Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/06/2023

Incognite giapponesi

di Guido Salerno Aletta

A Tokyo il problema non è la moneta scarsa, oppure i tassi di interesse troppo alti, e neppure il debito pubblico gigantesco ed il costoso servizio che ne deriva alimentando la rendita, né c'è un problema di speculazione finanziaria: è un sistema che vive di mercantilismo, che produce per vendere all'estero per arricchirsi, che si confronta con la realtà, con l'economia reale, con la domanda globale.

Ai tempi della Grande Crisi Finanziaria americana, nel 2008, la Cina lo capì subito che non poteva fidarsi solo della domanda internazionali e dell'export: doveva sviluppare il mercato interno. Non fu altrettanto lucida la Germania, che dopo la crisi dell'Eurozona nel biennio 2011-2012 impose una drastica austerità con il Fiscal Compact: l'unico suo obiettivo era salvare l'euro, la moneta "debole" che le aveva consentito di aumentare a dismisura il suo export accumulando un posizione finanziaria netta superiore ai duemila miliardi di euro in vent'anni. Non potendo vendere all'Europa, messa a dieta, si rivolse alla Cina che è diventata così il suo primo partner commerciale, superando gli stessi Usa. Con il gas russo a prezzi di favore, era un piano imbattibile.

Il Giappone è la terza economia del mondo, dopo Stati Uniti e Cina, davanti alla Germania. Ma non ha cambiato indirizzi strategici, dal 2008 in avanti, se non adottando la Abenomics, la rivoluzione monetaria che ha portato a zero il costo degli interessi sul colossale debito pubblico, detenuto per la gran parte dalla Banca del Giappone (BoJ). Il modello, assolutamente non convenzionale, prevedeva il reimpiego all'estero dei saldi commerciali attivi, investendo soprattutto in titoli del Tesoro statunitense: la liquidità in dollari non veniva dunque cambiata in yen facendone salire il tasso di cambio. Da un lato si manteneva la competitività di prezzo delle merci esportate e dall'altra si incassavano i dividendi pagati sui Treasury. Questo sistema è andato avanti senza intoppi fino al 2019.

Il fatto è che, oggi, il Giappone è l'unico Paese del G7 che non ha ancora recuperato la flessione dell'economia dovuta al biennio di pandemia.

Espresso in dollari, il PIL del Canada è stato di 2.140 miliardi nel 2022 rispetto ai 1.744 miliardi del 2019, il PIL della Francia di 2.784 miliardi rispetto ai 2.729 miliardi, quello della Germania di 4.075 miliardi rispetto ai 3.889 miliardi, l'Italia stessa ha recuperato a 2.012 miliardi rispetto ai 2.011 miliardi, la Gran Bretagna è arrivata a 3.071 miliardi rispetto ai 2.859 miliardi e gli Usa a 25.464 miliardi rispetto ai 21.381 miliardi.

Il Giappone ha fatto peggio di tutti: mentre nel 2019 il suo PIL era stato di 5.188 miliardi di dollari, nel 2022 è stato 4.234 miliardi e per l'anno in corso è stimato in 4.410 miliardi. La distanza dalla Germania si è andata riducendo violentemente, visto che il PIL di quest'anno è previsto a 4.309 miliardi: appena 101 miliardi di differenza ancora a favore di Tokio, quando erano 1.229 miliardi nel 2019.

Certo, sono valori del PIL espressi in dollari correnti, dove gioca molto l'inflazione, ma in termini reali la situazione non è diversa: la Germania aveva nel 2019 un PIL di 3.242 miliardi di euro, arrivati a 3.261 miliardi nel 2022; il Giappone aveva un PIL di 5.525 miliardi di yen ridottisi a 5.460 miliardi nel 2022.

La BoJ aveva sorpreso tutti a fine dicembre scorso, quando decise di modificare la soglia di tolleranza nell'oscillazione dei rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni, ampliandola dallo 0,25% allo 0,5% (rispetto al margine precedente, tra il -0,25% e lo 0,25%): si lasciava immaginare che i tassi di interesse a lungo termine sarebbero aumentati ulteriormente. Sembrava l'avvio di un'inversione di tendenza delle politiche estremamente accomodanti decise dal Governatore Haruhiko Kuroda, che si era sempre mosso in piena sintonia con la strategia di Shinzo Abe. Nonostante l'inflazione al livello più alto in quarant'anni, al 3,6% , la politica monetaria rimaneva generosissima, con il tasso sempre negativo del -0,1%.

C'è di vero che questa decisione della BoJ ha mosso il mercato: per un verso, la valuta nipponica ha preso a svalutarsi fortemente su quella statunitense, passando da 128 yen per 1 dollaro di metà gennaio scorso a 142 yen di questi giorni; per l'altro, la Borsa di Tokyo ha messo a segno una performance notevole passando dai 25.700 punti di inizio gennaio ai 33.700 punti di metà giugno.

Da una parte, la debolezza dello yen è derivata dalla delusione per i rendimenti interni troppo bassi, essendo aumentato continuamente il differenziale tra i tassi della Fed e quelli della BoJ; dall'altra, si era formata l'idea di una forte ripresa degli investimenti industriali interni per fronteggiare le diverse sfide strategiche.

Ancora il 16 giugno, la BoJ ha sostanzialmente confermato la sua tradizionale politica monetaria espansiva, sia sui rendimenti negativi a breve, rimasti al -0,1% che sul "tasso zero" a lungo termine guidato dai titoli di Stato a dieci anni (JGB), con una oscillazione compresa tra il -0,5% ed il +0,5%, garantendo l'acquisto al +0,5% dei titoli di Stato offerti in vendita. Ha inoltre confermato gli acquisti in ETF's ed in quote di fondi immobiliari J-REITs.

Uno yen divenuto così conveniente avrebbe dovuto far rimbalzare l'export, ma non è stato così: dopo il rimbalzo del 2021, già il 2022 è stato un anno molto debole ed il 2023 non si preannuncia migliore.

La BoJ ha diffuso i dati sull'andamento dell'export in termini reali. Nel 2021, era aumentato complessivamente del 12,7%, una ottima performance dopo il crollo del 2020. Era andata molto bene con gli Usa, +11,6%; con la Ue, addirittura +14,7%; con l'Asia +13,9%. L'export verso la Cina aveva segnato +11,6%.

Molto meno bene è andata nel 2022, con un aumento complessivo appena dell'1,2%, frutto della media tra Usa +7,4%, Ue +6,5% e Asia -0,6%. Da sole, le esportazioni verso la Cina si erano ridotte del 7,9% in termini reali: le conseguenze per la chiusura a causa del Covid sono state durissime. E la Cina conta molto essendo il principale partner commerciale.

Nel secondo trimestre di quest'anno, le esportazioni in termini reali del Giappone sembravano essersi riprese dopo un primo trimestre decisamente negativo per tutte le aree geografiche (Usa -4,3% rispetto al primo trimestre 2022, Ue -4,6%, Asia -4,2% con la Cina addirittura -6,7%) ma dal mese di maggio le variazioni mensili (m/m) hanno ricominciato ad essere preoccupanti: Usa -4,5%, Ue 0,0%, Asia -2,6% con la Cina al -3,9%. Nel complesso, a maggio rispetto ad aprile, la contrazione è stata del 3,5%.

Per un sistema economico che si basa sulle esportazioni, i veri problemi sono quelli degli altri.

Fonte

21/05/2023

Anche il Giappone abbandona i bond USA

di Guido Salerno Aletta

Per quanto riguarda la Cina, è risaputo che già da tempo ha rinunciato ad investire in titoli di Stato americani: le sue detenzioni diminuiscono mese dopo mese, segno che le sottoscrizioni non vengono rinnovate alle scadenze. Prendendo in considerazione l'ultimo anno, il periodo che va dal marzo 2022 a quello scorso, si rileva che le detenzioni intestate alla Cina sono passate da 1.013 miliardi di dollari ad 869 miliardi (-144).

C'è un altro dato che fa riflettere: nello stesso periodo, è diminuito il totale delle detenzioni estere, passando da 7.604 a 7.573 miliardi (-31). Poca cosa, si dirà; ma questo andamento è abbastanza inconsueto, visto che l'innalzamento dei tassi da parte della Fed attira capitali per il maggior rendimento che ne deriva. Ed infatti, se andiamo a controllare le detenzioni "Foreign – Non Official", che sono quelle degli investitori privati, si rileva che infatti sono aumentate parecchio, passando da 3.579 a 3.794 miliardi (+215).

La spiegazione di questa apparente contraddizione sta nella ancor più forte riduzione delle detenzioni "Foreign – Official", che sono principalmente quelle delle Banche centrali: sono passate da 4.025 a 3.779 miliardi (-246).

