Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/09/2025

Perchè gli italiani amano gli schiavisti?

Come inevitabile in un Paese intriso di ipocrisia fintocattolica e con la memoria di un pesce rosso, la scomparsa di Giorgio Armani, alla tenera età di 91 anni, non poteva che scatenare la corsa a chi scriveva l’elegia più celebrativa.

Anche meno...

Il quadro, che avevamo descritto oltre un anno fa in questo video, infatti, consiglierebbe un tono decisamente meno apologetico.

“Le borse di pelle firmate Giorgio Armani”, sottolineavamo, “si vendono nelle boutique dello stilista sparse per il mondo a poco meno di 2000 euro l’una. Per produrle però, di euro, ne bastano una novantina. 75, se evadi pure l’iva”. 

Era il quadro emerso dall’inchiesta della procura di Milano che aveva appena ha portato all’amministrazione giudiziaria della Giorgio Armani Operations SPA, nell’ambito dell’indagine sul rapporto tra la holding e i suoi fornitori. 

Il fornitore ufficiale italiano di Armani si chiama Manifatture Lombarde, che a sua volta subappaltava le commesse a subfornitori cinesi. Un rapporto che gli inquirenti hanno definito di “caporalato di manodopera straniera irregolare”, e sul quale il gruppo, nella migliore delle ipotesi, “non vigilava”. 

In realtà però vigilava eccome, solo che si concentrava su altro.

Come ricordava Luigi Ferrarella sul Corriere, infatti, “un mese fa i carabinieri del Comando Tutela del Lavoro in uno di questi opifici cinesi hanno persino trovato un ispettore della «Giorgio Armani Operations spa» intento a fare il «controllo di qualità» dei prodotti”. 

“Nel corso delle indagini”, avevano sottolineato gli inquirenti, “si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa”. 

Mentre vi abbandonate al coro unanime di tributi, tutto sommato anche inevitabili nel caso di un uomo che, nel bene e nel male, senza alcun dubbio, ha segnato un’epoca e ha lasciato il segno, provate magari anche a ricordarvi che la ricchezza del suo Impero, in realtà, più che all’inseparabile Leo Dell’Orco, apparterrebbe a tutti noi. 

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10/07/2022

Estetiche inquiete. Trasgressioni codificate per lo spettacolo globale

di Gioacchino Toni

«I Mäneskin sono il contributo italiano a questo nuovo mondo in cui tutto ciò che prima era rottura, negazione, malattia e perversione, è sempre più funzionale alle logiche dello spettacolo globale» (Nello Barile)

Dopo esserci soffermati sull’assorbimento dello street style da parte dei grandi brand della moda [su Carmilla] e sui rispettivi rapporti con social media e nuove tecnologie [su Carmilla], facendo nuovamente riferimento al saggio di Nello Barile, Dress Coding. Moda e stili dalla strada al Metaverso (Meltemi 2022), qualche ulteriore riflessione viene qua riservata al cortocircuito di rimandi che si è andato a determinare tra il look delle celebrità dello spettacolo – soprattutto della (video)musica –, quello giovanile ed il mondo della moda.

Nel suo ruolo di settore trainante dell’industria culturale moderna, il cinema si è sempre rapportato con le tendenze moda agendo contemporaneamente da registratore e da suggeritore. Se tradizionalmente ciò è avvenuto soprattutto attraverso l’immagine delle star, il cinema degli anni Novanta palesa lo schiacciamento dello stars system sul quotidiano; a differenza delle stelle degli anni trenta, i nuovi “quasi-divi” non abitano più l’Olimpo ma si trovano a «confrontarsi con il progressivo inglobamento dell’individuo comune nelle rappresentazioni mediali che hanno decretato il tramonto della società dello spettacolo […] e l’avvento di un sistema iperspettacolare, nel quale ogni spettatore è potenzialmente attore» (p. 101).

Reale, vissuto e strada si intromettono dunque nello spazio mediale ed il cinema non manca di testimoniare i «processi che hanno rivoluzionato la mappa degli stili di strada e la loro contrapposizione al sistema della moda ufficiale» (p. 101). Se a lungo l’abbigliamento di alta moda ha marcato «la separazione strutturale tra star e pubblico in virtù delle sue qualità straordinarie, oggi invece esso è sempre più un abito concreto, reperibile nei circuiti commerciali o, addirittura, nei canali di distribuzione alternativi» (p. 101).

Nel corso degli anni Ottanta si modifica anche il rapporto tra scena musicale – sempre più indissociabile dal video – e moda, tanto che, a partire da questo decennio, le nuove star della musica finiscono per sostituirsi ai vecchi divi del cinema nel ruolo di testimonial dei grandi marchi della moda in un sistema in preda a un cortocircuito di rimandi che vede stilisti derivare idee per le loro collezioni dall’abbigliamento degli adolescenti che a loro volta si ispirano alle star della musica mentre queste ultime, una volta scese dal palcoscenico, indossano le produzioni degli stilisti più alla moda.

