Nella galassia antagonista uno tra gli argomenti d’attualità meno dibattuti riguarda i cambiamenti epocali che sta vivendo il settore bancario.
Si tratta di uno sconquassamento paragonabile alla transizione della fabbrica fordista ad alta produttività e tasso di lavoro umano a quella a produttività ancor più elevata, in cui il lavoro umano è stato quasi del tutto espunto dall’automazione.
Il riferimento visivo più lampante è quello delle catene di montaggio dell’industria automobilistica e, probabilmente – se non fossimo un paese in stato di dismissione industriale da ormai 3 decenni – il gigantismo di questo passaggio potrebbe essere compreso anche dall’uomo comune, che per altro è il candidato naturale a subirne gli effetti nefasti, come si verificò appunto negli anni della trasformazione del modello produttivo fordista.
Le intellettualità di sinistra, ai tempi, risultarono impreparate a cogliere nella giusta ottica quella metamorfosi; purtroppo a quarant’anni da quei fatti, la desertificazione di pensiero è diventata ancor più vasta, dunque l’ipotesi di trovarci completamente disarmati rispetto al dipanarsi degli eventi è quasi una certezza.
Val dunque la pena provare ad approfondire un minimo la questione, inserendola nella cornice delle trattazioni sulla “rivoluzione industriale 4.0” cui Contropiano sta riservando ampio spazio.
Anzitutto va stabilito che il modo in cui la tecnologia sta innervando il settore produttivo (materiale) non è speculare ai suo riverberi nell’ambiente finanziario. Anzi a dispetto di una base comune – la tecnologia, appunto – i due mondi sembrano instradati su una dicotomia dai risvolti laceranti, data la facoltà della finanza di “ammazzare” l’economia reale.
Se la cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, infatti, si può sintetizzare come un nuovo, radicale capitolo del processo di automazione produttiva in atto dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, la tempesta che si sta abbattendo sull’universo del credito minaccia di sconvolgere completamente la percezione che ancora conserviamo di quel mondo.
Nonostante il radicale processo di privatizzazione e il contemporaneo spostamento del core business di settore dalla gestione del risparmio alla speculazione volta a generare denaro dal denaro, finanza e banche conservavano ancora una percezione, anche fisica – reti capillari di sportelli, impiegati, consulenti, ecc. – solida nell’immaginario collettivo. Percezione che ha ricevuto una prima, violenta, picconata dal fallimento Lehman del 2008 cui è seguito un vorticoso stravolgimento del settore generato dal cosiddetto shadow banking.
Il credito ombra è un caso da manuale nell’ambito delle soluzioni interne al modo di produzione capitalista che generano più problemi di quelli che vorrebbero sanare.
Esso nasce come risposta alla stretta creditizia con cui il mercato finanziario istituzionale (ricordiamoci sempre che si parla di soggetti privati) ha cercato di tamponare le perdite derivanti dall’esplosione della bolla dei sub-prime.
Com’è risaputo, dopo anni di vacche grasse in cui il credito veniva concesso a chiunque – dal più improbabile imprenditore a stuoli di consumatori palesemente insolventi – le banche, rimpinguati i forzieri con i piani pubblici di salvataggio, decisero di attendere il passaggio della tempesta leccandosi le ferite e riducendo drasticamente i finanziamenti, più banalmente la liquidità, messa a disposizione di consumatori e aziende.
La situazione ha ovviamente falcidiato il “mercato” che, dagli anni ’80 in poi, è di fatto sopravvissuto a se stesso grazie all’accesso al credito estremamente facilitato. Gli acquisti rateali sono scolpiti nella memoria di un interno emisfero, così come, almeno in Italia, l’istantanea di un tessuto produttivo che per dimensioni degli attori che lo popolavano non poteva avere altro interlocutore che non fosse la fideiussione bancaria.
