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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2024

Gli USA si vogliono preparare a combattere su due fronti

Il Congresso degli Stati Uniti ha richiesto una revisione formale della strategia di difesa del paese. Nel rapporto che ne è scaturito viene indicata la necessità di una revisione dei programmi del Pentagono, che consenta di combattere e sostenere lo sforzo bellico su due fronti contemporaneamente.

L’analisi è stata prodotta dalla Commissione sulla strategia di difesa nazionale, un comitato bipartisan in cui è coinvolto anche il think thank Rand, da sempre legato all’apparato militare di Washington. La Commissione è guidata dall’ex deputata statunitense Jane Harman, che in precedenza ha ricoperto il ruolo di funzionario di alto rango presso la Commissione per l’intelligence della Camera.

Lo scopo del gruppo che ha stilato il rapporto è quello di fornire raccomandazioni su “presupposti, obiettivi strategici, missioni prioritarie, investimenti importanti nelle capacità di difesa, assetto e struttura delle forze, concetti operativi e rischi strategici e militari”.

Mentre prima Trump e poi Biden si sono concentrati sull’Indo-Pacifico, ora si chiede di programmare le risorse e l’organizzazione delle forze armate con lo scopo di combattere in almeno due scenari separati. Nel rapporto si chiede una crescita della spesa per la difesa superiore al tasso di inflazione, per far fronte alle minacce provenienti da Cina e Russia.

L’ipotesi di due conflitti contemporanei è quella che ha segnato la strategia statunitense dopo la Guerra Fredda. Ed effettivamente, dal 2001 Washington è sempre stata coinvolta in più di una guerra, seppur non nella scala di una guerra del Vietnam e tantomeno della Seconda guerra mondiale.

La disastrosa ritirata dall’Afghanistan ha mostrato come le forze armate statunitensi non fossero più in grado di sostenere un tale livello di scontro. E si era deciso di reiquilibrare le prospettive, magari affidando agli alleati europei la tenuta del fianco europeo della NATO e concentrandosi sul Pacifico.

L’escalation ucraina ha lanciato il riarmo della UE, ma allo stesso tempo sembra aver provocato maggiori preoccupazioni anche oltre l’Atlantico rispetto alle scelte strategiche precedenti. E dunque ora si chiede di tornare a un livello di prontezza e di impegno come era immaginato in passato.

Ma la richiesta riguarda uno sforzo ancora maggiore. La dottrina delle due guerra degli anni Duemila si rivolgeva a stati che non potevano minimamente eguagliare le forze occidentali in quanto a tecnologie e capacità produttiva, mentre ora i bersagli sono le filiere di paesi come la Russia, la Cina e persino l’Iran, che dispongono di strumenti molto più avanzati.

“La Commissione ritiene che l’esercito statunitense non abbia né le capacità né la competenza necessarie per essere sicuro di poter dissuadere e prevalere in combattimento”, ha aggiunto la Commissione. Il Pentagono deve garantire armi ad alta tecnologia su larga scala e rifornirle di munizioni a un ritmo maggiore.

Le opinioni riguardo alle conclusioni della Commissioni sono contrastanti. C’è chi crede sia impossibile impegnarsi su due teatri, come Elbridge Colby, il quale aveva già contribuito a sviluppare la strategia di difesa del 2018 dell’amministrazione Trump; e chi ne vorrebbe addirittura tre di scenari di guerra, come Thomas Mahnken, tra i commissari estensori del rapporto.

Rimane forte l’idea che gli alleati, in particolare quelli europei, debbano cominciare a pensare da soli alla propria difesa. Ma ad ogni modo, tutti sono convinti che anche solo affrontando la Cina, le forze armate statunitensi dovrebbero sostenere un livello di prontezza globale.

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03/06/2024

La “pianificazione nucleare” dei pazzi NATO pronti alla terza guerra mondiale

Tra un paio di settimane (15-16 giugno) dovrebbe riunirsi sul lago di Lucerna la declamata “conferenza per la pace in Ucraina”, da svolgersi secondo i dettami della cosiddetta “formula Zelenskij” e che prevede espressamente l’esclusione di una delle due parti in conflitto: la Russia.

L’altra parte sarà invece ben presente al completo, sia al precedente (13-14 giugno) summit dei Ministri della guerra NATO, a Bruxelles, sia, appunto alla sceneggiata di Bürgenstock. Non è necessario, hanno detto tra Bruxelles e Kiev, che Mosca venga in Svizzera; ci penseremo noi, a cose fatte, a recapitarle le nostre decisioni con le “regole di pace” nazigolpiste.

Peccato che, sin da subito, l’altro principale attore mondiale, che i paperi euroatlantici credevano di poter convincere a venire sul lago alpino, abbia detto chiaro e tondo che una “conferenza per la pace” che escluda la Russia non fa ridere nemmeno i polli: Xi Jinping in quei giorni se ne rimarrà a Pechino.

Per accrescere la stizza dell’illegittimo Zelenskij, sembra che anche Joe Biden abbia altro da fare: manderà qualcun altro. In fondo, sia a Bruxelles che a Washington, sanno perfettamente (scusate la parafrasi) che “le conferenze vanno e vengono; le armi che spediamo, rimangono” – quantomeno, quelle che non vengono immediatamente intercettate e distrutte dai russi – e ora possono colpire il territorio russo.

Via dunque a massicci invii a Kiev di missili alati e balistici con raggio d’azione di 300-350 km e, probabilmente, anche 500-550 km. Vari media parlano dell’avvio di produzione massiccia di droni direttamente in Ucraina e, sull’agenzia Al’ternativa, Rostislav Iščenko azzarda che a breve si tenti di portare un «attacco dimostrativo combinato con missili e droni kamikaze pesanti contro strutture militari e civili nelle retrovie russe».

In sostanza: l’ipocrita “ramoscello d’ulivo” di Bürgenstock e, alla inevitabile risposta negativa russa ai diktat euroatlantisti, si dimostra fattivamente di esser pronti ad andare fino in fondo. Fino allo scontro nucleare.

Vi aveva accennato, lo scorso 28 maggio, il generale Vladimir Kulišov, a capo del Servizio di frontiera russo, denunciando la presenza, in prossimità dei confini russi, di personale militare NATO impegnato in varie attività di preparazione bellica, «nel corso delle quali vengono messi a punto scenari di azioni militari contro la Russia, compresi attacchi nucleari».

Già oggi siamo sull’orlo del baratro: l’Occidente collettivo, rendendosi conto della sconfitta in Ucraina, non accetta lo stato di perdente e cerca di ricorrere alle armi più rischiose, aveva dichiarato lo stesso giorno l’analista militare Aleksandr Mikhajlov.

Su Radio Sputnik, gli aveva fatto eco il colonnello a riposo Viktor Litovkin, ricordando le circa 200 bombe atomiche americane B61 (stanziate anche in Italia), in varie versioni, come la B61-12, dislocate in Olanda, Belgio, Germania, Turchia, Grecia, e affermando, senza mandarlo a dire, che nella NATO opera un Comitato di pianificazione atomica, ma che «nessuno può darci delle garanzie, perché là ci sono dei pazzi, pronti a scatenare la terza guerra mondiale».

E lo stesso Vladimir Putin, a proposito del via libera occidentale all’impiego di missili a lungo raggio da parte ucraina, aveva sottolineato che Kiev, per lanciarli, ha bisogno anche di dati dell’intelligence cosmica, intendendo con ciò il diretto coinvolgimento USA-NATO e le possibili conseguenze.

