di Michelangelo Cocco
La guerra all’Iran sta incrinando le fondamenta del regime del petrodollaro e avvicinando l’avvento del petroyuan. A sostenerlo è un’analisi dell’Istituto di ricerca di Deutsche Bank, pubblicata il 24 marzo.
Secondo il paper della banca tedesca, i danni causati alle economie del Golfo Persico dalle rappresaglie iraniane all’aggressione Usa-Israele potrebbero indurle a diversificare le riserve di valuta estera, vendendo idrocarburi in cambio di yuan alla Cina, che assorbe ore il 40 per cento dell’export energetico dell’area.
Lo studio prefigura un futuro in cui il greggio mediorientale spedito attraverso lo Stretto di Hormuz verso l’Asia verrebbe prezzato in yuan, mentre quello proveniente dall’emisfero occidentale e venduto agli alleati degli Usa continuerebbe a essere pagato in dollari. Intanto, secondo la CNN, Teheran starebbe valutando di far passare alcune petroliere, a condizione che i carichi siano pagati in yuan. Mentre, con Riyadh, Pechino ha avviato da tempo discussioni sull’acquisto di oro nero in yuan.
Nel 1974 furono le conseguenza della guerra dello Yom Kippur (l’embargo petrolifero del cartello dell’Opec, per punire l’appoggio Usa a Israele) a spingere i Saud all’accordo con Washington in base al quale Riyadh vende soltanto in dollari il petrolio sul mercato internazionale. Mutatis mutandis, l’incapacità Usa di difendere i traffici che passano per Hormuz sta inducendo le petromonarchie a considerare seriamente l’alternativa yuan.
Rogoff: yuan globale entro cinque anni
Il petroyuan sarebbe coerente con la “moneta forte” invocata da Xi Jinping e con il percorso di apertura del sistema finanziario nazionale annunciato dal presidente cinese in un articolo pubblicato su Qiushi. Il professor Kenneth Rogoff ha sostenuto che la leadership cinese ha la volontà politica e gli strumenti per trasformare lo yuan – con tutte le cautele del caso – in una valuta di riserva nei prossimi cinque anni.
Il docente dell’Università di Harvard ha sottolineato che in un’ampia porzione di mondo c’è una domanda forte per una moneta internazionale alternativa al dollaro, perciò Pechino procederà a un’apertura significativa, seppur parziale, dei propri mercati dei capitali, procedendo nello stesso tempo al rafforzamento dell’architettura necessaria a rendere indipendente lo yuan globale, grazie anche a un sistema di transazioni internazionali alternativo allo SWIFT e allo yuan digitale (e-CNY).
È chiaro che, data la sua centralità nei trasporti e nella produzione globali, l’ingresso nel mercato del petrolio dello yuan rappresenterebbe uno sconvolgimento geopolitico. Non a caso in Cina la questione è affrontata con prudenza, per non allarmare gli Stati Uniti. Tuttavia questa tendenza si è già manifestata negli ultimissimi anni in ambito BRICS, col commercio di petrolio in yuan tra Cina-Russia e Russia-India e gli scambi Brasile-Cina.
L’acquisto di yuan, in Medio Oriente e oltre, ha sempre più senso perché le banconote con l’effige di Mao oggi possono essere usate per comprare i nuovi prodotti ad alto valore aggiunto della Cina (impianti per energie pulite, auto elettriche, telecomunicazioni), ma anche in vista di una probabile, limitata apertura del mercato dei capitali della Cina, con la possibilità di investire dall’estero nel debito sovrano del Dragone.
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03/04/2026
24/11/2023
La dollarizzazione di Milei non può fare a meno della Cina
Dopo la vittoria nel ballottaggio di domenica, Javier Milei si insedierà nella Casa Rosada il 10 dicembre, diventando ufficialmente presidente della Repubblica Argentina. L’ascesa al potere del populista ultra-liberista pone alla leadership di Pechino due sfide, una nel medio periodo, l’altra immediata.
Per quanto riguarda la prima – in attesa del voto nel 2024 in Messico e Venezuela – c’è il timore che possa esaurirsi la “marea rosa”, il ciclo di governi di centrosinistra, fautori di una politica estera molto aperta alla cooperazione con la Cina.
Sull’impatto che il nuovo governo di Buenos Aires avrà invece sul rapporto bilaterale Cina-Argentina, c’è grande incertezza, legata alla imprevedibilità del personaggio Milei, e alla quantità di variabili (economiche, politiche, geopolitiche) in gioco.
In campagna elettorale Milei ha promesso: «Non farò affari con paesi comunisti» e ha detto di voler tagliare le relazioni con la Cina in favore di quelle «con il mondo civilizzato», che il cinquantatreenne economista identifica soprattutto con gli Stati Uniti.
A urne ancora calde, Diana Mondino, la sua consigliera in predicato di diventare ministra degli esteri, ha annunciato che l’Argentina rinuncerà a entrare nei Brics guidati da Cina e Russia, ai quali avrebbe dovuto aderire il 1° gennaio prossimo, dopo l’allargamento a sei nuovi paesi deliberato dal vertice di Johannesburg del 24 agosto scorso.
Pechino ha minimizzato questa mossa, sottolineando che quella dei Brics (un forum informale) è «una famiglia aperta a chi voglia farne parte».
Per quanto riguarda invece la relazione bilaterale, la portavoce del ministero degli esteri, Mao Ning, ha dichiarato che «c’è un consenso ampiamente condiviso tra le persone di tutto lo spettro sociale di entrambi i paesi per far crescere ulteriormente le relazioni Cina-Argentina, che hanno portato benefici tangibili a entrambi i popoli».
La Cina è il secondo partner commerciale dell’Argentina (dopo il Brasile). Nel 2022, l’Argentina ha importato dalla Cina beni per 17,5 miliardi di dollari, e ne ha esportati per 7,9 miliardi di dollari. Per la Cina il paese sudamericano è un importante fornitore di materie prime alimentari, soprattutto semi di soia, sorgo, orzo e carne bovina, prodotti di uno dei settori più importanti dell’economia argentina.
Con Milei torna nella sua tradizionale sfera d’influenza statunitense un paese che con la presidenza di Alberto Fernandez ha aderito (il 5 febbraio 2022) alla Belt and Road Initiative, dopo essere entrata, due anni prima, nella Asian Infrastrutture Investment Bank (Aiib).
Il rafforzamento delle relazioni con Pechino ha permesso alle disastrate casse dello stato di avere accesso a fonti di finanziamento supplementari (a guida cinese): quelle della Aiib, per i progetti con il brand della nuova via della Seta, e della New Development Bank dei Brics, mentre i debiti di Buenos Aires con il Fondo monetario internazionale raggiungevano gli attuali 43 miliardi di dollari.
Ma a legare da un punto di vista finanziario l’Argentina alla Cina è stato soprattutto il meccanismo di cambio delle rispettive valute istituito tra le due banche centrali.
Questo sistema, che ha permesso all’Argentina di vendere pesos e ottenere yuan a tassi di cambio e d’interesse concordati col governo cinese, si è rivelato fondamentale – come dimostra uno studio del Fondo monetario internazionale – per evitare il default del paese sudamericano sul debito nei confronti dello stesso Fmi, sopperendo alla mancanza di dollari – in una fase in cui, il mese scorso, l’inflazione ha toccato il 142% – grazie agli yuan, una delle valute accettate dal Fmi.
Per quanto possa sembrare assurdo e, nonostante le implicazioni sulla sovranità argentina, Milei andrà avanti con il suo piano di dollarizzazione del paese, ovvero di (graduale) sostituzione del peso con il dollaro e la relativa abolizione della banca centrale: è per questo che ha ottenuto il mandato dagli elettori.
Cosa ne sarà del meccanismo di cambio tra la banca centrale argentina e quella cinese? Lo sviluppo più probabile è che Milei non possa rinunciarvi, perché la dollarizzazione non avverrà da un giorno all’altro. Dunque la linea di swap della banca centrale di Pechino potrebbe rimanere in vigore per un periodo transitorio.
Del resto, il mantenimento di buone relazioni con la Cina è stata la condicio sine qua non posta dall’ex presidente Mauricio Macri per garantire al ballottaggio il sostegno della sua destra moderata alla scalata al potere di Milei.
Secondo il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet), dal 2008 l’Argentina ha ottenuto dalla Cina prestiti per 8,1 miliardi di dollari, arrivati soprattutto attraverso la China Development Bank e la Export-Import Bank of China.
Il 30 agosto scorso, la banca centrale di Pechino ha annunciato il “primo investimento diretto in Argentina in yuan”, nell’ambito della sua promozione come valuta alternativa al dollaro per il commercio internazionale.
La scarsità di valuta estera pregiata e il crescente rischio d’insolvenza sul debito con i creditori internazionali hanno avvicinato l’Argentina (così come altri paesi latinoamericani) alla valuta cinese, che negli ultimi mesi ha ottenuto il via libera del governo Fernandez per essere utilizzata (in luogo del biglietto verde) nel commercio bilaterale, così come per finanziare una serie di progetti infrastrutturali.
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Per quanto riguarda la prima – in attesa del voto nel 2024 in Messico e Venezuela – c’è il timore che possa esaurirsi la “marea rosa”, il ciclo di governi di centrosinistra, fautori di una politica estera molto aperta alla cooperazione con la Cina.
Sull’impatto che il nuovo governo di Buenos Aires avrà invece sul rapporto bilaterale Cina-Argentina, c’è grande incertezza, legata alla imprevedibilità del personaggio Milei, e alla quantità di variabili (economiche, politiche, geopolitiche) in gioco.
In campagna elettorale Milei ha promesso: «Non farò affari con paesi comunisti» e ha detto di voler tagliare le relazioni con la Cina in favore di quelle «con il mondo civilizzato», che il cinquantatreenne economista identifica soprattutto con gli Stati Uniti.
A urne ancora calde, Diana Mondino, la sua consigliera in predicato di diventare ministra degli esteri, ha annunciato che l’Argentina rinuncerà a entrare nei Brics guidati da Cina e Russia, ai quali avrebbe dovuto aderire il 1° gennaio prossimo, dopo l’allargamento a sei nuovi paesi deliberato dal vertice di Johannesburg del 24 agosto scorso.
Pechino ha minimizzato questa mossa, sottolineando che quella dei Brics (un forum informale) è «una famiglia aperta a chi voglia farne parte».
Per quanto riguarda invece la relazione bilaterale, la portavoce del ministero degli esteri, Mao Ning, ha dichiarato che «c’è un consenso ampiamente condiviso tra le persone di tutto lo spettro sociale di entrambi i paesi per far crescere ulteriormente le relazioni Cina-Argentina, che hanno portato benefici tangibili a entrambi i popoli».
La Cina è il secondo partner commerciale dell’Argentina (dopo il Brasile). Nel 2022, l’Argentina ha importato dalla Cina beni per 17,5 miliardi di dollari, e ne ha esportati per 7,9 miliardi di dollari. Per la Cina il paese sudamericano è un importante fornitore di materie prime alimentari, soprattutto semi di soia, sorgo, orzo e carne bovina, prodotti di uno dei settori più importanti dell’economia argentina.
Con Milei torna nella sua tradizionale sfera d’influenza statunitense un paese che con la presidenza di Alberto Fernandez ha aderito (il 5 febbraio 2022) alla Belt and Road Initiative, dopo essere entrata, due anni prima, nella Asian Infrastrutture Investment Bank (Aiib).
Il rafforzamento delle relazioni con Pechino ha permesso alle disastrate casse dello stato di avere accesso a fonti di finanziamento supplementari (a guida cinese): quelle della Aiib, per i progetti con il brand della nuova via della Seta, e della New Development Bank dei Brics, mentre i debiti di Buenos Aires con il Fondo monetario internazionale raggiungevano gli attuali 43 miliardi di dollari.
Ma a legare da un punto di vista finanziario l’Argentina alla Cina è stato soprattutto il meccanismo di cambio delle rispettive valute istituito tra le due banche centrali.
Questo sistema, che ha permesso all’Argentina di vendere pesos e ottenere yuan a tassi di cambio e d’interesse concordati col governo cinese, si è rivelato fondamentale – come dimostra uno studio del Fondo monetario internazionale – per evitare il default del paese sudamericano sul debito nei confronti dello stesso Fmi, sopperendo alla mancanza di dollari – in una fase in cui, il mese scorso, l’inflazione ha toccato il 142% – grazie agli yuan, una delle valute accettate dal Fmi.
Per quanto possa sembrare assurdo e, nonostante le implicazioni sulla sovranità argentina, Milei andrà avanti con il suo piano di dollarizzazione del paese, ovvero di (graduale) sostituzione del peso con il dollaro e la relativa abolizione della banca centrale: è per questo che ha ottenuto il mandato dagli elettori.
Cosa ne sarà del meccanismo di cambio tra la banca centrale argentina e quella cinese? Lo sviluppo più probabile è che Milei non possa rinunciarvi, perché la dollarizzazione non avverrà da un giorno all’altro. Dunque la linea di swap della banca centrale di Pechino potrebbe rimanere in vigore per un periodo transitorio.
Del resto, il mantenimento di buone relazioni con la Cina è stata la condicio sine qua non posta dall’ex presidente Mauricio Macri per garantire al ballottaggio il sostegno della sua destra moderata alla scalata al potere di Milei.
Secondo il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet), dal 2008 l’Argentina ha ottenuto dalla Cina prestiti per 8,1 miliardi di dollari, arrivati soprattutto attraverso la China Development Bank e la Export-Import Bank of China.
Il 30 agosto scorso, la banca centrale di Pechino ha annunciato il “primo investimento diretto in Argentina in yuan”, nell’ambito della sua promozione come valuta alternativa al dollaro per il commercio internazionale.
La scarsità di valuta estera pregiata e il crescente rischio d’insolvenza sul debito con i creditori internazionali hanno avvicinato l’Argentina (così come altri paesi latinoamericani) alla valuta cinese, che negli ultimi mesi ha ottenuto il via libera del governo Fernandez per essere utilizzata (in luogo del biglietto verde) nel commercio bilaterale, così come per finanziare una serie di progetti infrastrutturali.
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21/11/2023
Argentina contesa, tra Yuan e Dollaro
di Guido Salerno Aletta
Il nuovo presidente Javier Milei, definito anarcoliberista, ha sconfitto al ballottaggio il peronista Sergio Massa, in carica come Ministro dell'Economia. Nella campagna elettorale, il neo-eletto aveva battuto su due aspetti: da una parte, sullo smantellamento completo dello Stato sociale e sulla privatizzazione delle imprese pubbliche, carrozzoni che assorbono immense risorse senza riuscire a risolvere il problema della povertà diffusa, e dall'altra sulla eliminazione della Banca Centrale, colpevole della inflazione al 140% annuo per via della continua stampa di nuova moneta. Il Peso argentino va sostituito col dollaro.
Il paradosso dell'Argentina, che il peronismo non ha mai saputo risolvere, sta nel contrasto tra l'immensa ricchezza delle sue risorse naturali, minerarie, agricole e dell'allevamento, e la diffusa povertà della popolazione. Un contrasto che si acuisce per via di una legislazione sempre più invasiva: per finanziare il bilancio pubblico si impongono tasse sulle esportazioni, soprattutto quelle di cereali e di carne, rendendole così meno convenienti sui mercati internazionali, e si controllano in ogni modo gli acquisti di dollari per contrastare la costituzione di riserve di valuta all'estero.
Ci sono regole strettissime sui cambi, con i prezzi del dollaro che variano a seconda che questa valuta serva per finanziare le importazioni, che si debbano convertire in peso gli importi incassati in dollari con le esportazioni, oppure che si chiedano dollari per fini personali: in questo caso ci sono contingenti fissi, come tassi specifici per gli acquisti all'estero sulle piattaforme di e-commerce.
Inoltre, la gran parte dei capitali argentini sono detenuti in dollari e depositati in Uruguay, che è una sorta di "Svizzera": gli stessi prestiti pubblici contratti in dollari sono in larga parte finanziati dai capitali degli stessi argentini ma che sono detenuti all'estero. È questo un modo per proteggersi sia dalla inflazione del peso che dai default sul debito, visto l'alto grado di protezione giudiziaria che viene garantito ai prestiti internazionali.
Ed ancora, poiché le entrate fiscali non sono mai sufficienti per finanziare le spese pubbliche che crescono in continuazione per corrispondere alle esigenze della popolazione e soddisfare le promesse populiste dei peronisti, la Banca centrale finanzia direttamente il governo stampando la moneta occorrente per coprire il deficit: questa inflazione della moneta ne scoraggia la detenzione, e così chiunque abbia risparmi o una qualsiasi attività cerca rifugio nel dollaro. Anche questa continua domanda di dollari in cambio di peso contribuisce a svilire il valore di quest'ultimo.
C'è un ultimo aspetto: visto che il mercato dei cambi è da sempre una fonte di arricchimento, e visto che c'è tanta richiesta di dollari, anche attraverso questo meccanismo si drenano risorse dall'economia reale al settore finanziario.
In pratica, l'Argentina spolpa continuamente se stessa: chi può, si difende col dollaro.
Il commercio internazionale dell'Argentina, che ha sempre avuto come riferimento principale il Brasile, si è andato sviluppando verso la Cina a mano a mano che i dazi posti dall'Amministrazione Trump alle importazioni americane dalla Cina vedevano come ritorsione l'imposizione di dazi cinesi sulle importazioni dagli Stati Uniti. Così facendo, le importazioni in Cina di prodotti agricoli dagli Stati Uniti sono divenute artificiosamente più care, rendendo più convenienti quelle dall'Argentina e dal Brasile. Questo flusso crescente di esportazioni ha fatto sì che ormai la Cina sia il secondo partner commerciale dell'Argentina, dopo il Brasile.
Rimaneva un paradosso, sul piano valutario, visto che il commercio bilaterale tra Argentina e Cina continuava ad essere effettuato in dollari. A questo aspetto è stato posto rimedio, con un accordo di swap tra le due Banche centrali, quella del Popolo cinese e quella dell'Argentina: la prima riforniva di yuan la seconda, che a sua volta riforniva di peso la prima, ad un tasso di cambio e per un tempo prestabilito. Le due banche centrali, per il tramite dei rispettivi sistemi bancari, prestano la valuta estera di cui sono state rifornite ai rispettivi importatori che non devono più ricorrere ai dollari per pagare le merci: in questo modo, gli yuan ritornano in Cina ed i peso in Argentina. Alla fine del periodo convenuto per lo swap, se il commercio bilaterale è stato bilanciato, le valute scambiate sono già rientrate nei rispettivi Paesi; in caso contrario, le due Banche centrali regolano la sola differenza residuata, pagando gli interessi convenuti.
Non solo i rapporti commerciali tra Argentina e Cina sono stati "dedollarizzati", ma la stessa Argentina ha visto accolta la domanda di far parte del Gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) a partire dal prossimo 1° gennaio. Il Gruppo sarà così composto di 11 membri, visto che ai fondatori si sono aggiunti l'Argentina, l'Arabia Saudita, l'Egitto, gli Emirati Arabi, l'Etiopia e l'Iran.
Qui sta il nodo.
Da una parte l'Argentina ha perseguito la "dedollarizzazione" degli scambi commerciali con la Cina che è ormai il secondo partner, ed è pure entrata a far parte del Gruppo dei BRICS; dall'altra parte, il neo Presidente Milei ha sbandierato la completa "dollarizzazione" dell'Argentina, sostituendo il peso ed eliminando la Banca Centrale.
Milei viene conteso: mentre ha ricevuto congratulazioni calorosissime sia da Donald Trump che da Jair Bolsonaro, che nell'ambito delle rispettive Presidenze degli Usa e del Brasile sono stati entrambi assai severi verso la Cina, Pechino a sua volta ha ostentato tranquillità: "Siamo pronti a lavorare con Buenos Aires per portare avanti la nostra amicizia, rafforzare lo sviluppo e la rivitalizzazione dei nostri Paesi con una cooperazione vantaggiosa per tutti, e per promuovere lo sviluppo costante e a lungo termine delle relazioni Cina-Argentina".
Da ultra liberista quale si professa, Milei ha già dovuto dare prova di equilibrismo: mentre ha affermato che non è sua intenzione intrattenere rapporti con i "Paesi comunisti", sottintendendo con questo termine la Cina di Xi Jinping ed il Brasile di Ignazio Lula, allo stesso tempo ha confermato che i rapporti commerciali sono decisi autonomamente dai privati.
Milei sa bene che per le esportazioni argentine è impossibile trovare mercati di sbocco alternativi al Brasile ed alla Cina. Anche "dollarizzare" l'Argentina è un sogno ricorrente, sin dai tempi di Domingo Cavallo.
Fonte
Il nuovo presidente Javier Milei, definito anarcoliberista, ha sconfitto al ballottaggio il peronista Sergio Massa, in carica come Ministro dell'Economia. Nella campagna elettorale, il neo-eletto aveva battuto su due aspetti: da una parte, sullo smantellamento completo dello Stato sociale e sulla privatizzazione delle imprese pubbliche, carrozzoni che assorbono immense risorse senza riuscire a risolvere il problema della povertà diffusa, e dall'altra sulla eliminazione della Banca Centrale, colpevole della inflazione al 140% annuo per via della continua stampa di nuova moneta. Il Peso argentino va sostituito col dollaro.
Il paradosso dell'Argentina, che il peronismo non ha mai saputo risolvere, sta nel contrasto tra l'immensa ricchezza delle sue risorse naturali, minerarie, agricole e dell'allevamento, e la diffusa povertà della popolazione. Un contrasto che si acuisce per via di una legislazione sempre più invasiva: per finanziare il bilancio pubblico si impongono tasse sulle esportazioni, soprattutto quelle di cereali e di carne, rendendole così meno convenienti sui mercati internazionali, e si controllano in ogni modo gli acquisti di dollari per contrastare la costituzione di riserve di valuta all'estero.