E’ a questo punto che il credito ombra entra in scena andando a colmare il vuoto lasciato dai creditori istituzionali, operazione che svolge, capitalisticamente parlando, anche con maggiore efficienza dal momento che le realtà operanti nell’ombra, non devono sottostare alle seppur blande regolamentazioni legislative in materia, perché non sono classificabili tra gli operatori istituzionali.
Questo vantaggio competitivo ha consentito allo shadow banking di generare un giro d’affari valutato in 149mila miliardi di dollari, di cui 34mila miliardi considerabili a rischio (fonte: IlSole24Ore). A fronte di numeri di questa entità, va tenuto a mente che gli operatori del credito ombra non sono tenuti nemmeno all’accantonamento di una riserva frazionaria, quindi se qualcuno di loro dovesse saltare non ci sarà nemmeno la possibilità di fare retorica pretendendo che i buchi siano coperti, seppur in minima parte date le cifre in gioco, con il contenuto dei forzieri di lor signori.
Le criticità fin qui esposte sono trattate a livello politico da un lustro scarso e per altro solo in quegli ambienti che hanno mantenuto percezione del ruolo strategico giocato dal mondo bancario nell’odierna competizione globale. Mi riferisco alla Germania, che tuttavia ha gatte da pelare probabilmente eccedenti le capacità della propria classe dirigente, e la Cina, al momento seduta su un’autentica polveriera e c’è da scommettere che l’attuale dirigenza del PCC si giocherà una larga fetta del proprio futuro sulla gestione della faccenda, oltre che sulla realizzazione della “nuova via della seta” la cui impostazione, molto probabilmente, non è estranea anche alla necessità di governare, almeno in chiave ridimensionamento, la bolla montata dal credito ombra.
Per altro l’intersezione tra bolla shadow banking, nuova via della seta e investimenti cinesi all’estero andrebbe seriamente analizzata a sinistra, non soltanto per scandagliare l’anomalia costituita dal “socialismo con caratteristiche cinesi”, ma anche per tenere i piedi ben saldi a terra ogni qual volta s’invoca l’allineamento al celeste impero per evadere dalla gabbia economica impostaci dalla UE. Scritto altrimenti, il passo dalla padella dei project financing nostrani, alla brace di quelli con “caratteristiche cinesi”, può lasciare sulla pelle di un’economia ampiamente disastrata come quella italiana, ustioni insanabili.
Finora la questione tecnologica associata agli sconvolgimento del mondo bancario è rimasta sullo sfondo, ma soltanto nella mia esposizione. Se lo shadow banking è risultante pratica della stretta al credito, la sua crescita mostruosa, infatti, va tecnicamente imputata agli strumenti informatici che hanno consentito di strutturare e processare con rapidità crescente algoritmi finanziari sempre più complessi (banalmente, operazioni matematiche con cui gli strumenti d’investimento si impacchettano in forme diverse per essere rivenduti sul mercato), che fattivamente contribuiscono alle difficoltà di regolamentazione nella cornice del libero mercato.
Anche questo argomento è assurto al dibattito con ritardo e limitato riscontro anche tra gli addetti ai lavori. La questione tuttavia è dirimente, in particolare circa la diffusione delle cosiddette criptovalute, tra cui il Bitcoin è la più conosciuta.
Sulle pagine di Contropiano si è già trattata la logica perversa e criminale che ne determina il funzionamento; quello che in questa sede si vuole sottolineare è, ancora una volta, l’impossibilità per la tecnologia di costituire un fattore strutturalmente progressista all’interno della cornice di mercato, quindi entro logiche che intendono valorizzare esclusivamente il profitto privato.
Su queste pagine tale asserzione è stata trattata in un pezzo tradotto dal Guardian in cui l’autore, con un pizzico di provocazione, sostiene la necessità di nazionalizzare le grandi multinazionali del digitale. Il testo con grande merito rileva come queste ultime siano divenute piovre che mettono a valore ogni istante delle nostre vite compresi, soprattutto, quelli più personali. Infatti, oltre l’immateriale – con la finanziarizzazione declinata in chiave shadow banking e criptovalute – l’ultima frontiera dell’accumulazione è l’estrazione di profitto da tempo libero, gusti, inclinazioni personali dei singoli, catalogati entro big data virtualmente infiniti e sottratti a qualsiasi controllo pubblico, figuriamoci democratico.
