Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/11/2016

La bomba di Basilea e il nuovo rischio Italia, qualunque sia l'esito del referendum...

Prima di parlare della bomba di Basilea, sopravvenuta nel solito, noioso fine settimana elettorale, una impressione. Fa sempre un certo effetto vedere analisti seri, con incarichi istituzionali, in grado di leggere criticamente i problemi, finire per gettarsi sempre, quando l’oggetto da analizzare è di quelli roventi, verso le braccia dello stesso totem: la banca centrale europea. E fa anche un certo effetto che vedere che, inevitabilmente, il soggetto che abbraccia il totem, che oggi ha il volto rettiliano di Mario Draghi, respinga sempre una seria analisi su come i comportamenti di altre banche centrali (quella giapponese o quella americana) non abbiano risolto i problemi che dicevano di voler risolvere. E mica si tratta di bazzecole, Banca del Giappone e Federal Reserve lastricano da anni la strada verso i grandi terremoti finanziari con due buone intenzioni: securizzare il mercato finanziario e rilanciare strutturalmente l’economia.
 
Se vogliamo dirla tutta, in un impeto di sincerità, Draghi sta ripercorrendo le tracce lasciate dagli altri governatori centrali nelle politiche di immissione di liquidità nel sistema finanziario già cominciate da diversi anni. Draghi sta acquistando obbligazioni pubbliche a rischio assumendosi quindi il rischio in prima persona, trovandosi così a dover speculare sul mercato per difendere le proprie acquisizioni, creando però ulteriori criticità sul mercato finanziario stesso. Ed è il modello di comportamento che si è trovato ad interpretare la banca centrale giapponese. E sta, oltretutto, creando le condizioni per una ripresa che si basi sul contenimento del costo del lavoro, la deflazione tecnologica che erode l’occupazione, il contenimento del salario. E’ il modello Federal Reserve. Tutto mentre, nel frattempo gli analisti idolatri della banca centrale ripetono a capo chino, la posizione che esclude la visione dell’orizzonte, il mantra dei bassi tassi di interesse che, grazie a Draghi, hanno congelato il debito pubblico italiano.

Purtroppo la realtà, questa maliziosa, è disposta in modo diverso. Lo scopriremo presto e a nostre spese, naturalmente. Prima però deve scorrere quello che un analista, bravo e senza il desiderio dell’abbraccio verso totem, ha definito un “diversivo tribale e polarizzante”: il referendum costituzionale. Già perché, comunque vada, in Europa sta accadendo qualcosa che inciderà su tutti gli schieramenti, vincenti o perdenti. Se vincesse il “si” ci sarebbe subito una seria riprova: ovvero che la costituzione eventualmente riformata non sarebbe affatto una polizza di assicurazione contro le fibrillazioni finanziarie e bancarie in Europa (cosa che si tenta di spacciare e fa parte della logica della vera controriforma costituzionale, il pareggio in bilancio). Se vincesse il “no”, ci si accorgerebbe presto che nessuno degli strumenti costituzionali salvati dalla volontà popolare, e il salvataggio va comunque compiuto, sarebbe comunque in grado di difendere il paese. Già, perché la politica fatta in modo tribale e polarizzante riesce, nonostante l’enorme disinteresse, a coinvolgere e a far costruire schieramenti. 

Solo che, per come è oggi, la politica rischia davvero di essere solo un gioco di ruolo, specie quando risorse e potere di decisione stanno altrove. Questo perché la strategia delle riforme costituzionali è stata pensata oltre trenta anni fa, quando l’Ue non esisteva e la Bce neanche.
Oggi lo svuotamento della costituzione è avvenuto grazie al peso della governance multilivello europea, le cose si fanno differenti. Primo, il referendum è diventato, più che altro, l’occasione per costruire un solo soggetto centralizzatore di potere e risorse; secondo, fatto non trascurabile, la riforma dovrebbe garantire la compressione della spesa per diritti e servizi delle Regioni. Compressione compatibile con le politiche di bilancio che sono, ancora oggi, stella polare di Berlino. Ma, visto che l’ “Europa” è in grado di far valere le proprie ragioni anche in caso di vittoria del “no”, avendo poteri immensamente superiori rispetto alla lontana stagione di partenza delle riforme istituzionali, una sconfitta di Renzi non sarebbe un dramma nè per la Bce nè l’Ue. Certo, nel caso di una sconfitta del “Si” ulteriori imposizioni all’Italia si renderebbero necessarie. Non essendoci più il paravento di una riforma costituzionale per far passare certe misure di rigore come condivise tra Italia e “Europa”.

