Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/08/2026
12/08/2026
09/08/2026
28/07/2026
08/09/2025
Perchè gli italiani amano gli schiavisti?
Anche meno...
Il quadro, che avevamo descritto oltre un anno fa in questo video, infatti, consiglierebbe un tono decisamente meno apologetico.
“Le borse di pelle firmate Giorgio Armani”, sottolineavamo, “si vendono nelle boutique dello stilista sparse per il mondo a poco meno di 2000 euro l’una. Per produrle però, di euro, ne bastano una novantina. 75, se evadi pure l’iva”.
Era il quadro emerso dall’inchiesta della procura di Milano che aveva appena ha portato all’amministrazione giudiziaria della Giorgio Armani Operations SPA, nell’ambito dell’indagine sul rapporto tra la holding e i suoi fornitori.
Il fornitore ufficiale italiano di Armani si chiama Manifatture Lombarde, che a sua volta subappaltava le commesse a subfornitori cinesi. Un rapporto che gli inquirenti hanno definito di “caporalato di manodopera straniera irregolare”, e sul quale il gruppo, nella migliore delle ipotesi, “non vigilava”.
In realtà però vigilava eccome, solo che si concentrava su altro.
Come ricordava Luigi Ferrarella sul Corriere, infatti, “un mese fa i carabinieri del Comando Tutela del Lavoro in uno di questi opifici cinesi hanno persino trovato un ispettore della «Giorgio Armani Operations spa» intento a fare il «controllo di qualità» dei prodotti”.
“Nel corso delle indagini”, avevano sottolineato gli inquirenti, “si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa”.
Mentre vi abbandonate al coro unanime di tributi, tutto sommato anche inevitabili nel caso di un uomo che, nel bene e nel male, senza alcun dubbio, ha segnato un’epoca e ha lasciato il segno, provate magari anche a ricordarvi che la ricchezza del suo Impero, in realtà, più che all’inseparabile Leo Dell’Orco, apparterrebbe a tutti noi.
Fonte
05/08/2025
05/04/2025
Migliaia di persone in piazza con il M5S contro il riarmo
Gli striscioni di apertura recitano “No al riarmo”; “Basta soldi per le armi, fermiamoli”. È una manifestazione decisamente popolare, con una fortissima presenza di persone venute dal Meridione, a conferma che gran parte dell’insediamento sociale del M5S rimane nel Sud. Ma anche sul piano anagrafico e sociale è ben diversa da quella “europeista” di Serra e La Repubblica. Ci sono molti adulti ma sicuramente meno anziani e benestanti di quelli visti in Piazza del Popolo. Possiamo dire che c’era popolo, anzi “un popolo”, quello pentastellato che ha dato una prova di forza.
La riuscita della manifestazione è indubbiamente un segnale che va messo al positivo, a conferma che nel paese l’opposizione alla guerra e al riarmo ha una sua base di massa che deve trovare una espressione politica, e al momento questa viene individuata nel M5S.
In una netta predominanza di bandiere M5S, tante anche quelle arcobaleno per la pace, nel corteo hanno sfilato i vari spezzoni del movimento. Uno di questi canta Bella Ciao e grida slogan come “fuori i fascisti dallo Stato”.
Più indietro un camioncino diffonde le note di “Give peace a chance” di John Lennon. Colpisce l’articolazione di striscioni e spezzoni su gruppi territoriali di città grandi e piccole, segno che il M5S si è lasciato alle spalle i meetup per strutturarsi sul territorio in modo più stabile. Come dicevamo c’è molto Meridione ma anche lo spezzone M5S della Lombardia era bello nutrito, mentre a chiudere il corteo c’era quello del Friuli.
Sfilano anche le realtà esterne al M5S che hanno scelto di essere in piazza. Il Fronte del Dissenso con uno striscione che invoca “Pace con la Russia, viva la resistenza palestinese”. E poi lo spezzone di Rifondazione Comunista con una grande bandiera della pace e lo striscione “Fuori la guerra dalla storia”. Il PRC questa volta ha fatto uno sforzo con uno spezzone dignitoso, assai più striminzito quello dei Giovani Comunisti.
