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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/07/2026

Il pilota automatico nelle prossime elezioni presidenziali francesi

In un intervento pubblicato su Le Monde quattro importanti economisti francesi mettono il dito nella piaga dei conti pubblici d’Oltralpe, affermando che stabilizzare in maniera durevole il debito presupporrebbe “un aggiustamento di 125 miliardi alla fine del prossimo quinquennio”, ossia l’equivalente del doppio del budget dell’educazione nazionale, per avere un termine di paragone.

Il  quinquennato è del resto l’arco temporale della presidenza della Repubblica, le cui le elezioni si terranno il prossimo anno (primo turno il 18 aprile e ballottaggio il 2 maggio), segnando la fine dei due mandati di Macron.

L’elezione diretta del Presidente è un architrave della V Repubblica, avviata da de Gaulle nel 1958 con un colpo di mano costituzionale in piena Guerra d’Algeria; dal 2002 si svolge ogni 5 anni, invece di sette.

Di fatto, in particolare sotto Macron, il Presidente è contemporaneamente Capo dello Stato e un premier “informale”, che attua il suo programma attraverso dei capi dell’esecutivo di sua scelta, usati come “fusibili” di fronte all’opinione pubblica nei momenti di crollo del consenso, sia davanti  a poderosi movimenti sociali che di fronte alla sfiducia del Parlamento.

Questi poteri gli sono stati conferiti più per la consuetudine politica che si è instaurata – con il beneplacito della UE – ma non farebbero parte delle sue prerogative costituzionali, mentre il “rischio di ingovernabilità” è sempre dietro l’angolo se un esecutivo, come in questo caso, non gode di una solida maggioranza parlamentare.

Come afferma Armel Le Divellec, professore di diritto pubblico, in un dibatto su cosa bisognerà attendersi dalle presidenziali, ospitato da Le Monde: “Certo, può nominare un governo, ma questo resta politicamente responsabile di fronte ai deputati, che possono rovesciarlo, come hanno sperimentato, Michel Barnier e François Bayrou, a qualche mese di distanza”, (rispettivamente nel dicembre 2024 e nel settembre 2025).

Teoricamente, l’attuale composizione parlamentare – se il prossimo presidente della Repubblica non indirà elezioni – potrebbe durare fino all’estate del 2029, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile.

Il nuovo presidente o la prima presidente donna sarà praticamente costretto/a ad indire nuove elezioni politiche con tutti i rischi del caso, così come fece Mitterand nel 1981 e nel 1988.

Come ha sperimentato sulla sua pelle Macron dal 2022 – ma i francesi molto più di lui – non è affatto detto che una maggioranza parlamentare coerente possa emergere dalle elezioni politiche, né che il governo abbia uno straccio di maggioranza parlamentare su cui appoggiarsi, dovendo perciò applicare di volta in volta ogni tattica per stare a galla, magari cooptando pezzi importanti di personale politico dei partiti “a vocazione governativa” con generose offerte di poltrone, come avvenuti con i gollisti.

Data la situazione – instabilità istituzionale permanente,  accresciuta polarizzazione politica, estrema frammentazione del quadro della rappresentanza – è chiaro che l’attuale blocco di potere e le oligarchie dell’Unione Europea, al di là di chi sceglieranno come candidato, hanno bisogno di sfruttare la “solidità” del regime presidenziale, preparando sin da subito il terreno per l’accettazione di una sorta di “pilota automatico”.

La loro necessità è infatti blindare a livello pluriennale le scelte strategiche della Francia con una sorta di “commissariamento preventivo”, auspicando che – prima alle presidenziali e poi alle politiche – i francesi e le francesi non esprimano un voto davvero di rottura con questo tipo di corso politico, in perfetta  continuità con la Macronie.

La Francia è una dei Paesi più inguaiati dell’Unione Europea, con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, con una crescita economica piuttosto modesta divenuta ormai cronica ed una accelerata propensione alla conversione bellica.

I quattro economisti intervenuti su Le Monde – N.Valla, X. Ragot, X. Jaravel e J.L. Tavernier – quando affrontano la questione delle spese pubbliche, allertano sul previsto incremento di quelle sanitarie dovute all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione medica – con un preoccupante panorama di desertificazione sanitaria – così come quelle pensionistiche, oltre a quelle militari che seguono “una traiettoria ormai risoluta, decisa per la legge di programmazione”.

Escludono che si possa usare la “leva fiscale”, anche se è bene ricordare che il ripristino della patrimoniale  – eliminata dal “presidente dei ricchi” nel suo primo mandato – è stata una delle richieste della sinistra e dei movimenti politico-sociali che hanno caratterizzato l’Esagono, e che una imposizione fiscale progressiva sia uno dei principi basilari per una ridistribuzione più equa degli oneri fiscali e una maggiore capacità di spesa pubblica.

Prospettano quindi la risoluzione di una difficile equazione politico-economica che metta mano all’efficienza dei conti pubblici, “senza rimettere in causa gli obiettivi di solidarietà che fondano il nostro modello sociale”. Una menzogna pura e semplice.

Un modello sociale che Macron ha ridotto a “carta straccia” nonostante l’opposizione di una serie di poderosi movimenti sociali, soprattutto durante il suo primo mandato, partito dalla lotta alle privatizzazioni ferroviarie fino a quella contro l’innalzamento dell’età pensionistica, passando per i Gilets Jaunes.

Rinviare la soluzione del problema non sembra essere una decisione auspicabile: “posticipare gli aggiustamenti non li renderà meno dolorosi, ma semplicemente più brutali”.

Insomma il quartetto – composto tra l’altro dai direttori di due delle maggiori istituzioni francesi di analisi e strategia economica, nonché da un ex direttore dell’INSSE – è chiaro: una vera e propria mannaia dovrà abbattersi sui conti pubblici ed i francesi devono abituarsi alla catastrofe.

Ma non si tratta di una collaborazione occasionale per scrivere una propria opinione su un quotidiano. Questo quartetto era già stato selezionato dagli attuali ministri Lescure e Amiel – rispettivamente all’economia e alla spesa pubblica – per un rapporto indipendente lanciato a fine maggio per “chiarire le traiettorie di revisione delle finanze pubbliche”.

La loro previsione, particolarmente pessimista sui conti pubblici da qui al 2030, è quindi finalizzata ad indirizzare le scelte già di questo governo nell’affrontare il budget per il prossimo anno.

Insomma la “cura da cavallo” dovrebbe iniziare già quest’anno e guardare agli anni prossimi, per così dire blindando le scelte dei prossimi governi e, di fatto, dare un indirizzo ferreo al dibattito su questioni strategiche per la campagna elettorale, delegittimando qualsiasi altro orientamento che metta in discussione lo smantellamento di ciò che rimane dello Stato sociale, propugni una tassazione progressiva o auspichi uno sbocco politico diverso da una sostanziale riconversione bellica dell’apparato produttivo.

Stando ad un più limitato lasso di tempo, l’attuale governo Lecornu – che non gode di una maggioranza all’Assemblea nazionale – si riserva di adottare qualsiasi leva istituzionale per fare passare quella che sarà la prossima legge di bilancio, anche ricorrendo al famigerato articolo 49.3 che consente l’approvazione di una legge senza voto, ma con il rischio concreto di vedersi poi sfiduciati e costretti alle dimissioni.
L’attivazione del 49.3, infatti, rende più agevole la possibilità di richiedere una “mozione di sfiducia”.

L’intervento dei quattro economisti segue peraltro quello di Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sempre su Le Monde.

Blanchard definisce “fallimentare” il processo budgetario, che accrescerebbe così il rischio di una crisi del debito.

Auspica una “riforma in profondità” che dovrebbe essere al centro delle proposte dei candidati alle elezioni presidenziali.

In maniera complementare ai suoi colleghi, Blanchard, propone sei principi ispiratori:

  1. un budget pluriennale che “blindi” la politica economica dell’esecutivo, che si doti di uno strumento per valutare i rischi prefigurando gli scenari e le ricadute immediate e future delle manovre effettuate;
  2.  e ne consenta eventuali rettifiche, ma non di nomina governativa;
  3.  un organismo “indipendente” che ne valuti l’efficacia, un sorta di conseil budgétaire, autonomo dall’esecutivo;
  4. la stabilizzazione pluriennale del debito al fine di ridurlo. Si noti che la cifra di questo aggiustamento pluriennale (120 miliardi), è praticamente identica a quella indicata dagli altri economisti.
  5. una certa duttilità nell’applicazione dei principi in periodi straordinari, presupponendo scelte che in parte mettono in discussione alcuni orientamenti già decisi. Si vede qui che il costante ritorno del “Cigno Nero”, al di là delle previsioni effettuate, avrà lasciato qualche segno anche nell’approccio degli analisti economici liberisti;
  6. una rimodulazione del rapporto tra investimenti pubblici e debito, separando chiaramente gli investimenti dalle altre spese (una riedizione del “debito buono” contro quello “cattivo”, di Mario Draghi).

Afferma il professore parigino, peraltro e membro del Peterson Institute for International Economics di Washington, che “la Francia non solo deve ridurre il proprio deficit, ma anche investire massicciamente, dalla difesa alla lotta contro il cambiamento climatico”.

Per l’ex capo-economista del FMI (dal 2008 al 2015), non c’è bisogno di stravolgimenti costituzionali ma della revisione della legge organica relativa alle leggi finanziarie. Un’ipotesi che l’attuale esecutivo ha scartato per quest’anno, ma che è chiaramente al centro del dibattito sugli strumenti di gestione economica della spesa pubblica, che forse – aggiungiamo noi, con un pizzico di malizia – giace probabilmente come bozza in un cassetto di qualche esperto, o gruppo di esperti, propensi a “salvare il Paese dal tracollo economico”.

Insomma l’esecutivo dovrebbe limitate capacità di manovre ogni anno, rispetto a scelte di fondo che andranno pianificate e monitorate da organismi non di espressione governativa “tecnici”, insomma. Cioè obbedienti ad altre volontà, estranee a quella “popolare”.

Torneremo, con altri contributi, sull’attuale “offerta politica” riguardo alle presidenziali, specie per ciò che concerne la sinistra radicale.

Per ora il quadro dei possibili candidati/e è piuttosto affollato, ma sono solo due quelli che hanno annunciato la candidatura ed hanno la concreta possibilità di andare al ballottaggio. Si tratta dello storico leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che a 74 anni ha lanciato per la quarta volta la sua candidatura all’Eliseo, fin dal 3 maggio di quest’anno, e Marine Le Pen che – nonostante le sue note vicende giudiziarie (ormai affidate alla Cassazione) ha annunciato la sua candidatura il 7 di luglio.

Difficile, ma non impossibile, pensare che nel quadro convulso delle altre formazioni politiche e di generale delegittimazione delle due “storiche” polarità francesi – “socialisti” e gollisti –  la sfida tra la sinistra radicale e l’estrema destra non sia l’unico campo di gioco delle elezioni presidenziali (e probabilmente poi politiche) sullo sfondo di un crisi organica nel cuore della UE.

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23/04/2026

Contro l’austerità di guerra europea

E così per solo un decimo di punto, il Governo Meloni ha sforato il vincolo europeo del 3% nel deficit di bilancio. È una piccola discrepanza rispetto a un debito pubblico che ha superato ogni record andando oltre i tremila miliardi di euro, ma i suoi effetti saranno devastanti per il paese; a maggior ragione con l’economia che si sta fermando a causa delle guerre di Trump e Netanyahu.

Accettando il nuovo patto di stabilità e non opponendosi al restauro del vincolo del 3%, il Governo Meloni voleva ottenere il pieno riconoscimento di un ruolo guida a livello europeo, invece si è messo nei guai, assieme al paese che vorrebbe governare.

Il tetto al deficit è nato con il Trattato di Maastricht, che nel 1992 istituì l’Unione Europea. Quel vincolo faceva parte di tutte le restrizioni imposte dalla Banca centrale tedesca ai paesi “spendaccioni”, per avere l’onore di unirsi alla potenza economica tedesca.

Il Trattato di Maastricht prescriveva che il debito pubblico non dovesse mai superare il 60% del prodotto interno di un paese, e che il deficit tra entrate e uscite del bilancio pubblico annuale non potesse essere superiore al 3%, pena misure punitive economiche e sociali.