Ci troviamo di fronte ad una riduzione massiccia di detenzioni "Official" di Treasury, che va ascritta alla insoddisfazione per la politica monetaria restrittiva adottata dalla Fed, che per prima ha deciso di alzare i tassi per contrastare l'inflazione interna, obbligando via via le altre Banche centrali a seguirla per evitare la fuga di capitali verso il dollaro. Questa decisione andava presa soprattutto per evitare la svalutazione indotta dalla fuga dei capitali verso il dollaro, causato dallo smobilizzo degli impieghi nelle rispettive valute e dalla conseguente domanda di dollari: l'euro si era svalutato di circa il 20% portandosi quasi alla parità col dollaro, e lo yen aveva toccato il livello più basso rispetto al dollaro da ben 32 anni.

Questa svalutazione rispetto al dollaro comportava un ulteriore aumento del costo delle importazioni dei prodotti che sui mercati internazionali sono quotati in dollari, come quelli energetici, aggravando il fenomeno inflazionistico.

In pratica, mentre l'inflazione americana aveva origini fiscali, essendo determinata da un eccesso di spesa pubblica finanziata in disavanzo ed in un contesto di bassa disoccupazione, la Fed ha adottato misure di violenta restrizione monetaria, aumentando i tassi e riducendo la liquidità: così facendo, ha destabilizzato in molti Paesi la allocazione dei capitali, il sistema dei cambi e quello dei tassi di interesse.

Ed è stato il Giappone a risentire più di ogni altro Paese di questo orientamento della Fed: c'è stato un vero e proprio crollo delle sue detenzioni di Treasury, che sono passate in un anno da 1.229 a 1.088 miliardi di dollari. La riduzione di 141 miliardi è stata praticamente identica a quella della Cina, che è stata di 144 miliardi. Nel caso del Giappone, la tendenza dello yen a svalutarsi rispetto al dollaro ha infatti aumentato notevolmente il costo della copertura contro questo rischio, arrivando ad eguagliare il tasso di rendimento dei Treasury: non valeva più la pena tenere fermi lì i capitali.

Si è rotto un equilibrio di interessi reciprocamente vantaggiosi tra Giappone e Stati Uniti che durava da decenni, con i giapponesi che sono stati sempre grandi acquirenti di titoli americani ritornando ad essere i primi creditori dopo che la Cina ha smesso di investire in Treasury.

Il rapporto tra Giappone e Usa è stato in questi anni fortemente sinergico. Il primo ha un attivo commerciale strutturale sull'estero ma un enorme debito pubblico: per evitare di affondare il bilancio con alte spese per interessi, la Banca centrale (BoJ) non solo deve quindi tenere bassi i tassi di interesse, ma deve anche acquistare direttamente gli stessi titoli di Stato che non hanno acquirenti perché rendono zero. Gli investitori giapponesi hanno sempre avuto quindi tutto l'interesse a reinvestire il surplus commerciale comprando i titoli di Stato americani, i Treasury, per via del buon rendimento garantito loro.

Gli USA, che invece sono penalizzati da un forte disavanzo commerciale strutturale sull'estero e da poco risparmio interno, hanno visto a loro volta con estremo favore gli investimenti finanziari giapponesi in Treasury.

Questo equilibrio di interessi è venuto meno per via della politica monetaria restrittiva della Fed, cui la BoJ non si è potuta subito adeguare alzando i tassi come hanno fatto la Bce o la Banca d'Inghilterra: il colossale debito pubblico giapponese ha impedito finora di alzare i tassi, se non in modo modestissimo, portando a dicembre scorso quello sui prestiti a dieci anni allo 0,50%. È ancora una inezia rispetto a quelli della Fed, della Bce o della BoE, ma è il segnale che in futuro converrà investire in Giappone anziché negli Usa, visto il costo raggiunto dalla copertura del rischio di svalutazione dello yen.

Sembra che negli USA sia stata tirata la corda sbagliata, usando la leva monetaria quando invece doveva essere la politica fiscale a dover tornare restrittiva.

Dopo la Cina, anche il Giappone, che è ancora il più grande sottoscrittore di titoli di Stato americani ha battuto in ritirata, riducendo le detenzioni: la regola secondo cui l'aumento dei tassi americani determina automaticamente un afflusso di capitali da tutto il mondo ha subito due eccezioni, da parte dei più grandi finanziatori del debito americano. Mentre nel caso della Cina la ragione è stata prevalentemente politica, per il Giappone la scelta è stata squisitamente valutaria e finanziaria: i capitali giapponesi ritornano a casa.

Fonte

09/11/2016

La bomba di Basilea e il nuovo rischio Italia, qualunque sia l'esito del referendum...

Prima di parlare della bomba di Basilea, sopravvenuta nel solito, noioso fine settimana elettorale, una impressione. Fa sempre un certo effetto vedere analisti seri, con incarichi istituzionali, in grado di leggere criticamente i problemi, finire per gettarsi sempre, quando l’oggetto da analizzare è di quelli roventi, verso le braccia dello stesso totem: la banca centrale europea. E fa anche un certo effetto che vedere che, inevitabilmente, il soggetto che abbraccia il totem, che oggi ha il volto rettiliano di Mario Draghi, respinga sempre una seria analisi su come i comportamenti di altre banche centrali (quella giapponese o quella americana) non abbiano risolto i problemi che dicevano di voler risolvere. E mica si tratta di bazzecole, Banca del Giappone e Federal Reserve lastricano da anni la strada verso i grandi terremoti finanziari con due buone intenzioni: securizzare il mercato finanziario e rilanciare strutturalmente l’economia.
 
Se vogliamo dirla tutta, in un impeto di sincerità, Draghi sta ripercorrendo le tracce lasciate dagli altri governatori centrali nelle politiche di immissione di liquidità nel sistema finanziario già cominciate da diversi anni. Draghi sta acquistando obbligazioni pubbliche a rischio assumendosi quindi il rischio in prima persona, trovandosi così a dover speculare sul mercato per difendere le proprie acquisizioni, creando però ulteriori criticità sul mercato finanziario stesso. Ed è il modello di comportamento che si è trovato ad interpretare la banca centrale giapponese. E sta, oltretutto, creando le condizioni per una ripresa che si basi sul contenimento del costo del lavoro, la deflazione tecnologica che erode l’occupazione, il contenimento del salario. E’ il modello Federal Reserve. Tutto mentre, nel frattempo gli analisti idolatri della banca centrale ripetono a capo chino, la posizione che esclude la visione dell’orizzonte, il mantra dei bassi tassi di interesse che, grazie a Draghi, hanno congelato il debito pubblico italiano.

Purtroppo la realtà, questa maliziosa, è disposta in modo diverso. Lo scopriremo presto e a nostre spese, naturalmente. Prima però deve scorrere quello che un analista, bravo e senza il desiderio dell’abbraccio verso totem, ha definito un “diversivo tribale e polarizzante”: il referendum costituzionale. Già perché, comunque vada, in Europa sta accadendo qualcosa che inciderà su tutti gli schieramenti, vincenti o perdenti. Se vincesse il “si” ci sarebbe subito una seria riprova: ovvero che la costituzione eventualmente riformata non sarebbe affatto una polizza di assicurazione contro le fibrillazioni finanziarie e bancarie in Europa (cosa che si tenta di spacciare e fa parte della logica della vera controriforma costituzionale, il pareggio in bilancio). Se vincesse il “no”, ci si accorgerebbe presto che nessuno degli strumenti costituzionali salvati dalla volontà popolare, e il salvataggio va comunque compiuto, sarebbe comunque in grado di difendere il paese. Già, perché la politica fatta in modo tribale e polarizzante riesce, nonostante l’enorme disinteresse, a coinvolgere e a far costruire schieramenti. 

Solo che, per come è oggi, la politica rischia davvero di essere solo un gioco di ruolo, specie quando risorse e potere di decisione stanno altrove. Questo perché la strategia delle riforme costituzionali è stata pensata oltre trenta anni fa, quando l’Ue non esisteva e la Bce neanche.
Oggi lo svuotamento della costituzione è avvenuto grazie al peso della governance multilivello europea, le cose si fanno differenti. Primo, il referendum è diventato, più che altro, l’occasione per costruire un solo soggetto centralizzatore di potere e risorse; secondo, fatto non trascurabile, la riforma dovrebbe garantire la compressione della spesa per diritti e servizi delle Regioni. Compressione compatibile con le politiche di bilancio che sono, ancora oggi, stella polare di Berlino. Ma, visto che l’ “Europa” è in grado di far valere le proprie ragioni anche in caso di vittoria del “no”, avendo poteri immensamente superiori rispetto alla lontana stagione di partenza delle riforme istituzionali, una sconfitta di Renzi non sarebbe un dramma nè per la Bce nè l’Ue. Certo, nel caso di una sconfitta del “Si” ulteriori imposizioni all’Italia si renderebbero necessarie. Non essendoci più il paravento di una riforma costituzionale per far passare certe misure di rigore come condivise tra Italia e “Europa”.

