Un paio di giorni dopo l’annuncio dei paesi produttori di petrolio
sul taglio della produzione di greggio per fermare il rapido crollo
delle quotazioni internazionali, i dubbi sull’efficacia del
provvedimento sembrano tutt’altro che dissolti. Le implicazioni
strategiche dell’accordo sull’asse Mosca-Washington-Riyadh e le scosse
generate sui mercati dall’emergenza Coronavirus rendono particolarmente
dubbia la stabilizzazione del mercato energetico nei prossimi mesi, nonostante l’intervento diretto nella vicenda dello stesso presidente
americano Trump.
La riunione in videoconferenza dei leader dei paesi OPEC, in aggiunta
ad altri membri del G20 produttori di petrolio, aveva portato domenica
sera a un’intesa dell’ultimo minuto per togliere dal mercato, a partire
da maggio, 9,7 milioni di barili di petrolio al giorno. Il formato entro
il quale da qualche tempo vengono prese le più importanti decisioni in
ambito petrolifero è noto come OPEC+, perché allargato alla Russia. In
questo caso hanno preso parte ai negoziati anche altri paesi al di fuori
dell’OPEC, a cominciare – significativamente – dagli Stati Uniti.
La decisione del fine settimana era stata subito accolta con
scetticismo, visto che i nuovi scenari globali, dovuti alla pandemia di
COVID-19, hanno ridotto la richiesta di greggio di oltre il 30% su una
produzione complessiva quotidiana di circa 100 milioni di barili. In
ogni caso, dal primo luglio al 31 dicembre 2020, il taglio ammonterà a
7,7 milioni di barili e infine a 5,8 milioni fino al 30 aprile 2022. Su
queste basi, lunedì i prezzi del “Brent” e del parametro di riferimento
del petrolio USA (“WTI”) erano saliti di appena l’1%.
Sempre lunedì, Trump è allora ricorso a Twitter per
assicurare che le notizie sul taglio di circa 10 milioni di barili al
giorno non erano corrette o risultavano quanto meno incomplete. Il
ridimensionamento della produzione dovrebbe toccare infatti i 20 milioni
di barili al giorno, una volta considerati gli impegni alla riduzione
dei produttori al di fuori dell’OPEC.
Tra questi ultimi ci sono proprio gli Stati Uniti, storicamente
contrari a partecipare ad accordi di “cartelli” come l’organizzazione
con sede a Vienna. La posizione americana appare a questo proposito
complessa. Russia e Arabia Saudita nel mese di marzo avevano messo in
atto manovre deliberate per inondare di greggio un mercato già saturo e
in presenza di una domanda internazionale in fase calante. I sauditi, in
particolare, avevano applicato forti sconti alle esportazioni di
petrolio, in modo da sottrarre quote di mercato ai propri concorrenti.
Per Riyadh e soprattutto per Mosca, l’obiettivo cruciale era colpire
la produzione di petrolio americano che aveva beneficiato della
stabilizzazione dei prezzi negli ultimi anni, derivante appunto
dall’intesa tra Russia e Arabia Saudita nel quadro del cosiddetto OPEC+.
Quotazioni attorno ai 20/30 dollari il barile o addirittura inferiori
risultano infatti insostenibili per l’industria estrattiva sul suolo
statunitense, dove a operare, oltre ai giganti del settore, sono molte
compagnie di dimensioni più o meno ridotte con costi di produzione
elevati e spesso fortemente indebitate.
Il coinvolgimento di Washington nelle trattative internazionali è
diventato perciò necessario per evitare una valanga di fallimenti e
l’aggiunta di altre centinaia di migliaia di disoccupati a quelli già
provocati dalle chiusure in molti settori dell’economia a causa
dell’epidemia in corso. Trump ha così ostentato il suo contributo a un
accordo con Russia e Arabia Saudita, ma gli effetti benefici che esso
potrà avere per l’industria petrolifera USA e per il mercato globale
sono tutt’altro che certi.
Uno degli aspetti da valutare sarà l’effettivo impegno americano per
il taglio della produzione. L’amministrazione Trump è sembrata
attestarsi sulla posizione tradizionale degli Stati Uniti, sostenendo
che la riduzione non avverrà in seguito a una decisione politica ma in
conseguenza del calo della domanda internazionale di greggio. Nei giorni
precedenti l’intesa, ambienti del Cremlino avevano escluso che ciò
potesse bastare per dare il proprio consenso, mentre, a loro dire, era
necessario un impegno esplicito da parte di Washington, visti anche i
vantaggi goduti finora dai produttori americani sostanzialmente a
discapito di Mosca (e Riyadh).
Sui contenuti dell’accordo condiviso da Trump e Putin non vi è ancora
chiarezza ma è evidente che sarà in primo luogo questo aspetto a
determinare l’efficacia di quanto deciso domenica dall’OPEC e dagli
altri paesi produttori. Alcuni commentatori hanno fatto notare, in
maniera forse fin troppo ottimistica, come dietro le quinte possa essere
stata siglata una sorta di intesa informale tra i due leader per
gettare le basi di una cooperazione strategica di più ampia portata,
favorita anche dal venir meno degli ostacoli del “Russiagate” e
dell’impeachment.