Sfila poi un bandierone della Palestina a compensare la scarsità di bandiere palestinesi nel corteo, sopperita però da molti slogan come Free Palestine in molti spezzoni anche del M5S. Pochissime – e per fortuna – le bandiere europee anche se una ha continuato a sventolare fastidiosamente davanti all’ex presidente della Camera Roberto Fico mentre interveniva dal palco.
Dal palco del M5S è intervenuto Favio Lotti, organizzatore della marcia per la Pace Perugia-Assisi ma che era presente (non sul palco) anche nella manifestazione eurosuprematista di Piazza del Popolo dello scorso 15 marzo.
Striminzito il gruppo di Avs, poche bandiere e poca gente, praticamente una delegazione più che una partecipazione convinta alla manifestazione. Così come il Pd, senza bandiere ovviamente, che ha inviato una delegazione di parlamentari guidata dal capogruppo Boccia.
“Sono contento che le forze di centrosinistra siamo tutte qui. Stiamo piantando un pilastro solido e fermo per costruire una alternativa di governo” ha dichiarato il presidente del M5S, Giuseppe Conte.
Sfila lo spezzone di una ottantina di persone dell’area di Multipopolare/Ottolina Tv che ha investito molto su questa manifestazione. “Tutti a casa” è il refrain, ma si sente più chiaro e forte il sempreverde – e sempre attuale – “Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia”. E poi ancora gruppi territoriali del M5S. Colpisce un cartello “Alziamo la testa in Calabria”.
Più indietro ancora c’è lo striscione bilingue “Il popolo russo non è mio nemico”.
Dopo è tutto un continuum di gruppi territoriali del M5S fino a quello friulano che chiudeva il lungo corteo.
Sul piano politico una domanda ci ha ronzato nella testa mentre ci sfilava davanti un grande corteo: ma questa forza non era il caso di gettarla nello scontro politico anche quando il governo ha abolito il reddito di cittadinanza? Era una misura-simbolo del M5S ed era una misura sociale universale contro la povertà dilagante. La prova di forza dimostrata oggi forse ha mancato ad un appuntamento significativo sul piano sociale, quello che in un certo senso veniva indicato come prioritario – insieme al no al riarmo – dalla assemblea operaia dell’Usb nella vicinissima Piazza SS Apostoli (su questo vedi l’articolo in altra parte del giornale).
In secondo luogo la presenza della delegazione del PD alla manifestazione e l’apertura di Conte sulla futura coalizione di governo dichiarata ai giornalisti alla partenza del corteo, ripresentano per il futuro lo stesso incubo della gabbia del bipolarismo degli anni di Prodi e dei governi di centro-sinistra, una gabbia che ha stritolato e annichilito ogni alternativa in nome delle compatibilità, risucchiandone e disgregandone le forze politiche che intendevano rappresentarla. I danni e i costi li stiamo ancora pagando tutti.
La fretta e la superficialità con cui varie forze della sinistra di classe e alternativa si sono gettate nella manifestazione del M5S di oggi, non è un buon segnale sul futuro ma un indicatore di subalternità. Certo la lotta contro la guerra è una priorità e le convergenze per ingaggiarla con successo sono necessarie. Ma è necessario anche darsi delle coordinate ben definite per gestire i vari passaggi e le interlocuzioni delle mobilitazioni. Le manifestazioni, anche quelle riuscite, passano, ma senza prospettiva e indipendenza politica poi non si va da nessuna parte. C’è del tempo per ridefinire le coordinate e aprire la discussione, ma occorre cominciare a farlo. Un primo appuntamento è per domenica 13 aprile a Roma.