Il prossimo passo del capitale non è ancora dato sapere quale sarà, ma forse ripassando Ghost in the shell o Matrix qualche qualche ipotesi in merito potremmo farla...
Scenari distopici a parte, a livello teorico le alternative possono essere quanto meno discusse. Ad opinione di chi scrive, nella questione il fattore dirimente può identificarsi nell’infrastruttura. Mi spiego meglio: quando parliamo di economia digitale tendiamo inconsapevolmente a considerarla come qualcosa di ineluttabile perché sottratta alla fisicità. Il motore di ricerca di Google, piuttosto che la nostra pagina Facebook, non li possiamo toccare, tuttavia ciò che osserviamo attraverso un display a cristalli liquidi fa quello che deve perché alle sue spalle c’è un’infrastruttura fisica che gli consente di operare. Sono consapevole di scrivere ovvietà, che tuttavia sono talmente scontate da essere spesso espunte dal dibattito.
Ora, per quanto i server che eseguono il codice di Google piuttosto che Facebook, Amazon, ecc. siano proprietà delle rispettive società e risiedano in altri paesi, quindi non possano essere nazionalizzati, è pur vero che senza l’infrastruttura di rete che veicola i dati da e per l’utente ai server della multinazionale digitale di turno, tutto il sistema non potrebbe funzionare. Ecco quindi che se parlare di nazionalizzazione di Google è evidentemente una boutade volta a stimolare la riflessione, decisamente più fattibile è l’ipotesi di nazionalizzare una rete di telecomunicazioni e stabilire chi può operarci e a quali condizioni.
Questo è ne più ne meno ciò che fa la Cina, a scopo censorio, con il proprio Golden Shield project. Un approccio simile, dunque, potrebbe essere tecnicamente fattibile anche nell’ottica di porre un freno, entro i confini nazionali, allo strapotere che le multinazionali digitali hanno assunto nella società odierna.
Certo prima – molto prima – bisognerebbe disintossicarsi dal cosmopolitismo borghese con cui le sinistre occidentali degli ultimi decenni hanno sostituito il più concreto internazionalismo proletario, ma insomma... citando Gene Wilder “sì può fare!”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/12/2016
Ricapitalizzare e punire: Unicredit fa fuori 14.000 posti di lavoro e resta col futuro incerto
Una cosa è certa nelle ristrutturazioni bancarie. I sindacati
confederali finiscono sempre per adeguarsi. Come hanno fatto per il
Monte dei Paschi quando, a fronte di un piano di ricapitalizzazione che
non aveva senso (tanto che la vigilanza Bce l’ha bocciato), Cgil-Cisl e
Uil hanno firmato l’accorso su oltre 2000 esuberi. Insomma, se le
operazioni di capitalizzazione sono rischiose, spesso anche surreali, il
tetro sindacato della Camusso, assieme a quello del ben più pittoresco
Barbagallo, e la Cisl garantiscono, assieme, comunque le loro firme sui
tagli al personale. Certo, il costo sociale, lavorativo ed economico
delle ristrutturazioni bancarie finisce per sparire in un mare di
chiacchiere che hanno l’effetto, spontaneo, di neutralizzare un problema
sistemico in più piccoli focolai di conflitto (sui rimborsi dei
risparmiatori, sulla mobilità o meno degli esuberi, sulle competenze
della vigilanza). Ma se guardiamo tutta la filiera degli effetti di una
ristrutturazione che è permanente perchè le tecnologie di trasferimento
del denaro sono dispositivi tecnomorfi di trasformazione della società
non tanto mezzi di pagamento, vediamo come gli esiti siano già
impressionanti. Dal numero di posti di lavoro persi, dal 2007 a oggi,
degli sportelli, alla quantità di denaro andato in fumo dallo stesso
periodo, dalle restrizioni all’accesso al credito per una vasta gamma di
soggetti sociali. Tutto quello che, in contemporanea alla crisi, è
stato costruito – dal credito e al banking online, ai soggetti nuovi che
si stanno affacciando (dal peer-to-peer alla stessa Amazon) ma anche
alla finanza di rischio dal basso (dalle piattaforme di trading alle
scommesse) – non compensa oppure non è paragonabile a quanto perso.
