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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2026

Gli Usa preparano la trappola finanziaria per incastrare la Cina

Nel 1985 erano riusciti a ingabbiare il Giappone in pieno boom economico e il suo galoppante yen con il famigerato Accordo del Plaza, un accordo-trappola mascherato da grande affare. A distanza di oltre 40 anni gli Stati Uniti sono impegnati a proporre uno schema simile con il chiaro intento di colpire lo yuan e stoppare l’ascesa della Cina.

I principali media statunitensi, Wall Street Journal in primis, raccontano ormai da settimane che è urgentissimo rivalutare quanto prima la divisa cinese. Emblematico l’ultimo articolo firmato da Greg Ip e intitolato “Why the World Needs to Force China’s Yuan to Revalue”, e cioè “Perché il mondo deve costringere lo yuan cinese a rivalutarsi”. Ancora più diretto il sommario del pezzo: “La Cina sta inondando il mondo di esportazioni a basso costo. Un accordo per rivalutare la sua valuta potrebbe essere l’unica soluzione”.

L’analisi di Ip si collega all’analisi diffusa nel 2024 da Stephen Miran, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump, secondo il quale sarebbe necessario per Washington stipulare un accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo degli Usa nell’economia mondiale.

Il ritorno dell’Accordo del Plaza?

Che cos’è l’Accordo del Plaza? Bisogna tornare agli anni Ottanta. All’epoca, per gli Stati Uniti, il Giappone rappresentava la stessa minaccia economica incarnata oggi dalla Cina: un Paese ricco, in ascesa e tecnologicamente all’avanguardia. Washington temeva soprattutto il crescente deficit commerciale e la forza dello yen. Il risultato? Nel 1985 Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito decisero di intervenire per indebolire il dollaro. Lo yen si apprezzò rapidamente, mettendo sotto pressione l’economia giapponese e le sue esportazioni. Per reagire, Tokyo allentò la politica monetaria, alimentando però una bolla immobiliare e finanziaria che sarebbe esplosa pochi anni dopo, con almeno due decenni di stagnazione e problemi gravissimi (ed evidenti) in tutto il Paese ancora adesso.

Ci si potrebbe chiedere cosa spinse il governo giapponese a firmare l’Accordo del Plaza. Al netto delle forti pressioni statunitensi, e del rischio di pesanti misure protezionistiche americane contro il Made in Japan, il governo nipponico era interessato ad accettare uno yen più forte per spostare il proprio modello di crescita dalle esportazioni alla domanda interna. L’idea giapponese, insomma, era quella di aderire al deal pensando che uno yen più forte avrebbe compensato il colpo all’export stimolando consumi e investimenti interni, accontentando anche gli Usa desiderosi di ridurre il surplus commerciale con Tokyo.

La Cina come il Giappone, lo yen come lo yuan

Peccato che lo yen si apprezzò molto più rapidamente di quanto desiderato, che le esportazioni e la crescita rallentarono e che la Bank of Japan fu costretta a varare una politica monetaria sempre più espansiva.

Furono tagliati i tassi ma il denaro facile alimentò credito, immobili e Borsa, creando una gigantesca bolla che sarebbe esplosa nel 1989, non appena la BoJ iniziò a stringere la politica monetaria. Fu l’inizio del disastro. Dopo l’Accordo del Plaza il Giappone non avrebbe mai più messo in discussione l’egemonia economica e tecnologica statunitense.

Ecco: per il Wsj qualcosa del genere dovrebbe essere riproposto contro lo yuan (“Una valuta talmente sbilanciata da mettere a rischio l’intera economia globale”) e la Cina. “Un accordo valutario, imposto tramite dazi doganali, potrebbe essere l’unico modo per spingere la Cina ad agire”, scrive ancora il quotidiano statunitense.

Pechino, fa notare Goldman Sachs, ha un surplus commerciale enorme che raggiungerà presto i 1.200 miliardi di dollari, mentre lo yuan è “fortemente sottovalutato rispetto al valore che dovrebbe avere”. Oltre la Muraglia i funzionari, che hanno studiato la bolla giapponese e conoscono cosa è successo nel 1985 al Plaza Hotel di New York, hanno già fiutato la possibile trappola.

Fonte

27/08/2026

Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno salvato il Giappone

Il governo degli Stati Uniti ha salvato silenziosamente il Giappone lo scorso mese.

Il Dipartimento del Tesoro statunitense è intervenuto sul mercato valutario per sostenere la divisa giapponese, lo yen. Era la prima volta che Washington faceva una cosa del genere dal 1998, quando gran parte dell’Asia Orientale e Sudorientale stava affrontando una profonda crisi finanziaria.

Questo episodio è sintomatico di una nuova crisi, a lento sviluppo, che si sta manifestando oggi non solo in Giappone, ma anche nel sistema finanziario internazionale incentrato sul dollaro statunitense.

Ciò riflette le crescenti crepe nel sistema del dollaro e il graduale declino del suo dominio globale.