Fonte e foto
01/04/2025
Sabato la manifestazione del M5S contro il riarmo europeo
“Offriamo la piazza a tutte le forze politiche e cittadini che vorranno dire che c’erano quando si è deciso di investire 800 miliardi in armi e abbandonare la transizione ecologica”. Giuseppe Conte chiama così a partecipare alla piazza del M5S le forze politiche del centrosinistra e le realtà che si oppongono al piano di riarmo europeo.
Alleanza Verdi Sinistra ha dichiarato che scenderà in piazza il prossimo 5 aprile per dire “no” al piano di Ursula von der Leyen, una posizione del resto già espressa durante il voto di due settimane fa al Parlamento europeo. Resta invece ancora l’incognita dell’adesione o meno del Partito Democratico.
Al momento non si è ancora espressa la segretaria del partito Ely Schlein, mentre all’interno del partito è forte la contrarietà all’adesione. Per il Pd il riferimento rimane la manifestazione eurobellicista di Piazza del popolo del 15 marzo in Piazza del Popolo. L‘ex ministro e deputata Paola De Micheli commenta: “Non ho idea di cosa farà la Schlein, ma mi sembra una piazza abbastanza in contrapposizione con noi. Il Pd sulla difesa europea c’è, mentre la posizione di Conte non è questa”.
“È una manifestazione dei 5 Stelle sulla loro piattaforma politica”, afferma il deputato del Pd Andrea De Maria che ribadisce: “Sui temi del sostegno all’Ucraina e delle politiche europee è una piattaforma legittimamente diversa dalla posizione del PD che è sceso in piazza con tanti cittadini per l’Europa e per la pace nella recente manifestazione in Piazza del Popolo”.
A fare da ponte con “quelli di piazza del Popolo” ci prova un appello lanciato da Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli, Giangiacomo Migone il cui incipit scrive: “Troviamoci, tutte e tutti, a Roma, sabato 5 aprile, all’appuntamento già indetto dal M5S, a manifestare per un’Europa unita per la pace, fondata sulla giustizia sociale e la democrazia, come l’hanno intesa Spinelli, Colorni e Rossi, dal carcere di Ventotene” per poi affermare nella conclusione: “Cara Schlein, caro Conte, Fratoianni, Bonelli e Acerbo, fate la vostra parte, mettetevi d’accordo e poi troviamoci insieme”.
Tra le forze extraparlamentari risultano confermate la partecipazione di Rifondazione Comunista e dell’area di Ottolina Tv. Al momento non risultano invece adesioni da parte delle principali reti nazionali del mondo pacifista.
Fonte
20/10/2024
Quando la sinistra liberale assegna patenti di fascismo a chi la contrasta
Sulla questione "Ottolina neofascista smascherata da Micromega", che sta tenendo banco da ormai due giorni, mi limito a una serie di brevi considerazioni.
La prima, ovvia: una cattiva recensione è comunque una recensione, una cattiva pubblicità è comunque pubblicità. Per cui penso che da parte di Ottolina ci sia solo da ringraziare per le visualizzazioni extra (Micromega suppongo questa storia delle visualizzazioni non l'abbia capita, loro ciclostilano in proprio).
La seconda, sempre ovvia: Micromega che dà patenti di sinistra o non sinistra è qualcosa di talmente tanto surreale che fa il giro completo.
La terza: Ottolina raduna una gran quantità di voci diverse, ognuna con qualche qualità specifica (o che dice fregnacce specifiche, se preferite). Alcune di queste voci sono molto di sinistra, altre mediamente di sinistra, altre poco di sinistra, altre per niente. Se ad esempio pensavate che Mini fosse stato generale nell'Armata Rossa, vi devo deludere.