Ci sono regole strettissime sui cambi, con i prezzi del dollaro che variano a seconda che questa valuta serva per finanziare le importazioni, che si debbano convertire in peso gli importi incassati in dollari con le esportazioni, oppure che si chiedano dollari per fini personali: in questo caso ci sono contingenti fissi, come tassi specifici per gli acquisti all'estero sulle piattaforme di e-commerce.
Inoltre, la gran parte dei capitali argentini sono detenuti in dollari e depositati in Uruguay, che è una sorta di "Svizzera": gli stessi prestiti pubblici contratti in dollari sono in larga parte finanziati dai capitali degli stessi argentini ma che sono detenuti all'estero. È questo un modo per proteggersi sia dalla inflazione del peso che dai default sul debito, visto l'alto grado di protezione giudiziaria che viene garantito ai prestiti internazionali.
Ed ancora, poiché le entrate fiscali non sono mai sufficienti per finanziare le spese pubbliche che crescono in continuazione per corrispondere alle esigenze della popolazione e soddisfare le promesse populiste dei peronisti, la Banca centrale finanzia direttamente il governo stampando la moneta occorrente per coprire il deficit: questa inflazione della moneta ne scoraggia la detenzione, e così chiunque abbia risparmi o una qualsiasi attività cerca rifugio nel dollaro. Anche questa continua domanda di dollari in cambio di peso contribuisce a svilire il valore di quest'ultimo.
C'è un ultimo aspetto: visto che il mercato dei cambi è da sempre una fonte di arricchimento, e visto che c'è tanta richiesta di dollari, anche attraverso questo meccanismo si drenano risorse dall'economia reale al settore finanziario.
In pratica, l'Argentina spolpa continuamente se stessa: chi può, si difende col dollaro.
Il commercio internazionale dell'Argentina, che ha sempre avuto come riferimento principale il Brasile, si è andato sviluppando verso la Cina a mano a mano che i dazi posti dall'Amministrazione Trump alle importazioni americane dalla Cina vedevano come ritorsione l'imposizione di dazi cinesi sulle importazioni dagli Stati Uniti. Così facendo, le importazioni in Cina di prodotti agricoli dagli Stati Uniti sono divenute artificiosamente più care, rendendo più convenienti quelle dall'Argentina e dal Brasile. Questo flusso crescente di esportazioni ha fatto sì che ormai la Cina sia il secondo partner commerciale dell'Argentina, dopo il Brasile.
Rimaneva un paradosso, sul piano valutario, visto che il commercio bilaterale tra Argentina e Cina continuava ad essere effettuato in dollari. A questo aspetto è stato posto rimedio, con un accordo di swap tra le due Banche centrali, quella del Popolo cinese e quella dell'Argentina: la prima riforniva di yuan la seconda, che a sua volta riforniva di peso la prima, ad un tasso di cambio e per un tempo prestabilito. Le due banche centrali, per il tramite dei rispettivi sistemi bancari, prestano la valuta estera di cui sono state rifornite ai rispettivi importatori che non devono più ricorrere ai dollari per pagare le merci: in questo modo, gli yuan ritornano in Cina ed i peso in Argentina. Alla fine del periodo convenuto per lo swap, se il commercio bilaterale è stato bilanciato, le valute scambiate sono già rientrate nei rispettivi Paesi; in caso contrario, le due Banche centrali regolano la sola differenza residuata, pagando gli interessi convenuti.
Non solo i rapporti commerciali tra Argentina e Cina sono stati "dedollarizzati", ma la stessa Argentina ha visto accolta la domanda di far parte del Gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) a partire dal prossimo 1° gennaio. Il Gruppo sarà così composto di 11 membri, visto che ai fondatori si sono aggiunti l'Argentina, l'Arabia Saudita, l'Egitto, gli Emirati Arabi, l'Etiopia e l'Iran.
Qui sta il nodo.
Da una parte l'Argentina ha perseguito la "dedollarizzazione" degli scambi commerciali con la Cina che è ormai il secondo partner, ed è pure entrata a far parte del Gruppo dei BRICS; dall'altra parte, il neo Presidente Milei ha sbandierato la completa "dollarizzazione" dell'Argentina, sostituendo il peso ed eliminando la Banca Centrale.
Milei viene conteso: mentre ha ricevuto congratulazioni calorosissime sia da Donald Trump che da Jair Bolsonaro, che nell'ambito delle rispettive Presidenze degli Usa e del Brasile sono stati entrambi assai severi verso la Cina, Pechino a sua volta ha ostentato tranquillità: "Siamo pronti a lavorare con Buenos Aires per portare avanti la nostra amicizia, rafforzare lo sviluppo e la rivitalizzazione dei nostri Paesi con una cooperazione vantaggiosa per tutti, e per promuovere lo sviluppo costante e a lungo termine delle relazioni Cina-Argentina".
Da ultra liberista quale si professa, Milei ha già dovuto dare prova di equilibrismo: mentre ha affermato che non è sua intenzione intrattenere rapporti con i "Paesi comunisti", sottintendendo con questo termine la Cina di Xi Jinping ed il Brasile di Ignazio Lula, allo stesso tempo ha confermato che i rapporti commerciali sono decisi autonomamente dai privati.
Milei sa bene che per le esportazioni argentine è impossibile trovare mercati di sbocco alternativi al Brasile ed alla Cina. Anche "dollarizzare" l'Argentina è un sogno ricorrente, sin dai tempi di Domingo Cavallo.
Fonte
02/08/2023
L’Argentina paga in yuan la rata del debito con il Fmi
Non è un colpo da maestri, ma quasi. Il ministro dell’Economia argentino, Sergio Massa, ha reso noto in un messaggio trasmesso attraverso i canali social che il pagamento della rata del debito con il Fmi che scadeva ieri è stata completato in yuan, grazie alla proroga dell’accordo di currency swap con la Cina.
“Voglio tranquillizzarvi, l’Argentina non utilizzerà un solo dollaro delle sue riserve per pagare la scadenza di oggi”, ha detto ieri Massa.
L’accordo di currency swap consente ai due Paesi di usare le rispettive monete per gli scambi commerciali bilaterali.
“Venerdì, sulla base di un accordo con la Banca latinoamericana di sviluppo (Caf), è stato approvato un esborso di un miliardo di dollari. Oggi la Banca popolare cinese e il governo cinese hanno deciso di ampliare l’utilizzo della seconda tranche dell’accordo che l’Argentina ha con il governo cinese, permettendoci un pagamento di altri 1,7 miliardi di dollari”, ha detto Massa.
Il ministro ha aggiunto che in questo modo si salvaguardano le riserve della Banca centrale argentina (Bcra) “in un anno in cui al problema rappresentato dall’eredità del debito con l'Fmi si è aggiunta la peggiore siccità nella storia”, costata più di 20 miliardi di dollari alle esportazioni argentine.
L’Argentina ha annunciato che questo lunedì pagherà una scadenza di 2,7 miliardi di dollari al FMI con yuan provenienti da uno swap con la Cina e da un prestito-ponte della CAF, in attesa dell’approvazione di un esborso di 7,5 miliardi di dollari da parte dell’organizzazione.
Il pagamento di lunedì sarà annullato con 1 miliardo di dollari provenienti da un prestito ponte della CAF (Corporazione Andina di Sviluppo) e il resto dalla seconda tranche di uno swap (cambio di valuta) in vigore con la Cina, ha detto il ministro.
Lo scorso giugno, l’Argentina ha rinnovato un accordo di swap con la Cina per 130 miliardi di yuan (circa 19 miliardi di dollari), per una durata di tre anni e con un’estensione degli importi di libera disponibilità fino all’equivalente di 10 miliardi di dollari.
Questo accordo, firmato nel 2009 e rinnovato da diversi governi, viene utilizzato per pagare le importazioni dalla Cina. A giugno è stato utilizzato anche per far fronte alle scadenze verso il FMI, annullate con quella valuta e con i DSP (Diritti Speciali di Prelievo, le riserve che i Paesi detengono nel FMI).
Le riserve internazionali dell’Argentina comprendono, oltre ai dollari, una parte in oro e anche altri strumenti come lo yuan proveniente dallo swap con la Cina. È la seconda volta che il Paese utilizza lo yuan per pagare il FMI.
Il Fondo Monetario Internazionale ha concordato venerdì con il governo argentino la quinta e sesta revisione dell’accordo per 44 miliardi di dollari che il Paese ha preso nel 2018, che consentirà il nuovo esborso, ma solo nella seconda metà di agosto, dopo essere stato sottoposto all’approvazione del consiglio di amministrazione dell’organismo internazionale.
Fonte
“Voglio tranquillizzarvi, l’Argentina non utilizzerà un solo dollaro delle sue riserve per pagare la scadenza di oggi”, ha detto ieri Massa.
L’accordo di currency swap consente ai due Paesi di usare le rispettive monete per gli scambi commerciali bilaterali.
“Venerdì, sulla base di un accordo con la Banca latinoamericana di sviluppo (Caf), è stato approvato un esborso di un miliardo di dollari. Oggi la Banca popolare cinese e il governo cinese hanno deciso di ampliare l’utilizzo della seconda tranche dell’accordo che l’Argentina ha con il governo cinese, permettendoci un pagamento di altri 1,7 miliardi di dollari”, ha detto Massa.
Il ministro ha aggiunto che in questo modo si salvaguardano le riserve della Banca centrale argentina (Bcra) “in un anno in cui al problema rappresentato dall’eredità del debito con l'Fmi si è aggiunta la peggiore siccità nella storia”, costata più di 20 miliardi di dollari alle esportazioni argentine.
L’Argentina ha annunciato che questo lunedì pagherà una scadenza di 2,7 miliardi di dollari al FMI con yuan provenienti da uno swap con la Cina e da un prestito-ponte della CAF, in attesa dell’approvazione di un esborso di 7,5 miliardi di dollari da parte dell’organizzazione.
Il pagamento di lunedì sarà annullato con 1 miliardo di dollari provenienti da un prestito ponte della CAF (Corporazione Andina di Sviluppo) e il resto dalla seconda tranche di uno swap (cambio di valuta) in vigore con la Cina, ha detto il ministro.
Lo scorso giugno, l’Argentina ha rinnovato un accordo di swap con la Cina per 130 miliardi di yuan (circa 19 miliardi di dollari), per una durata di tre anni e con un’estensione degli importi di libera disponibilità fino all’equivalente di 10 miliardi di dollari.
Questo accordo, firmato nel 2009 e rinnovato da diversi governi, viene utilizzato per pagare le importazioni dalla Cina. A giugno è stato utilizzato anche per far fronte alle scadenze verso il FMI, annullate con quella valuta e con i DSP (Diritti Speciali di Prelievo, le riserve che i Paesi detengono nel FMI).
Le riserve internazionali dell’Argentina comprendono, oltre ai dollari, una parte in oro e anche altri strumenti come lo yuan proveniente dallo swap con la Cina. È la seconda volta che il Paese utilizza lo yuan per pagare il FMI.
Il Fondo Monetario Internazionale ha concordato venerdì con il governo argentino la quinta e sesta revisione dell’accordo per 44 miliardi di dollari che il Paese ha preso nel 2018, che consentirà il nuovo esborso, ma solo nella seconda metà di agosto, dopo essere stato sottoposto all’approvazione del consiglio di amministrazione dell’organismo internazionale.
Fonte
09/07/2023
Il G7 studia nuove sanzioni alla Cina: avranno un impatto devastante sull’economia globale
Almeno 3.000 miliardi di dollari andrebbero subito in fumo se i paesi del G7 sanzionassero la Cina in caso di crisi su Taiwan. L’economia globale perderebbe una cifra equivalente al Pil del Regno Unito nel 2022. Il dato è al centro di una ricerca congiunta pubblicata da Atlantic Council e Rhodium Group, Sanctioning China in a Taiwan Crisis, Scenarios and Risks. Lo studio del think tank con sede a Washington che si occupa di «stimolare la leadership degli Stati Uniti nel mondo» e del centro di ricerca con focus sul settore privato in Cina muove da un confronto in corso tra policymaker e aziende dei sette paesi pesi più avanzati (ufficialmente non se ne parla all’interno dei governi). Tuttavia queste discussioni rivelano che un’ennesima crisi dello Stretto (sarebbe la quarta, dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1995-96) rappresenta uno scenario tutt’altro che fantapolitico.
Secondo il rapporto, il coordinamento costante tra funzionari statunitensi ed europei ha evidenziato che «l’invasione russa dell’Ucraina ha rimodellato i contorni di ciò che era possibile nel regno della politica economica».
Quando parliamo di “crisi” intendiamo non solo uno scontro militare, ma anche altri due scenari, che a Taipei ritengono più probabili: un blocco dell’Isola da parte della marina e dell’aviazione cinese, e/o un grande attacco informatico contro le sue infrastrutture. Entrambi metterebbero in ginocchio l’economia di Taiwan, fortemente dipendente dall’export.
Prima di esaminare i risultati del paper, è importante riflettere sulle sue conclusioni. Secondo Atlantic Council e Rhodium Group, contro queste eventuali mosse di Pechino le contromisure economiche non basterebbero: esse sono «complementari, piuttosto che sostitutive, degli strumenti militari e diplomatici per mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan». Tuttavia a chi abbia analizzato l’ascesa di Xi Jinping e la riorganizzazione alla quale ha sottoposto negli ultimi dieci anni il partito e l’esercito appare evidente che nella “Nuova era” proclamata dal presidente cinese la questione taiwanese ha assunto una rinnovata centralità. In questo quadro, nessuna pressione militare e diplomatica potranno far recedere Pechino dalla “riunificazione” del territorio che considera una provincia ribelle. Pertanto, ciò che servirebbe con urgenza è una soluzione politica, basata su un nuovo accordo complessivo tra la potenza egemone e quella in ascesa.
Al contrario, si studiano le sanzioni, che colpirebbero tre ambiti principali: le banche (divieto di utilizzare il sistema SWIFT; limitazioni delle transazioni; mercato internazionale precluso ai titoli di debito cinesi); le élite politiche e militari (blocco dei beni e restrizioni ai visti); le compagnie legate all’esercito (restrizioni al commercio e agli investimenti; su obbligazioni e azioni; controlli sull’export).
Tuttavia, date le dimensioni (dieci volte quella russa) e i legami dell’economia cinese, per i governi del G7 sarebbe molto più difficile approvarle rispetto alle punizioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina. I due think tank evidenziano «gli interessi nazionali differenti, la diversa disponibilità a sopportare le ripercussioni economiche e le sfaccettature uniche delle loro relazioni con Washington». In effetti, se al Congresso Usa è già stato introdotto (il 29 marzo scorso) un progetto di legge ad hoc (lo “STAND with Taiwan Act”) per sanzionare la Cina se «l’Esercito popolare di liberazione avvia un’invasione di Taiwan», il presidente francese, Emmanuel Macron, pochi giorni dopo (il 9 aprile), ha avvertito in un’intervista a Politico che «la cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei su questa questione (Taiwan, ndr) dobbiamo seguire l’agenda degli Stati Uniti a una reazione eccessiva cinese». Per Washington Taiwan rappresenta una questione di sicurezza nazionale, per le capitali europee no. Le divergenze politiche riflettono quelle dell’opinione pubblica, con l’83 per cento degli statunitensi che ha un’idea “negativa” della Cina (Pew Research Center, aprile 2023), mentre il 62 per cento degli europei vorrebbe rimanere neurale in caso di conflitto tra Cina e Stati Uniti su Taiwan (European Council on Foreign Relations, giugno 2023).
Anche se l’ultimo vertice, a Hiroshima, ha ostentato unità sulla Cina, raggiungere un accordo tra i paesi del G7 per applicare eventuali sanzioni contro Pechino richiederebbe tempo e difficili compromessi. Un embargo contro la Cina equivarrebbe secondo alcuni alla “distruzione reciproca assicurata” immaginata in caso di impiego in guerra degli ordigni nucleari. Si tratta certamente di un’iperbole: in realtà quella delle punizioni e delle rappresaglie è una strada che Stati Uniti, Unione Europea e Cina hanno imboccato già da qualche tempo. Con il dialogo politico che si è fatto difficile e intermittente, avanzano le sanzioni. Come, ad esempio, quelle varate il 22 marzo 2021 da Bruxelles (in base al nuovo EU Global Human Rights Sanctions Regime) contro quattro funzionari e un’entità cinese per la repressione dei musulmani nella provincia del Xinjiang, reciprocate il giorno stesso da Pechino – uno scontro che ha contribuito alla sospensione del Comprehensive Agreement on Investiment (Cai) negoziato per sette anni tra la Cina e l’UE. Oppure le tre compagnie cinesi (di Hong Kong) colpite, per la prima volta, da un pacchetto di sanzioni dell’UE sulla guerra in Ucraina, l’undicesimo, approvato il 21 giugno scorso (Asia Pacific Links Ltd; Tordan Industry Limited; Alpha Trading Investments Limited) per il loro contributo finanziario o tecnologico allo sforzo bellico russo.
L’esposizione del sistema finanziario globale nei confronti di quello cinese è relativa soprattutto ai flussi commerciali internazionali: le banche cinesi mantengono conti (in dollari e in euro) presso istituti di credito internazionali per facilitare i pagamenti cross border. Stando così le cose, il G7 avrebbe due opzioni: sanzionare solo alcune banche con legami con il settore militare e tecnologico, senza alcun impatto sostanziale sui flussi finanziari complessivi del paese, oppure colpire le grandi banche di stato, causando i succitati 3.000 miliardi di ammanco al commercio e agli investimenti globali.
Punire alti funzionari del governo e dell’Esercito popolare di liberazione rappresenta invece un’eventualità alla quale i soggetti presi di mira si sono già preparati, rendendo molto complicato identificare i loro patrimoni detenuti all’estero.
C’è infine il controllo sulle esportazioni di componenti chiave, che potrebbe avere anch’esso un effetto boomerang sui paesi del G7. Prendiamo ad esempio il settore aerospaziale, predestinato alle sanzioni in caso di scontro su Taiwan. Sarebbero interessati 2,2 miliardi di dollari di export dei paesi del G7 verso la Cina, la quale potrebbe mettere in campo una rappresaglia da 33 miliardi di dollari, attraverso il blocco dell’acquisto di aerei e componenti dai paesi più avanzati.
Col ricorso sempre maggiore alle sanzioni contro la Cina, il governo di Pechino ha iniziato ad affinare gli strumenti per contrastarle. Anzitutto spingendo i paesi amici a utilizzare la sua divisa, in luogo del dollaro, nei commerci bilaterali. Lo yuan – che rappresenta tuttora una percentuale trascurabile delle riserve valutarie internazionali, il 2,7% – è sempre più utilizzato da paesi come Argentina, Brasile, oltre alla Russia, che hanno firmato con Pechino accordi ad hoc per regolare in yuan i loro commerci con la Cina.
In conseguenza di questo cambiamento, a marzo le banconote con l’effigie di Mao (48,4%) hanno superato il biglietto verde (46,7%), diventando la valuta più utilizzata dalla seconda economia del pianeta nei suoi scambi con l’estero. Non solo, a Pechino ritengono che in futuro lo yuan potrà essere impiegato sempre di più nelle transazioni tra paesi terzi, proprio in risposta a quella che stigmatizzano come l’“utilizzo del dollaro come arma” da parte degli Stati Uniti che i paesi non allineati stanno osservando contro la Russia (espulsa dal sistema interbancario SWIFT) e la Cina.
In secondo luogo Pechino sta spingendo per la promozione a livello globale del CIPS. L’alternativa “made in China” allo SWIFT, lanciata nel 2015 dalla Banca centrale, nel 2022 ha “processato” transazioni pari a 96.700 miliardi di yuan (oltre 14.000 miliardi di dollari) con 1.420 istituzioni finanziarie connesse in 109 paesi e regioni del mondo. Il sud del mondo ha iniziato a vedere sempre più il CIPS come una alternativa al CHIPS (utilizzato per le grandi transazioni, in dollari) proprio in seguito alle sanzioni imposte contro la Russia. Infine, la Cina sta sperimentando anche lo yuan digitale (e-CNY), che l’anno scorso è stato il gettone digitale (token) più utilizzato nelle transazioni internazionali.
Fonte
Secondo il rapporto, il coordinamento costante tra funzionari statunitensi ed europei ha evidenziato che «l’invasione russa dell’Ucraina ha rimodellato i contorni di ciò che era possibile nel regno della politica economica».
Quando parliamo di “crisi” intendiamo non solo uno scontro militare, ma anche altri due scenari, che a Taipei ritengono più probabili: un blocco dell’Isola da parte della marina e dell’aviazione cinese, e/o un grande attacco informatico contro le sue infrastrutture. Entrambi metterebbero in ginocchio l’economia di Taiwan, fortemente dipendente dall’export.
Prima di esaminare i risultati del paper, è importante riflettere sulle sue conclusioni. Secondo Atlantic Council e Rhodium Group, contro queste eventuali mosse di Pechino le contromisure economiche non basterebbero: esse sono «complementari, piuttosto che sostitutive, degli strumenti militari e diplomatici per mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan». Tuttavia a chi abbia analizzato l’ascesa di Xi Jinping e la riorganizzazione alla quale ha sottoposto negli ultimi dieci anni il partito e l’esercito appare evidente che nella “Nuova era” proclamata dal presidente cinese la questione taiwanese ha assunto una rinnovata centralità. In questo quadro, nessuna pressione militare e diplomatica potranno far recedere Pechino dalla “riunificazione” del territorio che considera una provincia ribelle. Pertanto, ciò che servirebbe con urgenza è una soluzione politica, basata su un nuovo accordo complessivo tra la potenza egemone e quella in ascesa.
Al contrario, si studiano le sanzioni, che colpirebbero tre ambiti principali: le banche (divieto di utilizzare il sistema SWIFT; limitazioni delle transazioni; mercato internazionale precluso ai titoli di debito cinesi); le élite politiche e militari (blocco dei beni e restrizioni ai visti); le compagnie legate all’esercito (restrizioni al commercio e agli investimenti; su obbligazioni e azioni; controlli sull’export).
