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sabato 26 novembre 2016

Siria - La Turchia sfida tutti alle porte di Aleppo

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Il corridoio di terre nel nord della Siria spiegano molto dell’attualità del conflitto e degli equilibri di potere. I quattro angoli che ne definiscono il perimetro sono Azaz e al-Bab a ovest e Jarabulus e Manbij ad est. Aleppo è vicinissima, 40 km. Lì si gioca il destino della guerra ed è inevitabile che ciò detti la strategia della Turchia e dell’invasione camuffata da operazione anti-Isis.

A tre mesi dall’inizio di “Scudo dell’Eufrate”, Ankara non combatte l’Isis ma mangia terreno al progetto kurdo di unificazione dei cantoni. Ma ora sta anche violando gli ufficiosi patti con Mosca e Damasco, che avevano permesso l’ingresso nel paese con un silenzio-assenso purché la Turchia non mettesse gli occhi su Aleppo.

Così non è: l’operazione prosegue a rilento ma con precisione chirurgica. Dopo Jarabulus e al-Rai le truppe turche e i “ribelli” siriani al soldo di Ankara hanno puntato su al-Bab e contemporaneamente continuano a sostenere le opposizioni impegnate dentro la capitale del nord. La mossa, prendere al-Bab sia per indebolire i kurdi sia per rafforzare la propria influenza sui “ribelli” siriani (in particolare l’Esercito Libero e i salafiti in Ahrar al-Sham), ha già provocato la reazione di Damasco che – dicono fonti locali – avrebbe colpito con un raid l’esercito turco, uccidendo tre soldati.

A frenarlo a due passi da al-Bab, dove ieri ha ripreso i raid aerei, sarebbe stata proprio Mosca. La Russia non intende vedere le forze turche fare da scudo alle milizie ribelli ad Aleppo, le stesse che portano avanti continue controffensive sui quartieri ovest controllati dal governo e che – è la denuncia delle organizzazioni internazionali – stanno impedendo ai civili intrappolati ad est di mettersi in salvo. Non è un caso che gruppi armati evacuati da Daraya, a Damasco, si stiano unendo in massa all’operazione turca.

Lapalissiano obiettivo resta Aleppo, condannata ad una sofferenza senza precedenti. Gli ultimi giorni hanno visto un’ulteriore escalation del conflitto, con entrambe le parti impegnate a commettere crimini contro i civili, malnutriti, assediati dalle opposizioni e privi di ospedali funzionati, tutti caduti sotto le bombe del governo. Giovedì un nuovo piano Onu per la consegna degli aiuti sarebbe stato accettato dai “ribelli” (ma non dal gruppo leader, l’ex al-Nusra), non ancora da Russia e Damasco. Nel limbo resta la popolazione, con l’inverno alle porte e il cibo scomparso dai quartieri est.

La tensione è alta e la Turchia tira la corda sia russa che statunitense. Le pressioni su Washington e la minaccia ribadita nei giorni scorsi dal presidente Erdogan («Marceremo su Manbij», la città liberata a metà agosto dalle Forze Democratiche Siriane, Sdf) hanno provocato un rallentamento della controffensiva su Raqqa, lanciata all’inizio mese dalle Sdf, mettendo in chiara difficoltà gli Stati Uniti e la loro frammentaria strategia nella regione. Le forze kurde ufficialmente sostenute dagli Usa nella lotta all’Isis vengono costantemente prese di mira, militarmente e politicamente: martedì sono stati spiccati 48 mandati di arresto per membri delle Ypg, tra cui il leader del Partito di Unione Democratica, il loro braccio politico, Saleh Muslim.

E mentre infiamma la Siria, in casa la Turchia stringe la morsa sulle opposizioni, politiche e mediatiche. A monte, di nuovo, l’obiettivo di distruggere le aspirazioni kurde e rafforzare l’uomo solo al comando. A 20 giorni dall’arresto di 12 deputati del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), compresi i due copresidenti Demirtas e Yüksekdağ, un velo è calato sulle detenzioni. Eppure i rappresentanti del 13% dell’elettorato turco restano in isolamento con l’accusa di sostegno al terrorismo di cui le eventuali prove non sono state pubblicamente presentate.

Ieri Demirtas è apparso per la prima volta di fronte ad un tribunale, dopo aver rifiutato di prendere parte alla prima udienza della settimana scorsa. In tribunale il leader dell’Hdp ha definito illegale il processo perché l’immunità parlamentare è stata forzatamente cancellata e perché i suoi avvocati sono stati arrestati o privati del diritto di incontrarlo: «La corte non può prendere alcuna misura contro di me anche se mi rifiuto di testimoniare o presentarmi in aula. Nessun potere ha il diritto di controllarne un altro. L’autorità giudiziaria non può privare un membro del parlamento dell’immunità facendo le leggi».

C’è anche chi chiede di essere rinviato a giudizio per uscire dalle celle in cui è stato confinato senza accuse formali: sono i giornalisti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet che, arrestati il 31 ottobre e privati degli effetti personali, di carta, penna e libri, domandano l’incriminazione così da poter aspettare il processo a piede libero.

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