Erano vincoli stupidi, come li definì proprio l’europeista Romano Prodi, che poi li ha sempre rispettati. Ma quei vincoli hanno avuto una funzione di politica economica fondamentale: imporre, con l’austerità di bilancio, il liberismo, le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale. Tutti i paesi europei, con maggiore o minore pesantezza, hanno subìto questa politica, destra e sinistra si sono alternate nei governi, ma hanno sempre attuato le stesse scelte di fondo.

“Lo vuole l’Europa” è stato il mantra che ha accompagnato le controriforme; ed è proprio dalla devastazione delle conquiste sociali europee che le radici essiccate del fascismo hanno ricevuto nuova linfa.

Con la pandemia i vincoli di Maastricht erano stati sospesi, perché era impossibile che l’economia sopravvisse al combinato disposto tra arresto delle attività e austerità di bilancio. Lo stato doveva spendere per impedire il collasso economico.

Poi però tutta quell’esperienza è stata rimossa, e le élite politico finanziarie che comandano nella UE hanno imposto il ritorno ai vincoli di Maastricht.

In realtà questo ritorno è stato a metà, perché tutti gli Stati, compresi i “ virtuosi” del Nord e la Germania, hanno un debito pubblico ben superiore al 60% del PIL. Restava solo il famigerato “tre per cento” come principio guida, che veniva aggiornato con una aggravante. Infatti la UE, che ha deciso il folle aumento delle spese militari in obbedienza alla NATO e a Trump, ha anche permesso ai paesi che applicano il rigore di bilancio, di tener fuori dal deficit quello che si spende per le armi.

È chiaro l’orrore? Per la sanità, la scuola, i servizi sociali vale il vincolo del 3%, per cannoni, missili e droni no. È l’austerità di guerra europea, quella annunciata e propagandata da Draghi, che a suo tempo la sintetizzò con la battuta: per armarsi contro la Russia si può anche rinunciare ai condizionatori. A ben più dei condizionatori dovrà rinunciare la grande maggioranza della popolazione italiana.

Lo sforamento del patto di stabilità fa sì che l’Italia non possa mettere le spese militari fuori dal deficit di bilancio. Cosi il riarmo ci costerà due volte: perché ogni euro in più per le armi dovrà essere direttamente sottratto alla spesa sociale, E il Governo Meloni ha accettato che la spesa per armi arrivi fino al 5%del PIL. Ci rendiamo conto di che catastrofe per il nostro paese significhi il doppio vincolo dell’austerità di bilancio e del riarmo?

È bene ricordare che già oggi il bilancio dello Stato è in “attivo primario”. Cioè lo Stato prende dai cittadini in tasse e contribuiti PIÙ di quello che restituisce in servizi e stipendi. Il deficit è dovuto unicamente al fatto che tutto l’attivo del bilancio, più altro debito, serve a pagare gli interessi del debito pubblico.

Insomma il 3% di tetto al deficit di bilancio ed il 5% di obiettivo per la spesa militare sono insostenibili separatamente, distruttivi assieme.

Oggi più che mai la politica estera è anche politica interna e il vincolo euroatlantico, accettato da Meloni e non denunciato dal campo largo, ci porterà ad una mostruosa recessione economica.

Il solo modo per difendere davvero i salari e le condizioni di vita della popolazione è rompere con i vincoli UE e NATO e rifiutare l’austerità di guerra europea. Ogni altra politica ci porta verso il collasso sociale e la guerra.

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28/02/2026

Trump può continuare a irritarsi ma il destino degli Usa pare in larga misura segnato

di Alessandro Volpi

Donald Trump è davvero un fenomeno nel raccontare la sua visione come fosse la realtà. Lo ha dimostrato con chiarezza anche la notte tra il 24 e il 25 febbraio nel Discorso sullo stato dell’Unione, pieno di mirabolanti risultati e promesse. In realtà il capo dei Maga ha dimenticato e stravolto tante cose. Mi limito a citarne tre.

La prima è costituita dal colossale debito federale di quasi 40mila miliardi di dollari e dall’estrema difficoltà di coprirlo, tanto da generare una costante fuga di capitali dal dollaro. Si tratta di un tema noto per cui non mi ci soffermo. Naturalmente al debito si lega un deficit che è ormai oltre il 6% ed è pari a oltre 1.700 miliardi di dollari. Ma la seconda cosa dimenticata da Trump è l’assoluta ingiustizia del sistema fiscale americano: dal 2017 le grandi corporation Usa pagano il 21% di aliquota, un beneficio che ora Trump ha reso strutturale, mentre l’aliquota massima per i redditi dei super ricchi è stata fissata al 37%, con un aumento significativo della possibilità di detrarre le tasse federali fino a 40mila dollari. Le tasse di successione, poi, hanno una franchigia fino a 15 milioni di dollari.

La terza considerazione riguarda la spesa sociale: i tagli alla sanità pubblica ammontano a 800 miliardi, con l’introduzione peraltro del “Great healthcare plan” che mira a ridurre la spesa federale di circa mille miliardi di dollari in un decennio, spostando i costi direttamente sui consumatori tramite conti di risparmio sanitario (Health savings accounts). In compenso il piano per il contrasto dell’immigrazione è stato portato a 100 miliardi di dollari.

Che cosa costituisca “The Nation” per Donald è molto chiaro ma la narrazione è ben diversa e si rivolge al “popolo”. Il buon Trump, peraltro, non ha dimenticato di ricordare nell’aulico discorso sull’età dell’oro che sua moglie Melania ha ricevuto 40 milioni da Jeff Bezos per il suo “documentario”.

Oltre a questi tre fattori, ne esiste un quarto ancora più critico per gli Stati Uniti. Il presidente Trump continua a puntare sui dazi, pensando addirittura di sostituirli al carico fiscale interno ma i numeri fanno capire che così non può fermare certo la crisi strutturale degli Stati Uniti. Nel 2025, infatti, le entrate federali derivanti dai dazi hanno raggiunto la cifra record di 287 miliardi di dollari. Erano state pari a 80 miliardi nel 2024. Ma chi ha pagato questi dazi? Per circa 145 miliardi le società americane che producono all’estero e importano in Usa e per altri 60 miliardi le piccole e medie imprese americane che hanno una filiera di produzione in parte all’estero. Quindi di 287 miliardi di entrate, ben 205 miliardi sono state pagate da aziende americane, che ne hanno riversato i costi sui consumatori americani con un aumento dei prezzi di circa 110 miliardi. Dunque i dazi sono stati una doppia tassazione che ha danneggiato, in primis, l’economia statunitense nel suo insieme, contribuendo ad avvitare la crisi su se stessa.

Inoltre, è utile notare che sul complesso delle entrate federali i dazi pesano per poco meno del 5% e non sono in alcun modo in grado di contenere l’esplosione del deficit federale degli Stati Uniti che è pari, come detto, a 1.700 miliardi e su cui gravano 1.200 miliardi di dollari di interessi da pagare sul debito. Trump può continuare a irritarsi ma il destino degli Usa pare, in larga misura, segnato.

Magari sarebbe il caso che lo capissero i fondi pensione italiani che continuano a impegnare in dollari i risparmi degli italiani: ma ciò diventa molto difficile in un Paese così sensibile alle parole di Trump. L’Italia è stato uno dei Paesi che, con maggiore solerzia, ha risposto alle “esortazioni” trumpiane in merito al trasferimento di aziende in Usa. Sono ormai oltre 3.500 le aziende italiane negli Stati Uniti, con una forte crescita dopo l’avvento del presidente Maga, con un’occupazione americana di oltre 300mila dipendenti. In tale ambito è interessante notare che ci sono imprese con un numero di dipendenti americani assai più alto di quelli italiani.

Stellantis ha infatti 8mila dipendenti negli Stati Uniti contro i 40mila in Italia, di cui quasi la metà interessati da ammortizzatori sociali. EssilorLuxottica, di cui i Del Vecchio sono principali azionisti attraverso la holding lussemburghese Delfin, ha 80mila dipendenti Usa contro i 15mila italiani. Ferrero, anch’essa con sede lussemburghese, ha 12mila dipendenti negli Stati Uniti e ottomila in Italia. Insomma, il ministro del Made in Italy si sta ben adoperando per svuotare la produzione italiana a vantaggio del presidente Maga.

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06/10/2025

Il mondo finanzia il deficit degli Stati Uniti

Nell’agosto del 1971, Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Ciò pose fine a un ciclo iniziato con gli accordi di Bretton Woods, che avevano concesso agli Stati Uniti – l’unica potenza industriale e finanziaria emersa dalla guerra con le proprie capacità intatte e in qualità di creditrice del resto del mondo – la possibilità di rendere la propria valuta la riserva di valore globale.

Ma, anche con questo potere americano, fu necessario fare concessioni riguardo alla copertura aurea e, quindi, concentrare le riserve dei paesi occidentali. Nessuno era disposto a consegnare la stampa della valuta di riserva a un singolo paese.

Con il gesto di interrompere la convertibilità – il cosiddetto Nixon Shock – il sistema di Bretton Woods, che aveva fornito stabilità al commercio internazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, collassò. Il gold standard, che garantiva che ogni dollaro potesse essere scambiato per una quantità fissa di metallo prezioso, fu abbandonato. Da allora, il dollaro è stato sostenuto esclusivamente dalla “fiducia” nell’economia degli Stati Uniti e dal potere politico e militare che la sostiene.

Ma non è tutto. La coercizione per imporne l’uso portò alla nascita dei petrodollari. Lo stesso Nixon firmò un accordo con l’Arabia Saudita, in base al quale quel paese – il più grande esportatore di petrolio dell’epoca – avrebbe accettato pagamenti solo in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza dell’Arabia Saudita.

L’alta dipendenza delle economie mondiali dal petrolio garantì la permanenza di questa valuta come riserva e anche come mezzo di pagamento internazionale più universale.

Il privilegio esorbitante

Questo passaggio a una valuta basata sulla “fiducia” diede inizio a un ordine finanziario peculiare: la valuta di un singolo paese divenne un riferimento globale. Con ciò, Washington acquisì un privilegio senza pari: può stampare dollari a piacimento, senza che il mondo li rifiuti. Anzi, il mondo li richiede.

Banche centrali, governi e aziende hanno bisogno di dollari per negoziare, risparmiare e prendere prestiti. Ciò che per qualsiasi altra nazione sarebbe una ricetta certa per l’inflazione, per gli Stati Uniti diventa un meccanismo di finanziamento globale.

L’allora ministro delle Finanze – e in seguito presidente della Francia – Valéry Giscard d’Estaing soprannominò questa situazione “privilegio esorbitante”. E aveva ragione: grazie all’egemonia del dollaro, gli Stati Uniti possono vivere al di sopra delle loro possibilità, finanziando i propri deficit fiscali e commerciali con carta – o registrazioni digitali – che altri valutano come se fossero oro.

Come funziona la macchina

La macchina opera in modo semplice e brutale. Come abbiamo visto, il petrolio e la maggior parte delle altre materie prime sono negoziate in dollari. Il debito internazionale è emesso in dollari. Le riserve delle banche centrali sono detenute in dollari. Così, tutti i paesi del mondo pagano una sorta di “tributo” al centro del sistema.

Quando la Federal Reserve, la banca centrale americana, espande l’offerta di moneta – come ha fatto dopo la crisi del 2008 o durante la pandemia del 2020 – inietta liquidità che viaggia oltre i suoi confini. Parte di questi dollari circola nell’economia globale, mettendo sotto pressione i prezzi e svalutando le valute locali. Altri ritornano negli Stati Uniti sotto forma di acquisti di titoli del Tesoro americano, considerati le attività più sicure del pianeta. In entrambi i casi, Washington ci guadagna: finanzia il proprio debito a basso costo ed esporta parte della propria inflazione.

Non tutta la colpa è del dollaro

Vale la pena qualificare questo punto. L’inflazione globale non può essere spiegata solo dall’emissione USA. Altri fattori sono in gioco: guerre che perturbano le catene di approvvigionamento, aumenti del prezzo del petrolio, pandemie che sconvolgono la produzione, speculazione finanziaria e le politiche interne di ogni paese. Ma il dollaro agisce come un amplificatore: il suo status di valuta di riserva globale fa sì che i costi delle decisioni degli USA siano socializzati su scala globale.

Quando la Federal Reserve aumenta i tassi di interesse, per esempio, il capitale fugge dai paesi emergenti verso i titoli del Tesoro americano, rafforzando il dollaro e indebolendo le valute nazionali. Ciò rende più care le importazioni, aumenta il costo del debito estero e colpisce direttamente le economie periferiche.