Il
punto è che, comunque vada, questa è la dimensione che ha un futuro nella
gestione del risparmio e nella creazione di posti lavoro (molto diversi
dal passato). Ed è una dimensione deregolata, deterritorializzata, alla
testa di innovazioni tecnologiche e reticolare che rende più difficile
una regulation giuridica classica, di quelle da riformismo di sinistra, e
che deve essere ben interpretata da forme di conflitto, auspicabili,
che magari emergeranno anche in quel campo. Ma torniamo a Unicredit.
La
notizia è che all’aumento di capitale annunciato, 13 miliardi,
corrisponde un esubero di 14.000 posti di lavoro entro il 2019. Come
sempre, tanto una Camusso o un Barbagallo si troveranno comunque, gli
esuberi sono certi. L’aumento di capitale ancora no mentre i crediti in
sofferenza dovrebbero essere smaltiti, attraverso speciali “veicoli”
finanziari, nella misura di quasi 18 miliardi di euro. Gennaio sarà il
mese decisivo per capire se l’aumento di capitale, deciso dai vertici di
Unicredit, troverà sufficienti sottoscrittori. Diversi analisti, tra
cui della City, sono ottimisti. Va però notato un passaggio: la testa di
migliaia di lavoratori è, non è certo una novità ma bisogna sempre
evidenziare il passaggio, la precondizione necessaria per un aumento di
capitale ed una reazione positiva della borsa. Senza la perdita di posti
di lavoro non se ne ragiona nemmeno. Figuriamoci, oltretutto, se i
nuovi padroni di Unicredit sono francesi e desiderosi di applicare i
criteri della redditività coloniale quanto prima.
Quello su cui si
ragiona nei mondi finanziari pero’, e ci si è soffermato anche Nils
Pratley del Guardian, non è tanto l’aumento di capitale. Che dovrebbe
trovare soddisfazione nei termini pensati. Quanto le prospettive di
ristrutturazione di un sistema, quello bancario italiano, che fa parte
di un sistema paese le cui prospettive continuano ad essere di declino. Per quanto il nuovo management di Unicredit faccia riferimento a Parigi
il corpo è in Italia, l’Italia resta in una prospettiva di crisi e il
problema, su tanti piani, non sarà secondario. Certo, si saldasse il
management francese di Unicredit con Vivendi, nel momento in cui
quest’ultima acquisisce Mediaset, avremmo una forza bancario-mediatica
notevole sulla politica italiana proveniente direttamente da Parigi. Ma
questa è solo una ipotesi di scenario. Ipotesi che fa capire che questo
paese il lato aspro della globalizzazione, per quanto le portate servite
fino ad adesso siano state indigeste, deve ancora assaggiarlo. E ci
sono già settori della finanza nazionale che pensano che i francesi
siano entrati fin troppo tra gli asset strategici nazionali (esempio
Unicredit, Generali, Intesa San Paolo, intesi come sistema finanziario
nazionale, sono un asset senza il quale è difficile parlare di
autonomia e libertà di scelta a livello di politiche nazionali). Intanto restano i 14.000 esuberi sul piatto, quelli sono una stella
polare, e la Popolare Vicenza ne dichiara 1500, aggiungiamoci quelli
firmati, con Cgil sull’attenti, su MPS (2200) e vediamo che il settore
bancario perde risparmio, investimento e posti di lavoro. Con il new
banking prima citato che non appare in grado di compensare questi numeri
al momento. L’Italia in questo modo sperimenta sulla propria pelle una
dinamica nota: le ristrutturazioni del lavoro sono fortemente
tecnologiche e hanno un saldo occupazionale negativo. E soprattutto
arrivano da un altrove politicamente inafferrabile.