La quarta: Micromega parte da un titolo ambizioso, retorica di sinistra, ideologia di estrema destra. Ci si aspetterebbe dunque una discussione su questa ideologia, con esempi e citazioni dei momenti in cui Ottolina la porta avanti. Sorpresa: questa analisi non c'è. Ci sono attacchi ad hominem a collaboratori di Ottolina che hanno pubblicato o pubblicano su pagine di destra o che sono contigui ad ambienti di destra (ricordo che Azov, per Micromega, non è di destra), e la conclusione che Ottolina prende per il culo i suoi followers che si aspettano di trovare analisi di sinistra e invece ci trovano De Benoist e Dugin.
È un articolo povero, mi verrebbe da dire misero. Soprattutto, è evidente espressione di una grossa preoccupazione da parte di ambienti che (come Ottolina secondo loro) si dicono di sinistra ma di sinistra non hanno nulla e che evidentemente temono di perdere le rendite di posizione acquisite in decenni non di lotta militante ma di corteggiamenti ai potentati locali e progressive svendite di sé e di altri. Questi ambienti non sono ovviamente Micromega, che avrà anche un bel definirsi "la più importante rivista italiana di approfondimento culturale e politico" ma ha un impatto molto più ridotto di "Gatto magazine", e c'è dunque da chiedersi chi si sta preoccupando così tanto di Ottolina e se la preoccupazione sia davvero per Ottolina e non, magari, per formazioni politiche i cui rappresentanti, alcuni almeno, con Ottolina collaborano.
L'ultima considerazione: mi aspettavo di essere citato anch'io. Ci sono rimasto molto male, inutile negarlo.
Fonte
28/07/2024
Da Trump a Le Pen: la rivincita del capitalismo straccione e le lacrime di coccodrillo degli analfoliberali
Tra analfoliberali sull’orlo di una crisi di nervi e miliardari fintosovranisti travestiti da working class heroes, andrà a finire che moriremo tutti, ma – di sicuro – non di noia: dopo 50 anni di pilota automatico, le diverse fazioni del grande capitale dell’Occidente imperialista, impanicate dal loro progressivo e inevitabile declino, sono tornate a farsi la guerra; e gli ultimi giorni, tra attentati falliti e la prima volta in assoluto dal 1968 che un commander in chief decide di rinunciare spontaneamente alla corsa per il secondo mandato, sono stati in assoluto i più movimentati del teatrino politico USA degli ultimi decenni.
Ma al di là della rappresentazione teatrale, in cosa consistono davvero queste fazioni del capitale sull’orlo della guerra civile? Che interessi materiali rappresentano? Ha davvero senso tifare per una piuttosto che per l’altra? E sono davvero così alternative tra loro? Dalla Francia della Le Pen agli USA di The Donald, in questo video proveremo a dare alcune informazioni che speriamo ci permettano di navigare in queste acque turbolente senza essere totalmente in balia della propaganda e dei mezzi di produzione del consenso delle diverse fazioni del partito unico della guerra e degli affari; prima di farlo, però, vi ricordo di mettere un like a questo video (proprio per permetterci di portare avanti la nostra guerra quotidiana contro il pensiero unico imposto dagli algoritmi) e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche: a voi costa solo pochi secondi, ma a noi permette di dare ogni giorno un po’ più di voce al 99% e a chi dalle faide tra pezzi diversi di oligarchia, alla fine, ha sempre e solo da rimetterci.
Come mi capita spesso, non c’avevo capito una seganiente: unico tra tutti gli Ottoliner, ho continuato per mesi a dire che, a mio avviso, la vittoria di Trump nelle prossime presidenziali di novembre non era scontata per niente.