È un promemoria del fatto che la sovranità monetaria del Sud del mondo è legata alle decisioni di una banca centrale che risponde esclusivamente agli interessi degli Stati Uniti, con dirigenti del mondo finanziario privato e un presidente nominato dal potere esecutivo.

Finanziamento invisibile

Il risultato è paradossale: il mondo intero finanzia il deficit degli USA. Il paese più indebitato del pianeta rimane, allo stesso tempo, il più solvibile agli occhi dei mercati. Non perché i suoi conti siano in ordine, ma perché può sempre pagare nella valuta che solo lui emette.

È come se tutti gli altri accettassero volontariamente di essere creditori eterni di una potenza che non intende mai rimborsarli in oro, ma solo nella sua propria promessa stampata.

Quanto durerà?

La grande domanda è per quanto tempo questo schema possa essere sostenuto. Sono già in corso tentativi di costruire alternative: lo yuan cinese o RMB, le iniziative dei BRICS per negoziare in valute locali o persino le valute digitali delle banche centrali. L’euro, sebbene importante, non è riuscito a detronizzare il dollaro.

L’egemonia del dollaro non è solo una questione economica: è un dispositivo di potere. Gli Stati Uniti non solo stampano la valuta che tutti usano, ma possono anche bloccare transazioni, applicare sanzioni finanziarie ed escludere interi paesi dal sistema dei pagamenti. Guerra e finanza sono intrecciate nello stesso campo di battaglia.

Nel frattempo, il resto del mondo sostiene i costi: inflazione importata, debiti più cari, ricorrenti crisi valutarie. La conclusione è scomoda, ma chiara: viviamo in un ordine in cui l’emittente della valuta mondiale spende ciò che non ha, e il resto del pianeta paga il conto – sempre più con ciò che anch’esso non ha: debito crescente e sovranità ipotecate.

Forse il XXI secolo vedrà l’emergere di un nuovo equilibrio monetario. Ma finché il dollaro continuerà a regnare, il paradosso persisterà: gli Stati Uniti producono deficit e il mondo intero li finanzia.

Fonte

02/08/2025

Dazi e scelte politiche, intreccio fatale per un impero in crisi

Il commercio mondiale non deve obbedire più, neanche formalmente, alle incerte leggi dell’“economia di mercato”, ma rispondere approssimativamente al tasso di subordinazione verso l’“impero centrale” accettato dai singoli paesi del resto del Mondo.

Questa è l’impressione che resta dopo sei mesi di discussioni e trattative frenetiche sull’entità dei dazi che gli Usa – sotto il comando apparente di Trump – hanno deciso di far scattare operativamente dal prossimo sabato, 8 agosto.

Una scelta totalmente politica, come si evince dall’“ordine esecutivo” firmato dal tycoon nella notte del 31 luglio.

«Alcuni partner commerciali hanno accettato, o sono vicini ad accettare, impegni significativi in materia di commercio e sicurezza con gli Stati Uniti, segnalando così la loro reale intenzione di eliminare in modo permanente le barriere commerciali. Altri partner, pur avendo partecipato ai negoziati, hanno offerto condizioni che, a mio giudizio, non affrontano adeguatamente gli squilibri nelle nostre relazioni commerciali o non si sono allineati sufficientemente con gli Stati Uniti su questioni economiche e di sicurezza nazionale.»

“Questioni economiche” e “questioni di sicurezza” vengono così esplicitamente intrecciate, senza lasciare alcuno spazio ad interpretazioni alternative. Il tentativo Usa è quello di imporre un “nuovo sistema commerciale” in cui la fedeltà politica alle scelte statunitensi consente condizioni tariffarie migliori, per quanto comunque punitive.

Il messaggio è stato chiarissimo nel caso del Canada, quando ha annunciato di voler riconoscere lo stato di Palestina. Per quanto si tratti di un gesto politico poco più che simbolico, tanto è bastato a cancellare il risultato finale raggiunto nella trattativa bilaterale sui dazi, elevando la tariffa concordata dal 25 al 35%.

Basta scorrere i nomi dei paesi e le relative tariffe punitive per averne piena conferma: 15% per l’Unione Europea (che ora si ritrova il problema delle vaghe promesse fatte da von der Leyen alla Casa Bianca, che figurano però come impegni cogenti nel decreto trumpiano; altrimenti raddoppiano le tariffe), il Giappone e la Corea del Sud, mentre Filippine, Vietnam, Indonesia e forse anche Taiwan hanno raggiunto accordi preliminari con l’amministrazione, fissando i loro dazi tra il 19% e il 20%.

Bastonate peggiori con il 41% per la Siria, il 40% per il Myanmar, ancora coinvolto in un conflitto, il Laos affronterà anch’esso una tariffa del 40%, mentre l’Iraq sarà soggetto a un’imposta del 35%. Anche partner commerciali più grandi, come la Svizzera, vedranno un notevole aumento delle tariffe (fino al 39%). Stesso livello, all’incirca, per il Brasile, da punire perché guidato da Lula anziché dall’amico Bolsonaro (che fra l’altro rischia ora anche la galera per tentato golpe).

Come si vede, il trattamento non riguarda tanto o solo lo “squilibrio commerciale” ma anche l’allineamento o meno con le scelte ondivaghe, ancorché “strategiche” di Washington. Senza alcuna certezza di durata, perché un nuovo “ordine esecutivo” può essere emesso con la stessa velocità, nell’identica logica arbitraria, basata sul puro rapporto di forza.

L’obiettivo economico dichiarato è la riduzione del deficit commerciale e di conseguenza anche una riduzione dell’immenso debito pubblico statunitense. I primi calcoli a spanne parlano di maggiori entrate annuali per il fisco Usa intorno ai 450 miliardi di dollari, contro i 77 miliardi del 2024, con un indiretto aumento del pil pari all’1,25% (senza produrre fisicamente alcunché in più, va sottolineato). Questo gettito dovrebbe contribuire a ridurre il deficit fiscale statunitense leggermente al di sotto del 7% del pil nel prossimo anno. Comunque una cifra enorme, ma che consente di cercare (e trovare, pare) accordi bipartisan con i sedicenti “democratici” sull’ulteriore riduzione delle tasse per i più ricchi.

Ricapitolando: l’Imperatore impone ai vassalli mondiali (ed anche a tutti i cosiddetti “partner” membri delle varie alleanze militari) di pagare loro gli squilibri sempre meno gestibili del modello economico Usa. Un po’ meno i più fedeli, un po’ di più quelli troppo “autonomi”. Ma in totale si tratta solo di 67 paesi. Gli altri o sono da sempre fuori dai circuiti controllati dagli States o troppo forti per essere “ricondotti all’ovile”.

Anche all’interno di questo ventaglio un po’ ridotto sono fortissime le differenze economiche e politiche, ma soprattutto è plateale la richiesta in sé – esigere “tributi” dalle province dell’Impero – a rompere il consolidato equilibrio che aveva retto tutto il secondo dopoguerra.

È insomma chiarissimo che tutti i “vassalli e valvassini” saranno obbligati a cercare vie alternative per confermare o migliorare il proprio status economico. E per quanto l’eventualità sia prevista – è stata introdotta una clausola contro il cosiddetto «trans-shipping»: qualsiasi merce che la U.S. Customs ritenga essere stata spedita da un Paese terzo (spesso la Cina) per aggirare dazi più alti, sarà automaticamente tassata al 40%, così come i “dazi secondari” per chi commercia anche con paesi “nemici” degli Stati Uniti – questa massa di vincoli innescherà ovunque una differente dialettica politica interna e scontri sociali di dimensioni al momento imprevedibili.

Anche per chi sembra essersela cavata con meno – il 15% di UE, Giappone, ecc. – le cose non saranno semplici, perché “lo sconto” è ampiamente compensato dall’obbligo di acquistare energia e armi dagli Usa (900 miliardi di dollari per la UE), nonché di investire direttamente negli States (600 miliardi europei e 550 giapponesi).

Una dinamica che anche ad un primo calcolo vede cadere le previsioni di crescita almeno dell’1% annuo (per economie stagnanti come UE e Giappone significa probabilmente recessione).

Ma rompere definitivamente “le regole” che sembravano imposte sulla base di trattati internazionali, e benedette come “massima razionalità economica”, è una mossa rischiosissima. Viene ad interrompersi quella catena di conseguenze che permetteva a tutte le imprese di tutti i paesi di inchiodare i rispettivi movimenti operai e popolari al refrain del “non c’è alternativa” al sacrificio dei salari per far sviluppare “il paese” (in realtà soltanto i profitti, come vediamo in Italia con la famiglia Agnelli).

“Politicizzare” l’economia, insomma, sostituire “l’ordine fondato sulle regole” (infami, sbagliate, da rapina legalizzata ecc.) con l’arbitro basato sulla forza, è un’arma a doppio taglio. Così come abolire l’Onu, gli organismi e la legalità internazionale. O hai la possibilità materiale concreta di stabilire una “dittatura planetaria”, gestendo ogni cosa con l’improvvisazione, oppure stai alzando un macigno che ti ricadrà sulla testa.

E un impero indebitato, che ha bisogno di “entrate straordinarie” dai propri alleati e non, non è proprio nella posizione di riuscire in tanta impresa.

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01/08/2025

Tutti in fila per i fondi per il riarmo europeo. Indebitarsi per la guerra

Sono diciotto gli stati della UE che hanno presentato richieste di prestiti emessi dalla Commissione europea (Safe) per finanziare i progetti di riarmo: tra questi figura, ovviamente, l’Italia e questo nonostante fino a poco tempo fa il ministro dell’economia Giorgetti storcesse il naso davanti alla prospettiva di indebitarsi ulteriormente per finanziare il riarmo militare.

Gli altri Stati UE che intendono accedere ai fondi Safe sono: Belgio, Bulgaria, Cechia, Estonia, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Finlandia.

La Commissione Europea ha previsto di raccogliere fino a 150 miliardi di euro sui mercati attraverso il programma che consente agli Stati membri di finanziare insieme le acquisizioni nel settore della difesa.

Per ottenere i prestiti Safe i progetti di acquisto di armamenti devono includere una preferenza europea, vale a dire che circa due terzi del valore dei sistema d’arma da acquistare devono essere generati in uno Stato UE, in Ucraina o in un Paese dello Spazio economico europeo/Associazione europea di libero scambio. Un bel problema visto che la recente capitolazione della UE nella trattativa sui dazi con gli USA prevede l’acquisto di armamenti dagli Stati Uniti per centinaia di miliardi di dollari.

Altri Paesi terzi sperano di poter partecipare allo stesso livello preferenziale, a partire dal Regno Unito e dal Canada, ai quali in tal caso verrebbe richiesto un accordo bilaterale per contribuire al fondo comune di finanziamento.

Un’altra condizione per accedere al Safe è che i progetti debbano riguardare capacità prioritarie, per esempio munizioni, droni e sistemi anti-drone, difesa aerea e mobilità militare.

Alcuni Stati membri, per i quali l’aumento delle spese militari è un argomento politicamente controverso, potrebbero decidere di accendere prestiti ma solo per finanziare acquisizioni per l’Ucraina. Altri Paesi, come la Germania, hanno invece dichiarato che potrebbero aderire ai progetti di approvvigionamento comuni ma finanziandoli attraverso le proprie casse.

Il totale dei fondi Safe richiesti ammonta a 127 miliardi di euro, rimborsabili in 45 anni. È bene ricordare che Safe è solo la quota minore del piano ReArmEu, stimato in 800 miliardi di euro, che dovrebbe venire principalmente dall’uso della clausola nazionale di salvaguardia, vale a dire la scelta dei singoli Stati membri di investire nelle spese militari a deficit, sforando per questo capitolo anche il rapporto del 3 per cento del Pil fissato dal Patto di Stabilità.

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27/07/2025

La strategia globale dietro i dazi statunitensi secondo Stephen Miran

di Domenico Moro

I dazi stanno caratterizzando la seconda presidenza di Donald Trump. Tuttavia, il presidente sui dazi ha un comportamento ondivago, minacciando e sospendendo le tariffe per poi aumentarle o diminuirle.

Se vogliamo capire le cause profonde dei dazi e del comportamento ondivago di Trump dobbiamo staccarci dal contingente e cercare di capire qual è la strategia complessiva. A questo proposito, dobbiamo fare riferimento a Stephen Miran, che della politica dei dazi è lo stratega e che è attualmente il presidente del Council of Economic Advisor, un organismo interno all’Ufficio Esecutivo del Presidente degli Stati Uniti, il cui compito è dare consigli al presidente su temi economici. Durante la prima amministrazione Trump, Miran è stato consigliere senior del Ministero del Tesoro e successivamente stratega senior per Hudson Bay Capital Management, un grande investitore istituzionale all’interno del Trump Media & Technology Group, che gestisce anche la piattaforma Truth Social.