Ma parliamo ancora di referendum e di chi, da questo gioco di ruolo, cerca di giocarsi la sopravvivenza. Ed è proprio il Monte dei Paschi di cui stiamo parlando. Il Cda, nella relazione preparata per l’assemblea degli azionisti del 24 novembre ha affermato che c’è indisponibilità, da parte degli investitori istituzionali, “ad assumere importanti decisioni di investimento relative a società italiane prima di conoscere l’esito del referendum costituzionale“. In poche parole, MPS è una banca che può essere salvata solo con un intervento pesante del governo Renzi, magari vincente al referendum e disposto a forzare le regole europee. Altrimenti, semplifichiamo, il salvataggio si farà disperato e il bagno di sangue imposto ai risparmiatori di quelli seri. Come si vede lo stato di una banca sistemica, definita tale recentemente anche da Mediobanca, è vicino al dramma. E, aggiungiamo, non è affatto certo che, con la vittoria del “Si”, MPS trovi un sentiero, assieme alle banche italiane, di quelli agevoli.

Insomma, la crisi sistemica della banche italiane, che è qualcosa di più strutturato della crisi di qualche banca sistemica, continua. E con lei i rischi per il paese. Rischi che, dal mondo bancario, si intravedono proprio nel dibattito, completamente nascosto all’opinione pubblica italiana e, nel nostro paese, chiaro solo a isolati gruppi di specialisti: quello su Basilea 4. Eppure sono questi i temi che andrebbero politicizzati, rendendoli centrali. Ci si riferisce alle proposte del comitato di Basilea, che regola la vigilanza bancaria internazionale, sui nuovi requisiti di garanzia del capitale che le banche devono fornire. L’attuale accordo in materia, detto Basilea 3, pur essendo considerato restrittivo da molte banche non è considerato come tale dalle autorità di regolazione. Infatti, il comitato di Basilea sta preparando, su mandato del G20, un nuovo accordo, detto Basilea 4, che dovrebbe essere pronto per la fine dell’anno per entrare in vigore nel 2020. Non è un accordo da poco, e fa capire la gravità della crisi delle banche europee: il “capital core”, la componente primaria di capitale di una banca, se entrasse in vigore Basilea 4, dovrebbe aumentare del 55% di media a livello europeo. Una vera e propria stangata da 900 miliardi di euro, che fa capire che la crisi delle banche a 8 anni da Lehman necessita ancora di interventi drastici. Interventi talmente drastici che lo stesso Bafin tedesco (l’ufficio di sorveglianza della raccolta di credito bancario della repubblica federale) ha giudicato Basilea 4, per bocca del suo maggiore rappresentante, come qualcosa che può mettere a rischio l’esistenza stessa delle banche della Germania.

