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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2026

Gli Usa preparano la trappola finanziaria per incastrare la Cina

Nel 1985 erano riusciti a ingabbiare il Giappone in pieno boom economico e il suo galoppante yen con il famigerato Accordo del Plaza, un accordo-trappola mascherato da grande affare. A distanza di oltre 40 anni gli Stati Uniti sono impegnati a proporre uno schema simile con il chiaro intento di colpire lo yuan e stoppare l’ascesa della Cina.

I principali media statunitensi, Wall Street Journal in primis, raccontano ormai da settimane che è urgentissimo rivalutare quanto prima la divisa cinese. Emblematico l’ultimo articolo firmato da Greg Ip e intitolato “Why the World Needs to Force China’s Yuan to Revalue”, e cioè “Perché il mondo deve costringere lo yuan cinese a rivalutarsi”. Ancora più diretto il sommario del pezzo: “La Cina sta inondando il mondo di esportazioni a basso costo. Un accordo per rivalutare la sua valuta potrebbe essere l’unica soluzione”.

L’analisi di Ip si collega all’analisi diffusa nel 2024 da Stephen Miran, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump, secondo il quale sarebbe necessario per Washington stipulare un accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo degli Usa nell’economia mondiale.

Il ritorno dell’Accordo del Plaza?

Che cos’è l’Accordo del Plaza? Bisogna tornare agli anni Ottanta. All’epoca, per gli Stati Uniti, il Giappone rappresentava la stessa minaccia economica incarnata oggi dalla Cina: un Paese ricco, in ascesa e tecnologicamente all’avanguardia. Washington temeva soprattutto il crescente deficit commerciale e la forza dello yen. Il risultato? Nel 1985 Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito decisero di intervenire per indebolire il dollaro. Lo yen si apprezzò rapidamente, mettendo sotto pressione l’economia giapponese e le sue esportazioni. Per reagire, Tokyo allentò la politica monetaria, alimentando però una bolla immobiliare e finanziaria che sarebbe esplosa pochi anni dopo, con almeno due decenni di stagnazione e problemi gravissimi (ed evidenti) in tutto il Paese ancora adesso.

Ci si potrebbe chiedere cosa spinse il governo giapponese a firmare l’Accordo del Plaza. Al netto delle forti pressioni statunitensi, e del rischio di pesanti misure protezionistiche americane contro il Made in Japan, il governo nipponico era interessato ad accettare uno yen più forte per spostare il proprio modello di crescita dalle esportazioni alla domanda interna. L’idea giapponese, insomma, era quella di aderire al deal pensando che uno yen più forte avrebbe compensato il colpo all’export stimolando consumi e investimenti interni, accontentando anche gli Usa desiderosi di ridurre il surplus commerciale con Tokyo.

La Cina come il Giappone, lo yen come lo yuan

Peccato che lo yen si apprezzò molto più rapidamente di quanto desiderato, che le esportazioni e la crescita rallentarono e che la Bank of Japan fu costretta a varare una politica monetaria sempre più espansiva.

Furono tagliati i tassi ma il denaro facile alimentò credito, immobili e Borsa, creando una gigantesca bolla che sarebbe esplosa nel 1989, non appena la BoJ iniziò a stringere la politica monetaria. Fu l’inizio del disastro. Dopo l’Accordo del Plaza il Giappone non avrebbe mai più messo in discussione l’egemonia economica e tecnologica statunitense.

Ecco: per il Wsj qualcosa del genere dovrebbe essere riproposto contro lo yuan (“Una valuta talmente sbilanciata da mettere a rischio l’intera economia globale”) e la Cina. “Un accordo valutario, imposto tramite dazi doganali, potrebbe essere l’unico modo per spingere la Cina ad agire”, scrive ancora il quotidiano statunitense.

Pechino, fa notare Goldman Sachs, ha un surplus commerciale enorme che raggiungerà presto i 1.200 miliardi di dollari, mentre lo yuan è “fortemente sottovalutato rispetto al valore che dovrebbe avere”. Oltre la Muraglia i funzionari, che hanno studiato la bolla giapponese e conoscono cosa è successo nel 1985 al Plaza Hotel di New York, hanno già fiutato la possibile trappola.

Fonte

29/08/2026

La Cina può internazionalizzare il renminbi senza copiare il dollaro?

C’è un’idea che attraversa gran parte del dibattito sull’internazionalizzazione della valuta cinese: finché la Cina continuerà ad accumulare surplus commerciale, la sua valuta non potrà diventare davvero globale.

Per capire perché questa tesi abbia tanta presa occorre guardare non alla Cina, ma agli Stati Uniti, al meccanismo con cui Washington ha fornito al mondo la sua moneta per ottant’anni. È un meccanismo che funziona solo a una condizione: che l’America viva strutturalmente al di sopra dei propri mezzi.

Partiamo dall’aritmetica. La bilancia dei pagamenti di un paese è un’identità contabile: il saldo delle partite correnti (esportazioni meno importazioni di beni e servizi, più redditi da capitale e trasferimenti) deve essere compensato, con segno opposto, dal saldo del conto finanziario (acquisti e vendite di attività tra residenti e non residenti).

Se un paese registra un deficit delle partite correnti, sta consumando e investendo più di quanto produce. La differenza la paga cedendo al resto del mondo diritti sulla propria economia futura: moneta, titoli, azioni, immobili.

In altre parole, il deficit corrente è un canale attraverso cui riversare la propria valuta, o attività denominate in essa, nel resto del mondo. Simmetricamente, un paese in surplus corrente assorbe valuta estera invece di fornire la propria.

Da qui l’argomento sulla valuta cinese: un’economia che esporta più di quanto importa, come la Cina, drena valuta dal mondo invece di immetterne. Perché mai il resto del pianeta dovrebbe detenere in massa una moneta che il suo emittente, per struttura, non distribuisce?

La doppia circolazione del dollaro

Gli Stati Uniti registrano deficit delle partite correnti pressoché ininterrottamente dai primi anni Ottanta. Ogni anno, decine e ormai centinaia di miliardi di dollari escono dal circuito domestico americano per pagare merci tedesche, petrolio del Golfo, elettronica assemblata in Asia. Questo è il primo tempo del meccanismo: la fornitura di liquidità.

Il secondo tempo è il ritorno. Quei dollari non restano fermi nei forzieri delle banche centrali o delle imprese estere: vengono reinvestiti negli Stati Uniti, generando un surplus persistente del conto finanziario. Il dollaro esce come mezzo di pagamento e rientra come capitale. È una circolazione a doppio senso che tiene insieme il sistema: l’America compra beni reali dal mondo, il mondo compra carta americana.

Perché il mondo accetta lo scambio? Perché i mercati finanziari statunitensi offrono qualcosa che nessun altro sistema replica su scala comparabile: profondità, liquidità e un menù completo di attività per ogni tipo di investitore. Da un lato, i Treasury, titoli del Tesoro emessi in volumi enormi, scambiati sul mercato obbligazionario più liquido del pianeta, soddisfano la domanda di attività sicure delle banche centrali che devono parcheggiare le riserve ufficiali. Dall’altro, il mercato azionario americano offre attività rischiose ad alto rendimento, le Big Tech in testa, che attirano il risparmio privato globale in cerca di ritorni.

Questa doppia offerta ha fatto guadagnare agli Stati Uniti la definizione di “banchiere del mondo”: un soggetto che si indebita a breve termine e a basso costo (vendendo attività sicure agli stranieri) e investe all’estero a lungo termine e ad alto rendimento (comprando imprese, fabbriche, partecipazioni). Per decenni il differenziale di rendimento tra ciò che l’America paga sui propri debiti e ciò che incassa sui propri investimenti esteri, quello che l’ex Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing chiamò già negli anni Sessanta il “privilegio esorbitante”, ha permesso agli Stati Uniti di sostenere ampi deficit senza che aumentasse in misura corrispondente il costo netto di interessi e dividendi pagati al resto del mondo.

L’esempio storico più nitido di questa circolazione è il petrodollaro. Dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta, i paesi esportatori del Golfo si trovarono a incassare montagne di dollari. Quei dollari non furono convertiti e dispersi: furono riciclati verso gli Stati Uniti, in Treasury, depositi bancari, immobili, partecipazioni azionarie.

Il circuito si chiudeva così: l’America importava greggio pagando in dollari, i produttori reinvestivano quei dollari in attività americane, e la domanda estera di titoli statunitensi teneva bassi i tassi d’interesse e alto il valore della moneta. Il deficit corrente americano, lungi dall’essere una debolezza, diventava l’ingranaggio che alimentava la centralità del dollaro nel commercio energetico mondiale, e, per estensione, in tutto il commercio mondiale.

Il dilemma di Triffin: la falla nel progetto

Ma il meccanismo porta scritta dentro di sé la propria contraddizione. La individuò l’economista belga Robert Triffin già all’inizio degli anni Sessanta, quando il sistema di Bretton Woods ancorava il dollaro all’oro. Il suo ragionamento, nella versione originale: per fornire al mondo la liquidità di cui l’economia internazionale in crescita ha bisogno, gli Stati Uniti devono emettere dollari in eccesso rispetto alle proprie riserve auree; ma più dollari circolano rispetto all’oro che li garantisce, meno credibile diventa la promessa di convertibilità. Il sistema può funzionare solo erodendo la fiducia su cui si regge. La profezia si avverò nel 1971, quando Nixon sospese la convertibilità e Bretton Woods collassò.

Con il dollaro fiduciario il dilemma non è scomparso: ha cambiato forma. Oggi l’ancora non è più l’oro, ma la solvibilità percepita dello Stato americano. La versione contemporanea suona così: per soddisfare la domanda globale di liquidità e di attività sicure in dollari, gli Stati Uniti devono continuare ad accumulare deficit correnti e a emettere debito; ma ogni anno di deficit accresce la posizione debitoria netta del paese verso l’estero. A un certo punto, gli investitori possono cominciare a chiedersi se quel debito verrà mai onorato al suo valore reale, o se Washington non sarà tentata di alleggerirne il peso per la via più antica: lasciar deprezzare la moneta, o tollerare un’inflazione che eroda il valore reale delle passività.

È una tensione strutturale, non congiunturale. La stessa qualità che rende il dollaro desiderabile, l’abbondanza di attività sicure americane, è prodotta da un processo che, protratto abbastanza a lungo, mina la sicurezza di quelle stesse attività. Il fornitore mondiale di stabilità genera instabilità per il fatto stesso di svolgere la propria funzione.

La posizione debitoria netta degli Stati Uniti verso l’estero, cioè la differenza tra tutte le attività estere detenute da americani e tutte le attività americane detenute da stranieri, ha superato il 90% del PIL nominale. Alla vigilia della crisi finanziaria globale del 2008 era intorno al 20%. In meno di vent’anni il rapporto è più che quadruplicato.

E già nel 2009 Zhou Xiaochuan, allora governatore della banca centrale cinese, ha rilanciato esplicitamente il dilemma di Triffin in un suo celebre saggio del marzo di quell’anno, in piena crisi finanziaria, per sostenere che un sistema monetario internazionale fondato sulla valuta nazionale di un singolo paese è strutturalmente instabile, e che la soluzione andava cercata in strumenti sovranazionali come i Diritti Speciali di Prelievo del FMI.

La posizione cinese, da allora, non è mai stata “sostituire il dollaro con il renminbi” replicandone il modello: è stata erodere gradualmente la centralità del dollaro diversificando fatturazione commerciale, riserve e circuiti di pagamento, senza assumersi i costi, i deficit, il debito e la vulnerabilità che l’egemonia monetaria in stile americano comporta.

