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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/02/2026

Lo show al posto del “discorso sull’Unione”

Il momento che dovrebbe segnare il punto più alto di riflessione interna alla superpotenza – il discorso “sullo stato dell’Unione” – nelle mani di Donald Trump diventa sempre uno spettacolo di quart ordine, da tv trash, inframezzato da insulti (reciproci) con gli avversari “dem”, i quattro giudici della Corte Suprema presenti (tra dei quali gli hanno appena bocciato i dazi).

Uno spettacolino con gli ospiti stile Sanremo (la squadra di hockey vincitrice alle Olimpiadi, un pilota rimasto ferito durante il rapimento di Maduro – smentita indiretta del “colpo perfetto” rivendicato in un primo momento), tante chiacchiere, promesse, medaglie e distintivi.

Non si tratta di una sottolineatura riguardante solo il “cattivo gusto” del tycoon. È un modo di gestire il potere che accomuna ormai tutto l’Occidente capitalistico, con le ovvie – e storiche – differenze tra la monarchia britannica, “la classe stilistica” parigina e il pesciarolismo italico.

In comune resta pur sempre il distacco assoluto, verticale, tra classe dirigente e popoli, certificato da una partecipazione elettorale ben al di sotto del 50% e da movimenti di resistenza presenti ovunque.

Movimenti che hanno persino qualche sponda parlamentare, anche negli Usa, come le deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar (di Michigan e Minnesota, ma di origine araba e somala), che hanno più volte interrotto il discorso dando apertamente del bugiardo al presidente, insultandolo a loro volta, mostrando cartelli con i nomi dei morti per mano dell’ICE a Minneapolis.

Parlare dei contenuti politici è quasi impossibile. Trump descrive un mondo che non esiste, più e meglio di quanto non sappia fare la sua omologa “Gioggia”. L’economia va a gonfie vele, tutti si stanno arricchendo, la borsa sale, tutti ci temono, andremo sempre meglio, ecc.. Con tirate da tossicodipendente con le convulsioni e la vocetta stridula, tipo “Stiamo vincendo così tanto che non sappiamo davvero cosa fare al riguardo. La gente mi chiede: ‘per favore, per favore, per favore, signor Presidente, stiamo vincendo troppo. Non ne possiamo più. Non eravamo abituati a vincere nel nostro paese finché non è arrivato lei. Perdevamo sempre’”.

Naturalmente non è vero nulla. La crescita economica ha rallentato, il dollaro si è svalutato di oltre il 10%, Wall Street vive ogni giorno in attesa che la bolla dell’intelligenza artificiale esploda, l’occupazione regge solo con i “lavoretti” precari a salario infame, i maxi-investimenti stranieri pretesi imponendo i dazi tardano ad arrivare e tarderanno anche di più ora che non si sa più esattamente a quanto ammontano i dazi (10 o 15%, ma solo per cinque mesi, poi si vedrà, dopo la sentenza della Corte Suprema).

Che la situazione economica sia pesantemente negativa, per la popolazione, si nota anche dalla promessa trumpiana di estendere a tutti i lavoratori il sistema pensionistico in vigore per i dipendenti federali (“gli statali”, insomma), visto che 50 milioni ne sono completamente privi. E per una popolazione che invecchia è una tragedia annunciata...

C’è anche da dire che Trump non può fare altro che mentire, ormai. Sparandola ogni volta più grossa. In parte perché è nel suo stile – come avevamo spiegato oltre un anno fa – non ammettere mai una sconfitta e rilanciare sempre, da giocatore di poker senza buone carte in mano. Ma in parte maggiore perché da qui a novembre – le elezioni midterm in cui si rinnova metà del Congresso e del Senato – mancano ormai solo otto mesi, e la sua credibilità è scesa al 40% (di coloro che comunque vanno a votare, altrimenti scende a livelli quasi incalcolabili).

Un disastro per i repubblicani lo metterebbe nella posizione infelice dell’“anatra zoppa”, ovvero un presidente senza maggioranza parlamentare costretto a mediare con il Parlamento ogni scelta invece di procedere come un rullo compressore a forza di “decreti esecutivi” più o meno cervellotici.

Il terrore di finire come un “loser” – il massimo degli insulti, nella sua retorica – è tale che sta lavorando strenuamente per ridurre la partecipazione elettorale dei gruppi etnici più colpiti dalle sue politiche contro l’immigrazione (un assaggio si è avuto persino in Texas, dove senza lavoratori chicanos, non importa se regolari o semi-clandestini, la produzione si ferma).

Un lavorio addirittura incostituzionale – le liste elettorali sono responsabilità dei singoli Stati dell’Unione – da far baluginare persino lo spettro di un mini-golpe all’interno della “principale democrazia del mondo” (o sedicente tale).

Dunque fanfare, chiacchiere e ottimismo a go-go, musiche e paillettes. Mentre i file di Epstein escono fuori a spizzichi e bocconi, senza produrre – da parte dei pm, che negli Usa sono addirittura una carica elettiva, ergo politica a tutti gli effetti – neanche una incriminazione.

Un’impunibilità di fatto dell’intera classe dirigente “wasp” e “jewish” (Epstein selezionava i suoi “inviti” su basi rigorosamente razziste e suprematiste) che diventa ogni giorno più indifendibile a fronte di quel che sta avvenendo in Gran Bretagna, dove personaggi come un principe reale e un ex ministro degli esteri sono finiti almeno momentaneamente in galera e molte carriere vengono improvvisamente stroncate.

Donald ride sempre, non può far altro. È il mondo che deve preoccuparsi.

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