Alla fine che dire: nel 2012 il
ministero del tesoro britannico commissionò una seria inchiesta su come
le ristrutturazioni tecnologiche, le accelerazioni di processo e di
prodotto, incidessero nella finanza e nel banking.
Merita una lettura perché, pochi anni
dopo, si vede che è questo tipo di mondo che detta i ritmi delle crisi
bancarie. Si pensi che l’High-Frequency Trading ancora nel 2008 era ad
uno stato, per come è oggi, quasi primitivo. Eppure, oltre a vedere
botti come Lehman, allora si scrivevano testi scientifici che si
domandavano perché ci fossero così tante crisi bancarie. Oggi le
dinamiche di accelerazione, tecnologiche e finanziarie, continuano a
ristrutturare quel mondo in maniera ancor più accentuata di allora. E i
cambiamenti nel mondo bancario sono di una importanza paragonabile a
quelli che, a suo tempo, sono avvenuti nella fabbrica fordista.
Scenario vasto, pericoloso, complesso,
abitato da forze poderose quanto inquiete perché a caccia di rendimenti
in tutto il globo, in ogni momento. Scenario al quale la politica sa
ripondere solo adeguandosi al peggio, e il governo Gentiloni-Padoan non
tradirà in questo, o con trovate estemporanee come il referendum
consultivo sull’euro. Una proposta che, messa come appare oggi,
rischierebbe di far evaporare questo paese, forza dell’ostilità della
finanza globale, come una candela gettata nell’altoforno acceso. In
questo modo ci si avvicina verso un anno nuovo che, immancabilmente,
porterà macerie sia attese che inattese. Mentre ciò che si autoproclama
politica si racchiude attorno al solito caldo rito magico dell’ultimo
quarto di secolo: la modifica della legge elettorale.
Redazione, 15 dicembre 2016
09/11/2016
La bomba di Basilea e il nuovo rischio Italia, qualunque sia l'esito del referendum...
Prima di parlare della bomba di Basilea,
sopravvenuta nel solito, noioso fine settimana elettorale, una
impressione. Fa sempre un certo effetto vedere analisti seri, con
incarichi istituzionali, in grado di leggere criticamente i problemi,
finire per gettarsi sempre, quando l’oggetto da analizzare è di quelli
roventi, verso le braccia dello stesso totem: la banca centrale europea.
E fa anche un certo effetto che vedere che, inevitabilmente, il
soggetto che abbraccia il totem, che oggi ha il volto rettiliano di Mario Draghi,
respinga sempre una seria analisi su come i comportamenti di altre
banche centrali (quella giapponese o quella americana) non abbiano
risolto i problemi che dicevano di voler risolvere. E mica si tratta di
bazzecole, Banca del Giappone e Federal Reserve
lastricano da anni la strada verso i grandi terremoti finanziari con due
buone intenzioni: securizzare il mercato finanziario e rilanciare
strutturalmente l’economia.
Se vogliamo dirla tutta, in un
impeto di sincerità, Draghi sta ripercorrendo le tracce lasciate dagli
altri governatori centrali nelle politiche di immissione di liquidità
nel sistema finanziario già cominciate da diversi anni. Draghi sta
acquistando obbligazioni pubbliche a rischio assumendosi quindi il
rischio in prima persona, trovandosi così a dover speculare sul mercato
per difendere le proprie acquisizioni, creando però ulteriori criticità
sul mercato finanziario stesso. Ed è il modello di comportamento che
si è trovato ad interpretare la banca centrale giapponese. E sta,
oltretutto, creando le condizioni per una ripresa che si basi sul
contenimento del costo del lavoro, la deflazione tecnologica che erode
l’occupazione, il contenimento del salario. E’ il modello Federal
Reserve. Tutto mentre, nel frattempo gli analisti idolatri della banca
centrale ripetono a capo chino, la posizione che esclude la visione
dell’orizzonte, il mantra dei bassi tassi di interesse che, grazie a
Draghi, hanno congelato il debito pubblico italiano.