Cosa significa per la valuta cinese

Torniamo al punto di partenza. Se quello americano è l'unico modello, la conclusione è obbligata: la Cina, paese strutturalmente in surplus, non può fornire renminbi al mondo e l’internazionalizzazione della sua valuta resterà un progetto zoppo.

Ma è davvero l’unico modello?

Secondo Zhang Ming, vicedirettore dell’Istituto di Economia e Politica Mondiale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS) e vicedirettore dell’Istituto Nazionale per la Finanza e lo Sviluppo, la Cina starebbe perseguendo un modello diverso, basato sulla forza del suo settore manifatturiero piuttosto che sul predominio dei suoi mercati finanziari. Come scrive in un suo articolo pubblicato su China Forex, una pubblicazione supervisionata dalla State Administration of Foreign Exchange (SAFE), l’autorità di regolamentazione del mercato valutario cinese:
Non esiste un unico percorso prestabilito per l’internazionalizzazione della valuta. Un paese che desidera espandere l’uso internazionale della propria valuta deve scegliere l’approccio più adatto alle proprie risorse e ai propri punti di forza competitivi.
Da un lato, l’industria manifatturiera cinese si distingue per la sua elevata competitività sui mercati internazionali. Il suo vantaggio non dipende soltanto dai costi contenuti, ma anche dalla qualità e dall’affidabilità dei prodotti, dalla completezza delle filiere produttive e dalla capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda.

La Cina rappresenta oggi circa un terzo del valore aggiunto manifatturiero mondiale. Considerata la sua competitività, sia nei settori manifatturieri tradizionali sia in quelli ad alta tecnologia, è probabile che continui a registrare un surplus delle partite correnti ancora a lungo.

Ma le imprese, le istituzioni finanziarie e le famiglie cinesi hanno forti incentivi a espandere le proprie attività all'estero. Come scrive Zhang:
Per le aziende cinesi, la combinazione di attriti commerciali tra Cina e Stati Uniti e l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche ha reso sempre più necessaria la diversificazione globale delle catene di approvvigionamento. Con l’aumento degli investimenti e degli impianti di produzione all’estero da parte delle aziende cinesi, è probabile che gli investimenti diretti esteri in uscita dalla Cina continuino a superare quelli in entrata.
In passato la Cina è stata una delle principali destinazioni mondiali degli investimenti diretti esteri. A partire dalle riforme e dall’apertura avviate alla fine degli anni Settanta, l’afflusso di capitali stranieri ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del Paese, contribuendo non solo a finanziare la produzione, ma anche a trasferire tecnologie, competenze manageriali e accesso ai mercati internazionali. Gli investimenti esteri sono stati così uno dei principali motori dell’industrializzazione e dell’ascesa economica cinese. Ma negli ultimi anni la Cina è passata gradualmente dall'essere una destinazione di capitali esteri a diventare un importante esportatore di capitali.

Il sorpasso è avvenuto in due tempi, per ragioni opposte. Il primo risale al 2015-2016, gli anni della grande ondata di acquisizioni cinesi all’estero: ChemChina che rileva Syngenta, i conglomerati come HNA, Anbang e Wanda che comprano hotel, cinema e squadre di calcio in mezzo mondo. Secondo i dati del Ministero del Commercio, gli investimenti in uscita superarono allora per la prima volta quelli in entrata.

Fu un sorpasso effimero: Pechino stessa lo interruppe, imponendo tra il 2016 e il 2017 controlli sui capitali per frenare quella che considerava una fuga speculativa travestita da espansione industriale. Nei termini della bilancia dei pagamenti, la Cina tornò a essere importatrice netta di investimenti diretti fino al 2021.

Il secondo cambio di segno, quello strutturale, è in corso dal 2022-2023. Nel 2023 gli investimenti cinesi all’estero hanno raggiunto i 148 miliardi di dollari, e il terzo trimestre di quell’anno ha registrato, per la prima volta nella serie storica dell’amministrazione valutaria cinese, flussi in entrata negativi: le multinazionali straniere rimpatriavano più capitale di quanto ne investissero, attratte dai tassi americani più alti e sospinte dalle tensioni geopolitiche. Nel 2024 gli investimenti diretti all’estero hanno raggiunto circa 162,8 miliardi di dollari, mentre quelli in entrata sono scesi a circa 116-117 miliardi di dollari.

Come riporta il Financial Times, “la massiccia campagna di investimenti esteri della Cina ha dato impulso alla creazione di nuovi poli industriali in paesi come Thailandia, Indonesia, Brasile, Ungheria e Marocco. Gli investimenti esteri cinesi rappresentavano circa l’11% del totale globale nel 2023, un anno in cui i flussi globali di investimenti diretti esteri hanno subito un rallentamento del 2%, secondo i dati cinesi e delle Nazioni Unite”.

Poiché i tassi di interesse in Cina sono oggi sensibilmente inferiori a quelli statunitensi, è aumentata la domanda di finanziamenti in renminbi da parte di soggetti esteri. Se prendere in prestito renminbi può costare meno che prendere in prestito dollari, è probabile che anche prestiti, depositi e altri finanziamenti continuino a generare un’uscita netta di capitali dalla Cina, che presta al resto del mondo più denaro di quanto ne riceva.

Come prosegue Zhang:
In effetti, la struttura della bilancia dei pagamenti cinese negli ultimi anni ha mostrato sempre più spesso proprio questo schema: un surplus delle partite correnti combinato con un deficit delle partite finanziarie. Gli investimenti diretti e gli altri investimenti hanno tutti registrato deficit di diversa entità.
Fornire renminbi al resto del mondo attraverso deflussi dai conti finanziari, consentendo al contempo il ritorno della valuta in Cina tramite i surplus delle partite correnti, si sta affermando come una strategia tipicamente cinese per l’internazionalizzazione della valuta.
In sostanza, la bilancia dei pagamenti cinese degli ultimi anni presenta una struttura che è l'esatto speculare di quella americana. Dove gli Stati Uniti combinano deficit commerciale e surplus finanziario, la Cina combina surplus commerciale e deficit del conto finanziario.

Tradotto: i residenti cinesi – imprese, banche, in parte lo Stato – acquistano più attività estere di quante attività cinesi acquistino gli stranieri. Gli investimenti diretti, come abbiamo visto, hanno cambiato segno; e lo stesso vale per la voce degli "altri investimenti", cioè prestiti e depositi transfrontalieri. Capitale cinese che esce, sotto forma di fabbriche, crediti, finanziamenti.

Da questa struttura discende un circuito monetario alternativo a quello del dollaro, ma altrettanto coerente. Il renminbi esce dalla Cina attraverso il conto finanziario: prestiti alle economie partner, investimenti diretti denominati in valuta cinese, linee di swap tra banche centrali. E rientra attraverso le partite correnti: chi ha ricevuto renminbi li spende comprando merci cinesi: macchinari, pannelli solari, veicoli elettrici, beni intermedi.

Il dollaro esce comprando beni e rientra come capitale; il renminbi esce come capitale e rientra nell’acquisto di beni. Sono due circolazioni complete, solo percorse in senso opposto. E quella cinese ha un ancoraggio che quella americana ha perso da tempo: la domanda di renminbi è agganciata all’economia reale, alla capacità manifatturiera del paese, non alla disponibilità del resto del mondo a detenere passività finanziarie di un debitore.

Secondo Zhang:
Rispetto al modello statunitense, i persistenti surplus delle partite correnti aumenterebbero le attività esterne nette della Cina. Nel medio termine, ciò potrebbe rafforzare le aspettative di apprezzamento del renminbi e aiutare la Cina a evitare, almeno in parte, il dilemma di Triffin. Il percorso cinese potrebbe quindi rivelarsi più sostenibile rispetto al modello statunitense.
Il meccanismo americano fornisce dollari accumulando debito estero netto, ed è questo debito crescente, come abbiamo visto, a corrodere nel tempo la fiducia su cui il sistema si regge. Il meccanismo cinese fornirebbe renminbi accumulando attività estere nette: ogni anno di surplus corrente rafforza la posizione creditoria della Cina verso il mondo.

L'obiezione immediata è che un simile percorso non abbia precedenti. Ma il precedente esiste: sono gli Stati Uniti stessi. Nei primi anni di Bretton Woods, l'America era esattamente dove la Cina si trova oggi, cioè era la manifattura dominante del pianeta, in surplus corrente strutturale.

In quel momento gli USA hanno fornito dollari al mondo non attraverso deficit commerciali, ma attraverso l'esportazione di capitale: il Piano Marshall ne è l'archetipo. Washington prestava dollari all'Europa in ricostruzione, e l'Europa usava quei dollari per comprare macchinari, attrezzature e beni americani.

Il dollaro è diventato la valuta del mondo prima e senza i deficit correnti americani, che iniziarono solo negli anni Ottanta. La tesi secondo cui il deficit è la condizione dell'egemonia monetaria confonde una fase del percorso con il percorso intero.

Come conclude Zhang:
Questa esperienza storica suggerisce che l’internazionalizzazione della valuta potrebbe procedere in due fasi.
Nella prima fase, il principale vantaggio competitivo di un paese risiede nel settore manifatturiero. Pertanto, promuove l’uso internazionale della propria valuta attraverso una combinazione di surplus delle partite correnti e deficit delle partite finanziarie.
Nella seconda fase, con l’aumento della competitività relativa dei suoi mercati finanziari e il calo di quella del suo settore manifatturiero, il paese si orienta verso un modello basato su disavanzi delle partite correnti e surplus delle partite finanziarie.
L’internazionalizzazione del renminbi si trova attualmente nella prima di queste due fasi.
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03/04/2026

L’ora del petroyuan

di Michelangelo Cocco

La guerra all’Iran sta incrinando le fondamenta del regime del petrodollaro e avvicinando l’avvento del petroyuan. A sostenerlo è un’analisi dell’Istituto di ricerca di Deutsche Bank, pubblicata il 24 marzo.

Secondo il paper della banca tedesca, i danni causati alle economie del Golfo Persico dalle rappresaglie iraniane all’aggressione Usa-Israele potrebbero indurle a diversificare le riserve di valuta estera, vendendo idrocarburi in cambio di yuan alla Cina, che assorbe ore il 40 per cento dell’export energetico dell’area.

Lo studio prefigura un futuro in cui il greggio mediorientale spedito attraverso lo Stretto di Hormuz verso l’Asia verrebbe prezzato in yuan, mentre quello proveniente dall’emisfero occidentale e venduto agli alleati degli Usa continuerebbe a essere pagato in dollari. Intanto, secondo la CNN, Teheran starebbe valutando di far passare alcune petroliere, a condizione che i carichi siano pagati in yuan. Mentre, con Riyadh, Pechino ha avviato da tempo discussioni sull’acquisto di oro nero in yuan.

Nel 1974 furono le conseguenza della guerra dello Yom Kippur (l’embargo petrolifero del cartello dell’Opec, per punire l’appoggio Usa a Israele) a spingere i Saud all’accordo con Washington in base al quale Riyadh vende soltanto in dollari il petrolio sul mercato internazionale. Mutatis mutandis, l’incapacità Usa di difendere i traffici che passano per Hormuz sta inducendo le petromonarchie a considerare seriamente l’alternativa yuan.

Rogoff: yuan globale entro cinque anni

Il petroyuan sarebbe coerente con la “moneta forte” invocata da Xi Jinping e con il percorso di apertura del sistema finanziario nazionale annunciato dal presidente cinese in un articolo pubblicato su Qiushi. Il professor Kenneth Rogoff ha sostenuto che la leadership cinese ha la volontà politica e gli strumenti per trasformare lo yuan – con tutte le cautele del caso – in una valuta di riserva nei prossimi cinque anni.