Il tesoro statunitense interviene per sostenere lo yen giapponese

Bloomberg ha osservato che l’intervento del Tesoro statunitense sul mercato valutario è stata un’operazione “insolita”.

La spiegazione superficiale e semplicistica dell’intervento di Washington è semplicemente che il Giappone è uno stretto alleato degli Stati Uniti e la sua valuta si è deprezzata in modo significativo rispetto al dollaro, cosa che preoccupa Tokyo.

Nel gennaio 2021, un dollaro statunitense valeva circa 100 yen (0,54 €); nel luglio 2026, un dollaro valeva più di 160 yen (0,86€)

Tuttavia, questa non è la ragione principale di questo intervento sul mercato valutario.

Riferendosi al Giappone, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato: “Faremo tutto il necessario per sostenerli in modo da aiutare l’economia americana, i contribuenti americani e stabilizzare l’economia globale”.

Quando Bessent ha parlato di “economia globale”, in realtà si riferiva al sistema finanziario internazionale basato sul dollaro, che si impegna a sostenere.

Vale la pena sottolineare che Bessent è un ex gestore di fondi speculativi (hedge fund) di Wall Street. Ha lavorato per anni con il miliardario oligarca George Soros, specializzandosi nella speculazione valutaria. Insieme hanno “mandato in rovina la Banca d’Inghilterra”, scommettendo al ribasso sulla sterlina britannica in un’operazione che ha fruttato a Soros oltre un miliardo di dollari (857,3 milioni di euro).

Bessent fa parte di una classe di plutocrati. Non è chiaro a quanto ammonti esattamente il suo patrimonio. È stato ampiamente riportato che sia miliardario, sebbene questa cifra sia stata contestata. Come minimo, possiede centinaia di milioni di dollari.

In ogni caso, il punto è che Bessent ha un interesse economico diretto nel sostenere il sistema finanziario basato sul dollaro che ha arricchito oligarchi come lui. E il Giappone ha contribuito a mantenere questo sistema.

Il ruolo speciale del Giappone nell’impero statunitense

Il Giappone svolge un ruolo speciale nell’Impero Statunitense.

Innanzitutto, il Giappone ospita più basi statunitensi di qualsiasi altro Paese.

Gli Stati Uniti hanno circa 750 basi militari e altre installazioni in tutto il mondo.

Il Giappone ne ospita da solo 120, dove sono permanentemente di stanza oltre 50.000 soldati statunitensi.

Il Giappone è occupato dall’Impero Statunitense da oltre 80 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’assetto imperiale è continuato perché le élite imprenditoriali giapponesi traggono vantaggio dall’Occupazione Statunitense. Il Giappone è essenzialmente uno Stato a partito unico dal 1955, governato quasi esclusivamente dal Partito Liberal Democratico, di destra, filo-aziendale e filo-americano, in quello che è noto come il “Sistema del 1955”.

Il simbolo perfetto della subordinazione del Giappone è arrivato lo scorso luglio, quando il Paese ha celebrato il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti con uno spettacolo di droni che ha visto protagonisti Donald Trump e l’ultraconservatrice Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi.

È risaputo che il Giappone è uno stretto alleato militare e politico degli Stati Uniti.

Meno noto è il ruolo centrale che il Giappone svolge nel sostenere il sistema globale del dollaro.

Il ruolo speciale del Giappone nel sistema globale del dollaro

Il Giappone fornisce un altro servizio cruciale all’Impero Statunitense: è il maggiore detentore estero di titoli del Tesoro (ovvero, obbligazioni e debito pubblico statunitense).

In altre parole, il Giappone presta più denaro agli Stati Uniti di qualsiasi altro Paese.

Per decenni, il Giappone ha mantenuto un enorme surplus delle partite correnti. Seguendo un modello basato sugli investimenti e orientato all’esportazione, si è affermato come una potenza manifatturiera, specializzata in tecnologie avanzate e in grado di vendere prodotti di alta qualità a clienti in tutto il mondo.

Cosa ha fatto il Giappone con l’enorme eccedenza generata dal suo settore manifatturiero ad alta tecnologia? Ne ha reinvestito gran parte in attività in dollari statunitensi, in particolare in titoli del Tesoro.

Il Giappone ha continuato ad acquistare titoli di Stato statunitensi anche negli anni 2010, quando i rendimenti erano estremamente bassi e i rendimenti reali spesso negativi, dato che i tassi di interesse statunitensi erano praticamente a zero, al di sotto dell’inflazione, e la Riserva Federale attuava il quantitative easing (una “politica monetaria non convenzionale” in cui una banca centrale crea nuova moneta elettronica per acquistare attività finanziarie, come titoli di Stato e obbligazioni societarie, da banche commerciali e istituzioni private. Ciò aumenta l’offerta di moneta, riduce i tassi di interesse a lungo termine e stimola l’erogazione di prestiti bancari per favorire le economie in difficoltà). 