La diffusione dei videoclip musicali e la successiva presenza sul Web di tutti i soggetti in questione ha drasticamente cambiato le modalità con cui il pubblico si rapporta all’estetica delle celebrità – e viceversa – rendendo la circolazione/condivisione dei codici sempre più frenetica e caotica in un contesto in cui, paradossalmente, la questione dell’autenticità sembra essere divenuta centrale nelle dinamiche del sistema moda del nuovo millennio, un’autenticità (più verosimile che veritiera) che necessita di essere costruita ricorrendo ad accattivanti storytelling (soprattutto) per immagini.

All’epoca delle prime rock star, che attingono dall’immaginario cinematografico della gioventù più inquieta e riottosa, l’interscambio tra il sistema della moda e l’immagine spettacolare del ribelle può dirsi abbastanza debole e casuale. L’immagine del primo Elvis, ricorda Barile, è stata ad esempio cerata da uno stilista specializzato nell’abbigliamento di derivazione zoot-suit per i giovani afroamericani, con cui il musicista viene a contatto frequentandone il negozio. Soltanto nella fase del tramonto la sua immagine abbandona la carica trasgressiva e provocatoria delle origini preferendo ricorrere a costumi di scena spettacolari, come le celebri tute dei concerti di Las Vegas realizzate da un nuovo stilista.

Se per la rock star statunitense il binomio moda-musica è volto a rimarcare la singolarità della celebrità potenziandone le caratteristiche di esclusività, per quanto riguarda la scena londinese il rapporto tra moda e musica si rivela decisamente più effervescente e complesso; numerosi sono infatti i soggetti che cooperano alla creazione della swinging London. Gruppi come i Beatles ed i Rolling Stones, tuttavia, sottolinea Barile, pur in maniera differente, si rapportano in modo originale tanto all’effervescenza delle subculture del periodo quanto alla moda più innovativa vicina al mainstream.

Anche in ambito statunitense si hanno esempi di reciproca influenza tra la scena musicale e moda; emblematico il caso dei Valvet Underground capaci di precorrere alcuni stilemi punk e post-punk. A condurre alle estreme conseguenze le premesse dello star-system formulate nel decennio precedente è invece l’eterogeneo fenomeno del cosiddetto glam-rock nella sua propensione ad estremizzare i tratti distintivi delle celebrità riprendendo meccanismi propri degli ambienti queer e drag.

È con il fenomeno punk che non solo diviene evidente il raggiungimento di un intreccio inestricabile tra abbigliamento, linguaggio, stile di vita, modalità di suonare e cantare ecc. ma anche, la sostanziale omologia tra il palco e la strada, tra band e pubblico, in una spettacolare oscillazione tra il “do it yourself” e il recupero al business del fenomeno. La devastazione creativa del punk ha presto finito per dare nuova linfa all’industria e all’immagine britannica; si pensi, ad esempio, a quanto rapidamente nelle strade londinesi alla paccottiglia per turisti incentrata su Her Majesty si sia affiancata quella relativa ai suoi detrattori. In cambio di qualche pound, ad ognuno il suo “God Save the Queen” made in England.

Per certi versi è proprio nel sapiente sfruttamento della deflagrazione punk che si pongono le basi della cultura dell’immagine audiovisuale che prende il via negli anni Ottanta, quando, d’altra parte, lo stesso punk, abbandonata – quando non esplicitamente ripudiata – la carica eversiva iniziale, con personaggi come Bob Geldof si sposta verso estetiche più edulcorate e sonorità più orecchiabili considerate più in linea con l’impegno etico solidaristico spettacolarizzato e funzionali all’ottenimento di un successo decisamente più allargato. In un tale contesto, il sodalizio con la scena musicale «ha procurato alla moda non solo tanta pubblicità, nuove idee creative ma anche dei veri e propri mondi di riferimento che hanno definito, nella confusione generalizzata del mercato, il posizionamento di alcune case» (p. 119).

A proposito dell’universo musicale più recente, Barile nota come, a parte qualche caso del passato in ambito progressive, non si sia mai data una conquista di credibilità internazionale da parte di un gruppo italiano come quella ottenuta nel giro di pochissimo tempo dai Mäneskin.

Nonostante lo storytelling circa la costruzione dell’identità del gruppo insista sul mito delle “origini di strada” è probabilmente nel suo passaggio ad X-Factor che si può individuare un punto di svolta capace di proiettare la band nello show biz internazionale. Il mito delle origini “di strada” è però funzionale a costruire quell’immagine di autenticità che nel panorama mediatizzato contemporaneo pare caratteristica irrinunciabile a quel processo di identificazione funzionale alle logiche dello spettacolo globale.

