Una recente riunione del principale cartello dei produttori di petrolio ha portato alla luce lo scontro latente tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi, ufficialmente alleati e sulla stessa lunghezza d’onda circa le più importanti questioni energetiche e strategiche mediorientali. Il vertice della cosiddetta OPEC+ ha dovuto infatti riaggiornarsi senza nemmeno riuscire a fissare una nuova data per risolvere l’enigma delle quote di greggio da immettere sui mercati mondiali. Lo stallo è dovuto alle richieste avanzate dagli Emirati sulla quantità di petrolio prodotto, ma le insolite tensioni all’interno dell’organizzazione sembrano essere di più ampia portata e hanno a che fare sia con il futuro del mercato energetico sia con le ambizioni regionali delle due monarchie sunnite.
La OPEC+ include i paesi OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) in aggiunta ad altri tra i più importanti produttori del pianeta, tra cui la Russia. Da qualche tempo, le decisioni di maggiore peso riguardanti le politiche petrolifere sono appunto adottate da questo organo, sul quale hanno dominato di fatto le scelte di Mosca e Riyadh.
I ministri competenti dei vari paesi che formano la OPEC+ si erano riuniti in videoconferenza giovedì scorso, per poi chiudere i lavori il giorno successivo senza un accordo sulla possibile estensione dei tagli alla produzione di greggio fino al dicembre del 2022. Una nuova riunione era stata programmata per lunedì, ma è stata alla fine cancellata viste le scarse prospettive di un’intesa. Le incertezze così rimaste hanno subito determinato un’impennata delle quotazioni internazionali del greggio, poi solo parzialmente rientrata nella giornata di martedì.
Dopo la crisi causata dall’impatto della pandemia di COVID-19, lo scorso anno la OPEC+ aveva deciso una riduzione di quasi 10 milioni di barili al giorno per sostenere le quotazioni del petrolio. Con la ripresa dell’economia globale, questi limiti erano stati allentati e il taglio della produzione, rispetto ai livelli pre-COVID, è ora di circa 5,8 milioni di barili al giorno. La nuova proposta saudita per i prossimi mesi prevede un aumento della produzione di 2 milioni di barili al giorno da agosto a dicembre, assieme allo spostamento della data della cancellazione dei limiti da aprile, come concordato lo scorso anno, a dicembre 2022. Gli Emirati Arabi hanno accolto con favore la prima parte del piano di Riyadh, ma solo a patto di una revisione della propria quota base, cioè la quantità di petrolio a partire dalla quale vengono calcolati i tagli alla produzione di ogni singolo paese.
Abu Dhabi vuole infatti un aggiustamento verso l’alto della quota di petrolio estratto ed esportato. Per gli Emirati, la base di calcolo che aveva fissato la loro quota era troppo bassa, ma era stata accettata solo perché le limitazioni sarebbero finite nell’aprile del 2022. Il problema è che questo paese ha fatto ingenti investimenti per aumentare le proprie capacità estrattive e desidera quindi liberarsi al più presto dai vincoli OPEC+, che metterebbero a rischio l’obiettivo di arrivare a 5 milioni di barili al giorno entro il 2030.
Il sito web di consulenza energetica Energy Intelligence ha cercato di collocare in un quadro più ampio la diatriba tra Riyadh e Abu Dhabi sulle quote petrolifere. La “transizione energetica”, si legge in un’analisi pubblicata lunedì, è un elemento da considerare in questa dinamica, dal momento che “alcuni [paesi] produttori, a cominciare dagli Emirati Arabi, si chiedono sempre più se i loro interessi siano meglio serviti da un meccanismo collettivo che limiti la produzione [di greggio] per proteggere i ricavi o dall’espansione della produzione per difendere le quote di mercato e monetizzare le proprie risorse”.
Le preoccupazioni degli Emirati non sono peraltro nuove e già nel dicembre del 2020, dopo uno scontro sullo stesso argomento, questo paese aveva valutato l’ipotesi di uscire dall’OPEC. Il ministro dell’Energia, Suhail al-Mazrouei, in un’intervista a Energy Intelligence ha manifestato tutto il disagio per la situazione attuale, spiegando che “nessun altro paese ha accettato il congelamento di un terzo delle proprie capacità produttive”.
L’Arabia Saudita persegue al contrario politiche più “caute” per garantire la stabilità del mercato petrolifero, basate su una gestione collettiva con al centro la partnership che è espressione della formula OPEC+. L’estensione dei tagli alla produzione da aprile a dicembre 2022 è appunto funzionale a questo scopo e, l’eventuale accettazione delle richieste degli Emirati di rivedere la propria quota base, “minaccerebbe la coesione del gruppo [di produttori] aprendo la strada alle richieste di altri paesi”. Anche paesi come Iran, Kazakistan e Nigeria avevano espresso riserve a questo proposito nel recente passato.
Le tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi possono essere lette all’interno di un panorama ancora più vasto e toccano anche l’ambito politico ed economico, oltre a quello militare. Le differenze stanno emergendo sempre più chiaramente in merito a svariate questioni calde in Medio Oriente. La guerra nello Yemen è il caso probabilmente più emblematico. I due regimi avevano inaugurato l’aggressione contro il più povero dei paesi arabi nel 2015 per impedire il dilagare dei “ribelli” Houthis e reinsediare il deposto governo del presidente-fantoccio Abd Rabbuh Mansour Hadi. Nel 2019, gli Emirati avevano finito per ritirare dallo Yemen il proprio contingente militare, fatto per lo più di mercenari, lasciando i sauditi nel pantano in cui si ritrovano tuttora. I regnanti di Abu Dhabi non avevano però perso interesse per questo paese, visto che hanno intensificato il loro sostegno ai separatisti nello Yemen meridionale, entrati in conflitto con la fazione appoggiata dall’Arabia Saudita.
Un recente bombardamento contro una base militare delle forze filo-saudite nello Yemen del sud ha rischiato di infiammare lo scontro tra i due presunti alleati. Il raid è stato attribuito dalla stampa internazionale agli Houthis, ma dal punto di vista strategico e militare questa ipotesi non ha molto senso, visto che i “ribelli” sciiti non sono impegnati in operazioni nella parte meridionale dello Yemen da molto tempo. In molti ritengono che l’attacco, condotto con i droni, sia piuttosto da ricondurre al conflitto interno all’asse Riyadh-Abu Dhabi.
Gli Emirati continuano inoltre a tenere un atteggiamento prudente in merito alla distensione con il Qatar, mentre l’Arabia Saudita ha da qualche mese ristabilito i rapporti con il piccolo emirato, contro il quale aveva deciso un vero e proprio blocco qualche anno fa principalmente a causa dei rapporti di quest’ultimo con l’Iran. Discorso opposto riguarda invece Israele. Abu Dhabi ha formalizzato le relazioni con lo stato ebraico sotto la spinta dei cosiddetti “Accordi di Abramo” promossi dall’amministrazione Trump. La monarchia wahhabita continua al contrario a respingere l’ipotesi del disgelo con Tel Aviv.
Un altro fronte dello scontro tra i due paesi si è aperto proprio a inizio di questa settimana con il provvedimento adottato da Riyadh per penalizzare le importazioni dagli Emirati Arabi. I sauditi hanno cioè modificato i propri dazi in modo da colpire quei beni la cui produzione può essere collegata in qualche modo a Israele o viene fatta con meno del 25% della forza lavoro indigena. La misura minaccia di aveva pesanti conseguenze sui prodotti provenienti dalle cosiddette “zone economiche libere”, aree speciali nelle quali le regolamentazioni sono scarse o inesistenti e che rappresentano un elemento importante per l’economia degli Emirati Arabi.
Quella in atto è insomma una competizione per estendere la propria influenza nella regione e per attrarre investimenti esteri, soprattutto in previsione di un futuro dove i combustibili fossili occuperanno un ruolo minore anche per i maggiori produttori mondiali.
Vista la posizione finora dominante nel mondo sunnita dell’Arabia Saudita, ha spiegato alla Reuters un economista della Saudi National Bank, la situazione descritta e lo stesso stallo all’interno della OPEC+ sono il risultato “dello sforzo di ampio respiro degli Emirati Arabi per affermare i propri interessi” in competizione con Riyadh. Anche se la “minaccia” dell’Iran e dei gruppi islamisti, come i Fratelli Musulmani, possono nel breve periodo mettere un freno alle divergenze di natura politica, spiega ancora un’analisi della Reuters, i due regimi del Golfo Persico sono destinati a scontrarsi sempre più frequentemente sul piano economico.
A tenere sott’occhio l’evoluzione del conflitto tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi sono soprattutto le due maggiori potenze globali con interessi in Medio Oriente, vale a dire Russia e Stati Uniti. Il blog MoonOfAlabama ha fatto notare come il presidente Biden tenda a favorire Abu Dhabi e Riyadh si trovi perciò in una posizione svantaggiata in un’eventuale escalation dello scontro in atto. La freddezza dell’amministrazione democratica per la casa regnante saudita è già emersa ad esempio con la conferma, tramite la pubblicazione di un rapporto della CIA, delle responsabilità del principe ereditario, Mohammad bin Salman (MBS), nel brutale omicidio del giornalista-dissidente Jamal Khashoggi.
Dal punto di vista delle capacità militari, inoltre, gli Emirati Arabi hanno dato prova negli ultimi tempi di avere raggiunto un livello notevole, mentre i sauditi continuano ad esempio a faticare nel tenere testa agli Houthis nello Yemen e recentemente hanno anche perso una parte dello “scudo” difensivo americano. Solo un paio di settimane fa, il Pentagono aveva infatti dato notizia del ritiro di svariate batterie di missili antiaerei da alcuni paesi mediorientali e quello più penalizzato era stato appunto l’Arabia Saudita.
In questo quadro, suggerisce ancora MoonOfAlabama, è del tutto comprensibile che Riyadh cerchi di diversificare la propria politica estera e i propri fornitori di armi, come in effetti sta già accadendo. In particolare, gli spazi lasciati liberi dagli USA possono essere occupati dalla Russia, con cui peraltro i sauditi hanno finora agito di comune accordo in sede OPEC+.
I rapporti tra i due paesi hanno già fatto segnare grandi progressi negli ultimi anni e le possibilità di espanderli erano già state discusse durante il vertice tra MBS e il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, lo scorso mese di marzo. L’evolversi della situazione e il persistere dello scontro sulle questioni petrolifere potrebbero dare così un ulteriore impulso al rafforzamento delle relazioni tra Mosca e Riyadh.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/07/2021
16/04/2020
Opec, accordo in bilico
Un paio di giorni dopo l’annuncio dei paesi produttori di petrolio
sul taglio della produzione di greggio per fermare il rapido crollo
delle quotazioni internazionali, i dubbi sull’efficacia del
provvedimento sembrano tutt’altro che dissolti. Le implicazioni
strategiche dell’accordo sull’asse Mosca-Washington-Riyadh e le scosse
generate sui mercati dall’emergenza Coronavirus rendono particolarmente
dubbia la stabilizzazione del mercato energetico nei prossimi mesi, nonostante l’intervento diretto nella vicenda dello stesso presidente
americano Trump.
La riunione in videoconferenza dei leader dei paesi OPEC, in aggiunta ad altri membri del G20 produttori di petrolio, aveva portato domenica sera a un’intesa dell’ultimo minuto per togliere dal mercato, a partire da maggio, 9,7 milioni di barili di petrolio al giorno. Il formato entro il quale da qualche tempo vengono prese le più importanti decisioni in ambito petrolifero è noto come OPEC+, perché allargato alla Russia. In questo caso hanno preso parte ai negoziati anche altri paesi al di fuori dell’OPEC, a cominciare – significativamente – dagli Stati Uniti.
La decisione del fine settimana era stata subito accolta con scetticismo, visto che i nuovi scenari globali, dovuti alla pandemia di COVID-19, hanno ridotto la richiesta di greggio di oltre il 30% su una produzione complessiva quotidiana di circa 100 milioni di barili. In ogni caso, dal primo luglio al 31 dicembre 2020, il taglio ammonterà a 7,7 milioni di barili e infine a 5,8 milioni fino al 30 aprile 2022. Su queste basi, lunedì i prezzi del “Brent” e del parametro di riferimento del petrolio USA (“WTI”) erano saliti di appena l’1%.
Sempre lunedì, Trump è allora ricorso a Twitter per assicurare che le notizie sul taglio di circa 10 milioni di barili al giorno non erano corrette o risultavano quanto meno incomplete. Il ridimensionamento della produzione dovrebbe toccare infatti i 20 milioni di barili al giorno, una volta considerati gli impegni alla riduzione dei produttori al di fuori dell’OPEC.
Tra questi ultimi ci sono proprio gli Stati Uniti, storicamente contrari a partecipare ad accordi di “cartelli” come l’organizzazione con sede a Vienna. La posizione americana appare a questo proposito complessa. Russia e Arabia Saudita nel mese di marzo avevano messo in atto manovre deliberate per inondare di greggio un mercato già saturo e in presenza di una domanda internazionale in fase calante. I sauditi, in particolare, avevano applicato forti sconti alle esportazioni di petrolio, in modo da sottrarre quote di mercato ai propri concorrenti.
Per Riyadh e soprattutto per Mosca, l’obiettivo cruciale era colpire la produzione di petrolio americano che aveva beneficiato della stabilizzazione dei prezzi negli ultimi anni, derivante appunto dall’intesa tra Russia e Arabia Saudita nel quadro del cosiddetto OPEC+. Quotazioni attorno ai 20/30 dollari il barile o addirittura inferiori risultano infatti insostenibili per l’industria estrattiva sul suolo statunitense, dove a operare, oltre ai giganti del settore, sono molte compagnie di dimensioni più o meno ridotte con costi di produzione elevati e spesso fortemente indebitate.
Il coinvolgimento di Washington nelle trattative internazionali è diventato perciò necessario per evitare una valanga di fallimenti e l’aggiunta di altre centinaia di migliaia di disoccupati a quelli già provocati dalle chiusure in molti settori dell’economia a causa dell’epidemia in corso. Trump ha così ostentato il suo contributo a un accordo con Russia e Arabia Saudita, ma gli effetti benefici che esso potrà avere per l’industria petrolifera USA e per il mercato globale sono tutt’altro che certi.
Uno degli aspetti da valutare sarà l’effettivo impegno americano per il taglio della produzione. L’amministrazione Trump è sembrata attestarsi sulla posizione tradizionale degli Stati Uniti, sostenendo che la riduzione non avverrà in seguito a una decisione politica ma in conseguenza del calo della domanda internazionale di greggio. Nei giorni precedenti l’intesa, ambienti del Cremlino avevano escluso che ciò potesse bastare per dare il proprio consenso, mentre, a loro dire, era necessario un impegno esplicito da parte di Washington, visti anche i vantaggi goduti finora dai produttori americani sostanzialmente a discapito di Mosca (e Riyadh).
Sui contenuti dell’accordo condiviso da Trump e Putin non vi è ancora chiarezza ma è evidente che sarà in primo luogo questo aspetto a determinare l’efficacia di quanto deciso domenica dall’OPEC e dagli altri paesi produttori. Alcuni commentatori hanno fatto notare, in maniera forse fin troppo ottimistica, come dietro le quinte possa essere stata siglata una sorta di intesa informale tra i due leader per gettare le basi di una cooperazione strategica di più ampia portata, favorita anche dal venir meno degli ostacoli del “Russiagate” e dell’impeachment.
Malgrado le ovvie resistenze degli ambienti russofobi negli USA, Trump avrebbe un certo spazio di manovra in questo frangente, alla luce anche del fatto che in gioco c’è la sorte stessa dell’industria petrolifera americana, legata precisamente alle posizione russe. Il nodo ancora da sciogliere resta per molti la natura di ciò che Mosca otterrà in cambio del via libera alla relativa stabilizzazione delle quotazioni di greggio a cui puntava la Casa Bianca.
Qualcuno ha individuato però nella mossa del Cremlino un’altra manovra a lungo termine di Putin, messa in atto proprio quando le posizioni del suo governo apparivano inflessibili. L’ex ambasciatore indiano e commentatore di affari internazionali, M. K. Bhadrakumar, nel suo blog Indian Punchline ha spiegato che il presidente russo non ha in fin dei conti alcun interesse a mandare in rovina l’industria estrattiva americana.
Piuttosto, Putin ha voluto gettare un salvagente alla Casa Bianca, evitando l’aggravarsi della crisi economica negli USA per tenere aperta la strada della riconciliazione tra le due potenze. In definitiva, il precipitare della situazione in questo ambito non farebbe che mettere in difficoltà Trump alla vigilia delle presidenziali, favorendo una vittoria alle urne a novembre di Joe Biden e di un Partito Democratico notoriamente meno disposti a considerare il ristabilimento di relazioni cordiali con Mosca.
Le variabili e le incognite restano dunque parecchie. Il sito specializzato su questioni petrolifere Energy Intelligence ha ricordato che i precedenti dei paesi OPEC sul fronte del rispetto degli impegni presi a livello ufficiale non sono incoraggianti. Visto che in questo caso l’accordo appena siglato comporta la collaborazione anche di paesi al di fuori dal cartello, è evidente la fragilità dell’impalcatura su cui esso si basa.
Altri commentatori hanno inoltre ricordato che i tagli appena decisi, se anche dovessero concretizzarsi per intero, non sarebbero sufficienti a bilanciare il crollo della domanda mondiale di greggio. In un tweet di qualche giorno fa, l’analista Ellen Wald ha spiegato come “il problema sia la domanda e, quando le economie sono in lockdown, anche i prezzi bassi del greggio non sono in grado di agire da stimolo”.
Scontri e disaccordi vari tra le parti coinvolte rischiano a loro volta di minare l’accordo, al di là della sua efficacia. Già il fatto che i negoziati abbiano dato frutti solo in extremis e che la quantità di barili da tagliare sia diminuita rispetto a una prima proposta circolata all’OPEC appaiono elementi rivelatori. Per quanto riguarda il primo aspetto, significativi sono stati gli ostacoli sorti attorno alla posizione del Messico, i quali avevano ritardato e messo a serio rischio la definizione dell’intesa.
Il governo di questo paese aveva respinto la propria quota di tagli alla produzione, dicendosi disponibile solo ad accettare una riduzione pari a un quarto di essa, ovvero 100 mila barili al giorno, così da evitare decisioni politiche delicate nell’ambito dello sforzo in atto per invertire il calo di produzione che da tempo affligge il settore energetico messicano. A sbloccare l’impasse sarebbe stato l’intervento di Trump e l’impegno, tutt’altro che garantito, dei produttori americani a farsi carico della riduzione dei restanti 300 mila barili inizialmente spettanti al Messico.