Ma parliamo ancora di referendum e di chi, da questo gioco di ruolo, cerca di giocarsi la sopravvivenza. Ed è proprio il Monte dei Paschi di cui stiamo parlando. Il Cda, nella relazione preparata per l’assemblea degli azionisti del 24 novembre ha affermato che c’è indisponibilità, da parte degli investitori istituzionali, “ad assumere importanti decisioni di investimento relative a società italiane prima di conoscere l’esito del referendum costituzionale“. In poche parole, MPS è una banca che può essere salvata solo con un intervento pesante del governo Renzi, magari vincente al referendum e disposto a forzare le regole europee. Altrimenti, semplifichiamo, il salvataggio si farà disperato e il bagno di sangue imposto ai risparmiatori di quelli seri. Come si vede lo stato di una banca sistemica, definita tale recentemente anche da Mediobanca, è vicino al dramma. E, aggiungiamo, non è affatto certo che, con la vittoria del “Si”, MPS trovi un sentiero, assieme alle banche italiane, di quelli agevoli.

Insomma, la crisi sistemica della banche italiane, che è qualcosa di più strutturato della crisi di qualche banca sistemica, continua. E con lei i rischi per il paese. Rischi che, dal mondo bancario, si intravedono proprio nel dibattito, completamente nascosto all’opinione pubblica italiana e, nel nostro paese, chiaro solo a isolati gruppi di specialisti: quello su Basilea 4. Eppure sono questi i temi che andrebbero politicizzati, rendendoli centrali. Ci si riferisce alle proposte del comitato di Basilea, che regola la vigilanza bancaria internazionale, sui nuovi requisiti di garanzia del capitale che le banche devono fornire. L’attuale accordo in materia, detto Basilea 3, pur essendo considerato restrittivo da molte banche non è considerato come tale dalle autorità di regolazione. Infatti, il comitato di Basilea sta preparando, su mandato del G20, un nuovo accordo, detto Basilea 4, che dovrebbe essere pronto per la fine dell’anno per entrare in vigore nel 2020. Non è un accordo da poco, e fa capire la gravità della crisi delle banche europee: il “capital core”, la componente primaria di capitale di una banca, se entrasse in vigore Basilea 4, dovrebbe aumentare del 55% di media a livello europeo. Una vera e propria stangata da 900 miliardi di euro, che fa capire che la crisi delle banche a 8 anni da Lehman necessita ancora di interventi drastici. Interventi talmente drastici che lo stesso Bafin tedesco (l’ufficio di sorveglianza della raccolta di credito bancario della repubblica federale) ha giudicato Basilea 4, per bocca del suo maggiore rappresentante, come qualcosa che può mettere a rischio l’esistenza stessa delle banche della Germania.

E l’Italia? La Reuters in lingua italiana ha definito un vero e proprio “tsunami” questo provvedimento, e il suo impatto sul nostro paese, che può avere effetti, sui mercati finanziari, ben prima del 2020. E anche sul finanziamento alle infrastrutture, e quindi all’idea di ripresa economica basata su questo genere di finanziamenti, visto che Basilea 4 renderebbe più stringenti le norme bancarie per il project financing. Certo, a dirla tutta sembra proprio, in questo modo, che il clima sia più favorevole per il settore finanziario ombra, lo shadow banking, che in Europa pare in salute. Visto che le banche, erose da ristrutturazioni tecnologiche e dalla crisi di produzione di valore, sono in una crisi tale da attirare decisioni pesantemente regolatorie. Qui è inutile ricordare, nel paese e nell’economia di tutti i giorni, il peso di una crisi bancaria o di una pesante ristrutturazione del settore. Come è inutile ricordare che la prima è permanente, la seconda è nelle cose. Si tratta solo di capire quali sono gli effetti della crisi bancaria e quali sono gli elementi di ristrutturazione che prendono piede. Per capire poi la portata di questi fenomeni nella microfisica della società. Bene, se Basilea 4 vedesse la luce in questa forma, tutta la quotidianità che conosciamo verrebbe profondamente scossa in tempi percepibili: dalla concessione del credito a singoli e famiglie al rapporto tra banche, partite iva, attività commerciali diffuse, imprese.

E non è detto che ci siano, a livello continentale, risorse adeguate per governare il fenomeno. Certo, una delle infrastrutture reali dell’eurozona, la rete bancaria franco-tedesca, è contraria a questa Basilea 4. Allora tutto bene, i gravi problemi sistemici delle banche italiane possono svolgersi senza ulteriori complicazioni continentali perché ci sarà un veto? Oppure, visto che Basilea 3 è stata approvata ma spesso disattesa dalle banche la versione 4 farà la stessa fine? A leggere la Frankfurter Allgemeine si direbbe di no. La Frankfurter ha ospitato infatti un articolo del direttore del Max-Planck-Institut di Bonn dove si dice esplicitamente che le banche tedesche, che stanno facendo lobby con le consorelle europee, stanno sbagliando strada. E porta argomenti per la tesi contraria, che non sono solo di scuola ma si riferiscono al dibattito, diciamo, intertedesco: se si vuole uscire dalla politica di tassi bassi, attualmente praticata dalla Bce, e guadagnare dalla raccolta credito, va approvata Basilea 4. Altrimenti, i capitali troppo sregolati possono trovare sfogo, con una crescita anche lieve dei tassi, in una nuova devastante bolla immobiliare. Con una offerta di credito, e di investimento, sugli immobili in grado di giocare su regole meno stringenti nella regolazione bancaria. Senza Basilea 4, in sostanza, si andrebbe verso una Lehman Brothers all’europea.

Guardiamo quindi quali scenari si aprono per il nostro paese quale che sia l’esito di questo dibattito intertedesco su Basilea 4. Scenari che fanno capire che le banche europee, comprese quelle italiane, si trovano in una crisi risolta al massimo nelle battute di Renzi nel backstage della Leopolda. Se prevalessero le tesi del Bafin, e di Deutsche Bank, si rischierebbe di gonfiare una bolla immobiliare destinata ad esplodere in Europa. Magari con effetti vecchio stile Lehman all’americana, viste le difficoltà strutturali delle banche europee. Se prevalessero le tesi del Max-Planck-Institute di Bonn i tassi più alti, dettati da una inversione di tendenza Bce significherebbero per l’Italia, e non solo vedi Spagna o Portogallo, un nuovo pesante fardello per il debito pubblico (da finanziare a interessi maggiori), con un’economia anemica e banche comunque sinistrate. E soprattutto un fardello per servizi, sanità, stipendi, assunzioni, investimenti a carattere pubblico, questo deve esser chiaro perchè è li che si taglia in questi casi.

Basilea è, in qualsiasi direzione esploda, una bomba per l’Italia. Come rappresenta un episodio importante per capire, in un senso o in un altro, come si orienterà la Bce. Perché Basilea 4 ha tutto il volto di un tentativo, vedremo quanto realistico, delle banche centrali che presiedono il comitato di Basilea che fa le regole, di riprendere in qualche modo il governo del mondo bancario. Perché magari Draghi, e la sua politica metà giapponese e metà americana, va benissimo in Italia (ed è comprensibile) ma non trova tutti questi fan in Germania. E oltretutto, e questo rischio c’è, attuare Basilea 4 produrrebbe un mondo ancora più sregolato: quello dello shadow-banking. Un mondo, in crescita dalla Cina all’Europa, che offre servizi bancari senza essere regolato. Una sorta di Uber, di Airbnb delle banche, che ha avuto un ruolo serio nella mitica bolla immobiliare del 2008. E così mentre il Max-Plank di Bonn cerca di regolare le banche per impedire le bolle immobiliari, l’altro soggetto attivo nella creazione di bolle rimane libero.

La politica prima di risvegliarsi dall’illusione di poter decidere qualcosa, in questo scenario dove si decidono davvero i destini di intere società, dovrà affrontare ancora forti dolori. Dolori che si faranno lancinanti tutte le volte che sarà chiaro che la legittimazione democratica non garantisce niente al mondo di oggi. Tsipras, quello del luglio 2015 non l’automa liberista odierno, che sembra ottimo per una riedizione di Manchurian Candidate, di tutto questo saprebbe raccontarci qualcosa. E ora tutti a sentire l’ultima di Renzi. Che comunque, ad amici e nemici, garantisce un grande spettacolo. Fino a quando lo spettacolo più grosso, quello decisamente più sinistro, si riprenderà la scena che gli spetta.

Redazione, 9 novembre 2016

17/11/2014

Giappone in recessione, esempio per l'Europa

Il Giappone mostra all'Europa la via che porta al declino economico. Da oltre due decenni, infatti, Tokyo è in stagnazione economica, nonostante la politica monetaria “accomodante” – tradotto: tassi di interesse decisi dalla banca centrale a zero – e una capacità di innovazione tecnologica ai massimi livelli (subito dopo gli Usa, alla pari con Germania e Cina).