Saltano dunque i parametri, i confini, i generi attraverso cui valutavamo certi fenomeni musicali e di stile. Non solo la questione underground versus mainstream, superata ormai da anni, ma anche il modo in cui una attitude rock tipica negli anni Settanta e Novanta viene rilanciata proprio nel momento in cui il rock alternativo quasi scompare dagli ascolti della Generazione Z (soprattutto italiana), ormai sostituito da variegate forme di pop, trap e pseudoindie ecc. La loro partecipazione a Crudelia, spin off del vecchio classico disneyano ma anche un po’ Miranda de Il diavolo veste Prada, suggella questo momento critico in cui nulla è più come prima. La Disney e le piattaforme governano un immaginario globale fatto di star hollywoodiane e consumi per l’infanzia che si riposizionano per gli adulti (e viceversa), con brevi video che sostituiscono i vecchi trailer. Così i Mäneskin riadattano in chiave glamour la durissima e sadomaso I wanna be you dog degli Stogees, già rifatta in chiave noise dai Sonic Youth negli anni Ottanta. Nel video domina la nuova Crudelia di Emma Stone, a metà tra Marie Antoniette, Eyes Wide Shout e Lady Gaga. Sin dagli esordi nel mondo dei talent, il look dei Mäneskin è stato curato da Veronica Etro […], che ne ha esaltato la matrice non binary e gender fluid. Va detto che, nonostante gli innumerevoli paragoni con le star del glam-rock, da Bowie a Lou Reed, il dandysmo del leader esprime molto più un’androginia ossimorica in cui il massimo di mascolinità si assomma al massimo di femminilizzazione (un po’ in stile Perry Farrel dei Jane’s Addiction). I Mäneskin sono il contributo italiano a questo nuovo mondo in cui tutto ciò che prima era rottura, negazione, malattia e perversione, è sempre più funzionale alle logiche dello spettacolo globale (pp. 129-130).

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26/06/2022

Estetiche inquiete. Produci(ti), consuma(ti), crepa tra social media e nuove tecnologie

di Gioacchino Toni

Si è visto [su Carmilla] come la carica contestataria dello street style, sempre più globalizzato, sia stata in buona parte assorbita dalle logiche della moda contemporanea dei grandi brand. Continuando a seguire le riflessioni di Nello Barile, Dress Coding. Moda e stili dalla strada al Metaverso (Meltemi 2022), vale la pena soffermarsi sui rapporti che nella contemporaneità intercorrono tra moda, street style, social media e nuove tecnologie.

Se a lungo si è guardato ai media come a “sistemi di vampirizzazione” delle culture giovanili, attorno alla metà degli anni Novanta tale visione molare del sistema mediale ha iniziato a mostrare i suoi limiti ed il dibattito si è tendenzialmente spostato su «un modello dialogico che vede i media e i detentori del “capitale sottoculturale” in un processo di costruzione reciproca delle rispettive identità» (p. 62). Tale cambiamento di prospettiva, sottolinea Barile, non sottovaluta affatto la funzione svolta dai media nel consolidamento di una moda all’interno dell’ambito mainstream.

Se si tiene presente che, rispetto ai legami forti costruiti su uno spiccato senso di appartenenza – che si instaurano nelle comunità e negli ambiti familiari o amicali – i legami deboli – che si creano tra individui fisicamente e socialmente lontani o che vantano contatti rari e asistematici – conferiscono maggior dinamismo al sistema in quanto si prestano a facilitare aperture a sollecitazioni esterne e ad agevolare cambiamenti, non è difficile comprendere l’incidenza di Internet nel processo di trasmissione e consolidamento delle tendenze. La capacità del Web di moltiplicare i legami deboli e veicolare anche i contesti sottoculturali si presta alla propagazione di trend che, indipendentemente da come e perché si sono originati, vengo agevolmente dirottati verso finalità commerciali manistream.

In risposta al diffondersi negli anni Novanta di segnali di rigetto nei confronti dei grandi marchi, questi ultimi hanno iniziato a ricorrere alla figura del cool hunter per «intercettare i contesti esperienziali ad alto contenuto di autenticità» (p. 64). Si tratta di una figura che osserva, seleziona ed amplifica le tendenze a cui ricorrono i brand nella loro opera di saccheggio delle culture alternative da cui ricavano suggestioni creative da trasformare in esperienze e lifestyle mercificati.

Quella del cool hunter è necessariamente una figura liminale che pur operando per le aziende non può integrarsi pienamente in esse appartenendo al contempo a quegli ambienti creativi alternativi in cui vive ed opera. Si tratta in sostanza di una sorta di “infiltrato” abile nel trasformare esperienze ludiche in occasioni di reddito, una figura capace di cogliere «il valore strategico della “strada” nello sviluppo prima culturale e conseguentemente economico» (p. 66) delle scena urbana.

A cavallo del passaggio di millennio, con l’affermarsi dei social, sostiene Barile, l’epoca “fisica” del cool hunter tramonta e l’interesse si sposta sulle banche dati offerte da Internet sempre più dettagliate ed aggiornate circa le tendenze in atto; alcune piattaforme approfittano della decostruzione del sistema moda operata dalla fast fashion per sviluppare mappature e sistemi previsionali automatizzati dei trend. La disarticolazione del sistema stagionale della moda e la centralità assunta del consumatore fniscono per rendere indispensabile il ricorso a nuove tecnologie.

Da qualche anno sono stati implementati sistemi di previsione delle tendenze tramite il machine learning e l’intelligenza artificiale. Questo perché i social media sono sempre più i contenitori dei trending topics del momento. L’osservazione dei social consente pertanto di monitorare la reazione dei pubblici di un dato brand, di osservare le tendenze in ascesa, di studiare le preferenze degli utenti tramite tecniche quali-quantitative come la Sentiment Analysis, o di conoscere in maniera più approfondita le conversazioni tra membri di una online community sui contenuti o i prodotti di un brand con la netnography. […] L’introduzione del machine learning e della IA ha trasformato la concezione stessa di trend analysis e forecasting. Questo perché la disponibilità enorme di dati, reperibili tramite social media e motori di ricerca, consente di addestrare le Reti Neurali Artificiali (RNA) che, partendo dall’apprendimento di serie storiche di dati quali-quantitativi, sono in grado di formulare previsioni sullo sviluppo dei trend nel futuro (pp. 67-69).