Il docente dell’Università di Harvard ha sottolineato che in un’ampia porzione di mondo c’è una domanda forte per una moneta internazionale alternativa al dollaro, perciò Pechino procederà a un’apertura significativa, seppur parziale, dei propri mercati dei capitali, procedendo nello stesso tempo al rafforzamento dell’architettura necessaria a rendere indipendente lo yuan globale, grazie anche a un sistema di transazioni internazionali alternativo allo SWIFT e allo yuan digitale (e-CNY).

È chiaro che, data la sua centralità nei trasporti e nella produzione globali, l’ingresso nel mercato del petrolio dello yuan rappresenterebbe uno sconvolgimento geopolitico. Non a caso in Cina la questione è affrontata con prudenza, per non allarmare gli Stati Uniti. Tuttavia questa tendenza si è già manifestata negli ultimissimi anni in ambito BRICS, col commercio di petrolio in yuan tra Cina-Russia e Russia-India e gli scambi Brasile-Cina.

L’acquisto di yuan, in Medio Oriente e oltre, ha sempre più senso perché le banconote con l’effige di Mao oggi possono essere usate per comprare i nuovi prodotti ad alto valore aggiunto della Cina (impianti per energie pulite, auto elettriche, telecomunicazioni), ma anche in vista di una probabile, limitata apertura del mercato dei capitali della Cina, con la possibilità di investire dall’estero nel debito sovrano del Dragone.

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24/11/2023

La dollarizzazione di Milei non può fare a meno della Cina

Dopo la vittoria nel ballottaggio di domenica, Javier Milei si insedierà nella Casa Rosada il 10 dicembre, diventando ufficialmente presidente della Repubblica Argentina. L’ascesa al potere del populista ultra-liberista pone alla leadership di Pechino due sfide, una nel medio periodo, l’altra immediata.

Per quanto riguarda la prima – in attesa del voto nel 2024 in Messico e Venezuela – c’è il timore che possa esaurirsi la “marea rosa”, il ciclo di governi di centrosinistra, fautori di una politica estera molto aperta alla cooperazione con la Cina.

Sull’impatto che il nuovo governo di Buenos Aires avrà invece sul rapporto bilaterale Cina-Argentina, c’è grande incertezza, legata alla imprevedibilità del personaggio Milei, e alla quantità di variabili (economiche, politiche, geopolitiche) in gioco.

In campagna elettorale Milei ha promesso: «Non farò affari con paesi comunisti» e ha detto di voler tagliare le relazioni con la Cina in favore di quelle «con il mondo civilizzato», che il cinquantatreenne economista identifica soprattutto con gli Stati Uniti.

A urne ancora calde, Diana Mondino, la sua consigliera in predicato di diventare ministra degli esteri, ha annunciato che l’Argentina rinuncerà a entrare nei Brics guidati da Cina e Russia, ai quali avrebbe dovuto aderire il 1° gennaio prossimo, dopo l’allargamento a sei nuovi paesi deliberato dal vertice di Johannesburg del 24 agosto scorso.

Pechino ha minimizzato questa mossa, sottolineando che quella dei Brics (un forum informale) è «una famiglia aperta a chi voglia farne parte».

Per quanto riguarda invece la relazione bilaterale, la portavoce del ministero degli esteri, Mao Ning, ha dichiarato che «c’è un consenso ampiamente condiviso tra le persone di tutto lo spettro sociale di entrambi i paesi per far crescere ulteriormente le relazioni Cina-Argentina, che hanno portato benefici tangibili a entrambi i popoli».

La Cina è il secondo partner commerciale dell’Argentina (dopo il Brasile). Nel 2022, l’Argentina ha importato dalla Cina beni per 17,5 miliardi di dollari, e ne ha esportati per 7,9 miliardi di dollari. Per la Cina il paese sudamericano è un importante fornitore di materie prime alimentari, soprattutto semi di soia, sorgo, orzo e carne bovina, prodotti di uno dei settori più importanti dell’economia argentina.

Con Milei torna nella sua tradizionale sfera d’influenza statunitense un paese che con la presidenza di Alberto Fernandez ha aderito (il 5 febbraio 2022) alla Belt and Road Initiative, dopo essere entrata, due anni prima, nella Asian Infrastrutture Investment Bank (Aiib).

Il rafforzamento delle relazioni con Pechino ha permesso alle disastrate casse dello stato di avere accesso a fonti di finanziamento supplementari (a guida cinese): quelle della Aiib, per i progetti con il brand della nuova via della Seta, e della New Development Bank dei Brics, mentre i debiti di Buenos Aires con il Fondo monetario internazionale raggiungevano gli attuali 43 miliardi di dollari.

Ma a legare da un punto di vista finanziario l’Argentina alla Cina è stato soprattutto il meccanismo di cambio delle rispettive valute istituito tra le due banche centrali.

Questo sistema, che ha permesso all’Argentina di vendere pesos e ottenere yuan a tassi di cambio e d’interesse concordati col governo cinese, si è rivelato fondamentale – come dimostra uno studio del Fondo monetario internazionale – per evitare il default del paese sudamericano sul debito nei confronti dello stesso Fmi, sopperendo alla mancanza di dollari – in una fase in cui, il mese scorso, l’inflazione ha toccato il 142% – grazie agli yuan, una delle valute accettate dal Fmi.

Per quanto possa sembrare assurdo e, nonostante le implicazioni sulla sovranità argentina, Milei andrà avanti con il suo piano di dollarizzazione del paese, ovvero di (graduale) sostituzione del peso con il dollaro e la relativa abolizione della banca centrale: è per questo che ha ottenuto il mandato dagli elettori.

Cosa ne sarà del meccanismo di cambio tra la banca centrale argentina e quella cinese? Lo sviluppo più probabile è che Milei non possa rinunciarvi, perché la dollarizzazione non avverrà da un giorno all’altro. Dunque la linea di swap della banca centrale di Pechino potrebbe rimanere in vigore per un periodo transitorio.

Del resto, il mantenimento di buone relazioni con la Cina è stata la condicio sine qua non posta dall’ex presidente Mauricio Macri per garantire al ballottaggio il sostegno della sua destra moderata alla scalata al potere di Milei.

Secondo il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet), dal 2008 l’Argentina ha ottenuto dalla Cina prestiti per 8,1 miliardi di dollari, arrivati soprattutto attraverso la China Development Bank e la Export-Import Bank of China.

Il 30 agosto scorso, la banca centrale di Pechino ha annunciato il “primo investimento diretto in Argentina in yuan”, nell’ambito della sua promozione come valuta alternativa al dollaro per il commercio internazionale.

La scarsità di valuta estera pregiata e il crescente rischio d’insolvenza sul debito con i creditori internazionali hanno avvicinato l’Argentina (così come altri paesi latinoamericani) alla valuta cinese, che negli ultimi mesi ha ottenuto il via libera del governo Fernandez per essere utilizzata (in luogo del biglietto verde) nel commercio bilaterale, così come per finanziare una serie di progetti infrastrutturali.

Fonte

21/11/2023

Argentina contesa, tra Yuan e Dollaro

di Guido Salerno Aletta

Il nuovo presidente Javier Milei, definito anarcoliberista, ha sconfitto al ballottaggio il peronista Sergio Massa, in carica come Ministro dell'Economia. Nella campagna elettorale, il neo-eletto aveva battuto su due aspetti: da una parte, sullo smantellamento completo dello Stato sociale e sulla privatizzazione delle imprese pubbliche, carrozzoni che assorbono immense risorse senza riuscire a risolvere il problema della povertà diffusa, e dall'altra sulla eliminazione della Banca Centrale, colpevole della inflazione al 140% annuo per via della continua stampa di nuova moneta. Il Peso argentino va sostituito col dollaro.

Il paradosso dell'Argentina, che il peronismo non ha mai saputo risolvere, sta nel contrasto tra l'immensa ricchezza delle sue risorse naturali, minerarie, agricole e dell'allevamento, e la diffusa povertà della popolazione. Un contrasto che si acuisce per via di una legislazione sempre più invasiva: per finanziare il bilancio pubblico si impongono tasse sulle esportazioni, soprattutto quelle di cereali e di carne, rendendole così meno convenienti sui mercati internazionali, e si controllano in ogni modo gli acquisti di dollari per contrastare la costituzione di riserve di valuta all'estero.

Ci sono regole strettissime sui cambi, con i prezzi del dollaro che variano a seconda che questa valuta serva per finanziare le importazioni, che si debbano convertire in peso gli importi incassati in dollari con le esportazioni, oppure che si chiedano dollari per fini personali: in questo caso ci sono contingenti fissi, come tassi specifici per gli acquisti all'estero sulle piattaforme di e-commerce.

Inoltre, la gran parte dei capitali argentini sono detenuti in dollari e depositati in Uruguay, che è una sorta di "Svizzera": gli stessi prestiti pubblici contratti in dollari sono in larga parte finanziati dai capitali degli stessi argentini ma che sono detenuti all'estero. È questo un modo per proteggersi sia dalla inflazione del peso che dai default sul debito, visto l'alto grado di protezione giudiziaria che viene garantito ai prestiti internazionali.

Ed ancora, poiché le entrate fiscali non sono mai sufficienti per finanziare le spese pubbliche che crescono in continuazione per corrispondere alle esigenze della popolazione e soddisfare le promesse populiste dei peronisti, la Banca centrale finanzia direttamente il governo stampando la moneta occorrente per coprire il deficit: questa inflazione della moneta ne scoraggia la detenzione, e così chiunque abbia risparmi o una qualsiasi attività cerca rifugio nel dollaro. Anche questa continua domanda di dollari in cambio di peso contribuisce a svilire il valore di quest'ultimo.

C'è un ultimo aspetto: visto che il mercato dei cambi è da sempre una fonte di arricchimento, e visto che c'è tanta richiesta di dollari, anche attraverso questo meccanismo si drenano risorse dall'economia reale al settore finanziario.

In pratica, l'Argentina spolpa continuamente se stessa: chi può, si difende col dollaro.

Il commercio internazionale dell'Argentina, che ha sempre avuto come riferimento principale il Brasile, si è andato sviluppando verso la Cina a mano a mano che i dazi posti dall'Amministrazione Trump alle importazioni americane dalla Cina vedevano come ritorsione l'imposizione di dazi cinesi sulle importazioni dagli Stati Uniti. Così facendo, le importazioni in Cina di prodotti agricoli dagli Stati Uniti sono divenute artificiosamente più care, rendendo più convenienti quelle dall'Argentina e dal Brasile. Questo flusso crescente di esportazioni ha fatto sì che ormai la Cina sia il secondo partner commerciale dell'Argentina, dopo il Brasile.

Rimaneva un paradosso, sul piano valutario, visto che il commercio bilaterale tra Argentina e Cina continuava ad essere effettuato in dollari. A questo aspetto è stato posto rimedio, con un accordo di swap tra le due Banche centrali, quella del Popolo cinese e quella dell'Argentina: la prima riforniva di yuan la seconda, che a sua volta riforniva di peso la prima, ad un tasso di cambio e per un tempo prestabilito. Le due banche centrali, per il tramite dei rispettivi sistemi bancari, prestano la valuta estera di cui sono state rifornite ai rispettivi importatori che non devono più ricorrere ai dollari per pagare le merci: in questo modo, gli yuan ritornano in Cina ed i peso in Argentina. Alla fine del periodo convenuto per lo swap, se il commercio bilaterale è stato bilanciato, le valute scambiate sono già rientrate nei rispettivi Paesi; in caso contrario, le due Banche centrali regolano la sola differenza residuata, pagando gli interessi convenuti.