Nonostante i sondaggi, il senso comune, la continua debacle in Ucraina e il disastro in Medio Oriente, per mesi – infatti – i democratici hanno continuato a registrare un sostegno record da parte delle oligarchie che continuavano a riversare montagne di quattrini nelle casseforti dei comitati elettorali pro Biden, mentre il piatto di Trump (a parte l’attivismo del MAGA, i movimentisti del Make America Great Again) continuava a piangere. Sarò superficialmente economicista, ma a queste condizioni tutta ‘sta cavalcata trionfale verso la presidenza, tutto sommato, mi sembrava un po’ difficile, fino a che il vento non ha cominciato a cambiare decisamente direzione; sarà stata la fine dell’incognita giudiziaria, sarà stata l’efficacia retorica di Trump, saranno state le millemila gaffe di Biden, fatto sta che, a un certo punto, i flussi di quattrini hanno cominciato palesemente a cambiare segno: nel giro di poche settimane, Trump ha cominciato a registrare il sostegno di alcuni pezzi da 90 del grande capitale a stelle e strisce. Prima è stato il turno di Arthur Schwarzmann, eminenza grigia dell’alta finanza USA e fondatore di Blackstone, il fondo che (più di ogni altro al mondo) sta lavorando per una totale finanziarizzazione del mercato immobiliare residenziale; poi è arrivato il sostegno dal gotha dell’anarco-capitalismo distopico made in Silicon Valley – da Elon Musk a Peter Thiel, che si è guadagnato un posto al sole nella prossima amministrazione Trump grazie alla nomina a vicepresidente in pectore del suo protegé JD Vance – fino ad arrivare addirittura all’ipotesi di un posto da sottosegretario al tesoro per Jamie Dimon, il CEO di JP Morgan, di gran lunga la più grande banca privata del pianeta e la grande vincitrice della crisi finanziaria che l’anno scorso ha comportato, in pochi giorni, 3 dei 5 più grandi fallimenti bancari della storia statunitense, spacciati dalla grande macchina propagandistica al soldo delle oligarchie finanziarie come cosucce da niente. E meno male che Trump era il paladino dei working poors della Rust Belt. Cosa diavolo stava succedendo?
Negli ultimi anni, in particolare insieme ad Alessandro Volpi,
abbiamo provato a descrivere l’affermazione di una nuova forma di
capitalismo che altri, più quotati di noi, definiscono da tempo Asset Manager Capitalism;
in questa forma di capitalismo, i principali centri di potere sono i
grandi monopoli finanziari globali del risparmio gestito, a partire dai Big Three: BlackRock, Vanguard e State Street.
Totalmente organici ai finto-progressisti democratici – in particolare a
partire dal 2008 – questi fondi sono stati messi nella condizione di
concentrare nelle loro mani una quantità di liquidità spropositata che
hanno utilizzato per acquisire quote di controllo nella stragrande
maggioranza delle grandi aziende statunitensi quotate allo Standard&Poor 500, ma soprattutto per gonfiare a dismisura una bolla finanziaria di
dimensioni mai viste pompando il valore delle azioni oltre ogni limite
possibile immaginabile; questo meccanismo si è rafforzato a tal punto da
diventare il vero e proprio cuore pulsante dell’accumulazione
capitalistica dell’Occidente collettivo, dove il grosso dei patrimoni
delle oligarchie consiste, appunto, in montagne di azioni che hanno
valori completamente scollegati dai reali valori economici delle aziende
che le emettono e che riescono a mantenere solo grazie alla continua
iniezione di liquidità gestita da questi mastodontici fondi.
Questa
nuova configurazione dell’accumulazione capitalistica però,
inevitabilmente, ha consegnato a questi fondi un potere senza precedenti
che ha cominciato a suscitare qualche mal di pancia anche tra una fetta
di coloro che, a livello di ricchezza personale, da questo meccanismo –
fino ad allora – in realtà ci avevano guadagnato eccome, com’è il caso
proprio degli stessi Elon Musk e Peter Thiel; ma quello che spesso
sfugge agli analfoliberali è che il fine ultimo del vero capitalista non è la ricchezza, ma il potere.