Si attivano pertanto strategie basate sull’elaborazione dei dati raccolti, ad esempio, tra il pubblico di qualche influencer, dall’analisi degli hashtag, dai profili individuali, dai commenti rilasciati ecc. L’anello intermedio tra la figura del cool hunter e quella dell’influencer, suggerisce Barile, può essere individuata nei fashion blogger che, con il loro intervento da posizione indipendente, contribuiscono a destrutturare il sistema-moda tradizionale sostituendo l’insieme di competenze in esso sedimentate con uno spontaneismo in linea con un generale processo di orizzontalizzazione – reale o percepito che sia – della comunicazione e della società. Esiste pertanto, sostiene lo studioso, «una linea di continuità che, dall’esautorazione del ruolo dello stilista, iniziata negli anni Sessanta, conduce, attraverso l’epoca del cool hunting, agli influencers e ai sistemi customer-centrici gestiti dall’Intelligenza Artificiale» (p. 71).

L’accelerazione online determinata dalla pandemia ha enormemente rafforzato il ruolo delle piattaforme nella «gestione dell’immaginario visuale e fotografico degli influencer» (p. 71). A differenza delle vecchie figure degli opinion leader, gatekeeper ecc., l’influencer si presenta come «una sorta di prosumer “evoluto”, un produttore/consumatore di contenuti online capace di trasformarsi in vero e proprio medium di se stesso» (p. 71) attento nel rapportarsi ai brand di streetwear a non compromettere la propria credibilità. I contenuti esperienziali confezionati dagli influencer hanno a che fare tanto con «la capacità dei social di “scolpire” le identità online» quanto con «la capacità di “confezionare” le identità trasformate in veri e propri prodotti» (p. 71).

Analogamente a quanto avvenuto nella televisione dei reality e dei talk show a sfondo confessionale, anche la comunicazione della moda opera mediaticamente sulla dimensione quotidiana, questa sembra però, soprattutto grazie alla diffusione della versione virtuale degli influencer, spingersi fino al punto di presentare il digitale stesso come “la nuova moda” a compimento di quella logica del simulacro tratteggiata sin dai primi anni Ottanta da Jean Baudrillard a proposito della trasformazione contemporanea dello star system.

Per definizione, gli influencer virtuali sono persone immaginarie generate dal computer, che simulano caratteristiche e personalità degli esseri umani. Il fenomeno riguarda diverse piattaforme di social media […] dove le virtual influencer giocano sulla sostanziale ambiguità tra essere un personaggio reale che veste in modo stravagante ma plausibile, che frequenta luoghi ordinari del quotidiano, ma che allo stesso tempo produce in chi la osserva un effetto di grande straniamento, tipico della cosiddetta “valle inquietante” (“uncanny valley”), teorizzata dagli studiosi di robotica, ovvero il simultaneo effetto di familiarità e di spaesamento suggerito da queste figure. Come già accade nel caso degli influencer umani, le nuove celebrità sintetiche e pressoché riproducibili illimitatamente, vanno a caccia di unicità, di autenticità, di risorse che possono garantire loro un notevole seguito di follower ma anche un loro sostanziale attaccamento (p. 75).

Se da un lato la loro natura artificiale rappresenta un freno al processo di identificazione del pubblico, dall’altro permettono una costruzione identitaria modulare dell’influencer sintetico in funzione di target specifici analizzati puntualmente anche dal punto di vista emozionale: l’influencer artificiale può così svolgere proficuamente la sua funzione a partire dalle personalità dei follower.

Viviamo in un regime customer-centrico, che pone il consumatore al centro del nuovo ecosistema digitale, per due motivi principali: perché esso produce dati che sono sempre più il vero prodotto della nuova economia dell’attenzione; perché grazie a questi dati è possibile conoscere, prevedere e coinvolgere sempre più le scelte del consumatore. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella moda espanderà enormemente il processo di centralizzazione e customizzazione dell’offerta, tanto da coinvolgere anche la parte più ideativa e creativa, che storicamente spettava allo stilista. La centralità del consumatore, già paventata nella retorica comunicativa dei marchi anni Novanta, è oggi implementata dal nuovo ecosistema digitale. Per capire meglio tale processo occorre fare un passo indietro, alle origini della mass customization (p.137).

La comunicazione digitale ha stravolto tanto le tradizionali procedure di ideazione, progettazione e confezionamento dei capi di abbigliamento quanto quelle distributive e di reperimento da parte dei consumatori. La centralità di questi ultimi nelle strategie aziendali contemporanee tende a indirizzare verso una “produzione industriale su misura” basata su una «fabbricazione tramite economie di scala di componenti basilari che possono essere riassemblate in modalità differenti per offrire prodotti relativamente diversificati» (p. 140). Ecco allora perché la conoscenza del sistema cognitivo del consumatore diviene centrale: è attorno a questo che si dispiega una strategia di differenziazione volta a soddisfarlo.