Non solo i rapporti commerciali tra Argentina e Cina sono stati "dedollarizzati", ma la stessa Argentina ha visto accolta la domanda di far parte del Gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) a partire dal prossimo 1° gennaio. Il Gruppo sarà così composto di 11 membri, visto che ai fondatori si sono aggiunti l'Argentina, l'Arabia Saudita, l'Egitto, gli Emirati Arabi, l'Etiopia e l'Iran.

Qui sta il nodo.

Da una parte l'Argentina ha perseguito la "dedollarizzazione" degli scambi commerciali con la Cina che è ormai il secondo partner, ed è pure entrata a far parte del Gruppo dei BRICS; dall'altra parte, il neo Presidente Milei ha sbandierato la completa "dollarizzazione" dell'Argentina, sostituendo il peso ed eliminando la Banca Centrale.

Milei viene conteso: mentre ha ricevuto congratulazioni calorosissime sia da Donald Trump che da Jair Bolsonaro, che nell'ambito delle rispettive Presidenze degli Usa e del Brasile sono stati entrambi assai severi verso la Cina, Pechino a sua volta ha ostentato tranquillità: "Siamo pronti a lavorare con Buenos Aires per portare avanti la nostra amicizia, rafforzare lo sviluppo e la rivitalizzazione dei nostri Paesi con una cooperazione vantaggiosa per tutti, e per promuovere lo sviluppo costante e a lungo termine delle relazioni Cina-Argentina".

Da ultra liberista quale si professa, Milei ha già dovuto dare prova di equilibrismo: mentre ha affermato che non è sua intenzione intrattenere rapporti con i "Paesi comunisti", sottintendendo con questo termine la Cina di Xi Jinping ed il Brasile di Ignazio Lula, allo stesso tempo ha confermato che i rapporti commerciali sono decisi autonomamente dai privati.

Milei sa bene che per le esportazioni argentine è impossibile trovare mercati di sbocco alternativi al Brasile ed alla Cina. Anche "dollarizzare" l'Argentina è un sogno ricorrente, sin dai tempi di Domingo Cavallo.

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02/08/2023

L’Argentina paga in yuan la rata del debito con il Fmi

Non è un colpo da maestri, ma quasi. Il ministro dell’Economia argentino, Sergio Massa, ha reso noto in un messaggio trasmesso attraverso i canali social che il pagamento della rata del debito con il Fmi che scadeva ieri è stata completato in yuan, grazie alla proroga dell’accordo di currency swap con la Cina.

“Voglio tranquillizzarvi, l’Argentina non utilizzerà un solo dollaro delle sue riserve per pagare la scadenza di oggi”, ha detto ieri Massa.

L’accordo di currency swap consente ai due Paesi di usare le rispettive monete per gli scambi commerciali bilaterali.

“Venerdì, sulla base di un accordo con la Banca latinoamericana di sviluppo (Caf), è stato approvato un esborso di un miliardo di dollari. Oggi la Banca popolare cinese e il governo cinese hanno deciso di ampliare l’utilizzo della seconda tranche dell’accordo che l’Argentina ha con il governo cinese, permettendoci un pagamento di altri 1,7 miliardi di dollari”, ha detto Massa.

Il ministro ha aggiunto che in questo modo si salvaguardano le riserve della Banca centrale argentina (Bcra) “in un anno in cui al problema rappresentato dall’eredità del debito con l'Fmi si è aggiunta la peggiore siccità nella storia”, costata più di 20 miliardi di dollari alle esportazioni argentine.

L’Argentina ha annunciato che questo lunedì pagherà una scadenza di 2,7 miliardi di dollari al FMI con yuan provenienti da uno swap con la Cina e da un prestito-ponte della CAF, in attesa dell’approvazione di un esborso di 7,5 miliardi di dollari da parte dell’organizzazione.

Il pagamento di lunedì sarà annullato con 1 miliardo di dollari provenienti da un prestito ponte della CAF (Corporazione Andina di Sviluppo) e il resto dalla seconda tranche di uno swap (cambio di valuta) in vigore con la Cina, ha detto il ministro.

Lo scorso giugno, l’Argentina ha rinnovato un accordo di swap con la Cina per 130 miliardi di yuan (circa 19 miliardi di dollari), per una durata di tre anni e con un’estensione degli importi di libera disponibilità fino all’equivalente di 10 miliardi di dollari.

Questo accordo, firmato nel 2009 e rinnovato da diversi governi, viene utilizzato per pagare le importazioni dalla Cina. A giugno è stato utilizzato anche per far fronte alle scadenze verso il FMI, annullate con quella valuta e con i DSP (Diritti Speciali di Prelievo, le riserve che i Paesi detengono nel FMI).

Le riserve internazionali dell’Argentina comprendono, oltre ai dollari, una parte in oro e anche altri strumenti come lo yuan proveniente dallo swap con la Cina. È la seconda volta che il Paese utilizza lo yuan per pagare il FMI.

Il Fondo Monetario Internazionale ha concordato venerdì con il governo argentino la quinta e sesta revisione dell’accordo per 44 miliardi di dollari che il Paese ha preso nel 2018, che consentirà il nuovo esborso, ma solo nella seconda metà di agosto, dopo essere stato sottoposto all’approvazione del consiglio di amministrazione dell’organismo internazionale.

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09/07/2023

Il G7 studia nuove sanzioni alla Cina: avranno un impatto devastante sull’economia globale

Almeno 3.000 miliardi di dollari andrebbero subito in fumo se i paesi del G7 sanzionassero la Cina in caso di crisi su Taiwan. L’economia globale perderebbe una cifra equivalente al Pil del Regno Unito nel 2022. Il dato è al centro di una ricerca congiunta pubblicata da Atlantic Council e Rhodium Group, Sanctioning China in a Taiwan Crisis, Scenarios and Risks. Lo studio del think tank con sede a Washington che si occupa di «stimolare la leadership degli Stati Uniti nel mondo» e del centro di ricerca con focus sul settore privato in Cina muove da un confronto in corso tra policymaker e aziende dei sette paesi pesi più avanzati (ufficialmente non se ne parla all’interno dei governi). Tuttavia queste discussioni rivelano che un’ennesima crisi dello Stretto (sarebbe la quarta, dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1995-96) rappresenta uno scenario tutt’altro che fantapolitico.

Secondo il rapporto, il coordinamento costante tra funzionari statunitensi ed europei ha evidenziato che «l’invasione russa dell’Ucraina ha rimodellato i contorni di ciò che era possibile nel regno della politica economica».

Quando parliamo di “crisi” intendiamo non solo uno scontro militare, ma anche altri due scenari, che a Taipei ritengono più probabili: un blocco dell’Isola da parte della marina e dell’aviazione cinese, e/o un grande attacco informatico contro le sue infrastrutture. Entrambi metterebbero in ginocchio l’economia di Taiwan, fortemente dipendente dall’export.

Prima di esaminare i risultati del paper, è importante riflettere sulle sue conclusioni. Secondo Atlantic Council e Rhodium Group, contro queste eventuali mosse di Pechino le contromisure economiche non basterebbero: esse sono «complementari, piuttosto che sostitutive, degli strumenti militari e diplomatici per mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan». Tuttavia a chi abbia analizzato l’ascesa di Xi Jinping e la riorganizzazione alla quale ha sottoposto negli ultimi dieci anni il partito e l’esercito appare evidente che nella “Nuova era” proclamata dal presidente cinese la questione taiwanese ha assunto una rinnovata centralità. In questo quadro, nessuna pressione militare e diplomatica potranno far recedere Pechino dalla “riunificazione” del territorio che considera una provincia ribelle. Pertanto, ciò che servirebbe con urgenza è una soluzione politica, basata su un nuovo accordo complessivo tra la potenza egemone e quella in ascesa.

Al contrario, si studiano le sanzioni, che colpirebbero tre ambiti principali: le banche (divieto di utilizzare il sistema SWIFT; limitazioni delle transazioni; mercato internazionale precluso ai titoli di debito cinesi); le élite politiche e militari (blocco dei beni e restrizioni ai visti); le compagnie legate all’esercito (restrizioni al commercio e agli investimenti; su obbligazioni e azioni; controlli sull’export).

Tuttavia, date le dimensioni (dieci volte quella russa) e i legami dell’economia cinese, per i governi del G7 sarebbe molto più difficile approvarle rispetto alle punizioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina. I due think tank evidenziano «gli interessi nazionali differenti, la diversa disponibilità a sopportare le ripercussioni economiche e le sfaccettature uniche delle loro relazioni con Washington». In effetti, se al Congresso Usa è già stato introdotto (il 29 marzo scorso) un progetto di legge ad hoc (lo “STAND with Taiwan Act”) per sanzionare la Cina se «l’Esercito popolare di liberazione avvia un’invasione di Taiwan», il presidente francese, Emmanuel Macron, pochi giorni dopo (il 9 aprile), ha avvertito in un’intervista a Politico che «la cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei su questa questione (Taiwan, ndr) dobbiamo seguire l’agenda degli Stati Uniti a una reazione eccessiva cinese». Per Washington Taiwan rappresenta una questione di sicurezza nazionale, per le capitali europee no. Le divergenze politiche riflettono quelle dell’opinione pubblica, con l’83 per cento degli statunitensi che ha un’idea “negativa” della Cina (Pew Research Center, aprile 2023), mentre il 62 per cento degli europei vorrebbe rimanere neurale in caso di conflitto tra Cina e Stati Uniti su Taiwan (European Council on Foreign Relations, giugno 2023).

Anche se l’ultimo vertice, a Hiroshima, ha ostentato unità sulla Cina, raggiungere un accordo tra i paesi del G7 per applicare eventuali sanzioni contro Pechino richiederebbe tempo e difficili compromessi. Un embargo contro la Cina equivarrebbe secondo alcuni alla “distruzione reciproca assicurata” immaginata in caso di impiego in guerra degli ordigni nucleari. Si tratta certamente di un’iperbole: in realtà quella delle punizioni e delle rappresaglie è una strada che Stati Uniti, Unione Europea e Cina hanno imboccato già da qualche tempo. Con il dialogo politico che si è fatto difficile e intermittente, avanzano le sanzioni. Come, ad esempio, quelle varate il 22 marzo 2021 da Bruxelles (in base al nuovo EU Global Human Rights Sanctions Regime) contro quattro funzionari e un’entità cinese per la repressione dei musulmani nella provincia del Xinjiang, reciprocate il giorno stesso da Pechino – uno scontro che ha contribuito alla sospensione del Comprehensive Agreement on Investiment (Cai) negoziato per sette anni tra la Cina e l’UE. Oppure le tre compagnie cinesi (di Hong Kong) colpite, per la prima volta, da un pacchetto di sanzioni dell’UE sulla guerra in Ucraina, l’undicesimo, approvato il 21 giugno scorso (Asia Pacific Links Ltd; Tordan Industry Limited; Alpha Trading Investments Limited) per il loro contributo finanziario o tecnologico allo sforzo bellico russo.

L’esposizione del sistema finanziario globale nei confronti di quello cinese è relativa soprattutto ai flussi commerciali internazionali: le banche cinesi mantengono conti (in dollari e in euro) presso istituti di credito internazionali per facilitare i pagamenti cross border. Stando così le cose, il G7 avrebbe due opzioni: sanzionare solo alcune banche con legami con il settore militare e tecnologico, senza alcun impatto sostanziale sui flussi finanziari complessivi del paese, oppure colpire le grandi banche di stato, causando i succitati 3.000 miliardi di ammanco al commercio e agli investimenti globali.