C’è dell’altro. Gli scorsi 26 e 30 maggio, l’aviazione russa ha colpito l’aeroporto speciale di Starokonstantinov, dove dovrebbero venir dislocati gli F-16 “prestati” all’Ucraina: 85 in quattro anni. Dopo di che, fonti insider fanno sapere che ora «non ci sono più basi per F-16». Mentre si era parlato di velivoli già arrivati in Ucraina, il canale telegram “Kanal vizionera” riporta ora il bombardamento sugli aerodromi di Starokonstantinov e Khmel’nitsyj.

Gli attacchi russi sarebbero stati portati «all’inizio con 20 droni “Geran-2”, poi con 12 missili alati X-101-/X-555 lanciati da Tu-95MSM dell’aviazione strategica. E, ciliegina sulla torta: 3 “Kinžal” lanciati da intercettori MiG-31K, che gli ucraini non hanno ancora imparato ad abbattere», scrive Andrej Ofitserov su Stoletie.

E aggiunge che, a quanto pare, «i nostri comandi hanno deciso di annullare completamente la possibilità del nemico di ricorrere agli “Storm Shadow” (portati appunto dagli F-16)».

L’aviazione russa avrebbe dunque colpito aree direttamente collegate ad attività NATO: un aeroporto in cui erano presenti istruttori e ingegneri di Paesi dell’alleanza, poi il cosiddetto “Centro per il mantenimento della pace” presso il poligono di Javorov, nella regione di L’vov, quindi il centro di comando e sistemi guida per gli F-16. «Ci sono stati molti morti, tutti del Benelux. Sono stati evacuati in Polonia e nella RFT», scrive Ofitserov.

In quelle strutture, i piloti ucraini si stavano addestrando, coordinati online con il Centro di controllo NATO in Polonia. Il canale Win/Win scrive che «Istruttori del Benelux, soprattutto olandesi, e cechi e spagnoli, circa 400 persone, vivevano nell’area del bunker e addestravano gli ucraini. Dal Centro, in modalità virtuale, ci si esercitava a coordinare gli F-16 con 12 aerei in assetto da combattimento e ad atterrare in Ucraina per il rifornimento. Poi si esercitavano nel lancio aereo di missili contro obiettivi russi, prima di rientrare all’aeroporto polacco».

Ora, affermano gli osservatori, la minaccia rappresentata dagli F-16, di cui Kiev parla come di un’ulteriore “arma miracolosa” (al pari dei carri “Abrams” e “Leopard”, liquidati uno dietro l’altro) non sta tanto nelle loro caratteristiche, ma nel fatto che i loro cannoni a 6 canne sparano proiettili all’uranio impoverito.

Non a caso, il 30 maggio, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha affermato che la consegna di F-16 all’Ucraina costituirebbe un deliberato segnale nucleare NATO: tali aerei sono stati infatti concepiti anche come vettori di armi nucleari.

Russia e Stati Uniti hanno un trattato sul non trasferimento di tecnologie nucleari, e gli F-16 consegnati all’Ucraina possono essere qualificati non solo come aerei da combattimento, ma come vettori di armi nucleari.

Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev ha ammonito che quanto più distruttive saranno le armi fornite a Kiev, tanto più probabile sarà uno scenario di apocalisse nucleare.

Peraltro, paesi NATO si stanno esercitando in attacchi nucleari al territorio russo, anche con l’impiego di F-16 e questo avviene sullo sfondo delle esercitazioni russe con armi nucleari non strategiche, che dovevano rappresentare una risposta a Londra e Parigi sul diretto coinvolgimento NATO in Ucraina.

Oggi, sostengono diversi esperti militari, non si può più parlare di una crisi come quella dei Caraibi, dato che la NATO ha superato quella fase nel 2022. Già allora, gli analisti della RAND Corporation – la cosiddetta “CIA ombra” – prospettavano quattro scenari di guerra con la Russia, tra cui quello nucleare e lo scorso autunno, dopo il fallimento della controffensiva di Kiev, gli USA avevano preso in considerazione tre scenari di «conflitto nucleare non intenzionale».

Come punto principale, la RAND ipotizza una transizione del conflitto ucraino in guerra nucleare tra Russia e USA, incolpando ovviamente la Russia della escalation, con limitati attacchi russi non nucleari a paesi europei della NATO, o a strutture militari USA e NATO.

Limitati attacchi missilistici simmetrici al territorio russo sono considerati da RAND una misura “non escalation”.

Si ipotizza che «la Russia possa usare armi nucleari» e si dice che «Biden lo ritiene probabile, ma non vuole un tale sviluppo, mentre Kiev è sicura che Mosca non oserà e chiede di fornire più armi vietate».

Però la Russia potrebbe «anticipare un attacco sferrando un primo colpo al potenziale NATO» e allora Washington dovrebbe «punire» e «contenere» Mosca. Tuttavia questo, aggiungono quei geni, dovrebbe avvenire in modo tale che la Russia non abbia un pretesto per usare le sue armi nucleari e che la situazione non degeneri in una guerra su larga scala tra Russia e NATO.

È quindi chiaro perché nelle “élite” qualche cervellone occidentale discuta con tanta faciloneria la questione di concedere a Kiev (e lo stanno concedendo) il diritto di colpire con le armi inviategli, “bersagli legittimi” (cioè militari) in territorio russo: sono convinti che Mosca non reagirà.

In realtà, la NATO sta già colpendo la Russia – la regione di Belgorod, per esempio – per mano ucraina (forse). Si può dire, chiosano a Mosca, che l’Alleanza stia facendo attività di ricognizione per verificare quale potrebbe essere la reazione di Mosca al via libera ufficiale per colpire il territorio russo.

Gli stessi media occidentali (ad esempio: AFP) ricordano d’altronde alcuni casi già verificatisi: l’abbattimento con “Patriot” americani di un aereo da trasporto militare russo con prigionieri di guerra ucraini sopra Belgorod, o l’attacco missilistico a ovest di Krasnodar.

Pazzi scatenati bellicisti – «piangasi il danno a cui di ciò mal piglia» (Boccaccio), che lascerà tutta l’umanità senza lacrime né vita.

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25/10/2023

USA - Le contraddizioni della cotrapposizione strategica alla Russia

di Francesco Dall'Aglio

Nel 2019 la RAND Corporation ha pubblicato un saggio fondamentale per comprendere la recente strategia USA nei confronti della Russia, intitolato "Extending Russia: Competing from Advantageous Ground" (lo trovate qui).

C'erano, ovviamente, anche alcune controindicazioni. La più importante di tutte, ben segnalata dagli autori del saggio e totalmente ignorata dall'amministrazione Biden, era che "le misure geopolitiche per indurre la Russia ad estendersi eccessivamente sono probabilmente poco pratiche, o rischiano conseguenze di second'ordine", soprattutto perché "molte delle misure geopolitiche obbligherebbero gli Stati Uniti a operare in aree che sono più vicine alla Russia e dove esercitare influenza sarebbe quindi più economico e più facile per la Russia che per gli Stati Uniti".

Il saggio ovviamente non l'ha letto nessuno di quelli che oggi sdottorano sul conflitto, o ancora meglio avranno letto solo il titolo e avranno dedotto che la strategia USA era quella e andava bene. Deve però averlo finalmente letto qualche giornalista dell'Economist, e si deve essere reso conto che al gioco dell'overextending il tuo avversario si può giocare non solo in due, ma anche in tre o in quattro. Come vediamo appunto oggi.

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04/06/2023

Guerra in ucraina - Gli F-16 non muteranno l’equilibrio a vantaggio di Kiev

Al secondo vertice del relativamente nuovo carrozzone chiamato ‘Comunità politica europea’ che, oltre ai paesi UE, riunisce anche Gran Bretagna, Azerbajdžan, Armenia, Islanda, Ucraina, Moldavia, Turchia e Georgia, e che si è tenuto il 1 giugno alla ex fattoria e ora “castello Mimi”, non lontano da Kišinëv, è intervenuto anche Vladimir Zelenskij: ancora per chiedere soldi e armi, in particolare caccia F-16. Ma non solo.