Poi l'arrivo di Shinzo Abe, liberale ultraconservatore e decisamente guerrafondaio, che ha usato tutte le armi a sua disposizione: politica monetaria espansiva, stimoli fiscali e riforme strutturali. Proprio quello che l'Unione Europea e la Troika “consigliano” a ogni paese del vecchio continente (con forti riserve tedesche sulla politica monetaria espansiva, per di più). Il primo anno di governo Abe era sembrato benedetto da queste innovazioni: crescita di nuovo apprezzabile, ancorché moderatissima (poco più dell'1%), consensi in salita, applausi della comunità finanziaria.

Stamattina la pubblicazione dei dati sull'andamento del Pil nipponico hanno bruciato quasi due anni di ottimismo: nel terzo trimestre c'è stata una caduta dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, che già di suo era andato molto male (-1,9). Su base annuale la previsione diventa per un crollo dell'1,6%, visto che due trimestri consecutivi negativi sono considerati ufficialmente “recessione tecnica”. Immediato il tracollo della borsa di Tokyo, che ha lasciato sul campo il 2,9%, portando scompiglio anche nelle piazze europee, tutte in negativo all'apertura.

Le “attese degli analisti” erano decisamente diverse, almeno moderatamente positive. E su un rialzo del Pil faceva conto lo stesso Abe per poter procedere allo scioglimento della Camera Bassa e quindi rafforzare il suo potere interno.

Cos'è accaduto al “magnifico piano” dei liberisti giapponesi? Si è incagliato sui suoi stessi presupposti. Le “riforme strutturali” hanno tolto ai cittadini diversi benefici del welfare, costringendoli a spendere per beni e servizi che prima erano semigratuiti; le iniezioni di liquidità nel circuito finanziario hanno vanificato ogni tentativo di riduzione del debito pubblico (che viaggia intorno al 200% del Pil, il dato più alto dell'Ocse); l'aumento dell'Iva dal 5 all'8% (scattato in aprile) ha impattato pesantemente sia i consumi privati (-0,9%) sia gli investimenti (-6,7); e senza miglioramenti del deficit il prossimo ottobre l'Iva salirà ancora, al 10%. Insomma: come la manovra del governo Renzi (la “clausola di salvaguardia” fissa già il passaggio al 25,5%). Gli investimenti pubblici, in omaggio alla teoria liberista, sono stati modestissimi, anche se in lieve aumento (+0,3%).

Risultato: la borsa è stata drogata per un paio d'anni, le imprese hanno smesso di investire nella produzione casalinga preferendo la finanza o le delocalizzazioni; la popolazione ha congelato i consumi in attesa del peggio. Quando l'effetto magico della maggiore liquidità è finito il panorama si è mostrato più desolato di prima.

I margini di manovra a disposizione della banca centrale e del governo (lì non c'è alcuna “indipendenza” rispetto all'esecutivo) sembrano ora decisamente ridotti al minimo. Resta la via dei drastici tagli al welfare e alla spesa pubblica, che è aumentata negli ultimi due anni a causa dei programmi di riarmo in funzione anticinese. Buon divertimento, Abe...

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31/10/2014

Giappone. La droga (monetaria) non funziona? Aumentare la dose...

Non se l'aspettava nessuno. Perché quando una cura non funziona (l'allentamento monetario o quantitative easing, in pratica stampare moneta per favorire la ripresa del mercato finanziario e di lì l'economia reale) si cerca in genere una medicina alternativa.

Ma per i mercati finanziari la "liquidità" - anzi, l'eccesso di liquidità - è una droga. E come in tutte le tossicodipendenze, quando un certo dosaggio non produce più l'effetto atteso... si aumenta la dose.

Proprio questo ha fatto la Banca del Giappone (BoJ) stamattina, provocando - oltre che il delirio di gioia della borsa di Tokyo (+4,83%) - un crollo della quotazione dello yen, sceso subito ai minimi da sei anni a questa parte, quotando in chiusura 110 per un dollaro.

La BoJ espanderà la base monetaria di altri 10mila-20mila miliardi di yen l'anno (per un totale di circa 80mila miliardi) e triplicherà gli acquisti di Etf (titoli legati all'andamento di vari indici o comparti, non solo finanziari) e trust immobiliari. Inoltre allungherà la durata media dei titoli che ha in portafoglio, rinviando dunque il momento della restituzione.

Anche il Giappone sta del resto sperimentando un inizio di deflazione, anche se non nelle dimensioni di quella europea, ma comunque al di sotto del "desiderabile" 2%. Non si è trattato però di una decisione unanime. Il comitato esecutivo si è espresso infatti con 5 membri a favore e 4 contro.

Sulle quotazioni di borsa hanno influito anche le indiscrezioni su un possibile cambio di strategia da parte del Fondo pensioni pubblico, che dovrebbe raddoppiare l'esposizione sul mercato azionario (dal 12 al 25%), immettendo a sua volta enormi quantità di soldi liquidi nel mercato borsistico e - ovviamente - mettendo a rischio le coperture per le pensioni dei dipendenti pubblici (se vai in pensione in un momento di crisi di borsa riceverai briciole invece di panini).

La decisione della BoJ arriva mentre si stavano tirando i bilanci di quasi due anni di "abenomics" (la svolta imposta dal premier liberal-liberista-nazionalista Shinzo Abe) negativi, e in modo anche pesante. Gli ultimi dati macro registrano infatti un calo dei consumi delle famiglie del 5,6% in un anno e un tasso di disoccupazione salito al 3,6% (ridicolo per noi o per gli Ua, ma un dramma per la società nipponica). Nemmeno l'aumento dell'Iva - misura assai contestata al momento del varo - ha risollevato la tendenza a deflazionare, anche se ha scoraggiato lo stesso i consumi.

La BoJ ha quindi scelto di incrementare la portata della stessa strategia. La conseguenza più importante, però, è sul fronte della guerra tra le principali monete mondiali. Lo yen, di fatto, subisce una svalutazione ulteriore, proprio mentre la Federal Reserve statunitense - che ha messo fine in settimana alla sua terza ondata di quantitative easing - ha preso a muoversi con circospezione in direzione opposta, scontando anche una rivalutazione del dollaro. Ma soprattutto mentre la Bce ha iniziato - con moltissima prudenza e sotto lo sguardo preoccupato di Bundesbank - una politica simile a quella giapponese.

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11/11/2013

I mostri gemelli in azione: deflazione e bolla speculativa

Se si alza lo sguardo – e il pensiero – dal proprio ristretto cortile all'evoluzione della crisi si prova un certo spaesamento. Qui sulla terra, infatti, le cose vanno peggio giorno dopo giorno. Nell'empireo della finanza globale, invece, tutto sembra procedere per il meglio. Non è vero, ovviamente, ma gli “investitori istituzionali” si comportano “come se” dovesse andare sempre così.

Eppure i giornali che con più attenzione e competenza seguono gli accadimenti macroeconomici mostrano una preoccupazione crescente: l'economia reale non si riprende, le spaventose quantità di denaro liquido emesso dalla Federal Reserve e dalla Banca del Giappone (ma, in misura minore, anche dalla Bce) non si traducono in maggiore credito a imprese e famiglie. La liquidità che le banche acquisiscono a costo zero finisce soprattutto nell'acquisto di titoli di stato oppure sui mercati azionari; e infatti le borse fanno segnare un record dopo l'altro, mentre i rendimenti delle obbligazioni statuali scendo ai minimi termini.

Si creano in questo modo due fenomeni complementari estremamente pericolosi: deflazione e bolla speculativa. La prima viene ormai ammessa esplicitamente, per esempio, da Confindustria, che registra come i prezzi siano scesi nonostante il recente aumento dell'Iva. In linea teorica avrebbero dovuto salire almeno dell'1%, ma i rivenditori stavolta sembrano aver evitato di “scaricare” l'aumento sui prezzi finali. Significa che “la gente” compra già così poco che ogni nuovo aumento si tradurrebbe, per i commercianti, in minori entrate.

C'è chi dice: ma negli Usa questa politica monetaria “non ortodossa”, fatta di 85 miliardi al mese immessi sui mercati, ha prodotto una crescita del Pil e perfino dell'occupazione (dato che invece ha preoccupato “i mercati”, perché la Fed ha legato le iniezioni di liquidità all'obiettivo di ridurre il tasso di disoccupazione al 6,5%; quindi se la disoccupazione si avvicina a quella soglia, si avvicina anche il momento del “tapering”, ovvero della riduzione degli “stimoli” monetari).