Stringendo alleanze con i gradi detentori di dati del Web, le grandi piattaforme on-line dell’abbigliamento stanno sviluppando sistemi di machine learning che operano incrociando quanto disponibile nelle banche dati che raccolgono pareri creativi di operatori del settore e dati offerti dai colossi del Web per proporre configurazioni sempre più individualizzate. «Il sistema si basa su un elevato livello di customizzazione in cui si richiede all’utente di scegliere il proprio mood (triste, allegro, eccitato ecc.), il proprio stile (gotico, rockabilly ecc.) e di tracciare un disegno intorno alla figura umana raffigurata al centro del video, da cui verrà ricavato l’outfit finale proposto dalla piattaforma» (p. 144).

Se il futuro della moda sembrerebbe indirizzarsi verso la sostituzione dello stilista con il consumatore stesso, occorre però interrogarsi non solo a proposito di quale reale grado di libertà disponga quest’ultimo ma anche di quanto sia ulteriormente reso operativo all’interno di una catena produttiva che si estende oltre i terminali dell’ideazione e del consumo del capo acquistato contemplando anche gli aspetti più intimi dell’emotività e della personalità degli individui. Tutto ciò conduce alla creazione di reti che, integrando canali diversi, coniugando esperienza on-line ed esperienza off-line, strutturano un ambiente che circonda l’utente-generatore di dati capace di relazionarsi con quanto si conosce del cliente con finalità predittive.

È in tale contesto che ha preso piede l’idea di Metaverso, concetto formulato dalla letteratura Cyberpunk negli anni Novanta, visto ora come «occasione di rilancio di piattaforme in crisi; è il collettore di una serie di servizi innovativi e a pagamento come gli NFT [NFT – Non-Fungible Token: modalità di identificazione in modo univoco e certo di un prodotto digitale creato su Internet] e le nuove strategie di gamification; è il punto di raccordo tra mondo fisico e virtuale che implicherà ulteriori problemi di protezione dei dati personali dei suoi utenti» (p. 158).

Negli ultimi anni l’interesse dei brand di moda e delle piattaforme di vendita online nei confronti della virtualità, del gaming, degli NFT e del Metaverso, è cresciuto esponenzialmente. Dalla retorica sulla Realtà virtuale degli anni Novanta e inizio Duemila (come nel caso di Second Life), passando per le applicazioni della Realtà Aumentata come nuova frontiera della Quarta Rivoluzione Industriale, giungiamo oggi al Metaverso che rappresenta un punto di sintesi tra le diverse caratteristiche della Realtà Virtuale e della Realtà Aumentata […]. Il termine non è affatto nuovo ma deriva ovviamente dal Cyberpunk, in particolare dal testo di Neal Stephenson, Snowcrash (1992). Nel testo è suggerito un avvicinamento tra mondo reale e mondo virtuale ma tra i due prevale ovviamente il secondo. […] Il nuovo Metaverso rappresenta un punto di convergenza tra reale e virtuale su cui le aziende puntano per moltiplicare i propri servizi e i propri utili. […] Al di là delle promesse mirabolanti e pubblicitarie del Metaverso proposto come nuova esperienza parallela ed extramondana, in accordo con la sua eredità psichedelica degli anni Novanta, il valore di questa innovazione starà nella sua capacità di accordarsi con il mondo della vita dei consumatori, di integrarsi con la loro realtà quotidiana, di aumentarla in maniera non eccessivamente invasiva (pp. 160-166).

A fronte di un tale scenario resta da chiedersi quanto siano ancora distinguibili una realtà quotidiana off-line ed una on-line strutturata dalle piattaforme e quali margini di autonomia, autenticità ed identità restino agli individui sempre più mercificati e costretti a mettersi in vetrina producendosi, vendendosi e, per certi versi, anche comprandosi,  prima che faccia capolino l’obsolescenza biologica-merciologica.

Insomma, dal produci-consuma-crepa siamo passati al produci(ti)-consuma(ti)-crepa. Un bel passo in avanti, non c’è che dire.

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24/11/2018

H&M non mantiene le promesse. Continua la campagna sui salari dignitosi

Da Delhi a Londra, da Washington DC a Zagabria e in molte altre città, attivisti riportano l’attenzione sul mancato impegno dell’azienda H&M di corrispondere a 850 mila lavoratori tessili un salario dignitoso. Gli operai di uno dei principali poli europei della logistica di H&M a Stradella (Italia) denunciano condizioni di lavoro misere e precarie ed esprimono la loro solidarietà a tutti gli altri lavoratori della catena di fornitura H&M.

“Mai avrei immaginato che H&M mi avrebbe stravolto la vita” scrive una lavoratrice che confeziona pacchi di abbigliamento per H&M presso il polo logistico di Stradella in Italia in una lettera agli altri lavoratori della catena dell’azienda svedese. “Nell’enorme magazzino in cui lavoro (...) il turno iniziava alle 4,30 della mattina con nessuna certezza dell’orario di uscita. Tutto era possibile, 4 ore di lavoro come 12”. La lavoratrice preferisce l’anonimato visto che XPO, l’azienda che gestisce il polo logistico, ha intentato una causa contro 147 lavoratori e il sindacato che li rappresenta nella lotta per migliorare le loro condizioni di lavoro.

