Prima di parlare della bomba di Basilea,
sopravvenuta nel solito, noioso fine settimana elettorale, una
impressione. Fa sempre un certo effetto vedere analisti seri, con
incarichi istituzionali, in grado di leggere criticamente i problemi,
finire per gettarsi sempre, quando l’oggetto da analizzare è di quelli
roventi, verso le braccia dello stesso totem: la banca centrale europea.
E fa anche un certo effetto che vedere che, inevitabilmente, il
soggetto che abbraccia il totem, che oggi ha il volto rettiliano di Mario Draghi,
respinga sempre una seria analisi su come i comportamenti di altre
banche centrali (quella giapponese o quella americana) non abbiano
risolto i problemi che dicevano di voler risolvere. E mica si tratta di
bazzecole, Banca del Giappone e Federal Reserve
lastricano da anni la strada verso i grandi terremoti finanziari con due
buone intenzioni: securizzare il mercato finanziario e rilanciare
strutturalmente l’economia.
Se vogliamo dirla tutta, in un
impeto di sincerità, Draghi sta ripercorrendo le tracce lasciate dagli
altri governatori centrali nelle politiche di immissione di liquidità
nel sistema finanziario già cominciate da diversi anni. Draghi sta
acquistando obbligazioni pubbliche a rischio assumendosi quindi il
rischio in prima persona, trovandosi così a dover speculare sul mercato
per difendere le proprie acquisizioni, creando però ulteriori criticità
sul mercato finanziario stesso. Ed è il modello di comportamento che
si è trovato ad interpretare la banca centrale giapponese. E sta,
oltretutto, creando le condizioni per una ripresa che si basi sul
contenimento del costo del lavoro, la deflazione tecnologica che erode
l’occupazione, il contenimento del salario. E’ il modello Federal
Reserve. Tutto mentre, nel frattempo gli analisti idolatri della banca
centrale ripetono a capo chino, la posizione che esclude la visione
dell’orizzonte, il mantra dei bassi tassi di interesse che, grazie a
Draghi, hanno congelato il debito pubblico italiano.
Purtroppo la realtà, questa maliziosa, è
disposta in modo diverso. Lo scopriremo presto e a nostre spese,
naturalmente. Prima però deve scorrere quello che un analista, bravo e
senza il desiderio dell’abbraccio verso totem, ha definito un “diversivo tribale e polarizzante”: il referendum costituzionale. Già perché, comunque vada, in Europa sta accadendo qualcosa che inciderà su tutti gli schieramenti, vincenti o perdenti. Se
vincesse il “si” ci sarebbe subito una seria riprova: ovvero che la
costituzione eventualmente riformata non sarebbe affatto una polizza di
assicurazione contro le fibrillazioni finanziarie e bancarie in Europa
(cosa che si tenta di spacciare e fa parte della logica della vera
controriforma costituzionale, il pareggio in bilancio). Se vincesse il
“no”, ci si accorgerebbe presto che nessuno degli strumenti
costituzionali salvati dalla volontà popolare, e il salvataggio va
comunque compiuto, sarebbe comunque in grado di difendere il paese.
Già, perché la politica fatta in modo tribale e polarizzante riesce,
nonostante l’enorme disinteresse, a coinvolgere e a far costruire
schieramenti.
Solo che, per come è oggi, la politica rischia davvero di essere solo un gioco di ruolo,
specie quando risorse e potere di decisione stanno altrove. Questo
perché la strategia delle riforme costituzionali è stata pensata oltre
trenta anni fa, quando l’Ue non esisteva e la Bce neanche.
Oggi lo svuotamento della costituzione è
avvenuto grazie al peso della governance multilivello europea, le cose
si fanno differenti. Primo, il referendum è diventato, più che altro,
l’occasione per costruire un solo soggetto centralizzatore di potere e
risorse; secondo, fatto non trascurabile, la riforma dovrebbe garantire
la compressione della spesa per diritti e servizi delle Regioni.
Compressione compatibile con le politiche di bilancio che sono, ancora
oggi, stella polare di Berlino. Ma, visto che l’ “Europa” è in
grado di far valere le proprie ragioni anche in caso di vittoria del
“no”, avendo poteri immensamente superiori rispetto alla lontana
stagione di partenza delle riforme istituzionali, una sconfitta di Renzi
non sarebbe un dramma nè per la Bce nè l’Ue. Certo, nel caso
di una sconfitta del “Si” ulteriori imposizioni all’Italia si
renderebbero necessarie. Non essendoci più il paravento di una riforma
costituzionale per far passare certe misure di rigore come condivise tra
Italia e “Europa”.