Anche l’Arabia Saudita, infine, già all’indomani dell’accordo è sembrata muoversi in direzione contraria. Lunedì, il gigante petrolifero Aramco ha infatti annunciato nuovi sconti ai prezzi del greggio estratto nel regno per i clienti asiatici. Come gesto poco più che simbolico per accontentare la Casa Bianca, Riyadh ha invece mantenuto stabili le quotazioni destinate all’Europa e aumentato quelle per il petrolio diretto verso gli Stati Uniti.
Le posizioni contraddittorie dei sauditi sono da ricondurre almeno in parte alle frizioni con l’alleato americano, sia per la competizione sul mercato petrolifero sia a causa delle minacce nemmeno troppo velate giunte nei giorni scorsi da alcuni membri del Congresso di Washington per convincere i reali a tagliare la propria produzione. D’altro canto, Riyadh potrebbe non essere in grado di sostenere a lungo il gioco al ribasso sui prezzi del petrolio, poiché da questa risorsa dipende in larghissima misura un bilancio già segnato negli ultimi anni da buchi crescenti che, almeno in prospettiva, minacciano seriamente la stabilità del regno wahhabita.
Fonte
La riunione in videoconferenza dei leader dei paesi OPEC, in aggiunta ad altri membri del G20 produttori di petrolio, aveva portato domenica sera a un’intesa dell’ultimo minuto per togliere dal mercato, a partire da maggio, 9,7 milioni di barili di petrolio al giorno. Il formato entro il quale da qualche tempo vengono prese le più importanti decisioni in ambito petrolifero è noto come OPEC+, perché allargato alla Russia. In questo caso hanno preso parte ai negoziati anche altri paesi al di fuori dell’OPEC, a cominciare – significativamente – dagli Stati Uniti.
La decisione del fine settimana era stata subito accolta con scetticismo, visto che i nuovi scenari globali, dovuti alla pandemia di COVID-19, hanno ridotto la richiesta di greggio di oltre il 30% su una produzione complessiva quotidiana di circa 100 milioni di barili. In ogni caso, dal primo luglio al 31 dicembre 2020, il taglio ammonterà a 7,7 milioni di barili e infine a 5,8 milioni fino al 30 aprile 2022. Su queste basi, lunedì i prezzi del “Brent” e del parametro di riferimento del petrolio USA (“WTI”) erano saliti di appena l’1%.
Sempre lunedì, Trump è allora ricorso a Twitter per assicurare che le notizie sul taglio di circa 10 milioni di barili al giorno non erano corrette o risultavano quanto meno incomplete. Il ridimensionamento della produzione dovrebbe toccare infatti i 20 milioni di barili al giorno, una volta considerati gli impegni alla riduzione dei produttori al di fuori dell’OPEC.
Tra questi ultimi ci sono proprio gli Stati Uniti, storicamente contrari a partecipare ad accordi di “cartelli” come l’organizzazione con sede a Vienna. La posizione americana appare a questo proposito complessa. Russia e Arabia Saudita nel mese di marzo avevano messo in atto manovre deliberate per inondare di greggio un mercato già saturo e in presenza di una domanda internazionale in fase calante. I sauditi, in particolare, avevano applicato forti sconti alle esportazioni di petrolio, in modo da sottrarre quote di mercato ai propri concorrenti.
Per Riyadh e soprattutto per Mosca, l’obiettivo cruciale era colpire la produzione di petrolio americano che aveva beneficiato della stabilizzazione dei prezzi negli ultimi anni, derivante appunto dall’intesa tra Russia e Arabia Saudita nel quadro del cosiddetto OPEC+. Quotazioni attorno ai 20/30 dollari il barile o addirittura inferiori risultano infatti insostenibili per l’industria estrattiva sul suolo statunitense, dove a operare, oltre ai giganti del settore, sono molte compagnie di dimensioni più o meno ridotte con costi di produzione elevati e spesso fortemente indebitate.
Il coinvolgimento di Washington nelle trattative internazionali è diventato perciò necessario per evitare una valanga di fallimenti e l’aggiunta di altre centinaia di migliaia di disoccupati a quelli già provocati dalle chiusure in molti settori dell’economia a causa dell’epidemia in corso. Trump ha così ostentato il suo contributo a un accordo con Russia e Arabia Saudita, ma gli effetti benefici che esso potrà avere per l’industria petrolifera USA e per il mercato globale sono tutt’altro che certi.
Uno degli aspetti da valutare sarà l’effettivo impegno americano per il taglio della produzione. L’amministrazione Trump è sembrata attestarsi sulla posizione tradizionale degli Stati Uniti, sostenendo che la riduzione non avverrà in seguito a una decisione politica ma in conseguenza del calo della domanda internazionale di greggio. Nei giorni precedenti l’intesa, ambienti del Cremlino avevano escluso che ciò potesse bastare per dare il proprio consenso, mentre, a loro dire, era necessario un impegno esplicito da parte di Washington, visti anche i vantaggi goduti finora dai produttori americani sostanzialmente a discapito di Mosca (e Riyadh).
Sui contenuti dell’accordo condiviso da Trump e Putin non vi è ancora chiarezza ma è evidente che sarà in primo luogo questo aspetto a determinare l’efficacia di quanto deciso domenica dall’OPEC e dagli altri paesi produttori. Alcuni commentatori hanno fatto notare, in maniera forse fin troppo ottimistica, come dietro le quinte possa essere stata siglata una sorta di intesa informale tra i due leader per gettare le basi di una cooperazione strategica di più ampia portata, favorita anche dal venir meno degli ostacoli del “Russiagate” e dell’impeachment.
Malgrado le ovvie resistenze degli ambienti russofobi negli USA, Trump avrebbe un certo spazio di manovra in questo frangente, alla luce anche del fatto che in gioco c’è la sorte stessa dell’industria petrolifera americana, legata precisamente alle posizione russe. Il nodo ancora da sciogliere resta per molti la natura di ciò che Mosca otterrà in cambio del via libera alla relativa stabilizzazione delle quotazioni di greggio a cui puntava la Casa Bianca.
Qualcuno ha individuato però nella mossa del Cremlino un’altra manovra a lungo termine di Putin, messa in atto proprio quando le posizioni del suo governo apparivano inflessibili. L’ex ambasciatore indiano e commentatore di affari internazionali, M. K. Bhadrakumar, nel suo blog Indian Punchline ha spiegato che il presidente russo non ha in fin dei conti alcun interesse a mandare in rovina l’industria estrattiva americana.
Piuttosto, Putin ha voluto gettare un salvagente alla Casa Bianca, evitando l’aggravarsi della crisi economica negli USA per tenere aperta la strada della riconciliazione tra le due potenze. In definitiva, il precipitare della situazione in questo ambito non farebbe che mettere in difficoltà Trump alla vigilia delle presidenziali, favorendo una vittoria alle urne a novembre di Joe Biden e di un Partito Democratico notoriamente meno disposti a considerare il ristabilimento di relazioni cordiali con Mosca.
Le variabili e le incognite restano dunque parecchie. Il sito specializzato su questioni petrolifere Energy Intelligence ha ricordato che i precedenti dei paesi OPEC sul fronte del rispetto degli impegni presi a livello ufficiale non sono incoraggianti. Visto che in questo caso l’accordo appena siglato comporta la collaborazione anche di paesi al di fuori dal cartello, è evidente la fragilità dell’impalcatura su cui esso si basa.
Altri commentatori hanno inoltre ricordato che i tagli appena decisi, se anche dovessero concretizzarsi per intero, non sarebbero sufficienti a bilanciare il crollo della domanda mondiale di greggio. In un tweet di qualche giorno fa, l’analista Ellen Wald ha spiegato come “il problema sia la domanda e, quando le economie sono in lockdown, anche i prezzi bassi del greggio non sono in grado di agire da stimolo”.
Scontri e disaccordi vari tra le parti coinvolte rischiano a loro volta di minare l’accordo, al di là della sua efficacia. Già il fatto che i negoziati abbiano dato frutti solo in extremis e che la quantità di barili da tagliare sia diminuita rispetto a una prima proposta circolata all’OPEC appaiono elementi rivelatori. Per quanto riguarda il primo aspetto, significativi sono stati gli ostacoli sorti attorno alla posizione del Messico, i quali avevano ritardato e messo a serio rischio la definizione dell’intesa.
Il governo di questo paese aveva respinto la propria quota di tagli alla produzione, dicendosi disponibile solo ad accettare una riduzione pari a un quarto di essa, ovvero 100 mila barili al giorno, così da evitare decisioni politiche delicate nell’ambito dello sforzo in atto per invertire il calo di produzione che da tempo affligge il settore energetico messicano. A sbloccare l’impasse sarebbe stato l’intervento di Trump e l’impegno, tutt’altro che garantito, dei produttori americani a farsi carico della riduzione dei restanti 300 mila barili inizialmente spettanti al Messico.
Anche l’Arabia Saudita, infine, già all’indomani dell’accordo è sembrata muoversi in direzione contraria. Lunedì, il gigante petrolifero Aramco ha infatti annunciato nuovi sconti ai prezzi del greggio estratto nel regno per i clienti asiatici. Come gesto poco più che simbolico per accontentare la Casa Bianca, Riyadh ha invece mantenuto stabili le quotazioni destinate all’Europa e aumentato quelle per il petrolio diretto verso gli Stati Uniti.
Le posizioni contraddittorie dei sauditi sono da ricondurre almeno in parte alle frizioni con l’alleato americano, sia per la competizione sul mercato petrolifero sia a causa delle minacce nemmeno troppo velate giunte nei giorni scorsi da alcuni membri del Congresso di Washington per convincere i reali a tagliare la propria produzione. D’altro canto, Riyadh potrebbe non essere in grado di sostenere a lungo il gioco al ribasso sui prezzi del petrolio, poiché da questa risorsa dipende in larghissima misura un bilancio già segnato negli ultimi anni da buchi crescenti che, almeno in prospettiva, minacciano seriamente la stabilità del regno wahhabita.
Fonte
13/04/2020
Petrolio - Le incognite dell'accordo
L’incontro del G20 dell’energia, fortemente voluto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia e dal suo direttore Fatih Birol, questo venerdì, ha prodotto un accordo sul taglio delle quote del greggio a livello globale.
I membri del G20 si sono accordati per prendere tutte “le misure necessarie” e “immediate” per stabilizzare il mercato del petrolio a livello globale, come recita il testo finale uscito dall’incontro.
Dopo il non scontato compromesso raggiunto in sede “OPEC Plus”, venerdì mattina, tra Russia e Arabia Saudita, che avevano concordato un taglio di 5 milioni di barili al giorno – con la sola eccezione del Messico – il G20 si è trovato la strada spianata per procedere nel senso dei desiderata di Washington (fino all’altro anno il maggior produttore petrolifero mondiale) e poter così procedere ad un taglio di altri 5 milioni di barili al giorno.
Complessivamente, un decimo della produzione mondiale.
Gli USA avevano caldeggiato un accordo proprio tra Russia e Arabia Saudita, sulla riduzione delle quote, dopo che il fallimento dell’ultimo incontro dell’OPEC Plus circa un mese fa sulla riduzione delle quote di produzione – che il regno saudita voleva imporre alla Russia – aveva incontrato un fermo “niet” da parte di Mosca.
L’insuccesso del cartello petrolifero allargato aveva portato alla guerra dei prezzi, promossa dal regno saudita, che contemporaneamente aveva diminuito il prezzo di vendita delle sue forniture ed aumentato a dismisura la produzione.
La produzione saudita era “schizzata” dai 9,7 milioni di barili al giorno, nella fase pre-pandemica, ai 12,3 milioni attuali, inondando il mercato con un’offerta spropositata in pieno lockdown mondiale.
Questo aveva portato ad una drastica diminuzione del prezzo del greggio, contribuendo alla tendenza “ribassista” delle maggiori piazze borsistiche internazionali, nel mentre iniziava l’emergenza sanitaria pandemica.
Crollata ogni forma di accordo, la “mano invisibile” del mercato aveva destabilizzato ulteriormente un mondo attraversato dalla pandemia.
A farne le spese erano stati per primi i produttori di petrolio e gas di scisto statunitensi, la finanza correlata a questa branca di produzione, e soprattutto gli attori “minori”, fortemente dipendenti dalla rendita petrolifera: Venezuela, Iran, Iraq, Nigeria, Angola ecc.
In generale, tutto il mercato globale dell’“oro nero” era stato vittima di una situazione verificatesi solo durante la Grande Depressione negli anni '30 del secolo scorso: prezzi in picchiata, eccedenza produttiva in presenza di una forte contrazione della domanda.
Lo shale si sostiene da tempo solo grazie alla “droga” della finanza USA, visto il suo alto costo di produzione, in un rapporto di implicazione reciproca che si sta dimostrando nefasto di fronte ai dati reali dell’economia. L’appoggio politico della Casa Bianca che ha fatto dell’autonomia energetica una delle sue bandiere era ciò che sembrava farne un “cavallo vincente”.
La lobby dei produttori di petrolio e gas di scisto aveva fatto recentemente notevoli pressioni sull’amministrazione Trump, proponendo differenti misure di contrasto nel caso in cui Arabia Saudita e Russia non fossero addivenute ad un accordo.
Una possibile rappresaglia spaziava dalla possibilità di nuove sanzioni alla Russia al divieto di “raffinare” greggio proveniente dall’estero, fino all’ipotesi di togliere l’appoggio militare nord-americano al regno saudita per ciò che concerne la guerra in Yemen.
Questa pressione di una parte dell’industria petrolifera – ExxonMobil e Chevron erano ostili ad “influenzare” la dinamica dei prezzi, mentre le industrie della raffinazione si erano opposte all’ipotesi di blocco del greggio importato – aveva portato l’amministrazione statunitense a paventare tariffe protezionistiche sull’oro nero proveniente da Russia e Arabia Saudita.
Un successo per gli Stati Uniti, quindi, anche perché – a differenza di ciò che sembrava inizialmente – non è stata fatta richiesta ai produttori nord-americani di tagliare la produzione più di quanto saranno già forzati a fare a causa del calo dei prezzi.
Ma, vista la posta in gioco, è probabile che questo accordo nasconda altre intese “sotto-traccia” tra i tre maggiori attori della geopolitica petrolifera.
L’accordo raggiunto prevede infatti un taglio del 10% della produzione mondiale del petrolio, apparentemente di dimensione straordinaria, ma ancora “sbilanciata” rispetto ad una domanda complessiva che è di un terzo inferiore a quella del periodo pre-pandemico.
Si tratta, come ha dichiarato Diwan, di HS Market, al Financial Times, «di un azione sette volte più grande di quella intrapresa durante la crisi finanziaria del 2008-2009».
Se tutti i maggiori player – tranne il Messico – si sono rallegrati dell’accordo, rimangono parecchie incognite rispetto alla sua reale efficacia rispetto alla dinamica dei prezzi, vista la disparità che comunque continuerebbe a persistere tra domanda e offerta.
Si taglia di 1/10 la produzione, ma la domanda effettiva è notevolmente inferiore, cioè 3,3/10 in meno.
Come ha commentato un analista al FT «l’accordo dell’OPEC posticipa il netto sbilanciamento tra la domanda e l’offerta solo di un mese» o, come ha rilevato Rystad Energy, «non ripristina l’agognato bilanciamento di mercato».
L’eccedenza produttiva pre-accordo aveva non solo contribuito a deprimere la dinamica dei prezzi (che aveva raggiunto il livello più basso da 18 anni a questa parte), ma anche ad una saturazione della capacità di stoccaggio.
Se non si fosse raggiunto l’accordo – secondo quanto riporta S&P Global Platts – a metà maggio non si sarebbe più avuta capacità di riserva nelle crude tanks, cioè sulle petroliere, che sono divenute “magazzini galleggianti” per il greggio già prima dello scoppiare della guerra dei prezzi.
Un’altra incognita non irrilevante è la tempistica rispetto alla quantità dei tagli decisi. Il taglio di 10 milioni di barili al giorno riguarda per ora solo i mesi di maggio e giugno, ma scenderà a 8 da lì alla fine dell’anno. Mentre dal gennaio del nuovo anno all’aprile di quello dell’anno successivo – il 2022 – calerà nuovamente a soli 6 milioni, aumentando con ogni probabilità lo sbilanciamento tra domanda e offerta.
Più una speranza che una previsione – si potrebbe dire – rispetto alla ripresa dell’economia mondiale...
Alla luce dell’incertezza sulla durata della pandemia e sulle sue conseguenze economiche, l’accordo comunque è rilevante nel ristabilire il principio di un coordinamento allargato nella governance del mercato petrolifero, ma potrebbe non essere nemmeno sufficiente a “frenare” la dinamica ribassista che ha portato l’oro nero a toccare il fondo negativo di 22 dollari al barile, mentre erano 60 all’inizio di gennaio.
In parte, comunque, è stata “smentita” l’affermazione del guru del settore petrolifero Andrew Gould per cui «l’OPEC, la banca centrale del petrolio, è sparita».
Facciamo quindi nostri i dubbi di un esperto del settore che si è domandato, prima della conclusione dell’accordo «sarà sufficiente per sostenere uno dei settori più vitali dell’economia mondiale?».
A noi sembra più il “canto del cigno” di un sistema in fase crepuscolare. Una merce-simbolo di tale sistema, come l’oro nero, si è tramutata in un vettore della crisi sistemica e dei rapporti geo-politici tradizionali.
Fonte
I membri del G20 si sono accordati per prendere tutte “le misure necessarie” e “immediate” per stabilizzare il mercato del petrolio a livello globale, come recita il testo finale uscito dall’incontro.
Dopo il non scontato compromesso raggiunto in sede “OPEC Plus”, venerdì mattina, tra Russia e Arabia Saudita, che avevano concordato un taglio di 5 milioni di barili al giorno – con la sola eccezione del Messico – il G20 si è trovato la strada spianata per procedere nel senso dei desiderata di Washington (fino all’altro anno il maggior produttore petrolifero mondiale) e poter così procedere ad un taglio di altri 5 milioni di barili al giorno.
Complessivamente, un decimo della produzione mondiale.