Ha sentenziato che tutti i paesi europei che confinano con la Russia, devono entrare in UE e NATO: non abbiamo scelta, ha detto il nazi-golpista capo; «o la guerra aperta, o un’occupazione passo dopo passo. Vediamo cosa accade in Bielorussia e Georgia».

Su questa linea, ha anche preteso di venire a capo della situazione in Transnistria, in cui continuano a stazionare «gli aggressori russi».

Ma, al nocciolo dei discorsi, Zelenskij ha chiesto di nuovo che il vertice NATO di luglio a Vilnius decida l’ingresso dell’Ucraina nell’alleanza, e ha anzi “minacciato” di non andare nella capitale lituana senza aver ricevuto preventive «concrete garanzie di sicurezza e una road map di adesione» all’Alleanza atlantica. Questo, nonostante abbia lui stesso dovuto riconoscere che le speranze per Kiev «si fanno sempre più aleatorie».

L’ammissione è venuta dopo che, per la seconda volta (la prima, era successo al recente vertice della Lega araba), Zelenskij ha notato che alcuni dei presenti non portavano gli auricolari per la sincronizzata, pur non conoscendo la lingua ucraina: «Non avete traduzione e non capite? Grazie per essere con noi», ha recitato sconsolato lo showman.

D’altronde, rispondendo indirettamente sia a Zelenskij, che a Joseph Borrell, che ha di nuovo farfugliato dell’ingresso della Moldavia nella UE, il presidente rumeno Klaus Johannis ha suggerito a Kiev e a Kišinëv di non farsi troppe illusioni su un prossimo ingresso, dal momento che «le procedure sono molto complesse e può aversi l’impressione che non si concludano mai».

Tutto ciò, in coppia con le precedenti parole di Jens Stoltenberg, secondo cui la NATO non ha assunto alcuna decisione sulle garanzie di sicurezza all’Ucraina dato che, per questo, è necessario che il regime di Kiev conquisti la vittoria nel conflitto, rappresenta «uno schiaffo» per Zelenskij, scrive l’osservatore della russa Vzgljad, Vasilij Stojakin; ma non significa affatto la perdita di ogni speranza di futura adesione a UE e NATO, forse con il successore dell’attuale golpista-capo.

In ogni caso, la NATO non ha fretta e, indipendentemente dalle sbandierate “garanzie” offerte a Kiev, il succo della questione è dato dagli obblighi reciproci e da quella che appare come una “dipendenza” dal furfantesco (non parliamo della sua natura neo-nazista che, per l’Alleanza atlantica, è “garanzia” di ordine liberal-democratico) regime di Kiev.

E una tale “dipendenza” è già da tempo visibile; tanto che, a parere di Stojakin, «in questo senso, la NATO ha più paura dell’Ucraina che della Russia».

Russia, per la quale in sostanza non fa molta differenza se l’Ucraina sia o meno membro NATO: per dislocare missili americani a Khar’kov non c’è stato bisogno dell’ingresso di Kiev nell’Alleanza: per ora, però, quei missili non portano testate nucleari e, formalmente, sono “ucraini”. Importante per Mosca è che, a Khar’kov, non vi siano missili “con targa” americana.

Intanto, però, la questione principe all’ordine del giorno è quella dei caccia F-16 e, in questi giorni, alle considerazioni del Segretario all’aeronautica USA, Frank Kendall, o del politologo americano Stephen Brien, oppure del capo degli Stati Maggiori riuniti Mark Milley, si aggiungono quelle esposte da Brynn Tannehill, ex pilota della Marina USA e ora analista per la Rand Corporation.

Secondo la Rand, la pretesa di Washington di addestrare piloti ucraini per gli F-16 in un tempo record di quattro mesi è quantomeno dubitativa. Ma, soprattutto, afferma Tannehill, i piloti non sono l’unico fattore di utilizzo di tali velivoli: al momento, Kiev «non è in grado di utilizzarli, assicurarne la manutenzione e l’efficienza».

La catena di approvvigionamento prevede la possibilità di assicurare pezzi di ricambio in quantità adeguata, mezzi e fondi per uso degli aerei e loro manutenzione, addestramento di personale e, soprattutto, costante fornitura di armamenti specifici per F-16.

Tutto questo, afferma Tannehill, significa che «la situazione è molto più complicata del semplice addestramento di piloti ucraini e la consegna di alcuni F-16 fortemente obsoleti»; perché, è noto che i paesi che forniranno tali velivoli a Kiev, a partire dall’Olanda, lo faranno per sbarazzarsi di vecchie versioni di F-16 e acquisirne di moderne.

Inoltre, dice l’ex pilota, «Senza piani di supporto, questi velivoli, andrebbero rapidamente fuori uso e si trasformerebbero in bersagli immobili per i missili aria-terra russi. L’Ucraina probabilmente non sarà in grado di schierare operativamente F-16 fino alla fine dell’anno, se non più tardi».

L’F-16, dice ancora Tannehill, è stato «progettato per consentire all’aviazione USA di vincere quella russa. Bisogna però ammettere che i nostri aerei sono inferiori agli aerei d’epoca sovietica in servizio alle forze armate ucraine e sono un obiettivo da ragazzi per i caccia russi».

Tannehill si dice convinto che i velivoli ucraini non abbiano chances contro i MiG-31 e Su-35 russi, che sono in grado di intercettare e colpire gli F-16 ucraini, prima ancora che i piloti ucraini possano individuarli: «vecchi Su-27 e MiG-29 d’epoca sovietica, o vecchi F-16 non possono mutare l’equilibrio delle forze a favore dell’Ucraina».

Secondo la Rand, uno dei possibili impieghi degli F-16 da parte ucraina, potrebbe essere quello di vettori di missili americani JASSM, oltre ai britannici Shadow Storm e tedeschi TAURUS, oppure come rinforzo della difesa antiaerea, vista la non brillante figura fatta sinora dai “Patriot”.

Altra variante ipotizzata da Tannehill, è quella della fornitura al regime nazi-golpista, oltre agli F-16, anche di F-22, considerato il passaggio dell’aviazione yankee agli F-35.

Quello che la Rand ipotizza come elemento del tutto “naturale”, sarebbe la dislocazione degli F-16 forniti a Kiev, in aeroporti di paesi NATO, come ad esempio Polonia o Romania, da cui decollerebbero per attaccare la Crimea, facendovi poi ritorno.

Per questo motivo, osserva Vladimir Karasëv su News Front, Mosca potrebbe considerare «del tutto normale prendere in considerazione il lancio di russi “Kinžal” dal territorio russo per attaccare aeroporti militari NATO in Polonia e Romania. L’importante è che poi la NATO non domandi: e noi che c’entriamo?».

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11/03/2023

Chi paga i prezzi dell’energia cresciuti con le sanzioni anti-russe?

Mentre a Roma il terrorista a capo del Governo israeliano concordava con la neofascista a capo del Governo italiano, che «L’Italia vuole essere un hub dell’energia verso l’Europa e noi la pensiamo allo stesso modo», alla corte di Washington uno degli argomenti principali dell’incontro tra Joe Biden e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen riguardava il rafforzamento della “partnership energetica”.

Vale a dire, detto ipocritamente, la strada «per ridurre la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde dell’Europa», che tradotto in termini concreti, significa che «il doppio del volume previsto di gas naturale liquefatto è stato fornito dagli Stati Uniti all’Europa».

In ogni caso, la RAND Corporation vede abbastanza grigia la situazione economica occidentale a causa del sostegno all’Ucraina, la cui ricostruzione, costerà 349 miliardi di dollari (alla situazione attuale, non considerando l’ulteriore aggravamento della guerra) e sarà quasi impossibile contare su “riparazioni” russe o sui fondi russi oggi congelati all’estero.