Tokyo ha continuato a convertire le sue eccedenze in titoli del Tesoro statunitensi non solo a causa delle pressioni politiche di Washington (che certamente hanno influito), ma anche perché il suo settore manifatturiero beneficia di uno yen svalutato, che rende le sue esportazioni più competitive (soprattutto in un momento in cui teme la crescente concorrenza della Cina).

A febbraio 2026, il Giappone possedeva circa 1.240 miliardi di dollari (1.063.077.351.800 €) in titoli del Tesoro.

È sorprendente confrontare le riserve di titoli del Tesoro del Giappone con quelle della Cina continentale. Da oltre un decennio, Pechino ha progressivamente ridotto i propri investimenti netti in titoli di Stato statunitensi. Le sue partecipazioni nel Tesoro hanno raggiunto il picco di oltre 1.300 miliardi di dollari (1.114.438.000.000 €) nel 2014.

Nel 2026, la Cina deteneva meno di 700 miliardi di dollari (600 miliardi di euro) e le sue partecipazioni si riducono di anno in anno, a seguito del progressivo processo di dedollarizzazione da parte di Pechino, dovuto all’utilizzo della sua valuta come arma da parte di Washington.

Disfunzioni del mercato dei titoli del tesoro statunitensi e crisi energetica causata dalla guerra all’Iran

Il Giappone è rimasto per anni il principale detentore di titoli del Tesoro statunitensi. Tuttavia, negli ultimi mesi, il Paese ha ridotto le proprie partecipazioni.

Qual è stata la ragione? Alla fine di febbraio, l’amministrazione di Donald Trump ha lanciato una guerra di aggressione non provocata contro l’Iran. Ciò ha scatenato una crisi energetica globale che ha gravemente danneggiato le economie dell’Asia Orientale e Sudorientale.

Il Giappone dipende quasi interamente dalle importazioni di petrolio e il 95% del suo greggio proviene dall’Asia Occidentale (il cosiddetto Medio Oriente), di cui circa l’80% transita attraverso lo Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran in risposta alla guerra di aggressione statunitense.

L’impennata dei prezzi dell’energia ha esercitato un’ulteriore pressione al ribasso sullo yen, costringendo la Banca del Giappone a intervenire.

Nei mesi successivi, Tokyo ha ridotto parte delle sue riserve di titoli del Tesoro, intervenendo sul mercato valutario (vendendo titoli per ottenere dollari e utilizzando questi dollari per riacquistare la propria valuta).

A luglio, le riserve giapponesi erano scese a 1.116,7 miliardi di dollari (957,3 miliardi di euro) . Ciò significa che le riserve nette di Tokyo sono diminuite di oltre 100 miliardi di dollari (85,7 miliardi di euro) in soli quattro mesi. Il Giappone stava chiaramente vendendo una grande quantità di titoli del Tesoro statunitensi.

Questo ha preoccupato Washington, poiché i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi sono in costante aumento da sei anni, dalla crisi inflazionistica successiva alle interruzioni delle catene di approvvigionamento causate dalla pandemia di Covid-19.

Il governo statunitense è particolarmente preoccupato per l’elevato rendimento dei titoli del Tesoro a 10 anni, utilizzato come parametro di riferimento per altri tassi di interesse nell’economia (come obbligazioni societarie, mutui, prestiti auto, prestiti studenteschi, ecc.).

Per questo motivo, poche settimane dopo l’insolito intervento sul mercato valutario a sostegno dello yen, il Tesoro statunitense ha annunciato di voler “raddoppiare, almeno, l’entità delle operazioni di riacquisto di liquidità per i titoli a cedola nominale a lunga scadenza (il settore a 10-20 anni e quello a 20-30 anni)”.

In altre parole, il Tesoro statunitense sta emettendo debito a breve termine per riacquistare il proprio debito a lungo termine, nel tentativo di tenere sotto controllo la parte a lungo termine della curva dei rendimenti.

È piuttosto ironico, visto che Scott Bessent aveva criticato duramente il Segretario del Tesoro di Joe Biden, Janet Yellen, perché aveva emesso principalmente titoli di debito a breve termine (noti come “bills”). L’idea era che, riducendo l’offerta di titoli a più lungo termine, il Tesoro avrebbe potuto alleviare la pressione al rialzo sui rendimenti.

Ma da quando Bessent ha sostituito la Yellen, ha fatto esattamente la stessa cosa, emettendo in modo preponderante titoli a breve termine.

A luglio, il Tesoro statunitense ha emesso 2.570 miliardi di dollari (2.203 miliardi di euro) in buoni del Tesoro (titoli a breve termine con scadenza fino a un anno), a fronte di 310,3 miliardi di dollari (266 miliardi di euro) in titoli a medio termine (con scadenza da due a dieci anni) e solo 37,3 miliardi di dollari (32 miliardi di euro) in obbligazioni con scadenza da 20 a 30 anni.