Ma parliamo ancora di referendum e di
chi, da questo gioco di ruolo, cerca di giocarsi la sopravvivenza. Ed è
proprio il Monte dei Paschi di cui stiamo parlando. Il Cda, nella
relazione preparata per l’assemblea degli azionisti del 24 novembre ha
affermato che c’è indisponibilità, da parte degli investitori
istituzionali, “ad assumere importanti decisioni di investimento
relative a società italiane prima di conoscere l’esito del referendum
costituzionale“. In poche parole, MPS è una banca che può essere
salvata solo con un intervento pesante del governo Renzi, magari
vincente al referendum e disposto a forzare le regole europee.
Altrimenti, semplifichiamo, il salvataggio si farà disperato e il bagno
di sangue imposto ai risparmiatori di quelli seri. Come si vede lo stato
di una banca sistemica, definita tale recentemente anche da Mediobanca, è
vicino al dramma. E, aggiungiamo, non è affatto certo che, con la vittoria del “Si”, MPS trovi un sentiero, assieme alle banche italiane, di quelli agevoli.
Insomma, la crisi sistemica della banche
italiane, che è qualcosa di più strutturato della crisi di qualche
banca sistemica, continua. E con lei i rischi per il paese. Rischi che,
dal mondo bancario, si intravedono proprio nel dibattito, completamente
nascosto all’opinione pubblica italiana e, nel nostro paese, chiaro solo
a isolati gruppi di specialisti: quello su Basilea 4. Eppure sono questi i temi che andrebbero politicizzati, rendendoli centrali. Ci si riferisce alle proposte del comitato di Basilea, che regola la vigilanza bancaria internazionale,
sui nuovi requisiti di garanzia del capitale che le banche devono
fornire. L’attuale accordo in materia, detto Basilea 3, pur essendo
considerato restrittivo da molte banche non è considerato come tale
dalle autorità di regolazione. Infatti, il comitato di Basilea sta
preparando, su mandato del G20, un nuovo accordo, detto Basilea 4, che
dovrebbe essere pronto per la fine dell’anno per entrare in vigore nel
2020. Non è un accordo da poco, e fa capire la gravità della crisi delle
banche europee: il “capital core”, la componente primaria di capitale
di una banca, se entrasse in vigore Basilea 4, dovrebbe aumentare del
55% di media a livello europeo. Una vera e propria stangata da 900 miliardi di euro,
che fa capire che la crisi delle banche a 8 anni da Lehman necessita
ancora di interventi drastici. Interventi talmente drastici che lo
stesso Bafin tedesco (l’ufficio di sorveglianza della raccolta di
credito bancario della repubblica federale) ha giudicato Basilea 4, per
bocca del suo maggiore rappresentante, come qualcosa che può mettere a
rischio l’esistenza stessa delle banche della Germania.
E l’Italia? La Reuters in lingua italiana ha definito un vero e proprio “tsunami” questo provvedimento,
e il suo impatto sul nostro paese, che può avere effetti, sui mercati
finanziari, ben prima del 2020. E anche sul finanziamento alle
infrastrutture, e quindi all’idea di ripresa economica basata su questo
genere di finanziamenti, visto che Basilea 4 renderebbe più stringenti
le norme bancarie per il project financing. Certo, a dirla tutta sembra
proprio, in questo modo, che il clima sia più favorevole per il settore
finanziario ombra, lo shadow banking, che in Europa pare in salute.
Visto che le banche, erose da ristrutturazioni tecnologiche e dalla
crisi di produzione di valore, sono in una crisi tale da attirare
decisioni pesantemente regolatorie. Qui è inutile ricordare, nel
paese e nell’economia di tutti i giorni, il peso di una crisi bancaria o
di una pesante ristrutturazione del settore. Come è inutile ricordare
che la prima è permanente, la seconda è nelle cose. Si tratta solo di
capire quali sono gli effetti della crisi bancaria e quali sono gli
elementi di ristrutturazione che prendono piede. Per capire poi la
portata di questi fenomeni nella microfisica della società. Bene, se
Basilea 4 vedesse la luce in questa forma, tutta la quotidianità che
conosciamo verrebbe profondamente scossa in tempi percepibili: dalla
concessione del credito a singoli e famiglie al rapporto tra banche,
partite iva, attività commerciali diffuse, imprese.