In particolare, dobbiamo fare riferimento a un testo di Miran che rappresenta il manifesto della politica dei dazi, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (Guida utente alla ristrutturazione del sistema commerciale globale), che è stato pubblicato da Hudson Bay nel novembre del 2024 in contemporanea con la vittoria di Trump.

Introduzione

Cominciamo, quindi, a vedere cosa dice questo testo. Miran inizia imputando alla sopravvalutazione del dollaro la ragione del deficit commerciale con l’estero e del declino della manifattura statunitense. Miran si propone di individuare gli strumenti per ovviare a questi problemi. Lo strumento unilaterale più importante sono i dazi, che, contrariamente a quanto sostiene l’opinione comune, non necessariamente aumentano l’inflazione. Infatti, quando nel 2018-2019, durante il primo mandato Trump, furono alzati i dazi non ci furono apprezzabili aumenti dell’inflazione, anche perché i dazi furono controbilanciati dal rafforzamento del dollaro.

Un altro strumento è l’abbandono della politica del dollaro forte. La sopravvalutazione del dollaro, da una parte, ha creato deficit commerciali sempre più ampi e, dall’altra parte, ha penalizzato la manifattura statunitense, favorendo il settore finanziario. Questo non significa, però, abbandonare il ruolo del dollaro come valuta di riserva, ma che bisogna trovare dei modi per trattenere negli Usa una parte dei benefici che le altre nazioni ricevono dalla fornitura di riserve valutarie. Alla condivisione dei costi per la fornitura degli asset di riserva si deve aggiungere anche quella dei costi dell’ombrello di sicurezza che gli Usa forniscono ai loro alleati.

Le basi teoriche

Miran collega il declino della manifattura statunitense, dovuto alla sopravvalutazione del dollaro, al degrado delle comunità dove prima esistevano centri industriali. A seguito della deindustrializzazione, molte persone diventano dipendenti dall’elemosina di stato e dalle droghe o sono costrette a spostarsi verso luoghi più prosperi. Inizialmente si era stimato che fossero stati perduti 2 milioni di posti di lavoro, ma sono stati persi anche molti posti di lavoro che, pur non essendo manifatturieri, dipendevano dalla manifattura. La perdita della manifattura incide anche sulla sicurezza statunitense, evidenzia Miran, dal momento che il settore manifatturiero è necessario per contrastare l’ascesa non solo economica ma anche militare della Cina e della Russia: “Se non si hanno catene produttive con le quali produrre armi e sistemi difensivi, non si ha neppure sicurezza nazionale. Come il presidente Trump ha sostenuto: Se non hai acciaio, non hai un paese”[i].

Ma, si chiede Miran, perché il dollaro non si svaluta in presenza di forti deficit commerciali, permettendo così il riequilibrio della bilancia commerciale? Normalmente, le valute dovrebbero adattarsi nel lungo periodo alla bilancia commerciale: se un paese registra un deficit commerciale prolungato la sua valuta si deprezza, facendo sì che le esportazioni aumentino e le importazioni diminuiscano, in modo da riequilibrare la bilancia commerciale. Un altro aspetto importante è la concezione di equilibrio finanziario. Secondo questa concezione, le valute si aggiustano fino a spingere gli investitori a detenere asset denominati in differenti valute.

Questi meccanismi, però, non funzionano se la valuta nazionale è un asset di riserva globale come nel caso del dollaro. Dal momento che gli Usa forniscono asset di riserva al mondo, la domanda di dollari e di titoli di stato statunitensi (USTs) non è dipendente né dal saldo commerciale né dalla ottimizzazione dei guadagni finanziari. Questi asset vengono detenuti a livello globale più per ragioni politiche che per l’ottimizzazione dei guadagni. Come affermò l’economista belga Robert Triffin, gli asset di riserva sono una funzione del commercio e del risparmio globale, non della bilancia commerciale o dei rendimenti dei titoli del paese che detiene la valuta mondiale.

Gli Usa, dunque, sopportano tale deficit non perché importano troppo, ma importano troppo a causa del fatto che devono esportare USTs per fornire asset di riserva e facilitare la crescita globale. Il deficit è tanto più difficile da sopportare quanto più il Pil degli Usa si riduce in rapporto a quello globale. Sempre secondo Triffin, arriva il punto in cui lo squilibrio economico diventa così ampio da minare lo status di moneta di riserva internazionale. Gli Usa, però, malgrado la loro quota del Pil mondiale si sia dimezzata dal 40% degli anni ’60 al 26% attuale, sono ancora lontani da questo pericolo, perché non ci sono alternative al dollaro, né da parte dello yuan renmimbi cinese, che non soddisfa i criteri richiesti da una valuta internazionale, come la piena convertibilità, né da parte dell’euro, visto che l’economia della zona-euro si è ridotta negli ultimi decenni più di quella degli Usa.

Di fronte alla riduzione relativa dell’economia statunitense, l’attuale assetto dei dazi – il 3% medio, contro il 5% alla Ue e il 10% alla Cina – risulta calibrato sulle caratteristiche di un’epoca molto diversa da quella attuale, in cui gli Usa si dovevano assumere l’onere di rilanciare l’economia europea e giapponese dopo la guerra e creare alleanze contro l’URSS.

Miran, a questo punto, individua le conseguenze dell’essere nazione detentrice di asset di riserva.

- La possibilità di prendere a prestito a buon mercato. In realtà, non necessariamente gli Usa prendono a prestito in modo più economico degli altri paesi, ma possono prendere a prestito di più senza che il tasso d’interesse si spinga più in alto.

- Una valuta più forte. La domanda di riserve spinge in alto il dollaro, molto più di quanto dovrebbe in base alla bilancia commerciale, sopravvalutandolo. Questo accade soprattutto in periodi di crisi, perché gli investimenti in dollari sono quelli più “sicuri”. Per questo l’occupazione nella manifattura declina drasticamente negli Usa durante una recessione, senza che si riesca a recuperarla nella fase di ripresa.

- Extraterritorialità finanziaria. Avere la valuta di riserva permette agli Usa di esercitare la loro volontà nella politica estera e di sicurezza usando la forza finanziaria anziché quella militare. Di fatto, le sanzioni, che gli Usa infliggono in tutto il mondo, grazie al fatto di essere detentori della valuta di riserva, sono una forma moderna di blocco navale.

Quindi, lo status di valuta di riserva offre solo un piccolo vantaggio in termini di economicità del prestito e un grosso svantaggio, in termini di sopravvalutazione del dollaro che erode la competitività delle merci statunitensi, compensato in parte, però, dal vantaggio geopolitico della possibilità di infliggere sanzioni. Ma gli Usa, in cambio dello status di valuta mondiale, forniscono alle democrazie liberali, oltre a un vasto mercato per le loro esportazioni manifatturiere, anche un altro servizio, l’ombrello difensivo militare. Deficit commerciali e difesa sono, quindi, legati attraverso la moneta. Tale situazione diviene più gravosa per gli Usa, dal momento che, riducendosi il loro peso relativo sull’economia mondiale, il deficit delle partite correnti cresce e la capacità di produrre equipaggiamenti militari viene meno. Per tutte queste ragioni negli Usa, sostiene Miran, c’è un crescente consenso a mutare le relazioni che li legano al resto del mondo.

Se gli Usa vogliono mutare lo status quo, allora devono trovare delle soluzioni. Generalmente soluzioni unilaterali hanno più probabilità di provocare effetti indesiderati, come la volatilità di mercato. Soluzioni multilaterali sono, invece, molto difficili, forse impossibili, da implementare, anche se, coinvolgendo nelle decisioni anche i paesi stranieri, aiutano a ridurre la volatilità. Il dollaro è asset di riserva non solo perché fornisce stabilità, liquidità, ampiezza di mercato e dominio della legge, ma anche perché gli Usa possono proiettare la forza militare in tutto il mondo, modellando e difendendo l’ordine globale. L’intreccio tra status di valuta di riserva e sicurezza nazionale è storia di lunga data.

I dazi e le politiche valutarie permettono, secondo Miran, di migliorare la competitività della manifattura riallocando produzione e posti di lavoro negli Usa. I dazi non sono diretti a reinternalizzare quei settori per i quali altri paesi – ad esempio il Bangladesh nel tessile – hanno un vantaggio comparato, ma a preservare il vantaggio competitivo degli Usa nelle produzioni ad alto valore aggiunto. Inoltre, dal momento che le politiche commerciali e quelle di sicurezza sono intrecciate, i dazi tenderanno a difendere impianti industriali necessari alla sicurezza nazionale, il cui ambito va inteso in modo allargato, includendo ad esempio prodotti come i semiconduttori e i farmaci.

L’obiettivo non è quello di eliminare lo status di valuta di riserva del dollaro, per difendere il quale Trump ha minacciato di alti dazi quei paesi che dovessero abbandonarlo, ma quello di condividere con gli alleati il peso della fornitura di asset di riserva e dell’ombrello di difesa.

I dazi

Miran, inizialmente, si pone il problema della misura in cui i dazi sono controbilanciati dall’apprezzamento della valuta. Se il tasso di cambio e i dazi si compensano quasi completamente, i dazi non provocano alcun aumento dell’inflazione, ma non si verifica un ribilanciamento commerciale. Viceversa, se il tasso di cambio non compensa i dazi, le importazioni del paese sottoposto a dazi diventano più costose e, di conseguenza, ci sarà un qualche ribilanciamento dei flussi commerciali, ma anche prezzi più alti. Quindi, la scelta è tra bassa inflazione e riequilibrio commerciale. L’unico aspetto che non cambia nei due casi, è che i dazi generano importanti entrate fiscali.

La storia recente, come quella dei dazi imposti nella prima amministrazione Trump alla Cina, dimostra, secondo Miran, che non si verifica una crescita apprezzabile dell’inflazione, dal momento che lo yuan renmimbi all’epoca si deprezzò rispetto al dollaro del 13,7%, compensando gran parte dell’aumento dei dazi al 17,9%. Nel caso in cui la compensazione valutaria non si attui, i prezzi si alzeranno a seguito dei dazi e i consumatori ne sopporteranno il peso. Tuttavia, col tempo, gli alti prezzi incentiveranno una riconfigurazione delle catene di fornitura, i produttori statunitensi miglioreranno la competitività, vendendo di più sul mercato nazionale, e gli importatori saranno incentivati a trovare alternative ai prodotti importati che sono sottoposti ai dazi.

Diversa dal mercato delle merci è la situazione del mercato finanziario. Mentre riduce la volatilità dei prezzi al consumo, la compensazione valutaria può implicare una maggiore volatilità nei mercati finanziari, almeno nel breve periodo. Tuttavia, rileva Miran: “Ciò che importa è se c’è un effetto duraturo derivante dai dazi, visto che, come ogni investitore sa, le iniziali risposte del mercato spesso si annullano e vengono invertite col tempo.”[ii]

La più potente variabile finanziaria per spiegare le variazioni valutarie dei mercati azionari è lo spread dei tassi d’interesse. Nel periodo della guerra commerciale il vantaggio nei rendimenti dei titoli di stato Usa declinò da circa il 2% del gennaio 2018 a circa l’1,5% al momento dell’armistizio nella guerra commerciale nel settembre 2019, malgrado la Banca centrale statunitense avesse aumentato i tassi nel 2018. Rendimenti declinanti possono rendere più difficile l’apprezzamento del dollaro e, quindi, non compensare l’aumento delle tariffe. Tuttavia, Miran ritiene che la compensazione valutaria si realizzi nella prossima tornata di dazi.

Miran, a questo punto, volge la sua attenzione alle modalità di implementazione dei dazi. Un forte e improvviso aumento dei dazi può aumentare la volatilità dei mercati. Ma già nella prima presidenza Trump l’introduzione dei dazi avvenne in modo graduale: “Dal momento che i dazi sono uno strumento di negoziazione, il presidente fu volubile nella loro implementazione – l’incertezza riguardo a se, quando, e quanto aumenta la leva in una negoziazione, attraverso la creazione di paura e di dubbio.”[iii] Un tale approccio graduale aiuterà le imprese a ridefinire le catene di fornitura, facilitando lo spostamento delle produzioni al di fuori della Cina.