Le cose non sono facili da distinguere, perché nel capitalismo il
potere corrisponde sostanzialmente alla quantità di ricchezza
accumulata, ma il fine vero, appunto, è il potere e quando, per qualche
ragione, alla quantità di ricchezza accumulata non corrisponde
direttamente una quota più o meno simile di potere, qualcosa si comincia
a incrinare, che è esattamente quello che è cominciato ad avvenire: i
grandi fondi garantivano di accumulare ricchezza gonfiando la bolla
finanziaria, ma a quella ricchezza non corrispondeva un pari potere,
perché a detenere il potere erano sostanzialmente i fondi stessi, che
erano arrivati a piegare ai loro voleri tutto il partito democratico, le
amministrazioni che esprimevano e la stragrande maggioranza dei governi
degli alleati vassalli degli USA – come è stato plasticamente
dimostrato durante l’ultimo G7 dove il CEO di BlackRock, Larry Fink, si è preso il palcoscenico e si rivolgeva ai vari capi di Stato come a un branco di bimbi scemi
dicendogli esattamente cosa dovevano concedergli per non saltare tutti
per aria e cioè, per inciso, tutti i servizi pubblici essenziali e tutte
le principali infrastrutture, a partire da tutto quello che è
necessario per effettuare la transizione ecologica.
Comunque, quello che è avvenuto è che pezzi sempre più consistenti di élite economica e di oligarchie USA hanno visto in Donald Trump, che da questi fondi è sempre stato avversato, l’opportunità per riequilibrare a loro vantaggio i rapporti di forza all’interno del grande capitale statunitense e da lì la partita, effettivamente, si è fatta piuttosto interessante: attorno all’idea di riequilibrare i rapporti di forza con i giganti della gestione dei risparmi si è formato un blocco sociale trasversale ampio, variegato ed estremamente influente e che, soprattutto, poteva contare su un referente politico che aveva il vento in poppa; ed ecco allora che tra le fila dei democratici qualcuno ha cominciato a suggerire che, per questo livello di scontro, la vecchia anatra zoppa di Rimbambiden non era più all’altezza. Poi è arrivato l’attentato fallito di Butler, che ha accelerato a dismisura questa dinamica già in corso da tempo e ha costretto a passare dalle parole ai fatti: la storica rinuncia alla corsa per il secondo mandato di Rimbambiden va inserita in questo tipo di dinamica e di conflitto; ora il rischio, però, è che alla narrazione bollita degli analfoliberali ne segua una ancora più bollita di matrice analfosovranista.
I capitani di ventura che si sono coalizzati attorno a Trump, infatti – dai petrolieri ai guru delle criptovalute, dai padroni della gestione dei dati (come Thiel) a quelli che hanno fatto i miliardi grazie agli schemi piramidali più spregiudicati – continuano comunque a dipendere dalla bolla speculativa tenuta in piedi dalla liquidità dei grandi fondi. Non darei quindi troppo peso alle boutade di JD Vance su un potenziale ridimensionamento del ruolo del dollaro, magari illudendosi che questo preluda a un fantomatico neo-isolazionismo statunitense che rinvia l’escalation bellica: questa, a mio avviso, è tutta fuffa propagandistica priva di basi materiali concrete; semplicemente, si tratta di una riconfigurazione dei rapporti di forza tra le diverse fazioni del grande capitale nell’ambito della quale la volontà del centro imperiale di saccheggiare tutti gli alleati vassalli rischia anzi, inevitabilmente, di farsi ancora più feroce e plateale. D’altronde l’élite trumpiana è sostanzialmente l’erede diretta della classe dirigente che ha circondato Reagan e Paul Volcker, il famigerato ex presidente della FED che – con una politica dei tassi di una violenza senza precedenti – ha proprio avviato una fase di rientro dei capitali a Wall Street che ha seminato il panico in tutto il resto del mondo. Il processo da tenere sott’occhio mi pare evidente sia questo, mentre tutte i conflitti tra chi spinge per il fossile e chi per le rinnovabili, tra chi vorrebbe proibire l’aborto e chi invece sogna un eterno lungo pride, tra chi vorrebbe abbattere ogni confine e chi invece vorrebbe costruirci muri alti 12 metri, mi pare appartengano più alla sfera della rappresentazione teatrale della politica, dove si fa a gara a chi la spara più grossa, ma poi, sostanzialmente, dietro agli slogan di concreto si fa poco o niente, da una parte e dall’altra; e questo processo che, ovviamente, assume dimensioni epocali nel centro imperiale, mi sembra evidente che riguardi, in scala ridotta, anche le periferie.