Gli USA avevano caldeggiato un accordo proprio tra Russia e Arabia Saudita, sulla riduzione delle quote, dopo che il fallimento dell’ultimo incontro dell’OPEC Plus circa un mese fa sulla riduzione delle quote di produzione – che il regno saudita voleva imporre alla Russia – aveva incontrato un fermo “niet” da parte di Mosca.
L’insuccesso del cartello petrolifero allargato aveva portato alla guerra dei prezzi, promossa dal regno saudita, che contemporaneamente aveva diminuito il prezzo di vendita delle sue forniture ed aumentato a dismisura la produzione.
La produzione saudita era “schizzata” dai 9,7 milioni di barili al giorno, nella fase pre-pandemica, ai 12,3 milioni attuali, inondando il mercato con un’offerta spropositata in pieno lockdown mondiale.
Questo aveva portato ad una drastica diminuzione del prezzo del greggio, contribuendo alla tendenza “ribassista” delle maggiori piazze borsistiche internazionali, nel mentre iniziava l’emergenza sanitaria pandemica.
Crollata ogni forma di accordo, la “mano invisibile” del mercato aveva destabilizzato ulteriormente un mondo attraversato dalla pandemia.
A farne le spese erano stati per primi i produttori di petrolio e gas di scisto statunitensi, la finanza correlata a questa branca di produzione, e soprattutto gli attori “minori”, fortemente dipendenti dalla rendita petrolifera: Venezuela, Iran, Iraq, Nigeria, Angola ecc.
In generale, tutto il mercato globale dell’“oro nero” era stato vittima di una situazione verificatesi solo durante la Grande Depressione negli anni '30 del secolo scorso: prezzi in picchiata, eccedenza produttiva in presenza di una forte contrazione della domanda.
Lo shale si sostiene da tempo solo grazie alla “droga” della finanza USA, visto il suo alto costo di produzione, in un rapporto di implicazione reciproca che si sta dimostrando nefasto di fronte ai dati reali dell’economia. L’appoggio politico della Casa Bianca che ha fatto dell’autonomia energetica una delle sue bandiere era ciò che sembrava farne un “cavallo vincente”.
La lobby dei produttori di petrolio e gas di scisto aveva fatto recentemente notevoli pressioni sull’amministrazione Trump, proponendo differenti misure di contrasto nel caso in cui Arabia Saudita e Russia non fossero addivenute ad un accordo.
Una possibile rappresaglia spaziava dalla possibilità di nuove sanzioni alla Russia al divieto di “raffinare” greggio proveniente dall’estero, fino all’ipotesi di togliere l’appoggio militare nord-americano al regno saudita per ciò che concerne la guerra in Yemen.
Questa pressione di una parte dell’industria petrolifera – ExxonMobil e Chevron erano ostili ad “influenzare” la dinamica dei prezzi, mentre le industrie della raffinazione si erano opposte all’ipotesi di blocco del greggio importato – aveva portato l’amministrazione statunitense a paventare tariffe protezionistiche sull’oro nero proveniente da Russia e Arabia Saudita.
Un successo per gli Stati Uniti, quindi, anche perché – a differenza di ciò che sembrava inizialmente – non è stata fatta richiesta ai produttori nord-americani di tagliare la produzione più di quanto saranno già forzati a fare a causa del calo dei prezzi.
Ma, vista la posta in gioco, è probabile che questo accordo nasconda altre intese “sotto-traccia” tra i tre maggiori attori della geopolitica petrolifera.
L’accordo raggiunto prevede infatti un taglio del 10% della produzione mondiale del petrolio, apparentemente di dimensione straordinaria, ma ancora “sbilanciata” rispetto ad una domanda complessiva che è di un terzo inferiore a quella del periodo pre-pandemico.
Si tratta, come ha dichiarato Diwan, di HS Market, al Financial Times, «di un azione sette volte più grande di quella intrapresa durante la crisi finanziaria del 2008-2009».
Se tutti i maggiori player – tranne il Messico – si sono rallegrati dell’accordo, rimangono parecchie incognite rispetto alla sua reale efficacia rispetto alla dinamica dei prezzi, vista la disparità che comunque continuerebbe a persistere tra domanda e offerta.
Si taglia di 1/10 la produzione, ma la domanda effettiva è notevolmente inferiore, cioè 3,3/10 in meno.
Come ha commentato un analista al FT «l’accordo dell’OPEC posticipa il netto sbilanciamento tra la domanda e l’offerta solo di un mese» o, come ha rilevato Rystad Energy, «non ripristina l’agognato bilanciamento di mercato».
L’eccedenza produttiva pre-accordo aveva non solo contribuito a deprimere la dinamica dei prezzi (che aveva raggiunto il livello più basso da 18 anni a questa parte), ma anche ad una saturazione della capacità di stoccaggio.
Se non si fosse raggiunto l’accordo – secondo quanto riporta S&P Global Platts – a metà maggio non si sarebbe più avuta capacità di riserva nelle crude tanks, cioè sulle petroliere, che sono divenute “magazzini galleggianti” per il greggio già prima dello scoppiare della guerra dei prezzi.
Un’altra incognita non irrilevante è la tempistica rispetto alla quantità dei tagli decisi. Il taglio di 10 milioni di barili al giorno riguarda per ora solo i mesi di maggio e giugno, ma scenderà a 8 da lì alla fine dell’anno. Mentre dal gennaio del nuovo anno all’aprile di quello dell’anno successivo – il 2022 – calerà nuovamente a soli 6 milioni, aumentando con ogni probabilità lo sbilanciamento tra domanda e offerta.
Più una speranza che una previsione – si potrebbe dire – rispetto alla ripresa dell’economia mondiale...
Alla luce dell’incertezza sulla durata della pandemia e sulle sue conseguenze economiche, l’accordo comunque è rilevante nel ristabilire il principio di un coordinamento allargato nella governance del mercato petrolifero, ma potrebbe non essere nemmeno sufficiente a “frenare” la dinamica ribassista che ha portato l’oro nero a toccare il fondo negativo di 22 dollari al barile, mentre erano 60 all’inizio di gennaio.
In parte, comunque, è stata “smentita” l’affermazione del guru del settore petrolifero Andrew Gould per cui «l’OPEC, la banca centrale del petrolio, è sparita».
Facciamo quindi nostri i dubbi di un esperto del settore che si è domandato, prima della conclusione dell’accordo «sarà sufficiente per sostenere uno dei settori più vitali dell’economia mondiale?».
A noi sembra più il “canto del cigno” di un sistema in fase crepuscolare. Una merce-simbolo di tale sistema, come l’oro nero, si è tramutata in un vettore della crisi sistemica e dei rapporti geo-politici tradizionali.
Fonte
12/03/2020
È iniziata la guerra mondiale del petrolio
All’apertura delle borse asiatiche lunedì il prezzo del brent ha bruciato massicciamente in pochi secondi il suo valore passando dai 45 dollari al barile ai 31,45, un calo storicamente inedito che si somma a quello del 9% di venerdì. Da lì in poi il prezzo ha fisiologicamente oscillato un po’ al di sopra di quella quota, in media intorno ai 33-36 dollari; ossia il 20-25% in meno.
Trascinate dalla dinamica “ribassista” del prezzo del greggio e dalle conseguenze economiche di ciò che l’OMS ormai definisce pandemia, tutte le borse hanno continuato a perdere, stabilendo record negativi che rimandano alle performance peggiori del 2008.
Il “cigno nero” ha fatto la sua funesta apparizione sulle piazze di tutto il mondo, quindi, travolte dalla guerra del petrolio iniziata nella seconda metà della settimana scorsa, con il mancato accordo in sede OPEC PLUS tra Arabia Saudita, Paese OPEC, e Russia che, insieme ad un’altra decina di Paesi, aveva integrato l’alleanza “allargata” tra il cartello petrolifero ed altri attori.
Un ambito che ha di fatto retto solo tre anni, garantendo la relativa stabilità del greggio tra i 60 e i 70 dollari al barile, sullo sfondo della competizione con gli Stati Uniti divenuti, grazie al petrolio di scisto, il primo produttore di oro nero al mondo. Cosa che ha loro garantito – nonostante il costo elevato di questa tipologia d’estrazione – un output di 12 milioni di barili al giorno.
«Dal 1° aprile non ci saranno più restrizioni a produrre né per l’OPEC né per i paesi non OPEC», ha dichiarato il ministro russo all’energia Alexander Novak abbandonando il vertice a Vienna la scorsa settimana.
L’OPEC aveva messo con le spalle al muro la Russia giovedì, approvando nuovi tagli produttivi di 1,5 milioni di barili al giorno, di cui un terzo a carico degli alleati esterni, l’OPEC PLUS appunto.
Quantità ed estensione temporale della misura, inizialmente previste per il secondo trimestre, sono state allargate a tutto l’anno dopo la conclusione della riunione.
Un taglio record del 4% dell’offerta globale di greggio, superiore in termini percentuali a quello effettuato a fine 2008 dopo il collasso di Lehman Brothers.
Di fronte al fatto compiuto la Russia ha esclamato il suo niet.
Non c’è più quindi alcuno organismo di governance allargata condivisa per ora ed i tre maggiori global player USA, Arabia Saudita e Russia stanno andando ad una guerra senza esclusione di colpi con gli evidenti riflessi geo-politici del caso.
La situazione che si sta prefigurando è simile, per certi versi, a quella dell’inizio degli anni Trenta del secolo scorso: domanda in forte calo (causa Coronavirus, serve meno energia per tutti i tipi di attività), eccesso di offerta da parte dei produttori petroliferi e prezzi stracciati, con un feedback negativo sulle dinamiche economiche complessive.
L’Arabia Saudita ha deciso infatti – dopo il fallimento del vertice OPEC PLUS – di abbassare drasticamente il prezzo di vendita applicando sconti inediti per le forniture future ai suoi clienti ed allo stesso tempo di aumentare a dismisura il suo output, fino a raggiungere la quota di 12 milioni di barili al giorno.
Questo vuol dire letteralmente inondare il mercato con petrolio a prezzi irrisori, per annichilire i propri competitor; e avrà probabilmente come conseguenza il ridimensionamento dei faraonici progetti economici dei sauditi e dell’impegno nella guerra in Yemen.
Non a caso in questi giorni il principe “MBS” – Mohammed Bin Salman, responsabile dichiarato dell’assassinio del giornalista dissidente Kamal Khashoggi, a Istanbul – sta accelerando la sua “verticale del potere” procedendo ad una epurazione dei possibili rivali nella cerchia di potere saudita, per guidare questa fase che sottoporrà a stress notevole un sistema politico-economico che ha già mostrato le sue fragilità. Sia perché non è riuscito a realizzare i suoi obiettivi in politica estera, sia perché si è scoperto vulnerabile al suo interno, specie nella struttura petrolifera.
Una strategia non nuova, che nel 2015 aveva registrato un clamoroso insuccesso nei confronti degli Stati Uniti – lanciati dall’anno prima nel petrolio di scisto, grazie agli alti prezzi del greggio. Una strategia che aveva portato il prezzo del petrolio a meno di 30 dollari al barile pensando di spingere verso il tracollo l’industria petrolifera statunitense; che invece ha retto.
Il frutto di quel fallimento era stata l’alleanza con la Russia, che nel novembre dello stesso anno aveva restituito all’OPEC la massa critica necessaria a regolare l’offerta di petrolio, con tagli e quote da rispettare e una riduzione draconiana condivisa che avevano portato l’anno successivo il prezzo al barile a 65 dollari.
Come ha detto il ministro iraniano Bijan Zanganeh: «Non c’è nessuno piano B. Se i Paesi non accettano l’accordo, allora non c’è nessun accordo» e la speranza di vederli presto seduti allo stesso tavolo negoziale appare piuttosto irrisoria.
Mikaïl Leontiev, porta-voce di Rosneft, ha dichiarato a Ria Novosti che l’accettazione delle condizioni imposte dai sauditi avrebbero: «lasciato spazio agli scisti americani a prezzi elevati, per rendere la loro industria redditizia», qualificando come “masochistica” una eventuale scelta in tal senso per la Russia.
La Russia è disponibile a svuotare i 150 miliardi di dollari del suo fondo sovrano pur di poter “tenere” in piedi la propria economia anche con un prezzo del greggio intorno ai 25/30 dollari per 6-10 anni.
È stato infatti sospeso il provvedimento che impone alla banca centrale russa di comprare valute straniere per sostenere il rublo in periodi di ribasso del costo del petrolio, considerando “neutro” un prezzo intorno a 42,5 dollari al barile.
In questa guerra di logoramento, il fine della Russia è chiaro e consiste nel fermare i produttori americani, reagendo alle ritorsioni Usa contro l’oloedotto North Stream 2, che collega la Russia alla Germania attraverso il Paesi Baltici.
È chiaro che a rimetterci sono soprattutto i paesi produttori “minori”, già in difficoltà, le cui entrate dipendono in gran parte dall’esportazione petrolifera, come Venezuela ed Iran, entrambe al centro di un combinato disposto di politiche aggressive made in USA a tutto campo; ma anche altri Paesi, come l’Algeria fortemente dipendente dal prezzo del greggio, o la Nigeria, che è una delle prime economie africane e con grandi ambizioni continentali.
Senza dimenticare Paesi attraversati da gravi scontri politico-religiosi come l’Iraq o da una vera e propria guerra civile, come la Libia.
Ma anche gli Stati Uniti non sono immuni da rischi che possono riguardare i giganti come Exxon Mobil o i piccoli produttori.
Bloomberg parla di conseguenze “cataclismatiche” e le perdite in borsa a Wall Street dei titoli legati all’Oil and Gas sembrano dargli ragione.
La produzione di shale oil ha un forte bisogno di credito; una crisi che ne comportasse la riduzione, ne decreterebbe il decesso. Quindi l’immissione di liquidità nel sistema, anche per impedire che si innesti una dinamica di sfiducia nei prestiti inter-bancari, diventa una priorità per un settore che in questo anno di elezioni presidenziali alzerà di certo la voce.
Se si inceppa in qualche modo la macchina che alimenta il credito, la politica “estrattivista” col fracking si risolve in un gigantesco boomerang.
È chiaro anche che le conseguenze economiche del “Coronavirus”, in particolare l’impatto che ha avuto sulla Cina, sono uno dei motivi scatenanti dell’escalation del conflitto sull’oro nero.
La Cina era ed è il primo consumatore mondiale di greggio – il 14% del consumo globale – nonché il primo importatore, da cui derivava l’80% dell’aumento della domanda.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) aveva stimato per quest’anno un aumento delle necessità di petrolio di 825 mila barili al giorno, riviste poi al ribasso in seguito alla crisi; ora ipotizza, in caso di prolungamento, un “worst case” scenario con una diminuzione di 730.000 barili al giorno rispetto all’anno precedente.
È chiaro che il fermo dell’“officina del mondo”, anche se temporaneo, ha ripercussioni dirette nell’inasprimento della competizione economica e geopolitica tra i big degli idrocarburi, tenendo presente anche i recenti accordi commerciali firmati tra USA e Cina, che comprendevano un’importante aumento delle forniture energetiche statunitensi alla Repubblica Popolare.
Il virus è stato un moltiplicatore delle criticità già presenti nell’attuale sistema di relazioni economiche intorno al commercio del petrolio ed ha contribuito alla “rottura” di un equilibrio raggiunto negli ultimi tre anni; quei meccanismi di governance ora sono lettera morta.
Sia detto per inciso: questa dinamica tra l’altro aggrava la crisi ecologica, di fatto incentivando il consumo di combustibili fossili grazie al prezzo fortemente ridotto.
Se a gennaio il prezzo del petrolio era di poco inferiore ai 70 dollari, ai primi di marzo era sceso attorno ai 50 ed ora poco sopra i 30, gli esperti non escludono ulteriori drastici cali.
«La più devastante delle guerre del prezzo del petrolio della storia recente», di cui ha parlato il sito specializzato “oilprice.org”, sta avendo precise conseguenze sulla crisi globale.
Stormi di uccelli neri – in senso stretto, parlando di greggio – si stagliano all’orizzonte dell’economia-mondo e dello scontro geo-politico globale.
Fonte
Trascinate dalla dinamica “ribassista” del prezzo del greggio e dalle conseguenze economiche di ciò che l’OMS ormai definisce pandemia, tutte le borse hanno continuato a perdere, stabilendo record negativi che rimandano alle performance peggiori del 2008.
Il “cigno nero” ha fatto la sua funesta apparizione sulle piazze di tutto il mondo, quindi, travolte dalla guerra del petrolio iniziata nella seconda metà della settimana scorsa, con il mancato accordo in sede OPEC PLUS tra Arabia Saudita, Paese OPEC, e Russia che, insieme ad un’altra decina di Paesi, aveva integrato l’alleanza “allargata” tra il cartello petrolifero ed altri attori.
Un ambito che ha di fatto retto solo tre anni, garantendo la relativa stabilità del greggio tra i 60 e i 70 dollari al barile, sullo sfondo della competizione con gli Stati Uniti divenuti, grazie al petrolio di scisto, il primo produttore di oro nero al mondo. Cosa che ha loro garantito – nonostante il costo elevato di questa tipologia d’estrazione – un output di 12 milioni di barili al giorno.
«Dal 1° aprile non ci saranno più restrizioni a produrre né per l’OPEC né per i paesi non OPEC», ha dichiarato il ministro russo all’energia Alexander Novak abbandonando il vertice a Vienna la scorsa settimana.
L’OPEC aveva messo con le spalle al muro la Russia giovedì, approvando nuovi tagli produttivi di 1,5 milioni di barili al giorno, di cui un terzo a carico degli alleati esterni, l’OPEC PLUS appunto.
Quantità ed estensione temporale della misura, inizialmente previste per il secondo trimestre, sono state allargate a tutto l’anno dopo la conclusione della riunione.
Un taglio record del 4% dell’offerta globale di greggio, superiore in termini percentuali a quello effettuato a fine 2008 dopo il collasso di Lehman Brothers.
Di fronte al fatto compiuto la Russia ha esclamato il suo niet.
Non c’è più quindi alcuno organismo di governance allargata condivisa per ora ed i tre maggiori global player USA, Arabia Saudita e Russia stanno andando ad una guerra senza esclusione di colpi con gli evidenti riflessi geo-politici del caso.
La situazione che si sta prefigurando è simile, per certi versi, a quella dell’inizio degli anni Trenta del secolo scorso: domanda in forte calo (causa Coronavirus, serve meno energia per tutti i tipi di attività), eccesso di offerta da parte dei produttori petroliferi e prezzi stracciati, con un feedback negativo sulle dinamiche economiche complessive.