Nonostante tenti di evidenziare le criticità russe, la RAND non può tacere alcuni evidenti indicatori: la crescita economica mondiale, che era attesa del 5% nel 2022, è stata del 3,1% e sarà del 2,2% a fine anno.

Per l’Europa, tale indice, se non ci saranno brutte sorprese, sarà dello 0,3%. Cosicché è proprio l’Europa quella che esce più malconcia dalla crisi attuale; ne vien fuori che il peso dei circa 48 miliardi di dollari in aiuti, militari e non, forniti dagli USA all’Ucraina, ricade sull’Europa.

Non basta; la riduzione della dipendenza dal gas russo dà come risultato un freno dell’economia, e nonostante che il 68% del gas liquefatto americano abbia già preso la via dell’Europa, non è sufficiente a coprire il deficit energetico, considerando innanzitutto il suo prezzo molto più alto rispetto al gas russo.

Insomma, riassume la RAND, mentre la Cina cresce, l’Europa no, e la Russia non dà segni di afflizione, continuando a vendere idrocarburi all’Europa per vie indirette, che ovviamente comportano l’aumento del prezzo per il consumatore finale. Per ovviare al problema, dice l’agenzia di ricerche USA, si potrebbe puntare sulle centrali nucleari, sostituendo la russa Rosatom con Westinghouse Electric e Framatome; ma, ecco l’inghippo: nessuno, tranne i russi, è in grado di smaltire le scorie nucleari.

E, secondo il New York Times, il settore energetico UE dipende ancora in larga parte dal nucleare russo; ed è per questo che diversi paesi occidentali si oppongono alle sanzioni in questo settore, poiché, se è stato abbastanza semplice – scrive il NYT – trovare un sostituto del petrolio e del gas russi (ma: a che prezzo?), non è possibile al momento trovare alternative per l’energia nucleare.

Il NYT è costretto ad ammettere che l’abbandono dell’industria nucleare russa assesterà un serio colpo all’economia europea; mettendo così a segno un nuovo punto a favore degli USA, aggiungiamo.

Il quadro non è completo, se non si parla di altre risorse strategiche: la Russia rimane il maggior esportatore mondiale di grano, fertilizzanti e prodotti forestali, insieme a nichel, cobalto, platino, così che, conclude sconsolata la RAND, «Indipendentemente dall’esito della guerra, le imprese occidentali, pur riluttanti, alla fine torneranno in Russia o riprenderanno a investirvi».

Sull’altro versante, i pozzi del bacino Permiano, tra Texas e New Messico, dove si estrae la stragrande maggioranza del petrolio statunitense, danno sempre meno petrolio, così come accade nei giacimenti del Sud Dakota o Delaware: in quest’ultimo bacino, il 10% dei pozzi più ricchi produce in media il 15% in meno di 6 anni fa.

Durante il decennio del boom dello scisto, gli USA hanno quasi raddoppiato la produzione di petrolio: dai 7 milioni di barili al giorno del 2009 ai 13 milioni di prima della pandemia e ora si stenta a tornare ai livelli di tre anni fa.

Secondo il politologo russo Malek Dudakov, tra le cause della lenta crescita del mercato petrolifero USA si contano le «turbolenze politiche, con l’uscita di scena di Trump e l’emergere di Biden, che concede meno licenze d’estrazione, oltre alla riluttanza delle società a investire nel sviluppo di nuovi giacimenti, mentre coi passati superprofitti preferiscono pagare dividendi».

Il risultato è che, nel bacino Permiano, se l’estrazione continuerà ai livelli attuali, le riserve USA dovrebbero bastare ancora per 10-20 anni; se invece si tenterà di allargare lo sfruttamento, potrebbero esaurirsi in pochissimi anni.

Gli Stati Uniti sono ancora il primo produttore mondiale di petrolio; ma, dice ancora Dudakov, spinti dai timori di esaurimento delle riserve, gli investitori potrebbero iniziare a ritirarsi dal settore e alcuni operatori prevedono un ritorno agli anni ’70-’80, con un crescente predominio di OPEC e Russia.

E così un gruppo di senatori – democratici e repubblicani – hanno presentato un disegno di legge “Nopec”, volto a ridurre l’influenza dei paesi OPEC sul mercato mondiale: dovrebbe venir dichiarata “illegale” qualsiasi azione congiunta per regolare la produzione di petrolio e fissarne il prezzo.

Difficile dire se il progetto andrà in porto e cosa concretamente comporterà: di fatto, sembra giunta al capolinea la cosiddetta “amicizia” USA-Opec, con “l’affare petrolifero del secolo”, concluso a inizi anni ’70 tra Washington e Riyadh, con la seconda che si impegnava a vendere petrolio solo in dollari e a controllare il lavoro degli altri membri dell’OPEC, tenuti anch’essi a concludere in dollari gli accordi petroliferi.

In cambio, Washington si impegnava a garantire la sicurezza del regno e a non interferire nei suoi processi interni. Quest’ultimo punto, a giudizio di Riyadh, non è stato rispettato da Washington e così, durante la recente visita di Xi Jinping è stato annunciato che l’Arabia venderà petrolio non solo in dollari: prima di tutto alla Cina, uno dei maggiori importatori di petrolio saudita.

A questo proposito, sul portale Daily Reckoning, l‘ex consigliere della CIA James Rickards scrive che le sanzioni anti-russe porteranno all’abbandono dell’uso del dollaro nella circolazione mondiale tra vari stati.

L’unità di intenti tra gli «stati che vogliono continuare a commerciare con la Russia, nonostante l’enorme pressione di Washington, è stata una delle ragioni principali del fallimento delle sanzioni. Quanti più paesi neutrali commerciano con la Russia, tanti di meno avranno bisogno di dollari USA», afferma Rickards e aggiunge che tutto ciò porterà a un declino del dollaro come principale valuta di pagamento.

E l’Europa torna comunque ad acquistare gas russo: secondo la russa Ekspert.ru, che riporta dati dal Brueghel Institute di Bruxelles, gli acquisti di gas liquefatto russo da parte di paesi UE stanno battendo ogni record. Lo scorso agosto è entrato in vigore il divieto di acquisto di carbone russo, mentre a dicembre ha preso il via l’embargo sul petrolio russo trasportato via mare e, a febbraio 2023, anche sui prodotti petroliferi.

Ma, per ora, non ci sono sanzioni o divieti sul gas russo e se sono ridotti al minimo gli acquisti di gas tramite gasdotti, gli acquisti di gas naturale liquefatto (GNL) vanno al massimo: 19,2 miliardi di mc, ossia il 35% in più rispetto ai 14,2 mld del 2021. E, stando a Business Insider, anche per quest’anno non ci sono segnali di un calo della domanda di GNL russo; anche perché nessuno può prevedere se anche l’inverno 2023-’24 sarà caldo come quello 2022-’23 e il solo GNL americano non sarebbe sufficiente ad affrontare un inverno normale.

In ogni caso, l’energia continuerà a esser costosa per i paesi UE. Lo ha detto il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, intervenendo al Parlamento europeo.

L’esempio del petrolio è lampante; in presenza di un’altissima domanda, il prezzo non si orienta più sulla qualità russa “Urals”. Enormi quantità di petrolio russo vanno ai paesi orientali e la UE lo acquista da quelli, a prezzo, naturalmente, superiore.

Nel corso della International Energy Week, tenutasi a Londra pochi giorni fa, è stata presentata una valutazione dell’impatto delle sanzioni sulle esportazioni di petrolio russo. In sostanza, è stato detto a chiare lettere che «non si vedono grossi sconti sul greggio ... dopo l’embargo, il prezzo medio all’esportazione del petrolio russo è di circa 74 dollari al barile, anche se il petrolio “Urals” ne costa 52». Gli sconti ci sono, ma vanno a vantaggio di India e Turchia, attraverso cui arrivano alla UE i prodotti petroliferi russi.

