano buttati a commettere quello che – grazie al Caimano – non era più un reato... Del resto, se il capofila di questo “pensiero” è De Benedetti...

Un intero movimento politico-elettorale si è formato su questa base, i Cinque Stelle. Senza farsi neppure il problema dell'avere come leader assoluto – e anche parecchio dispotico – un “pregiudicato” come Beppe Grillo (condannato per omicidio colposo in un incidente stradale da lui provocato). Anche qui si vede in azione la morte del pensiero. Ora il leader massimo del M5S ha aggiunto una nuova condanna – quella a 4 mesi per aver infranto i sigilli alla baita dei No Tav – e tutti i suoi seguaci possono sperimentare dal vivo quanto idiota sia quella “preclusione”. In effetti, qualcuno dei suoi gli ha subito scritto benedicendolo per questa “medaglia” conquistata sul campo. Ma senza accorgersi di star sostenendo qualcosa di innominabile nell'ambito del “pensiero grillino”.

Paradossi apparenti, frutto di un modo di ragionare che impedisce di ragionare.

La nostra posizione è nota e semplice: a noi interessa sapere se una persona che deve assumere un ruolo è degna di fiducia e all'altezza di quel ruolo. Non ci piacciono i bimbiminchia che arrivano “vergini” ai ruoli di responsabilità. Probabilmente sono servi del potere, corrotti ancora prima di arrivarvi, "raccomandati" con relazioni personali "intense" con uno o più capicordata.

Per sapere se è "degno", l'unico modo serio è averne verificato le capacità nel vivo del conflitto, sociale e politico. Se ha saputo prendersi delle responsabilità, avere iniziativa, risolvere problemi, mantenere l'equilibrio anche nelle situazioni difficili, lavorare in modo disinteressato e senza sprecare risorse collettive... per noi va bene.

Se nel corso della sua esperienza conflittuale è stato magari denunciato, picchiato, arrestato o condannato... Per noi è un titolo di merito. Ops, l'abbiamo detto: siamo meritocratici!

Caro Camilleri, Montalbano ci darebbe ragione...

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