Malgrado le ovvie resistenze degli ambienti russofobi negli USA,
Trump avrebbe un certo spazio di manovra in questo frangente, alla luce
anche del fatto che in gioco c’è la sorte stessa dell’industria
petrolifera americana, legata precisamente alle posizione russe. Il nodo
ancora da sciogliere resta per molti la natura di ciò che Mosca otterrà
in cambio del via libera alla relativa stabilizzazione delle quotazioni
di greggio a cui puntava la Casa Bianca.
Qualcuno ha individuato però nella mossa del Cremlino un’altra
manovra a lungo termine di Putin, messa in atto proprio quando le
posizioni del suo governo apparivano inflessibili. L’ex ambasciatore
indiano e commentatore di affari internazionali, M. K. Bhadrakumar, nel
suo blog Indian Punchline ha spiegato che il presidente russo
non ha in fin dei conti alcun interesse a mandare in rovina l’industria
estrattiva americana.
Piuttosto, Putin ha voluto gettare un salvagente alla Casa Bianca,
evitando l’aggravarsi della crisi economica negli USA per tenere aperta
la strada della riconciliazione tra le due potenze. In definitiva, il
precipitare della situazione in questo ambito non farebbe che mettere in
difficoltà Trump alla vigilia delle presidenziali, favorendo una
vittoria alle urne a novembre di Joe Biden e di un Partito Democratico
notoriamente meno disposti a considerare il ristabilimento di relazioni
cordiali con Mosca.
Le variabili e le incognite restano dunque parecchie. Il sito specializzato su questioni petrolifere Energy Intelligence
ha ricordato che i precedenti dei paesi OPEC sul fronte del rispetto
degli impegni presi a livello ufficiale non sono incoraggianti. Visto
che in questo caso l’accordo appena siglato comporta la collaborazione
anche di paesi al di fuori dal cartello, è evidente la fragilità
dell’impalcatura su cui esso si basa.
Altri commentatori hanno inoltre ricordato che i tagli appena decisi,
se anche dovessero concretizzarsi per intero, non sarebbero sufficienti
a bilanciare il crollo della domanda mondiale di greggio. In un tweet di qualche giorno fa, l’analista Ellen Wald ha spiegato come “il problema sia la domanda e, quando le economie sono in lockdown, anche i prezzi bassi del greggio non sono in grado di agire da stimolo”.
Scontri e disaccordi vari tra le parti coinvolte rischiano a loro
volta di minare l’accordo, al di là della sua efficacia. Già il fatto
che i negoziati abbiano dato frutti solo in extremis e che la
quantità di barili da tagliare sia diminuita rispetto a una prima
proposta circolata all’OPEC appaiono elementi rivelatori. Per quanto
riguarda il primo aspetto, significativi sono stati gli ostacoli sorti
attorno alla posizione del Messico, i quali avevano ritardato e messo a
serio rischio la definizione dell’intesa.
Il governo di questo paese aveva respinto la propria quota di tagli
alla produzione, dicendosi disponibile solo ad accettare una riduzione
pari a un quarto di essa, ovvero 100 mila barili al giorno, così da
evitare decisioni politiche delicate nell’ambito dello sforzo in atto
per invertire il calo di produzione che da tempo affligge il settore
energetico messicano. A sbloccare l’impasse sarebbe stato l’intervento
di Trump e l’impegno, tutt’altro che garantito, dei produttori americani
a farsi carico della riduzione dei restanti 300 mila barili
inizialmente spettanti al Messico.
Anche l’Arabia Saudita, infine, già all’indomani dell’accordo è
sembrata muoversi in direzione contraria. Lunedì, il gigante petrolifero
Aramco ha infatti annunciato nuovi sconti ai prezzi del greggio
estratto nel regno per i clienti asiatici. Come gesto poco più che
simbolico per accontentare la Casa Bianca, Riyadh ha invece mantenuto
stabili le quotazioni destinate all’Europa e aumentato quelle per il
petrolio diretto verso gli Stati Uniti.
Le posizioni contraddittorie dei sauditi sono da ricondurre almeno in
parte alle frizioni con l’alleato americano, sia per la competizione
sul mercato petrolifero sia a causa delle minacce nemmeno troppo velate
giunte nei giorni scorsi da alcuni membri del Congresso di Washington
per convincere i reali a tagliare la propria produzione. D’altro canto,
Riyadh potrebbe non essere in grado di sostenere a lungo il gioco al
ribasso sui prezzi del petrolio, poiché da questa risorsa dipende in
larghissima misura un bilancio già segnato negli ultimi anni da buchi
crescenti che, almeno in prospettiva, minacciano seriamente la stabilità
del regno wahhabita.
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