L’Arabia Saudita ha deciso infatti – dopo il fallimento del vertice OPEC PLUS – di abbassare drasticamente il prezzo di vendita applicando sconti inediti per le forniture future ai suoi clienti ed allo stesso tempo di aumentare a dismisura il suo output, fino a raggiungere la quota di 12 milioni di barili al giorno.
Questo vuol dire letteralmente inondare il mercato con petrolio a prezzi irrisori, per annichilire i propri competitor; e avrà probabilmente come conseguenza il ridimensionamento dei faraonici progetti economici dei sauditi e dell’impegno nella guerra in Yemen.
Non a caso in questi giorni il principe “MBS” – Mohammed Bin Salman, responsabile dichiarato dell’assassinio del giornalista dissidente Kamal Khashoggi, a Istanbul – sta accelerando la sua “verticale del potere” procedendo ad una epurazione dei possibili rivali nella cerchia di potere saudita, per guidare questa fase che sottoporrà a stress notevole un sistema politico-economico che ha già mostrato le sue fragilità. Sia perché non è riuscito a realizzare i suoi obiettivi in politica estera, sia perché si è scoperto vulnerabile al suo interno, specie nella struttura petrolifera.
Una strategia non nuova, che nel 2015 aveva registrato un clamoroso insuccesso nei confronti degli Stati Uniti – lanciati dall’anno prima nel petrolio di scisto, grazie agli alti prezzi del greggio. Una strategia che aveva portato il prezzo del petrolio a meno di 30 dollari al barile pensando di spingere verso il tracollo l’industria petrolifera statunitense; che invece ha retto.
Il frutto di quel fallimento era stata l’alleanza con la Russia, che nel novembre dello stesso anno aveva restituito all’OPEC la massa critica necessaria a regolare l’offerta di petrolio, con tagli e quote da rispettare e una riduzione draconiana condivisa che avevano portato l’anno successivo il prezzo al barile a 65 dollari.
Come ha detto il ministro iraniano Bijan Zanganeh: «Non c’è nessuno piano B. Se i Paesi non accettano l’accordo, allora non c’è nessun accordo» e la speranza di vederli presto seduti allo stesso tavolo negoziale appare piuttosto irrisoria.
Mikaïl Leontiev, porta-voce di Rosneft, ha dichiarato a Ria Novosti che l’accettazione delle condizioni imposte dai sauditi avrebbero: «lasciato spazio agli scisti americani a prezzi elevati, per rendere la loro industria redditizia», qualificando come “masochistica” una eventuale scelta in tal senso per la Russia.
La Russia è disponibile a svuotare i 150 miliardi di dollari del suo fondo sovrano pur di poter “tenere” in piedi la propria economia anche con un prezzo del greggio intorno ai 25/30 dollari per 6-10 anni.
È stato infatti sospeso il provvedimento che impone alla banca centrale russa di comprare valute straniere per sostenere il rublo in periodi di ribasso del costo del petrolio, considerando “neutro” un prezzo intorno a 42,5 dollari al barile.
In questa guerra di logoramento, il fine della Russia è chiaro e consiste nel fermare i produttori americani, reagendo alle ritorsioni Usa contro l’oloedotto North Stream 2, che collega la Russia alla Germania attraverso il Paesi Baltici.
È chiaro che a rimetterci sono soprattutto i paesi produttori “minori”, già in difficoltà, le cui entrate dipendono in gran parte dall’esportazione petrolifera, come Venezuela ed Iran, entrambe al centro di un combinato disposto di politiche aggressive made in USA a tutto campo; ma anche altri Paesi, come l’Algeria fortemente dipendente dal prezzo del greggio, o la Nigeria, che è una delle prime economie africane e con grandi ambizioni continentali.
Senza dimenticare Paesi attraversati da gravi scontri politico-religiosi come l’Iraq o da una vera e propria guerra civile, come la Libia.
Ma anche gli Stati Uniti non sono immuni da rischi che possono riguardare i giganti come Exxon Mobil o i piccoli produttori.
Bloomberg parla di conseguenze “cataclismatiche” e le perdite in borsa a Wall Street dei titoli legati all’Oil and Gas sembrano dargli ragione.
La produzione di shale oil ha un forte bisogno di credito; una crisi che ne comportasse la riduzione, ne decreterebbe il decesso. Quindi l’immissione di liquidità nel sistema, anche per impedire che si innesti una dinamica di sfiducia nei prestiti inter-bancari, diventa una priorità per un settore che in questo anno di elezioni presidenziali alzerà di certo la voce.
Se si inceppa in qualche modo la macchina che alimenta il credito, la politica “estrattivista” col fracking si risolve in un gigantesco boomerang.
È chiaro anche che le conseguenze economiche del “Coronavirus”, in particolare l’impatto che ha avuto sulla Cina, sono uno dei motivi scatenanti dell’escalation del conflitto sull’oro nero.
La Cina era ed è il primo consumatore mondiale di greggio – il 14% del consumo globale – nonché il primo importatore, da cui derivava l’80% dell’aumento della domanda.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) aveva stimato per quest’anno un aumento delle necessità di petrolio di 825 mila barili al giorno, riviste poi al ribasso in seguito alla crisi; ora ipotizza, in caso di prolungamento, un “worst case” scenario con una diminuzione di 730.000 barili al giorno rispetto all’anno precedente.
È chiaro che il fermo dell’“officina del mondo”, anche se temporaneo, ha ripercussioni dirette nell’inasprimento della competizione economica e geopolitica tra i big degli idrocarburi, tenendo presente anche i recenti accordi commerciali firmati tra USA e Cina, che comprendevano un’importante aumento delle forniture energetiche statunitensi alla Repubblica Popolare.
Il virus è stato un moltiplicatore delle criticità già presenti nell’attuale sistema di relazioni economiche intorno al commercio del petrolio ed ha contribuito alla “rottura” di un equilibrio raggiunto negli ultimi tre anni; quei meccanismi di governance ora sono lettera morta.
Sia detto per inciso: questa dinamica tra l’altro aggrava la crisi ecologica, di fatto incentivando il consumo di combustibili fossili grazie al prezzo fortemente ridotto.
Se a gennaio il prezzo del petrolio era di poco inferiore ai 70 dollari, ai primi di marzo era sceso attorno ai 50 ed ora poco sopra i 30, gli esperti non escludono ulteriori drastici cali.
«La più devastante delle guerre del prezzo del petrolio della storia recente», di cui ha parlato il sito specializzato “oilprice.org”, sta avendo precise conseguenze sulla crisi globale.
Stormi di uccelli neri – in senso stretto, parlando di greggio – si stagliano all’orizzonte dell’economia-mondo e dello scontro geo-politico globale.
Fonte
09/12/2018
Scontro frontale tra Arabia Saudita e Qatar al summit del Golfo
di Michele Giorgio
Gli occhi erano puntati tutti sul Qatar ieri sera, alla vigilia del 39esimo summit oggi a Riyadh del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) che racchiude le monarchie sunnite del Golfo, ricche di petrolio e gas naturale: Arabia Saudita, Bahrain, Emirati, Oman, Kuwait e Qatar. Dal 1981, anno di nascita del Ccg, il summit è stato quasi sempre un appuntamento rituale e noioso. Dal 2014 invece, con la prima crisi tra l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad al Thani, accusato di sostenere i “terroristi” della Fratellanza islamica, e gli altri cinque petromonarchi, capeggiati dall’Arabia Saudita, l’incontro è divenuto una sorta di ring per il pugilato diplomatico. L’anno scorso, dopo le pesanti sanzioni contro il Qatar ordinate da Riyadh, il vertice si rivelò una sorta di tribunale con Sheikh Tamim sul banco degli imputati. Quest’anno a meno di clamorose sorprese l’emiro qatariota, sebbene sia stato invitato (all’ultimo momento) dal re saudita Salman, non si farà vedere nella capitale “nemica” dove invierà solo una delegazione composta di funzionari governativi e diplomatici. Anzi, ieri per tutto il giorno si è parlato anche di assenza del Qatar, una possibilità comunque ritenuta remota.
Sheikh Tamim non intende prendere parte a una riunione che pur avendo in agenda temi di grande importanza – Yemen, Iran, Siria, Palestina, petrolio, cooperazione di sicurezza – in realtà è una opportunità per Riyadh per segnalare al mondo che tutto procede «senza problemi» e che la crisi seguita al brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi non ha avuto effetti per la leadership saudita nel Golfo. È scontato perciò attendersi che l’erede al trono Mohammed bin Salman, ritenuto il mandante dell’eliminazione di Khashoggi, reciti oggi un ruolo da protagonista al vertice che doveva tenersi in Oman e che i Saud hanno voluto a tutti i costi in Arabia Saudita. Doha cerca la rivincita ma non arriverà alla decisione drammatica di uscire anche dal Ccg, dopo aver annunciato che non farà più parte dal prossimo 1 gennaio dell’Opec, il cartello che riunisce diversi dei maggiori produttori mondiali di greggio. «Piuttosto proverà a dare continui dispiaceri al colosso saudita» spiega al manifesto l’analista Mouin Rabbani «vuole essere una spina nel fianco e dimostrare che Riyadh non può più dettare legge». Rabbani ricorda che per diversi anni dopo la nascita del Consiglio di cooperazione del Golfo i sauditi «facevano ciò che volevano, mentre negli ultimi anni la loro influenza si è ridotta. Il Qatar si è dimostrato un gigante in politica estera e sulla scena economica mondiale grazie alle sue enormi riserve di gas, e gli Emirati, che pure sono alleati di Riyadh, da un po’ vogliono far sentire la loro voce e contare di più dal punto di vista politico, militare e diplomatico».
Se l’uscita dall’Opec è stata una mossa politica significativa ma poco rilevante dal punto di vista economico (Doha era uno dei produttori minori), il Qatar potrebbe rivelarsi ben più decisivo in un’altra questione da tempo sul tavolo e che ufficialmente non è nell’agenda del summit che si apre oggi: la costituzione di una “Nato araba”. All’inizio del mese scorso contingenti militari di Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Giordania e Bahrain si sono ritrovati, con Libano e Marocco in qualità di osservatori, nella base militare egiziana di Matrouh, sulla costa mediterranea, per le manovre Arab Shield 1, considerate una sorta di test della “Nato araba”. Tuttavia senza il via libera del Qatar, che ospita il comando centrale delle forze armate Usa nel Golfo, è assai improbabile che il progetto sostenuto da Riyadh e Stati Uniti in funzione anti-Iran, possa vedere la luce. Anche per questo in seno al Ccg sale la voce di chi vorrebbe una soluzione della crisi con il Qatar. A cominciare dal ministro degli esteri degli Emirati, Anwar Gargash, che starebbe esercitando pressioni sugli alleati sauditi per ammorbidire lo scontro con Doha, per ora con scarsi risultati.
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Gli occhi erano puntati tutti sul Qatar ieri sera, alla vigilia del 39esimo summit oggi a Riyadh del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) che racchiude le monarchie sunnite del Golfo, ricche di petrolio e gas naturale: Arabia Saudita, Bahrain, Emirati, Oman, Kuwait e Qatar. Dal 1981, anno di nascita del Ccg, il summit è stato quasi sempre un appuntamento rituale e noioso. Dal 2014 invece, con la prima crisi tra l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad al Thani, accusato di sostenere i “terroristi” della Fratellanza islamica, e gli altri cinque petromonarchi, capeggiati dall’Arabia Saudita, l’incontro è divenuto una sorta di ring per il pugilato diplomatico. L’anno scorso, dopo le pesanti sanzioni contro il Qatar ordinate da Riyadh, il vertice si rivelò una sorta di tribunale con Sheikh Tamim sul banco degli imputati. Quest’anno a meno di clamorose sorprese l’emiro qatariota, sebbene sia stato invitato (all’ultimo momento) dal re saudita Salman, non si farà vedere nella capitale “nemica” dove invierà solo una delegazione composta di funzionari governativi e diplomatici. Anzi, ieri per tutto il giorno si è parlato anche di assenza del Qatar, una possibilità comunque ritenuta remota.
Sheikh Tamim non intende prendere parte a una riunione che pur avendo in agenda temi di grande importanza – Yemen, Iran, Siria, Palestina, petrolio, cooperazione di sicurezza – in realtà è una opportunità per Riyadh per segnalare al mondo che tutto procede «senza problemi» e che la crisi seguita al brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi non ha avuto effetti per la leadership saudita nel Golfo. È scontato perciò attendersi che l’erede al trono Mohammed bin Salman, ritenuto il mandante dell’eliminazione di Khashoggi, reciti oggi un ruolo da protagonista al vertice che doveva tenersi in Oman e che i Saud hanno voluto a tutti i costi in Arabia Saudita. Doha cerca la rivincita ma non arriverà alla decisione drammatica di uscire anche dal Ccg, dopo aver annunciato che non farà più parte dal prossimo 1 gennaio dell’Opec, il cartello che riunisce diversi dei maggiori produttori mondiali di greggio. «Piuttosto proverà a dare continui dispiaceri al colosso saudita» spiega al manifesto l’analista Mouin Rabbani «vuole essere una spina nel fianco e dimostrare che Riyadh non può più dettare legge». Rabbani ricorda che per diversi anni dopo la nascita del Consiglio di cooperazione del Golfo i sauditi «facevano ciò che volevano, mentre negli ultimi anni la loro influenza si è ridotta. Il Qatar si è dimostrato un gigante in politica estera e sulla scena economica mondiale grazie alle sue enormi riserve di gas, e gli Emirati, che pure sono alleati di Riyadh, da un po’ vogliono far sentire la loro voce e contare di più dal punto di vista politico, militare e diplomatico».
Se l’uscita dall’Opec è stata una mossa politica significativa ma poco rilevante dal punto di vista economico (Doha era uno dei produttori minori), il Qatar potrebbe rivelarsi ben più decisivo in un’altra questione da tempo sul tavolo e che ufficialmente non è nell’agenda del summit che si apre oggi: la costituzione di una “Nato araba”. All’inizio del mese scorso contingenti militari di Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Giordania e Bahrain si sono ritrovati, con Libano e Marocco in qualità di osservatori, nella base militare egiziana di Matrouh, sulla costa mediterranea, per le manovre Arab Shield 1, considerate una sorta di test della “Nato araba”. Tuttavia senza il via libera del Qatar, che ospita il comando centrale delle forze armate Usa nel Golfo, è assai improbabile che il progetto sostenuto da Riyadh e Stati Uniti in funzione anti-Iran, possa vedere la luce. Anche per questo in seno al Ccg sale la voce di chi vorrebbe una soluzione della crisi con il Qatar. A cominciare dal ministro degli esteri degli Emirati, Anwar Gargash, che starebbe esercitando pressioni sugli alleati sauditi per ammorbidire lo scontro con Doha, per ora con scarsi risultati.
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03/12/2018
Qatar fuori dall’Opec, il petrolio sarà meno governabile
Le borse festeggiano per qualche ora l’attenuazione della “guerra dei dazi” tra Usa e Cina, decisa nel corso dell’incontro a due – a contorno del G20 – tra Donald Trumpo e Xi Jinping. Ma nel corso della giornata dovranno metabolizzare una notizia-bomba per il mercato più delicato del pianeta: quello del petrolio.
Senza alcun preavviso lasciato filtrare ai media, il Qatar ha annunciato il suo ritiro dall’Opec, il cartello di 13 produttori che di fatto controlla il prezzo internazionale del greggio agendo sulle “quote di produzione” di ognuno dei paesi membri.
“Il Qatar ha deciso di ritirare i suoi membri dall’Opec a partire da gennaio 2019”, ha spiegato in conferenza stampa, a Doha, il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi. “Il Qatar continuerà a produrre petrolio ma si concentrerà sulla produzione di gas, per cui è il più grande esportatore di gas naturale liquefatto al mondo”.
Differenziazione sottile, che senza dirlo allude alla “transizione ecologica” che le economie mondiali debbono – volenti o nolenti – affrontare prima che continuare a produrre diventi quasi impossibile.
Per questo obbiettivo, il petrolio – peraltro in via di esaurimento, visto che i giacimenti scoperti garantiscono ormai solo una frazione di quanto estratto annualmente da quelli “storici” – andrà usato sempre meno. Ed il gas appare al momento il primo sostituto di pronta disponibilità per una serie di utilizzi (produzione di energia elettrica, autotrazione, ecc).
Nelle stesse ore Russia e Arabia Saudita – i due primi produttori mondiali, anche se Mosca non fa parte dell’Opec – hanno raggiunto un accordo per ridurre la produzione quotidiana da immettere sul mercato.
Le due notizie hanno immediatamente fatto salire di nuovo il prezzo del greggio, da settimane in calo continuo (la qualità Wti, benchmark del mercato statunitense, ha superato i 54 dollari al barile).
Da tempo il Qatar è sottoposto a un embargo di fatto – aereo e terrestre – da parte delle altre monarchie del Golfo, su iniziativa Saudita. In pratica, il piccolo sceiccato è accusato aver rotto il blocco sunnita, sia perché intrattiene relazioni commerciali con il grande nemico sciita, l’Iran, sia perché le sue ambizioni “geopolitiche” interferiscono con quelle della monarchia dei Saud.
Tra tre giorni, peraltro, si terrà la prevista riunione dell’Opec, ultima con la presenza qatariota. Viste anche le pressioni continue di Trump sull’Arabia, e quelle assai più violente nei confronti del Venezuela (anch’esso membro dell’Opec), l’uscita del Qatar prefigura una situazione in cui il prezzo del greggio – una delle due sole merci che entrano nella formazione del prezzo di tutte le altre, insieme al lavoro umano – sarà sempre meno controllabile per via politica.
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Senza alcun preavviso lasciato filtrare ai media, il Qatar ha annunciato il suo ritiro dall’Opec, il cartello di 13 produttori che di fatto controlla il prezzo internazionale del greggio agendo sulle “quote di produzione” di ognuno dei paesi membri.
“Il Qatar ha deciso di ritirare i suoi membri dall’Opec a partire da gennaio 2019”, ha spiegato in conferenza stampa, a Doha, il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi. “Il Qatar continuerà a produrre petrolio ma si concentrerà sulla produzione di gas, per cui è il più grande esportatore di gas naturale liquefatto al mondo”.
Differenziazione sottile, che senza dirlo allude alla “transizione ecologica” che le economie mondiali debbono – volenti o nolenti – affrontare prima che continuare a produrre diventi quasi impossibile.