Purtroppo la realtà, questa maliziosa, è
disposta in modo diverso. Lo scopriremo presto e a nostre spese,
naturalmente. Prima però deve scorrere quello che un analista, bravo e
senza il desiderio dell’abbraccio verso totem, ha definito un “diversivo tribale e polarizzante”: il referendum costituzionale. Già perché, comunque vada, in Europa sta accadendo qualcosa che inciderà su tutti gli schieramenti, vincenti o perdenti. Se
vincesse il “si” ci sarebbe subito una seria riprova: ovvero che la
costituzione eventualmente riformata non sarebbe affatto una polizza di
assicurazione contro le fibrillazioni finanziarie e bancarie in Europa
(cosa che si tenta di spacciare e fa parte della logica della vera
controriforma costituzionale, il pareggio in bilancio). Se vincesse il
“no”, ci si accorgerebbe presto che nessuno degli strumenti
costituzionali salvati dalla volontà popolare, e il salvataggio va
comunque compiuto, sarebbe comunque in grado di difendere il paese.
Già, perché la politica fatta in modo tribale e polarizzante riesce,
nonostante l’enorme disinteresse, a coinvolgere e a far costruire
schieramenti.
Solo che, per come è oggi, la politica rischia davvero di essere solo un gioco di ruolo,
specie quando risorse e potere di decisione stanno altrove. Questo
perché la strategia delle riforme costituzionali è stata pensata oltre
trenta anni fa, quando l’Ue non esisteva e la Bce neanche.
Oggi lo svuotamento della costituzione è
avvenuto grazie al peso della governance multilivello europea, le cose
si fanno differenti. Primo, il referendum è diventato, più che altro,
l’occasione per costruire un solo soggetto centralizzatore di potere e
risorse; secondo, fatto non trascurabile, la riforma dovrebbe garantire
la compressione della spesa per diritti e servizi delle Regioni.
Compressione compatibile con le politiche di bilancio che sono, ancora
oggi, stella polare di Berlino. Ma, visto che l’ “Europa” è in
grado di far valere le proprie ragioni anche in caso di vittoria del
“no”, avendo poteri immensamente superiori rispetto alla lontana
stagione di partenza delle riforme istituzionali, una sconfitta di Renzi
non sarebbe un dramma nè per la Bce nè l’Ue. Certo, nel caso
di una sconfitta del “Si” ulteriori imposizioni all’Italia si
renderebbero necessarie. Non essendoci più il paravento di una riforma
costituzionale per far passare certe misure di rigore come condivise tra
Italia e “Europa”.
Ma parliamo ancora di referendum e di
chi, da questo gioco di ruolo, cerca di giocarsi la sopravvivenza. Ed è
proprio il Monte dei Paschi di cui stiamo parlando. Il Cda, nella
relazione preparata per l’assemblea degli azionisti del 24 novembre ha
affermato che c’è indisponibilità, da parte degli investitori
istituzionali, “ad assumere importanti decisioni di investimento
relative a società italiane prima di conoscere l’esito del referendum
costituzionale“. In poche parole, MPS è una banca che può essere
salvata solo con un intervento pesante del governo Renzi, magari
vincente al referendum e disposto a forzare le regole europee.
Altrimenti, semplifichiamo, il salvataggio si farà disperato e il bagno
di sangue imposto ai risparmiatori di quelli seri. Come si vede lo stato
di una banca sistemica, definita tale recentemente anche da Mediobanca, è
vicino al dramma. E, aggiungiamo, non è affatto certo che, con la vittoria del “Si”, MPS trovi un sentiero, assieme alle banche italiane, di quelli agevoli.
