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07/03/2025

Al riarmo in ordine sparso, per l’Ucraina promesse da marinaio

Persino i media più “europeisti” e dunque anti-trumpiani devono registrare che il lungo vertice tenuto ieri a Bruxelles ha partorito un topolino gracile.

Arrivati tra le fanfare del piano annunciato da Ursula von der Leyen – 800 miliardi per il riarmo, bypassando completamente l’inutile “Parlamento” di Strasburgo (l’unico al mondo senza alcun potere legislativo) – i 27 capi di stato o di governo, più Zelenskij in felpa nera militare, hanno chiuso con una dichiarazione congiunta e 26 firme. Manca quella dell’ungherese Orbàn, come ampiamente previsto, nonostante il tono generale sia stato abbastanza “moscio”.

I temi erano sostanzialmente due. Riarmare i paesi europei, in primo luogo. Ma non per fare l’utopistico “esercito europeo”. In pratica ognuno si riarmerà per conto proprio, utilizzando in parte fondi europei sotto forma di prestiti (da restituire), in parte nuovi debiti nazionali contratti grazie al permesso di Bruxelles di sforare i tetti di spesa pubblica relativi al capitolo armamenti.

Fin qui nessuna sorpresa, anche se diversi governi hanno mostrato perplessità consistenti. In fondo, il fatto che ogni paese abbia un margine discrezionale piuttosto ampio per procedere consente a tutti – persino ad Orbàn – di stare per il momento al gioco rinviando le differenze a quando si comincerà a passare ai fatti. Ossia agli acquisti di armi.

Il secondo punto chiave era però in che modo mantenere la promessa di continuare a fornire armi all’Ucraina. Rispetto a solo sei settimane fa la situazione è completamente cambiata. Il primo azionista dell’alleanza atlantica, gli Stati Uniti, hanno innestato la marcia indietro, lasciando vuote sia le casse finanziarie che, soprattutto, i convogli di armi pronte a partire.

Non solo, gli USA hanno anche deciso di sospendere l’assistenza di intelligence e quella satellitare, anche se in forma – pare – piuttosto selettiva. In pratica, per come è organizzata la Nato, le informazioni fornite dai satelliti possono esser lette da tutti i comandi operativi dei paesi membri. Quindi il passaggio di queste informazioni all’esercito ucraino potrebbe esser fornito anche da inglesi e francesi, pur se con qualche complicazione in più e dunque qualche efficacia in meno.

In ogni caso, per chi vuol supportare Kiev perché sia in grado di continuare la guerra, c’è il problema di sostituire le forniture Usa. Che erano non solo le maggiori come quantità, ma anche quelle relativamente più efficienti, vista l’immensamente superiore abitudine yankee ad intervenire militarmente nel mondo.

Il grafico qui sotto è impietoso...
“Dobbiamo sostenere l’Ucraina ora più che mai”, aveva dichiarato il capo della diplomazia dell’UE – la guerrafondaia estone Kaja Kallas – prima del vertice straordinario. Ma dopo 10 ore di colloqui, tra abbracci pubblici a Zelenskij davanti alle telecamere, gli impegni concreti e immediati scarseggiano. Diciamo…

La dichiarazione finale sull’Ucraina traccia ambiziose ma immaginarie “linee rosse” per i futuri negoziati di pace (da cui sia Kiev che “l’Europa” sono al momento escluse), chiede l’adesione di Kiev alla UE e promette aiuti militari futuri, ma senza obiettivi specifici.

La linea ufficiale, si diceva, è bellicosissima: “Raggiungere la ‘pace attraverso la forza’ richiede che l’Ucraina sia nella posizione più forte possibile, con le robuste capacità militari e di difesa dell’Ucraina come componente essenziale”, si legge nella dichiarazione firmata da 26 leader. E dunque “L’Unione Europea rimane impegnata, in coordinamento con partner e alleati affini, a fornire un sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico rafforzato all’Ucraina e al suo popolo”.

Ma – stando alle indiscrezioni dei soliti funzionari che parlano solo con la garanzia dell’anonimato – l’impegno per i futuri pacchetti di armi continuerà grazie a una “coalizione di volenterosi” che include membri non UE come il Regno Unito e il Canada.

Prima della riunione, la solita Kallas aveva tentato di unire i paesi dell’UE intorno a uno sforzo per reperire almeno 20 miliardi di euro in aiuti militari da consegnare all’Ucraina durante il 2025. Uno sforzo che non ha ottenuto un sostegno unanime.