Per questo obbiettivo, il petrolio – peraltro in via di esaurimento, visto che i giacimenti scoperti garantiscono ormai solo una frazione di quanto estratto annualmente da quelli “storici” – andrà usato sempre meno. Ed il gas appare al momento il primo sostituto di pronta disponibilità per una serie di utilizzi (produzione di energia elettrica, autotrazione, ecc).
Nelle stesse ore Russia e Arabia Saudita – i due primi produttori mondiali, anche se Mosca non fa parte dell’Opec – hanno raggiunto un accordo per ridurre la produzione quotidiana da immettere sul mercato.
Le due notizie hanno immediatamente fatto salire di nuovo il prezzo del greggio, da settimane in calo continuo (la qualità Wti, benchmark del mercato statunitense, ha superato i 54 dollari al barile).
Da tempo il Qatar è sottoposto a un embargo di fatto – aereo e terrestre – da parte delle altre monarchie del Golfo, su iniziativa Saudita. In pratica, il piccolo sceiccato è accusato aver rotto il blocco sunnita, sia perché intrattiene relazioni commerciali con il grande nemico sciita, l’Iran, sia perché le sue ambizioni “geopolitiche” interferiscono con quelle della monarchia dei Saud.
Tra tre giorni, peraltro, si terrà la prevista riunione dell’Opec, ultima con la presenza qatariota. Viste anche le pressioni continue di Trump sull’Arabia, e quelle assai più violente nei confronti del Venezuela (anch’esso membro dell’Opec), l’uscita del Qatar prefigura una situazione in cui il prezzo del greggio – una delle due sole merci che entrano nella formazione del prezzo di tutte le altre, insieme al lavoro umano – sarà sempre meno controllabile per via politica.
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26/11/2018
Libia - Il petrolio riprende quota
di Francesca La Bella
Mentre i membri dell’OPEC programmano ulteriori tagli alla produzione petrolifera per l’inizio del 2019 per evitare un nuovo abbassamento dei prezzi a causa di un possibile eccesso di offerta, la Libia, in ripresa dopo anni di conflitto, spera in una deroga. A fronte della situazione globale, l’Arabia Saudita chiederebbe, infatti, la riduzione di circa 1 milione di barili al giorno (BPD) da parte dei membri OPEC dato il mancato effetto inflattivo sui mercati delle sanzioni statunitensi all’Iran.
Il paese nordafricano di 6,4 milioni di abitanti, nonostante le esenzioni riconosciutele in sede di trattativa OPEC insieme alla Nigeria, ha faticato a ricostruire la sua industria energetica a seguito della caduta di Muammar Gheddafi e della conseguente guerra civile. Le strutture di produzione petrolifera sono state colpite da attacchi terroristici e milizie contrapposte ne hanno alternativamente preso il controllo mentre la scure delle sanzioni internazionali ha, in molti casi, bloccato le esportazioni dalle aree orientali non direttamente sotto il controllo del Governo centrale.
Ora la situazione sembra, però, mutata. Secondo quanto descritto dal rapporto di ricerca della Arab Petroleum Investments Corporation (APICORP), la Libia potrebbe svolgere sempre più un ruolo centrale nelle transazioni petrolifere verso l’Europa. L’attività del servizio petrolifero libico è ripresa ed è stato registrato un significativo aumento delle perforazioni, con la ripresa delle attività da parte di tutte le principali compagnie internazionali come BP, ENI e Gazprom. Tra luglio e ottobre la produzione è passata da 670.000, a 1,28 milioni BPD, con una crescita che non si vedeva dall’inizio del conflitto quando la produzione era di circa 1,6 milioni di BPD. Da allora, la produzione ha oscillato all’interno di una vasta banda, scendendo a 200 mila BDP e arrivando ad un massimo di 1,4 milioni BDP tra la fine del 2011 e il 2012 per poi attestarsi su valori inferiori al milione. Le previsioni sembrano, inoltre, confermare che la produzione potrebbe aumentare ulteriormente date le caratteristiche favorevoli della struttura libica.
La Libia ha, infatti, caratteristiche tali per cui, a condizione che si riesca a stabilizzare la situazione politica interna, le transazioni risultano particolarmente vantaggiose per gli acquirenti europei. Molto interessanti, da questo punto di vista, gli aspetti sottolineati in una breve analisi di “Oil Review Africa”. In primo luogo le riserve, le più vaste del territorio africano, mantengono una consistenza significativa: 48 miliardi di barili, circa il 3% del valore complessivo mondiale con un rapporto produzione/riserve stimato a 153 anni.
In secondo luogo, il petrolio libico è relativamente facile da estrarre e l’installazione delle infrastrutture di estrazione ed esportazione da parte di compagnie internazionali è stata relativamente poco complessa. In terzo luogo, i flussi petroliferi della Libia offrono principalmente petrolio greggio dolce e di alta qualità facilmente vendibile nel mercato internazionale. Infine, il petrolio della Libia è vicino ai maggiori centri di consumo con tempi di navigazione verso i porti europei che vanno da due giorni per raggiungere la Sardegna agli undici giorni necessari per raggiungere Rotterdam. Tempi infinitamente minori rispetto ad altri Paesi esportatori.
Tuttavia il paese rimane in uno stato di guerra civile e permane la minaccia di formazioni radicali e milizie locali. Benché i recenti attacchi ai pozzi non abbiano avuto un diretto impatto sulla produzione petrolifera, la minaccia rappresentata da rapimenti e danni correlati alla guerra rappresenta un rischio che qualsiasi azienda che intende investire nel paese è obbligata a prendere in considerazione. Nonostante questo, i recenti sviluppi politici sembrano aprire spiragli di ottimismo da questo punto vista.
Secondo molti analisti, infatti, se si dovesse giungere ad un accordo reale e duraturo tra le due principali forze del paese, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli ed il generale Khalifa Haftar, reale guida del Governo di stanza in Cirenaica, la stabilizzazione politica potrebbe portare ad un maggiore livello di sicurezza nel paese. Sotto il controllo di Tobruk e dell’esercito di Haftar ricade, infatti, l’intera Mezzaluna petrolifera che, con i suoi quattro porti rappresenta la principale area di esportazione libica nonché la principale fonte di entrate della Libia, mentre l’area di Mellitah e dei giacimenti ENI, in Tripolitania, è formalmente sotto giurisdizione GDA.
Alla luce di tutto questo, l’interesse interno ed internazionale per la Libia diviene più che evidente e poco importa se le ricadute attese sul benessere della popolazione locale, attualmente per circa il 40% al di sotto della soglia di povertà secondo stime ONU, potrebbero rivelarsi ben minori rispetto ai reali introiti del nuovo corso.
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12/12/2016
Il petrolio torna principe dei mercati
Finisce la stagione del petrolio a prezzi stracciati (ha oscillato per circa due anni tra i 35 e i 65 dollari al barile, ben lontano dai 110 dollari registrati a giugno 2014, e ancora più dai 147 dell'agosto 2007, data di inizio della crisi finanziaria ancora in corso). E non è ovviamente una buona notizia per le economie dei paesi importatori (tutta l'Europa continentale, Russia a parte), da tempo stagnanti o addirittura incapaci di tornare ai livelli del 2008 nonostante il prolungato quantitative esasing garantito dalla Bce.
L'accordo stretto ieri tra paesi Opec e 11 produttori esterni al cartello (tra cui due protagonisti assoluti come Russia e Messico) prevede complessivamente una riduzione dei quantitativi estratti pari al 2% della produzione attuale. 1,8 milioni di barili al giorno in meno sui mercati internazionali, dei quali 1,2 a carico dei membri dell'Opec e 600mila agli esterni.
Il quantitativo può sembrare poca cosa rispetto alla produzione complessiva, ma bisogna ricordare che il mercato del greggio è quello più allineato con le dinamiche del just in time. Il margine tra l'eccesso e la scarsità di offerta è esilissimo, e basta poco (una guerra in un paese anche a bassa produzione, o anche solo la minaccia) a far decollare il prezzo globale.
Le ragioni dell'accordo sono facilmente spiegabili. Nonostante l'ostilità feroce tra molti produttori (Arabia Saudita versus Iran e Russia, ma anche contro lo shale oil statunitense), due anni di prezzi stracciati hanno messo in difficoltà tutti loro. Basti pensare al Venezuela, portato sull'orlo del baratro dalla perdita di oltre il 50% delle entrate petrolifere in dollari; e soprattutto all'Arabia Saudita, promotrice della rincorsa alla massima produzione possibile, quindi della caduta verticale del prezzo, ma che quest'anno – per la prima volta nella sua storia recente – ha dovuto varare una manovra finanziaria sui conti pubblici improntata all'austerità e far ricorso all'indebitamento sui mercati finanziari. Gli sceicchi che emettono debito, invece di comprarlo... Una bestemmia, fino a qualche tempo fa.
Un aumento del prezzo è dunque un obiettivo unitario chiaro, che li ha costretti a trovare un equilibrio soddisfacente per tutti. Naturalmente, ogni paese produttore vive la crisi a modo suo, ha i suoi margini di manovra sociale o meno; dunque, gli obiettivi di prezzo massimo sono diversi tra loro. Ad esempio: se il prezzo dovesse salire oltre gli 80 dollari, ecco che tornerebbe conveniente ricominciare a investire nello shale oil statunitense e canadese, che si sono praticamente dimezzati negli ultimi tempi. Questo componente “non tradizionale” del mercato petrolifero mondiale, fondato sulla tecnica del fracking (frantumazione di rocce e scisti bituminose), ha infatti costi di produzione molto più alti rispetto alla perforazione dei pozzi; sia di quelli “facili” (bassa profondità e situazione climatica non estrema), si di quelli difficili (grande profondità, in mare aperto, oppure nell'Artico).
Dunque è immaginabile che raggiunto il livello considerato ottimale da chi può gestire una spare capacity significativa (la sola Arabia Saudita, in pratica), ci sarà una maggiore disponibilità di greggio sul mercato e quindi una frenata dei prezzi.
Questo tipo di dinamica, tutta incentrata sulle necessità dei paesi produttori, quindi sull'offerta, è possibile solo perché i paesi importatori – a partire da quelli più industrializzati – sono da quasi dieci anni alle prese con la stagnazione o recessione; dunque la loro domanda di energia resta anch'essa stagnante o addirittura declinante (anche in virtù di nuove tecnologie energy saving e del lento decollo delle fonti rinnovabili).
Nel breve termine non è alle viste una “ripresa” produttiva su scala globale. Anzi, molti segnali – incertezze sugli Stati Uniti sotto la gestione Trump, la Brexit, le elezioni in tutti i paesi principali dell'Eurzona nel 2017, crisi mediorientale e libica, nervosismo sullo scenario asiatico, ecc – lasciano pensare a una riduzione più o meno drastica degli scambi commerciali susseguente all'introduzione di meccanismi protezionistici più o meno mascherati. Solo per fare un esempio minore: il governo Renzi aveva infilato nella legge di stabilità anche una norma sui call center, mirante a penalizzare quelli delocalizzati all'estero (Albania e Romania), in modo da attenuare la crisi occupazionale in quelli ancora operanti in Italia.
Sul mercato del petrolio, comunque, i protezionismi non sono possibili. Chi ne ha lo pompa, chi non ne ha e lo compra. Ma è l'andamento della produzione a determinare quello dei consumi. Quindi, senza “crescita”, la domanda resterà abbastanza bassa da impedire impennate shock dei prezzi.
Guerre permettendo, ovviamente...
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L'accordo stretto ieri tra paesi Opec e 11 produttori esterni al cartello (tra cui due protagonisti assoluti come Russia e Messico) prevede complessivamente una riduzione dei quantitativi estratti pari al 2% della produzione attuale. 1,8 milioni di barili al giorno in meno sui mercati internazionali, dei quali 1,2 a carico dei membri dell'Opec e 600mila agli esterni.
Il quantitativo può sembrare poca cosa rispetto alla produzione complessiva, ma bisogna ricordare che il mercato del greggio è quello più allineato con le dinamiche del just in time. Il margine tra l'eccesso e la scarsità di offerta è esilissimo, e basta poco (una guerra in un paese anche a bassa produzione, o anche solo la minaccia) a far decollare il prezzo globale.
Le ragioni dell'accordo sono facilmente spiegabili. Nonostante l'ostilità feroce tra molti produttori (Arabia Saudita versus Iran e Russia, ma anche contro lo shale oil statunitense), due anni di prezzi stracciati hanno messo in difficoltà tutti loro. Basti pensare al Venezuela, portato sull'orlo del baratro dalla perdita di oltre il 50% delle entrate petrolifere in dollari; e soprattutto all'Arabia Saudita, promotrice della rincorsa alla massima produzione possibile, quindi della caduta verticale del prezzo, ma che quest'anno – per la prima volta nella sua storia recente – ha dovuto varare una manovra finanziaria sui conti pubblici improntata all'austerità e far ricorso all'indebitamento sui mercati finanziari. Gli sceicchi che emettono debito, invece di comprarlo... Una bestemmia, fino a qualche tempo fa.
Un aumento del prezzo è dunque un obiettivo unitario chiaro, che li ha costretti a trovare un equilibrio soddisfacente per tutti. Naturalmente, ogni paese produttore vive la crisi a modo suo, ha i suoi margini di manovra sociale o meno; dunque, gli obiettivi di prezzo massimo sono diversi tra loro. Ad esempio: se il prezzo dovesse salire oltre gli 80 dollari, ecco che tornerebbe conveniente ricominciare a investire nello shale oil statunitense e canadese, che si sono praticamente dimezzati negli ultimi tempi. Questo componente “non tradizionale” del mercato petrolifero mondiale, fondato sulla tecnica del fracking (frantumazione di rocce e scisti bituminose), ha infatti costi di produzione molto più alti rispetto alla perforazione dei pozzi; sia di quelli “facili” (bassa profondità e situazione climatica non estrema), si di quelli difficili (grande profondità, in mare aperto, oppure nell'Artico).
Dunque è immaginabile che raggiunto il livello considerato ottimale da chi può gestire una spare capacity significativa (la sola Arabia Saudita, in pratica), ci sarà una maggiore disponibilità di greggio sul mercato e quindi una frenata dei prezzi.
Questo tipo di dinamica, tutta incentrata sulle necessità dei paesi produttori, quindi sull'offerta, è possibile solo perché i paesi importatori – a partire da quelli più industrializzati – sono da quasi dieci anni alle prese con la stagnazione o recessione; dunque la loro domanda di energia resta anch'essa stagnante o addirittura declinante (anche in virtù di nuove tecnologie energy saving e del lento decollo delle fonti rinnovabili).
Nel breve termine non è alle viste una “ripresa” produttiva su scala globale. Anzi, molti segnali – incertezze sugli Stati Uniti sotto la gestione Trump, la Brexit, le elezioni in tutti i paesi principali dell'Eurzona nel 2017, crisi mediorientale e libica, nervosismo sullo scenario asiatico, ecc – lasciano pensare a una riduzione più o meno drastica degli scambi commerciali susseguente all'introduzione di meccanismi protezionistici più o meno mascherati. Solo per fare un esempio minore: il governo Renzi aveva infilato nella legge di stabilità anche una norma sui call center, mirante a penalizzare quelli delocalizzati all'estero (Albania e Romania), in modo da attenuare la crisi occupazionale in quelli ancora operanti in Italia.
Sul mercato del petrolio, comunque, i protezionismi non sono possibili. Chi ne ha lo pompa, chi non ne ha e lo compra. Ma è l'andamento della produzione a determinare quello dei consumi. Quindi, senza “crescita”, la domanda resterà abbastanza bassa da impedire impennate shock dei prezzi.
Guerre permettendo, ovviamente...
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02/12/2016
Il petrolio vola, l’economia rischia un nuovo crollo
Non c'è pace per chi guadagna sempre meno... Una delle poche buone notizie per i lavoratori a reddito fisso, negli ultimi tre o quattro anni, era stato il crollo del prezzo del petrolio. Precipitato da 115 a 30-40 dollari al barile grazie alla diminuzione della domanda (in tempi di crisi economica c'è meno domanda di energia, in tutti i comparti) e alle scelte dell'Arabia Saudita, che aveva preso a estrarre il più possibile con due obiettivi: a) stroncare lo shale oil statunitense (estratto con la tecnica del fracking, costosissima sul piano economico e ambientale) e b) mettere in crisi l'Iran proprio nel momento in cui ricuciva in parte i rapporti, anche commerciali, con l'Occidente.
Il risultato di questa congiunzione astrale è stato il congelamento dell'inflazione, diventata in alcuni casi addirittura negativa (ossia deflazione), con conseguenze serie in tutto il pianeta. Perché se la dinamica dei prezzi è immobile, gli investimenti e gli acquisti vengono ritardati, facendo dunque avvitare la crisi in un circolo vizioso.
Tra le conseguenze monetaria, com'è noto, c'è la politica delle banche centrali, sia negli Usa che in Europa, che hanno azzerato i tassi di interesse e immesso quantitativi abnormi di liquidità nel sistema nel tentativo di mantenere il tasso di inflazione al di sopra dello zero. Tutto inutile, fin qui, ma c'è comunque una marea di denaro che fluttua per il mondo alla ricerca di una “valorizzazione” sempre più difficile.
L'accordo tra i produttori di petrolio, sia membri dell'Opec che non (a partire dalla Russia) rischia ora di modificare drasticamente il quadro. Sulle ripercussioni geopolitiche rinviamo all'analisi, come sempre dettagliata, di Alberto Negri, de Il Sole 24 Ore, che riportiamo in chiusura.
Sul piano strettamente economico, però, le conseguenze di quell'accordo sono già in atto. Il prezzo del greggio infatti è salito del 13% in pochi giorni, anche se la riduzione di produzione annunciata è pari soltanto all'1% del totale giornaliero globale. “Merito” delle particolarità del mercato petrolifero, che si gioca su margini di produzione piuttosto esigui (quasi tutti i paesi produttori pompano quasi al limite delle proprie capacità, ad eccezione dell'Arabia Saudita e, forse, di Russia e Kuwait).
Ma l'aumento del prezzo dei prodotti energetici – tutti e contemporaneamente – ha immediati riflessi sull'inflazione. Il che da un lato preoccupa chi vive lavorando con salari mediamente sempre più bassi, dall'altra costringe le banche centrali a interrompere il lunghissimo periodo di politica monetaria “accomodante”. Già la Federal Reserve sta per aumentare i tassi di interesse, nella prossima riunione di dicembre; e la Bce, dal canto suo, dovrà frenare sul prolungamento e soprattutto sull'aumento della portata del quantitative easing.