E l’Italia? La Reuters in lingua italiana ha definito un vero e proprio “tsunami” questo provvedimento, e il suo impatto sul nostro paese, che può avere effetti, sui mercati finanziari, ben prima del 2020. E anche sul finanziamento alle infrastrutture, e quindi all’idea di ripresa economica basata su questo genere di finanziamenti, visto che Basilea 4 renderebbe più stringenti le norme bancarie per il project financing. Certo, a dirla tutta sembra proprio, in questo modo, che il clima sia più favorevole per il settore finanziario ombra, lo shadow banking, che in Europa pare in salute. Visto che le banche, erose da ristrutturazioni tecnologiche e dalla crisi di produzione di valore, sono in una crisi tale da attirare decisioni pesantemente regolatorie. Qui è inutile ricordare, nel paese e nell’economia di tutti i giorni, il peso di una crisi bancaria o di una pesante ristrutturazione del settore. Come è inutile ricordare che la prima è permanente, la seconda è nelle cose. Si tratta solo di capire quali sono gli effetti della crisi bancaria e quali sono gli elementi di ristrutturazione che prendono piede. Per capire poi la portata di questi fenomeni nella microfisica della società. Bene, se Basilea 4 vedesse la luce in questa forma, tutta la quotidianità che conosciamo verrebbe profondamente scossa in tempi percepibili: dalla concessione del credito a singoli e famiglie al rapporto tra banche, partite iva, attività commerciali diffuse, imprese.

E non è detto che ci siano, a livello continentale, risorse adeguate per governare il fenomeno. Certo, una delle infrastrutture reali dell’eurozona, la rete bancaria franco-tedesca, è contraria a questa Basilea 4. Allora tutto bene, i gravi problemi sistemici delle banche italiane possono svolgersi senza ulteriori complicazioni continentali perché ci sarà un veto? Oppure, visto che Basilea 3 è stata approvata ma spesso disattesa dalle banche la versione 4 farà la stessa fine? A leggere la Frankfurter Allgemeine si direbbe di no. La Frankfurter ha ospitato infatti un articolo del direttore del Max-Planck-Institut di Bonn dove si dice esplicitamente che le banche tedesche, che stanno facendo lobby con le consorelle europee, stanno sbagliando strada. E porta argomenti per la tesi contraria, che non sono solo di scuola ma si riferiscono al dibattito, diciamo, intertedesco: se si vuole uscire dalla politica di tassi bassi, attualmente praticata dalla Bce, e guadagnare dalla raccolta credito, va approvata Basilea 4. Altrimenti, i capitali troppo sregolati possono trovare sfogo, con una crescita anche lieve dei tassi, in una nuova devastante bolla immobiliare. Con una offerta di credito, e di investimento, sugli immobili in grado di giocare su regole meno stringenti nella regolazione bancaria. Senza Basilea 4, in sostanza, si andrebbe verso una Lehman Brothers all’europea.

Guardiamo quindi quali scenari si aprono per il nostro paese quale che sia l’esito di questo dibattito intertedesco su Basilea 4. Scenari che fanno capire che le banche europee, comprese quelle italiane, si trovano in una crisi risolta al massimo nelle battute di Renzi nel backstage della Leopolda. Se prevalessero le tesi del Bafin, e di Deutsche Bank, si rischierebbe di gonfiare una bolla immobiliare destinata ad esplodere in Europa. Magari con effetti vecchio stile Lehman all’americana, viste le difficoltà strutturali delle banche europee. Se prevalessero le tesi del Max-Planck-Institute di Bonn i tassi più alti, dettati da una inversione di tendenza Bce significherebbero per l’Italia, e non solo vedi Spagna o Portogallo, un nuovo pesante fardello per il debito pubblico (da finanziare a interessi maggiori), con un’economia anemica e banche comunque sinistrate. E soprattutto un fardello per servizi, sanità, stipendi, assunzioni, investimenti a carattere pubblico, questo deve esser chiaro perchè è li che si taglia in questi casi.