Non è proprio così. I numeri vanno letti disaggregando, altrimenti si immaginano processi differenti da quelli reali. E allora, guardando dentro alla “nuova occupazione” statunitense, si scopre che la massa di nuovi posti di lavoro scaturisce esclusivamente dai settori che impiegano manodopera part time; mentre soltanto ad ottobre si sono persi 623.000 posti a tempo pieno. Il monte ore totale dell'occupazione reale si è insomma ridotto, così come il salario medio percepito e quindi anche le possibilità di consumo.

Anche l'inattesa “crescita del Pil” Usa (+2,8%), vista da vicino, risulta molto meno solida: lo 0,85% infatti deriva dalla ricostituzione delle scorte, non da un aumento delle vendite.

Tornando all'Europa, la deflazione ha già costretto la Bce a tagliare nuovamente il tasso di interesse base, ma - arrivati ormai allo 0,25% - lo spazio per altri interventi è davvero minimo. E in ogni caso, come detto, non si tradurrebbe in “maggiore liquidità per l'economia reale”, ma solo in maggiori munizioni per la speculazione finanziaria.

Su questo punto c'è molta confusione tra gli analisti. Persino un attento osservatore come Vito Lops, de IlSole24Ore, accetta di chiamare “keynesiana” la politica di espansione monetaria della Fed pur registrando i fenomeni distorsivi che anche noi abbiamo evidenziato. Semmai bisognerebbe parlare, come aveva fatto Stiglitz in occasione dei precedenti quantitative easing o del salvataggio delle banche d'affari, di “socialismo per ricchi”. Una “politica keynesiana”, infatti, si tradurrebbe certamente in “maggiore liquidità”, ma prevederebbe anche un intervento statale diretto nella produzione di merci e servizi. Avremmo insomma nuove forme di “Stato imprenditore”. Invece, come sappiamo, si continua dappertutto a privatizzare anche quel poco che è rimasto “pubblico”.

La “liquidità eccedente”, dunque, non crea nuova occupazione, ma contribuisce a distruggere e precarizzare quella esistente. E non risolve nessun aspetto della crisi. Anzi, prepara una “bolla speculativa” di dimensioni inconcepibili che non mancherà di produrre effetti devastanti reali non appena – come sempre avviene – un rialzo dei tassi di interesse mirato a contenere le più o meno lontane pressioni inflazionistiche innescherà la fuga dai mercati azionari.

Per il momento i finanziari se la godono, convinti – come sempre – che non toccherà mai a loro pagare il prezzo della crisi.

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È la deflazione, bellezza. Alla Bce il compito di scacciare lo spettro. La Fed ce l'ha fatta nel 2009 con una manovra keynesiana. Cosa farà Draghi?
di Vito Lops

«Il fatto che l'inflazione diminuisca nonostante ci sia stato un aumento dell'Iva significa che siamo in una situazione di vera e propria deflazione, e questo è preoccupante». Così Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, preoccupato anche per il parametro del 3% sul deficit/Pil: «È molto impegnativo per il nostro Paese perché congela le possibilità di fare investimenti sulla crescita». Parole che fanno eco a quelle di Romano Prodi («non ha senso avere gli stessi parametri per 20 anni») in una settimana cruciale per l'Eurozona.

La Bce guidata da Mario Draghi ha tagliato il costo del denaro allo 0,25%. Lanciando - seppur ci siano reali dubbi sul fatto che questa misura riesca a rilanciare l'economia attraverso il credito a famiglie e imprese che sbloccherebbe sviluppo e consumi agevolando la ripresa della domanda interna, tallone d'Achille di questa crisi - un doppio segnale ai mercati: la Bce è pronta a intervenire in un quadro economico che non è dei migliori. Anche perché sull'Eurozona incombe lo spettro della deflazione dopo che a ottobre l'indice dei prezzi al consumo è sceso allo 0,7% su base annua rispetto all'1,1% di settembre. E si tratta della "deflazione cattiva", quella causata da un calo della domanda (e non da un aumento dell'offerta che riduce i prezzi a vantaggio dei consumatori e quindi viene definita "deflazione buona").
Una paura al momento scongiurata dallo stesso Draghi («se vogliamo definire la deflazione come un calo generalizzato, e che si autoperpetua, dei prezzi nell'Eurozona, non lo vediamo») ma che preoccupa persino il Fondo monetario internazionale («i rischi di deflazione non sono scomparsi del tutto».

Del resto, in questo momento - quando il numero dei disoccupati in Europa ha raggiunto quota 19 milioni, 7 milioni in più dallo scoppio della crisi segnando la progressione maggiore dai tempi della Seconda Guerra Mondiale - le dichiarazioni ufficiali non sempre poi vengono dimostrate nei fatti.

Quindi i rischi che l'Eurozona cada in deflazione non possono essere esclusi. E a questo punto vale la pena ricordare il precedente degli Stati Uniti. A marzo del 2009 l'indice dei prezzi al consumo scese sotto zero, come non accadeva dal 1955. Nello stesso mese la Federal Reserve inaugurò il primo piano di quantitative easing (espansione monetaria attraverso l'acquisto di titoli di Stato e titoli agganciati ai mutui subprime). Già a fine dello stesso anno l'inflazione ripartì e si avvicino al 2% per poi sfiorare il 4% l'anno successivo. Oggi però è scesa all'1,2%, nonostante una montagna di soldi riversati sui mercati con tre piani di quantitative easing (il terzo è ancora in corso).

Questo anche perché questa liquidità non si sta riversando automaticamente nell'economia reale e nella maggior parte dei casi finisce in investimenti azionari (non a caso venerdì il Dow Jones ha aggiornato il massimo storico). In fondo è proprio questo il problema della deflazione (o dell'inflazione troppo bassa e lontana dal target del 2% fissato tanto dalla Bce quanto dalla Fed): l'incapacità degli stimoli monetari di finire a famiglie e imprese. Lo stesso è accaduto in Europa: dal 2009 la Bce con modalità diverse ha immesso liquidità nel sistema aumentando la base monetaria ma questa poi non si è tradotta in M3 (offerta di moneta) perché buona parte di questa moneta è stata utilizzata dalle banche per acquistare titoli di Stato. La cinghia di trasmissione tra finanza ed economia reale è ancora bella che inceppata. Ed è questo il primo problema da risolvere. Per far ripartire l'economia e allontanare gli spettri della deflazione.

La sfida arriva in un momento cruciale in cui la Fed e la Banca centrale si avviano a imboccare strade diverse. La Fed dovrebbe annunciare entro la prima metà del 2014 (ma c'è una minoranza di analisti che pensa già a dicembre) il tapering (la riduzione del piano di stimoli monetari). Mentre la Banca centrale europea è chiamata a un ulteriore sforzo espansionistico, pur con mezzi più limitati rispetto a quelli di cui dispone la banca americana. Come visto, la Fed ha vinto la deflazione con una manovra keynesiana. Cosa farà adesso la Bce?

da IlSole24Ore

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18/07/2013

Giappone tra yen e armi

di Michele Paris

Nelle elezioni di domenica prossima per il rinnovo della metà dei seggi della camera alta del parlamento (Dieta) giapponese, il partito Liberal Democratico (LDP) di governo dovrebbe riuscire a conquistare la maggioranza assoluta senza troppe difficoltà, bissando il nettissimo successo nel voto per la camera bassa dello scorso dicembre che aveva riportato alla guida dell’esecutivo l’ex premier Shinzo Abe. L’imminente appuntamento con le urne metterà così fine al parlamento diviso, consentendo al primo ministro di provare a perseguire con più agio le politiche all’insegna del militarismo e della liberalizzazione dell’economia annunciate da mesi.

Secondo un recentissimo sondaggio di opinione condotto a inizio settimana da alcuni media nipponici, l’LDP e il suo partner di governo - il partito Nuovo Komeito - dovrebbero assicurarsi almeno 70 dei 121 seggi in palio alla Camera dei Consiglieri. Al contrario, il Partito Democratico del Giappone (DPJ) di centro-sinistra sembra essere avviato ad incassare una nuova pesantissima batosta, essendo accreditato di meno della metà dei 44 seggi attualmente detenuti e messi in palio domenica.

La metà dei seggi totali (242) della camera alta del Parlamento di Tokyo viene rinnovata ogni tre anni. Nel voto del 2010, il DPJ allora al governo aveva perso terreno rispetto a tre anni prima, impedendo però ai liberal democratici di conquistare la maggioranza e mantenendo, dopo il passaggio di consegne al governo a fine 2012, la facoltà di ostacolare l’avanzamento della legislazione approvata dalla camera bassa.

A determinare il praticamente certo successo di Abe e del suo partito nelle elezioni del 21 luglio sarà soprattutto la persistente ostilità nutrita dalla maggioranza dei giapponesi per il DPJ. Quest’ultimo partito, infatti, dopo il trionfo nel voto del 2009, aveva mancato tutte le principali promesse di cambiamento, abbandonando ben presto le politiche di spesa prospettate in campagna elettorale, così come i tentativi di prendere relativamente le distanze dagli Stati Uniti e operare un certo ravvicinamento alla Cina.