Ora, osservano alcuni analisti russi, pur se è difficile registrare esattamente quanto e a chi venda la Russia, si può dire però che volumi significativi di petrolio – “al nero”, si direbbe – arrivino dalla Russia a paesi UE, senza rientrare nelle statistiche ufficiali.

A Ovest si insiste dunque su un’urgente riduzione del prezzo di petrolio e prodotti petroliferi russi fino a 35 dollari, quale «potente strumento per contenere la Russia».

Curiosamente, proprio in questi giorni Bloomberg parlava di quattro grandi petroliere ancorate al largo di Ceuta, tre delle quali, cariche di 8 milioni di barili di petrolio, li riversavano nella quarta: proprio sotto il naso delle autorità UE, osservava Aleksej Bobrovskij, nonostante tutti sappiano che si tratta di petrolio russo.

Cosa ne vien fuori? Le sanzioni non funzionano e tutti ne sono stufi, tanto da aggirarle, senza nemmeno preoccuparsi di nascondersi. Sia il greggio che i prodotti petroliferi russi, come arrivavano prima alla UE, così continuano ad arrivare ora; solo che, per via dei nuovi prezzi, cresce il valore degli scambi.

Secondo l’Istituto statistico della UE, il tasso di crescita dei prezzi al consumo rispetto allo scorso anno è stato del 8,6%, superiore alle stime preliminari e il tasso base di inflazione è stato rivisto ad un valore superiore del 5,3%.

Così, Balaam rispose all’asina: «Perché ti sei beffata di me! Se avessi una spada in mano, ti ammazzerei subito» (Numeri, 22-29).

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08/02/2023

La riluttanza dei “falchi” statunitensi sul sostegno militare a Kiev

“Un conflitto prolungato contro la Russia non è vantaggioso per gli Stati Uniti”. La famigerata Rand Corporation, il think thank collegato al Pentagono e al governo degli Stati Uniti, ha rotto gli indugi e propina pillole di realismo nel pensiero e nella pianificazione dell’establishment di Washington riguardo alla guerra in Ucraina.

Finora i funzionari degli Stati Uniti e della NATO hanno sostenuto quasi senza esitazione e con entusiasmo ogni escalation del coinvolgimento occidentale nella guerra in Ucraina. Ultimo in ordine di tempo quello sull’invio di carri armati e missili a Kiev, mentre cresce la pressione per l’invio anche di jet militari.

Ma il nuovo documento di 32 pagine della Rand Corporation, rivelato dalla pagina web indipendente Zero Hedge, ha lanciato l’allarme sui pericoli di questo approccio, il che è apparso decisamente insolito, dato che il think tank è noto per essere il brain master dei falchi del complesso militare-industriale USA.

In molti lo ricordano per l’oltranzismo (e i fiaschi) nella guerra del Vietnam, quando la Rand Corporation era diventata tristemente famosa per aver alimentato la politica di contro insorgenza in Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia ma anche in America Latina.

Con un cambiamento di visione piuttosto significativo, adesso la Rand Corporation sostiene che in Ucraina “gli interessi degli Stati Uniti sarebbero meglio serviti evitando un conflitto prolungato” e che “i costi e i rischi di una lunga guerra… superano i possibili benefici“.

Il rapporto del think thank stabilisce che consentire al conflitto di protrarsi più a lungo, cosa che l’amministrazione Biden ha quasi garantito con la sua decisione della scorsa settimana di fornire carri armati avanzati, rappresenta di per sé un grave pericolo.

Nella pagina introduttiva del rapporto, gli analisti della Rand Corporation scrivono:

“Gli autori sostengono che, oltre a ridurre al minimo i rischi di una grave escalation, gli interessi degli Stati Uniti sarebbero meglio serviti evitando un conflitto prolungato. I costi e i rischi di una lunga guerra in Ucraina sono significativi e superano i possibili benefici di una tale traiettoria per gli Stati Uniti. Sebbene Washington non possa da sola determinare la durata della guerra, può adottare misure che rendano più probabile un’eventuale conclusione negoziata del conflitto”.

Il rapporto spiega poi il perché, da un punto di vista strategico basato sugli interessi reali degli Stati Uniti, ci siano pochi vantaggi per Washington nel ritiro russo del territorio dell’Ucraina dell’est; mentre permangono i rischi immensi e i costi elevati che ne sarebbero associati.

Lo studio sconsiglia gli sforzi in corso per punire economicamente e militarmente la Russia. Da essi deriverebbe che “un ulteriore indebolimento incrementale della Russia probabilmente non è più un vantaggio così significativo per gli interessi degli Stati Uniti“. In alternativa, avverte che l’impatto sui mercati dell’energia e del cibo nella spinta a tutti i costi di “mantenere lo stato ucraino economicamente solvibile” potrebbe non valere la pena, dato che questi costi non faranno che “moltiplicarsi nel tempo”.

Analogamente ad alcuni recenti resoconti dei media basati sul riluttante riconoscimento dei funzionari statunitensi, la Rand Corporation sottolinea anche che il proseguimento degli aiuti militari NATO all’Ucraina “potrebbe anche diventare insostenibile dopo un certo periodo“, data la probabilità che la Russia possa “invertire le conquiste ucraine sul campo di battaglia”.

Un’altra ammissione cruciale nel documento è che la guerra in Ucraina distrae e spreca preziose risorse di difesa lontano da un altro importante teatro di operazioni: la Cina e l’Asia orientale.

Si afferma infatti che: “Al di là del potenziale di guadagni russi e delle conseguenze economiche per l’Ucraina, l’Europa e il mondo, una lunga guerra avrebbe anche conseguenze per la politica estera degli Stati Uniti. La capacità degli Stati Uniti di concentrarsi sulle altre sue priorità globali, in particolare la competizione con la Cina, rimarrà limitata fintanto che la guerra assorbirà il tempo degli alti responsabili politici e le risorse militari statunitensi. E sebbene la Russia dipenderà maggiormente dalla Cina indipendentemente da quando la guerra finirà, Washington ha un interesse a lungo termine nel garantire che Mosca non diventi completamente subordinata a Pechino. Una guerra più lunga che aumenti la dipendenza della Russia potrebbe fornire alla Cina vantaggi nella sua competizione con gli Stati Uniti”.

Pertanto, il coinvolgimento aperto e approfondito del Pentagono nell’aiutare l’Ucraina a respingere la Russia alla fine avvantaggia Pechino.

Ma a questo punto cosa si può fare? Gli autori del rapporto raccomandano di mettere in atto immediatamente, per quanto cautamente, un processo di coinvolgimento degli alleati sul cambiamento di strategia:

“Un drastico cambiamento improvviso della politica statunitense è politicamente impossibile, sia a livello nazionale che con gli alleati, e in ogni caso non sarebbe saggio. Ma lo sviluppo di questi strumenti ora e la loro socializzazione con l’Ucraina e con gli alleati degli Stati Uniti potrebbe aiutare a catalizzare l’eventuale avvio di un processo che potrebbe portare questa guerra a una fine negoziata in un lasso di tempo che servirebbe gli interessi degli Stati Uniti. L’alternativa è una lunga guerra che pone grandi sfide per gli Stati Uniti, l’Ucraina e il resto del mondo”.

Il “rinsavimento” di un covo di falchi come la Rand Corporation, è rivelatore di come stia aumentando la consapevolezza che il mondo occidentale sia diretto al disastro se continua questa spinta bellicista per sostenere Kiev a tutti i costi e senza una via di uscita negoziale.