Punire alti funzionari del governo e dell’Esercito popolare di liberazione rappresenta invece un’eventualità alla quale i soggetti presi di mira si sono già preparati, rendendo molto complicato identificare i loro patrimoni detenuti all’estero.

C’è infine il controllo sulle esportazioni di componenti chiave, che potrebbe avere anch’esso un effetto boomerang sui paesi del G7. Prendiamo ad esempio il settore aerospaziale, predestinato alle sanzioni in caso di scontro su Taiwan. Sarebbero interessati 2,2 miliardi di dollari di export dei paesi del G7 verso la Cina, la quale potrebbe mettere in campo una rappresaglia da 33 miliardi di dollari, attraverso il blocco dell’acquisto di aerei e componenti dai paesi più avanzati.

Col ricorso sempre maggiore alle sanzioni contro la Cina, il governo di Pechino ha iniziato ad affinare gli strumenti per contrastarle. Anzitutto spingendo i paesi amici a utilizzare la sua divisa, in luogo del dollaro, nei commerci bilaterali. Lo yuan – che rappresenta tuttora una percentuale trascurabile delle riserve valutarie internazionali, il 2,7% – è sempre più utilizzato da paesi come Argentina, Brasile, oltre alla Russia, che hanno firmato con Pechino accordi ad hoc per regolare in yuan i loro commerci con la Cina.

In conseguenza di questo cambiamento, a marzo le banconote con l’effigie di Mao (48,4%) hanno superato il biglietto verde (46,7%), diventando la valuta più utilizzata dalla seconda economia del pianeta nei suoi scambi con l’estero. Non solo, a Pechino ritengono che in futuro lo yuan potrà essere impiegato sempre di più nelle transazioni tra paesi terzi, proprio in risposta a quella che stigmatizzano come l’“utilizzo del dollaro come arma” da parte degli Stati Uniti che i paesi non allineati stanno osservando contro la Russia (espulsa dal sistema interbancario SWIFT) e la Cina.

In secondo luogo Pechino sta spingendo per la promozione a livello globale del CIPS. L’alternativa “made in China” allo SWIFT, lanciata nel 2015 dalla Banca centrale, nel 2022 ha “processato” transazioni pari a 96.700 miliardi di yuan (oltre 14.000 miliardi di dollari) con 1.420 istituzioni finanziarie connesse in 109 paesi e regioni del mondo. Il sud del mondo ha iniziato a vedere sempre più il CIPS come una alternativa al CHIPS (utilizzato per le grandi transazioni, in dollari) proprio in seguito alle sanzioni imposte contro la Russia. Infine, la Cina sta sperimentando anche lo yuan digitale (e-CNY), che l’anno scorso è stato il gettone digitale (token) più utilizzato nelle transazioni internazionali.

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28/04/2023

Argentina - Scambi con la Cina in yuan

Dopo il Brasile anche l’Argentina. Il processo di sganciamento dal dollaro per i pagamenti internazionali comincia decisamente a correre in America Latina.

A cominciare da questo mese l’Argentina userà l’equivalente di 1,04 miliardi di dollari in yuan per pagare le importazioni di beni strumentali dalla Cina. A confermarlo è stato il ministro dell’Economia, Sergio Massa, annunciando un’intesa che permetterà a Buenos Aires di contenere le perdite nelle riserve monetarie della Banca Centrale.

L’accordo – i cui dettagli sono stati illustrati insieme all’ambasciatore cinese in Argentina, Zou Xiaoli e al presidente della Banca centrale Miguel Pesce – è stato reso possibile dall’attivazione dell’ultimo segmento dello “swap” monetario che i due Paesi hanno firmato a novembre scorso.

Questo strumento ha permesso all’Argentina di disporre dell’equivalente di cinque miliardi di dollari in riserve monetarie, portando la partecipazione cinese al 48 per cento delle casse statali argentine.

Secondo il ministro Massa, “a seguito di un accordo con diverse aziende”, il governo ha riprogrammato lo strumento di pagamento per queste importazioni originarie della Cina, che “cessano di pesare sul deflusso” di dollari e “diventano parte del deflusso di yuan”.

“Questo migliora le prospettive delle riserve nette argentine. Ci dà più libertà e aggiunge capacità operativa da parte della Banca centrale argentina, in questi giorni in cui abbiamo dovuto prendere la decisione di intervenire contro coloro che, pensando che non avessimo capacità economica come Stato, speculavano e sovra-speculavano”, ha detto il ministro.

Di fronte al complesso contesto internazionale del 2022 per il sistema economico e finanziario globale, diversi Paesi hanno scelto di avviare un processo di “de-dollarizzazione” e di rafforzamento delle proprie valute nazionali o di altre alternative.

In America Latina, il Brasile ha preso l’iniziativa all’inizio di quest’anno, quando ha iniziato il percorso promuovendo l’uso dello yuan per le operazioni commerciali con i suoi principali partner, sfidando il dominio della valuta statunitense.

D’altra parte, Argentina e Brasile, che condividono e guidano il Mercato Comune del Sud (Mercosur), stanno attualmente discutendo la possibilità di creare una moneta comune, con l’obiettivo di “incrementare il commercio e l’integrazione nel mondo senza perdere” la loro “sovranità e libertà economica”.

Questo fenomeno globale ha preso slancio da quando i BRICS, che comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, hanno annunciato alla fine di marzo la creazione di un sistema economico alternativo a quello euroatlantico che comprende una valuta di riserva “fondamentalmente nuova”.

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06/04/2023

L’OPEC+ taglia la produzione di petrolio, si incrina la diplomazia del dollaro

Domenica l’Opec+, il cartello dei produttori di petrolio con l’aggiunta della Russia e altri nove grandi paesi al centro del mercato dell’oro nero, ha deciso un netto taglio alla produzione. Più di un milione di barili in meno al giorno da maggio alla fine dell’anno, quasi la metà in carico all’Arabia Saudita.

A questo taglio si associa quello di mezzo milione di barili già deciso dalla Russia da marzo fino a giugno, ora allungato fino alla conclusione del 2023. In totale si parla di quantità equivalenti al 3,7% della domanda globale.

I prezzi hanno subito una forte e prevedibile impennata. Il greggio Brent aveva da poco toccato il minimo da 15 mesi a questa parte, mentre ora è tornato ai livelli di inizio marzo. Un aumento significativo c’è stato anche per i prodotti della raffinazione e per il gas, in rialzo dell’8%.

Questo cambio di politica, non prevista dai mercati, secondo Bloomberg si è andata definendosi a partire dal 20 marzo. Una tale mossa è stata fatta in maniera esplicita contro i venditori allo scoperto, che scommettevano sul calo dei prezzi del petrolio in concomitanza con la crisi del settore bancario.

Lo schizzare in alto dei prezzi arriva nel pieno della lotta all’inflazione, su cui i costi dell’energia hanno avuto un ruolo determinante, soprattutto in Europa. La preoccupazione per una possibile recessione in Occidente, prima e più a lungo di quanto si potesse pensare, si va dunque rafforzando.

La critica di Washington sembra scivolare addosso al principe saudita Bin Salman, che pare abbia affermato già dalla fine dello scorso anno che non ha più interesse a compiacere gli Stati Uniti. Inoltre, oggi si incontrano a Pechino i ministri degli Esteri dell’Arabia Saudita e dell’Iran.

Intanto, questo taglio arriva in un momento in cui intorno al petrolio si può vedere l’accelerazione del passaggio a un mondo multipolare. Il 29 marzo è stato annunciato un accordo con il quale la russa Rosfnet venderà petrolio alla Indian Oil Company usando l’asiatico price benchmark dal nome Dubai.

Ma anche all’interno della santa alleanza dei paesi occidentali contro la «giungla» esterna ogni tanto compare qualche crepa. È lo stesso Wall Street Journal a dirlo, commentando la decisione del Giappone di comprare i barili russi oltre il price cap fissato dal G7, pur avendo presente il benestare di Washington.

Ma ancora più epocale è l’accordo della Total francese per l’acquisto di GNL in yuan, dal più grande operatore cinese del settore. Questo evento si pone in scia con l’intesa per l’utilizzo della moneta cinese nella compravendita di petrolio tra il Dragone e Riyad.

Lo yuan è la quinta valuta per pagamenti internazionali (7% del mercato globale), con un repentino aumento negli ultimi tre anni. I progetti pilota della sua versione digitale, con cui sono avvenute transazioni per 300 milioni di dollari, sono un ulteriore tassello dello smottamento del monopolio mondiale della moneta statunitense.

Questo processo ha avuto ulteriori spinte proprio in questi giorni. I vertici economici dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico si sono da poco riuniti per discutere come ridurre la dipende dal dollaro, mentre Cina e Malesia sono tornate a discutere di un Asian Monetary Fund, con lo stesso scopo.

Quando questo agosto si terrà in Sudafrica il prossimo incontro dei BRICS, le cui fila si vanno allargando, potrebbe essere sul tavolo la creazione di una valuta comune. La storia corre, e il senso di marcia è quello di un mondo multipolare, in cui l’opportunità di costruire un’alternativa al dominio euroatlantico si fa raggiungibile. Nessun interessato perda il treno.

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31/03/2023

Brasile e Cina si accordano per commerciare senza usare il dollaro

Lo scorso mercoledì Brasile e Cina hanno raggiunto un accordo per svolgere le reciproche transazioni commerciali con le proprie valute nazionali, senza usare il dollaro come mezzo di intermediazione. La Banca industriale e commerciale della Cina e il Banco BBM brasiliano sono state incaricate di procedere alle relative operazioni di cambio.

La firma di una ventina di accordi tra i due paesi era stata sospesa solo qualche giorno fa a causa dell’indisponibilità del presidente brasiliano Lula per una polmonite bilaterale. Le nuove collaborazioni avrebbero riguardato l’agroalimentare, la scienza e la tecnologia, l’istruzione e la cultura, e anche un’eventuale adesione del Brasile alla Belt and Road Initiative.

Anche senza Lula, il forum commerciale tra i due paesi si è comunque svolto, portando a compimento anche questo accordo sugli scambi, già abbozzato in maniera preliminare lo scorso gennaio. A questo incontro hanno partecipato anche quasi 250 uomini d’affari cinesi, e altrettanti brasiliani.

Nel comunicato dell’Agenzia brasiliana per la promozione delle esportazioni si legge che lo scopo è quello di “ridurre i costi” e di “promuovere ulteriormente il commercio bilaterale, facilitando al contempo gli investimenti”. Già oggi la più grande economia del Sud America vede nel Dragone il suo principale partner commerciale.

Oltre ai 150 miliardi di scambi bilaterali del 2022, la Camera di Commercio Brasile-Cina ha calcolato che il 48% degli investimenti cinesi in America Latina tra il 2007 e il 2020 sono finiti proprio in Brasile. Un ulteriore rafforzamento del legame tra i due paesi potrebbe avvenire attraverso il via libera alle banche brasiliane a partecipare al mercato finanziario cinese.

La Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (BNDES) sarebbe al centro dell’intesa che permetterebbe a questo istituto di accedere ai crediti sottoposti al controllo di Pechino, per finanziare progetti infrastrutturali ed energetici. Anche se la pubblicità di questo patto è stata rimandata, sembra che ormai esso sia vicino alla fase finale.