Inoltre, il governo Abe potrà beneficiare di alcuni segnali di ripresa economica nel paese dopo due decenni di stagnazione e l’ulteriore battuta d’arresto seguita allo tsunami e al conseguente disastro nucleare del 2011.
Questo artificioso e, con ogni probabilità, momentaneo successo sarebbe dovuto ad una serie di misure propagandate dalla stampa locale e internazionale col nome di “Abenomics” che consistono sostanzialmente nell’immissione di denaro nel sistema finanziario grazie all’intervento della Banca centrale del Giappone e all’adozione di provvedimenti di libero mercato.

La politica monetaria simile al cosiddetto “quantitative easing” promosso da qualche anno dalla Fed statunitense ha determinato una svalutazione dello yen, favorendo sensibilmente le esportazioni giapponesi a discapito dei più immediati concorrenti (Cina, Corea del Sud, Taiwan). L’obiettivo della banca centrale è quello di giungere ad un livello di inflazione pari al 2%, così da interrompere la persistente tendenza deflattiva degli ultimi vent’anni.

Nonostante l’entusiasmo di commentatori e giornali economici, la ricetta Abe ha però finora portato qualche beneficio solo alle grandi compagnie esportatrici e ai detentori di titoli finanziari grazie all’ingente quantità di denaro immesso sui mercati. L’annunciato aumento generalizzato degli stipendi e dei consumi, al di là di quelli relativi ai beni di lusso, non sembra invece essersi ancora materializzato. Oltretutto, le politiche promosse dal governo liberal democratico includono una serie di “riforme” per flessibilizzare ulteriormente il mercato del lavoro che avranno un impatto pesantissimo sulle fasce più basse della popolazione, prevedibilmente escluse dai presunti benefici generati dalle liberalizzazioni.

La scommessa di Abe, secondo alcuni, rischia anche di peggiorare ulteriormente i problemi del Giappone. Innanzitutto, il debito pubblico, superiore al 200% del PIL, potrebbe raggiungere livelli insostenibili se non venisse innescata una solida ripresa economica. Come ha spiegato mercoledì l’ex “trader” Satyajit Das sul sito di informazione economica MarketWatch, l’aggressiva politica monetaria della Banca centrale giapponese e la svalutazione dello yen potrebbero poi causare la fuga di capitali privati dal paese, alla ricerca di “interessi più alti e del mantenimento del potere d’acquisto”.

Le “Abenomics”, il cui eventuale fallimento avrebbe conseguenze ben oltre i confini del Giappone, rischiano anche di innescare una guerra di valute in Estremo Oriente e non solo. I paesi vicini, infatti, potrebbero mettere in atto misure monetarie simili dopo che la loro competitività è già stata colpita con una riduzione dell’export e dei tassi di crescita delle rispettive economie.

Dall’ambito economico, questi conflitti potrebbero facilmente sfociare in scontri militari, come è già apparso chiaro dal riesplodere di una serie di contese territoriali nella regione, in particolare tra Tokyo e Pechino attorno alle isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi), alimentate anche dalla “svolta” asiatica degli Stati Uniti in funzione di contenimento dell’espansionismo cinese.

Non a caso, proprio l’impulso al militarismo è l’altra faccia del progetto del premier Abe per il suo paese, sottolineato in primo luogo dalla volontà di modificare la costituzione nipponica per abolire gli “articoli pacifisti”, quelli cioè che assegnano alle forze armate una funzione esclusivamente difensiva. Per raggiungere questo obiettivo, Abe intende cambiare le regole previste per apportare modifiche alla costituzione. Mentre ora qualsiasi emendamento deve essere approvato dai due terzi di entrambe le camere del parlamento e da un referendum popolare, secondo la proposta del governo basterebbe invece un voto della maggioranza semplice dei due rami della Dieta.

Per giustificare una simile svolta militarista tutt’altro che popolare tra i giapponesi, l’esecutivo liberal democratico sta mettendo in atto una strategia volta ad ingigantire le minacce esterne che graverebbero sul paese. L’annuale rapporto del ministero della Difesa giapponese, diffuso settimana scorsa, ha ad esempio elencato le crescenti minacce alla sicurezza nazionale del paese, a cominciare proprio dalle dispute territoriali con la Cina e dall’atteggiamento sempre più bellicoso della Corea del Nord.

L’insistenza su questi presunti pericoli che graverebbero sul Giappone si accompagna ad una retorica nazionalista sempre più marcata da parte del governo Abe ed ha portato al primo aumento del bilancio destinato alla difesa da 11 anni a questa parte, salito quest’anno a 46 miliardi di dollari.

Oltre a dipingere l’ascesa militare della Cina in termini particolarmente critici, il rapporto della Difesa mette in luce due punti fondamentali: la necessità di assegnare alle forze armate giapponesi la facoltà di intraprendere azioni militari “preventive” contro nemici stranieri e la maggiore cooperazione con l’alleato americano come punto fermo della strategia legata alla sicurezza nazionale.

I suggerimenti contenuti nel rapporto annuale sono stati ribaditi dal ministro della Difesa, Itsunori Onodera, in un’intervista rilasciata martedì al Wall Street Journal, nella quale sono state ricordate le questioni più delicate che i paesi dell’Estremo Oriente devono fronteggiare, senza peraltro notare come esse siano in gran parte aggravate proprio dall’atteggiamento sempre più aggressivo mostrato da Tokyo - così come da Washington - in questi ultimi mesi.

In ogni caso, le modifiche allo status delle forze armate giapponesi sono in gran parte rimaste fuori dal dibattito elettorale di questi giorni pur essendo allo studio di una speciale task force nominata dal premier Abe poco dopo il suo ritorno al potere nel dicembre scorso. Il nuovo approccio del governo liberal democratico ai temi della sicurezza nazionale verrà reso noto in maniera ufficiale entro la fine dell’anno, per poi concretizzarsi in un disegno di legge che, secondo la stampa locale, verrà discusso in parlamento nel 2014.

Le politiche messe in atto finora dal governo Abe sia in ambito economico che militare, insomma, subiranno un’accelerata dopo il voto di domenica, con il rischio tuttavia di vedere svanire in fretta il consenso attualmente goduto dal partito di maggioranza, così come di andare incontro ad un’esplosione del conflitto sociale sul fronte interno e di provocare la dura reazione dei paesi percepiti come rivali da un Giappone con rinnovate e pericolose ambizioni da grande potenza.

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14/06/2013

Esplode la bolla delle "iniezioni di liquidità"

Un anno vissuto di illusioni e di "quantitative easing" da parte delle banche centrali principali (Fed, Bce, Boj, BoE), ma ora arriva il conto. Crollano le borse e le aspettative.


Mettere le notizie in fila non è difficile. La Grecia è il primo paese sviluppato che si vede retrocesso - dalle amorevoli agenzie di rating - tra quelli "emergenti". Dopo oltre tre anni di "cure" amorevoli da parte della Troika il paese è praticamente morto. Chiude la televisione di Stato, per ridurre la spesa pubblica. Se chiudessero o almeno riducessero anche la polizia quel governo non starebbe in piedi un minuto di più. In "compenso" sono leggermente risalite le esportazioni, dal nulla in cui erano precipitate. "Merito" degli stipendi più che dimezzati, ma nessuno l'ha preso come un segnale di ottimismo.
Crolla la borsa di Tokyo ancora una volta e in modo tragico (-6,35%), portando al -20% le perdite totali in sole sei settimane. Sembra già sepolta la "Abe economics" che in tanti avevano frettolosamente promosso a nuova promessa. Hai voglia a "iniettare liquidità" - ovvero stampare denaro - per "stimolare" la crescita; se non sei l'Impero reale (gli Stati Uniti, ancora per un po') non te lo puoi permettere, non sei credibile; ovvero non hai "navi", ossia armi, sufficienti a convincere il resto del mondo che il tuo denaro sia anche "buono". Il Pil interno giapponese era improvvisamente risalito, dopo due decenni di stagnazione, ma sarebbe stato davvero strano il contrario: la massa di denaro "iniettata" era tale che qualcosa doveva pur finire nell'"economia reale", anche se la gran parte - come nel resto del mondo - resta dentro le casseforti virtuali delle banche private.
"Virtuali" perché questo nuovo denaro "stampato" sono semplici righe di codice, che permettono alle banche di veder crescere le proprie disponibilità senza che nulla di fisico entri o esca dalle filiali.