Un altro aspetto importante della implementazione dei dazi nel secondo mandato di Trump sarebbe la segmentazione dei vari paesi in differenti gruppi con dazi diversificati a seconda del rapporto che hanno con gli Usa, anche e soprattutto sul piano della difesa. Infatti, “I paesi che vogliono stare all’interno dell’ombrello di sicurezza devono stare anche all’interno dell’ombrello del commercio equo. Un tale strumento può essere usato per fare pressioni su altre nazioni affinché si uniscano ai nostri dazi contro la Cina, creando un approccio multilaterale ai dazi.”[iv] In questo modo, creando un muro globale di dazi attorno alla Cina, aumenterà la pressione su quest’ultima a riformare il suo sistema economico.

C’è, inoltre, la questione del rapporto tra dazi e tassazione. Secondo Miran la riduzione delle imposte, ad esempio sul lavoro, è uno strumento per generare investimenti e lavoro negli Usa, specie se finanziata con i dazi sulle importazioni estere. Le conseguenze economiche di un incremento dei dazi potrebbero essere meno problematiche di un incremento delle imposte sui redditi e sui capitali. Il fatto che i dazi prima aumentino il benessere e poi lo diminuiscano, implica l’esistenza di un tasso dei dazi “ottimale”, al livello del quale un paese ha ottenuto tutto il possibile beneficio e un dazio più alto riduce il benessere. Il dazio ottimale, secondo Miran, è per gli Usa al 20%. Altra questione è l’eventuale rappresaglia dei paesi a cui gli Usa impongono i dazi, che può portare a una escalation ben al di là dei dazi ottimali. Tuttavia, gli Usa, dal momento che sono di gran lunga la maggiore fonte di domanda mondiale con un forte mercato dei capitali, possono resistere a una escalation più della Cina.

Un altro deterrente nei confronti di ritorsioni sui dazi è la minaccia di dichiarare meno vincolanti gli obblighi di mutua difesa, non garantendo più l’ombrello nucleare statunitense. Ad esempio, se l’Europa impone dei contro-dazi alle importazioni dagli Usa, ma nello stesso tempo aumenta le spese militari, ciò permette agli Usa di alleviare il carico per la sicurezza globale e “di concentrarsi maggiormente sulla Cina che è di gran lunga la più grande minaccia per l’economia e la sicurezza nazionale dell’America di quanto lo sia la Russia, e questo generando allo stesso tempo entrate.”[v]

Ad ogni modo, i dazi sono uno strumento per alzare le tasse sugli stranieri in modo da mantenerle basse sugli statunitensi e per evitare che il prolungamento della riduzione delle imposte sui redditi si traduca in nuovo debito pubblico.

Le valute

Alla sopravvalutazione del dollaro si può rispondere, oltre che con i dazi, rivalutando le valute dei partner commerciali. Le politiche valutarie, però, presentano il problema di rendere meno attrattivi gli asset in dollari agli occhi degli investitori stranieri. Una svalutazione del dollaro potrebbe causare un flusso in uscita su larga scala dal mercato dei titoli di stato statunitensi, che darebbe luogo ad un innalzamento dei rendimenti sul lungo periodo. Ciò si scaricherebbe negativamente su diversi settori dell’economia, a partire dall’edilizia.

Tale rischio aumenterebbe nel caso in cui l’inflazione rimanesse elevata e la banca centrale statunitense (Fed) decidesse di innalzare i tassi d’interesse. Per questa ragione sarà importante per l’amministrazione Trump coordinare la politica valutaria con una politica regolatoria ed energetica deflazionistica. Inoltre, una porzione significativa delle vendite delle imprese tra le prime 500 S&P avviene all’estero e quelle vendite hanno più valore quando il dollaro si deprezza.

Storicamente gli accordi valutari multilaterali sono stati la via principale per guidare i cambiamenti intenzionali del tasso di cambio del dollaro. Uno di questi fu l’accordo del Plaza nel 1985, quando gli Usa, d’accordo con Francia, Regno Unito, Germania Occidentale e Giappone, coordinarono l’indebolimento del dollaro. Oggi le valute più importanti, oltre al dollaro, sono l’euro e lo yuan cinese, ma ci sono poche ragioni per aspettarsi che Europa e Cina siano d’accordo a rafforzare le loro valute. Secondo Miran, è possibile che Europa e Cina diventino più malleabili dopo una serie di dazi punitivi e accettino qualche forma di accordo valutario in cambio di una riduzione dei dazi. Miran propone di chiamare un accordo di questo tipo come l’accordo “Mar-a-Lago”, dal nome della residenza di Trump in Florida.

Le differenze tra oggi e il 1985 sono, però, molte. A partire dall’entità del debito pubblico statunitense, all’epoca al 40% del Pil oggi al 120%, il che pone maggiori problemi di gestione dell’aumento dei rendimenti dei titoli di stato. La soluzione sarebbe quella di motivare la riduzione dei tassi con la necessità di finanziare la fornitura da parte degli Usa dell’ombrello di sicurezza. In questo modo, i paesi partner saranno incentivati a cambiare i loro USTs a breve termine con USTs centenari. La scadenza più lunga aiuterà a ridurre i rendimenti e la volatilità del mercato finanziario. Quindi, con un solo accordo si raggiungono più obiettivi: ridurre il valore del dollaro, riducendo così il deficit commerciale, e condividere con gli stranieri il costo della sicurezza militare.

Tutto questo funziona se i paesi partner coinvolti hanno asset in dollari da vendere per ridurre il valore del dollaro. A differenza del 1985 oggi le riserve di USTs non sono collocate in Europa ma in Medio Oriente e in Asia orientale specialmente in Cina, Giappone e Arabia Saudita. Questi paesi sarebbero meno disponibili a soddisfare le richieste degli Usa rispetto agli europei del 1985. Pertanto, sarebbe bene che gli strumenti valutari siano usati dopo i dazi, che forniscono una leva ulteriore nella negoziazione.

Molti a Wall Street pensano che non ci possano essere approcci unilaterali alla svalutazione del dollaro, perché questa richiederebbe il taglio dei tassi d’interesse da parte della Fed, cosa che non sembra possa accadere così facilmente. In realtà, questo non è vero, perché c’è una serie di strumenti che si possono utilizzare. Uno di questi è l’International Emergency Economic Power Act (IEEPA) del 1977. Se la causa della sopravvalutazione del dollaro è la domanda di asset di riserva, si può usare la IEEPA per diminuirla, per esempio con una user fee (tassa dell’utilizzatore), trattenendo una parte del pagamento degli interessi su quei titoli.

Questo, però, potrebbe determinare una fuga dal dollaro, picchi dei tassi d’interesse e limitazioni al potere di extraterritorialità. Per evitare tali problemi si può partire con una modesta user fee, per poi trovare col tempo il “giusto” livello, e differenziarla a seconda dei paesi, come già fatto con i dazi, aumentando la user fee agli avversari geopolitici come la Cina, ad esempio, e, infine, assicurarsi la cooperazione volontaria della Fed. A questo proposito, è decisivo che il mandato “duale” della Fed sia un mandato triplo: massima occupazione, prezzi stabili e tassi di interesse moderati sul lungo termine. L’ultimo di questi impegni consente di intervenire se i tassi di interesse raggiungono il picco come risultato della politica valutaria.

Un altro approccio unilaterale è il rafforzamento delle valute estere, attraverso la vendita di dollari e l’acquisto di valute estere. In questo caso, un rischio è rappresentato dall’inflazione che può essere generata dalla emissione massiccia di dollari da parte della Fed per acquistare valuta estera. In questo caso la Fed può operare per una sterilizzazione dell’intervento che sosterrà il dollaro e contrasterà alcuni effetti delle vendite. Per queste ragioni gli economisti si sono detti scettici a usare questo mezzo per intervenire sulla valuta. Dunque, molto dipenderà dal contesto in cui questa politica viene adottata: nel contesto di una bassa inflazione c’è margine per una contenuta sterilizzazione.

Considerazioni su mercato e volatilità

Secondo Miran, il presidente Trump nel suo secondo mandato potrà concentrarsi sui suoi obiettivi centrali: reindustrializzazione, rivitalizzazione della manifattura e miglioramento della competitività internazionale. Sui dazi Trump ha fatto una discreta esperienza nel suo primo mandato, mentre intervenire sulla politica monetaria sarebbe una cosa nuova.

Per questa ragione, riguardo alle politiche valutarie bisogna essere più cauti che con le politiche sui dazi, e aspettare che inflazione e deficit siano bassi, per evitare aumenti dei tassi d’interesse che potrebbero accompagnarsi a un mutamento della politica sul dollaro, e soprattutto aspettare un avvicendamento alla guida della Fed che ne garantisca la volontaria cooperazione. Dal momento che una bassa inflazione è necessaria per permettere alla Fed di tagliare i tassi, si dovrà ricorrere a politiche strutturali, attraverso liberalizzazioni dell’offerta, deregolamentazioni e riduzione dei prezzi dell’energia.

Gli approcci valutari unilaterali presentano maggiori rischi di volatilità. Senza l’assistenza della Fed nel fissare un tetto ai rendimenti, e senza la disponibilità dei detentori stranieri dei USTs a rinegoziare la durata del debito, una amministrazione ha poche opzioni per stabilizzare i rendimenti.

Per queste ragioni un approccio multilaterale per rafforzare le valute sottovalutate può aiutare a contenere la volatilità indesiderata. Un accordo in cui i partner commerciali degli Usa tramutino le riserve in loro possesso in USTs di lunghissima durata allevierà la pressione del rifinanziamento sul Tesoro, migliorerà la sostenibilità del debito, e rafforzerà il concetto che fornitura di asset di riserva e dell’ombrello di difesa sono intrecciate. In questo modo, il valore del dollaro e i rendimenti sul lungo periodo possono scendere insieme.

In tutti i possibili scenari ci sono delle conseguenze comuni. In primo luogo, si attua una netta demarcazione tra amici, nemici e neutrali. Gli amici sono quelli che stanno dentro l’ombrello di sicurezza ed economico, condividendone i costi. Chi sta al di fuori dell’ombrello di sicurezza si troverà anche fuori da intese commerciali amichevoli. In secondo luogo, l’espulsione di paesi esteri dalla copertura dell’ombrello di sicurezza Usa può portare a un aumento della percezione di pericolo e, quindi, all’aumento dei premi per il rischio per gli asset di quei paesi. In terzo luogo, si verificherà un aumento della volatilità sui mercati valutari. In quarto luogo, si intensificheranno gli sforzi per trovare una alternativa al dollaro. A tal proposito, Miran è convinto che continueranno a fallire sia i tentativi di internazionalizzare lo yuan sia quelli di creare una valuta dei Brics, ma, invece, è possibile che si rafforzino l’oro e le criptovalute.

Le conclusioni di Miran

Miran ribadisce che il suo è un tentativo di individuare dei sistemi per ovviare al deficit commerciale e pubblico, evitando effetti collaterali indesiderati. L’opinione di Wall Street secondo cui non si può modificare volutamente il valore del dollaro è falsa. Ci sono molti modi, unilaterali e multilaterali, l’importante è minimizzare la conseguente volatilità. Ad ogni modo, è altamente probabile che i dazi, essendo un importante strumento negoziale, vengano usati prima di ogni strumento valutario. Pertanto, è probabile che il dollaro si rafforzi, prima di invertire il suo andamento, sempre che lo faccia. Miran conclude dicendo che “C’è una strada attraverso la quale l’amministrazione Trump può riconfigurare il commercio e i sistemi finanziari globali a beneficio dell’America, ma questa strada è stretta e richiederà attenta pianificazione, esecuzione precisa e attenzione alle azioni da intraprendere per minimizzare le conseguenze avverse.”[vi]

Le nostre conclusioni

La lettura del testo di Miran è molto interessante, perché combacia in gran parte con quanto ha fatto e detto fino ad ora Trump, spiegandone la logica interna e inquadrandola nella ridefinizione dei rapporti tra Usa e resto del mondo, a partire dagli alleati. Il che, dato che gli Usa sono la maggiore economia e il maggiore compratore mondiale, implica, come Miran anticipa già nel titolo, la ristrutturazione del sistema di commercio globale.