Il quotidiano francese L’Humanité, due giorni fa, è entrato in possesso di un documento riservato che descrive nel dettaglio un piano “per installare al potere in Francia un’alleanza tra estrema destra e destra conservatrice”; “Un progetto politico” commenta L’Humanité “redatto come un business plan di una start-up, che dettaglia un piano organico e sistematico in una serie di tappe coordinate sapientemente, con tanto di target da avvicinare, talenti da reclutare” e via dicendo. Il nome in codice del piano è Pericle che oltre a rifarsi al grande leader populista ateniese, in francese sarebbe anche un acronimo per “patrioti radicati resistenti identitari cristiani liberali europei sovranisti”. Il piano prevede un contributo finanziario a fondo perduto di ben 150 milioni da investire nell’arco di una decina di anni; e a tirare fuori la grana sarebbe lui: Pierre Edouard Sterin che, quando lavoravo a Report, ho avuto l’occasione di conoscere personalmente. Pierre Edouard Sterin, infatti, deve la sua fortuna a questa robetta qua: si chiamano SmartBox e sono gli ormai famigerati cofanetti che regaliamo quando vogliamo fare uno spregio a qualcuno e che contengono buoni per piccoli pacchetti turistici che quando uno li consuma non vede l’ora di tornare a lavorare. Il modello di business di SmartBox è molto semplice: chiede alle strutture una commissione che è circa il doppio di quella richiesta dai grandi portali per le prenotazioni, che certo non fanno beneficenza; il risultato è che gli albergatori convenzionati se hanno qualche minima speranza di poter affittare una stanza all’ultimo minuto, ti dicono di essere al completo anche quando non lo sono affatto e gli unici che non ti dicono di essere al completo sono quelle strutture talmente pessime che, a parte i poveracci ai quali rifilate una SmartBox, non vedranno mai mezzo cliente.
Sin dall’inizio, Sterin aveva chiarissima l’intenzione di mettere parte del denaro accumulato con questa roba a servizio di un progetto politico di estrema destra; e per accelerare l’accumulazione di questo capitale necessario ad avviare una nuova controrivoluzione, prima – da vero patriota – ha spostato la sede fiscale in Belgio per sfuggire alle tasse messe sui super-ricchi da Hollande e poi ha licenziato tutti i lavoratori delle controllate locali che ha acquisito in Irlanda e poi anche in Italia. Quando l’ho incontrato a Parigi mi ha detto espressamente che il suo progetto politico era – come un Milei qualsiasi – ridurre al minimo l’intervento dello Stato francese nell’economia privatizzando i servizi essenziali come la sanità e l’istruzione e che, nel perseguire questo cammino, il suo desiderio più grande era nientepopodimeno che diventare santo; con Pericle ora si pone l’obiettivo di “lottare contro i mali principali del nostro paese” che sono “il socialismo, lo wokismo, l’islamismo e l’immigrazione” e, per raggiungere questi obiettivi, sta lavorando per mettere insieme un migliaio di “persone allineate, in grado di rappresentare la spina dorsale del nuovo governo che conquisterà il potere nel 2027”.