Ciò significa che l’86,4% dei quasi 3.000 miliardi di dollari (2.571,5 miliardi di euro) di titoli emessi a luglio era costituito da buoni del Tesoro (a breve termine), rispetto al 10,4% per i titoli a medio termine e a un misero 1,3% per le obbligazioni a lungo termine.

Dal petrodollaro al dollaro nei fondi di investimento

A giugno, i governi stranieri detenevano 3.780 miliardi di dollari (3.240,4 miliardi di euro) in titoli del Tesoro statunitensi. La stragrande maggioranza di tale importo (oltre il 90%) è costituita da titoli a breve e lungo termine, con scadenza da uno a 30 anni.

Washington vuole che i governi stranieri continuino ad acquistare titoli di Stato statunitensi a lunga scadenza, ma non vuole che vengano venduti, perché ciò aumenterebbe la pressione al rialzo sui rendimenti dei titoli del Tesoro, in un momento in cui questi rimangono ostinatamente elevati.

Il problema è che i governi stranieri sono sempre meno interessati a detenere titoli del Tesoro statunitensi proprio nel momento in cui l’emissione di tali titoli sta esplodendo, perché il debito pubblico statunitense sta crescendo così rapidamente, con deficit federali che si attestano costantemente intorno al 6% del PIL.

La quota di titoli del Tesoro detenuti da investitori stranieri si è aggirata intorno al 32-33% dall’inizio della pandemia di Covid-19. Si tratta di un calo drastico rispetto a oltre il 45% dei primi anni 2010.

Nel frattempo, le partecipazioni ufficiali (ovvero governative) straniere in titoli del Tesoro statunitensi sono rimaste invariate negli ultimi anni, nonostante un significativo aumento delle emissioni.

Una delle ragioni principali di ciò è la crescente paura che il dollaro statunitense venga utilizzato come arma. Molte banche centrali straniere temono che i loro titoli di Stato possano essere sequestrati (ossia non ripagati alla scadenza) se i rispettivi governi dovessero intraprendere azioni sgradite a Washington.

La decisione del 2022 da parte degli Stati Uniti e dei Paesi europei di sequestrare le riserve russe di circa 300 miliardi di dollari (257,2 miliardi di euro) in attività denominate in dollari ed euro è stata un campanello d’allarme, e le banche centrali di tutto il mondo da allora si sono riversate sull’oro.

Di conseguenza, l’offerta di titoli di Stato statunitensi è aumentata costantemente, mentre la domanda da parte dei governi stranieri è diminuita costantemente.

Cosa ha colmato il vuoto? Investitori privati ​​stranieri, in particolare fondi d’investimento e altre società registrate in centri finanziari come la City di Londra o in paradisi fiscali nelle isole caraibiche.

Come il Giappone, anche queste società private stanno sostenendo il sistema globale del dollaro. Per questo motivo Adam Tooze ha sostenuto che questo sistema dovrebbe essere chiamato “dollaro dei fondi d’investimento” o “dollaro dei miliardari”.

Dopo che il governo statunitense sganciò il dollaro dall’oro durante lo shock di Nixon del 1971, Washington fece pressione sui principali produttori di petrolio, come l’Arabia Saudita, affinché reinvestissero le loro eccedenze in attività statunitensi, principalmente titoli del Tesoro, al fine di sostenere il dollaro.

Il petrodollaro rimane tuttora un pilastro fondamentale del sistema globale del dollaro, ma il dollaro detenuto dai fondi d’investimento ha acquisito un’importanza ancora maggiore negli ultimi decenni, data la rapida finanziarizzazione delle economie occidentali.

Questo è uno dei motivi per cui l’amministrazione di Donald Trump ha ulteriormente deregolamentato il settore finanziario, promuovendo al contempo con forza le stablecoin [1]: gli emittenti, infatti, spesso utilizzano titoli del Tesoro come garanzia per le proprie stablecoin (o almeno dichiarano di farlo).

Ciò spiega come società emittenti di stablecoin, come Tether e Circle, siano diventate in breve tempo tra i maggiori detentori di titoli del Tesoro a livello mondiale, in competizione con i principali governi stranieri.

Tuttavia, nemmeno questa crescente domanda privata estera è stata sufficiente a mantenere bassi i rendimenti statunitensi.

Ecco perché Washington è particolarmente preoccupata che i governi stranieri vendano i propri titoli del Tesoro.

Crisi nel sistema del dollaro: gli Stati Uniti non vogliono che altri paesi vendano i propri titoli del tesoro

Tutto ciò dimostra che c’è una crisi crescente nel cuore del sistema finanziario internazionale basato sul dollaro.

Questa è stata precisamente la conclusione a cui è giunto uno dei maggiori studiosi mondiali del sistema del dollaro, Barry Eichengreen, professore di economia all’Università della California, Berkeley, e autore del libro “Exorbitant Privilege: The Rise and Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System” (Privilegio Esorbitante: l’Ascesa e la Caduta del Dollaro e il Futuro del Sistema Monetario Internazionale).