L’aspetto che più colpisce è che Miran veda il ruolo del dollaro di valuta di riserva internazionale e il ruolo degli Usa di potenza militare garante dell’ordine mondiale come un servizio che generosamente gli Usa offrono agli altri paesi. Un servizio che costa agli Usa la deindustrializzazione, un largo deficit commerciale e un enorme debito federale. Gli altri paesi sono, dunque, degli scrocconi, come hanno più volte affermato Trump e il suo vice-presidente, J.D. Vance, in riferimento all’Europa, la quale beneficerebbe gratuitamente dell’ombrello di sicurezza e del mercato statunitense.

Il fatto, però, è che l’interpretazione di Miran rovescia la realtà effettiva delle cose. La deindustrializzazione è soprattutto un prodotto delle logiche interne del modo di produzione capitalistico e in particolare della caduta tendenziale del saggio di profitto. Le corporation giganti degli Usa hanno spostato una parte considerevole della produzione all’estero, perché all’estero – in Messico, in Cina e nell’Asia orientale – i profitti erano maggiori e il costo del lavoro più basso. La sopravvalutazione del dollaro certamente ha inciso, ma in misura più limitata di quanto Miran sostiene.

Ma l’aspetto più importante è che il dollaro e il suo ruolo di valuta di scambio commerciale e di riserva mondiale non sono un peso bensì l’“esorbitante privilegio” degli Usa, come sostenne l’ex presidente francese Giscard d’Estaing. È tale privilegio che gli ha permesso di finanziare il doppio debito, commerciale e pubblico, semplicemente stampando dollari. Le enormi spese militari sono funzionali a imporre in modo coercitivo l’egemonia statunitense e lo stesso ruolo internazionale del dollaro. Non è, quindi, un caso che il segretario statunitense del Tesoro, John Connally, affermasse che “il dollaro è la nostra valuta e il vostro problema” nel 1971, quando gli Usa resero il dollaro inconvertibile in oro, dandosi così la possibilità di indebitarsi a proprio piacimento.

Ma, se il dollaro è lo strumento che consente agli Usa di gestire il doppio debito, qual è la ragione dell’introduzione di forti dazi e di politiche orientare a svalutare il dollaro? La ragione, sempre seguendo il ragionamento di Miran, sta nel fatto che queste politiche contrastano le delocalizzazioni e favoriscono le rilocalizzazioni della manifattura. Infatti, dice sempre Miran, senza manifattura non c’è sicurezza nazionale, specialmente se questa è intesa in senso lato, come autonomia nelle produzioni strategicamente importanti, come quelle di acciaio, semiconduttori e farmaci. Del resto, la guerra in Ucraina ha messo a nudo le gravi insufficienze dell’industria bellica statunitense nel rifornire Zelensky di armi e munizioni, aggravate dall’aiuto che gli Usa contemporaneamente hanno offerto a Israele.

Una industria bellica più forte è necessaria perché – ed è questo l’altro punto importante del ragionamento di Miran – i rapporti di forza economici e politici si sono modificati negli ultimi anni. In particolare, la Cina è cresciuta fino al punto di diventare “di gran lunga la più grande minaccia per l’economia e la sicurezza nazionale dell’America di quanto sia la Russia”. Dal momento che la Cina ha una manifattura fortissima e ora anche tecnologicamente avanzata, gli Usa non possono permettersi di avere una manifattura debole e non all’avanguardia.

Un altro aspetto importante è rappresentato dalla sostenibilità del debito pubblico degli Usa e quindi dal livello dei tassi d’interesse sugli USTs. Come abbiamo visto, Miran, sempre nell’ottica di risolvere il deficit commerciale e rilanciare la manifattura, sostiene che il dollaro debba essere svalutato o, il che è lo stesso, debbano essere rivalutate le valute dei principali partner economici, a partire dallo yuan e dall’euro. Ora, il problema è che la svalutazione del dollaro rende meno attrattivi gli investimenti in dollari, compresi quelli negli USTs e ciò rialza i rendimenti. L’optimum per gli Usa sarebbe, invece, un dollaro svalutato e tassi d’interesse bassi sul debito pubblico.

Oggi, però, accade che il dollaro da inizio anno si è svalutato nei confronti delle principali valute del 13%, mentre i tassi d’interesse sul debito a 10 anni sono saliti dall’1,1% del 2021 a circa il 4,3% di luglio 2025. A questo si aggiunge, sotto la presidenza Biden, il maggiore aumento del debito pubblico mai registrato, ben 8,5 trilioni di dollari in più. La tendenza sotto Trump non sembra invertirsi, data l’entità del budget federale per il 2026, che, tra le altre ragioni, ha portato alla rottura tra Trump e Musk. L’aumento dei tassi e del debito pubblico hanno fatto esplodere la spesa netta per gli interessi: dai 658 miliardi di dollari del 2023 agli 880 del 2024 fino a oltre un trilione previsto per il 2025, cioè tre volte i livelli del 2020[vii].

Per queste ragioni, Miran sottolinea più volte la necessità che la Fed rispetti un triplice mandato, aggiungendo alla massima occupazione e ai prezzi stabili anche il perseguimento di tassi di interesse moderati sul lungo termine. Non è un caso che in questi ultimi mesi Trump abbia attaccato duramente il presidente della Fed, Jerome Powell, per non aver abbassato i tassi d’interesse. Sempre legata al tasso d’interesse sul debito federale, è la proposta di Miran di arrivare a un accordo, da lui chiamato accordo di Mar-a-Lago, con i partner economici per una svalutazione concertata del dollaro che contempli anche un passaggio da USTs a breve scadenza a USTs a lunghissima scadenza, che rendano per gli Usa meno oneroso il finanziamento del debito.

Ritorniamo, quindi, ai dazi, che, secondo il ragionamento di Miran, sono soprattutto un mezzo di negoziazione per imporre due obiettivi: svalutare il dollaro e finanziare il debito pubblico. I dazi possono essere messi e tolti o ridotti se gli altri paesi accettano le condizioni imposte dagli Usa, come l’apprezzamento delle loro valute, l’accettazione di acquistare debito a lunghissima scadenza e fare investimenti produttivi sul suolo americano. Un altro importante mezzo di negoziazione è la minaccia di togliere l’ombrello di sicurezza ai paesi che non rispettano le condizioni poste dagli Usa. Anche il comportamento ondivago sui dazi di Trump è spiegato da Miran con l’intenzione di aumentare la leva negoziale, creando dubbio e paura attraverso l’incertezza. In definitiva, i dazi, le politiche valutarie, l’ombrello di sicurezza, sono tutte espressioni di una politica ricattatoria con la quale gli Usa cercano di farsi finanziare dal resto del mondo, inclusi i loro alleati. Si tratta di un comportamento parassitario, basato sull’accumulazione per espropriazione tipico della fase imperialista del capitalismo.

A questo punto viene naturale chiederci: le politiche ipotizzate da Miran avranno successo? È una domanda importante, perché in caso di successo o di insuccesso il mondo davanti al quale ci troveremmo nei prossimi decenni potrebbe essere molto diverso. È, però, una domanda a cui è difficile rispondere oggi, dopo solo sei mesi di amministrazione Trump, anche perché le variabili da considerare sono molte.

Possiamo, però, azzardare alcune previsioni. Riguardo alla rilocalizzazione manifatturiera qualcosa già si sta muovendo, dal momento che le prime 10 multinazionali farmaceutiche, a fronte della prospettiva di alti dazi, hanno annunciato 316 miliardi di dollari di nuovi investimenti per rilocalizzazioni sul suolo statunitense[viii]. Un altro esempio, a questo proposito, è rappresentato dal Giappone, che, in cambio di una riduzione dei dazi al 15%, ha promesso 550 miliardi di dollari di investimenti negli Usa[ix]. A proposito dello status del dollaro, è possibile che la sua quota sulle riserve mondiali, attualmente al 57,74%[x], si eroda ulteriormente, anche perché l’uso spregiudicato che ne è stato fatto per infliggere sanzioni, e la tattica ondivaga di Trump sui dazi lo hanno indebolito. Dall’altro lato, i Brics stessi hanno riconosciuto che una loro valuta comune non è fattibile, ma allo stesso tempo hanno dichiarato di voler utilizzare sempre di più le loro valute nazionali come strumento di transazione commerciale internazionale. Del resto, questo accade già dall’inizio della guerra in Ucraina negli scambi di materie prime energetiche tra la Russia, da una parte, e Cina e India, dall’altra.

Ad ogni modo, come sostiene Miran, gli Usa hanno poco margine per politiche valutarie alternative se la Fed non taglia i tassi e soprattutto se a livello globale le condizioni poste dagli Usa non vengono accettate. È proprio questo il problema principale per gli Usa. Molta parte del mondo, quella che viene definita “Sud globale”, non sembra più disposta a sottomettersi all’Occidente e in particolare agli Usa. Questo vale soprattutto per la Cina e la Russia, ma vale anche per il Brasile e molti altri paesi. In particolare, Cina e Brasile hanno risposto a muso duro quando Trump ha minacciato dazi altissimi. La stessa espansione dei Brics dimostra la volontà di un numero sempre maggiore di Stati di trovare sedi di confronto e cooperazione alternative rispetto a quelle che gli Usa e l’Occidente collettivo hanno offerto nel passato.

Diversa è la situazione dell’Occidente collettivo, a cui appartengono l’Europa occidentale e il Giappone. I paesi che ne fanno parte sembrano quelli più permeabili alle politiche ricattatorie di Trump e disponibili a venirgli incontro, anche perché dal sistema economico globale, organizzato attorno agli Usa, traggono ampi benefici. Ne sono la prova la sottomissione registrata all’ultimo vertice Nato, quando l’Europa ha accettato di alzare la sua spesa militare a ben il 5% sul Pil, e la riluttanza della Ue a prospettare dei contro-dazi di risposta nei confronti di Trump, giustificata con il mantra “bisogna evitare una guerra commerciale con gli Usa”. Una guerra commerciale o meglio un confronto interimperialistico, si sarebbe detto un tempo, che in realtà è già in corso. A tal proposito, sembra che l’unità dell’Occidente sia un qualcosa cui Trump attribuisce un valore molto inferiore a quello che gli attribuisce la Meloni.

Note

[i] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, 24 November 2024 p.5.

[ii] Ibidem, p. 19.

[iii] Ibidem, p. 22.

[iv] Ibidem, p. 23.

[v] Ibidem, p.26.

[vi] Ibidem, p.38

[vii] Peter G. Peterson Foundation, What are Interest costs on the national debt? 14 July 2025. Committee for a responsible Federal Budget, Interest costs could explode from high rates and more debt, 20 May 2025.

[viii] Monica D’Ascenzo, “Effetto dazi sulla farmaceutica: 316 miliardi investiti negli Usa”, Il Sole24ore, 23 luglio 2025.

[ix] Stefano Strani, “Dazi, accordo Stati Uniti-Giappone: tariffe al 15% e Tokio investirà 550 miliardi negli Usa, Il Sole24ore, 24 luglio 2025.

[x] IMF data, Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves (Cofer), 2025 Q1.

Fonte

21/06/2025

Le guerre di Israele sono pagate dall'Occidente

Israele è una creazione coloniale e imperialista, e come tale non potrebbe sopravvivere senza i suoi padrini occidentali. Come spesso accade con i mostri del passato (quelli delle ‘missioni civilizzatrici’ che hanno prodotto il genocidio nelle Americhe, le mani mozzate nel Congo belga, e così via), spesso questi tornano nel presente con una ferocia tale da perderne il controllo.

Israele ha fatto precipitare l’intero Medio Oriente in guerra. Anzi, lo ha fatto ormai da un paio d’anni, e la sua ispirazione suprematista non ha ormai freni, nemmeno quelli di chi – l’imperialismo occidentale – ha sostenuto il sionismo per avere un presidio armato (e nucleare) nel mezzo di una regione dalla grande importanza strategica.

Eppure, basterebbe che USA e UE tagliassero i ponti e i finanziamenti per far finire tutto ciò. Se Israele continua a fare quel che fa è perché continua a ricevere sostegno diplomatico e, soprattutto, materiale da parte di Washington e delle capitali europee. Altrimenti, come potrebbe un paese come quello sostenere questa guerra continua?

Qualcuno ha provato a fare un paio di conti, e riteniamo utile riportarli. I primi due testi sono due post di Alessandro Volpi, Professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Pisa, mentre il terzo è un articolo di Andrea Muratore apparso su InsideOver. In poche righe, risulta evidente che la responsabilità di un Medio Oriente in fiamme è tutta nelle tasche della borghesia occidentale.