“Il modello di business di H&M sta mettendo sotto pressione i lavoratori e le lavoratrici a diversi livelli della catena di fornitura. Ma chi cuce nelle fabbriche, chi si occupa di smistare i pacchi nei punti logistici e chi è impiegato nei negozi di distribuzione hanno tutti diritto a un salario dignitoso e a giuste condizioni di lavoro” dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti. “Oggi uniamo le forze insieme ai delegati italiani dei negozi di H&M per portare le nostre richieste nel cuore di Milano”.

“Il raggiungimento di condizioni normative e salariali sostenibili per tutti i lavoratori che fanno riferimento al brand H&M, diretti ed indiretti, continua a rappresentare una priorità. Partendo dal rispetto degli accordi sottoscritti tra sindacato e multinazionale svedese, è ora necessario affrontare il tema della complessiva qualità occupazionale in H&M, ragionando sempre di più in termini di filiera” continua Jeff Nonato, funzionario nazionale della Filcams Cgil, che coordina l’iniziativa di Milano in collaborazione con la Campagna Abiti Puliti.

Mentre H&M si prepara allo shopping di fine anno, attivisti e lavoratori in tutto il mondo si uniscono per chiedere salari dignitosi e giuste condizioni di lavoro in tutta la catena del gigante svedese della fast fashion. Si tratta della nuova fase della campagna “Turn Around, H&M!”, che dal 23 al 30 novembre cercherà di sensibilizzare ancor più i consumatori sugli impegni mancati di H&M attraverso una serie di azioni di strada. Si inizierà da Londra e Milano e si proseguirà almeno in altre 24 città nei prossimi giorni. In Italia si mobiliteranno anche Bolzano e Torino.

La settimana globale di mobilitazione ha luogo intorno al quinto anniversario delle promesse non mantenute fatte da H&M di pagare a 850 mila suoi lavoratori un salario dignitoso. “Tutte le iniziative mirano ad assicurare che H&M non sfugga alla verifica dell’impegno specifico assunto e che non ha evidentemente rispettato, facendo invece affermazioni ingannevoli secondo le quali avrebbe addirittura superato i suoi obiettivi! Chiunque può farlo, se rivendica anche il diritto di modificare l’obiettivo iniziale come meglio crede. Ma non permetteremo che tale ipocrisia passi inosservata” ha dichiarato Neva Nahtigal dell’ufficio internazionale della Clean Clothes Campaign.

Quest’ultima dimostrazione globale di solidarietà con gli operai che producono gli abiti di H&M segue la pubblicazione dei risultati della ricerca sulla situazione in sei fabbriche che rientrano nell’impegno preso nel 2013 da H&M. “I lavoratori hanno rivelato come H&M non fosse in alcun modo vicina al pagamento dei salari dignitosi promessi nelle sue fabbriche fornitrici – al contrario, molti di loro hanno riportato paghe da fame e violazioni dei loro diritti. Abbiamo buone ragioni per credere che quei risultati rispecchino una realtà più diffusa: H&M ha tratto molto vantaggio dalle sue promesse iniziali in termini di immagine ma non si è curata di trasformarle in realtà” ha dichiarato Bettina Musiolek, coordinatrice della ricerca per conto della della Clean Clothes Campaign.

Oltre al rafforzamento delle connessioni lungo la catena di fornitura, sempre più consumatori esprimono la loro solidarietà con i lavoratori e l’aspettativa che H&M garantisca un salario dignitoso a tutti, senza ulteriori ritardi.

La petizione lanciata nell’ambito della campagna “Turn Around, H&M!” ha, infatti, già raccolto oltre 135.000 firme.

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16/11/2017

Salari da fame nelle filiere dei grandi marchi di moda, stavolta nel cortile di casa

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign, Europe’s Sweatshops, documenta i salari da fame endemici e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto.

Tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda.

Per questi marchi i Paesi dell’Est e Sud-Est Europa rappresentano paradisi per i bassi salari. Molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo con questo concetto “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti degli 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo.

Queste fabbriche di sfruttamento offrono lavoratori economici, anche se qualificati e professionali. Troppo spesso i salari mensili della maggior parte della forza lavoro femminile raggiungono appena la soglia del salario minimo legale, che varia dagli 89 euro in Ucraina ai 374 euro in Slovacchia. Ma il salario dignitoso, quello che permetterebbe a una famiglia di provvedere ai bisogni primari, dovrebbe essere quattro o cinque volte superiore e in Ucraina, ad esempio, questo vorrebbe dire guadagnare almeno 438 euro al mese.

I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze sono terribili. “A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare”, ha raccontato una lavoratrice ucraina. “I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti” ha detto un’altra donna ungherese.

Le interviste a 110 lavoratrici e lavoratori di fabbriche di abbigliamento e calzature in Ungheria, Ucraina e Serbia hanno rivelato che molti di loro sono costretti ad effettuare straordinari per raggiungere i loro obiettivi di produzione. Ma nonostante questo, difficilmente riescono a guadagnare qualcosa in più del salario minimo.