Insomma, la crisi sistemica della banche
italiane, che è qualcosa di più strutturato della crisi di qualche
banca sistemica, continua. E con lei i rischi per il paese. Rischi che,
dal mondo bancario, si intravedono proprio nel dibattito, completamente
nascosto all’opinione pubblica italiana e, nel nostro paese, chiaro solo
a isolati gruppi di specialisti: quello su Basilea 4. Eppure sono questi i temi che andrebbero politicizzati, rendendoli centrali. Ci si riferisce alle proposte del comitato di Basilea, che regola la vigilanza bancaria internazionale,
sui nuovi requisiti di garanzia del capitale che le banche devono
fornire. L’attuale accordo in materia, detto Basilea 3, pur essendo
considerato restrittivo da molte banche non è considerato come tale
dalle autorità di regolazione. Infatti, il comitato di Basilea sta
preparando, su mandato del G20, un nuovo accordo, detto Basilea 4, che
dovrebbe essere pronto per la fine dell’anno per entrare in vigore nel
2020. Non è un accordo da poco, e fa capire la gravità della crisi delle
banche europee: il “capital core”, la componente primaria di capitale
di una banca, se entrasse in vigore Basilea 4, dovrebbe aumentare del
55% di media a livello europeo. Una vera e propria stangata da 900 miliardi di euro,
che fa capire che la crisi delle banche a 8 anni da Lehman necessita
ancora di interventi drastici. Interventi talmente drastici che lo
stesso Bafin tedesco (l’ufficio di sorveglianza della raccolta di
credito bancario della repubblica federale) ha giudicato Basilea 4, per
bocca del suo maggiore rappresentante, come qualcosa che può mettere a
rischio l’esistenza stessa delle banche della Germania.
E l’Italia? La Reuters in lingua italiana ha definito un vero e proprio “tsunami” questo provvedimento,
e il suo impatto sul nostro paese, che può avere effetti, sui mercati
finanziari, ben prima del 2020. E anche sul finanziamento alle
infrastrutture, e quindi all’idea di ripresa economica basata su questo
genere di finanziamenti, visto che Basilea 4 renderebbe più stringenti
le norme bancarie per il project financing. Certo, a dirla tutta sembra
proprio, in questo modo, che il clima sia più favorevole per il settore
finanziario ombra, lo shadow banking, che in Europa pare in salute.
Visto che le banche, erose da ristrutturazioni tecnologiche e dalla
crisi di produzione di valore, sono in una crisi tale da attirare
decisioni pesantemente regolatorie. Qui è inutile ricordare, nel
paese e nell’economia di tutti i giorni, il peso di una crisi bancaria o
di una pesante ristrutturazione del settore. Come è inutile ricordare
che la prima è permanente, la seconda è nelle cose. Si tratta solo di
capire quali sono gli effetti della crisi bancaria e quali sono gli
elementi di ristrutturazione che prendono piede. Per capire poi la
portata di questi fenomeni nella microfisica della società. Bene, se
Basilea 4 vedesse la luce in questa forma, tutta la quotidianità che
conosciamo verrebbe profondamente scossa in tempi percepibili: dalla
concessione del credito a singoli e famiglie al rapporto tra banche,
partite iva, attività commerciali diffuse, imprese.