Basilea è, in qualsiasi direzione esploda, una bomba per l’Italia. Come rappresenta un episodio importante per capire, in un senso o in un altro, come si orienterà la Bce. Perché Basilea 4 ha tutto il volto di un tentativo, vedremo quanto realistico, delle banche centrali che presiedono il comitato di Basilea che fa le regole, di riprendere in qualche modo il governo del mondo bancario. Perché magari Draghi, e la sua politica metà giapponese e metà americana, va benissimo in Italia (ed è comprensibile) ma non trova tutti questi fan in Germania. E oltretutto, e questo rischio c’è, attuare Basilea 4 produrrebbe un mondo ancora più sregolato: quello dello shadow-banking. Un mondo, in crescita dalla Cina all’Europa, che offre servizi bancari senza essere regolato. Una sorta di Uber, di Airbnb delle banche, che ha avuto un ruolo serio nella mitica bolla immobiliare del 2008. E così mentre il Max-Plank di Bonn cerca di regolare le banche per impedire le bolle immobiliari, l’altro soggetto attivo nella creazione di bolle rimane libero.

La politica prima di risvegliarsi dall’illusione di poter decidere qualcosa, in questo scenario dove si decidono davvero i destini di intere società, dovrà affrontare ancora forti dolori. Dolori che si faranno lancinanti tutte le volte che sarà chiaro che la legittimazione democratica non garantisce niente al mondo di oggi. Tsipras, quello del luglio 2015 non l’automa liberista odierno, che sembra ottimo per una riedizione di Manchurian Candidate, di tutto questo saprebbe raccontarci qualcosa. E ora tutti a sentire l’ultima di Renzi. Che comunque, ad amici e nemici, garantisce un grande spettacolo. Fino a quando lo spettacolo più grosso, quello decisamente più sinistro, si riprenderà la scena che gli spetta.

Redazione, 9 novembre 2016

14/04/2016

Banche tedesche, tumore d’Europa

C’è da anni un sentiment antitedesco nella più avvertita classe dirigente di questo paese. Non è originato da ideologia, ma da puri interessi economici e finanziari, com’è giusto che sia in certi ambienti.

È un sentiment che è cresciuto in questi anni a causa della gestione “europea” della crisi esplosa tra il 2007 e il 2008. Gestione condotta dalla Troika (Bce, Unione Europea e Fmi), sul piano formale e operativo, ma la cui ideazione sconta il diverso peso economico e politico dei partner che contribuiscono a decidere una linea di gestione.

In altre parole: il più forte detta le regole, o almeno le condiziona pesantemente, di modo che quel che formalmente è “uguale per tutti” in realtà favorisce alcuni (i più forti, ça và sans dire) e devasta i più deboli.

Se qualcuno vuol capir qualcosa di come funziona l’Unione Europea, senza smarrirsi troppo negli innumerevoli trattati di centinaia di pagine ognuno – con regole spesso bellamente ignorate fin quando qualcuno (il più interessato, nello specifico) non le riesuma dal sacrario – può leggere l’articolo che qui sotto riprendiamo da IlSole24Ore di oggi.

Si parla di un argomento particolarmente scottante: le banche. E di come vengono disegnate le regole uguali per tutti stabilite dai regolatori internazionali. Con risultati non sorprendenti ma tecnicamente chiarissimi: la Germania fa e disfa le regole europee per difendere le sue banche, mentre è inflessibile con quelle altrui.

Questo concetto di banche “nazionali” può sembrare desueto, una volta che si sia in un mondo pienamente globalizzato (soprattutto per i mercati finanziari) e in un ambito istituzionale sovranazionale come l’eurozona o l’Europa a 28. Ma è quasi ovvio che i sistemi produttivi si sono sviluppati per secoli in ambiti nazionali e non basta dunque cambiare qualche istituzione perché, improvvisamente, alcune strutture portanti – come le banche, appunto – diventino “insignificanti” agli occhi di un governo nazionale. Se crollano oppure no queste strutture, per il paese di appartenenza cambia moltissimo.

Da questo punto di vista si può apprezzare meglio l’assoluta inconsistenza della classe dirigente italica, che in 25 anni (dagli accordi di Maastricht in poi) ha velocemente svenduto o distrutto buona parte della struttura portante di questo paese, privatizzando, chiudendo o regalando quasi tutte le imprese pubbliche (Telecom, Alitalia, Iri, Ilva, ecc, fino alle “banche di interesse nazionale”), e dando quindi un contributo irresistibile all’impossibilità di affrontare la crisi quando questa si è presentata. Senza strumenti operativi, infatti, industrie o banche che siano, uno Stato non può che sperare nella buona sorte (“il mercato”, nella retorica quotidiana) e nella compressione dei salari, dei diritti del lavoro, del welfare.