A porte chiuse, la stessa Kallas ha detto che la UE dovrebbe concentrarsi sul fornire armi all’Ucraina, non solo sull’acquisirle per l’uso dei singoli paesi. Ma Zelenskij ha ottenuto impegni concreti solo da paesi non-UE, come la Norvegia che ha promesso di raddoppiare i suoi aiuti militari diretti all’Ucraina fino a 8 miliardi di euro per il 2025.

Al di là delle chiacchiere di circostanza, infatti, la domanda cui devono rispondere i 27 nani (o 26) è se l’UE possa sostituire o compensare l’interruzione degli aiuti militari e dell’intelligence statunitensi.

Il primo ministro estone Kristen Michal – altro “guerrafondaio con gli eserciti degli altri”, visto che il suo paese ha abitanti pari alla metà di Roma – ha sollevato il punto durante i colloqui a porte chiuse chiedendo: Possiamo farcela da soli?

La risposta è stata un silenzio assordante. Un esempio clamoroso di “vorrei, ma non posso”. E per fortuna, bisogna dire, perché se potessero farebbero follie irreparabili (guerra contro un potenza nucleare che dispone di oltre 5.000 testate atomiche e missili ipersonici non intercettabili...).

Più semplice allora concentrarsi sulle promesse di aiuti finanziari per circa 30 miliardi di euro, attraverso prestiti garantiti dalle attività congelate della Russia (circa 300 miliardi in banche europee, che qualcuno vorrebbe “espropriare”, col rischio di far partire una fuga precipitosa di tutti i depositi di paesi in varia misura “criticabili”, come le petromonarchie).

La distanza siderale tra dichiarazioni e fatti è stata illustrata sinteticamente da un ex ufficiale dell’intelligence britannica, il colonnello Philip Ingram, il quale – intervistato da Politico (una delle testate fin qui finanziate da UsAid, e quindi filo-Biden e antitrumpiana) – ha spiegato che “La fine della condivisione dell’intelligence è davvero molto significativa per l’Ucraina. Significa perdere l’accesso alle informazioni di acquisizione di obiettivi per i missili a lungo raggio, ma anche intercettare razzi in arrivo e flotte di droni. Gli stati membri dell’UE semplicemente non hanno molta capacità di intelligence strategica perché sono così focalizzati internamente – paesi come la Germania dipendono interamente dalla NATO –. Ora si trovano di fronte alla prospettiva di dover intensificare, ma ci vogliono decenni e centinaia di milioni di dollari”.

Decenni... “I fatti hanno la testa dura” – proverbio inglese decisamente famoso – ma sembra proprio che non riescano ad entrare nelle teste dei nanerottoli senza strategia né spessore che siedono nelle cancellerie europee.

Non a caso nelle stesse ore l’amministrazione Trump si metteva a giocare con le paure dei singoli Stati del Vecchio Continente, facendo girare la voce che Washington potrebbe impegnarsi a difendere solo i paesi che destinano una certa percentuale del loro prodotto interno lordo alla difesa. Un “art. 5 differenziato”, insomma, valido per alcuni ed altri no, a seconda del tasso obbedienza.

Una voce che immediatamente ha “distratto” i convenuti a Bruxelles, mettendo così il sostegno all’Ucraina – il tema ufficialmente sul tavolo – in secondo piano rispetto all’individuale priorità di non perdere “l’ombrello americano” sul proprio paese.

Ma è fin troppo evidente che non puoi “garantire nessuno”, tanto meno un paese cui hai subappaltato una guerra contro una superpotenza nucleare, se tu stesso – da solo o insieme a tutti gli altri – hai bisogno di “garanzie e protezione”.

Un altro funzionario “anonimo” ha così sussurrato che la discussione sulla difesa e il riarmo è durata per quasi tutte le 10 ore dell’incontro, con i 27 leader a battagliare su come finanziare l’aumento di 800 miliardi di euro per la difesa, e quindi sulla proporzione tra fondi Ue e fondi nazionali per farvi fronte.

I colloqui sugli aiuti all’Ucraina, invece, hanno occupato circa 15 minuti.

Nelle dichiarazioni ai media, all’uscita, le proporzioni si sono “stranamente” invertite. Ma nulla come la guerra straccia il velo dell’ipocrisia. Sono bastate sei settimane per spazzare via almeno 30 anni di retorica “europeista”. È difficile persino pensare quante altre ne serviranno per chiarire a tutti i popoli d’Europa e degli Stati Uniti che i loro governanti sono, in verità, i loro primi nemici.

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