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23/11/2016

I mercati corrono sul “Trumpolino”

Come per la Brexit, anche per Trump l'“allarme mercati” si è rivelato un bluff. Non solo non ha impedito la vittoria dell'Alieno, ma subito dopo ha visto smentite tutte le previsioni catastrofiche. A cominciare dal terreno in cui sembravano più certe: l'andamento delle borse mondiali e di Wall Street in particolare. “Si prevedevano ribassi per Wall Street anche nell’ordine del 10%. Invece così non è stato, anzi è accaduto l’esatto opposto. Dal 9 novembre Wall Street ha inanellato 7 sedute su 8 al rialzo (e anche oggi prosegue in rialzo).” Un +10% che suona come una beffa. E non accenna a invertire la rotta, dopo altri due giorni di transazioni (con l'eccezione di Piazza Affari, afflitta dai problemi delle banche italiane, Mps in testa).

Sgomberiamo il campo dalle ipotesi complottiste, ovvero che si trattasse di un terrorismo inventato ad arte. Certamente c'è stato un forte “gonfiamento” dei timori per motivi tutti politici, visto che l'establishment di Wall Street aveva investito molto su Hillary Clinton. Ma l'errore di base era vero, non inventato. Una cecità previsionale di migliaia di analisti che applicano – tutti, nessuno escluso – gli stessi schemi, gli stessi modelli, le stesse funzioni.

Il “pensiero unico” neoliberista aveva vinto la sua battaglia con la caduta del Muro, nel 1989. Non c'erano altri mondi possibili, dunque non c'erano altre scuole teoriche a parte l'economia neoclassica, l'econometria, il monetarismo. Nelle università non si è insegnato altro, confinando i docenti “non ortodossi” in dipartimenti-confino, additati come mattacchioni che cercavano il pelo nell'uovo o la distinzione a tutti i costi.

Tutti gli analisti oggi al lavoro nelle società finanziarie e nelle banche centrali, nelle grandi multinazionali come negli organismi economico-finanziari degli Stati, sono stati ingozzati di pensiero unico e econometria. Non vedono e non capiscono altro. Non a caso un gruppo di docenti britannici si è sentito in dovere di lanciare un appello a interrompere questo monopolio del pensiero – e delle cattedre – nelle università. Non per tutelare i “non ortodossi”, come una specie in via di estinzione, ma perché in questo modo nessuno è in grado di vedere i problemi e di affrontarli.

Chiarito il perché della cecità globale, resta comunque il problema: adesso, con il Trumpolino (o la Trump economics), che cosa può succedere?

Tutti hanno visto gonfiarsi una eccezionale euforia intorno a due elementi centrali della politica economica promessa da Trump e in parte confermata dall'illustrazione, avvenuta ieri, del suo programma per i i primi "100 giorni": spesa pubblica infrastrutturale e taglio delle tasse, specie sui profitti delle imprese. Classica ricetta repubblicana, ultraespansiva, senza alcuna preoccupazione di debito pubblico, quasi in continuità diretta con la reaganomics degli anni '80, che tirò fuori gli Usa dall'impasse anni '70. Ovvio che per la finanza speculativa si sia accesa immediatamente la spia della corsa agli acquisti, specie sui titoli dei comparti che più dovrebbero beneficiare da queste politiche.

Tutto normale, dunque? Non tanto, se si ricorda che negli ultimi tempi gli utili delle aziende sono andati regolarmente calando mentre i valori azionari (che dovrebbero riflettere la direzione degli utili) sono saliti continuamente. La spiegazione, anche in questo caso, è semplice: cinque o sei anni di quantitative easing da parte della Federeal reserve hanno gonfiato di liquidità i portafogli degli investitori istituzionali (banche, ecc), che non trovando interessante finanziare le industrie manifatturiere (la crescita è bassa ovunque, nel mondo industrializzato) hanno riversato quella liquidità in borsa. Gonfiando oltre il realistico i livelli azionari.

La “sorpresa” Trump rischia dunque di aggiungere aria a una bolla già troppo gonfia.

Ma “i mercati finanziari” non si sono mai preoccupati molto di questa eventualità (e infatti sono esplosi spesso...). L'euforia è però tutta spostata verso Main Street, ossia verso l'economia reale statunitense, che punta sulla ri-localizzazione di produzioni portate altrove negli anni della globalizzazione spensierata e vincente.

Sottolineiamo l'aggettivo statunitense perché la politica economica di Trump è costitutivamente protezionista. Non per una questione ideologica, ma perché quella parte di economia “non finanziaria” lo ha eletto – a ragione o torto – come proprio campione.

Non ci vuole molto a capire che se gli Stati Uniti abbandonano la governance globale a favore di un protezionismo nazionalistico, tutti gli altri paesi o aree economiche dovranno fare altrettanto, cercando vie solitarie o di gruppo diverse. Dunque concorrenti con gli obiettivi dell'America.

Non a caso tutti cominciano a guardare alla Cina; chi (i paesi asiatici, in primo luogo) per trovare qualcuno che riempia il vuoto lasciato dalla disdetta del Tpp, chi (i media occidentali) per il timore di assistere al crollo dei pilastri dell'ordine internazionale del dopoguerra e quindi allo spostamento del pendolo della storia verso un altro equilibrio.

Da un solo imperialismo dominante a un multipolarismo “concorrenziale”. La Storia ha ripreso a correre, ma la sensazione è che non ci sia ancora molta strada da percorrere, capitalisticamente parlando...

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