Il prodotto di quest'altra congiunzione astrale è chiara: aumento dell'inflazione “cattiva”, ossia quella importata con il prezzo dell'energia. Inflazione che funziona al contrario di quella “buona”, derivante cioè dall'aumento dei salari, del reddito disponibile nei consumatori, della produzione “normale”.
Il problema è che nell'ottica delle autorità sovranazionali, soprattutto quelle dell'Unione Europea, questa distinzione tra tipi di inflazione non viene neanche fatta. Dunque, al risollevarsi del problema prezzi è prevedibile una ulteriore stretta robusta, a partire dalle politiche monetarie per arrivare a quelle di bilancio. Una nuova stagione di austerità, insomma, come se l'inflazione risorgente fosse dovuta a ragioni “buone”.
E' chiaro che un uragano va formandosi rapidamente ai margini delle economie più fragili dell'Unione Europea, quelle dei Piigs mediterranei, che non sono riuscite a diminuire il debito pubblico neanche con anni di quantitive easing (che ha quasi azzerato il peso degli interessi da pagare su quel debito), e neppure a promuovere una pallida crescita dell'economia reale (con il +0,8% ci si può pavoneggiare solo tra gli incompetenti...).
Il cambio di rotta – a questo punto molto probabile con l'inizio del nuovo anno, se i paesi produttori manterranno effettivamente l'impegno a ridurre l'estrazione di greggio – metterà la parola fine a tutti i giochetti con i bonus. E anche a quel che resta della credulità sociale...
*****
Sulla tregua l’incognita iraniana
Alberto Negri
Mai forse come negli ultimi due anni le riunioni dell’Opec sono state segnate furiosamente dalla competizione geopolitica tra i componenti del Cartello petrolifero, i loro concorrenti esterni, la Russia e gli Stati Uniti, e soprattutto dall’antica rivalità tra Iran e Arabia Saudita. Ora è stato raggiunto un laborioso accordo sui tagli produttivi che appare una sorta di tregua tra i duellanti che dovrà reggere la prova dei mercati e anche quella dei campi di battaglia.
La guerra al ribasso del petrolio è stata il riflesso di quella che si svolge da anni tra Riad e Teheran, tra sciiti e sunniti per la leadership del mondo musulmano, e dell’altro una delle conseguenze della lotta sui mercati ingaggiata dallo shale oil americano e dalla Russia, che sull’export di materie prime fonda le sue ambizioni di superpotenza dall’Est al Medio Oriente.
Il punto di svolta fu la riunione Opec del 27 novembre 2014, quando il petrolio era già precipitato da 115 a 70 dollari al barile. Invocando la necessità di battere la concorrenza del petrolio di scisto americano, il ministro saudita Ali al-Naimi avviava allora la guerra dei prezzi: invece di chiudere i rubinetti della produzione secondo lui conveniva inondare i mercati perché una volta neutralizzato il greggio Usa, più costoso da estrarre, le quotazioni sarebbero risalite.
Questa manovra avrebbe avuto un effetto collaterale decisivo agli occhi della monarchia saudita: l’asfissia economica del nemico iraniano, sostenitore del regime siriano di Assad, degli Hezbollah libanesi, dei ribelli Houthi in Yemen e del governo sciita di Baghdad impegnato nella guerra al Califfato. L’arma del petrolio veniva usata dai Saud contro un concorrente storico contro il quale era stata lanciata da Saddam la guerra degli anni Ottanta sostenuta dai soldi delle monarchie del Golfo.
Ma i sauditi negli ultimi due anni hanno perso la scommessa. Il crollo dei prezzi non si è tradotto in un aumento della domanda e neppure sono stati mandati fuori mercato i produttori americani. Il fatto però più clamoroso è che l’ingresso in campo nel settembre 2015 della Russia in Siria ha permesso ad Assad di restare in sella e si è costituito un asse tra Mosca-Teheran-Damasco e Baghdad con cui ha dovuto fare i conti anche la Turchia di Erdogan, la potenza regionale su cui conta l’Arabia Saudita per costituire un fronte anti-sciita. Mentre Riad è rimasta impantanata in Yemen, un Vietnam arabo di cui si parla troppo poco, la Russia e l’Iran con Assad sono sempre più vicini alla conquista di Aleppo; allo stesso tempo in Iraq, con il sostegno degli Usa e iraniano, il governo sciita, avversato da Riad, ha lanciato l’offensiva contro Mosul, roccaforte dell’Isis.
Gli eventi sono così contrari ai Saud che pure gli Stati Uniti, grande protettore della monarchia wahabita, stanno cercando di venire a patti su Aleppo prima che alla Casa Bianca entri Donald Trump, il quale ha minacciato di rompere l’accordo del 2015 sul nucleare con Teheran, una mossa che secondo il capo uscente della Cia, Brennan, sarebbe “disastrosa” e porterebbe a una proliferazione atomica regionale. È da notare che le sanzioni finanziarie e sul greggio, annullate dall’intesa con il Cinque più Uno, erano costate a Teheran, dal 2011, 100 miliardi di dollari di export. Ma neppure queste perdite enormi poi accompagnate dal calo del petrolio voluto da Riad avevano affossato la repubblica islamica.
L’accordo con l’Iran, osteggiato dai sauditi e dagli israeliani, ora gli Usa lo devono difendere: il segretario di Stato John Kerry è impegnato in una trattativa con il collega russo Serghej Lavrov – domani entrambi saranno presenti al Med-Ispi di Roma – per evitare una disfatta dei ribelli di Aleppo Est appoggiati dagli Stati Uniti, tra cui il nucleo duro è rappresentato dal fronte al Nusra affiliato di al-Qaida, casa madre dell’11 settembre 2001. È l’ennesimo imbroglio mediorientale in cui si sono ficcati gli americani e i loro alleati.
Insieme ai sussulti del Cartello cambiano le alleanze regionali. L’Iraq si è messo d’accordo con i curdi di Massud Barzani per dividere i barili estratti dai pozzi contesi di Kirkuk ma è anche diventato un grande fornitore dell’Egitto da quando i Saud hanno deciso di sospendere le forniture al generale al-Sisi che ora appoggia Assad, al punto da inviare consiglieri militari a Damasco. L’intesa irachena con il Cairo è stata ottenuta con la mediazione degli iraniani e dei russi.
Concentrati nella rivalità con l’Iran, nelle battaglie dello Yemen e contro Assad, i sauditi hanno dovuto cambiare la politica del 2014, spingere sui tagli di produzione e fare qualche concessione a Teheran per risollevare quotazioni ed entrate petrolifere destinate a coprire le spese della difesa: perché come sempre in Medio Oriente – diceva Lord Curzon – ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.
Fonte
01/12/2016
Opec: raggiunto accordo per ridurre la produzione petrolifera
Dopo mesi di estenuanti trattative (sempre tesissime), incontri
formali e non, ieri a Vienna i ministri di 14 Paesi aderenti all’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) hanno
messo da parte momentaneamente le divergenze politiche raggiungendo
un’intesa che prevede la riduzione dei livelli produttivi di greggio di
1,2 milioni di barili al giorno portando così il totale giornaliero a
32,5 milioni di barili. L’accordo entrerà in vigore a gennaio.
Resta ora da capire come l’Organizzazione si accorderà con i Paesi
non-Opec. In primo luogo con la Russia che potrebbe partecipare al
vertice fissato per il 9 dicembre a Doha in cui si dovrebbe chiedere ai
Paesi che non fanno parte del cartello di produrre 600.000 barili di
petrolio al giorno in meno. In passato Mosca si è detta favorevole ad
abbassare di 300.000 barili giornalieri la sua produzione che supera al
momento i 10 milioni di barili al giorno. Una disponibilità, in tal
senso, è stata manifestata anche dall’Oman che si sarebbe impegnata a
tagliare fino al 10% di quanto produce.
A sbloccare lo stallo sui negoziati, ci sarebbero state le “concessioni” fatte dall’Arabia Saudita, Iraq e Iran. Dopo l’accordo sul nucleare, Teheran aveva posto come condizione per un congelamento della propria quota il raggiungimento dei 4 milioni di barili al giorno, ovvero il livello pre-embargo. Richiesta accolta dalla “nemica” Riyadh che ha accordato alla Repubblica islamica di mantenere la produzione a 3,8 milioni di barili al giorno. A sua volta la monarchia saudita ha accettato il taglio di 486.000 barili al giorno e l’Iraq di 210.000. L’annuncio di ieri ha prodotto risultati positivi nei mercati: le quotazioni del greggio sono aumentate e il rialzo dei titoli del settore ha sostenuto le piazze affari (Milano ha registrato la prestazione migliore).
Sembra essersi sbloccata quindi una situazione che nei mesi si era fatta sempre più intricata. Nell’ultima riunione, lo scorso fine ottobre, le divergenze emerse in seno all’Opec erano state numerose. Innanzitutto erano apparse evidenti le resistenze all’accordo di Iran e Iraq. Teheran si era detta restia a bloccare la produzione proprio ora che può tornare ai livelli pre-sanzioni. Baghdad, invece, si era opposta all’intesa perché negli introiti del greggio trova le principali fonti di finanziamento per le spese di guerra contro l’autoproclamato Stato Islamico. Ai malesseri iraniani e iracheni si erano poi aggiunte le richieste di esenzione dal blocco di Libia e Nigeria che, in ripresa dopo un lungo periodo di stallo, avrebbero voluto mantenere uno status privilegiato per tornare a standard di produzione e di esportazione pre-crisi.
Tuttavia, le difficoltà di questi mesi vanno al di là di una mancata intesa economica. A far perdurare lo stallo ha inciso sicuramente il più ampio contesto geopolitico nel quale i Paesi dell’Opec si muovono. In un Medio Oriente e un Nord Africa segnati da un perdurante disequilibrio, dalla lotta contro lo Stato Islamico (Is) e da un’insanabile frattura che divide Iran e Arabia Saudita (che ha portato, di fatto, alla creazione di due blocchi contrapposti), ecco che il petrolio diventa allo stesso tempo moneta di scambio e arma di pressione. La vendita del petrolio finanzia le guerre come quella saudita in Yemen o quella irachena in casa per riconquistare il territorio occupato dall’Is. Senza poi dimenticare che gli oleodotti cementano relazioni internazionali: il Kirkuk-Ceyhan tra il Governo Regionale curdo-iracheno (Krg) e la Turchia; il Green Stream tra Libia e l’Italia.
Quanto detto appare tanto più per vero per ciò che riguarda l’Arabia Saudita. Riyadh, in forte crisi politica a livello interno e nell’area mediorientale, prova ad imporsi come attore di primo piano proprio attraverso il petrolio. Nei mesi passati, infatti, la continua discesa del prezzo del petrolio poteva essere principalmente imputata alla volontà saudita di saturare il mercato in modo da mettere fuori mercato lo shale oil statunitense. Tuttavia, la mossa si è rivelata un boomerang: il crollo del prezzo del greggio ha avuto conseguenze negative per le casse di Riyadh e, dato il suo ingente investimento di fondi in chiave anti-Iran in Yemen, nel Bahrain, in Siria (finanzia qui gruppi islamici più o meno radicali), la scelta di aderire ad un tavolo negoziale in seno all’Opec è stata considerata da Ryadh l’unica strada percorribile. Soprattutto quando appare sempre più fallimentare la politica estera del regno wahhabita: dalla Siria, passando al Libano, arrivando fino in Yemen, re Salman non ha raggiunto alcun obbiettivo concreto nonostante i milioni di dollari investiti.
Fonte
A sbloccare lo stallo sui negoziati, ci sarebbero state le “concessioni” fatte dall’Arabia Saudita, Iraq e Iran. Dopo l’accordo sul nucleare, Teheran aveva posto come condizione per un congelamento della propria quota il raggiungimento dei 4 milioni di barili al giorno, ovvero il livello pre-embargo. Richiesta accolta dalla “nemica” Riyadh che ha accordato alla Repubblica islamica di mantenere la produzione a 3,8 milioni di barili al giorno. A sua volta la monarchia saudita ha accettato il taglio di 486.000 barili al giorno e l’Iraq di 210.000. L’annuncio di ieri ha prodotto risultati positivi nei mercati: le quotazioni del greggio sono aumentate e il rialzo dei titoli del settore ha sostenuto le piazze affari (Milano ha registrato la prestazione migliore).
Sembra essersi sbloccata quindi una situazione che nei mesi si era fatta sempre più intricata. Nell’ultima riunione, lo scorso fine ottobre, le divergenze emerse in seno all’Opec erano state numerose. Innanzitutto erano apparse evidenti le resistenze all’accordo di Iran e Iraq. Teheran si era detta restia a bloccare la produzione proprio ora che può tornare ai livelli pre-sanzioni. Baghdad, invece, si era opposta all’intesa perché negli introiti del greggio trova le principali fonti di finanziamento per le spese di guerra contro l’autoproclamato Stato Islamico. Ai malesseri iraniani e iracheni si erano poi aggiunte le richieste di esenzione dal blocco di Libia e Nigeria che, in ripresa dopo un lungo periodo di stallo, avrebbero voluto mantenere uno status privilegiato per tornare a standard di produzione e di esportazione pre-crisi.
Tuttavia, le difficoltà di questi mesi vanno al di là di una mancata intesa economica. A far perdurare lo stallo ha inciso sicuramente il più ampio contesto geopolitico nel quale i Paesi dell’Opec si muovono. In un Medio Oriente e un Nord Africa segnati da un perdurante disequilibrio, dalla lotta contro lo Stato Islamico (Is) e da un’insanabile frattura che divide Iran e Arabia Saudita (che ha portato, di fatto, alla creazione di due blocchi contrapposti), ecco che il petrolio diventa allo stesso tempo moneta di scambio e arma di pressione. La vendita del petrolio finanzia le guerre come quella saudita in Yemen o quella irachena in casa per riconquistare il territorio occupato dall’Is. Senza poi dimenticare che gli oleodotti cementano relazioni internazionali: il Kirkuk-Ceyhan tra il Governo Regionale curdo-iracheno (Krg) e la Turchia; il Green Stream tra Libia e l’Italia.
Quanto detto appare tanto più per vero per ciò che riguarda l’Arabia Saudita. Riyadh, in forte crisi politica a livello interno e nell’area mediorientale, prova ad imporsi come attore di primo piano proprio attraverso il petrolio. Nei mesi passati, infatti, la continua discesa del prezzo del petrolio poteva essere principalmente imputata alla volontà saudita di saturare il mercato in modo da mettere fuori mercato lo shale oil statunitense. Tuttavia, la mossa si è rivelata un boomerang: il crollo del prezzo del greggio ha avuto conseguenze negative per le casse di Riyadh e, dato il suo ingente investimento di fondi in chiave anti-Iran in Yemen, nel Bahrain, in Siria (finanzia qui gruppi islamici più o meno radicali), la scelta di aderire ad un tavolo negoziale in seno all’Opec è stata considerata da Ryadh l’unica strada percorribile. Soprattutto quando appare sempre più fallimentare la politica estera del regno wahhabita: dalla Siria, passando al Libano, arrivando fino in Yemen, re Salman non ha raggiunto alcun obbiettivo concreto nonostante i milioni di dollari investiti.
Fonte
06/11/2016
Petrolio: merce di scambio e arma di pressione
di Francesca La Bella
Il prezzo del petrolio ha ricominciato a scendere. Dopo la ventata di
ottimismo data dall’accordo di Algeri di fine settembre, il mancato
raggiungimento di una mediazione a Vienna ha indotto un significativo
ribasso del valore del greggio sul mercato mondiale. Durante la riunione
Opec della scorsa settimana, infatti, non è stato possibile confermare
la limitazione della produzione di petrolio decisa ad Algeri e la
discussione è stata rimandata ad una nuova riunione da tenersi
nuovamente a Vienna il 30 novembre. Le problematiche che avrebbero
portato a questo “nulla di fatto” sarebbero numerose: le
resistenze all’accordo di Iran e Iraq, i primi restii a bloccare la
produzione proprio ora che per Teheran sarebbe possibile tornare ai
livelli pre-sanzioni ed i secondi che, negli introiti del greggio,
trovano fonte di finanziamento primaria per le spese di guerra interna;
le richieste di esenzione dal blocco di Libia e Nigeria che, in ripresa
dopo un lungo periodo di stallo, vorrebbero mantenere uno status
privilegiato per tornare a standard di produzione e di esportazione
pre-crisi. Perché il quadro sia completo, bisogna, però,
aggiungere alcune importanti variabili esterne al mondo Opec. Da un lato
la crescente produzione petrolifera statunitense costituisce la
principale concorrenza per la commercializzazione del petrolio Opec e
incide in maniera significativa sul mercato del greggio, dall’altra la
Russia, tra i principali promotori di un accordo di contenimento della
produzione, avrebbe dichiarato che qualsiasi azione in questo senso non
potrà avere seguito senza un preliminare accordo in seno all’Opec,
facendo in questo modo mancare il proprio sostegno esterno al progetto.
Il mancato accordo riflette una realtà
di difficili relazioni tra produttori petroliferi con una rilevanza che
trascende dal semplice ambito economico. Per valutare le cause e le
conseguenze di questa situazione, infatti, si guardi al più ampio ambito
geopolitico in cui queste potenze si muovono. In un Medio
Oriente e un Nord Africa segnati da un perdurante disequilibrio, dalla
lotta contro lo Stato Islamico e da un’insanabile frattura che divide
Iran e Arabia Saudita portando, di fatto, alla creazione di due blocchi
contrapposti, il petrolio diventa allo stesso tempo moneta di scambio e
arma di pressione. La vendita del petrolio finanzia gli
eserciti, come quello saudita in Yemen o quello iracheno in lotta per la
riconquista di Mosul. Gli oleodotti cementano relazioni internazionali,
come per il Kirkuk-Ceyhan dal Governo Regionale curdo-iracheno (Krg)
alla Turchia o il Green Stream dalla Libia all’Italia. La spartizione
della commercializzazione del greggio riflette la potenza regionale
degli Stati nazionali e, così, un Paese come l’Arabia Saudita, in forte
crisi politica a livello interno e d’area, prova ad imporsi come attore
di primo piano proprio attraverso il petrolio.