Cos'è che spaventa "i mercati", ora? Una sola cosa: che questa manna virtuale, innescata fondamentalmente dalla Federal Reserve statunitense, stia volgendo al termine. I segnali, da parte del suo presidente, Ben Bernanke, sono stati appena accennati, ma chiari. Per quest'anno andrà ancora avanti così, a botte di 85 miliardi di dollari al mese, poi però qualcosa dovrà cambiare. Se non un innalzamento dei tassi, almeno il termine degli acquisti di titoli "junk", spazzatura.
Già, perché il "quantitative easing" operato dalla Fed è davvero indicativo dello stato delle cose. In pratica, la Fed dà soldi alle banche private che chiedono prestiti accettando come "garanzia" titoli derivati prodotti dalle stesse banche e che non hanno più un prezzo sul mercato. Carta straccia in cambio di denaro nuovo di zecca. La Fed sta insomma lavorando come un "lavanderia" che ricicla spazzatura, incamerandola. Ma nemmeno la banca centrale degli Stati Uniti può funzionare in eterno in una discarica che regala soldi.
Questo gioco finirà forse nel 2014, ma - come si sa - i mercati "anticipano" le tendenze. E quindi gli investitori istituzionali (le banche stesse, assicurazioni, fondi di investimento e fondi pensione, private equity, ecc.) cominciano a "realizzare" (liberarsi di titoli azionari e obbligazionari, vendendoli ora che il prezzo è ancora alto). I prezzi - i valori di borsa - quindi crollano.
E' l'inizio della fine per quel "socialismo per ricchi" denunciato a suo tempo da Stiglitz? Probabile, non certo. Ma la dimensione dei flussi dovrà per forza di cose ridursi di molto. Si va insomma a chiudere una fase durata sei anni, in cui la crisi è stata affrontata con strumenti classicamente "keynesiani" (iniezioni di risorse pubbliche, con conseguente dissesto delle finanze statali di tre quarti del mondo), ma con una "novità" decisiva: invece di indirizzarsi come 80 anni fa verso "l'economia reale", industrie, infrastrutture, servizi, ecc, queste "iniezioni di denaro" (costose per le varie collettività) sono state riversate nelle fauci rinsecchite di un sistema finanziario crollato sotto il peso dei suoi stessi strumenti (prodotti derivati, cds, cdo, mutui subprime, ecc.).
L'effetto era stato "miracoloso". Mentre le borse continuavano a risalire senza sosta e lo spread si riduceva (persino i titoli greci erano tornati "appetibili"...), le economie dei paesi industrializzati entravano in recessione. Il credito a famiglie e imprese - a livello mondiale, non solo nella miserabile Italia che conosciamo - restava bloccato, i consumi continuavano a crollare e gli investimenti a ridursi. Un vero miracolo, se si pensa che i valori borsistici dovrebbero orientarsi sulla profittabilità futura delle imprese "reali" (il rapporto price/earnings, ritenuto teoricamente ottimale se collocato intorno al 16/1).
Questo gioco va verso l'esplosione. Ma nessuno ragiona in termini più lunghi dei "rapporti trimestrali" obbligatori per le aziende quotate in borsa.  E quindi le imprese giapponesi, per dirne una, non si accontentano più delle "iniezioni di liquidità", ma pretendono anche una radicale riduzione delle tasse. Lo Stato dovrebbe insomma tirar fuori più soldi e pretenderne di meno. Un altro miracolo, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci...

Ma l'economia ama la prosa, non le parabole. E così la Banca Mondiale ha tagliato le proprie stime sulla crescita dell'economia globale nel 2013, con un progresso atteso che passa dal 2,4% al 2,2%. Tutto merito delle economie emergenti, che sono previste in espansione del 5,1%. Il resto del mondo industrializzato, infatti, naviga in pessime acque: l'Eurozona vedrà il Pil calare dello 0,6%, un peggioramento di mezzo punto percentuale rispetto alle precedenti stime.

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24/05/2013

Paga tutto la Fed, per ora. Wall Street in festa, Tokyo crolla

Schizofrenia crescente, sui mercati. La Fed promette di continuare a stampare moneta, la speculazione può continuare a impazzare, ma non in eterno. La "fiducia" scompare  in poche ore e Tokyo impazzisce.

Le borse in festa mettono ottimismo, non è vero? Danno l'impressione che il peggio sia alle nostre spalle, che le cose stiano per cambiare in meglio, che forse torneremo persino a stare come stavamo “prima”. Prima della crisi, prima di quel maledetto 2007-2008, squarciato dalla bolla dei mutui subprime e dall'esplosione di Lehmann Brothers, quarta banca d'affari del pianeta.
Wall Street, ieri sera, ha festeggiato. Cosa? Una promessa, non un fatto. Ma la promessa è arrivata da Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve statunitense, la principale banca centrale del mondo, cuore pulsante e cervello pensante della politica monetaria dell'iperpotenza.

Cosa ha detto Bernanke di tanto allegro? Che continuerà a stampare dollari e a buttarne 85 miliardi al mese nel mercato, come sta facendo ormai da ottobre e aveva a più riprese fatto dal 2007 ad oggi. Certo, prima o poi bisognerà cambiare passo...

A prima vista non sembra una notizia così benaugurate (e infatti Tokyo non l'ha presa affatturato bene, una volta che si è cominciato a ragionare più freddamente). Se da sei anni a questa parte la principale banca centrale fa la stessa cosa e non ha ancora risolto nulla – l'economia reale resta molto fiacca, negli Usa – non si capisce come la prosecuzione della stessa politica possa essere presa come una buona notizia.

Eppure è così. Il problema è chiedersi: è una buona notizia per chi?

Per rispondere, vediamo prima come Bernanke ha motivato la sua promessa, parlando in un'audizione davanti al Congresso. La politica monetaria della Fed sta offrendo «significativi benefici» all'economia e resterà accomodante per il tempo necessario; una stretta prematura della politica monetaria potrebbe però «rallentare o mettere fine alla ripresa economica». La traduzione, anche per i non addetti ai lavori, è semplice: l'economia reale Usa sta in piedi, o meglio evita la recessione, soltanto perché la Fed sta “pompando liquidità” nel sistema. Prendere denaro a prestito, per le banche e in misura molto minore per le imprese, costa nulla (in realtà le banche ci guadagnano, perché prendono denaro dalla Fed a tasso zero e lo riprestano a un tasso superiore); quindi la circolazione continua, le merci girano, l'occupazione si mantiene a livelli “accettabili”. Ma l'economia resta fragile; senza questa “assistenza” o facilitazione monetaria andrebbe all'indietro.

Addirittura l'inflazione potrebbe diventare troppo bassa, ha detto Bernanke. Parole che suonano come una bestemmia alle orecchie di un europeo, da trent'anni condizionato a pensare che il peggiore di tutti i mali sia proprio l'inflazione. In realtà, come sempre, si deve ragionare sulla “misura”; anche dell'inflazione. Un aumento dei prezzi vicino al 20% annuo, com'era in Italia tra la fine degli anni '70 e la prima metà degli '80, è un bel problema. Ma un'inflazione a zero segnala che non si vende più granché; potrebbe scendere ancora e quindi trasformarsi in deflazione, un mostro molto peggiore. Perché significa che la riduzione dei prezzi deriva dalle amncate vendite, che provocano quindi riduzione della produzione, chiusura di attività economiche (sia industrie che servizi, ma anche banche e assicurazioni, ecc.), crollo dell'occupazione e dei salari; quindi ancora meno consumi e nuova riduzione di prezzi, produzione, occupazione. Un disastro che metterebbe a rischio la “tenuta sociale” di qualsiasi paese, anche degli Stati Uniti.

La Fed tiene da anni a bada questo mostro stampando dollari, ovvero “stimolando” inflazione. Che però non si manifesta, visto che la tendenza “naturale” va verso la deflazione. È un sistema in precario equilibrio, in cui quel che deve avvenire non si verifica perché c'è un intervento idraulico eccezionale (l'espressione è “pompare liquidità”, non a caso) per impedire che il bacino si svuoti.

È chiaro che solo gli Usa possono permettersi di “stampare moneta” senza che questa – il dollaro – perda troppo valore. Qualsiasi altro paese pagherebbe questa scelta con un'autentica svalutazione, che favorirebbe certo le esportazioni, ma a prezzo di pagare molto di più per le importazioni. Solo gli Stati Uniti, infatti, stampano una moneta nazionale che è anche sia mezzo di scambio globale per le merci più importanti (energia e materie prime) sia “moneta di riserva”, da mettere in cassaforte. Solo gli Stati Uniti, in fondo, possiedono quell'arsenale militare in grado di imporre a tutto il mondo di “aver fiducia” in quella moneta.

Che significa, però, “stampare moneta” per la Fed? In primo luogo significa ritirare dal mercato quella “moneta privata” (asset-backed securities come i mutui, cds, prodotti derivati in genere, ecc) talmente screditata da non avere più un prezzo paragonabile a quello di emissione. Sostituisce mezzi di scambio che non si possono più scambiare con “moneta buona”, santi dollari degli Stati Uniti. Quindi, diciamo, la Fed sta facendo da “lavanderia pubblica” per il capitale privato altrimenti sull'orlo del fallimento.