Intanto, anche altro si muove nel panorama mondiale. Dilma Rousseff, la presidente del Brasile dal 2011 al 2016, è stata da poco indicata al vertice della National Development Bank, la banca di sviluppo dei BRICS. Nell’istituto finanziario è stato inoltre appena accolto l’Egitto, che secondo le stime della Banca Mondiale dovrà avviare nei prossimi anni un piano di investimenti di 230 miliardi di dollari.

Attraverso i BRICS, e non solo, sta prendendo piede un nuovo sistema di pagamenti e vettori di investimento internazionali. La Cina ha già stretto accordi valutari simili a quello di cui abbiamo parlato con altri paesi, tra cui Russia, Pakistan, Cile, Argentina. A breve anche le banche brasiliane entreranno a pieno titolo nel CIPS, il circuito di compensazione bancaria cinese che si oppone allo SWIFT statunitense.

Tutte queste azioni si inseriscono all’interno di una progressiva de-dollarizzazione del mercato mondiale, guidata dalla Cina con l’obiettivo di ridurre la principale leva internazionale di Washington. Significa mettere in crisi uno dei due principali strumenti (l’altro è il Pentagono) con cui la Casa Bianca ha tenuto in pugno il mondo negli ultimi decenni.

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19/02/2023

Il vecchio gioco Usa non funziona più

La cosiddetta “globalizzazione” si è rotta e chi aveva immaginato di poterla gestire a proprio vantaggio per sempre – il capitale finanziario Usa, insomma – sta sbattendo i denti su un paracarro.

Due anni e mezzo fa Larry Summers – già ministro del Tesoro con Clinton e autore dell’abrogazione del Glass Steagall Act – scrisse un editoriale (seguito poi da Janet Yellen, già governatrice della Fed e attualmente Ministro del Tesoro), in cui sosteneva che gli Usa potevano permettersi un mega pacchetto fiscale durante la pandemia perché nel mondo c’era eccesso di risparmio.

In effetti era così. E la storia degli ultimi 40 anni insegnava che in casi come questo quel risparmio in eccesso poteva essere facilmente indirizzato verso gli Stati Uniti.

Quel che Summers non immaginava è che nel frattempo i capitali si stavano spostando verso altri lidi. Che stranezza...

Comunque, tra Trump e Biden, ci sono state manovre fiscali pari a 4 mila miliardi di dollari. Non appena l’amministrazione ebbe problemi di finanziamento, intervenne la Fed (aumentando i tassi di interesse, come Paul Vocker ai tempi di Ronald Reagan).

Siccome non bastava, scoppiò anche per questo la guerra in Ucraina, fomentata da Usa e Nato. Si è così rapidamente arrivati alla dollarizzazione dell’euro e a mega deficit commerciali in area UE, che da sempre era in surplus.

I capitali europei, anche grazie agli aumenti dei tassi praticati dalla Fed, si indirizzavano verso gli Usa. Ancora una volta gli europei pagavano i conti di Washington.

Ad un certo punto però lo scorso anno c’è stata una smobilitazione, un disinvestimento mondiale da Wall Street e dal debito Usa (in particolare da parte della Cina).

Pechino annunciava la fine della politica covid zero, e negli ultimi mesi stiamo assistendo ad un massiccio spostamento di capitali, anche a seguito della confisca delle riserve valutarie russe (una vera e propria “appropriazione indebita”): l’Occidente non è visto più come un porto sicuro. Che stranezza...

Se leggete l’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza vi accorgerete che la questione dei palloni spia, e la paranoia americana, simile a quella contro l’URSS negli anni 50-60, serve a ricompattare l’opinione pubblica e il Congresso in vista dell’approvazione dell’aumento del debito federale a 19 mila miliardi in 10 anni.

È, se vogliamo, una mossa disperata, si tratta di vedere se capitali arabi, cinesi, giapponesi, asiatici in genere e anche europei, anche questa volta saranno disposti a sottoscrivere debito americano.

Ma nel frattempo le cose continuano a cambiare, e molto velocemente proprio sotto la spinta alla frammentazione del mercato mondiale innescata dalle “sanzioni” stabilite unilateralmente dall’area “euro-atlantica” (ricordiamo che solo l’Onu avrebbe questo diritto-potere).

Avverte infatti il quotidiano cinese Global Times che, per esempio, la Russia ha deciso di eliminare l’euro e mantenere soltanto yuan e oro nel Fondo patrimoniale nazionale.

Questo non solo significa un drastico cambiamento nella struttura delle riserve sovrane della Russia in quanto potenza strategica, ma promuove anche direttamente l’internazionalizzazione dello yuan a un livello superiore. Di conseguenza, questa mossa porterà anche a un’ulteriore de-dollarizzazione.

Il fondo russo sarà composto fino al 60% di yuan e non più del 40% di oro. Secondo i media russi, in precedenza lo yuan rappresentava il 30% e l’oro il 20%.

L’esclusione dell’euro dalla NWF è in sostanza una continuazione della precedente politica di de-dollarizzazione sistematica della Russia. “Considerando che ci sono poche opzioni nel mercato valutario globale per il benchmarking con il sistema del dollaro americano basato su fintech, forza economica e scala commerciale, il sistema dello yuan è oggettivamente la soluzione migliore per la de-dollarizzazione della Russia e di altri Paesi”, ha dichiarato venerdì al Global Times Chen Jia, un analista indipendente di strategia internazionale.

Questo è anche il risultato delle sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia – scrive il Global Times – che hanno spinto quest’ultima a cercare una valuta più sicura, aggiungendo che la popolarità dello yuan tra gli imprenditori russi è la prova che le aziende si stanno rivolgendo a nuovi mercati, in particolare alla Cina.

Il sondaggio tra le imprese russe ha rilevato che lo yuan è favorito dall’aumento degli scambi commerciali con l’Asia e dai minori rischi di pagamento associati all’utilizzo di questa valuta rispetto al dollaro e all’euro (il circuito Swift è controllato direttamente dal governo degli Stati Uniti).

Lo yuan ha tra l’altro mantenuto una relativa stabilità di fronte ai rialzi degli interessi statunitensi e all’inflazione globale. Questo è il motivo principale per cui un gran numero di Paesi in via di sviluppo e mercati emergenti del mondo, tra cui la Russia, continuano ad aumentare la quota di yuan nelle loro riserve sovrane.

“La competizione geopolitica sta accelerando la tendenza alla de-dollarizzazione globale”, ha dichiarato venerdì al Global Times Hong Yong, ricercatore dell’Accademia cinese per il commercio internazionale e la cooperazione economica.

“Il ruolo del dollaro USA nel mercato finanziario internazionale non è più così forte come un tempo e il governo americano ha aumentato il suo controllo sul dollaro, spingendo molti Paesi a cercare valute alternative“.

Hong ha anche osservato che, con l’indebolimento dell’economia statunitense, la fiducia internazionale nel dollaro sta diminuendo, accelerando il processo di de-dollarizzazione.

Non sentite anche voi qualche sinistro scricchiolio nell’architettura messa su dopo la Caduta del Muro?

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18/02/2023

Brasile-Cina - Accordo per scambi in yuan

Una decina di giorni fa è stato annunciato un memorandum firmato dalla Banca Popolare Cinese, ovvero la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese, e dalla Banca Centrale del Brasile. Al suo interno venivano stabiliti accordi di compensazione dello yuan – o renminbi – cinese in Brasile, così da facilitare le transazioni di imprese e istituti finanziari tra i due paesi con la moneta del Dragone.

Questa notizia arriva poco dopo le dichiarazioni intorno all’intenzione di Brasile e Argentina di avanzare sulla strada della creazione di una valuta comune, che da Brasilia suggeriscono di chiamare Sur, che vorrebbe poi essere proposta a tutta l’America Latina e andrebbe così a rappresentare circa il 5% del PIL mondiale attuale.

È risaputo che la moneta non è solo un’unità di conto, ma svolge una serie di funzioni che si sono rese ancora più complesse nell’epoca della finanziarizzazione sfrenata. La moneta è – e lo è da tempo – anche uno strumento di potere e di controllo, e lo sperimentiamo da decenni con il ruolo del dollaro nell’economia internazionale.

Tramite la sua valuta, richiesta ormai più all’esterno che all’interno del paese, gli USA hanno potuto sostenere un alto deficit, commerciale e di spesa, esternalizzando le contraddizioni del proprio modello di sviluppo.

Per questo per i paesi che cercano – se non di rompere totalmente – almeno di rendersi più indipendenti dalle costrizioni dell’imperialismo statunitense, la riduzione del peso del dollaro nelle proprie transazioni è un tema primario.

Persino l’Unione Europea, con l’euro, ha provato a sviluppare un’area valutaria concorrente, con ambizioni non nascoste. Ma oggi sono le realtà del Sud del mondo a rappresentare un’alternativa – con valore politico progressivo – nel processo di de-dollarizzazione che sta procedendo, lentamente ma inesorabilmente.

In particolare, anche in questo settore il principale “nemico strategico” della Casa Bianca è la Cina, guidata dal più grande partito comunista del mondo, che della de-dollarizzazione è ovviamente protagonista.

Lo yuan nel 2016 è entrato nel paniere di valute che compongono i Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, cioè le monete che possono essere usate come riserva valutaria oltre che per scambi commerciali.

È l’unica moneta di questo paniere che non appartiene a un paese ascrivibile allo schieramento occidentale e sta evidentemente diventando un punto di riferimento nei pagamenti internazionali (per cui sono stati creati circuiti alternativi allo Swift statunitense).

Documenti simili a quello col Brasile erano stati firmati con 25 paesi già alla fine del 2021, evidenziando l'inizio di un processo di internazionalizzazione dello yuan. La dichiarazione di Samarcanda, nella riunione del settembre 2022 dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che riunisce gran parte dell’Asia, spinge per l’incremento degli scambi nelle valute nazionali.

Dopo l’incontro avvenuto nel dicembre 2022 con Xi Jinping, re Salman dell’Arabia Saudita ha parlato della possibilità di ricevere yuan in cambio del petrolio, assestando un altro colpo al ruolo internazionale del dollaro. L’Arabia Saudita, così come Indonesia ed Egitto, ha espresso la volontà di entrare a far parte dei BRICS, a cui hanno già formalmente fatto domanda di adesione Algeria, Iran e Argentina.

Si chiude così il cerchio partito con gli accordi in ambito monetario che hanno riguardato il Brasile in queste ultime settimane (segnaliamo anche la resurrezione degli accordi commerciali tra Venezuela e Colombia, sempre meno “caposaldo della reazione” filo-Usa).

Gli stessi BRICS hanno ipotizzato di poter lanciare una valuta di riferimento comune, e dunque questa area economica in espansione si candida a rappresentare davvero un’alternativa geo-economica all’imperialismo yankee.

La vicenda palesa come la competizione monetaria sia oggi un elemento cruciale della più generale competizione globale. Chi vuole costruire un’alternativa di sistema non può più esimersi dal ragionare sul come sganciarsi dalle catene delle monete imperiali.

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12/12/2022

Cina-Arabia Saudita, verso i PetroYuan?

L’informazione italiana aveva preferito ignorare la notizia, oppure darne una versione politica di basso profilo e lievemente insultante (“un vertice tra dittatori”).

Ancora adesso mancano resoconti sulla quantità e rilevanza degli accordi raggiunti o in via di definizione. Come se le dimensioni dello spostamento degli equilibri globali in corso fossero inconcepibili per chi, di mestiere, fa “la voce del padrone”.