Fonte

31/10/2022

La crisi ucraina: origine, sviluppi e prospettive (parte III)


Da piazza Maidan all’Operazione militare speciale russa

I principali media nazionali e internazionali dell’emisfero occidentale, anche tramite nutrita schiera di inviati sul campo, hanno proposto una narrazione della crisi ucraina che fa leva su due elementi principali: l’inizio del conflitto armato il 24 febbraio 2022 e l’attribuzione di ogni responsabilità alla Russia che avrebbe sferrato l’attacco militare in modo “non motivato e non provocato”.

Proviamo a sintetizzare il percorso delle vicende ucraine partendo dal golpe di piazza Maidan del febbraio 2014 che sostenuto e finanziato dagli Usa, come rivelato dal finanziere George Soros e dalla Vice Segretaria di Stato Usa Victoria Nunlnad, ha portato alla destituzione del legittimo presidente il filorusso Viktor Yanukovich. Il suo successore, il magnate Petro Poroshenko, si contraddistingue fin da subito per una decisa virata verso occidente e per la ripresa del percorso di avvicinamento alla Nato avviato già dal 1997. Nonostante la promessa Usa ai sovietici del 1990 di «non allargarsi di un pollice a Est», la Nato nei 20 anni successivi è passata da 16 a 30 membri, tessendo la tela anche per l’ingresso dell’Ucraina. Il percorso di avvicinamento alla Nato implementato da Poroshenko innesca la reazione della popolazione russofona del sud-est del Paese che da origine a movimenti indipendentisti (Repubbliche Popolari del Donbass di Donetsk e di Lugansk) e della Russia stessa che annette la Crimea (marzo 2014). Di lì a breve, nella primavera 2014, il governo di Kiev e i battaglioni paramilitari neonazisti attaccano le forze separatiste russofone dando avvio a un conflitto armato che a inizio 2022 aveva provocato, nel disinteresse mediatico generale, 14.000 vittime.

Le pressioni contro la Russia salgono di intensità a partire dal 2014 quando forze e basi Usa e Nato con capacità di attacco missilistico vengono dislocate in Europa sempre più a ridosso della Russia, facendo progressivamente salire la tensione a Est. In particolare al summit Nato di Varsavia nel luglio 2016, viene decisa la costituzione di quattro gruppi tattici in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia con oltre 4.600 militari di oltre 20 Paesi. Al quadro va aggiunta la Divisione Multinazionale Sud Est in Romania, istituita fin dal 2015.

Numerose sono state in questi anni anche le esercitazioni militari a ridosso del territorio russo. Addirittura, nel luglio 2021, l’Ucraina e gli Usa hanno ospitato insieme un’importante esercitazione navale nel Mar Nero, l’operazione Sea Breeze, che ha coinvolto le marine di 32 Paesi e durante la quale un cacciatorpediniere britannico è entrato deliberatamente in quelle che la Russia considera le sue acque territoriali.

Mosca trovando intollerabile questa situazione per la propria sicurezza nazionale, nella primavera del 2021, ha iniziato a mobilitare il suo esercito al confine con l’Ucraina per segnalare la sua determinazione a Washington senza tuttavia ottenere particolari risultati, poiché l’amministrazione Biden ha continuato ad avvicinarsi all’Ucraina. Infatti, il 10 novembre 2021 Antony Blinken, segretario di Stato Usa, e Dmytro Kuleba, Ministro degli Esteri ucraino sottoscrivono la «Carta Usa-Ucraina sul partenariato strategico» con l’obiettivo di «sottolineare... un impegno per l’attuazione da parte dell’Ucraina delle riforme profonde e globali necessarie per la piena integrazione nelle istituzioni europee ed euro-atlantiche». Il documento si basa esplicitamente sugli «impegni presi per rafforzare l’Ucraina-Usa partnership strategica dei presidenti Zelensky e Biden», e sottolinea inoltre che i due Paesi saranno guidati dalla «Dichiarazione del vertice di Bucarest 2008», nel cui contesto venne ufficialmente offerta all’Ucraina la possibilità di ingresso nella Nato.

Il successivo passo dell’escalation avviene nel dicembre 2021 e porta direttamente alla guerra in corso. L’Ucraina stava diventando un membro de facto della Nato, un processo iniziato nel dicembre 2017, quando l’amministrazione Trump ha deciso di vendere a Kiev «armi difensive». Queste armi, non a torto, vengono ritenute offensive da Mosca e dai suoi alleati nella regione del Donbass. Anche altri paesi della Nato hanno contribuito, inviando armi all’Ucraina, addestrando le sue forze armate e consentendole di partecipare a esercitazioni aeree e navali congiunte.

A questo punto, la Russia ha chiesto garanzia scritta che l’Ucraina non sarebbe mai entrata a far parte della Nato e che l’alleanza rimuovesse le risorse militari che aveva dispiegato nell’Europa orientale fin dal 1997. Il 15 dicembre 2021 la Federazione Russa ha consegnato agli Stati Uniti d’America un articolato progetto di Trattato per disinnescare questa esplosiva situazione. Non solo è stato anch’esso respinto ma, allo stesso tempo, è cominciato lo schieramento di forze ucraine, di fatto sotto comando Usa e Nato, per un attacco su larga scala ai russofoni del Donbass.

Ciò ha portato la Russia, che nel contempo aveva schierato le sue truppe ai confini con l’Ucraina, a precipitare in un vero e proprio stallo diplomatico a dicembre come ha affermato anche Sergey Lavrov, ministro degli Esteri russo: «Abbiamo raggiunto il punto di ebollizione».

I negoziati successivi sono, infatti, falliti come ha chiarito a fine gennaio 2022 lo stesso Blinken: «Non c’è alcun cambiamento. Non ci sarà alcun cambiamento». Dal vertice Nato di Bucarest del 2008 i leader russi hanno ripetutamente affermato di considerare l’adesione dell’Ucraina alla Nato come una minaccia esistenziale che deve essere prevenuta. Come ha osservato Lavrov a gennaio: «la chiave di tutto è la garanzia che la Nato non si espanda verso est».

L’empasse diplomatico si sblocca il 21 febbraio quando Putin, poche ore dopo l’appello rivoltogli dai leader della Repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin, e di quella di Lugansk, Leonid Passetchnik, riconosce le Repubbliche Popolari del Donbass. L’Occidente “non è pronto ad accettare le proposte russe per risolvere la crisi ucraina” ha dichiarato Lavrov durante il vertice, aggiungendo che “i risultati della conferenza sulla Sicurezza di Monaco (18 febbraio) hanno confermato che i paesi occidentali si allineano alle posizione di Washington”. Il 24 febbraio dopo mesi di sterili trattative con gli Usa e la Nato, la Russia inizia l’invasione militare dell’Ucraina per respingere la minaccia rappresentata dalla Nato e difendere la popolazione russofona del Sud-est del Paese.

Il conflitto in atto in Ucraina è frutto di un ben congegnato piano strategico Usa contro la Russia elaborato nel 2019 dalla Rand Corporation («una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche» ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale – Cia e altre), da agenzie di altri paesi e da potenti Ong. Il piano in questione, «Overextending and Unbalancing Russia» ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo, prevede di attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio utilizzando a tale scopo le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense. In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno. In campo militare operare affinché i paesi europei della Nato accrescano le proprie forze in funzione anti-Russia portando la loro spesa militare al 2% del Pil.