In questo senso è molto interessante
leggere le valutazioni fatti da analisti internazionali in merito alla
fluttuazione del prezzo del petrolio e di come questo sia influenzato
positivamente (in rialzo) dall’instabilità geopolitica. Stratas Advisors
ad esempio, sottolinea come la politica saudita anti-Iran nell’area
abbia avuto un ruolo chiave nel disequilibrio della regione. Secondo
quanto riportato nel report settimanale sull’andamento del greggio
della società statunitense di consulenza nel settore energetico,
attualmente il rischio più grande per il Medio Oriente sarebbe il
potenziale per un grande conflitto settario. Come sottolineato
dal team macroeconomico di Stratas, le tensioni sarebbero, infatti, in
aumento. Nel mese di luglio, Turki al Faisal, ex ministro
dell’intelligence saudita e ambasciatore negli Stati Uniti e nel Regno
Unito, avrebbe espresso il suo appoggio alle rivendicazioni del gruppo
dissidente iraniano MEK mentre numerose fonti avrebbero confermato il
sostegno logistico dell’Arabia Saudita alle minoranze interne all’Iran
in una logica di destabilizzazione del colosso persiano dall’interno.
Il ruolo di Ryad in questo
contesto di disequilibrio è, quindi, da considerarsi centrale. In
parallelo all’azione politico-diplomatica, l’azione sul mercato del
petrolio sembra essere parte di una strategia complessiva di riconquista
del proprio ruolo regionale ed internazionale. Nei mesi
passati, infatti, la continua discesa del prezzo del petrolio poteva
essere principalmente imputata alla volontà dell’Arabia Saudita di
saturare il mercato in modo da mettere fuori gioco lo shale oil
statunitense. Allo stesso tempo il crollo del prezzo del greggio ha
avuto un forte impatto sulle casse saudite e, dato l’ingente
investimento di fondi in Yemen, in Bahrain e in tutti i contesti d’area
considerati prioritari nell’opera di contenimento del potenziale
iraniano, la scelta di aderire ad un tavolo negoziale in seno all’Opec è
stata considerata da Ryad l’unica strada percorribile. A fronte della
mancata adesione al progetto di Iraq e Iran e delle potenzialità di
produzione di Libia e Nigeria, l’Arabia Saudita potrebbe, però,
fare un passo indietro per mantenere il proprio ruolo di leader del
settore e non dover sostenere il peso dei tagli senza la possibilità di
beneficiare di un prezzo di vendita maggiore.
21/04/2016
Le debolezze saudite in scena a Doha
di Francesca La Bella
I negoziati di Doha per la riduzione della produzione di petrolio, nonostante le grandi attese dei giorni precedenti, sono falliti. L’accordo che per molti paesi, Russia in primis, sembrava essere una pura formalità, si è reso impraticabile per la mancata partecipazione al vertice dell’Iran e per il voto contrario dell’Arabia Saudita. Gli effetti sul mercato sono stati immediati, ma i numeri mostrano una ricaduta sul prezzo del petrolio meno accentuata di quella che ci si sarebbe potuti aspettare in un primo momento a causa di numerose variabili accessorie che si sono innestate nelle dinamiche in atto.
Da un lato lo sciopero dei lavoratori del comparto petrolifero del Kuwait ha ridotto la produzione del piccolo paese della Penisola arabica di circa il 60% passando da 3 milioni di barili al giorno a 1,1 milioni con un impatto sui mercati ben maggiore di quello che sarebbe stato ottenuto con il congelamento della produzione previsto a Doha.
Dall’altro due fenomeni
contestuali e, tra loro, apparentemente contrastanti, hanno contribuito a
frenare la discesa dei prezzi del petrolio: il calo di produzione di
Venezuela e Nigeria e la crescente vendibilità dei “bond spazzatura”
dello shale oil statunitense. La minore capacità di
esportazione dei due membri OPEC, conseguente ad una crescente crisi
fiscale nel paese sud americano e degli attacchi di milizie ribelli ad
oleodotti e strutture estrattive nello Stato africano, ha avuto effetti
similari a quelli dello sciopero in Kuwait, riducendo l’offerta di
greggio e portando, in maniera diretta ed immediata, ad un aumento dei
prezzi sul mercato mondiale.
Il crollo dei prezzi dei mesi passati ha
indotto, invece, una crisi di vaste proporzioni per quanto riguarda il
settore estrattivo statunitense. Da alcuni anni il comparto petrolifero
statunitense ha investito sul fracking, metodo estrattivo che prevede la
frammentazione delle rocce per permettere un più efficace sfruttamento
delle risorse petrolifere. L’innovativa tecnologia, a prescindere dal
grave impatto ambientale della stessa, ha, nel lungo periodo e lavorando
in economia di scala, significativi margini di profitto, ma nel breve
periodo, presenta alti costi di produzione che necessitano di un prezzo
di vendita superiore ai 50 dollari al barile per non fallire.
La politica di sovrapproduzione
attuata dall’Arabia Saudita per mettere lo shale oil fuori mercato
avrebbe, in questo senso, funzionato, portando molte aziende a chiudere e
riducendo, di conseguenza, sia la capacità di esportazione statunitense
sia il valore dei titoli relativi. Questo fenomeno avrebbe, però, avuto
due effetti positivi sul mercato: minore produzione e, quindi, aumento
dei prezzi, minore valore dei titoli e, quindi, maggiore vendibilità
degli stessi. Il deprezzamento dei titoli li avrebbe, infatti,
resi maggiormente attraenti per gli investitori, dando nuovo vigore al
settore, nonostante l’alto rischio di insolvenza.
La volatilità del settore lascia, però, nel dubbio gli operatori economici e così la forte ripresa di martedì con un rialzo del Brent fino a 44 dollari al barile (+2,5%) e del Wti oltre i 41 dollari è stata immediatamente frenata dalla conclusione dello sciopero in Kuwait con ribassi corrispondenti del 1,5% e del 2,1% . Benché l’interdipendenza tra diverse variabili induca un continuo mutamento delle condizioni di contesto che non permette previsioni inequivocabili per il lungo periodo, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), il mercato globale del petrolio si potrebbe riequilibrare nel secondo semestre di quest’anno grazie alla crisi dello shale oil statunitense ed alla crescita della domanda globale dovuta alla ripresa di alcuni mercati asiatici come quello indiano. La previsione, però, antecedente al fallimento di Doha, dovrà essere messa alla prova dei fatti nelle prossime settimane.
Leggere Doha solo alla luce degli effetti sul comparto petrolifero potrebbe, però, essere riduttivo. Il fallimento dell’incontro ha, infatti, evidenziato alcuni fenomeni che, pur essendo strettamente collegati alle dinamiche economiche mondiali, trascendono da esse, investendo maggiormente la politica ed il balance of power tra soggetti internazionali. In primo luogo si sono rese evidenti le spaccature interne all’OPEC e la mancanza di linee guida comuni tra i membri. E’ divenuta, altresì, palese, la volontà dell’Arabia Saudita di difendere il proprio ruolo guida a prescindere dalle conseguenze sugli altri attori e dagli oneri derivanti per il proprio paese e per i membri OPEC da queste scelte: l’utilizzo, dunque, del prezzo del petrolio come arma di pressione in una fase di arretramento della legittimità della monarchia saudita nell’area.
Doha è stata, inoltre, una delle prime occasioni per verificare le relazioni tra Iran e Arabia Saudita dopo la fine delle sanzioni internazionali contro Teheran. La distanza tra i due paesi, su fronti opposti in tutte le maggiori questioni d’area e da sempre concorrenti per la leadership regionale, sembra essersi approfondita a seguito della riabilitazione internazionale del governo iraniano a danno del ruolo regionale saudita. L’incontro di Doha, secondo molti analisti, sarebbe da percepire come una rappresentazione teatrale di questa guerra fredda del Golfo persico con un Iran forte e poco disposto alla mediazione e un’Arabia Saudita sempre più indebolita da fattori interni ed esterni che ha la necessità di ribadire l’impossibilità di prendere decisioni senza l’avallo di Ryad.
Fonte
18/04/2016
Fallisce il vertice di Doha, il petrolio non risalirà
Il mondo capitalistico funziona ormai al contrario. L’ennesima prova, non finanziaria, è arrivata con il fallimento del vertice di Doha tra i grandi produttori di petrolio, che riuniva sia i membri dell’Opec che quelli non appartenenti allo storico cartello.
In tempi normali, infatti, questo fallimento foriero di un ribasso dei prezzi del greggio avrebbe spinto all’insù le quotazioni azionarie e dato fiato alle aspettative di una più rapida crescita dell’economia globale.
In questo caso, invece, si sperava in un accordo per il congelamento della produzione di greggio, che avrebbe favorito un rialzo dei prezzi. E la reazione dei mercati, negativa, non si è fatta attendere.
Nel merito, la questione appare relativamente semplice. L’Arabia Saudita aveva dato il via, quasi due anni fa, a un aumento della produzione tale da abbattere rapidamente il prezzo internazionale del greggio. Gli obiettivi erano espliciti: far fuori i produttori americani di shale oil, che ha prezzi di produzione alti, tra i 50 e gli 80 dollari al barile, e contemporaneamente provocare la crisi di Russia e Iran, alleati con Assad.
Un obiettivo a scadenza, insomma, perché un duraturo tracollo del prezzo del petrolio – da oltre 100 a quasi 30 dollari al barile – non era ovviamente neanche negli interessi della monarchia saudita. La quale ha infatti pagato cara la scelta, fino al punto da dover varare per il 2016 una legge finanziaria all’insegna... dell’austerità.
L’Iran ha raggiunto invece un accordo storico con l’Occidente sul nucleare e sta soltanto ora riprendendo a far crescere la sua produzione di petrolio come conseguenza della fine dell’embargo. La Russia, in qualche modo, ha tenuto botta. Mentre tutti i produttori, sia Opec che non, stanno cercando di compensare la diminuzione delle entrate petrolifere tirando la produzione fino al limite del possibile. Una strategia evidentemente suicida, ancorché obbligata, perché in questo modo il prezzo non può più risalire.
Il vertice di Doha doveva almeno congelare i livelli produttivi di tutti i paesi ai livelli non bassissimi di gennaio. Ma nonostante un prolungamento di dieci ore della riunione, non si è arrivati a nessuna conclusione. Per colpa dell’Arabia Saudita, soprattutto, che aveva preteso come precondizione che anche l’Iran congelasse la produzione... al livello di quando era sotto embargo. Naturalmente la pretesa è stata rinviata al mittente, tanto che l’Iran non si è neanche presentato alla riunione.
Questo significa che il prezzo del petrolio crollerà a livelli da inizio millennio?
Difficile crederlo. In primo luogo perché i prezzi bassi impediscono nuovi investimenti. Per esempio buona parte di quelli che si attendeva l’Iran per poter ammodernare i propri impianti e risalire velocemente nei livelli produttivi. In secondo luogo perché i produttori statunitensi dello shale oil cominciano a fallire uno dopo l’altro, inguaiando pesantemente la finanza Usa, che aveva largheggiato in prestiti quando il prezzo era sopra i 100 dollari e il ritorno sembrava un gioco da ragazzi. Terzo, perché la guerra in Iraq, Siria e Libia non è affatto finita – o iniziata davvero – e quindi riduce comunque la produzione possibile in questi tre paesi.
Fonte
In tempi normali, infatti, questo fallimento foriero di un ribasso dei prezzi del greggio avrebbe spinto all’insù le quotazioni azionarie e dato fiato alle aspettative di una più rapida crescita dell’economia globale.
In questo caso, invece, si sperava in un accordo per il congelamento della produzione di greggio, che avrebbe favorito un rialzo dei prezzi. E la reazione dei mercati, negativa, non si è fatta attendere.
Nel merito, la questione appare relativamente semplice. L’Arabia Saudita aveva dato il via, quasi due anni fa, a un aumento della produzione tale da abbattere rapidamente il prezzo internazionale del greggio. Gli obiettivi erano espliciti: far fuori i produttori americani di shale oil, che ha prezzi di produzione alti, tra i 50 e gli 80 dollari al barile, e contemporaneamente provocare la crisi di Russia e Iran, alleati con Assad.
Un obiettivo a scadenza, insomma, perché un duraturo tracollo del prezzo del petrolio – da oltre 100 a quasi 30 dollari al barile – non era ovviamente neanche negli interessi della monarchia saudita. La quale ha infatti pagato cara la scelta, fino al punto da dover varare per il 2016 una legge finanziaria all’insegna... dell’austerità.
L’Iran ha raggiunto invece un accordo storico con l’Occidente sul nucleare e sta soltanto ora riprendendo a far crescere la sua produzione di petrolio come conseguenza della fine dell’embargo. La Russia, in qualche modo, ha tenuto botta. Mentre tutti i produttori, sia Opec che non, stanno cercando di compensare la diminuzione delle entrate petrolifere tirando la produzione fino al limite del possibile. Una strategia evidentemente suicida, ancorché obbligata, perché in questo modo il prezzo non può più risalire.
Il vertice di Doha doveva almeno congelare i livelli produttivi di tutti i paesi ai livelli non bassissimi di gennaio. Ma nonostante un prolungamento di dieci ore della riunione, non si è arrivati a nessuna conclusione. Per colpa dell’Arabia Saudita, soprattutto, che aveva preteso come precondizione che anche l’Iran congelasse la produzione... al livello di quando era sotto embargo. Naturalmente la pretesa è stata rinviata al mittente, tanto che l’Iran non si è neanche presentato alla riunione.
Questo significa che il prezzo del petrolio crollerà a livelli da inizio millennio?
Difficile crederlo. In primo luogo perché i prezzi bassi impediscono nuovi investimenti. Per esempio buona parte di quelli che si attendeva l’Iran per poter ammodernare i propri impianti e risalire velocemente nei livelli produttivi. In secondo luogo perché i produttori statunitensi dello shale oil cominciano a fallire uno dopo l’altro, inguaiando pesantemente la finanza Usa, che aveva largheggiato in prestiti quando il prezzo era sopra i 100 dollari e il ritorno sembrava un gioco da ragazzi. Terzo, perché la guerra in Iraq, Siria e Libia non è affatto finita – o iniziata davvero – e quindi riduce comunque la produzione possibile in questi tre paesi.
Fonte
22/02/2016
Petrolio, la vendetta dell'Iran
di Carlo Musilli
Dopo anni di marginalità forzata, l'Iran torna ad avere il coltello dalla parte del manico sul mercato del petrolio. La rivalsa di Teheran è legata non soltanto alla revoca delle sanzioni in seguito all'accordo sul nucleare, ma anche ai calcoli sbagliati dall'Arabia Saudita, che la settimana scorsa ha cercato invano di correggere la propria strategia.
Insieme a Qatar e Venezuela (entrambi Paesi Opec), martedì 16 febbraio Riyadh ha siglato un accordo con la Russia per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio. Non si tratta di una svolta in grado di far risalire il prezzo del barile nel lungo termine, dal momento che l’attuale livello di produzione globale supera la domanda di almeno due milioni di barili al giorno, ma l'intesa è comunque importante, perché segna la fine di un muro contro muro durato 15 anni e l'inizio di una fase di disgelo fra Mosca e il cartello dei produttori.
Con questa mossa l'Arabia Saudita – dominus dell'Opec – rinnega per la prima volta la politica della sovrapproduzione inaugurata mesi fa per abbattete i prezzi e danneggiare così i Paesi concorrenti, guadagnando quote di mercato a livello globale. La prima parte del piano ha funzionato: se nella seconda metà del 2014 i prezzi del petrolio viaggiavano oltre i 100 dollari al barile, quest’anno sia il Brent sia il Wti sono scesi fin sotto i 30 dollari (oggi si attestano poco oltre questa soglia), toccando i livelli più bassi da oltre 10 anni.
Eppure, la caduta dei prezzo non ha dato finora i risultati che Riyadh sperava, visto che nel mirino dei sauditi c’era in primo luogo la produzione statunitense di shale oil (il petrolio ottenuto con la tecnica non convenzionale del fracking, la fratturazione idraulica della roccia). Anche se è stato raggiunto l’obiettivo minimo – evitare che gli Stati Uniti si affrancassero dai Paesi arabi per l’approvvigionamento di energia – le società Usa di shale oil costrette a dichiarare bancarotta sono state molte meno di quelle che ci si attendeva alcuni mesi fa. Secondo le ultime stime, i giacimenti di petrolio da scisto di almeno 10 contee del Texas potrebbero viaggiare in utile anche con prezzi inferiori ai 30 dollari al barile e in alcuni casi la soglia di sopravvivenza sarebbe addirittura a 22,5 dollari. Il settore, insomma, ha rivelato capacità di resistenza superiori a quelle pronosticate dai sauditi.
Il fallimento su questo fronte non è facile da accettare per l’Arabia, che per attuare la strategia dei prezzi bassi ha sacrificato anche i propri redditi da petrolio (il 90% delle entrate del Paese), chiudendo il 2015 con un deficit pubblico di circa 130 miliardi di dollari, pari a 118 miliardi di euro (per intenderci, più di tre volte l’ultima legge di Stabilità italiana). Il disavanzo record ha costretto Riyadh ad annunciare un taglio alla spesa e ai sussidi pubblici, provocando non poco malcontento.
A questo punto, però, invertire la rotta non è facile. Un semplice taglio della produzione non basterebbe a far risalire le quotazioni in modo significativo nel lungo periodo, almeno per due ragioni. Primo, perché per rivelarsi efficace la riduzione dovrebbe essere davvero molto significativa, addirittura superiore al 50% stando ai calcoli di vari analisti. Secondo, perché un’operazione del genere dovrebbe essere concordata perlomeno fra Opec e Russia: se fosse messa in pratica da un singolo Paese – anche dall’Arabia Saudita – equivarrebbe a un suicidio commerciale.
Non a caso, l’accordo siglato a Doha il 16 febbraio prevedeva una clausola: “I quattro Paesi – ha spiegato Mohammed Saleh al-Sada, ministro del petrolio del Qatar – hanno concordato di congelare la produzione ai livelli di gennaio a condizione che gli altri grandi produttori facciano lo stesso”.
Il riferimento è naturalmente all’Iran, che a gennaio, subito dopo la fine delle sanzioni – per colpa delle quali le sue esportazioni di greggio sono crollate da circa 2,5 milioni di barili al giorno nel 2011 agli attuali 1,1 mbg – aveva annunciato un piano per aumentare l’export di petrolio di 500mila barili al giorno.