E non è detto che ci siano, a livello
continentale, risorse adeguate per governare il fenomeno. Certo, una
delle infrastrutture reali dell’eurozona, la rete bancaria
franco-tedesca, è contraria a questa Basilea 4. Allora tutto bene, i
gravi problemi sistemici delle banche italiane possono svolgersi senza
ulteriori complicazioni continentali perché ci sarà un veto? Oppure,
visto che Basilea 3 è stata approvata ma spesso disattesa dalle banche
la versione 4 farà la stessa fine? A leggere la Frankfurter Allgemeine
si direbbe di no. La Frankfurter ha ospitato infatti un articolo del
direttore del Max-Planck-Institut di Bonn dove si dice esplicitamente
che le banche tedesche, che stanno facendo lobby con le consorelle
europee, stanno sbagliando strada. E porta argomenti per la tesi
contraria, che non sono solo di scuola ma si riferiscono al dibattito,
diciamo, intertedesco: se si vuole uscire dalla politica di tassi bassi,
attualmente praticata dalla Bce, e guadagnare dalla raccolta credito,
va approvata Basilea 4. Altrimenti, i capitali troppo sregolati possono
trovare sfogo, con una crescita anche lieve dei tassi, in una nuova
devastante bolla immobiliare. Con una offerta di credito, e di
investimento, sugli immobili in grado di giocare su regole meno
stringenti nella regolazione bancaria. Senza Basilea 4, in sostanza, si andrebbe verso una Lehman Brothers all’europea.
Guardiamo quindi quali scenari si aprono
per il nostro paese quale che sia l’esito di questo dibattito
intertedesco su Basilea 4. Scenari che fanno capire che le banche
europee, comprese quelle italiane, si trovano in una crisi risolta al
massimo nelle battute di Renzi nel backstage della Leopolda. Se
prevalessero le tesi del Bafin, e di Deutsche Bank, si rischierebbe di
gonfiare una bolla immobiliare destinata ad esplodere in Europa. Magari
con effetti vecchio stile Lehman all’americana, viste le difficoltà
strutturali delle banche europee. Se prevalessero le tesi del
Max-Planck-Institute di Bonn i tassi più alti, dettati da una inversione
di tendenza Bce significherebbero per l’Italia, e non solo vedi Spagna o
Portogallo, un nuovo pesante fardello per il debito pubblico (da
finanziare a interessi maggiori), con un’economia anemica e banche
comunque sinistrate. E soprattutto un fardello per servizi, sanità,
stipendi, assunzioni, investimenti a carattere pubblico, questo deve
esser chiaro perchè è li che si taglia in questi casi.
Basilea è, in qualsiasi direzione esploda, una bomba per l’Italia.
Come rappresenta un episodio importante per capire, in un senso o in un
altro, come si orienterà la Bce. Perché Basilea 4 ha tutto il volto di
un tentativo, vedremo quanto realistico, delle banche centrali che
presiedono il comitato di Basilea che fa le regole, di riprendere in
qualche modo il governo del mondo bancario. Perché magari Draghi, e la
sua politica metà giapponese e metà americana, va benissimo in Italia
(ed è comprensibile) ma non trova tutti questi fan in Germania. E
oltretutto, e questo rischio c’è, attuare Basilea 4 produrrebbe un mondo
ancora più sregolato: quello dello shadow-banking. Un mondo, in crescita
dalla Cina all’Europa, che offre servizi bancari senza essere regolato.
Una sorta di Uber, di Airbnb delle banche, che ha avuto un ruolo serio
nella mitica bolla immobiliare del 2008. E così mentre il Max-Plank di
Bonn cerca di regolare le banche per impedire le bolle immobiliari,
l’altro soggetto attivo nella creazione di bolle rimane libero.
La politica prima di risvegliarsi
dall’illusione di poter decidere qualcosa, in questo scenario dove si
decidono davvero i destini di intere società, dovrà affrontare ancora forti dolori. Dolori che si faranno lancinanti tutte le volte che sarà
chiaro che la legittimazione democratica non garantisce niente al mondo
di oggi. Tsipras, quello del luglio 2015 non l’automa liberista
odierno, che sembra ottimo per una riedizione di Manchurian Candidate,
di tutto questo saprebbe raccontarci qualcosa. E ora tutti a sentire
l’ultima di Renzi. Che comunque, ad amici e nemici, garantisce un grande
spettacolo. Fino a quando lo spettacolo più grosso, quello decisamente
più sinistro, si riprenderà la scena che gli spetta.
Redazione, 9 novembre 2016
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