Tuttavia, date le dimensioni (dieci volte quella russa) e i legami dell’economia cinese, per i governi del G7 sarebbe molto più difficile approvarle rispetto alle punizioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina. I due think tank evidenziano «gli interessi nazionali differenti, la diversa disponibilità a sopportare le ripercussioni economiche e le sfaccettature uniche delle loro relazioni con Washington». In effetti, se al Congresso Usa è già stato introdotto (il 29 marzo scorso) un progetto di legge ad hoc (lo “STAND with Taiwan Act”) per sanzionare la Cina se «l’Esercito popolare di liberazione avvia un’invasione di Taiwan», il presidente francese, Emmanuel Macron, pochi giorni dopo (il 9 aprile), ha avvertito in un’intervista a Politico che «la cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei su questa questione (Taiwan, ndr) dobbiamo seguire l’agenda degli Stati Uniti a una reazione eccessiva cinese». Per Washington Taiwan rappresenta una questione di sicurezza nazionale, per le capitali europee no. Le divergenze politiche riflettono quelle dell’opinione pubblica, con l’83 per cento degli statunitensi che ha un’idea “negativa” della Cina (Pew Research Center, aprile 2023), mentre il 62 per cento degli europei vorrebbe rimanere neurale in caso di conflitto tra Cina e Stati Uniti su Taiwan (European Council on Foreign Relations, giugno 2023).
Anche se l’ultimo vertice, a Hiroshima, ha ostentato unità sulla Cina, raggiungere un accordo tra i paesi del G7 per applicare eventuali sanzioni contro Pechino richiederebbe tempo e difficili compromessi. Un embargo contro la Cina equivarrebbe secondo alcuni alla “distruzione reciproca assicurata” immaginata in caso di impiego in guerra degli ordigni nucleari. Si tratta certamente di un’iperbole: in realtà quella delle punizioni e delle rappresaglie è una strada che Stati Uniti, Unione Europea e Cina hanno imboccato già da qualche tempo. Con il dialogo politico che si è fatto difficile e intermittente, avanzano le sanzioni. Come, ad esempio, quelle varate il 22 marzo 2021 da Bruxelles (in base al nuovo EU Global Human Rights Sanctions Regime) contro quattro funzionari e un’entità cinese per la repressione dei musulmani nella provincia del Xinjiang, reciprocate il giorno stesso da Pechino – uno scontro che ha contribuito alla sospensione del Comprehensive Agreement on Investiment (Cai) negoziato per sette anni tra la Cina e l’UE. Oppure le tre compagnie cinesi (di Hong Kong) colpite, per la prima volta, da un pacchetto di sanzioni dell’UE sulla guerra in Ucraina, l’undicesimo, approvato il 21 giugno scorso (Asia Pacific Links Ltd; Tordan Industry Limited; Alpha Trading Investments Limited) per il loro contributo finanziario o tecnologico allo sforzo bellico russo.
L’esposizione del sistema finanziario globale nei confronti di quello cinese è relativa soprattutto ai flussi commerciali internazionali: le banche cinesi mantengono conti (in dollari e in euro) presso istituti di credito internazionali per facilitare i pagamenti cross border. Stando così le cose, il G7 avrebbe due opzioni: sanzionare solo alcune banche con legami con il settore militare e tecnologico, senza alcun impatto sostanziale sui flussi finanziari complessivi del paese, oppure colpire le grandi banche di stato, causando i succitati 3.000 miliardi di ammanco al commercio e agli investimenti globali.
Punire alti funzionari del governo e dell’Esercito popolare di liberazione rappresenta invece un’eventualità alla quale i soggetti presi di mira si sono già preparati, rendendo molto complicato identificare i loro patrimoni detenuti all’estero.
C’è infine il controllo sulle esportazioni di componenti chiave, che potrebbe avere anch’esso un effetto boomerang sui paesi del G7. Prendiamo ad esempio il settore aerospaziale, predestinato alle sanzioni in caso di scontro su Taiwan. Sarebbero interessati 2,2 miliardi di dollari di export dei paesi del G7 verso la Cina, la quale potrebbe mettere in campo una rappresaglia da 33 miliardi di dollari, attraverso il blocco dell’acquisto di aerei e componenti dai paesi più avanzati.
Col ricorso sempre maggiore alle sanzioni contro la Cina, il governo di Pechino ha iniziato ad affinare gli strumenti per contrastarle. Anzitutto spingendo i paesi amici a utilizzare la sua divisa, in luogo del dollaro, nei commerci bilaterali. Lo yuan – che rappresenta tuttora una percentuale trascurabile delle riserve valutarie internazionali, il 2,7% – è sempre più utilizzato da paesi come Argentina, Brasile, oltre alla Russia, che hanno firmato con Pechino accordi ad hoc per regolare in yuan i loro commerci con la Cina.
In conseguenza di questo cambiamento, a marzo le banconote con l’effigie di Mao (48,4%) hanno superato il biglietto verde (46,7%), diventando la valuta più utilizzata dalla seconda economia del pianeta nei suoi scambi con l’estero. Non solo, a Pechino ritengono che in futuro lo yuan potrà essere impiegato sempre di più nelle transazioni tra paesi terzi, proprio in risposta a quella che stigmatizzano come l’“utilizzo del dollaro come arma” da parte degli Stati Uniti che i paesi non allineati stanno osservando contro la Russia (espulsa dal sistema interbancario SWIFT) e la Cina.
In secondo luogo Pechino sta spingendo per la promozione a livello globale del CIPS. L’alternativa “made in China” allo SWIFT, lanciata nel 2015 dalla Banca centrale, nel 2022 ha “processato” transazioni pari a 96.700 miliardi di yuan (oltre 14.000 miliardi di dollari) con 1.420 istituzioni finanziarie connesse in 109 paesi e regioni del mondo. Il sud del mondo ha iniziato a vedere sempre più il CIPS come una alternativa al CHIPS (utilizzato per le grandi transazioni, in dollari) proprio in seguito alle sanzioni imposte contro la Russia. Infine, la Cina sta sperimentando anche lo yuan digitale (e-CNY), che l’anno scorso è stato il gettone digitale (token) più utilizzato nelle transazioni internazionali.
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28/04/2023
Argentina - Scambi con la Cina in yuan
Dopo il Brasile anche l’Argentina. Il processo di sganciamento dal dollaro per i pagamenti internazionali comincia decisamente a correre in America Latina.
A cominciare da questo mese l’Argentina userà l’equivalente di 1,04 miliardi di dollari in yuan per pagare le importazioni di beni strumentali dalla Cina. A confermarlo è stato il ministro dell’Economia, Sergio Massa, annunciando un’intesa che permetterà a Buenos Aires di contenere le perdite nelle riserve monetarie della Banca Centrale.
L’accordo – i cui dettagli sono stati illustrati insieme all’ambasciatore cinese in Argentina, Zou Xiaoli e al presidente della Banca centrale Miguel Pesce – è stato reso possibile dall’attivazione dell’ultimo segmento dello “swap” monetario che i due Paesi hanno firmato a novembre scorso.
Questo strumento ha permesso all’Argentina di disporre dell’equivalente di cinque miliardi di dollari in riserve monetarie, portando la partecipazione cinese al 48 per cento delle casse statali argentine.
Secondo il ministro Massa, “a seguito di un accordo con diverse aziende”, il governo ha riprogrammato lo strumento di pagamento per queste importazioni originarie della Cina, che “cessano di pesare sul deflusso” di dollari e “diventano parte del deflusso di yuan”.
“Questo migliora le prospettive delle riserve nette argentine. Ci dà più libertà e aggiunge capacità operativa da parte della Banca centrale argentina, in questi giorni in cui abbiamo dovuto prendere la decisione di intervenire contro coloro che, pensando che non avessimo capacità economica come Stato, speculavano e sovra-speculavano”, ha detto il ministro.
Di fronte al complesso contesto internazionale del 2022 per il sistema economico e finanziario globale, diversi Paesi hanno scelto di avviare un processo di “de-dollarizzazione” e di rafforzamento delle proprie valute nazionali o di altre alternative.
In America Latina, il Brasile ha preso l’iniziativa all’inizio di quest’anno, quando ha iniziato il percorso promuovendo l’uso dello yuan per le operazioni commerciali con i suoi principali partner, sfidando il dominio della valuta statunitense.
D’altra parte, Argentina e Brasile, che condividono e guidano il Mercato Comune del Sud (Mercosur), stanno attualmente discutendo la possibilità di creare una moneta comune, con l’obiettivo di “incrementare il commercio e l’integrazione nel mondo senza perdere” la loro “sovranità e libertà economica”.
Questo fenomeno globale ha preso slancio da quando i BRICS, che comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, hanno annunciato alla fine di marzo la creazione di un sistema economico alternativo a quello euroatlantico che comprende una valuta di riserva “fondamentalmente nuova”.
Fonte
A cominciare da questo mese l’Argentina userà l’equivalente di 1,04 miliardi di dollari in yuan per pagare le importazioni di beni strumentali dalla Cina. A confermarlo è stato il ministro dell’Economia, Sergio Massa, annunciando un’intesa che permetterà a Buenos Aires di contenere le perdite nelle riserve monetarie della Banca Centrale.
L’accordo – i cui dettagli sono stati illustrati insieme all’ambasciatore cinese in Argentina, Zou Xiaoli e al presidente della Banca centrale Miguel Pesce – è stato reso possibile dall’attivazione dell’ultimo segmento dello “swap” monetario che i due Paesi hanno firmato a novembre scorso.
Questo strumento ha permesso all’Argentina di disporre dell’equivalente di cinque miliardi di dollari in riserve monetarie, portando la partecipazione cinese al 48 per cento delle casse statali argentine.
Secondo il ministro Massa, “a seguito di un accordo con diverse aziende”, il governo ha riprogrammato lo strumento di pagamento per queste importazioni originarie della Cina, che “cessano di pesare sul deflusso” di dollari e “diventano parte del deflusso di yuan”.
“Questo migliora le prospettive delle riserve nette argentine. Ci dà più libertà e aggiunge capacità operativa da parte della Banca centrale argentina, in questi giorni in cui abbiamo dovuto prendere la decisione di intervenire contro coloro che, pensando che non avessimo capacità economica come Stato, speculavano e sovra-speculavano”, ha detto il ministro.
Di fronte al complesso contesto internazionale del 2022 per il sistema economico e finanziario globale, diversi Paesi hanno scelto di avviare un processo di “de-dollarizzazione” e di rafforzamento delle proprie valute nazionali o di altre alternative.
In America Latina, il Brasile ha preso l’iniziativa all’inizio di quest’anno, quando ha iniziato il percorso promuovendo l’uso dello yuan per le operazioni commerciali con i suoi principali partner, sfidando il dominio della valuta statunitense.
D’altra parte, Argentina e Brasile, che condividono e guidano il Mercato Comune del Sud (Mercosur), stanno attualmente discutendo la possibilità di creare una moneta comune, con l’obiettivo di “incrementare il commercio e l’integrazione nel mondo senza perdere” la loro “sovranità e libertà economica”.
Questo fenomeno globale ha preso slancio da quando i BRICS, che comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, hanno annunciato alla fine di marzo la creazione di un sistema economico alternativo a quello euroatlantico che comprende una valuta di riserva “fondamentalmente nuova”.
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06/04/2023
L’OPEC+ taglia la produzione di petrolio, si incrina la diplomazia del dollaro
Domenica l’Opec+, il cartello dei produttori di petrolio con l’aggiunta della Russia e altri nove grandi paesi al centro del mercato dell’oro nero, ha deciso un netto taglio alla produzione. Più di un milione di barili in meno al giorno da maggio alla fine dell’anno, quasi la metà in carico all’Arabia Saudita.
A questo taglio si associa quello di mezzo milione di barili già deciso dalla Russia da marzo fino a giugno, ora allungato fino alla conclusione del 2023. In totale si parla di quantità equivalenti al 3,7% della domanda globale.
I prezzi hanno subito una forte e prevedibile impennata. Il greggio Brent aveva da poco toccato il minimo da 15 mesi a questa parte, mentre ora è tornato ai livelli di inizio marzo. Un aumento significativo c’è stato anche per i prodotti della raffinazione e per il gas, in rialzo dell’8%.
Questo cambio di politica, non prevista dai mercati, secondo Bloomberg si è andata definendosi a partire dal 20 marzo. Una tale mossa è stata fatta in maniera esplicita contro i venditori allo scoperto, che scommettevano sul calo dei prezzi del petrolio in concomitanza con la crisi del settore bancario.
Lo schizzare in alto dei prezzi arriva nel pieno della lotta all’inflazione, su cui i costi dell’energia hanno avuto un ruolo determinante, soprattutto in Europa. La preoccupazione per una possibile recessione in Occidente, prima e più a lungo di quanto si potesse pensare, si va dunque rafforzando.
La critica di Washington sembra scivolare addosso al principe saudita Bin Salman, che pare abbia affermato già dalla fine dello scorso anno che non ha più interesse a compiacere gli Stati Uniti. Inoltre, oggi si incontrano a Pechino i ministri degli Esteri dell’Arabia Saudita e dell’Iran.
Intanto, questo taglio arriva in un momento in cui intorno al petrolio si può vedere l’accelerazione del passaggio a un mondo multipolare. Il 29 marzo è stato annunciato un accordo con il quale la russa Rosfnet venderà petrolio alla Indian Oil Company usando l’asiatico price benchmark dal nome Dubai.
Ma anche all’interno della santa alleanza dei paesi occidentali contro la «giungla» esterna ogni tanto compare qualche crepa. È lo stesso Wall Street Journal a dirlo, commentando la decisione del Giappone di comprare i barili russi oltre il price cap fissato dal G7, pur avendo presente il benestare di Washington.
Ma ancora più epocale è l’accordo della Total francese per l’acquisto di GNL in yuan, dal più grande operatore cinese del settore. Questo evento si pone in scia con l’intesa per l’utilizzo della moneta cinese nella compravendita di petrolio tra il Dragone e Riyad.
Lo yuan è la quinta valuta per pagamenti internazionali (7% del mercato globale), con un repentino aumento negli ultimi tre anni. I progetti pilota della sua versione digitale, con cui sono avvenute transazioni per 300 milioni di dollari, sono un ulteriore tassello dello smottamento del monopolio mondiale della moneta statunitense.
Questo processo ha avuto ulteriori spinte proprio in questi giorni. I vertici economici dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico si sono da poco riuniti per discutere come ridurre la dipende dal dollaro, mentre Cina e Malesia sono tornate a discutere di un Asian Monetary Fund, con lo stesso scopo.
Quando questo agosto si terrà in Sudafrica il prossimo incontro dei BRICS, le cui fila si vanno allargando, potrebbe essere sul tavolo la creazione di una valuta comune. La storia corre, e il senso di marcia è quello di un mondo multipolare, in cui l’opportunità di costruire un’alternativa al dominio euroatlantico si fa raggiungibile. Nessun interessato perda il treno.
Fonte
A questo taglio si associa quello di mezzo milione di barili già deciso dalla Russia da marzo fino a giugno, ora allungato fino alla conclusione del 2023. In totale si parla di quantità equivalenti al 3,7% della domanda globale.
I prezzi hanno subito una forte e prevedibile impennata. Il greggio Brent aveva da poco toccato il minimo da 15 mesi a questa parte, mentre ora è tornato ai livelli di inizio marzo. Un aumento significativo c’è stato anche per i prodotti della raffinazione e per il gas, in rialzo dell’8%.
Questo cambio di politica, non prevista dai mercati, secondo Bloomberg si è andata definendosi a partire dal 20 marzo. Una tale mossa è stata fatta in maniera esplicita contro i venditori allo scoperto, che scommettevano sul calo dei prezzi del petrolio in concomitanza con la crisi del settore bancario.
Lo schizzare in alto dei prezzi arriva nel pieno della lotta all’inflazione, su cui i costi dell’energia hanno avuto un ruolo determinante, soprattutto in Europa. La preoccupazione per una possibile recessione in Occidente, prima e più a lungo di quanto si potesse pensare, si va dunque rafforzando.
La critica di Washington sembra scivolare addosso al principe saudita Bin Salman, che pare abbia affermato già dalla fine dello scorso anno che non ha più interesse a compiacere gli Stati Uniti. Inoltre, oggi si incontrano a Pechino i ministri degli Esteri dell’Arabia Saudita e dell’Iran.
Intanto, questo taglio arriva in un momento in cui intorno al petrolio si può vedere l’accelerazione del passaggio a un mondo multipolare. Il 29 marzo è stato annunciato un accordo con il quale la russa Rosfnet venderà petrolio alla Indian Oil Company usando l’asiatico price benchmark dal nome Dubai.
Ma anche all’interno della santa alleanza dei paesi occidentali contro la «giungla» esterna ogni tanto compare qualche crepa. È lo stesso Wall Street Journal a dirlo, commentando la decisione del Giappone di comprare i barili russi oltre il price cap fissato dal G7, pur avendo presente il benestare di Washington.
Ma ancora più epocale è l’accordo della Total francese per l’acquisto di GNL in yuan, dal più grande operatore cinese del settore. Questo evento si pone in scia con l’intesa per l’utilizzo della moneta cinese nella compravendita di petrolio tra il Dragone e Riyad.
Lo yuan è la quinta valuta per pagamenti internazionali (7% del mercato globale), con un repentino aumento negli ultimi tre anni. I progetti pilota della sua versione digitale, con cui sono avvenute transazioni per 300 milioni di dollari, sono un ulteriore tassello dello smottamento del monopolio mondiale della moneta statunitense.
Questo processo ha avuto ulteriori spinte proprio in questi giorni. I vertici economici dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico si sono da poco riuniti per discutere come ridurre la dipende dal dollaro, mentre Cina e Malesia sono tornate a discutere di un Asian Monetary Fund, con lo stesso scopo.
Quando questo agosto si terrà in Sudafrica il prossimo incontro dei BRICS, le cui fila si vanno allargando, potrebbe essere sul tavolo la creazione di una valuta comune. La storia corre, e il senso di marcia è quello di un mondo multipolare, in cui l’opportunità di costruire un’alternativa al dominio euroatlantico si fa raggiungibile. Nessun interessato perda il treno.
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31/03/2023
Brasile e Cina si accordano per commerciare senza usare il dollaro
Lo scorso mercoledì Brasile e Cina hanno raggiunto un accordo per svolgere le reciproche transazioni commerciali con le proprie valute nazionali, senza usare il dollaro come mezzo di intermediazione. La Banca industriale e commerciale della Cina e il Banco BBM brasiliano sono state incaricate di procedere alle relative operazioni di cambio.
La firma di una ventina di accordi tra i due paesi era stata sospesa solo qualche giorno fa a causa dell’indisponibilità del presidente brasiliano Lula per una polmonite bilaterale. Le nuove collaborazioni avrebbero riguardato l’agroalimentare, la scienza e la tecnologia, l’istruzione e la cultura, e anche un’eventuale adesione del Brasile alla Belt and Road Initiative.
Anche senza Lula, il forum commerciale tra i due paesi si è comunque svolto, portando a compimento anche questo accordo sugli scambi, già abbozzato in maniera preliminare lo scorso gennaio. A questo incontro hanno partecipato anche quasi 250 uomini d’affari cinesi, e altrettanti brasiliani.
Nel comunicato dell’Agenzia brasiliana per la promozione delle esportazioni si legge che lo scopo è quello di “ridurre i costi” e di “promuovere ulteriormente il commercio bilaterale, facilitando al contempo gli investimenti”. Già oggi la più grande economia del Sud America vede nel Dragone il suo principale partner commerciale.
Oltre ai 150 miliardi di scambi bilaterali del 2022, la Camera di Commercio Brasile-Cina ha calcolato che il 48% degli investimenti cinesi in America Latina tra il 2007 e il 2020 sono finiti proprio in Brasile. Un ulteriore rafforzamento del legame tra i due paesi potrebbe avvenire attraverso il via libera alle banche brasiliane a partecipare al mercato finanziario cinese.
La Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (BNDES) sarebbe al centro dell’intesa che permetterebbe a questo istituto di accedere ai crediti sottoposti al controllo di Pechino, per finanziare progetti infrastrutturali ed energetici. Anche se la pubblicità di questo patto è stata rimandata, sembra che ormai esso sia vicino alla fase finale.
Intanto, anche altro si muove nel panorama mondiale. Dilma Rousseff, la presidente del Brasile dal 2011 al 2016, è stata da poco indicata al vertice della National Development Bank, la banca di sviluppo dei BRICS. Nell’istituto finanziario è stato inoltre appena accolto l’Egitto, che secondo le stime della Banca Mondiale dovrà avviare nei prossimi anni un piano di investimenti di 230 miliardi di dollari.
Attraverso i BRICS, e non solo, sta prendendo piede un nuovo sistema di pagamenti e vettori di investimento internazionali. La Cina ha già stretto accordi valutari simili a quello di cui abbiamo parlato con altri paesi, tra cui Russia, Pakistan, Cile, Argentina. A breve anche le banche brasiliane entreranno a pieno titolo nel CIPS, il circuito di compensazione bancaria cinese che si oppone allo SWIFT statunitense.
Tutte queste azioni si inseriscono all’interno di una progressiva de-dollarizzazione del mercato mondiale, guidata dalla Cina con l’obiettivo di ridurre la principale leva internazionale di Washington. Significa mettere in crisi uno dei due principali strumenti (l’altro è il Pentagono) con cui la Casa Bianca ha tenuto in pugno il mondo negli ultimi decenni.