La novità sta nel fatto che gli Usa non sono più soli nel fare questo gioco. E non sono neppure gelosi del fatto che il Giappone si sia messo da un paio di mesi sulla stessa strada. Anzi, la Fed appoggia («Fed is supportive») il piano recentemente lanciato dalla Bank of Japan di acquisto di titoli. Tradotto: Usa e Giappone stanno facendo una svalutazione competitiva, proprio come la vecchia Italia della “liretta”, per “sostenere” le proprie economie.

Il resto del mondo starà a guardare? Cina e Brics, ma anche i paesi produttori di petrolio, in storico surplus commerciale e acquirenti principali del debito pubblico Usa, accetteranno a lungo di versare moneta solida (con economie in sviluppo alle spalle) per vedersi dare indietro dollari e yen svalutati? Sicuramente no. Chiunque non sia guidato da sacerdoti di una religione scomparsa – come l'attuale Bundesbank tedesca, e quindi tutta l'Unione Europea – si muoverà per ridurre il “vantaggio competitivo” conquistato grazie alla svalutazione. Insomma, svaluteranno a loro volta stampando altra moneta. Si chiama per l'appunto “guerra delle monete” e finisce – come sempre – in iperinflazione. Forse non al livello della Germania del 1923 (quando per aver un dollaro ci volevano 3.200.000 marchi), ma insomma quanto basta per devastare l'economia globale.

Ma se questa cose le sanno tutti (quelli che abbiano studiato storia dell'economia), perché le borse hanno festeggiato la decisione di andare avanti su questa strada?

Qui possiamo finalmente rispondere alla domanda: questa decisione della Fed è una “buona notizia” per chi?

Soprattutto per gli “investitori professionali”. Ovvero banche, assicurazioni, fondi di investimento di ogni genere, speculatori di ogni risma e livello. La “liquidità facile” consente di continuare il vecchio gioco che aveva già portato all'esplosione di altre “bolle”, fino a quella decisiva del 2007. Volete una prova? Ve l'abbiamo data nei giorni scorsi: sono tornati in pista persino i mututi subprime, ovvero quelli concessi a chi non è affatto certo che possa ripagare il debito. È insomma ricominciato il gioco delle “cartolarizzazioni” dei crediti (asset backed securities), tanto ci pensa la Fed a cuccarseli quando perdono valore sul mercato...

Come prima, ma peggio di prima. Wall Street ha superato da mesi i record ante 2007, i prezzi delle case a New York, a Manahattan e dintorni, sono di nuovo in salita. I broker sono tornati e cercano casa...

Lo stesso Bernanke, infatti, ha spiegato che sono «un po' aumentate» di recente la preoccupazioni per la stabilità finanziaria degli Usa. Il gioco della “lavanderia”, infatti, sembra gratuito, ma non lo è. Il “prestatore di ultima istanza”, infatti, è lo Stato federale, che già sta affrontando un rapporto deficit/Pil oltre il 10% annuo e un rapporto debito/Pil a livelli quasi italiani e peggio ancora sta il Giappone (lì il debito ha sforato addirittura il 230%). Si tratta di livelli abnormi, ma che non possono essere ridotti; non ci pensano neppure. A tale proposito, Bernanke, ha avvertito che una stretta fiscale concentrata nel breve periodo sarebbe «irresponsabile». Bontà sua, avrebbe potuto aggiungere che “non faremo mica come la Grecia o l'Italia"...

Ma proprio questo accenno fugace alla eventualità che, presto o tardi, la Fed sarà costretta a cambiare disegno alla propria politica monetaria (una "exit strategy", con una "stretta" sui tassi, accompagnata anche da una stretta fiscale da parte dell'amministrazione Usa, per ridurre il debito pubblico che nel frattempo è stato ingigantito proprio dalla "liquidità in eccesso") ha provocato uno dei tracolli più rilevanti nella borsa giapponese, la prima ad aprire nella giornata: -7,3%. Presto per dire se questo significhi anche la fine della Abe-economics (stampare yen a go-go, fottendosene allegramente del debito pubblico pur di riconquistare uno spazio competitivo per le proprie merci), ma certo sembra finito il (breve) momento di meraviglia e invidia per "la pensata" messa in campo dai conservatori nipponici. Il tracollo infatti significa: ma siamo sicuri che tutti 'sti soldi prestati ai giapponesi (non parliamo poi di quelli prestati agli americani...) un giorno ci torneranno in tasca?
E' un sistema che ha perso gli equilibri strutturali, che sta in piedi con iniziative "ad hoc" e rischia di cadere in qualsiasi momento. Si chiama capitalismo, è piuttosto anziano e presuntuoso, ma il fisico non gli regge più tanto...

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Roba così si leggere sui quotidiani solo quando l'intero mondo sarà economicamente imploso. 

15/05/2013

Nel segno del keynesismo finanziario

Non c'è mai stata tanta liquidità in giro nel mondo grazie alle politiche della Fed, del Giappone e della Bce. Un altro aiuto alle grandi imprese e un modo per rinviare i problemi. Nell'attesa dell'esplosione di nuove bolle

Nel suo ultimo libro Joseph Stiglitz riassume con precisione quanto avvenuto quando dichiara che «siamo arrivati al culmine di un trentennio speso a schivare una crisi dopo l’altra». La sfera economica si è trovata sotto l’incombere di una continua crisi che ha schivato, per l’appunto, principalmente con espedienti finanziari. È la finanza, sempre più slegata dai fondamentali, a trasformarsi nel motore della crescita e a sopperire ai limiti che emergono dai fattori produttivi tradizionali. Con l’ultima crisi questa arma sembra mostrare la corda, eppure dopo un primo momento di panico il tentativo è quello di ripartire proprio dalla finanza per risolvere i problemi causati dalla finanza stessa.

Scopriamo così che negli ultimi sei anni l’ammontare di denaro circolante su scala globale è aumentato del 70%, passando da 31 mila miliardi a quasi 54. Questa politica del denaro a condizioni vantaggiose e in quantità pressoché illimitata è guidata dagli Usa e ora in maniera consistente anche dal Giappone. Nel solo 2013 si prevede un’iniezione di liquidità della Fed e della Banca centrale giapponese pari a 2 mila miliardi di dollari. Segno che i problemi non si esauriscono in Europa, ma che sono di ordine globale e che le principali potenze provano a farvi fronte con manovre dal carattere eccezionale. A ciò fa seguito da parte della Bce un'ulteriore riduzione del costo del denaro che scende ai minimi storici di 0.50%. Sono queste operazioni su scala monetaria e macroeconomico a determinare un raffreddamento della crisi dei debiti pubblici. Non è un caso che la prima discesa dello spread in Italia sia avvenuta tra il 2011 e 2012 con l’immissione di mille miliardi di euro al prezzo risibile che oscillava tra 1 e 0.75%. Altro che governo Monti! Oggi lo spread scende per il medesimo motivo, cioè per l’invasione sui mercati di denaro facile, anche di fronte a due mesi senza un governo.

Questa massa monetaria ridimensiona l’emergenza dei debiti pubblici e incentiva le grandi imprese, cioè le uniche che se lo possono permettere, a emettere obbligazioni per raccogliere direttamente denaro a tassi particolarmente convenienti. Potrebbe apparire come un tentativo per ridare fiato all'economia, magari saltando l'intermediazione bancaria, ma in realtà è un'operazione basata nuovamente su debiti, perché di questo si tratta, e caratterizzata da un keynesismo finanziario rivolto a segmenti ristretti della società, cioè non solo non teso a una redistribuzione della ricchezza, ma neppure a intervenire per agevolare imprese medio-piccole e semplici cittadini che continuano a sottostare a condizioni capestro nel credito.

Tale inondazione monetaria produce nuovamente la ricerca di investimenti finanziari rischiosi, ricerca che si riversa su titoli a rischio per il semplice fatto che non vi sono canali di sbocco sicuri a sufficienza. Ecco perché i titoli di debito dei paesi con problemi di insolvenza sono tornati a essere interessanti. Ma la sconnessione con l'economia reale di questo ulteriore espediente finanziario conferma come il debito non sia in funzione del rilancio degli investimenti e della domanda. Si continua a perseverare nella mancata circolarità del rapporto credito/debito, nel procrastinare il pagamento del debito, anzi nell'aumentarne il suo volume in rapporto alla ricchezza realmente a disposizione. Non si vede mai la fine del rapporto tra creditore e debitore. Semplicemente si rimanda la possibilità di risolvere problemi che sono urgenti e che ormai da troppo tempo incombono sul sistema. Nell'attesa dell'esplosione di nuove bolle perseverare è diabolico.

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