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Dove prende i soldi Israele? Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2025, lo Stato di Israele ha emesso obbligazioni destinate a finanziare la guerra – war bonds – per quasi 20 miliardi di dollari che sono state comprate da 7 banche: Goldman Sachs ne ha acquistate per 7,2 miliardi, Bank of America per 3,5, Citigroup per 2,9, Deutsche Bank per 2,5, Bnp Paribas per 2 miliardi, Jp Morgan per 700 milioni e Barclays per 500 milioni.

In sintesi, le banche delle Big Three e una manciata di banche europee hanno “investito” sulla guerra di Israele. Ad alcune società produttrici di armi israeliane è arrivato persino 1 miliardo di euro di fondi del programma europeo Horizon e, soprattutto, attraverso la società greca Intracom Defense, interamente posseduta dalla compagnia pubblica di armamenti israeliana, la Israeli Aerospace Industries ha potuto partecipare ai finanziamenti di ben 15 progetti europei.

Se si leggono le carte, è facile capire chi consente a Netanyahu di portare la guerra ovunque.

Alessandro Volpi

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Vorrei provare a fare una riflessione razionale, basata sui numeri. Israele ha un Pil di circa 500 miliardi di dollari, appena più grande di quello della Lombardia, ha sostenuto spese per le sue operazioni militari nel solo 2024 per quasi 70 miliardi, ha una spesa militare annua che è vicina al 9% del Pil ed ha entrate fiscali per circa 200 miliardi di dollari. Il rapporto deficit/Pil ha superato l’8% e il debito pubblico è salito di oltre 15 punti in due anni.

Dunque siamo di fronte ad un’economia molto piccola, con risorse limitate, che peraltro ha bisogno delle entrate del turismo e delle esportazioni verso l’Europa. Se il governo Netanyahu può permettersi di fare continue guerre, compresa l’ultima con l’Iran, è chiaro che può farlo non certo per le risorse interne di Israele.

Infatti, il debito pubblico israeliano è, in larga parte, nelle mani delle grandi banche e dei grandi fondi americani ed europei (nel caso italiano figura la partecipazione di Bper banca, ora impegnata nella scalata della Banca popolare di Sondrio!), mentre per la tenuta del bilancio sono decisivi gli aiuti americani, che nel 2024, durante la presidenza Biden, sono stati pari a quasi 20 miliardi di dollari, e le sovvenzioni a vario titolo provenienti dall’Europa, compreso il programma Horizon.

Con questi soldi Israele non sta facendo solo guerre, ma nel “lavoro sporco” è compreso il genocidio di Gaza. Alla luce di tutto ciò, è abbastanza evidente che, date le esigue risorse “proprie” dello Stato di Israele, la responsabilità di tutto quanto sta accadendo in Medio Oriente ha molto a che fare con il “libero” Occidente. Con una aggiunta, appunto, razionale.

La guerra all’Iran può essere la fonte di una nuova, colossale ondata inflazionistica, generata dai prezzi dell’energia in grado di impoverire in modo drastico il potere d’acquisto degli europei e delle europee, mentre, rispetto agli Stati Uniti, non sembra in alcun modo in grado di risollevarne le sorti economiche, come avvenuto in passato.

Se le crisi del 1973 e del 1979, infatti, videro una vera e propria corsa dei capitali mondiali verso gli Stati Uniti, considerati paese rifugio, oggi l’attacco all’Iran da parte di Israele ha aggravato le sorti del dollaro e del debito Usa, segnando la scomparsa, di fatto, dei petrodollari. L’Occidente è complice di una strage che finirà per aggravare le condizioni di vita soprattutto delle fasce più povere dei suoi paesi.

Alessandro Volpi

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725 milioni di dollari al giorno: la guerra all’Iran è un salasso economico per Israele

di Andrea Muratore

La guerra all’Iran sta costando molto a Israele, Paese andato in all-in contro la Repubblica Islamica e che, nonostante dei risultati militari significativi contro le forze armate, gli impianti nucleari e la catena di comando di Teheran, vede la sua offensiva sottoposta a numerosi vincoli. E tra questi quello di costo è tra i meno discussi ma forse più significativi.

I maxi costi di Israele nella guerra con l’Iran

C’est l’argent qui fait la guerre, e questo vale anche per Israele. Il brigadiere generale Re’em Aminach, ex direttore finanziario della Difesa israeliana, ha stimato parlando con Ynet un costo medio direttamente imputabile alla guerra pari a 725 milioni di dollari al giorno, dichiarando che “i costi indiretti, incluso l’impatto sul prodotto interno lordo, non possono essere misurati in questa fase”.

La voce di spesa più importante, ammontante a circa un terzo del totale, è quella della difesa antiaerea a più livelli che starebbe costando 285 milioni di dollari al giorno, con ogni missile del sistema Arrow che secondo la testata finanziaria israeliana The Marker costa 3 milioni di dollari.

Non a caso il Wall Street Journal calcola in 10-12 giorni il tempo massimo entro cui Israele potrebbe durare senza il sostegno Usa ai ritmi attuali di consumo e ai costi odierni prima di esaurire il suo arsenale. E del resto, in particolar modo sul fronte degli Arrow, delle carenze sono già segnalate.

Aggiungiamo, sulla base di una nostra valutazione, i costi dell’operatività dell’aeronautica. A un costo medio orario di 42mila dollari per operare in volo per gli F-35, di 27mila per gli F-16 e di circa 24mila per gli F-15 i caccia di Tel Aviv, se anche solo ognuno dei velivoli (66 F-15, 174 F-16 e 44 F-35) operasse giornalmente per una missione andata e ritorno dall’Iran, supponendo un totale di tre ore di volo complessive al giorno, la spesa sarebbe significativa. Parleremmo di 14,2 milioni di dollari per gli F-16, 5,5 milioni per gli F-35 e 4,8 milioni per gli F-15.

Un totale di 24,5 milioni di dollari al giorno di spese legate semplicemente all’operatività in volo e alla sua abilitazione a cui, ovviamente, andrebbero aggiunti i costi legati all’armamento e a eventuali modifiche di sistema, come i serbatoi aggiuntivi. Aminach stima in 593 milioni di dollari al giorno la spesa operativa non legata a movimenti interni, pagamento di stipendi, organizzazione dei riservisti e manovre logistiche, comprensiva della spesa per l’intercettazione antiaerea.

Le finanze pubbliche di Israele sotto pressione

I costi stimati da Aminach includono tutto quanto ha a che fare con l’operatività militare ma non tutto il resto, la voce di spesa forse più incisiva sul lungo periodo: i costi per far fronte ai danni dei missili iraniani, gli impatti sul sistema sanitario del ricoverare e curare i feriti, la pressione esercitata sull’economia avanzata di Israele, ad alta intensità tecnologica e con una forza lavoro estremamente qualificata, dalla necessità di tenere mobilitata un’ampia fetta della popolazione danneggiando i ritmi ordinari della produzione e del lavoro.

L’Economic Times ha scritto che ci saranno problemi sulle finanze pubbliche perché l’indebitamento di Tel Aviv ne sarà sicuramente impattato: “il Ministero delle Finanze israeliano aveva già fissato un limite massimo di deficit del 4,9% del Pil per l’anno fiscale in corso, pari a circa 27,6 miliardi di dollari”, in un contesto in cui il rimbalzo economico di Israele era già stato ridimensionato portando la crescita prevista dal 4,6% al 3,5% del Pil. 

Dopo Gaza l’Iran, un’economia di guerra pressante

Tutti questi dati non contavano la guerra con l’Iran, ma si limitavano a segnalare gli importanti impatti del conflitto a Gaza, stimati in 55,6 miliardi di dollari nel periodo 2023-2025 dalla Banca d’Israele contando solo i costi diretti ed espandibili fino a 400 miliardi di dollari sommando il rallentamento dell’attività produttiva e i costi futuri che lascerà in eredità. Ebbene, solo in termini di costi diretti basterebbero due mesi e mezzo di guerra ad alta intensità con l’Iran per pareggiare il risultato.

Il biennio bellico ha spinto le spese per la Difesa di Israele a 46,5 miliardi di dollari l’anno nel 2024, pari all’8,8% di un Pil superiore ai 500 miliardi. Tale dato è secondo solo a quello dell’Ucraina in guerra con la Federazione Russa e superiore anche a quello di Mosca (7,1%).

E Tel Aviv non ha messo in atto adeguate misure per difendere la finanza pubblica, la moneta nazionale, lo shekel, e sul lungo periodo i suoi fondamentali da un’economia di guerra in pieno sdoganamento e che rischia di lasciare cicatrici profonde. Il Ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, preferisce occuparsi di colonie in Cisgiordania e altri argomenti legati al nazionalismo più spinto. Ma sul lungo periodo deve guardare a finanze pubbliche che rischiano di scricchiolare sotto il peso dell’ambizione del governo di Benjamin Netanyahu.

Fonte

12/06/2025

La Francia senza soldi si arma lo stesso. Come? Non si sa

Francia tra storia, geografia e illusioni

«A marzo – scrive il Financial Times – Macron ha chiesto a Bayrou di elaborare delle opzioni per aumentare la spesa militare, mantenendo nel contempo le promesse di riduzione del deficit. Bayrou non lo ha fatto, affermando che sta ancora lavorando al bilancio 2026, un ritardo che ha irritato Macron, hanno affermato persone vicine al Presidente. Macron – aggiunge FT – ha escluso l’aumento delle tasse, affermando invece che sono necessarie ‘scelte difficili e coraggiose’, per consentire una maggiore spesa militare». Chiaro che Macron sta solo facendo uno sfacciato gioco di prestidigitazione politica. O, detto in modo meno raffinato, un pacchiano gioco delle tre carte. Non dice infatti (né dà alcuna traccia) al povero Bayrou, dove caspita andare a reperire le ‘risorse finanziarie monstre’, previste nei suoi napoleonici piani di riarmo. Piani che, evidentemente, nei sogni di Macron sono un ricordo dei fasti del tempo che fu, quando la Grand Armèe aveva alle spalle risorse, marescialli e teste pensanti. Ma oggi, il quadro è brutalmente diverso e il Paese, semplicemente, non si può permettere di finanziare allegramente le sbruffonate macroniane. E questo il Presidente lo sa, da lunga pezza.

Allarme della storia internazionale

Glielo hanno fatto notare alleati e avversari ma, soprattutto, ha lanciato l’allarme la stampa specializzata internazionale. Ecco ciò che ha scritto l’Economist qualche mese fa: «La Francia rischia danni irreversibili a causa della spesa eccessiva, avverte il Primo Ministro François Bayrou, che sollecita il risanamento delle finanze pubbliche. Il Paese si trova di fronte a un abisso di bilancio ‘colossale’ e un nuovo governo fragile dovrà cercare di tappare il buco. Velocemente. D’altro canto, quando entrano in ballo i numeri, tutti i politici, anche quelli più supponenti e convinti della loro ‘illuminazione’, devono tacere e ascoltare. «Macron ha chiesto che il bilancio militare annuale aumenti dal 2% circa della Produzione nazionale al 3-3,5%, – riporta il Financial Times – il che implica un raddoppio della spesa annuale rispetto ai livelli dell’anno scorso, arrivando a 100 miliardi di euro nel 2030... Ma i legislatori e gli analisti si chiedono se la Francia riuscirà a mantenere le promesse, dato che il governo di minoranza sta faticando a mettere insieme e ad approvare un pacchetto fiscale per ridurre i deficit tra i peggiori della regione. Clément Beaune, ex ministro e alleato di Macron, attualmente a capo di un think tank governativo, ha condotto un’analisi da cui emerge che sarebbe necessaria una spinta radicale per reperire i fondi per la difesa».

‘All’armi’, ma chi paga? Sempre Pantalone?

E qui casca l’asino, come in tutti gli altri Paesi europei che si stanno legando, a filo doppio, all’ormai invincibile complesso militare-industriale. «Dato il nostro punto di partenza peggiore in termini di debito, dovremo impegnarci di più rispetto ad altri Paesi», ha scritto Beaune. «In Francia, e questo è probabilmente diverso che altrove, non possiamo tornare indietro sui nostri obiettivi di riduzione del deficit, né possiamo aumentare le tasse perché sono già molto alte». Questo significa che le risorse per le armi, stante la crescita minima, potranno arrivare solo da tagli ad altri settori della spesa pubblica (già ridotta all’osso nelle prestazioni sociali) e da prestiti. Ma questo non farà altro che far lievitare la spesa per interessi, come un cane che si morde la coda. «La Francia ha accumulato un debito pubblico enorme – sostiene il FT – raggiungendo un rapporto debito/Pil del 113% lo scorso anno, dietro solo a Grecia e Italia. Anche il deficit di bilancio era tra i più alti, attestandosi al 5,8% del PIL alla fine del 2024, ben al di sopra del limite UE del 3%. La situazione mette Macron in difficoltà... Secondo i piani di riarmo, la spesa annua, escluse le pensioni, dovrebbe aumentare da 36 miliardi di euro nel 2019 a 67,4 miliardi di euro previsti nel 2030, ovvero di quasi il 90%. Gli esperti hanno avvertito che i guadagni derivanti da questa spesa saranno almeno in parte erosi dall’inflazione».