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La firma di una ventina di accordi tra i due paesi era stata sospesa solo qualche giorno fa a causa dell’indisponibilità del presidente brasiliano Lula per una polmonite bilaterale. Le nuove collaborazioni avrebbero riguardato l’agroalimentare, la scienza e la tecnologia, l’istruzione e la cultura, e anche un’eventuale adesione del Brasile alla Belt and Road Initiative.
Anche senza Lula, il forum commerciale tra i due paesi si è comunque svolto, portando a compimento anche questo accordo sugli scambi, già abbozzato in maniera preliminare lo scorso gennaio. A questo incontro hanno partecipato anche quasi 250 uomini d’affari cinesi, e altrettanti brasiliani.
Nel comunicato dell’Agenzia brasiliana per la promozione delle esportazioni si legge che lo scopo è quello di “ridurre i costi” e di “promuovere ulteriormente il commercio bilaterale, facilitando al contempo gli investimenti”. Già oggi la più grande economia del Sud America vede nel Dragone il suo principale partner commerciale.
Oltre ai 150 miliardi di scambi bilaterali del 2022, la Camera di Commercio Brasile-Cina ha calcolato che il 48% degli investimenti cinesi in America Latina tra il 2007 e il 2020 sono finiti proprio in Brasile. Un ulteriore rafforzamento del legame tra i due paesi potrebbe avvenire attraverso il via libera alle banche brasiliane a partecipare al mercato finanziario cinese.
La Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (BNDES) sarebbe al centro dell’intesa che permetterebbe a questo istituto di accedere ai crediti sottoposti al controllo di Pechino, per finanziare progetti infrastrutturali ed energetici. Anche se la pubblicità di questo patto è stata rimandata, sembra che ormai esso sia vicino alla fase finale.
Intanto, anche altro si muove nel panorama mondiale. Dilma Rousseff, la presidente del Brasile dal 2011 al 2016, è stata da poco indicata al vertice della National Development Bank, la banca di sviluppo dei BRICS. Nell’istituto finanziario è stato inoltre appena accolto l’Egitto, che secondo le stime della Banca Mondiale dovrà avviare nei prossimi anni un piano di investimenti di 230 miliardi di dollari.
Attraverso i BRICS, e non solo, sta prendendo piede un nuovo sistema di pagamenti e vettori di investimento internazionali. La Cina ha già stretto accordi valutari simili a quello di cui abbiamo parlato con altri paesi, tra cui Russia, Pakistan, Cile, Argentina. A breve anche le banche brasiliane entreranno a pieno titolo nel CIPS, il circuito di compensazione bancaria cinese che si oppone allo SWIFT statunitense.
Tutte queste azioni si inseriscono all’interno di una progressiva de-dollarizzazione del mercato mondiale, guidata dalla Cina con l’obiettivo di ridurre la principale leva internazionale di Washington. Significa mettere in crisi uno dei due principali strumenti (l’altro è il Pentagono) con cui la Casa Bianca ha tenuto in pugno il mondo negli ultimi decenni.
Fonte
19/02/2023
Il vecchio gioco Usa non funziona più
La cosiddetta “globalizzazione” si è rotta e chi aveva immaginato di poterla gestire a proprio vantaggio per sempre – il capitale finanziario Usa, insomma – sta sbattendo i denti su un paracarro.
Due anni e mezzo fa Larry Summers – già ministro del Tesoro con Clinton e autore dell’abrogazione del Glass Steagall Act – scrisse un editoriale (seguito poi da Janet Yellen, già governatrice della Fed e attualmente Ministro del Tesoro), in cui sosteneva che gli Usa potevano permettersi un mega pacchetto fiscale durante la pandemia perché nel mondo c’era eccesso di risparmio.
In effetti era così. E la storia degli ultimi 40 anni insegnava che in casi come questo quel risparmio in eccesso poteva essere facilmente indirizzato verso gli Stati Uniti.
Quel che Summers non immaginava è che nel frattempo i capitali si stavano spostando verso altri lidi. Che stranezza...
Comunque, tra Trump e Biden, ci sono state manovre fiscali pari a 4 mila miliardi di dollari. Non appena l’amministrazione ebbe problemi di finanziamento, intervenne la Fed (aumentando i tassi di interesse, come Paul Vocker ai tempi di Ronald Reagan).
Siccome non bastava, scoppiò anche per questo la guerra in Ucraina, fomentata da Usa e Nato. Si è così rapidamente arrivati alla dollarizzazione dell’euro e a mega deficit commerciali in area UE, che da sempre era in surplus.
I capitali europei, anche grazie agli aumenti dei tassi praticati dalla Fed, si indirizzavano verso gli Usa. Ancora una volta gli europei pagavano i conti di Washington.
Ad un certo punto però lo scorso anno c’è stata una smobilitazione, un disinvestimento mondiale da Wall Street e dal debito Usa (in particolare da parte della Cina).
Pechino annunciava la fine della politica covid zero, e negli ultimi mesi stiamo assistendo ad un massiccio spostamento di capitali, anche a seguito della confisca delle riserve valutarie russe (una vera e propria “appropriazione indebita”): l’Occidente non è visto più come un porto sicuro. Che stranezza...
Se leggete l’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza vi accorgerete che la questione dei palloni spia, e la paranoia americana, simile a quella contro l’URSS negli anni 50-60, serve a ricompattare l’opinione pubblica e il Congresso in vista dell’approvazione dell’aumento del debito federale a 19 mila miliardi in 10 anni.
È, se vogliamo, una mossa disperata, si tratta di vedere se capitali arabi, cinesi, giapponesi, asiatici in genere e anche europei, anche questa volta saranno disposti a sottoscrivere debito americano.
Ma nel frattempo le cose continuano a cambiare, e molto velocemente proprio sotto la spinta alla frammentazione del mercato mondiale innescata dalle “sanzioni” stabilite unilateralmente dall’area “euro-atlantica” (ricordiamo che solo l’Onu avrebbe questo diritto-potere).
Avverte infatti il quotidiano cinese Global Times che, per esempio, la Russia ha deciso di eliminare l’euro e mantenere soltanto yuan e oro nel Fondo patrimoniale nazionale.
Questo non solo significa un drastico cambiamento nella struttura delle riserve sovrane della Russia in quanto potenza strategica, ma promuove anche direttamente l’internazionalizzazione dello yuan a un livello superiore. Di conseguenza, questa mossa porterà anche a un’ulteriore de-dollarizzazione.
Il fondo russo sarà composto fino al 60% di yuan e non più del 40% di oro. Secondo i media russi, in precedenza lo yuan rappresentava il 30% e l’oro il 20%.
L’esclusione dell’euro dalla NWF è in sostanza una continuazione della precedente politica di de-dollarizzazione sistematica della Russia. “Considerando che ci sono poche opzioni nel mercato valutario globale per il benchmarking con il sistema del dollaro americano basato su fintech, forza economica e scala commerciale, il sistema dello yuan è oggettivamente la soluzione migliore per la de-dollarizzazione della Russia e di altri Paesi”, ha dichiarato venerdì al Global Times Chen Jia, un analista indipendente di strategia internazionale.
Questo è anche il risultato delle sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia – scrive il Global Times – che hanno spinto quest’ultima a cercare una valuta più sicura, aggiungendo che la popolarità dello yuan tra gli imprenditori russi è la prova che le aziende si stanno rivolgendo a nuovi mercati, in particolare alla Cina.
Il sondaggio tra le imprese russe ha rilevato che lo yuan è favorito dall’aumento degli scambi commerciali con l’Asia e dai minori rischi di pagamento associati all’utilizzo di questa valuta rispetto al dollaro e all’euro (il circuito Swift è controllato direttamente dal governo degli Stati Uniti).
Lo yuan ha tra l’altro mantenuto una relativa stabilità di fronte ai rialzi degli interessi statunitensi e all’inflazione globale. Questo è il motivo principale per cui un gran numero di Paesi in via di sviluppo e mercati emergenti del mondo, tra cui la Russia, continuano ad aumentare la quota di yuan nelle loro riserve sovrane.
“La competizione geopolitica sta accelerando la tendenza alla de-dollarizzazione globale”, ha dichiarato venerdì al Global Times Hong Yong, ricercatore dell’Accademia cinese per il commercio internazionale e la cooperazione economica.
“Il ruolo del dollaro USA nel mercato finanziario internazionale non è più così forte come un tempo e il governo americano ha aumentato il suo controllo sul dollaro, spingendo molti Paesi a cercare valute alternative“.
Hong ha anche osservato che, con l’indebolimento dell’economia statunitense, la fiducia internazionale nel dollaro sta diminuendo, accelerando il processo di de-dollarizzazione.
Non sentite anche voi qualche sinistro scricchiolio nell’architettura messa su dopo la Caduta del Muro?
Fonte
Due anni e mezzo fa Larry Summers – già ministro del Tesoro con Clinton e autore dell’abrogazione del Glass Steagall Act – scrisse un editoriale (seguito poi da Janet Yellen, già governatrice della Fed e attualmente Ministro del Tesoro), in cui sosteneva che gli Usa potevano permettersi un mega pacchetto fiscale durante la pandemia perché nel mondo c’era eccesso di risparmio.
In effetti era così. E la storia degli ultimi 40 anni insegnava che in casi come questo quel risparmio in eccesso poteva essere facilmente indirizzato verso gli Stati Uniti.
Quel che Summers non immaginava è che nel frattempo i capitali si stavano spostando verso altri lidi. Che stranezza...
Comunque, tra Trump e Biden, ci sono state manovre fiscali pari a 4 mila miliardi di dollari. Non appena l’amministrazione ebbe problemi di finanziamento, intervenne la Fed (aumentando i tassi di interesse, come Paul Vocker ai tempi di Ronald Reagan).
Siccome non bastava, scoppiò anche per questo la guerra in Ucraina, fomentata da Usa e Nato. Si è così rapidamente arrivati alla dollarizzazione dell’euro e a mega deficit commerciali in area UE, che da sempre era in surplus.
I capitali europei, anche grazie agli aumenti dei tassi praticati dalla Fed, si indirizzavano verso gli Usa. Ancora una volta gli europei pagavano i conti di Washington.
Ad un certo punto però lo scorso anno c’è stata una smobilitazione, un disinvestimento mondiale da Wall Street e dal debito Usa (in particolare da parte della Cina).
Pechino annunciava la fine della politica covid zero, e negli ultimi mesi stiamo assistendo ad un massiccio spostamento di capitali, anche a seguito della confisca delle riserve valutarie russe (una vera e propria “appropriazione indebita”): l’Occidente non è visto più come un porto sicuro. Che stranezza...
Se leggete l’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza vi accorgerete che la questione dei palloni spia, e la paranoia americana, simile a quella contro l’URSS negli anni 50-60, serve a ricompattare l’opinione pubblica e il Congresso in vista dell’approvazione dell’aumento del debito federale a 19 mila miliardi in 10 anni.
È, se vogliamo, una mossa disperata, si tratta di vedere se capitali arabi, cinesi, giapponesi, asiatici in genere e anche europei, anche questa volta saranno disposti a sottoscrivere debito americano.
Ma nel frattempo le cose continuano a cambiare, e molto velocemente proprio sotto la spinta alla frammentazione del mercato mondiale innescata dalle “sanzioni” stabilite unilateralmente dall’area “euro-atlantica” (ricordiamo che solo l’Onu avrebbe questo diritto-potere).
Avverte infatti il quotidiano cinese Global Times che, per esempio, la Russia ha deciso di eliminare l’euro e mantenere soltanto yuan e oro nel Fondo patrimoniale nazionale.
Questo non solo significa un drastico cambiamento nella struttura delle riserve sovrane della Russia in quanto potenza strategica, ma promuove anche direttamente l’internazionalizzazione dello yuan a un livello superiore. Di conseguenza, questa mossa porterà anche a un’ulteriore de-dollarizzazione.
Il fondo russo sarà composto fino al 60% di yuan e non più del 40% di oro. Secondo i media russi, in precedenza lo yuan rappresentava il 30% e l’oro il 20%.
L’esclusione dell’euro dalla NWF è in sostanza una continuazione della precedente politica di de-dollarizzazione sistematica della Russia. “Considerando che ci sono poche opzioni nel mercato valutario globale per il benchmarking con il sistema del dollaro americano basato su fintech, forza economica e scala commerciale, il sistema dello yuan è oggettivamente la soluzione migliore per la de-dollarizzazione della Russia e di altri Paesi”, ha dichiarato venerdì al Global Times Chen Jia, un analista indipendente di strategia internazionale.
Questo è anche il risultato delle sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia – scrive il Global Times – che hanno spinto quest’ultima a cercare una valuta più sicura, aggiungendo che la popolarità dello yuan tra gli imprenditori russi è la prova che le aziende si stanno rivolgendo a nuovi mercati, in particolare alla Cina.
Il sondaggio tra le imprese russe ha rilevato che lo yuan è favorito dall’aumento degli scambi commerciali con l’Asia e dai minori rischi di pagamento associati all’utilizzo di questa valuta rispetto al dollaro e all’euro (il circuito Swift è controllato direttamente dal governo degli Stati Uniti).
Lo yuan ha tra l’altro mantenuto una relativa stabilità di fronte ai rialzi degli interessi statunitensi e all’inflazione globale. Questo è il motivo principale per cui un gran numero di Paesi in via di sviluppo e mercati emergenti del mondo, tra cui la Russia, continuano ad aumentare la quota di yuan nelle loro riserve sovrane.
“La competizione geopolitica sta accelerando la tendenza alla de-dollarizzazione globale”, ha dichiarato venerdì al Global Times Hong Yong, ricercatore dell’Accademia cinese per il commercio internazionale e la cooperazione economica.
“Il ruolo del dollaro USA nel mercato finanziario internazionale non è più così forte come un tempo e il governo americano ha aumentato il suo controllo sul dollaro, spingendo molti Paesi a cercare valute alternative“.
Hong ha anche osservato che, con l’indebolimento dell’economia statunitense, la fiducia internazionale nel dollaro sta diminuendo, accelerando il processo di de-dollarizzazione.
Non sentite anche voi qualche sinistro scricchiolio nell’architettura messa su dopo la Caduta del Muro?
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18/02/2023
Brasile-Cina - Accordo per scambi in yuan
Una decina di giorni fa è stato annunciato un memorandum firmato dalla Banca Popolare Cinese, ovvero la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese, e dalla Banca Centrale del Brasile. Al suo interno venivano stabiliti accordi di compensazione dello yuan – o renminbi – cinese in Brasile, così da facilitare le transazioni di imprese e istituti finanziari tra i due paesi con la moneta del Dragone.
Questa notizia arriva poco dopo le dichiarazioni intorno all’intenzione di Brasile e Argentina di avanzare sulla strada della creazione di una valuta comune, che da Brasilia suggeriscono di chiamare Sur, che vorrebbe poi essere proposta a tutta l’America Latina e andrebbe così a rappresentare circa il 5% del PIL mondiale attuale.
È risaputo che la moneta non è solo un’unità di conto, ma svolge una serie di funzioni che si sono rese ancora più complesse nell’epoca della finanziarizzazione sfrenata. La moneta è – e lo è da tempo – anche uno strumento di potere e di controllo, e lo sperimentiamo da decenni con il ruolo del dollaro nell’economia internazionale.
Tramite la sua valuta, richiesta ormai più all’esterno che all’interno del paese, gli USA hanno potuto sostenere un alto deficit, commerciale e di spesa, esternalizzando le contraddizioni del proprio modello di sviluppo.
Per questo per i paesi che cercano – se non di rompere totalmente – almeno di rendersi più indipendenti dalle costrizioni dell’imperialismo statunitense, la riduzione del peso del dollaro nelle proprie transazioni è un tema primario.
Persino l’Unione Europea, con l’euro, ha provato a sviluppare un’area valutaria concorrente, con ambizioni non nascoste. Ma oggi sono le realtà del Sud del mondo a rappresentare un’alternativa – con valore politico progressivo – nel processo di de-dollarizzazione che sta procedendo, lentamente ma inesorabilmente.
In particolare, anche in questo settore il principale “nemico strategico” della Casa Bianca è la Cina, guidata dal più grande partito comunista del mondo, che della de-dollarizzazione è ovviamente protagonista.
Lo yuan nel 2016 è entrato nel paniere di valute che compongono i Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, cioè le monete che possono essere usate come riserva valutaria oltre che per scambi commerciali.
È l’unica moneta di questo paniere che non appartiene a un paese ascrivibile allo schieramento occidentale e sta evidentemente diventando un punto di riferimento nei pagamenti internazionali (per cui sono stati creati circuiti alternativi allo Swift statunitense).
Documenti simili a quello col Brasile erano stati firmati con 25 paesi già alla fine del 2021, evidenziando l'inizio di un processo di internazionalizzazione dello yuan. La dichiarazione di Samarcanda, nella riunione del settembre 2022 dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che riunisce gran parte dell’Asia, spinge per l’incremento degli scambi nelle valute nazionali.
Dopo l’incontro avvenuto nel dicembre 2022 con Xi Jinping, re Salman dell’Arabia Saudita ha parlato della possibilità di ricevere yuan in cambio del petrolio, assestando un altro colpo al ruolo internazionale del dollaro. L’Arabia Saudita, così come Indonesia ed Egitto, ha espresso la volontà di entrare a far parte dei BRICS, a cui hanno già formalmente fatto domanda di adesione Algeria, Iran e Argentina.
Si chiude così il cerchio partito con gli accordi in ambito monetario che hanno riguardato il Brasile in queste ultime settimane (segnaliamo anche la resurrezione degli accordi commerciali tra Venezuela e Colombia, sempre meno “caposaldo della reazione” filo-Usa).
Gli stessi BRICS hanno ipotizzato di poter lanciare una valuta di riferimento comune, e dunque questa area economica in espansione si candida a rappresentare davvero un’alternativa geo-economica all’imperialismo yankee.
La vicenda palesa come la competizione monetaria sia oggi un elemento cruciale della più generale competizione globale. Chi vuole costruire un’alternativa di sistema non può più esimersi dal ragionare sul come sganciarsi dalle catene delle monete imperiali.
Fonte
Questa notizia arriva poco dopo le dichiarazioni intorno all’intenzione di Brasile e Argentina di avanzare sulla strada della creazione di una valuta comune, che da Brasilia suggeriscono di chiamare Sur, che vorrebbe poi essere proposta a tutta l’America Latina e andrebbe così a rappresentare circa il 5% del PIL mondiale attuale.
È risaputo che la moneta non è solo un’unità di conto, ma svolge una serie di funzioni che si sono rese ancora più complesse nell’epoca della finanziarizzazione sfrenata. La moneta è – e lo è da tempo – anche uno strumento di potere e di controllo, e lo sperimentiamo da decenni con il ruolo del dollaro nell’economia internazionale.
Tramite la sua valuta, richiesta ormai più all’esterno che all’interno del paese, gli USA hanno potuto sostenere un alto deficit, commerciale e di spesa, esternalizzando le contraddizioni del proprio modello di sviluppo.
Per questo per i paesi che cercano – se non di rompere totalmente – almeno di rendersi più indipendenti dalle costrizioni dell’imperialismo statunitense, la riduzione del peso del dollaro nelle proprie transazioni è un tema primario.
Persino l’Unione Europea, con l’euro, ha provato a sviluppare un’area valutaria concorrente, con ambizioni non nascoste. Ma oggi sono le realtà del Sud del mondo a rappresentare un’alternativa – con valore politico progressivo – nel processo di de-dollarizzazione che sta procedendo, lentamente ma inesorabilmente.
In particolare, anche in questo settore il principale “nemico strategico” della Casa Bianca è la Cina, guidata dal più grande partito comunista del mondo, che della de-dollarizzazione è ovviamente protagonista.
Lo yuan nel 2016 è entrato nel paniere di valute che compongono i Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, cioè le monete che possono essere usate come riserva valutaria oltre che per scambi commerciali.
È l’unica moneta di questo paniere che non appartiene a un paese ascrivibile allo schieramento occidentale e sta evidentemente diventando un punto di riferimento nei pagamenti internazionali (per cui sono stati creati circuiti alternativi allo Swift statunitense).
Documenti simili a quello col Brasile erano stati firmati con 25 paesi già alla fine del 2021, evidenziando l'inizio di un processo di internazionalizzazione dello yuan. La dichiarazione di Samarcanda, nella riunione del settembre 2022 dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che riunisce gran parte dell’Asia, spinge per l’incremento degli scambi nelle valute nazionali.
Dopo l’incontro avvenuto nel dicembre 2022 con Xi Jinping, re Salman dell’Arabia Saudita ha parlato della possibilità di ricevere yuan in cambio del petrolio, assestando un altro colpo al ruolo internazionale del dollaro. L’Arabia Saudita, così come Indonesia ed Egitto, ha espresso la volontà di entrare a far parte dei BRICS, a cui hanno già formalmente fatto domanda di adesione Algeria, Iran e Argentina.
Si chiude così il cerchio partito con gli accordi in ambito monetario che hanno riguardato il Brasile in queste ultime settimane (segnaliamo anche la resurrezione degli accordi commerciali tra Venezuela e Colombia, sempre meno “caposaldo della reazione” filo-Usa).
Gli stessi BRICS hanno ipotizzato di poter lanciare una valuta di riferimento comune, e dunque questa area economica in espansione si candida a rappresentare davvero un’alternativa geo-economica all’imperialismo yankee.
La vicenda palesa come la competizione monetaria sia oggi un elemento cruciale della più generale competizione globale. Chi vuole costruire un’alternativa di sistema non può più esimersi dal ragionare sul come sganciarsi dalle catene delle monete imperiali.
Fonte
12/12/2022
Cina-Arabia Saudita, verso i PetroYuan?
L’informazione italiana aveva preferito ignorare la notizia, oppure darne una versione politica di basso profilo e lievemente insultante (“un vertice tra dittatori”).
Ancora adesso mancano resoconti sulla quantità e rilevanza degli accordi raggiunti o in via di definizione. Come se le dimensioni dello spostamento degli equilibri globali in corso fossero inconcepibili per chi, di mestiere, fa “la voce del padrone”.