Pensavamo di essere quasi soli nel cogliere quel che sta avvenendo, e magari ci sarebbe potuto venire il dubbio di aver esagerato. Poi il sempre acuto Guido Salerno Aletta, in un editoriale su TeleBorsa, ha lanciato il sasso nello stagno.

La sua analisi andrebbe approfondita (ad esempio su gas e petrolio, le cui riserve si vanno riducendo a un ritmo accelerato, o sulla “autonomia energetica” USA – che, essendo fondata sull’estrazione da scisto, equivale a un raschiare il fondo del barile, e dunque è solo temporanea), ma non mancherà occasione a breve termine.

La Storia è in movimento, guai a chi non lo vede. O, peggio ancora, lo nasconde...

Buona lettura.

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di Guido Salerno AlettaTeleBorsa

Inutile nasconderselo: il gas ed il petrolio rimarranno ancora per decenni una fonte energetica insostituibile per molti Paesi, soprattutto per la Cina che si è accaparrata con decisione il ruolo di Fabbrica del Mondo.

Chiunque oggi faccia i conti con le emissioni di CO2, per decidere dal punto di vista della sostenibilità ambientale chi è “buono” rispetto a chi invece è “cattivo”, dovrebbe considerare che la gran parte delle emissioni derivano dalla attività industriale, e soprattutto da quella legata alla produzione siderurgica e dalla chimica di base.

In pratica, nel momento stesso in cui l’Occidente ed in particolare gli Usa e buona parte dell’Europa si è deindustrializzato, delegando la produzione manifatturiera alla Cina, da cui però importa le merci ivi prodotte e che gli sono necessarie, è indirettamente responsabile delle tonnellate di CO2 che sono state emesse per produrre in Cina queste merci.

C’è una componente energetica in qualsiasi attività umana ed in ogni merce e servizio prodotto, ivi compresa la consegna a domicilio delle centinaia di milioni di pacchetti contenenti le merci vendute per corrispondenza che richiedono un gigantesco frazionamento quotidiano dei recapiti a domicilio.

Quello che è certo è che il processo di decarbonizzazione della produzione sarà lungo, con un orizzonte di parità che la Cina ha già delineato appena oltre la metà di questo secolo, verso il 2060: ci sono davanti ancora quarant’anni, un periodo di tempo ancora più lungo da quello che è trascorso dalla dissoluzione dell’URSS, che data al dicembre del 1991. Da allora non è passato che un trentennio.

La Cina non si fa illusioni: mentre sta dando priorità assoluta alla lotta all’inquinamento ambientale guarda molto avanti sul piano energetico, rafforzando i rapporti internazionali di approvvigionamento: dopo la Russia, l’Iran ed il Venezuela, anche l’Arabia Saudita è diventata da tempo un punto di riferimento strategico.

La diversificazione delle fonti geografiche e geopolitiche è un atteggiamento di grande prudenza, analogo a quello che aveva caratterizzato fino a qualche anno fa l’approvvigionamento di gas e di petrolio dell’Italia, con le provenienze da Libia, Algeria, Nigeria, Paesi del Golfo, Mar Caspio e Russia.

Quest’ultima è divenuta preponderante per una serie di vicende belliche e di orientamenti ostili alla realizzazione di gasdotti nuovi, come il GALSI (Gasdotto Algeria Sardegna Italia), che avrebbe dovuto collegare già da anni l’Algeria alla Sardegna per arrivare a Piombino, al fine di alimentare le acciaierie.

Non avendolo realizzato, non solo le industrie ad alto consumo energetico localizzate storicamente in Sardegna per la produzione di alluminio sono in grave difficoltà, ma si sta cercando di localizzare il più celermente possibile un impianto galleggiante di rigassificazione di GNL di fronte a Piombino, pena la chiusura degli impianti siderurgici.

La Cina guarda avanti, e l’Arabia Saudita è un interlocutore fondamentale nelle relazioni energetiche globali, soprattutto per il peso che esercita nell’ambito dell’OPEC+, l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio che ha associato anche quelli di gas.

C’è un altro aspetto da considerare: nella misura in cui la Cina usa lo Yuan per pagare le proprie importazioni energetiche, e dunque sulla base di pochi contratti con singoli Paesi, ma di grande valore e di lunga durata, può cercare di internazionalizzare la propria valuta limitando il rischio di speculazioni.

In pratica, nel momento stesso in cui la Cina diviene acquirente di gas e petrolio, pagandoli in Yuan, può delineare uno scenario in cui il consistente provento a lungo termine incassato del Paese venditore possa essere investito in iniziative finanziarie a lungo termine, con investimenti di comune interesse sul piano strategico.

Questo significa delineare legami di lungo periodo che vanno al di là della semplice fornitura energetica: hanno implicazioni monetarie, finanziarie e politiche.

Va rilevato in proposito che la completa autonomia energetica conquistata dagli Usa attraverso lo sfruttamento dei giacimenti di scisto, da cui si estraggono lo shale oil e lo shale gas che poi viene liquefatto per agevolarne il trasporto via mare, ha ridotto anche l’interdipendenza politica, finanziaria e strategica con l’Arabia Saudita che era nata nel 1945 con la Special Relationship che tenne a battesimo anche la costituzione della ARAMCO (Arabian American Company).

Il Presidente americano Roosevelt incontrò il Re Saud a bordo della USS Quincy, che attraversava il Canale di Suez nel giorno di San Valentino del 1945, dopo aver appena firmato il Patto di Yalta con Stalin e Churchill. Ad accompagnare Roosevelt c’era Rockefeller, ricchissimo e potentissimo finanziere e petroliere americano.

Tutti sanno quanto sin da allora il pagamento esclusivamente in dollari del petrolio contrattato sui mercati internazionali abbia favorito la diffusione e la conseguente forza straordinaria della valuta americana, e quanto i “petrodollari” siano stati utili per finanziare il deficit federale statunitense e per sostenere i corsi di Wall Street.

Con l'indipendenza energetica, gli Usa hanno perduto da qualche anno il contributo dei Petrodollari dell’Arabia Saudita.

Viste le ruvidità nei suoi confronti, la Cina ha dapprima cessato l’acquisto di sempre nuovo debito pubblico americano e poi ha cominciato a ridurne le detenzioni, non reinvestendo alla scadenza.

Arabia Saudita e Cina sono entrambi esportatori netti, ed una posizione finanziaria internazionale netta attiva ed in continua crescita: hanno dunque cospicui capitali da investire.

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09/12/2022

La guerra del dollaro contro euro e yuan

di Domenico Moro

La guerra non è solo quella combattuta con armi letali, come sta avvenendo in Ucraina, ma anche quella combattuta con mezzi non letali e altrettanto devastanti. Tra queste forme di guerra non letale c’è la guerra economica, che oggi viene combattuta con le sanzioni. Ma la guerra economica assume anche un’altra forma. Secondo molti economisti, siamo in piena guerra valutaria. Tale guerra vede il dollaro impegnato contro le altre principali valute mondiali, in particolare contro l’euro e lo yuan renmimbi cinese.

Il dollaro è la principale valuta mondiale, perché è la valuta degli Usa, cioè della nazione economicamente, politicamente e militarmente più potente del mondo e perché è la valuta di riserva e di scambio internazionale. Infatti, le banche centrali sono solite tenere riserve in dollari e le merci internazionali più importanti, in primis petrolio e gas, vengono prezzate in dollari.

Per valutare l’andamento del dollaro, la banca centrale degli Stati Uniti (Fed) nel 1973 ha creato il DXY dollar index, che stabilisce il valore del dollaro rispetto a un paniere di 10 altre valute, tra cui l’euro, la sterlina britannica e lo yen giapponese. Se guardiamo la serie storica, possiamo osservare che nell’ultimo anno il DXY dollar index è cresciuto, a partire da febbraio-marzo, in modo molto forte e progressivo raggiungendo il picco a settembre (Graf.1).


Quali sono le cause del rafforzamento del dollaro rispetto alle altre valute? Una motivazione può essere lo scoppio della guerra in Ucraina. Quando si verificano degli eventi catastrofici o inaspettati, gli investitori tendono ad acquistare dollari, che sono la valuta rifugio per eccellenza e che, in questo modo, si apprezza. Ma la causa principale del dollaro forte è l’innalzamento dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, da parte della banca centrale statunitense (Fed). Nel 2022 la Fed ha operato sei rialzi, fino a novembre, dei tassi d’interesse portandoli al 4%, che è il doppio del rialzo operato dalla Banca centrale europea (Bce), la quale, sempre a novembre, è arrivata al 2%. La motivazione ufficiale del forte e progressivo rialzo dei tassi d’interesse è la crescita dell’inflazione a livelli mai così alti da quaranta anni a questa parte. L’inflazione statunitense è passata dall’1,4% del gennaio 2021 al 7% di dicembre 2021, fino ad arrivare al picco del 9,1% del giugno 2002 per poi ridiscendere al 7,7% dell’ottobre 2022. Un andamento simile dell’inflazione è stato registrato anche dall’area euro, passata dall’1,6% nel gennaio 2021 al 5% del dicembre 2021, fino a raggiungere il picco del 10,6% a ottobre 2022[i].

Le politiche restrittive delle banche centrali, soprattutto della Fed, la cui azione è stata molto più decisa di quella della Bce e di altre banche centrali, dipende dall’opinione che l’inflazione sia stata causata dalle politiche espansive, compreso il mantenimento dei tassi d’interesse per lungo tempo allo 0%, adottate per contrastare la crisi della pandemia di Covid-19, che è stata la più severa dalla fine della Seconda guerra mondiale. In effetti, l’esplosione dell’inflazione andrebbe attribuita a una molteplicità di cause più complesse, che attengono non solo alla domanda ma anche all’offerta. Tra queste cause c’è anche la difficoltà delle catene di fornitura dell’industria occidentale, che, penalizzata dalla mancanza di componenti, a partire da microprocessori e semiconduttori prodotti in Asia, non è riuscita a tenere il passo con l’aumento della domanda. L’eccesso di domanda rispetto all’offerta ha determinato l’aumento dei prezzi di molti beni, a partire dal settore auto.

Quali sono le conseguenze del rialzo dei tassi d’interesse statunitensi e del relativo rafforzamento del dollaro? Le conseguenze sono generalmente favorevoli agli Usa e sfavorevoli alle altre economie, soprattutto quella dell’area euro e quella cinese. In primo luogo, dal momento che le materie prime, a cominciare da quelle energetiche, sono generalmente prezzate in dollari, se un Paese dell’area euro vuole acquistare petrolio o gas deve sborsare più euro di prima. Dunque, i prezzi di petrolio e gas aumentano per il Paese europeo, che in questo modo importa inflazione. Possiamo dire che piove sul bagnato, perché il prezzo delle materie prime energetiche era già aumentato, a causa della ripresa della domanda dopo i lock-down pandemici, e poi a seguito della guerra in Ucraina, a causa delle sanzioni e delle conseguenti interruzioni russe dei rifornimenti di gas e petrolio verso l’Europa. Le conseguenze per l’area euro sono state devastanti, tanto che l’aumento del costo delle importazioni di energia ha eroso il surplus commerciale di Germania e Italia, che quest’anno, come ho scritto in un precedente articolo[ii], chiuderà con un deficit del commercio estero dopo dieci anni di surplus. Al contrario, gli Usa, che fra l’altro sono produttori ed esportatori di gas e petrolio, si trovano doppiamente favoriti, perché, da una parte, acquistano i prodotti energetici nella propria valuta e, dall’altra parte, perché li vendono all’estero in dollari sopravvalutati.

