di Alessandro Volpi
Donald Trump è davvero un fenomeno nel raccontare la sua visione come fosse la realtà. Lo ha dimostrato con chiarezza anche la notte tra il 24 e il 25 febbraio nel Discorso sullo stato dell’Unione, pieno di mirabolanti risultati e promesse. In realtà il capo dei Maga ha dimenticato e stravolto tante cose. Mi limito a citarne tre.
La prima è costituita dal colossale debito federale di quasi 40mila miliardi di dollari e dall’estrema difficoltà di coprirlo, tanto da generare una costante fuga di capitali dal dollaro. Si tratta di un tema noto per cui non mi ci soffermo. Naturalmente al debito si lega un deficit che è ormai oltre il 6% ed è pari a oltre 1.700 miliardi di dollari. Ma la seconda cosa dimenticata da Trump è l’assoluta ingiustizia del sistema fiscale americano: dal 2017 le grandi corporation Usa pagano il 21% di aliquota, un beneficio che ora Trump ha reso strutturale, mentre l’aliquota massima per i redditi dei super ricchi è stata fissata al 37%, con un aumento significativo della possibilità di detrarre le tasse federali fino a 40mila dollari. Le tasse di successione, poi, hanno una franchigia fino a 15 milioni di dollari.
La terza considerazione riguarda la spesa sociale: i tagli alla sanità pubblica ammontano a 800 miliardi, con l’introduzione peraltro del “Great healthcare plan” che mira a ridurre la spesa federale di circa mille miliardi di dollari in un decennio, spostando i costi direttamente sui consumatori tramite conti di risparmio sanitario (Health savings accounts). In compenso il piano per il contrasto dell’immigrazione è stato portato a 100 miliardi di dollari.
Che cosa costituisca “The Nation” per Donald è molto chiaro ma la narrazione è ben diversa e si rivolge al “popolo”. Il buon Trump, peraltro, non ha dimenticato di ricordare nell’aulico discorso sull’età dell’oro che sua moglie Melania ha ricevuto 40 milioni da Jeff Bezos per il suo “documentario”.
Oltre a questi tre fattori, ne esiste un quarto ancora più critico per gli Stati Uniti. Il presidente Trump continua a puntare sui dazi, pensando addirittura di sostituirli al carico fiscale interno ma i numeri fanno capire che così non può fermare certo la crisi strutturale degli Stati Uniti. Nel 2025, infatti, le entrate federali derivanti dai dazi hanno raggiunto la cifra record di 287 miliardi di dollari. Erano state pari a 80 miliardi nel 2024. Ma chi ha pagato questi dazi? Per circa 145 miliardi le società americane che producono all’estero e importano in Usa e per altri 60 miliardi le piccole e medie imprese americane che hanno una filiera di produzione in parte all’estero. Quindi di 287 miliardi di entrate, ben 205 miliardi sono state pagate da aziende americane, che ne hanno riversato i costi sui consumatori americani con un aumento dei prezzi di circa 110 miliardi. Dunque i dazi sono stati una doppia tassazione che ha danneggiato, in primis, l’economia statunitense nel suo insieme, contribuendo ad avvitare la crisi su se stessa.
Inoltre, è utile notare che sul complesso delle entrate federali i dazi pesano per poco meno del 5% e non sono in alcun modo in grado di contenere l’esplosione del deficit federale degli Stati Uniti che è pari, come detto, a 1.700 miliardi e su cui gravano 1.200 miliardi di dollari di interessi da pagare sul debito. Trump può continuare a irritarsi ma il destino degli Usa pare, in larga misura, segnato.
Magari sarebbe il caso che lo capissero i fondi pensione italiani che continuano a impegnare in dollari i risparmi degli italiani: ma ciò diventa molto difficile in un Paese così sensibile alle parole di Trump. L’Italia è stato uno dei Paesi che, con maggiore solerzia, ha risposto alle “esortazioni” trumpiane in merito al trasferimento di aziende in Usa. Sono ormai oltre 3.500 le aziende italiane negli Stati Uniti, con una forte crescita dopo l’avvento del presidente Maga, con un’occupazione americana di oltre 300mila dipendenti. In tale ambito è interessante notare che ci sono imprese con un numero di dipendenti americani assai più alto di quelli italiani.
Stellantis ha infatti 8mila dipendenti negli Stati Uniti contro i 40mila in Italia, di cui quasi la metà interessati da ammortizzatori sociali. EssilorLuxottica, di cui i Del Vecchio sono principali azionisti attraverso la holding lussemburghese Delfin, ha 80mila dipendenti Usa contro i 15mila italiani. Ferrero, anch’essa con sede lussemburghese, ha 12mila dipendenti negli Stati Uniti e ottomila in Italia. Insomma, il ministro del Made in Italy si sta ben adoperando per svuotare la produzione italiana a vantaggio del presidente Maga.
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