Pensavamo di essere quasi soli nel cogliere quel che sta avvenendo, e magari ci sarebbe potuto venire il dubbio di aver esagerato. Poi il sempre acuto Guido Salerno Aletta, in un editoriale su TeleBorsa, ha lanciato il sasso nello stagno.
La sua analisi andrebbe approfondita (ad esempio su gas e petrolio, le cui riserve si vanno riducendo a un ritmo accelerato, o sulla “autonomia energetica” USA – che, essendo fondata sull’estrazione da scisto, equivale a un raschiare il fondo del barile, e dunque è solo temporanea), ma non mancherà occasione a breve termine.
La Storia è in movimento, guai a chi non lo vede. O, peggio ancora, lo nasconde...
Buona lettura.
Ancora adesso mancano resoconti sulla quantità e rilevanza degli accordi raggiunti o in via di definizione. Come se le dimensioni dello spostamento degli equilibri globali in corso fossero inconcepibili per chi, di mestiere, fa “la voce del padrone”.
Pensavamo di essere quasi soli nel cogliere quel che sta avvenendo, e magari ci sarebbe potuto venire il dubbio di aver esagerato. Poi il sempre acuto Guido Salerno Aletta, in un editoriale su TeleBorsa, ha lanciato il sasso nello stagno.
La sua analisi andrebbe approfondita (ad esempio su gas e petrolio, le cui riserve si vanno riducendo a un ritmo accelerato, o sulla “autonomia energetica” USA – che, essendo fondata sull’estrazione da scisto, equivale a un raschiare il fondo del barile, e dunque è solo temporanea), ma non mancherà occasione a breve termine.
La Storia è in movimento, guai a chi non lo vede. O, peggio ancora, lo nasconde...
Buona lettura.
*****
di Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
Inutile nasconderselo: il gas ed il petrolio rimarranno ancora per decenni una fonte energetica insostituibile per molti Paesi, soprattutto per la Cina che si è accaparrata con decisione il ruolo di Fabbrica del Mondo.
Chiunque oggi faccia i conti con le emissioni di CO2, per decidere dal punto di vista della sostenibilità ambientale chi è “buono” rispetto a chi invece è “cattivo”, dovrebbe considerare che la gran parte delle emissioni derivano dalla attività industriale, e soprattutto da quella legata alla produzione siderurgica e dalla chimica di base.
In pratica, nel momento stesso in cui l’Occidente ed in particolare gli Usa e buona parte dell’Europa si è deindustrializzato, delegando la produzione manifatturiera alla Cina, da cui però importa le merci ivi prodotte e che gli sono necessarie, è indirettamente responsabile delle tonnellate di CO2 che sono state emesse per produrre in Cina queste merci.
C’è una componente energetica in qualsiasi attività umana ed in ogni merce e servizio prodotto, ivi compresa la consegna a domicilio delle centinaia di milioni di pacchetti contenenti le merci vendute per corrispondenza che richiedono un gigantesco frazionamento quotidiano dei recapiti a domicilio.
Quello che è certo è che il processo di decarbonizzazione della produzione sarà lungo, con un orizzonte di parità che la Cina ha già delineato appena oltre la metà di questo secolo, verso il 2060: ci sono davanti ancora quarant’anni, un periodo di tempo ancora più lungo da quello che è trascorso dalla dissoluzione dell’URSS, che data al dicembre del 1991. Da allora non è passato che un trentennio.
La Cina non si fa illusioni: mentre sta dando priorità assoluta alla lotta all’inquinamento ambientale guarda molto avanti sul piano energetico, rafforzando i rapporti internazionali di approvvigionamento: dopo la Russia, l’Iran ed il Venezuela, anche l’Arabia Saudita è diventata da tempo un punto di riferimento strategico.
La diversificazione delle fonti geografiche e geopolitiche è un atteggiamento di grande prudenza, analogo a quello che aveva caratterizzato fino a qualche anno fa l’approvvigionamento di gas e di petrolio dell’Italia, con le provenienze da Libia, Algeria, Nigeria, Paesi del Golfo, Mar Caspio e Russia.
Quest’ultima è divenuta preponderante per una serie di vicende belliche e di orientamenti ostili alla realizzazione di gasdotti nuovi, come il GALSI (Gasdotto Algeria Sardegna Italia), che avrebbe dovuto collegare già da anni l’Algeria alla Sardegna per arrivare a Piombino, al fine di alimentare le acciaierie.
Non avendolo realizzato, non solo le industrie ad alto consumo energetico localizzate storicamente in Sardegna per la produzione di alluminio sono in grave difficoltà, ma si sta cercando di localizzare il più celermente possibile un impianto galleggiante di rigassificazione di GNL di fronte a Piombino, pena la chiusura degli impianti siderurgici.
La Cina guarda avanti, e l’Arabia Saudita è un interlocutore fondamentale nelle relazioni energetiche globali, soprattutto per il peso che esercita nell’ambito dell’OPEC+, l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio che ha associato anche quelli di gas.
C’è un altro aspetto da considerare: nella misura in cui la Cina usa lo Yuan per pagare le proprie importazioni energetiche, e dunque sulla base di pochi contratti con singoli Paesi, ma di grande valore e di lunga durata, può cercare di internazionalizzare la propria valuta limitando il rischio di speculazioni.
In pratica, nel momento stesso in cui la Cina diviene acquirente di gas e petrolio, pagandoli in Yuan, può delineare uno scenario in cui il consistente provento a lungo termine incassato del Paese venditore possa essere investito in iniziative finanziarie a lungo termine, con investimenti di comune interesse sul piano strategico.
Questo significa delineare legami di lungo periodo che vanno al di là della semplice fornitura energetica: hanno implicazioni monetarie, finanziarie e politiche.
Va rilevato in proposito che la completa autonomia energetica conquistata dagli Usa attraverso lo sfruttamento dei giacimenti di scisto, da cui si estraggono lo shale oil e lo shale gas che poi viene liquefatto per agevolarne il trasporto via mare, ha ridotto anche l’interdipendenza politica, finanziaria e strategica con l’Arabia Saudita che era nata nel 1945 con la Special Relationship che tenne a battesimo anche la costituzione della ARAMCO (Arabian American Company).
Il Presidente americano Roosevelt incontrò il Re Saud a bordo della USS Quincy, che attraversava il Canale di Suez nel giorno di San Valentino del 1945, dopo aver appena firmato il Patto di Yalta con Stalin e Churchill. Ad accompagnare Roosevelt c’era Rockefeller, ricchissimo e potentissimo finanziere e petroliere americano.
Tutti sanno quanto sin da allora il pagamento esclusivamente in dollari del petrolio contrattato sui mercati internazionali abbia favorito la diffusione e la conseguente forza straordinaria della valuta americana, e quanto i “petrodollari” siano stati utili per finanziare il deficit federale statunitense e per sostenere i corsi di Wall Street.
Con l'indipendenza energetica, gli Usa hanno perduto da qualche anno il contributo dei Petrodollari dell’Arabia Saudita.
Viste le ruvidità nei suoi confronti, la Cina ha dapprima cessato l’acquisto di sempre nuovo debito pubblico americano e poi ha cominciato a ridurne le detenzioni, non reinvestendo alla scadenza.
Arabia Saudita e Cina sono entrambi esportatori netti, ed una posizione finanziaria internazionale netta attiva ed in continua crescita: hanno dunque cospicui capitali da investire.
Fonte
09/12/2022
La guerra del dollaro contro euro e yuan
di Domenico Moro
La guerra non è solo quella combattuta con armi letali, come sta avvenendo in Ucraina, ma anche quella combattuta con mezzi non letali e altrettanto devastanti. Tra queste forme di guerra non letale c’è la guerra economica, che oggi viene combattuta con le sanzioni. Ma la guerra economica assume anche un’altra forma. Secondo molti economisti, siamo in piena guerra valutaria. Tale guerra vede il dollaro impegnato contro le altre principali valute mondiali, in particolare contro l’euro e lo yuan renmimbi cinese.
Il dollaro è la principale valuta mondiale, perché è la valuta degli Usa, cioè della nazione economicamente, politicamente e militarmente più potente del mondo e perché è la valuta di riserva e di scambio internazionale. Infatti, le banche centrali sono solite tenere riserve in dollari e le merci internazionali più importanti, in primis petrolio e gas, vengono prezzate in dollari.
Per valutare l’andamento del dollaro, la banca centrale degli Stati Uniti (Fed) nel 1973 ha creato il DXY dollar index, che stabilisce il valore del dollaro rispetto a un paniere di 10 altre valute, tra cui l’euro, la sterlina britannica e lo yen giapponese. Se guardiamo la serie storica, possiamo osservare che nell’ultimo anno il DXY dollar index è cresciuto, a partire da febbraio-marzo, in modo molto forte e progressivo raggiungendo il picco a settembre (Graf.1).
Quali sono le cause del rafforzamento del dollaro rispetto alle altre valute? Una motivazione può essere lo scoppio della guerra in Ucraina. Quando si verificano degli eventi catastrofici o inaspettati, gli investitori tendono ad acquistare dollari, che sono la valuta rifugio per eccellenza e che, in questo modo, si apprezza. Ma la causa principale del dollaro forte è l’innalzamento dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, da parte della banca centrale statunitense (Fed). Nel 2022 la Fed ha operato sei rialzi, fino a novembre, dei tassi d’interesse portandoli al 4%, che è il doppio del rialzo operato dalla Banca centrale europea (Bce), la quale, sempre a novembre, è arrivata al 2%. La motivazione ufficiale del forte e progressivo rialzo dei tassi d’interesse è la crescita dell’inflazione a livelli mai così alti da quaranta anni a questa parte. L’inflazione statunitense è passata dall’1,4% del gennaio 2021 al 7% di dicembre 2021, fino ad arrivare al picco del 9,1% del giugno 2002 per poi ridiscendere al 7,7% dell’ottobre 2022. Un andamento simile dell’inflazione è stato registrato anche dall’area euro, passata dall’1,6% nel gennaio 2021 al 5% del dicembre 2021, fino a raggiungere il picco del 10,6% a ottobre 2022[i].
Le politiche restrittive delle banche centrali, soprattutto della Fed, la cui azione è stata molto più decisa di quella della Bce e di altre banche centrali, dipende dall’opinione che l’inflazione sia stata causata dalle politiche espansive, compreso il mantenimento dei tassi d’interesse per lungo tempo allo 0%, adottate per contrastare la crisi della pandemia di Covid-19, che è stata la più severa dalla fine della Seconda guerra mondiale. In effetti, l’esplosione dell’inflazione andrebbe attribuita a una molteplicità di cause più complesse, che attengono non solo alla domanda ma anche all’offerta. Tra queste cause c’è anche la difficoltà delle catene di fornitura dell’industria occidentale, che, penalizzata dalla mancanza di componenti, a partire da microprocessori e semiconduttori prodotti in Asia, non è riuscita a tenere il passo con l’aumento della domanda. L’eccesso di domanda rispetto all’offerta ha determinato l’aumento dei prezzi di molti beni, a partire dal settore auto.
Quali sono le conseguenze del rialzo dei tassi d’interesse statunitensi e del relativo rafforzamento del dollaro? Le conseguenze sono generalmente favorevoli agli Usa e sfavorevoli alle altre economie, soprattutto quella dell’area euro e quella cinese. In primo luogo, dal momento che le materie prime, a cominciare da quelle energetiche, sono generalmente prezzate in dollari, se un Paese dell’area euro vuole acquistare petrolio o gas deve sborsare più euro di prima. Dunque, i prezzi di petrolio e gas aumentano per il Paese europeo, che in questo modo importa inflazione. Possiamo dire che piove sul bagnato, perché il prezzo delle materie prime energetiche era già aumentato, a causa della ripresa della domanda dopo i lock-down pandemici, e poi a seguito della guerra in Ucraina, a causa delle sanzioni e delle conseguenti interruzioni russe dei rifornimenti di gas e petrolio verso l’Europa. Le conseguenze per l’area euro sono state devastanti, tanto che l’aumento del costo delle importazioni di energia ha eroso il surplus commerciale di Germania e Italia, che quest’anno, come ho scritto in un precedente articolo[ii], chiuderà con un deficit del commercio estero dopo dieci anni di surplus. Al contrario, gli Usa, che fra l’altro sono produttori ed esportatori di gas e petrolio, si trovano doppiamente favoriti, perché, da una parte, acquistano i prodotti energetici nella propria valuta e, dall’altra parte, perché li vendono all’estero in dollari sopravvalutati.
Una seconda e molto più importante conseguenza è che il dollaro forte determina uno spostamento di capitali finanziari da altre aree valutarie verso l’area del dollaro, ossia gli Usa. Infatti, i capitali finanziari internazionali tendono a essere attratti dai tassi d’interesse più alti e dalle valute più forti. Questo è valido sicuramente per la Cina che nel 2022, in concomitanza con l’aumento dei tassi d’interesse della Fed e con il conseguente apprezzamento del dollaro, subisce un brusco cambio di registro: da paese, tra 2020 e 2021, forte attrattore di investimenti esteri diventa un Paese da cui il settore privato domestico e gli investitori stranieri fuggono per dirigersi verso gli Usa[iii]. La fuga è dovuta anche al deprezzamento, tra aprile e novembre, del 10% dello yuan cinese, il cui cambio è passato da 6,3 a oltre 7 yuan per dollaro. Per contrastare questo fenomeno, la banca centrale cinese (PBOC) ha attinto alle sue enormi riserve in dollari (la Cina è il maggiore detentore di riserve in dollari), vendendo dollari per sostenere artificialmente lo yuan. Questo stesso meccanismo si verifica anche nel settore degli investimenti in titoli di stato. Con l’apprezzamento del dollaro, gli investitori passano dai titoli di stato cinesi (e di altri paesi) a quelli statunitensi, che vedono aumentare il loro prezzo. Il dollaro forte colpisce in maniera altrettanto forte l’euro, che rappresenta la seconda valuta di riserva e di scambio internazionale. Dopo anni in cui l’euro era sopra la parità, cioè ci voleva più di un dollaro per avere un euro, nel 2022 l’euro è crollato sotto la parità, con il cambio che a settembre è arrivato a 0,95 dollari per un euro, per poi risalire alla parità a novembre (Graf. 2).
Una terza conseguenza indiretta del dollaro forte è la possibilità di recessione nel 2023. Infatti, gli alti tassi d’interesse rendono meno conveniente per le imprese prendere denaro a prestito per fare nuovi investimenti e incrementare la produzione, mentre le altre politiche restrittive, come la fine degli acquisti di titoli di stato da parte della Bce, rendono più difficile utilizzare la spesa pubblica per incrementare gli investimenti. Per queste ragioni l’Unctad, l’organizzazione delle Nazioni Unite che opera per lo sviluppo del commercio, “ha chiesto alle banche centrali di essere meno aggressive perché in caso contrario si rischiano danni globali peggiori della crisi del 2008”[iv].
Malgrado il pericolo di recessione, la Bce ha seguito la politica di aumento dei tassi d’interesse intrapresa dalla Fed: il costo del denaro, che era rimasto per anni ancorato allo 0%, nel 2022 è passato allo 0,5% (luglio), all’1,25% (settembre) e, infine, al 2% (novembre). La fine della politica espansiva, all’interno della Bce, è caldeggiata dai “falchi”, tra cui la Germania, cui si oppongono le “colombe”, tra cui l’Italia. La Lagarde, presidente della Bce, sembra dare ragione ai falchi, ma, in base a quanto abbiamo detto sopra e nel quadro della geopolitica valutaria, la sua è una scelta obbligata[v]. Se l’euro vuole mantenere il suo ruolo internazionale e attirare o trattenere capitali che altrimenti andrebbero verso gli Usa, la Bce è costretta ad alzare i tassi d’interesse per frenare il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro. Una valuta mondiale deve avere una certa stabilità e una certa “forza”, come insegna la storia della sterlina, la valuta dell’impero britannico e valuta mondiale prima del dollaro. Proprio il dollaro permette agli Usa di essere il centro finanziario del mondo, esercitando in questo modo la propria egemonia imperialistica globale. In sintesi, il vero motivo dell’aumento dei tassi d’interesse, che avvicinano una nuova recessione, è la guerra valutaria in atto, piuttosto che la lotta all’inflazione.
Il rafforzamento del dollaro corrisponde a fini di carattere geopolitico, volti a porre deliberatamente in difficoltà gli avversari[vi]. Del resto, la guerra valutaria da parte della Fed è partita contemporaneamente alla guerra in Ucraina. Entrambe le guerre possono essere lette nel quadro di una strategia generale degli Stati Uniti tesa al mantenimento della situazione unipolare, che vede gli Usa come egemone mondiale, e contro l’affermazione di un quadro multipolare in cui altri Paesi, a partire dalla Cina, si affianchino agli Usa nella definizione degli assetti internazionali. La guerra in Ucraina ha avuto lo scopo di separare la Ue, e la Germania in particolare, dalla Russia e dalle sue materie prime, rafforzando il legame di alleanza (e di dipendenza) della Ue dagli Usa. Allo stesso modo la guerra valutaria, scatenata dagli Usa, mira a rafforzare il ruolo del dollaro, che è uno dei principali strumenti di egemonia statunitense, e a indebolire euro e yuan, le valute dell’area euro e della Cina, le altre aree economicamente più importanti del mondo e concorrenti degli Usa.
Note
[i] Eurostat, prices, HICP – monthly data, (annual rate of change).
[ii] Domenico Moro, “Le sanzioni contro la Russia volatilizzano dopo dieci anni il surplus commerciale dell’Italia”, Laboratorio-21, novembre 2022.
[iii] Marcello Minenna, “Si intensifica la fuga di capitali dalla Cina”, Il Sole-24ore, 14 novembre 2022.
[iv] Vito Lops, “Borse: l’economia frena, scatta il rally”, Il Sole24ore, 5 ottobre 2022.
[v] Marco Cecchini, “Con Lagarde ostaggio dei falchi la Bce è una orchestra stonata”, Milano Finanza, 10 novembre 2022.
[vi] Marcello Minenna, “Il dollaro è troppo forte: a rischio la stabilità mondiale”, Il Sole24ore, 10 ottobre 2022.
Fonte
La guerra non è solo quella combattuta con armi letali, come sta avvenendo in Ucraina, ma anche quella combattuta con mezzi non letali e altrettanto devastanti. Tra queste forme di guerra non letale c’è la guerra economica, che oggi viene combattuta con le sanzioni. Ma la guerra economica assume anche un’altra forma. Secondo molti economisti, siamo in piena guerra valutaria. Tale guerra vede il dollaro impegnato contro le altre principali valute mondiali, in particolare contro l’euro e lo yuan renmimbi cinese.
Il dollaro è la principale valuta mondiale, perché è la valuta degli Usa, cioè della nazione economicamente, politicamente e militarmente più potente del mondo e perché è la valuta di riserva e di scambio internazionale. Infatti, le banche centrali sono solite tenere riserve in dollari e le merci internazionali più importanti, in primis petrolio e gas, vengono prezzate in dollari.
Per valutare l’andamento del dollaro, la banca centrale degli Stati Uniti (Fed) nel 1973 ha creato il DXY dollar index, che stabilisce il valore del dollaro rispetto a un paniere di 10 altre valute, tra cui l’euro, la sterlina britannica e lo yen giapponese. Se guardiamo la serie storica, possiamo osservare che nell’ultimo anno il DXY dollar index è cresciuto, a partire da febbraio-marzo, in modo molto forte e progressivo raggiungendo il picco a settembre (Graf.1).
Quali sono le cause del rafforzamento del dollaro rispetto alle altre valute? Una motivazione può essere lo scoppio della guerra in Ucraina. Quando si verificano degli eventi catastrofici o inaspettati, gli investitori tendono ad acquistare dollari, che sono la valuta rifugio per eccellenza e che, in questo modo, si apprezza. Ma la causa principale del dollaro forte è l’innalzamento dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, da parte della banca centrale statunitense (Fed). Nel 2022 la Fed ha operato sei rialzi, fino a novembre, dei tassi d’interesse portandoli al 4%, che è il doppio del rialzo operato dalla Banca centrale europea (Bce), la quale, sempre a novembre, è arrivata al 2%. La motivazione ufficiale del forte e progressivo rialzo dei tassi d’interesse è la crescita dell’inflazione a livelli mai così alti da quaranta anni a questa parte. L’inflazione statunitense è passata dall’1,4% del gennaio 2021 al 7% di dicembre 2021, fino ad arrivare al picco del 9,1% del giugno 2002 per poi ridiscendere al 7,7% dell’ottobre 2022. Un andamento simile dell’inflazione è stato registrato anche dall’area euro, passata dall’1,6% nel gennaio 2021 al 5% del dicembre 2021, fino a raggiungere il picco del 10,6% a ottobre 2022[i].
Le politiche restrittive delle banche centrali, soprattutto della Fed, la cui azione è stata molto più decisa di quella della Bce e di altre banche centrali, dipende dall’opinione che l’inflazione sia stata causata dalle politiche espansive, compreso il mantenimento dei tassi d’interesse per lungo tempo allo 0%, adottate per contrastare la crisi della pandemia di Covid-19, che è stata la più severa dalla fine della Seconda guerra mondiale. In effetti, l’esplosione dell’inflazione andrebbe attribuita a una molteplicità di cause più complesse, che attengono non solo alla domanda ma anche all’offerta. Tra queste cause c’è anche la difficoltà delle catene di fornitura dell’industria occidentale, che, penalizzata dalla mancanza di componenti, a partire da microprocessori e semiconduttori prodotti in Asia, non è riuscita a tenere il passo con l’aumento della domanda. L’eccesso di domanda rispetto all’offerta ha determinato l’aumento dei prezzi di molti beni, a partire dal settore auto.