Una seconda e molto più importante conseguenza è che il dollaro forte determina uno spostamento di capitali finanziari da altre aree valutarie verso l’area del dollaro, ossia gli Usa. Infatti, i capitali finanziari internazionali tendono a essere attratti dai tassi d’interesse più alti e dalle valute più forti. Questo è valido sicuramente per la Cina che nel 2022, in concomitanza con l’aumento dei tassi d’interesse della Fed e con il conseguente apprezzamento del dollaro, subisce un brusco cambio di registro: da paese, tra 2020 e 2021, forte attrattore di investimenti esteri diventa un Paese da cui il settore privato domestico e gli investitori stranieri fuggono per dirigersi verso gli Usa[iii]. La fuga è dovuta anche al deprezzamento, tra aprile e novembre, del 10% dello yuan cinese, il cui cambio è passato da 6,3 a oltre 7 yuan per dollaro. Per contrastare questo fenomeno, la banca centrale cinese (PBOC) ha attinto alle sue enormi riserve in dollari (la Cina è il maggiore detentore di riserve in dollari), vendendo dollari per sostenere artificialmente lo yuan. Questo stesso meccanismo si verifica anche nel settore degli investimenti in titoli di stato. Con l’apprezzamento del dollaro, gli investitori passano dai titoli di stato cinesi (e di altri paesi) a quelli statunitensi, che vedono aumentare il loro prezzo. Il dollaro forte colpisce in maniera altrettanto forte l’euro, che rappresenta la seconda valuta di riserva e di scambio internazionale. Dopo anni in cui l’euro era sopra la parità, cioè ci voleva più di un dollaro per avere un euro, nel 2022 l’euro è crollato sotto la parità, con il cambio che a settembre è arrivato a 0,95 dollari per un euro, per poi risalire alla parità a novembre (Graf. 2).


Una terza conseguenza indiretta del dollaro forte è la possibilità di recessione nel 2023. Infatti, gli alti tassi d’interesse rendono meno conveniente per le imprese prendere denaro a prestito per fare nuovi investimenti e incrementare la produzione, mentre le altre politiche restrittive, come la fine degli acquisti di titoli di stato da parte della Bce, rendono più difficile utilizzare la spesa pubblica per incrementare gli investimenti. Per queste ragioni l’Unctad, l’organizzazione delle Nazioni Unite che opera per lo sviluppo del commercio, “ha chiesto alle banche centrali di essere meno aggressive perché in caso contrario si rischiano danni globali peggiori della crisi del 2008”[iv].

Malgrado il pericolo di recessione, la Bce ha seguito la politica di aumento dei tassi d’interesse intrapresa dalla Fed: il costo del denaro, che era rimasto per anni ancorato allo 0%, nel 2022 è passato allo 0,5% (luglio), all’1,25% (settembre) e, infine, al 2% (novembre). La fine della politica espansiva, all’interno della Bce, è caldeggiata dai “falchi”, tra cui la Germania, cui si oppongono le “colombe”, tra cui l’Italia. La Lagarde, presidente della Bce, sembra dare ragione ai falchi, ma, in base a quanto abbiamo detto sopra e nel quadro della geopolitica valutaria, la sua è una scelta obbligata[v]. Se l’euro vuole mantenere il suo ruolo internazionale e attirare o trattenere capitali che altrimenti andrebbero verso gli Usa, la Bce è costretta ad alzare i tassi d’interesse per frenare il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro. Una valuta mondiale deve avere una certa stabilità e una certa “forza”, come insegna la storia della sterlina, la valuta dell’impero britannico e valuta mondiale prima del dollaro. Proprio il dollaro permette agli Usa di essere il centro finanziario del mondo, esercitando in questo modo la propria egemonia imperialistica globale. In sintesi, il vero motivo dell’aumento dei tassi d’interesse, che avvicinano una nuova recessione, è la guerra valutaria in atto, piuttosto che la lotta all’inflazione.

Il rafforzamento del dollaro corrisponde a fini di carattere geopolitico, volti a porre deliberatamente in difficoltà gli avversari[vi]. Del resto, la guerra valutaria da parte della Fed è partita contemporaneamente alla guerra in Ucraina. Entrambe le guerre possono essere lette nel quadro di una strategia generale degli Stati Uniti tesa al mantenimento della situazione unipolare, che vede gli Usa come egemone mondiale, e contro l’affermazione di un quadro multipolare in cui altri Paesi, a partire dalla Cina, si affianchino agli Usa nella definizione degli assetti internazionali. La guerra in Ucraina ha avuto lo scopo di separare la Ue, e la Germania in particolare, dalla Russia e dalle sue materie prime, rafforzando il legame di alleanza (e di dipendenza) della Ue dagli Usa. Allo stesso modo la guerra valutaria, scatenata dagli Usa, mira a rafforzare il ruolo del dollaro, che è uno dei principali strumenti di egemonia statunitense, e a indebolire euro e yuan, le valute dell’area euro e della Cina, le altre aree economicamente più importanti del mondo e concorrenti degli Usa.

Note

[i] Eurostat, prices, HICP – monthly data, (annual rate of change).

[ii] Domenico Moro, “Le sanzioni contro la Russia volatilizzano dopo dieci anni il surplus commerciale dell’Italia”, Laboratorio-21, novembre 2022.

[iii] Marcello Minenna, “Si intensifica la fuga di capitali dalla Cina”, Il Sole-24ore, 14 novembre 2022.

[iv] Vito Lops, “Borse: l’economia frena, scatta il rally”, Il Sole24ore, 5 ottobre 2022.

[v] Marco Cecchini, “Con Lagarde ostaggio dei falchi la Bce è una orchestra stonata”, Milano Finanza, 10 novembre 2022.

[vi] Marcello Minenna, “Il dollaro è troppo forte: a rischio la stabilità mondiale”, Il Sole24ore, 10 ottobre 2022.

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11/11/2022

Se Shanghai sfida la City

di Guido Salerno Aletta

Altri tempi. Eppure era stata una delle accoglienze più fastose che si fossero mai viste da decenni, a Londra nell'ottobre del 2015, per l'arrivo del Premier cinese Xi Jinping: la stessa Regina Elisabetta lo ricevette con ogni onore, attraversando in corteo la città tra due ali di folla plaudente.

E qualcuno in India si adontò pure, visto che nei discorsi si faceva spesso riferimento alla Cina come alla "più grande democrazia del mondo": quel merito, caso mai, sarebbe spettato a Nuova Delhi e non certo a Pechino, dove il Partito Comunista Cinese la fa da padrone. Solo parole, si dirà, che svelano però i rapporti mai idilliaci tra i due Paesi.

L'India, d'altra parte, è sempre stata gelosa dei suoi rapporti preferenziali con la Gran Bretagna: il processo di decolonizzazione, per quanto complesso, non ha lasciato affatto le acredini che invece caratterizzano ancora le relazioni della Francia con l'Algeria.

In quegli anni, parliamo del 2015, Londra aveva l'ambizione di essere il primo partner politico e finanziario della Cina: dopo la crisi americana del 2008 e la baraonda che aveva colpito Wall Street, era il momento opportuno per fare un passo in avanti.

D'altra parte, la Cina era assai attenta alla evoluzione dei rapporti con Washington, caratterizzati dalla stipula proprio in quei giorni dell'ottobre del 2015 della TPP (Trans Pacific Partnership), il Trattato di cooperazione economica di cui si era cominciato a discutere su iniziativa della Amministrazione Obama e da cui Pechino era stata volutamente esclusa.

La Cina rischiava già l'isolamento internazionale, come la Russia, che a sua volta veniva esclusa dall'altro Trattato di cooperazione economica tra Usa ed Ue, il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).

Dopo alterne vicende, il TTIP non fu mai firmato per le tante eccezioni poste da parte europea, mentre fu lo stesso Presidente Donald Trump a recedere dal TPP che era stato firmato. Alla fine, la strategia del "doppio gancio" elaborata della Amministrazione Obama non era andata a buon fine: Trump riteneva che ogni accordo commerciale era dannoso per gli Usa, e che la strada maestra per addrizzare i conti con l'estero fossero i dazi.

La Gran Bretagna cercò dunque di approfittare di questa situazione di freddezza tra Washinton e Pechino per candidarsi alla partnership strategica: la City è da secoli la piazza finanziaria che raccoglie capitali da tutto il mondo per reinvestirli dappertutto. E nessuno come la Banca d'Inghilterra ha una storia così lunga ed una esperienza così profonda nella gestione di una moneta internazionale come lo fu la Sterlina, per oltre un secolo il caposaldo del sistema mondiale. Nessuno poteva assistere meglio Pechino nella trasformazione dello yuan in una moneta pienamente convertibile sul piano internazionale.

La Borsa di Londra, al contrario, non è minimamente paragonabile a quella di Wall Street, che raccoglie una immensa liquidità internazionale che si riversa sui diversi listini. Le stesse aziende cinesi hanno per lungo tempo ambito alla doppia quotazione, proprio per approfittare del fiume inesauribile di capitali che gira a New York.

Mentre già si delineava la Brexit, con il referendum tenutosi nel 2016, occorreva trovare un nuovo ruolo internazionale alla Gran Bretagna: usare la City come ponte finanziario della Cina verso il resto del mondo.

Da allora tutto è cambiato: gli Usa ritengono che la Cina sia un competitor geopolitico troppo pericoloso.

Dopo i dazi imposti dalla Amministrazione Trump, sono iniziati i divieti di esportazione di materiale strategico, di utilizzo di apparati di telecomunicazioni cinesi, di collaborazione nella produzione di chip avanzati. Parallelamente, è stata avviata una collaborazione militare nell'area del Pacifico, denominata AUKUS, che coalizza l'Australia, il Regno Unito e gli Stati Uniti.

La più recente questione di Taiwan non è che l'ultimo anello di una serie di iniziative volte a raffreddare la cooperazione statunitense con la Cina cui la Gran Bretagna si è andata immediatamente allineando come dimostrano le recentissime affermazioni del neo Premier britannico Rishi Sunak che ha annunciato la chiusura dei trenta "Istituti Confucio" presenti in Inghilterra, considerandoli come uno strumento per infiltrarsi nel mondo della cultura. Anche per l'Inghilterra, dunque, la Cina è diventata un pericoloso competitor.

Pechino, a questo punto, deve fare da sola: ad ottobre, il delisting di alcuni colossi cinesi sia da Wall Street che da Londra è stato un segnale significativo.

D'altra parte, sono ormai diversi mesi che la Cina ha smesso di reinvestire in titoli del Tesoro americano: le detenzioni si riducono a mano a mano che arrivano alle scadenze. Ha quindi la disponibilità liquida delle esportazioni in dollari, che può essere utilizzata per evitare un apprezzamento del dollaro sullo Yuan.

Ma, in prospettiva, Pechino deve accelerare la sua strategia di autonomia sia rispetto a Wall Street che nei confronti della City. Il brusco atteggiamento tenuto nei confronti della Banca centrale russa, con il congelamento delle riserve giacenti presso le corrispondenti, ha raffreddato ogni prospettiva di cooperazione.

Le iniziative cinesi volte ad usare le monete nazionali nel commercio con l'estero, usando i rubli e le rupie insieme allo yuan, sono un ulteriore passaggio verso un sistema meno dipendente dal dollaro.

Spetterà ora a Shanghai, che è già sede della Borsa, diventare anche il principale polo di intermediazione dei capitali internazionali verso la Cina e quelli della Cina stessa verso il resto del mondo, lasciando ad Hong Kong il suo ruolo storico di piazza legata ai traffici off-shore.

Non sarà più Londra a traghettare lo yuan verso i mercati globali.

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