Com’era prevedibile, mercoledì 17 febbraio Mehdi Asali, delegato iraniano all’Opec, ha definito “illogica” la richiesta di congelare la produzione: gli altri esportatori hanno approfittato degli anni di embargo nei confronti della Repubblica islamica per aumentare il loro output fino a 4 milioni di barili al giorno “e ora si aspettano che l’Iran paghi il costo di un riequilibrio. Se ci chiedono di diminuire la nostra produzione, la risposta è no”.
Subito
dopo il ministro del petrolio iraniano Bijan Zanganeh, al termine di un
incontro con i suoi omologhi di Iraq, Qatar e Venezuela, ha detto che
Teheran “appoggia la decisione presa da membri Opec e paesi non-Opec di
mantenere un tetto alla produzione per stabilizzare il mercato e i
prezzi a beneficio dei produttori e dei consumatori”. Parole sibilline
con cui il ministro è riuscito a confondere i mercati, provocando un
immediato e inspiegabile rialzo delle quotazioni che è stato riassorbito
nei giorni seguenti.
In realtà, la posizione dell’Iran è piuttosto chiara: se gli altri Paesi si sforzano di far risalire il prezzo del greggio ben venga, ma non si può pretendere che questo obiettivo sia raggiunto con la collaborazione di Teheran, che dal 2013 a causa degli embarghi internazionali ha perso qualcosa come 5 miliardi di dollari al mese. Insomma, la produzione globale aumenterà invece di diminuire o di stabilizzarsi. Del resto, con l’Arabia Saudita in difficoltà, come si può chiedere all’Iran di non picchiare sulla ferita?
Fonte
Dopo anni di marginalità forzata, l'Iran torna ad avere il coltello dalla parte del manico sul mercato del petrolio. La rivalsa di Teheran è legata non soltanto alla revoca delle sanzioni in seguito all'accordo sul nucleare, ma anche ai calcoli sbagliati dall'Arabia Saudita, che la settimana scorsa ha cercato invano di correggere la propria strategia.
Insieme a Qatar e Venezuela (entrambi Paesi Opec), martedì 16 febbraio Riyadh ha siglato un accordo con la Russia per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio. Non si tratta di una svolta in grado di far risalire il prezzo del barile nel lungo termine, dal momento che l’attuale livello di produzione globale supera la domanda di almeno due milioni di barili al giorno, ma l'intesa è comunque importante, perché segna la fine di un muro contro muro durato 15 anni e l'inizio di una fase di disgelo fra Mosca e il cartello dei produttori.
Con questa mossa l'Arabia Saudita – dominus dell'Opec – rinnega per la prima volta la politica della sovrapproduzione inaugurata mesi fa per abbattete i prezzi e danneggiare così i Paesi concorrenti, guadagnando quote di mercato a livello globale. La prima parte del piano ha funzionato: se nella seconda metà del 2014 i prezzi del petrolio viaggiavano oltre i 100 dollari al barile, quest’anno sia il Brent sia il Wti sono scesi fin sotto i 30 dollari (oggi si attestano poco oltre questa soglia), toccando i livelli più bassi da oltre 10 anni.
Eppure, la caduta dei prezzo non ha dato finora i risultati che Riyadh sperava, visto che nel mirino dei sauditi c’era in primo luogo la produzione statunitense di shale oil (il petrolio ottenuto con la tecnica non convenzionale del fracking, la fratturazione idraulica della roccia). Anche se è stato raggiunto l’obiettivo minimo – evitare che gli Stati Uniti si affrancassero dai Paesi arabi per l’approvvigionamento di energia – le società Usa di shale oil costrette a dichiarare bancarotta sono state molte meno di quelle che ci si attendeva alcuni mesi fa. Secondo le ultime stime, i giacimenti di petrolio da scisto di almeno 10 contee del Texas potrebbero viaggiare in utile anche con prezzi inferiori ai 30 dollari al barile e in alcuni casi la soglia di sopravvivenza sarebbe addirittura a 22,5 dollari. Il settore, insomma, ha rivelato capacità di resistenza superiori a quelle pronosticate dai sauditi.
Il fallimento su questo fronte non è facile da accettare per l’Arabia, che per attuare la strategia dei prezzi bassi ha sacrificato anche i propri redditi da petrolio (il 90% delle entrate del Paese), chiudendo il 2015 con un deficit pubblico di circa 130 miliardi di dollari, pari a 118 miliardi di euro (per intenderci, più di tre volte l’ultima legge di Stabilità italiana). Il disavanzo record ha costretto Riyadh ad annunciare un taglio alla spesa e ai sussidi pubblici, provocando non poco malcontento.
A questo punto, però, invertire la rotta non è facile. Un semplice taglio della produzione non basterebbe a far risalire le quotazioni in modo significativo nel lungo periodo, almeno per due ragioni. Primo, perché per rivelarsi efficace la riduzione dovrebbe essere davvero molto significativa, addirittura superiore al 50% stando ai calcoli di vari analisti. Secondo, perché un’operazione del genere dovrebbe essere concordata perlomeno fra Opec e Russia: se fosse messa in pratica da un singolo Paese – anche dall’Arabia Saudita – equivarrebbe a un suicidio commerciale.
Non a caso, l’accordo siglato a Doha il 16 febbraio prevedeva una clausola: “I quattro Paesi – ha spiegato Mohammed Saleh al-Sada, ministro del petrolio del Qatar – hanno concordato di congelare la produzione ai livelli di gennaio a condizione che gli altri grandi produttori facciano lo stesso”.
Il riferimento è naturalmente all’Iran, che a gennaio, subito dopo la fine delle sanzioni – per colpa delle quali le sue esportazioni di greggio sono crollate da circa 2,5 milioni di barili al giorno nel 2011 agli attuali 1,1 mbg – aveva annunciato un piano per aumentare l’export di petrolio di 500mila barili al giorno.
Com’era prevedibile, mercoledì 17 febbraio Mehdi Asali, delegato iraniano all’Opec, ha definito “illogica” la richiesta di congelare la produzione: gli altri esportatori hanno approfittato degli anni di embargo nei confronti della Repubblica islamica per aumentare il loro output fino a 4 milioni di barili al giorno “e ora si aspettano che l’Iran paghi il costo di un riequilibrio. Se ci chiedono di diminuire la nostra produzione, la risposta è no”.
In realtà, la posizione dell’Iran è piuttosto chiara: se gli altri Paesi si sforzano di far risalire il prezzo del greggio ben venga, ma non si può pretendere che questo obiettivo sia raggiunto con la collaborazione di Teheran, che dal 2013 a causa degli embarghi internazionali ha perso qualcosa come 5 miliardi di dollari al mese. Insomma, la produzione globale aumenterà invece di diminuire o di stabilizzarsi. Del resto, con l’Arabia Saudita in difficoltà, come si può chiedere all’Iran di non picchiare sulla ferita?
Fonte
07/01/2016
Petrolio ai minimi, pericoli ai massimi
Tutto va al contrario, difficile parlare di normalità. Parliamo di economia globale, naturalmente, dove tutte le certezze consegnate ai manuali di macroeconomia liberista sono semplicemente sovvertite, rovesciate di segno.
Esempi? Quanti ne volete. L'inflazione, per dire la più semplice. Si insegna forse persino all'istituto per geometri che – se le banche centrali abbassano i tassi o addirittura (misura “non convenzionale”, quindi non prevista dai manuali) immettono liquidità nel sistema finanziario – l'eccesso di moneta produce “spontaneamente” aumento dei prezzi. E invece niente. Sette anni di tassi (Usa) azzerati e tre anni di quantitative easing (solo uno quello della Bce, ma non è che l'inizio) non hanno prodotto neanche un briciolo di inflazione. Piatta dappertutto, negativa in alcune aree o paesi. E gli investimenti, giustamente, languono.
Altro esempio, il prezzo del petrolio. Si sa che le riserve sotterranee sono limitate e che – forse – siamo giunti come umanità molto vicini al “picco di Hubbert” globale, ovvero ad averne consumato la metà di quanto la natura ci ha messo a disposizione. Teoricamente, il prezzo dovrebbe esplodere. E lo aveva fatto, fino al 2008 (record a 147 dollari, +600% in sei anni), quando il crollo dei mercati mondiali seguito al fallimento di Lehmann Brothers ha fatto precipitare il prezzo a 30 dollari al barile. Tutto normale, tutto secondo le regole dei manuali, perché – nonostante i ben noti limiti fisici – se l'economia si ferma diminuisce drasticamente anche il fabbisogno di energia. Dunque la domanda e infine il prezzo.
Poi sono intervenuti nuovi soggetti produttori, con nuove tecniche estrattive adatte a sfruttare risorse fin lì trascurate perché troppo costose in regime di bassi prezzi: lo shale oil, soprattutto negli Stati Uniti, con la devastante (per l'ambiente) tecnica del fracking. Ma il prezzo è risalito egualmente, per qualche anno (mediamente intorno ai 100 dollari al barile), perché comunque le economie emergenti – Cina in testa – tiravano da pazzi. Ed erano economie a bassa-media tecnologia, per la maggior parte, quindi fortemente energivore.
La botta fuori logica di mercato è arrivata dall'Arabia Saudita, che ha cercato – inutilmente – di far fuori diversi concorrenti abbattendo il prezzo, ovvero aumentando a dismisura la sua produzione. È anche l'unico paese produttore che possedeva spare capacity, ovvero un margine potenziale più alto dell'estrazione quotidiana “normale”. Ha certamente fatto molto male ai suoi obiettivi (Russia, Iran e e società Usa dello shale, che ha un costo di estrazione medio tra i 40 e gli 80 dollari al barile), ma si è anche fatta malissimo da sola. Per la prima volta (vedi qui) nella sua breve storia il regno saudita ha presentato un bilancio statale in rosso e quindi varato misure di austerità tanto drastiche quanto insolite per la patria degli sceicchi.
Qui i manuali di macroeconomia liberista – ne ha scritto uno anche Giavazzi, se siete curiosi – predicono unanimemente: “forte rialzo dei prezzi”, come obiettivo. Quindi diminuzione della produzione, magari concordata con gli altri membri del cartello Opec.
E invece – sempre per scelta saudita – nessun accordo tra i 13 membri, tutti a pompare come dannati per tener su il massimo possibile le entrate pur in presenza di un prezzo unitario internazionale più basso. Mentre l'intervento dei Saud in Yemen inghiotte sei miliardi di dollari al mese.
Infine la provocazione politica della decapitazione del massimo imam sciita nell'Arabia a maggioranza sunnita, l'assalto all'ambasciata degli sceicchi a Tehran, la rottura delle relazioni diplomatiche, i motori degli aerei da caccia tenuti sempre caldi, le truppe in allerta...
Qui i manuali e l'esperienza pratica di un settantennio sentenziano: “forte rialzo dei prezzi”. Se soffiano venti di guerra tra tutti i paesi del Golfo Persico, non può avvenire altro. E invece niente. Il barile crolla ancora, tutti i giorni: 32 dollari oggi per il Brent (la qualità migliore, più facilmente raffinabile), addirittura meno di 30 dollari per il “barile Opec”, ovvero la media delle qualità disomogenee estratte dai membri del cartello.
Se il mondo va al contrario, qualcosa significa. Non serve essere scienziati per capirlo.
In primo luogo significa che non va – e non andrà, perlomeno nell'orizzonte temporale su cui ragionano “i mercati” (un anno al massimo) – l'economia reale del pianeta. La lenta caduta della Cina basta e avanza a tagliare le previsioni di crescita della domanda di energia, e quindi anche dei prezzi. Idem o peggio per tutti gli “emergenti”, tranne forse l'India, che cresce al ritmo di oltre il 7%, ma in valori assoluti è ancora un nano o quasi.
Tutto funziona al contrario di quanto scritto nei manuali liberisti. Ma non pensate che quindi tutto possa svilupparsi senza drammi. C'è uno stallo, un'attesa generalizzata di un qualcosa che sparigli le carte, che rompa equilibri di forza ormai paralizzanti (gli Usa sono alleati storici dei sauditi, ma dovrebbero combattere l'Isis creato dai sauditi insieme a russi ed europei; la Turchia è membro della Nato, ma combatte i curdi invece dell'Isis; Russia e Iran combattono l'Isis per limitare indirettamente il peso di Turchia e sauditi, ecc).
Il primo colpo di cannone “vero”, tra protagonisti e non tra “delegati”, può avvenire in qualsiasi momento. Per errore di calcolo, come sempre accaduto nella storia. E fin qui, di calcoli sbagliati (tra Turchia, Arabia Saudita, Unione Europea e Usa), ne sono stati fatti già troppi, per restare senza conseguenze che vadano ben al di là di qualche sanguinoso attentati nelle nostre strade.
A quel punto il prezzo del petrolio avrà per tetto il cielo. Perché ce ne sarà in giro assai poco...
Fonte
Esempi? Quanti ne volete. L'inflazione, per dire la più semplice. Si insegna forse persino all'istituto per geometri che – se le banche centrali abbassano i tassi o addirittura (misura “non convenzionale”, quindi non prevista dai manuali) immettono liquidità nel sistema finanziario – l'eccesso di moneta produce “spontaneamente” aumento dei prezzi. E invece niente. Sette anni di tassi (Usa) azzerati e tre anni di quantitative easing (solo uno quello della Bce, ma non è che l'inizio) non hanno prodotto neanche un briciolo di inflazione. Piatta dappertutto, negativa in alcune aree o paesi. E gli investimenti, giustamente, languono.
Altro esempio, il prezzo del petrolio. Si sa che le riserve sotterranee sono limitate e che – forse – siamo giunti come umanità molto vicini al “picco di Hubbert” globale, ovvero ad averne consumato la metà di quanto la natura ci ha messo a disposizione. Teoricamente, il prezzo dovrebbe esplodere. E lo aveva fatto, fino al 2008 (record a 147 dollari, +600% in sei anni), quando il crollo dei mercati mondiali seguito al fallimento di Lehmann Brothers ha fatto precipitare il prezzo a 30 dollari al barile. Tutto normale, tutto secondo le regole dei manuali, perché – nonostante i ben noti limiti fisici – se l'economia si ferma diminuisce drasticamente anche il fabbisogno di energia. Dunque la domanda e infine il prezzo.
Poi sono intervenuti nuovi soggetti produttori, con nuove tecniche estrattive adatte a sfruttare risorse fin lì trascurate perché troppo costose in regime di bassi prezzi: lo shale oil, soprattutto negli Stati Uniti, con la devastante (per l'ambiente) tecnica del fracking. Ma il prezzo è risalito egualmente, per qualche anno (mediamente intorno ai 100 dollari al barile), perché comunque le economie emergenti – Cina in testa – tiravano da pazzi. Ed erano economie a bassa-media tecnologia, per la maggior parte, quindi fortemente energivore.
La botta fuori logica di mercato è arrivata dall'Arabia Saudita, che ha cercato – inutilmente – di far fuori diversi concorrenti abbattendo il prezzo, ovvero aumentando a dismisura la sua produzione. È anche l'unico paese produttore che possedeva spare capacity, ovvero un margine potenziale più alto dell'estrazione quotidiana “normale”. Ha certamente fatto molto male ai suoi obiettivi (Russia, Iran e e società Usa dello shale, che ha un costo di estrazione medio tra i 40 e gli 80 dollari al barile), ma si è anche fatta malissimo da sola. Per la prima volta (vedi qui) nella sua breve storia il regno saudita ha presentato un bilancio statale in rosso e quindi varato misure di austerità tanto drastiche quanto insolite per la patria degli sceicchi.
Qui i manuali di macroeconomia liberista – ne ha scritto uno anche Giavazzi, se siete curiosi – predicono unanimemente: “forte rialzo dei prezzi”, come obiettivo. Quindi diminuzione della produzione, magari concordata con gli altri membri del cartello Opec.
E invece – sempre per scelta saudita – nessun accordo tra i 13 membri, tutti a pompare come dannati per tener su il massimo possibile le entrate pur in presenza di un prezzo unitario internazionale più basso. Mentre l'intervento dei Saud in Yemen inghiotte sei miliardi di dollari al mese.
Infine la provocazione politica della decapitazione del massimo imam sciita nell'Arabia a maggioranza sunnita, l'assalto all'ambasciata degli sceicchi a Tehran, la rottura delle relazioni diplomatiche, i motori degli aerei da caccia tenuti sempre caldi, le truppe in allerta...
Qui i manuali e l'esperienza pratica di un settantennio sentenziano: “forte rialzo dei prezzi”. Se soffiano venti di guerra tra tutti i paesi del Golfo Persico, non può avvenire altro. E invece niente. Il barile crolla ancora, tutti i giorni: 32 dollari oggi per il Brent (la qualità migliore, più facilmente raffinabile), addirittura meno di 30 dollari per il “barile Opec”, ovvero la media delle qualità disomogenee estratte dai membri del cartello.
Se il mondo va al contrario, qualcosa significa. Non serve essere scienziati per capirlo.
In primo luogo significa che non va – e non andrà, perlomeno nell'orizzonte temporale su cui ragionano “i mercati” (un anno al massimo) – l'economia reale del pianeta. La lenta caduta della Cina basta e avanza a tagliare le previsioni di crescita della domanda di energia, e quindi anche dei prezzi. Idem o peggio per tutti gli “emergenti”, tranne forse l'India, che cresce al ritmo di oltre il 7%, ma in valori assoluti è ancora un nano o quasi.
Tutto funziona al contrario di quanto scritto nei manuali liberisti. Ma non pensate che quindi tutto possa svilupparsi senza drammi. C'è uno stallo, un'attesa generalizzata di un qualcosa che sparigli le carte, che rompa equilibri di forza ormai paralizzanti (gli Usa sono alleati storici dei sauditi, ma dovrebbero combattere l'Isis creato dai sauditi insieme a russi ed europei; la Turchia è membro della Nato, ma combatte i curdi invece dell'Isis; Russia e Iran combattono l'Isis per limitare indirettamente il peso di Turchia e sauditi, ecc).
Il primo colpo di cannone “vero”, tra protagonisti e non tra “delegati”, può avvenire in qualsiasi momento. Per errore di calcolo, come sempre accaduto nella storia. E fin qui, di calcoli sbagliati (tra Turchia, Arabia Saudita, Unione Europea e Usa), ne sono stati fatti già troppi, per restare senza conseguenze che vadano ben al di là di qualche sanguinoso attentati nelle nostre strade.
A quel punto il prezzo del petrolio avrà per tetto il cielo. Perché ce ne sarà in giro assai poco...
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