Francia atomica in offerta speciale

«La Francia – aggiunge il Financial Times – deve investire per mantenere le sue testate nucleari, i sottomarini, i caccia, una portaerei e circa 200 mila effettivi. Vuole anche reclutare più riservisti. La capacità nucleare rappresenta circa il 13% del budget complessivo per le attrezzature». Tuttavia, questo sforzo, nonostante il costo esorbitante e pressoché insostenibile per le casse dello Stato, ha sollevato molte critiche per la sua effettiva utilità. «Le forze di difesa francesi, su una scala ridotta rispetto ad altre, sono incapaci di sostenere una guerra prolungata», ha affermato Élie Tenenbaum, esperto di difesa presso il think tank Ifri di Parigi. Ma le critiche non si fermano qui. Qualche analista ritiene assurdo impegnarsi a spendere di più ‘senza una strategia’. Macron, intanto, spinge a Bruxelles affinché vengano adottati provvedimenti per un riarmo accelerato. Ha chiesto meccanismi comuni di prestito, utilizzati durante la pandemia di Covid-19, ovvero programmi e acquisti di armi congiunti. È uno dei ‘testimonial’ più zelanti della militarizzazione europea e ritiene che le nuove politiche annunciate dalla Commissione europea a marzo siano troppo limitate. «Si basano in gran parte sull’aumento del debito nazionale – spiega il Financial Times – e questo non gli va». Innanzitutto, perché è una strategia che non aiuterà i Paesi che hanno già un debito elevato e poi, aggiungiamo noi, perché non permette di avere a disposizione molte risorse per massimizzare la spesa.

Armarsi è diventato virtuoso

Certo, secondo il piano UE, i Paesi possono ottenere deroghe temporanee ai limiti posti all’indebitamento per la difesa. Armarsi, nella civilissima Europa è cosa buona e giusta, che va premiata. Magari anche a costo di grattare i fondi desinati ad ammalati, bambini, pensionati e invalidi. Ma nel caso di Macron esiste anche qualche motivo di ‘orgoglio nazionale’. «C’è il rischio significativo che la Francia venga superata dai Paesi vicini, come Germania e Polonia, che stanno lavorando duramente per aumentare rapidamente la spesa militare», ha affermato Tenenbaum. Dunque, una macabra corsa della morte. Una gara blasfema, in cui la maturità e l’efficienza di un Paese si misurano dal numero e dalla qualità degli strumenti prodotti, che ammazzeranno altri esseri umani.

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26/05/2025

Iran tra deficit e geopolitica

La riduzione di circa il 20% del valore del petrolio negli ultimi mesi, causata per la maggior parte dalle politiche tariffarie del presidente statunitense Donald Trump, sta generando effetti negativi sull’economia iraniana. Teheran, mentre affronta le implicazioni geopolitiche legate ai colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti, deve anche mantenere in equilibrio i conti pubblici, direttamente legati in larga misura alle esportazioni di petrolio.

Il bilancio statale per quest’anno (iniziato il 21 marzo – anno persiano) contiene importanti squilibri. Nelle previsioni, il prezzo di riferimento del petrolio per barile è stato fissato a 57,50 euro (65,2 dollari), ma la combinazione tra il calo dei prezzi globali e gli sconti forzati imposti dalle sanzioni occidentali sta facendo deragliare le stime.

Il Fondo Monetario Internazionale ha già stimato al ribasso le previsioni per il 2025 e il 2026. Ciò inevitabilmente porterà a una situazione in cui la crescita debole e l’inflazione alta, in primis, danneggeranno ancora di più il potere d’acquisto delle famiglie.

Con entrate petrolifere inferiori alle attese, il governo dovrà affrontare una pressione finanziaria crescente. Tradizionalmente, in situazioni simili, Teheran ha sacrificato la spesa per investimenti, indebolendo nel medio periodo il tessuto economico. Inoltre, la scarsa trasparenza del bilancio petrolifero rende improbabile il raggiungimento degli obiettivi pianificati, aggravando le inefficienze.

L’amministrazione guidata dal presidente Masoud Pezeshkian si trova davanti a due possibili strategie: la riforma dei sussidi energetici e la vendita di imprese statali. Tuttavia, entrambe le opzioni sono rischiose: la prima potrebbe scatenare tensioni sociali, mentre la seconda rischia di rafforzare i conglomerati parastatali, riducendo l’efficacia dell’intervento pubblico.

Per affrontare la criticità, il governo di Pezeshkian ha scelto di adottare misure più mirate: sono stati sospesi i sussidi in denaro per 17 milioni di cittadini appartenenti ai redditi più alti. La misura ha ridotto del 25% il volume complessivo dei sussidi. L’obiettivo è concentrare le risorse sulle fasce realmente bisognose.

Parallelamente, Teheran sta promuovendo una transizione energetica orientata al solare. Il piano governativo prevede l’installazione di 30.000 megawatt di capacità solare entro il 2029, puntando su impianti decentralizzati di piccola scala.

L’iniziativa, ambiziosa per alcuni esperti, dovrebbe ridurre la dipendenza da combustibili fossili, alleggerire i blackout industriali e ristrutturare i sussidi a favore delle casse pubbliche. Inoltre, coinvolgendo attivamente l’industria locale, dovrebbe generare benefici diffusi in termini di occupazione e produttività.

Secondo esperti, è molto probabile che i prezzi del petrolio rimangano volatili nel prossimo futuro, poiché gli investitori sono in attesa di aggiornamenti sui dazi, sui negoziati tra Stati Uniti e Iran e sui colloqui per porre fine alla guerra in Ucraina.

Un elemento parzialmente favorevole per Teheran riguarda le esportazioni petrolifere. Attualmente, l’Iran sta esportando oltre 1,5 milioni di barili al giorno, superando gli 1,3 milioni stimati nel bilancio. Questo incremento quantitativo mitiga solo in parte l’impatto dei prezzi bassi e resta fragile, specie alla luce dell’inasprimento delle sanzioni da parte dell’amministrazione Trump.

In parallelo, i colloqui sul nucleare tra Iran e Stati Uniti stanno producendo un cauto “ottimismo”. L’effetto più visibile è l’aumento del valore della moneta locale, il rial. Anche in assenza di un accordo definitivo, una progressiva de-escalation potrebbe alleggerire la pressione economica, riaprendo i canali commerciali internazionali e sbloccando miliardi di fondi iraniani congelati all’estero.

Tuttavia, l’incertezza geopolitica pesa enormemente. La guerra dei dazi, le tensioni tra Cina e Stati Uniti e la competizione energetica con la Russia complicano l’accesso ai mercati asiatici, minacciando le quote di mercato iraniane.

Le prospettive per il 2025 restano fosche. Gli esperti concordano sul fatto che l’Iran si avvierà verso un altro significativo deficit di bilancio. La prosecuzione dell’inflazione, unita alla stagnazione economica, continuerà a erodere il potere d’acquisto delle famiglie e a ostacolare le politiche redistributive.

In tale contesto, l’unica leva strategica realmente efficace sembra essere la diplomazia. Un esito positivo dei colloqui sul nucleare potrebbe rappresentare il punto di svolta per un’economia in affanno, restituendo al governo iraniano gli strumenti per una gestione più autonoma delle risorse e per un rilancio dello sviluppo. Ma il margine di manovra è stretto e il tempo, come sempre, è un fattore cruciale.

Ovviamente non tutto dipende da Teheran. Sembra evidente che i colloqui non porteranno a nulla se Washington continua nelle sue contraddizioni e insiste affinché Teheran interrompa le sue attività di arricchimento dell’uranio per l’uso civile.

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19/04/2025

I costi e i conti del riarmo europeo

Le proposte della Commissione europea sul riarmo, se diventeranno operative, faranno lievitare le spese militari dei paesi della Ue dentro la NATO da meno degli attuali 200 miliardi di euro l’anno nel 2021 a quasi 600 miliardi di euro nel 2029. Anche a occhio si tratta di un cambiamento epocale. Questo imponente aumento di spese militari europee sarà finanziato a debito, anche se non tutti i paesi europei lo considerano accettabile o economicamente sostenibile. Ma non è questo l’unico problema.

Come già segnalato dal Rapporto Draghi sulla competitività, il sistema della difesa europeo resta ancora fortemente frammentato sulla base delle industrie e delle politiche militari nazionali e sul come superare questo problema le proposte della Commissione europea ancora non hanno trovato la quadra.

L’Unione Europea continua a dipendere ancora molto dalle importazioni per gli apparati della difesa. Secondo l’Ispi viene calcolato che il 40% degli approvvigionamenti proviene dall’estero, il doppio rispetto agli Stati Uniti. Dal 2022, un incremento rapido delle spese si è inoltre tradotto nell’acquisto di sistemi d’arma “pronti all’uso”, aggravando però questa dipendenza e portando le importazioni al 70-80% dell’ approvvigionamento.

Il piano della Commissione europea prevede che i 150 miliardi di euro di acquisti comuni dovranno essere riservati per almeno il 65% all’industria europea, e per il 35% ai soli paesi terzi che abbiano siglato “patti di sicurezza” con l’UE, dove in posizione prevalente ci sono gli Stati Uniti e Israele.

L’Ispi riporta un sondaggio tra esperti di difesa europea dove viene indicato come l’orizzonte temporale immaginato dalla Commissione per rendere l’Europa militarmente “autonoma” dagli Stati Uniti (4 anni), potrebbe essere solo appena sufficiente. In alcuni sistemi critici (intelligence e sorveglianza dallo spazio, soppressione delle difese aeree nemiche e attacco a lungo raggio), il tempo necessario sarà quasi sicuramente superiore.

C’è poi il tema degli investimenti nel comparto difesa. Dall’attacco russo all’Ucraina del febbraio 2022 a oggi, in Italia sono stati piuttosto contenuti. In particolare, gli investimenti per nuovi equipaggiamenti sono rimasti sostanzialmente fermi a 7 miliardi di euro l’anno. In confronto, oggi la Germania ne spende 26 (erano 9 solo quattro anni fa), la Francia 17 e la Polonia 16. Spagna e Paesi Bassi, che nel 2021 investivano la metà dell’Italia, l’hanno raggiunta o addirittura superata.

Per l’Italia, le proposte della Commissione potrebbero tradursi in una ulteriore spesa per 95 miliardi di euro in quattro anni, di cui almeno 12 entro la fine del 2025. Se, come sembra probabile, l’Italia scegliesse di finanziare questo incremento a debito, il deficit pubblico italiano (oggi al 4%) anziché ridursi gradualmente fino al 3% rischia di risalire fino al 4,6%.

Le proposte della Commissione europea prevedono maggiori spese per 800 miliardi di euro in quattro anni. Il nodo però è come spendere i 650 miliardi di euro previsti “a debito”, forzando le rigide regole del Patto di stabilità che per tre decenni hanno martoriato con l’austerity i bilanci e le spese sociali di molti paesi aderenti alla UE.

L’obiettivo del piano è quello di aumentare le spese militari dei paesi NATO dell’UE dal 2% del PIL (raggiunto in molti casi già l’anno scorso) a circa il 3,5% entro il 2029.

Se l’Unione Europea dovesse davvero realizzare gli obiettivi indicati della Commissione, nel 2029 la spesa militare in Europa arriverebbe a circa 580 miliardi di euro: quasi il doppio rispetto ai 305 miliardi spesi nel 2024, oltre il triplo se confrontati con i 190 miliardi spesi nel 2021.

Il piano della Von der Leyen distribuisce l’aumento delle spese militari in proporzione al PIL dei singoli paesi. La spesa militare tedesca ad esempio, passerebbe dai 90 miliardi di euro attuali a circa 170 nel 2029, rendendo la Germania una potenza militare di notevoli dimensioni. Un inquietante salto indietro nella storia europea.

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