Quali sono le conseguenze del rialzo dei tassi d’interesse statunitensi e del relativo rafforzamento del dollaro? Le conseguenze sono generalmente favorevoli agli Usa e sfavorevoli alle altre economie, soprattutto quella dell’area euro e quella cinese. In primo luogo, dal momento che le materie prime, a cominciare da quelle energetiche, sono generalmente prezzate in dollari, se un Paese dell’area euro vuole acquistare petrolio o gas deve sborsare più euro di prima. Dunque, i prezzi di petrolio e gas aumentano per il Paese europeo, che in questo modo importa inflazione. Possiamo dire che piove sul bagnato, perché il prezzo delle materie prime energetiche era già aumentato, a causa della ripresa della domanda dopo i lock-down pandemici, e poi a seguito della guerra in Ucraina, a causa delle sanzioni e delle conseguenti interruzioni russe dei rifornimenti di gas e petrolio verso l’Europa. Le conseguenze per l’area euro sono state devastanti, tanto che l’aumento del costo delle importazioni di energia ha eroso il surplus commerciale di Germania e Italia, che quest’anno, come ho scritto in un precedente articolo[ii], chiuderà con un deficit del commercio estero dopo dieci anni di surplus. Al contrario, gli Usa, che fra l’altro sono produttori ed esportatori di gas e petrolio, si trovano doppiamente favoriti, perché, da una parte, acquistano i prodotti energetici nella propria valuta e, dall’altra parte, perché li vendono all’estero in dollari sopravvalutati.
Una seconda e molto più importante conseguenza è che il dollaro forte determina uno spostamento di capitali finanziari da altre aree valutarie verso l’area del dollaro, ossia gli Usa. Infatti, i capitali finanziari internazionali tendono a essere attratti dai tassi d’interesse più alti e dalle valute più forti. Questo è valido sicuramente per la Cina che nel 2022, in concomitanza con l’aumento dei tassi d’interesse della Fed e con il conseguente apprezzamento del dollaro, subisce un brusco cambio di registro: da paese, tra 2020 e 2021, forte attrattore di investimenti esteri diventa un Paese da cui il settore privato domestico e gli investitori stranieri fuggono per dirigersi verso gli Usa[iii]. La fuga è dovuta anche al deprezzamento, tra aprile e novembre, del 10% dello yuan cinese, il cui cambio è passato da 6,3 a oltre 7 yuan per dollaro. Per contrastare questo fenomeno, la banca centrale cinese (PBOC) ha attinto alle sue enormi riserve in dollari (la Cina è il maggiore detentore di riserve in dollari), vendendo dollari per sostenere artificialmente lo yuan. Questo stesso meccanismo si verifica anche nel settore degli investimenti in titoli di stato. Con l’apprezzamento del dollaro, gli investitori passano dai titoli di stato cinesi (e di altri paesi) a quelli statunitensi, che vedono aumentare il loro prezzo. Il dollaro forte colpisce in maniera altrettanto forte l’euro, che rappresenta la seconda valuta di riserva e di scambio internazionale. Dopo anni in cui l’euro era sopra la parità, cioè ci voleva più di un dollaro per avere un euro, nel 2022 l’euro è crollato sotto la parità, con il cambio che a settembre è arrivato a 0,95 dollari per un euro, per poi risalire alla parità a novembre (Graf. 2).
Una terza conseguenza indiretta del dollaro forte è la possibilità di recessione nel 2023. Infatti, gli alti tassi d’interesse rendono meno conveniente per le imprese prendere denaro a prestito per fare nuovi investimenti e incrementare la produzione, mentre le altre politiche restrittive, come la fine degli acquisti di titoli di stato da parte della Bce, rendono più difficile utilizzare la spesa pubblica per incrementare gli investimenti. Per queste ragioni l’Unctad, l’organizzazione delle Nazioni Unite che opera per lo sviluppo del commercio, “ha chiesto alle banche centrali di essere meno aggressive perché in caso contrario si rischiano danni globali peggiori della crisi del 2008”[iv].
Malgrado il pericolo di recessione, la Bce ha seguito la politica di aumento dei tassi d’interesse intrapresa dalla Fed: il costo del denaro, che era rimasto per anni ancorato allo 0%, nel 2022 è passato allo 0,5% (luglio), all’1,25% (settembre) e, infine, al 2% (novembre). La fine della politica espansiva, all’interno della Bce, è caldeggiata dai “falchi”, tra cui la Germania, cui si oppongono le “colombe”, tra cui l’Italia. La Lagarde, presidente della Bce, sembra dare ragione ai falchi, ma, in base a quanto abbiamo detto sopra e nel quadro della geopolitica valutaria, la sua è una scelta obbligata[v]. Se l’euro vuole mantenere il suo ruolo internazionale e attirare o trattenere capitali che altrimenti andrebbero verso gli Usa, la Bce è costretta ad alzare i tassi d’interesse per frenare il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro. Una valuta mondiale deve avere una certa stabilità e una certa “forza”, come insegna la storia della sterlina, la valuta dell’impero britannico e valuta mondiale prima del dollaro. Proprio il dollaro permette agli Usa di essere il centro finanziario del mondo, esercitando in questo modo la propria egemonia imperialistica globale. In sintesi, il vero motivo dell’aumento dei tassi d’interesse, che avvicinano una nuova recessione, è la guerra valutaria in atto, piuttosto che la lotta all’inflazione.
Il rafforzamento del dollaro corrisponde a fini di carattere geopolitico, volti a porre deliberatamente in difficoltà gli avversari[vi]. Del resto, la guerra valutaria da parte della Fed è partita contemporaneamente alla guerra in Ucraina. Entrambe le guerre possono essere lette nel quadro di una strategia generale degli Stati Uniti tesa al mantenimento della situazione unipolare, che vede gli Usa come egemone mondiale, e contro l’affermazione di un quadro multipolare in cui altri Paesi, a partire dalla Cina, si affianchino agli Usa nella definizione degli assetti internazionali. La guerra in Ucraina ha avuto lo scopo di separare la Ue, e la Germania in particolare, dalla Russia e dalle sue materie prime, rafforzando il legame di alleanza (e di dipendenza) della Ue dagli Usa. Allo stesso modo la guerra valutaria, scatenata dagli Usa, mira a rafforzare il ruolo del dollaro, che è uno dei principali strumenti di egemonia statunitense, e a indebolire euro e yuan, le valute dell’area euro e della Cina, le altre aree economicamente più importanti del mondo e concorrenti degli Usa.
Note
[i] Eurostat, prices, HICP – monthly data, (annual rate of change).
[ii] Domenico Moro, “Le sanzioni contro la Russia volatilizzano dopo dieci anni il surplus commerciale dell’Italia”, Laboratorio-21, novembre 2022.
[iii] Marcello Minenna, “Si intensifica la fuga di capitali dalla Cina”, Il Sole-24ore, 14 novembre 2022.
[iv] Vito Lops, “Borse: l’economia frena, scatta il rally”, Il Sole24ore, 5 ottobre 2022.
[v] Marco Cecchini, “Con Lagarde ostaggio dei falchi la Bce è una orchestra stonata”, Milano Finanza, 10 novembre 2022.
[vi] Marcello Minenna, “Il dollaro è troppo forte: a rischio la stabilità mondiale”, Il Sole24ore, 10 ottobre 2022.
Fonte
26/09/2022
Prove di internazionalizzazione del renminbi yuan e de-dollarizzazione
di Raffaele Sciortino
“Tutto ciò rimanda, giova ricordarlo, alla complessa strutturazione dell’imperialismo finanziario del dollaro, che ha preso forma all’indomani della crisi degli anni Settanta facendo da base per la cosiddetta globalizzazione (§ 1.1). Base su cui si è incardinato, negli ultimi tre decenni, il rapporto economico e geopolitico tra Stati Uniti e Cina, asimmetrico ma essenziale per entrambe le parti. Ora, sia le necessità oggettive dello sviluppo capitalistico cinese sia la strategia del partito-stato nell’ultimo decennio hanno iniziato a spingere per un percorso di autonomizzazione rispetto all’eccessiva dipendenza dalla finanza a stelle e strisce. Più di recente, il deteriorarsi delle relazioni con Washington nonchè l’uso del dollaro come arma nel conflitto ucraino hanno convinto i vertici cinesi del fatto che l’esposizione al sistema incentrato sul dollaro rappresenta oramai un rischio sempre meno controbilanciato dal vantaggio dell’accesso ai mercati di esportazione occidentali. La Cina, insomma, non può più giocare sempre e comunque alle regole della Federal Reserve. È qui che si inserisce, altro tassello del puzzle, la strategia comunemente definita di internazionalizzazione della moneta cinese, che nelle intenzioni di Pechino dovrebbe essere cauta e regolata ma sempre più pare rappresentare una scelta obbligata.”
Questo testo è parte di un volume più ampio con il titolo Cina e Usa allo scontro nella crisi globale. Il volume è in fase di preparazione e la sua uscita è prevista per il prossimo mese di Ottobre.
“Tutto ciò rimanda, giova ricordarlo, alla complessa strutturazione dell’imperialismo finanziario del dollaro, che ha preso forma all’indomani della crisi degli anni Settanta facendo da base per la cosiddetta globalizzazione (§ 1.1). Base su cui si è incardinato, negli ultimi tre decenni, il rapporto economico e geopolitico tra Stati Uniti e Cina, asimmetrico ma essenziale per entrambe le parti. Ora, sia le necessità oggettive dello sviluppo capitalistico cinese sia la strategia del partito-stato nell’ultimo decennio hanno iniziato a spingere per un percorso di autonomizzazione rispetto all’eccessiva dipendenza dalla finanza a stelle e strisce. Più di recente, il deteriorarsi delle relazioni con Washington nonchè l’uso del dollaro come arma nel conflitto ucraino hanno convinto i vertici cinesi del fatto che l’esposizione al sistema incentrato sul dollaro rappresenta oramai un rischio sempre meno controbilanciato dal vantaggio dell’accesso ai mercati di esportazione occidentali. La Cina, insomma, non può più giocare sempre e comunque alle regole della Federal Reserve. È qui che si inserisce, altro tassello del puzzle, la strategia comunemente definita di internazionalizzazione della moneta cinese, che nelle intenzioni di Pechino dovrebbe essere cauta e regolata ma sempre più pare rappresentare una scelta obbligata.”
Questo testo è parte di un volume più ampio con il titolo Cina e Usa allo scontro nella crisi globale. Il volume è in fase di preparazione e la sua uscita è prevista per il prossimo mese di Ottobre.
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Strategia interna della doppia circolazione e proiezione esterna, trasformazione del modello di sviluppo fin qui seguito e riconfigurazione della globalizzazione in forme più consone agli interessi cinesi: tutto ciò non può non investire il piano della moneta.
Tanto più che l’affacciarsi del capitalismo cinese sul mercato mondiale si è da subito dovuto agganciare alla complessiva strategia statunitense del dollaro. La sua ascesa vi ha nuovamente a che fare, non come condizione di possibilità, bensì sempre più come camicia di forza e possibile blocco. Che fare, in questo quadro, del renminbi yuan? Come promuoverne una maggiore diffusione sulla scena internazionale? Quali le debolezze, i punti di forza e le prospettive a fronte dell’uso strategico del dollaro da parte di Washington, platealmente ribadito nella crisi ucraina?
Lo stato delle cose
La Cina conta oramai per quasi un sesto del prodotto lordo mondiale, ma la sua moneta, il renminbi yuan (di qui in avanti: yuan, secondo l’uso invalso ancorché non corretto) non supera di molto il 2% delle riserve mondiali[1] – di contro a circa il 60% per il dollaro e il 20% per l’euro – e dei pagamenti internazionali via SWIFT[2] – di contro a più del 40% per la valuta statunitense e al 35% per l’euro – ed è stata utilizzata negli ultimi anni per non più del 20% circa del commercio da e per il paese. Così pure le obbligazioni in yuan possedute all’estero non superavano nel 2021 il 3% del totale mondiale – di contro al 30% di quelle emesse in dollari – nonostante ammontassero sul mercato interno a 16 trilioni. Di contro, la dominanza del biglietto verde è tutt’altro che proporzionale alla quota del Pil mondiale in capo agli Stati Uniti, tanto meno se calcolato in parità di potere d’acquisto.[3] Né alla loro posizione internazionale finanziaria netta, che a fine 2021 era complessivamente negativa per oltre 18 trilioni di dollari (erano 14 a fine 2020) con le passività verso l’estero per investimenti diretti salite a quasi 15 trilioni, per investimenti di portafoglio a più di 28 a fronte di attività analoghe pari rispettivamente a 11 e più di 16 trilioni di dollari, e un disavanzo commerciale che nel 2021 ha toccato gli 800 miliardi.[4] Washington è dunque “costretta” a finanziarsi dall’estero per coprire il deficit di bilancio interno e quello della bilancia dei pagamenti. E può farlo, impunemente, grazie al quasi monopolio della moneta internazionale rappresentato dal dollaro, a tutt’oggi ancoraggio monetario e, a monte, geopolitico per due terzi del Pil mondiale. Lo stesso yuan è rimasto strettamente ancorato al dollaro fino al 2005, per poi iniziare dal 2015 a fluttuare ma entro una fascia del solo 2%. Il che dovrebbe far prendere con estrema cautela le ipotesi decliniste riferite agli Stati Uniti.[5]
Tutto ciò rimanda, giova ricordarlo, alla complessa strutturazione dell’imperialismo finanziario del dollaro, che ha preso forma all’indomani della crisi degli anni Settanta facendo da base per la cosiddetta globalizzazione (§ 1.1). Base su cui si è incardinato, negli ultimi tre decenni, il rapporto economico e geopolitico tra Stati Uniti e Cina, asimmetrico ma essenziale per entrambe le parti. Ora, sia le necessità oggettive dello sviluppo capitalistico cinese sia la strategia del partito-stato nell’ultimo decennio hanno iniziato a spingere per un percorso di autonomizzazione rispetto all’eccessiva dipendenza dalla finanza a stelle e strisce. Più di recente, il deteriorarsi delle relazioni con Washington nonchè l’uso del dollaro come arma nel conflitto ucraino hanno convinto i vertici cinesi del fatto che l’esposizione al sistema incentrato sul dollaro rappresenta oramai un rischio sempre meno controbilanciato dal vantaggio dell’accesso ai mercati di esportazione occidentali. La Cina, insomma, non può più giocare sempre e comunque alle regole della Federal Reserve. È qui che si inserisce, altro tassello del puzzle, la strategia comunemente definita di internazionalizzazione della moneta cinese, che nelle intenzioni di Pechino dovrebbe essere cauta e regolata ma sempre più pare rappresentare una scelta obbligata.
La prima, decisa spinta in questa direzione è scaturita dalla crisi globale del 2008-09 allorchè, nonostante le riserve in dollari accumulate grazie ai surplus commerciali nei confronti dell’Occidente, la Cina ha scoperto di essere sovraesposta alla volatilità della finanza dollarocentrica e alle politiche monetarie lasche della Federal Reserve.[6] Situazione ulteriormente aggravata, poi, a causa dell’enorme emissione di moneta da parte di Washington in risposta alla crisi pandemica, concausa del surriscaldamento inflattivo a scala mondiale, nonché per la stretta monetaria iniziata nel 2022 che, se resta dubbio quanto possa effettivamente contrastare l’inflazione, rafforzando il dollaro ha iniziato a ri-attirare negli Stati Uniti capitali dal resto del mondo secondo l’oramai collaudato meccanismo a “fisarmonica” già visto.[7] Su questo sfondo, Pechino nel passato decennio ha intrapreso alcuni passi significativi che nell’insieme appaiono come la premessa necessaria di una più decisa internazionalizzazione dello yuan. La crescente partecipazione al commercio internazionale non solo più sul lato delle esportazioni e gli investimenti nella BRI hanno dato il là a tutta una serie di operazioni commerciali e bancarie all’estero denominate in yuan, nel mentre Pechino metteva mano, dal 2015, a un proprio sistema di pagamenti interbancari internazionali (CIPS: Cross-Border Inter-Bank Payments System), in particolare per il commercio del petrolio, del tutto separato dallo SWIFT controllato nei fatti – come si è visto da ultimo nella crisi ucraina – dalle istituzioni finanziarie e dal governo statunitensi. Nel 2016 lo yuan è entrato a far parte del paniere di monete del Fmi che determinano il valore dei diritti speciali di prelievo. Successivamente, sono state allentate le regole per l’acquisto dall’estero di obbligazioni in valuta cinese.[8] Nel frattempo, Pechino ha progettato il varo di una moneta digitale controllata dalla Banca Centrale, che dovrebbe oliare ulteriormente la diffusione internazionale dello yuan, in particolare nell’ambito della BRI e nella regione Asia Orientale, nonché fornire l’accesso centralizzato a una massa di dati legati alle transazioni monetarie, oggi sostanzialmente monopolizzato da Washington. Infine, vanno letti alla luce di questa direzione di marcia sia la decelerazione nell’acquisto di titoli del tesoro statunitensi sia, a fronte della politica di Quantitative Easing della Federal Reserve amplificato dalla crisi pandemica, l’acquisto e lo stoccaggio di materie prime, comprese grosse quantità di oro, come protezione contro la volatilità del dollaro.
Si tratta di primi passi, a tutt’oggi insufficienti per un’effettiva autonomizzazione dal dollaro e dal dispositivo finanziario statunitense incentrato sull’indebitamento. E però segnalano la presa in carico di criticità essenziali per lo sviluppo cinese. Due in particolare. Il circolo autoalimentantesi tra eccessiva dipendenza dalle esportazioni, a scapito del mercato interno, e accumulo di riserve in una valuta che è pur sempre a rischio di svalutazione a seconda delle politiche monetarie statunitensi e, comunque sia, rappresenta una sorta di prestito obbligato difficilmente esigibile.[9] In secondo luogo, la minaccia non più aleatoria da parte di Washington di sanzioni con l’eventuale blocco dell’uso dei dollari accumulati e dell’accesso al sistema di pagamenti internazionali SWIFT.[10] Sotto questa specifica visuale, la Cina non pare neanche essere in mezzo al guado, bensì, dicevamo, ai primi passi. Comunque sia, una volta intrapresi, essi potrebbero segnare un percorso irreversibile in un gioco di azioni e reazioni con la controparte statunitense e con conseguenze importanti sulle sorti della globalizzazione. Vediamone un po’ più dettagliatamente i risvolti principali.
Vettori dello yuan
Un vettore fondamentale dell’incipiente internazionalizzazione della valuta cinese è senza dubbio la BRI (§ 3.7) a misura che investimenti e commercio esteri creano una domanda di yuan nei paesi aderenti.[11] Il supporto finanziario all’iniziativa è fatto sia direttamente di crediti bancari cinesi – per tre quarti in valuta cinese[12] – sia di finanziamenti azionari alle imprese coinvolte sia, infine, di emissioni di titoli in yuan (panda bond, su borse della Cina continentale) raccolti sul mercato cinese da parte di imprese e paesi esteri aderenti alla BRI. Vanno aggiunti più di quaranta accordi bilaterali di scambio diretto di valute tra banche centrali (cd. swaps)[13] come difesa dal cambio fluttuante del dollaro e dai rischi legati alla sua disponibilità. Tutto ciò ha naturalmente impulsato la circolazione estera dello yuan attraverso una rete di depositi bancari diffusi lungo le Nuove Vie della Seta (Pakistan, Mongolia, Corea del Sud, ecc. e in particolare Russia con cui nel 2020 per la prima volta gli scambi in dollari sono scesi sotto il 50% mentre Mosca aumentava le sue riserve in yuan, oramai un quarto del totale mondiale) e in America Latina (Argentina, Brasile).
In effetti, l’incremento del commercio estero – attenzione: con una crescente quota parte delle importazioni, come abbiamo visto – è al momento il vettore generale di una maggiore diffusione internazionale della valuta cinese. Questo anche al di là della BRI o del caso specifico della Russia. Vale per i paesi Brics ma vale soprattutto per l’Asia Orientale: qui circa il 30% del commercio intra-regionale con la Cina è denominato in yuan, contro il 70% ancora legato al dollaro. La stessa Europa, altro mercato fondamentale per Pechino pari al 18% del suo import prima della pandemia, è diventata un’area importante di uso dello yuan all’estero (10% del totale) con Londra che resta il centro di compensazione delle transazioni – di contro alle speranze post-Brexit di Francoforte. Ma, anche sotto questo aspetto, i chiari di luna europei con Pechino, se mai ci sono stati, sono stati archiviati negli ultimissimi anni per la crescente diffidenza della UE nonché, da ultimo, per il posizionamento cinese nella crisi ucraina.[14]
Sono, dunque, soprattutto i paesi fornitori di materie prime, agricole e minerali, alla Cina a usare sempre di più lo yuan. In particolare, Pechino – dal 2017 primo importatore mondiale di petrolio – sta cercando di approntare un sistema proprio di borse merci e un mercato autonomo di contratti futures in modo da non sottostare del tutto al monopolio anglosassone – Chicago (CBOT) per i beni agricoli, Londra (LME) per i metalli, New York (NYMEX) per il petrolio, ecc. – pur non avendo ancora voce in capitolo nella determinazione delle oscillazioni di prezzo. Il primo contratto future sul petrolio in yuan, del 2018 sulla piazza di Shanghai[15], è stato in questo senso importante perché potrebbe aver aperto la strada, in un futuro non troppo lontano, per la vendita anche del greggio mediorientale, in particolare saudita – dopo Russia, Iran, Venezuela – e di altre materie prime (dal novembre 2020 anche sul rame) direttamente in yuan coperti dall’oro piuttosto che in dollari.[16]
Si tratta dunque per Pechino non solo di incoraggiare l’uso dello yuan nelle transazioni commerciali in vista di una strutturazione più regolare e indipendente dal dollaro, ma del caso anche pararsi per quanto possibile da ulteriori sanzioni statunitensi sulla falsariga di quelle anti-russe. Allo stato, comunque, non può parlarsi di un sistema di pagamenti parallelo al dollaro stante che se un 25% delle transazioni commerciali con i paesi coinvolti nella BRI è già in renminbi (era meno dell’1% nel 2009) ciò corrisponde pur sempre a meno del 2% dei pagamenti internazionali. Analogamente, l’emissione di obbligazioni cinesi sui mercati finanziari internazionali – altro strumento di diffusione della valuta – è ancora minuscolo rispetto alle obbligazioni interne[17]. Anche se sulla piazza offshore di Hong Kong è già possibile – oltre che pagare le importazioni direttamente in yuan – aprire conti in valuta cinese sia per le imprese del Dragone che cercano fondi sui mercati di capitali sia per gli investitori esteri con parallela emissione di obbligazioni (cd. dim sum bond), ed è stata inoltre autorizzata la negoziazione giornaliera della valuta convertibile (CNH, a differenza dello yuan onshore inconvertibile, CNY) sul mercato dei cambi.[18]
Insomma, si sta andando verso una assai graduale convertibilità[19] dello yuan sulla base di un’offerta di liquidità controllata centralmente che resta comunque limitata.[20] Più precisamente, Pechino sta incentivando l’uso internazionale dello yuan – principalmente via commercio estero e investimenti ad esso strettamente legati[21] – senza passare per ora alla sua effettiva internazionalizzazione, che esigerebbe la piena convertibilità e l’apertura del conto capitale[22]. Questo perché l’equilibrio tra differenti esigenze non sempre conciliabili – un cambio stabile senza inflazione interna, il controllo sui flussi di capitale a evitare ingressi o fughe di natura speculativa, e però una graduale apertura all’uso dello yuan all’esterno – non è facilmente raggiungibile. Il che si rispecchia altresì nella partita interna tra le diverse fazioni, quella più favorevole alla liberalizzazione dei flussi con piena convertibilità della moneta e quella o quelle che temono una sua eccessiva rivalutazione con perdita della competitività di prezzo e/o una disordinata esposizione alla speculazione finanziaria internazionale (come nella crisi di borsa e valutaria del 2015-16). Comunque sia, un ulteriore passaggio si prepara.