Molti degli intervistati hanno raccontato di condizioni di lavoro pericolose come l’esposizione al calore o a sostanze chimiche tossiche, condizioni antigieniche, straordinari forzati illegali e non pagati e abusi da parte dei dirigenti. I lavoratori intervistati si sentono intimiditi e sotto costante minaccia di licenziamento o trasferimento.

Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non ci sia aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato, perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è sempre la stessa: “Quella è la porta”.

“Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento”.

Le fabbriche citate nel rapporto producono tutte per importanti marchi globali: tra questi troviamo Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. La Campagna Abiti Puliti chiede ai marchi coinvolti di adeguare i salari corrisposti al livello dignitoso e di lavorare insieme ai loro fornitori per eliminare le condizioni di lavoro disumane e illegali documentate in questo rapporto.

La Campagna Abiti Puliti ha lanciato una raccolta fondi per la realizzazione di un video informativo da diffondere tra i giovani e nelle scuole per raccontare la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo tessile e calzaturiero in Italia e nel mondo. Per donare: http://sostieni.link/16073

Per approfondire:
- Presentazione “Europe’s Sweatshops” in italiano con schede paese Serbia, Ucraina e Ungheria;
- Il vero costo delle nostre scarpe;

Fonte

05/02/2016

Il settore della pelle come specchio del “made in Italy”

Un anno fa, in seguito alla puntata di Report sullo sfruttamento dei lavoratori per i grandi marchi del lusso, avevamo scritto questo articolo, dove mostravamo perché i padroni sono così interessati alla quantità e qualità del tempo che ci rubano. Visto che per vivere, infatti, bisogna affittare il proprio tempo in cambio di un salario, è bene sapere a cosa si va incontro. In questo caso abbiamo deciso di intervistare un lavoratore che conosce bene il mondo della pelle nell’area fiorentina, in particolare come si lavora in una micro impresa: emerge uno spaccato piuttosto chiaro, un vero e proprio specchio di quel “made in Italy” tanto osannato in tempi di Expo, quanto poco conosciuto.
 
Uno dei vari”modelli toscani”, basato sulla presenza di moltissime imprese di micro dimensioni (a gestione familiare, come da tradizione italiana) e un discreto numero di medie imprese (in cui la componente familiare è sempre ben presente) le quali fanno capo direttamente a un ristretto numero di grandi aziende. Per districarsi in questo tessuto di scatole cinesi, dopo aver richiamato esempi di sfruttamento a noi più noti, vi lasciamo alla lettura dell’intervista. 
 
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Puoi descriverci la tua attività (giornata lavorativa, produzione, committenti ecc.)?
 
La giornata lavorativa della mia azienda è di 8 ore (per i dipendenti) ma per chi la gestisce praticamente lavoriamo fino alle 19 tutti i giorni (o quasi) e anche il sabato mattina. Tutto questo viene fatto per riuscire ad arrivare alla fine del mese e aver pagato tutti i fornitori, dipendenti, i propri stipendi (per garantire gli stipendi ai miei dipendenti, io amministratore guadagno poco più di un ragazzo apprendista, nonostante lavori 12 ore al giorno e il sabato mattina), tasse ecc. La mia azienda come il 90% di quelle presenti sul territorio fiorentino, produce per i più famosi brand del lusso.
 
Come è strutturato il settore della pelle, quante persone e imprese coinvolge?

Il 90% dell’indotto dell’area fiorentina deriva da aziende che lavorano nel settore della pelletteria (portafogli, borse ecc.). Ci sono però 2 tipologie per lavorare: fornitore diretto o sub fornitore. Il fornitore diretto è quell’azienda che lavora direttamente per l’azienda madre, direttamente per il brand, a sua volta il fornitore diretto può decidere (a seconda delle quantità di lavoro e dei prezzi di realizzazione) di poter dislocare il lavoro a uno o più sub fornitori, che sarebbero altre pelletterie ma che lavorano per conto di una pelletteria come loro e non per conto del Brand. Se un’azienda diretta ha molto lavoro, questo gioco dei Sub Fornitori è conveniente perché riescono a lavorarti a un prezzo più basso di quello che l’azienda madre dà a quella diretta. Per esempio: il Brand di nome “TIZIO” per fare un portafoglio mi paga 25 euro, io per farlo fare a un sub fornitore, togliendo alcune fasi di lavorazione che vengono fatta internamente, glielo pago 12 euro. Alla fine dei conti, il sub fornitore ci fa pari, il fornitore diretto se ha la possibilità di avere molto lavoro, riesce sempre a mettersi in tasca 2/3/4 euro senza aver fatto niente e su migliaia di portafogli il guadagno non è per niente male. Attenzione però a non incorrere nel qualunquismo perché il fornitore diretto è costretto a tenere prezzi così bassi perché i prezzi di partenza dell’azienda madre sono già risicati. L’unico modo per poter lavorare “bene” a prezzi bassi è avere molta quantità e sopratutto continuità, costanza durante gli anni che ormai è sparita dal vocabolario di questi Brand, a parte qualche sporadica eccezione.

Quali sono le principali richieste dei grandi fornitori? Dove vanno a produrre altrimenti?
 