Secondo il piano della Rand «gli Usa possono avere alte probabilità di successo e alti benefici, con rischi moderati, investendo maggiormente in bombardieri strategici e missili da attacco a lungo raggio diretti contro la Russia. Schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia assicura loro alte probabilità di successo, ma comporta anche alti rischi. Calibrando ogni opzione per ottenere l’effetto desiderato la Russia finirà col pagare il prezzo più alto nel confronto con gli Usa, ma questi e i loro alleati dovranno investire grosse risorse sottraendole ad altri scopi». Nel quadro di tale strategia il «fornire aiuti letali all’Ucraina sfrutterebbe il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia, ma qualsiasi aumento delle armi e della consulenza militare fornite dagli Usa all’Ucraina dovrebbe essere attentamente calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio in cui la Russia, a causa della vicinanza, avrebbe vantaggi significativi». E proprio sul punto che la Rand Corporation definiva «il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia» è avvenuta la rottura ed è scattata la reazione di Mosca.

Gli sviluppi successivi mettono in chiara evidenza le fallimentari previsioni del piano della Rand: nonostante il gravoso sostegno finanziario e militare occidentale, ormai giunto a 100 miliardi di $, e la controffensiva delle ultime settimane, l’Ucraina ha scarse possibilità di vincere il conflitto iniziato nel 2014 e salito di livello nel 2022 con la reazione russa. Le 8 tranche di sanzioni imposte alla Russia, inoltre, si stanno rivelando un boomerang che ha già spinto in recessione tecnica l’economia Usa nei primi due trimestri 2022 e, insieme alla speculazione finanziaria, ha fatto impennare il costo delle materie prime creando inflazione e rallentamento dell’economia globale[1], non che crisi energetica in Europa e alimentare nel Sud del mondo. Dall’altro lato, la Russia ha registrato un forte incremento del saldo positivo della bilancia commerciale[2] e ha rinsaldato i propri rapporti economici e politici con Cina, India e altri Paesi asiatici e africani, senza contare che la recessione prevista dal Fmi a -8,5% ad aprile è stimata dallo stesso istituto l’11 ottobre al -3,4%[3].

Il disastro frutto della scellerata guerra per procura, combattuta dagli Usa per interposta Ucraina contro la Russia, che i media nazionali e internazionali asserviti agli interessi imperialistici tendono a nascondere, viene pagato in primis dalla popolazione civile delle zone di guerra e dai ceti subalterni dei Paesi sviluppati e, in genere, dal Sud mondo, mentre le imprese multinazionali, in primis quelle energetiche[4] e degli armamenti, hanno visto lievitare i loro profitti in modo esponenziale nel primo semestre di quest’anno.

Andrea Vento – 16 ottobre 2022

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati


Note

1. Come conferma l’ultimo Outlook del Fmi dell’11 ottobre2022 che prevede per l’anno in corso un rallentamento della crescita dell’economia mondiale al 3,2% rispetto al 4,4% di gennaio e al 4,9% di ottobre 21.

2. Nei primi sei mesi del 2022 il surplus delle partite correnti della Russia – la misura più ampia dei flussi commerciali e di investimento, spiega Bloomberg – è più che triplicato rispetto all’anno scorso: ha sfiorato i 167 miliardi di dollari, contro i circa 50 miliardi del periodo gennaio-luglio del 2021. A contribuire al surplus è stato il collasso delle importazioni dopo l’imposizione delle sanzioni internazionali imposte per l’invasione dell’Ucraina. Nel contempo, l’aumento dei prezzi del gas naturale e la crescita delle esportazioni di petrolio – gli idrocarburi valgono il 40 per cento delle entrate del paese – permetterà quest’anno alla Russia di registrare ricavi per 337,5 miliardi, il 38 per cento in più rispetto al 2021.

3. https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2022/04/19/world-economic-outlook-april-2022
https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2022/10/11/world-economic-outlook-october-2022

4. Secondo un’indagine di ReCommon le sei principali società energetiche europee nel primo semestre del 2022 hanno realizzato extraprofitti per oltre 74 miliardi di euro che sono stati impiegati per incrementare i dividendi e per operazioni di share buybuck (acquisto di proprie azioni sul mercato), mentre gli investimenti per la transizione energetica, vera priorità, sono rimasti sostanzialmente al palo. 

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31/03/2022

Ucraina - Come e perché è stata preparata la guerra

di Atilio Boron

Prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower fu il primo comandante della NATO. Nel febbraio 1951, pochi mesi dopo il suo insediamento, scrisse: “Se tra 10 anni tutte le truppe americane di stanza in Europa allo scopo di assicurare la difesa nazionale non saranno tornate negli Stati Uniti, allora questo progetto, la NATO, sarà fallito”.

Le truppe non tornarono, ma la loro presenza in Europa continuò a crescere. Non solo, ma una volta disintegrata l’Unione Sovietica, e contrariamente alle solenni e vuote promesse dei principali leader dei governi occidentali (Clinton, Bush, Obama, Helmut Kohl in Germania, Tony Blair nel Regno Unito, ecc.) che “la NATO non si sarebbe mossa di un centimetro verso est”, hanno spostato attrezzature e truppe fino ai confini della Russia.

Ma come! Il nemico non era l’Unione Sovietica e il comunismo? No. Il nemico era, ed è, la Russia, un paese vasto e potente la cui sola presenza, sotto il dominio comunista o capitalista, è un ostacolo ai piani di dominio mondiale degli USA (Chomski dixit).

Quando nel 1997 Bill Clinton iniziò l’allargamento della NATO, la nipote di Eisenhower, Susan, raccolse le firme di 49 rinomati specialisti (militari, diplomatici e accademici) e pubblicò una lettera aperta il 26 giugno affermando che il “piano di espansione della NATO è un errore politico di proporzioni storiche”.

Susan prese attentamente nota dell’opinione espressa poco prima – il 5 febbraio in un articolo del New York Times – nientemeno che da George Kennan, il diplomatico il cui famoso “Long Telegram” del 22 febbraio 1946 al presidente Harry Truman (firmato con lo pseudonimo di Mister X) era stato l’architetto della politica di “contenimento” dell’espansionismo sovietico che avrebbe poi portato alla creazione della NATO.

Profondamente turbato dalle intenzioni di Clinton, Kennan scrisse in quel pezzo che “l’espansione della NATO sarebbe il più tragico errore nella politica degli Stati Uniti in tutta l’era post-guerra fredda... perché spingerebbe la politica estera della Russia in una direzione che non sarebbe decisamente quella che vogliamo”.

Clinton, e con lui l’intero complesso militare-industriale e finanziario, ignorarono gli avvertimenti del veterano diplomatico e continuarono con le loro politiche. Stimolare le guerre e le spese militari era ciò che Washington avrebbe dovuto fare, dato che i suoi politici nell’amministrazione e nel Congresso finanziano le proprie carriere pubbliche con i contributi delle grandi imprese di quel settore.

L’URSS non era ancora crollata quando il vice segretario alla difesa di George W. Bush padre, Paul Wolfowitz, era a capo dell’esercito statunitense. Per Bush senior, Paul Wolfowitz, produsse una “Defense Planning Guidance” che fu fatta trapelare alla stampa il 7 marzo 1992, in cui si afferma nel suo primo paragrafo che “il nostro primo obiettivo è quello di prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sia sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che rappresenti una minaccia... Il che richiede che ci sforziamo di impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto controllo consolidato, sarebbero sufficienti a generare potenza globale”.

L’indignazione fu enorme e l’estremo unilateralismo del suo contenuto lo portò ad essere etichettato, anche in certi media dell’establishment, come imperialista. Ha anche causato disagio il fatto che il suo autore abbia affermato senza mezzi termini l’importanza degli “interventi militari preventivi” per neutralizzare possibili minacce di altre nazioni e per evitare che regimi autocratici diventino superpotenze.

Naturalmente, il destinatario del documento è chiaramente la Russia post-sovietica. Dopo che il documento è trapelato alla stampa, il Pentagono ha pubblicato la versione annacquata, di fatto un mero tentativo di “riduzione del danno”, coprendo senza successo le sue espressioni più brutali con un linguaggio più diplomatico, ma senza abbandonare minimamente le tesi centrali della “Defense Planning Guidance”. (“U.S. Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop”, New York Times, 8/03/1992).