Ecco: il blocco sociale che sta mettendo fine alla dittatura delle élite globaliste è trainato da questa gente qua; sarebbe il caso di non farsi troppe illusioni. Il dominio dell’uomo bianco sul resto del pianeta, dopo 5 secoli, è ormai agli sgoccioli e non saranno le élite che hanno dominato per 5 secoli a indicare la via d’uscita, a prescindere da quanto vi piacciano le loro narrazioni strampalate; se vogliamo trovare una via d’uscita (prima che sia troppo tardi) ci dobbiamo organizzare da soli e, per farlo, ci serve un media che invece che ai deliri degli Sterin, dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Giuseppe Cruciani
13/05/2024
14/02/2024
25/11/2023
“La mattanza a Gaza è pianificata dalla dottrina Dahiya”
Il generale Fabio Mini in un’intervista a l’AntiDiplomatico condotta da Clara Statello commenta l’operazione militare di Israele e quella che definisce la “mattanza” in corso contro la popolazione della striscia.
I reali obiettivi di Israele a Gaza – Fabio Mini (23 novembre) – YouTube
“È una situazione tristissima. Ed è anche una situazione che non ha nessun senso dal punto di vista militare. Non esiste nessuna dottrina militare in campo occidentale, ma neanche in quella orientale che può spiegare quello che Israele sta facendo a Gaza”, prosegue il generale.
Qual è l’obiettivo finale per il quale si possa dire che l’operazione si è conclusa con successo? “Non c’è, o almeno quello che gli israeliani attualmente considerano come un successo è di ammazzare tutti quelli di Hamas. E se per ammazzare tutti quelli di Hamas bisogna ammazzare anche tutti quelli che non c’entrano niente e che semmai lo subiscono Hamas non importa”, prosegue.
Non è soltanto il diritto umanitario o il diritto internazionale bellico che non lo consente. È proprio anche una questione di logica militare secondo Mini. Nel ricordare un suo libro del 2017 pubblicato da il Mulino, Mini sottolinea molto bene come la “dottrina Dahiya” spiega quello che sta accadendo oggi a Gaza.
Dahiya è il nome del quartiere sciita di Beirut che fu praticamente raso al suolo “senza nessuna discriminazione tra civili, combattenti, non combattenti da Israele”. E Dahiya è la dottrina che prevede, proprio “papale papale”, che un avversario di Israele non può attribuirsi nessun tipo di innocenza “né di razza, né di età né di condizione sociale, niente”.
E la risposta che sia contro Hamas, Hezbollah o palestinesi, “doveva essere sproporzionata”. E qui Mini spiega un concetto che è fondamentale per comprendere lo sterminio in corso a Gaza: “Ad un attacco di qualsiasi tipo doveva seguire una reazione di assoluta sproporzione che avrebbe prima di tutto eliminato tutti quelli che erano di fronte in quel momento, ma soprattutto avrebbe dovuto fare da deterrente. Deterrenza per punizione, così come si classifica in tutti i manuali militari”.
Ed è una deterrenza che gli Stati Uniti hanno applicato decine di volte – Mini ricorda diversi esempi tra Iraq e Afghanistan – e che non funziona perché purtroppo nel momento in cui si è attuata la punizione, “siamo sicuri che l’avversario rinuncia a una contropunizione? È un circolo vizioso”.
Con la dottrina Dahiya, prosegue Mini, i morti civili non sono solo “danni collaterali”. “Guardate i danni collaterali, quelli che sembrano non intenzionali con questa dottrina in poi, sono diventati intenzionali e l’obiettivo fondamentale non è stato più tanto quello di colpire i combattenti è stato proprio quello di colpire la popolazione civile”.
E ancora: “Io l’ho scritto anche in un libro, nessuno mi crede, ma comunque è così. Il danno collaterale è un eufemismo, il danno collaterale è diventato un danno intenzionale del quale non si può controbattere”.
I ‘danni collaterali’, ricorda Mini, sono un’invenzione della Nato durante la guerra in Kosovo. “E dopo con la dottrina Dahiya la ritorsione sproporzionata non è più sproporzionata ma una pianificazione. Attaccare in maniera sproporzionata senza nessuna remora perché non esistono innocenti dall’altra parte, non esistono persone perché col diritto umanitario le persone hanno dei diritti insiti nel fatto di essere persone”.
Fonte