La Germania – come in parte la Francia – si è ben guardata dal seguire questa linea, anzi pretende che diventi “legge europea” ogni regola che favorisce le sue imprese. Banche in testa.

Proprio le banche tedesche, come spiega ottimamente Alessandro Plateroti, sono una bomba pronta ad esplodere, a partire dalla più grande di tutti, Deutsche Bank. La quale, apprendiamo, ha emesso prodotti derivati (carta con su scritto un numero) per 75mila miliardi di euro, 20 volte il Pil tedesco. Come i fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni, che però erano del tutto “veri” e difesi militarmente nel “deposito”. Qui, invece, sono fuffa che pretende una “valorizzazione”, che non la trova e non la può trovare in una situazione di tassi zero o addirittura negativi, e dunque si ritorce contro chi l’ha creata. Per il buon motivo che, sul mitico mercato, se qualcuno ha comprato con soldi veri quella fuffa – e l’hanno comprata in tanti, perché “è roba tedesca” – quel qualcuno rivorrà indietro i suoi soldi veri.

Le misure tecnico-regolamentari per difendere queste situazioni indifendibili sono semplici, come avevamo denunciato anni fa ai tempi degli stress test con le regole di Basilea 3, e consistono nel considerare “buoni” i derivati e “cattivi” i prestiti a famiglie e imprese. Così, arbitrariamente (non c’è alcun motivo tecnico-finanziario per trattare in modo opposto due “esposizioni al rischio”), le banche tedesche vengono considerate solide e quelle italiane affidate alla tagliola del bail in, che prevede l’esproprio di azionisti e obbligazionisti, indipendentemente dal loro grado di “cultura finanziaria”, come si è visto con Banca Etruria e simili.

Lungi da noi, naturalmente, identificarci nazionalisticamente con “le nostre banche” (basti ricordare che è stato a lungo presidente dell’Abi, il “sindacato” delle banche, quel Giuseppe Mussari che ha portato Monte Paschi al quasi fallimento, tra misteri e morti sospette).

Il problema che vogliamo porre è assai più importante: ma se questa è “l’Unione Europea”, se questi sono le sue modalità di funzionamento concreto, non vi sembra che la cosa sia semplicemente suicida? Di conseguenza, non vi sembra che “rompere questa gabbia” sia non solo la cosa più rivoluzionaria da fare, ma anche la più saggia? Riprendendo il controllo pubblico delle banche, naturalmente...

Deve essere per questo che sia la Le Pen che Salvini non parlano più – e da tempo – di tornare alle monete nazionali.

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La «guerra lampo» di Deutsche sui derivati

Alessandro Plateroti

Da che cosa si misura la forza politica e finanziaria di un sistema-Paese nell’Eurozona? La risposta, visti i tempi e gli eventi più recenti, è abbastanza intuitiva: dalla capacità di sfondare i limiti imposti alle finanze pubbliche senza essere travolti da polemiche; dalla capacità di condizionare raggio d’azione ed efficacia di regole bancarie e finanziarie che dovrebbero essere condivise e valide per tutti. Prendiamo ad esempio il nodo della leva e dei derivati nei bilanci delle banche.

Dal fallimento di Lehman Brothers, l’impegno dei regolatori e dei governi è stato subito quello di diminuire la rischiosità sistemica delle grandi banche e soprattutto i pericoli generati dall’abuso dei derivati. In Usa e in Europa, i regolatori hanno imposto norme e sistemi di calcolo più restrittivi, rinviando poi alle decisioni del Comitato di Basilea, l’organo internazionale per la regolazione del credito, la stesura di un quadro definitivo di regole prudenziali. Una parte del mosaico, come ad esempio il bail-in, è già entrato in vigore, con risultati che in Italia si sono rivelati devastanti. Ma a nulla sono valse le nostre richieste di moratorie, di deroghe o di revisione delle norme. «Le regole sono valide per tutti – disse per tutti il ministro tedesco Schauble – e non si cambiano per i bisogni di un Paese». Mercato unico, regole uniche.

