L’incontro del G20 dell’energia, fortemente voluto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia e dal suo direttore Fatih Birol, questo venerdì, ha prodotto un accordo sul taglio delle quote del greggio a livello globale.
I membri del G20 si sono accordati per prendere tutte “le misure necessarie” e “immediate” per stabilizzare il mercato del petrolio a livello globale, come recita il testo finale uscito dall’incontro.
Dopo il non scontato compromesso raggiunto in sede “OPEC Plus”, venerdì mattina, tra Russia e Arabia Saudita, che avevano concordato un taglio di 5 milioni di barili al giorno – con la sola eccezione del Messico – il G20 si è trovato la strada spianata per procedere nel senso dei desiderata di Washington (fino all’altro anno il maggior produttore petrolifero mondiale) e poter così procedere ad un taglio di altri 5 milioni di barili al giorno.
Complessivamente, un decimo della produzione mondiale.
Gli USA avevano caldeggiato un accordo proprio tra Russia e Arabia Saudita, sulla riduzione delle quote, dopo che il fallimento dell’ultimo incontro dell’OPEC Plus circa un mese fa sulla riduzione delle quote di produzione – che il regno saudita voleva imporre alla Russia – aveva incontrato un fermo “niet” da parte di Mosca.
L’insuccesso del cartello petrolifero allargato aveva portato alla guerra dei prezzi, promossa dal regno saudita, che contemporaneamente aveva diminuito il prezzo di vendita delle sue forniture ed aumentato a dismisura la produzione.
La produzione saudita era “schizzata” dai 9,7 milioni di barili al giorno, nella fase pre-pandemica, ai 12,3 milioni attuali, inondando il mercato con un’offerta spropositata in pieno lockdown mondiale.
Questo aveva portato ad una drastica diminuzione del prezzo del greggio, contribuendo alla tendenza “ribassista” delle maggiori piazze borsistiche internazionali, nel mentre iniziava l’emergenza sanitaria pandemica.
Crollata ogni forma di accordo, la “mano invisibile” del mercato aveva destabilizzato ulteriormente un mondo attraversato dalla pandemia.
A farne le spese erano stati per primi i produttori di petrolio e gas di scisto statunitensi, la finanza correlata a questa branca di produzione, e soprattutto gli attori “minori”, fortemente dipendenti dalla rendita petrolifera: Venezuela, Iran, Iraq, Nigeria, Angola ecc.
In generale, tutto il mercato globale dell’“oro nero” era stato vittima di una situazione verificatesi solo durante la Grande Depressione negli anni '30 del secolo scorso: prezzi in picchiata, eccedenza produttiva in presenza di una forte contrazione della domanda.
Lo shale si sostiene da tempo solo grazie alla “droga” della finanza USA, visto il suo alto costo di produzione, in un rapporto di implicazione reciproca che si sta dimostrando nefasto di fronte ai dati reali dell’economia. L’appoggio politico della Casa Bianca che ha fatto dell’autonomia energetica una delle sue bandiere era ciò che sembrava farne un “cavallo vincente”.
La lobby dei produttori di petrolio e gas di scisto aveva fatto recentemente notevoli pressioni sull’amministrazione Trump, proponendo differenti misure di contrasto nel caso in cui Arabia Saudita e Russia non fossero addivenute ad un accordo.
Una possibile rappresaglia spaziava dalla possibilità di nuove sanzioni alla Russia al divieto di “raffinare” greggio proveniente dall’estero, fino all’ipotesi di togliere l’appoggio militare nord-americano al regno saudita per ciò che concerne la guerra in Yemen.
Questa pressione di una parte dell’industria petrolifera – ExxonMobil e Chevron erano ostili ad “influenzare” la dinamica dei prezzi, mentre le industrie della raffinazione si erano opposte all’ipotesi di blocco del greggio importato – aveva portato l’amministrazione statunitense a paventare tariffe protezionistiche sull’oro nero proveniente da Russia e Arabia Saudita.
Un successo per gli Stati Uniti, quindi, anche perché – a differenza di ciò che sembrava inizialmente – non è stata fatta richiesta ai produttori nord-americani di tagliare la produzione più di quanto saranno già forzati a fare a causa del calo dei prezzi.
Ma, vista la posta in gioco, è probabile che questo accordo nasconda altre intese “sotto-traccia” tra i tre maggiori attori della geopolitica petrolifera.
L’accordo raggiunto prevede infatti un taglio del 10% della produzione mondiale del petrolio, apparentemente di dimensione straordinaria, ma ancora “sbilanciata” rispetto ad una domanda complessiva che è di un terzo inferiore a quella del periodo pre-pandemico.
Si tratta, come ha dichiarato Diwan, di HS Market, al Financial Times, «di un azione sette volte più grande di quella intrapresa durante la crisi finanziaria del 2008-2009».
Se tutti i maggiori player – tranne il Messico – si sono rallegrati dell’accordo, rimangono parecchie incognite rispetto alla sua reale efficacia rispetto alla dinamica dei prezzi, vista la disparità che comunque continuerebbe a persistere tra domanda e offerta.
Si taglia di 1/10 la produzione, ma la domanda effettiva è notevolmente inferiore, cioè 3,3/10 in meno.
Come ha commentato un analista al FT «l’accordo dell’OPEC posticipa il netto sbilanciamento tra la domanda e l’offerta solo di un mese» o, come ha rilevato Rystad Energy, «non ripristina l’agognato bilanciamento di mercato».
L’eccedenza produttiva pre-accordo aveva non solo contribuito a deprimere la dinamica dei prezzi (che aveva raggiunto il livello più basso da 18 anni a questa parte), ma anche ad una saturazione della capacità di stoccaggio.
Se non si fosse raggiunto l’accordo – secondo quanto riporta S&P Global Platts – a metà maggio non si sarebbe più avuta capacità di riserva nelle crude tanks, cioè sulle petroliere, che sono divenute “magazzini galleggianti” per il greggio già prima dello scoppiare della guerra dei prezzi.
Un’altra incognita non irrilevante è la tempistica rispetto alla quantità dei tagli decisi. Il taglio di 10 milioni di barili al giorno riguarda per ora solo i mesi di maggio e giugno, ma scenderà a 8 da lì alla fine dell’anno. Mentre dal gennaio del nuovo anno all’aprile di quello dell’anno successivo – il 2022 – calerà nuovamente a soli 6 milioni, aumentando con ogni probabilità lo sbilanciamento tra domanda e offerta.
Più una speranza che una previsione – si potrebbe dire – rispetto alla ripresa dell’economia mondiale...
Alla luce dell’incertezza sulla durata della pandemia e sulle sue conseguenze economiche, l’accordo comunque è rilevante nel ristabilire il principio di un coordinamento allargato nella governance del mercato petrolifero, ma potrebbe non essere nemmeno sufficiente a “frenare” la dinamica ribassista che ha portato l’oro nero a toccare il fondo negativo di 22 dollari al barile, mentre erano 60 all’inizio di gennaio.
In parte, comunque, è stata “smentita” l’affermazione del guru del settore petrolifero Andrew Gould per cui «l’OPEC, la banca centrale del petrolio, è sparita».
Facciamo quindi nostri i dubbi di un esperto del settore che si è domandato, prima della conclusione dell’accordo «sarà sufficiente per sostenere uno dei settori più vitali dell’economia mondiale?».
A noi sembra più il “canto del cigno” di un sistema in fase crepuscolare. Una merce-simbolo di tale sistema, come l’oro nero, si è tramutata in un vettore della crisi sistemica e dei rapporti geo-politici tradizionali.
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