La ricostruzione della potenza economica e militare della Russia ha stimolato nuove riflessioni e documenti politici che raccomandavano alla Casa Bianca varie linee d’azione.

I progressi militari della Russia sono stati evidenti nel suo ruolo decisivo nella sconfitta dell’insurrezione jihadista in Siria, un pantano creato dalla decisione di Washington di rovesciare Bashar al-Assad con l’aiuto dello Stato Islamico e dei suoi decapitatori seriali.

Lo stesso è stato vero quando, dopo il colpo di Stato del 2014 in Ucraina, con un’operazione fulminea Vladimir Putin riportò la Crimea sotto la giurisdizione russa.

Ma il 2019 vide la comparsa di un documento fondamentale pubblicato nientemeno che dalla Rand Corporation e il cui titolo dice tutto: “Overextending and unbalancing Russia”.

Secondo i suoi autori, le sue pagine “elencano opzioni non violente e costose che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero promuovere nelle aree economiche, politiche e militari per stressare la Russia – sovraccaricando e sbilanciando – la sua economia, il suo esercito e la stabilità del suo regime politico”.

Il documento esamina a lungo le varie aree per ognuna delle quali presenta diverse opzioni. Per esempio, in economia, imponendo sanzioni e barriere commerciali, ponendo fine alla dipendenza europea dal gas russo, favorendo le esportazioni di gas degli Stati Uniti verso l’Europa, e incoraggiando l’emigrazione di scienziati e persone altamente istruite per privare la Russia di questo tipo di risorse umane.

Per ciascuna di queste opzioni, la probabilità di successo della misura, i suoi benefici così come i suoi costi e rischi sono stati stimati, ed è stata formulata una raccomandazione.

Nel campo militare, il primo di questi era quello di fornire aiuti letali all’Ucraina, aumentare il sostegno ai ribelli siriani, promuovere la liberalizzazione in Bielorussia, espandere i legami tra gli Stati Uniti e il Caucaso meridionale e ridurre l’influenza russa in Asia centrale.

Di nuovo, ognuna di queste alternative è valutata in termini di probabilità di successo, benefici e costi. Il rapporto è disponibile qui.

Conclusione: come abbiamo detto prima della pubblicazione di questo documento e come riaffermiamo con ancora più forza, l’Ucraina è una guerra provocata immoralmente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei.

Senza tener conto dei terribili costi umani della guerra, che le potenze occidentali stanno ora piangendo lacrime di coccodrillo, hanno chiuso tutte le opzioni alla Russia, che a un certo punto aveva persino proposto di avviare colloqui per entrare nella NATO; un atteggiamento che non ha suscitato nelle democraticissime e umaniste potenze occidentali la minima intenzione di iniziare anche solo colloqui sull’argomento.

Nessuna delle giuste richieste di sicurezza della Russia è stata ascoltata, come se un ordine mondiale stabile e sicuro potesse essere costruito per tutti tranne che per una superpotenza come la Russia, assediata dal Baltico al Mar Nero.

I piani perversi di Wolfowitz e della Rand sono inconfutabilmente eloquenti. È la tabella di marcia che gli Stati Uniti hanno elaborato, con la complicità di spregevoli governi europei, per distruggere la Russia come hanno fatto con la Jugoslavia.

Nessuno può prevedere come finirà questa guerra. Vale la pena ricordare, tuttavia, con von Clausewitz, che per secoli la Russia è stata attaccata, molestata e invasa. In ogni caso sembrava all’inizio che la disfatta fosse inevitabile, ma è sempre riuscita a ribaltare ciò che sembrava scontato e a sconfiggere i suoi aggressori.

Sarà diverso questa volta?

Fonte

11/03/2022

Anche ‘il manifesto’ si allinea al “ministero della verità”

L’8 marzo, dopo averlo per breve tempo pubblicato online, il Manifesto ha fatto sparire nottetempo questo articolo anche dall’edizione cartacea, poiché mi ero rifiutato di uniformarmi alla direttiva del Ministero della Verità e avevo chiesto di aprire un dibattito sulla crisi ucraina. Termina così la mia lunga collaborazione con questo giornale, su cui per oltre dieci anni ho pubblicato la rubrica L’Arte della guerra.

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Manlio Dinucci

Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp

Il piano strategico degli Stati Uniti contro la Russia è stato elaborato tre anni fa dalla Rand Corporation (il manifesto, Rand Corp: come abbattere la Russia, 21 maggio 2019). La Rand Corporation, il cui quartier generale ha sede a Washington, è «una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche»: ha un esercito di 1.800 ricercatori e altri specialisti reclutati da 50 paesi, che parlano 75 lingue, distribuiti in uffici e altre sedi in Nord America, Europa, Australia e Golfo Persico. Personale statunitense della Rand vive e lavora in oltre 25 paesi.

La Rand Corporation, che si autodefinisce «organizzazione non-profit e non-partisan», è ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale (Cia e altre), da agenzie di altri paesi e potenti organizzazioni non-governative.

La Rand Corp. si vanta di aver contribuito a elaborare la strategia che permise agli Stati Uniti di uscire vincitori dalla guerra fredda, costringendo l’Unione Sovietica a consumare le proprie risorse nell’estenuante confronto militare. A questo modello si è ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Over-extending and Un-balancing Russia», ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo.

Queste sono le principali direttrici di attacco tracciate nel piano della Rand, su cui gli Stati Uniti si sono effettivamente mossi negli ultimi anni.

Anzitutto – stabilisce il piano – si deve attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio: a tale scopo vanno usate le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, si deve far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense.

In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno.

In campo militare si deve operare perché i paesi europei della Nato accrescano le proprie forze in funzione anti-Russia. Gli Usa possono avere alte probabilità di successo e alti benefici, con rischi moderati, investendo maggiormente in bombardieri strategici e missili da attacco a lungo raggio diretti contro la Russia. Schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia assicura loro alte probabilità di successo, ma comporta anche alti rischi.

Calibrando ogni opzione per ottenere l’effetto desiderato – conclude la Rand – la Russia finirà col pagare il prezzo più alto nel confronto con gli Usa, ma questi e i loro alleati dovranno investire grosse risorse sottraendole ad altri scopi.

Nel quadro di tale strategia – prevedeva nel 2019 il piano della Rand Corporation – «fornire aiuti letali all’Ucraina sfrutterebbe il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia, ma qualsiasi aumento delle armi e della consulenza militare fornite dagli Usa all’Ucraina dovrebbe essere attentamente calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio in cui la Russia, a causa della vicinanza, avrebbe vantaggi significativi».

È proprio qui – in quello che la Rand Corporation definiva «il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia», sfruttabile armando l’Ucraina in modo «calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio» – che è avvenuta la rottura.

Stretta nella morsa politica, economica e militare che Usa e Nato serravano sempre più, ignorando i ripetuti avvertimenti e le proposte di trattativa da parte di Mosca, la Russia ha reagito con l’operazione militare che ha distrutto in Ucraina oltre 2.000 strutture militari realizzate e controllate in realtà non dai governanti di Kiev ma dai comandi Usa-Nato.

L’articolo che tre anni fa riportava il piano della Rand Corporation terminava con queste parole: «Le opzioni previste dal piano sono in realtà solo varianti della stessa strategia di guerra, il cui prezzo in termini di sacrifici e rischi viene pagato da tutti noi».

Lo stiamo pagando ora noi popoli europei, e lo pagheremo sempre più caro, se continueremo ad essere pedine sacrificabili nella strategia Usa-Nato.

Fonte