In un articolo sul Financial Times, Eichengreen ha osservato che l’intervento dell’amministrazione Trump per sostenere lo yen “contiene informazioni preoccupanti sul dollaro”.

“Il messaggio è che il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e soci temevano che la vendita di titoli in dollari per sostenere lo yen avrebbe messo ulteriore pressione sulla parte a lungo termine del mercato dei titoli del Tesoro statunitensi”, ha scritto.

Questa preoccupazione è stata evidenziata dalla decisione di Bessent di finanziare l’intervento sul mercato valutario non con dollari, bensì con gli euro detenuti dal Tesoro nel suo Fondo di Stabilizzazione dei Cambi.

In altre parole, il governo statunitense ha venduto euro per acquistare yen sul mercato valutario, perché non voleva vendere titoli del Tesoro, in quanto ciò avrebbe aumentato la pressione al rialzo sui rendimenti.

Ciò che è stato particolarmente sorprendente è che il governo statunitense ha venduto le sue riserve in euro, in questo intervento, senza neanche consultare i suoi presunti “alleati” in Europa. Il Financial Times ha riportato che la Banca Centrale Europea è stata informata solo dopo l’operazione.

Eichengreen, il massimo esperto del sistema del dollaro, è giunto alla seguente conclusione sul Financial Times:
“Queste mosse indicano che lo status del dollaro come valuta di riserva non è più quello di una volta. Le banche centrali sono abituate a detenere riserve valutarie in dollari perché i mercati dei titoli del Tesoro statunitensi sono liquidi. Le banche centrali detengono titoli del Tesoro statunitensi perché possono essere liberamente acquistati, venduti e utilizzati in interventi. Ma non ora, almeno non in quantità illimitate”.
In sostanza, Washington, temendo le conseguenze per i mercati finanziari statunitensi, è restia a vedere le banche centrali straniere utilizzare le proprie riserve in dollari. Questo ci dice che il dollaro non è più la valuta di riserva attraente che era un tempo.

Quando questo messaggio verrà recepito, altri Paesi intensificheranno la ricerca di alternative più attraenti e facilmente utilizzabili. La diversificazione delle riserve valutarie è destinata a prendere slancio.

Questo è il messaggio più importante da trarre dal salvataggio del Giappone da parte del governo statunitense: le crepe nella struttura del sistema del dollaro si stanno allargando, mentre il movimento globale di dedollarizzazione prende piede.

Wall Street trae vantaggio dal carry trade sullo yen

C’è un altro punto significativo da sottolineare riguardo allo storico salvataggio del Giappone da parte del governo statunitense. Ovvero, non è solo Washington a beneficiare della subordinazione del Giappone, ma anche Wall Street.

Questo accade perché le società finanziarie di Wall Street, gli investitori negli Stati Uniti e più in generale in tutto l’Occidente, traggono profitto dal deprezzamento dello yen attraverso una pratica nota come carry trade.

Cos’è esattamente il carry trade? L’idea alla base è molto semplice: un investitore prende in prestito denaro in una valuta, che ha un basso tasso di interesse, per acquistare un’attività in una valuta diversa, che ha un tasso di interesse più alto, al fine di beneficiare dello spread (il differenziale).

Per decenni, il Giappone ha avuto tassi di interesse estremamente bassi, a volte persino negativi. Quindi gli investitori contraevano debiti denominati in yen, convertivano quel denaro in dollari statunitensi e poi acquistavano titoli del Tesoro con rendimenti più elevati o azioni di società statunitensi (contribuendo così a gonfiare l’enorme bolla nel mercato azionario statunitense).

Il carry trade sullo yen si è rivelato estremamente redditizio per Wall Street. E questo scambio va avanti da anni, guidato non solo dai mercati finanziari, non si tratta della “mano invisibile”, ma anche da una sorta di accordo tacito tra i governi degli Stati Uniti e del Giappone, che ne facilitano l’accesso.

I patrimoni finanziari statunitensi, in particolare le azioni delle grandi aziende tecnologiche, hanno beneficiato notevolmente del carry trade sullo yen. Anche gli esportatori giapponesi ne hanno tratto vantaggio, perché con il costante deprezzamento dello yen rispetto al dollaro, i loro prodotti diventano più competitivi a livello internazionale.

Si tratta di una spinta quanto mai necessaria in un momento in cui il Giappone fatica a competere con la Cina, che si è rapidamente affermata nella catena del valore globale, espandendosi in settori a maggiore valore aggiunto ed erodendo i margini di profitto delle aziende giapponesi.