La crisi di Deutsche Bank a inizio febbraio, ha ricordato a tutti dove si annidano i veri rischi sistemici. L’annuncio delle perdite e delle svalutazioni lanciato dalla banca ha terrorizzato i mercati, portando alla luce una realtà ben diversa da quella raccontata da Schauble. Deutsche, come un super-hedge fund, ha emesso derivati per 75mila miliardi di euro, 20 volte il Pil tedesco, e nel suo bilancio attuale pesano 32 miliardi di euro di derivati ad alto rischio e un’altissima leva finanziaria: fatti due conti, anche un calo del 4% del valore degli attivi potrebbe azzerare il capitale del colosso tedesco. Da anni tiene a bilancio ingenti quantità di titoli tossici classificati di livello 3. Ossia strumenti finanziari a cui non si riesce a dare un prezzo perché non trattati sui mercati e non equiparabili ad altri prodotti simili che invece lo sono. A quel punto è la stessa banca a decidere, attraverso dei modelli interni e con ampio margine di discrezionalità, quale valore attribuire a questi titoli. Davanti a queste cifre, gli investitori hanno quasi dimezzato il valore di Deutsche Bank, mentre il Governo tedesco ha lanciato un’imponente guerra lampo per difendere il simbolo della potenza finanziaria nazionale. Non tanto dagli attacchi speculativi, quanto piuttosto dal rischio regolatorio: mentre i mercati si preoccupavano dell’Italia, Berlino stava già segretamente lanciando la sua offensiva “diplomatica” per bloccare il varo delle nuove regole sui derivati e sulla leva finanziaria il cui debutto è fissato per il primo gennaio 2018. Dopo lo shock di febbraio, infatti, Deutsche Bank ha subito fatto presente al governo che senza cambiamenti radicali alle nuove regole internazionali sulla riduzione della leva e sul calcolo di valore dei derivati in bilancio, Deutsche Bank rischiava di diventare seriamente una banca ad alto rischio di crisi, come del resto già indicava il valore altissimo dei suoi credit default swap.

Il nodo, in sintesi, era questo: bloccare il tentativo dei regolatori di imporre alle banche la copertura totale dei derivati in bilancio, così da consentire alle banche tedesche – le più esposte ai derivati – di proseguire con il proprio sistema di calcolo che include invece la quota o il margine in contanti che viene versato dai clienti a copertura parziale del rischio. Se il margine viene messo nel calcolo – come fanno attualmente in Germania le banche tedesche – l’assorbimento di capitale e soprattutto il calcolo della leva finanziaria è chiaramente vantaggioso o meno penalizzante. Il contrario avviene ovviamente se la quota di margine non è calcolata affatto: per banche come Deutsche – strapiene di derivati – l’impatto di costo sarebbe devastante. L’esito della moral suasion tedesca sui regulator internazionali è stato veloce e straordinario: dopo due anni di discussioni che avevano portato alla decisione di imporre nel 2018 a tutte le banche europee lo stesso sistema di calcolo dei derivati (senza cioè l’aiuto della quota di copertura), il Comitato di Basilea ha annunciato lunedì scorso il dietro-front. Ora l’orientamento è quello di permettere a tutti di fare come Deutsche Bank, scalando i margini dal bilancio e adottando persino il suo sistema di calcolo della leva. L’annuncio formale della svolta avverrà a breve, ma la non c’è dubbio che l’offensiva tedesca abbia cambiato in corsa le regole del gioco. Che dire? Mercato Unico, regole uniche: quello che fa bene a Berlino fa bene all’Europa. Rischi sistemici compresi.

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