La richiesta maggiore di tutti i Brand è la qualità e i prezzi contenuti. Ora, dobbiamo fare due considerazioni: tutte le Firme pretendono che i prodotti abbiamo una qualità eccelsa e il controllo da parte degli ispettori delle Griffe sono a livelli maniacali, risulta però difficile raggiungere gli standard in quanto “non si può pretendere di fare una Ferrari con i pezzi di una Panda”, tanto per far capire con che materiali lavoriamo, perchè oggi giorno lavoriamo il cartone e non la Pelle, ma nonostante tutto i prezzi rimangono gli stessi, l’artigianalità sparisce perchè tutto diventa sempre più industrializzato. Alla fine poi cosa rimane? Niente, perchè per loro sei solo un codice e se non lo fai bene te (inteso come azienda) ti rimpiazzano con altre aziende, la manodopera la trovano ovunque sia in  Italia o all’estero. Anzi, molte aziende che in questi 20/30 anni hanno sempre prodotto in Cina/Romania/Moldavia ecc, adesso stanno tornando in Italia e decantano il “Made in Italy”, il problema però è che pretendono di fare il lavoro qui agli stessi prezzi di questi altri paesi, in alternativa ricorrono al semilavorato, cioè fanno fare il 70% all’estero, poi spediscono in Italia e il montaggio finale viene fatto da noi e con questo trucchetto, sopra gli oggetti ci timbrano “MADE IN ITALY”.
 
Come consideri la tua condizione, in quanto lavoratore di una micro impresa a gestione “familiare”? Ti senti più “padroncino” (senza offesa) o operaio, specie con la crisi?

Personalmente mi sento più operaio che “padroncino”, in quanto vengo da una famiglia di lavoratori e nonostante lavorino in proprio da tanti decenni, hanno sempre fatto sacrifici per garantire stipendio e quant’altro ai propri dipendenti. In questo momento di crisi mi trovo in una situazione per cui, per il bene dell’azienda, il mio stipendio è quasi al pari di un ragazzo apprendista nonostante lavori 10 ore al giorno e pure il sabato mattina.

Come pensi dovrebbero organizzarsi i tuoi simili nel mondo del lavoro, visto l’attacco delle grandi imprese e la complicità dei sindacati confederali?
 
Credo, ne sono convinto, che innanzitutto si debba cominciare a fare una distinzione nel mondo imprenditoriale, cioè, va diversificata la grande azienda dalla micro impresa come la mia perché sono completamente l’opposto in tutto e su tutto. La potenza economica, la possibilità finanziaria fa la grande differenza e da lì partono una serie di cose come lo sfruttamento delle grandi imprese sui dipendenti. Penso che il primo passo sia questo, tutelare le micro imprese, diversificarle dalle multinazionali e se necessario fare delle leggi su misure per realtà come la mia, perché in tantissimi casi l’operaio e l’imprenditore come me lottano per la stessa cosa: dignità, lavoro e uno stipendio per poter vivere tranquillo e per dire stop allo sfruttamento delle grandi multinazionali che per un motivo o un altro sfruttano tutti e due.
 
Inoltre, il settore della pelletteria non è immune da tangenti, favori vari ecc. Esiste una rete, formata da vari soggetti di rilievo di questo settore (come dirigenti e titolari di aziende) che vendono macchinari per la pelletteria. Questi dirigenti per garantirti il lavoro pretendono favori di vario tipo, esempio: se una borsa costa 70 euro al fabbricante o un portafoglio ne costa 30, loro pretendono che ad ogni pezzo gli sia destinata la cifra di 1 euro, 2 euro e così via, insomma una vera e propria tangente che ha riempito le tasche a molte persone, stiamo parlando di milioni di euro (oltre ai loro remunerativi stipendi da dirigenti).
 
Ovviamente parliamo di grandi quantità di lavoro, perché questi sono personaggi di alto rilievo all’interno del brand e quindi sono in grado di determinare direttamente quanto lavoro dare e a chi darlo. Esiste poi il caso del rivenditore di macchinari: nell’area fiorentina esistono alcuni rivenditori molto famosi e potenti nel settore che hanno amicizie e mani in pasta dappertutto, praticamente le griffe ti obbligano ad acquistare macchinari da loro in cambio di lavoro, parliamo di macchine che vanno dai 30.000 euro in su, e a loro non importa chi sei, se sei una grande azienda o una piccola azienda, l’importante è che se vuoi il lavoro devi comprare le macchine da loro, solo da loro altrimenti niente, ti arrangi.
 
Nell’ultimo anno, poi, c’è stato uno “scandalo” che tutti gli addetti del settore conoscevano, ma solo oggi è uscito fuori: l’azienda coinvolta è una nota griffe a livello mondiale che per molti anni ha avuto al comando un tale, il quale ha fatto più danni della grandine grazie a tutte le tangenti e favori che prendeva. È venuto alla luce tutto il sistema che aveva creato insieme ad altri “amici”, cioè rivenditori di macchinari, materiale per pelletteria ecc. Questo soggetto è stato licenziato, ma nonostante tutto, a quanto so, lo hanno assunto in una grande azienda di pelletteria. Insomma gira che ti rigiri, anche nella pelletteria più disonesto sei, più carriera fai.