Yuan digitale
Dicevamo sopra del varo di una moneta digitale controllata dalla Banca Centrale quale strumento che dovrebbe oliare ulteriormente la diffusione internazionale dello yuan. Propriamente, si è trattato finora di una serie di esperimenti sul mercato interno volti a incrementare, da un lato, i pagamenti elettronici, già molto diffusi tra la popolazione anche sull’onda della pandemia: l’economia cinese è non a caso la prima al mondo per pagamenti mobili senza contante – pari al 16% del Pil, poco meno della metà mondiale – con i sistemi elettronici più avanzati che processano all’anno molte più operazioni che non negli Stati Uniti o in Europa. Dall’altro, qui la novità, Pechino punta a sostituire la moneta corrente con denaro virtuale garantito dallo Stato, direttamente depositato in portafogli digitali presso la Banca Centrale senza transito attraverso le banche commerciali e, soprattutto, sottratto al settore privato delle carte di credito e delle piattaforme del commercio in rete.
La progettazione dello yuan digitale data almeno al 2014-16, la sperimentazione iniziale con la collaborazione tra Banca Centrale e alcune banche commerciali al 2017, i primi esperimenti pilota al 2019-20 in decine di città, fino al primo uso ufficiale in occasione delle Olimpiadi invernali di Pechino dell’inverno 2022. Nel frattempo, il numero di portafogli elettronici è salito a più di 120 milioni facendo della moneta digitale statale una realtà, anche se non ancora diffusissima. L’architettura sperimentata, che sarà probabilmente quella che verrà implementata a pieno regime, si basa su un sistema a due livelli Banca Centrale/banche commerciali come meri intermediari, essendo lo yuan digitale concepito come base monetaria, e non come deposito a interesse, al fine di evitare rischi di instabilità per il sistema bancario con creazione di moneta che altrimenti sfuggirebbe al controllo centrale.[23]
Ora, il varo dello yuan digitale ha di mira molteplici obiettivi, interni ed esterni. Sul primo versante, permetterà di raggiungere direttamente quella parte di popolazione ancora priva di conti bancari, più di 200 milioni di cittadini, per lo più nelle campagne, in ottemperanza all’esigenza di ampliare il mercato interno ovvero di mercatizzare il più possibile le relazioni ancora sottratte al denaro. Inoltre, contribuirà a limitare l’influenza dei giganti digitali privati con i loro sistemi di pagamento elettronico e, a cascata, di microcredito – come Alipay di Alibaba e WeChat Pay di Tencent – cresciuti enormemente negli ultimi anni e ora, come abbiamo visto, sottoposti a una regolazione statale più rigida (§ 3.4). Allo stesso tempo, aumenterà notevolmente la capacità di raccolta in tempo reale dei dati relativi alle transazioni monetarie, il che risulterà utilissimo sia nei confronti delle attività illegali e dell’evasione fiscale – alla luce dell’esigenza di un sistema di raccolta fiscale più efficiente, come abbiamo visto – sia in generale per il controllo dei flussi di capitale. Sotto questa luce va inteso anche il divieto definitivo, nel settembre 2021, di tutte le criptovalute – dopo che la Cina era diventata un paradiso per i cosiddetti “minatori” di bitcoin – strumenti difficilmente controllabili da parte dell’autorità centrale e, nella percezione cinese, veicolo di speculazione finanziaria fondamentalmente a stelle e strisce.[24] Con il che siamo già al versante esterno.
Ad oggi la massa dei dati sulle transazioni monetarie mondiali è nei fatti monopolizzata da Washington, tramite il sistema SWIFT e altri dispositivi. Lo yuan digitale della Banca Centrale dovrebbe poter aiutare le autorità cinesi a monitorare non solo il mercato interno ma i flussi della bilancia dei pagamenti. E altresì a incanalare i pagamenti del commercio transfrontaliero, dalla BRI alla RCEP e altro, in una forma che aggirerebbe l’intermediazione del dollaro e dunque sia i controlli statunitensi sia, a maggior ragione, l’eventualità di essere tagliati fuori, in un domani non più così remoto, dal sistema di pagamenti SWIFT.[25] La moneta digitale centrale diverrebbe in prospettiva l’architrave della creazione di una infrastruttura di pagamenti internazionale con proprie tecnologie e standard, meno cara e più diretta dell’attuale, per tutta una serie di attori economici che intrattengono relazioni commerciali con Pechino. Un primo esperimento in questo senso è quello della piattaforma di scambio transfrontaliero in valute digitali tra Cina, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Hong Kong, lanciato a inizio 2021 (multiple-CBDC Bridge), prototipo di un eventuale hub futuro su più grande scala.[26] Ora, l’elemento decisivo in prospettiva sarà il nesso sempre più stretto tra l’innovazione tecnologica monetaria, da un lato, e la costruzione di una rete logistica basata su big data e intelligenza artificiale, dall’altro: organizzazione a magazzino-zero e pagamenti just-in-time diventerebbero le due facce di una rete di catene di fornitura che permetterebbe a esportatori e importatori di monitorare in tempo reale i movimenti delle merci e al tempo stesso aggirare, più che rimpiazzare da subito, il dollaro utilizzato per i pagamenti internazionali e/o depositato in depositi offshore (qualcosa come 16 trilioni). Non ci sarebbe più bisogno di sottoscrivere in anticipo contratti in una valuta estera volatile da garantire con gravose assicurazioni, per lo più ancora in dollari, o prenderne in prestito da una banca internazionale con tutti i costi del caso.[27] Il senso delle Vie della Seta Digitali (§ 3.7), pur con il limite di toccare ad oggi quasi esclusivamente paesi in via di sviluppo, appare qui in tutta la sua evidenza.
Insomma, lo yuan digitale della Banca Centrale è un ulteriore tassello della strategia cinese complessiva, che serve a cementare finanza, commercio internazionale, investimenti esteri e tecnologia. Difficile prevederne l’esito e se si andrà effettivamente a costituire, in prospettiva, un’area dello yuan digitale[28] se non addirittura una biforcazione di internet con la costituzione di differenti sistemi tecnici e normativi. In realtà Pechino, pur favorevole a un sistema monetario internazionale più multilaterale, non è (ancora) disposta alla piena convertibilità della sua valuta né ad assumersi l’onere di fare dello yuan una moneta di riserva internazionale.[29] Al contempo, sta moderatamente aprendo, e non chiudendo, i propri servizi di pagamento nazionali in yuan a società internazionali di peso (come American Express, Visa, Mastercard) come difesa preventiva rispetto a ulteriori passaggi del disaccoppiamento statunitense. Le mosse descritte paiono quindi più di stampo difensivo anche se gli effetti, come sempre, possono andare ben oltre le intenzioni iniziali. Soprattutto nel caso venisse in futuro fatto il passo di agganciare la moneta digitale, con le caratteristiche e le potenzialità viste, a riserve centrali decisamente spostate sull’oro piuttosto che sulle riserve in dollari. E con ciò veniamo alla questione della cosiddetta de-dollarizzazione.
Dedollarizzazione?
Si tratta di una questione solo recentemente venuta alla ribalta in certa misura nella discussione pubblica a seguito della crisi ucraina, sull’onda del micidiale dispositivo sanzionatorio varato dall’Occidente nei confronti di Mosca. In un colpo solo l’economia russa è stata disconnessa dal sistema di pagamenti SWIFT, beni privati di cittadini russi definiti “oligarchi” sequestrati, e soprattutto le riserve in dollari ed euro della Banca Centrale russa congelate sine die, con le vendite di materie prime energetiche progressivamente sottoposte a un quasi embargo e l’accesso alle tecnologie avanzate severamente limitato da sanzioni. Allarmato da queste misure, lo storico Adam Tooze, non certo affetto da anti-americanismo, ha parlato di un passaggio del Rubicone per l’intero sistema monetario internazionale, ben al di là del rapporto Occidente-Russia.[30] E lo stesso Fondo Monetario Internazionale in un rapporto uscito all’inizio della crisi ucraina ha posto a tema l’“erosione del dominio del dollaro”.[31] Cerchiamo allora di mettere un po’ di ordine su una questione effettivamente complessa – tenendo distinti, per quanto possibile, strategie degli attori principali, processi in corso, effetti già visibili e quelli potenziali – e di mettere a fuoco i risvolti che toccano direttamente la Cina e la sua strategia.
Per de-dollarizzazione si può intendere, in senso forte, il risultato di un processo di detronizzazione della valuta statunitense dal suo ruolo dominante come valuta di riserva e mezzo di pagamento internazionale, architrave di quell’imperialismo finanziario di nuovo conio che ha permesso a Washington di fuoriuscire dalla crisi capitalistica degli anni Settanta conservando e anzi rafforzando la propria egemonia mondiale nel corso dei decenni di affermazione degli assemblaggi della globalizzazione (§ 1.1). È evidente a tutti – anche ai fautori più sfegatati di assetti geopolitici ed economici multipolari – che ad oggi non siamo affatto a questo e neppure, bastino i dati riportati all’inizio di questo capitolo, a un processo avanzato di scalzamento del biglietto verde. Ciò non toglie che la questione inizia di fatto a porsi, sia dentro le preoccupazioni strategiche di Washington sia nell’elaborazione delle strategie e nelle mosse delle altre potenze rilevanti per gli assetti globali, a partire da Russia e Cina. La Russia perché lo sganciamento dal dollaro è oramai diventato non solo un obiettivo strategico ma uno stato di fatto subìto; la Cina per i complessi fattori che questo lavoro sta cercando di ricostruire. Nè si può negare che, al di là dei diversi obiettivi strategici degli attori in gioco, è in corso un processo a scala globale per lo meno di diversificazione rispetto alla dipendenza dal dollaro che, a date condizioni, potrebbe esitare nell’erosione del suo dominio mondiale. In questo senso è legittimo parlare di de-dollarizzazione come di uno dei terreni di battaglia cruciali per gli assetti futuri del capitalismo mondiale – ed eventualmente di una sua crisi generale – e dunque per lo scontro Stati Uniti/Cina.
Al momento Mosca, per scelta e per necessità, è il soggetto più attivo nel contrastare Washington su questo terreno. Altri, come Iran e Venezuela, sono stati costretti dall’imperialismo yankee a posizionarvisi senza quella massa critica, ovviamente, sufficiente per impensierirlo, se non per la sponda che hanno trovato in Pechino. Nel frattempo, stati come Pakistan, India, Turchia, da ultimo anche Arabia Saudita, “stanno alla finestra, con le loro opzioni possibili, a guardare con grande interesse i tentativi di riconfigurare il sistema monetario internazionale”.[32] Ma solo la Cina potrebbe, a date condizioni, fare la differenza.
Mosca ha varato una vera e propria strategia di de-dollarizzazione fin dal 2014, ufficializzandola nel 2018, come risposta alle sanzioni occidentali relative al recupero della Crimea.[33] Si è così sbarazzata della quasi totalità dei titoli del tesoro statunitensi a favore di acquisti di oro e ha diversificato le riserve e le transazioni commerciali verso l’euro e lo yuan – la Banca Centrale russa possiede un quarto degli yuan detenuti da banche centrali estere – ma anche, con minor successo, verso il rublo. Gli scambi dei prodotti energetici con la UE sono così stati in gran parte ridenominati in euro, mentre proseguiva la tessitura di intrecci economici con la Germania, in particolare con la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 – da sempre ostacolato a Washington e oggi, non a caso, bloccato. Si tratterà di vedere come questa strategia andrà a rimodularsi a fronte degli effetti dell’intervento in Ucraina, con la rabbiosa reazione statunitense e la seria incrinatura, se non rottura, con la UE. E quanto tutto ciò potrà innescare una più diffusa diversificazione rispetto al dollaro in tutta una serie di paesi extra-occidentali, anche alla luce delle contromosse russe (p.es. la richiesta di pagamento in rubli per i prodotti energetici acquistati da “paesi ostili”, gli accordi con l’India, ecc.), o non piuttosto un rinculo di questa tendenza. In ogni caso, dato lo scarso peso economico complessivo della Russia a scala globale, la controreazione di Mosca potrà al massimo fungere da catalizzatore e, in parte, da sponda per processi di de-dollarizzazione più spinti che le conseguenze globali della crisi ucraina potrebbero innescare. Il che potrebbe darsi a livello di organizzazioni quali l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai[34], che sta discutendo la possibilità di incrementare le transazioni commerciali in valuta nazionale tra i suoi membri. O tra i paesi Brics[35] con l’iniziativa R5, discussa nel 2018, per il varo di una moneta comune basata sulle rispettive valute nazionali come mezzo di pagamento e di compensazione reciproca – traguardo però che sembra al momento alquanto aleatorio. In entrambi i casi, comunque, con la partecipazione che sarebbe decisiva di Pechino.
Altro paese coinvolto nel processo di de-dollarizzazione – secondo forse alla sola Russia per la gravità delle sanzioni comminate dagli Stati Uniti, che hanno però una storia oramai pluridecennale – è l’Iran. Che essendo da tempo costretto a rinunciare al dollaro per le sue transazioni internazionali, in specie di prodotti energetici, è diventato maestro nell’“arte di evadere le sanzioni”, anche a costo di ricorrere ad una sorta di baratto. Abbiamo visto il passaggio in corso al pagamento in valuta cinese del petrolio iraniano e che lo yuan è già la principale valuta di riserva della banca centrale iraniana anche grazie a linee di credito cinesi (§ 3.7). Inoltre, Teheran già commercia nella sua valuta con Libano, Siria e Iraq, esporta petrolio e gas in India in cambio di rupie (accordo del novembre 2018), e sta cercando un percorso analogo con Ankara – mentre è ovviamente fallito, causa la pressione statunitense sulle pavide borghesie europee, il tentativo UE di mantenere legami commerciali con Teheran in euro attraverso uno speciale canale di compensazione monetaria (INSTEX) mai decollato. La de-dollarizzazione è, dunque, anche nel caso iraniano una strategia di sopravvivenza ma, va da sé, con un peso a scala globale di gran lunga inferiore rispetto a quella russa.
A configurare una possibile de-dollarizzazione insieme volontaria, selettiva e parziale sono invece la Turchia – che si è mossa, anche sotto i colpi inferti alla lira turca dalla finanza statunitense[36], per scambi di valuta finalizzati a commerciare attraverso le rispettive valute nazionali con le banche centrali di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Russia, Cina, Corea del Sud, tra le principali – l’Arabia Saudita – abbiamo già menzionato (§ 3.7) l’opzione presa recentemente in seria considerazione di vendere petrolio alla Cina in cambio di yuan, il che darebbe un primo serio colpo al petrodollaro[37] – e l’India, in particolare, come si accennava, nelle relazioni con Mosca e Teheran. In questi casi si tratterebbe o si tratta di una diversificazione, con scarse possibilità attuali di rimessa in discussione effettiva del dominio mondiale del dollaro, ma assai significativa se vista nella prospettiva d’insieme di una sua erosione graduale che non esclude, in un futuro non prossimo però, precipitazioni improvvise.
Resta, dicevamo, che solo la Cina potrebbe fare la differenza. Il nodo da mettere a fuoco è allora il nesso tra la strategia di cauta e regolata “internazionalizzazione” dello yuan e la questione della de-dollarizzazione nei suoi diversi aspetti. Non manca certo – nell’élite al governo come nel dibattito pubblico[38] – la consapevolezza del problema. A maggior ragione a fronte dei colpi ricevuti a partire dal 2017 — guerra commerciale, multa a ZTE, attacco a Huawei, ecc. – e, ancor più, del rischio di sganciamento dal sistema dei pagamenti internazionali targato USA drammaticamente evidenziato dalla vicenda ucraina. È vero che Pechino ha varato da parte sua una normativa di contrasto al regime sanzionatorio statunitense, ma le imprese cinesi sono costrette ad una estrema cautela rispetto alla minaccia di venir inserite nell’entity list del Dipartimento del Commercio di Washington sulla base delle cosiddette sanzioni secondarie.[39] E comunque il governo cinese, con lucida valutazione dei reali rapporti di forza, non sembra puntare in questa fase ad una risposta simmetrica a quella statunitense – un disaccoppiamento di marca cinese – ma a ricavare margini maggiori di azione su tutti i piani, almeno fin quando ciò sarà possibile, in ordine alla strategia prioritaria del recupero tecnologico e della doppia circolazione che richiede di non farsi “sganciare” dal mercato mondiale (§ 3.4). Per le ragioni viste, l’internazionalizzazione della valuta cinese in realtà non va, allo stato, oltre l’incentivazione del suo uso internazionale senza una piena convertibilità. Essa non è dunque ancora sufficiente per far acquisire allo yuan una forte collocazione internazionale tra le valute di riserva, mentre il suo ruolo come mezzo di pagamento sta crescendo, e crescerà ulteriormente anche grazie alla moneta digitale centrale, ma in un’area finora limitata a relazioni commerciali bilaterali prevalentemente con paesi in via di sviluppo o emergenti.
Il caso dei rapporti con la Russia – al di là dell’importantissimo valore geopolitico (§ 3.9) – è emblematico. All’indomani della prima crisi ucraina del 2014 c’è stato l’accordo per la fornitura trentennale alla Cina di gas naturale russo attraverso un corridoio siberiano, a un prezzo competitivo tale da spiazzare le forniture di gas liquido nell’area del Pacifico su cui puntavano i grandi produttori statunitensi, canadesi e australiani.[40] Ad esso sono seguiti ulteriori accordi per la fornitura di gas siberiano[41], scambi commerciali senza l’uso del dollaro – soprattutto dal 2018[42] – con la creazione di un mutuo sistema di pagamenti alternativo, investimenti cinesi nell’economia russa attraverso la BRI (di cui Mosca è prima beneficiaria), scambi di valuta tra le rispettive banche centrali. Così, l’interscambio commerciale ha raggiunto il valore di 150 miliardi di dollari nel 2021, con l’intenzione di arrivare ai 200 miliardi entro il 2024 – ipotesi realistica visto che nell’attuale situazione l’interscambio russo-europeo, finora prevalente su quello russo-cinese (fin qui un 15% delle esportazioni russe e un 25% delle importazioni), è destinato a ridursi drasticamente.
Ora, non è l’interscambio in sé tra le due economie a poter rappresentare una sfida effettiva al dominio del dollaro. Il risvolto più interessante è che esso ha messo in moto un percorso di de-dollarizzazione negli scambi energetici. Se già nel 2020 solo un 20% delle esportazioni russe, prevalentemente prodotti energetici, verso la Cina era denominato in dollari, ad oggi l’acquisto cinese avviene quasi esclusivamente in yuan ed è sempre più rilevante lo spazio previsto in futuro per i prodotti energetici dalla Russia[43], compreso il carbone[44]. È questo l’indicatore di un più ampio processo cui Pechino sta mettendo mano nel cruciale settore delle importazioni energetiche – quasi il 20% sul totale delle sue importazioni. Non solo nell’area euroasiatica ma, abbiamo visto, gradualmente nello stesso Medio Oriente. Al centro di questo intreccio il petrolio, il prodotto più commerciato sul mercato mondiale delle materie prime – un mercato valutato a 5 trilioni di dollari l’anno, di cui 3 per energia e minerali – e per lo più controllato dai governi. E il petrolio è forse la prima linea di difesa dello statuto internazionale del dollaro, a partire dagli anni Settanta, grazie agli accordi tra l’amministrazione Nixon e i Saud all’indomani dello sganciamento dollaro-oro (§ 1.1). Da allora il petrolio, e a cascata tutte le altre materie prime, risulta denominato in dollari anche in gran parte delle transazioni che non toccano gli Stati Uniti. Mentre buona parte della rendita petrolifera mediorientale – dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo viene un quarto delle esportazioni mondiali – si invola, in cambio delle garanzie militari date dagli yankee, sui mercati finanziari statunitensi. Tutto ciò è alla base della capacità di Washington di sostenere il proprio doppio debito, interno ed estero, e al tempo stesso pompare senza remore la propria spesa militare. Sistema ingegnoso di cui il cosiddetto petro-dollaro è una delle condizioni importanti. Se tale condizione dovesse cadere, i danni per l’egemonia statunitense sarebbero notevoli.
