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21/02/2026

USA - Trump inciampa sui dazi (e i pieni poteri)

La sorpresa c’è, sia per la Casa Bianca che per i mercati. La dimensione degli effetti concreti è però incerta, anche se i dubbi – a questo punto – stano tutti sul groppone di The Donald e dei suoi consigliori economici.

La Corte Suprema ha infatti bocciato i dazi imposti praticamente su tutte le importazioni dal resto del mondo. Da un minimo del 10% a molto di più.

Nonostante avesse nel tempo “blindato” la Corte nominando giudici molto conservatori – fino ad arrivare a 7 su 9 – il voto di ieri è stato netto: 6 a 3, con il presidente John Roberts e le giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch schierati contro Trump.

“Il Presidente rivendica lo straordinario potere di imporre unilateralmente dazi di ammontare, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, egli deve individuare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla”, ha scritto Roberts. La legge del 1977 citata da Trump per giustificare i dazi “non è all’altezza” dell’approvazione del Congresso, che sarebbe invece necessaria. Di fatto, si è trattato di “un’espansione trasformativa dell’autorità del Presidente in materia di politica tariffaria”.

Il pasticcio era stato creato dall’amministrazione stessa, interpretando al contrario quella legge – l’International Emergency Economic Powers Act – che era stata approvata proprio per limitare, e non estendere, il potere del Potus (President of the United States) in materia di economia.

Era, infatti, arrivata dopo lo sconvolgimento dei mercati creato dalla decisione di Richard Nixon di revocare la convertibilità fissa tra oro e dollaro, distruggendo di fatto il sistema di Bretton Woods. Di lì in poi, il voto del Congresso era diventato obbligatorio. Il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso. Punto.

Trump ha naturalmente reagito subito “alla Salvini” (“È una vergogna!”), annunciando che però andrà avanti con un misterioso “piano B”. Che subito dopo si è manifestato con l’annuncio di un’altra raffica di dazi per tutto il mondo di circa il 10%. Non è chiaro in base a quale legge statunitense ne avrebbe il potere, però (sul diritto internazionale è stata nel frattempo stesa una lapide...).

Ma il caos è comunque assicurato, anche se tutti i paesi che avevano stretto accordi con gli Usa per vedersi ridurre i dazi hanno detto già prima della sentenza che avrebbero rispettato i patti... fino a chiarimenti decisivi. Ricordiamo che tra le misure imposte (ad Europa, Corea del Sud e Giappone, fra gli altri) c’era anche l’obbligo di effettuare investimenti negli Stati Uniti, in una insolita pretesa di “importare capitali” da parte dell’imperialismo dominante.

A promuovere la causa erano state soprattutto le imprese Usa, sostenute da ben 12 stati (Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico, New York, Oregon e Vermont) che avevano denunciato questi dazi per “motivi di sicurezza nazionale” come fattori di incertezza economica.

Ora si pone la questione – potenzialmente devastante – dei rimborsi che potrebbero venir richiesti dagli importatori statunitensi di merci straniere. “Gli Stati Uniti potrebbero essere tenuti a rimborsare miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato i dazi IEEPA, anche se alcuni importatori potrebbero aver già trasferito i costi sui consumatori o su altri”, scrive Kavanaugh, uno dei tre giudici rimasti fedeli a Trump.

Nei fatti, i giudici, con la loro sentenza, non hanno ordinato all’amministrazione Trump di fornire rimborsi agli importatori per i dazi già pagati, né hanno specificato come dovrebbe funzionare la restituzione. Ciò lascia alla Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti il compito di districare una serie complessa di questioni legali. Secondo la legge doganale, infatti, le richieste di rimborso per i dazi vengono solitamente gestite attraverso un tribunale specializzato con sede a New York e lavorate dall’Agenzia delle Dogane e della Protezione dei Confini degli Stati Uniti (CBP).

Una prima stima parla di forse 300 miliardi da sottrarre al bilancio federale, ma soprattutto si può aprire una stagione di cause e controricorsi che seminerebbe incertezza sistemica, perché bisognerà vedere caso per caso se le imprese “sovratassate” con i dazi hanno trasferito oppure no l’aumento ai consumatori finali tramite i prezzi. Le associazioni di categoria stanno già sollecitando l’amministrazione Trump a emettere rapidamente i rimborsi.

Non è una buona notizia, anche perché proprio ieri sono stati diffusi i dati sulla crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025 – più bassa delle attese – e quelli dell’inflazione (di nuovo verso l’alto). Il giorno prima si era visto che anche il deficit commerciale – il rapporto tra importazioni ed esportazioni, il più sensibile ai dazi – è addirittura peggiorato invece di migliorare (come nelle promesse).

Soprattutto politicamente, però, è un colpo duro per la prassi trumpiana – procedere come se i “pesi e contrappesi” istituzionali non esistessero – che si somma ai molti problemi interni esplosi con la resistenza di Minneapolis, le elezioni perse a New York, Seattle e persino nel profondo Texas, da sempre repubblicano e forcaiolo, ma egualmente bisognoso di lavoratori immigrati a basso salario. Ossia quei “chicanos” inseguiti dall’ICE in ogni città... 

Se gli Stati Uniti fossero una normale democrazia liberale in salute, si dovrebbe constatare che con questa sentenza le fondamenta dell’agenda economica dell’amministrazione – e indirettamente anche di quella geopolitica – sono improvvisamente venute meno. Trump non dovrebbe più avere a disposizione la pistola dei dazi per minacciare il resto del mondo come nell’ultimo anno, che aveva tra l’altro riacceso i timori sull’inflazione e che aveva un impatto sulle prospettive fiscali della nazione.

In teoria, insomma, si aprirebbe per lui una lunghissima stagione da “anatra zoppa” – quasi tre anni, fino alle prossime presidenziali – in cui ogni decisione rilevante, sia interna che internazionale, dovrebbe essere condizionata da una lunga dialettica tra i due partiti rappresentati al Congresso. Di fatto sarebbe la fine del trumpismo trionfante per come lo abbiamo conosciuto.

Ma non è facile credere che andrà così. E facciamo un esempio immediato.

Stabilito il principio che neanche Trump è onnipotente, e che i “pieni poteri” non se li può attribuire da solo a prescindere dalle necessità e dalle altre istituzioni, anche la sua disinvolta politica estera – di fatto una riedizione in salsa tecnologica della “politica delle cannoniere” – dovrebbe essere vincolata a voti parlamentari di assai dubbio esito e comunque a trattative in grado di stemperare gli aspetti più controversi.

Al momento, infatti, secondo le leggi americane, il presidente può decidere autonomamente “azioni militari” urgenti, ma non di aprire conflitti duraturi che comportano uno sforzo gravoso per tutto il paese. Ma l’annuncio di “nuovi dazi” fatto subito dopo la sentenza apre la strada ad un percorso invece avventuroso, pieno di scontri istituzionali duri tra potere esecutivo e tutti gli altri, al termine del quale gli Stati Uniti, se le loro contraddizioni interne non esploderanno arrivando a bloccare questa amministrazione “illimitabile”, saranno qualcosa che nessuno potrà definire “democrazia liberale”. Ma un mostro pericoloso e senza cervello. Un Frankenstein jr. che non fa ridere... 

Temiamo che l’attacco all’Iran possa essere il test per stabilire se e fino a che punto la follia “Maga” potrà essere imbrigliata.

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