Il comitato editoriale del Guardian ha commesso molti errori ed è solitamente filo-imperialista, filo-americano e filo-atlantico. Ma poiché il principale quotidiano britannico è anti-Trump, la sua analisi critica del piano di salvataggio del Giappone da parte dell’amministrazione Trump ha colto nel segno, spiegando la vera motivazione dietro l’intervento sul mercato valutario:
“non si tratta tanto di un salvataggio dello yen quanto di un tentativo da parte di Scott Bessent, il segretario al Tesoro statunitense, di preservare un flusso di liquidità che avvantaggia gli Stati Uniti.
La moneta giapponese a bassissimo costo è diventata uno strumento di finanziamento globale: i banchieri prendono in prestito yen, li vendono in cambio di dollari e acquistano attività statunitensi ad alto rendimento, in particolare azioni tecnologiche. I mercati azionari americani in crescita sostengono le garanzie e gli investimenti.
Il “carry trade” giapponese è uno dei motivi per cui Wall Street può investire centinaia di miliardi nell’Intelligenza Artificiale. Le ricerche suggeriscono che l’Intelligenza Artificiale assorbe più dell’1% del PIL statunitense.”
Washington vuole mantenere aperto questo rubinetto, ma non al costo di un crollo dello yen o di vendite di titoli del Tesoro statunitensi.

Il ruolo cruciale che lo yen svolge come “rubinetto di liquidità” per Wall Street avvantaggia anche Washington, che rafforza il proprio potere globale consolidando il sistema del dollaro.

Tuttavia, le crepe nelle fondamenta di questo sistema si stanno allargando e la crisi finanziaria che si sta sviluppando lentamente in Giappone è sintomo del profondo deterioramento della struttura su cui si basa.

Note
  1. Una stablecoin è un tipo di criptovaluta progettata per mantenere un prezzo stabile. Lo fa collegando il suo valore a un bene del mondo reale, come il dollaro statunitense o l’oro
Fonte

21/06/2023

Incognite giapponesi

di Guido Salerno Aletta

A Tokyo il problema non è la moneta scarsa, oppure i tassi di interesse troppo alti, e neppure il debito pubblico gigantesco ed il costoso servizio che ne deriva alimentando la rendita, né c'è un problema di speculazione finanziaria: è un sistema che vive di mercantilismo, che produce per vendere all'estero per arricchirsi, che si confronta con la realtà, con l'economia reale, con la domanda globale.

Ai tempi della Grande Crisi Finanziaria americana, nel 2008, la Cina lo capì subito che non poteva fidarsi solo della domanda internazionali e dell'export: doveva sviluppare il mercato interno. Non fu altrettanto lucida la Germania, che dopo la crisi dell'Eurozona nel biennio 2011-2012 impose una drastica austerità con il Fiscal Compact: l'unico suo obiettivo era salvare l'euro, la moneta "debole" che le aveva consentito di aumentare a dismisura il suo export accumulando un posizione finanziaria netta superiore ai duemila miliardi di euro in vent'anni. Non potendo vendere all'Europa, messa a dieta, si rivolse alla Cina che è diventata così il suo primo partner commerciale, superando gli stessi Usa. Con il gas russo a prezzi di favore, era un piano imbattibile.

Il Giappone è la terza economia del mondo, dopo Stati Uniti e Cina, davanti alla Germania. Ma non ha cambiato indirizzi strategici, dal 2008 in avanti, se non adottando la Abenomics, la rivoluzione monetaria che ha portato a zero il costo degli interessi sul colossale debito pubblico, detenuto per la gran parte dalla Banca del Giappone (BoJ). Il modello, assolutamente non convenzionale, prevedeva il reimpiego all'estero dei saldi commerciali attivi, investendo soprattutto in titoli del Tesoro statunitense: la liquidità in dollari non veniva dunque cambiata in yen facendone salire il tasso di cambio. Da un lato si manteneva la competitività di prezzo delle merci esportate e dall'altra si incassavano i dividendi pagati sui Treasury. Questo sistema è andato avanti senza intoppi fino al 2019.

Il fatto è che, oggi, il Giappone è l'unico Paese del G7 che non ha ancora recuperato la flessione dell'economia dovuta al biennio di pandemia.

Espresso in dollari, il PIL del Canada è stato di 2.140 miliardi nel 2022 rispetto ai 1.744 miliardi del 2019, il PIL della Francia di 2.784 miliardi rispetto ai 2.729 miliardi, quello della Germania di 4.075 miliardi rispetto ai 3.889 miliardi, l'Italia stessa ha recuperato a 2.012 miliardi rispetto ai 2.011 miliardi, la Gran Bretagna è arrivata a 3.071 miliardi rispetto ai 2.859 miliardi e gli Usa a 25.464 miliardi rispetto ai 21.381 miliardi.

Il Giappone ha fatto peggio di tutti: mentre nel 2019 il suo PIL era stato di 5.188 miliardi di dollari, nel 2022 è stato 4.234 miliardi e per l'anno in corso è stimato in 4.410 miliardi. La distanza dalla Germania si è andata riducendo violentemente, visto che il PIL di quest'anno è previsto a 4.309 miliardi: appena 101 miliardi di differenza ancora a favore di Tokio, quando erano 1.229 miliardi nel 2019.