Ma per ora siamo solo a un’ipotesi con poche pezze di appoggio concrete. C’è la disponibilità saudita a vendere in yuan in ragione degli investimenti cinesi della BRI e c’è qualche velleità autonoma in più dell’Opec – a maggior ragione da quando i rapporti con la Russia sono migliorati dopo la guerra dei prezzi del 2014 e la conclusione, almeno provvisoria, della crisi siriana – tanto che da questa parte è venuto un rifiuto verso le pressioni statunitensi ed europee per un incremento della produzione a fronte della crisi ucraina. C’è poi il tentativo di rimettersi in piedi dell’Iraq. Mentre Iran, Libia e Venezuela, e naturalmente Russia, resteranno a lungo, se non indefinitamente, al di fuori dell’orbita occidentale. Sull’altro versante abbiamo i primi passi del petro-yuan che potrebbero preludere, in un prossimo futuro, alla ristrutturazione dell’intero mercato asiatico dell’energia, al momento ancora dipendente da un regime di prezzi controllato da fuori e sfavorevole nella misura di uno-due dollari al barile rispetto ai prezzi occidentali. Resta da vedere quanto la contrattazione in yuan riuscirà a imporsi al di fuori del mercato cinese, in particolare in Asia Orientale e in Medio Oriente, dove per ora il petro-dollaro è ancora di gran lunga dominante. Ovviamente, una volta raggiunto il punto di ebollizione, la cosa si sposterà sul piano geopolitico con tutte le crisi, anche militari, del caso “spontaneamente indotte” dagli Stati Uniti. Il conflitto ucraino è solo l’antipasto.
L’altro terreno cruciale per le prospettive di una de-dollarizzazione più spinta è quello dell’oro. Allo sganciamento dollaro-oro e alla volatilità a comando (dei relativi centri di potere) del biglietto verde, i paesi favorevoli ad una maggiore autonomia dalla finanza yankee potrebbero in teoria contrapporre un sistema monetario internazionale meno accentrato con il ritorno a valute nazionali coperte almeno in parte da riserve in oro. Non a caso è da qualche anno che la Cina – preceduta dalla Russia, peraltro – sta muovendosi sui mercati internazionali per tesaurizzarne, senza darlo troppo a vedere, notevoli quantità oltre ad esserne tra i maggiori produttori mondiali. Anche su questo versante, però, è più plausibile trattarsi per Pechino, sul breve-medio termine, di una misura difensiva di ulteriore diversificazione nei confronti dei rischi di un dollaro inflazionato che svuoterebbe le sue riserve valutarie, più che di una strategia effettiva di de-dollarizzazione. Anche se può servire come copertura di ultima istanza della valuta in caso di una nuova crisi finanziaria globale mentre, sul medio termine, aiuterà a supportare la credibilità internazionale dello yuan digitale.
Una nuova Bretton Woods?
Ha ragione allora chi pensa si stia andando, sul breve o medio periodo, verso un nuovo sistema monetario internazionale sulle ceneri del dominio del dollaro? È un’ipotesi da prendere con estrema cautela. Sia che la si pensi come possibile istituzionalizzazione multilaterale di nuovi assetti monetari, sostitutiva della cosiddetta Bretton Woods II[45] che sancì, peraltro informalmente, il passaggio dallo standard dollaro-oro a quello dollaro-dollaro inaugurando la fase della globalizzazione. Sia, in alternativa, che la si pensi come formazione di fatto di due blocchi monetari – specchio di una frattura irreversibile del mercato mondiale – a partire dalla divisione del mercato delle materie prime: un blocco con al centro l’asse russo-cinese (e forse indiano) che di queste farebbe la base stabile, sostitutiva del dollaro, di valute non inflazionate e/o dello yuan nuova moneta di riserva e mezzo di scambio; e un blocco occidentale ancora legato al meccanismo della creazione di moneta senza “base reale” in una merce (cosiddetto fiat-money), destinata a svalutarsi e a produrre inflazione.
Ora, segue da tutto ciò che siamo andati esponendo in questo articolo che la prospettiva di blocchi separati non è realistica sul breve-medio termine, salvo una precipitazione catastrofica e improvvisa dell’accumulazione capitalistica mondiale con irreversibili ricadute sugli assetti geopolitici. Non lo è, allo stato, sul piano dei processi di internazionalizzazione del capitale, in difficoltà e per questo forieri di una possibile ristrutturazione complessiva, ma non ancora in netto rinculo. Non lo è nemmeno sul piano dei rapporti di forza fattuali tra l’imperialismo yankee e la Cina. L’ascesa della Cina è effettiva, ma non tale da poter diventare una sfida in senso stretto egemonica, tanto meno attraverso la costituzione di un proprio blocco economico. Quell’ascesa necessita ancora dell’apertura della Cina al mercato mondiale e di questo, e non solo di sue parti, alla Cina. Il che si riverbera sul lato delle strategie: Pechino oggi mira ad una collocazione più autonoma nel capitalismo globale stando però bene attenta a non farsene tagliare fuori dalla strategia statunitense. Quindi, Pechino non è (ancora?) pronta sul piano monetario alla sfida al dominio mondiale del dollaro, anche se ovviamente nel perseguire la sua ascesa non può fare a meno, come abbiamo visto, di porsi la questione di una propria valuta che risulti gradualmente più diffusa a scala globale – con più di un vantaggio soprattutto per quei produttori di materie prime che vantano un surplus con Pechino – e possa in parte attutire i rischi legati alla dipendenza dal biglietto verde. Senza poterlo, però, sostituire.
Ma – anche a prescindere dal fatto che la maggior parte dei produttori mondiali tranne poche eccezioni non guarda con favore alla prospettiva di una biforcazione globale che comporterebbe uno sconvolgimento del mercato mondiale – sono gli Stati Uniti a non puntare, almeno per il momento, a un rinnovato bipolarismo basato su blocchi, come fu nella Guerra Fredda. Non solo perché, sul piano della distribuzione geopolitica di potenza, sarebbe comunque un arretramento autoinflitto rispetto alla situazione di egemonia mondiale. Ma anche perché, le due cose in fondo convergono, il sistema di accumulazione di cui sono il baricentro è mondiale o non è: ciò significa che, per potersi riprodurre, deve insistere – attraverso la finanza, il dollaro, l’industria ad alta tecnologia, il dispositivo militare – sul valore prodotto e circolante a scala globale. La Cina essendone parte integrante, si tratta di tagliarne le velleità di ascesa mantenendola subordinata, e di non concederle spazi di autonomia eccessiva. La stessa vicenda ucraina lo dimostra: la trappola tesa da tempo a Mosca deve servire, nelle intenzioni yankee, a indebolire la Russia lasciando così scoperto un fianco fondamentale, geopolitico e geoeconomico, della strategia cinese. Se ciò dovesse riuscire, farebbe altresì rinculare di colpo e per un bel pezzo non solo ogni tentativo di de-dollarizzazione, ma probabilmente anche i passaggi visti di moderata internazionalizzazione dello yuan.
Quanto all’istituzionalizzazione di un sistema monetario multilaterale, in grado di limitare in modo concordato il dominio del dollaro, valuta eccessivamente volatile e sempre più predatoria, è evidente che ad oggi non si potrebbe fare senza Washington, che però vi si opporrebbe per i motivi visti con tutti i mezzi disponibili[46] – come già fu, del resto, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale nei confronti della proposta di Keynes alla conferenza di Bretton Woods. Non si vede come un paniere di monete importanti, con un maggior ruolo oggi per lo yuan, sarebbe in grado di per sé di rendere più stabili gli scambi internazionali contro gli interessi e la volontà della potenza egemone. A meno di pensare, meccanicamente, a un declino irreversibile degli Stati Uniti senza destrutturazione dell’intero sistema.
Quale che sia la controproposta o controprospettiva, il nodo con cui non si fanno i conti fino in fondo, ci pare, è che nessun altro soggetto al di fuori degli Stati Uniti ha la massa critica di capitale finanziario e di liquidità sufficiente per oliare il circuito internazionale del valore, funzione che a tutt’oggi può essere svolta solo dal dollaro (Il che, ecco la contraddizione di fondo, avviene però sempre meno a vantaggio di tutti i partecipanti al gioco). Abbiamo già visto come la Cina, a maggior ragione, non è in grado di surrogare Washington in questa funzione globale, il che presupporrebbe la piena convertibilità dello yuan, a scapito del controllo sui capitali e sull’inflazione interna, e la formazione di un grande mercato finanziario con titoli in valuta cinese da poter rivaleggiare con quello denominato in dollari. Con, a monte, la capacità di emettere attivi di riserva a beneficio del mercato globale dei capitali, capacità interdetta dai continui surplus commerciali cinesi (che solo ultimamente sono andati riducendosi ma per lo più verso i mercati di materie prime dei paesi meno sviluppati). Qualsiasi paese la cui valuta tentasse di scalzare il dollaro – stante le caratteristiche peculiari oramai acquisite dall’imperialismo mondiale – dovrebbe infatti potersi permettere enormi deficit commerciali e di bilancio con i quali riversare sul mondo la liquidità indispensabile al meccanismo di riproduzione del capitale mondiale.
Se guardata sotto la visuale del dominio del capitale finanziario, la Cina è parte del problema, non la sua soluzione. Stante il suo attuale livello di sviluppo capitalistico, soffrirebbe essa stessa – paradossalmente, perché dal meccanismo del dollaro ha sempre più da perdere – del restringimento della base monetaria e creditizia dell’accumulazione mondiale che un declassamento del dollaro e/o un ipotetico ritorno a qualcosa di simile al gold standard (o di qualsiasi altra materia prima) comporterebbe. Il che non toglie – altra benzina sul fuoco delle contraddizioni sistemiche – che se la sostituzione del dollaro è fuori discussione, rebus sic stantibus, non lo è affatto il tentativo di internazionalizzazione dello yuan a scapito di altre valute.
Ciò non cancella per il futuro, sia chiaro, gli effetti imprevedibili di una situazione globale sempre più precaria, anche dal punto di vista monetario. Sul versante statunitense, ad esempio, con una progressiva perdita di controllo sul mercato delle materie prime e la conseguente diminuzione della domanda mondiale di dollari e/o con una nuova recessione e crisi finanziaria. Come pure sul versante cinese, dove il realismo pragmatico da sempre seguito non potrà a un certo punto evitare, nel bel mezzo di un passaggio economico e sociale arduo, un irrigidimento politico a fronte di pressioni sempre più esose della controparte – come già sembra emergere dalla crisi ucraina. Solo se e allorché ci si approssimerà al punto di fusione dei rapporti internazionali e dello scontro Stati Uniti/ Cina – non senza una profondissima crisi interna della società statunitense – una effettiva de-dollarizzazione potrà avere inizio. Ma sarà il segnale non di un cambio egemonico in vista, tanto meno di un nuovo, più equo “ordine internazionale”, bensì della disarticolazione del sistema mondiale.
Note
[1] V. https://www.bloomberg.com/professional/blog/yuan-could-globalize-on-digital-currency-de-dollarization-steps/.
[2] V. https://www.swift.com/swift-resource/251736/download (dati al novembre ’21) e https://www.atlanticcouncil.org/blogs/econographics/russia-and-china-partners-in-dedollarization/.
[3] IMF, The Stealth Erosion of Dollar Dominance, marzo 2022, da cui è tratto il grafico.
[4] Dati U.S. Bureau of Economic Analysis (https://www.bea.gov/news/2022/us-international-investment-position-fourth-quarter-and-year-2021).
[5] Il dominio internazionale di una moneta si basa non solo sulle riserve detenute dagli altri stati, ma anche sul suo peso come mezzo di pagamento, denominazione di obbligazioni e in generale debiti, controllo dei cambi, ecc.
[6] V. https://www.omfif.org/2020/05/renminbis-limited-internationalisation/.
[7] I dati relativi alla prima parte del ’22 hanno registrato per la Cina un secco ritiro degli investitori esteri dalle azioni e obbligazioni cinesi, in certa misura simile a quello verificatosi nel 2015-16 che aveva richiesto forti interventi su moneta e capitali. Al contrario, fino al 2021 c’erano stati importanti ingressi in investimenti diretti esteri (record di 173 miliardi di dollari). Un eventuale conseguente calo dello yuan potrebbe rendere rendere più costose le importazioni di tecnologia e di materie prime (https://www.scmp.com/economy/economic-indicators/article/3173454/chinas-forex-reserves-fall-us25-billion-amid-ongoing e https://www.zerohedge.com/markets/whispers-yuan-devaluation-after-biggest-weekly-plunge-2015).
[8] V. https://www.reuters.com/article/china-bonds-market/explainer-foreign-access-to-chinas-16-trillion-bond-market-idUSKCN26E0UE e in generale sulla (per ora timida) liberalizzazione del mercato finanziario cinese: M. Aglietta, Bai G., C. Macaire, La course à la suprématie monétaire mondiale, 2022, pp. 86 sgg.
[9] A metà 2022 le riserve in valute estere ammontavano a circa 3,2 trilioni di dollari; erano sui quattro trilioni nel 2015.
[10] Dalla riunione straordinaria di fine aprile ’22 tra il governo e le principali banche cinesi sul rischio di sanzioni statunitensi simili a quelle comminate alla Russia, sembra non siano emerse soluzioni al momento praticabili dato l’alto grado di dipendenza dell’economia cinese (https://www.ft.com/content/45d5fcac-3e6d-420a-ac78-4b439e24b5de).
[11] V. A. Amighini, op. cit., pp. 66sgg.
[12] Si tratta di 320 su 440 miliardi di dollari: ibid., p. 38.
[13] V. https://hbr.org/2020/02/how-much-money-does-the-world-owe-china.
[14] Quanto all’Italia – dopo i primi panda bond, l’adesione iniziale alla BRI e il Memorandum di Intesa firmato nel marzo ’19 durante la visita di Xi Jinping – il richiamo all’ordine di Washington ha affossato non solo la possibilità di una rete 5G costruita dalla Huawei ma ogni minima velleità di gioco in proprio verso Pechino. Il governo del “banchiere della provvidenza” targato Goldman-Sachs è servito anche a questo oltreché a tagliare ogni ponte con Mosca.
[15] V.: https://thewalkingdebt.org/2018/09/20/il-petroyuan-inizia-a-diventare-uno-strumento-politico-reale/.
[16] V. https://www.indianpunchline.com/us-coercive-diplomacy-with-saudi-arabia/.
[17] Un mercato pari a quello giapponese, il 12% sul totale mondiale, mentre gli Stati Uniti rappresentano circa il 40% e la UE il 20%.
[18] Ciò dà a HK, in assenza di uno yuan convertibile, un ruolo di intermediazione con l’estero ancora importante, anche se non più irrinunciabile come nel passato. Non a caso una parte rilevante degli Ide cinesi, anche di imprese statali, passa ancora di lì. HK, allo stesso tempo, copre solo più il 3% del Pil cinese contro il 16% del 1997, nel mentre si son fatte avanti le borse di Shanghai (dove il numero di offerte pubbliche iniziali su aziende tecnologiche avrebbe dal ’19 superato quello di HK) e di Shenzen. Il governo cinese punta ora a incorporare HK nel più vasto progetto di una grande area di innovazione (Guandong meridionale) sulla falsariga della Silicon Valley, mentre ne sta indebolendo i vantaggi comparati anche grazie alla BRI e ai suoi strumenti finanziari. Infine, l’entrata in vigore a HK della legge sulla sicurezza nazionale dell’estate ’21 ha ridimensionato fortemente l’autonomia della regione amministrativa speciale vincolandone il sistema giudiziario. Due opposte valutazioni sull’attuale ruolo di HK in Huang T., Why China Still Needs Hong Kong, Peterson Institute, 2019 e E. Prasad, Why China No Longer Needs Hong Kong, NYT, 3 luglio 2019.
[19] “Convertibilità controllata” secondo la definizione dell’ex governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiaochuan.
[20] Da ultimo, nel giugno ’22, è stato reso noto un accordo tra la Banca Centrale cinese e la Banca dei Regolamenti Internazionali per un incremento della liquidità emessa in yuan da far circolare nell’area dell’Asia-Pacifico.
[21] A.L. Abeliansky, I. Martínez-Zarzoso, The relationship between the Chinese ‘going out’ strategy and international trade, Economics, 13, 2019.
[22] Perorati invece, e non a caso, dagli economisti occidentali e dalle istituzioni internazionali: v. E. Prasad, Gaining Currency: The Rise of the Renminbi, 2017.
[23] V. https://thewalkingdebt.org/2021/12/02/accelera-la-diffusione-dello-yuan-digitale/amp/.
[24] V. E. Townsend, Beyond Blockchain: the Death of the Dollar and the Rise of Digital Currency, 2018, che ha anticipato o comunque monitorato il “paradosso delle criptovalute” ovvero il rovesciamento dell’architettura (formalmente) decentralizzata – in realtà sostanzialmente accentrata ai flussi di valore – del bitcoin in un dispositivo di controllo di ogni singolo pagamento da parte delle autorità statali.
[25] V. https://www.bloomberg.com/professional/blog/yuan-could-globalize-on-digital-currency-de-dollarization-steps/.
[26] V. Aglietta, Bai, Macaire, op. cit., pp. 219-21.
[27] V. https://asiatimes.com/2021/04/chinas-digital-yuan-displaces-the-dollar/.
[28] Con rischi di “dollarizzazione digitale”, ossia che i paesi possano utilizzare la moneta digitale anche per le loro transazioni interne, prontamente denunciati dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (https://www.bis.org/publ/work941.pdf).
[29] È anche la valutazione di Aglietta, Bai, Macaire, op. cit., pp. 93-102.
[30] V. https://www.newstatesman.com/ideas/2022/03/ukraine-the-world-is-at-financial-war. Tooze nel suo lavoro sulla crisi del 2008 (Lo schianto, 2018) aveva descritto come il dollaro ne fosse uscito rafforzato.
[31] IMF, The Stealth Erosion of Dollar Dominance, cit.
[32] G. Luft, A. Korin, De-dollarization. The revolt against the dollar and the rise of a new financial world order, 2019, p. 21. Luft e Korin aggiungono alla lista anche la UE senza tenere in debito conto gli effetti quasi annichilenti dell’eurocrisi, in parte orchestrata e comunque sfruttata dalla finanza a stelle e strisce, sulle peraltro modeste velleità alternative europee. Cui, abbiamo visto (§ 2.2), la crisi ucraina ha dato un ulteriore, pesantissimo colpo, che potrebbe risultare definitivo per l’Europa intesa come Unione (sulla Germania il discorso è più complesso). Il testo è di parte statunitense ma equilibrato nelle valutazioni, chiaro e ben documentato.
[33] Sergei Glazyev, consigliere economico di Putin dopo essere stato ministro di stampo neoliberista con Eltsin, ne è considerato l’architetto. Numerosi i suoi interventi rinvenibili su internet.
[34] Cina, Russia, i cinque paesi dell’Asia ex sovietica, con l’aggiunta più recente di Pakistan, India, Iran e Mongolia.
[35] Brasile, India, Sud Africa oltre a Russia e Cina. Anche se il gruppo, riunitosi per la prima volta nel 2009 e preso l’abbrivio con la creazione della Nuova Banca di Sviluppo nel 2014, sembra aver perso negli ultimi anni la spinta iniziale.
[36] Sulla linea di faglia turca e le frizioni con Washington v. R. Sciortino, I Dieci anni cit., pp. 115-9.
[37] V. https://www.middleeasteye.net/news/saudi-arabia-considers-accepting-yuan-instead-dollars-oil-sales.
[38] Abbiamo già ricordato l’allora governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiaochuan che intervenne, in un discorso del marzo 2009 sotto il forte impatto della crisi globale da poco esplosa, a favore di una riforma del sistema monetario internazionale. Risalgono a quegli anni il successo da bestseller della silloge di Song Hongbin sulle Guerre valutarie e la stesura del libro di Qiao Liang già visto; è del 2019 il successo editoriale della traduzione di Le Piege Americain.
[39] V. https://www.piie.com/blogs/realtime-economic-issues-watch/china-too-tied-global-economy-risk-helping-russia.
[40] Il combinato shale gas-rigassificatori è l’arma con la quale Obama, campione di greenwashing, aveva cercato di reimporsi come baricentro energetico mondiale ad una frastornata Europa, invitata a liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca, nel bel mezzo della manomissione dell’Ucraina. Ma era necessaria una seria crisi militare con la Russia per mettere a rischio le forniture di gas all’Europa (e rilanciare anche l’opzione dell’energia nucleare). Il democratico Biden ha adempiuto al compito.
[41] In particolare, il progetto per il gasdotto Power of Siberia 2 dalla penisola di Jamal via Mongolia, che supererà la capacità di Nord Stream 2.
[42] V. https://asia.nikkei.com/Politics/International-relations/China-and-Russia-ditch-dollar-in-move-toward-financial-alliance.
[43] V. https://www.reuters.com/world/asia-pacific/exclusive-russia-china-agree-30-year-gas-deal-using-new-pipeline-source-2022-02-04/.
[44] V. https://thewalkingdebt.org/2021/03/30/la-questione-energetica-cinese-gli-investimenti-esteri/.
[45] V. R. Sciortino, I dieci anni cit., pp. 29 sgg. Il termine viene dal già citato M. Dooley, D. Folkerts-Landau, P. Garber, An Essay on the Revived Bretton Woods System.
[46] Vedi già l’attacco all’euro nell’eurocrisi dei primi anni Dieci (R. Sciortino, I dieci anni cit., pp. 62-71).
Fonte
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