E non è detto che ci siano, a livello
continentale, risorse adeguate per governare il fenomeno. Certo, una
delle infrastrutture reali dell’eurozona, la rete bancaria
franco-tedesca, è contraria a questa Basilea 4. Allora tutto bene, i
gravi problemi sistemici delle banche italiane possono svolgersi senza
ulteriori complicazioni continentali perché ci sarà un veto? Oppure,
visto che Basilea 3 è stata approvata ma spesso disattesa dalle banche
la versione 4 farà la stessa fine? A leggere la Frankfurter Allgemeine
si direbbe di no. La Frankfurter ha ospitato infatti un articolo del
direttore del Max-Planck-Institut di Bonn dove si dice esplicitamente
che le banche tedesche, che stanno facendo lobby con le consorelle
europee, stanno sbagliando strada. E porta argomenti per la tesi
contraria, che non sono solo di scuola ma si riferiscono al dibattito,
diciamo, intertedesco: se si vuole uscire dalla politica di tassi bassi,
attualmente praticata dalla Bce, e guadagnare dalla raccolta credito,
va approvata Basilea 4. Altrimenti, i capitali troppo sregolati possono
trovare sfogo, con una crescita anche lieve dei tassi, in una nuova
devastante bolla immobiliare. Con una offerta di credito, e di
investimento, sugli immobili in grado di giocare su regole meno
stringenti nella regolazione bancaria. Senza Basilea 4, in sostanza, si andrebbe verso una Lehman Brothers all’europea.
Guardiamo quindi quali scenari si aprono
per il nostro paese quale che sia l’esito di questo dibattito
intertedesco su Basilea 4. Scenari che fanno capire che le banche
europee, comprese quelle italiane, si trovano in una crisi risolta al
massimo nelle battute di Renzi nel backstage della Leopolda. Se
prevalessero le tesi del Bafin, e di Deutsche Bank, si rischierebbe di
gonfiare una bolla immobiliare destinata ad esplodere in Europa. Magari
con effetti vecchio stile Lehman all’americana, viste le difficoltà
strutturali delle banche europee. Se prevalessero le tesi del
Max-Planck-Institute di Bonn i tassi più alti, dettati da una inversione
di tendenza Bce significherebbero per l’Italia, e non solo vedi Spagna o
Portogallo, un nuovo pesante fardello per il debito pubblico (da
finanziare a interessi maggiori), con un’economia anemica e banche
comunque sinistrate. E soprattutto un fardello per servizi, sanità,
stipendi, assunzioni, investimenti a carattere pubblico, questo deve
esser chiaro perchè è li che si taglia in questi casi.
Basilea è, in qualsiasi direzione esploda, una bomba per l’Italia.
Come rappresenta un episodio importante per capire, in un senso o in un
altro, come si orienterà la Bce. Perché Basilea 4 ha tutto il volto di
un tentativo, vedremo quanto realistico, delle banche centrali che
presiedono il comitato di Basilea che fa le regole, di riprendere in
qualche modo il governo del mondo bancario. Perché magari Draghi, e la
sua politica metà giapponese e metà americana, va benissimo in Italia
(ed è comprensibile) ma non trova tutti questi fan in Germania. E
oltretutto, e questo rischio c’è, attuare Basilea 4 produrrebbe un mondo
ancora più sregolato: quello dello shadow-banking. Un mondo, in crescita
dalla Cina all’Europa, che offre servizi bancari senza essere regolato.
Una sorta di Uber, di Airbnb delle banche, che ha avuto un ruolo serio
nella mitica bolla immobiliare del 2008. E così mentre il Max-Plank di
Bonn cerca di regolare le banche per impedire le bolle immobiliari,
l’altro soggetto attivo nella creazione di bolle rimane libero.
La politica prima di risvegliarsi
dall’illusione di poter decidere qualcosa, in questo scenario dove si
decidono davvero i destini di intere società, dovrà affrontare ancora forti dolori. Dolori che si faranno lancinanti tutte le volte che sarà
chiaro che la legittimazione democratica non garantisce niente al mondo
di oggi. Tsipras, quello del luglio 2015 non l’automa liberista
odierno, che sembra ottimo per una riedizione di Manchurian Candidate,
di tutto questo saprebbe raccontarci qualcosa. E ora tutti a sentire
l’ultima di Renzi. Che comunque, ad amici e nemici, garantisce un grande
spettacolo. Fino a quando lo spettacolo più grosso, quello decisamente
più sinistro, si riprenderà la scena che gli spetta.
Redazione, 9 novembre 2016
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