Certo, sono valori del PIL espressi in dollari correnti, dove gioca molto l'inflazione, ma in termini reali la situazione non è diversa: la Germania aveva nel 2019 un PIL di 3.242 miliardi di euro, arrivati a 3.261 miliardi nel 2022; il Giappone aveva un PIL di 5.525 miliardi di yen ridottisi a 5.460 miliardi nel 2022.

La BoJ aveva sorpreso tutti a fine dicembre scorso, quando decise di modificare la soglia di tolleranza nell'oscillazione dei rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni, ampliandola dallo 0,25% allo 0,5% (rispetto al margine precedente, tra il -0,25% e lo 0,25%): si lasciava immaginare che i tassi di interesse a lungo termine sarebbero aumentati ulteriormente. Sembrava l'avvio di un'inversione di tendenza delle politiche estremamente accomodanti decise dal Governatore Haruhiko Kuroda, che si era sempre mosso in piena sintonia con la strategia di Shinzo Abe. Nonostante l'inflazione al livello più alto in quarant'anni, al 3,6% , la politica monetaria rimaneva generosissima, con il tasso sempre negativo del -0,1%.

C'è di vero che questa decisione della BoJ ha mosso il mercato: per un verso, la valuta nipponica ha preso a svalutarsi fortemente su quella statunitense, passando da 128 yen per 1 dollaro di metà gennaio scorso a 142 yen di questi giorni; per l'altro, la Borsa di Tokyo ha messo a segno una performance notevole passando dai 25.700 punti di inizio gennaio ai 33.700 punti di metà giugno.

Da una parte, la debolezza dello yen è derivata dalla delusione per i rendimenti interni troppo bassi, essendo aumentato continuamente il differenziale tra i tassi della Fed e quelli della BoJ; dall'altra, si era formata l'idea di una forte ripresa degli investimenti industriali interni per fronteggiare le diverse sfide strategiche.

Ancora il 16 giugno, la BoJ ha sostanzialmente confermato la sua tradizionale politica monetaria espansiva, sia sui rendimenti negativi a breve, rimasti al -0,1% che sul "tasso zero" a lungo termine guidato dai titoli di Stato a dieci anni (JGB), con una oscillazione compresa tra il -0,5% ed il +0,5%, garantendo l'acquisto al +0,5% dei titoli di Stato offerti in vendita. Ha inoltre confermato gli acquisti in ETF's ed in quote di fondi immobiliari J-REITs.

Uno yen divenuto così conveniente avrebbe dovuto far rimbalzare l'export, ma non è stato così: dopo il rimbalzo del 2021, già il 2022 è stato un anno molto debole ed il 2023 non si preannuncia migliore.

La BoJ ha diffuso i dati sull'andamento dell'export in termini reali. Nel 2021, era aumentato complessivamente del 12,7%, una ottima performance dopo il crollo del 2020. Era andata molto bene con gli Usa, +11,6%; con la Ue, addirittura +14,7%; con l'Asia +13,9%. L'export verso la Cina aveva segnato +11,6%.

Molto meno bene è andata nel 2022, con un aumento complessivo appena dell'1,2%, frutto della media tra Usa +7,4%, Ue +6,5% e Asia -0,6%. Da sole, le esportazioni verso la Cina si erano ridotte del 7,9% in termini reali: le conseguenze per la chiusura a causa del Covid sono state durissime. E la Cina conta molto essendo il principale partner commerciale.

Nel secondo trimestre di quest'anno, le esportazioni in termini reali del Giappone sembravano essersi riprese dopo un primo trimestre decisamente negativo per tutte le aree geografiche (Usa -4,3% rispetto al primo trimestre 2022, Ue -4,6%, Asia -4,2% con la Cina addirittura -6,7%) ma dal mese di maggio le variazioni mensili (m/m) hanno ricominciato ad essere preoccupanti: Usa -4,5%, Ue 0,0%, Asia -2,6% con la Cina al -3,9%. Nel complesso, a maggio rispetto ad aprile, la contrazione è stata del 3,5%.

Per un sistema economico che si basa sulle esportazioni, i veri problemi sono quelli degli altri.

Fonte

21/01/2023

Abbandonare il dollaro?

di Guido Salerno Aletta

Il mercato dei cambi è un termometro sensibilissimo, perché registra i movimenti di capitale soprattutto a breve termine: quando si vende una moneta, il prezzo di questa diminuisce a favore di quelle che vengono acquistate. Se una delle ragioni principali per cui si compra una moneta è il miglior tasso di interesse reale che viene pagato su quel mercato, influiscono parimenti le aspettative: occupazione, crescita economica e stabilità politica.

I tassi americani hanno esercitato un forte appeal sul dollaro, che si è apprezzato sulle altre valute non appena la Fed ha mostrato di voler cambiare atteggiamento, da accomodante a restrittivo. Tutto questo risale alla prima metà del 2021, quando i dati della inflazione si fecero preoccupanti per via dell'aumento dei prezzi internazionali delle materie prime e dei prodotti energetici, principalmente gas e petrolio. La fine dell'emergenza sanitaria, in vista dell'estate, aveva rimesso in moto le economie: così si giustificava l'inflazione che comunque dipendeva dai più alti costi all'importazione.

Il rapporto Euro/Dollaro, che il 1° maggio 2021 era arrivato ad 1,22, ha cominciato a cadere scendendo sotto la parità, fino ad arrivare al cambio di 0,97 il 1° settembre 2022. La velocità con la quale la Fed aveva aumentato i tassi aveva invogliato i capitali ad acquistare dollari. A partire da quella data, il dollaro si è indebolito a favore dell'euro, che in questi giorni ha già recuperato superando quota 1,08.

La valuta giapponese aveva ampiamente anticipato questa tendenza: a partire dal 1° dicembre 2020, quando servivano all'incirca 103 Yen per comprare 1 Dollaro, il 1° ottobre scorso si è arrivati ad oltre 148 Yen. Una svalutazione davvero pesante, su cui ha influito soprattutto la strategia della BoJ, che traguarda come obiettivo il tasso pari a zero sui titoli a 10 anni, che persegue comprando i titoli del debito pubblico giapponese. È ovvio che i rendimenti più elevati pagati sui titoli in dollari abbiano avuto un effetto magnetico sui capitali investiti in Yen. Il fatto è che, nonostante la politica monetaria sempre restrittiva della Fed, a partire dal 1° ottobre lo Yen è tornato a rafforzarsi sul dollaro, passando dal cambio di ben 148 Yen del 1° ottobre 2022 ai soli 129 Yen per 1 Dollaro che si registrano sin dall'inizio del 2023.

Occorre intuire quali fattori possano aver cambiato così nettamente l'orientamento degli investitori.

Visto che le elezioni di Midterm si sono tenute solo il 6 novembre, dovrebbe escludersi che le sole previsioni di un possibile ritorno della maggioranza ai Repubblicani possa aver determinato questo cambio. E poi, i risultati del Senato hanno consentito ai Democratici di mantenere un equilibrio a proprio favore.

Molto più probabilmente può aver influito l'andamento negativo di Wall Street, con l'indice S&P 500 che è sceso repentinamente dai 4300 punti di metà agosto ai 3590 di fine settembre. Il Nasdaq aveva fatto altrettanto, cadendo dal picco di oltre 13.000 punti di metà agosto ai minimi intorno ai 10.400 punti dei primi di ottobre.

Il fatto è che, nonostante l'andamento riflessivo di Wall Street, l'aumento dei tassi avrebbe dovuto mantenere assai elevato l'interesse degli investitori per i titoli del Tesoro americano, che è cresciuto continuamente a partire dal 2020, fino a toccare il picco del 4,050% registrato il 1° ottobre 2022. Da allora il tasso è sceso, fino a toccare in questi giorni il 3,47%.

C'è stato un ritiro degli investimenti stranieri sui titoli del Tesoro americano: rispetto ai 7.546 miliardi di dollari di detenzioni complessive che erano state registrate ad agosto 2022, si è scesi fino a 7.274 miliardi di novembre, con un decremento di 272 miliardi di dollari. Le detenzioni del Giappone sono scese dal picco di 1.236 miliardi di giugno ai 1.082 miliardi di novembre. Quelle della Cina sono continuate a diminuire, scendendo di 100 miliardi secchi tra agosto e novembre 2022, essendo passate da 972 a 870 miliardi di dollari.

C'è da dire che le previsioni economiche per l'Europa non sono affatto rosee, soprattutto a causa dell'andamento del commercio con l'estero, con i saldi virati in negativo per via degli alti costi delle importazioni energetiche.

In Italia, infatti, nel periodo gennaio-novembre 2022, il saldo della bilancia commerciale è stato passivo per 32 miliardi di euro, trainato dai passivi di 39 miliardi per le importazioni di petrolio e di 57 miliardi per quelle di gas, che assommano a 96 miliardi. L'attivo di 92 miliardi di euro delle attività manifatturiere non ha compensato il passivo energetico. È dunque una situazione estremamente preoccupante.

In Giappone, i dati del commercio estero sono ugualmente negativi: il deficit commerciale di dicembre si è attestato a 1,45 trilioni di yen, pari a 11,29 miliardi di dollari, proseguendo la serie di deficit iniziata 17 mesi fa. Per l'intero 2022, il Giappone ha registrato un deficit commerciale di 19,97 trilioni di yen, il secondo deficit annuale consecutivo e il più grande dal 1979.

Non ci sono ragioni economiche sufficienti per ritornare sull'Euro e sullo Yen, ma solo finanziarie: gli investitori sembrano avere fretta di incassare i guadagni fatti in questi anni con la rivalutazione del dollaro. E devono vendere dollari prima che il rallentamento delle principali economie occidentali, americana, europea e giapponese, si manifesti in modo vistoso. Si terranno liquidi.

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